mercoledì 14 luglio 2004

schizofrenia:
in Italia 500.000 malati

Yahoo! Salute 13.7.04 17:49
PSICHIATRIA: SCHIZOFRENIA, IN ITALIA 500.000 MALATI


(ANSA) - ROMA, 13 LUG - La schizofrenia colpisce nel mondo un individuo su cento, mentre in Italia sono circa 500.000 le persone affette da questo disturbo. Una patologia che non e' pero', come pensano molti, incurabile. Anzi.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanita', infatti, circa un terzo delle persone che si ammalano di schizofrenia guarisce e torna a svolgere una vita normale, senza ulteriori ricadute. Un altro terzo, invece, guarisce ma deve continuare ad assumere dei farmaci. La schizofrenia ha uguale prevalenza negli uomini e nelle donne, anche se in queste ultime i sintomi tendono a presentarsi con minore gravita'. Il picco dell'eta' di esordio, per i maschi, e' da collocare tra 15 e 25 anni e per le donne tra 25 e 35 anni, mentre il 90% dei soggetti in cura per ha un'eta' compresa tra 15 e 55 anni.
Ma quali sono le cause di questa malattia? Anche se la maggior parte degli esperti ritiene che la schizofrenia non abbia una causa unica (sembra che il disturbo sia attribuibile ad un insieme di fattori genetici e ambientali), il meccanismo alla base della patologia e' stato individuato nello squilibrio di due neurotrasmettitori, sostanze chimiche che trasmettono i messaggi, presenti nel cervello: la dopamina e la serotonina. In alcune aree del cervello dei pazienti affetti da schizofrenia, infatti, queste sostanze chimiche sono presenti in quantita' eccessive, mentre in altre scarseggiano. Maggiormente a rischio, comunque, sono proprio le fasce socioeconomiche piu' deboli, come hanno dimostrato vari studi. L'80% dei senza tetto ricoverati in ospedali a New York, ad esempio, soffre di condizioni associate a diagnosi psichiatriche, tra cui appunto la schizofrenia. In Italia invece, secondo una stima della Caritas e delle Acli, sono almeno 60 mila le persone senza fissa dimora e di queste il 26% circa e' affetto da problemi psichiatrici. Ma gli esperti lanciano anche l'allarme sui costi sociali legati a questa malattia. I dati piu' recenti dell'OMS hanno infatti dimostrato che la percentuale dei costi attribuibile alle malattie neuropsichiatriche (oneri che derivano alla collettivita' dalla mortalita' e dall'invalidita' provocate da una determinata patologia) e' dell'11,5%, cifra superiore a quella rilevata per le malattie cardiovascolari (10,3%) e oncologiche (5,3%). E tra i disturbi mentali la schizofrenia e' di gran lunga la malattia piu' costosa, con un costo pari a circa 8.800 Euro paziente/anno.
''Per questi malati - ha affermato lo psichiatra Eugenio Aguglia, dell'Universita' di Trieste, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino' - e' fondamentale una diagnosi precoce del disturbo. Purtroppo, invece, questi pazienti giungono dallo specialista molto tardi e dopo percorsi inutili''. Necessaria, secondo lo psichiatra, e' dunque una maggiore sensibilizzazione e specializzazione dei medici di base, che dovrebbero fare da ''primo filtro'' indirizzando i pazienti dagli specialisti. Della stessa opinione il direttore dell'Unita' di Psichiatria ed epidemiologia comportamentale dell'ospedale Cotugno di Napoli Fabrizio Starace, che ha sottolineato come il tempo medio che intercorre tra l'insorgere dei primi sintomi della malattia e il contatto con la struttura di cura sia di 4 anni e mezzo. Quanto ai pregiudizi, secondo Starace derivano innanzitutto da ''conoscenze incomplete e distorte''. Ma c'e' un dato positivo: ''Da una recente indagine tra circa 2.000 giovani, nell'ambito della campagna contro lo stigma della malattia mentale promossa dal ministero della Salute - ha concluso l'esperto - emerge che se il 72% dei ragazzi intervistati dichiara di non avere sufficienti informazioni sulla malattia mentale, ben l'84% afferma di voler conoscere maggiormente queste problematiche''.(ANSA).

per l'85% dai pazienti schizofrenici la diagnosi arriva in ritardo

Yahoo! Notizie - Salute Martedì 13 Luglio 2004, 19:03
Schizofrenia: 85% Pazienti Arriva Tardi a Diagnosi, Colpa Pregiudizio


Roma, 13 lug. (Adnkronos Salute) - Il pregiudizio e' ancora il peggior nemico delle persone con malattie mentali. Per l'85% dai pazienti schizofrenici la diagnosi arriva in ritardo proprio a causa del giudizio negativo che accompagna queste patologie e della paura di essere 'marchiati'. Lo rivelano gli psichiatri italiani intervistati per un'indagine conoscitiva sulla schizofrenia in Italia che ha coinvolto anche pazienti, familiari e popolazione generale, interrogati su diversi aspetti della malattia. La ricerca, promossa da Bristol Myers Squibb, e' stata presentata oggi a Roma nel corso del seminario 'Schizofrenia vista da vicino' che si e' svolta al Palazzo dell'informazione del gruppo Adnkronos.Secondo gli psichiatri solo il 15% dei pazienti arriva dallo specialista al comparire dei primi sintomi. ''Eppure - ha spiegato Eugenio Aguglia, professore di Clinica psichiatrica all'universita' di Trieste, intervenuto all'incontro - un trattamento tempestivo da' ottimi risultati in termini di controllo della malattia''. Non solo. ''Alcune esperienze portate avanti anche in Italia - aggiunge Fabrizio Starace, direttore della Unita' operativa complessa Psichiatria ed Epidemiologia dell'ospedale Cotugno di Napoli - dimostrano che si potrebbe ridurre della meta' il numero di diagnosi 'ritardate' con un buon 'filtro'. Preparando, cioe', i medici di famiglia a riconoscere i primi segni''. Ma la realta' e' ben diversa. ''Uno studio nord americano - continua Starace - rivela che, in media, trascorrono circa quattro anni e mezzo tra la comparsa dei primissimi segni di schizofrenia (sintomi prodromici) e il primo contatto con una struttura psichiatrica specialistica''.Gli specialisti sono convinti della necessita' di costruire una 'rete' di supporto attorno al paziente, formata dalle associazioni e dalle strutture di assistenza. Ma anche dell'opportunita' di una decisa azione socio-culturale per vincere lo stigma della malattia mentale e le false credenze sulla schizofrenia. In particolare, l'idea che non possa essere curata e che i malati siano violenti, pericolosi e inaffidabili. ''La malattia mentale - spiega Paolo Pancheri, docente di Clinica psichiatria all'universita' La Sapienza di Roma - suscita angoscia. Se ne parla poco e si conosce ancora meno. Cosi' il pregiudizio ha vita facile. Eppure alcune esperienze positive di divulgazione attraverso il cinema, come con il film 'A Beautiful mind', mettono in evidenza come sia possibile suscitare interesse per la malattia comunicando in maniera corretta''. L'indagine presentata oggi rivela che due terzi della popolazione italiana (64%) ritiene di conoscere la malattia mentale e il 53% del campione pone la schizofrenia tra le forme piu' gravi, seguita da depressione e fobie. Ma per gli psichiatri si tratta di una convinzione infondata perche', alla prova dei fatti, e' il pregiudizio a emergere. Non a caso il maggiore timore espresso dagli intervistati e' che una persona schizofrenica possa provocare guai a se' e agli altri (53%) e possa rovinare la famiglia in cui vive (41%). A sorpresa nei piccoli centri (meno di 10 mila abitanti), e' piu' radicata la convinzione che, se trattata adeguatamente, la persona malata possa vivere in armonia nel proprio contesto sociale. Per quanto riguarda i pazienti intervistati, invece, le aspettative maggiori sono quelle di avere una relazione affettiva (25%), un lavoro stabile (20%) e amici (15%). Principale punto di riferimento e' lo psichiatra per il 64% dei malati. Infine le famiglie: nella maggior parte dei casi sono le donne a farsi carico del malato (61%), quasi sempre madri e sorelle. E sono sempre le donne ad accorgersi per prime dei sintomi. All'insorgere dei 'segnali' della patologia, la famiglia chiede aiuto allo specialista, su consiglio del medico di famiglia. Ma anche secondo i congiunti (66%) il pregiudizio ritarda la visita dallo psichiatra. (Ram/Adnkronos Salute)

Kataweb Salute Roma, 13 7.04 15:49
Convegno su schizofrenia, resistono tabu tra i giovani
di Gianugo Berti


Ventisei mila euro all'anno è il costo medio per cura ed assistenza annua di un paziente schizofrenico in Italia. Il dato è emerso dal seminario di studio sulla salute mentale, patrocinato dal ministero della Salute su iniziativa di Bristol-Myers Squibb svoltosi a Roma. Si conosce di più sulla salute mentale oggi, ma i tabù, specie fra i giovani, rimangono. I due terzi del campione d’indagine ritiene di conoscere i disturbi psichiatrici, solo un terzo, però, crede nelle possibilità di un recupero sociale. Paura, ignoranza, indifferenza la fanno ancora da padrone.
Secondo il sottosegretario Antonio Guidi, quando un trapianto di cuore non ha successo per colpa del rigetto d’organo, nessuno osa mettere in discussione io valore della trapiantologia. Questo non avviene per le malattie psichiatriche che, da un fatto di cronaca, vengono generalizzate e penalizzate. Rimane comunque, insostituibile, il ruolo psicologico, affettivo e sociale della famiglia. Gianugo Berti

Antonio Guidi sulla malattia mentale

Yahoo Salute 13.7.04
PSICHIATRIA: GUIDI, NO A CRIMINALIZZAZIONE MALATTIA MENTALE


(ANSA) - ROMA, 13 LUG - ''Chi vuole 'psichiatrizzare' la societa' e' l'unico vero folle: ci sono infatti degli estremisti che vedono in ogni atto negativo e violento la presenza di qualche folle; invece, si tratta di atti del vivere quotidiano e che sono imprevedibili''. L'invito a non attribuire alla malattia mentale, attraverso una fuorviante generalizzazione, tutti gli atti di violenza che caratterizzano la cronaca quotidiana arriva dal sottosegretario alla Salute Antonio Guidi.
Guidi ha inoltre sottolineato, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino', come la psichiatria sia ancora spesso considerata ''residuale'' rispetto alle altre branche della Medicina: ''Una visione perversa - ha affermato - che danneggia in primo luogo il paziente. La psichiatria, infatti, non e' la ruota di scorta della Medicina e puo' rappresentare, al contrario - ha aggiunto - un buon esempio per le altre discipline mediche, soprattutto per la sua dimensione a livello territoriale''. Guidi ha anche fatto riferimento al ruolo fondamentale della psichiatria infantile: ''La meta' delle sofferenze degli adulti - ha detto - potrebbero essere prevenute attraverso una corretta diagnosi nell'infanzia. Purtroppo - ha concluso il sottosegretario - il concetto di salute mentale non e' ancora prenetrato nell'opinione pubblica, poiche' il benessere mentale e' qualcosa che non si vede e, come tale, 'conta di meno' ed e' percepito come meno importante''. (ANSA).

due libri sulla mente

Corriere della Sera 14.7.04
ELZEVIRO Tra semiotica e biologia
Che hanno in comune Van Gogh e l’amore
Solo un’entità naturale oppure qualcosa di simile a poesia e arte?


