venerdì 7 maggio 2004

un altro esempio dello stile del pensiero della scuola pisana:
«biochimica amorosa»

La Stampa 7.5.04
L’amore che cambia i sessi
di Maria Chiara Bonazzi


LONDRA. L’INNAMORAMENTO rende le donne temporaneamente più simili agli uomini e gli uomini più simili alle donne. Il testosterone è il grande equalizzatore di un rapporto di coppia ai suoi albori: secondo Donatella Marazziti, psichiatra dell'Università di Pisa, i livelli di questo ormone scendono nei maschi e aumentano nelle femmine durante il periodo iniziale di esaltazione, rendendo entrambi i sessi più disposti a chiudere un occhio sui difetti reciproci. E' come se la biochimica amorosa procrastinasse per un anno o due gli inevitabili bisticci del sabato pomeriggio, quando lei vuole andare a vedere i mobili e lui non transige sulla partita di calcetto.
Tanto dura, infatti, l'idillio ormonale fra due innamorati, durante il quale i livelli di testosterone che convergono sembrano scongiurare per il momento le battaglie termonucleari nella guerra fra i sessi. La ricerca, stralciata dalla rivista britannica «New Scientist», ha paragonato 12 uomini e 12 donne che si erano innamorati nel corso degli ultimi 6 mesi con altri 24 volontari single o coinvolti in una relazione di lunga durata. I livelli di testosterone delle coppie novelle non sembrano ricollegabili all’aumento dell’attività sessuale, la cui frequenza era simile fra le coppie veterane. La cosa strana è che, secondo altri studi, la quantità di testosterone nei maschi dovrebbe aumentare con l’amore fisico, anziché diminuire. Evidentemente, in questa fase, la natura insegna a ciascun sesso a vedere il mondo con gli occhi dell’altro, anche se foderati di prosciutto.

Repubblica 7.5.04
Ricerca italiana pubblicata su New Scientist: nei primi mesi di una relazione maschio meno macho, femmina più mascolina
L'amore? Uno scambio di ormoni

Ecco la "chimica" della passione: uomini e donne più simili
Lo studio effettuato all´Università di Pisa da Donatella Marazzita
Durante l'innamoramento il livello di testosterone diminuisce nell'uomo e aumenta nella donna
L'indagine su 12 coppie insieme da non più di sei mesi a confronto con 12 coppie di lunga durata
di ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA - Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, dicono qualche volta gli psicologi per spiegare le differenze tra i due sessi. Ma quando un uomo e una donna si innamorano, di colpo è come se appartenessero entrambi allo stesso pianeta. Ad affermarlo è il "New Scientist", prestigiosa rivista scientifica britannica, che cita i risultati di una ricerca effettuata all´università di Pisa da una studiosa italiana, Donatella Marazzita. La quale ha scoperto che, durante la fase dell´innamoramento, il livello di produzione del testosterone, l´ormone maschile associato con l´idea di virilità e aggressività, diminuisce considerevolmente nell´uomo e aumenta considerevolmente nella donna. In pratica, secondo la dottoressa Marazzita, l´uomo diventa meno «macho» e la donna diventa più mascolina: «E´ come se i due sessi, all´improvviso, registrassero un calo delle proprie caratteristiche originali per acquisire un po´ delle caratteristiche del partner». Insomma, quando si innamorano, per effetto di un cambiamento ormonale, uomo e donna diventano più simili, più reciprocamente comprensivi: dunque non c´è da stupirsi se, nei primi mesi di una relazione sentimentale, maschio e femmina vanno d´amore e d´accordo.
La ricerca ha misurato i livelli ormonali in un gruppo di 12 coppie che si erano innamorate da non più di sei mesi, mettendoli a confronto con quelli di 12 coppie di lunga durata. Il calo di testosterone negli uomini e l´aumento nelle donne si è sempre puntualmente verificato nelle coppie insieme da poco tempo. Qualche studioso obietta che il mutamento ormonale potrebbe dipendere dal fatto che, nella prima fase di una relazione, le coppie hanno rapporti sessuali più frequenti. Ma la dottoressa Marazzita assicura di avere controllato che la frequenza dei rapporti sessuali nei due gruppi fosse la stessa. E del resto altre ricerche indicano che, come conseguenza di un alto numero di rapporti sessuali, il testosterone negli uomini dovrebbe aumentare, non diminuire. Una ulteriore conferma del fenomeno è stata ottenuta misurando dopo un paio di anni i livelli ormonali delle medesime 12 coppie di innamorati. Il fenomeno era scomparso: gli uomini avevano ripreso a produrre testosterone in abbondanza, e le donne a produrne molto poco. Ciascun sesso era tornato alle proprie caratteristiche originali.

Bellone, LE SCIENZE di Maggio e il Tempo

Le Scienze maggio 04
Il tempo prima del tempo
di Enrico Bellone


Ci sono domande che sembrano non avere età. Esistono, infatti, sin da quando Homo sapiens ha lasciato documenti scritti sulla natura circostante. Hanno cambiato forma di generazione in generazione: ma la loro sostanza è un’invariante dei nostri codici di comprensione, e tale rimane anche nei periodi in cui questi codici subiscono mutamenti forti.
Nell’età di Galilei si stampavano immagini in cui un essere umano cercava di far passare un’asticciola o una mano al di là dei confini dell’universo. E l’immagine conteneva un quesito che ancora oggi permane nel senso comune: ovvero, se il cosmo ha un confine, quali cose popolano lo spazio situato al di là del confine stesso? Nel 383 a.C. nasceva a Stagira il grande Aristotele, secondo il quale il mondo non aveva avuto un principio. Il cosmo era eterno, e non aveva allora senso parlare di un istante iniziale prima del quale non fosse esistito il tempo. Anche oggi, quando qualcuno parla dell’universo in espansione, molte persone si chiedono che cosa c’era prima del big bang, e dove stava. E quando si dice «prima», «che cosa» e «dove», si evocano il tempo, la materia e lo spazio. Come aveva scritto Einstein, nel nostro linguaggio siamo abituati a usare queste tre parole come nomi di entità che si possono pensare come se fossero tra loro indipendenti. Ed è noto che, a suo avviso, avremmo dovuto invece imparare a dire, più semplicemente, che «il mondo è, e non diviene». Una lezione difficile da apprendere, anche nella chiave ottimistica per cui, come Einstein annotava, la scienza è un affinamento del senso comune, anche quando ci appare da esso estranea.
Se ora torniamo al big bang, incappiamo in buone ragioni per credere che si stiano aprendo nuovi scenari post-einsteniani. Ce ne parla Gabriele Veneziano nell’articolo che pubblichiamo a pagina 40. È un articolo che esce in contemporanea con «Scientific American», e che si inserisce nel quadro dei contributi che la nostra rivista regolarmente dedica al problema cosmologico. Vi si inserisce con una doppia valenza: è innovativo, ed è scritto in modo magistrale. Per quanto riguarda l’aspetto innovativo, veda il lettore. Ricordando però che, se oggi si può discutere in forme nuove del big bang, ciò dipende dal fatto che sul finire degli anni sessanta fu lo stesso Gabriele Veneziano a elaborare un modello sulle particelle nucleari che sta alla radice della teoria delle stringhe. Sulla magistralità, essa poggia sulla semplicità argomentativa. Veneziano dimostra infatti che si può scrivere bene di faccende intricate, a patto di conoscere benissimo il problema e di voler farsi capire.
Capire da chi? Da tutti coloro che, pur non lavorando sulle frontiere della fisica, possiedono quella cultura di sfondo che consente loro di porsi domande profonde e di cercarne non soluzioni definitive tra le braccia di qualche filosofia prima, ma soluzioni sempre più generali nella tradizione classica della filosofia naturale. La tradizione, per l’appunto, degli Aristotele, dei Galilei e degli Einstein.

