Repubblica 16.2.04
SIAMO TUTTI SCIMPANZÉ
uno studio sul loro dna e su quello degli uomini
Il dato può stupire solo chi si ostina ad avversare le tesi evoluzioniste
Jonathan Marks mostra coincidenze che arrivano al 98 per cento
L'esaltazione della razza e della famiglia è il comandamento dell'antiscientismo
Lo stesso atteggiamento infiamma i fanatismi religiosi e politici di Chiese e Leghe
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
In "Una relazione per un´Accademia" una scimmia descrive la sua trasformazione in uomo dopo la cattura nella Costa d´Oro. Ma poiché neppure Kafka poteva riuscire nell´impresa impossibile di togliersi i panni dell´uomo per entrare nel pelo dell´animale, il racconto si mantiene su un piano superficiale, e limita l´acquisizione di tratti umani all´ubriacarsi e allo stringere la mano.
D´altronde, già Wittgenstein aveva notato nelle "Ricerche filosofiche" che «se un leone potesse parlare, non lo capiremmo». Ora, sui leoni siamo tutti d´accordo, ma sulle scimmie? In fondo, almeno quelle grandi, e soprattutto quelle africane, sembrano molto vicine all´uomo: appartengono agli animali che partoriscono i piccoli e li accudiscono; ai mammiferi che hanno il pollice prensile, le unghie dei piedi, e solo due capezzoli; e ai primati che non hanno la coda, e la cui faccia è schiacciata.
E infatti, le scimmie sono nostre parenti strette. Perché, a meno di non voler credere alle favole del "Genesi", circa sette milioni di anni fa c´era in Africa una sola specie comune, che poi si divise e diede origine ai protogorilla a Occidente, ai protoscimpanzé nel Centro, e ai protoumani a Oriente. Ovvero, siamo tutti scimmie africane, con buona pace degli umanoidi che si radunano sulle piazze per proclamare che invece siamo tutti americani (volendo dire statunitensi).
Naturalmente, non bisogna sottovalutare le differenze che dividono le scimmie da noi: in fondo, non camminano erette, non fanno all´amore (solo sesso, e solo nei periodi fecondi della femmina), non parlano, non si vestono, non producono né trasmettono cultura e tecnologia. Ma non bisogna neppure sottovalutare le affinità, che sono apparse evidenti sin dal Settecento: la prima descrizione di una grande scimmia (di un anatomista inglese, Edward Tyson) è del 1699, la prima esibizione in Europa di un esemplare (di scimpanzé, dall´Angola) del 1738, la prima classificazione (dei primati, di Linneo) del 1758.
La classificazione odierna, del paleontologo George Simpson, è del 1945, e ci accomuna a scimmie piccole (gibboni) e grandi (scimpanzé, gorilla e oranghi) per i denti, la mancanza di coda, la posizione e la capacità di movimento della spalla, e la struttura del tronco. Ma è possibile quantificare precisamente la nostra affinità, anatomica e genetica, agli altri ominidi in generale, e ai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, in particolare?
Sulle ossa, c´è poco da dire: abbiamo esattamente le stesse degli scimpanzé, con piccole differenze dovute alla nostra postura eretta, ai nostri incisivi ridotti, e alla maggior dimensione del nostro cervello. Ma è difficile specificare la coincidenza globale, che varia da un massimo del 100 per cento dal punto di vista del numero di ossa, a un minimo del 37 per cento dal punto di vista del volume del cervello.
Coi cromosomi le cose diventano più precise. Noi ne abbiamo 46, gli scimpanzé 48, ed essi corrispondono perfettamente, a parte le regioni di accumulazione del Dna «di scarto» (agli estremi del cromosoma per le scimmie, e al centro per l´uomo). L´unica diversità sta nel cromosoma 2 (il secondo in ordine di grandezza) umano, che corrisponde esattamente alla fusione di due cromosomi dello scimpanzé. E che si tratti di una fusione nell´uomo, e non di una divisione nello scimpanzé, lo si deduce dal fatto che i due cromosomi sono separati in parenti lontanissimi, come nel babbuino.
Si può far ancor meglio con le proteine. Verso il 1965 il biochimico Allan Wilson e l´antropologo Vincent Sarich ne iniettarono di umane e di scimpanzé nel sangue dei conigli, e scoprirono che esse erano molto simili, perché gli anticorpi generati dalle une funzionavano abbastanza bene contro le altre, e viceversa. Misurando esattamente la differenza, in base all´intensità delle relative reazioni chimiche, e paragonandola alla velocità evolutiva delle proteine, che è più o meno costante, i due scienziati calcolarono che le due specie si erano distaccate da circa quattro milioni di anni. Qualche anno dopo, nel 1975, lo stesso Wilson e la genetista Mary-Claire King confrontarono direttamente una quarantina di proteine di uomo e di scimpanzé, e trovarono una coincidenza del 99,3 per cento.
Il che significa, naturalmente, che ci dev´essere una coincidenza analoga anche nel Dna che codifica proteine, il quale però è solo una piccola parte (circa l´1 per cento) del tutto. Volendo confrontare gli interi, e non solo le parti, si nota anzitutto che gli scimpanzé hanno circa il 10 per cento di Dna in più di noi, ma la cosa è poco importante: in fondo, i libri si giudicano in base al contenuto, e non alla lunghezza. Il vero raffronto va dunque fatto sull´intera sequenza del genoma, che è scritto in un alfabeto di sole quattro lettere: dunque, due sequenze casuali coincideranno in media almeno al 25 per cento, e solo coincidenze molto più alte saranno significative.
Poiché la sequenziazione del genoma dello scimpanzé, a differenza di quella dell´uomo, non è stata ancora fatta, bisogna paragonarli in maniera indiretta. Un raffronto tra 40.000 basi in una particolare regione (quella dei geni dell´emoglobina) di un certo cromosoma (il numero 11), ha mostrato una coincidenza del 98,1 per cento, consistente con quella delle proteine. E un raffronto basato sull´ibridizzazione di segmenti di Dna delle due specie, e sulla temperatura alla quale si separano i filamenti ibridi e non, ha confermato un risultato tra il 97 e il 98,2 per cento. Per questo oggi si dice che il Dna dell´uomo coincide (circa) al 98 per cento con quello dello scimpanzé.
Che cosa significa essere scimpanzé al 98 per cento lo discute Jonathan Marks in un suo omonimo e provocatorio libro (Feltrinelli, pagg. 274, euro 16). Anzitutto, solo gli antievoluzionisti si stupiranno della cosa: per gli altri, tutte le specie viventi discendono da un antenato comune, come dimostra il fatto che il meccanismo genetico è lo stesso per tutte, e ciascuna è più vicina ai parenti prossimi che a quelli lontani. Ad esempio, molte centinaia di milioni di anni fa un gruppo di pesci sviluppò arti che permisero ai discendenti di uscire dall´acqua sulla terraferma, e diede origine a tutti i vertebrati viventi: il celacanto, che è un «fossile vivente» di quel gruppo, è dunque più vicino a noi di quanto non lo sia a un tonno, benché entrambi siano pesci.
Inoltre, il Dna è solo uno dei fattori determinanti le specie, e la scelta di quali fattori siano più o meno importanti o decisivi è culturale. Ad esempio, nel 1758 Linneo ha deciso di classificare gli uomini nella famiglia dei mammiferi, cioè «portatori di mammelle», nonostante il fatto che solo metà del genere umano le porti: sembra che la sua scelta sia stata determinata da un impegno politico nel movimento per l´adozione dell´allattamento materno, al posto di quello a balia. Però, la scelta delle mammelle non è obbligata: Aristotele privilegiava il fatto di avere quattro arti e partorire prole viva, invece che uova; e gli scienziati del Settecento il fatto di avere peli, il che basta a distinguere i mammiferi dai rettili, dagli anfibi, dai pesci e dagli uccelli.
Ancor più culturali sono i concetti di razza e di famiglia, che non riflettono alcuna suddivisione naturale della specie umana. Il razzismo è basato sulle solite favole del "Genesi" e fa derivare le razze, che sono prodotti del clima e non dei geni, dai tre figli di Noè: gli africani neri da Cam, gli asiatici gialli da Sem, e gli europei bianchi da Yafet (dopo la scoperta dell´America e dei pellerossa, ci si rivolse a un´altra fonte fantastica: quella dei quattro umori di Ippocrate). E l´arbitrarietà biologica delle relazioni familiari risulta evidente quando si ricordi, ad esempio, che i nostri genitori non sono fra loro consanguinei; o che chiamiamo nonni allo stesso modo quattro persone, di cui una sola ci ha trasmesso il Dna mitocondriale (la nonna materna), e una sola il cromosoma Y, se siamo maschi (il nonno paterno); o che chiamiamo zii allo stesso modo i fratelli e le sorelle dei genitori, che sono nostri consanguinei, e i loro coniugi, che non lo sono.
Il rifiuto dell´evoluzionismo e l´esaltazione della razza e della famiglia sono i comandamenti della fede antiscientista. Essi infiammano i fanatismi religiosi e politici delle Chiese e delle Leghe del mondo intero, perché le differenze culturali sono più importanti della variabilità biologica, almeno per quelli che si preoccupano più della società costruita da loro, che del mondo creato dalla natura. Per gli altri, il condividere il 100 per cento del Dna con certi «umani» è più imbarazzante che condividerne il 98 per cento con gli scimpanzé.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
lunedì 16 febbraio 2004
storia dell'arte:
astrattismo e marxismo
Repubblica 16.2.04
PARLA PIERO D'ORAZIO, UNA SUA RETROSPETTIVA A LOCARNO
LA MIA DIFESA DELL'ASTRATTO
Il periodo americano, i rapporti con Pollock e De Kooning, le svolte italiane a cominciare dalla scoperta della Pop art
di PAOLO VAGHEGGI
È costretto su una sedia a rotelle Piero Dorazio a causa di un lungo periodo di malattia. Sta però migliorando e non ha perduto l´ironia: «Questa è una tortura che doveva finire nella Commedia di Dante. Ma forse a quel tempo non c´erano sedie a rotelle». E non ha perso lo spirito polemico che ha segnato tutta la sua tumultuosa esistenza, segnata da viaggi, incontri e amicizie con artisti come Arp, Miró, Léger, Pollock, De Kooning o Barnett Newman. Difende sempre, con foga, la pittura astratta, scaglia strali contro la Biennale di Venezia, contro la mercificazione dell´arte, contro la Galleria nazionale d´arte moderna di Roma.
È lunga la storia di Dorazio che ormai ha 77 anni. Negli anni Cinquanta è stato artista "errante", pronto a correre a Parigi o a New York, ma sempre legato a filo doppio alla natia Roma e agli italiani, a Consagra, Sanfilippo, Turcato, al gruppo "Forma 1" fondato nel 1947, risposta al "realismo socialista" di Guttuso.
È una storia che oggi racconta una retrospettiva allestita a Locarno, nella Pinacoteca Casa Rusca (dal 22 febbraio al 30 maggio) e in un volume che la casa editrice Skira ha da poco mandato in libreria, Piero Dorazio. La formazione artistica di Annette Papenberg-Weber, che è anche la curatrice della mostra. La scelta di Locarno non è casuale. Negli anni della gioventù Dorazio si recava spesso nella città svizzera per incontrare Jean Arp, che vi soggiornava, così come sono state significative l´amicizia con il pittore e pioniere del cinema astratto Hans Richter, anch´egli di stanza a Locarno, nonché la collaborazione con la stamperia d´arte Lafranca.
Insomma è il ritorno a una seconda casa anche se fu Roma il centro di ogni battaglia, il luogo in cui si predicava un´arte «insieme formalista e marxista». Racconta Dorazio: «Alla fine della seconda guerra mondiale in Italia, da un punto di vista artistico, c´era quasi il vuoto. C´era la Scuola Romana, è vero. Ma nient´altro. L´idea di unire formalismo e marxismo fu del nostro gruppo, di Forma 1. Venne da Ripellino con cui studiavamo i formalisti russi, la cultura della sinistra russa della rivoluzione e prima della rivoluzione. Il resto era figlio di quel poco che conoscevamo della tradizione europea moderna».
Fu un´idea molto osteggiata?
«Piuttosto che provare a conciliare il marxismo con il formalismo cancellarono tutto. Fu Togliatti, furono i comunisti italiani non moderni. C´erano anche dei comunisti moderni, e non pochi, ma erano messi la bando. Amendola non era ostile. Di Guttuso è inutile parlare: era il nostro nemico numero uno. Io a quel tempo ero iscritto al partito socialista. Ma quelli che erano iscritti al Pci, come Consagra o Turcato, furono più volte chiamati per rendere conto di queste "deviazioni". Ci fu sempre una grande ostilità nei nostri confronti tanto che a nessuno di noi fu affidato un insegnamento. Solo Turcato insegnava, ma perché gli era stato assegnato un posto di assistente di Consagra fin dai tempi di Bottai. Io fui costretto a emigrare negli Stati Uniti per insegnare, andai a dirigere una scuola. Non avevamo i soldi per vivere. Nessuno comprava i nostri quadri. E l´ostilità degli stalinisti, anche se ora sono degli ex, continua tuttora».
Tuttora?
«Nel settembre dello scorso anno ho donato alla Galleria nazionale d´arte moderna di Roma alcuni dipinti del valore di un miliardo di vecchie lire e non è stato emesso neppure un comunicato. Ho regalato cinque grandi quadri, tra i più belli che ho realizzato tra gli anni Cinquanta e i giorni nostri, che aveva cominciato a scegliere Palma Bucarelli. Per completare le pratiche burocratiche ci sono voluti trent´anni. E alla fine la galleria non mi ha scritto neppure una lettera di ringraziamento».
Negli Stati Uniti quali erano i suoi rapporti con Pollock, De Kooning o Barnett Newman?
«Con gli artisti americani c´era un vero rapporto di scambio. Non c´era colonizzazione, quel fenomeno che ha cominciato a manifestarsi dopo la metà degli anni Sessanta, dopo il Leone d´oro assegnato dalla Biennale di Venezia a Rauschenberg. Fu questo il momento in cui mercanti, galleristi, collezionisti decisero di sostenere la pop art, che non è la vera arte americana, ma un´involuzione commerciale, una speculazione. Gente come Pollock o De Kooning rappresenta la vera grande pittura americana, che nasce dalla tradizione europea, sviluppa la tradizione francese, italiana. Gli altri sono duplicatori, copiatori. Si vede bene alla Biennale».
Davide Croff ne è stato appena nominato presidente. Ma della Biennale di Venezia riformata dal ministro Urbani cosa ne pensa?
«Una cosa è certa. Continua l´ostilità verso l´arte astratta. Quanto alla Biennale, la riforma del ministro Urbani è un disastro totale. Allontana l´arte dal pubblico anziché avvicinarla. Non ci sono critici, storici d´arte negli uffici. Sono tutti burocrati, che non sanno neppure cos´era la Biennale: era la mostra più importante del mondo dove si sancivano i giudizi sugli artisti. Esporre alla Biennale era uno straordinario riconoscimento. Ora non sappiamo più cos´è».
PARLA PIERO D'ORAZIO, UNA SUA RETROSPETTIVA A LOCARNO
LA MIA DIFESA DELL'ASTRATTO
Il periodo americano, i rapporti con Pollock e De Kooning, le svolte italiane a cominciare dalla scoperta della Pop art
di PAOLO VAGHEGGI
È costretto su una sedia a rotelle Piero Dorazio a causa di un lungo periodo di malattia. Sta però migliorando e non ha perduto l´ironia: «Questa è una tortura che doveva finire nella Commedia di Dante. Ma forse a quel tempo non c´erano sedie a rotelle». E non ha perso lo spirito polemico che ha segnato tutta la sua tumultuosa esistenza, segnata da viaggi, incontri e amicizie con artisti come Arp, Miró, Léger, Pollock, De Kooning o Barnett Newman. Difende sempre, con foga, la pittura astratta, scaglia strali contro la Biennale di Venezia, contro la mercificazione dell´arte, contro la Galleria nazionale d´arte moderna di Roma.
È lunga la storia di Dorazio che ormai ha 77 anni. Negli anni Cinquanta è stato artista "errante", pronto a correre a Parigi o a New York, ma sempre legato a filo doppio alla natia Roma e agli italiani, a Consagra, Sanfilippo, Turcato, al gruppo "Forma 1" fondato nel 1947, risposta al "realismo socialista" di Guttuso.
È una storia che oggi racconta una retrospettiva allestita a Locarno, nella Pinacoteca Casa Rusca (dal 22 febbraio al 30 maggio) e in un volume che la casa editrice Skira ha da poco mandato in libreria, Piero Dorazio. La formazione artistica di Annette Papenberg-Weber, che è anche la curatrice della mostra. La scelta di Locarno non è casuale. Negli anni della gioventù Dorazio si recava spesso nella città svizzera per incontrare Jean Arp, che vi soggiornava, così come sono state significative l´amicizia con il pittore e pioniere del cinema astratto Hans Richter, anch´egli di stanza a Locarno, nonché la collaborazione con la stamperia d´arte Lafranca.
Insomma è il ritorno a una seconda casa anche se fu Roma il centro di ogni battaglia, il luogo in cui si predicava un´arte «insieme formalista e marxista». Racconta Dorazio: «Alla fine della seconda guerra mondiale in Italia, da un punto di vista artistico, c´era quasi il vuoto. C´era la Scuola Romana, è vero. Ma nient´altro. L´idea di unire formalismo e marxismo fu del nostro gruppo, di Forma 1. Venne da Ripellino con cui studiavamo i formalisti russi, la cultura della sinistra russa della rivoluzione e prima della rivoluzione. Il resto era figlio di quel poco che conoscevamo della tradizione europea moderna».
Fu un´idea molto osteggiata?
«Piuttosto che provare a conciliare il marxismo con il formalismo cancellarono tutto. Fu Togliatti, furono i comunisti italiani non moderni. C´erano anche dei comunisti moderni, e non pochi, ma erano messi la bando. Amendola non era ostile. Di Guttuso è inutile parlare: era il nostro nemico numero uno. Io a quel tempo ero iscritto al partito socialista. Ma quelli che erano iscritti al Pci, come Consagra o Turcato, furono più volte chiamati per rendere conto di queste "deviazioni". Ci fu sempre una grande ostilità nei nostri confronti tanto che a nessuno di noi fu affidato un insegnamento. Solo Turcato insegnava, ma perché gli era stato assegnato un posto di assistente di Consagra fin dai tempi di Bottai. Io fui costretto a emigrare negli Stati Uniti per insegnare, andai a dirigere una scuola. Non avevamo i soldi per vivere. Nessuno comprava i nostri quadri. E l´ostilità degli stalinisti, anche se ora sono degli ex, continua tuttora».
Tuttora?
«Nel settembre dello scorso anno ho donato alla Galleria nazionale d´arte moderna di Roma alcuni dipinti del valore di un miliardo di vecchie lire e non è stato emesso neppure un comunicato. Ho regalato cinque grandi quadri, tra i più belli che ho realizzato tra gli anni Cinquanta e i giorni nostri, che aveva cominciato a scegliere Palma Bucarelli. Per completare le pratiche burocratiche ci sono voluti trent´anni. E alla fine la galleria non mi ha scritto neppure una lettera di ringraziamento».
Negli Stati Uniti quali erano i suoi rapporti con Pollock, De Kooning o Barnett Newman?
«Con gli artisti americani c´era un vero rapporto di scambio. Non c´era colonizzazione, quel fenomeno che ha cominciato a manifestarsi dopo la metà degli anni Sessanta, dopo il Leone d´oro assegnato dalla Biennale di Venezia a Rauschenberg. Fu questo il momento in cui mercanti, galleristi, collezionisti decisero di sostenere la pop art, che non è la vera arte americana, ma un´involuzione commerciale, una speculazione. Gente come Pollock o De Kooning rappresenta la vera grande pittura americana, che nasce dalla tradizione europea, sviluppa la tradizione francese, italiana. Gli altri sono duplicatori, copiatori. Si vede bene alla Biennale».
Davide Croff ne è stato appena nominato presidente. Ma della Biennale di Venezia riformata dal ministro Urbani cosa ne pensa?
«Una cosa è certa. Continua l´ostilità verso l´arte astratta. Quanto alla Biennale, la riforma del ministro Urbani è un disastro totale. Allontana l´arte dal pubblico anziché avvicinarla. Non ci sono critici, storici d´arte negli uffici. Sono tutti burocrati, che non sanno neppure cos´era la Biennale: era la mostra più importante del mondo dove si sancivano i giudizi sugli artisti. Esporre alla Biennale era uno straordinario riconoscimento. Ora non sappiamo più cos´è».
Isadora Duncan:
l'ansia del cambiamento
Repubblica 16.2.04
AUTOBIOGRAFIE
IL CULTO DELLA DANZA COSÌ LA BELLA ISADORA SCOSSE L'EUROPA
di LEONETTA BENTIVOGLIO
Donna spregiudicata e visionaria, di sinuosa bellezza floreale, Isadora Duncan specchia forse meglio di ogni altra artista teatrale del suo tempo l´impulso allo sperimentalismo e la voglia di scardinamento delle convenzioni sceniche che caratterizzano le avanguardie d´inizio Novecento. Californiana in Europa, danza per la prima volta in pubblico nel 1902, a Parigi: l´apparizione scuote gli ambienti artistici come un terremoto. Isadora si svincola dai rigidi steccati del balletto, inventa un culto ellenizzante della danza, fa del suo corpo morbido e svelato lo strumento di scandali trionfali. Ispira Rodin, seduce un grande del teatro come Gordon Craig, affascina Stanislavskij, si fa adorare da D´Annunzio e dalla Duse, va in Russia e abbraccia il comunismo, «un sogno che Lenin ha trasformato in realtà», finendo per unirsi al poeta Esenin in un legame tormentato. E mentre la sua danza diventa il presupposto della nuova coreografia del secolo, l´incontenibile signora sovverte norme etiche e sociali propagandando l´unione fuori dal matrimonio e la libera maternità.