L’uomo si è prima interrogato sul mondo e sulla sua origine, costruendo miti e leggende alle quali nessuno probabilmente ha mai creduto veramente. Poi si è occupato della morte e della vita dei viventi oltre la morte, proponendo una varietà di soluzioni alle quali ha creduto e crede. Infine, soprattutto da quando la vita media si è allungata, si è occupato della mente, della sua forza e delle sue contorsioni. Intorno a questo tema si sta ancora dibattendo e sono sempre più numerosi i libri che trattano di questo argomento, tanto sul versante della psiche e del comportamento quanto su quello del cervello e del suo funzionamento. Alcuni (pochi) di questi libri hanno una base scientifica riconoscibile che fa riferimento alle scoperte fatte dalle neuroscienze in questi ultimi anni; altri (e sono la maggioranza) propongono una visione più speculativa, a volte anche molto ardita ed elaborata.
Il pregio delle opere di questo secondo tipo è quello di essere in genere di più agevole lettura e spesso più interessanti. E interessanti e stimolanti sono certamente due libri di recente pubblicazione: Mente, segno e vita di Felice Cimatti (Carocci) e L’esca amorosa di Paolo Crocchiolo (Stampa Alternativa). Cimatti che insegna a Scienze della Comunicazione ha prodotto un piccolo libro che si presenta come un manualetto per gli studenti, ma come dichiarato esplicitamente fin dal sottotitolo, ha l’ambizione di proporre una particolare visione della filosofia della mente, anzi una «ridefinizione complessiva del campo dei problemi di questa disciplina».
Che cosa propone il nostro autore, un esploratore solitario e vagamente iconoclastico della mente e della non-mente? Propone una visione collettiva della mente, anzi delle menti, iscritta nel quadro di riferimento di una semiosi universale. Pur avendo un fondamento nella biologia e quindi nella materia, le funzioni mentali ne esorbitano. Sono un fenomeno «naturale senza essere materiale». Sono qualcosa d’altro, come dicono in tantissimi senza dirci quasi mai bene in che cosa consiste questo altro. Cimatti non tergiversa: la mente è una «entità naturale» capace di cogliere il significato dei segni nel quadro di una semiosi collettiva esplorata dalla semiotica.
La sua via regia è quindi la semiotica. Ma che cos’è un segno? Nel suo Trattato di semiotica generale (Bompiani, 1975) Umberto Eco propone «di definire come segno tutto ciò che, sulla base di una convenzione sociale previamente accettata, possa essere inteso come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro» aggiungendo con Peirce «sotto qualche aspetto o capacità». Per evitare alcune critiche di base Eco aggiunge anche che l’interpretazione, come l’interprete, non deve essere necessariamente reale; basta che sia anche solo possibile, cioè concepibile. Il vantaggio di una tale posizione è evidente: la mente e il mentale vengono liberati da ogni tipo di meccanicismo e dalle strettoie di un approccio riduzionistico di stampo fiscalista.
Il prezzo pagato è però molto alto. Se la mente umana è altra, anche le menti animali sono altre, quindi anche il comportamento e infine l’essenza stessa della vita si pongono al di là di ogni considerazione di natura materiale. Si approda così ad una contrapposizione «animato-inanimato» che sembrava sepolta una volta per tutte. Cimatti non ha paura di trarre fino in fondo queste conclusioni. Prima afferma che la parata di corteggiamento di un maschio in amore «è un fenomeno pienamente naturale senza essere riducibile ad un fenomeno fisico». Poi sostiene che «nessuno ha mai trovato, dentro una cellula, la particolare entità materiale che la rende viva; di più, se si volesse scoprire l’entità materiale che rende viva una cellula analizzandone l’interno, si otterrebbe il solo - desolante - risultato di ucciderla». Conclude infine inneggiando ad un «inestricabile intreccio fra fenomeni semiotici, mentali e biologici».
Quasi opposto è invece l’approccio scelto da Crocchiolo che sposa una visione biologica marcatamente evoluzionistica degli esseri umani e del loro mondo. Si tratta di un piccolo e leggero libretto scritto più per intrattenere che per istruire o indottrinare. La cosa che mi ha colpito di più leggendolo tutto d’un fiato è stato che, nonostante un certo ardimento speculativo, è praticamente esente da errori biologici, una cosa molto rara nelle pagine dei non addetti ai lavori, e a volta anche in quelle dei cosiddetti esperti. Con lucidità e con spirito, il nostro inquadra una serie di fenomeni umani - dai misteri del sesso e dell’amore a quelli della bellezza e dell’apprezzamento dell’arte, dalla concettualizzazione alla prospectiva pingendi , dal senso morale alla predisposizione al diabete, per finire con la mente e le emozioni - in una prospettiva evoluzionistica illuminata e incredibilmente aggiornata.
«Che cosa hanno in comune - si chiede Crocchiolo all’esordio - un quadro di Van Gogh, una passeggiata nel parco, un amore che finisce e la progettazione di un ponte? La risposta è: la mente umana, la mente di ciascuno di noi, ovvero la mente della specie umana». Come si vede, infinite sono le vie che portano alla mente e ci si può arrivare anche senza sacrificare né il rigore né la poesia.

il poeta
Mario Luzi compie novant'anni

La Gazzetta del Mezzogiorno 14.7.04
Incontro con Mario Luzi, decano dei letterati italiani, che quest'anno compie novant'anni
La realtà è nella parola dei poeti
Se sa guardare nel cuore delle cose, ha valore assoluto anche oggi
di Giusi Verbaro


A guardarsi attorno, col rispetto che è dovuto ai paesaggi dell'anima, ci si accorge che sullo sfondo si erge maestosa la cupola di Santa Maria del Fiore e che ai tre lati fanno corona le dolci colline di Firenze: Arcetri, Fiesole e Settignano, con la bellezza dei luoghi senza tempo. Qui abita, in via di Bellariva sul Lungarno, Mario Luzi, il maggiore poeta italiano vivente, che nel prossimo ottobre compirà novant'anni. Lei, artefice e testimone della grande poesia del Novecento, può preconizzare dove va la poesia all'inizio del nuovo millennio. «Non so dare risposte consolanti perché non sono particolarmente ottimista. Anzi, se devo dire la mia con sincerità, mi pare che il secolo, soprattutto nelle sue ultime appendici o pagine poetiche, si presenti non esaltante. Non parlo di momenti alti di poesia che pure ci sono stati, ma parlo dell'andamento di quest'ultima parte del Novecento. Il secolo si è concluso. Numericamente sì, ma noi sappiamo che il passaggio tra un secolo e l'altro è sempre molto graduale. È stato così anche nel passaggio tra il primo e il secondo Novecento, con una graduale, anche se sostanziale differenziazione di impostazione e ideazione del testo letterario». Certo, la definizione o la chiusura di un periodo letterario non è mai un fatto cronologico. Il secolo appena trascorso, poeticamente parlando, mantiene ancora le sue propaggini e il suo orientamento. Ma qual è dunque questo orientamento? «L'orientamento che io rinnego e condanno, perché nemico di quelle esperienze in cui viene messo in primo piano lo spirito, è il minimalismo. Si chiami così o no, si riconosca per questo o no. E questo ripiegare della poesia su piccole constatazioni esistenziali, rimandando tutto. Una specie di deriva nichilista che tende a rimuovere o evitare grandi progetti sull'uomo, le grandi domande capitali, quelle che danno senso alla vita dell'uomo, al suo futuro e al suo stesso esistere e che la poesia, assumendo a proprie ragioni, riconosce prioritarie per il suo stesso esistere». Ritiene, dunque, che la poesia italiana nell'ultima parte del secolo abbia perduto la sua funzione «ontologica» e quei valori che lei hai sempre rivendicato come capacità di riconoscimento e ricostruzione dell'uomo e dei suoi equilibri? «In buona parte sì: naturalmente tali valori, tali tensioni, possono in qualcuno essere ancora sottintesi, ma in altri sono, diciamo, del tutto accantonati o messi in discussione, assieme a quella che è la cifra sacrale della poesia. D'altronde, è tutta l'umanità che oggi sta precipitando nella sua autodenigrazione». È dunque l'interesse ai grandi temi dell'esistenza che manca alla poesia oppure manca la forza per esprimerli? «L'una e l'altra cosa. L'orizzonte ristretto tende al minimo e si fa forte della sua minimanza. Per me questo clima è un epilogo. Non ha nessun carattere di inizio o di promessa». A nostro parziale conforto non vorrebbe fare un nome di poeta che faccia eccezione al clima «minimalista» e rinunciatario e che si apra ad orizzonti diversi? «Certo, potrei farne più di uno. Ma cito Cesare Viviani che stimo molto. Viviani mi pare abbia in sé qualcosa di diverso. Non a caso pone nella sua poesia i grandi problemi con rara forza testimoniale. È tutto in chiave laica e religiosa assieme. Ecco un poeta che vive la poesia e la vive non in astratto. Ciò non vuol dire che in questo fine di secolo non ci siano poeti di piacevole lettura. Guardo soprattutto ai giovani perché è a quella generazione che bisogna fare riferimento. Guardare con speranza al futuro. È questo il quadro. Ma bisogna aggiungere che momenti come questo che noi stiamo vivendo si ripetono spesso nella storia. Sono momenti di interlocuzione. Poi succede che qualcuno arriva e sconvolge tutto il clima. E riapre prospettive. Così come, a inizio Novecento, fecero D'Annunzio e Pascoli». Ma c'è qualcosa, un barlume, un indizio, che oggi vede e che le pare foriero di aperture, di novità? «Mi pare, intanto, che da un po' di tempo si assista a un nuovo desiderio di comunicabilità tra gli artisti. Quasi un tentativo a uscire dagli isolamenti, dalle specificità che il Novecento ha creato: notiamo musicisti, pittori che si accostano ai poeti. E viceversa, quasi a cercare un'intesa, un linguaggio comune». Il linguaggio, appunto. Pensa che al passaggio del millennio qualcosa vada mutando nel rapporto tra la parola e la «cosa»? Quale ritiene possa essere il dinamismo tra la realtà oggettiva e la realtà mutuata dalla poesia? «Riguardo al linguaggio, io vedo una tendenza possibile alla semplificazione. Non alla semplificazione nel senso di riduzione del contenuto, ma come abbandonare quel più di ornamentale, retorico, decorativo che la poesia si è trascinata dietro per tutto il secolo. È stato un po' un carattere, mi pare, del Novecento. In pochi hanno sacrificato tutto il resto, ma non il nucleo per agganciare un volo alto sulle cose del mondo. Aspetto qualcuno che dia un colpo d'ala. Ma, per farlo, bisogna che ci sia una motivazione forte. Per ora non trovo motivazioni forti. Non ne avverto il presagio. Quel che comincio a notare e con vero piacere è, come dicevo, la tendenza alla semplicità». Può essere questa tendenza alla semplicità anche la cifra che può restituire vitalità alla poesia e capacità di ricostruire innanzitutto lo spirito dell'uomo? «Sì, in parte. Ma qui ci vuole appunto l'uomo. Per ora, l'unico segno di riconciliazione tra la parola e l'esistere che io vedo è appunto la tendenza all'abbandono delle circonlocuzioni. È un elemento, ma non può essere il solo». Da quanto mi dice è chiaro che tutto parte e procede dagli eccessi di certe avanguardie, i cui epigoni hanno a lungo rappresentato, e ancora oggi rappresentano, un certo modo di fare poesia. Ed è altrettanto chiaro che si può venire fuori da ciò proprio cercando le ragioni stesse del poetare. Ovvero rinnegando i laboratori, gli alambicchi semiotici di una poesia «linguistica» e modernista che si nega alla trasparenza della lingua. «Sì, rifiutando il puro verbalismo. Il verbalismo superfluo che si realizza in un clima spesso ideologico e che rischia di rendere infecondo il terreno della poesia». In questa sua ottica delle cose, mi permetto di chiederle come va considerato il valore precipuo che oggi si dà ad alcune linee regionali enfatizzate fino a essere elette ad altezza di «canone del Novecento»? «Tutto può essere dichiarato e tutto può essere opinabile. Per intanto, però, lascerei in alto nella sua nicchia di valore Vittorio Sereni, che niente ha da spartire con gli epigonismi in suo nome. Sereni è stato un innovatore del linguaggio con una sua grande forza espressiva e una grande carica morale. Non la stessa cosa si può dire di coloro che si sono chiusi nei loro minimalismi». Ma perdoni la provocazione: non è possibile che sia l'ironia oggi il mezzo più sicuro, e meno dolorosamente personalizzato, per rappresentare le cose e il loro difficile svolgersi? «La poesia deve trovare una liturgia, una salvezza, un'etica. Certo, anche l'ironia può essere etica del vivere e dello scrivere, se l'ironia sa diventare linguaggio mimetico e rappresentativo. Ma la realtà, per i poeti, non è quella che viene indicata già come tale. La realtà la scopre proprio il poeta. E in generale la sua realtà non coincide affatto con ciò che viene considerato reale. Il reale della definizione sociologica o comune, insomma. Cosa è reale lo dice il poeta. Che cosa è stato reale nel Novecento non lo ha detto la filosofia che era allo sbando. L'ha detto Rebora. L'ha detto Eliot. La parola dei poeti ha valore assoluto anche oggi, se sa guardare nel cuore delle cose».

