(la notizia è riportata anche dalla cronaca di Firenze di Repubblica e dalla Nazione)
Questa sera, Giovedì 7 agosto, presso l'ARENA PICCOLA DI CAMPO DI MARTE, a Firenze (viale Pasquale Paoli, l'impianto di piscine di fronte allo Stadio Comunale (uno dei capolavori di Pierluigi Nervi), all'interno del ciclo "Il cinema è una donna bellissima" ideato e realizzato dalla cooperativa "Il Gigante" di Firenze
alle ore 21.30 verranno proiettati:
il film di Iole Natoli "A un millimetro dal cuore" 2002 (25')
(sarà presente Iole Natoli e, forse, Tony Carnevale)
e, a seguire, "La Condanna" di Marco Bellocchio 1991 (90')
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 7 agosto 2003
Giorello: da Leibniz a Gödel
Corriere della Sera 7.8.03
Una realtà dominata dalle macchine o una virtuosa cooperazione? In un saggio di Martin Davis le possibili risposte
L’umana avventura dell’intelligenza artificiale
di Giulio Giorello
Fra il 1680 e il 1685 la direzione delle miniere dell’Harz, regione montuosa a sud est di Hannover, doveva scontrarsi col «più improbabile dei minatori», il filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716). La materia del contendere riguardava come far funzionare le pompe che dovevano impedire che le acque allagassero i cunicoli delle miniere: da secoli ci si era serviti di mulini ad acqua, che avevano il difetto di essere inutilizzabili d’inverno, quando i fiumi gelavano; Leibniz proponeva di ricorrere ai mulini a vento. Fatte le debite proporzioni, è ancora storia di oggi: non siamo sempre alla ricerca di una qualche fonte di energia che sia economica, «pulita» e non ci pianti in asso nel momento meno opportuno? In una Germania che lentamente usciva dai disastri della Guerra dei trent’anni, Leibniz, che aveva già alle proprie spalle importanti scoperte matematiche, sperava di poter finanziare con questa innovazione una riforma del sapere e della politica, che la facesse finita con le dispute religiose che avevano insanguinato la Cristianità e ponesse le basi di una nuova Europa. Il primo passo era quello di «assoggettare a leggi matematiche il ragionamento umano, la cosa più eccellente e utile che possediamo» - e poi gli «uomini di buona volontà», di fronte a qualsiasi spinoso problema si sarebbero esortati l’un l’altro con un «Calcoliamo!» fino a trovare la soluzione che avrebbe messo tutti d’accordo. Come racconta Martin Davis, uno dei maggiori logici americani, nel suo recente Il calcolatore universale , l’umana avventura è piena di Don Chisciotte e di mulini a vento. Nel caso di Leibniz non si tratta di follia, almeno sul lungo periodo. Nella prima metà dell’Ottocento Ada Lovelace (1815-1852), figlia di Lord Byron, sosteneva che il congegno necessario, escogitato (1834) da Charles Babbage (1791-1871), avrebbe potuto «tessere» formule matematiche proprio come «tesse fiori e foglie il telaio di Jacquard», la macchina che produceva tessuti seguendo un disegno specificato da una pila di schede perforate. La storia del calcolatore è fin dall’origine legata alla Rivoluzione industriale.
Come mostra Davis, la svolta nell’intera vicenda è stata la sostituzione del «computista» umano con una macchina. Nel Novecento i primi grandi calcolatori (gli «ippopotami», com’erano detti negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale) hanno ceduto il passo ai computer di oggi, «sempre più piccoli e sempre più potenti». Ma, aggiunge Davis, «se l’informatica avanza a velocità tale da togliere il respiro, sì da farci ammirare le imprese degli ingegneri, è fin troppo facile dimenticare quei logici le cui idee le hanno rese possibili».
Già Leibniz era interessato alla natura profonda della ragione umana, alle sue connessioni col linguaggio, agli aspetti del pensiero che potessero essere «catturati» dal calcolo. Tre secoli di logica hanno consentito che il suo «sogno» prendesse corpo. Nel secondo dopoguerra dovevano essere soprattutto un riluttante «figlio dell’Impero Britannico», Alan Turing, e un rampollo della Mitteleuropa che aveva «trovato l’America», John von Neumann, a sviluppare l’idea di «calcolatore universale», una sorta di macchina «capace di fare da sola il lavoro di tutte», vero e proprio «modello» di qualunque attività calcolistica. E forse del pensiero stesso, come vuole quella corrente di ricerca nota come Intelligenza Artificiale, che al proprio attivo annovera programmi contro cui perdono campioni di scacchi o che sono in grado di scoprire regolarità profonde in fenomeni naturali la cui complessità spaventa la mente umana.
Il libro di Davis finisce con una domanda ormai ineludibile nella nostra epoca tecnologica: le macchine possono pensare? Matematici come Roger Penrose e filosofi come John Searle tendono a escluderlo, anche se ammettono che la nostra mente altro non è che un «prodotto» del cervello, soggetto alle leggi della fisica e della chimica; quello che è stato forse il più grande logico del Novecento, Kurt Gödel (e che tanta parte ha nella storia raccontata da Davis), riteneva invece che il nostro cervello fosse un computer capace di funzionare più o meno bene, ma credeva che la mente avesse una potenza irriducibile al corpo. Davis lascia aperta la questione: c’è in lui un po’ della saggezza dello scrittore Samuel Butler che, nel lontano 1871, insisteva sulla «straordinaria evoluzione delle macchine» che sarebbero state capaci di sorprendere qualunque previsione umana. Ma Butler (il quale detestava Darwin, il teorico dell’evoluzione degli esseri viventi) temeva che il sogno di Leibniz si sarebbe tramutato nell’incubo di un mondo dominato da macchine «troppo intelligenti».
Oggi non pochi filosofi la pensano più o meno come lui e «maledicono» quello straordinario minatore dell’Harz. Mi sia lecito, allora, un ricordo personale: il «sogno di Leibniz» (tra l’altro, questa locuzione si deve a un grande logico e matematico italiano, Giuseppe Peano) era tra gli argomenti preferiti del mio caro amico Marco Mondadori (uno dei più brillanti esponenti della scuola logica italiana, scomparso nel 1999), che se la prendeva con lo «sterile» pessimismo di Butler e concepiva invece le macchine (più o meno intelligenti) non come nemiche ma come «compagne di strada» degli esseri umani (più o meno pensanti) in una sorta di «virtuosa» cooperazione.
Il libro: «Il calcolatore universale. Da Leibniz a Turing» di Martin Davis, traduzione di Gianni Rigamonti, edizioni Adelphi, pagine 321, € 24
Una realtà dominata dalle macchine o una virtuosa cooperazione? In un saggio di Martin Davis le possibili risposte
L’umana avventura dell’intelligenza artificiale
di Giulio Giorello
Fra il 1680 e il 1685 la direzione delle miniere dell’Harz, regione montuosa a sud est di Hannover, doveva scontrarsi col «più improbabile dei minatori», il filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716). La materia del contendere riguardava come far funzionare le pompe che dovevano impedire che le acque allagassero i cunicoli delle miniere: da secoli ci si era serviti di mulini ad acqua, che avevano il difetto di essere inutilizzabili d’inverno, quando i fiumi gelavano; Leibniz proponeva di ricorrere ai mulini a vento. Fatte le debite proporzioni, è ancora storia di oggi: non siamo sempre alla ricerca di una qualche fonte di energia che sia economica, «pulita» e non ci pianti in asso nel momento meno opportuno? In una Germania che lentamente usciva dai disastri della Guerra dei trent’anni, Leibniz, che aveva già alle proprie spalle importanti scoperte matematiche, sperava di poter finanziare con questa innovazione una riforma del sapere e della politica, che la facesse finita con le dispute religiose che avevano insanguinato la Cristianità e ponesse le basi di una nuova Europa. Il primo passo era quello di «assoggettare a leggi matematiche il ragionamento umano, la cosa più eccellente e utile che possediamo» - e poi gli «uomini di buona volontà», di fronte a qualsiasi spinoso problema si sarebbero esortati l’un l’altro con un «Calcoliamo!» fino a trovare la soluzione che avrebbe messo tutti d’accordo. Come racconta Martin Davis, uno dei maggiori logici americani, nel suo recente Il calcolatore universale , l’umana avventura è piena di Don Chisciotte e di mulini a vento. Nel caso di Leibniz non si tratta di follia, almeno sul lungo periodo. Nella prima metà dell’Ottocento Ada Lovelace (1815-1852), figlia di Lord Byron, sosteneva che il congegno necessario, escogitato (1834) da Charles Babbage (1791-1871), avrebbe potuto «tessere» formule matematiche proprio come «tesse fiori e foglie il telaio di Jacquard», la macchina che produceva tessuti seguendo un disegno specificato da una pila di schede perforate. La storia del calcolatore è fin dall’origine legata alla Rivoluzione industriale.
Come mostra Davis, la svolta nell’intera vicenda è stata la sostituzione del «computista» umano con una macchina. Nel Novecento i primi grandi calcolatori (gli «ippopotami», com’erano detti negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale) hanno ceduto il passo ai computer di oggi, «sempre più piccoli e sempre più potenti». Ma, aggiunge Davis, «se l’informatica avanza a velocità tale da togliere il respiro, sì da farci ammirare le imprese degli ingegneri, è fin troppo facile dimenticare quei logici le cui idee le hanno rese possibili».
Già Leibniz era interessato alla natura profonda della ragione umana, alle sue connessioni col linguaggio, agli aspetti del pensiero che potessero essere «catturati» dal calcolo. Tre secoli di logica hanno consentito che il suo «sogno» prendesse corpo. Nel secondo dopoguerra dovevano essere soprattutto un riluttante «figlio dell’Impero Britannico», Alan Turing, e un rampollo della Mitteleuropa che aveva «trovato l’America», John von Neumann, a sviluppare l’idea di «calcolatore universale», una sorta di macchina «capace di fare da sola il lavoro di tutte», vero e proprio «modello» di qualunque attività calcolistica. E forse del pensiero stesso, come vuole quella corrente di ricerca nota come Intelligenza Artificiale, che al proprio attivo annovera programmi contro cui perdono campioni di scacchi o che sono in grado di scoprire regolarità profonde in fenomeni naturali la cui complessità spaventa la mente umana.
Il libro di Davis finisce con una domanda ormai ineludibile nella nostra epoca tecnologica: le macchine possono pensare? Matematici come Roger Penrose e filosofi come John Searle tendono a escluderlo, anche se ammettono che la nostra mente altro non è che un «prodotto» del cervello, soggetto alle leggi della fisica e della chimica; quello che è stato forse il più grande logico del Novecento, Kurt Gödel (e che tanta parte ha nella storia raccontata da Davis), riteneva invece che il nostro cervello fosse un computer capace di funzionare più o meno bene, ma credeva che la mente avesse una potenza irriducibile al corpo. Davis lascia aperta la questione: c’è in lui un po’ della saggezza dello scrittore Samuel Butler che, nel lontano 1871, insisteva sulla «straordinaria evoluzione delle macchine» che sarebbero state capaci di sorprendere qualunque previsione umana. Ma Butler (il quale detestava Darwin, il teorico dell’evoluzione degli esseri viventi) temeva che il sogno di Leibniz si sarebbe tramutato nell’incubo di un mondo dominato da macchine «troppo intelligenti».
Oggi non pochi filosofi la pensano più o meno come lui e «maledicono» quello straordinario minatore dell’Harz. Mi sia lecito, allora, un ricordo personale: il «sogno di Leibniz» (tra l’altro, questa locuzione si deve a un grande logico e matematico italiano, Giuseppe Peano) era tra gli argomenti preferiti del mio caro amico Marco Mondadori (uno dei più brillanti esponenti della scuola logica italiana, scomparso nel 1999), che se la prendeva con lo «sterile» pessimismo di Butler e concepiva invece le macchine (più o meno intelligenti) non come nemiche ma come «compagne di strada» degli esseri umani (più o meno pensanti) in una sorta di «virtuosa» cooperazione.
Il libro: «Il calcolatore universale. Da Leibniz a Turing» di Martin Davis, traduzione di Gianni Rigamonti, edizioni Adelphi, pagine 321, € 24
Lucrezio Caro (98-55 a.c.)
Il Corriere della Sera, 7.8.03
Il De rerum natura nella rara versione di Alessandro Marchetti, scienziato del ’600
Elogio di Lucrezio eretico. Anzi eroico
di Luciano Canfora
Galileo fu uomo prudente, per nulla incline all’eroismo. Anche perciò Bertolt Brecht lo ammirò e gli attribuì, nel dramma dedicato alla sua vicenda, la memorabile osservazione: «Beata la terra che non ha bisogno di eroi!». Eroici non furono nemmeno i suoi scolari, a parte quelli che Brecht mette in scena, che avrebbero voluto più eroico il maestro. Scolaro di scolari di Galileo fu Alessandro Marchetti (1632-1714), matematico e successore di Borelli a Pisa. Egli lavorò per molta parte della sua vita a una traduzione in versi di Lucrezio, che non osò mai pubblicare. La pubblicò il Rolli a Londra tre anni dopo la morte di Marchetti (1717), quando ormai i fulmini della censura non potevano più colpire il moderno traduttore, ma era comunque più prudente pubblicare a Londra che in Toscana.
«Eretico», anzi, materialista e «ateo» era considerato il grande scienziato-poeta latino che aveva realizzato l’impresa impressionante di mettere in esametri i trattati di Epicuro. (Brecht aveva accarezzato l’idea di trarre un poema dal Capitale di Marx).
Eretico era il modo in cui Marchetti si era avvicinato a Lucrezio, filtrandolo, per così dire, attraverso il suo appassionamento per la scienza moderna. Memorabile l’inserzione che egli fece di un elogio di Borelli nel libro I dell’antico poema e di Gassendi nel libro V, a imitazione dei continui elogi di Epicuro che Lucrezio dissemina strategicamente nel poema.
Prova della inquietudine di Marchetti di fronte ai suoi propri esperimenti è la mancanza dei versi su Gassendi in vari esemplari: in quelli che forse rispecchiano la volontà ultima del traduttore quell’elogio non c’è più. Mario Saccenti in memorabili saggi ( Lucrezio in Toscana ) trattò questa significativa storia.
Oggi la Salerno Editrice pubblica in veste elegante (nella collana «I Diamanti», Della natura delle cose, pp. 546, 20) la traduzione lucreziana del Marchetti secondo la stesura «finale», con una adeguata introduzione di Denise Aricò.
Editore e ammiratore di questa versione toscana, che ha valore di autonoma scrittura poetica rispetto all’originale latino, fu Giosuè Carducci, il quale la pubblicò a Firenze presso Barbèra nel 1864. Una scelta non casuale da parte del laico «leone» maremmano. Il poema della natura aveva ispirato Lagrange a una traduzione che si ristampava ancora nel Novecento. E ispirerà Einstein a una memorabile pagina introduttiva della migliore traduzione moderna, quella di Hermann Diels.
Il De rerum natura nella rara versione di Alessandro Marchetti, scienziato del ’600
Elogio di Lucrezio eretico. Anzi eroico
di Luciano Canfora
Galileo fu uomo prudente, per nulla incline all’eroismo. Anche perciò Bertolt Brecht lo ammirò e gli attribuì, nel dramma dedicato alla sua vicenda, la memorabile osservazione: «Beata la terra che non ha bisogno di eroi!». Eroici non furono nemmeno i suoi scolari, a parte quelli che Brecht mette in scena, che avrebbero voluto più eroico il maestro. Scolaro di scolari di Galileo fu Alessandro Marchetti (1632-1714), matematico e successore di Borelli a Pisa. Egli lavorò per molta parte della sua vita a una traduzione in versi di Lucrezio, che non osò mai pubblicare. La pubblicò il Rolli a Londra tre anni dopo la morte di Marchetti (1717), quando ormai i fulmini della censura non potevano più colpire il moderno traduttore, ma era comunque più prudente pubblicare a Londra che in Toscana.
«Eretico», anzi, materialista e «ateo» era considerato il grande scienziato-poeta latino che aveva realizzato l’impresa impressionante di mettere in esametri i trattati di Epicuro. (Brecht aveva accarezzato l’idea di trarre un poema dal Capitale di Marx).
Eretico era il modo in cui Marchetti si era avvicinato a Lucrezio, filtrandolo, per così dire, attraverso il suo appassionamento per la scienza moderna. Memorabile l’inserzione che egli fece di un elogio di Borelli nel libro I dell’antico poema e di Gassendi nel libro V, a imitazione dei continui elogi di Epicuro che Lucrezio dissemina strategicamente nel poema.
Prova della inquietudine di Marchetti di fronte ai suoi propri esperimenti è la mancanza dei versi su Gassendi in vari esemplari: in quelli che forse rispecchiano la volontà ultima del traduttore quell’elogio non c’è più. Mario Saccenti in memorabili saggi ( Lucrezio in Toscana ) trattò questa significativa storia.
Oggi la Salerno Editrice pubblica in veste elegante (nella collana «I Diamanti», Della natura delle cose, pp. 546, 20) la traduzione lucreziana del Marchetti secondo la stesura «finale», con una adeguata introduzione di Denise Aricò.
Editore e ammiratore di questa versione toscana, che ha valore di autonoma scrittura poetica rispetto all’originale latino, fu Giosuè Carducci, il quale la pubblicò a Firenze presso Barbèra nel 1864. Una scelta non casuale da parte del laico «leone» maremmano. Il poema della natura aveva ispirato Lagrange a una traduzione che si ristampava ancora nel Novecento. E ispirerà Einstein a una memorabile pagina introduttiva della migliore traduzione moderna, quella di Hermann Diels.
Luigi Lo Cascio, il protagonista maschile di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio
Repubblica 7.08.03
Dal Nicola del film-fenomeno diretto da Giordana al brigatista del caso Moro di Bellocchio: ritratto dell´attore del momento
La meglio gioventù appassionata come me
Incantesimo E´ la magia del cinema che mi fa apparire più alto e più bello
di MARIA PIA FUSCO
ROMA - Luigi Lo Cascio è al telefono da Sofia. Interpreta l´ispettore Arnaldi che indaga nel mistero dei delitti di un serial killer che uccide protetto da una maschera. Il film è Occhi di cristallo dal libro "L´impagliatore" di Luca Di Fulvio, regia di Eros Puglielli ("Tutta la conoscenza del mondo"), prodotto da Cattleya con RaiCinema. «Non è il tipico poliziotto che avanza con la logica, c´è una partecipazione personale forte», dice. «Le modalità dei delitti fanno affiorare sentimenti e memorie che lo riguardano. Non avevo fatto un personaggio così, mi è piaciuta la sceneggiatura ed è stato determinante l´incontro con Puglielli, ha così tanta passione dentro che è impossibile non farsi coinvolgere».
Che effetto fa ritrovarsi tra gli attori più rappresentativi della sua generazione dopo soli quattro anni di cinema?
«Non ci penso, per me è già un regalo il momento del lavoro, lo faccio sempre con grande entusiasmo, lo stesso degli inizi a teatro. Forse il mio vantaggio è quello di essere arrivato tardi al cinema, che considero comunque parte della mia attività di attore».
E tutto grazie a zio Luigi Burruano?