in un documentario, una intervista a Marco Bellocchio

Libertà 7.5.04
Stasera il video su Vegezzi
(*)


Stasera alle 21.30 nel Salone Nelson Mandela della Camera del Lavoro di via XXIV Maggio a Piacenza verrà presentato in anteprima (ingresso libero) il documentario “La rivolta e l'incanto” su Nello Vegezzi realizzato per l'associazione Kairòs dal regista piacentino Stefano Sanpaolo, con la collaborazione di Mario Sgorbati, Ettore Sola, Federica Ravera. Presenta interviste a Marco e Piergiorgio Bellocchio.

(*) scultore, pittore e poeta dialettale piacentino

(c) 1998-2002 - LIBERTA'

giovedì 6 maggio 2004

"La fonte meravigliosa" disponibile anche a Firenze

per i fan di Ayn Rand
siamo lieti di segnalarvi la ristampa del suo romanzo cult
"La Fonte Meravigliosa"


disponibile a Roma
presso la LIBRERIA AMORE E PSICHE
e a Firenze, come sempre,
da STRATAGEMMA


gemelli e Psicologia di Torino

Repubblica 6.5.04
Una ricerca della facoltà di Psicologia sull'intelligenza dei bambini
I gemelli? Uguali agli altri

Comparati i risultati di 200 soggetti e 50 coppie di fratelli
Nessuna differenza tra chi vive in città o in campagna
di VERA SCHIAVAZZI


I gemelli comunicano peggio degli altri bambini perché vivono "chiusi" in un piccolo mondo a due? I ragazzini di città sono più vivaci intellettualmente di quelli dei piccoli centri? O, ancora, l´attività mentale cresce automaticamente col progredire dell´età? Ecco altrettanti luoghi comuni che una ricerca partita dalla facoltà di Psicologia di Torino e dedicata all´intelligenza dei bambini si accinge a sfatare. A condurla è la professoressa Liana Valente Torre, che indaga insieme alla sua équipe sui piccoli dai due anni e mezzo ai 12 anni. L´obiettivo è quello di fissare gli standard italiani, cioè i parametri più adeguati per il nostro contesto sociale e culturale, del più importante test in questo campo, il K-ABC di Kaufman, già adottato da anni in Spagna, in Francia e in molti altri paesi.
«Stiamo comparando i primi dati raccolti su 200 bambini e 50 coppie di gemelli - spiega Valente Torre - e prevediamo di pubblicare presto i risultati completi. Ma fin d´ora possiamo anticipare che la tendenza statistica che dimostrerebbe maggiori difficoltà comunicative e linguistiche nei gemelli non appare confermata. Non è tutto: poiché il test misura sia le capacità logiche di ciascun individuo sia quelle apprese a scuola, cioè le conoscenze, stiamo giungendo alla conclusione che i bambini di 5 anni appaiono spesso più attivi rispetto a quelli di 11, ovviamente in riferimento alla loro età. In altre parole, è come se la scuola, mentre da un lato accresce le conoscenze, dall´altro non stimolasse un certo tipo di capacità logiche. Infine, indagando anche in alcuni piccoli paesi dell´area torinese, abbiamo riscontrato che non ci sono differenze nei livelli di intelligenza di questi bambini con quelli nati e cresciuti in città». I test sono stati realizzati in modo anonimo, ma i genitori che lo desiderano potranno conoscere i risultati e sentirseli illustrare dagli esperti.

Guidi «combatte»

ricevuto da P. Cancellieri

Yahoo! Salute giovedì 6 maggio 2004
Malattie mentali: per combattere lo stigma
Il Pensiero Scientifico Editore


È partito oggi il programma nazionale di comunicazione ed informazione contro lo stigma ed il pregiudizio nei confronti delle malattie mentali, con il coinvolgimento della scuola. Questa mattina presso la sala convegni dell’ex ospedale psichiatrico S.Maria della Pietà a Roma si è tenuto un convegno sul tema dello stigma e del pregiudizio presieduto dal Sottosegretario alla salute Antonio Guidi. Hanno partecipato responsabili regionali, esperti e docenti.
Il sottosegretario Guidi, in uno scambio con i giornalisti, ha sottolineato l’alto valore culturale della lotta allo stigma e ha detto che “oggi è un momento estremamente significativo in quanto parte un progetto educativo importante”. Il programma, infatti, promosso dal Ministero della Salute e dal Ministero dell’Istruzione, vedrà coinvolte le scuole italiane che potranno così implementare i propri programmi sulla salute con temi legati alle malattie mentali e si potrà utilizzare la creatività degli studenti e dei docenti per produrre messaggi comunicativi da inserire nel programma di comunicazione vero e proprio.
In collaborazione con il Ministero dell’istruzione, Università e Ricerca è già stato realizzato il primo sondaggio sulle conoscenze e gli atteggiamenti dei giovani rispetto alle malattie mentali. Una parte importante del programma spetta alla comunicazione perché, come ha detto il Sottosegretario Guidi “spesso la cattiva informazione rende un cattivo servizio al superamento del pregiudizio”.