martedì 13 luglio 2004

LE NUOVE EDIZIONI ROMANE
E LA LIBRERIA AMORE E PSICHE
COMUNICANO

Il sogno della farfalla 3/2004

è disponibile presso gli abituali punti vendita a Roma e fuori Roma e ovviamente in Casa Editrice dalle ore 9 alle ore 19, e presso la Libreria Amore e Psiche.
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La Libreria Amore e Psiche comunica a tutti che il n. 3/04

de Il sogno della farfalla è disponibile

in Libreria ed in Casa Editrice


La rivista è in vendita anche a Firenze
naturalmente da STRATAGEMMA
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il volume
AULA MAGNA 19 GIUGNO 2004
l'ultimo dei cinque sugli
Incontri di Ricerca Psichiatrica 2003 - 3004


è in vendita presso la
LIBRERIA AMORE E PSICHE

ed è disponibile anche negli altri abituali punti di vendita
a Firenze, naturalmente, da STRATAGEMMA

Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20


Milano:
il caso dello psichiatra assassino

Repubblica edizione di Milano 13.7.04
L'ex psichiatra che uccise con una balestra lo psicologo che lo aveva curato è rinchiuso nel manicomio criminale di Aversa
Geoffroy, chiesta una nuova perizia
Il pm vuole sapere se l'omicida di Bignamini può essere processato
di ANNALISA CAMORANI


Il caso di Arturo Geoffroy potrebbe essere riaperto. Lo psichiatra che un anno fa uccise a colpi di balestra lo psicologo Lorenzo Bignamini sarà sottoposto a una nuova perizia. Ciò che si deve stabilire è se, da quando è stato internato nel manicomio giudiziario di Aversa, le sue condizioni psichiche siano migliorate e se l´uomo, quindi, possa essere processato. È stato il giudice Fabio Paparella ad assegnare l´incarico al professor Alberto Manacorda, psichiatra del Policlinico di Napoli che avrà tempo fino al 30 settembre per stabilire se Geoffroy abbia riacquistato la capacità di intendere e di volere e se sia ancora pericoloso socialmente. Con l´esito della perizia in mano, dunque, il giudice dovrà stabilire se il processo all´ex psichiatra (che non esercitava più e che è stato sospeso nei mesi scorsi) possa riprendere, ma anche se ci sia la necessità di tenere l´uomo, che oggi ha 48 anni, chiuso in un manicomio giudiziario.
Geoffroy uccise Bignamini l´otto agosto. Ai pm che si occuparono dell´inchiesta, Giovanni Narbone e Gianluca Prisco, spiegò di ritenere la sua vittima uno dei responsabili del trattamento sanitario obbligatorio che gli era stato imposto dopo che aveva manifestato i primi segni di squilibrio mentale. Mesi prima Geoffroy era stato aggredito da due pazienti che aveva in cura. Dopo quell´episodio non fu più lo stesso: perse il posto di lavoro al Fatebenefratelli, iniziò una battaglia per farsi riconoscere l´indennità per le conseguenze dell´aggressione subita. Dichiarò guerra al mondo e decise di farsi giustizia da solo. Per tutti pagò Lorenzo Bignamini, uno psicologo, sposato e padre di due figlie, amato e stimato dai colleghi e dai pazienti. Una volta catturato (dopo l´omicidio Geoffroy era fuggito in Liguria) l´ex psichiatra fu sottoposto a una perizia che si dimostrò molto complicata, perché l´uomo non ha mai voluto parlare con i periti e si è sempre detto sano di mente. La conclusione dei professori Francesco Barale e Alessandra Luzzago fu lapidaria: «Il soggetto soffre di una psicosi delirante paranoicale detta anche disturbo delirante, non è capace di intendere e di volere». I due esperti, dopo aver visitato l´arrestato che si trovava nel carcere genovese di Marassi, spiegarono che «il dottor Geoffroy è stato uno psichiatra tragicamente travolto dalle dinamiche affettive con cui si confrontava, la sua mente è un universo ribollente e trainante di ira paranoicale». Oltretutto in carcere l´ex psichiatra si curava con farmaci che si era autoprescritto e che non facevano altro che peggiorare le sue condizioni: «Il trattamento psicofarmacologico che il dottor Geoffroy si è autoprescritto (un antidepressivo che i sanitari del carcere sono riusciti solo a diminuire nelle dosi, ndr.) - notavano ancora i due esperti - non è tale neppure da permettere di ipotizzare un minimo controllo sul disturbo». Ora quelle cure sono state sostituite dai medici dell´ospedale giudiziario di Aversa con altre più adatte a disturbi come quello manifestato da Geoffroy.
Anche per questo motivo è venuto il momento di verificare se le condizioni dell´imputato siano migliorate e se il processo possa riprendere, anche se Geoffroy potrebbe venire prosciolto per incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Sarà il giudice a stabilire come agire, ma sarà il professor Manacorda a dare le indicazioni necessarie a decidere se il caso Geoffroy possa essere riaperto.

iniziativa ds sulla fecondazione

Repubblica 13.7.04
Un gruppo di deputati in Cassazione per presentare alcuni quesiti, ma si potrà sostenere anche l'iniziativa radicale
Fecondazione, i Ds in campo
Verso l'appoggio al referendum contro la legge

Gli interventi di Sgreccia e Bompiani al convegno dell'Ordine degli avvocati di Roma
di MAURO FAVALE


ROMA - Contro la legge sulla procreazione assistita anche i Ds scelgono la strada dei referendum. Questa mattina una delegazione di parlamentari diessini presenzierà alla presentazione in Corte di cassazione dei quesiti referendari da parte dei comitati promotori contro la legge 40. Quesiti mirati ad abrogare quelle parti della legge, approvata lo scorso febbraio, che i Ds definiscono «più crudeli». «Crediamo sia necessario prima di tutto salvaguardare la salute della donna - spiega Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds - favorire la libertà di ricerca scientifica e rendere possibile l´accesso alla fecondazione eterologa».
I quesiti dei Ds sono tre e affiancheranno altri due già presentati: quello che chiede la cancellazione del primo articolo della legge (che considera l´embrione titolare di diritti al pari della madre) e quello dei radicali che, invece, propone l´abrogazione totale della nuova norma. A favore della cancellazione della legge i radicali hanno già raccolto 150.000 firme. La Pollastrini considera però la scelta dei "referendum mirati" quella «più convincente», perché «ci ha permesso di allargare lo schieramento di sostegno anche a rappresentanti della maggioranza». Si sono schierati al fianco dei comitati per i quesiti mirati, infatti, anche il forzista Alfredo Biondi, Chiara Moroni del Nuovo Psi e il repubblicano Antonio Del Pennino.
Alla presentazione di oggi in Cassazione seguirà, da parte della Quercia, una campagna informativa che accompagnerà la raccolta delle firme. In ogni banchetto potranno essere firmate tutte e tre le proposte di referendum. «Un´azione congiunta, portata avanti con l´aiuto degli altri comitati, che mira al raggiungimento delle 500.000 firme necessarie entro la fine dell´estate». Accanto alla consultazione popolare, i Ds annunciano una battaglia parlamentare per riscrivere integralmente la legge e arrivare a una normativa «più mite».
Di fecondazione assistita si è parlato ieri anche in un convegno organizzato dal Centro studi del Consiglio dell´Ordine degli avvocati di Roma. Al centro dell´incontro le problematiche applicative di carattere giuridico ma anche le questioni etiche sollevate dalla nuova normativa. Al convegno hanno partecipato, fra gli altri, Adriano Bompiani, presidente onorario del comitato di Bioetica, Fernando Santosuosso, vice presidente emerito della Corte Costituzionale e monsignor Elio Sgreccia, ordinario di Bioetica all´Università del Sacro Cuore di Roma.

horror
preti

Corriere della Sera 13.7.04
Il direttore e il vice dell’istituto si sono dimessi. Sei anni fa il primate di Vienna costretto a lasciare per una vicenda di abusi
Scandalo pedofilia in seminario, choc in Austria
Inchiesta su 40 mila foto e filmati trovati nella biblioteca della più conservatrice scuola cattolica per sacerdoti
di Paolo Valentino


