martedì 14 dicembre 2004

"iperattività"

Yahoo! Salute martedì 14 dicembre 2004 - Il Pensiero Scientifico Editore
Pediatria
Iperattività: le guerre ideologiche non giovano
di Antonella Sagone

Le scuole americane non potranno più imporre agli studenti “difficili” terapie farmacologiche come condizione per essere ammessi alle lezioni: lo dice una recente disposizione legislativa. Questo emendamento ha segnato un punto a favore della guerra in corso fra fautori del Ritalin e nemici della psichiatria. Fra queste due trincee, le famiglie dei bambini con disturbi dell’attenzione e iperattività attendono ancora risposte ai loro problemi.
Il disturbo dell’attenzione e iperattività, noto con la sigla ADHD, è una patologia comportamentale infantile caratterizzata da difficoltà di concentrazione, irrequietezza, irritabilità e continua agitazione motoria. Molto si è detto, a volte a sproposito, sulle cause di questo disturbo, che negli anni è stato alternativamente imputato a cause congenite, patologie relazionali, allergie, disfunzioni del rapporto madre-figlio, anomalie neurologiche. Spesso madri e padri si sono sentiti colpevolizzare per il comportamento dei loro bambini, a volte letto con superficialità come semplicemente da bambino “viziato”, e la componente morale e giudicante di chi conosce questo problema solo dall’esterno è pesata sulle vite e l’autostima dei genitori. Ma come sa chi ha questo problema in famiglia ma ha più di un figlio, esiste una differenza che rende questi bambini agitati anche a prescindere dal modo in cui vengono educati o trattati.
L’accumularsi di osservazioni e studi ha permesso di cominciare a inserire qualche tessera del puzzle che compone l’enigma ADHD; questi bambini non solo hanno una reattività elevata, ma reagiscono in modo paradossale e caratteristico a determinate sostanze psicoattive (stimolanti e psicofarmaci). Insomma c’è una base organica che spiega il loro comportamento; e anche se questo non significa ancora aver chiarito le cause primarie, dà spazio alle ipotesi di terapia che negli anni sono state sperimentate, fra entusiasmi e polemiche, su questi bambini. L’approccio attuale consiste nell’affiancare a una terapia farmacologica il sostegno psicologico per il bambino e la famiglia, per aiutare entrambi a gestire le specifiche difficoltà create dalla loro condizione.
La parabola della vicenda americana, che inizia la sua fase discendente, offre importanti spunti per valutare quella italiana, che invece è nella fase ascendente della curva. Mentre da noi è recentemente stato riammesso il farmaco d’elezione per questo disturbo, negli Stati Uniti infatti dopo un periodo di uso e anche di abuso tanto della diagnosi di ADHD quanto degli psicofarmaci somministrati ai bambini si sta generando un’ovvia reazione contraria, con polemiche infuocate e, da parte di diverse associazioni di cittadini, posizioni estreme di rifiuto di ogni terapia farmacologica per i disturbi psichici infantili. La legge che vieta alle scuole di porre, come condizione per la riammissione in aula, il trattamento farmacologico obbligatorio per i bambini con disturbi comportamentali si inserisce in questo quadro conflittuale, nel quale le posizioni sfumate e ragionate hanno poco spazio.
Il fronte anti-Ritalin è quanto mai eterogeneo, raccogliendo sette potenti come Scientology, che ne fanno il loro cavallo di battaglia per una loro personale guerra incondizionata alla psichiatria, accanto a movimenti di opinione e associazioni di genitori grandi e piccole e di diversa estrazione. Le argomentazioni del fronte anti-farmaci sollevano problemi autentici e basilari, quali la valutazione di costi e benefici conseguente al trattamento precoce e prolungato con psicofarmaci di soggetti il cui organismo è in pieno sviluppo fisico, cognitivo ed affettivo; l’opportunità e la liceità di effettuare o meno screening generalizzati della popolazione infantile per individuare e trattare i casi a rischio; l’obbligatorietà o meno dei trattamenti e a chi debba essere attribuita la competenza e il diritto di diagnosticare e decidere se e come affrontare le difficoltà di un bambino con disturbi del comportamento.
La radicalizzazione del dibattito in corso non fa tuttavia che passare sopra le teste delle famiglie in difficoltà e ostacolare la ricerca delle soluzioni. I singoli casi di abusi, il contenimento farmacologico dei bambini “difficili” tramite una a volte superficiale e troppo facile etichettatura psichiatrica, il bisogno di “normalizzazione” orwelliana che in certe situazioni e contesti ha contaminato un problema (che dovrebbe essere solo medico) con aspetti legati alla società e alla cultura, e infine gli enormi interessi commerciali che possono essere mossi dall’una o l’altra scelta di politica sanitaria: tutto questo non deve essere utilizzato in modo strumentale per alimentare un rifiuto e una diffidenza generalizzata contro ogni pratica diagnostica e terapeutica della psichiatria infantile. Le famiglie di questi bambini hanno un problema reale e necessità di sostegno, e anche lo stesso bambino affetto da iperattività vive un disagio oggettivo causato dalla sua condizione. Occorre discriminare attentamente i casi realmente a rischio e, mentre vanno arginate sul nascere le tendenze al ricorso alla soluzione “facile”, la cultura della pasticca per risolvere ogni difficoltà e superare ogni incompetenza a gestire i problemi, dall’altro lato non bisogna temere di continuare la ricerca di ogni mezzo, compresi quelli farmacologici, per comprendere e superare le disfunzioni create da questa patologia.

il complesso di Pollicino

Il Mattino 14/12/2004
«Di piccolo c’è solo il cervello»
Per gli andrologi i maschi italiani hanno il complesso di pollicino: ma le misure sono regolari e il problema è soprattutto psicologico
da.li.

Ben il 23 per cento degli intervistati soffre del . Si tratta soprattutto di uomini fra i 50 e i 69 anni, ma confessano di essere convinti di non avere i centimetri giusti anche i giovani. «E senza che questo risponda a verità. Come è stato confermato dai controlli effettuati. Una sindrome che può essere paragonata a un’anoressia sessuale» afferma l’andrologo Ciro Basile Fasolo, dipartimento di Psichiatria dell’Università di Pisa. Il maschio italiano è sempre più in crisi? «Certamente nel campione esaminato è stata verificata una diffusa ansia di prestazione. Tengo a dire che questo è stata la prima indagine effettuata su 20mila persone, in tre anni, realizzata attraverso interviste dal vivo e accurate visite specialistiche. Ebbene, un dato per tutti: ben il 16 per cento degli uomini intervistati ha confessato di non avere alcuna attività sessuale mentre il 52,7 per cento, invece, ha affermato di avere rapporti solo una o due volte al mese. Da questo dato sembra, quindi, di intravedere comportamenti abbastanza ridotti rispetto al mito del maschio italiano». Il complesso di Pollicino rappresenta un ulteriore segnale di insoddisfazione verso se stessi? «È il segnale di un forte malessere. Nel gruppo di persone che vivono nell’incubo di non avere le misure giuste, per esempio, l’ansia di prestazione sale al 20 per cento. La loro percezione, in genere, non risponde a verità: di piccolo hanno solo il cervello, nient’altro. Si tratta di una sindrome che dipende dal loro vissuto soggettivo: a volte è legata alla paura o all’ansia generata dal primo rapporto, altre volte a motivi organici, altre ancora a una fobia sociale. Il loro stato di sofferenza psicologica generato dalla difficoltà nei rapporti interpersonali, la loro insoddisfazione causata da insicurezza, tutto viene riversato nella convinzione di non avere il pene delle dimensioni giuste. Uno stato di disagio che porta a non essere soddisfatti di un range che è, invece, normale e che li porta a rovinarsi un’intera vita». Quanto influisce, anche su questo complesso maschile, il fatto di sentirsi inadeguati rispetto alle donne di oggi? «La pressione sociale può essere uno dei fattori dietro il complesso di Pollicino o sindrome dello spogliatoio, ma non l’unico. L’approccio in casi di questo genere deve essere di tipo psicosessuologico. Bisogna, infatti, indagare nelle ragioni, diverse per ognuno, che generano il problema».

scuole statali
una nuova trovata filo-cattolica della signora Moratti

L'Unità 14.12.04
Segno dei tempi
ADDIO PAGELLA LAICA ARRIVA L'ORA DI RELIGIONE
r.m.

L'ora di religione resta facoltativa, ma la valutazione è espressamente indicata nelle schede che il ministero dell'Istruzione propone alle scuole in sostituzione delle pagelle. Prima la «pagella» era laica. Questo tipo di valutazione era affidata ad una speciale «nota» che veniva consegnata alle famiglie degli studenti che avevano deciso per questo insegnamento. Ora, invece, è menzionata tra le altre materie obbligatorie. E' una delle novità introdotte dalla circolare ministeriale n.85 emanata dalla Moratti lo scorso 3 dicembre 2004. Lo denuncia il Comitato nazionale Scuola e Costituzione che sottolinea l'illegittimità della decisione. «L'art.309 del T.U. della legislazione scolastica affermano - stabilisce con chiarezza che "viene redatta" e comunicata alla famiglia una speciale nota, da consegnare unitamente alla scheda o alla pagella». Una «nota separata» già prevista in una legge del 1930 e confermata in seguito, per tutelare «il principio di non discriminazione previsto sia dal nuovo Concordato, sia dalle Intese con le altre confessioni religiose per tutti gli allievi, frequentino o no l'insegnamento di religione cattolica». È stata, si sottolinea, una decisione assunta in modo consapevole dal ministero e questo rappresenta «un ulteriore gravissimo episodio di aggiramento della legge per via amministrativa». «Una prassi - viene rilevato - adottata largamente dal Ministero dell'Istruzione», e particolarmente frequente «in tutto ciò che concerne la normativa relativa all'insegnamento della religione cattolica». «La scuola pubblica italiana da oggi e meno laica» commenta il segretario della Cgil-Scuola, Enrico Panini visto che ora «saranno gli studenti e le famiglie che oggi desidereranno non avvalersi dell'ora di religione cattolica ad essere discriminati».

santa alleanza
Marcello Pera e il cardinale Ratzinger uniti sull'embrione

Il Manifesto 14.12.04
EUROPA, TORNA LA SANTA ALLEANZA
Marcello Pera e il cardinale Ratzinger invocano alla pontificia università lateranense un patto fra laici e cattolici nel nome della cristianità e della salvezza dell'embrione
di Ida Dominijanni