il trattamento delle malattie psichiatriche

una segnalazione di Licia Pastore

Repubblica 6.5.04
Lettere
La medicina dell'anima
di CORRADO AUGIAS


Egregio dottor Augias, questa è la storia di Raffaele, 28 anni, un lavoro che andava bene, amici cari, svaghi, un nuovo amore. Una vita carica di promesse. Poi la malattia: definita "attacchi di panico" da uno psichiatra di chiara fama. Una terapia durante la quale Raffaele, che conviveva ancora con la madre separata da circa 25 anni dal marito, è migliorato. Sospensione della terapia. Ma, a sospensione appena avvenuta, una crisi psicotica impone un "ricovero obbligatorio". L'ospedale di zona non ha posti e lo invia alla clinica universitaria dove Raffaele è tenuto sotto osservazione e rinviato poi all'Asl di appartenenza. Lì un altro psichiatra parla di depressione bipolare curabile con farmaci. Al rientro del medico capo, Raffaele gli viene affidato. La madre chiede un colloquio. L'impatto è duro. Il medico capo non crede alla depressione di Raffaele. Dodici giorni dopo, periodo in cui Raffaele ha cominciato ad aprirsi, il ragazzo tenta il suicidio. Il medico capo informa la madre e con durezza le chiede al telefono cosa abbia portato quel giorno al figlio. La donna risponde: pigiami e asciugamani; il rasoio lo hanno in dotazione solo i suoi infermieri! La storia della complessa e sofferta separazione dal marito viene ascoltata distrattamente. Date le insistenti richieste di Raffaele sul padre, la madre telefona all'ex marito chiedendogli di raggiungerla a Torino perché parli anche lui con i medici e sia vicino al figlio in un tale momento. Raffaele ha così il permesso di uscire ogni giorno dalle nove del mattino alle nove di sera con i genitori e manifesta il desiderio di andare con il padre in Calabria per un certo periodo; lo psichiatra acconsente. Il medico capo assicura che sentirà Raffaele al telefono ogni settimana e che parlerà anche con il padre! Così avviene, telefonicamente gli viene anche cambiata la terapia. Dopo circa un mese Raffaele, che aveva sospeso le cure eludendo il controllo paterno, si impicca in una casa disabitata di proprietà di suo padre. Questa è la storia di Raffaele, dottor Augias, ma è anche la storia di una psichiatria superficiale, grossolana e approssimativa. Una psichiatria ottocentesca, e da terzo mondo. Questa storia, invece, è accaduta a Torino un anno fa. Le chiedo di farla conoscere, affinché si ponga riparo se sarà possibile. Una madre, la mamma di Raffaele.

Lucia Intartaglia
lucia. intartaglia@aliceposta. it

La tremenda verità è che per il trattamento delle malattie psichiatriche siamo rimasti a metà cammino nonostante un "progetto obiettivo" abbia stabilito le strutture territoriali e ospedaliere di cura e di riabilitazione, realizzate solo in minima parte. Un progetto alternativo presentato mesi fa dal Polo di centrodestra conteneva d'altra parte indicazioni così generiche da far temere la possibilità di reintrodurre sistemi coercitivi che nessuno vorrebbe più vedere. In nessun campo clinico, come nella psichiatria, ciò che aiuta di più è un rapporto stretto e consapevole tra medico e malato. Gli psichiatri più consapevoli sanno che, accanto ai farmaci, la vera cura consiste in questa trasmissione di fiducia che solo un vero medico sa e può dare. Se interpreto bene le straziate parole della signora Intartaglia proprio questo è mancato a Raffaele.

"bulimia nervosa"

una segnalazione di Paolo Izzo

Agenzia Radicale 6.5.04
Il Trattamento Integrato della Bulimia Nervosa
di Maurizio Mottola


Mercoledì 5 maggio 2004 si è svolto a Napoli all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici il corso di formazione IL TRATTAMENTO INTEGRATO DELLA BULIMIA NERVOSA, organizzato dall’Unità Operativa Salute Mentale del Distretto Sanitario 44 Azienda Sanitaria Locale Napoli 1. Molteplici le relazioni svolte:

· Inquadramento nosografico;
· Profilo neuroendocrino;
· Profilo neurorecettoriale;
· La terapia nutrizionale;
· La terapia farmacologia;
· Il trattamento integrato in ambiente residenziale riabilitativo;
· L’approccio cognitivo-comportamentale;
· Il panico di “oziare sugli allori”: l’impossibilità del “riconoscere il bicchiere mezzo pieno”;
· Setting familiari nei disturbi bulimici;
· L’esperienza di terapia di gruppo ad orientamento cognitivo-comportamentale presso l’U.O.S.M. – D.S. 44 ASL NA 1.


“Mal di cibo”: mangiare sempre meno fino a smettere del tutto oppure divorare grandi quantità di cibo e poi liberarsene con il vomito sono espressioni di un insieme di patologie strettamente collegate tra loro e per questo raggruppate come “disturbi del comportamento alimentare” (DCA). Queste malattie si stanno estendendo a fasce di soggetti sempre nuovi: in Italia sono 460.000 le donne di età compresa tra i 12 ed i 25 anni affette da disturbi di questo tipo, che corrispondono a circa il 10% della popolazione femminile. I casi nuovi ogni anno sono 8.000, senza distinzione di classi sociali.
Quanto a bulimia ed anoressia in senso stretto, ben 65.000 sono i malati gravi, in particolare tra le giovani donne di età compresa tra i 12 ed i 18 anni, e negli ultimi tempi è stata segnalata una progressiva diffusione del problema anche in ambiti ritenuti in precedenza non coinvolti e cioè gli adolescenti maschi e -da ultimo- le bambine sotto i 12 anni e le donne oltre i 40 anni.
Chi è affetto da bulimia nervosa ha lo stesso desiderio di magrezza dell’anoressico, ma ha un comportamento meno “disciplinato”, più impulsivo e non riesce a tollerare la disciplina ferrea richiesta da un’alimentazione ridotta. Per questo motivo si riempie di cibo in modo abnorme, costringendosi poi ad eliminarlo attraverso il vomito e facendo uso di lassativi e diuretici oppure praticando esercizio fisico prolungato o digiuno e sentendosi “in colpa” per la propria “incapacità” di raggiungere il grado di magrezza desiderato. Si tratta di un disturbo serio e nello stesso tempo subdolo, dal momento che chi ne è affetto tende a mentire ed a negare drasticamente l’esistenza del problema e dal momento che non vi sono sul fisico -a differenza dell’anoressia- effetti vistosi che possano mettere in allarme: la persona bulimica infatti non è soggetta a particolari variazioni di peso.
Per la possibile guarigione di tali disturbi occorre un approccio multidisciplinare che comprenda la convergenza della terapia nutrizionale, della terapia farmacologia, della psicoterapia individuale e di gruppo e nei casi particolarmente gravi il ricovero in ambiente residenziale riabilitativo.