BERLINO - In apparenza è un seminario. Anzi, il più tradizionalista e ultraconservatore dei seminari cattolici in Austria, luogo di religiosa purezza, preghiera e pio magistero alla cura delle anime, dove volentieri l’anziano arcivescovo Kurt Krenn predicava, bollando con parole di fuoco i rei contro natura.
In realtà, quello della diocesi di Sankt Pölten, ottanta chilometri a Ovest di Vienna, è stato in questi anni un antro di orchi pedofili, teatro di perversioni peccaminose, una Sodoma asburgica dove preposti e seminaristi indulgevano spesso e volentieri in orge omosessuali, giochi erotici e notti scandite da alcol e sesso, al posto delle orazioni. Qualcuno parla anche di parodie naziste e cerimonie ufficialmente esecrate dal Vaticano, come la celebrazione di un finto matrimonio gay, fra due aspiranti preti, officiato dal direttore, inutile precisare tutti in costume adamitico.
C’è ancora del marcio nella Chiesa austriaca. A sei anni dallo scandalo del cardinale Hans Hermann Groer, l’ex primate, morto nel 2003, che era stato riconosciuto colpevole di aver sessualmente abusato di giovani religiosi, una nuova, devastante scoperta scuote le fondamenta del cattolicesimo viennese.
Non più sospetti o bugie di «querulanti ubriachi», come aveva fin qui sostenuto monsignor Krenn, capo della diocesi incriminata, quando il tema era più volte venuto a galla in passato. Ma un’incredibile documentazione fotografica, scoperta un anno fa nei computer della biblioteca del seminario e ora al vaglio delle autorità di polizia, in attesa della formale apertura di un’inchiesta criminale da parte della magistratura. Almeno 40 mila istantanee e una quantità imprecisata di filmati pornografici, che illustrano con precisione e ricchezza di dettagli gli esercizi, non esattamente spirituali, di Sankt Pölten. Alcune di queste comprenderebbero atti sessuali dei preposti con minorenni.
A svelare lo scandalo, il settimanale Profil, che nell’edizione in edicola ieri ha pubblicato alcune delle foto, dove i religiosi e i loro allievi vengono immortalati mentre si baciano appassionatamente sulla bocca. Secondo il periodico, l’inchiesta è partita, dopo che diverse immagini e film girati a Sankt Pölten erano apparsi su un sito a luci rosse polacco.
Il direttore del seminario, Ulrich Küchl e il suo vice, Wolfgang Rothe, si sono dimessi, pur protestando la loro innocenza. Su di loro pende l’accusa di pedofilia. La diocesi si è schierata a quadrato in loro difesa. Monsignor Krenn, soprattutto, ha definito gli addebiti infondati, liquidando addirittura le foto, che ha ammesso di aver visto, come «ragazzate».
Fortunatamente, i vertici della Chiesa viennese sono di ben altro parere. «Tutto ciò che ha a che fare con la pratica dell’omosessualità, non può trovare spazio in un seminario per preti», recita un comunicato della Conferenza episcopale austriaca, che ha anche annunciato l’avvio di una indagine interna, al termine della quale non è difficile prevedere le dimissioni di Krenn, 68 anni, da vescovo di Sankt Pölten.
E in questo senso si sono già levate diverse voci dall’interno del mondo cattolico: «Krenn è il vero responsabile e deve rispondere di tutto questo davanti alla Chiesa e a Dio». ha detto Martin Walchhofer, il prelato che supervisiona tutti i seminari austriaci. Anche la politica è intervenuta. «Collezionare materiale pornografico, che coinvolge bambini, non può essere liquidato come una ragazzata», ha dichiarato Thomas Huber, leader dei Verdi. Un portavoce dell’opposizione socialdemocratica, Hannes Jarolim, ha chiesto al ministero dell’Interno di indagare per favoreggiamento nei confronti dello stesso arcivescovo e aprire una procedura formale.
Secondo Profil, una foto documenterebbe la celebrazione del matrimonio gay da parte del reverendo Küchl. Il resto del materiale, con le parole del procuratore Walter Nemec, «mostra i seminaristi in situazione perverse con i loro superiori».
Un seminarista di Sankt Pölten, citato dal settimanale, afferma che «tutti sapevano cosa succedesse da noi, non era possibile ignorarlo, ma nella Chiesa domina un silenzio di piombo, quando si tratta di temi tabù, semplicemente non sappiamo in che modo affrontare correttamente il problema». Quelli che avevano provato a parlarne direttamente con i due superiori o con Krenn, sono stati subito identificati da loro come nemici e isolati.
Anche la polizia, afferma Profil, avrebbe trovato all’inizio grosse difficoltà a rompere il muro dell’omertà di Sankt Pölten, dopo la scoperta del materiale e le prime denunce inviate via email da alcuni seminaristi.

lo stile di pensiero americano
sesso ed economia:
sposarsi è meglio

Repubblica 13.7.04
Analizzata l'intimità di seimila persone adulte
È la prima analisi "matematica" che si fa sull'argomento
Il sesso appaga come la ricchezza i conti dell'economia della felicità

Uno studio Usa: ecco quanto "valgono" i momenti erotici
La soddisfazione è indipendente dal fatto di avere una relazione gay o eterosessuale
Il vero obiettivo è avere una relazione unica e duratura, condizione di gioia
Crollano le credenze. I soldi non comprano le emozioni; sposarsi è la soluzione migliore
ERIC DASH


NEW YORK - Si dice che con il denaro non si compra l´amore né la felicità, solo il sesso ("Se hai successo in consiglio d´amministrazione, hai successo anche in camera da letto"). Ma nessuno ha mai provato a dimostrarlo. Di recente, però, due economisti inglesi, David G. Blanchflower del Dartmouth College e Andrew J. Oswald dell´Università di Warwick, hanno presentato al National Bureau of Economic Research, uno degli enti di maggior prestigio nel campo, un lavoro dal titolo "Denaro, sesso e felicità: uno studio empirico".
Gli autori affermano che il loro studio è la prima, rigorosa analisi econometrica sull´argomento, e che forse la saggezza popolare andrebbe rivista. Come afferma il documento: "Il denaro appare in grado di comprare più felicità. Ma non permette di comprare più sesso". Blanchflower e Oswald sono fra gli esponenti di punta di un settore scientifico in crescita, l'"economia della felicità", che applica le tecniche econometriche, tradizionalmente limitate a cose quantificabili come i tassi salariali, all´arena delle emozioni umane.
Nel loro studio, Oswald e Blanchflower hanno analizzato l´attività sessuale autodichiarata e i livelli di felicità di oltre 16.000 adulti che hanno partecipato a una serie di ricerche sociali a partire dai primi anni 90. (La felicità è difficile da definire: gli intervistati si limitano a indicare, su una scala, il loro livello). Scomponendo in fattori gli effetti misurabili di altri eventi della vita, rivela lo studio, risulta che "l´individuo, più sesso fa più è felice". Oltre a ciò, i due economisti hanno comparato i livelli di felicità determinati da una vita sessuale intensa con altre attività il cui valore economico era stato calcolato in precedenti ricerche, riuscendo così a calcolare quanta felicità vale, in dollari, il sesso. Hanno calcolato che aumentare la frequenza dei rapporti sessuali da una volta al mese ad almeno una volta a settimana fornisce la stessa felicità che dà depositare 50.000 dollari in banca.
Un matrimonio duraturo, per fare un paragone, garantisce circa 100.000 dollari all´anno di felicità, il che significa che, mediamente, una persona single dovrebbe ricevere 100.000 dollari all´anno per essere felice come una persona sposata, a parità di livello di istruzione e status lavorativo. Il divorzio, per contro, impone un dazio emotivo di circa 66.000 dollari all´anno, anche se può esserci un guadagno economico sul breve termine per il sollievo immediato che nasce dal lasciare il proprio coniuge. La scoperta, dice Oswald, è stata che, in generale, "un reddito maggiore non consente di comprare più sesso né un partner". "Per noi economisti è stato sorprendente", ha aggiunto Oswald, "perché tendenzialmente pensiamo che il denaro possa comprare ogni cosa".
"La lobby conservatrice, pro-matrimonio, sarà felice di leggere la nostra ricerca", dice Oswald. "Le persone sposate, prosegue, fanno sesso il 30% più spesso delle persone single e risultano più felici. Anche la comunità gay e lesbica, dice Oswald, può essere soddisfatta. I dati dimostrano che la felicità che si ottiene dall´avere "una relazione omosessuale è quasi identica a quella che si ottiene da una relazione eterosessuale", e che, a prescindere dall´orientamento sessuale, il numero di partner che "massimizza la felicità" è uno.

Copyright La Repubblica- New York Times (Traduzione di Fabio Galimberti)

filosofia e pittura

Il Giornale di Brescia 13.7.04
il pensiero espresso
FILOSOFIA CON IL PENNELLO
di Maria Mataluno


Tutti i filosofi, in ogni tempo, si sono interrogati sulla natura dell’arte. Se Platone ne svaluta l’importanza, definendola «imitazione dell’imitazione» (imitando la realtà sensibile, essa non fa che copiare qualcosa che è a sua volta un pallido riflesso della realtà autentica, ossia delle idee), Aristotele la riabilita affermando che l’arte è sì imitazione, ma delle idee e non delle cose, dell’universale e non del particolare. Se per Kant l’arte è il luogo in cui sono esibite le condizioni originarie dell’esperienza, per Heidegger è la «messa in opera della verità»; se Hegel ne denuncia la morte quale necessario passaggio per l’avvento dell’era filosofica, Nietzsche la considera l’unica attività veramente «metafisica», laddove l’aggettivo «metafisico» indica la facoltà di conferire un senso all’esistenza, sopportabile solo in quanto fenomeno estetico. L’intenso rapporto sempre esistito tra la filosofia e l’arte, però, non è a senso unico: anche l’arte ha eletto la filosofia a proprio soggetto ideale, e non solo nel senso più banale di ritrarre episodi e personaggi della storia della filosofia, ma anche nel senso che molti pittori hanno usato il pennello per trattare temi prettamente filosofici. Al rapporto tra arte e pensiero è dedicato il saggio "Filosofia e pittura. Da Giorgione a Magritte" (Bruno Mondadori, 499 pagine, 33,00 euro), nel quale Reinhard Brandt, attualmente docente di Filosofia all’Università di Marburgo, «legge» una serie di opere d’arte come se fossero testi filosofici, demolendo così il luogo comune secondo cui la filosofia si occuperebbe di oggetti che sfuggono ai sensi e dunque sarebbe impossibile consegnare riflessioni filosofiche a un’immagine. Da secoli gli storici dell’arte s’interrogano sull’identità dei Tre filosofi dipinti da Giorgione nella tela raffigurante tre uomini - un giovane in abiti contemporanei, uno più anziano con tunica e turbante di foggia orientale e un vecchio dall’aspetto di antico sapiente greco - immersi in un paesaggio incantato e rischiarato da una luce aurorale. C’è chi sostiene che siano i Re Magi, e che il chiarore che da sinistra illumina la scena e verso il quale il più giovane rivolge uno sguardo rapito sia quello della stella cometa; e c’è invece chi li identifica con tre scienziati, e in particolare con Pitagora, Tolomeo e un astronomo del ’400. Brandt non sceglie fra le due ipotesi, ma le unisce, interpretando il quadro del pittore veneto come una versione pittorica del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo: come l’astronomo pisano dimostra che il discorso della scienza e quello della fede non sono in contraddizione, ma sono solo due diversi linguaggi per esprimere il medesimo mistero della Natura, così Giorgione avrebbe rappresentato entrambi i soggetti, i tre Re che vengono dall’Oriente per adorare il Salvatore e i tre astronomi di epoche diverse. È proprio nell’intrecciarsi di questi due contenuti che risiede l’originalità del dipinto: i tre Re seguono la luce di Colui che fa girare i mondi, redime l’umanità e la conduce fuori dalle tenebre verso la salvezza. Essi impersonano la verità della fede, semplice e facilmente intelligibile. La verità della scienza, invece, è diversa: misura il corso delle stelle e spiega la luce naturale con gli strumenti della matematica applicata. Il quadro di Giorgione, insomma, dimostra secondo Brandt come la verità della fede e quella della scienza possano conciliarsi e accordarsi, senza che l’una debba necessariamente sottomettersi all’altra. Ma lo studioso tedesco non si limita a esaminare opere in cui, come questa, la filosofia è l’esplicito soggetto - dal Filosofo di Salomon Konink alla Morte di Seneca di Rubens, dalla Scuola di Atene di Raffaello all’Aristotele e il busto di Omero di Rubens; - quello che gli interessa è mettere in luce come l’arte possa filosofare anche al di là del suo significato «letterale». Egli si cimenta perciò in un’analisi del celebre Las meninas di Velázquez, già acutamente interpretato da Michel Foucault, dimostrando come l’originalità di quest’opera consista nella capacità di mostrare qualcosa che sta al tempo stesso oltre e all’interno della rappresentazione stessa: l’infanta di Spagna che contempla in uno specchio l’immagine riflessa di sé stessa e del pittore che sta ritraendo la sua famiglia. Il soggetto non è la principessa, bensì l’opera stessa vista dal suo interno, attraverso lo sguardo di uno dei suoi personaggi. Quella che l’osservatore percepisce nella tela di Velázquez, dunque, è una realtà riflessa; ma questo non vuol dire, avverte Brandt, che il pittore abbia inteso abbracciare quella concezione della realtà che appartiene alla tradizione platonico-cartesiana, secondo la quale ciò che possiamo conoscere non è il mondo in sé stesso, ma solo una sua labile parvenza. Velázquez, anzi, esprime una visione del mondo estremamente realistica: nel suo dipinto ritrae la realtà così com’è realmente, non crede affatto che essa sia mera rappresentazione; ed è solo il suo desiderio di approfondire i meccanismi della percezione ad avergli suggerito un’opera che sull’ambiguità di apparenza e realtà fonda tutto il suo fascino. Meno fiducioso nella realtà sarà invece René Magritte, con la sua Condition humaine. In questa splendida tela che raffigura una finestra aperta sulla campagna e in parte occupata da una tela che riproduce esattamente la porzione di paesaggio che nasconde alla vista, Magritte rappresenta la conditio humana: la condizione a cui l’uomo è condannato di non avere accesso alle cose in sé, ma solo alla propria rappresentazione di esse, come accade a chi sia seduto in una stanza davanti a una tela dipinta che fa da finestra. La finestra è la realtà esterna, il quadro è la mente - o l’anima, o l’Io, o in qualunque altro modo lo si voglia chiamare - che, filtrando le informazioni provenienti dall’esterno, le trasforma in verità «per sé». «Un grande pittore nelle sue opere non gioca a dadi, ma segue un’idea coerente», afferma Brandt. L’idea seguita da Magritte è chiara: egli vuole dimostrarci come noi vediamo la realtà e al tempo stesso non la vediamo, come conosciamo il mondo e al tempo stesso non lo conosciamo. E’ forse questo, in fondo, il senso di tutta l’arte contemporanea, che dopo aver preso atto dell’impossibilità di ritrarre cose e uomini nella loro realtà oggettiva, ha deciso di abbandonare il campo dell’imitazione, di «superare il quadro» verso la sua negazione, di andare oltre il messaggio per pervenire al silenzio. Sono nati così i muti quadrati di Malevic e i «concetti spaziali» di Lucio Fontana, traduzione artistica di quello che, in filosofia, si chiamerebbe «pensiero debole».