Correva il giorno 12 maggio 2004 quando Marcello Pera - filosofo e presidente del Senato, dunque seconda autorità dello stato (laico) italiano - tenne alla pontificia università lateranense una lectio magistralis gettando benzina sul fuoco dello scontro di civiltà in nome della lotta contro il relativismo culturale e la crisi d'identità dell'Europa. Correva il giorno 13 maggio quando il cardinale Ratzinger - teologo e prefetto della congregazione per la dottrina della fede - tenne nella sala delcapitolo del Senato una conferenza sui fondamenti spirituali dell'Europa, ovvero sulle radici cristiane del continente tagliate dal trattato costituzionale dell'Unione. Questi due sacri testi, com'è il caso di chiamarli, accompagnati da uno scambio epistolare fra gli autori, sono diventati un libretto blu, copertina rigida tipo Bibbia, titolo Senza radici, sottotitolo (modesto) Europa, relativismo, cristianesimo. Islam, ovviamente Mondadori, che già in questa forma della coppia autoriale trasmette il suo messaggio principale, questo: finita l'epoca degli scontri fra laici e cattolici, è arrivato il tempo di una sacra alleanza, sotto l'egida della comune identità cristiana, anzi cristiano-europea. E' di nuovo l'università lateranense, aula magna e pompa magna, a fornire la cornice per il solenne annuncio, con Pera eRatzinger in cattedra, Cossiga e Letta in prima fila, Pigi Battista nella parte dell'animatore e un pubblico folto e festante.
Movente comune della sacra alleanza è la preoccupazione per un'Europa in crisi di identità, preda del relativismo culturale, dell'indifferentismo morale, della «neolingua», come la chiama Pera, del politically correct. Un'Europa, argomenta il presidente del Senato, che predica il dialogo ma non sa più pronunciare il pronome «io»; una cultura, argomenta il filosofo laico, corrotta dal contestualismo di Wittgenstein e dal decostruzionismo di Nietzsche e Derrida, e minacciata da un senso di colpa di cui non v'è ragione. Col risultato che non siamo più capaci, noi europei, di dirci orgogliosamente migliori dell'Islam; e che per paura di tuffarci nello scontro di civiltà non prendiamo atto della guerra che l'islam ci ha già dichiarato. Così Pera. Ratzinger ci mette un po' a scendere sulla terra della politica e indugia di più nel cielo dei valori: il problema è che la laicità è diventata laicismo ideologico, e la ragione, da figlia qual era del dio cristiano che è Dio-Logos, ha preteso di emanciparsene e autonomizzarsene, diventando ragione amorale, utilitaristica, calcolante, tecnica, pura tecnica, al servizio di questo e quell'interesse. Bisogna ridare alla ragione le sue radici divine, e all'illuminismo europeo le sue radici cristiane: checché ne scriva il trattato costituzionale dell'Unione.
Ma quando Pigi Battista domanda quale sia mai l'urgenza che ha fatto precipitare queste questioni, non certo nuove, nel dibattito pubblico, i giochi si fanno più stretti. Non tanto per Ratzinger, che con finezza risponde: è stato l'89 e il crollo del comunismo, perché prima, anche nel pieno del sovversivo '68, la chiesa aveva nel marxismo un'ideologia nemica ma simile a sé nella struttura redentiva e escatologica, mentre dopo l'89 non è rimasto altro che relativismo e tecnica. Quanto per Pera, che candidamente ammette: l'urgenza viene dalla guerra in Iraq, che costringe l'occidente a interrogarsi sulla propria identità per difendersi da quella islamica; dall'immigrazione, che obbliga gli abitatori della tranquilla provincia italiana a rassegnarsi alle moschee; e soprattutto dalla legiferazione sulla procreazione assistita, che obbliga tutti a stabilire se l'embrione è sostanza o accidente, materia o persona. E come facciamo a stabilirlo, senza un credo morale certo e certificato?
Atroce dilemma per il presidente filosofo laico, che dalla sua, a differenza del cardinale, non ha la grazia della fede e non può appoggiarsi alla Verità rivelata. Una cosa però ce l'ha, la facoltà del giudizio. E sull'embrione, dunque, fa la sua «scelta di valore»: «l'embrione è persona, fin dal concepimento». Punto. E non gli si propongano, al presidente filosofo, mediazioni come quelle che s'inventa il sottile Giuliano Amato quando parla di pre-embrione: «convenzioni strumentali» inaccettabili. Accettabile sarebbe invece la mediazione che si può fare fra ilvalore dell'embrione-persona e il valore della salute della donna, nel caso dell'aborto terapeutico, o il valore della felicità di coppia, in ristretti casi di fecondazione artificiale: non prima di aver colpevolizzato, pardon responsabilizzato i cittadini sulla soppressione di embrioni-persone di cui si fanno comunque rei. E qui di nuovo il cardinale riesce a battere il filosofo in finezza e furbizia. L'embrione è certamente individuo ma forse non persona, il che lascia aperto lo spiraglio a qualche alchemico compromesso morale. Il quale non dovrà fare appello a nessuna Verità rivelata, perché alla chiesa basta qualcosa in meno: ritrovare una «ragione naturale» contro la ragione calcolante, e un diritto naturale contro il diritto positivo. Il senso dell'essere e della creaturalità, con ma anche senza fede in Dio. Di cui più dei cattolici sono evidentemente e paradossalmente i laici teocon ad avere urgenza di armarsi.

Federico Masini:
cinesi a Roma

Repubblica ed. di Roma 14.12.04
Grazie a un accordo programmatico tra le università potranno iscriversi nelle facoltà della Capitale. Un campus per stranieri
Dalla Cina matricole per Roma i tre atenei aprono le porte
ANNA MARIA LIGUORI

Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre aprono le porte agli studenti cinesi. Anzi, sono i rettori delle università cinesi a chiedere con insistenza che Roma accolga, come da decenni fanno Parigi, Londra e Berlino, senza contare l´America e il Giappone, i loro giovani per un intero corso di laurea, master o dottorato compreso. Ma la capitale, come del resto quasi tutta l´Italia, fino a qualche mese fa rispondeva picche: nessuna struttura adeguata, zero possibilità di reggere un´immigrazione culturale massiccia dal paese asiatico. Ora invece i presupposti per un´inversione di rotta ci sono tutti.
Negli ultimi sei mesi si sono succedute decine di delegazioni e visite di docenti cinesi nei tre atenei romani. I contatti si sono stretti al punto tale che il ministero degli Affari esteri il 1° dicembre scorso ha inviato una lettera ai rettori in cui è espresso l´invito «di mettere a disposizione le informazioni sui corsi offerti, sulle accomodation, sulle infrastrutture turistiche e del tempo libero e quant´altro, tramite Internet. Di qui la rilevanza di rendere quanto prima disponibili tali informazioni, per accelerare i tempi, su web almeno in lingua inglese. Ciò consentirebbe ai potenziali studenti cinesi di orientarsi fin d´ora per le iscrizioni in Italia nell´anno accademico 2005-06». Una richiesta che va di pari passo con il protocollo d´intesa appena firmato a questo scopo dai rettori capitolini e cioè di fare «sforzi congiunti per garantire la possibilità alla maggior parte degli studenti cinesi di studiare nella capitale» e a quella del sindaco Walter Veltroni che ha annunciato, pochi giorni fa, l´allestimento di un campus per studenti stranieri, soprattutto asiatici, all´interno di un´area industriale dismessa. Guido Fabiani, rettore di Roma Tre, dice che «occorre entrare in una dimensione internazionale», mentre Alessandro Finazzi Agrò, rettore di Tor Vergata, è «interessato ad ospitare studenti cinesi».
Ma le università romane, anche senza seguire programmi ufficiali, da anni lavorano e costruiscono rapporti, anche d´eccellenza, con gli atenei cinesi. A maggio scorso il rettore uscente della Sapienza Giuseppe D´Ascenzo e un gruppo di docenti sono andati in visita ufficiale presso le università di Pechino, Nanchino, Shanghai e Xi´an per lo scambio di professori e studenti, l´elaborazione di ricerche e attività didattiche in comune. Il preside della facoltà Studi orientali, il sinologo Federico Masini elenca alcuni risultati dell´incontro: «Ho stipulato due accordi con le università di Beida e di Beijing di Pechino. Per quanto riguarda la nostra università l´anno prossimo è previsto l´arrivo di studenti cinesi che potranno scegliere la facoltà da frequentare. Si tratta del primo accordo per lo scambio di studenti in ambito extracomunitario. Attualmente i ragazzi cinesi che studiano in Italia hanno borse di studio del ministero degli Esteri».
A Tor Vergata invece lavora Sandro Schipani, docente di Diritto romano, il giurista italiano che ha curato la pubblicazione del maggior numero di libri in Cina e ha rapporti stretti con i cinesi, ha iniziato a collaborare con l´università di Giurisprudenza di Pechino 15 anni fa: «Ho avuto in questi anni numerosi studenti a livello post laurea alcuni hanno perso il dottorato di ricerca tutti sono adesso docenti in Cina. Abbiano tradotto testi di diritto romano dal latino al cinese insieme ai testi dei nostri codici civile penale e di procedura. Abbiamo pubblicato lì oltre 20 volumi, le nostre traduzione sono stati utili anche per la redazione della loro legge sui contratti. Anche noi traduciamo però le loro leggi in italiano».
Giampaolo Rossi, ordinario di diritto amministrativo a Roma Tre, ha invece cominciato la collaborazione un anno fa ma si è subito appassionato: «Sono appena stato all´università di Changchun, 7 milioni di abitanti, 65 mila studenti a tempo pieno e 25 mila a tempo parziale, dove ho tenuto tre lezioni. Ho proposto una convenzione quadro tra le due università, tra le facoltà di scienze politiche e di giurisprudenza. Un rapporto che spero sia proficuo e duraturo».

Marco Bellocchio
un'intervista a Sergio Castellitto su Il regista di matrimoni

Il Messaggero Lunedì 13 Dicembre 2004
Il regista-attore al “Courmayeur noir”, tra trionfi e cadute e i gemelli dopo il successo di Barcellona
Il Castellitto che verrà
Con Bellocchio in Sicilia, con Amelio in Cina e poi Zorro
dal nostro inviato FABIO FERZETTI

COURMAYEUR - Alle montagne russe Sergio Castellitto ha fatto il callo. Anzi si diverte un mondo. Ieri alle stelle per il successo di Non ti muovere. Oggi nella polvere per il fiasco del Maigret televisivo (che al Noir in Festival ha illustrato e difeso con onestà). Domani di nuovo sugli scudi per due film importanti: Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio e La dismissione di Gianni Amelio.
«Che dire? Sono un uomo fortunato. Due volte Bellocchio in due anni, e ora l’incontro con Amelio. In Italia non si può chiedere di meglio: ma non è sempre così facile. Ho detto no anche a ruoli bellissimi che però non rientravano nella mia linea di “autore” di me stesso. E temo che rifiuterò, ma solo per ragione di date, il nuovo Fantasma dell’opera che Schlondorff girerà con Jeremy Irons nel ruolo del titolo».
Parliamo delle certezze. Chi è questo “regista di matrimoni”?
«Un uomo in fuga. Un regista in crisi, ma non certo un fallito, che lascia un set a Roma per scappare su un altro set in Sicilia. Di più non posso dire, ma sarà sicuramente un evento sul piano tragicomico. Bellocchio è uno dei registi più divertenti con cui abbia mai lavorato».
Bellocchio divertente?
«Assolutamente. Una sorpresa continua. Anche perché avendo vera autorità non teme la creatività degli attori e lascia il massimo spazio. Con lui il film si inventa momento per momento. Già leggere il copione è un’esperienza. Fra una battuta e l’altra scrive: “verificheremo in montaggio”. Oppure: “ne parlerò con lo scenografo”. Insomma lascia tutte le porte aperte. E lavorare con lui diventa molto giocoso».
Come si chiama il suo personaggio?
«Franco Elica. Già dal nome si indovina una parentela con l’Ernesto Picciafuoco dell’Ora di religione. Come se quel pittore, con tutti i suoi dubbi, diventasse regista. Niente di autobiografico, nessuno è meno in crisi del Bellocchio di questi anni! Però ha orrore di tutto ciò che è finito, concluso. Infatti non teme le sue fragilità ma le usa. Le butta nel carburatore del film, per così dire. In questo siamo simili».
A prima vista sembrereste molto diversi.
«Ah, senza dubbio! Lui per esempio è ateo, io non lo ero nemmeno quando credevo di esserlo per farmi accogliere da un mondo che predicava il rifiuto della fede. Ma Bellocchio è anche una delle persone più spirituali e integre che conosca. Come Amelio, del resto. Spero solo di avere due settimane di pausa fra un film e l’altro».
Con Bellocchio va in Sicilia. Con Amelio fino in Cina per dare un seguito a ”La dismissione” di Ermanno Rea.
«Sono un quadro dell’Italsider che affronta un viaggio estenuante per seguire il riassemblaggio degli impianti smontati in Campania, senza che nessuno glielo abbia chiesto, per una sua ossessione personale. L’ossessione del lavoro ben fatto. Sarà una vera avventura. Tre mesi filati tra Pechino, Shanghai, Wuhan, e non torni certo a casa per il week-end. Amelio mi ha già mostrato ore di sopralluoghi. Montagne, biciclette, fiumi, grattacieli, acciaierie... Sembra l’arrivo su un altro pianeta, il primo passo di Armstrong sulla luna. Ma l’idea di prolungare La dismissione in Cina è anche profetica, visto quanto sta accadendo. È come se i cinesi avessero trasferito la loro aggressività dal piano bellico a quello economico. Le conseguenze di questa scelta cominciamo appena oggi a intravederle... Curiosamente, il romanzo di Rea era in finale al Premio Strega quando vinse Non ti muovere, di mia moglie Margaret Mazzantini. Per una curiosa ironia interpreto entr ambi»
Già: e il Castellitto regista? Come si passa dal fiasco bruciante e immeritato di Libero Burro ai superincassi di Non ti muovere?
«Vent’anni fa avrei avuto paura. Oggi ho i muscoli per difendermi da successi e insuccessi. La prossima regia è ancora tutta da inventare. Forse sarà lo Zorro di mia moglie, forse una commedia. Per anni mi sono lamentato che in Italia le commedie le fanno i comici e non gli attori. È ora di provarci. Modelli? Tanti. Ma su tutti il lavoro di Agnès Jaoui e Jean Pierre Bacrì».