La sua vita sopra le righe (spettacolare fino alla morte: nel 1927, a Nizza, si strangola con la propria sciarpa, impigliatasi nella ruota dell´automobile in corsa), ha fatto nascere saggi, play, film e resoconti romanzati. Mancava ancora un´edizione italiana della sua autobiografia, "My life", scritta tra il '26 e il '27, e divenuta a suo tempo in America, grazie all´uscita quasi contemporanea alla morte dell´autrice, un vero best-seller. In Italia uscì tradotta nel 1948 per l´Editrice Poligono, e nel 1980 Savelli produsse una fugace ristampa anastatica di quel volume introvabile. L´attuale pubblicazione in italiano rende finalmente disponibile questa testimonianza preziosa, grondante di aneddotica e mai intellettualistica, attraversata da cronache di viaggi e incontri (anche amorosi e sessuali) e da descrizioni di ambienti e personaggi celebri. La lingua è barocca, la prosa è gonfia di toni enfatici, e s´immaginano, leggendo, omissioni, esagerazioni e bugie. Eppure il libro ha una vitalità impetuosa: è genuino per sregolatezza, irritante e geniale nelle sue scomposte intuizioni estetiche, efficace nel restituire i fremiti di un mondo sospinto dall´ansia del cambiamento.
AUTOBIOGRAFIE
IL CULTO DELLA DANZA COSÌ LA BELLA ISADORA SCOSSE L'EUROPA
di LEONETTA BENTIVOGLIO
Donna spregiudicata e visionaria, di sinuosa bellezza floreale, Isadora Duncan specchia forse meglio di ogni altra artista teatrale del suo tempo l´impulso allo sperimentalismo e la voglia di scardinamento delle convenzioni sceniche che caratterizzano le avanguardie d´inizio Novecento. Californiana in Europa, danza per la prima volta in pubblico nel 1902, a Parigi: l´apparizione scuote gli ambienti artistici come un terremoto. Isadora si svincola dai rigidi steccati del balletto, inventa un culto ellenizzante della danza, fa del suo corpo morbido e svelato lo strumento di scandali trionfali. Ispira Rodin, seduce un grande del teatro come Gordon Craig, affascina Stanislavskij, si fa adorare da D´Annunzio e dalla Duse, va in Russia e abbraccia il comunismo, «un sogno che Lenin ha trasformato in realtà», finendo per unirsi al poeta Esenin in un legame tormentato. E mentre la sua danza diventa il presupposto della nuova coreografia del secolo, l´incontenibile signora sovverte norme etiche e sociali propagandando l´unione fuori dal matrimonio e la libera maternità.
La sua vita sopra le righe (spettacolare fino alla morte: nel 1927, a Nizza, si strangola con la propria sciarpa, impigliatasi nella ruota dell´automobile in corsa), ha fatto nascere saggi, play, film e resoconti romanzati. Mancava ancora un´edizione italiana della sua autobiografia, "My life", scritta tra il '26 e il '27, e divenuta a suo tempo in America, grazie all´uscita quasi contemporanea alla morte dell´autrice, un vero best-seller. In Italia uscì tradotta nel 1948 per l´Editrice Poligono, e nel 1980 Savelli produsse una fugace ristampa anastatica di quel volume introvabile. L´attuale pubblicazione in italiano rende finalmente disponibile questa testimonianza preziosa, grondante di aneddotica e mai intellettualistica, attraversata da cronache di viaggi e incontri (anche amorosi e sessuali) e da descrizioni di ambienti e personaggi celebri. La lingua è barocca, la prosa è gonfia di toni enfatici, e s´immaginano, leggendo, omissioni, esagerazioni e bugie. Eppure il libro ha una vitalità impetuosa: è genuino per sregolatezza, irritante e geniale nelle sue scomposte intuizioni estetiche, efficace nel restituire i fremiti di un mondo sospinto dall´ansia del cambiamento.
anticipazioni sul pdl Burani Procaccini sulla psichiatria
Vita 13.2.04
Psichiatria: anticipazioni sul testo di riforma Burani Procaccini
di Benedetta Verrini
E' stato presentato ieri in commissione Affari Sociali alla Camera. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (FI)
L'onorevole Maria Burani Procaccini (Fi) ha presentato ieri pomeriggio, al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali, la nuova versione della proposta di legge denominata "Prevenzione e cura delle malattie mentali". Il testo è stato depositato ma nessuna discussione è al momento seguita alla presentazione. Il nuovo testo non è ancora disponibile sul sito della Camera dei Deputati.
Alcune anticipazioni sono però state raccolte dalla cooperativa sociale Itaca (www.itaca.coopsoc.it), che da parecchi mesi segue con attenzione le linee di riforma della legge 180, sottolineando l'importanza di difenderne e preservarne i valori. Il testo riproposto dalla Burani Procaccini non sarebbe ancora unificato ma allo stato di proposta di legge, ma è stato co-firmato da altri tre parlamentari appartenenti alla Casa delle Libertà. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto infatti la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (Fi), accorpando così la proposta di legge 3932 su "Disposizioni per la prevenzione, il trattamento e il monitoraggio della depressione", presentata il 29 aprile dello scorso anno proprio da Naro, co-firmatari Castellani e Milanese.
Nessuna anticipazione ufficiale sui contenuti, anche se alcune informazioni sono state fornite dalla stessa relatrice attraverso un lancio Ansa, poi ripreso da Yahoo notizie, nella giornata di mercoledì: "Agenzie regionali per la psichiatria, un garante per i malati psichiatrichi gravi che hanno avuto un ricovero obbligatorio, la riorganizzazione dei servizi territoriali e una rete di pronto soccorso con presenza di specialisti psichiatri" -riporta il lancio Ansa-, queste alcune delle novità annunciate dall'on. Burani Procaccini.
"Un testo, ha sottolineato la parlamentare, che raccoglie anche le indicazioni e i suggerimenti di associazioni dei familiari dei malati, associazioni di ex pazienti e specialisti e che prevede -prosegue il testo Ansa- maggiore attenzione da parte delle strutture pure per le malattie emergenti come la depressione".
Prevista anche "l'istituzione di agenzie regionali per la psichiatria che avranno il compito di coordinare la riorganizzazione di tutti i servizi territoriali, compresi quei servizi di prossimità, considerati le antenne sul territorio dei bisogni psichiatrici e che coinvolgeranno le associazioni dei familiari. Ciò a cui si punta, ha spiegato Burani, e' una 'reale tutela dei malati e l'istituzione di una medicina del territorio molto capillare, per prevenire ma anche seguire i pazienti nella cura'. L'obiettivo è, cioé, non lasciare le famiglie da sole, ma sostenerle nella cura dei congiunti con disturbi mentali in modo concreto. Per questo, la proposta di legge prevede una serie di realtà territoriali che supportino l'azione dei nuclei familiari: centri diurni, di riabilitazione, assistenza domiciliare e day-hospital".
Un altro punto riguarderebbe la possibilità di far accedere le persone con svantaggio psichico al mondo del lavoro. Sarebbe prevista, infatti, la creazione di strutture produttive mediante ricorso a strategie di finanziamento innovative, per dare lavoro a pazienti cronici attraverso le cooperative. In tale maniera tutte le aziende che hanno l'obbligo di assumere personale dalle agenzie di collocamento potranno fare riferimento alle cooperative sociali.
Prossimo appuntamento nella settimana tra il 23 ed il 27 febbraio, presumibilmente ancora al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali.
Psichiatria: anticipazioni sul testo di riforma Burani Procaccini
di Benedetta Verrini
E' stato presentato ieri in commissione Affari Sociali alla Camera. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (FI)
L'onorevole Maria Burani Procaccini (Fi) ha presentato ieri pomeriggio, al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali, la nuova versione della proposta di legge denominata "Prevenzione e cura delle malattie mentali". Il testo è stato depositato ma nessuna discussione è al momento seguita alla presentazione. Il nuovo testo non è ancora disponibile sul sito della Camera dei Deputati.
Alcune anticipazioni sono però state raccolte dalla cooperativa sociale Itaca (www.itaca.coopsoc.it), che da parecchi mesi segue con attenzione le linee di riforma della legge 180, sottolineando l'importanza di difenderne e preservarne i valori. Il testo riproposto dalla Burani Procaccini non sarebbe ancora unificato ma allo stato di proposta di legge, ma è stato co-firmato da altri tre parlamentari appartenenti alla Casa delle Libertà. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto infatti la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (Fi), accorpando così la proposta di legge 3932 su "Disposizioni per la prevenzione, il trattamento e il monitoraggio della depressione", presentata il 29 aprile dello scorso anno proprio da Naro, co-firmatari Castellani e Milanese.
Nessuna anticipazione ufficiale sui contenuti, anche se alcune informazioni sono state fornite dalla stessa relatrice attraverso un lancio Ansa, poi ripreso da Yahoo notizie, nella giornata di mercoledì: "Agenzie regionali per la psichiatria, un garante per i malati psichiatrichi gravi che hanno avuto un ricovero obbligatorio, la riorganizzazione dei servizi territoriali e una rete di pronto soccorso con presenza di specialisti psichiatri" -riporta il lancio Ansa-, queste alcune delle novità annunciate dall'on. Burani Procaccini.
"Un testo, ha sottolineato la parlamentare, che raccoglie anche le indicazioni e i suggerimenti di associazioni dei familiari dei malati, associazioni di ex pazienti e specialisti e che prevede -prosegue il testo Ansa- maggiore attenzione da parte delle strutture pure per le malattie emergenti come la depressione".
Prevista anche "l'istituzione di agenzie regionali per la psichiatria che avranno il compito di coordinare la riorganizzazione di tutti i servizi territoriali, compresi quei servizi di prossimità, considerati le antenne sul territorio dei bisogni psichiatrici e che coinvolgeranno le associazioni dei familiari. Ciò a cui si punta, ha spiegato Burani, e' una 'reale tutela dei malati e l'istituzione di una medicina del territorio molto capillare, per prevenire ma anche seguire i pazienti nella cura'. L'obiettivo è, cioé, non lasciare le famiglie da sole, ma sostenerle nella cura dei congiunti con disturbi mentali in modo concreto. Per questo, la proposta di legge prevede una serie di realtà territoriali che supportino l'azione dei nuclei familiari: centri diurni, di riabilitazione, assistenza domiciliare e day-hospital".
Un altro punto riguarderebbe la possibilità di far accedere le persone con svantaggio psichico al mondo del lavoro. Sarebbe prevista, infatti, la creazione di strutture produttive mediante ricorso a strategie di finanziamento innovative, per dare lavoro a pazienti cronici attraverso le cooperative. In tale maniera tutte le aziende che hanno l'obbligo di assumere personale dalle agenzie di collocamento potranno fare riferimento alle cooperative sociali.
Prossimo appuntamento nella settimana tra il 23 ed il 27 febbraio, presumibilmente ancora al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali.
lezioni di ateismo nelle scuole?
Corriere della Sera, La Stampa ecc. 16.2.04
LA PROPOSTA A LONDRA
«Anche lezioni d’ateismo nell’ora di religione»
LONDRA - In una società in cui sempre più persone si professano atee o agnostiche, i bambini dovrebbero imparare (coi fondamenti delle fedi tradizionali) i principi dei credi non religiosi. Lo ha proposto l'autorità che in Gran Bretagna regola i piani di studio delle scuole (la Qualification and Curriculum Authority). Ha spiegato un portavoce: «Ci sono molti bimbi e ragazzi che non sono affiliati ad alcuna fede e le loro credenze ... devono essere prese seriamente». Per il domenicale The Observer, la proposta darà vita a un duro dibattito.
Il governo propone lezioni su ateismo e agnosticismo
In una società in cui un numero crescente di persone si professano atee o agnostiche i bambini dovrebbero imparare - insieme ai fondamenti delle fedi tradizionali - anche i principi alla base dei credi non-religiosi. Lo ha proposto l'autorità del governo che regola i piani di studio delle scuole britanniche, la Qca, Qualification and curriculum authority, senza tuttavia volerne fare una regola obbligatoria per tutte le scuole; gli istituti di stampo religioso potranno quindi non attenersi alle nuove disposizioni. Nonostante alcune scuole affrontino già i temi dell'ateismo e dell'agnosticismo, non esistono per il momento linee guida ufficiali. «Vogliamo che i giovani studino le credenze non religiose nel contesto delle diverse religioni - ha affermato un portavoce del Qca -[...]».
LA PROPOSTA A LONDRA
«Anche lezioni d’ateismo nell’ora di religione»
LONDRA - In una società in cui sempre più persone si professano atee o agnostiche, i bambini dovrebbero imparare (coi fondamenti delle fedi tradizionali) i principi dei credi non religiosi. Lo ha proposto l'autorità che in Gran Bretagna regola i piani di studio delle scuole (la Qualification and Curriculum Authority). Ha spiegato un portavoce: «Ci sono molti bimbi e ragazzi che non sono affiliati ad alcuna fede e le loro credenze ... devono essere prese seriamente». Per il domenicale The Observer, la proposta darà vita a un duro dibattito.
Il governo propone lezioni su ateismo e agnosticismo
In una società in cui un numero crescente di persone si professano atee o agnostiche i bambini dovrebbero imparare - insieme ai fondamenti delle fedi tradizionali - anche i principi alla base dei credi non-religiosi. Lo ha proposto l'autorità del governo che regola i piani di studio delle scuole britanniche, la Qca, Qualification and curriculum authority, senza tuttavia volerne fare una regola obbligatoria per tutte le scuole; gli istituti di stampo religioso potranno quindi non attenersi alle nuove disposizioni. Nonostante alcune scuole affrontino già i temi dell'ateismo e dell'agnosticismo, non esistono per il momento linee guida ufficiali. «Vogliamo che i giovani studino le credenze non religiose nel contesto delle diverse religioni - ha affermato un portavoce del Qca -[...]».
l'olfatto
Già un secolo fa Georg Simmel notava che «la questione sociale
non è solo una questione morale, ma anche una questione di odorato»
di Marco Belpoliti
SAUL Steinberg era solito intrattenere i visitatori con la sua «teoria del naso». Il disegnatore romeno, emigrato in America, prendeva un grande foglio bianco di carta e con una serie di pieghe lo riduceva a un piccolo rettangolo; poi vi disegnava occhi, occhiali e bocca; infine con le forbici realizzava un piccolo foro al centro: lì infilava il naso. Era il suo autoritratto. Poi spiegava: il naso è la parte più primitiva, la parte più originale e privata di un individuo; mentre la faccia è la parte politica, il naso è invece la parte meno evoluta. «E' il naso che ci rende complici di noi stessi», diceva a conclusione della sua piccola performance. Steinberg probabilmente era al corrente delle teorie evolutive sul naso, o forse no. Fatto sta che, come ci spiegano i neurologi, è proprio dal naso che comincia a svilupparsi nel feto l'individuo. Ma non solo. Il nostro naso è collegato con la parte più antica del nostro cervello, quella che regola le emozioni. Forse è per questo che sentire un odore - gradito o sgradito che sia - scatena immediatamente reazioni istintive.
Il naso è connesso con il sistema libico, con il tronco dell'encefalo e con l'ipofisi. Quando noi percepiamo un odore, invece di elaborare lo stimolo e di cercare di definirlo, ci formiamo subito un'opinione al riguardo e reagiamo di conseguenza. Mentre un messaggio visivo, o linguistico, viene «tradotto» dal cervello, l'odore agisce immediatamente. Queste, come altre informazioni sul nostro sistema olfattivo, sono contenute in un interessante libro di Piet Vroon, uno psicologo sperimentale olandese, scomparso da poco, che lo ha redatto in collaborazione con un biologo e un collega: Il seduttore segreto. "Psicologia dell'olfatto" (Editori Riuniti, pp. 255, e14). Il naso è sì un senso rudimentale, ma in ogni caso molto complicato. A causa della struttura delle narici, è difficile dosare gli odori. Nel naso si formano correnti d'aria turbolenti; forse per questo nessuno annusa solo una volta, ma per aspirazioni successive. E non è solo il naso a sentire gli odori; anche la bocca ha la sua parte: mentre mangiamo percepiamo gli odori (e i sapori) e una piccola parte delle sostanze olfattive ci arrivano persino per le vie circolatorie.
Le pagine dedicate da Vroon alla anatomia e fisiologia del naso sono affascinanti. Gli odori si sentono meglio in ambiente umido, per questo abbiamo il naso umido. Il muco, con cui combattiamo quando siamo raffreddati, non ha solo la funzione di umidificare la nostra cavità superiore, ma anche di trattenere le molecole dell'aria più a lungo per consentirci di odorare. Sono parecchi gli animali a naso umido; ad esempio, i mammiferi. Ma hanno un ottimo olfatto anche i serpenti, i pesci, e alcuni anfibi; inoltre, i piccioni che popolano le piazze delle nostre città, pare siano in grado di elaborare mappe olfattive della zona in cui vivono; mentre la gran parte degli uccelli non sentono bene gli odori, dato che volano in zone dell'aria dove questi non arrivano o non restano a lungo.
Nonostante la rilevanza del naso, l'uomo non ha un grande senso dell'odorato, bensì uno modesto. La superficie del nostro organo di senso è ridottissima: un centimetro quadrato per narice (al confronto l'occhio è molto più grande). Ci sono circa 30.000 neuroni per millimetro quadrato, per un totale di 3 o 5 milioni di cellule sensoriali complessive; mentre il cane ne ha tra i 150 e i 220 milioni e il coniglio 50 milioni. Per fare un confronto con l'occhio: sulla retina umana non ci sono più di 200 milioni di bastoncelli e coni per intercettare la luce e i colori. L'occhio e il naso: senza dubbio la cultura umana ha sempre dato più importanza alla vista che all'olfatto considerato alla stregua del gusto un senso inferiore.
I filosofi hanno gettato un grande discredito sulle facoltà del nostro naso. Kant, a cui dobbiamo molte delle convinzioni riguardo al mondo sensibile, sosteneva che l'olfatto procura più nausee che piaceri. Il visivo ha dominato in modo incontrastato in Occidente, relegando gli altri sensi in posizione secondaria, come hanno dimostrato due storici della civilizzazione: Alain Corbin, autore della "Storia sociale degli odori" (Mondadori) e Piero Camporesi, che al tema degli odori ha dedicato pagine dell’"Officina dei sensi" (Garzanti). Vroon riabilita l'olfatto e ci fa capire la capacità che possiede di cogliere ciò che è volubile e variabile, di esplorare quel grande spazio in cui viviamo immersi senza che ne accorgiamo: l'aria.
Una delle cose che colpiscono maggiormente è l'associazione tra l'olfatto, intesto come senso dell'inafferrabile, e il linguaggio, lo strumento privilegiato della nostra comunicazione. Quello della classificazione degli odori è infatti uno dei capitoli più affascinanti della tassonomia umana. Non è un caso che sia stato proprio Linneo, il grande classificatore di piante e animali, che alla metà del Settecento notò le impressioni olfattive in sette classi, decidendo anche un ordine discendente di piacevolezza: aromatico, fragrante, ambrato o muschiato, agliaceo, fetido o caprino (sudore), velenoso e nauseabondo. La sua classificazione deriva dalla conoscenza del mondo vegetale, o meglio, dagli odori delle piante. Nella visione del mondo naturale elaborata da Linneo, gli odori si legano sia ai vegetali che agli organi genitali e alle loro secrezioni: il biancospino odora come la regione genitale femminile; mentre i fiori di sambuco, tiglio e castagno hanno un odore dolce, leggermente sgradevole, che ricorda lo sperma.
Nelle sue considerazioni finali, Piet Vroon ribadisce come l'impressione di un odore dipenda strettamente dalla concentrazione della sostanza: sostanze maleodoranti, a bassa concentrazione posso avere persino un buon odore; così come si percepiscono odori diversi a seconda della narice che inala. Tuttavia il problema fondamentale resta quello dell'orientamento olfattivo imposto dalle differenti culture: l'attrazione o il ribrezzo, la passione o la repulsione, sono sovente determinati dall'ambiente culturale o sociale in cui si è cresciuti. Ogni civiltà ha il suo naso: i giapponesi, ad esempio, non sopportano l'odore del formaggio. Alessandro Gusman, un giovane antropologo che studia le culture africane, ha affrontato questa questione in un volume, "Antropologia dell'olfatto" (Laterza, pp. 184, e18). Per farlo ha dovuto abbattere un tabù della stessa antropologia: la prevalenza del visivo sul sonoro e l'olfattivo nella conoscenza e descrizione delle singole culture, invitando a smettere di considerare le culture testi da studiare.
Naturalmente per descrivere in termini antropologici gli odori delle differenti civiltà occorre superare l'idea che l'odore sia legato alle caratteristiche fisiche e morali di una persona. Il che non vale solo per le culture non-occidentali. In Africa, presso alcune popolazioni, è diffusa l'idea che i bianchi «puzzino di cadavere», data la loro tendenza ad eliminare gli odori fisici, associati alla vita: l'assenza di odore richiama la morte fisica. I giapponesi possiedono un termine, bata kusai, con cui indicano quelli che «puzzano di burro», ovvero gli Occidentali, dediti ad una alimentazione troppo ricca di grassi, ma che sudano anche troppo e si lavano poco.
Che esista un legame culturale molto forte tra società e odorato, lo rilevava all'inizio del XX secolo il sociologo Georg Simmel: «La questione sociale non è solamente una questione morale, ma anche una questione di odorato». Nel corso del Settecento e dell'Ottocento in Europa, mentre s'andava definendo il confine netto tra pubblico e privato, mentre le case diventavano sempre più spazi privati, chiusi alla presenza degli altri, mentre diminuiva la promiscuità dei corpi, cresceva in parallelo l'impulso alla pulizia.