«È vero, io studiavo, ero seriamente intenzionato a diventare psichiatra, ma in famiglia c'era zio Luigi che faceva teatro e la sua passione mi ha contagiato, ho cominciato a recitare in vari gruppi, poi mi sono iscritto all´Accademia. Ed è stato mio zio a segnalarmi a Giordana, lo ha portato a teatro a Palermo dove recitavo Shakespeare. La fortuna è stata che, dopo I cento passi, Piccioni, con Luce dei miei occhi, mi ha aiutato a dimostrare di essere un attore in grado di fare ruoli diversi, capace di cambiare. Anche di fare il gay in Il più bel giorno della mia vita, in cui ho cercato di evitare i cliché, ho puntato sulla storia d´amore, difficile come tutte le storie d´amore».
Lei sarà a Venezia con Buongiorno, notte di Bellocchio. Che aspettative ha?
«Un premio l´ho già avuto, lavorare con Bellocchio. E con un personaggio complesso, ambiguo. Il film parte dalla realtà storica del rapimento di Moro, ma poi scivola nell´invenzione, si immagina la scissione - soprattutto nel personaggio di Maya Sansa, la protagonista - tra il carceriere e la persona che dialoga con il prigioniero. Io sono Mariano, il terrorista psicologicamente più determinato, ma anche lui si rende conto di trovarsi dentro la gabbia delle sue scelte, come se si scambiassero le posizioni tra carceriere e carcerato».
Tra poco sarà a Locarno con il film di Alessandro Piva...
«Non ho ancora visto Mio cognato, una dark comedy, un grottesco, il rapporto tra i due cognati, Sergio Rubini e io, supera l´elemento naturalistico. Siamo diversissimi, lui vitale, turbolento, imprevedibile, io semplice, piccolo borghese, bene educato. Ma quando mi trascina nella Bari notturna, in quartieri malfamati e oscuri come un inferno in cui sono un pesce fuor d´acqua, sono affascinato, provo quasi un desiderio di emulazione».
Che cosa le è rimasto dell´esperienza di La meglio gioventù?
«Il copione prima di tutto, la qualità letteraria dei dialoghi, è stato un piacere dire parole belle come quelle. L´immagine di Marco Tullio che, anche dopo quattro mesi, arrivava ogni mattina sul set entusiasta, sempre con un´idea nuova. Quanto a Nicola, non ho mai pensato al contesto politico che attraversava, ma solo all´essere umano, alla sua ricerca di libertà più per gli altri che per se stesso. Ho amato la sua curiosità, la voglia di conoscenza che ha nella vita e nel suo lavoro di psichiatra».
La sua vita è cambiata in questi ultimi anni?
«La notorietà mi è arrivata dopo i trent´anni, ero già abbastanza formato, non mi ha provocato grandi scossoni. Il cinema mi ha aiutato a innamorarmi di nuovo del mestiere dell´attore. E mi piace la vita girovaga, gli alberghi, gli aeroporti, i luoghi anonimi».
Ma ormai la riconoscono...
«Sarei ipocrita se dicessi che non mi fa piacere. Ma in genere succede che si avvicinano. Lei è quell´attore, quello che ha fatto.. Poi mi guardano... No, scusi, lei è meno carino, più piccolo, e se ne vanno. È la magia del cinema che mi fa apparire più alto e più bello».
Comunque è diventato più ricco...
«Per quello ci voleva poco. Senza fare la retorica dell´attore affamato che deve fare mille mestieri per mantenersi, è vero che per molti anni dovevo scegliere se comprare il giornale o il caffè. Nel teatro la gerarchia è molto forte, la differenza tra il primo attore è gli altri è abissale e con le centomila lire devi pagare vitto, alloggio e anche le tasse. Non sono ricco, ma con il cinema mi sembra di vivere nel lusso sfrenato».
Dal Nicola del film-fenomeno diretto da Giordana al brigatista del caso Moro di Bellocchio: ritratto dell´attore del momento
La meglio gioventù appassionata come me
Incantesimo E´ la magia del cinema che mi fa apparire più alto e più bello
di MARIA PIA FUSCO
ROMA - Luigi Lo Cascio è al telefono da Sofia. Interpreta l´ispettore Arnaldi che indaga nel mistero dei delitti di un serial killer che uccide protetto da una maschera. Il film è Occhi di cristallo dal libro "L´impagliatore" di Luca Di Fulvio, regia di Eros Puglielli ("Tutta la conoscenza del mondo"), prodotto da Cattleya con RaiCinema. «Non è il tipico poliziotto che avanza con la logica, c´è una partecipazione personale forte», dice. «Le modalità dei delitti fanno affiorare sentimenti e memorie che lo riguardano. Non avevo fatto un personaggio così, mi è piaciuta la sceneggiatura ed è stato determinante l´incontro con Puglielli, ha così tanta passione dentro che è impossibile non farsi coinvolgere».
Che effetto fa ritrovarsi tra gli attori più rappresentativi della sua generazione dopo soli quattro anni di cinema?
«Non ci penso, per me è già un regalo il momento del lavoro, lo faccio sempre con grande entusiasmo, lo stesso degli inizi a teatro. Forse il mio vantaggio è quello di essere arrivato tardi al cinema, che considero comunque parte della mia attività di attore».
E tutto grazie a zio Luigi Burruano?
«È vero, io studiavo, ero seriamente intenzionato a diventare psichiatra, ma in famiglia c'era zio Luigi che faceva teatro e la sua passione mi ha contagiato, ho cominciato a recitare in vari gruppi, poi mi sono iscritto all´Accademia. Ed è stato mio zio a segnalarmi a Giordana, lo ha portato a teatro a Palermo dove recitavo Shakespeare. La fortuna è stata che, dopo I cento passi, Piccioni, con Luce dei miei occhi, mi ha aiutato a dimostrare di essere un attore in grado di fare ruoli diversi, capace di cambiare. Anche di fare il gay in Il più bel giorno della mia vita, in cui ho cercato di evitare i cliché, ho puntato sulla storia d´amore, difficile come tutte le storie d´amore».
Lei sarà a Venezia con Buongiorno, notte di Bellocchio. Che aspettative ha?
«Un premio l´ho già avuto, lavorare con Bellocchio. E con un personaggio complesso, ambiguo. Il film parte dalla realtà storica del rapimento di Moro, ma poi scivola nell´invenzione, si immagina la scissione - soprattutto nel personaggio di Maya Sansa, la protagonista - tra il carceriere e la persona che dialoga con il prigioniero. Io sono Mariano, il terrorista psicologicamente più determinato, ma anche lui si rende conto di trovarsi dentro la gabbia delle sue scelte, come se si scambiassero le posizioni tra carceriere e carcerato».
Tra poco sarà a Locarno con il film di Alessandro Piva...
«Non ho ancora visto Mio cognato, una dark comedy, un grottesco, il rapporto tra i due cognati, Sergio Rubini e io, supera l´elemento naturalistico. Siamo diversissimi, lui vitale, turbolento, imprevedibile, io semplice, piccolo borghese, bene educato. Ma quando mi trascina nella Bari notturna, in quartieri malfamati e oscuri come un inferno in cui sono un pesce fuor d´acqua, sono affascinato, provo quasi un desiderio di emulazione».
Che cosa le è rimasto dell´esperienza di La meglio gioventù?
«Il copione prima di tutto, la qualità letteraria dei dialoghi, è stato un piacere dire parole belle come quelle. L´immagine di Marco Tullio che, anche dopo quattro mesi, arrivava ogni mattina sul set entusiasta, sempre con un´idea nuova. Quanto a Nicola, non ho mai pensato al contesto politico che attraversava, ma solo all´essere umano, alla sua ricerca di libertà più per gli altri che per se stesso. Ho amato la sua curiosità, la voglia di conoscenza che ha nella vita e nel suo lavoro di psichiatra».
La sua vita è cambiata in questi ultimi anni?
«La notorietà mi è arrivata dopo i trent´anni, ero già abbastanza formato, non mi ha provocato grandi scossoni. Il cinema mi ha aiutato a innamorarmi di nuovo del mestiere dell´attore. E mi piace la vita girovaga, gli alberghi, gli aeroporti, i luoghi anonimi».
Ma ormai la riconoscono...
«Sarei ipocrita se dicessi che non mi fa piacere. Ma in genere succede che si avvicinano. Lei è quell´attore, quello che ha fatto.. Poi mi guardano... No, scusi, lei è meno carino, più piccolo, e se ne vanno. È la magia del cinema che mi fa apparire più alto e più bello».
Comunque è diventato più ricco...
«Per quello ci voleva poco. Senza fare la retorica dell´attore affamato che deve fare mille mestieri per mantenersi, è vero che per molti anni dovevo scegliere se comprare il giornale o il caffè. Nel teatro la gerarchia è molto forte, la differenza tra il primo attore è gli altri è abissale e con le centomila lire devi pagare vitto, alloggio e anche le tasse. Non sono ricco, ma con il cinema mi sembra di vivere nel lusso sfrenato».
Luca Bonaccorsi, il direttore della libreria Amore e Psiche
La Stampa VivereRoma, 07 Agosto 2003
Tirano romanzi gialli e narrativa in una stagione che vede raddoppiare le vendite: i romani sentono molto il tema dell’Islam
Apuleio resta un evergreen
Coelho e Totti, in spiaggia, si legge proprio di tutto
LICIA PASTORE
Tempo di vacanze, tempo di letture e... i romani non si discostano dalle medie nazionali che parlano di raddoppi delle vendite. Secondo alcuni primi dati orientativi quest’anno le vendite di libri vanno meglio e si è consolidata la tendenza alla lettura durante l’estate. Una lettura, fatta di best sellers ma anche di classici, di letteratura e libri che forniscono un quadro di lettori che ricercano proposte di qualità, rappresentate magari da autori minori che si dedicano a temi specifici. Cosa leggono di più i romani? Quali sono i generi che hanno tirato di più in questa calda estate? «Secondo una prima impressione indicativa di queste prime settimane - spiega Patrizia Matera responsabile libri di Feltrinelli di largo Argentina - si sta leggendo di più ed è la letteratura che fa da padrona insieme con i romanzi gialli ed alcuni libri di qualità che sono piaciuti e tornano ad essere acquistati». Nella classifica dei libri più venduti, c'è al primo posto Paolo Coelho con «11 minuti». Non c'è molto da meravigliarsi ma, sotto l'ombrellone accanto ad una bibita fresca, Totti con «Tutte le barzellette», sta andando molto bene. Buone nuove anche dal fronte narrativa specie con il premio Strega di quest'anno, «Vita» di Melania Mazzucco e Margaret Mazzantini con il suo «Non ti muovere».
D'accordo anche alla libreria Rinascita, un luogo dove la maggior parte della clientela è costituita dai cosiddetti lettori forti, che acquistano libri durante tutto il periodo dell'anno e avendo più tempo in estate cercano molto la saggistica. «Indubbiamente il romanzo e la narrativa prendono il sopravvento in estate - afferma Gina Bellot direttrice della libreria - tra i titoli che hanno un livello di leggibilità molto alto c'è anche il genere non particolarmente impegnativo». Rinascita indica anche un altro libro di successo: «Lo chiamavano impunità» di Gomez e Travaglio. E continuano sempre ad essere comprati generi come quello della scrittrice americana Alice Sebold con il suo primo romanzo «Amabili resti». Allontanandosi dai fenomeni rilevanti del mercato e cercando proposte di generi diversi, si scopre che tra la saggistica e la narrativa un tema forte è stato quello dell’Islam. «Noi promuoviamo la qualità delle proposte e in genere spingiamo autori minori». Luca Bonaccorsi direttore della libreria Amore e Psiche, nei pressi del Pantheon, conferma il riscatto della buona lettura. «Tra veli e turbanti» di Vercellin, «Dietro il velo» di Heller e Moshabi e Fatima Mernissi con «L'Harem e l'occidente» hanno incuriosito una fascia di lettori ricercatori dei misteri delle culture arabe. «Un evergreen che va sempre forte è Amore e Psiche di Apuleio - aggiunge Bonaccorsi - favola incredibile che riscuote ancora molto successo. Decisamente altro grande successo dell'estate è stata la rivista trimestrale il Sogno della Farfalla».
Tirano romanzi gialli e narrativa in una stagione che vede raddoppiare le vendite: i romani sentono molto il tema dell’Islam
Apuleio resta un evergreen
Coelho e Totti, in spiaggia, si legge proprio di tutto
LICIA PASTORE
Tempo di vacanze, tempo di letture e... i romani non si discostano dalle medie nazionali che parlano di raddoppi delle vendite. Secondo alcuni primi dati orientativi quest’anno le vendite di libri vanno meglio e si è consolidata la tendenza alla lettura durante l’estate. Una lettura, fatta di best sellers ma anche di classici, di letteratura e libri che forniscono un quadro di lettori che ricercano proposte di qualità, rappresentate magari da autori minori che si dedicano a temi specifici. Cosa leggono di più i romani? Quali sono i generi che hanno tirato di più in questa calda estate? «Secondo una prima impressione indicativa di queste prime settimane - spiega Patrizia Matera responsabile libri di Feltrinelli di largo Argentina - si sta leggendo di più ed è la letteratura che fa da padrona insieme con i romanzi gialli ed alcuni libri di qualità che sono piaciuti e tornano ad essere acquistati». Nella classifica dei libri più venduti, c'è al primo posto Paolo Coelho con «11 minuti». Non c'è molto da meravigliarsi ma, sotto l'ombrellone accanto ad una bibita fresca, Totti con «Tutte le barzellette», sta andando molto bene. Buone nuove anche dal fronte narrativa specie con il premio Strega di quest'anno, «Vita» di Melania Mazzucco e Margaret Mazzantini con il suo «Non ti muovere».
D'accordo anche alla libreria Rinascita, un luogo dove la maggior parte della clientela è costituita dai cosiddetti lettori forti, che acquistano libri durante tutto il periodo dell'anno e avendo più tempo in estate cercano molto la saggistica. «Indubbiamente il romanzo e la narrativa prendono il sopravvento in estate - afferma Gina Bellot direttrice della libreria - tra i titoli che hanno un livello di leggibilità molto alto c'è anche il genere non particolarmente impegnativo». Rinascita indica anche un altro libro di successo: «Lo chiamavano impunità» di Gomez e Travaglio. E continuano sempre ad essere comprati generi come quello della scrittrice americana Alice Sebold con il suo primo romanzo «Amabili resti». Allontanandosi dai fenomeni rilevanti del mercato e cercando proposte di generi diversi, si scopre che tra la saggistica e la narrativa un tema forte è stato quello dell’Islam. «Noi promuoviamo la qualità delle proposte e in genere spingiamo autori minori». Luca Bonaccorsi direttore della libreria Amore e Psiche, nei pressi del Pantheon, conferma il riscatto della buona lettura. «Tra veli e turbanti» di Vercellin, «Dietro il velo» di Heller e Moshabi e Fatima Mernissi con «L'Harem e l'occidente» hanno incuriosito una fascia di lettori ricercatori dei misteri delle culture arabe. «Un evergreen che va sempre forte è Amore e Psiche di Apuleio - aggiunge Bonaccorsi - favola incredibile che riscuote ancora molto successo. Decisamente altro grande successo dell'estate è stata la rivista trimestrale il Sogno della Farfalla».
mercoledì 6 agosto 2003
odori
La Stampa Tuttoscienze 30/7/2003
SENSI: GLI ESITI DI INTERESSANTI ESPERIMENTI
Profumo di donna e di uomo (per chi sa ancora usare il naso)
E’ PROBABILE CHE GIA’ NEL FETO SI RECEPISCANO ATTRAVERSO IL LIQUIDO AMNIOTICO FRAGRANZE CHE POSSONO CONDURRE A PREFERENZE O AD AVVERSIONI ALIMENTARI
di Marco Pacori
NEL film «Michael», John Travolta era un angelo che profumava di biscotti appena sfornati e le donne, annusandolo, se ne sentivano irresistibilmente ammaliate. E che dire del tanto decantato dopobarba «sciupafemmine» per «l’uomo che non deve chiedere mai»? Dai romanzi, alla poesia; dalla pubblicità ai film l’effetto dell’odore individuale a livello interpersonale è da sempre esaltato e a ragione: un profumo ci fa perdere la testa, ci fa sognare, ci turba i sensi; ci rasserena e ci ammansisce. Nonostante quest’effetto, l’olfatto è un senso che la nostra specie sta perdendo. Dominique Giorgi del Centro ricerche biochimiche di Montpellier, nell’ambito dello studio del genoma umano, ha scoperto che il 72% dei geni cui si deve la percezione dell’olfatto è «spento». L’1% della popolazione poi non avverte alcun odore e il 50% degli individui non distingue il tipico «profumo di uomo», il muschiato androstenolo.
Da poco tempo la scienza è stata in grado di dare una risposta ai perché degli effetti di odori e profumi. L’olfatto e il gusto si sviluppano molto precocemente nel feto; non è improbabile che quindi, attraverso il liquido amniotico, si faccia conoscenza delle fragranze recepite dalla madre e già allora nascano delle preferenze o delle avversioni alimentari e olfattive in base alle reazioni che gli odori producono su di lei. Esperimenti su animali, con l’introduzione di particolari essenze nella placenta o aromatizzando il cibo della femmina gravida con determinate spezie, hanno dimostrato che i cuccioli, alla nascita, mostrano una spiccata predilezione per queste sostanze.
Il neonato distingue l’odore della propria madre da quello delle altre donne già intorno al sesto giorno di vita; per altro, è in grado di riconoscere la «fragranza» del seno anche se non è mai stato allattato. Attorno ai cinque, sei anni, fase in cui Freud ha postulato che il bambino sviluppi una forte attrazione per il genitore di sesso opposto e antagonismo per quello dello stesso sesso, degli studi hanno messo in evidenza che il «pargolo» trova stimolante l’odore della madre (o del padre, se si tratta di una femmina) e repellente quello del padre. Rachel Herz dell’Università della Pennsylvania ha dimostrato sperimentalmente quella che è un’esperienza comune, cioè che un odore «impregna» un’esperienza, rendendone più forte il ricordo. Questo fenomeno, spiega la studiosa, è da attribuire al fatto che la regione del cervello preposta all’elaborazione olfattiva è direttamente connessa con amigdala e ippocampo, le sedi dei ricordi, specie quelli ad alto tenore emotivo. L’odore è come un’impronta digitale: unico e inimitabile. I partner sono in grado di riconoscersi annusando semplicemente l’odore delle magliette indossate.
Non serve essere scienziati per scoprire che l’odore o il profumo dell’altro può rivelarsi potente afrodisiaco. E’ poi esperienza comune che un profumo di per sé indifferente possa diventare estremamente attraente se sentito su una persona di cui siamo innamorati; così come è tutt’altro che infrequente percepire all’improvviso il suo odore nei momenti più disparati e in totale assenza della sua persona o di capi d’abbigliamento o altro che siano stati a contatto con essa. Un’altra indagine condotta nell’università di Chicago ha dato prova che delle donne cui è stata fatta annusare una fiala contenente gocce di secrezione ascellare dei propri compagni, sottoposte ad un tedioso esperimento, mantengono un umore positivo molto più a lungo di altre che hanno annusato un’ampolla contenente solo un liquido neutro.