psicotel

sestopotere.com Lunedì 13/12/2004 (12:10)
RICHIESTE DI AIUTO TELEFONICHE: PUBBLICATI I DATI REGIONALI DI PSICOTEL

(Sesto Potere) - Roma - 12 dicembre 2004 - Anche quest’anno Psicotel rende noti i dati statistici delle richieste di aiuto e orientamento arrivate al numero verde 800.52.97.06, l’unico Servizio nazionale d’informazione psicologica, indipendente, gratuito realizzato dall’AIPEP Associazione Italiana Psicologia e Psicoterapia Onlus, in collaborazione con il Ministero della Sanità. Con circa 12.000 contatti tra chiamate al Telefono Psicologico Italiano Psicotel e richieste on-line su www.aipep.com, nel periodico report delle richieste recepite dagli operatori dell’AIPEP, il primo dato che salta agli occhi è la riconferma della grande necessità di informazione da parte dei cittadini nel campo del disagio psicologico e psichiatrico. Emerge che le forme di disagio più sentite sono legate alla difficoltà di relazione con gli altri, che spesso provocano scatti di rabbia, violenza verbale e fisica. Le difficoltà relazionali sono vissute in gran parte nell'ambito lavorativo e familiare, creando conflitti spesso difficili da gestire, che generano ansia, abbandono dei rapporti e crisi depressive. Molte sono le richieste di aiuto per problemi legati all'ansia e alle crisi di panico, specialmente per i giovani che non riescono a vedere positivamente il loro futuro e che possono cercare soluzioni facili nell'abuso di sostanze psicotrope, lecite e non, e nella dipendenza dall'alcol. Sempre importante è la richiesta di aiuto per problemi depressivi, che aumentano tra gli adulti di mezza età, spesso in situazione di deprivazione affettiva per separazioni e crisi dei rapporti di coppia, e soprattutto nei giovani in età post-adolescenziale, nel momento della scelta lavorativa e professionale. Molto sentita da parte degli italiani è la carenza di supporto psicoterapico offerto dalle strutture pubbliche. Le richieste d'intervento sono numerose e la mancata disponibilità di risorse necessarie al loro accoglimento provoca la sfiducia nella possibilità di recupero e il sentimento della rinuncia e dell'abbandono. Le percentuali sui dati delle chiamate pervenute evidenziano che rispetto agli ultimi dati pubblicati c’è un importante aumento delle richieste per problemi legati all’ansia. Sempre importante è l’esigenza d’intervento per problemi depressivi e per le dipendenze e i disturbi alimentari, mentre sono in calo le richieste per problemi fobici e psichiatrici.
Ecco i dati percentuali di chiamate regione per regione: Lazio 26%, Sicilia 12 %, Lombardia 12 %, Campania 7 %, Piemonte 7 %, Puglia 5 %, Toscana 3 %, Veneto 3 %, Calabria 4 %, Friuli V. G. 3 %, Liguria 3 %, Sardegna 2 %, Emilia Romagna 4 %, Marche 2 %, Umbria 2 %, Abruzzo 1 %, Basilicata 1 %, Molise 1 %, Trentino A. Adige 1 %, Valle d’Aosta 1 %.(Sesto Potere)

adolescenti anoressiche

Yahoo!Salute lunedì 13 dicembre 2004
Più controlli per le adolescenti anoressiche
Il Pensiero Scientifico Editore

Maggiori attenzioni e controlli clinici sarebbero opportuni per le adolescenti affette da anoressia nervosa, relativamente soprattutto alle analisi del sangue e al controllo della densità ossea. È questo il parere espresso dal rapporto pubblicato sul numero di dicembre della rivista Pediatrics.
L'anoressia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare che implica nelle donne adulte una serie di ripercussioni sulla salute. Anche se sono ben note tali complicazioni, che includono alterazioni del sangue, dei parametri biochimici, della densità ossea e del metabolismo, non ci sono dati relativi alle conseguenze di questo disturbo nelle adolescenti. Un problema assai importante, dal momento che negli ultimi anni il numero di casi di anoressia nervosa tra le giovanissime è in netto aumento: negli Stati Uniti è il terzo disturbo cronico tra le adolescenti.
L'unica chiave possibile per affrontare il problema è un approccio multidisciplinare che veda l'interazione di un sostegno di tipo psichiatrico e medico, affiancato da quello del nutrizionista e da un counselling appropriato. " Sono necessari una diagnosi precoce, il controllo delle complicazioni e un intervento tempestivo ", dichiara Anne Klibanski, medico del Massachusetts General Hospital di Boston.
Anne Klibanski e i suoi colleghi hanno osservato in 118 ragazze adolescenti, di cui 60 con anoressia nervosa e 58 senza il disturbo, le complicazioni mediche riscontrate durante le visite di controllo. Dall'analisi è emerso un valore del rapporto tra età ossea ed età anagrafica molto basso nelle ragazze con anoressia nervosa, il che suggerisce un ritardo nella maturazione puberale. Tra le anoressiche è stata riscontrata una minore densità delle ossa, soprattutto nella zona lombare. La densità della massa ossea è un fattore direttamente correlato con peso, massa magra e grassa, ed è tanto maggiore quanto più precoce è l'età di inizio del periodo fertile. In molte ragazze anoressiche (circa il 94 per cento contro il 28 per cento del gruppo di controllo), l'età delle prime mestruazioni risulta in effetti spostata in avanti rispetto alla media della popolazione statunitense.
Al confronto con le altre, Nelle ragazze con anoressia il rapporto ha inoltre indicato valori piuttosto bassi del battito cardiaco, della pressione sistolica, della temperatura corporea e dei globuli bianchi: tra le ragazze con anoressia il 22 per cento è risultato anemico, il 22 per cento aveva pochi globuli bianchi, mentre nessuna era carente di potassio. Piuttosto bassi anche i livelli di estradiolo e ormone luteinizzante.
Queste complicazioni, soprattutto nelle pazienti adulte, sono ben note; comunque il disturbo va tenuto sotto controllo anche nelle adolescenti. "Le pazienti dovrebbero essere sottoposte a screening fin dai primi sintomi, soprattutto per tenere sotto controllo il rischio di disturbi metabolici e problemi legati alla densità ossea", commenta infatti Anne Klibanski. "La frequenza di questi controlli dovrebbe variare in proporzione alla gravità del disturbo e delle alterazioni riscontrate", continua. Uscire dall’anoressia può, di fatto, agire positivamente sulla maggior parte delle complicazioni, fatta eccezione della perdita di massa ossea. Infatti, come aggiunge la Klibanski, molte donne anoressiche non recuperano questo deficit, e possono avere conseguenze che persistono anche dopo miglioramenti dell'anoressia.
Bibliografia. Misra M, Aggarwal A, Miller KK, et al. Effects of Anorexia Nervosa on Clinical, Hematologic, Biochemical, and Bone Density Parameters in Community-Dwelling Adolescent Girls. Pediatrics 2004;114;1574-1583.

stress

ilgiornaledivicenza.it Lunedì 13 Dicembre 2004
Settimana di prevenzione
Disturbi sessuali In aumento i casi dovuti allo stress
Crescono disfunzioni e ansia

(f. p.) Vicentini superattivi nel lavoro e sempre più disturbati nel sesso. L’equazione - secondo il primario di urologia prof. Andrea Tasca - non fa una grinza: lo stress è nemico giurato dell’amore. Il logorio di una vita ad alta competizione genera insicurezza, la defaillance amplifica la disistima e si entra in un circolo vizioso. Le ripercussioni sono evidenti. Aumentano i casi di disfunzione erettile fra le persone di mezza età ma anche fra i giovani. Eiaculazione e detumescenza precoci, ansia da prestazioni provocano problemi di coppia e il ricorso all’andrologo, anche se permangono reticenze e paure (spesso - spiega Tasca - sono le donne a spingere il partner in difficoltà al check-up specialistico) diventa sempre più frequente. L’aiuto di Tasca, il dott. Giuseppe Abatangelo, che segue in prima persona, assieme a un endocrinologo e a uno psicologo, l’ambulatorio di andrologia del S. Bortolo, vede una quindicina di vicentini la settimana, e la lista di attesa è lunga un mese. Infertilità, varicocele, e disturbi della sfera sessuale che possono essere di ordine organico, funzionale o psicogeno, le principali richieste di Sos. E da oggi fino a venerdì chi soffre di questi problemi e non ha avuto mai il coraggio o la voglia di andare dal medico può rimediare. L’occasione la offre la settimana della prevenzione andrologica promossa dalla Sia, la società italiana scientifica del settore, alla quale aderisce il reparto del prof. Tasca. Chiamando la segreteria al numero 0444-993849 (solo al mattino) si può prenotare una visita gratuita per capire perché la propria sessualità sia in crisi. Lo scorso anno, l’iniziativa - giunta alla quarta edizione - consentì di diagnosticare una serie di patologie congenite o acquisite che limitano la funzione sessuale, come la flogosi, il diabete, il colesterolo alto, l’ipertensione, l’insufficienza renale o anche uno stato di depressione. Ad avere problemi importanti sono le persone che hanno subìto interventi chirurgici demolitivi al piccolo bacino, al retto o alla prostata, ma ci sono pure i neurolesi, per lo più giovani, che restano paralizzati. Le soluzioni principali sono tre: la psicoterapia per scoprire dove si è inceppato il meccanismo, il supporto farmacologico, l’iniezione di prostaglandina, e, come extrema ratio, la protesi.
L’urologia vicentina è in Italia uno dei centri di eccellenza della chirurgia protesica. Lo scorso anno sono ricorse a questo "rimedio" 15 persone, il numero massimo consentito dalla Regione, visto che una protesi costa ben 10 mila euro. E per quest’anno la lista, 10 pazienti, è già esaurita. In grande aumento anche il consumo di farmaci delle tre famiglie del Vardenafil, del Saldenafil e del Tadalafil, più note come Viagra, Chalis, e altre pillole del genere, che hanno bisogno di ricetta medica e non sono mutuabili. «Anni fa - commenta Tasca - si faceva fatica a prescriverle. Erano tabù. La gente le considerava un’offesa alla propria virilità. Ora, invece, la domanda è alta. Si è tentato anche di demonizzarle, e invece sono sicure. Si possono prendere con tranquillità. Sono vietate solo ai cardiopatici che usino nitroderivati».