Talete

Il Giornale di Brescia 13.7.04
Talete, l’elemento «acqua» come principio primo
La tradizione ingiustamente ce ne parla come scienziato privo di senso pratico
di Maria Mataluno


Chissà quali risposte stava cercando nel firmamento Talete, il primo filosofo della storia, quando, come racconta Platone nel Teeteto, mentre camminava col naso all’insù per osservare le stelle cadde in un pozzo. Al che una schiavetta trace che passava di lì scoppiò a ridere e lo canzonò per il fatto che proprio lui, che non vedeva nemmeno quello che stava sulla Terra, pretendesse di scorgere ciò che si trovava nelle profondità insondabili del cielo. Di certo il pensatore nato nell’isola ionia di Mileto e vissuto tra il VII e il VI secolo a.C. non stava più cercando una risposta alla domanda che, secondo Aristotele, assillò tutti i pensatori che la tradizione ricorda col nome di presocratici: «Qual è il principio primo, l’origine materiale della realtà?». A quel quesito, infatti, Talete aveva già trovato la risposta, e lo aveva fatto prima di tutti. Prima di Anassimene, che lo individuò nell’aria, prima di Eraclito, che riconobbe la mitica arché nel fuoco, prima di Democrito e di Anassagora, che si spinsero oltre il limite della realtà sensibile per rivolgersi rispettivamente agli inafferrabili atomi e alla ancor più meta-fisica «mente universale» creatrice del Tutto. Era stato Talete, però, il primo a dare la soluzione più semplice e forse più affascinante a quell’interrogativo: per lui l’origine di tutte le cose non era altro che l’acqua, «l’elemento più bello»... Oggi che il mondo si trova sull’orlo di un’emergenza idrica che potrebbe fare dell’acqua il petrolio del XXI secolo, e le sonde spaziali vengono inviate sugli altri pianeti allo scopo di scovare tracce di acqua - e dunque di una possibile forma di vita extraterrestre, passata o futura, - l’intuizione di Talete appare più che mai attuale. L’acqua, infatti, è presente in tutte le cose: di acqua è fatto al 75 per cento il nostro corpo, di acqua sono pieni la terra su cui camminiamo, l’aria che respiriamo, gli alberi che crescono nei boschi e la neve che imbianca le montagne, e di acqua hanno bisogno, per perpetuare la propria esistenza, tutte le creature viventi. Inoltre l’acqua è inodore, insapore, incolore: e cosa c’è di meglio di un ente privo di qualità per rappresentare ciò che, in quanto principio primo, sta al di qua di ogni specificazione sensibile? Il ragionamento di Talete, insomma, dovette essere molto simile a quello che gli attribuisce Aristotele: l’opinione che l’acqua fosse la sostanza e l’essenza di ogni cosa «gli fu suggerita dall’osservazione che è umido ciò di cui ogni cosa si alimenta e che anche il caldo nasce dall’umidità e sopravvive per mezzo di essa (...), ma anche in base al fatto che hanno natura umida i semi di tutte le cose, e l’acqua è appunto il principio naturale delle cose umide». Sebbene la filosofia di Talete possa essere considerata il primo passo verso quell’astrazione che avrebbe portato Platone a elaborare la sua teoria delle idee, va detto che la separazione tra realtà materiale e intellettuale, tra le idee e le cose, era ancora di là da venire. L’acqua, infatti, costituisce per Talete il fondamento del vero non solo in senso astratto, come sostrato ideale che rimane costante malgrado il continuo mutamento delle sue qualità, ma anche in senso concreto, come ciò su cui poggia il mondo che conosciamo: seguendo una concezione diffusa nel mondo antico, e in particolare in quello orientale con cui la Ionia era in stretto contatto, Talete credeva che la Terra fosse una sfera (sì, proprio una sfera, perché Tolomeo non aveva ancora elaborato la sua concezione di un mondo piatto situato al centro dell’universo), circondata da mari interni e galleggiante su un Oceano infinito. Un filosofo con i piedi per terra - o per meglio dire nell’acqua - era dunque Talete, non un metafisico a caccia di idee soprasensibili, come quel Socrate che Aristofane ritrasse nelle Nuvole sospeso in una cesta a mezz’aria per contemplare più da vicino il cielo. Il suo sguardo, certo, Talete lo rivolgeva volentieri al firmamento, tanto che lo storico Erodoto gli attribuisce la predizione di un’eclissi di sole, quella del 585 d.C., mentre un anelito di carattere religioso sembra nascondersi dietro la frase, a lui attribuita, «tutto è pieno di dei»: un’espressione che però sembra essere solo un’altra maniera per dire che "tutto è pieno di acqua", dal momento che l’acqua, in quanto origine del tutto, deve necessariamente contenere in sé un elemento di divinità. La leggenda racconta che Talete era così astratto e poco portato alle preoccupazioni quotidiane della vita, secondo lo stereotipo del pensatore con la testa fra le nuvole, che da giovane, ogni volta che sua madre insisteva affinché prendesse moglie, lui scuoteva la testa dicendo: «Non è ancora venuto il momento». Finché un giorno, divenuto ormai anziano, le rispose: «Ormai non è più il momento». Un personaggio, insomma, sul genere del professor Tournesol del fumetto Tintin di Hergé, tutto amore per la scienza e niente spirito pratico. Ma la verità sembra essere stata diversa. Di certo le sue affermazioni paradossali contrastavano col buon senso comune, come quando sosteneva che tra la vita e la morte non c’era alcuna differenza, e a chi gli chiedeva come mai, allora, non si fosse ancora risolto al suicidio, rispondeva: «Proprio perché non c’è alcuna differenza». O come quando, a chi gli domandava cosa fosse nato prima, la notte o il giorno, diceva: «La notte, un giorno prima». Eppure a Talete non si addice per nulla quell’abito di pensatore avulso dalla realtà che la tradizione gli ha cucito addosso. A questo filosofo e letterato, astronomo e matematico, nonché imprenditore di successo - quasi un Pico della Mirandola dell’antichità, - gli storici attribuiscono le più svariate scoperte scientifiche: se Platone ricorda quanto fosse abile nell’escogitare i più sorprendenti espedienti tecnici, è ancora Erodoto a raccontare come egli fosse riuscito a deviare l’alveo di un fiume; e sembra che durante un viaggio in Egitto riuscisse persino a calcolare l’altezza delle piramidi basandosi sulla loro ombra. A ciò si aggiungano, per completare il profilo di questo straordinario iniziatore del pensiero antico, un teorema geometrico che porta il suo nome - «Un fascio di rette parallele determina su due trasversali due classi di segmenti direttamente proporzionali (e viceversa)» - e un episodio citato da Aristotele nella Politica: narra lo Stagirita che Talete, grazie alle sue conoscenze astronomiche e meteorologiche, previde un abbondante raccolto di olive e si affrettò ad approfittare della circostanza, acquistando tutti i frantoi che riuscì a comprare. Il raccolto quell’anno si rivelò effettivamente eccezionale, e Talete ne ricavò ingenti guadagni. E poi dicono che il pensiero non è remunerativo. (continua)

freudiani

L'Arena di Verona 13.7.04
A Lavarone si è svolto l’annuale convegno, dedicato a Sigmund Freud, sulle frontiere della psicoanalisi
Il paesaggio e la personalità
Una stretta relazione accertata tra i due elementi