Konig e Schultze-Westrum, con un’arguta sperimentazione, hanno potuto verificare che l’odore personale esercita un’influenza non trascurabile nei giudizi di simpatia e antipatia verso degli sconosciuti. Le donne sono più sensibili all’odore del maschio, benché quest’ultimo adotti l’odore personale come criterio nella scelta del parner in misura notevolmente superiore di quanto non faccia il gentil sesso. Per quanto riguarda l’odore personale, le donne di solito valutano il proprio odore come gradevole, mentre l’uomo lo trova indifferente se non addirittura da far «storcere il naso». Entrambi i sessi sono però concordi nel giudicare più piacevole la «profumazione» femminile. L’odore può provocare degli effetti inconsci. In particolare le molecole odorose, denominate feromoni, che negli animali regolano corteggiamento e riproduzione, inducono dei fenomeni quantomeno insoliti. In un test, due ricercatrici dell’Università di Chicago hanno fatto annusare a dei soggetti femminili delle secrezioni di altre donne: bene, a seconda del fatto che fossero «prelevate» prima o dopo l’ovulazione, il ciclo mestruale delle inconsapevoli «sommelier» accelerava o rallentava. Un’altra osservazione interessante è quella condotta in ambienti, come gli appartamenti dei college, dove le donne si trovano a coabitare assieme a lungo: il loro ciclo mestruale tende a sincronizzarsi. Un effetto anch’esso attribuibile alla percezione dei feromoni è la constatazione che quando una donna convive con un uomo, i suoi cicli generalmente si accorciano per estendere il periodo di fertilità.
SENSI: GLI ESITI DI INTERESSANTI ESPERIMENTI
Profumo di donna e di uomo (per chi sa ancora usare il naso)
E’ PROBABILE CHE GIA’ NEL FETO SI RECEPISCANO ATTRAVERSO IL LIQUIDO AMNIOTICO FRAGRANZE CHE POSSONO CONDURRE A PREFERENZE O AD AVVERSIONI ALIMENTARI
di Marco Pacori
NEL film «Michael», John Travolta era un angelo che profumava di biscotti appena sfornati e le donne, annusandolo, se ne sentivano irresistibilmente ammaliate. E che dire del tanto decantato dopobarba «sciupafemmine» per «l’uomo che non deve chiedere mai»? Dai romanzi, alla poesia; dalla pubblicità ai film l’effetto dell’odore individuale a livello interpersonale è da sempre esaltato e a ragione: un profumo ci fa perdere la testa, ci fa sognare, ci turba i sensi; ci rasserena e ci ammansisce. Nonostante quest’effetto, l’olfatto è un senso che la nostra specie sta perdendo. Dominique Giorgi del Centro ricerche biochimiche di Montpellier, nell’ambito dello studio del genoma umano, ha scoperto che il 72% dei geni cui si deve la percezione dell’olfatto è «spento». L’1% della popolazione poi non avverte alcun odore e il 50% degli individui non distingue il tipico «profumo di uomo», il muschiato androstenolo.
Da poco tempo la scienza è stata in grado di dare una risposta ai perché degli effetti di odori e profumi. L’olfatto e il gusto si sviluppano molto precocemente nel feto; non è improbabile che quindi, attraverso il liquido amniotico, si faccia conoscenza delle fragranze recepite dalla madre e già allora nascano delle preferenze o delle avversioni alimentari e olfattive in base alle reazioni che gli odori producono su di lei. Esperimenti su animali, con l’introduzione di particolari essenze nella placenta o aromatizzando il cibo della femmina gravida con determinate spezie, hanno dimostrato che i cuccioli, alla nascita, mostrano una spiccata predilezione per queste sostanze.
Il neonato distingue l’odore della propria madre da quello delle altre donne già intorno al sesto giorno di vita; per altro, è in grado di riconoscere la «fragranza» del seno anche se non è mai stato allattato. Attorno ai cinque, sei anni, fase in cui Freud ha postulato che il bambino sviluppi una forte attrazione per il genitore di sesso opposto e antagonismo per quello dello stesso sesso, degli studi hanno messo in evidenza che il «pargolo» trova stimolante l’odore della madre (o del padre, se si tratta di una femmina) e repellente quello del padre. Rachel Herz dell’Università della Pennsylvania ha dimostrato sperimentalmente quella che è un’esperienza comune, cioè che un odore «impregna» un’esperienza, rendendone più forte il ricordo. Questo fenomeno, spiega la studiosa, è da attribuire al fatto che la regione del cervello preposta all’elaborazione olfattiva è direttamente connessa con amigdala e ippocampo, le sedi dei ricordi, specie quelli ad alto tenore emotivo. L’odore è come un’impronta digitale: unico e inimitabile. I partner sono in grado di riconoscersi annusando semplicemente l’odore delle magliette indossate.
Non serve essere scienziati per scoprire che l’odore o il profumo dell’altro può rivelarsi potente afrodisiaco. E’ poi esperienza comune che un profumo di per sé indifferente possa diventare estremamente attraente se sentito su una persona di cui siamo innamorati; così come è tutt’altro che infrequente percepire all’improvviso il suo odore nei momenti più disparati e in totale assenza della sua persona o di capi d’abbigliamento o altro che siano stati a contatto con essa. Un’altra indagine condotta nell’università di Chicago ha dato prova che delle donne cui è stata fatta annusare una fiala contenente gocce di secrezione ascellare dei propri compagni, sottoposte ad un tedioso esperimento, mantengono un umore positivo molto più a lungo di altre che hanno annusato un’ampolla contenente solo un liquido neutro.
Konig e Schultze-Westrum, con un’arguta sperimentazione, hanno potuto verificare che l’odore personale esercita un’influenza non trascurabile nei giudizi di simpatia e antipatia verso degli sconosciuti. Le donne sono più sensibili all’odore del maschio, benché quest’ultimo adotti l’odore personale come criterio nella scelta del parner in misura notevolmente superiore di quanto non faccia il gentil sesso. Per quanto riguarda l’odore personale, le donne di solito valutano il proprio odore come gradevole, mentre l’uomo lo trova indifferente se non addirittura da far «storcere il naso». Entrambi i sessi sono però concordi nel giudicare più piacevole la «profumazione» femminile. L’odore può provocare degli effetti inconsci. In particolare le molecole odorose, denominate feromoni, che negli animali regolano corteggiamento e riproduzione, inducono dei fenomeni quantomeno insoliti. In un test, due ricercatrici dell’Università di Chicago hanno fatto annusare a dei soggetti femminili delle secrezioni di altre donne: bene, a seconda del fatto che fossero «prelevate» prima o dopo l’ovulazione, il ciclo mestruale delle inconsapevoli «sommelier» accelerava o rallentava. Un’altra osservazione interessante è quella condotta in ambienti, come gli appartamenti dei college, dove le donne si trovano a coabitare assieme a lungo: il loro ciclo mestruale tende a sincronizzarsi. Un effetto anch’esso attribuibile alla percezione dei feromoni è la constatazione che quando una donna convive con un uomo, i suoi cicli generalmente si accorciano per estendere il periodo di fertilità.
storia del cristianesimo
La Stampa Tuttolibri 2/8/2003
Ma il divino Gregorio preferiva il turbante turco alla tiara latina
NELL’AUTUNNO del medioevo, che in Oriente era l'alba del rinascimento, un monaco pregò perché gli fosse rivelata la condizione del divino Gregorio Palamas, che da poco tempo era morto. Una notte gli si presentò in sogno una visione. Nel tempio della Divina Sapienza che si trova nella Costantinopoli celeste, di cui il tempio di Haghia Sophia che si trova nella Costantinopoli terrena non è che il rispecchiamento, si stava svolgendo un concilio. Erano allineati il grande Atanasio e con lui Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, e ancora Gregorio di Nissa e il sapiente Cirillo. Stavano discutendo da tempo infinito, ma non riuscivano a trovare una conclusione. Ed ecco, il monaco udì una voce stentorea: «E' impossibile che i presenti ratifichino con il voto le loro decisioni, se anche Gregorio, il metropolita di Tessalonica, non è presente». Ma Gregorio non c'era, perché si trovava a colloquio privato presso il trono dell'Imperatore che è nei cieli, di cui l'imperatore terreno è solo il riflesso. Quando il colloquio finì, e il diacono inviato dai padri comunicò al divino Gregorio che era atteso, questi si recò al concilio e tutti i padri si alzarono in piedi e lo portarono nel mezzo e lo fecero sedere sullo scanno più alto insieme a Basilio, Giovanni e Gregorio. Fu così che tutte le linee teologiche discusse per diverse cause e in diversi tempi Gregorio Palamas le fece convergere in un solo punto, e alla fine il concilio poté sciogliersi perché nessuna cosa non era stata risolta. Il sogno del monaco non si avverò. Il concilio, nella basilica celeste, non è ancora sciolto. Malgrado Gregorio Palamas sia stato santificato e la sua confutazione dell'eresia latina sia stata inserita nel Synodikon dell'ortodossia che si legge ogni anno la domenica dell'ortodossia, gli occidentali non hanno ancora ammesso che la parola di Palamas era assoluta e definitiva e chiudeva ogni possibile dibattito teologico dopo quattordici secoli di cristianesimo. Nella Costantinopoli celeste ancora stridono, a irritare le orecchie del grande Atanasio, e con lui di Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, e di Gregorio di Nissa e del sapiente Cirillo, i sofismi del calabro Barlaam e dell'infido Acindino. Sulla base di sillogismi dialettici, il cui scopo è la confutazione, non è possibile sapere nulla su Dio, affermavano quei cervelli disonesti e venduti. La dottrina greca secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio, che pure è la sola esatta, e quella latina secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, che pure è erronea, si equivalgono, arguivano ipocritamente. Con questo ragionamento falso cercavano di ingraziarsi il papa di Roma, poiché ritenevano che la Chiesa cattolica fosse per Bisanzio un pericolo minore dell'Islam. Al contrario Gregorio preferiva il turbante turco alla tiara latina. Fu così che la sacra città di Bisanzio fu perdente nella storia, perché al teologo favorito dal suo popolo non fu mai perdonato di avere vinto in filosofia.
Ma il divino Gregorio preferiva il turbante turco alla tiara latina
NELL’AUTUNNO del medioevo, che in Oriente era l'alba del rinascimento, un monaco pregò perché gli fosse rivelata la condizione del divino Gregorio Palamas, che da poco tempo era morto. Una notte gli si presentò in sogno una visione. Nel tempio della Divina Sapienza che si trova nella Costantinopoli celeste, di cui il tempio di Haghia Sophia che si trova nella Costantinopoli terrena non è che il rispecchiamento, si stava svolgendo un concilio. Erano allineati il grande Atanasio e con lui Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, e ancora Gregorio di Nissa e il sapiente Cirillo. Stavano discutendo da tempo infinito, ma non riuscivano a trovare una conclusione. Ed ecco, il monaco udì una voce stentorea: «E' impossibile che i presenti ratifichino con il voto le loro decisioni, se anche Gregorio, il metropolita di Tessalonica, non è presente». Ma Gregorio non c'era, perché si trovava a colloquio privato presso il trono dell'Imperatore che è nei cieli, di cui l'imperatore terreno è solo il riflesso. Quando il colloquio finì, e il diacono inviato dai padri comunicò al divino Gregorio che era atteso, questi si recò al concilio e tutti i padri si alzarono in piedi e lo portarono nel mezzo e lo fecero sedere sullo scanno più alto insieme a Basilio, Giovanni e Gregorio. Fu così che tutte le linee teologiche discusse per diverse cause e in diversi tempi Gregorio Palamas le fece convergere in un solo punto, e alla fine il concilio poté sciogliersi perché nessuna cosa non era stata risolta. Il sogno del monaco non si avverò. Il concilio, nella basilica celeste, non è ancora sciolto. Malgrado Gregorio Palamas sia stato santificato e la sua confutazione dell'eresia latina sia stata inserita nel Synodikon dell'ortodossia che si legge ogni anno la domenica dell'ortodossia, gli occidentali non hanno ancora ammesso che la parola di Palamas era assoluta e definitiva e chiudeva ogni possibile dibattito teologico dopo quattordici secoli di cristianesimo. Nella Costantinopoli celeste ancora stridono, a irritare le orecchie del grande Atanasio, e con lui di Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, e di Gregorio di Nissa e del sapiente Cirillo, i sofismi del calabro Barlaam e dell'infido Acindino. Sulla base di sillogismi dialettici, il cui scopo è la confutazione, non è possibile sapere nulla su Dio, affermavano quei cervelli disonesti e venduti. La dottrina greca secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio, che pure è la sola esatta, e quella latina secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, che pure è erronea, si equivalgono, arguivano ipocritamente. Con questo ragionamento falso cercavano di ingraziarsi il papa di Roma, poiché ritenevano che la Chiesa cattolica fosse per Bisanzio un pericolo minore dell'Islam. Al contrario Gregorio preferiva il turbante turco alla tiara latina. Fu così che la sacra città di Bisanzio fu perdente nella storia, perché al teologo favorito dal suo popolo non fu mai perdonato di avere vinto in filosofia.
Cesare Lombroso 1835 - 1909
La Stampa Tuttolibri 2.8.03
La bottega di Lombroso
di Oddone Camerana
PASSANO i secoli, ma il "romanzo" di Cesare Lombroso e la sua annessa bottega ottocentesca di strumenti di misurazione e di messaggi sulla fatalità biologica dell'uomo, sul male incarnato, sulla pazzia del genio e sulla necessità sociale della devianza, non smettono di affascinare gli studiosi del medico legale veronese trapiantato a Torino. Definito un caffè eccitante dal sociologo francese suo contemporaneo, Gabriel Tarde, tale ce lo ripresenta Delia Frigessi nel bel libro che la studiosa gli dedica, rintracciando da autentica detective le infinite trame della cultura che portano al suo nome. Sullo sfondo della biblioteca-laboratorio nei cui scaffali le tabelle, i diagrammi e le statistiche si mescolano a oftalmoscopi, bilance, craniometri, scalpelli e oscilloscopi, si addensa il cumulo delle teorie più brucianti del suo secolo e di quello successivo: teorie della vita, del principio del vivente, del vitalismo, dei confini tra fisiologia e patologia, dei sogni, dell'inconscio e del determinismo biologico-genetico. La medicina era in fase di conquista, si affermava la scuola materialistica, l'uomo era il nuovo dio e l'antropologia la nuova teologia. D'altra parte, dopo Copernico e Darwin l'uomo non era più al centro né dell'universo, né del mondo animato. Di lì a poco Freud e Samuel Butler avrebbero messo in discussione anche la unicità di ognuno nei riguardi del prossimo e del mondo nascente delle macchine. Pessimismo e ottimismo si contendevano dunque le coscienze dell'epoca. Al centro di tutto questo stava il problema del controllo della violenza, problema che si riproponeva in quella che, per distinguerla dalle società arcaiche, Lombroso definiva la società "della frode", nella quale era comparsa la malattia mentale. Dimenticata da secoli, era stata isolata a partire dal momento in cui la rivoluzione industriale aveva attinto molti dei suoi primi addetti pescando nella massa indistinta di mendicanti, randagi, vagabondi, orfani, idioti, delinquenti rinchiusi nelle case di segregazione, ad eccezione dei folli però, per i quali, considerati mano d'opera inutilizzabile, erano stati aperti i primi manicomi specializzati. Fu a quel momento che la medicina si pose al servizio dell'espansione economica e si configurò come scienza volta a crescere il potere dello stato. Che fare dei matti se non studiarli per prima cosa, considerando la loro propensione a delinquere? Cosa produce il delitto e la follia? La follia è una malattia dello spirito o del corpo? Se criminalità e malattia mentale sono contigui, l'autore del delitto è responsabile e punibile? E chi lo stabilisce? Che dire del criminale politico che agisce lucidamente, convinto dell'utilità sociale del suo gesto in difesa degli oppressi? Sono queste alcune delle domande che si addensano sulle scrivanie di coloro - magistrati, medici, criminologi, penalisti, antropologi, psichiatri, politici - che devono affrontare una realtà esplosiva e ai quali Lombroso farà da guida. Gli va riconosciuto il merito di aver concentrato l'attenzione sull'autore del crimine più che sul crimine stesso. Se non che, restando fedele allo spirito positivo dei fatti e dei dati certi, attento ai segni raccolti nei manicomi e nelle carceri - tatuaggi, gerghi, manufatti - segni attraverso i quali il criminale si esprime, è successo che, mosso da spirito etnocentrico e individuando nell'arresto dello sviluppo e nel precipizio in uno stato primordiale selvaggio e atavico la ragione del delinquere, Lombroso abbia dato vita a una scienza dei mostri. Trattandosi di una situazione irrecuperabile, quella di un passato che ritorna è una visione statica e senza speranza. Non si nasce delinquenti ma lo si diventa, osservano marxisti e socialisti, secondo i quali le anomalie fisiche del criminale sarebbero effetto della devianza e non causa. Quest'ultima sarebbe invece economico-sociale, Lombroso avrebbe criminalizzato il Mezzogiorno per facilitare l'egemonia del Nord e facendo un tutt'uno di biologia e sociologia, avrebbe scritto un'antropologia, secondo Pareto, più simile all'astrologia che a una scienza. Il mistero della violenza era sentito fin dall'antichità e la prima raccomandazione per evitare che esplodesse consisteva nell'evitare le occasioni di rivalità mimetica, quelle in cui ognuno copia il prossimo nei suoi desideri al punto di cadere nel suo doppio mostruoso. La lingua francese ha la stessa parola, envie, per designare due moti diversi dell'animo, desiderio e invidia, ma contigui nello sviluppo dall'uno all'altro, e l'Antico Testamento costruisce l'edificio della pace sociale di una comunità sul tenersi lontano dalle situazioni in cui, desiderando secondo un modello, si finisce per esserne gelosi."Non desiderare la roba d'altri" esorta il comandamento a titolo di prevenzione, dopo di che, se non viene rispettato, può succedere di tutto: contagio mimetico di invidie, gelosie, violenze, vendette, ritorsioni, rappresaglie. Precipitata in una situazione di "tutti contro tutti", di perdita di diversità, una vera peste sociale, la comunità contaminata non ritrova l'equilibrio e l'ordine, la cultura con le sue gerarchie, le sue leggi, le sue differenze e le sue trascendenze, se non quando i suoi componenti non si accordano di girare la violenza che li domina scaricandola su di uno, ritenuto responsabile di averla attizzata. Alla luce di questa considerazione - un ritorno al passato equivalente a quello cercato da Lombroso nell'atavismo - definire oggi la percezione che si ha della scienza del medico veronese vuol dire constatare come egli abbia cercato l'invisibile e l'inconoscibile del crimine senza accorgersi di come, invece che nelle stigmate del delinquente, erano da trovarsi nei testi della letteratura, dai vangeli ai romanzi, dove giacevano da tempo purché li si leggesse con spirito antropologico. Il fatto è che la cultura positiva e comparativa aveva degradato i testi evangelici alla stregua dei miti, impedendo che se ne vedesse la lezione di antropologia mimetica che contenevano. Soltanto una lettura sacrificale e non cristiana del crimine ha reso possibile di vedere nel delinquente una forma di regressione atavica. Come la cultura mitica persecutoria vede nel gonfiore del piede di Edipo il segno e la stigmate della supposta colpa commessa verso padre e madre e ne fa la vittima responsabile della peste di Tebe, come le persecuzioni medioevali individuano nel gobbo, nell'ebreo, nella strega i segni dei soggetti da eliminare in quanto pericolosi, così la psichiatria somatica e organicistica, nel nuovo contesto capitalista borghese, rinnova e perpetua la tradizione di organizzare scientificamente gli smaltitoi in cui vanno a finire i segnati del nuovo proletariato. In questo senso si capisce perché Lombroso fosse tanto interessato all'arte dei pazzi. Nella minuzia dei dettagli, nelle proporzioni degli oggetti rappresentati, nell'assenza di prospettiva, nella predilezione degli arabeschi che contraddistingue quella forma d'arte, egli vedeva i segni di quella cultura simbolica di cui l'antichità era depositaria indicando nella vittima sostitutiva il primo simbolo della cultura nonché la formula metonimica del controllo della violenza. Giustamente viene illustrata a fondo la posizione assunta da Lombroso nei riguardi del delitto politico, levatrice del progresso sociale, principio che prefigura il trattamento riservato ai prigionieri politici di oggi. Ma anche qui emerge il desiderio di Lombroso di conciliare cose inconciliabili che risalgono alle contraddizioni della sua psichiatria. Da una parte il fondamento violento della cultura, che egli non riesce cogliere a pieno, incapace di liberarsi dal vincolo dell'atavismo, dall'altra il bisogno di emancipazione cristiana che non si può esprimere organizzando quei luoghi di abbandono dei rifiuti delle carceri che erano i manicomi criminali. Alla fine, sempre alla ricerca della formazione delle idee simbolo della nostra cultura, Lombroso si affida alle scoperte dello spiritismo, del magnetismo, del sonnambulismo, e come disse un suo collega, secondo il quale "sarebbe stato interessante poter provocare in me stesso qualche fenomeno di delirio", partecipa a esperimenti e assiste a spettacoli medianici. Se invece dell'insolito avesse osservato di più il quotidiano, forse sarebbe riuscito a cogliere nell'uomo mimetico quelle "attività non consce" che aveva tanto cercato senza trovarle. Un doveroso accenno anche al testo del professore Pier Luigi Baima Bollone. Se non altro per l'inquadramento dato alla materia storica da lui trattata, inserendola nel fenomeno impressionante e crescente del crimine, una attività che non conosce crisi. In secondo luogo per l'excursus dedicato alla storia della medicina antica e medioevale fino all'individuazione dell'infermità mentale e della fisiognomica dedicata all'aspetto del malato. Da notare poi le pagine riguardanti il filone del razzismo antisemitico a cui si aggiungono quelle di Delia Frigessi, secondo le quali gli scritti lombrosiani sull'atavismo sono serviti al razzismo "interno" nazista bisognoso di un fondamento scientifico che lo orientasse nell'individuazione dell'anormale da incolpare al fine di ritrovare la concordia.