Come ha scritto l'antropologa Mary Douglas in "Purezza e pericolo" (il Mulino), «lo sporco è incompatibile con l'ordine». Che il nostro destino sia quello di rendere sempre più asettiche o profumate le nostre case e i nostri corpi? E fino a che punto potremo spingerci, senza rinnegare le nostre origini animali? Il nostro naso, per evolversi, ha impiegato milioni di anni e resta, come sosteneva Saul Steinberg, nonostante tutto la parte più originale di noi stessi. Abolirlo, anche per un problema di identità, non è davvero facile.
non è solo una questione morale, ma anche una questione di odorato»
di Marco Belpoliti
SAUL Steinberg era solito intrattenere i visitatori con la sua «teoria del naso». Il disegnatore romeno, emigrato in America, prendeva un grande foglio bianco di carta e con una serie di pieghe lo riduceva a un piccolo rettangolo; poi vi disegnava occhi, occhiali e bocca; infine con le forbici realizzava un piccolo foro al centro: lì infilava il naso. Era il suo autoritratto. Poi spiegava: il naso è la parte più primitiva, la parte più originale e privata di un individuo; mentre la faccia è la parte politica, il naso è invece la parte meno evoluta. «E' il naso che ci rende complici di noi stessi», diceva a conclusione della sua piccola performance. Steinberg probabilmente era al corrente delle teorie evolutive sul naso, o forse no. Fatto sta che, come ci spiegano i neurologi, è proprio dal naso che comincia a svilupparsi nel feto l'individuo. Ma non solo. Il nostro naso è collegato con la parte più antica del nostro cervello, quella che regola le emozioni. Forse è per questo che sentire un odore - gradito o sgradito che sia - scatena immediatamente reazioni istintive.
Il naso è connesso con il sistema libico, con il tronco dell'encefalo e con l'ipofisi. Quando noi percepiamo un odore, invece di elaborare lo stimolo e di cercare di definirlo, ci formiamo subito un'opinione al riguardo e reagiamo di conseguenza. Mentre un messaggio visivo, o linguistico, viene «tradotto» dal cervello, l'odore agisce immediatamente. Queste, come altre informazioni sul nostro sistema olfattivo, sono contenute in un interessante libro di Piet Vroon, uno psicologo sperimentale olandese, scomparso da poco, che lo ha redatto in collaborazione con un biologo e un collega: Il seduttore segreto. "Psicologia dell'olfatto" (Editori Riuniti, pp. 255, e14). Il naso è sì un senso rudimentale, ma in ogni caso molto complicato. A causa della struttura delle narici, è difficile dosare gli odori. Nel naso si formano correnti d'aria turbolenti; forse per questo nessuno annusa solo una volta, ma per aspirazioni successive. E non è solo il naso a sentire gli odori; anche la bocca ha la sua parte: mentre mangiamo percepiamo gli odori (e i sapori) e una piccola parte delle sostanze olfattive ci arrivano persino per le vie circolatorie.
Le pagine dedicate da Vroon alla anatomia e fisiologia del naso sono affascinanti. Gli odori si sentono meglio in ambiente umido, per questo abbiamo il naso umido. Il muco, con cui combattiamo quando siamo raffreddati, non ha solo la funzione di umidificare la nostra cavità superiore, ma anche di trattenere le molecole dell'aria più a lungo per consentirci di odorare. Sono parecchi gli animali a naso umido; ad esempio, i mammiferi. Ma hanno un ottimo olfatto anche i serpenti, i pesci, e alcuni anfibi; inoltre, i piccioni che popolano le piazze delle nostre città, pare siano in grado di elaborare mappe olfattive della zona in cui vivono; mentre la gran parte degli uccelli non sentono bene gli odori, dato che volano in zone dell'aria dove questi non arrivano o non restano a lungo.
Nonostante la rilevanza del naso, l'uomo non ha un grande senso dell'odorato, bensì uno modesto. La superficie del nostro organo di senso è ridottissima: un centimetro quadrato per narice (al confronto l'occhio è molto più grande). Ci sono circa 30.000 neuroni per millimetro quadrato, per un totale di 3 o 5 milioni di cellule sensoriali complessive; mentre il cane ne ha tra i 150 e i 220 milioni e il coniglio 50 milioni. Per fare un confronto con l'occhio: sulla retina umana non ci sono più di 200 milioni di bastoncelli e coni per intercettare la luce e i colori. L'occhio e il naso: senza dubbio la cultura umana ha sempre dato più importanza alla vista che all'olfatto considerato alla stregua del gusto un senso inferiore.
I filosofi hanno gettato un grande discredito sulle facoltà del nostro naso. Kant, a cui dobbiamo molte delle convinzioni riguardo al mondo sensibile, sosteneva che l'olfatto procura più nausee che piaceri. Il visivo ha dominato in modo incontrastato in Occidente, relegando gli altri sensi in posizione secondaria, come hanno dimostrato due storici della civilizzazione: Alain Corbin, autore della "Storia sociale degli odori" (Mondadori) e Piero Camporesi, che al tema degli odori ha dedicato pagine dell’"Officina dei sensi" (Garzanti). Vroon riabilita l'olfatto e ci fa capire la capacità che possiede di cogliere ciò che è volubile e variabile, di esplorare quel grande spazio in cui viviamo immersi senza che ne accorgiamo: l'aria.
Una delle cose che colpiscono maggiormente è l'associazione tra l'olfatto, intesto come senso dell'inafferrabile, e il linguaggio, lo strumento privilegiato della nostra comunicazione. Quello della classificazione degli odori è infatti uno dei capitoli più affascinanti della tassonomia umana. Non è un caso che sia stato proprio Linneo, il grande classificatore di piante e animali, che alla metà del Settecento notò le impressioni olfattive in sette classi, decidendo anche un ordine discendente di piacevolezza: aromatico, fragrante, ambrato o muschiato, agliaceo, fetido o caprino (sudore), velenoso e nauseabondo. La sua classificazione deriva dalla conoscenza del mondo vegetale, o meglio, dagli odori delle piante. Nella visione del mondo naturale elaborata da Linneo, gli odori si legano sia ai vegetali che agli organi genitali e alle loro secrezioni: il biancospino odora come la regione genitale femminile; mentre i fiori di sambuco, tiglio e castagno hanno un odore dolce, leggermente sgradevole, che ricorda lo sperma.
Nelle sue considerazioni finali, Piet Vroon ribadisce come l'impressione di un odore dipenda strettamente dalla concentrazione della sostanza: sostanze maleodoranti, a bassa concentrazione posso avere persino un buon odore; così come si percepiscono odori diversi a seconda della narice che inala. Tuttavia il problema fondamentale resta quello dell'orientamento olfattivo imposto dalle differenti culture: l'attrazione o il ribrezzo, la passione o la repulsione, sono sovente determinati dall'ambiente culturale o sociale in cui si è cresciuti. Ogni civiltà ha il suo naso: i giapponesi, ad esempio, non sopportano l'odore del formaggio. Alessandro Gusman, un giovane antropologo che studia le culture africane, ha affrontato questa questione in un volume, "Antropologia dell'olfatto" (Laterza, pp. 184, e18). Per farlo ha dovuto abbattere un tabù della stessa antropologia: la prevalenza del visivo sul sonoro e l'olfattivo nella conoscenza e descrizione delle singole culture, invitando a smettere di considerare le culture testi da studiare.
Naturalmente per descrivere in termini antropologici gli odori delle differenti civiltà occorre superare l'idea che l'odore sia legato alle caratteristiche fisiche e morali di una persona. Il che non vale solo per le culture non-occidentali. In Africa, presso alcune popolazioni, è diffusa l'idea che i bianchi «puzzino di cadavere», data la loro tendenza ad eliminare gli odori fisici, associati alla vita: l'assenza di odore richiama la morte fisica. I giapponesi possiedono un termine, bata kusai, con cui indicano quelli che «puzzano di burro», ovvero gli Occidentali, dediti ad una alimentazione troppo ricca di grassi, ma che sudano anche troppo e si lavano poco.
Che esista un legame culturale molto forte tra società e odorato, lo rilevava all'inizio del XX secolo il sociologo Georg Simmel: «La questione sociale non è solamente una questione morale, ma anche una questione di odorato». Nel corso del Settecento e dell'Ottocento in Europa, mentre s'andava definendo il confine netto tra pubblico e privato, mentre le case diventavano sempre più spazi privati, chiusi alla presenza degli altri, mentre diminuiva la promiscuità dei corpi, cresceva in parallelo l'impulso alla pulizia.
Come ha scritto l'antropologa Mary Douglas in "Purezza e pericolo" (il Mulino), «lo sporco è incompatibile con l'ordine». Che il nostro destino sia quello di rendere sempre più asettiche o profumate le nostre case e i nostri corpi? E fino a che punto potremo spingerci, senza rinnegare le nostre origini animali? Il nostro naso, per evolversi, ha impiegato milioni di anni e resta, come sosteneva Saul Steinberg, nonostante tutto la parte più originale di noi stessi. Abolirlo, anche per un problema di identità, non è davvero facile.
"psico-donna":
il business editoriale ci dà dentro...
due segnalazioni di Filippo Trojano
La Stampa 16.2.04
TRE MENSILI ITALIANI SULLA SCIA DI UN SUCCESSO FRANCESE DA 300 MILA COPIE
La psico-donna va in edicola
Il boom delle riviste «per guardarsi dentro»
di Raffaella Silipo
Per donne sull’orlo di una crisi di nervi, troppo ansiose per godersi a cuor leggero i servizi di moda, troppo sciroccate per interessarsi a creme e ricette, sono in arrivo ben tre mensili di psicologia: con un’attenzione speciale alle ragazze, perché è proprio il mondo femminile - o almeno così dicono le statistiche - a sentire più acutamente quella scontentezza di fondo che pare diventata la colonna sonora del nostro tempo. E dato che a ogni disagio corrisponde un potenziale business, ecco «Yourself», diretto da Piero Pantucci ed edito da Raffaello Geminiani, in edicola da metà gennaio, consulente editoriale Catherine Spaak. Il primo numero ha superato le centomila copie. Seguirà «Per me», in arrivo il 26 febbraio, edito da Mondadori e diretto da Patrizia Avoledo e Cipriana Dall’Orto, coppia di ferro già alla guida di «Donna Moderna» che si fa forte del successo della collana «Star bene con se stessi»: obiettivo duecentomila copie, direttore scientifico Raffaele Morelli di «Riza Psicosomatica». Il terzo, nei prossimi mesi, sarà la versione italiana del fenomeno francese «Psychologies», nato nel 1997, quasi trecentomila copie al mese: «Un mensile specchio - è la dichiarazione d’intenti che si legge nel sito - dedicato alla donna che vuole guardarsi dentro e non ha paura di cambiare». Per evitare di inflazionare il mercato, spiega Rossella Giorgetti di Hachette Rusconi «l’uscita italiana è rimandata. Ma le ricerche sono concordi nel dire che il filone “psi” sia il più forte al momento. Si tratta di trovare il modo giusto di trattarlo».
Il punto di partenza dei tre mensili è molto simile: psicologia vista non come terapia ma come strumento quotidiano per ritrovare un benessere nel rapporto con se stessi e con gli altri. Argomenti tipici dei femminili - moda, bellezza, cucina, shopping - raccontati però nel loro significato più emotivo: «Non dal punto di vista dei modelli di stile - spiega “Yourself” nell’editoriale - ma in quanto rivelatori del nostro modo di essere». D’altronde proprio le pagine psicologiche sono le più lette nei femminili tradizionali: «Abbiamo notato un’evoluzione nelle donne - dice la Dall’Orto - sono divise tra mille compiti e sentono forte il bisogno di un ritorno all’interiorità per capire e per capirsi». E, a conferma che sono le donne le più sensibili a questi temi, c’è l’indagine di Rq - Ricerche Qualitative secondo cui il lettore di riferimento è per il 60 per cento donna, di cultura medio superiore, età tra i 25 e i 44 anni, abitante nel Nord e Centro Italia.
Così in «Yourself» la copertina mostra una Marilyn Monroe sfocata, incerta nella sua identità. Dimmi che borsa hai e ti dirò chi sei, promette un servizio interno che divide le donne a seconda delle coordinate ordine-disordine, pochi oggetti-molti oggetti. Anche la recensione cinematografica di «Mystic River» è letta con gli occhi dell’analista e l’astrologo scrive uno «psicoroscopo» che divertirebbe molto Carl Gustav Jung. «Cosa si cerca in un giornale come il nostro? - dice Pantucci - Io credo soprattutto sicurezza, identità. Nelle molte lettere che riceviamo sono ricorrenti le domande su se stessi: chi sono, come mi colloco nel mondo, come posso migliorare il mio rapporto con gli altri. Non a caso la rubrica più letta è quella della grafologia, strumento immediato di autoconoscenza. C’è un disorientamento generalizzato, una forte ricerca d’aiuto. Tanta solitudine». Almeno stando ai sondaggi sono dodici milioni gli italiani che usano psicofarmaci, due milioni sono insonni, quattro milioni depressi, altri quattro milioni hanno disturbi psicosomatici. Un disagio non sempre così forte da andare da un terapeuta, ma che può trovare conforto nella lettura e nell’analisi di casi analoghi.
Ma c’è chi è critico sulla troppa divulgazione: «Siamo di fronte all’equivalente cartaceo degli psicofarmaci - è l’opinione di Gianandrea Abbate, dell’istituto di ricerca Lexis Psycholinguistic - una specie di Tavor formato magazine. Resta da vedere se il fenomeno non degenererà in una psicologia da discount». Non a caso in Francia è già in corso un dibattito sui rischi che corrono i «clinici della psiche» nell’affrontare le sirene dei mass media, giornali o tv che siano. «Dare l’impressione che il disagio possa essere eliminato presto e bene - scrive «Le Monde» - è il contrario dei principi su cui si basa la psicanalisi. E può persino impedire che l’individuo si faccia domande profonde, magari sconvolgenti». La psicologia deve tornare sul lettino? Non è detto, ammette «Le Monde»: «Basta che non si riduca a dare ricette, piuttosto offra uno sguardo diverso sul mondo, un’alternativa all’opinione generale». D’altronde, si sa, l’anima non è snob e parla attraverso le vie più diverse e misteriose. Persino in una borsetta, o al discount.
La Stampa 16.2.04
LO PSICANALISTA
«L’autoanalisi è una caratteristica femminile»
Carotenuto: le componenti emotive della personalità sono preponderanti
PROFESSOR Carotenuto, come mai la psicologia è soprattutto un affare da donne?
«L’animo femminile è più immerso in se stesso, le componenti emotive della personalità sono preponderanti rispetto a quelle razionali. Questo influisce sui rapporti interpersonali: la donna, infatti, è più “empatica”, sa immedesimarsi nell’altro, assumere il suo punto di vista liberando la mente e il cuore da stereotipi di ruolo e di genere o da rigidi preconcetti».
Quindi è vero quando si dice che la donna è più portata all’introspezione e l’uomo all’azione?
«In generale la donna ha una comprensione degli eventi più profonda rispetto all’uomo, che preferisce un approccio fenomenologico e meno speculativo. D’altro canto, non bisogna dimenticare che la donna è innanzitutto madre e quindi ha il potere della creazione: ogni essere umano nasce da una donna, da una condizione simbiotica di esistenza ove non esiste separazione tra il Sé e l'altro, da una vita intrauterina dominata dal sapore dell'infinito. La donna quindi prova dentro di sé la congiunzione degli opposti di cui l’animo ha bisogno. Non solo: la vita di ogni individuo è costellata dal continuo confronto con il femminile».
Ma se tutti nasciamo da una donna, perchè siamo così diversi?
«Perchè man mano che la bambina cresce, sente non di essere "diversa" dalla madre - come accade per il bambino - ma percepisce una affinità profonda. Quindi il bambino, per poter sviluppare la propria identità maschile, deve per forza “rompere” con la madre, la bambina può viceversa permanere a lungo nel limbo d'origine senza che questo comprometta la sua identità».
Insomma le donne sono privilegiate?
«In certo senso sì, persino in una cultura patriarcale come la nostra: la donna ha una possibilità in più, una carta importante da poter giocare durante l'esistenza. Questa possibilità ulteriore del femminile è data dalla sua capacità di destreggiarsi nell'ambito delle relazioni che implicano una identificazione. La donna stabilisce quindi un contatto più profondo con le proprie emozioni, sa interrogarsi sempre su ciò che si cela dietro l'apparenza quotidiana».
Eppure, si dice, gli uomini di oggi sono molto diversi da quelli di un tempo.
«Sì, negli ultimi anni si nota un riavvicinamento dell’uomo all’inconscio, e una maggiore propensione a intraprendere un percorso conoscitivo analitico. Ma evidentemente non è ancora un atteggiamento così generalizzato da entrare nelle indagini di mercato».
La Stampa 16.2.04
TRE MENSILI ITALIANI SULLA SCIA DI UN SUCCESSO FRANCESE DA 300 MILA COPIE
La psico-donna va in edicola
Il boom delle riviste «per guardarsi dentro»
di Raffaella Silipo
Per donne sull’orlo di una crisi di nervi, troppo ansiose per godersi a cuor leggero i servizi di moda, troppo sciroccate per interessarsi a creme e ricette, sono in arrivo ben tre mensili di psicologia: con un’attenzione speciale alle ragazze, perché è proprio il mondo femminile - o almeno così dicono le statistiche - a sentire più acutamente quella scontentezza di fondo che pare diventata la colonna sonora del nostro tempo. E dato che a ogni disagio corrisponde un potenziale business, ecco «Yourself», diretto da Piero Pantucci ed edito da Raffaello Geminiani, in edicola da metà gennaio, consulente editoriale Catherine Spaak. Il primo numero ha superato le centomila copie. Seguirà «Per me», in arrivo il 26 febbraio, edito da Mondadori e diretto da Patrizia Avoledo e Cipriana Dall’Orto, coppia di ferro già alla guida di «Donna Moderna» che si fa forte del successo della collana «Star bene con se stessi»: obiettivo duecentomila copie, direttore scientifico Raffaele Morelli di «Riza Psicosomatica». Il terzo, nei prossimi mesi, sarà la versione italiana del fenomeno francese «Psychologies», nato nel 1997, quasi trecentomila copie al mese: «Un mensile specchio - è la dichiarazione d’intenti che si legge nel sito - dedicato alla donna che vuole guardarsi dentro e non ha paura di cambiare». Per evitare di inflazionare il mercato, spiega Rossella Giorgetti di Hachette Rusconi «l’uscita italiana è rimandata. Ma le ricerche sono concordi nel dire che il filone “psi” sia il più forte al momento. Si tratta di trovare il modo giusto di trattarlo».
Il punto di partenza dei tre mensili è molto simile: psicologia vista non come terapia ma come strumento quotidiano per ritrovare un benessere nel rapporto con se stessi e con gli altri. Argomenti tipici dei femminili - moda, bellezza, cucina, shopping - raccontati però nel loro significato più emotivo: «Non dal punto di vista dei modelli di stile - spiega “Yourself” nell’editoriale - ma in quanto rivelatori del nostro modo di essere». D’altronde proprio le pagine psicologiche sono le più lette nei femminili tradizionali: «Abbiamo notato un’evoluzione nelle donne - dice la Dall’Orto - sono divise tra mille compiti e sentono forte il bisogno di un ritorno all’interiorità per capire e per capirsi». E, a conferma che sono le donne le più sensibili a questi temi, c’è l’indagine di Rq - Ricerche Qualitative secondo cui il lettore di riferimento è per il 60 per cento donna, di cultura medio superiore, età tra i 25 e i 44 anni, abitante nel Nord e Centro Italia.
Così in «Yourself» la copertina mostra una Marilyn Monroe sfocata, incerta nella sua identità. Dimmi che borsa hai e ti dirò chi sei, promette un servizio interno che divide le donne a seconda delle coordinate ordine-disordine, pochi oggetti-molti oggetti. Anche la recensione cinematografica di «Mystic River» è letta con gli occhi dell’analista e l’astrologo scrive uno «psicoroscopo» che divertirebbe molto Carl Gustav Jung. «Cosa si cerca in un giornale come il nostro? - dice Pantucci - Io credo soprattutto sicurezza, identità. Nelle molte lettere che riceviamo sono ricorrenti le domande su se stessi: chi sono, come mi colloco nel mondo, come posso migliorare il mio rapporto con gli altri. Non a caso la rubrica più letta è quella della grafologia, strumento immediato di autoconoscenza. C’è un disorientamento generalizzato, una forte ricerca d’aiuto. Tanta solitudine». Almeno stando ai sondaggi sono dodici milioni gli italiani che usano psicofarmaci, due milioni sono insonni, quattro milioni depressi, altri quattro milioni hanno disturbi psicosomatici. Un disagio non sempre così forte da andare da un terapeuta, ma che può trovare conforto nella lettura e nell’analisi di casi analoghi.
Ma c’è chi è critico sulla troppa divulgazione: «Siamo di fronte all’equivalente cartaceo degli psicofarmaci - è l’opinione di Gianandrea Abbate, dell’istituto di ricerca Lexis Psycholinguistic - una specie di Tavor formato magazine. Resta da vedere se il fenomeno non degenererà in una psicologia da discount». Non a caso in Francia è già in corso un dibattito sui rischi che corrono i «clinici della psiche» nell’affrontare le sirene dei mass media, giornali o tv che siano. «Dare l’impressione che il disagio possa essere eliminato presto e bene - scrive «Le Monde» - è il contrario dei principi su cui si basa la psicanalisi. E può persino impedire che l’individuo si faccia domande profonde, magari sconvolgenti». La psicologia deve tornare sul lettino? Non è detto, ammette «Le Monde»: «Basta che non si riduca a dare ricette, piuttosto offra uno sguardo diverso sul mondo, un’alternativa all’opinione generale». D’altronde, si sa, l’anima non è snob e parla attraverso le vie più diverse e misteriose. Persino in una borsetta, o al discount.