oltre che in Sudan, a Mindanao...:
anche in Nigeria
guerre di religione oggi
le stragi "in nome di dio"

Liberazione 6.5.05
A Yelwa nello stato del Plateau. E' l'ultimo e più pesante atto di un sanguinoso scontro etnico
Nigeria, l'assalto dei tarok cristiani ai fulani islamici: una carneficina
di Fulvio Fania


Ducento o trecento uccisi, una carneficina che il segretario della organizzazione islamica "Jama'atu Nasril Islam" non esita a definire genocidio, sollecitando un'inchiesta giudiziaria sul feroce attacco scatenato domenica sera da bande armate dell'etnia cristiana tarok contro la popolazione fulani, che è di religione islamica. E' accaduto nella città di Yelwa, nello Stato centrale nigeriano del Plateau. L'esercito è intervenuto con 600 soldati aprendo a sua volta il fuoco - secondo alcuni testimoni in modo indiscriminato - e ha imposto il coprifuoco. Non è stato però finora in grado di aggiornare il numero dei morti. In un primo tempo i militari avevano parlato di 67 persone ammazzate ma martedì le strade erano ancora piene di cadaveri e mutilati, mentre le famiglie provvedevano direttamente alla sepoltura dei propri cari, rendendo così più difficile un bilancio esatto.
E' invece certo che questa tragedia è stata soltanto l'ultimo e più pesante atto di uno scontro etnico che dura da molto tempo e aveva già causato circa quattrocento morti dall'inizio dell'anno. «Allah ci vendicherà. I pagani hanno ucciso il nostro popolo», rispondono ai cronisti delle agenzie internazionali le vittime dell'assalto. I loro nemici sono infatti a prevalenza cristiana, molti i cattolici insieme ad altri di varia denominazione pentecostale o protestante. Le fonti cattoliche non minimizzano l'accaduto ma avvertono che l'identità religiosa è soltanto una componente della «faida», come la definisce il vescovo della capitale Jos, Ignatius Ayau Kaimaga, intervistato dall'agenzia missionaria Misna. Le due etnie si contendono la terra: la popolazione tarok, che è contadina e stanziale, considera forestieri e usurpatori i fulani, che invece sono soprattutto allevatori e pastori. Non per caso, il portavoce della comunità islamica ha chiesto al governatore dello Stato di chiarire da dove sia partito l'ordine ai "non indigeni" di lasciare la città. E per non indigeni si intenderebbero appunto i fulani, nonostante che abitino la regione da un secolo.
«Non c'è niente di religioso in queste violenze», afferma il vescovo, «il termine genocidio è male utilizzato, spesso questi scontri iniziano da una rappresaglia per furto di bestiame mentre i rapporti tra cristiani e musulmani non sono poi così tesi». Il presule assicura di intrattenere personalmente buone relazioni con la comunità della moschea.
Ma in tutta la Nigeria il clima è arroventato anche sotto il profilo religioso. In dodici stati del nord è stata introdotta la legge islamica e, dove i cristiani sono in maggioranza, si fa strada un fondamentalismo opposto. E' cristiano anche il presidente federale Olusegun Obasanjo, il primo civile dopo quindici anni di regime militare. Ben diecimila persone dal 1999 hanno perduto la vita in scontri etnici nel Paese che conta 120 milioni di abitanti, 36 stati e circa 250 etnie.
Sembra che a Yelwa i tarok aspettassero da tempo un pretesto per vendicarsi di un attacco subìto per mano dell'etnia avversa nei mesi scorsi. Nella stessa zona, infatti, erano morti una novantina di cristiani a fine febbraio e 48 persone erano perite nei successivi scontri interetnici. Altri venti erano state travolte a fine marzo. Secondo la ricostruzione del parroco l'occasione per sferrare una aggressione "risolutiva" da parte dei guerrieri cristiani sarebbe stata offerta da un gruppo di ragazzi fulani che, raggiunta una chiesa in un villaggio a venti chilometri dal capoluogo, avrebbero suonato le campane a raccolta per richiamare i cristiani e quindi avrebbero sparato contro di loro. Un episodio, quest'ultimo, che le stesse fonti cattoliche giudicano non particolarmente sanguinoso. Ne è però seguita la tremenda rappresaglia sugli abitanti della zona musulmana di Yelwa.

mercoledì 5 maggio 2004

media
in tempi duri per i freudiani, scende in campo la tv:
per «divulgare la psicanalisi alle masse»

La Stampa 5 Maggio 2004
MEDICI, AMORI E PSICANALISI
ALTRO CHE REALITY
di Alessandra Comazzi