Repubblica 14.12.04
Gli andrologi: a causa dei pochi rapporti
Uomini, in aumento i problemi sessuali

ROMA - Meno desiderio e più problemi a letto per il maschio italiano che lamenta scarsi rapporti: il 52,7% ha 1-2 rapporti al mese, solo il 20% 2-3 alla settimana. I dati sono della Società italiana di andrologia che, in collaborazione con l´Istituto Mario Negri di Milano, ha coinvolto in una ricerca 20 mila uomini fra gli 11 e i 70 anni. Da questa analisi emerge che il 21,4% soffre di eiaculazione precoce e il 26,4% di disfunzione erettile.

sinistra
Fausto Bertinotti

una segnalazione di Noemi Ghetti

Corriere della Sera lunedì, 13 dicembre, 2004
Regionali, Bertinotti pronto allo strappo
Il leader prc, in difficoltà nel partito, vuole disertare il vertice dell' Alleanza: qui decidono tutto Ds e Margherita
Pressing di Fassino e Prodi per convincerlo. Ma lui: al mio congresso non posso presentarmi in queste condizioni
di Meli Maria Teresa

ROMA - «Questa corsa è lunga, molto lunga, forse anche troppo lunga: un anno e mezzo...». Le apprensioni affidate da Romano Prodi ad alcuni leader del centrosinistra appaiono più che giustificate. Essere costretti a una campagna elettorale che durerà mesi e mesi, giacché, di fatto, si è già aperta, e, nel contempo, tentare di metter pace dentro una coalizione ancora non ben rodata, può essere logorante. Basti pensare alla giornata che attende oggi Prodi per rendersene conto. Fausto Bertinotti è intenzionato a non partecipare al vertice della Gad che si terrà nello studio (finalmente ristrutturato) dell' ex presidente della Commissione europea. Salvo tentativi in extremis da parte del Professore per convincere il segretario di Rifondazione a cambiare idea, stamattina, al suo posto, dovrebbe esserci il capogruppo del Prc alla Camera Franco Giordano. E' altamente probabile che fino a stamattina (il summit è per mezzogiorno) il "pressing" di Prodi e di Piero Fassino nei confronti di Bertinotti sarà fortissimo. Nel frattempo, per evitare di amplificare i problemi dell' Alleanza, si è comunque deciso di giustificare ufficialmente quest' assenza con un "classico" della politica italiana. Se il leader del Prc insisterà sulla sua posizione si dirà che Bertinotti aveva «precedenti impegni». La realtà è ben diversa. E non sono in gioco solo le beghe delle candidature alle Regionali: la posta è più alta. Tant' è vero che anche se alla fine il segretario del Prc dovesse cedere alle insistenze di Prodi ciò non significherebbe che la situazione si è sbloccata. Perché il problema è di quelli non da poco. Formalmente tutto si riduce alla richiesta di Bertinotti di candidare Niki Vendola in Puglia. E al conseguente "altolà" di Massimo D' Alema. Secondo il presidente della Quercia, infatti, occorre scegliere un personaggio con maggiore "appeal" e non dare per scontato che in Puglia si perde. D' Alema ha parlato a lungo di questo problema con lo stesso Prodi nell' incontro che i due hanno avuto la settimana scorsa a Roma. Derubricare la contesa in atto a una questione di poltrone, però, sarebbe improprio. Il problema è un altro. Ed è da giorni che Bertinotti cerca di spiegarlo all' ex presidente della Commissione europea. «Non è che io sto in questa alleanza perché non so dove andare o con chi andare - è il ragionamento del leader di Rifondazione -. Io ci sto convinto, ma allora deve essere chiara una cosa: le decisioni non possono essere prese solo dai Ds e dalla Margherita». Lo stesso vale per i candidati alla presidenza delle Regioni: non possono appartenere esclusivamente a questi due partiti. «In più - ed è l' altra riflessione che fa Bertinotti - io ho il congresso e non posso presentarmi a un appuntamento del genere a queste condizioni». Già. La linea del leader, sebbene per motivi opposti, viene contestata dalle diverse minoranze del partito e anche da una fetta della sua stessa maggioranza. Senza contare che Prodi non è certamente il "candidato ideale" dell' elettorato del Prc. Persino il neo direttore di Liberazione Piero Sansonetti, domenica, ha definito «arretrato» il discorso del candidato premier della Gad al Palalido. Perciò un Bertinotti al congresso che si presentasse a mani vuote, con il "candidato" Vendola bocciato dagli alleati, rischierebbe molto. Rischierebbe addirittura di perdere le assise (visto che attualmente ha con sé sicuramente solo il 53 per cento circa del partito). Un esito del genere, per la Gad, sarebbe una rovina. Con un altro segretario e un' altra Rifondazione - posizionata sulla linea dell' opposizione dura e pura e poco incline a un' alleanza programmatica con le altre forze del centrosinistra - diventerebbero problematiche non solo le elezioni regionali, ma anche quelle politiche. Dunque, quello di Bertinotti è un nodo che in qualche modo va risolto. Certamente non con l' offerta di una manciata di vice presidenze regionali. Questo tentativo è già stato fatto sia da Prodi che da Fassino, ma il segretario di Rifondazione ha risposto con un «no grazie». Anche Franco Marini si sta adoperando per risolvere la questione. L' ex segretario del Ppi è convinto che «occorra dare la Puglia a Vendola», anche perché altrimenti il Prc non appoggerà i candidati del centrosinistra in Abruzzo e in Piemonte. Un punto a suo favore, però, Bertinotti lo ha segnato. Il nuovo simbolo della Gad sarà sprovvisto dell' Ulivo. La scelta, infatti, dovrebbe cadere sulla colomba disegnata da Folon. [...]

Oscar Niemeyer

una segnalazione di Sergio Grom

Corriere della Sera 12.12.04

NIEMEYER
Intervista esclusiva con il leggendario architetto
"Ho costruito forme morbide come corpi di donna"
intervista di Stefano Bucci

L'ultima cosa che viene in mente, parlando con Oscar Niemeyer, è che l'architetto che creò Brasilia sta per compiere 97 anni essendo nato il 15 dicembre 1907 a Rio de Janeiro. Perché, anche davanti all'interlocutore più agguerrito, sembra essere sempre e solo lui a condurre il gioco.
Così, nel suo piccolo studio affacciato sull'Avenida Atlantica, è lui che sceglie di parlare in francese ("in inglese rischierei di fare troppi errori") o che chiede di avvicinarsi di più alla sua sedia ("comincio ad essere un po' sordo"). E' ancora lui che a pranzo, dopo un involtino alla carne e un gelato all'avocado, domanda di Kakà e racconta della passione per il cinema di Visconti, Pasolini, Scola. Ed è sempre lui che mostra con orgoglio i suoi progetti vecchi e nuovi: dal Museo d'arte contemporanea di Niterói al Caminho che a Rio prenderà il suo nome, dal Memoriale dell'America Latina di San Paolo al palazzo per il governatore di Minas Gerais, dalla Mondadori di Segrate al Memorial Oswaldo Aranha di Alegrete. Passando naturalmente per un sogno chiamato Brasilia, più o meno realizzato secondo alcuni critici, al quale Niemeyer ha lavorato come "soprintendente tecnico" dal 1956.
Oscar Ribeiro de Almeida de Niemeyer Soares, questo il suo nome per esteso, non è però un uomo arrogante. Tutt'altro. E questo nonostante tutti i suoi premi (Praemium Imperiale, Pritzker, Riba) e nonostante la celebrità ("è come Pelè", è il minimo che ci si sente rispondere chiedendo di lui). Tanto che è lui stesso a rispondere al telefono ed è lui a riceverti, minuto ma elegantissimo nella camicia bianca con le cifre ON ricamate e le lucidissime scarpe marroni (sul tavolo c'è un flacone di Chanel pour homme), in uno studio microscopico tappezzato di tantissimi libri. Compreso il suo E agora? (E ora?) da poco uscito in Brasile: un racconto breve, e non un trattato di architettura, in cui Niemeyer narra la storia di Lucas, "un combattente di mille battaglie", un vecchio comunista che è quasi un suo alter ego e ch ha scelto come lui "di non rassegnarsi mai davanti alle brutture della vita".
D'altra parte come non credere nella vena sovversiva dell'architetto dal momento che uno dei pochi decori di queste stanze con vista sulla spiaggia di Copacabana è una sua massima incisa sui muri che recita "quando la miseria si moltiplica e la speranza fugge dall'uomo, è tempo di rivoluzione"? Una rivoluzione legata "al rifiuto di ogni forma di capitalismo" e che finisce per tradursi persino nel rigore degli arredi di Casa Ypiranga: poche poltrone di cuoio nero con tanto di pouf poggiapiedi, una chaise longue, una sedia a dondolo di metallo, in tavolo semplicissimo. Tutto firmato Niemeyer.
Lei ha sempre detto che la vita è molto più importante dell'architettura.
"La vita può cambiare l'architettura e non viceversa. L'architettura è soltanto uno dei tanti tasselli che compongono l'esistenza dell'uomo. Al pari dell'arte, della letteratura, della musica, della scienza o della politica".
Per questo lei sostiene che l'architetto non si deve limitare a progettare?
"L'architetto non deve essere solo un tecnico. Deve avere una cultura generale, deve conoscere i classici della letteratura come gli scrittori contemporanei, deve intendersi di Matisse e sapere di filosofia. Il motivo? In questo modo riesce a conoscere l'ambiente che lo circonda".
E la politica?
"Anche la politica è parte della vita dell'uomo. Ed è una parte importante, almeno per me. Una parte che ho sempre vissuto sulla mia pelle: ho conosciuto Castro e ho fatto parte del Partito comunista brasiliano (più volte Niemeyer si è definito "l'ultimo comunista rimasto", ndr), sono stato in esilio a Parigi durante la dittatura militare e continuo a dichiararmi anticapitalista, un tempo ho protestato contro la guerra del Vietnam e oggi sono contro tutte le guerre".
Della guerra in Iraq cosa pensa?
"Bush ha invaso un Paese, lo ha oltraggiato e continua a oltraggiarlo. Questo per me è inammissibile. Ma la rielezione di Bush dimostra anche come siano ormai gli incapaci a governare il mondo".
Torniamo all'architettura: come giudica i suoi colleghi?
"Penso che ogni architetto sia capace di fare una buona architettura. Certo, quelli che possono dire di aver creato un'opera eccezionale non sono tanti, ma è un discorso che vale per tutte le forme della creatività: non tutti possono avere la capacità di progettare la chiesa di Conchamp come ha fatto Le Corbusier, dipingere Guernica come Picasso o elaborare la teoria della relatività come Einstein".
Ha conosciuto e lavorato con Le Corbusier. Che ricordo ne ha?
"Un maestro, anche se condividevo certe sue scelte.Umanamente era invece molto sfuggente e non abbiamo legato molto".
Chi sceglierebbe come modelli?
"Palladio e Alvaar Aalto sono stati fondamentali nella mia formazione".
Soltanto loro?
"No, anche l'invenzione del cemento è stata per me altrettanto fondamentale".
L'hanno spesso definita "razionalista sensuale". Perché?
"Non ho mai amato le linee rette e neppure gli angoli rigidi e inflessibili creati dall'uomo: li trovo innaturali. Sono sempre stato attratto dalle forme morbide e fluttuanti. Per questo i miei progetti nascono spesso da una forma curva come è curva la silhouette di una bella donna. Dunque un tratto semplice ma anche sensuale. Forse da questa miscela nasce l'idea del razionalista sensuale".
Che ricordo conserva del cantiere per la Mondadori di Segrate...
"Quella con Giorgio Mondadori è stata una bellissima esperienza, anche dal punto di vista umano. All'inizio non era quello che Mondadori avrebbe voluto, ma poi il risultato finale l'ha convinto".
Quando si parla di lei, impossibile non pensare subito a Brasilia. Come vede oggi quel progetto?
"Come un sogno realizzato: il sogno di dimostrare che il Brasile poteva essere capace di fare grandi progetti, di creare addirittura una città. Certo, anche i sogni possono dare problemi. E i problemi a Brasilia sono quelli, ad esempio, di edifici che si degradano o di una manutenzione difficile. Ma direi che può andare bene così".
Ma il Brasile non è solo il sogno di Brasilia...
"Oggi è anche violenza e povertà. E' un Paese di grandezze e di miserie, il Paese di Ipanema e delle favelas. E' un Paese per il quale bisogna continuare a combattere senza arrendersi mai. Anche se forse, davanti a questa realtà, viene da pensare che il progetto messo in pratica da Fidel Castro a Cuba sia l'unico che abbia dato risultati positivi. Almeno in tutto il Sudamerica".
Perché ha votato Lula?
"In realtà avevo scelto Ciro Gomes, ma non aveva alcuna possibilità di diventare presidente. Così ho ripiegato su Lula, che però mi sembra che si stia muovendo bene. E così, come dice Lucas il protagonista della mia novella E agora?, la rivoluzione per ora può attendere".
Dell'Italia cosa pensa?
"Un bellissimo Paese soprattutto perché in Italia ho tanti amici (d'origine italiana era anche Annita, la moglie di Niemeyer scomparsa all'inizio di ottobre, ndr)".
E della sua architettura?
Meglio quella classica, del Palladio, appunto".
A gennaio si deciderà la sorte del suo auditorium per Ravello, un progetto che ha suscitato molte polemiche...
"Credo che ci siano state incomprensioni. Continuo a giudicarlo un buon progetto, ma il modo con cui è stato sviluppato non è esattamente quello che pensavo".
Architetto, cosa si prova a essere definito un maestro?
"Niente. Continuo ad andare in studio tutte le mattine alle dieci e a progettare come ho sempre fatto, ma continuo anche a leggere, disegnare, scrivere".
Ma il suo studio nonostante i tanti lavori in corso non è poi così grande...
"E perché mai dovrebbe esserlo? Per progettare basto io".