Delia Frigessi, Cesare Lombroso Dall'Antropologia Criminale alla Criminologia, Einaudi, pp. 426, e 34 Pier Luigi Baima Bollone, G. Giappichelli Editore Torino pp. 345, e 30.00
La bottega di Lombroso
di Oddone Camerana
PASSANO i secoli, ma il "romanzo" di Cesare Lombroso e la sua annessa bottega ottocentesca di strumenti di misurazione e di messaggi sulla fatalità biologica dell'uomo, sul male incarnato, sulla pazzia del genio e sulla necessità sociale della devianza, non smettono di affascinare gli studiosi del medico legale veronese trapiantato a Torino. Definito un caffè eccitante dal sociologo francese suo contemporaneo, Gabriel Tarde, tale ce lo ripresenta Delia Frigessi nel bel libro che la studiosa gli dedica, rintracciando da autentica detective le infinite trame della cultura che portano al suo nome. Sullo sfondo della biblioteca-laboratorio nei cui scaffali le tabelle, i diagrammi e le statistiche si mescolano a oftalmoscopi, bilance, craniometri, scalpelli e oscilloscopi, si addensa il cumulo delle teorie più brucianti del suo secolo e di quello successivo: teorie della vita, del principio del vivente, del vitalismo, dei confini tra fisiologia e patologia, dei sogni, dell'inconscio e del determinismo biologico-genetico. La medicina era in fase di conquista, si affermava la scuola materialistica, l'uomo era il nuovo dio e l'antropologia la nuova teologia. D'altra parte, dopo Copernico e Darwin l'uomo non era più al centro né dell'universo, né del mondo animato. Di lì a poco Freud e Samuel Butler avrebbero messo in discussione anche la unicità di ognuno nei riguardi del prossimo e del mondo nascente delle macchine. Pessimismo e ottimismo si contendevano dunque le coscienze dell'epoca. Al centro di tutto questo stava il problema del controllo della violenza, problema che si riproponeva in quella che, per distinguerla dalle società arcaiche, Lombroso definiva la società "della frode", nella quale era comparsa la malattia mentale. Dimenticata da secoli, era stata isolata a partire dal momento in cui la rivoluzione industriale aveva attinto molti dei suoi primi addetti pescando nella massa indistinta di mendicanti, randagi, vagabondi, orfani, idioti, delinquenti rinchiusi nelle case di segregazione, ad eccezione dei folli però, per i quali, considerati mano d'opera inutilizzabile, erano stati aperti i primi manicomi specializzati. Fu a quel momento che la medicina si pose al servizio dell'espansione economica e si configurò come scienza volta a crescere il potere dello stato. Che fare dei matti se non studiarli per prima cosa, considerando la loro propensione a delinquere? Cosa produce il delitto e la follia? La follia è una malattia dello spirito o del corpo? Se criminalità e malattia mentale sono contigui, l'autore del delitto è responsabile e punibile? E chi lo stabilisce? Che dire del criminale politico che agisce lucidamente, convinto dell'utilità sociale del suo gesto in difesa degli oppressi? Sono queste alcune delle domande che si addensano sulle scrivanie di coloro - magistrati, medici, criminologi, penalisti, antropologi, psichiatri, politici - che devono affrontare una realtà esplosiva e ai quali Lombroso farà da guida. Gli va riconosciuto il merito di aver concentrato l'attenzione sull'autore del crimine più che sul crimine stesso. Se non che, restando fedele allo spirito positivo dei fatti e dei dati certi, attento ai segni raccolti nei manicomi e nelle carceri - tatuaggi, gerghi, manufatti - segni attraverso i quali il criminale si esprime, è successo che, mosso da spirito etnocentrico e individuando nell'arresto dello sviluppo e nel precipizio in uno stato primordiale selvaggio e atavico la ragione del delinquere, Lombroso abbia dato vita a una scienza dei mostri. Trattandosi di una situazione irrecuperabile, quella di un passato che ritorna è una visione statica e senza speranza. Non si nasce delinquenti ma lo si diventa, osservano marxisti e socialisti, secondo i quali le anomalie fisiche del criminale sarebbero effetto della devianza e non causa. Quest'ultima sarebbe invece economico-sociale, Lombroso avrebbe criminalizzato il Mezzogiorno per facilitare l'egemonia del Nord e facendo un tutt'uno di biologia e sociologia, avrebbe scritto un'antropologia, secondo Pareto, più simile all'astrologia che a una scienza. Il mistero della violenza era sentito fin dall'antichità e la prima raccomandazione per evitare che esplodesse consisteva nell'evitare le occasioni di rivalità mimetica, quelle in cui ognuno copia il prossimo nei suoi desideri al punto di cadere nel suo doppio mostruoso. La lingua francese ha la stessa parola, envie, per designare due moti diversi dell'animo, desiderio e invidia, ma contigui nello sviluppo dall'uno all'altro, e l'Antico Testamento costruisce l'edificio della pace sociale di una comunità sul tenersi lontano dalle situazioni in cui, desiderando secondo un modello, si finisce per esserne gelosi."Non desiderare la roba d'altri" esorta il comandamento a titolo di prevenzione, dopo di che, se non viene rispettato, può succedere di tutto: contagio mimetico di invidie, gelosie, violenze, vendette, ritorsioni, rappresaglie. Precipitata in una situazione di "tutti contro tutti", di perdita di diversità, una vera peste sociale, la comunità contaminata non ritrova l'equilibrio e l'ordine, la cultura con le sue gerarchie, le sue leggi, le sue differenze e le sue trascendenze, se non quando i suoi componenti non si accordano di girare la violenza che li domina scaricandola su di uno, ritenuto responsabile di averla attizzata. Alla luce di questa considerazione - un ritorno al passato equivalente a quello cercato da Lombroso nell'atavismo - definire oggi la percezione che si ha della scienza del medico veronese vuol dire constatare come egli abbia cercato l'invisibile e l'inconoscibile del crimine senza accorgersi di come, invece che nelle stigmate del delinquente, erano da trovarsi nei testi della letteratura, dai vangeli ai romanzi, dove giacevano da tempo purché li si leggesse con spirito antropologico. Il fatto è che la cultura positiva e comparativa aveva degradato i testi evangelici alla stregua dei miti, impedendo che se ne vedesse la lezione di antropologia mimetica che contenevano. Soltanto una lettura sacrificale e non cristiana del crimine ha reso possibile di vedere nel delinquente una forma di regressione atavica. Come la cultura mitica persecutoria vede nel gonfiore del piede di Edipo il segno e la stigmate della supposta colpa commessa verso padre e madre e ne fa la vittima responsabile della peste di Tebe, come le persecuzioni medioevali individuano nel gobbo, nell'ebreo, nella strega i segni dei soggetti da eliminare in quanto pericolosi, così la psichiatria somatica e organicistica, nel nuovo contesto capitalista borghese, rinnova e perpetua la tradizione di organizzare scientificamente gli smaltitoi in cui vanno a finire i segnati del nuovo proletariato. In questo senso si capisce perché Lombroso fosse tanto interessato all'arte dei pazzi. Nella minuzia dei dettagli, nelle proporzioni degli oggetti rappresentati, nell'assenza di prospettiva, nella predilezione degli arabeschi che contraddistingue quella forma d'arte, egli vedeva i segni di quella cultura simbolica di cui l'antichità era depositaria indicando nella vittima sostitutiva il primo simbolo della cultura nonché la formula metonimica del controllo della violenza. Giustamente viene illustrata a fondo la posizione assunta da Lombroso nei riguardi del delitto politico, levatrice del progresso sociale, principio che prefigura il trattamento riservato ai prigionieri politici di oggi. Ma anche qui emerge il desiderio di Lombroso di conciliare cose inconciliabili che risalgono alle contraddizioni della sua psichiatria. Da una parte il fondamento violento della cultura, che egli non riesce cogliere a pieno, incapace di liberarsi dal vincolo dell'atavismo, dall'altra il bisogno di emancipazione cristiana che non si può esprimere organizzando quei luoghi di abbandono dei rifiuti delle carceri che erano i manicomi criminali. Alla fine, sempre alla ricerca della formazione delle idee simbolo della nostra cultura, Lombroso si affida alle scoperte dello spiritismo, del magnetismo, del sonnambulismo, e come disse un suo collega, secondo il quale "sarebbe stato interessante poter provocare in me stesso qualche fenomeno di delirio", partecipa a esperimenti e assiste a spettacoli medianici. Se invece dell'insolito avesse osservato di più il quotidiano, forse sarebbe riuscito a cogliere nell'uomo mimetico quelle "attività non consce" che aveva tanto cercato senza trovarle. Un doveroso accenno anche al testo del professore Pier Luigi Baima Bollone. Se non altro per l'inquadramento dato alla materia storica da lui trattata, inserendola nel fenomeno impressionante e crescente del crimine, una attività che non conosce crisi. In secondo luogo per l'excursus dedicato alla storia della medicina antica e medioevale fino all'individuazione dell'infermità mentale e della fisiognomica dedicata all'aspetto del malato. Da notare poi le pagine riguardanti il filone del razzismo antisemitico a cui si aggiungono quelle di Delia Frigessi, secondo le quali gli scritti lombrosiani sull'atavismo sono serviti al razzismo "interno" nazista bisognoso di un fondamento scientifico che lo orientasse nell'individuazione dell'anormale da incolpare al fine di ritrovare la concordia.
Delia Frigessi, Cesare Lombroso Dall'Antropologia Criminale alla Criminologia, Einaudi, pp. 426, e 34 Pier Luigi Baima Bollone, G. Giappichelli Editore Torino pp. 345, e 30.00
35" dopo averla sganciata il pilota vedendo gli effetti della bomba sulla città esclamò: "Che cosa abbiamo fatto!?"
Libertà 6.8.03
Hiroshima, 6 agosto 1945
La prima bomba atomica, un giorno per riflettere
di Giovanni Zilioli
Forse, pochi lo ricordano, ma esattamente 58 anni fa, il 6 agosto 1945, il bombardiere statunitense Enola Gay sganciò, per ordine del presidente Harry Truman, la prima bomba atomica sulla città nipponica di Hiroshima, seguita a breve - il nove agosto - dalla seconda, stavolta su Nagasaki. Centoventicinquemila vite vaporizzate, in un amen. Nemmeno la polvere, ne restò. Nemmeno l'ombra. Mutate in fantasmi, in anti materia.
Perché? Per cosa?
(...)
Hiroshima, 6 agosto 1945
La prima bomba atomica, un giorno per riflettere
di Giovanni Zilioli
Forse, pochi lo ricordano, ma esattamente 58 anni fa, il 6 agosto 1945, il bombardiere statunitense Enola Gay sganciò, per ordine del presidente Harry Truman, la prima bomba atomica sulla città nipponica di Hiroshima, seguita a breve - il nove agosto - dalla seconda, stavolta su Nagasaki. Centoventicinquemila vite vaporizzate, in un amen. Nemmeno la polvere, ne restò. Nemmeno l'ombra. Mutate in fantasmi, in anti materia.
Perché? Per cosa?
(...)
Maja Sansa: due risposte sul film di Marco Bellocchio di cui è protagonista
Corriere della Sera 6.8.03
SPETTACOLI
«IL VESTITO DELLA SPOSA»
Maya Sansa: una scena di stupro, ero sconvolta
Di donne in crisi sa qualcosa Maya Sansa, 27enne star di Giordana e Bellocchio, brava e rampante attrice di origine persiana in concorso a Locarno con il film di Fiorella Infascelli «Il vestito della sposa» , in cui è una quasi sposa felice, studentessa di veterinaria, amante della natura, violentata il giorno prima delle nozze da quattro sconosciuti. E poi?
«Scelgo di non denunciarli, di vivere da sola un radicale cambiamento che mi porterà a fare altre scelte di vita, anche sentimentali. Un grande dolore porta a chiudersi in casa, a non parlare con nessuno, così abbandono gli studi e mi metto a fare la pasticcera, finché nasce l'altro amore».
Cognizione del dolore più rimozione del lutto.
«Soprattutto la storia della capacità di rinascere, cosa che mi ha molto colpito. Cosa avrei fatto io? Avrei voluto restare sola. La morale è che dal negativo può nascere il positivo».
La terrorista nel caso Moro, l'infelice vittima di uno stupro: quante pene...
«Io mi trovo bene, anche se farei volentieri una commedia. La scena della violenza non è stata facile. Non l'abbiamo mai provata, ne abbiamo solo parlato, un ciak solo, mi è rimasta negli occhi come una danza tribale e selvaggia».
E con Bellocchio?
«Anche qui una donna turbata, in metamorfosi, in profonda crisi: Moro c'entra e non, non è un film storico, ma esistenziale».
M. Po.
SPETTACOLI
«IL VESTITO DELLA SPOSA»
Maya Sansa: una scena di stupro, ero sconvolta
Di donne in crisi sa qualcosa Maya Sansa, 27enne star di Giordana e Bellocchio, brava e rampante attrice di origine persiana in concorso a Locarno con il film di Fiorella Infascelli «Il vestito della sposa» , in cui è una quasi sposa felice, studentessa di veterinaria, amante della natura, violentata il giorno prima delle nozze da quattro sconosciuti. E poi?
«Scelgo di non denunciarli, di vivere da sola un radicale cambiamento che mi porterà a fare altre scelte di vita, anche sentimentali. Un grande dolore porta a chiudersi in casa, a non parlare con nessuno, così abbandono gli studi e mi metto a fare la pasticcera, finché nasce l'altro amore».
Cognizione del dolore più rimozione del lutto.
«Soprattutto la storia della capacità di rinascere, cosa che mi ha molto colpito. Cosa avrei fatto io? Avrei voluto restare sola. La morale è che dal negativo può nascere il positivo».
La terrorista nel caso Moro, l'infelice vittima di uno stupro: quante pene...
«Io mi trovo bene, anche se farei volentieri una commedia. La scena della violenza non è stata facile. Non l'abbiamo mai provata, ne abbiamo solo parlato, un ciak solo, mi è rimasta negli occhi come una danza tribale e selvaggia».
E con Bellocchio?
«Anche qui una donna turbata, in metamorfosi, in profonda crisi: Moro c'entra e non, non è un film storico, ma esistenziale».
M. Po.
venerdì 1 agosto 2003
razionalismo, illuminismo ateismo
Repubblica, 1.8.03
Esce l´edizione completa della "Guida dei perplessi"
MAIMONIDE, VITE RISCHIOSE DEI FILOSOFI
La lettura di Leo Strauss sul massimo esponente del pensiero ebraico medievale
di FRANCO VOLPI
La Guida dei perplessi di Mosè Maimonide filosofo, medico e giurista originario di Córdoba, massimo esponente del pensiero ebraico medievale è uno di quei libri appassionanti la cui storia meriterebbe di essere raccontata in un romanzo. Scritto nel penultimo decennio del XII secolo in arabo, al Cairo, ma utilizzando le lettere dell´alfabeto ebraico, esso ebbe una vasta diffusione nel Medioevo. Non solo nel mondo arabo e giudaico, ma soprattutto in quello latino grazie a una fortunata versione anonima che consentì ad Alberto Magno e Tommaso d´Aquino di prendere conoscenza delle tesi del grande aristotelico ebreo. Anche nei secoli successivi l'opera continuò a essere letta, e ai tempi dell´illuminismo berlinese, con Moses Mendelssohn, divenne un vero e proprio libro di culto.
Particolarmente meritoria è dunque la prima traduzione italiana integrale, condotta sull´originale arabo, che Mauro Zonta ha realizzato per la Utet (pagg. 812, euro 65). Ma che cosa, di questo vasto trattato teologico-filosofico, attirò l´attenzione di tanti secoli? Chi sono i «perplessi» o dubitantes, secondo la versione latina più tarda cui si rivolge Maimonide? E quale insegnamento intende trasmettere con la sua fortunata Guida?
Conviene, per capirlo, ricordare un antefatto. Nel 1935 in occasione dell´ottavo centenario dalla sua nascita che oggi si sposta al 1138 ci fu un profluvio di studi. Tra questi un appassionante saggio del giovane Leo Strauss intitolato Filosofia e Legge. Contributi alla comprensione di Maimonide e dei suoi precursori. Walter Benjamin aveva in animo di recensirlo nella prospettiva di «una filosofia politica del giudaismo». Ma la recensione non fu mai scritta, e il saggio di Strauss passò quasi inosservato. Rimase una perla per pochi eletti: «La cosa migliore che io abbia scritto», annunciava Strauss a Kojève. «Una professione di ateismo quale più importante soluzione dell´ebraismo», ma «totalmente assurda», commentava Scholem in una lettera a Benjamin.
Proprio questo è il punto interessante. Non si trattava infatti di un ateismo banale, ma di un «ateismo dell´onestà»: esso respinge le credenze e le visioni della religione non perché siano terribili, ma perché sono consolatorie ed edificanti; non perché opprimano l´uomo, ma perché lo illudono e lo ingannano in merito alla durezza del mondo e alla disperata realtà dell´esistenza invitandolo a fuggire in raffigurazioni salvifiche. Egli invece, se è saggio, deve avere l´«onestà» e il coraggio di respingere la religione come autoinganno. L´esercizio della ragione conduce inevitabilmente all´ateismo, e l´«onestà intellettuale» vuole che si riconosca come impossibile ogni mediazione tra la filosofia e la legge, l´ateismo e l´ortodossia religiosa, Atene e Gerusalemme.