Fra i paesaggi in cui viviamo e la nostra psiche c'è una relazione stretta: la nostra personalità si forma infatti nei paesaggi naturali e urbani, e d'altra parte la psiche usa la dimensione dello spazio per rappresentare l'incontro-scontro con la realtà, a cominciare dal sogno. Ad affermarlo è Paolo Aite, psichiatra e analista junghiano, che ha aperto, sabato, a Lavarone, il convegno annuale di psicoanalisi organizzato dal Centro Studi Gradiva, che quest'anno era dedicato al tema Paesaggi. Della realtà, dell'immaginazione. Da anni, Aite induce i pazienti ad esprimere le proprie emozioni mediante un gioco che consiste nel manipolare la sabbia contenuta in una vaschetta: in quella presa di contatto con la materia, è possibile rappresentare ciò che sfugge, ma è pur sempre presente in profondità. I "paesaggi" così affiorati diventano parola che dice. Il paesaggio è anche una disciplina dell'architettura. Paola Coppola Pignatelli, docente di architettura a Roma, si è soffermata sul paesaggio urbano, spesso portatore di malessere. Ha portato l'esempio di alcune costruzioni contemporanee, come il nuovo auditorium di Los Angeles progettate da Gehry, vera e propria "musica solidificata", un'opera dirompente e coraggiosa che è diventata un'attrazione. L'architettura anticipa i tempi: vi leggiamo chi siamo e dove vogliamo andare. Non c'è più spazio per le utopie: l'architetto lavora nella corrente che porta al futuro, e il computer consente morfologie che in passato non erano immaginabili. Talvolta i paesaggi sono non-luoghi, dove la gente non prova senso di appartenenza, perché la crescita è disordinata e il caos urbano fa paura per la sua alterità, come la pazzia.
Lungo queste frontiere di ricerca multidisciplinare si muove il "Premio Gradiva", che quest'anno è stato assegnato, ex-aequo al libro Ululare con i lupi (Bollati Boringhieri editore) di Eugenio Gaburri e Laura Ambrosiano, e al libro Il counselling psicodinamico (Borla) di Andrea Giannakoulas e Santa Fizzarotti Selvaggi. Menzione speciale per Le psicastrocche di Geni Valle (edizioni Magi), che ha saputo trasporre in rima la parte giocosa della psicoanalisi.
Il paesaggio è una parte di noi che ci portiamo dentro e che rappresentiamo, consciamente o inconsciamente, anche nei nostri sogni per comunicare qualcosa agli altri. Caterina Virdis Limentani, docente di storia dell'arte a Padova, ha preso spunto dalla recente mostra sulla montagna organizzata dal Mart di Rovereto per parlare "di vette e di abissi del paesaggio montano che evocano incanti e turbamenti dell'anima". Attraverso dipinti poco noti, la relatrice ha mostrato come i pittori rappresentino, attraverso simbolismi, i loro pensieri e sentimenti. Dalla paura all'esaltazione, la montagna significa sempre elevazione morale. Diverso è il discorso per la realtà ricreata in televisione o al computer, dove il paesaggio viene falsato, spesso confondendo i confini fra reale e virtuale. Secondo lo psicoanalista Antonio Di Benedetto "la nostra mente si arricchisce se l'area dei sogni , la fantasia va a fertilizzare l'area del pensiero", invece "se quest'area viene invasa dalle immagini che ci piombano addosso, dalle fantasie costruite da qualcun altro, questa nostra area elaborativa di fantasia diventa come colonizzata".
Molto interesse ha suscitato Darko Pandakovic del Politecnico di Milano con la sua denuncia del trauma profondo subito dal paesaggio italiano. Quel paesaggio, che per secoli è stato molteplicità, ricchezza, patrimonio culturale e storico, negli ultimi cinquant'anni poco a poco è scomparso. Il disagio attuale, diffusissimo, si radica proprio in quella perdita, nell'afasia del paesaggio attuale, del quale non comprendiamo i significati. E' necessario ricostruire i luoghi, le certezze, a cominciare dalla campagna, il cui linguaggio è più ricco di quello metropolitano. .

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il convegno
scienza e filosofia a Firenze

Il Mattino Lunedì 12 Luglio 2004
CONVEGNO A FIRENZE
Quel blackout tra la scienza e la filosofia


«Humanitas. Il paradigma di ”natura umana” tra scienza e filosofia» è il tema di un convegno che si terrà oggi e domani a Firenze, a Villa Ruspoli, promosso dal Cnr e dall’Istituto italiano di Scienze umane. Tra i relatori, Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello, Roberto Esposito, Carlo Ossola, Giacomo Marramao, Salvatore Veca ed Eugenio Mazzarella, di cui pubblichiamo di seguito un intervento.
Eugenio Mazzarella
La filosofia è un blackout. Accendere la luce, o una stentata candela. Forse perché nella luce una volta siamo stati. Forse perché la luce è alle nostre spalle, nel bagliore - che si spegne - del mito: nel distacco dall’animale-mondo di chi si racconta come è nato, dove la luce cieca, abbagliante, di un’appartenenza s’inabissa nel sorgere della coscienza; luce che ricomincia il suo cammino in ciò che resta del lumen naturale, del venire insieme alla luce di tutto ciò che nasce. L’animale sta nella luce, l’uomo vede la luce - e questo è il suo problema. Ne è ancora traccia il racconto dell’Eden, o il passaggio dal sapere dell’anèr philosophos di Eraclito che Heidegger legge come colui che sta nel sophòn, in armonia nell’Uno, con l’Uno Tutto, alla disarmonia dell’òrexis platonica, che anch’essa a quella luce delle origini deve già tornare mentre comincia ad essere filosofia. Da allora il problema sarà come si appartiene al mondo da cui ci si distacca nel modo di un necessario rimanervi che crede di cadervi perché, alla fine, ci si vede restituito. L’uomo è quell’animale che comincia ad andare a tentoni quando ci vede. Il re Edipo ha sempre un occhio di troppo.
A questa sfida dell’ente, che di questo si tratta, la filosofia come sapere ha sempre organizzato la risposta, sospesa tra l’episteme delle scienze ed un sapere riflessivo di sé; ha da sempre organizzato la risposta all’emergenza del fatto che, per qualcuno, che vuole continuare a starvi di fronte, qualcosa c’è, e questo fatto deve rimanere, perché si tratta di nient’altro che il proprio rimanere. Come sapere che si sa, come sapere che viene al sapere, la filosofia questo lo ha fatto talvolta in eccesso, dandosi per scontata nell’ordine della natura o per voluta (liberamente magari, ma voluta) nel piano della creazione - in sostanza proponendo un principio antropico, debole nel secondo caso, forte nel primo, all’opera nel cosmo. Questo principio potrebbe ben essere, nell’una e nell’altra versione, una pia illusione. E l’ontologia del caso, che non vi crede, è nata molto presto. E tuttavia, posto come sia che sia principiato, questo principio - nel modo in cui è principiato, vale a dire difendendo le condizioni interne ed esterne, a contorno, che lo rendono possibile - va difeso. L’essenza di qualcosa è il dispiegarsi delle possibilità custodite nella sua origine. In effetti è il principio che Vico ha forse individuato meglio di altri (e vale tanto per un’ontologia del caso che per un’ontologia della necessità o di una creazione che lasci le cose alla loro legge) - «natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali, sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon cose» -, nella sottolineatura ontologica (natura di cosa come nascimento) dell’essenza di tutto ciò che nasce come funzione evolutiva del suo originario orizzonte «modale», ancorata ad un range non trascendibile di possibilità. E questo vale anche per il modo umano, per quanto aperto e progettuale esso voglia pensarsi.
Se questo è il principio - «dov’è l’inizio per quell’esserci che sa di averlo?: presso se stesso, ma non solo da se stesso, questo è il filo del labirinto» -, un’ontologia della labilità, sia essa per caso o programmata o voluta, allora la filosofia non può sfuggire alla sfida della prescrizione. Anche come fenomenologia, come fenomenologia dell’evento, sapere in ultima istanza solo di ciò che si vede, essa non può limitarsi ad essere descrittiva, ma deve avere il coraggio ermeneutico non solo della «riduzione» eidetica, o della chiarificazione del contesto/destino di una cosa, dell’eidos, dell’idea come svolgimento di una cosa, ma anche della «costituzione» eidetica di una cosa, del suo eidos come programma da assolvere o da mantenere, come qualcosa da tenere in vista - innanzi tutto la propria vita.

anoressia

Il Messaggero Lunedì 12 Luglio 2004
IN ITALIA
Oltre mezzo milione “litiga” col cibo


ROMA - Sono mezzo milione, in Italia, le persone che soffrono di comportamenti patologici legati al cibo. Che non riescono a smettere di introdurre cibo nell’organismo o che si costringono a digiunare. Più di 140 mila, dicono gli specialisti, «accusano problemi acuti». Che significa essere colpiti da anoressia e bulimia.
Si tratta di disturbi che privilegia il sesso femminile. Accanto ad un uomo si contano dieci donne. Ottantamila le ragazze sotto i 18 anni che convivono con l’anoressia, circa sessantamila con la bulimia. E, spesso, le due patologie si sovrappongono. Ancora numeri per “disegnare” la situazione: sette malati su dieci guariscono. Ma passano mediamente tre o quattro anni prima che un paziente, e i suoi genitori, si decidono a chiedere aiuto ad un medico.
Tra i fattori predisponenti gli esperti individuano una particolare struttura psicologica caratterizzata da bassa autostima, perfezionismo, difficoltà nel rapporto con gli altri e paura dell’autonomia. Ma anche disturbi preesistenti come l’ansia, la depressione, le ossessioni. «Dismisure e conflitti in campo alimentare - scrive nella prefazione del libro “Figlie in lotta con il cibo” lo psichiatra dell’università “La Sapienza” di Roma Massimo Cuzzolaro - mangiare troppo, pentirsi, troppo poco, mai abbastanza poco, sono diventati così una sorta di idioma, terribilmente comune e corrente, attraverso il quale esprimere malessere, infelicità, fatica di vivere».

Il Messaggero Lunedì 12 Luglio 2004
La storia/ Appello di una sedicenne alle famiglie degli adolescenti. Estate, mesi a rischio
«Cari genitori, io anoressica vi rivelo le mie ossessioni»
di GIULIA A.


(...) Ho sedici anni e ho finito il secondo anno del Liceo scientifico. Sono in terapia famigliare e sono seguita da una psichiatra dell’Università La Sapienza.
Ho chiesto a mio padre di aiutarmi a scrivere queste righe e vorrei fossero i genitori - gli adulti - a leggerle, soprattutto dopo aver visto sui giornali la morte di quella ragazza dell'Aurelio che - forse, ma il dubbio è sufficiente - è morta a causa di questo disturbo. E come lei credo tante altre, che magari non muoiono di anoressia, ma certo ne soffrono e si disperano. Perché spesso gli adulti non riescono a vedere l’anoressia nelle proprie figlie.
E’ difficile per voi adulti ammettere che vostra figlia si sta uccidendo. Anche perché noi mettiamo in atto tutta una serie di trucchi e specchi che vi impediscono di vedere. Cerchiamo di essere quelle che “mangiano fuori”, dove non è possibile controllarci. Diventiamo delle brave cuoche in casa, anche se poi non mangiamo i manicaretti che vi proponiamo. E, data la nostra ossessione per il cibo, cerchiamo qualcosa che tenga occupata la mente. Quindi, spesso, andiamo bene, benissimo a scuola. Insomma, sembriamo ragazze perfette. Solo, non mangiamo più.
Che mondo c’è dietro queste ragazze perfette?
Innanzitutto, c’è un Programma. Ce lo facciamo da sole, con due scopi: dimagrire dove vogliamo noi (ed è proprio la parte del corpo che, ai nostri occhi, rimane grassa e quindi il Programma non finisce mai) e controllare il nostro corpo e la nostra mente, sopprimendo la sensazione - che è sempre molto acuta - della fame.
Perché noi sentiamo che non smetteremmo mai di mangiare, se non ci fosse il Programma a mantenerci in riga. E a non farci impazzire: possiamo non mangiare per una giornata intera, ma abbiamo bisogno di giustificare il sacrificio anche con uno sfizio. Così, la vostra ragazza perfetta è anche una capace di mangiare di punto in bianco un grande gelato, un cornetto o qualcosa che vi fa pensare: ecco, non è vero che rifiuta il cibo. Noi invece viviamo sul filo del senso di colpa. Se mangiamo qualcosa al di fuori del Programma il senso di colpa ci fa soffrire e poi digiunare per giorni interi.
Il Programma ci toglie l’idea di noi stesse. Così, ci raccontiamo bugie. I nostri rapporti con gli altri sono rovinati, perché non possiamo andare a cena da amici che ci guardano chiedendo: “perché non mangi?”. E poi siamo così tanto ossessionate dal cibo da non avere più tempo per altro. Al massimo, ci compriamo vestiti.
Che potete fare per noi? Mettetevi in testa che in realtà il cibo è il problema numero Tre.
La prima cosa da fare, è riuscire a entrare in contatto davvero con noi. Con tutte e due le parti di noi, quella anoressica e quella “sana”. Stabilire un dialogo magari parlando di voi, della vostra storia, di come vi sentite.
La seconda, accettare la realtà e aiutare noi a decidere di farci aiutare. Da uno specialista. Perché voi da soli e noi da sole (o solo noi e voi) non ce la potremmo fare. C’è un nodo iniziale, dentro la famiglia, che ci fa scattare l’anoressia ma che dimentichiamo presto. Solo uno specialista - uno psichiatra, non abbiate paura delle parole - può tirarlo fuori e salvarci la vita.
La terza cosa è, appunto, il cibo. Noi controlliamo il corpo, perché ci manca qualcosa, un punto di forza, di equilibrio. Non mangiare è la conseguenza, non la causa. Così, il Programma rende inutile la domanda del genitore: “perché non mangi? E’ così facile”. Non è facile per niente. A me è capitato. Sono stata fortunata. Io e i miei genitori abbiamo fatto assieme i passi uno, due e tre. Così sono tornata al peso forma e ora la mia mente non è più prigioniera del Programma.