SE non si considera la tv quale mera sentina di nequizie o mezzo di obnubilamento generale, si amano i telefilm. E' una regola aurea. Chi ama la tv , ama i telefilm, grazie ai quali si ride, si riflette, si imparano l'America (i telefilm sono americani per antonomasia) e le contraddizioni della società contemporanea (...)
Caratteristica comune dei telefilm di ultima generazione è l'introduzione consapevole della psicanalisi. Nei «Soprano», tutta la storia comincia proprio di lì, da Gandolfini che va in analisi, e dunque l'influenza del vecchio Freud è resa esplicita. Ma ci sono altri modi, più ammiccanti, per divulgare la psicanalisi alle masse. Fondamentale il supporto tecnico. Si vedono, adesso, delle vere e proprie materializzazioni dell'inconscio. «Scrubs», a esempio, si intitola una serie parodica dedicata ai medici, l'altra faccia di «E. R.» (ce n'è un'altra ancora, quella di «Nip/Tuck», dove i dottori, chirurghi plastici, non sono simpatici umoristi, ma cinici profittatori). Dunque «Scrubs», sottotitolo «Medici ai primi ferri», si svolge in un ospedale, protagonisti alcuni giovani tirocinanti, circondati da medici anziani e perfidi, da inservienti frustrati e gaglioffi. Spesso accade che il pensiero di qualcuno di loro si stacchi dalla sua mente per essere rappresentato in una sorta di storia parallela alla «Sliding doors». Espediente simile è adottato in «Keen Eddie», le avventure di un detective americano esportato a Londra: la segretaria di Scotland Yard è una signora in grigio che si indovina provocante sotto i tailleur. Ogni volta che la vede, il protagonista immagina di possederla, immagina le sue provocazioni: inesistenti nella realtà, forse reali nella reciproca trasmissioni di pensieri e sensazioni.
Non si tratta di espedienti seduttivi? Oh, moltissimo. Ma non sono soltanto espedienti, c'è anche sostanza, scaltrissima sostanza. I telefilm sanno creare abitudine e affezione e cambiano con il mutare della società, hanno introdotto droga, disagio giovanile, polizia corrotta, emarginazione, ricerca scientifica (C.S.I.), il ruolo della donna (com'è adorabilmente contraddittoria l'avvocato Ally McBeal). Tremate, tremate, le adorabili streghe di «Sex and the City», donne liberate dal maschio, ma non dalla sua ossessione, o almeno necessità, stanno per tornare (dal 19 su Fox) nella loro sesta, ultima avventura; e non dimentichiamo che il rassicurante «Friends», nasce da una «vicenda madre» di omosessualità femminile. Non solo le persone, anche i luoghi identificano le serie: la New York di «NYPD» (New York Police Department, il dipartimento di polizia della città), per dire, è brutta sporca e cattiva, affatto lontana dall'immagine patinata che tanto amiamo in Woody Allen.
Uno dei telefilm contemporanei più interessanti è «Six Feet Under», protagonista una famiglia di becchini, padre improvvisamente defunto, madre tradizionale anche nei tradimenti (scoperta postuma), figli antagonisti, figlia con problemi di adattamento giovanile, un fidanzato poliziotto gay, una fidanzata massaggiatrice shatsu con famiglia intellettuale disastrata (pure) dalla psicanalisi, inconscio materializzato attraverso i trapassati che acquistano nuova vita. Sarà paradossale, ma questo è il mondo vero, signore e signori, non quello dei reality.

5 Maggio 2004
I PIU’ AMATI, DAI «SOPRANOS» A «LAW AND ORDER»
Un rito come la Messa
di Claudio Gorlier


VENTIQUATTRO ore di trasmissione settimanale; novanta milioni di telespettatori: è questo il primato negli Stati Uniti della serie «Law and Order», ormai presente anche in Italia in più di un canale. Il «New York Times» sostiene che il suo inventore e padrone, Dick Wolf, è l’uomo più potente della televisione americana. «Law and Order» è cominciato nel 1990, e lo segue ora «Criminal Intent». Non dimentichiamo che Wolf è anche il creatore e realizzatore di «Miami Vice». A 56 anni, dopo aver pensato di diventare romanziere, Wolf, con ottimi studi in Università prestigiose, ha finito con il trasferire la sua vena sul piccolo schermo, e ha fatto centro.
Per definire «Law and Order» conviene rifarsi al giudizio di una delle sue star, l’ormai famoso Jerry Orbach: «E’ un rituale, come la Messa in latino». Osservazione paradossale fino a un certo punto: la serie si rincorre, per così dire, in una specie di reazione a catena, sostanzialmente intercambiabile; una sezione aurea della società americana, con una sua inquietudine tesa e moraleggiante, ma senza alcuna indulgenza. Il tema ricorrente è quello della violenza sessuale: la polizia la individua, la magistratura la persegue inflessibilmente. Da una parte e dall’altra, bianchi, africano-americani, ispano-americani, occasionalmente italo-americani, immigrati. Siamo in pieno, inesorabile «Politically correct».
Ma attenzione: «Law and Order» non nasconde la paura, anche se tenta di esorcizzarla per voi che lo guardate. Inoltre, non risparmia nessuno: ricchi e potenti senza scrupoli o psicotici, privi di morale; giudici incapaci o corrotti. Anche nella sua versione popolare, la cultura americana rifiuta il compromesso accomodante. Vi sconvolge, ad onta dell’integrità e del successo frequente dei suoi protagonisti. Wolf risponde parafrasando una famosa battuta di Humphrey Bogart: «Questo è lo scrivere, stupido».
L’altra serie televisiva di successo, negli Stati Uniti, è sicuramente «The Sopranos», incentrata sulle vicende di una famiglia di italo-americani mafiosi. Negli ultimi mesi, su «The Sopranos» sono stati scritti ben sei libri, scomodando addirittura Aristotele, Nietzsche e Machiavelli. In Italia, la serie ha incontrato due ostacoli: la si può vedere di massima con la parabola, su Fox, e urta la nostra sensibilità nazionale, ogni volta che gli americani toccano l’argomento scottante della mafia. Ma attenzione: si spinge ben oltre gli schemi del «Padrino» di Mario Puzo. Il protagonista, interpretato da uno splendido James Gandolfini, è assalito da sensi di colpa, dalle memorie paterne, dall’angoscia del rapporto con il figlio ragazzino, che intuisce ma non sa. Così, ricorre alla psicanalista, di cui si innamora. La psicanalisi rimane una suprema icona americana, e, se ci pensate, la televisione finisce per porsi come una sorta di tormentosa - o magari sentimentale - introiezione dei nostri problemi quotidiani.
Così «Law and Order», accanto a «N.Y.P.D. Blue», che a sua volta ci consegna i tormenti e gli antagonismi che possiedono gli stessi poliziotti, uomini e donne, diviene un insistente microcosmo, e forse, con i suoi rimandi letterari che sfuggono a molti telespettatori, quasi subliminali, a somiglianza di «The Sopranos» si presenta come un ponte tra i generi, un «metatesto», come è stato osservato. «The Sopranos» è stato definito «un simbolo delle nostre patologie nazionali»; un ritratto insieme del maschilismo e del femminismo. Secondo un altro critico sono questi i programmi televisivi che porteranno gli Stati Uniti nell’era del multiculturalismo, traghettandoli da un mondo vecchio a un mondo nuovo. Insomma: autentiche, pregnanti favole moderne, con la famiglia quale centro. David Chase, creatore e produttore di «The Sopranos», ha spiegato in un’intervista che lo scandalo Parmalat lo ha confermato nell’idea che anche le grandi corporazioni possono avere, al loro interno, struttura famigliare.
I dilemmi investono anche l’intimità del privato, a cominciare dal sesso. Qui «Law and Order» e «The Sopranos» finiscono per incontrarsi, e il rituale trova una sanzione, diversa ma complementare, in un momento supremo: la confessione. Questo effetto specchio può sembrare tipicamente americano ma, tutto sommato, sembra in qualche modo funzionare anche per noi

libertà vs. democrazia

Corriere della Sera 5.5.04
Esce il nuovo saggio di Luciano Canfora: perché è falsificata la citazione di Tucidide nel preambolo della Costituzione europea
Libertà contro democrazia. Già ai tempi di Pericle
di LUCIANO CANFORA