Per Strauss, ebreo illuminista e razionalista, ne risulta un inaggirabile aut aut. Un dilemma radicale che turba il sapiente e la sua disposizione a credere, rendendolo perplesso, dubbioso. Se vale l´alternativa secca fra ortodossia e ateismo, l´ebreo come tale deve attenersi all´ortodossia fondata sulla rivelazione e sulla tradizione, rinunciando però alla libertà della ragione. Oppure segue il libero movimento della ragione, ma allora deve abbandonare l´ortodossia e l´ebraismo, e finirà così nell´ateismo. La via che Strauss prospetta per superare tale impasse è un illuminismo che non sia necessariamente ateo, come quello «moderno», ma che si tenga aperto alle originarie radici religiose dell´esperienza umana. Ed egli lo trova storicamente realizzato nel pensiero di Maimonide.
La Guida rappresenta ai suoi occhi il riuscito tentativo di conciliare ebraismo ed aristotelismo, ortodossia e illuminismo, fede e ragione, tradizione e libertà. È la soluzione della radicale perplessità, teorica e pratica, in cui vivono i sapienti. Maimonide conosce la loro difficile situazione: essi fanno filosofia in una comunità politica in cui la tradizione e l´ortodossia basate sulla rivelazione limitano il libero esercizio della ragione. Essi scoprono verità che appaiono in contrasto con la legge, con l´ordine della comunità e con l´opinione popolare, e possono essere comprese solo da chi è preparato a riceverle. I filosofi devono allora ammantarle di un esoterico velo che le nasconda ai molti, trasmettendole solo oralmente, di maestro in discepolo, e praticando altrimenti la «reticenza»: cioè comunicandole, se mai, per vie oblique, tra le righe, secondo quell´«arte della scrittura» con cui essi sanno dire e non dire: di modo che chi è degno capisca, e gli altri nemmeno avvertano.
Secondo l´immagine creata da Strauss, il sapiente si trova a fare filosofia in una «seconda» caverna che sta al di sotto della caverna di cui narra il mito di Platone. La prima caverna, quella platonica, simboleggia i condizionamenti naturali che l´uomo deve superare per poter esercitare liberamente, alla luce del Sole, la ragione. La seconda, quella più profonda immaginata da Strauss, sta a significare i condizionamenti storico-religiosi da cui l´uomo deve affrancarsi per arrivare ad esercitare la ragione naturale, e arrivare alla caverna platonica. Insomma, la Guida può essere letta come un grande trattato teologico-filosofico-politico di immutata attualità. Dove il problema fondamentale, oggi, non è quello di educare l´uomo a uscire dalla caverna di Platone come voleva Hans Blumenberg nel suo Uscite dalla caverna del 1989 ma prima ancora quello di insegnargli a entrare.
Esce l´edizione completa della "Guida dei perplessi"
MAIMONIDE, VITE RISCHIOSE DEI FILOSOFI
La lettura di Leo Strauss sul massimo esponente del pensiero ebraico medievale
di FRANCO VOLPI
La Guida dei perplessi di Mosè Maimonide filosofo, medico e giurista originario di Córdoba, massimo esponente del pensiero ebraico medievale è uno di quei libri appassionanti la cui storia meriterebbe di essere raccontata in un romanzo. Scritto nel penultimo decennio del XII secolo in arabo, al Cairo, ma utilizzando le lettere dell´alfabeto ebraico, esso ebbe una vasta diffusione nel Medioevo. Non solo nel mondo arabo e giudaico, ma soprattutto in quello latino grazie a una fortunata versione anonima che consentì ad Alberto Magno e Tommaso d´Aquino di prendere conoscenza delle tesi del grande aristotelico ebreo. Anche nei secoli successivi l'opera continuò a essere letta, e ai tempi dell´illuminismo berlinese, con Moses Mendelssohn, divenne un vero e proprio libro di culto.
Particolarmente meritoria è dunque la prima traduzione italiana integrale, condotta sull´originale arabo, che Mauro Zonta ha realizzato per la Utet (pagg. 812, euro 65). Ma che cosa, di questo vasto trattato teologico-filosofico, attirò l´attenzione di tanti secoli? Chi sono i «perplessi» o dubitantes, secondo la versione latina più tarda cui si rivolge Maimonide? E quale insegnamento intende trasmettere con la sua fortunata Guida?
Conviene, per capirlo, ricordare un antefatto. Nel 1935 in occasione dell´ottavo centenario dalla sua nascita che oggi si sposta al 1138 ci fu un profluvio di studi. Tra questi un appassionante saggio del giovane Leo Strauss intitolato Filosofia e Legge. Contributi alla comprensione di Maimonide e dei suoi precursori. Walter Benjamin aveva in animo di recensirlo nella prospettiva di «una filosofia politica del giudaismo». Ma la recensione non fu mai scritta, e il saggio di Strauss passò quasi inosservato. Rimase una perla per pochi eletti: «La cosa migliore che io abbia scritto», annunciava Strauss a Kojève. «Una professione di ateismo quale più importante soluzione dell´ebraismo», ma «totalmente assurda», commentava Scholem in una lettera a Benjamin.
Proprio questo è il punto interessante. Non si trattava infatti di un ateismo banale, ma di un «ateismo dell´onestà»: esso respinge le credenze e le visioni della religione non perché siano terribili, ma perché sono consolatorie ed edificanti; non perché opprimano l´uomo, ma perché lo illudono e lo ingannano in merito alla durezza del mondo e alla disperata realtà dell´esistenza invitandolo a fuggire in raffigurazioni salvifiche. Egli invece, se è saggio, deve avere l´«onestà» e il coraggio di respingere la religione come autoinganno. L´esercizio della ragione conduce inevitabilmente all´ateismo, e l´«onestà intellettuale» vuole che si riconosca come impossibile ogni mediazione tra la filosofia e la legge, l´ateismo e l´ortodossia religiosa, Atene e Gerusalemme.
Per Strauss, ebreo illuminista e razionalista, ne risulta un inaggirabile aut aut. Un dilemma radicale che turba il sapiente e la sua disposizione a credere, rendendolo perplesso, dubbioso. Se vale l´alternativa secca fra ortodossia e ateismo, l´ebreo come tale deve attenersi all´ortodossia fondata sulla rivelazione e sulla tradizione, rinunciando però alla libertà della ragione. Oppure segue il libero movimento della ragione, ma allora deve abbandonare l´ortodossia e l´ebraismo, e finirà così nell´ateismo. La via che Strauss prospetta per superare tale impasse è un illuminismo che non sia necessariamente ateo, come quello «moderno», ma che si tenga aperto alle originarie radici religiose dell´esperienza umana. Ed egli lo trova storicamente realizzato nel pensiero di Maimonide.
La Guida rappresenta ai suoi occhi il riuscito tentativo di conciliare ebraismo ed aristotelismo, ortodossia e illuminismo, fede e ragione, tradizione e libertà. È la soluzione della radicale perplessità, teorica e pratica, in cui vivono i sapienti. Maimonide conosce la loro difficile situazione: essi fanno filosofia in una comunità politica in cui la tradizione e l´ortodossia basate sulla rivelazione limitano il libero esercizio della ragione. Essi scoprono verità che appaiono in contrasto con la legge, con l´ordine della comunità e con l´opinione popolare, e possono essere comprese solo da chi è preparato a riceverle. I filosofi devono allora ammantarle di un esoterico velo che le nasconda ai molti, trasmettendole solo oralmente, di maestro in discepolo, e praticando altrimenti la «reticenza»: cioè comunicandole, se mai, per vie oblique, tra le righe, secondo quell´«arte della scrittura» con cui essi sanno dire e non dire: di modo che chi è degno capisca, e gli altri nemmeno avvertano.
Secondo l´immagine creata da Strauss, il sapiente si trova a fare filosofia in una «seconda» caverna che sta al di sotto della caverna di cui narra il mito di Platone. La prima caverna, quella platonica, simboleggia i condizionamenti naturali che l´uomo deve superare per poter esercitare liberamente, alla luce del Sole, la ragione. La seconda, quella più profonda immaginata da Strauss, sta a significare i condizionamenti storico-religiosi da cui l´uomo deve affrancarsi per arrivare ad esercitare la ragione naturale, e arrivare alla caverna platonica. Insomma, la Guida può essere letta come un grande trattato teologico-filosofico-politico di immutata attualità. Dove il problema fondamentale, oggi, non è quello di educare l´uomo a uscire dalla caverna di Platone come voleva Hans Blumenberg nel suo Uscite dalla caverna del 1989 ma prima ancora quello di insegnargli a entrare.
intervista a Marco Bellocchio
Il Gazzettino di Venezia Venerdì, 1 Agosto 2003
Roma
«A me non interessa...»
Roma
«A me non interessa, non essendo uno storico, cercare di scoprire la verità. Io ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente». Marco Bellocchio parla così di "Buongiorno, notte", il film che presenterà in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e uno dei più attesi eventi della rassegna. La pellicola racconta, attraverso gli occhi di una giovane terrorista appartenente alla lotta armata, il sequestro Moro o meglio gli anni di piombo e le contraddizioni di quel periodo. «Oggi - spiega Bellocchio - c'è anche un'esigenza civile e morale, non solo artistica, di "tradire" la storia, nel senso di non subirla fatalmente. Per mia formazione e per ricerca non simpatizzavo per le Br e ho avuto orrore per la conclusione della vicenda Moro, mi sembrava prima di tutto un'azione folle».
«Nell'immaginare il personaggio di Moro - prosegue il regista - spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Mio padre aveva qualcosa in comune con Moro, che peraltro non ho mai conosciuto né visto: anche lui era un uomo molto tenace, un conservatore, che però aveva un'umanità profonda che ho cancellato con la sua morte. L'immagine di mio padre è entrata nel film e ha dato corpo a un personaggio che non ho mai conosciuto. Forse non è un caso la scelta di Herlitzka che è del Nord e parla settentrionale, come mio padre».
Il film si basa su vari documenti, tra cui le lettere di Moro e libri sul caso. «Non ho quasi mai parlato con i brigatisti - spiega Bellocchio - ho avuto un unico incontro breve con Lanfranco Pace quando morì Maccari e venne fuori la versione che Maccari avrebbe ucciso materialmente Moro, perché Gallinari si era messo a piangere e a Moretti si era inceppato il mitra. Pace mi confermò, la notizia era già apparsa sui giornali, che Maccari non voleva uccidere Moro, lo fece per ubbidienza, per disciplina militare e subito dopo sparì dalle Br. Le Br di oggi mi paiono ancor più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo che abbiano molta acqua in cui nuotare. Al tempo stesso - conclude - la storia oggi propone un terrorismo mondiale in cui tutto si moltiplica, la vittima diventa migliaia di vittime. Quando ci fu l'11 settembre ero già alle prese con il progetto di questo film e il dramma mi suggerì di cercare delle strade di racconto diverse. Ho anche seguito un'idea che provava a mettere in relazione tutti questi orfani, i figli dei poliziotti, quelli delle Torri, il nipote di Moro. Ma poi ho lasciato perdere, vedevo il rischio di un parallelismo schematico e mentale».
Roma
«A me non interessa...»
Roma
«A me non interessa, non essendo uno storico, cercare di scoprire la verità. Io ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente». Marco Bellocchio parla così di "Buongiorno, notte", il film che presenterà in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e uno dei più attesi eventi della rassegna. La pellicola racconta, attraverso gli occhi di una giovane terrorista appartenente alla lotta armata, il sequestro Moro o meglio gli anni di piombo e le contraddizioni di quel periodo. «Oggi - spiega Bellocchio - c'è anche un'esigenza civile e morale, non solo artistica, di "tradire" la storia, nel senso di non subirla fatalmente. Per mia formazione e per ricerca non simpatizzavo per le Br e ho avuto orrore per la conclusione della vicenda Moro, mi sembrava prima di tutto un'azione folle».
«Nell'immaginare il personaggio di Moro - prosegue il regista - spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Mio padre aveva qualcosa in comune con Moro, che peraltro non ho mai conosciuto né visto: anche lui era un uomo molto tenace, un conservatore, che però aveva un'umanità profonda che ho cancellato con la sua morte. L'immagine di mio padre è entrata nel film e ha dato corpo a un personaggio che non ho mai conosciuto. Forse non è un caso la scelta di Herlitzka che è del Nord e parla settentrionale, come mio padre».
Il film si basa su vari documenti, tra cui le lettere di Moro e libri sul caso. «Non ho quasi mai parlato con i brigatisti - spiega Bellocchio - ho avuto un unico incontro breve con Lanfranco Pace quando morì Maccari e venne fuori la versione che Maccari avrebbe ucciso materialmente Moro, perché Gallinari si era messo a piangere e a Moretti si era inceppato il mitra. Pace mi confermò, la notizia era già apparsa sui giornali, che Maccari non voleva uccidere Moro, lo fece per ubbidienza, per disciplina militare e subito dopo sparì dalle Br. Le Br di oggi mi paiono ancor più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo che abbiano molta acqua in cui nuotare. Al tempo stesso - conclude - la storia oggi propone un terrorismo mondiale in cui tutto si moltiplica, la vittima diventa migliaia di vittime. Quando ci fu l'11 settembre ero già alle prese con il progetto di questo film e il dramma mi suggerì di cercare delle strade di racconto diverse. Ho anche seguito un'idea che provava a mettere in relazione tutti questi orfani, i figli dei poliziotti, quelli delle Torri, il nipote di Moro. Ma poi ho lasciato perdere, vedevo il rischio di un parallelismo schematico e mentale».
«Bellocchio portabandiera: Bertolucci e i grandi film Usa fuori concorso»
La Gazzetta di Parma 1.8.03
Bellocchio portabandiera
Bertolucci e i grandi film Usa fuori concorso
ROMA - Come sempre la visione d'insieme del cartellone della Mostra di Venezia - che sarà inaugurata il 27 agosto da Anything Else di Woody Allen (ovviamente fuori concorso) - fa oscillare tra eccitazione e smarrimento: tantissimi i titoli, molte le suggestioni e le attese, qualche delusione per mancati arrivi e la curiosità di scoprire il capolavoro ancora inedito.
Sono venti i film del concorso e portano in bella evidenza un'Europa ritornata a parlare con le sue tante lingue e cinematografie spesso ignorate nell'ultimo periodo dai grandi percorsi dei festival internazionali. A fianco di una generazione di maestri consacrati come il nostro Marco Bellocchio, il francese Jacques Doillon che ha girato in Marocco, l'israeliano Amos Gitai, il portoghese Manoel de Oliveira, la tedesca Margarethe von Trotta e l'inglese Michael Winterbottom, si affacciano nuovi talenti che parlano jugoslavo come Srdjan Karanovic, il francese come Bruno Dumont o Noemie Lvovsky, l'italiano come Paolo Benvenuti e Edoardo Winspeare. Altra novità da segnalare è che l'Asia, il cui cinema era dato per perduto a causa di un'epidemia capace di isolare un intero continente dal resto del mondo, porta in concorso invece due dei suoi talenti più attesi come il giapponese Takeshi Kitano e il taiwanese Tsai-Ming Liang.
Si potrebbe obiettare che per un solo film americano in competizione, peraltro firmato da un iberico come Gonzales Inarritu, sono tantissimi quelli fuori concorso. Ma questa non è una novità e sempre più spesso, per giudicare il lavoro di un direttore di Festival, è necessario guardare all'intero menu piuttosto che alle singole sezioni del programma. Altrimenti capita che anche nel giudizio su Venezia 2003 una sezione nominalmente alternativa come «Controcorrente» prometta più del concorso ufficiale. Qui infatti si sprecano i nomi famosi da Sofia Coppola a Lars von Trier, da Goutam Ghose a Ciprì & Maresco fino agli iraniani Jalili e Payami e ai veterani Raoul Ruiz, John Sayles e Peter Greenaway. Chi ha memoria dell'ultimo Festival di Cannes sa bene che la distanza critica tra attese e risultati può rivelarsi dolorosa. E quindi allo stesso modo, nel fare un bilancio preventivo della prossima Mostra di Venezia è opportuno non dolersi troppo delle assenze annunciate (Tarantino, Bergman, Angelopoulos, Virzì) perchè è assai probabile che il giorno di chiusura di Venezia il bilancio risulti radicalmente diverso dalle indiscrezioni della vigilia.
E' facile invece garantire che alla Mostra non mancheranno divi famosi e grandi interpreti tra Sean Penn e George Clooney, da Maya Sansa a Luigi Lo Cascio, da Catherine Deneuve a Tim Robbins, da Omar Sharif a Antonio Banderas, da Nicolas Cage a Woody Allen fino a Catherine Zeta-Jones e Nicole Kidman. In buona sintesi, almeno ad ascoltare i bene informati, la numero 60 sarà una bella edizione della Mostra in cui l'Italia rafforza il suo ruolo di «potenza emergente» senza imporre l'arroganza del padrone di casa visto che si limita a tre film in concorso (di cui due a «Controcorrente») più l'atteso ritorno di Bernardo Bertolucci fuori concorso con The Dreamers.
Se Marco Bellocchio pone di diritto un'ipoteca a un premio maggiore con Buongiorno, notte molti sostengono che le vere rivelazioni del programma potrebbero essere Pornografia di Jan Jakok Kolski o ancora il russo Andrey Zvyagintsev con Il ritorno. Più difficile infine tracciare una mappa e trovare la bussola all'interno della sezione «Nuovi Territori» storicamente rivolta alla sperimentazione, ai nuovi linguaggi, ai formati anomali.
Quel che appare certo, nel diluvio di titoli e autori sconosciuti selezionati per l'occasione è che si impone una via italiana al documentario, genere da tempo abbandonato ed ora riscoperto con reale passione dai più giovani talenti ai cineasti affermati come Wilma Labate o Giuseppe Piccioni o Vincenzo Marra. Questa si annuncia davvero come la novità dell'anno, almeno nell'ottica italiana, e potrebbe essere una buona ragione per far passare alla storia il cartellone della 60/a Mostra, capace di guardare al nuovo senza trascurare i valori della memoria come dimostrano il Leone d'oro a Dino de Laurentiis, il Premio Pasinetti assegnato dai giornalisti cinematografici a Luciano Emmer, il Premio Bianchi che andrà a Nino Manfredi e la grande retrospettiva «L'industria dei prototipi» dedicata ai produttori italiani del tempo che fu.
Bellocchio portabandiera
Bertolucci e i grandi film Usa fuori concorso
ROMA - Come sempre la visione d'insieme del cartellone della Mostra di Venezia - che sarà inaugurata il 27 agosto da Anything Else di Woody Allen (ovviamente fuori concorso) - fa oscillare tra eccitazione e smarrimento: tantissimi i titoli, molte le suggestioni e le attese, qualche delusione per mancati arrivi e la curiosità di scoprire il capolavoro ancora inedito.