lunedì 13 dicembre 2004

le opere di Domenico Fargnoli a Firenze
arte e sanità umana, Massimo Fagioli, Analisi collettiva

ricevuto da Eros Cococcetta

L'Unità 11 Dicembre 2004
edizione nazionale, "orizzonti", pag. 25

A Firenze una mostra che mette insieme psichiatria e arte: l’artista è uno psichiatra che studia le relazioni tra psiche e espressione

L’«uomo nuovo» dipinge con la mente
di Gianni Caverni
l'articolo è corredato dall'immagine di un'opera di Domenico Fargnoli, chi volesse ricevere nella propria casella di posta il .pdf dell'intera pagina dell'Unità, può richiederla con una e.mail. Ndr
"È ormai da troppi anni che è diffusa la convinzione che la malattia mentale favorisca il lavoro creativo, non è vero: la schizofrenia è l’opposto della creatività": lo dice Domenico Fargnoli, psichiatra ed artista, che abbiamo incontrato a Firenze, alla vigilia della chiusura della sua mostra alla galleria Via Larga, mostra che segue quella che si è tenuta in settembre nei Magazzini del Sale a Siena.
I suoi grandi vivacissimi quadri si rincorrono coprendo tutte le pareti in un allestimento che volontariamente somiglia all’accatastamento. Qui parte delle superfici dipinte possono anche essere nascoste, forse sottintese, da un altro lavoro che sta sopra. Sculture ed installazioni contribuiscono ad affollare i non grandi spazi della galleria. Ferro, materia plastica, collage, vigorosi ed insistiti segni tracciati con grandi pastelli ad olio mostrano un mondo nel quale il caos non appare inquietante.
Homo novus Novus homo - Psichiatria e arte 2004 è l’impegnativo titolo della mostra; ne chiediamo ragione a Fargnoli: "La mostra fa riferimento a contenuti nuovi che sono emersi grazie alla ricerca psichiatrica. Vuole essere espressione di sanità, fonte primaria per l’espressione artistica, contro l’idolatria della patologia".
Psichiatra a Siena e Firenze, Fargnoli si è formato professionalmente nell’ambito teorico dell’analisi collettiva di Massimo Fagioli ed è redattore della rivista di psichiatria e psicoterapia Il sogno della farfalla.
"Bisogna distinguere fra assistenza e cura in psichiatria - precisa Fargnoli -, la cura è la trasformazione completa nella direzione di un modo nuovo di essere uomo, il passaggio fondamentale è l’analisi collettiva attraverso setting di grandi gruppi. È possibile un nuovo modo di pensare come è possibile la prassi della non violenza: il problema più grosso è l’anaffettività".
Tornando alla pittura "è un grave errore, molto diffuso purtroppo, assegnare potere terapeutico alla pratica artistica, è vero il contrario, l’arte è espressione di una condizione sana nella quale la creatività trova terreno fertile: uno dei grandi meriti di Fagioli è stato l’aver collegato una nuova concezione della mente umana ad una nuova concezione dell’arte".
Da poco più di un anno www.senzaragione.it è il sito dell’associazione culturale omonima che raccoglie intorno a Fargnoli una quarantina di persone, architetti, artisti, psichiatri e comunque chi sia interessato ai temi dell’arte e a "contribuire alla diffusione dei risultati condotti dalla scuola romana di psicoterapia e psichiatria nella ricerca sulla realtà psichica ed in particolare tra quest’ultima ed i suoi rapporti con l’arte", come si legge nel primo tra i fini sociali indicati nel suo statuto. Un anno di vita, 12.000 presenze, questi i numeri del sito nel quale il lavoro artistico e non di Fargnoli ha un ruolo importante. Nel libro che accompagna la mostra una buona parte è dedicata al forum nel quale molti sono stati gli interventi che si sono articolati intorno a capitoli come La trasformazione, il passato non ritorna oppure Psichiatria e poesia, ricerca del dialogo o infine Il mercato dell’arte, le opere d’arte e il loro commercio": numerosi, ripetuti e spesso appassionati gli interventi.

Livia Profeti
«Dalle bandiere arcobaleno ad un nuova identità»

fondazionedivittorio.it 10.12.04
Dalle bandiere arcobaleno ad un nuova identità
Alla ricerca di nuovi valori.
di Livia Profeti



Se è vero che la recente conferma elettorale di Bush - in una contesa che Vittorio Zucconi ha definito la prima “elezione globale” della storia - ha reso se possibile ancor più difficile la situazione di quel composito movimento mondiale che ha cercato di opporsi al concetto di guerra preventiva, è anche vero che questo infausto evento sembra aver avuto una sorta di effetto “risveglio” sul pensiero di sinistra, il quale da troppi anni appariva come crollato insieme al famoso muro.

Recentemente infatti si può cogliere da più parti la denuncia della necessità di nuovi valori in grado di rinnovare quanto meno la passione politica, alcuni però si spingono oltre e ritengono che per poter efficacemente contrastare un’ideologia di destra fondata sulla saldatura tra liberismo sfrenato e fondamentalismo cristiano, la vera sfida che la sinistra ha di fronte è la ricerca di un nuovo pensiero teorico, pena la propria scomparsa in un mondo dominato da questa nuova ideologia.
Anche se con ritardo quindi, almeno una parte della nostra classe politica sembra ora reclamare l’esigenza di una politica dei valori, cioè elementi “passionali”, coniugati però con una ricerca teorica la cui ipotesi attualmente più consistente è che sia il valore della non-violenza a poter costituire il punto di partenza per l’elaborazione di altri valori, i quali siano in grado, senza rinnegare l’originario sogno di trasformazione della società, di riformare, se non addirittura “rifondare” l’identità teorica della sinistra.
In verità quel grande movimento di opinione, forse l’espressione più avanzata del senso comune civile occidentale, aveva cercato di far comprendere in molti modi l’importanza politica della propria idea della non-violenza troppo spesso bollata come velleitaria e utopica, ma il motivo della lenta comprensione da parte della “politica di professione” e di molti intellettuali al suo contorno probabilmente non è una semplice sordità, ma forse affonda le sue radici in una reale difficoltà di separazione da una forma di pensiero che proviene dal razionalismo scientista di un materialismo storico per il quale le dinamiche storico/sociali potevano essere indagate solo dal punto di vista economico, negando di conseguenza l’importanza di qualsiasi valore non materiale relegato all’ambito “sovrastrutturale”.
In ogni caso però il nascente tentativo attuale è comunque di grande interesse, perché se moltissime persone continuano comunque a “sentirsi” di sinistra nonostante il palese fallimento storico del comunismo e lo stato di evidente difficoltà dei nostri vari partiti politici, una ragione di questo senso di identità ci deve pur essere, e forse non è solo storica, ma affonda le sue radici
in un modo di essere, in determinati “valori”. Quali essi siano, se vadano solo compresi o anche scoperti, questa è probabilmente la grande sfida di una sinistra che nel suo cuore, oltre che nella sua testa, continua pervicamente a sentirsi tale.

Una sfida di grande complessità perché le questioni in ballo sono enormi e rischiano di spaventare. Solo per fare qualche esempio esse spaziano da considerazioni quali: come può un’espressione di negazione e privativa come la “non” violenza assumere al contrario il significato costruttivo di un’“azione” politica? Il concetto di “rivoluzione” deve sparire o può trasformarsi se si assume la non-violenza come valore fondante? Qual è la vera natura della violenza e della non-violenza? Esiste solo la violenza dell’oppressione materiale nelle sue varie forme oppure si può parlare anche di una violenza in qualche modo immateriale come quella di una “cultura violenta”, di relazioni tra i due tipi? Può la politica assumere elementi come i valori, tradizionalmente connotati negativamente in quanto irrazionali, senza contemporaneamente mettere in discussione questa stessa connotazione negativa?
Per mettere arbitrariamente e temporaneamente fine all’elenco forse un contributo potrebbe consistere proprio in una riflessione sui valori in quanto tali, perché se la sinistra è da questi che vuole ripartire non può esimersi da una riflessione sulla loro natura e sulla loro presenza nella vita umana.
In tale direzione ritengo che un primo stimolo possa provenire dalle teoria della razionalità di Max Weber, nella quale i valori (o fini in sé) ovvero le passioni, gli affetti, i desideri, gli ideali, le fedi religiose, ecc., hanno infatti un’importanza cardinale e sono elementi completamente irrazionali.

Secondo il fondatore della sociologia il comportamento umano “normale” si svolge per realizzare il perseguimento dei propri valori soggettivi, con pochi calcoli sulle conseguenze che ciò comporta perché questi sono ciò che dà senso alla propria vita e quindi è data loro una validità pressoché incondizionata. Questo primo tipo di “razionalità” detta gli scopi al secondo tipo, quella strumentale, la quale è più “calcolatrice” perché per raggiungere tale scopo si orienta valutando in modo maggiormente oggettivo i mezzi necessari e le loro conseguenze.
Sui valori la razionalità non ha alcun potere né di comprensione né di dominio, anche se essi non sono, in linea di principio, qualcosa di assolutamente inconoscibile in sé. Nell’impostazione weberiana il termine “irrazionale” - elemento perturbante dell’ideale razionalistico dell’agire umano - muta il suo significato tradizionale perché esso non è più qualcosa in cui la razionalità è “carente”, ma qualcosa di assolutamente diverso da essa e più significativo per la vita umana.

Nel rapporto tra valori e razionalità questa appare piuttosto “declassata” rispetto alla Ragione illuministica, perché non soltanto essa non è ciò che definisce un essere umano né i suoi processi storici, ma non è neppure il presupposto della comprensione, perché il comportamento interumano non è interpretabile esclusivamente in senso razionale.
Questa apertura di Max Weber alla dimensione irrazionale si conclude in realtà in modo abbastanza pessimistico, perché sebbene egli sostenga che non è la ragione ma sono i valori a determinare le scelte etiche positive, le dinamiche tra questi sono però caratterizzate da una “lotta” in cui ciascun valore tende ad assumere una posizione di nietzscheana potenza rispetto agli altri, intrinsecamente violenta. Mettendo tra parantesi queste conclusioni che risalgono ormai ad un secolo fa, ciò che è particolarmente interessante delle analisi weberiane non è solo la messa in evidenza del carattere irrazionale dei valori senza la mostrificazione di questo carattere, ma soprattutto la pericolosità dell’agire umano quando questo carattere viene meno. In altri termini, per Max Weber un atteggiamento umano orientato ai valori “può” essere violento, ma un altro in cui i valori siano completamente assenti “sicuramente” lo è, come viene esemplificato con la cosiddetta legge della razionalità crescente, che l’autore considerava un attributo centrale della modernità e che prende corpo a partire dal famoso saggio L’etica protestante e lo spirito del Capitalismo.
Com’è noto in questo saggio viene sostenuto che l’antenato storico della moderna accumulazione infinita di capitali è l’angoscia protestante di vivere in un mondo nel quale non è più possibile “conquistare” la salvezza mediante il comportamento, e quindi il successo economico diventa una forma di consolazione perché interpretato in termini di elezione divina, presagio di beatitudine eterna. Con ciò l’etica protestante imprime un’accelerazione alla svalutazione cattolica del rapporto dell’uomo con il mondo, in quanto oltre all’esistenza terrena ciò che perde valore è anche l’azione umana. In questa nuova condizione esistenziale il legame per così dire “sano” tra valori e razionalità strumentale si allenta, iniziando un processo che si realizzerà compiutamente nel capitalismo moderno, nel quale, scomparso il valore (in questo caso religioso) che animava l’etica calvinista, la ricerca del profitto diventa fine a se stessa, ovvero un semplice scopo finisce con l’assumere il significato di un valore.
Si verifica cioè la famosa inversione dei fini e dei mezzi, e questo determina un predominio di razionalità strumentale nell’agire sociale con conseguente crescita di insensatezza, perché la razionalità strumentale non può essere fine a se stessa, ma deve trovare il suo “senso” fuori di sé, ovvero nella sfera dei valori extra-razionali. L’affermarsi di questo tipo di mentalità è la celeberrima “gabbia di durissimo acciaio” in cui l’evoluzione della cultura occidentale avrebbe finito con il rinchiudere lo stile di vita degli individui, come Weber aveva preconizzato già nel 1901 nel finale del saggio citato.