Che la democrazia sia un’invenzione greca è opinione piuttosto radicata. Un effetto di tale nozione approssimativa si è visto quando è stata elaborata la bozza del preambolo della Costituzione europea (diffusa il 28 maggio del 2003). Coloro che, dopo molte alchimie, hanno elaborato quel testo - tra i più autorevoli, l’ex presidente francese Giscard d’Estaing - hanno pensato di imprimere il marchio greco-classico alla nascente Costituzione anteponendo al preambolo una citazione tratta dall’epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a.C.). Nel preambolo della Costituzione europea le parole del Pericle tucidideo si presentano in questa forma: «La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero». È una falsificazione di quello che Tucidide fa dire a Pericle. E non è per nulla trascurabile cercar di capire perché si sia fatto ricorso ad una tale «bassezza» filologica. Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: «La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la parola politèia con «costituzione») è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione (la parola adoperata è appunto oikèin), esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza (dunque non c’entra il «potere», e men che meno «il popolo intero»)». Pericle prosegue: «Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà» (II, 37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi «democrazia» e «libertà».
Pericle fu il maggior leader politico nell’Atene della seconda metà del V secolo a.C. Non ha conseguito successi militari, semmai ha collezionato sconfitte in politica estera, ad esempio nella disastrosa spedizione in Egitto, dove Atene perse una flotta immensa. Però fu talmente abile nel conseguire e consolidare il consenso, da riuscire a guidare quasi ininterrottamente per un trentennio (462-430) la città di Atene retta a «democrazia». Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo «popolare» definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l’appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all’assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz’altro popolo (dèmos) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della «maggioranza», nondimeno da noi c’è libertà.
(...) Quella che alla fine - o meglio allo stato attuale delle cose - ha avuto la meglio è la «libertà». Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più «forti» (nazioni, regioni, individui): la libertà rivendicata da Benjamin Constant con il significativo apologo della «ricchezza» che è «più forte dei governi»; o forse anche quella per la quale ritengono di battersi gli adepti dell’associazione neonazista newyorkese dei «Cavalieri della libertà». Né potrebbe essere altrimenti, perché la libertà ha questo di inquietante, che o è totale - in tutti i campi, ivi compreso quello della condotta individuale - o non è; ed ogni vincolo in favore dei meno «forti» sarebbe appunto limitazione della libertà degli altri. È dunque in questo senso rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. Leopardi crede di ricavare questa sua intuizione dagli scritti di Linguet e di Rousseau: ma è in realtà quello un esito, un apice della sua filosofia. Linguet e Rousseau dicono meno. È un punto d'approdo, inverato compiutamente soltanto nel nostro presente, dopo il fallimento delle linee d’azione e degli esperimenti originati da Marx. La schiavitù è, beninteso, geograficamente distribuita e sapientemente dispersa e mediaticamente occultata.
(...) Per ritornare dunque al punto da cui siamo partiti, i bravi costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all’esercizio di scrittura di una «costituzione europea», una sorta di mansionario per un condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell’epitaffio, di compiere non più che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso - senza saperlo - al testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che doveva servire come retorica edificante, bensì quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà - nel mondo ricco - con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei.

ricerca: declino dell'Occidente

Corriere della Sera 5.5.05
Ecco gli scienziati d’Oriente che fanno tremare l’America
In Cina 750 mila ricercatori: un numero decuplicato in soli vent’anni L’India produce i migliori software del mondo e ora punta sulle nanotecnologie
di Giovanni Caprara


Il mondo della ricerca americana teme il sorpasso da parte dell’Europa ma soprattutto dei Paesi asiatici, Cina e India in testa. L’allarme lanciato dalla National science foundation è legato all’indebolimento interno in alcuni settori, ma in particolare alla vivace crescita scientifica e tecnologica dimostrata da nazioni «in via di sviluppo». Il segnale più forte è arrivato con l’invio in orbita del primo taikonauta cinese Yang Liwei nell’ottobre del 2003, segno inequivocabile dello sviluppo raggiunto in aree come la scienza dei materiali, l’elettronica, l’informatica. Dopo le distruzioni provocate dalla rivoluzione culturale e dal governo della «banda dei quattro», Pechino ha costruito un mondo scientifico che ora sostiene l’impetuoso sviluppo economico. La ricerca è una priorità nazionale e ad essa sono dedicati 63 miliardi di dollari, che pongono la Cina al terzo posto negli investimenti nel settore alle spalle di Usa e Giappone.
Negli ultimi vent’anni il numero degli scienziati è cresciuto dieci volte: oggi sono 750 mila e con un’età molto bassa. Solo l’Accademia delle scienze cinese, spina dorsale del sistema, e diretta dall’ingegnere Lu Yongxian, governa un esercito di 60 mila scienziati impegnati nella ricerca di base e tecnologica. Il permesso, poi, alle multinazionali di installare nel Paese laboratori ha consentito di finanziare con denaro straniero la formazione di «cervelli», come Lu Ke dell’Istituto di ricerca dei metalli di Shenyang, provincia di Liaoping, leader negli studi di nuovi materiali conduttori; o come Chih-chen Wang, dell’Istituto di biofisica di Pechino, di fama per le ricerche sulle proteine.
Anche l’India ha trasformato la ricerca in priorità sostenuta in prima persona dal presidente Abdul Kalam, che prima di essere eletto nel 2002 fu «fondatore» delle attività spaziali indiane. Adesso l’India dispone di vettori spaziali concorrenti di americani, cinesi e russi nel trasporto dei satelliti civili. Ma l’India, culla di matematici, è anche il Paese che esprime i migliori softwaristi del mondo, ed è in grado di produrre supercomputer con potenze di elaborazione analoghe a quelle americane. E’ grazie a questi strumenti che New Delhi ha potuto varare le «Aree di ricerca ad alta priorità» che riguardano nanotecnologie, neuroscienze, ricerca climatica. Fra i nomi illustri, il professor Rao, presidente del Nehru Centre for advanced scientific research di Bangalore, esperto di chimica dei fullereni; o il professor Mashelkar, direttore del Council scientific and industrial research di New Delhi, famoso per le ricerche sui polimeri. Con queste capacità Cina e India stanno ridisegnando la scena, inquietando prima di tutto gli Usa.