lunedì 12 luglio 2004

Spoleto Scienza
le origini biologiche della «coscienza di essere»

citato al Lunedì

Repubblica 12.7.04
La scoperta del Sé
Così la biologia determina l'identità individuale
Sette giorni di dibattiti sul sistema immunitario come radice di quell'entità misteriosa che è il "self"
di FRANCO PRATTICO


SPOLETO. Fino a domenica prossima, a Spoleto, nel contesto del tradizionale Festival, e in particolare della sedicesima edizione di "Spoleto Scienza" (che come sempre si svolge nell´ex chiesa e nel chiostro di San Nicolò), è in scena la scienza: un parterre ove scienziati, filosofi, artisti e intellettuali di ogni estrazione discuteranno e "rappresenteranno" una simbiosi tra le due culture, quella scientifica che così profondamente segna la nostra epoca e quella più genericamente artistica e umanistica, nel tentativo di superare - con gli stessi strumenti delle discipline rappresentate - la dicotomia che da alcuni secoli lacera, separa e contrappone le due grandi ali in cui si articola la cultura occidentale.
Perciò l´idea guida di questa nuova edizione di Spoleto Scienza, l´iniziativa promossa e gestita dalla Fondazione Sigma Tau, come già l´anno passato è di aprire agli sguardi vergini dei profani i laboratori ove si celebrano i misteri della ricerca, aiutando quindi i visitatori, con l´aiuto degli addetti ai lavori ma anche dei linguaggi dell´arte, a percorrere coi loro sguardi e le loro domande i labirinti del paziente, rigoroso e difficile lavoro del ricercatore, sdrammatizzando e rendendo almeno in superficie accessibile quel lavoro scientifico che è oggi il fondamento stesso della nostra civiltà e che per il grande pubblico è tuttora esoterico e misterioso come quello dei maghi medioevali.
I laboratori quindi come teatri di gesta, ma anche come libro aperto che consenta al profano di "leggere" l´opera scientifica nel suo farsi, tra microscopi, provette, reagenti eccetera, e anche di capire, ove possibile, i segreti del lavoro scientifico. Ci si può così accostare ad esso come a quello dell´artigiano, del meccanico, dell´idraulico, e comunque di chi utilizza strumenti (sia fisici che intellettuali) specialistici, superando quella distanza che ai primordi dell´umanità rendeva sacrale il lavoro del fabbro.
Una "dissacrazione", quindi, per qualche più geloso addetto ai lavori, ma anche un contributo a comprendere e valutare il rigoroso e difficile sforzo di decifrare la natura e il mondo, che a Spoleto si è accompagnato ieri - e si accompagnerà anche sabato prossimo - a una "teatralizzazione" dei testi fondamentali per la ricerca ma incomprensibili al profano come i diari di laboratorio: mi riferisco alla lettura di testi scientifici messi in scena da Massimo Popolizio e con la partecipazione di Elisabetta Piccolomini, Tommaso Cardarelli e Lino Guanciale. Accade così che all´armonia logica della intuizione scientifica e a quella emozionale della creazione artistica si unisca il linguaggio musicale, che tanto deve oltretutto alle matematiche, grazie all´intervento del gruppo Zast. Sulla complessa interazione tra conoscenze e società è incentrato il dibattito curato da Darwin - la nuova rivista di divulgazione di alto livello diretta da Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini - e dedicato appunto alla interazione tra scienza e politica sul terreno della salute.
Ma probabilmente l´epicentro "filosofico" di questa edizione di Spoleto Scienza (introdotta e coordinata da Gilberto Corbellini e Armando Masserenti) è l´ancora in parte misterioso meccanismo che conduce alla nascita dell´identità individuale: il sistema immunitario, radice del "Sé" biologico. Al sistema immunitario sono infatti riservate quattro postazioni, veri e propri laboratori di biologia molecolare, dedicate al complesso linguaggio biochimico dell´immunità (postazioni organizzate e dirette da Alberto Mantovani) e - sabato e domenica prossimi - quelle curate dagli esperti dell´Open Lab di Pavia, sotto la direzione di Carlo Alberto Redi, Maurizio Zuccotti, Silvia Garagna e Gianna Milano, dedicate alla «Ontogenesi dell´individualità biologica». Il sistema immunitario è in effetti una delle meraviglie della biologia. Ed è il sistema che nella sua complessità rende possibile la unicità dell´Io biologico e la sua separazione da un mondo potenzialmente pericoloso, se non ostile. È il singolo organismo che "riconosce se stesso", e si configura come unità a se stante. È questo carattere, così profondamente intrecciato a problemi filosofici ed etici, che rende il dibattito sul sistema immunitario ricco di implicazioni profonde e complesse e che forse aiuterà in queste due settimane il pubblico di Spoleto Scienza a percepire la profondità e l´intreccio tra la ricerca scientifica e la cultura umanistica.
Insomma, nel complesso un approccio esplorativo al gigantesco lavoro che ha condotto in questi anni la biologia alla ricostruzione e al riconoscimento dei processi biochimici che sono il sostrato del sistema immunitario e che, quindi, almeno a livello biologico, conducono alla nascita dell´identità individuale, alla realizzazione di quella invisibile parete che separa ogni organismo dal mondo esterno e lo difende (almeno, finché può) dalle aggressioni degli innumerevoli agenti patogeni che lo insidiano ma che, quando sbaglia, diviene un pericolo per lo stesso organismo a cui funge da sentinella (è il caso delle malattie cosiddette "autoimmuni").
Ma, almeno nel caso della nostra specie, proprio quel sistema potrebbe rappresentare il punto di partenza del singolare processo evolutivo, non solo biologico - perché oltre ad essere organico è anche tra gli esseri umani mentale e psichico - che viene definito «coscienza di essere», prima sede di quella entità ancora misteriosa che viene definita il "self", il Sé, e che probabilmente è ciò che segna in maniera irreversibile ogni sistema vivente. Ciò che chiamiamo identità - e che così efficacemente ci separa dal pericoli del mondo esterno - non esiste infatti fuori dal mondo vivente. Un elettrone, un protone, un neutrone - la sostanza cioè della materia - sono in realtà "innominabili": inesorabilmente privi di specificità individuale. Ogni singolo atomo non ha "carta d´identità" individuale: fa parte d´una "specie" contraddistinta dalla quantità di elettroni del loro guscio o dei nucleoni che ne formano il nucleo. L´individualità appare solo col vivente, che pure è formato a sua volta da atomi e molecole, ognuno dei quali è in sé fungibile e intercambiabile.
Ma, apparso probabilmente ai primordi del mondo vivente, quattro miliardi di anni or sono, insieme alle prime cellule autoreplicanti, il "self" attraversa, parecchie centinaia di milioni di anni or sono, una straordinaria crisi evolutiva, quando le prime colonie di batteri, uniti simbioticamente forse per fare fronte a crisi ambientali, cominciano a specializzare parti del loro corpo collettivo, dando vita a una nuova struttura che è già un primitivo organismo, il cui scopo è l´autoprotezione, la differenziazione di organi autonomi (compresi quelli destinati alla riproduzione) e così via. Appaiono così i primi esseri pluricellulari, destinati a colonizzare il pianeta e armati di sistemi biologici che consentono loro di non venire sopraffatti e dissolti dalle forze che agiscono nel loro ambiente. Nasce il "Sé" biologico, e continua a crescere e raffinarsi seguendo le vicende dell´evoluzione fino a raggiungere - almeno per ora - il suo culmine con la nostra specie, dove ai meccanismi biologici di autodifesa dell´organismo dalle aggressioni esterne si affianca l´autopercezione, la consapevolezza di essere (condivisa probabilmente con altri animali superiori).

a Bobbio, Piacenza
sta per aprire "Farecinema" di Marco Bellocchio

Libertà 09/07/2004 12.15.35
A Bobbio parata di big del cinema
Bobbio si appresta a diventare capitale del cinema.


Come ogni anno nel periodo estivo il Laboratorio Farecinema diretto da Marco Bellocchio ininterrottamente dal '97 e organizzato dal Comune e dal Centro Itard di Piacenza, in collaborazione con Regione, Provincia, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Filmalbatros di Roma e Lanterna Magica di Bobbio, convoglia con il suo corso di tecnica cinematografica e con la rassegna collaterale di proiezioni di film e ospitalità di registi e addetti ai lavori, cinefili e appassionati di cinema nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia
Una “migrazione” destinata a ripetersi quest'anno con un livello di iniziative probabilmente mai raggiunto in passato, soprattutto con il potenziamento della rassegna Incontri con gli autori che vedrà sfilare dal 19 al 31 luglio il meglio del cinema italiano.
Ma andiamo per ordine.
Al Laboratorio Farecinema sono più di 70 le iscrizioni pervenute da tutta Italia e dall'estero, a fronte dei 20 posti disponibili.
Questo conferma un momento particolarmente felice per Marco Bellocchio e anche il successo di Farecinema, che è attualmente laboratorio intensivo di cinema fra i più quotati in Italia, grazie alla sua formula particolare, alla qualità di docenti e collaboratori e, anche, al fascino di una città d'arte e cultura come Bobbio.
Le selezioni sono ancora in fase di svolgimento.
Lo staff tecnico che quest'anno affiancherà Marco Bellocchio (regista e direttore artistico della manifestazione) e gli allievi, durante la realizzazione del laboratorio, è composto dalla montatrice Francesca Calvelli, Nastro d'Argento 2002 per il montaggio del film di Danis Tanovic, premio Oscar 2002, No man's land e il Ciak d'oro e il Premio Flaiano per L'ora di religione, oltre che montatrice dei film di Bellocchio da Il sogno della farfalla ad oggi, e collaborazioni con registi quali Michele Placido e Francesca Comencini.
La Calvelli lavora anche con giovani autori emergenti come Stefano Gabrini per Iuri e Dervis Zaim per Fango. Un impegno particolare è stato il montaggio del film collettivo dei 33 registi che documentava i giorni del G8.
Con lei al montaggio la co-docente Emanuela Di Giunta, apprezzata professionista collaboratrice di importanti registi.
Per quanto riguarda la direzione della fotografia Bellocchio si avvarrà di Matteo Fago e di William Santero di Roma e del piacentino Marco Sgorbati, giovani e promettenti operatori della fotografia che si alternano alle tre unità di ripresa.
Marco Sgorbati è stato operatore alla riprese nel recente e apprezzatissimo film Dopo mezzanotte di Davide Ferrario.
Per il suono in presa diretta docenti Remo Ugolinelli e Corrado Volpicelli, che vantano una collaborazione ultratrentennale con gran parte dei grandi nomi del cinema internazionale.
Enrico Pesce invece è l'esperto compositore e consulente per le musiche di molte edizioni del laboratorio, mentre Piergiorgio Bellocchio, attivo sia nei film di Marco Bellocchio che nell'ultimo Radio West, sarà impegnato come attore.
Infine Lucilla Cristaldi e Arianna Rossini sono le due giovani assistenti alla produzione.
L'organizzazione è curata dal settore cultura e turismo del Comune di Bobbio.
Per quanto riguarda gli Incontri con gli autori il calendario delle ospitalità è pressoché definito anche se manca ancora un tassello, anzi un sogno: quello di avere nella giornata conclusiva a Bobbio, il 31 luglio, Ken Loach.
Bellocchio sta provando a portare in Valtrebbia il grande regista inglese.