L’incapacità attuale della “politica di professione” di elaborare progetti che siano in grado di suscitare passioni ha molto a che fare con queste riflessioni weberiane, e l’importanza politica del senso comune avverso a formule astratte e distanti dal sentire quotidiano è stata ben compresa ad esempio dal Berlusconi nostrano, e si è rivelata fondamentale per la sua ascesa. Nel vuoto ideale conseguente alla fine del bipolarismo e nella riduzione della politica a strategie puramente razionali Berlusconi ha avuto la fredda capacità di convogliare la componente passionale degli elettori verso una sorta di sogno. Il problema non è stato tanto nel metodo, quanto nella natura di questo sogno, che sembra essere uscito dal “candido avorio che avvolge d’inganni la mente” piuttosto che “dal lucido corno che virtù incorona”, come ci insegna Omero.
In altre parole, meno poetiche, la politica di Berlusconi non è realmente quella dei propagandati valori di semplicità, schiettezza e persino bontà con la quale egli ha inizialmente sedotto la passionalità di molti dei suoi ingenui elettori. I reali valori di questi - che si può definire ingenui quanto si vuole ma l’ingenuità non è un torto - sono stati lucidamente usati come mezzi per raggiungere weberianamente altri scopi, ma non reali valori. Se la sinistra vuole essere radicalmente diversa da questo brutto gioco di prestigio di breve durata deve cercare e rivendicare i propri valori in modo pulito, rifiutandone nettamente l’uso di stampo berlusconiano.

Per quanto riguarda invece un’idea possibile su “quali” valori c’è un aspetto dell’analisi weberiana che colpisce in senso problematico: se un comportamento sociale freddamente razionale, privo di tensioni morali, si afferma come conseguenza della scomparsa di valori irrazionali, come è possibile che storicamente tale progressiva scomparsa sia scaturita proprio da una mentalità come quella calvinista della quale tutto si può dire tranne che fosse carente di valori, in quel caso religiosi? C’era qualcosa in quei valori stessi che può avere in qualche modo aperto la strada alla loro sparizione?
La questione non è di facile soluzione, l’unica ipotesi che mi sento di avanzare è che tale scomparsa nell’affermarsi della mentalità capitalista sia stata facilitata dalla ulteriore separazione protestante, ancora più netta rispetto all’etica cattolica dalla quale pur deriva, tra la razionalità/materialità dell’azione umana e l’irrazionalità/immaterialità del valore che secondo Weber deve orientarla. E’ come se un irrazionale che nega i suoi legami con la concretezza dell’esistenza umana, pur se presentissimo, contenga in nuce il germe della propria sparizione, oppure, detto altrimenti, forse questo irrazionale non è così nettamente diverso e altro dalla razionalità da non rischiare di perdersi in essa.
Chi non è religioso non pensa che i valori morali siano esclusivo appannaggio della religione, però questa è l’unica forma di irrazionalità sinora tollerata dalla nostra cultura razionalistica, anche se in un precario equilibrio da “separati in casa” che rischia sempre di rompersi perché in passato (ed anche nel presente) questo irrazionale è spesso in contrasto con quella esigenza di libertè della quale possiamo approfondire il senso finché si vuole, ma dalla quale non possiamo indietreggiare. Il valore della non-violenza non sembra in contrasto né con la libertà né con le altre sue due sorelle francesi, ma potrebbe essere anche radicato nella materialità umana in modo tale da svilupparne le potenzialità “etiche” anziché facilitarne la sparizione? La ricerca è appena iniziata, ma se dovessi necessariamente pronunciarmi io opterei per il si.
Livia Profeti.
10 Dicembre 2004
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citato al Giovedì e al Palazzo dei Congressi
Immanuel Kant e la natura umana...

Repubblica 7.12.04
Lezioni su guerra e pace
IL DECISIVO INFLUSSO DI HOBBES
Un decennio cruciale per l'evolversi del pensiero
di MAURO VISENTIN

L'inedito di Kant, che viene qui in parte anticipato , è senza dubbio riconducibile al suo pensiero antropologico per quanto riguarda i contenuti che espone, ma nella sua materialità è costituto dall'elaborazione degli appunti di alcuni studenti del corso di antropologia che egli tenne per oltre trent'anni presso l'università Albertina della Pomerania orientale.
Queste Lezioni kantiane (curate da Gerardo Cunico che le ha antologicamente raccolte in un volume, edito da Diabasis, con il titolo Guerra e pace: politica, religiosa, filosofica, 1775- 1798) abbracciano un decennio cruciale per l'evoluzione del pensiero kantiano: quello che gravita intorno alla pubblicazione della Critica della ragion pura. Anni occupati, certo, da un'intensa riflessione sui problemi della conoscenza, ma, come dimostrano questi corsi di antropologia, anche da un lavorio ininterrotto sulle questioni del male, della natura e della destinazione ultima dell'uomo.
La cosa che forse colpisce di più, qui, è l'accentuazione del motivo, notoriamente caro a Kant, dell'«insocievolezza» in un senso quasi hobbesiano. Al punto che, nel corso del 1775-76, non si saprebbe dire se prevalga l'influenza di Hobbes (mai espressamente citato) o quella, generalmente ritenuta decisiva dai critici, di Rousseau. Per l'uomo, vi si dice, non c'è animale altrettanto temibile e pericoloso dell'uomo stesso. Il male e la tendenza ad aggredire i suoi simili gli sono connaturati. Perciò, sorge la società civile: per proteggere e difendere la vita e la proprietà dei singoli.
Così da un male nasce un bene e si può anzi credere che tutto questo sia frutto di un disegno provvidenziale. Solo a partire dal secondo corso si delinea con più precisione l'idea che l'animalità e la naturalità allo stato puro siano rousseauianamente prive di conflitti e che questi nascano dalla contaminazione, nell'uomo, della natura animale con la libertà e la ragione, cioè siano un prodotto sociale, il prodotto di una socialità non ancora compiutamente moralizzata.
Nello stesso tempo, essi sono però anche il pungolo che spinge l'umanità proprio verso la moralizzazione della costituzione civile, quindi verso il superamento di tutti i conflitti e verso una completa uguaglianza (non si comprende se e quando realizzabile).
Insomma, quasi una filosofia della storia hegeliana avant la lettre, caratterizzata da una natura originariamente armonica che si scinde in due poli contrapposti - animalità e spiritualità - e che torna, proprio in virtù del loro contrasto, a ricomporsi alla fine dei tempi.

Repubblica, stessa pagina:
L'uomo selvaggio e l'uomo spirituale
Pubblichiamo alcuni frammenti da un corso di antropologia inedito in italiano che prendono spunto da Rousseau
Il difficile cammino dell'umanità condizionata dalle origini ferine verso un futuro sconosciuto di riscatto culturale
La malvagità sta nella natura, nell'ostilità contro i propri simili
È impossibile scoprire in che modo la provvidenza ci salverà dalle guerre
di IMMANUEL KANT

L'uomo in quanto animale è un animale assai insocievole.[...] L'uomo può ben guardarsi da tutti gli animali, una volta che conosca la loro natura e il loro comportamento, ma non dal suo simile, perché questo è una creatura astuta [...] può presentarsi come amico e tuttavia agire da malvagio, è capace di fingere e di celarsi e di inventare sempre nuovi modi di rendersi pericoloso per gli altri.[...] Tra le specie animali l'uomo non va annoverato tra gli animali rapaci. [...] Ma a riguardo della sua propria specie, a riguardo degli altri uomini, egli va senz'altro considerato un animale rapace, in quanto è diffidente, violento e ostile contro i suoi simili. [...] Questa malvagità sta nella natura di tutti gli uomini. Ma poiché questo è un ordinamento universale della natura, sebbene miri immediatamente a qualcosa di male, deve pure avere mediatamente uno scopo.[...] Lo scopo della Provvidenza è «questo»: Dio vuole che gli uomini popolino tutta la terra. [...] Il mezzo migliore per favorire ciò è l'insocievolezza, la gelosia e la discordia a riguardo della proprietà. Questo ha separato gli uomini gli uni dagli altri e li ha sparsi su tutta la terra.[...]
Inoltre, quando gli uomini abitano gli uni accanto agli altri e hanno cominciato a coltivarsi, quando si sono innalzati dai semplici bisogni della natura ai bisogni artificiali, allora inizia la proprietà e allora gli uomini finiscono sempre per cadere in una guerra. [...] Per natura nessuno è sicuro della sua proprietà, in quanto, se l'uno recinge per sé un «certo» terreno e si procura «così» frutti e ortaggi, ecco venire un altro, che non si è dato alcuna fatica per questo, ma che ha voglia di questi frutti e glieli strappa, se è più forte di lui.[...] Se dunque si vuole avere una proprietà, si deve avere protezione e sicurezza.[...] Pertanto deve essere instaurato un diritto congiunto a forza. Grazie a che cosa è dunque sorta la costituzione più civilizzata tra gli uomini? Grazie alla malvagità della natura umana. [...] Il male è qui la fonte del bene.[...] Da una parte dunque la natura ci ha destinato all'animalità, dall'altra invece, ossia a riguardo della perfezione dell'umanità, all'ordine civile. Attraverso l'ordine civile dobbiamo necessariamente recare pregiudizio allo stato di natura.[...]
Dunque la costituzione civile fa violenza all´animalità. [...] Questa è l'importante questione di Rousseau, il quale indaga se il vero stato dell'uomo sia lo stato di natura oppure la costituzione civile.[...] Si è creduto che Rousseau preferisse l'uomo di natura all'uomo dell'arte e la sua opinione sembra effettivamente inclinare dal lato dell'uomo naturale. [...] Ma «l'uomo naturale» è felice e innocente solo in senso negativo: il suo stato non comporta infelicità, ma neppure «positiva» felicità. Il bene in lui non è vizio, ma neppure virtù. [...] Soltanto nello stato civile l'uomo sviluppa i suoi talenti. [...] Lo stato civile ha il vantaggio di poter rendere l´uomo positivamente felice e virtuoso. [...] E qual è il momento dello stato civile perfetto? È l'instaurazione della società [...] di esseri uguali. [...] uno stato di cose che noi non abbiamo speranza di vivere. [...]

***
[...] L'animalità e l'istinto, presi nel loro insieme, hanno luogo negli animali, e sono del tutto buoni, perché qui tutto concorda. Buone sono anche la libertà e la ragione, che dovrebbero aver luogo nell'uomo secondo la sua vera destinazione. Invece l'animalità e la libertà, che si mostrano nello stato selvaggio dell'uomo, sono le fonti degli incentivi di ogni male e la sua origine. L'uomo è una creatura che ha bisogno di un signore, a differenza degli animali. La causa è la libertà e il suo abuso.[...] Ora questo signore l'uomo non può prenderselo che dalla sua propria specie umana, cosa che è una vera sventura per il genere umano, giacché questo signore, che l'uomo sceglie sopra di sé, è appunto anch'egli un uomo che a sua volta ha bisogno di un signore. Qui risiede anche la ragione per cui non è realizzabile una costituzione civile perfetta tra gli uomini.[...].