La Stampa 16.2.04
LO PSICANALISTA
«L’autoanalisi è una caratteristica femminile»
Carotenuto: le componenti emotive della personalità sono preponderanti
PROFESSOR Carotenuto, come mai la psicologia è soprattutto un affare da donne?
«L’animo femminile è più immerso in se stesso, le componenti emotive della personalità sono preponderanti rispetto a quelle razionali. Questo influisce sui rapporti interpersonali: la donna, infatti, è più “empatica”, sa immedesimarsi nell’altro, assumere il suo punto di vista liberando la mente e il cuore da stereotipi di ruolo e di genere o da rigidi preconcetti».
Quindi è vero quando si dice che la donna è più portata all’introspezione e l’uomo all’azione?
«In generale la donna ha una comprensione degli eventi più profonda rispetto all’uomo, che preferisce un approccio fenomenologico e meno speculativo. D’altro canto, non bisogna dimenticare che la donna è innanzitutto madre e quindi ha il potere della creazione: ogni essere umano nasce da una donna, da una condizione simbiotica di esistenza ove non esiste separazione tra il Sé e l'altro, da una vita intrauterina dominata dal sapore dell'infinito. La donna quindi prova dentro di sé la congiunzione degli opposti di cui l’animo ha bisogno. Non solo: la vita di ogni individuo è costellata dal continuo confronto con il femminile».
Ma se tutti nasciamo da una donna, perchè siamo così diversi?
«Perchè man mano che la bambina cresce, sente non di essere "diversa" dalla madre - come accade per il bambino - ma percepisce una affinità profonda. Quindi il bambino, per poter sviluppare la propria identità maschile, deve per forza “rompere” con la madre, la bambina può viceversa permanere a lungo nel limbo d'origine senza che questo comprometta la sua identità».
Insomma le donne sono privilegiate?
«In certo senso sì, persino in una cultura patriarcale come la nostra: la donna ha una possibilità in più, una carta importante da poter giocare durante l'esistenza. Questa possibilità ulteriore del femminile è data dalla sua capacità di destreggiarsi nell'ambito delle relazioni che implicano una identificazione. La donna stabilisce quindi un contatto più profondo con le proprie emozioni, sa interrogarsi sempre su ciò che si cela dietro l'apparenza quotidiana».
Eppure, si dice, gli uomini di oggi sono molto diversi da quelli di un tempo.
«Sì, negli ultimi anni si nota un riavvicinamento dell’uomo all’inconscio, e una maggiore propensione a intraprendere un percorso conoscitivo analitico. Ma evidentemente non è ancora un atteggiamento così generalizzato da entrare nelle indagini di mercato».
neurologi americani
Yahoo Notizie 16.2.04
Depressione : l’intolleranza alla Paroxetina ha basi genetiche
Di MedicinaNews.it
Ricercatori della Standford University School of Medicine (Usa) hanno valutato se le variazioni nei geni codificanti per il citocromo P450 (CYP2D6) o per il recettore della serotonina 5-HT-2A potessero essere alla base dell’intolleranza alla Paroxetina (Seroxat , Sereupin) , un antidepressivo SSRI.
I pazienti anziani (65 anni ed oltre) sono stati randomizzati a ricevere Paroxetina (n=124) o Mirtazapina (Remeron) , un antidepressivo NaSSA (n=122).
Lo studio è durato 8 settimane.
Il 46,3% dei pazienti con genotipo C/C del recettore della serotonina hanno dovuto interrompere il trattamento con la Paroxetina a causa degli effetti indesiderati contro il 16% di coloro che avevano uno o due alleli T.
La gravità degli effetti indesiderati è stata maggiore tra i pazienti con genotipo C/C.
Gli effetti indesiderati causati dalla Mirtazapina non sono invece risultati associati al genotipo del recettore della serotonina.
Il genotipo del complesso enzimatico CYP2D6 non è risultato associato agli effetti indesiderati di entrambi i farmaci. (Xagena 2004)
Murphy GM et al, Am J Psychiatry 2003; 160:1830-1835
Depressione : l’intolleranza alla Paroxetina ha basi genetiche
Di MedicinaNews.it
Ricercatori della Standford University School of Medicine (Usa) hanno valutato se le variazioni nei geni codificanti per il citocromo P450 (CYP2D6) o per il recettore della serotonina 5-HT-2A potessero essere alla base dell’intolleranza alla Paroxetina (Seroxat , Sereupin) , un antidepressivo SSRI.
I pazienti anziani (65 anni ed oltre) sono stati randomizzati a ricevere Paroxetina (n=124) o Mirtazapina (Remeron) , un antidepressivo NaSSA (n=122).
Lo studio è durato 8 settimane.
Il 46,3% dei pazienti con genotipo C/C del recettore della serotonina hanno dovuto interrompere il trattamento con la Paroxetina a causa degli effetti indesiderati contro il 16% di coloro che avevano uno o due alleli T.
La gravità degli effetti indesiderati è stata maggiore tra i pazienti con genotipo C/C.
Gli effetti indesiderati causati dalla Mirtazapina non sono invece risultati associati al genotipo del recettore della serotonina.
Il genotipo del complesso enzimatico CYP2D6 non è risultato associato agli effetti indesiderati di entrambi i farmaci. (Xagena 2004)
Murphy GM et al, Am J Psychiatry 2003; 160:1830-1835
storia:
risolto il mistero della congiura dei Pazzi (1478)
Repubblica 16.2.04
Uno storico italiano scopre il mandante della congiura dei Pazzi contro Lorenzo il Magnifico
Risolto dopo cinque secoli uno dei grandi misteri del Rinascimento, fu un vero intrigo internazionale
Dietro i sicari che uccisero Giuliano nella cattedrale di Firenze c'era il duca di Urbino, Federico da Montefeltro
Una lettera cifrata svela il mandante della Congiura dei Pazzi
di ALBERTO FLORES D´ARCAIS
NEW YORK. Grazie alla passione e alla certosina pazienza di uno studioso italiano, dopo oltre cinque secoli uno dei "misteri" della nostra storia passata - il complotto contro i fratelli Medici - è stato risolto. Il 26 aprile del 1478, domenica dell´Ascensione, un gruppo di sicari guidati da Francesco de´ Pazzi uccise con diciannove pugnalate Giuliano de´ Medici, mentre il fratello maggiore Lorenzo (il Magnifico) veniva ferito e riusciva a scampare alla morte rifugiandosi in sacrestia.
Oggi, 526 anni dopo i sanguinosi avvenimenti di quella domenica d´aprile - passati alla storia come la Congiura dei Pazzi - Marcello Simonetta, professore di storia e letteratura rinascimentale alla prestigiosa Wesleyan University in Connecticut, è riuscito a ricostruire tutti gli elementi del puzzle, "incastrando" con una prova documentale degna di un grande giallista uno dei protagonisti occulti di quella vicenda. Un potente dell´epoca, un uomo che finora, sia nella cronache contemporanee che nelle ricostruzioni storiografiche successive era riuscito a restarne fuori, a passare indenne da ogni sospetto: Federico da Montefeltro.
La Congiura dei Pazzi viene di solito presentata come un «affare di famiglia», in cui i Pazzi - potente famiglia fiorentina gelosa della potenza e del carisma dei Medici - organizzarono un complotto per eliminare Lorenzo e Giuliano. Dopo aver tentato di colpirli in diverse occasioni, facendo ricorso a "trucchi" e tradimenti, riuscirono a mettere in pratica il loro piano nel modo più sacrilego e spettacolare, agendo durante la messa solenne nella cattedrale di Firenze. Quello che di solito non si dice, e che sui banchi di scuola non abbiamo imparato, è che dietro questa sanguinaria saga familiare si nasconde una vera e propria congiura internazionale, in cui fanno da sfondo, più o meno occulti, i grandi protagonisti dell´epoca: dal papa Sisto IV (Francesco Della Rovere) al nipote Girolamo Riario, dal re di Napoli Ferrante d´Aragona al duca di Urbino Federico da Montefeltro.
L´enigmatico profilo che del Montefeltro fece Piero della Francesca, e che campeggia in bella mostra in una sala degli Uffizi, nasconde dunque una vicenda esemplare della nostra storia passata, dove intrighi e tradimenti personali e familiari si mescolavano alla religione e alla politica, in cui un papato che aspirava a "conquistare" tutta l´Italia centrale non si tirava indietro, anzi promuoveva, complotti e orrendi delitti.
A Marcello Simonetta il capolavoro di Piero della Francesca non sarebbe stato sufficiente per risolvere il problema. Dalla sua il giovane professore (classe 1968) - uno dei tanti cervelli che il baronale sistema universitario italiano ha indotto, o costretto, a cercare fortuna all´estero - ha avuto anche un pizzico di fortuna, che si é manifestata sotto forma di un trattatello del Quattrocento che insegnava a decifrare i dispacci diplomatici dell´epoca. L´autore del libretto è infatti Cicco Simonetta, Cancelliere degli Sforza a Milano, e antenato del professor Marcello.
Studiando il trattatello Marcello Simonetta ha scoperto la chiave per decriptare una lettera cifrata che aveva trovato nell´archivio privato Ubaldini a Urbino, una lettera inviata dal duca di Urbino ai suoi ambasciatori a Roma due mesi esatti prima che la Congiura dei Pazzi avesse luogo. In quella lettera ci sono le prove del coinvolgimento diretto di Federico da Montefeltro nella storica vicenda.
Decifrare quella lettera per il professore della Wesleyan University è stato tutt´altro che facile e gli ha richiesto parecchio tempo. «Mi sono basato sulla frequenza delle vocali e la combinazione di alcuni gruppi di lettere. Credevo di non venirne mai a capo. Alla fine, dopo circa un mese di lavoro, sono riuscito a penetrare il codice. Mi ha aiutato la ripetizione di una serie di simboli, che corrispondevano a sua santità, il papa Sisto IV».
Il risultato della ricerca è stato pubblicato su "Archivio storico italiano", una delle più importanti riviste in campo storiografico. Da quel documento - spiega il professor Simonetta - l´immagine di Federico da Montefeltro che ne viene fuori è profondamente machiavelliana: «Le sue "opere non furono leonine, ma di volpe", per usare la frase che Dante riferisce a Guido di Montefeltro, un antenato del duca sprofondato nell´Inferno. E questo ci costringe a riconsiderare una visione del Rinascimento edulcorato, "neoplatonico e armonizzato", frutto di una grandiosa copertura ideologica».
Il lavoro dello studioso italiano non finisce però qui. Nel suo libro "Il Rinascimento segreto: il mondo del Segretario da Petrarca a Machiavelli", appena pubblicato dall´editore Franco Angeli approfondisce i segreti del mondo umanistico e cancelleresco con ulteriori novità documentali e interpretative.
Uno storico italiano scopre il mandante della congiura dei Pazzi contro Lorenzo il Magnifico
Risolto dopo cinque secoli uno dei grandi misteri del Rinascimento, fu un vero intrigo internazionale
Dietro i sicari che uccisero Giuliano nella cattedrale di Firenze c'era il duca di Urbino, Federico da Montefeltro
Una lettera cifrata svela il mandante della Congiura dei Pazzi
di ALBERTO FLORES D´ARCAIS
NEW YORK. Grazie alla passione e alla certosina pazienza di uno studioso italiano, dopo oltre cinque secoli uno dei "misteri" della nostra storia passata - il complotto contro i fratelli Medici - è stato risolto. Il 26 aprile del 1478, domenica dell´Ascensione, un gruppo di sicari guidati da Francesco de´ Pazzi uccise con diciannove pugnalate Giuliano de´ Medici, mentre il fratello maggiore Lorenzo (il Magnifico) veniva ferito e riusciva a scampare alla morte rifugiandosi in sacrestia.
Oggi, 526 anni dopo i sanguinosi avvenimenti di quella domenica d´aprile - passati alla storia come la Congiura dei Pazzi - Marcello Simonetta, professore di storia e letteratura rinascimentale alla prestigiosa Wesleyan University in Connecticut, è riuscito a ricostruire tutti gli elementi del puzzle, "incastrando" con una prova documentale degna di un grande giallista uno dei protagonisti occulti di quella vicenda. Un potente dell´epoca, un uomo che finora, sia nella cronache contemporanee che nelle ricostruzioni storiografiche successive era riuscito a restarne fuori, a passare indenne da ogni sospetto: Federico da Montefeltro.
La Congiura dei Pazzi viene di solito presentata come un «affare di famiglia», in cui i Pazzi - potente famiglia fiorentina gelosa della potenza e del carisma dei Medici - organizzarono un complotto per eliminare Lorenzo e Giuliano. Dopo aver tentato di colpirli in diverse occasioni, facendo ricorso a "trucchi" e tradimenti, riuscirono a mettere in pratica il loro piano nel modo più sacrilego e spettacolare, agendo durante la messa solenne nella cattedrale di Firenze. Quello che di solito non si dice, e che sui banchi di scuola non abbiamo imparato, è che dietro questa sanguinaria saga familiare si nasconde una vera e propria congiura internazionale, in cui fanno da sfondo, più o meno occulti, i grandi protagonisti dell´epoca: dal papa Sisto IV (Francesco Della Rovere) al nipote Girolamo Riario, dal re di Napoli Ferrante d´Aragona al duca di Urbino Federico da Montefeltro.
L´enigmatico profilo che del Montefeltro fece Piero della Francesca, e che campeggia in bella mostra in una sala degli Uffizi, nasconde dunque una vicenda esemplare della nostra storia passata, dove intrighi e tradimenti personali e familiari si mescolavano alla religione e alla politica, in cui un papato che aspirava a "conquistare" tutta l´Italia centrale non si tirava indietro, anzi promuoveva, complotti e orrendi delitti.
A Marcello Simonetta il capolavoro di Piero della Francesca non sarebbe stato sufficiente per risolvere il problema. Dalla sua il giovane professore (classe 1968) - uno dei tanti cervelli che il baronale sistema universitario italiano ha indotto, o costretto, a cercare fortuna all´estero - ha avuto anche un pizzico di fortuna, che si é manifestata sotto forma di un trattatello del Quattrocento che insegnava a decifrare i dispacci diplomatici dell´epoca. L´autore del libretto è infatti Cicco Simonetta, Cancelliere degli Sforza a Milano, e antenato del professor Marcello.
Studiando il trattatello Marcello Simonetta ha scoperto la chiave per decriptare una lettera cifrata che aveva trovato nell´archivio privato Ubaldini a Urbino, una lettera inviata dal duca di Urbino ai suoi ambasciatori a Roma due mesi esatti prima che la Congiura dei Pazzi avesse luogo. In quella lettera ci sono le prove del coinvolgimento diretto di Federico da Montefeltro nella storica vicenda.
Decifrare quella lettera per il professore della Wesleyan University è stato tutt´altro che facile e gli ha richiesto parecchio tempo. «Mi sono basato sulla frequenza delle vocali e la combinazione di alcuni gruppi di lettere. Credevo di non venirne mai a capo. Alla fine, dopo circa un mese di lavoro, sono riuscito a penetrare il codice. Mi ha aiutato la ripetizione di una serie di simboli, che corrispondevano a sua santità, il papa Sisto IV».
Il risultato della ricerca è stato pubblicato su "Archivio storico italiano", una delle più importanti riviste in campo storiografico. Da quel documento - spiega il professor Simonetta - l´immagine di Federico da Montefeltro che ne viene fuori è profondamente machiavelliana: «Le sue "opere non furono leonine, ma di volpe", per usare la frase che Dante riferisce a Guido di Montefeltro, un antenato del duca sprofondato nell´Inferno. E questo ci costringe a riconsiderare una visione del Rinascimento edulcorato, "neoplatonico e armonizzato", frutto di una grandiosa copertura ideologica».
Il lavoro dello studioso italiano non finisce però qui. Nel suo libro "Il Rinascimento segreto: il mondo del Segretario da Petrarca a Machiavelli", appena pubblicato dall´editore Franco Angeli approfondisce i segreti del mondo umanistico e cancelleresco con ulteriori novità documentali e interpretative.
domenica 15 febbraio 2004
lobbying cattolico sull'Europa
le lunghe mani dell'Opus Dei
Le Monde Diplomatique (ed.italiana)
L'unione europea nel pantano
Sotto la pressione delle Chiese
La lobby del Vaticano e delle organizzazioni cattoliche quali l'Opus Dei, benché più discreta di quelle dei grandi interessi industriali e finanziari di Bruxelles, non è però meno efficace. In conflitto con la laicità dell'Ue, ha ottenuto che le Chiese beneficino di una menzione specifica nel progetto costituzionale; eppure queste erano già citate in un articolo riguardante «le associazioni rapprentative e la società civile».
di Christian Terras
Due sono le disposizioni del progetto di Trattato costituzionale europeo che mettono in gioco i principi laici: il riconoscimento del «retaggio religioso dell'Europa» contenuto nel preambolo, e l'articolo 51, con il quale si riconosce alle religioni un ruolo di partner delle istituzioni europee. Queste innovazioni - che hanno suscitato l'opposizione di parlamentari europei e creato divisioni all'interno degli stati membri (1) - sono in parte il risultato di un'attività di lobbying delle istituzioni religiose, segnatamente cattoliche, in seno alle istituzioni europee.
Un'attività che si pone come obiettivo il riconoscimento della dimensione religiosa della costruzione europea, affinché la Chiesa possa avere voce in capitolo sui grandi orientamenti dell'Unione. Queste attività si sono sempre più intensificate dopo la conferenza delle Nazioni unite sulla popolazione e lo sviluppo (Il Cairo, 1994) e quella di Pechino sui diritti delle donne (1995): due temi che fanno parte delle preoccupazioni prioritarie delle Chiese.
Il Vaticano è la punta di lancia in questa lotta, in ragione della sua duplice dimensione di stato e di vertice della Chiesa cattolica.
Fin dal 1988 Giovanni Paolo II ha rivolto un pressante invito ai deputati affinché non escludessero il cristianesimo dal dibattito pubblico europeo. Il suo discorso aveva il tono di una vera e propria messa in guardia: «La vocazione del cristianesimo - ha detto il papa - è di essere presente in tutti i campi dell'esistenza. È perciò mio dovere insistere su quanto segue: se un giorno si arrivasse a mettere in discussione i fondamenti cristiani di questo continente, sopprimendo al tempo stesso ogni riferimento all'etica, si farebbe molto di più che respingere il retaggio europeo (2)». Noi o il caos! Noi o l'apocalisse! Per molti cattolici, l'idea di fare del cristianesimo l'elemento unificatore e strutturante della politica e dell'opinione pubblica europea è una vera ossessione. La Santa Sede non fa parte dell'Unione europea, ma gode in seno ad essa di un semplice status di osservatore. Di fatto, la Santa Sede non ha mai veramente pensato di aderire all'Unione, anche perché in questo caso avrebbe l'obbligo di accettare compromessi politici che rifiuta categoricamente in conformità alla sua concezione del potere spirituale. Frattanto però essa si impegna con incomparabile zelo affinché l'Unione europea riconosca la Chiesa cattolica come unica società religiosa perfetta - cosa che le permetterebbe di soppiantare tutte le altre religioni. Tuttavia la Santa Sede è integrata nell'Ue dal punto di vista finanziario, nella misura in cui gode, nei vari stati membri, di uno status particolare, che consente alla Chiesa di ricevere doni e sovvenzioni (3). E cerca innanzitutto di imporre all'Unione la sua filosofia delle «societates perfectae»: i principi dettati dalla Chiesa devono governare i rapporti dei pubblici poteri con il mondo associativo (4).
Nel marzo 1996, nell'ambito della preparazione del Trattato di Amsterdam, fu consegnata agli ambasciatori dell'Unione, accreditati presso il Vaticano, una nota con la quale la Santa Sede si prefiggeva i seguenti obiettivi: sottolineare i contributi della Chiesa e dei culti allo sviluppo dell'Europa; assicurare il mantenimento delle relazioni Chiesa-stato esistenti in seno agli stati membri dell'Unione europea; radicare le relazioni Chiesa-stato nel diritto comunitario; premunirsi contro ogni discriminazione delle Chiese e dei culti rispetto ad altri movimenti sociali, già apprezzati a livello comunitario; tutelare le competenze degli stati membri nelle loro attuali relazioni con le Chiese e i culti (5).
Un reticolo di lobby Il suddetto documento non venne preso in considerazione dal Consiglio europeo del ministri, in quanto la Santa Sede non faceva parte dell'Unione europea. All'epoca, Parigi aveva ritenuto che un riferimento ai valori religiosi non fosse accettabile, poiché avrebbe sollevato in Francia questioni politiche e costituzionali. A quanto pare, oggi il problema non si pone più...
Lanciati così in questa lotta senza quartiere per salvaguardare i loro antichi privilegi, gruppi di pressione reazionari si organizzano per trasformare l'Europa cristiana in realtà. Italia e Polonia postulano una menzione precisa del retaggio cristiano, e non soltanto religioso.
Nella sua attività di lobbying, il Vaticano si avvale dell'appoggio del Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee), che dispone a Bruxelles, presso la Comunità europea, di un ufficio politico: la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece).
La suddetta Commissione ha rivendicato, nel quadro della Convenzione europea, l'istituzionalizzazione di un dialogo strutturato con le istituzioni europee, e ha chiesto in particolare che vengano indette regolari sessioni di lavoro e una «consultazione prelegislativa».
Poiché a livello europeo non esiste uno statuto ufficiale delle associazioni, la Comece fa valere la propria competenza attraverso la creazione di gruppi quali Migreurope, che costituisce una rete informale di associazioni, prevalentemente cristiane, per i problemi dell'asilo e dell'emigrazione (6). Nel 1992 Jacques Delors, allora presidente della Commissione europea, creò un gruppo informale (la Forward Studies Unit) costituito da consulenti, uno dei quali era specificamente incaricato delle questioni religiose. Sotto le presidenze di Jacques Santer e di Romano Prodi, questo gruppo ha preso il nome di Gopa (Group of Policy Advisors).