una mostra a Napoli
cinquanta artiste dai paesi islamici

Repubblica, edizione di Napoli 12.7.04
La mostra
Cinquanta artiste dall'Islam


Un evento e una sfida. È questo il senso della mostra dal titolo "Stracciando i veli: donne artiste dal mondo islamico", allestita nella Sala d´Ercole, a Palazzo Reale, da oggi al 15 settembre. Per la prima volta saranno esposte 70 opere di 51 artiste provenienti dai principali paesi islamici. Una mostra in cui la creatività delle donne di paesi musulmani prende corpo oltre il velo, dove l´arte è il mezzo per superare l´incultura dell´indifferenza e dell´imposizione, la negazione e la discriminazione, per affermare una politica di diritti e di partecipazione.
La rassegna è stata organizzata dalla Fondazione Laboratorio Mediterraneo in occasione del suo decennale e anche in virtù della sua recente designazione ad "antenna europea e capofila della rete italiana per il dialogo tra le culture e civilizzazioni". In mostra opere di donne che danno voce alla propria creatività infrangendo stereotipi e pregiudizi della donna "velata". Lo scopo è quello di riaffermare il ruolo delle donne nei processi di pace.

l'Apollo di Prassitele a Cleveland?

L'Apollo di Prassitele risorge a Cleveland
Ma è davvero la celebre statua del maestro?
non si sa da dove viene ma la fattura è finissima
tante copie di marmo custodite nei musei
Il museo della città dell'Ohio ha acquisito il famoso bronzo greco del dio che uccide la lucertola
di SALVATORE SETTIS


Il Cleveland Museum of Art ha appena annunciato una sensazionale new acquisition: una statua greca in bronzo, a grandezza naturale, di un giovinetto, nel quale ogni occhio esperto riconosce a prima vista un´opera celebrata dagli antichi, l´Apollo della Lucertola di Prassitele. Plinio il Vecchio, pur dicendo Prassitele famosissimo per le sculture in marmo, menziona varie sue opere in bronzo, «bellissime; e fra queste un Apollo giovinetto intento a colpire con la freccia una lucertola che striscia furtiva: lo chiamano, appunto, Sauroctonos ("che uccide la lucertola")». Gli fa eco un epigramma di Marziale, che invita il dio-ragazzo alla clemenza: «Risparmia la lucertola che sta strisciando verso di te, ragazzo, non colpirla a tradimento: sappilo, non cerca di meglio che morire per tua mano». Marziale si riferisce certamente a una copia in piccolo, in bronzo "corinzio", il più pregiato (e cioè una lega in cui erano presenti percentuali di argento, e talvolta d´oro, per accrescere la lucentezza della superficie). Perché questo Apollo un po´ discolo dovesse tendere un agguato all´innocua lucertola, non sappiamo, nonostante molti tentativi di interpretazione in chiave simbolica o cultuale; né perché la lucertola bramasse perire per mano del dio. Ma la migliore testimonianza della fama del Sauroctonos presso gli antichi sono le numerose copie, quasi tutte in marmo, che si conservano in musei di tutto il mondo: in uno studio del 2002, Renate Preisshofen ne elenca una trentina fra intere e frammentarie, senza contare derivazioni e varianti magari un po´ infedeli, e qualche riproduzione in piccolo, su monete o gemme. Fu appunto in una gemma che lo riconobbe, sulla base della descrizione di Plinio, il barone Philipp von Stosch (1724); e poco dopo Winckelmann lo identificava in una statua della collezione Borghese (oggi al Louvre); altre copie vennero alla luce lungo il Settecento, e finirono in collezioni prestigiose come quella del cardinale Albani, i Musei Vaticani, Ince Blundell Hall e altre country houses inglesi, di Thomas Hope e Lord Lansdowne.
Questa corsa ad accaparrarsi le copie del Sauroctonos via via che emergevano dalla generosa terra italiana si spiega facilmente. Solo da poco si era capito che, fra le migliaia di statue antiche ritrovate a Roma e altrove, alcune erano più preziose, perché vi si potevano riconoscere, grazie alla descrizione delle fonti antiche (specialmente Plinio), i più famosi capolavori dei massimi scultori antichi. Fidia e Policleto, Lisippo e Prassitele erano ormai solo dei nomi carichi di un millenario prestigio, ma evanescenti e inafferrabili in mancanza di opere note. Fra Sette e Ottocento si comprese invece che quei grandi non avevano lasciato solo il nome scritto nelle pagine di Plinio, di Pausania o di altre "fonti": e che la loro gloria era stata tanta, da indurre i ricchi romani a procurarsene, in manzanza del troppo costoso originale, copie da mettersi in casa. Gli archeologi principiarono allora a stilare accurati elenchi di copie, a misurarle e confrontarle a una a una, cercando di ricostruire l´originale perduto, proprio come da tardi manoscritti il filologo tenta di ricostruire una forma del testo il più vicina possibile a quella di Euripide o di Virgilio. Ricerca tanto più intensa e delicata, quando l´originale perduto era (come è il caso del Sauroctonos) di bronzo, e le copie invece in marmo.
Di bronzi antichi, infatti, non se n´è conservato quasi nessuno: alla fine dell´impero romano e nel medio evo quasi tutti furono fusi per ricavarne metallo per monete, armi ed utensili. E se a Roma qualcuno ne rimase (come il Marco Aurelio e la Lupa), i bronzi greci che popolavano a decine di migliaia città e santuari sparirono tutti nel nulla. Nel 1502 un giovinetto in bronzo, scoperto a Rodi, giunse a Venezia e poi, dopo lungo pellegrinaggio in tutta Europa, a Berlino: ma la vera "resurrezione" dei bronzi greci comincia nel 1896 con la scoperta dell´Auriga di Delfi, e prosegue fino ad oggi con scoperte sempre nuove, spesso avvenute in mare. Queste statue (per esempio i Bronzi di Riace) si sono conservate fino a noi solo perché naufragarono le navi che le trasportavano da un luogo all´altro (spesso da un santuario greco depredato a Roma): e insomma il tragico evento del naufragio (come l´eruzione a Pompei e ad Ercolano) ha finito per regalare a noi posteri minime ma preziose testimonianze di quella gloriosa scultura greca in bronzo, che altrimenti dovremmo accontentarci di immaginare solo da tarde descrizioni e copie. Ma non è accaduto finora che uno dei grandi bronzi greci riscoperti corrisponda puntualmente alla descrizione di una fonte antica (perciò non sappiamo chi è l´autore dell´Auriga di Delfi o dei Bronzi di Riace).
Ecco perché, se l´annuncio che giunge da Cleveland è attendibile, la scoperta sarebbe davvero sensazionale. Si tratterebbe, infatti, del primo originale di un grande maestro greco tornato alla luce, e per così dire "firmato" dalla sua puntuale corrispondenza con le descrizioni antiche e con le copie che ne derivano. Ma è davvero così?
Di un originale di Prassitele riscoperto in mare si è parlato di recente anche in Italia, a proposito del Satiro danzante di Mazara, esposto a Montecitorio in una mostra memorabile: ma si tratta con tutta probabilità di un´eccellente copia romana da originale ellenistico non anteriore al 300 a. C. Anche il Sauroctonos di Cleveland potrebbe essere una copia? L´annuncio del museo non lo esclude del tutto, ma propende nettamente per la diagnosi più ardita: anche se le analisi continuano, in vista di un grande congresso internazionale nell´aprile del 2006, i primi esami della lega bronzea daterebbero il bronzo proprio al IV secolo a. C., l´età di Prassitele. Certo, per quanto si può giudicare dalle fotografie disponibili, la qualità di questo bronzo è altissima, sottile e vibrante appare l´epidermide carezzata dalla luce che definisce ed esalta l´anatomia del corpo adolescente, intensa e come sospesa l´espressione del volto, accurati alcuni dettagli-chiave (come gli inserti in rame per i capezzoli e le labbra). La conservazione è quasi perfetta, anche se mancano parte delle braccia e l´albero su cui si arrampicava la lucertola (che invece è conservata).
Ma da dove viene questo bronzo, che il museo di Cleveland descrive con orgoglio come «di gran lunga la più importante scultura classica entrata in America dopo la II guerra mondiale»? La storia ufficiale è presto detta: le analisi scientifiche, dichiara il museo, «provano che la scultura fu scavata ben prima del 1900». La statua sarebbe stata conservata nel giardino di una villa nella Germania Est, sfuggendo all´attenzione perché considerata opera del Settecento, e dopo la caduta del muro di Berlino sarebbe tornata al proprietario, Ernst-Ulrich Walter, che la vendette qualche anno fa. Storia non impossibile, ma nemmeno troppo plausibile: come poteva restare tanto invisibile una statua di tale qualità proprio in Germania, patria dell´archeologia "filologica" e della storia dell´arte antica? In ogni caso, è un vero peccato che non si conoscano le circostanze e il luogo del ritrovamento: la conoscenza del contesto aiuterebbe enormemente a valutare il significato (e anche l´originalità) della statua. Dove fosse in antico l´originale prassitelico, Plinio non dice. Antonio Corso (autore di una monografia su Prassitele che sta per essere pubblicata dall´Erma di Breschneider) ha osservato che il Sauroctonos è rappresentato sulle monete imperiali di Apollonia al Rindaco e di altre città dell´Anatolia, e dunque forse era lì che stava all´origine la statua. D´altra parte, tutte le copie (alcune anteriori a quelle monete) vengono dall´Italia, e dunque è molto probabile che l´originale fosse stato trasportato a Roma, e sostituito con una copia nella prima età imperiale.
Ma quello di Cleveland sarà l´originale di Prassitele o una copia, magari proprio quella che lo sostituì (diciamo) nel tempio di Apollonia al Rindaco? Davvero non saprei dirlo prima di averlo visto di persona (e delle relative analisi). Non dimentichiamo però che già nel Settecento si era creduto di aver scoperto l´originale Sauroctonos di Prassitele: Winckelmann, entusiasta della qualità della statua Borghese, dichiarò dapprima che doveva essere l´originale anche se di marmo (dunque contro la testimonianza di Plinio), ma si ricredette qualche anno dopo, quando un Sauroctonos di bronzo, di dimensioni ridotte, fu trovato sull´Aventino. Il cardinal Albani si recò personalmente a prendere il preteso Prassitele, raccolse personalmente la statua dallo scavo, e la portò religiosamente, sulle sue braccia, fino alla propria carrozza (ritenuta ora una copia del I secolo d. C., la statua è ancora a Villa Albani). Ma anche a Palazzo Barberini, al principio dell´Ottocento, si mostrava ai visitatori una lucertola di bronzo, indicandola come frammento dell´originale prassitelico. Questo lungo inseguimento è ora finito, e il capolavoro di Prassitele risorge a Cleveland, Ohio? C´è da scommettere che se ne discuterà per molto ancora.