Severino: utopia ed eresia

La Stampa 5 Maggio 2004
PRESENTATO IL «PROGETTO ITALIA» DELLA TELECOM
Dove il pensiero si fa bellezza
di Fiorella Minervino


UN «Grand Tour» alla ricerca non soltanto delle città del Bel Paese, del loro patrimonio, della bellezza, dei monumenti, bensì del pensiero che ha originato tutto ciò. È questo il viaggio speciale e prezioso, promosso da Telecom Progetto Italia, presentato ieri nell’affollatissima sala di Piazza degli Affari da Marco Tronchetti Provera, presidente della Telecom, dal filosofo Emanuele Severino e da Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Franco Parenti. La scelta delle città è caduta su Cosenza, Perugia, Trieste, Ferrara (...) una serie di eventi artistici assai varia (...) legati al tema «Utopia ed eresia».
Di Cosenza, mirabile città patria spirituale di Tommaso Campanella, Gioacchino da Fiore, Telesio, legata ai fermenti filosofici creativi dell’Accademia Cosentina nel ‘500, ha parlato con un avvincente discorso Severino, riflettendo sullo stretto rapporto che lega il pensare e l'agire dell’uomo: sono gli scopi che determinano le azioni umane, senza scopi non realizzeremmo nulla. La società attuale tende tuttavia a mutare, trasformare o allontanare gli scopi, così è necessaria una valorizzazione di essi, riconoscendo la priorità del pensiero. Il filosofo ha poi spiegato la differenza fra l’etimologia della parola Utopia, «non luogo», cioè scopo presente nella mente e che deve realizzarsi, come indicava Tommaso Moro, e il termine Eresia, dal verbo «scegliere», preesistente al Nuovo Testamento e come tale riferito a chi ha scelto di non essere cristiano e dunque eretico: una parola ambigua, quasi che la Cristianità non esigesse una scelta. Una civiltà come la nostra non puo prescindere dal passato, ha continuato Severino, cioè deve ricorrere al pensiero con funzione di guida, anche per la tecnica.
(...)

Cina

il manifesto 5.5.04
Viaggio nel laboratorio della nuova Cina, dove tutto è possibile. Al padrone
Là dove Mao è soltanto il portafortuna
A Shenzhen, dove la Cina guarda Hong Kong dall'alto di un grattacielo mentre gli dà lezioni di capitalismo e braccia da sfruttare. I sogni ad alta tecnologia di un luogo inventato
ANGELA PASCUCCI, INVIATA A SHENZHEN


La Diwang Mansion, nel cuore di Shenzhen, è alta 383 metri. Piatta e stretta con due torrette in cima che sembrano bulloni domina la skyline della città, una selva eterogenea di edifici nei quali sembra essersi sbizzarrito un esercito di architetti, e non sempre dei migliori. Da lassù l'occhio abbraccia tutta l'area, da nord a sud, dove si vede Hong Kong. Con un colpo d'occhio si abbracciano «i due mondi di "un paese, due sistemi"», come declama un testo pubblicitario che in tono lirico e molto cinese chiede «Quali sono le differenze e le somiglianze tra la capitalista Hong Kong e la socialista Shenzhen? Pensateci e diventerete più saggi di prima». In attesa dell'illuminazione, la prima e immediata considerazione, dedotta dai discorsi e dagli scritti, è che l'énclave «socialista» quanto a capitalismo pensa di aver cominciato a dare qualche lezione al suo vecchio modello, che sta perdendo colpi, e anche al mondo intero. Quanto al socialismo, il discorso si fa davvero complicato, come dimostra l'incontro con il dottor Tai, 42 anni, alto dirigente della Shenzhen Telecom Engineering, società pubblica, costola di China Telecom, alla quale fornisce in esclusiva servizi di installazione e manutenzione di centraline per la telefonia fissa e mobile di area. Nel mega ufficio con salotto del giovane manager di stato, dietro la scrivania, campeggia un ritratto di Mao, sopra una cartina in oro zecchino di Shenzhen. La sorpresa dei visitatori per una simile iconografia, di questi tempi, meraviglia Tai. Il Presidente non sta lì come ispiratore politico, spiega, ma in funzione di nume tutelare. Un apotropaico, insomma, come se ne vedono (sempre meno per la verità) sui taxi e i pulmini del trasporto pubblico. Quello sguardo fermo, l'aria serena del vecchio saggio, conferiscono al Grande Timoniere una forza protettiva che il manager trova rassicurante. Ma ci sarà pure un'adesione ideologica, vista la portata storica del leader. Tutt'altro, risponde.

Se ci fosse ancora Mao...

Se Mao fosse ancora vivo, dice tra le facce per la verità scandalizzate dei cinesi presenti, lui non sarebbe lì e la Cina sarebbe come l'Iraq di Saddam Hussein o la Cuba di Castro. Un paese povero di retroguardia oppresso da un dittatore, non la grande potenza economica e politica che sta diventando grazie all'intuizione di Deng e all'attuale leadership, quella sì da Tai assai apprezzata. Arrivato molti anni fa da Xian, per lavorare agli uffici delle poste, la sua discreta conoscenza dell'inglese lo ha sbalzato lì un paio d'anni fa, del tutto casualmente, come responsabile del settore investimenti e allargamento del giro d'affari.

L'ingegner Tai, aria scanzonata e ciuffo ribelle, sembra appagato, ma si avverte un'inquietudine. Il mercato di Shenzhen, per la sua ditta, è ormai completamente saturo. Non c'è abitante dell'area che non abbia telefono, fisso o mobile, e occorre guardare a nuovi mercati. All'interno, le nuove tecnologie, come la trial band, assai rischiose e poco fruttuose nel medio periodo. All'esterno, una politica di investimenti nelle province più arretrate, o all'estero. Tra i paesi più appetibili India e Pakistan che, dice, danno un 25-30% di profitti. Ma la vera gallina dalle uova d'oro è il Vietnam, che potrebbe garantire tassi di guadagno fino al 100%. Si vedrà. Alle spalle c'è pur sempre un gigante come China Telecom, che straripa di soldi, grazie alla sua posizione di monopolio. Certo, prima o poi bisognerà fare i conti con le regole di liberalizzazione del Wto, ma i sommi dirigenti, par di capire, troveranno il modo di risolvere il problema e scantonare il più a lungo possibile.