Per Romano Prodi, le religioni giocano un ruolo importante nello sviluppo dell'Unione (7). I membri del Gopa sarebbero in maggioranza cattolici praticanti.
Frattanto, un'altra organizzazione va tessendo discretamente la sua tela nell'Unione europea: il Fce (Foyer catholique européen), fondato all'inizio degli anni 60 da funzionari e dipendenti cattolici delle istituzioni europee. Il Foyer è innanzitutto un centro spirituale con sede a Bruxelles, gestito da gesuiti, con un suo luogo di preghiera, la cappella Saint Benoît, ove ogni giorno si celebrano messe per i collaboratori dell'Unione europea. Questo centro spirituale serve però anche come sede delle riunioni di diversi gruppi di riflessione, incaricati di definire soluzioni per i problemi politici ed economici europei.
L'Fce si presenta come una sorta di borsa delle idee. È un luogo di scambi e di incontri per i responsabili politici europei di area cattolica. Ogni anno, il nunzio apostolico presso le istituzioni europee - una carica che peraltro non è mai stata oggetto di una decisione ufficiale da parte dell'Unione europea - presiede un incontro di tutti gli organismi collegati all'Fce. Questa riunione costituisce un efficace mezzo di informazione sulle attività, in seno alle organizzazioni dell'Unione europea, della lobby cattolica, che cerca di introdurre qualche suo rappresentante in ciascuno dei programmi dell'Unione.
Gli obiettivi delle diverse componenti della «famiglia cattolica» sono di vario tipo. La Santa Sede cerca soprattutto di stringere alleanze con gli uomini politici favorevoli alla dottrina morale del papa e alla militanza per la rievangelizzazione dell'Europa.
Il grosso del lavoro è portato avanti dal pontificato, in collegamento con la prelatura personale dell'Opus Dei. I membri soprannumerari o simpatizzanti dell'organizzazione segreta sono assai ben rappresentati in seno al consiglio della famiglia.
I problemi della contraccezione e dello status della famiglia sono affrontati segnatamente in occasione dei dibattiti sui programmi di aiuti ai paesi del Sud. Per il resto, la Chiesa collabora con l'Unione e ha modo di diffondere i suoi punti di vista attraverso la rete degli organismi e delle associazioni di aiuti allo sviluppo: Caritas Europa, Cooperazione internazionale per lo sviluppo e la solidarietà (Cidse) - sezione europea, Conferenza europea Giustizia e Pace, Federazione europea delle associazioni nazionali di aiuto ai senzatetto (Feantsa). Le pressioni esercitate dalla Chiesa nell'ambito dei dibattiti legislativi suscitano reazioni crescenti da parte dei parlamentari. Nel febbraio 2002, 53 deputati europei di tutti i partiti hanno denunciato pubblicamente le «ingerenze della Santa Sede in materia di matrimonio e di divorzio (8)». Numerose associazioni laiche europee hanno criticato il progetto di Trattato costituzionale, denunciando il «diritto di ingerenza» che si vuol concedere alle religioni (9). Innanzitutto, riconoscendo il retaggio religioso dell'Europa si apre un credito alle religioni nell'ambito dello spazio pubblico europeo, e si introduce inoltre una discriminazione tra credenti e non credenti.
Secondo il focoso deputato radicale europeo Maurizio Turco, eletto in Italia, «si tratta di sapere se l'Unione debba fondarsi su convincimenti religiosi, se debba costituire il frutto inesorabile della nostra storia, e non invece l'espressione di una libera scelta dei suoi cittadini, attraverso un contratto sociale evolutivo. Noi escludiamo che nel XXI secolo le istituzioni politiche si possano fondare su credenze religiose, ancorché maggioritarie (10)».
Una presenza capillare di simpatizzanti nel cuore delle istituzioni europee consente alle iniziative di ispirazione ecclesiale di ottenere aiuti e sovvenzioni. Nel 1998 ad esempio un centro finlandese denominato Interculture - European Training Center ha ricevuto un sussidio di 10.000 ecu (pari alla stessa cifra in euro) nell'ambito del programma europeo «Un'anima per l'Europa». Il suo progetto iniziale era di finanziare un seminario sui valori etici e spirituali dell'integrazione europea. A priori, nulla da eccepire - tranne il fatto che questo centro è una creazione dell'Opus Dei, particolarmente bene insediato in Finlandia e nei paesi baltici.
Finanziamento dell'Opus Dei Il centro di formazione fu fondato nel 1998, un anno dopo la comparsa di quest'organizzazione in Finlandia. Il suo principale animatore, Mons. Philippe Jourdan, membro soprannumerario dell'Opus Dei, era incaricato di sviluppare il tema delle «radici spirituali dell'Unione europea». È quanto meno incredibile che un programma europeo servisse a finanziare un'organizzazione la cui filosofia è diametralmente opposta agli obiettivi a suo tempo definiti da Jacques Delors e Jacques Santer: «tolleranza e pluralismo», «reciproco rispetto e accettazione delle differenze di genere e di religione», «solidarietà con i più bisognosi» e «libertà d'espressione».
Su espressa richiesta di Roma, l'Opus Dei ha inserito l'Europa tra le sue priorità. Già nel 1993, a chi gli chiedeva se la Santa Sede avesse incaricato l'Opus Dei di una missione particolare, il portavoce della sua centrale romana, Giuseppe Casigliano, rispondeva esclamando: «Sì, l'Europa!» Quest' impegno si manifesta essenzialmente nei settori legati alla sessualità (aborto, regolazione delle nascite). Anche qui l'Opus Dei opera in senso contrario agli obiettivi dell'Unione europea - grazie ai fondi ottenuti dalle istituzioni della stessa Ue! Nel 1994 Mons. Javier Etchevarria, responsabile dell'Opus Dei a Roma, invitava i membri dell'organizzazione a erigere una linea Maginot contro l'imperversare dell'«edonismo» nell'Europa occidentale. Parallelamente, varie associazioni lavorano nell'ombra per infiltrare i governi e le istituzioni attraverso contatti con militanti e organizzando numerose conferenze.
L'Unione europea ha finanziato inoltre vari progetti sostenuti essenzialmente da organizzazioni legate all'Opus Dei. La raccolta di fondi è stata assicurata dalle fondazioni Limat (Svezia) e Reno-Danubio (Germania), così come dall'Istituto italiano di cooperazione universitaria (Icu).
Queste tre fondazioni sono strettamente collegate tra loro. Dato che operano attraverso l'intermediazione di molteplici organizzazioni, è difficilissimo per i responsabili europei sapere quali di esse lavorano per l'Opus Dei (11). Può dunque accadere che attraverso il gioco dei diversi tramiti le organizzazioni dell'Opus Dei siano finanziate addirittura più volte, senza che nessuno se ne accorga! Un buon esempio è quello fornito dall'Icu, che ha i suoi uffici a Roma, a Bruxelles, a Beirut, a Hong Kong e a Manila. Si tratta di una fondazione di importanza cruciale per il finanziamento delle attività dell'Opus Dei. L'Icu organizza o sponsorizza i «Congressi annuali degli alunni e degli studenti», nel cui ambito l'Opus Dei cerca di reclutare nuovi membri per inviarli a Roma. Anche i progetti dell'Icu sono finanziati dall'Unione europea (12).
La fondazione Reno-Danubio, la Limat e l'Icu cooperano su scala internazionale, in particolare nelle Filippine, dove nel 1995 hanno creato l'università dell'Asia e del Pacifico (University of Asia and the Pacific/UA&P), sempre grazie alle sovvenzioni dell'UE (12).
Ma anche al di fuori delle iniziative dirette dell'Opus Dei, accade che l'Unione europea finanzi a sua insaputa progetti nazionali portati avanti da organizzazioni che le sono vicine, quali ad esempio il centro romano Elis (Educazione, Lavoro, Istruzione e Sport), la Fondazione Residenze Universitarie Internazionali (Frui) o l'Associazione (belga) per la Cooperazione culturale, tecnica e formativa (Actec), che nel 1996 ha ottenuto una somma di 795.163 franchi belgi (pari a circa 20.000 euro). È urgente esigere una maggiore trasparenza nell'attribuzione delle sovvenzioni europee, e vigilare sul rispetto della separazione laica tra il potere politico e le diverse opzioni spirituali o confessionali.
(Traduzione di E. H.)
L'unione europea nel pantano
Sotto la pressione delle Chiese
La lobby del Vaticano e delle organizzazioni cattoliche quali l'Opus Dei, benché più discreta di quelle dei grandi interessi industriali e finanziari di Bruxelles, non è però meno efficace. In conflitto con la laicità dell'Ue, ha ottenuto che le Chiese beneficino di una menzione specifica nel progetto costituzionale; eppure queste erano già citate in un articolo riguardante «le associazioni rapprentative e la società civile».
di Christian Terras
Due sono le disposizioni del progetto di Trattato costituzionale europeo che mettono in gioco i principi laici: il riconoscimento del «retaggio religioso dell'Europa» contenuto nel preambolo, e l'articolo 51, con il quale si riconosce alle religioni un ruolo di partner delle istituzioni europee. Queste innovazioni - che hanno suscitato l'opposizione di parlamentari europei e creato divisioni all'interno degli stati membri (1) - sono in parte il risultato di un'attività di lobbying delle istituzioni religiose, segnatamente cattoliche, in seno alle istituzioni europee.
Un'attività che si pone come obiettivo il riconoscimento della dimensione religiosa della costruzione europea, affinché la Chiesa possa avere voce in capitolo sui grandi orientamenti dell'Unione. Queste attività si sono sempre più intensificate dopo la conferenza delle Nazioni unite sulla popolazione e lo sviluppo (Il Cairo, 1994) e quella di Pechino sui diritti delle donne (1995): due temi che fanno parte delle preoccupazioni prioritarie delle Chiese.
Il Vaticano è la punta di lancia in questa lotta, in ragione della sua duplice dimensione di stato e di vertice della Chiesa cattolica.
Fin dal 1988 Giovanni Paolo II ha rivolto un pressante invito ai deputati affinché non escludessero il cristianesimo dal dibattito pubblico europeo. Il suo discorso aveva il tono di una vera e propria messa in guardia: «La vocazione del cristianesimo - ha detto il papa - è di essere presente in tutti i campi dell'esistenza. È perciò mio dovere insistere su quanto segue: se un giorno si arrivasse a mettere in discussione i fondamenti cristiani di questo continente, sopprimendo al tempo stesso ogni riferimento all'etica, si farebbe molto di più che respingere il retaggio europeo (2)». Noi o il caos! Noi o l'apocalisse! Per molti cattolici, l'idea di fare del cristianesimo l'elemento unificatore e strutturante della politica e dell'opinione pubblica europea è una vera ossessione. La Santa Sede non fa parte dell'Unione europea, ma gode in seno ad essa di un semplice status di osservatore. Di fatto, la Santa Sede non ha mai veramente pensato di aderire all'Unione, anche perché in questo caso avrebbe l'obbligo di accettare compromessi politici che rifiuta categoricamente in conformità alla sua concezione del potere spirituale. Frattanto però essa si impegna con incomparabile zelo affinché l'Unione europea riconosca la Chiesa cattolica come unica società religiosa perfetta - cosa che le permetterebbe di soppiantare tutte le altre religioni. Tuttavia la Santa Sede è integrata nell'Ue dal punto di vista finanziario, nella misura in cui gode, nei vari stati membri, di uno status particolare, che consente alla Chiesa di ricevere doni e sovvenzioni (3). E cerca innanzitutto di imporre all'Unione la sua filosofia delle «societates perfectae»: i principi dettati dalla Chiesa devono governare i rapporti dei pubblici poteri con il mondo associativo (4).
Nel marzo 1996, nell'ambito della preparazione del Trattato di Amsterdam, fu consegnata agli ambasciatori dell'Unione, accreditati presso il Vaticano, una nota con la quale la Santa Sede si prefiggeva i seguenti obiettivi: sottolineare i contributi della Chiesa e dei culti allo sviluppo dell'Europa; assicurare il mantenimento delle relazioni Chiesa-stato esistenti in seno agli stati membri dell'Unione europea; radicare le relazioni Chiesa-stato nel diritto comunitario; premunirsi contro ogni discriminazione delle Chiese e dei culti rispetto ad altri movimenti sociali, già apprezzati a livello comunitario; tutelare le competenze degli stati membri nelle loro attuali relazioni con le Chiese e i culti (5).
Un reticolo di lobby Il suddetto documento non venne preso in considerazione dal Consiglio europeo del ministri, in quanto la Santa Sede non faceva parte dell'Unione europea. All'epoca, Parigi aveva ritenuto che un riferimento ai valori religiosi non fosse accettabile, poiché avrebbe sollevato in Francia questioni politiche e costituzionali. A quanto pare, oggi il problema non si pone più...
Lanciati così in questa lotta senza quartiere per salvaguardare i loro antichi privilegi, gruppi di pressione reazionari si organizzano per trasformare l'Europa cristiana in realtà. Italia e Polonia postulano una menzione precisa del retaggio cristiano, e non soltanto religioso.
Nella sua attività di lobbying, il Vaticano si avvale dell'appoggio del Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee), che dispone a Bruxelles, presso la Comunità europea, di un ufficio politico: la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece).
La suddetta Commissione ha rivendicato, nel quadro della Convenzione europea, l'istituzionalizzazione di un dialogo strutturato con le istituzioni europee, e ha chiesto in particolare che vengano indette regolari sessioni di lavoro e una «consultazione prelegislativa».
Poiché a livello europeo non esiste uno statuto ufficiale delle associazioni, la Comece fa valere la propria competenza attraverso la creazione di gruppi quali Migreurope, che costituisce una rete informale di associazioni, prevalentemente cristiane, per i problemi dell'asilo e dell'emigrazione (6). Nel 1992 Jacques Delors, allora presidente della Commissione europea, creò un gruppo informale (la Forward Studies Unit) costituito da consulenti, uno dei quali era specificamente incaricato delle questioni religiose. Sotto le presidenze di Jacques Santer e di Romano Prodi, questo gruppo ha preso il nome di Gopa (Group of Policy Advisors).
Per Romano Prodi, le religioni giocano un ruolo importante nello sviluppo dell'Unione (7). I membri del Gopa sarebbero in maggioranza cattolici praticanti.
Frattanto, un'altra organizzazione va tessendo discretamente la sua tela nell'Unione europea: il Fce (Foyer catholique européen), fondato all'inizio degli anni 60 da funzionari e dipendenti cattolici delle istituzioni europee. Il Foyer è innanzitutto un centro spirituale con sede a Bruxelles, gestito da gesuiti, con un suo luogo di preghiera, la cappella Saint Benoît, ove ogni giorno si celebrano messe per i collaboratori dell'Unione europea. Questo centro spirituale serve però anche come sede delle riunioni di diversi gruppi di riflessione, incaricati di definire soluzioni per i problemi politici ed economici europei.
L'Fce si presenta come una sorta di borsa delle idee. È un luogo di scambi e di incontri per i responsabili politici europei di area cattolica. Ogni anno, il nunzio apostolico presso le istituzioni europee - una carica che peraltro non è mai stata oggetto di una decisione ufficiale da parte dell'Unione europea - presiede un incontro di tutti gli organismi collegati all'Fce. Questa riunione costituisce un efficace mezzo di informazione sulle attività, in seno alle organizzazioni dell'Unione europea, della lobby cattolica, che cerca di introdurre qualche suo rappresentante in ciascuno dei programmi dell'Unione.
Gli obiettivi delle diverse componenti della «famiglia cattolica» sono di vario tipo. La Santa Sede cerca soprattutto di stringere alleanze con gli uomini politici favorevoli alla dottrina morale del papa e alla militanza per la rievangelizzazione dell'Europa.
Il grosso del lavoro è portato avanti dal pontificato, in collegamento con la prelatura personale dell'Opus Dei. I membri soprannumerari o simpatizzanti dell'organizzazione segreta sono assai ben rappresentati in seno al consiglio della famiglia.
I problemi della contraccezione e dello status della famiglia sono affrontati segnatamente in occasione dei dibattiti sui programmi di aiuti ai paesi del Sud. Per il resto, la Chiesa collabora con l'Unione e ha modo di diffondere i suoi punti di vista attraverso la rete degli organismi e delle associazioni di aiuti allo sviluppo: Caritas Europa, Cooperazione internazionale per lo sviluppo e la solidarietà (Cidse) - sezione europea, Conferenza europea Giustizia e Pace, Federazione europea delle associazioni nazionali di aiuto ai senzatetto (Feantsa). Le pressioni esercitate dalla Chiesa nell'ambito dei dibattiti legislativi suscitano reazioni crescenti da parte dei parlamentari. Nel febbraio 2002, 53 deputati europei di tutti i partiti hanno denunciato pubblicamente le «ingerenze della Santa Sede in materia di matrimonio e di divorzio (8)». Numerose associazioni laiche europee hanno criticato il progetto di Trattato costituzionale, denunciando il «diritto di ingerenza» che si vuol concedere alle religioni (9). Innanzitutto, riconoscendo il retaggio religioso dell'Europa si apre un credito alle religioni nell'ambito dello spazio pubblico europeo, e si introduce inoltre una discriminazione tra credenti e non credenti.
Secondo il focoso deputato radicale europeo Maurizio Turco, eletto in Italia, «si tratta di sapere se l'Unione debba fondarsi su convincimenti religiosi, se debba costituire il frutto inesorabile della nostra storia, e non invece l'espressione di una libera scelta dei suoi cittadini, attraverso un contratto sociale evolutivo. Noi escludiamo che nel XXI secolo le istituzioni politiche si possano fondare su credenze religiose, ancorché maggioritarie (10)».
Una presenza capillare di simpatizzanti nel cuore delle istituzioni europee consente alle iniziative di ispirazione ecclesiale di ottenere aiuti e sovvenzioni. Nel 1998 ad esempio un centro finlandese denominato Interculture - European Training Center ha ricevuto un sussidio di 10.000 ecu (pari alla stessa cifra in euro) nell'ambito del programma europeo «Un'anima per l'Europa». Il suo progetto iniziale era di finanziare un seminario sui valori etici e spirituali dell'integrazione europea. A priori, nulla da eccepire - tranne il fatto che questo centro è una creazione dell'Opus Dei, particolarmente bene insediato in Finlandia e nei paesi baltici.
Finanziamento dell'Opus Dei Il centro di formazione fu fondato nel 1998, un anno dopo la comparsa di quest'organizzazione in Finlandia. Il suo principale animatore, Mons. Philippe Jourdan, membro soprannumerario dell'Opus Dei, era incaricato di sviluppare il tema delle «radici spirituali dell'Unione europea». È quanto meno incredibile che un programma europeo servisse a finanziare un'organizzazione la cui filosofia è diametralmente opposta agli obiettivi a suo tempo definiti da Jacques Delors e Jacques Santer: «tolleranza e pluralismo», «reciproco rispetto e accettazione delle differenze di genere e di religione», «solidarietà con i più bisognosi» e «libertà d'espressione».
Su espressa richiesta di Roma, l'Opus Dei ha inserito l'Europa tra le sue priorità. Già nel 1993, a chi gli chiedeva se la Santa Sede avesse incaricato l'Opus Dei di una missione particolare, il portavoce della sua centrale romana, Giuseppe Casigliano, rispondeva esclamando: «Sì, l'Europa!» Quest' impegno si manifesta essenzialmente nei settori legati alla sessualità (aborto, regolazione delle nascite). Anche qui l'Opus Dei opera in senso contrario agli obiettivi dell'Unione europea - grazie ai fondi ottenuti dalle istituzioni della stessa Ue! Nel 1994 Mons. Javier Etchevarria, responsabile dell'Opus Dei a Roma, invitava i membri dell'organizzazione a erigere una linea Maginot contro l'imperversare dell'«edonismo» nell'Europa occidentale. Parallelamente, varie associazioni lavorano nell'ombra per infiltrare i governi e le istituzioni attraverso contatti con militanti e organizzando numerose conferenze.
L'Unione europea ha finanziato inoltre vari progetti sostenuti essenzialmente da organizzazioni legate all'Opus Dei. La raccolta di fondi è stata assicurata dalle fondazioni Limat (Svezia) e Reno-Danubio (Germania), così come dall'Istituto italiano di cooperazione universitaria (Icu).
Queste tre fondazioni sono strettamente collegate tra loro. Dato che operano attraverso l'intermediazione di molteplici organizzazioni, è difficilissimo per i responsabili europei sapere quali di esse lavorano per l'Opus Dei (11). Può dunque accadere che attraverso il gioco dei diversi tramiti le organizzazioni dell'Opus Dei siano finanziate addirittura più volte, senza che nessuno se ne accorga! Un buon esempio è quello fornito dall'Icu, che ha i suoi uffici a Roma, a Bruxelles, a Beirut, a Hong Kong e a Manila. Si tratta di una fondazione di importanza cruciale per il finanziamento delle attività dell'Opus Dei. L'Icu organizza o sponsorizza i «Congressi annuali degli alunni e degli studenti», nel cui ambito l'Opus Dei cerca di reclutare nuovi membri per inviarli a Roma. Anche i progetti dell'Icu sono finanziati dall'Unione europea (12).
La fondazione Reno-Danubio, la Limat e l'Icu cooperano su scala internazionale, in particolare nelle Filippine, dove nel 1995 hanno creato l'università dell'Asia e del Pacifico (University of Asia and the Pacific/UA&P), sempre grazie alle sovvenzioni dell'UE (12).