Sono venti i film del concorso e portano in bella evidenza un'Europa ritornata a parlare con le sue tante lingue e cinematografie spesso ignorate nell'ultimo periodo dai grandi percorsi dei festival internazionali. A fianco di una generazione di maestri consacrati come il nostro Marco Bellocchio, il francese Jacques Doillon che ha girato in Marocco, l'israeliano Amos Gitai, il portoghese Manoel de Oliveira, la tedesca Margarethe von Trotta e l'inglese Michael Winterbottom, si affacciano nuovi talenti che parlano jugoslavo come Srdjan Karanovic, il francese come Bruno Dumont o Noemie Lvovsky, l'italiano come Paolo Benvenuti e Edoardo Winspeare. Altra novità da segnalare è che l'Asia, il cui cinema era dato per perduto a causa di un'epidemia capace di isolare un intero continente dal resto del mondo, porta in concorso invece due dei suoi talenti più attesi come il giapponese Takeshi Kitano e il taiwanese Tsai-Ming Liang.
Si potrebbe obiettare che per un solo film americano in competizione, peraltro firmato da un iberico come Gonzales Inarritu, sono tantissimi quelli fuori concorso. Ma questa non è una novità e sempre più spesso, per giudicare il lavoro di un direttore di Festival, è necessario guardare all'intero menu piuttosto che alle singole sezioni del programma. Altrimenti capita che anche nel giudizio su Venezia 2003 una sezione nominalmente alternativa come «Controcorrente» prometta più del concorso ufficiale. Qui infatti si sprecano i nomi famosi da Sofia Coppola a Lars von Trier, da Goutam Ghose a Ciprì & Maresco fino agli iraniani Jalili e Payami e ai veterani Raoul Ruiz, John Sayles e Peter Greenaway. Chi ha memoria dell'ultimo Festival di Cannes sa bene che la distanza critica tra attese e risultati può rivelarsi dolorosa. E quindi allo stesso modo, nel fare un bilancio preventivo della prossima Mostra di Venezia è opportuno non dolersi troppo delle assenze annunciate (Tarantino, Bergman, Angelopoulos, Virzì) perchè è assai probabile che il giorno di chiusura di Venezia il bilancio risulti radicalmente diverso dalle indiscrezioni della vigilia.
E' facile invece garantire che alla Mostra non mancheranno divi famosi e grandi interpreti tra Sean Penn e George Clooney, da Maya Sansa a Luigi Lo Cascio, da Catherine Deneuve a Tim Robbins, da Omar Sharif a Antonio Banderas, da Nicolas Cage a Woody Allen fino a Catherine Zeta-Jones e Nicole Kidman. In buona sintesi, almeno ad ascoltare i bene informati, la numero 60 sarà una bella edizione della Mostra in cui l'Italia rafforza il suo ruolo di «potenza emergente» senza imporre l'arroganza del padrone di casa visto che si limita a tre film in concorso (di cui due a «Controcorrente») più l'atteso ritorno di Bernardo Bertolucci fuori concorso con The Dreamers.
Se Marco Bellocchio pone di diritto un'ipoteca a un premio maggiore con Buongiorno, notte molti sostengono che le vere rivelazioni del programma potrebbero essere Pornografia di Jan Jakok Kolski o ancora il russo Andrey Zvyagintsev con Il ritorno. Più difficile infine tracciare una mappa e trovare la bussola all'interno della sezione «Nuovi Territori» storicamente rivolta alla sperimentazione, ai nuovi linguaggi, ai formati anomali.
Quel che appare certo, nel diluvio di titoli e autori sconosciuti selezionati per l'occasione è che si impone una via italiana al documentario, genere da tempo abbandonato ed ora riscoperto con reale passione dai più giovani talenti ai cineasti affermati come Wilma Labate o Giuseppe Piccioni o Vincenzo Marra. Questa si annuncia davvero come la novità dell'anno, almeno nell'ottica italiana, e potrebbe essere una buona ragione per far passare alla storia il cartellone della 60/a Mostra, capace di guardare al nuovo senza trascurare i valori della memoria come dimostrano il Leone d'oro a Dino de Laurentiis, il Premio Pasinetti assegnato dai giornalisti cinematografici a Luciano Emmer, il Premio Bianchi che andrà a Nino Manfredi e la grande retrospettiva «L'industria dei prototipi» dedicata ai produttori italiani del tempo che fu.
Maurizio Porro su Marco Bellocchio e Venezia
Corriere della Sera 1.8.03
L’autore di «Buongiorno, notte»: lo statista assassinato dalle Br mi ricordava mio padre, non mi interessa scoprire la verità sui terroristi
Dal caso Moro a Salvatore Giuliano: sfide del nostro cinema
di Maurizio Porro
Il cinema italiano farà sentire alta e chiara la sua voce a Venezia. Si parte con gli attesi acuti dei maestri coevi Bertolucci e Bellocchio che si passano idealmente il testimone, riprendendo il primo con The Dreamers, fuori concorso, l’utopia del ’68 che finisce con il lancio del porfido dei marciapiedi parigini. «Così finirà male...» dice uno dei tre ragazzi: la traiettoria del lancio per alcuni porterà infatti troppo lontano. Porterà verso il terrorismo di cui si occupa Bellocchio con Buongiorno, notte che ricostruisce più in interni di coscienza che storicamente, attraverso gli occhi di una giovane combattuta terrorista (Maya Sansa), il caso Moro. Dice Bellocchio: «A me non interessa, non essendo uno storico, scoprire la verità. Non ho mai simpatizzato per le brigate rosse, né sposato l’assurda causa di cambiare il mondo ammazzando gente. Ho parlato poco con i terroristi, oggi che il fenomeno è cambiato, diventato globale. Ma mi è venuto in mente mio padre, che aveva qualcosa in comune con Moro. Un uomo tenace e conservatore con una profonda umanità». Nel cast Luigi Lo Cascio e Roberto Herlitzka (un somigliante Moro). A testimoniare il rinnovato impegno del nostro cinema ecco in gara il severo Paolo Benvenuti che riesplora con Segreti di Stato la storia di Salvatore Giuliano e la strage di Portella delle Ginestre. Non in contrasto col capolavoro di Rosi, ma forse avendo potuto approfondire i fatti, vedere i documenti, anche quelli usciti di recente da Washington. Ma la sostanza dell’accusa non cambia: il film chiama in causa, con nomi e cognomi, la mafia, la Dc, il Vaticano, la Cia, da Andreotti a Pio XII, preoccupando non poco il produttore eroe Domenico Procacci.
In concorso ci sarà anche il neofita 38enne Edoardo Winspeare, pugliese di origini anglo-austriache, già autore di due film geniali (Sangue vivo e Pizzicata), contentissimo di esserci anche se consapevole dei rischi dell’arena del Lido. «Specie con Miracolo in cui tratto temi massimalisti, un dodicenne che uscito da uno choc dopo un incidente viene creduto capace di miracoli e vede una luce che forse è Dio. S’immagini lei. Girando con cifra realistica, ma con spazio per la dimensione onirica, per la sospensione del tempo».
Il nostro cinema ha di nuovo messo i pugni in tasca, riflette in modo critico sulla storia. Nella sezione «Controcorrente», il già tanto discusso Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco, maxi provocazione horror sociale, in gotico palermitano, verso il B movie anni ’50. Si racconta della Trinacria Film, sgangherata produzione d’epoca, compromessa con la mafia. Robert Englund, il mostro di Nightmare, è nel ruolo di Cagliostro, mago e alchimista di origine palermitana. «E’ il nostro film più divertente - dicono gli "scandalosi" autori rifiutati a Cannes - e che ha maggiori possibilità di coinvolgere il pubblico». Nella stessa sezione c’è Liberi di Tavarelli, che torna al tema del lavoro, molto frequentato dal cinema europeo d’oggi, con la storia di una fabbrica che chiude e una famiglia che si sfascia. «Il titolo - dice il regista - esprime il tentativo di vivere secondo la libertà personale, di esprimersi per come si è dentro, sia dentro che fuori casa».
E poi ci sono le feste e gli omaggi, che partono col Leone alla carriera a quel ragazzino ottantatreenne di Dino De Laurentiis, con il premio Bianchi al caro Manfredi. E i libri: uno sulla Biennale e le storie della laguna, uno di Silvio Danese Anni fuggenti, 30 autoritratti di gloriose cine-personalità, Capitani coraggiosi, volume sui produttori italiani dal ’45 al ’75 cui è dedicata la retrospettiva. Infine l’omaggio a Zavattini di Lizzani, il profetico blob tv di san Fellini, il nuovo film di Emmer con la Ferilli, i molti titoli nella sezione Nuovi Territori. E Ballo a tre passi di Salvatore Mereu alla Settimana della Critica, storia molto truffautiana di un gruppo di bambini sardi che nella loro vita non hanno mai visto il mare.
L’autore di «Buongiorno, notte»: lo statista assassinato dalle Br mi ricordava mio padre, non mi interessa scoprire la verità sui terroristi
Dal caso Moro a Salvatore Giuliano: sfide del nostro cinema
di Maurizio Porro
Il cinema italiano farà sentire alta e chiara la sua voce a Venezia. Si parte con gli attesi acuti dei maestri coevi Bertolucci e Bellocchio che si passano idealmente il testimone, riprendendo il primo con The Dreamers, fuori concorso, l’utopia del ’68 che finisce con il lancio del porfido dei marciapiedi parigini. «Così finirà male...» dice uno dei tre ragazzi: la traiettoria del lancio per alcuni porterà infatti troppo lontano. Porterà verso il terrorismo di cui si occupa Bellocchio con Buongiorno, notte che ricostruisce più in interni di coscienza che storicamente, attraverso gli occhi di una giovane combattuta terrorista (Maya Sansa), il caso Moro. Dice Bellocchio: «A me non interessa, non essendo uno storico, scoprire la verità. Non ho mai simpatizzato per le brigate rosse, né sposato l’assurda causa di cambiare il mondo ammazzando gente. Ho parlato poco con i terroristi, oggi che il fenomeno è cambiato, diventato globale. Ma mi è venuto in mente mio padre, che aveva qualcosa in comune con Moro. Un uomo tenace e conservatore con una profonda umanità». Nel cast Luigi Lo Cascio e Roberto Herlitzka (un somigliante Moro). A testimoniare il rinnovato impegno del nostro cinema ecco in gara il severo Paolo Benvenuti che riesplora con Segreti di Stato la storia di Salvatore Giuliano e la strage di Portella delle Ginestre. Non in contrasto col capolavoro di Rosi, ma forse avendo potuto approfondire i fatti, vedere i documenti, anche quelli usciti di recente da Washington. Ma la sostanza dell’accusa non cambia: il film chiama in causa, con nomi e cognomi, la mafia, la Dc, il Vaticano, la Cia, da Andreotti a Pio XII, preoccupando non poco il produttore eroe Domenico Procacci.
In concorso ci sarà anche il neofita 38enne Edoardo Winspeare, pugliese di origini anglo-austriache, già autore di due film geniali (Sangue vivo e Pizzicata), contentissimo di esserci anche se consapevole dei rischi dell’arena del Lido. «Specie con Miracolo in cui tratto temi massimalisti, un dodicenne che uscito da uno choc dopo un incidente viene creduto capace di miracoli e vede una luce che forse è Dio. S’immagini lei. Girando con cifra realistica, ma con spazio per la dimensione onirica, per la sospensione del tempo».
Il nostro cinema ha di nuovo messo i pugni in tasca, riflette in modo critico sulla storia. Nella sezione «Controcorrente», il già tanto discusso Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco, maxi provocazione horror sociale, in gotico palermitano, verso il B movie anni ’50. Si racconta della Trinacria Film, sgangherata produzione d’epoca, compromessa con la mafia. Robert Englund, il mostro di Nightmare, è nel ruolo di Cagliostro, mago e alchimista di origine palermitana. «E’ il nostro film più divertente - dicono gli "scandalosi" autori rifiutati a Cannes - e che ha maggiori possibilità di coinvolgere il pubblico». Nella stessa sezione c’è Liberi di Tavarelli, che torna al tema del lavoro, molto frequentato dal cinema europeo d’oggi, con la storia di una fabbrica che chiude e una famiglia che si sfascia. «Il titolo - dice il regista - esprime il tentativo di vivere secondo la libertà personale, di esprimersi per come si è dentro, sia dentro che fuori casa».
E poi ci sono le feste e gli omaggi, che partono col Leone alla carriera a quel ragazzino ottantatreenne di Dino De Laurentiis, con il premio Bianchi al caro Manfredi. E i libri: uno sulla Biennale e le storie della laguna, uno di Silvio Danese Anni fuggenti, 30 autoritratti di gloriose cine-personalità, Capitani coraggiosi, volume sui produttori italiani dal ’45 al ’75 cui è dedicata la retrospettiva. Infine l’omaggio a Zavattini di Lizzani, il profetico blob tv di san Fellini, il nuovo film di Emmer con la Ferilli, i molti titoli nella sezione Nuovi Territori. E Ballo a tre passi di Salvatore Mereu alla Settimana della Critica, storia molto truffautiana di un gruppo di bambini sardi che nella loro vita non hanno mai visto il mare.
Le Scienze: formazione musicale e memoria verbale
Le Scienze 31.07.2003
La musica rafforza la memoria verbale
L'istruzione musicale modifica la parte sinistra del cervello
Secondo uno studio pubblicato sul numero di luglio della rivista "Neuropsychology" (http://www.apa.org/journals/neu.html), i bambini che hanno ricevuto un'istruzione musicale presentano una memoria verbale significativamente migliore di quelli che non l'hanno ricevuta. Inoltre, più a lungo hanno studiato musica, meglio funziona la loro memoria. Queste scoperte sottolineano un fatto già noto: quando un'esperienza modifica una particolare regione cerebrale, anche le altre funzioni di quella regione ne possono ricevere un beneficio. Si tratta di un tipo di effetto collaterale cognitivo che, oltre che favorire i bambini sani, potrebbe aiutare nella cura dei pazienti con danni al cervello.
Gli psicologi dell'Università Cinese di Hong Kong hanno studiato 90 ragazzi fra i sei e i quindici anni di età. Metà di questi avevano seguito lezioni di musica in quanto membri dell'orchestra d'archi della loro scuola, oltre che lezioni di musica classica con strumenti occidentali, per un periodo da uno a cinque anni. Gli altri 45 erano compagni di scuola privi di istruzione musicale. I ricercatori, guidati da Agnes S. Chan, hanno sottoposto i bambini a esercizi di memoria verbale per vedere quante parole erano in grado di ricordare da una lista e a esercizi di memoria visiva, simili ai precedenti ma con immagini al posto delle parole.
Gli studenti che avevano seguito le lezioni di musica erano in grado di ricordare un numero di parole significativamente superiore agli altri. L'effetto era tanto maggiore quanto più lunga era la durata degli studi musicali sostenuti. Per quello che riguarda la memoria visiva, invece, non si è osservata alcuna differenza sostanziale.
Gli autori concludono che anche pochi anni di istruzione musicale possono migliorare la memoria verbale, a causa di una maggiore riorganizzazione corticale nella regione temporale sinistra. In altre parole, lo studio della musica stimola la parte sinistra del cervello, la stessa area che gestisce funzioni come l'apprendimento verbale.
Yim-Chi Ho, Mei-Chun Cheung, Agnes S. Chan, Music Training Improves Verbal but Not Visual Memory: Cross-Sectional and Longitudinal Explorations in Children. Neuropsychology, Vol. 17, No. 3 (2003)
La musica rafforza la memoria verbale
L'istruzione musicale modifica la parte sinistra del cervello
Secondo uno studio pubblicato sul numero di luglio della rivista "Neuropsychology" (http://www.apa.org/journals/neu.html), i bambini che hanno ricevuto un'istruzione musicale presentano una memoria verbale significativamente migliore di quelli che non l'hanno ricevuta. Inoltre, più a lungo hanno studiato musica, meglio funziona la loro memoria. Queste scoperte sottolineano un fatto già noto: quando un'esperienza modifica una particolare regione cerebrale, anche le altre funzioni di quella regione ne possono ricevere un beneficio. Si tratta di un tipo di effetto collaterale cognitivo che, oltre che favorire i bambini sani, potrebbe aiutare nella cura dei pazienti con danni al cervello.
Gli psicologi dell'Università Cinese di Hong Kong hanno studiato 90 ragazzi fra i sei e i quindici anni di età. Metà di questi avevano seguito lezioni di musica in quanto membri dell'orchestra d'archi della loro scuola, oltre che lezioni di musica classica con strumenti occidentali, per un periodo da uno a cinque anni. Gli altri 45 erano compagni di scuola privi di istruzione musicale. I ricercatori, guidati da Agnes S. Chan, hanno sottoposto i bambini a esercizi di memoria verbale per vedere quante parole erano in grado di ricordare da una lista e a esercizi di memoria visiva, simili ai precedenti ma con immagini al posto delle parole.
Gli studenti che avevano seguito le lezioni di musica erano in grado di ricordare un numero di parole significativamente superiore agli altri. L'effetto era tanto maggiore quanto più lunga era la durata degli studi musicali sostenuti. Per quello che riguarda la memoria visiva, invece, non si è osservata alcuna differenza sostanziale.
Gli autori concludono che anche pochi anni di istruzione musicale possono migliorare la memoria verbale, a causa di una maggiore riorganizzazione corticale nella regione temporale sinistra. In altre parole, lo studio della musica stimola la parte sinistra del cervello, la stessa area che gestisce funzioni come l'apprendimento verbale.
Yim-Chi Ho, Mei-Chun Cheung, Agnes S. Chan, Music Training Improves Verbal but Not Visual Memory: Cross-Sectional and Longitudinal Explorations in Children. Neuropsychology, Vol. 17, No. 3 (2003)
giovedì 31 luglio 2003
la Festa Nazionale dell'Unità quest'anno sarà a Bologna, al Parco Nord - Via Stalingrado: dal 28 agosto al 22 settembre...
(... proprio come nel 1980...)
«il Circuito Nazionale Feste de l'Unità sta allestendo una TV satellitare che trasmetterà per l'intero periodo della festa.
L'organizzazione è in cerca di idee e proposte per i programmi. Se sei un aspirante regista, operatore di camera, fotografo, se ne conosci qualcuno, o sei semplicemente interessato a ricevere via e-mail il programma del palinsesto visita il sito delle Feste de l'Unità: http://www.festaunita.it»
«L'iniziativa è per noi molto impegnativa e potrà avere successo se sarà supportata "dal basso" grazie al sostegno e alla partecipazione di chi la guarda. Per questo abbiamo bisogno di idee, di proposte, anche di un contributo di compagni, amici e militanti con la videocamera. (collaborazioni@festaunita.it oppure info@festaunita.it). Indicateci cose che avete visto e che secondo voi sono importanti da valorizzare, proponete idee di programmi da realizzare alla festa, indicateci televisioni locali che potrebbero collaborare al progetto.
Spediteci materiali, clip, interviste, cortometraggi, documentari a questo indirizzo:
Arianna Camellini, c/o Federazione bolognese dei DS, via della Beverara 9, 40131 Bologna.
Li guarderemo e quando possibile, li manderemo in onda»
«il Circuito Nazionale Feste de l'Unità sta allestendo una TV satellitare che trasmetterà per l'intero periodo della festa.
L'organizzazione è in cerca di idee e proposte per i programmi. Se sei un aspirante regista, operatore di camera, fotografo, se ne conosci qualcuno, o sei semplicemente interessato a ricevere via e-mail il programma del palinsesto visita il sito delle Feste de l'Unità: http://www.festaunita.it»
«L'iniziativa è per noi molto impegnativa e potrà avere successo se sarà supportata "dal basso" grazie al sostegno e alla partecipazione di chi la guarda. Per questo abbiamo bisogno di idee, di proposte, anche di un contributo di compagni, amici e militanti con la videocamera. (collaborazioni@festaunita.it oppure info@festaunita.it). Indicateci cose che avete visto e che secondo voi sono importanti da valorizzare, proponete idee di programmi da realizzare alla festa, indicateci televisioni locali che potrebbero collaborare al progetto.