***
[...] L'uomo è fatto per la società o no? L'uomo non è fatto come l'ape per l'alveare, né è messo al mondo come un animale isolato. Piuttosto ha, da un lato, una tendenza alla società. [...] Dall'altro lato l'uomo ha anche un principio di insocievolezza. [...] Vi sono due punti estremi dei lumi e dei progressi della destinazione umana: (1) lo stato grezzo dell'uomo (lo stato di natura); (2) lo stato accostumato (lo stato di cultura). Lo stato intermedio tra questi due è quello peggiore. Nel primo stato l'uomo era felice in senso negativo, nel secondo sarà felice in senso positivo. Lo stato intermedio tra questi due è il momento del lusso, dell'affinamento, del gusto, della socialità ecc. Pertanto Rousseau ha certo ragione a preferire a questo stato lo stato di natura. Sennonché questo non vale dello stato moralizzato. [...] La vera età dell'uomo potrebbe chiamarsi «solo» l'epoca della perfetta cultura dell'umanità [...]. Quando questa si attuerà, la destinazione animale dell'uomo non sarà più in contrasto con la destinazione spirituale. Insomma, Rousseau nei suoi paradossi ha considerato solo una facciata del foglio. [...] Questo stesso contrasto tra la natura animale e la natura spirituale dell'uomo contribuisce infine ad attuare la destinazione finale dell'uomo. [...] Ogni male morale e ogni male fisico che l'uomo commette scaturisce dallo stato grezzo della natura rispetto all'uso della nostra libertà. Quando gli uomini si strinsero «tra loro in società», sorsero ogni sorta di mali, perché non avevano ancora escogitato le regole con cui limitare la libertà. [...] Nello stato civile l'uomo deve dirigersi in base alla concorrenza della volontà «altrui» [...]. Solo qui possono essere sviluppati tutti i suoi talenti e le sue capacità. [...]
Che un giorno noi raggiungeremo un tale stato di cose in cui il benessere universale dell'intera umanità non verrà più interrotto da guerre e da tante specie di mali [...] tutto questo è certo possibile sperarlo. Ma di quali mezzi la provvidenza si servirà a tale scopo, ci resta insolubile e impossibile da scoprire.[...]

citato al Martedì e al Giovedì
un articolo di Zefiro sull'incontro del 5 novembre

(questo articolo sta circolando per posta elettronica corredato da tre immagini: Massimo Fagioli e Pietro Ingrao, Pietro Ingrao e Fausto Bertinotti, la copertina del dvd sul quale è rappresentato l'evento di Villa Piccolomini; chi non le ricevesse con la posta elettronica può richiederla inviando una e-mail e pazientando un minimo. Ndr)

Zefiro, 30 novembre 2004

Non violenza: un confronto organizzato dalla libreria Amore e Psiche
Sinistra, sinistro, irrazionale
Bertinotti e Ingrao incontrano l'Analisi Collettiva di Massimo Fagioli

di Gloria Gabrielli

"Applausi a scena aperta ieri per il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti e per Pietro Ingrao. Duemila persone..." (Liberazione, 6 novembre). "...Una platea di duemila persone. Una folla richiamata dal tema della non violenza che accoglie l'anziano leader della sinistra e il segretario di Rifondazione comunista..." (Liberazione, 7 novembre). "Un grande evento culturale, un incontro e un confronto di alto valore e spessore politico da cui non sono emerse incompatibilità, anzi convergenze sul tema della non violenza" (Bertinotti, L'Unità, 7 novembre). "...La quantità di chi accorre è stupefacente. In fondo si tratta soltanto della presentazione di un libro pacifista di Fausto Bertinotti. Ritenevamo che l'incontro fosse riservato a pochi curiosi della politica. E invece gli spettatori sono almeno duemila, molti seduti in terra con le loro tecnoscarpette, le pance graziose e gli sguardi attenti, (...) Il segreto si chiama Massimo Fagioli". (Corriere della Sera, 10 novembre).
Questi alcuni dei commenti dei quotidiani dopo l'incontro che la libreria Amore e Psiche ha organizzato il 5 novembre a Villa Piccolomini con i due uomini politici che, dice Luca Bonaccorsi presentandoli, "Hanno lanciato una sfida dirompente nel rifondare la Sinistra in un nuovo pensiero che ha come valore fondante la non violenza...".
Ad accoglierli una "realtà storica innegabile", quella dell'Analisi Collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli. Il segretario di Rifondazione comunista ha subito il fascino del gruppo: "Confesso una grande emozione...".
L'incontro ha preso subito una piega di confronto serrato: "Molti di noi - imposta subito Bonaccorsi - credono non sia solo un fatto fisico ma sul pensiero...". Il segretario di Prc spiega: "Questa idea della non violenza, se non ci fosse stata prima, mi sarebbe venuta alla luce del risultato della vittoria di Bush (...) dovremmo sradicare l'idea del nemico, non ce la caviamo appiattendo l'idea del potere sul capitalismo, devi sottoporre alla critica il potere, non puoi prendere il potere buono per te. Non si dà la non violenza - ha poi specificato - senza la critica, è esercizio della capacità critica altrimenti c'è la passività. La non violenza è il mod più radicale di esprimere la critica all'ordine delle cose esistenti perché sta fuori dal suo linguaggio. L'incontro prosegue con David Armando, ricercatore CNR, che ha proposto alcune riflessioni sul volume "Agire la non violenza", atti del convegno di Rifondazione comunista tenutosi a Venezia in febbraio: "La rivoluzione ha sempre fatto ricorso alla violenza (...) bisogna cercare di mettere insieme i due termini di rifiuto della violenza con una prassi politica (...). Non mi convince l'impostazione pedagogica, dell'educazione del carattere, credo che sia un limite come appello della riflessione attuale di un appello generico di tipo russoviano alla naturale bontà dell'uomo".
L'ingresso di Pietro Ingrao strappa un grande applauso: "Il secolo che abbiamo alle spalle - ricorda Ingrao - dette l'impressione che Hitler avesse vinto. Mi ricordo quando pensavamo tutto perduto. Ora è diverso, però stiamo attenti. Negli Usa ha vinto l'uomo della guerra preventiva. Appena usciamo di qua, ricordiamoci, ricordate alla gente questa paura. Ma anche la speranza: la guerra preventiva, noi, i popoli del mondo non la faremo passare. È questo il mio augurio (...). Parte decisiva della vittoria di Bush è venuta dalle fasce sociali che non sono ricche. Io oggi sono davanti a questa angoscia: i nostri hanno votato l'uomo della guerra preventiva. Mi sento imbarazzato a ricordare queste verità davanti a una platea così calda e direi fidente".
"Senza sogni non si vince - chiosa il segretario del Prc - la non violenza è l'inizio del nostro sogno".
Ma il grande protagonista è stato forse il pubblico. Le domande dell'Analisi Collettiva, incalzanti, hanno posto un confronto stretto e profondo: "Sull'intervista a Vittorio Foa...: perché quando il comunismo finisce, quei valori popolari sono stati un po' ignorati? Come mai chi è stato comunista non rivendica almeno quei valori come valori popolari di grande impegno?". E ancora, su interviste a Ingrao di qualche giorno prima: "Se il dramma attuale è quello di restare di Sinistra, in quest'ultima intervista dici che non si tratta di restare di Sinistra ma ci voglio leggere una rifondazione della Sinistra non una riaggregazione, non è vero onorevole Ingrao?". "Qui ho sentito che in politica la non violenza mira sempre alla conquista del potere, mi pare di avere letto che chi non vuole questo allora fa l'anacoreta come Dossetti o Lazzaretti... a me questo tirarsi fuori dalla società sembra che non corrisponda ad alcuna identità auspicabile". Poi, riferendosi più direttamente allo psichiatra Massimo Fagioli e alla sua prassi: "Qui c'è qualcuno che non ha remore nel definire quello che da quasi tutti viene definito un grande pensatore dell'umanità imbecille, idiota e criminale, la domanda che mi pongo è: quest'uomo è violento? Eppure fisicamente non tocca nessuno. Però vuole distruggere quello che lui chiama idolo falso e bugiardo. Insisto: dove sta la violenza? Nell'idolo falso e bugiardo che vuole insinuare nella mente di tutti che gli uomini sono naturalmente violenti perché figli tutti di Caino o in quest'altro che dice che questa cosiddetta teoria è una truffa? Corrispondentemente tutta una certa cultura che sostiene il primo, nella misura in cui propaga cose false, in special modo sulla realtà umana, è una cultura violenta? È più violenta questa cultura o il padrone della fabbrica? C'è più violenza nel provocare sofferenza fisica o nel distruggere la mente altrui?". "Al convegno di Venezia si è parlato di realtà interna umana... tutti gli orientamenti politici non si propongono di trasformare il mondo, lo fa solo Marx e il comunismo. Invece ho sentito nella nostra ricerca che il mondo, la natura non si deve trasformare, si può al più correggere, ho sentito che chi deve trasformarsi è l'uomo. Sono due impostazioni mentali opposte o non si sono parlati e capiti? Inoltre chi ha trasformato il mondo nel senso della distruzione è stato il capitalismo e questo deterioramento sta accanto alla più totale anaffettività nei riguardi dell'uomo e della sua realtà mentale. Mi sembra che in politica c'è un grande problema: l'uomo non viene mai considerato o meglio non viene considerata la sua realtà interna. Questo dare l'uomo per costituito per cui non deve fare nessuna realizzazione, non è ancora una eredità della bibbia per cui l'uomo è stato creato così com'è e resterà così per sempre? Foa parla molto di realtà umana e attribuisce ad essa il comportamento ed anche le idee dei politici... che la realtà mentale personale determini o influenzi gli orientamenti dei politici?. "Ho il coraggio di dire che la base teorica della nostra ricerca si può chiamare ricerca sull'irrazionale... la parola 'Sinistra' in politica deriva dalla parola sinistro, che significa perturbante, inquietante ed anche cattivo, violento. È vero che l'immagine della Sinistra si può legare alla parola irrazionale perché ha vicino a sé parole come utopia, ideali, se così è, noi di Sinistra abbiamo il bisogno assoluto della nuova teoria sull'irrazionale, che non è più sinistra anche se diventa più perturbante, perché propone una nuova identità che invece di essere distruttiva è senza la scissione tra razionale e irrazionale, cioé è libera e creativa...". E ancora riferendosi a Massimo Fagioli: "... in questo rifiuto di quella che viene considerata una cultura sulla realtà umana ovvero la psicoanalisi, in questo rifiuto c'è violenza o non violenza nel senso di dimostrare l'inesistenza come scienza?". "... Ghandi quando portava allo sciopero 500 milioni di indiani paralizzava una intera nazione, forse dobbiamo discutere se questa è una non violenza...".
Le domande dell'Analisi Collettiva di Fagioli hanno portato i due leader a chiedere un livello più accessibile per "... combinare l'esplorazione con i terreni più impegnativi con la capacità di far entrare questa ricerca con la pratica politica...", ha detto Bertinotti; "Perbacco quanto parlate difficile", ha sottolineato Ingrao. Però il segretario di Rifondazione ha anche osservato: "Seppure questa fantastica realtà fa ricerca sulla psiche e sul profondo dell'essere umano è capace di relazionarsi con la cultura, con la politica, con quel che accade nel mondo". Infine è intervenuta Giulia Ingrao, rivolgendosi al fratello e a Bertinotti "(...) le vostre analisi sono da condividere pienamente, ma sono un punto di partenza (...) si deve far diventare la non violenza il punto di partenza per la trasformazione dell'essere umano. Le idee nuove ci sono, partono da un uomo non dimezzato...".
Tanti gli applausi per terminare con una domanda anche a Marco Bellocchio, presente in sala: "il film 'I pugni in tasca' distrugge il neorealismo perché non racconta fatti materiali. Quanto è violenta questa forma di cinematografia che nel film di vent'anni dopo propone una trasformazione della ribellione del '68? Bellocchio ripropone il nuovo eroe de "L'ora di religione", ribelle non violento, che stavolta non muore".
Gli applausi, calorosi, scroscianti, concludono l'incontro, lasciano nell'aria una delle tante domande: "Che fare allora?" "La speranza siete voi".