Ma anche al di fuori delle iniziative dirette dell'Opus Dei, accade che l'Unione europea finanzi a sua insaputa progetti nazionali portati avanti da organizzazioni che le sono vicine, quali ad esempio il centro romano Elis (Educazione, Lavoro, Istruzione e Sport), la Fondazione Residenze Universitarie Internazionali (Frui) o l'Associazione (belga) per la Cooperazione culturale, tecnica e formativa (Actec), che nel 1996 ha ottenuto una somma di 795.163 franchi belgi (pari a circa 20.000 euro). È urgente esigere una maggiore trasparenza nell'attribuzione delle sovvenzioni europee, e vigilare sul rispetto della separazione laica tra il potere politico e le diverse opzioni spirituali o confessionali.
note:
(1) Le Monde, 2 dicembre 2003. 185 associazioni di tutta Europa hanno rivolto una petizione alla Convenzione europea per chiedere la soppressione dell'articolo 51. www.catholics for freechoice.org
(2) Discorso dell'11 ottobre 1988 davanti al Parlamento europeo http://www.cef.fr/catho/endit/europe/index.php.
Si veda altresì, sullo stesso sito, l'esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in Europa» del 28 giugno 2003.
(3) In Germania, la Chiesa è il secondo datore di lavoro del paese, e beneficia di deroghe alle leggi sul lavoro.
(4) Leggere François Houtart, «Giovanni Paolo II, un papa moderno per un progetto reazionario», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 2002.
(5) Fédération européenne humaniste, www. humanism.be
(6) Leggere «Preserving Power and Privilege», www.catholicsforchoice.org/new/preserelease/100103EuroReport.htm
(7) Discorso davanti alla Fondazione Don Tonino Bello, 13 giugno 2003.
(8) www.europe-et-laicité-.org/archives2002/ parlementaires.html
(9) Fédération humaniste européenne, www. humanism.be
(10) Lettera aperta alla Convenzione europea pubblicata dal Reseau Voltaire, www.réseauvoltaire.fr
(11) Leggere Juan Goytisolo, «La milizia virile di un santo fascista» , Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 2002.
(12) Altro segnale di influenza: nel settembre 1998 il Consiglio d'Europa ha consegnato il Premio europeo dei Diritti umani a Chiara Lubich, fondatrice del grande mvimento cattolico dei Focolari e strenua oppositrice dell'aborto e del riconoscimento delle coppie omosessuali.
(Traduzione di E. H.)
il racconto di una "strega"
Repubbica ediz. di Firenze 15.2.04
Sesso e diavoli, folle racconto
Dal libro "Gostanza da Libbiano" di Paolo Benvenuti, alcune righe di Laura Caretti che raccontano il meccanismo aberrante dell'interrogatorio inquisitoriale e il graduale crollo delle difese psichiche di Gostanza fino all'autoaccusa di stregoneria
Pag. 10-11
«Il talento affabulatorio di Gostanza è davvero straordinario. Una volta avviata sulla strada del viaggio notturno dalla domanda dell´inquisitore ("Interrogata se lei è mai ita la nocte a torno con altre donne che fanno la medesima professione come lei"), dopo un primo diniego, che le procura il supplizio della corda, il suo immaginario prende il volo e comincia a narrare di un paese fantastico che appartiene alla sua giovinezza dove "si ballava et cantava et mille feste", dove il diavolo "stava in una sedia bellissima" e intorno "li demoni parevano persone come noi, belli bellissimi et bene a ordine che non è alcuno di questo mondo". Comincia così a delinearsi, nelle sue parole, la mirabile "Città del diavolo", figurazione cangiante di un luogo di delizie, capovolgimento dell´immagine di un inferno di eterne pene e tormenti. Poi lo scenario si precisa, si accende di luci dorate, di colori variopinti, e prendono forma i palazzi di questa città "più bella che Firenze". Dapprima Gostanza sembra guardare da fuori le azioni di altre donne diverse da lei (sono vecchie, vengono da paesi lontani, sono loro che compiono sacrilegi, portando al diavolo delle "hostie grandi" ecc.), ma a un certo punto è lei ad entrare in scena da protagonista, giovane e bella, accanto al Diavolo Maggiore, sua favorita, appoggiata a una colonna tutta d´oro, in quel mondo dove tutto si può godere in grande abbondanza: il cibo, il denaro, il sesso. La confessione diventa sempre più "racconto" e gli inquisitori si fanno ascoltatori curiosi, avidi di sapere tanto da costringere la narratrice a ripetersi o a ribadire che già ha "detto altre volte", che già "tutto è scritto nelle carte", che già "ha raccontato ("Dettoli che seguiti di raccontare tutte le attioni che si facevano alla Città del Diavolo rispose che, come si era fatto quanto vi ho raccontato, si mangiava et si beveva, et si sollazzava et si stava allegramente")." Le sue battute si allungano progressivamente, e il viaggio nel regno del Diavolo Maggiore si carica di accenti blasfemi e di sfida alle "verità" della chiesa. E allora "falsa" diventa paradossalmente proprio quella confessione che le hanno estorto e lei è guidicata "fuora di cervello et impazzita"».
San Miniato, 1594. Gostanza, contadina e guaritrice, è accusata di stregoneria. Tali sono le torture da rinunciare a proclamarsi innocente. A questa vicenda il regista Paolo Benvenuti ha dedicato un film la cui genesi è raccontata nel libro Gostanza da Libbiano curato da Laura Caretti (Ets) che sarà presentato domani alla Biblioteca comunale centrale (v. Sant´Egidio 21, 17.30) nell´ambito di «Leggere per non dimenticare» insieme al saggio di Franco Cardini Gostanza la strega di San Miniato (Laterza): intervengono gli autori, Silvia Nannipieri, Marilena Lombardi; Lucia Poli leggerà pagine dal libro di Benvenuti. Proiezione di sequenze dal film.
Sesso e diavoli, folle racconto
Dal libro "Gostanza da Libbiano" di Paolo Benvenuti, alcune righe di Laura Caretti che raccontano il meccanismo aberrante dell'interrogatorio inquisitoriale e il graduale crollo delle difese psichiche di Gostanza fino all'autoaccusa di stregoneria
Pag. 10-11
«Il talento affabulatorio di Gostanza è davvero straordinario. Una volta avviata sulla strada del viaggio notturno dalla domanda dell´inquisitore ("Interrogata se lei è mai ita la nocte a torno con altre donne che fanno la medesima professione come lei"), dopo un primo diniego, che le procura il supplizio della corda, il suo immaginario prende il volo e comincia a narrare di un paese fantastico che appartiene alla sua giovinezza dove "si ballava et cantava et mille feste", dove il diavolo "stava in una sedia bellissima" e intorno "li demoni parevano persone come noi, belli bellissimi et bene a ordine che non è alcuno di questo mondo". Comincia così a delinearsi, nelle sue parole, la mirabile "Città del diavolo", figurazione cangiante di un luogo di delizie, capovolgimento dell´immagine di un inferno di eterne pene e tormenti. Poi lo scenario si precisa, si accende di luci dorate, di colori variopinti, e prendono forma i palazzi di questa città "più bella che Firenze". Dapprima Gostanza sembra guardare da fuori le azioni di altre donne diverse da lei (sono vecchie, vengono da paesi lontani, sono loro che compiono sacrilegi, portando al diavolo delle "hostie grandi" ecc.), ma a un certo punto è lei ad entrare in scena da protagonista, giovane e bella, accanto al Diavolo Maggiore, sua favorita, appoggiata a una colonna tutta d´oro, in quel mondo dove tutto si può godere in grande abbondanza: il cibo, il denaro, il sesso. La confessione diventa sempre più "racconto" e gli inquisitori si fanno ascoltatori curiosi, avidi di sapere tanto da costringere la narratrice a ripetersi o a ribadire che già ha "detto altre volte", che già "tutto è scritto nelle carte", che già "ha raccontato ("Dettoli che seguiti di raccontare tutte le attioni che si facevano alla Città del Diavolo rispose che, come si era fatto quanto vi ho raccontato, si mangiava et si beveva, et si sollazzava et si stava allegramente")." Le sue battute si allungano progressivamente, e il viaggio nel regno del Diavolo Maggiore si carica di accenti blasfemi e di sfida alle "verità" della chiesa. E allora "falsa" diventa paradossalmente proprio quella confessione che le hanno estorto e lei è guidicata "fuora di cervello et impazzita"».
San Miniato, 1594. Gostanza, contadina e guaritrice, è accusata di stregoneria. Tali sono le torture da rinunciare a proclamarsi innocente. A questa vicenda il regista Paolo Benvenuti ha dedicato un film la cui genesi è raccontata nel libro Gostanza da Libbiano curato da Laura Caretti (Ets) che sarà presentato domani alla Biblioteca comunale centrale (v. Sant´Egidio 21, 17.30) nell´ambito di «Leggere per non dimenticare» insieme al saggio di Franco Cardini Gostanza la strega di San Miniato (Laterza): intervengono gli autori, Silvia Nannipieri, Marilena Lombardi; Lucia Poli leggerà pagine dal libro di Benvenuti. Proiezione di sequenze dal film.
sofferenza e cristianesimo nel Medioevo
e madre Teresa di Calcutta
La Gazzetta del Mezzogiorno 15.2.04
Dolore e sofferenza com'erano percepiti nel medioevo?
di Giuseppe Dimiccoli
Se un'eredità del medioevo - e dunque del suo cristianesimo - è particolarmente viva, è perché non uno iota del suo orizzonte mentale è mutato nell'approccio a quel terribile statuto della condizione umana che è il dolore, o la sofferenza. Con i dovuti tradimenti. Del messaggio di san Francesco, per esempio. Infatti nell'incontro con il «lebbroso protervo», questi, devastato dalla sofferenza, rigetta la misericordia altrui e, bestemmiando Cristo e Madonna, a Francesco augurante pace, replica: «Che pace posso io avere da Dio, che m'ha tolto pace e ogni bene, e hammi fatto tutto fracido e putente»? E il santo: «Ciò che tu vorrai, io farò». E l'uomo: «Che tu mi lavi tutto quanto, imperò ch'io puto sì fortemente, ch'io medesimo non mi posso patire». Solo allora, lavato e risanato, cede al colloquio.
Mai più il medioevo capirà che solo dopo la cancellazione della sofferenza fisica e dopo la restituzione del malato alla dignità d'uomo può aprirsi varco a valori o sentimenti. A fine Duecento il grande predicatore fra Giordano da Pisa ammoniva: «Il fuoco cresce per le legna. Le legna sono gli afflitti e i bisognosi. Il fuoco è l'amore e la pietà del santo, che veggendo la miseria del prossimo si muove a compassione. Vedi dunque come sono necessari i poveri e gli afflitti. Se questi cotali mali non avesse Iddio fatti, tutti questi beni non sarebbono. Se i poveri non fossero, non sarebbe chi facesse misericordia o virtù o pietà».
In una società il cui assetto era voluto da Dio, non c'era humus per idee di miglioramento. Dolore e orrore facevano parte dell'insondabile giudizio divino e andavano sopportati. Il dolore, non riconosciuto come tale, non era una realtà negativa da debellare a ogni costo, ma qualcosa di assolutamente positivo, un valore modellizzante, che non solo doveva essere consumato con doma sottomissione come scotto per espiare i peccati e giungere più rapidamente in Paradiso, ma addirittura abbracciato e vantato come segno di predilezione divina nell'assimilare l'uomo all'Uomo dei dolori. In tutta l'iconografia dei martiri la ferocia dei carnefici è speculare all'impassibile straniamento delle vittime.
Chiara Frugoni, medievista attenta a non sterilizzare la storia, nota quanto l'ideario esemplare del medioevo nutra tuttora la santità cristiana: madre Teresa di Calcutta, distributrice di conforto per i singoli miserabili del moderno carnaio indiano, non ha mai investito il riconosciuto potere del suo carisma per cambiare l'orrenda realtà sociopolitica da cui spurga questo disonore dell'umanità. [...]
Dolore e sofferenza com'erano percepiti nel medioevo?
di Giuseppe Dimiccoli
Se un'eredità del medioevo - e dunque del suo cristianesimo - è particolarmente viva, è perché non uno iota del suo orizzonte mentale è mutato nell'approccio a quel terribile statuto della condizione umana che è il dolore, o la sofferenza. Con i dovuti tradimenti. Del messaggio di san Francesco, per esempio. Infatti nell'incontro con il «lebbroso protervo», questi, devastato dalla sofferenza, rigetta la misericordia altrui e, bestemmiando Cristo e Madonna, a Francesco augurante pace, replica: «Che pace posso io avere da Dio, che m'ha tolto pace e ogni bene, e hammi fatto tutto fracido e putente»? E il santo: «Ciò che tu vorrai, io farò». E l'uomo: «Che tu mi lavi tutto quanto, imperò ch'io puto sì fortemente, ch'io medesimo non mi posso patire». Solo allora, lavato e risanato, cede al colloquio.
Mai più il medioevo capirà che solo dopo la cancellazione della sofferenza fisica e dopo la restituzione del malato alla dignità d'uomo può aprirsi varco a valori o sentimenti. A fine Duecento il grande predicatore fra Giordano da Pisa ammoniva: «Il fuoco cresce per le legna. Le legna sono gli afflitti e i bisognosi. Il fuoco è l'amore e la pietà del santo, che veggendo la miseria del prossimo si muove a compassione. Vedi dunque come sono necessari i poveri e gli afflitti. Se questi cotali mali non avesse Iddio fatti, tutti questi beni non sarebbono. Se i poveri non fossero, non sarebbe chi facesse misericordia o virtù o pietà».
In una società il cui assetto era voluto da Dio, non c'era humus per idee di miglioramento. Dolore e orrore facevano parte dell'insondabile giudizio divino e andavano sopportati. Il dolore, non riconosciuto come tale, non era una realtà negativa da debellare a ogni costo, ma qualcosa di assolutamente positivo, un valore modellizzante, che non solo doveva essere consumato con doma sottomissione come scotto per espiare i peccati e giungere più rapidamente in Paradiso, ma addirittura abbracciato e vantato come segno di predilezione divina nell'assimilare l'uomo all'Uomo dei dolori. In tutta l'iconografia dei martiri la ferocia dei carnefici è speculare all'impassibile straniamento delle vittime.
Chiara Frugoni, medievista attenta a non sterilizzare la storia, nota quanto l'ideario esemplare del medioevo nutra tuttora la santità cristiana: madre Teresa di Calcutta, distributrice di conforto per i singoli miserabili del moderno carnaio indiano, non ha mai investito il riconosciuto potere del suo carisma per cambiare l'orrenda realtà sociopolitica da cui spurga questo disonore dell'umanità. [...]
il più grande poeta arabo vivente
La Gazzetta del Sud 15.2.06
INCONTRO AL RHEGIUM JULII
Il nuovo libro di versi del siriano Adonis
Senza poesia non c'è futuro
di Gualtiero Canzoni
INCONTRO AL RHEGIUM JULII
Il nuovo libro di versi del siriano Adonis
Senza poesia non c'è futuro
di Gualtiero Canzoni
«Immagino il mio amore come significato e formaQuesti versi di Ali Ahmad Sai' Œd Esber (Adonis), forse il più grande poeta di lingua e cultura arabe del '900 (nato a Damasco nel 1930) contenuti nella raccolta "Cento poesie d'amore", hanno dato l'incipit alla conversazione tenuta, nell'ambito dei Martedì del Rhegium Julii, da Stefano Mangione, con introduzione di Giuseppe Casile. Un'opera da cui emerge, nella visione, nell'interpretazione e nella maniera di vivere, l'amore in Adonis, con il corredo di metafore e di significati interni, che rimandano sempre ad altro: l'amore che è la donna. Per il siriano, ha evidenziato Stefano Mangione, nel testo poetico si debbono scontrare frammenti della storia e del mondo; incontrare i tempi e i luoghi, l'antico e il moderno, la scienza e il sogno e la poesia si deve concentrare sempre più sul desiderio e sul piacere: Simile a un mare che raccoglie tutti i fiumi e trasporta le loro acque, questo sarà la poesia: colmo di desiderio, di piacere, il testo poetico diverrà trasgressione. E, pertanto, simile alla testa di Orfeo, navigherà sul fiume Universo, interamente contenuto nel corpo del linguaggio. Notazioni, queste, che possono tranquillamente essere trasferite sulle sue concezioni dell'amore e della poesia d'amore, con l'asserzione oracolare e di veggenza, da redivivo Rimbaud: il futuro appartiene alla poesia, è la poesia. Senza poesia non ci sarà futuro. Il tempo che vedrà morire la poesia sarà anch'esso un'altra morte. La poesia non ha tempo: è il tempo. Una presa di distanze da Hegel, secondo il quale l'arte è divenuta una faccenda del passato. Al di là delle notazioni polemiche, le "Cento poesie d'amore", rivelano una visione particolare che permette di mettere a fuoco e diradare, sciogliere il banco opaco del mondo esteriore, di udire e ascoltare ciò che normalmente non è percepibile dai sensi, di vedere, forse l'invisibile. Ciò attraverso il recupero della poesia araba, precedente all'Islam, in sintesi con la tradizione religiosa (in sostanza tradizione storica) e culturale che ha origine dall'avvento di Maometto e giunge ai nostri giorni. Più che l'anima, nelle poesie di Adonis, protagonista è il corpo (le mani, le braccia, il seno, le cosce, l'ombelico, il volto, gli occhi – che esprimono il desiderio) ma anche il percorso del tempo, inteso quale vissuto e che rende incancellabili, non soltanto i tratti della mutua storia, fra amante e amato, ma salvaguarda anche i luoghi, dalle modificazioni del presente. Emerge una poetica delle cose, sulle quali scorrono tutte le vicende di ogni tempo. Il letto, ovviamente assume un valore particolare, non soltanto, in quanto luogo di realizzazione dell'amore, ma quale sicuro porto e ara, altare pagano ove l'amore recupera la propria libertà e viene consacrato a qualche misteriosa divinità, che ne assicuri la totale intangibilità.
del significato: unità della rivelazione
e dell'occultamento dell'oggetto – si eleva e
discende, scompare
e ricompare, viene e va come luce, aria e colore,
respira col polmone dell'oggetto come l'oggetto
porta nelle
sue labbra la nostra assenza e sussurra attorno a
sé i suoi misteri
come fanno il vento e il sole quando
strappano l'abito del giorno dal corpo della terra.
Assenza
che si addentra nelle soglie della presenza
e come il mistero vive nel cuore della terra
e nell'oscurità delle radici ».
percezione visiva e arte
Libertà 15.2.04
Macaluso: «La percezione visiva è parente dell'arte»
Stamane l'oculista in conferenza alla Ricci Oddi su “Colore, occhio e cervello”
di LUIGI GALLI
Stamane alle 10.30, presso l'aula didattica della Galleria Ricci Oddi, si terrà la prima conferenza della rassegna "Incontri d'Arte". Sarà protagonista il professor Claudio Macaluso, docente presso la Clinica Oculistica dell'Università di Parma. Ricercatore di fama, egli studia la percezione del colore nell'occhio e nel cervello, al confine tra scienza ed arte della pittura. S'introduce l'argomento intervistando lo stesso Macaluso. Professore, che rapporto esiste tra la scienza della visione ed il lavoro di un artista? «Sono più vicini di quanto si potrebbe pensare. Il modo con cui un pittore si relaziona “visivamente” col mondo, influenza senza dubbio le sue opere d'arte. Vede, più d'un artista ha subito il fascino del “perché” si vede ed ha proposto teorie su alcuni aspetti della percezione visiva, oltre a sperimentare nuove tecniche pittoriche. Il tema del colore ha sempre suscitato interesse, a volte una vera e propria dedizione, tra artisti e scienziati nel corso dei secoli». Citi un esempio, per cortesia. «Leonardo da Vinci, che approfondì la questione e scrisse, tra tutti i colori, i più piacevoli esser quelli che s'oppongono. Se vuole, trattasi d'una teoria che spiegava, allora, l'azione del colore sulla psiche. Si potrebbe parlare anche di Monet, di Seurat…» Ed oggi, dopo secoli? «Be', cominciamo a scoprire i meccanismi neurofisiologici che probabilmente sono alla base della “forza” d'alcuni accostamenti cromatici. Oltre a rivelarci molti fenomeni straordinari che avvengono in ogni istante nei nostri occhi e nel nostro cervello, la scienza della visione ci aiuta a comprendere quali fattori, ambientali e sociali, possono aver condizionato l'evoluzione dei meccanismi di percezione del colore, nei primati e nell'uomo». L'arte deve dir grazie all'evoluzione, allora? «Il piacere di contemplare un'opera d'arte non è, sicuramente, da annoverarsi tra i fattori che possono aver spinto l'evoluzione a premiare lo sviluppo d'un sistema visivo in grado d'analizzare i colori in modo così dettagliato, ma potremmo considerarlo un gradito “effetto collaterale”».