Spediteci materiali, clip, interviste, cortometraggi, documentari a questo indirizzo:
Arianna Camellini, c/o Federazione bolognese dei DS, via della Beverara 9, 40131 Bologna.
Li guarderemo e quando possibile, li manderemo in onda»
da adesso è ufficiale: Marco Bellocchio, con Buongiorno Notte, in concorso a Venezia per il Leone d'Oro!
Repubblica online 31.7.03
Festival di Venezia, dal 27 agosto al 6 settembre
Presentata l'edizione numero 60, con una folta pattuglia
di titoli italiani: in gara Bellocchio, Benvenuti e Winspeare
(...) ma [Bertolucci e] i film Usa scelgono di stare fuori concorso
di Claudia Morgoglione
(...)
Tra le pellicole lunghe, tre sono inserite nel concorso principale, quello chiamato Venezia 60, e che assegna il Leone d'Oro: Buongiorno notte di Marco Bellocchio, con Luigi Lo Cascio; Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, una ricostruzione inedita della strage mafiosa di Portella della Ginestra; Il miracolo di Edoardo Winspeare, ambientato a Taranto. Mentre The dreamers, l'attesissima opera di Bernardo Bertolucci ambientata negli anni della contestazione, è presente fuori concorso.
Il Riformista 31 Luglio 2003
VENEZIA. CINEMA
Ma com'è di sinistra la Biennale di destra
Moritz de Hadeln sa di essere sotto tiro. Benché abbia cambiato la suoneria del suo cellulare, che fino a pochi mesi fa replicava le note dell'Internazionale, questo sessantenne anglo-svizzero, esperto nel maneggiare cine-festival (Locarno, Berlino), continua a non piacere al centrodestra, che pure gli ha consegnato il timone della prestigiosa Mostra di Venezia. In verità fu Franco Bernabè, manager scelto dal ministro Urbani per presiedere la Biennale, a nominarlo due anni fa, chiudendo così una brutta storia di nomi bruciati e dinieghi imbarazzati. Lo straniero, fatto passare per "tecnico" puro, doveva salvare l'edizione del 2002 e fare le valigie: invece è ancora al Lido, e chissà che non vi resti a lungo. Lui ci tiene. Bernabè, pur pensando a un candidato diverso, più giovane, se possibile italiano, non sembra intenzionato a smuovere più di tanto le acque. E il centrodestra? Mugugna, s'incazza e abbozza.
L'anno scorso, dopo il film collettivo sull'11 Settembre, considerato antiamericano, e il Leone d'oro a Magdalene, considerato anticattolico, de Hadeln fu messo sulla graticola dal consigliere Valerio Riva, il quale minacciò addirittura provvedimenti disciplinari. E anche Urbani, pur attenendosi ad una linea più diplomatica, fece filtrare qualche disappunto rispetto alla linea estetico-culturale della Mostra.
Risultato: un piccolo paradosso destinato a rinnovarsi anche quest'anno, in occasione del sessantesimo. Proprio stamattina il direttore rivelerà il menù del festival (27 agosto-6 settembre), che si annuncia più "di sinistra" e antagonista che mai. Roba da far venire il mal di pancia a Riva, che non mancherà di esternare il proprio disappunto. Coi suoi fidati selezionatori, quasi tutti di area ulivista (da Silvio Danese a Oscar Iarussi, da Tilde Corsi a Serafino Murri), de Hadeln ha messo a punto, infatti, un palinsesto fortemente politicizzato, hollywoodiano con giudizio, certo non rassicurante. Pensate: con I sognatori Bernardo Bertolucci, al suo ritorno a sei anni da L'assedio, racconta in una chiave ideologico-scandalosa il Sessantotto francese, allestendo un triangolo adolescenziale sessualmente disinibito; con Buongiorno notte, da un verso di Emily Dickinson*, Marco Bellocchio ricostruisce il sequestro Moro dal punto di vista dei carcerieri che tennero in ostaggio, in quei lunghi 55 giorni, lo statista dc (Roberto Herlitzka incarna "il prigioniero", Luigi Lo Cascio e Maya Sansa i brigatisti Mario Moretti e Anna Laura Braghetti); con Segreti di Stato Paolo Benvenuti, cineasta marxista con la passione di Dreyer e Bresson, riscrive la dinamica della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947, undici morti e ventisette feriti sul terreno), tirando in ballo, sulla base di documenti de-secretati trovati a Washington, l'intervento dei servizi segreti americani in quella pagina oscura di storia patria. Forse ci sarà anche Ettore Scola col suo Gente di Roma, che si chiude con la manifestazione dei girotondi del 14 settembre 2002. De Hadeln si confessa sereno: sono film belli, Venezia non poteva rifiutarli. Ma vedrete che il centrodestra, ritenendosi truffato, alla fine chiederà di nuovo la testa del direttore «venuto dal freddo».
*Good Morning - Midnight -
I'm coming Home -
Day - got tired of Me -
How could I - of Him?
Sunshine was a sweet place -
I liked to stay -
But Morn - did'nt want me - now -
So - Goodnight - Day!
I can look - cant I -
When the East is Red?
The Hills - have a way - then -
That puts the Heart - abroad -
You - are not so fair - Midnight -
I chose - Day -
But - please take a little Girl -
He turned away!
(di Emily Dickinson)
...e questa che segue è una traduzione, tratta da http://www.incipitario.com/ed0421-0500.html:
Buongiorno - Mezzanotte -
Sto tornando a Casa -
Il Giorno - si è stancato di Me -
Come potrei Io - di Lui?
La luce del sole era un dolce luogo -
Mi piaceva starci -
Ma il Mattino - non mi voleva - ormai -
Così - Buonanotte - Giorno!
Posso guardare - dai -
Quando è Rosso ad Oriente?
Le Colline - hanno un aspetto - allora -
Che fa traboccare - il Cuore -
Tu - non sei così bella - Mezzanotte -
Io scelsi -il Giorno -
Ma - per favore prendi una Ragazzina -
Che Lui ha cacciato via!
Festival di Venezia, dal 27 agosto al 6 settembre
Presentata l'edizione numero 60, con una folta pattuglia
di titoli italiani: in gara Bellocchio, Benvenuti e Winspeare
(...) ma [Bertolucci e] i film Usa scelgono di stare fuori concorso
di Claudia Morgoglione
(...)
Tra le pellicole lunghe, tre sono inserite nel concorso principale, quello chiamato Venezia 60, e che assegna il Leone d'Oro: Buongiorno notte di Marco Bellocchio, con Luigi Lo Cascio; Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, una ricostruzione inedita della strage mafiosa di Portella della Ginestra; Il miracolo di Edoardo Winspeare, ambientato a Taranto. Mentre The dreamers, l'attesissima opera di Bernardo Bertolucci ambientata negli anni della contestazione, è presente fuori concorso.
Il Riformista 31 Luglio 2003
VENEZIA. CINEMA
Ma com'è di sinistra la Biennale di destra
Moritz de Hadeln sa di essere sotto tiro. Benché abbia cambiato la suoneria del suo cellulare, che fino a pochi mesi fa replicava le note dell'Internazionale, questo sessantenne anglo-svizzero, esperto nel maneggiare cine-festival (Locarno, Berlino), continua a non piacere al centrodestra, che pure gli ha consegnato il timone della prestigiosa Mostra di Venezia. In verità fu Franco Bernabè, manager scelto dal ministro Urbani per presiedere la Biennale, a nominarlo due anni fa, chiudendo così una brutta storia di nomi bruciati e dinieghi imbarazzati. Lo straniero, fatto passare per "tecnico" puro, doveva salvare l'edizione del 2002 e fare le valigie: invece è ancora al Lido, e chissà che non vi resti a lungo. Lui ci tiene. Bernabè, pur pensando a un candidato diverso, più giovane, se possibile italiano, non sembra intenzionato a smuovere più di tanto le acque. E il centrodestra? Mugugna, s'incazza e abbozza.
L'anno scorso, dopo il film collettivo sull'11 Settembre, considerato antiamericano, e il Leone d'oro a Magdalene, considerato anticattolico, de Hadeln fu messo sulla graticola dal consigliere Valerio Riva, il quale minacciò addirittura provvedimenti disciplinari. E anche Urbani, pur attenendosi ad una linea più diplomatica, fece filtrare qualche disappunto rispetto alla linea estetico-culturale della Mostra.
Risultato: un piccolo paradosso destinato a rinnovarsi anche quest'anno, in occasione del sessantesimo. Proprio stamattina il direttore rivelerà il menù del festival (27 agosto-6 settembre), che si annuncia più "di sinistra" e antagonista che mai. Roba da far venire il mal di pancia a Riva, che non mancherà di esternare il proprio disappunto. Coi suoi fidati selezionatori, quasi tutti di area ulivista (da Silvio Danese a Oscar Iarussi, da Tilde Corsi a Serafino Murri), de Hadeln ha messo a punto, infatti, un palinsesto fortemente politicizzato, hollywoodiano con giudizio, certo non rassicurante. Pensate: con I sognatori Bernardo Bertolucci, al suo ritorno a sei anni da L'assedio, racconta in una chiave ideologico-scandalosa il Sessantotto francese, allestendo un triangolo adolescenziale sessualmente disinibito; con Buongiorno notte, da un verso di Emily Dickinson*, Marco Bellocchio ricostruisce il sequestro Moro dal punto di vista dei carcerieri che tennero in ostaggio, in quei lunghi 55 giorni, lo statista dc (Roberto Herlitzka incarna "il prigioniero", Luigi Lo Cascio e Maya Sansa i brigatisti Mario Moretti e Anna Laura Braghetti); con Segreti di Stato Paolo Benvenuti, cineasta marxista con la passione di Dreyer e Bresson, riscrive la dinamica della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947, undici morti e ventisette feriti sul terreno), tirando in ballo, sulla base di documenti de-secretati trovati a Washington, l'intervento dei servizi segreti americani in quella pagina oscura di storia patria. Forse ci sarà anche Ettore Scola col suo Gente di Roma, che si chiude con la manifestazione dei girotondi del 14 settembre 2002. De Hadeln si confessa sereno: sono film belli, Venezia non poteva rifiutarli. Ma vedrete che il centrodestra, ritenendosi truffato, alla fine chiederà di nuovo la testa del direttore «venuto dal freddo».
*Good Morning - Midnight -
I'm coming Home -
Day - got tired of Me -
How could I - of Him?
Sunshine was a sweet place -
I liked to stay -
But Morn - did'nt want me - now -
So - Goodnight - Day!
I can look - cant I -
When the East is Red?
The Hills - have a way - then -
That puts the Heart - abroad -
You - are not so fair - Midnight -
I chose - Day -
But - please take a little Girl -
He turned away!
(di Emily Dickinson)
...e questa che segue è una traduzione, tratta da http://www.incipitario.com/ed0421-0500.html:
Buongiorno - Mezzanotte -
Sto tornando a Casa -
Il Giorno - si è stancato di Me -
Come potrei Io - di Lui?
La luce del sole era un dolce luogo -
Mi piaceva starci -
Ma il Mattino - non mi voleva - ormai -
Così - Buonanotte - Giorno!
Posso guardare - dai -
Quando è Rosso ad Oriente?
Le Colline - hanno un aspetto - allora -
Che fa traboccare - il Cuore -
Tu - non sei così bella - Mezzanotte -
Io scelsi -il Giorno -
Ma - per favore prendi una Ragazzina -
Che Lui ha cacciato via!
grandi fondazioni teoriche...
Gazzetta di Parma 31.7.03
Lo psichiatra Fausto Manara svela segreti dell'intelligenza in «Il sale in zucca» (Sperling&Kupfer)
Un cervello per amico
di Silvia Ugolotti
Un gigante che sonnecchia, il cervello. L'intelligenza un bradipo a riposo: «L'uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori e guardate quanto è stupido», disse Elias Canetti.
«Il sale in zucca» (Sperling&Kupfer, 233 pagine, 15 euro), proprio quello che manca, ora che, usare la testa, sembra sia diventato un sogno impossibile.
Fausto Manara, psichiatra e autore di questo saggio che dalla stupidità ci vuole salvare, intravede una speranza. Vivere con la mente e con il cuore, un efficace antidoto alla pigrizia dei neuroni. Un modo per sfuggire a comportamenti sconclusionati che non derivano dalla miseria cerebrale, ma dal cattivo uso delle risorse in nostro possesso.
Quello che Manara propone è un viaggio alla scoperta: di un modo di sentire, osservare e comportarsi. La capacità di evitare ogni atteggiamento o pensiero estremo, pena il rischio di scavare pericolose distanze tra noi e gli altri. Tra noi e noi stessi. Senza escludere l'importanza di imparare a ricomporre le piccole fratture quotidiane, lasciando spazio alla creatività e a nuove strategie di azione. I sensi all'erta, onorando emozioni e bisogni, innamorandosi della vita con ironia. In una parola buonsenso.
Spesso ci spiega l'autore, «intelligenza e stupidità seguano una sorta di bioritmo. Così come ci sono fasi di sonno e di veglia, di tonicità e spossatezza, altrettanto si alternano i due poli dell'agire. Con prevalenza dell'uno o dell'altro, a seconda dei soggetti e della loro predisposizione».
Cosa saggia, essere abili nel mantenersi in stretto contatto con la nostra intelligenza per poter avere la consapevolezza di essere stupidi. Detto così sembra facile. Ma anche metterlo in pratica lo è, sostiene Manara.
Intelligenti non solo si nasce. Soprattutto si diventa. Con l'allenamento. Tutti veniamo al mondo dotati di uno sbalorditivo biocomputer. Una sorta di premio in partenza. Perché possa funzionare bene è necessaria una seria e costante manutenzione con gli strumenti che abbiamo a portata di testa. Dalla fantasia all'autocritica. Dalla curiosità all'apertura, la flessibilità e l'ironia. E la capacità di amare.
Bene. Capito cosa fare, il passo successivo è metterlo in pratica.
Come? Con l'ora di intelligenza: «E' il luogo in cui siamo stimolati ad ampliare la nostra capacità di valutazione e di critica. Frequentandola con assiduità, ci renderemo anche conto che, quanti più insegnamenti ne trarremo, tanto più potremo usarli con flessibilità, concedendoci anche qualche sana pausa di riposo dal praticarli».
In fondo, l'aveva detto anche Woody Allen che il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è impossibile.
Lo psichiatra Fausto Manara svela segreti dell'intelligenza in «Il sale in zucca» (Sperling&Kupfer)
Un cervello per amico
di Silvia Ugolotti
Un gigante che sonnecchia, il cervello. L'intelligenza un bradipo a riposo: «L'uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori e guardate quanto è stupido», disse Elias Canetti.
«Il sale in zucca» (Sperling&Kupfer, 233 pagine, 15 euro), proprio quello che manca, ora che, usare la testa, sembra sia diventato un sogno impossibile.
Fausto Manara, psichiatra e autore di questo saggio che dalla stupidità ci vuole salvare, intravede una speranza. Vivere con la mente e con il cuore, un efficace antidoto alla pigrizia dei neuroni. Un modo per sfuggire a comportamenti sconclusionati che non derivano dalla miseria cerebrale, ma dal cattivo uso delle risorse in nostro possesso.
Quello che Manara propone è un viaggio alla scoperta: di un modo di sentire, osservare e comportarsi. La capacità di evitare ogni atteggiamento o pensiero estremo, pena il rischio di scavare pericolose distanze tra noi e gli altri. Tra noi e noi stessi. Senza escludere l'importanza di imparare a ricomporre le piccole fratture quotidiane, lasciando spazio alla creatività e a nuove strategie di azione. I sensi all'erta, onorando emozioni e bisogni, innamorandosi della vita con ironia. In una parola buonsenso.
Spesso ci spiega l'autore, «intelligenza e stupidità seguano una sorta di bioritmo. Così come ci sono fasi di sonno e di veglia, di tonicità e spossatezza, altrettanto si alternano i due poli dell'agire. Con prevalenza dell'uno o dell'altro, a seconda dei soggetti e della loro predisposizione».
Cosa saggia, essere abili nel mantenersi in stretto contatto con la nostra intelligenza per poter avere la consapevolezza di essere stupidi. Detto così sembra facile. Ma anche metterlo in pratica lo è, sostiene Manara.
Intelligenti non solo si nasce. Soprattutto si diventa. Con l'allenamento. Tutti veniamo al mondo dotati di uno sbalorditivo biocomputer. Una sorta di premio in partenza. Perché possa funzionare bene è necessaria una seria e costante manutenzione con gli strumenti che abbiamo a portata di testa. Dalla fantasia all'autocritica. Dalla curiosità all'apertura, la flessibilità e l'ironia. E la capacità di amare.
Bene. Capito cosa fare, il passo successivo è metterlo in pratica.
Come? Con l'ora di intelligenza: «E' il luogo in cui siamo stimolati ad ampliare la nostra capacità di valutazione e di critica. Frequentandola con assiduità, ci renderemo anche conto che, quanti più insegnamenti ne trarremo, tanto più potremo usarli con flessibilità, concedendoci anche qualche sana pausa di riposo dal praticarli».
In fondo, l'aveva detto anche Woody Allen che il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è impossibile.
donne nella storia
Gazzetta di Brescia 31.7.03
Santa Giuliana di Norwich
SUI PASSI DI UNA DONNA RELIGIOSA
di Curzia Ferrari
La santa è di scarsa nomea, le enciclopedie la liquidano con un paio di righe, nella storia delle donne ha inciso poco o nulla. Ma il libro che narra la sua vita (Ralph Milton - «La cella di Juliana» - San Paolo ed.) è davvero bello, molto intrigante, ispirato direi, sia nella forma con cui viene offerto, sia per la trama vivace, piena di colpi di scena e di situazioni (per fortuna) imperfette. Approcciando storie di santi si ha sempre il timore di venire fagocitati da un catalogo di virtù, di esperienze superiori, di prodigi e innaturali vicende che niente hanno a che fare con l’uomo: sembra che lo scopo degli estensori sia quello di attirare il lettore in un gorgo di stupida credulità. Questo Milton, invece, sa giostrare bene, approfittando delle sfaccettature della protagonista. Giuliana di Norwich - Juliana, appunto, nasce nella seconda metà del XIV secolo, nell’Inghilterra sud-orientale, durante il regno di re Edoardo III, iniziatore della Guerra dei Cento Anni; al quale seguono, in rapida successione, Riccardo II ed Enrico IV. Ma a riempire la scena inglese sono le lotte religiose e le pestilenze; ed è proprio l’orrendo male nero a portarsi via il marito e i due figli della giovane. Juliana ha subìto da sempre il fascino del divino: ma è nella solitudine, nel vuoto che si è fatto intorno a lei a delinearsi l’iter della chiamata. Chiamata per dove? Verso l’isolamento di una cella che, nella realtà, risulta assai affollata. Riciclata nel nuovo nome, per via della chiesa di san Giuliano di Norwich dove per la prima volta vide da vicino un vescovo, colei che all’anagrafe si chiamava Katerine, studia, prega, riceve, trasforma la clausura in uno stretto incontro interiore - mentre le forze più periferiche dell’anima partecipano alla vita che si svolge intorno a lei: Per assistente ha un’ex-prostituta; allaccia rapporti con la mistica Margery Kempe, una laica madre di quattordici figli, pellegrina sulle strade d’Europa e ritenuta eretica dalla Chiesa ufficiale e con la spirituale e veemente Maggie Baxter, della cui esistenza conosciamo pochi dettagli. Sono tutte illetterate (come esse si dichiaravano) e tutte autrici di libri di edificazione (di Juliana di Norwich si ricorda «Il libro delle rivelazioni»). Donne irregolari, fanatiche, da iscriversi tra coloro che rappresentano l’aspetto paradossale del cristianesimo, cristocentrico, tipico della santità tardomedievale. Alla cella di Juliana si presentano spesso anche la madre, Maud (che aveva partecipato alla sua vita di sposa e l’aveva aiutata a partorire), nonché personaggi che hanno storicamente a che fare con le vicende inglesi dell’epoca. La corruzione dei preti, il Lollardismo e i processi che ne nacquero, il disamore verso la Chiesa di Roma, i dubbi sulla Trinità, la tragica storia di Thomas Becket (rivisitata in chiave ironica dalla Baxter), queste cose e molte altre ancora vengono discusse alla grata della cella di colei che, freudianamente, diremmo oggi, immagina Cristo come Madre - perché l’idea di maternità nel suo essere, dare e avere allaga l’intera vita di Juliana. Striscia dal principio alla fine del libro quello che era uno dei dilemmi laceranti del tempo: il conflitto fra anima e corpo, l’idea del peccato della carne perfino nel matrimonio, l’assurdo desiderio della madre (Margery Kempe) di tornare alla verginità. Concetti che diedero vita a molti drammi religiosi, i mysteries, i quali andarono a formare fra il 1200 e il 1300 un prezioso catalogo della letteratura popolare dell’Inghilterra.