Gloria Gabrielli
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depressione
Martino Riggio sulla Gazzetta del Sud

Gazzettadelsud.it
Depressione
Il “male oscuro” è curabile ma senza abuso di farmaci

l'articolo che segue è un lavoro di Carlo Patrignani per l'Agi

ROMA – I dati inoppugnabili dell'Oms sull'alta incidenza delle malattie mentali in termini di disabilità e di sofferenza individuale, non solo evidenziano la mancanza di una valida “ricerca psichiatrica” ma impongono una riflessione sull'uso ed abuso dei farmaci. Nel 2003, in Italia, sono state consumate tra antidepressivi, ansiolitici e antipsicotici 128 mila confezioni per una spesa di 172 milioni di euro. «Non si può negare la malattia mentale che non è affatto diversità, come curare non è prendersi cura», dice lo psichiatra Martino Riggio, per il quale «lo psichiatra cura la malattia non la diversità: se il malato di mente non è diverso da te, da me perchè mai dovrei curarlo?». Bisogna affermare che la malattia mentale non è malattia del cervello. Pertanto il farmaco serve da “extrema ratio” per sedare una crisi.

un articolo in rete di Carlo Patrignani
Massimo Fagioli, l'Analisi Collettiva, ed altri...

emilianet.it
I have a dream: non violence

di Carlo Patrignani

l'articolo è pubblicato su QUESTA PAGINA

ROMA (6 dic. 2004) - 'I have a dream: non violence'. E' questo della 'non violenza' il sogno che Fausto Bertinotti e Pietro Ingrao vogliono costruire come risposta alla violenza, alla guerra, ad ogni tipo di guerra. "Mai piu' guerre, ma pacifismo assoluto", dice Ingrao. Un sogno 'la non violenza' che ha il pieno consenso entusiasta di Emanuele Macaluso, di Gino Strada, di Nicola Tranfaglia, di Valerio Caprara e di migliaia e migliaia di persone, soprattutto giovani, accorsi agli incontri pubblici presenti i due ideatori del 'sogno'. A Roma, il 5 novembre, a Villa Piccolomini duemila persone hanno discusso con Bertinotti ed Ingrao, altrettante, il 27 novembre, a Reggio Emilia con Ingrao e Strada.

E' stato un Evento Culturale di alto spessore (ha riconosciuto Giuliano Zincone in un fondo di prima pagina sul 'Corriere della Sera') l'incontro-confronto tra Bertinotti ed Ingrao da una parte e l'Analisi Collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli dall'altra. "Riflettere sulla non violenza, come fanno Bertinotti ed Ingrao, e' importante: non ci sono tabu' in tal senso per cui ci si puo' confrontare anche con Massimo Fagioli e con una realta' culturale diversa dalla politica su questa affascinante ricerca della non-violenza, su come renderla prassi quotidiana", afferma Macaluso, uno dei leader storici dell'ex-Pci. "Lo psichiatra, lo studioso della menta umana, ci sta bene in questa ricerca sulla non-violenza che si prefigge il nobile obiettivo del cambiamento culturale degli uomini: mettere in primo piano il rifiuto della violenza e della guerra".
"È tra l'altro perfettamente coerente con la stessa Carta Costituzionale", aggiunge lo storico Tranfaglia. "Mi ha fatto piacere la notizia dell'incontro tra lo psichiatra capace ancora di mobilitare tante persone e molti giovani e due politici del calibro di Ingrao e Bertinotti", sottolinea Caprara, docente di Storia e Critica del Cinema all'Universita' degli Studi Orientali di Napoli.

"Non violenza' non e' rinuncia - evidenziano Bertinotti ed Ingrao - alla critica, al conflitto, alla dialettica, anzi e' il corollario, il supporto giusto per far valere la critica. "Chi non vuole restar fermo ad idolatrare il passato ed i suoi idoli deve aprirsi al confronto con gli altri - osserva Macaluso - per cui va bene la sollecitazione ad una ricerca che e' figlia dell'epoca in cui viviamo fatta di grandi cambiamenti: dalle relazioni tra gli uomini alle condizioni sociali, dall'emergere di nuove esigenze alle risposte da dare alle aspettative dei giovani. Ecco perche' non si puo' star immobili". A Villa Piccolomini e' saltato il tabu' del confronto tra la Sinistra e una realta' che ha piu' di trent'anni - l'Analisi Collettiva - e' temuta ma al tempo stesso guardata a vista. Occorre trovare idee e forme nuove di ribellione che non finiscano nel fallimento (il '68 ma piu' ancora il '77-'78, le Br e il terrorismo) ma in un cambiamento possibile che non deve tanto riguardare il mondo quanto la trasformazione degli esseri umani: the idea is to change the world by changing the human being.

"Siamo davanti ad un cambiamento profondo del concetto di guerra: un tempo chi la faceva - i dittatori - la giustificava con ragioni di difesa o perche' si riteneva offeso, oggi - osserva Ingrao il 90enne 'compagno disarmato' - si fa la guerra preventiva e domani si fara' la guerra per salvare il mondo, per un Ordine da conferire al mondo". Ma non ci sono "ragioni plausibili a sostegnio della guerra: come dimostrano le guerre moderne - avverte Strada - che non risolvono alcun problema, anzi procurano solo morte e distruzione". Quindi vanno bene tutte le iniziative - secondo il fondatore di Emergency - ed i confronti sulla non violenza per costruire il sogno. "E' certamente un fatto positivo questa riflessione sulla non violenza ed ancor di piu' - precisa Tranfaglia - che a fare questa ricerca siano i giovani, le nuove generazioni che sono la speranza, come ha detto Ingrao, del cambiamento". La ribellione che non fa vittime ma porta al cambiamento reale: questo l'obiettivo del 'sogno' che comporta pero' una grande opera di revisione ideologica della sinistra. Ma intanto si e' aperta una strada, gettata una premessa importante. "E' sempre piu' che legittimo il revisonismo idelogico come quello politico-culturale a patto che - conclude Macaluso - sia indirizzato e finalizzato al cambiamento".

sinistra
Fausto Bertinotti

Corriere della Sera 13.12.04
CENTROSINISTRA
Pressing di Fassino e Prodi per convincerlo. Ma lui: al mio congresso non posso presentarmi in queste condizioni
Regionali, Bertinotti apre il caso politico
Il leader di Rifondazione vuole disertare il vertice dell’Alleanza: qui decidono tutto Ds e Margherita

ROMA - «Questa corsa è lunga, molto lunga, forse anche troppo lunga: un anno e mezzo...». Le apprensioni affidate da Romano Prodi ad alcuni leader del centrosinistra appaiono più che giustificate. Essere costretti a una campagna elettorale che durerà mesi e mesi, giacché, di fatto, si è già aperta, e, nel contempo, tentare di metter pace dentro una coalizione ancora non ben rodata, può essere logorante. Basti pensare alla giornata che attende oggi Prodi per rendersene conto. Fausto Bertinotti è intenzionato a non partecipare al vertice della Gad che si terrà nello studio (finalmente ristrutturato) dell’ex presidente della Commissione europea. Salvo tentativi in extremis da parte del Professore per convincere il segretario di Rifondazione a cambiare idea, stamattina, al suo posto, dovrebbe esserci il capogruppo del Prc alla Camera Franco Giordano. E’ altamente probabile che fino a stamattina (il summit è per mezzogiorno) il "pressing" di Prodi e di Piero Fassino nei confronti di Bertinotti sarà fortissimo. Nel frattempo, per evitare di amplificare i problemi dell’Alleanza, si è comunque deciso di giustificare ufficialmente quest’assenza con un "classico" della politica italiana. Se il leader del Prc insisterà sulla sua posizione si dirà che Bertinotti aveva «precedenti impegni». La realtà è ben diversa. E non sono in gioco solo le beghe delle candidature alle Regionali: la posta è più alta. Tant’è vero che anche se alla fine il segretario del Prc dovesse cedere alle insistenze di Prodi ciò non significherebbe che la situazione si è sbloccata. Perché il problema è di quelli non da poco. Formalmente tutto si riduce alla richiesta di Bertinotti di candidare Niki Vendola in Puglia. E al conseguente "altolà" di Massimo D’Alema. Secondo il presidente della Quercia, infatti, occorre scegliere un personaggio con maggiore "appeal" e non dare per scontato che in Puglia si perde. D’Alema ha parlato a lungo di questo problema con lo stesso Prodi nell’incontro che i due hanno avuto la settimana scorsa a Roma. Derubricare la contesa in atto a una questione di poltrone, però, sarebbe improprio. Il problema è un altro. Ed è da giorni che Bertinotti cerca di spiegarlo all’ex presidente della Commissione europea.
«Non è che io sto in questa alleanza perché non so dove andare o con chi andare - è il ragionamento del leader di Rifondazione -. Io ci sto convinto, ma allora deve essere chiara una cosa: le decisioni non possono essere prese solo dai Ds e dalla Margherita». Lo stesso vale per i candidati alla presidenza delle Regioni: non possono appartenere esclusivamente a questi due partiti. «In più - ed è l’altra riflessione che fa Bertinotti - io ho il congresso e non posso presentarmi a un appuntamento del genere a queste condizioni». Già. La linea del leader, sebbene per motivi opposti, viene contestata dalle diverse minoranze del partito e anche da una fetta della sua stessa maggioranza. Senza contare che Prodi non è certamente il "candidato ideale" dell’elettorato del Prc. Persino il neo direttore di Liberazione Piero Sansonetti, domenica, ha definito «arretrato» il discorso del candidato premier della Gad al Palalido. Perciò un Bertinotti al congresso che si presentasse a mani vuote, con il "candidato" Vendola bocciato dagli alleati, rischierebbe molto. Rischierebbe addirittura di perdere le assise (visto che attualmente ha con sé sicuramente solo il 53 per cento circa del partito). Un esito del genere, per la Gad, sarebbe una rovina. Con un altro segretario e un’altra Rifondazione - posizionata sulla linea dell’opposizione dura e pura e poco incline a un’alleanza programmatica con le altre forze del centrosinistra - diventerebbero problematiche non solo le elezioni regionali, ma anche quelle politiche.
Dunque, quello di Bertinotti è un nodo che in qualche modo va risolto. Certamente non con l’offerta di una manciata di vice presidenze regionali. Questo tentativo è già stato fatto sia da Prodi che da Fassino, ma il segretario di Rifondazione ha risposto con un «no grazie». Anche Franco Marini si sta adoperando per risolvere la questione. L’ex segretario del Ppi è convinto che «occorra dare la Puglia a Vendola», anche perché altrimenti il Prc non appoggerà i candidati del centrosinistra in Abruzzo e in Piemonte. Un punto a suo favore, però, Bertinotti lo ha segnato. Il nuovo simbolo della Gad sarà sprovvisto dell’Ulivo. La scelta, infatti, dovrebbe cadere sulla colomba disegnata da Folon.
Ma oggi Prodi dovrà affrontare anche altri problemi. C’è Clemente Mastella che chiede la Basilicata. D’Alema lo appoggia. Francesco Rutelli, invece, nicchia. E Mastella minaccia di presentare le liste dell’Udeur in Campania, Calabria e Lazio. Una mossa che danneggerebbe elettoralmente il centrosinistra. Questo nodo, però, potrebbe essere sciolto con maggiore facilità. In compenso dovrebbe finire a breve il tormentone della lista unitaria: con tutta probabilità vedrà la luce solo in Lombardia. Basta trovare il candidato adatto: dopo che circa una ventina di politici e non politici si sono negati perché lì la sconfitta è certa, ora si fa il nome dell’imprenditore ulivista Riccardo Sarfatti. Ma non è ancora detta l’ultima parola...