Macaluso: «La percezione visiva è parente dell'arte»
Stamane l'oculista in conferenza alla Ricci Oddi su “Colore, occhio e cervello”
di LUIGI GALLI
Stamane alle 10.30, presso l'aula didattica della Galleria Ricci Oddi, si terrà la prima conferenza della rassegna "Incontri d'Arte". Sarà protagonista il professor Claudio Macaluso, docente presso la Clinica Oculistica dell'Università di Parma. Ricercatore di fama, egli studia la percezione del colore nell'occhio e nel cervello, al confine tra scienza ed arte della pittura. S'introduce l'argomento intervistando lo stesso Macaluso. Professore, che rapporto esiste tra la scienza della visione ed il lavoro di un artista? «Sono più vicini di quanto si potrebbe pensare. Il modo con cui un pittore si relaziona “visivamente” col mondo, influenza senza dubbio le sue opere d'arte. Vede, più d'un artista ha subito il fascino del “perché” si vede ed ha proposto teorie su alcuni aspetti della percezione visiva, oltre a sperimentare nuove tecniche pittoriche. Il tema del colore ha sempre suscitato interesse, a volte una vera e propria dedizione, tra artisti e scienziati nel corso dei secoli». Citi un esempio, per cortesia. «Leonardo da Vinci, che approfondì la questione e scrisse, tra tutti i colori, i più piacevoli esser quelli che s'oppongono. Se vuole, trattasi d'una teoria che spiegava, allora, l'azione del colore sulla psiche. Si potrebbe parlare anche di Monet, di Seurat…» Ed oggi, dopo secoli? «Be', cominciamo a scoprire i meccanismi neurofisiologici che probabilmente sono alla base della “forza” d'alcuni accostamenti cromatici. Oltre a rivelarci molti fenomeni straordinari che avvengono in ogni istante nei nostri occhi e nel nostro cervello, la scienza della visione ci aiuta a comprendere quali fattori, ambientali e sociali, possono aver condizionato l'evoluzione dei meccanismi di percezione del colore, nei primati e nell'uomo». L'arte deve dir grazie all'evoluzione, allora? «Il piacere di contemplare un'opera d'arte non è, sicuramente, da annoverarsi tra i fattori che possono aver spinto l'evoluzione a premiare lo sviluppo d'un sistema visivo in grado d'analizzare i colori in modo così dettagliato, ma potremmo considerarlo un gradito “effetto collaterale”».
depressione nell'adolescenza
Virgilio Notizie 14/02/2004 - 19:42
Sanita': un'adolescente su 4 soffre di episodi di depressione
Tra maschi 1 su 10, piu'a rischio chi fuma e non ha supporto
(ANSA) ROMA,14 FEB - Una ragazza su 4 tra i 16 e i 19 anni e un ragazzo su 10 tra i 12 e i 19 anni soffrono di episodi di depressione. Lo rivela un'indagine canadese. L'Università di Alberta (Canada) sottolinea che la probabilita' di soffrire di momenti di depressione sale del 40% tra i giovanissimi fumatori e cresce anche tra coloro che sentono la mancanza di un supporto sociale. Ed e' anche emerso che piu' i ragazzi crescono piu' aumentano gli episodi di depressione forse per il moltiplicarsi dei fattori scatenanti.
copyright @ 2004 ANSA
Sanita': un'adolescente su 4 soffre di episodi di depressione
Tra maschi 1 su 10, piu'a rischio chi fuma e non ha supporto
(ANSA) ROMA,14 FEB - Una ragazza su 4 tra i 16 e i 19 anni e un ragazzo su 10 tra i 12 e i 19 anni soffrono di episodi di depressione. Lo rivela un'indagine canadese. L'Università di Alberta (Canada) sottolinea che la probabilita' di soffrire di momenti di depressione sale del 40% tra i giovanissimi fumatori e cresce anche tra coloro che sentono la mancanza di un supporto sociale. Ed e' anche emerso che piu' i ragazzi crescono piu' aumentano gli episodi di depressione forse per il moltiplicarsi dei fattori scatenanti.
copyright @ 2004 ANSA
il film di Theo Angelopoulos presentato a Berlino
"La sorgente del fiume"
L'Unità 12.02.2004
Angelopoulos, magnifico storico
di Lorenzo Buccella
BERLINO L'affresco liturgico di una calligrafia che striscia sui fondali della grande storia. Dopo cinque anni di attesa, Berlino si fa lavagna per accogliere lo svolazzo visionario di una grande firma del cinema europeo. Theo Angelopoulos e il suo ultimo film che ieri ha calamitato per ben tre ore l'attenzione del concorso. "La sorgente del fiume", primo tomo di una trilogia che vuole scandire il diagramma di un bilancio storico e personale del secolo appena trascorso. Il novecento greco perlustrato attraverso la chiave drammaturgica di un legame d'amore che sboccia nel 1919, con l'esodo da Odessa causato dall'invasione dell'Armata Rossa per poi attraccare in un'America contemporanea. Sono le biografie individuali ad attorcigliarsi come edere al grande telaio della storia greca, scorticandosi nei suoi strappi drammatici, tra ritardi e accelerazioni. Il davanti e il dietro di una messinscena filmica che raccoglie singoli passi umani, li trasforma in modelli brechtiani, per poi farli inciampare nel bagno collettivo di conflitti e sopraffazioni. E così nella semplicità ossea, soltanto apparente, di questo viaggio che procede a stazioni, s'innesta una costellazione di referenze in grado di girare gli angoli alle immagini con risvolti sociali e politici.
Dopo la fuoriuscita da Odessa, nell'accampamento paludoso stanziato sull'estuario di un grande fiume, i profughi Heleni (l'italo-greca Alexandra Aidini) e Alexis (Nikos Poursanidis) potrebbero amarsi, se non fosse per il padre del ragazzo che, rimasto vedovo, s'invaghisce della stessa ragazza, pretendendola in sposa. L'ossessione del padre è tale da obbligare i due amanti a una fuga verso Salonicco ed è proprio su questo nuovo contesto urbano che calano le ombre degli sconvolgimenti degli anni '30. Unica consolazione per Alexis, il talento della sua fisarmonica che gli permette di campare con quattro soldi, tra altri musicisti costretti a usare un teatro come loro abitazione. Ma il morso più stringente della crisi che addenta il paese e la nascita di due figli imporranno alla coppia una separazione. Mentre un treno fa slittare orizzontalmente vagoni carichi di fascisti greci che sbeffeggiano Mussolini, lui salperà per l'America dei sogni, lei si sobbarcherà il peso di una guerra imminente. Invasioni e resistenze per una solitudine che col passare degli anni verrà traumaticamente acuita dalla perdita di tutte le persone a lei più care. E se Alexis, arruolatosi nell'esercito americano, muore a Okinawa, i due figli soccombono alla guerra civile, combattendo su fronti opposti con la divisa di un altro colore. Il dolore finale deborderà nell'urlo straziato di Heleni in cui viene risucchiata la coda tragica del film. E non è un caso, visto che la sintassi del film tira l'elastico di un destino, rintracciando il proprio archetipo nella tragedia classica.
Dall'Edipo Re ai Sette contro Tebe.
E se i sentieri narrativi sono la lingua sotterranea del film, come sempre, la bocca di Angelopoulos preferisce parlare per immagini. Una galleria di quadri in movimento che sotto un cielo grigio come il coperchio di una pentola alterna il «coro» di masse silenziose vestite in nero a filari di candide lenzuola. Grappoli di pecore impiccate a un albero e stanze chiaroscurali alla Rembrandt. E ancora abiti nuziali non consumati che rimangono nella profondità di paesaggi sommersi dalle acque di un'inondazione. Un vero e proprio palcoscenico visivo che per la sua natura ambulante storpia convenzioni spaziali e lascia scorrere dai pori un alito onirico. È un cinema che si fa visionario, adagiandosi all'interno di una scacchiera che moltiplica i suoi riflessi sugli specchi d'acqua e nei vetri delle finestre per andare ad abbattere le pareti della verosimiglianza. Con Angelopoulos si cammina lentamente, ma si viaggia lontano. Il tempo dilatato diventa la pancia di un cucchiaio che raccoglie e modella gli sguardi. A partire dai lunghi piani-sequenza che scivolano come eleganti lumache sullo schermo misurando i millimetri e portandosi dietro il guscio-mondo di un intero panorama. Simmetrie euclidee e giostre compositive per una punteggiatura che trova nella musica una nuova stampella d'appoggio. Più degli scarni dialoghi, sono proprio i violini e le fisarmoniche dei musicisti da strada a innervare le tappe del viaggio, disegnando gli zigomi a questa lunga e sofisticata elegia sul destino dell'uomo.
Angelopoulos, magnifico storico
di Lorenzo Buccella
BERLINO L'affresco liturgico di una calligrafia che striscia sui fondali della grande storia. Dopo cinque anni di attesa, Berlino si fa lavagna per accogliere lo svolazzo visionario di una grande firma del cinema europeo. Theo Angelopoulos e il suo ultimo film che ieri ha calamitato per ben tre ore l'attenzione del concorso. "La sorgente del fiume", primo tomo di una trilogia che vuole scandire il diagramma di un bilancio storico e personale del secolo appena trascorso. Il novecento greco perlustrato attraverso la chiave drammaturgica di un legame d'amore che sboccia nel 1919, con l'esodo da Odessa causato dall'invasione dell'Armata Rossa per poi attraccare in un'America contemporanea. Sono le biografie individuali ad attorcigliarsi come edere al grande telaio della storia greca, scorticandosi nei suoi strappi drammatici, tra ritardi e accelerazioni. Il davanti e il dietro di una messinscena filmica che raccoglie singoli passi umani, li trasforma in modelli brechtiani, per poi farli inciampare nel bagno collettivo di conflitti e sopraffazioni. E così nella semplicità ossea, soltanto apparente, di questo viaggio che procede a stazioni, s'innesta una costellazione di referenze in grado di girare gli angoli alle immagini con risvolti sociali e politici.
Dopo la fuoriuscita da Odessa, nell'accampamento paludoso stanziato sull'estuario di un grande fiume, i profughi Heleni (l'italo-greca Alexandra Aidini) e Alexis (Nikos Poursanidis) potrebbero amarsi, se non fosse per il padre del ragazzo che, rimasto vedovo, s'invaghisce della stessa ragazza, pretendendola in sposa. L'ossessione del padre è tale da obbligare i due amanti a una fuga verso Salonicco ed è proprio su questo nuovo contesto urbano che calano le ombre degli sconvolgimenti degli anni '30. Unica consolazione per Alexis, il talento della sua fisarmonica che gli permette di campare con quattro soldi, tra altri musicisti costretti a usare un teatro come loro abitazione. Ma il morso più stringente della crisi che addenta il paese e la nascita di due figli imporranno alla coppia una separazione. Mentre un treno fa slittare orizzontalmente vagoni carichi di fascisti greci che sbeffeggiano Mussolini, lui salperà per l'America dei sogni, lei si sobbarcherà il peso di una guerra imminente. Invasioni e resistenze per una solitudine che col passare degli anni verrà traumaticamente acuita dalla perdita di tutte le persone a lei più care. E se Alexis, arruolatosi nell'esercito americano, muore a Okinawa, i due figli soccombono alla guerra civile, combattendo su fronti opposti con la divisa di un altro colore. Il dolore finale deborderà nell'urlo straziato di Heleni in cui viene risucchiata la coda tragica del film. E non è un caso, visto che la sintassi del film tira l'elastico di un destino, rintracciando il proprio archetipo nella tragedia classica.
Dall'Edipo Re ai Sette contro Tebe.
E se i sentieri narrativi sono la lingua sotterranea del film, come sempre, la bocca di Angelopoulos preferisce parlare per immagini. Una galleria di quadri in movimento che sotto un cielo grigio come il coperchio di una pentola alterna il «coro» di masse silenziose vestite in nero a filari di candide lenzuola. Grappoli di pecore impiccate a un albero e stanze chiaroscurali alla Rembrandt. E ancora abiti nuziali non consumati che rimangono nella profondità di paesaggi sommersi dalle acque di un'inondazione. Un vero e proprio palcoscenico visivo che per la sua natura ambulante storpia convenzioni spaziali e lascia scorrere dai pori un alito onirico. È un cinema che si fa visionario, adagiandosi all'interno di una scacchiera che moltiplica i suoi riflessi sugli specchi d'acqua e nei vetri delle finestre per andare ad abbattere le pareti della verosimiglianza. Con Angelopoulos si cammina lentamente, ma si viaggia lontano. Il tempo dilatato diventa la pancia di un cucchiaio che raccoglie e modella gli sguardi. A partire dai lunghi piani-sequenza che scivolano come eleganti lumache sullo schermo misurando i millimetri e portandosi dietro il guscio-mondo di un intero panorama. Simmetrie euclidee e giostre compositive per una punteggiatura che trova nella musica una nuova stampella d'appoggio. Più degli scarni dialoghi, sono proprio i violini e le fisarmoniche dei musicisti da strada a innervare le tappe del viaggio, disegnando gli zigomi a questa lunga e sofisticata elegia sul destino dell'uomo.
tre opere sul mondo islamico
Gazzetta di Parma 15.2.04
Libri sull'Islam, molte novità in pochi giorni
I sentieri del Profeta
L'Islam, nelle sue molteplici sfaccettature, rappresenta oramai un fenomeno editoriale assodato. Se fino a poco tempo fa il tema sembrava ristretto a pochi, ora - nel protrarsi dell'effetto dell'11 settembre - le case editrici mandano in libreria volumi che, anche come ristampe, sembrano avere un buon pubblico al di là degli specialisti. Solo nelle ultime settimane ne sono usciti molti: tra questi si può cominciare da un libro della Feltrinelli (pp.445; 14 euro) di Edward Schulze «Il mondo islamico nel XX secolo», prima edizione nel 1998. Un libro che «prende in considerazione la storia del mondo islamico del Novecento come fase specifica dell'epoca moderna mondiale».
Schulze non separa e non ritiene opposti i due mondi, bensì ritiene che il passaggio dei valori laici dall'Occidente all'Oriente, e il loro relativo impatto, costituisca la spiegazione degli avvenimenti della storia moderna del mondo musulmano.
L'Einaudi manda invece in libreria i primi due volumi della «Storia del mondo islamico»: il primo, di Claudio Lo Jacono, è dedicato a «Il vicino Oriente. VII-XVI secolo» (pp.470; 22 euro) ed esamina in particolare la componente araba dell'Islam, dalle vicende correlate all'attività politica di Maometto allo sviluppo dei vari califfati nel Vicino e Medio Oriente islamico e nella penisola iberica. L'autore mostra come Europa cristiana e Oriente Islamico abbiano fatto insieme «un lungo tragitto comune». Nel secondo libro «Il mondo iranico e turco. VII-XVI secolo» (pp.341; euro 18.00), di Michele Bernardini, lo sguardo si amplia al restante mondo musulmano con le componenti persiana e turca di Iran, Anatolia e Asia centrale.
«Sociologia dell'Islam» di Enzo Pace (Carocci; pp.250; euro 14.80). Già il titolo indica chiaramente l'intento dell'autore, ovvero studiare l'Islam partendo da un approccio sociologico, così come è avvenuto per il Cristianesimo o l'Induismo.
Libri sull'Islam, molte novità in pochi giorni
I sentieri del Profeta
L'Islam, nelle sue molteplici sfaccettature, rappresenta oramai un fenomeno editoriale assodato. Se fino a poco tempo fa il tema sembrava ristretto a pochi, ora - nel protrarsi dell'effetto dell'11 settembre - le case editrici mandano in libreria volumi che, anche come ristampe, sembrano avere un buon pubblico al di là degli specialisti. Solo nelle ultime settimane ne sono usciti molti: tra questi si può cominciare da un libro della Feltrinelli (pp.445; 14 euro) di Edward Schulze «Il mondo islamico nel XX secolo», prima edizione nel 1998. Un libro che «prende in considerazione la storia del mondo islamico del Novecento come fase specifica dell'epoca moderna mondiale».
Schulze non separa e non ritiene opposti i due mondi, bensì ritiene che il passaggio dei valori laici dall'Occidente all'Oriente, e il loro relativo impatto, costituisca la spiegazione degli avvenimenti della storia moderna del mondo musulmano.
L'Einaudi manda invece in libreria i primi due volumi della «Storia del mondo islamico»: il primo, di Claudio Lo Jacono, è dedicato a «Il vicino Oriente. VII-XVI secolo» (pp.470; 22 euro) ed esamina in particolare la componente araba dell'Islam, dalle vicende correlate all'attività politica di Maometto allo sviluppo dei vari califfati nel Vicino e Medio Oriente islamico e nella penisola iberica. L'autore mostra come Europa cristiana e Oriente Islamico abbiano fatto insieme «un lungo tragitto comune». Nel secondo libro «Il mondo iranico e turco. VII-XVI secolo» (pp.341; euro 18.00), di Michele Bernardini, lo sguardo si amplia al restante mondo musulmano con le componenti persiana e turca di Iran, Anatolia e Asia centrale.
«Sociologia dell'Islam» di Enzo Pace (Carocci; pp.250; euro 14.80). Già il titolo indica chiaramente l'intento dell'autore, ovvero studiare l'Islam partendo da un approccio sociologico, così come è avvenuto per il Cristianesimo o l'Induismo.
sabato 14 febbraio 2004
sabato 14.2.04, nel giorno detto "di San Valentino", si poteva leggere sul giornale un articolo di Umberto Galimberti dal titolo "GLI AMORI ETERNI E QUELLI PRECARI. IL RUOLO FONDAMENTALE DEL DESIDERIO / COSA STO DICENDO QUANDO DICO TI AMO / mistero Sappiamo che l'amore si nutre di novità e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e l'eccesso di familiarità"
chi volesse vederlo può richiederlo a questo indirizzo; lo riceverà per e-mail)
il poeta Raboni, lo scienziato Boncinelli, il filosofo Severino
Corriere della Sera 14.2.04
IL POETA RABONI, LO SCIENZIATO BONCINELLI
A mio parere il bisogno di esprimersi in un linguaggio artistico sorge da una profonda mancanza del vivere, da uno stato di sofferenza
Il significato della poesia, la sua «necessità», la sua attualità e la sua capacità di parlare all’uomo d’oggi: sono le questioni che abbiamo posto a uno scienziato, a un filosofo e a un poeta. Ecco il risultato di una tavola rotonda con Edoardo Boncinelli, Emanuele Severino, Giovanni Raboni, organizzata dal Corriere della Sera . A proposito di Leopardi, Severino ha parlato di poesia come rimedio. Se si può accettare questa definizione, la poesia è un rimedio a che cosa?
SEVERINO La poesia appartiene al linguaggio festivo, e cioè si rifà alle origini della nostra civiltà, cioè alla festa arcaica, che è insieme poetica, tecnico-sapienziale e mistico-religiosa. Nella situazione festiva tutte queste componenti sono fuse per costituire una forma di rimedio contro la pericolosità della vita. Da questo coagulo originario, le componenti del linguaggio festivo si distaccano e danno luogo al propriamente religioso, al propriamente poetico e così via. In origine uno strumento funziona solo se protetto dal divino, e dal momento in cui va in crisi il divino, la poesia non acquista più il carattere del rimedio in quanto modo di esprimere e svelare il divino, ma in quanto è una forma che ha una forza tale da consentire all’uomo di prendere distanza dal pericolo del mondo e di trovare salvezza.
BONCINELLI La parola «rimedio» non mi piace. In realtà la poesia è un di più, un’esuberanza, deborda dalla quotidianità e secondo me ha qualcosa in comune con la musica, che però è ancora più universale e come la poesia contiene il concetto di ripetizione. Gli animali in difficoltà si dondolano, fanno gesti ripetuti, anche i vecchi fanno gesti ripetuti e involontari. Si tratta veramente di una sorta di esigenza biologica. A pensarci bene, la poesia si basava molto sulla ripetizione: il ritornello, la metrica, la rima... Sicuramente è nata per fini sociali, collettivi e religiosi. Ma questo aspetto si è perso ed è un peccato. Lo stesso vale per le altre arti: oggi c’è un divorzio dal magico, dal mistico e dal collettivo. Forse c’è più poesia oggi nelle canzoni che nei poeti laureati; forse c’è più arte nelle locomotive e nei jet che nelle mostre. Il che rivendica l'origine di queste cose come fenomeni non solo collettivi ma anche utili e inclusivi della capacità tecnica.
RABONI A me l’idea della poesia, anzi dell’arte, come rimedio non dispiace affatto. Credo che il bisogno di esprimersi con un linguaggio artistico nasca da una mancanza del vivere, da uno stato di disagio o di sofferenza. In un mondo felice uno vorrebbe solo vivere, anche se è un’ipotesi estrema. L’importante è non tradurre questo nell’idea di consolazione. La poesia è soprattutto un linguaggio molto particolare. Rispetto ad altri linguaggi e ad altre arti compresa la musica, comunica dei pensieri e suscita delle emozioni inarticolabili. Il suo pensiero è raddoppiato oppure contraddetto oppure reso ambiguo da altri segnali, che sono quelli della forma e della parola nascosta.
Che rapporto c’è, nel testo poetico e nel fare poesia, tra l’aspetto emotivo e l’aspetto razionale? E oggi possiamo ancora usare un termine un po’ desueto come quello di ispirazione?
SEVERINO Leopardi parla molto presto di unità tra filosofia e poesia: è un binomio che ha sempre presente fin dall’inizio. Ma nei pensieri, mentre scrive «L’infinito», dice che intende l’infinito come l’illusione, come rimedio. Anche l’esuberanza, del resto, è un modo di difendersi dal pericolo.
BONCINELLI Qual è il nemico?
SEVERINO Il nemico è la morte, il dolore. Mi auguro che tu non abbia questo nemico, ma gli uomini hanno sempre sentito come nemico la morte: se non siamo in relazione con una lacuna, che senso ha l’indaffararsi dell’uomo?
BONCINELLI Ma è la nostra forza.
SEVERINO Non lo nego, o meglio lo metto tra parentesi. Torniamo a Leopardi. Nei pensieri, mentre scrive «L’infinito», sostiene che l’infinito è un’idea che aiuta a sollevarsi di fronte al pericolo della morte e del dolore. Poi cambia prospettiva e sostiene che ormai la poesia non inganna nemmeno la fantasia, si rende conto che questa scissione è insostenibile e che la poesia è pensiero poetante. Leopardi abbandona l’infinito, poiché sa che nessun giorno può tornare e che gli dèi sono morti. Il concetto di rimedio rimane in un altro senso: l’infinito, che prima era un contenuto illusorio, diventa la potenza infinita del genio, cioè il poeta, il quale con forza non finita parla della caducità e della morte. Il concetto di rimedio rimane proprio in questa unità di ispirazione e di razionalità.
BONCINELLI E’ una vita che mi chiedo se c’è e che cos’è l’ispirazione. Studiarla da fuori è quasi impossibile, perché l’ispirazione capita di rado a poche persone e la scienza per definizione studia i fenomeni ripetuti. Uno dovrebbe averla vissuta, per parlarne. Per me la poesia è innanzitutto scelta e giustapposizione di parole, perché il contenuto è espresso meglio dalla scienza o dalla filosofia. Dante, Shakespeare e Leopardi, se quelle cose non le avessero dette in quella maniera, sarebbero dei pensatori falliti o dei letterati. Noi parliamo perché nel cervello disponiamo di un enorme vocabolario e ogni volta dobbiamo valutare per quella particolare posizione quale parola andare a pigliare da questo inventario. Un fenomeno molto interessante da studiare.