Santa Giuliana di Norwich
SUI PASSI DI UNA DONNA RELIGIOSA
di Curzia Ferrari
La santa è di scarsa nomea, le enciclopedie la liquidano con un paio di righe, nella storia delle donne ha inciso poco o nulla. Ma il libro che narra la sua vita (Ralph Milton - «La cella di Juliana» - San Paolo ed.) è davvero bello, molto intrigante, ispirato direi, sia nella forma con cui viene offerto, sia per la trama vivace, piena di colpi di scena e di situazioni (per fortuna) imperfette. Approcciando storie di santi si ha sempre il timore di venire fagocitati da un catalogo di virtù, di esperienze superiori, di prodigi e innaturali vicende che niente hanno a che fare con l’uomo: sembra che lo scopo degli estensori sia quello di attirare il lettore in un gorgo di stupida credulità. Questo Milton, invece, sa giostrare bene, approfittando delle sfaccettature della protagonista. Giuliana di Norwich - Juliana, appunto, nasce nella seconda metà del XIV secolo, nell’Inghilterra sud-orientale, durante il regno di re Edoardo III, iniziatore della Guerra dei Cento Anni; al quale seguono, in rapida successione, Riccardo II ed Enrico IV. Ma a riempire la scena inglese sono le lotte religiose e le pestilenze; ed è proprio l’orrendo male nero a portarsi via il marito e i due figli della giovane. Juliana ha subìto da sempre il fascino del divino: ma è nella solitudine, nel vuoto che si è fatto intorno a lei a delinearsi l’iter della chiamata. Chiamata per dove? Verso l’isolamento di una cella che, nella realtà, risulta assai affollata. Riciclata nel nuovo nome, per via della chiesa di san Giuliano di Norwich dove per la prima volta vide da vicino un vescovo, colei che all’anagrafe si chiamava Katerine, studia, prega, riceve, trasforma la clausura in uno stretto incontro interiore - mentre le forze più periferiche dell’anima partecipano alla vita che si svolge intorno a lei: Per assistente ha un’ex-prostituta; allaccia rapporti con la mistica Margery Kempe, una laica madre di quattordici figli, pellegrina sulle strade d’Europa e ritenuta eretica dalla Chiesa ufficiale e con la spirituale e veemente Maggie Baxter, della cui esistenza conosciamo pochi dettagli. Sono tutte illetterate (come esse si dichiaravano) e tutte autrici di libri di edificazione (di Juliana di Norwich si ricorda «Il libro delle rivelazioni»). Donne irregolari, fanatiche, da iscriversi tra coloro che rappresentano l’aspetto paradossale del cristianesimo, cristocentrico, tipico della santità tardomedievale. Alla cella di Juliana si presentano spesso anche la madre, Maud (che aveva partecipato alla sua vita di sposa e l’aveva aiutata a partorire), nonché personaggi che hanno storicamente a che fare con le vicende inglesi dell’epoca. La corruzione dei preti, il Lollardismo e i processi che ne nacquero, il disamore verso la Chiesa di Roma, i dubbi sulla Trinità, la tragica storia di Thomas Becket (rivisitata in chiave ironica dalla Baxter), queste cose e molte altre ancora vengono discusse alla grata della cella di colei che, freudianamente, diremmo oggi, immagina Cristo come Madre - perché l’idea di maternità nel suo essere, dare e avere allaga l’intera vita di Juliana. Striscia dal principio alla fine del libro quello che era uno dei dilemmi laceranti del tempo: il conflitto fra anima e corpo, l’idea del peccato della carne perfino nel matrimonio, l’assurdo desiderio della madre (Margery Kempe) di tornare alla verginità. Concetti che diedero vita a molti drammi religiosi, i mysteries, i quali andarono a formare fra il 1200 e il 1300 un prezioso catalogo della letteratura popolare dell’Inghilterra.
Michelangelo Buonarroti
La Gazzetta di Brescia 31.7.03
GRANDI ARCHITETTI
L’esperienza di Michelangelo nella città eterna, oltre gli schemi dell’arte antica
L’impronta del genio su Roma rinascimentale
di Chiara Fabbrizi
E venne Michelangelo. Pittore, scultore, poeta, mistico, e architetto. Nelle sue lettere il Buonarroti dice di rifiutare la «professione di architettore», ma sia vera o falsa la modestia che si nascondeva dietro questa affermazione, magari fatta dal nostro genio per distinguersi dagli altri architetti in un momento in cui questa professione era piuttosto degradata, è certo che già nella Cappella Sistina egli fece architettura. Nell’immenso affresco, infatti, il meccanismo narrativo è scandito da una netta struttura architettonica creata non solo da archi, cornici e pilastri dipinti, ma anche da alcune figure, come gli Ignudi, collocate in posizioni simmetriche e usate come se fossero elementi architettonici. L’architettura non diviene con ciò serva della pittura, ma si fonde ad essa: è un miracolo reso possibile dalla forza del linguaggio michelangiolesco. Una delle caratteristiche di questo gigante dell’arte è che lasciò molte opere incompiute, in particolare quelle architettoniche; e se nessuno si sognerebbe di completare con qualche altro colpo di scalpello i celebri Prigioni, che così come sono sembrano tesi nello sforzo di uscire dalla pietra, non ci si è potuti permettere il lusso di tenersi palazzi e chiese allo stadio di abbozzi; e la conseguenza è stata un inevitabile snaturamento dei progetti da parte di coloro che gli succedettero: così i Dioscuri snaturano piazza del Campidoglio, la piatta facciata del Maderno nasconde la cupola michelangiolesca di San Pietro, il geniale progetto per Santa Maria degli Angeli a Roma non ebbe seguito, le fortificazioni per Firenze rimasero sulla carta e così via. L’incompiutezza di queste opere, tuttavia, non scalfisce il loro valore rivoluzionario. Che prendesse in mano un pennello, uno scalpello o un compasso, infatti, Buonarroti riuscì sempre a creare qualcosa di nuovo, avventurandosi su strade mai battute prima, senza temere di affrontare percorsi faticosi e accidentati. L’originalità del genio michelangiolesco è già evidente nelle opere fiorentine, come la Biblioteca Laurenziana, la prima biblioteca di formazione profana a gareggiare in lustro con l’Apostolica in Vaticano; o la Sagrestia Nuova di San Lorenzo, rispettosa del precedente edificio progettato da Brunelleschi. È nelle opere romane, tuttavia, che si riflette chiaramente la forza della gestione michelangiolesca dello spazio, e innanzitutto nella piazza del Campidoglio, esempio di architettura e urbanistica di altissimo livello, benché del progetto michelangiolesco conservi tracce frammentarie e discontinue. Prima dell’intervento di Michelangelo il colle era raggiungibile dalla scala dell’Aracoeli e appariva sormontato, oltre che dalla chiesa dell’Aracoeli, dal Palazzo Senatorio e da quello dei Conservatori, tra loro convergenti: Michelangelo ruppe la continuità che c’era con la chiesa chiudendo la piazza con un terzo palazzo, gemello di quello dei Conservatori e attuale sede dei Musei Capitolini. Con questo gesto creò di fatto una distinzione tra Stato e politica da una parte, e Chiesa e apostolato dall’altra. Lo spazio della piazza risulta compresso in modo da essere esplosivo; la simmetria dei due palazzi gemelli e divergenti crea un’apertura in più direzioni, e le facciate dei palazzi sono allo stesso tempo le pareti della piazza, che appare così una vera e propria struttura architettonica. Una nuova scala ne rese poi l’accesso autonomo da quello dell’Aracoeli: si trattava di una cordonata, ovvero una scalea con gradini larghi e bassi che nel progetto michelangiolesco non prevedeva le statue dei Dioscuri che oggi offuscano sia la prospettiva sui palazzi, sia la statua di Marco Aurelio. Sotto appariva la città varia e multiforme, sopra, la forma perfetta e unica della piazza, simile a una sala «nella quale attrarre e chiudere il visitatore», come dice Bonelli: da lassù ben presto si sarebbe potuto dominare anche la cupola della nuova chiesa intitolata a San Pietro. Questa è una delle tracce più grandiose che il passaggio di Michelangelo lasciò nella Città Eterna. Per il più grande tempio della Cristianità l’artista aveva in animo di riprendere la pianta a croce greca progettata da Bramante, ma la basilica che oggi conosciamo, frutto del contributo di tanti architetti diversi, conserva ben poco delle idee michelangiolesche, spazzate via soprattutto dall’intervento di Maderno. Fu invece Bernini, con la costruzione del baldacchino, a restituire centralità alla cupola michelangiolesca riflettendone la luce, così come con il colonnato esterno pose tra due parentesi la piatta facciata di Maderno deviando lo sguardo verso il «Cuppolone» tanto caro ai romani. Poco distante dal Campidoglio la mano di Michelangelo si nasconde ancora dietro l’originalissima Porta Pia, un’opera nella quale il lessico del classicismo viene rielaborato ed espresso in una sintassi nuova, eretica: ecco allora che una pausa, uno spazio vuoto sostituisce il capitello sopra i pilastri, in un gioco alternato di fedeltà e apostasia nei confronti del repertorio rinascimentale. Fu proprio questa libertà nell’interpretare la tradizione che rese il Buonarroti poco simpatico agli architetti suoi contemporanei. Odiato dal Vignola e dalla cosiddetta «setta sangallesca», fu letteralmente detestato da Pietro Ligorio, il quale, quando seppe di dover collaborare con lui a San Pietro, si dimise pubblicamente. L’ostilità dei suoi colleghi più «allineati» si riflette nel modo in cui le opere da lui iniziate o progettate furono portate a termine. Basta guardare la chiesa di Santa Maria degli Angeli nell’area delle Terme di Diocleziano, sempre a Roma, per capire che avremmo avuto un altro notevolissimo esempio di ottima architettura e gestione urbanistica, se solo si fosse seguito il progetto michelangiolesco: la chiesa sarebbe risultata perfettamente fusa alla zona archeologica nella quale è inserita e il luogo sacro avrebbe interloquito con lo spazio profano delle antiche terme dalle quali sarebbe stata ricavata - invece di esserne isolata come appare oggi, - proprio come desiderava il committente Pio IV, che intendeva sì alimentare il culto divino, ma anche tutelare quella «veneranda antichità». Forse fu solo un caso se Michelangelo non lasciò opere architettoniche finite. Tuttavia è più suggestiva l’ipotesi, avanzata da Bruno Zevi, che il non-finito sia la cifra caratteristica di un’arte che vuole celebrare la sconfitta della forma rispetto alla vita, il rifiuto programmatico di non dare soluzioni definitive a problemi necessariamente sempre aperti. E forse Roma stessa, città organica e policentrica, sempre in corso di definizione, può essere considerata, per dirla ancora con Zevi, un gigantesco «non-finito michelangiolesco», a cui gli immediati successori del Buonarroti non poterono fare altro che apportare piccoli ritocchi.
GRANDI ARCHITETTI
L’esperienza di Michelangelo nella città eterna, oltre gli schemi dell’arte antica
L’impronta del genio su Roma rinascimentale
di Chiara Fabbrizi
E venne Michelangelo. Pittore, scultore, poeta, mistico, e architetto. Nelle sue lettere il Buonarroti dice di rifiutare la «professione di architettore», ma sia vera o falsa la modestia che si nascondeva dietro questa affermazione, magari fatta dal nostro genio per distinguersi dagli altri architetti in un momento in cui questa professione era piuttosto degradata, è certo che già nella Cappella Sistina egli fece architettura. Nell’immenso affresco, infatti, il meccanismo narrativo è scandito da una netta struttura architettonica creata non solo da archi, cornici e pilastri dipinti, ma anche da alcune figure, come gli Ignudi, collocate in posizioni simmetriche e usate come se fossero elementi architettonici. L’architettura non diviene con ciò serva della pittura, ma si fonde ad essa: è un miracolo reso possibile dalla forza del linguaggio michelangiolesco. Una delle caratteristiche di questo gigante dell’arte è che lasciò molte opere incompiute, in particolare quelle architettoniche; e se nessuno si sognerebbe di completare con qualche altro colpo di scalpello i celebri Prigioni, che così come sono sembrano tesi nello sforzo di uscire dalla pietra, non ci si è potuti permettere il lusso di tenersi palazzi e chiese allo stadio di abbozzi; e la conseguenza è stata un inevitabile snaturamento dei progetti da parte di coloro che gli succedettero: così i Dioscuri snaturano piazza del Campidoglio, la piatta facciata del Maderno nasconde la cupola michelangiolesca di San Pietro, il geniale progetto per Santa Maria degli Angeli a Roma non ebbe seguito, le fortificazioni per Firenze rimasero sulla carta e così via. L’incompiutezza di queste opere, tuttavia, non scalfisce il loro valore rivoluzionario. Che prendesse in mano un pennello, uno scalpello o un compasso, infatti, Buonarroti riuscì sempre a creare qualcosa di nuovo, avventurandosi su strade mai battute prima, senza temere di affrontare percorsi faticosi e accidentati. L’originalità del genio michelangiolesco è già evidente nelle opere fiorentine, come la Biblioteca Laurenziana, la prima biblioteca di formazione profana a gareggiare in lustro con l’Apostolica in Vaticano; o la Sagrestia Nuova di San Lorenzo, rispettosa del precedente edificio progettato da Brunelleschi. È nelle opere romane, tuttavia, che si riflette chiaramente la forza della gestione michelangiolesca dello spazio, e innanzitutto nella piazza del Campidoglio, esempio di architettura e urbanistica di altissimo livello, benché del progetto michelangiolesco conservi tracce frammentarie e discontinue. Prima dell’intervento di Michelangelo il colle era raggiungibile dalla scala dell’Aracoeli e appariva sormontato, oltre che dalla chiesa dell’Aracoeli, dal Palazzo Senatorio e da quello dei Conservatori, tra loro convergenti: Michelangelo ruppe la continuità che c’era con la chiesa chiudendo la piazza con un terzo palazzo, gemello di quello dei Conservatori e attuale sede dei Musei Capitolini. Con questo gesto creò di fatto una distinzione tra Stato e politica da una parte, e Chiesa e apostolato dall’altra. Lo spazio della piazza risulta compresso in modo da essere esplosivo; la simmetria dei due palazzi gemelli e divergenti crea un’apertura in più direzioni, e le facciate dei palazzi sono allo stesso tempo le pareti della piazza, che appare così una vera e propria struttura architettonica. Una nuova scala ne rese poi l’accesso autonomo da quello dell’Aracoeli: si trattava di una cordonata, ovvero una scalea con gradini larghi e bassi che nel progetto michelangiolesco non prevedeva le statue dei Dioscuri che oggi offuscano sia la prospettiva sui palazzi, sia la statua di Marco Aurelio. Sotto appariva la città varia e multiforme, sopra, la forma perfetta e unica della piazza, simile a una sala «nella quale attrarre e chiudere il visitatore», come dice Bonelli: da lassù ben presto si sarebbe potuto dominare anche la cupola della nuova chiesa intitolata a San Pietro. Questa è una delle tracce più grandiose che il passaggio di Michelangelo lasciò nella Città Eterna. Per il più grande tempio della Cristianità l’artista aveva in animo di riprendere la pianta a croce greca progettata da Bramante, ma la basilica che oggi conosciamo, frutto del contributo di tanti architetti diversi, conserva ben poco delle idee michelangiolesche, spazzate via soprattutto dall’intervento di Maderno. Fu invece Bernini, con la costruzione del baldacchino, a restituire centralità alla cupola michelangiolesca riflettendone la luce, così come con il colonnato esterno pose tra due parentesi la piatta facciata di Maderno deviando lo sguardo verso il «Cuppolone» tanto caro ai romani. Poco distante dal Campidoglio la mano di Michelangelo si nasconde ancora dietro l’originalissima Porta Pia, un’opera nella quale il lessico del classicismo viene rielaborato ed espresso in una sintassi nuova, eretica: ecco allora che una pausa, uno spazio vuoto sostituisce il capitello sopra i pilastri, in un gioco alternato di fedeltà e apostasia nei confronti del repertorio rinascimentale. Fu proprio questa libertà nell’interpretare la tradizione che rese il Buonarroti poco simpatico agli architetti suoi contemporanei. Odiato dal Vignola e dalla cosiddetta «setta sangallesca», fu letteralmente detestato da Pietro Ligorio, il quale, quando seppe di dover collaborare con lui a San Pietro, si dimise pubblicamente. L’ostilità dei suoi colleghi più «allineati» si riflette nel modo in cui le opere da lui iniziate o progettate furono portate a termine. Basta guardare la chiesa di Santa Maria degli Angeli nell’area delle Terme di Diocleziano, sempre a Roma, per capire che avremmo avuto un altro notevolissimo esempio di ottima architettura e gestione urbanistica, se solo si fosse seguito il progetto michelangiolesco: la chiesa sarebbe risultata perfettamente fusa alla zona archeologica nella quale è inserita e il luogo sacro avrebbe interloquito con lo spazio profano delle antiche terme dalle quali sarebbe stata ricavata - invece di esserne isolata come appare oggi, - proprio come desiderava il committente Pio IV, che intendeva sì alimentare il culto divino, ma anche tutelare quella «veneranda antichità». Forse fu solo un caso se Michelangelo non lasciò opere architettoniche finite. Tuttavia è più suggestiva l’ipotesi, avanzata da Bruno Zevi, che il non-finito sia la cifra caratteristica di un’arte che vuole celebrare la sconfitta della forma rispetto alla vita, il rifiuto programmatico di non dare soluzioni definitive a problemi necessariamente sempre aperti. E forse Roma stessa, città organica e policentrica, sempre in corso di definizione, può essere considerata, per dirla ancora con Zevi, un gigantesco «non-finito michelangiolesco», a cui gli immediati successori del Buonarroti non poterono fare altro che apportare piccoli ritocchi.
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