RABONI Non si tratta della parola giusta per dire ciò che ho chiaramente in testa di dire. Io penso che la parola giusta sia la parola che misteriosamente aggiunge senso a quel che il poeta vuol dire. Altrimenti, il poeta sarebbe il più chiaro espositore del pensiero. Invece la poesia è altro: è pensiero, però emozionato, pensiero assolutamente inscindibile da una serie di emozioni che non sono contenute nel pensiero razionale. Quindi, io non so bene da dove vengano le «parole giuste». E’ vero, ispirazione è qualcosa di desueto, che sa di romanticheria. Valéry diceva: il primo verso viene da Dio, tutti gli altri dal lavoro. Ciò vuol dire che c’è un momento in cui il poeta sa di dover parlare di quella determinata cosa e non sa né come, né di che cosa esattamente si tratti. Sente una necessità, magari legata a un accostamento di parole o a un giro di frase o a un fantasma sonoro, un ritmo, una cadenza. Vien voglia di chiamarlo un momento di aspirazione, come fosse un vuoto da cui si è aspirati e che ti fa precipitare in qualcosa che ancora non sappiamo ma che sentiamo di dover dire.
Come può un comune lettore accostarsi a un testo tanto complesso, tenendo presenti tutti gli aspetti inscindibili che fanno il senso del linguaggio poetico?
SEVERINO E’ impossibile prescindere dal contenuto. Un lettore che si lasci trascinare solo dal ritmo non capirebbe. E’ la storia del contenuto a determinare la storia della poesia. Io vorrei sottolineare la necessità di non considerare la poesia come un fenomeno separato dalla storia della nostra civiltà occidentale, che per me è storia della follia. Sarebbe impossibile capire la poesia indipendentemente da ciò che è stata la storia dell’essenza della nostra civiltà, e cioè un transito dal riferimento al divino alla cancellazione del divino.
BONCINELLI Ho sempre letto poesia e continuo a leggerla. Mi piacciono i greci, Shakespeare, Leopardi. Però se uno mi chiedesse perché e come leggo, non sarei sicuro di saper rispondere. Direi forse per una specie di intossicazione, di abitudine. Rispetto a quel che diceva Raboni aggiungerei due ingredienti della poesia: la concisione, e cioè l’espressione di pensieri come grumi e in una grande intensità; e poi il suo valore collettivo. Si cercano le parole sapendo che arriveranno a qualcuno. E poi abbiamo dimenticato l’immagine, che non è né suono né pensiero. I poeti sono dei creatori capaci di trovare una sintesi solidale di immagini e parole. L’aspetto creativo, l’inventare qualcosa che non c’era, unisce poesia, filosofia e scienza. Ma dovremmo chiederci perché questa immagine, quando è poetica, viene condivisa da un altissimo numero di persone.
Perché, Raboni?
RABONI La poesia raggiunge una quantità nettamente superiore di persone rispetto a una verità scientifica o filosofica perché arriva anche ad altre parti dell’attenzione umana e non solo al cervello. Insomma, arriva a colpire anche con un’emozione, mentre la filosofia non emoziona, persuade. La poesia si rivolge all’uomo nella sua totalità di essere pensante e emozionabile. Le immagini non sono esclusive della poesia. Credo che lo specifico della poesia sia avere tutto questo in forma sincretica, se si può dire. Ha la capacità di emozionare con il suono come la musica, ha la capacità di comunicare con le immagini come la pittura o la scultura, ha la capacità anche di trasmettere contenuti intellettuali come la filosofia. Di tutto questo il lettore può cogliere quel che gli interessa o lo colpisce di più.
Si è parlato di necessità della poesia da parte di chi scrive. Ma in generale, capovolgendo le cose, si può dire che oggi la nostra società ha necessità di poesia? O la poesia viene percepita come qualcosa in più che riguarda più l’individuo che la collettività?
BONCINELLI La società di oggi ha tutto e vuole tutto e il contrario di tutto. Ha tempo libero e lo deve spendere in qualche maniera. C’è la droga, c’è la violenza e fortunatamente ci sono anche la scienza, la filosofia e la poesia. Ci siamo specializzati, è vero, ma questo è avvenuto perché siamo cresciuti di numero e si è stimolata una diversificazione a volte anche a detrimento della qualità. Siamo talmente tanti e diversi, nonostante quel che si dice abbiamo un livello di diversità biologica infinitamente maggiore che in passato. Quindi è giusto che ci sia una offerta diversificata. Non so se sia necessaria, ma direi che uno che si accosta alla poesia ha un’acquisizione perenne.
SEVERINO La poesia non è nata come individualità, perché il linguaggio festivo si costituisce nel sacro. Il linguaggio profano, invece, per lo più è parlato dai singoli: affinché un linguaggio venga riconosciuto e diventi linguaggio sociale bisogna che le parole dei singoli si confrontino in quel luogo che è la festa. La festa si lega al teatro, alla chiesa, a qualcosa di collettivo e di corale. Se pensiamo a ciò, allora è una decadenza per la poesia diventare una lettura dell’individuo scisso dagli altri individui. E’ un fenomeno che conferma l’atomizzazione della nostra società.
RABONI Io non so se ci sia necessità di poesia. Però nel linguaggio comune sia il sostantivo sia l’aggettivo vengono usati metaforicamente per indicare un valore, per indicare qualcosa di bello, di importante, di alto. Qualcosa vorrà pur dire.
IL POETA RABONI, LO SCIENZIATO BONCINELLI
A mio parere il bisogno di esprimersi in un linguaggio artistico sorge da una profonda mancanza del vivere, da uno stato di sofferenza
Il significato della poesia, la sua «necessità», la sua attualità e la sua capacità di parlare all’uomo d’oggi: sono le questioni che abbiamo posto a uno scienziato, a un filosofo e a un poeta. Ecco il risultato di una tavola rotonda con Edoardo Boncinelli, Emanuele Severino, Giovanni Raboni, organizzata dal Corriere della Sera . A proposito di Leopardi, Severino ha parlato di poesia come rimedio. Se si può accettare questa definizione, la poesia è un rimedio a che cosa?
SEVERINO La poesia appartiene al linguaggio festivo, e cioè si rifà alle origini della nostra civiltà, cioè alla festa arcaica, che è insieme poetica, tecnico-sapienziale e mistico-religiosa. Nella situazione festiva tutte queste componenti sono fuse per costituire una forma di rimedio contro la pericolosità della vita. Da questo coagulo originario, le componenti del linguaggio festivo si distaccano e danno luogo al propriamente religioso, al propriamente poetico e così via. In origine uno strumento funziona solo se protetto dal divino, e dal momento in cui va in crisi il divino, la poesia non acquista più il carattere del rimedio in quanto modo di esprimere e svelare il divino, ma in quanto è una forma che ha una forza tale da consentire all’uomo di prendere distanza dal pericolo del mondo e di trovare salvezza.
BONCINELLI La parola «rimedio» non mi piace. In realtà la poesia è un di più, un’esuberanza, deborda dalla quotidianità e secondo me ha qualcosa in comune con la musica, che però è ancora più universale e come la poesia contiene il concetto di ripetizione. Gli animali in difficoltà si dondolano, fanno gesti ripetuti, anche i vecchi fanno gesti ripetuti e involontari. Si tratta veramente di una sorta di esigenza biologica. A pensarci bene, la poesia si basava molto sulla ripetizione: il ritornello, la metrica, la rima... Sicuramente è nata per fini sociali, collettivi e religiosi. Ma questo aspetto si è perso ed è un peccato. Lo stesso vale per le altre arti: oggi c’è un divorzio dal magico, dal mistico e dal collettivo. Forse c’è più poesia oggi nelle canzoni che nei poeti laureati; forse c’è più arte nelle locomotive e nei jet che nelle mostre. Il che rivendica l'origine di queste cose come fenomeni non solo collettivi ma anche utili e inclusivi della capacità tecnica.
RABONI A me l’idea della poesia, anzi dell’arte, come rimedio non dispiace affatto. Credo che il bisogno di esprimersi con un linguaggio artistico nasca da una mancanza del vivere, da uno stato di disagio o di sofferenza. In un mondo felice uno vorrebbe solo vivere, anche se è un’ipotesi estrema. L’importante è non tradurre questo nell’idea di consolazione. La poesia è soprattutto un linguaggio molto particolare. Rispetto ad altri linguaggi e ad altre arti compresa la musica, comunica dei pensieri e suscita delle emozioni inarticolabili. Il suo pensiero è raddoppiato oppure contraddetto oppure reso ambiguo da altri segnali, che sono quelli della forma e della parola nascosta.
Che rapporto c’è, nel testo poetico e nel fare poesia, tra l’aspetto emotivo e l’aspetto razionale? E oggi possiamo ancora usare un termine un po’ desueto come quello di ispirazione?
SEVERINO Leopardi parla molto presto di unità tra filosofia e poesia: è un binomio che ha sempre presente fin dall’inizio. Ma nei pensieri, mentre scrive «L’infinito», dice che intende l’infinito come l’illusione, come rimedio. Anche l’esuberanza, del resto, è un modo di difendersi dal pericolo.
BONCINELLI Qual è il nemico?
SEVERINO Il nemico è la morte, il dolore. Mi auguro che tu non abbia questo nemico, ma gli uomini hanno sempre sentito come nemico la morte: se non siamo in relazione con una lacuna, che senso ha l’indaffararsi dell’uomo?
BONCINELLI Ma è la nostra forza.
SEVERINO Non lo nego, o meglio lo metto tra parentesi. Torniamo a Leopardi. Nei pensieri, mentre scrive «L’infinito», sostiene che l’infinito è un’idea che aiuta a sollevarsi di fronte al pericolo della morte e del dolore. Poi cambia prospettiva e sostiene che ormai la poesia non inganna nemmeno la fantasia, si rende conto che questa scissione è insostenibile e che la poesia è pensiero poetante. Leopardi abbandona l’infinito, poiché sa che nessun giorno può tornare e che gli dèi sono morti. Il concetto di rimedio rimane in un altro senso: l’infinito, che prima era un contenuto illusorio, diventa la potenza infinita del genio, cioè il poeta, il quale con forza non finita parla della caducità e della morte. Il concetto di rimedio rimane proprio in questa unità di ispirazione e di razionalità.
BONCINELLI E’ una vita che mi chiedo se c’è e che cos’è l’ispirazione. Studiarla da fuori è quasi impossibile, perché l’ispirazione capita di rado a poche persone e la scienza per definizione studia i fenomeni ripetuti. Uno dovrebbe averla vissuta, per parlarne. Per me la poesia è innanzitutto scelta e giustapposizione di parole, perché il contenuto è espresso meglio dalla scienza o dalla filosofia. Dante, Shakespeare e Leopardi, se quelle cose non le avessero dette in quella maniera, sarebbero dei pensatori falliti o dei letterati. Noi parliamo perché nel cervello disponiamo di un enorme vocabolario e ogni volta dobbiamo valutare per quella particolare posizione quale parola andare a pigliare da questo inventario. Un fenomeno molto interessante da studiare.
RABONI Non si tratta della parola giusta per dire ciò che ho chiaramente in testa di dire. Io penso che la parola giusta sia la parola che misteriosamente aggiunge senso a quel che il poeta vuol dire. Altrimenti, il poeta sarebbe il più chiaro espositore del pensiero. Invece la poesia è altro: è pensiero, però emozionato, pensiero assolutamente inscindibile da una serie di emozioni che non sono contenute nel pensiero razionale. Quindi, io non so bene da dove vengano le «parole giuste». E’ vero, ispirazione è qualcosa di desueto, che sa di romanticheria. Valéry diceva: il primo verso viene da Dio, tutti gli altri dal lavoro. Ciò vuol dire che c’è un momento in cui il poeta sa di dover parlare di quella determinata cosa e non sa né come, né di che cosa esattamente si tratti. Sente una necessità, magari legata a un accostamento di parole o a un giro di frase o a un fantasma sonoro, un ritmo, una cadenza. Vien voglia di chiamarlo un momento di aspirazione, come fosse un vuoto da cui si è aspirati e che ti fa precipitare in qualcosa che ancora non sappiamo ma che sentiamo di dover dire.
Come può un comune lettore accostarsi a un testo tanto complesso, tenendo presenti tutti gli aspetti inscindibili che fanno il senso del linguaggio poetico?
SEVERINO E’ impossibile prescindere dal contenuto. Un lettore che si lasci trascinare solo dal ritmo non capirebbe. E’ la storia del contenuto a determinare la storia della poesia. Io vorrei sottolineare la necessità di non considerare la poesia come un fenomeno separato dalla storia della nostra civiltà occidentale, che per me è storia della follia. Sarebbe impossibile capire la poesia indipendentemente da ciò che è stata la storia dell’essenza della nostra civiltà, e cioè un transito dal riferimento al divino alla cancellazione del divino.
BONCINELLI Ho sempre letto poesia e continuo a leggerla. Mi piacciono i greci, Shakespeare, Leopardi. Però se uno mi chiedesse perché e come leggo, non sarei sicuro di saper rispondere. Direi forse per una specie di intossicazione, di abitudine. Rispetto a quel che diceva Raboni aggiungerei due ingredienti della poesia: la concisione, e cioè l’espressione di pensieri come grumi e in una grande intensità; e poi il suo valore collettivo. Si cercano le parole sapendo che arriveranno a qualcuno. E poi abbiamo dimenticato l’immagine, che non è né suono né pensiero. I poeti sono dei creatori capaci di trovare una sintesi solidale di immagini e parole. L’aspetto creativo, l’inventare qualcosa che non c’era, unisce poesia, filosofia e scienza. Ma dovremmo chiederci perché questa immagine, quando è poetica, viene condivisa da un altissimo numero di persone.
Perché, Raboni?
RABONI La poesia raggiunge una quantità nettamente superiore di persone rispetto a una verità scientifica o filosofica perché arriva anche ad altre parti dell’attenzione umana e non solo al cervello. Insomma, arriva a colpire anche con un’emozione, mentre la filosofia non emoziona, persuade. La poesia si rivolge all’uomo nella sua totalità di essere pensante e emozionabile. Le immagini non sono esclusive della poesia. Credo che lo specifico della poesia sia avere tutto questo in forma sincretica, se si può dire. Ha la capacità di emozionare con il suono come la musica, ha la capacità di comunicare con le immagini come la pittura o la scultura, ha la capacità anche di trasmettere contenuti intellettuali come la filosofia. Di tutto questo il lettore può cogliere quel che gli interessa o lo colpisce di più.
Si è parlato di necessità della poesia da parte di chi scrive. Ma in generale, capovolgendo le cose, si può dire che oggi la nostra società ha necessità di poesia? O la poesia viene percepita come qualcosa in più che riguarda più l’individuo che la collettività?
BONCINELLI La società di oggi ha tutto e vuole tutto e il contrario di tutto. Ha tempo libero e lo deve spendere in qualche maniera. C’è la droga, c’è la violenza e fortunatamente ci sono anche la scienza, la filosofia e la poesia. Ci siamo specializzati, è vero, ma questo è avvenuto perché siamo cresciuti di numero e si è stimolata una diversificazione a volte anche a detrimento della qualità. Siamo talmente tanti e diversi, nonostante quel che si dice abbiamo un livello di diversità biologica infinitamente maggiore che in passato. Quindi è giusto che ci sia una offerta diversificata. Non so se sia necessaria, ma direi che uno che si accosta alla poesia ha un’acquisizione perenne.
SEVERINO La poesia non è nata come individualità, perché il linguaggio festivo si costituisce nel sacro. Il linguaggio profano, invece, per lo più è parlato dai singoli: affinché un linguaggio venga riconosciuto e diventi linguaggio sociale bisogna che le parole dei singoli si confrontino in quel luogo che è la festa. La festa si lega al teatro, alla chiesa, a qualcosa di collettivo e di corale. Se pensiamo a ciò, allora è una decadenza per la poesia diventare una lettura dell’individuo scisso dagli altri individui. E’ un fenomeno che conferma l’atomizzazione della nostra società.
RABONI Io non so se ci sia necessità di poesia. Però nel linguaggio comune sia il sostantivo sia l’aggettivo vengono usati metaforicamente per indicare un valore, per indicare qualcosa di bello, di importante, di alto. Qualcosa vorrà pur dire.
ancora su Cy Twombly
La Stampa Tuttolibri 14.2.04
Cy Twombly disegna un giardino d’incanti
di Fiorella Minervino
E’ un vero giardino popolato di fiori come di dei che accoglie il visitatore al quarto piano del Beaubourg dove Cy Twombly, l’artista americano che dal 1957 risiede in Italia, presenta mezzo secolo di disegni selezionati da lui stesso. Esperienza cruciale e ricca di suggestione per la sua arte e i dipinti anzi indispensabile perché riassume, riflette e confessa tanti misteri, forme scritte, colori, disegni a matita, cancellatura che affiorano nei suoi dipinti. È Venere, scritta in rosso come il fuoco d’amore che la infiamma, il primo quadro che si presenta di questa vasta e interessante rassegna. La grande scritta in stampatello ritoccato è seguita da fiori, piante, animali legati alla dea sotto ad una forma rossa e il nome di Afrodite con altri miti. Proprio di fronte sta, come per osservarla, Apollo, un grande disegno dipinto di carta con la scritta blu e il nome del dio. Seguono di nuovo fiori, piante, animali a lui dedicati e altri dei come Orfeo e ancora Marte, Adone ravvicinati ora all’artista che diviene lui stesso un fiore blu, loro compagno di miti, simboli, misteri. Filosofi come Platone seguono con scritte dalla grafia veloce, che si tramutano in segni, talora in forme, talora in cerchi, talora divengono memorie, talora scritte come Malevich e Tatlin con forme geometriche appena definite sul fondo candido. Tanti zeri e poi studi per il trattato del volo. Anche forme come grafie giapponesi e poi Bolsena, il lago dove l’artista abita che è tutto di quadri, numeri, forme. Grande è la varietà di tecniche che impiega Twombly: matita, olio, acrilici, collages, carte, tele, segni finissimi, superfici di pittura densa e corposa. Negli anni ‘50 erano graffi candidi su fondi scuri oppure al contrario, appena accennati. Poi sono venuti i fiori. Pan è composto da due cardi da una stampa. Dal 1982 i fiori si intensificano come pastelli colorati, quasi sempre senza titolo, dai colori intensi e variegati: i rossi, gialli, verdi, rosa intensi. Le piante assumono forme che paiono montagne, ed ecco le lacrime di fuoco, come frutto dei suoi sogni: sono macchie rosse e nere che paiono cadere dall’alto e muoversi sulla carta con il simbolo della barca di Caronte. Poi i fiori sempre più rossi a forma di cuore, con steli verdi delle Seichelles, divengono in seguito - forse remota ascendenza da Van Gogh - forme vivide, perfino una grande scultura, colorate viola, bianche, azzurre fino ad arrivare al 2001 in cui divengono gocce o forme che cadono dall’alto.
Cy Twombly disegna un giardino d’incanti
di Fiorella Minervino
E’ un vero giardino popolato di fiori come di dei che accoglie il visitatore al quarto piano del Beaubourg dove Cy Twombly, l’artista americano che dal 1957 risiede in Italia, presenta mezzo secolo di disegni selezionati da lui stesso. Esperienza cruciale e ricca di suggestione per la sua arte e i dipinti anzi indispensabile perché riassume, riflette e confessa tanti misteri, forme scritte, colori, disegni a matita, cancellatura che affiorano nei suoi dipinti. È Venere, scritta in rosso come il fuoco d’amore che la infiamma, il primo quadro che si presenta di questa vasta e interessante rassegna. La grande scritta in stampatello ritoccato è seguita da fiori, piante, animali legati alla dea sotto ad una forma rossa e il nome di Afrodite con altri miti. Proprio di fronte sta, come per osservarla, Apollo, un grande disegno dipinto di carta con la scritta blu e il nome del dio. Seguono di nuovo fiori, piante, animali a lui dedicati e altri dei come Orfeo e ancora Marte, Adone ravvicinati ora all’artista che diviene lui stesso un fiore blu, loro compagno di miti, simboli, misteri. Filosofi come Platone seguono con scritte dalla grafia veloce, che si tramutano in segni, talora in forme, talora in cerchi, talora divengono memorie, talora scritte come Malevich e Tatlin con forme geometriche appena definite sul fondo candido. Tanti zeri e poi studi per il trattato del volo. Anche forme come grafie giapponesi e poi Bolsena, il lago dove l’artista abita che è tutto di quadri, numeri, forme. Grande è la varietà di tecniche che impiega Twombly: matita, olio, acrilici, collages, carte, tele, segni finissimi, superfici di pittura densa e corposa. Negli anni ‘50 erano graffi candidi su fondi scuri oppure al contrario, appena accennati. Poi sono venuti i fiori. Pan è composto da due cardi da una stampa. Dal 1982 i fiori si intensificano come pastelli colorati, quasi sempre senza titolo, dai colori intensi e variegati: i rossi, gialli, verdi, rosa intensi. Le piante assumono forme che paiono montagne, ed ecco le lacrime di fuoco, come frutto dei suoi sogni: sono macchie rosse e nere che paiono cadere dall’alto e muoversi sulla carta con il simbolo della barca di Caronte. Poi i fiori sempre più rossi a forma di cuore, con steli verdi delle Seichelles, divengono in seguito - forse remota ascendenza da Van Gogh - forme vivide, perfino una grande scultura, colorate viola, bianche, azzurre fino ad arrivare al 2001 in cui divengono gocce o forme che cadono dall’alto.
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