Un paio d'ore trascorse a tavola, diverse bottiglie di birra e qualche giro di morra cinese tirano fuori qualcosa di più dal personaggio. Fare il manager pubblico in una Cina come quella di oggi non è semplice. Tai lamenta i molti vincoli di un'impresa pubblica rispetto a quelle private. Licenziare, ad esempio, pur in un luogo senza freni come Shenzhen, è quasi impossibile. In due anni non è riuscito a mandare via nessuno dei suoi 500 dipendenti, mentre è stato costretto ad assumere personale sotto la pressione dei suoi capi. E' pur vero però che i salari, nel settore statale, sono mediamente inferiori del 30% a quelli del settore privato. Ma ciò vale anche per il suo stipendio. Al fondo si capisce che ciò che opprime Tai è l'essere sottoposto a una serie di spinte contraddittorie, esercitate a vari livelli, che lui può solo subire. L'orgoglio di far parte di una potente compagnia pubblica non gli manca, ma forse non gli basta.

C'è un'altra genia di cinesi che invade a ondate Shenzhen e subito si ritira. Quella dei turisti e dei consumatori che a frotte battono i numerosi centri commerciali in cerca di buoni affari. La città ha fama di essere un eldorado per lo shopping, anche se è cara. E tuttavia sempre meno di Hong Kong, da cui partono spedizioni di acquirenti (anche se per la verità i numerosi centri commerciali, tutti uguali, sono tutt'altro che affollati). Il passaggio di confine di Luo Hu, dove arriva il treno che parte dalla stazione centrale di Hong Kong distante 40 minuti, è attraversato da un flusso costante in entrambe le direzioni, che nelle ore di punta si gonfia ogni cinque minuti, cioè ogni volta che un convoglio arriva o parte.

Molti abitanti di Hong Kong hanno comprato casa qui, dove costa meno, e partono per andare al lavoro dall'altra parte ogni mattina. Altri hanno invece qui hanno trovato lavoro, visti i tempi grami dell'ex colonia, e fanno anch'essi i pendolari in senso inverso. Eppure al confine c'è un effettivo doppio controllo da attraversare, con tanto di visto da esibire per gli stranieri. Ma i varchi diversificati (ce ne sono anche per i cittadini di Taiwan) sveltiscono le procedure e in pochi minuti gli assembramenti si dissolvono. Da questa rinnovata mescolanza, nascono nuove alleanze societarie o si rafforzano le vecchie. L'intreccio è forte. Nell'intero Guangdong, sono installate circa 36mila compagnie di Hong Kong, che danno lavoro a cinque milioni di persone. .

L'impresa di Cheng

Cheng, 32 anni, ex operaio tessile, racconta l'impresa creata da lui insieme a un gruppo di connazionali mettendo in piedi nel 1999 una joint venture con una società di Hong Kong piuttosto malconcia che produceva circuiti integrati. E' nata così la E-City P.C.B. Co., che ha un ufficio per gli approvvigionamenti a Hong Kong, un altro per il marketing a Shenzhen e la fabbrica di circuiti nel Guangdong, a pochi chilometri da Canton. Cheng ha un ruolo cruciale, general manager per le vendite. Lavora a Shenzhen perché, dice, è qui che le compagnie straniere vengono a cercare i fornitori migliori e a prezzi più bassi.

Ci riceve nel suo ufficio al 24esimo piano di un condominio di lusso ai limiti della zona speciale. Il lusso si evince dalla cancellata di cinta e dalla presenza di due piscine (vuote), ma per la verità anche in questo edificio relativamente nuovo già compaiono i primi segni di una decadenza che sconfina nell'incompiuto, segni che colpiscono buona parte della città, come se la fretta con cui sono state costruite facesse invecchiare rapidamente le strutture.

La E-City ha fior di clienti, il gotha dell'elettronica mondiale, da Sony a Philips a Sharp, almeno stando al suo materiale pubblicitario. Ma è solo negli ultimi due anni che gli affari vanno a gonfie vele. La E-City ha 600 dipendenti, di cui 500 sono operai e 100 ingegneri, concentrati nella fabbrica del Guangdong, ad appena cento chilometri dall'ufficio. Ci si arriva con un'ora di automobile dall'autostrada per Canton, che taglia il mitico delta e con lo Humen Bridge, lungo 5 chilometri, scavalca l'immenso nastro grigio del Fiume delle perle. Lungo la strada si costeggia Changan, dove si concentrano le fabbriche di Taiwan. Nella zona dell'estuario, ci dicono, i taiwanesi sono almeno un milione.

Nel tratto finale la fabbrica dell'E-City, collocata in piena campagna sulle rive di un affluente del grande fiume, si raggiunge attraverso strade dissestate. L'impianto è una serie di grandi capannoni circondati da distese di banani, verdissimi sulla terra scura del meridione, e da catapecchie, mai sfiorate dal boom economico del Guangdong. Nel primo dei capannoni, le grandi lastre dei circuiti, non ancora ritagliate, vengono immerse nelle vasche ricolme di solventi chimici che le preparano alla successiva lavorazione. L'edificio è rudimentale, con ampie fessure e aspiratori ma l'aria è aspra e soffocante, insopportabile dopo pochi minuti. Giovani operai arrampicati sui bordi delle vasche muovono a mano le lastre nel liquido. Un lavoro pesante, quasi primitivo. L'immaterialità delle nuove tecnologie ha un nucleo molto materiale. .

Acque torbide, odore pesante

Un impianto di depurazione, dall'aria vetusta, ripulisce le acque di trattamento prima di scaricarle nel fiume. Ma, a dispetto del settore di controllo degli inquinanti situato in prossimità del fiume, un odore pesante si innalza dalle rive lambite da acque torbide. Il signor Yuan, responsabile della produzione e dunque della fabbrica, spiega che l'anno prossimo sarà costruito un nuovo impianto per raddoppiare la produzione da 250mila a 500mila metri quadrati di circuiti, e dovranno farlo qui, perché cambiare sito obbligherebbe a osservare regole ambientali più strette. Negli altri capannoni, si produce. Si spezzano le lastre, si stampano i circuiti. In un settore, quello dove si concentra il grosso del lavoro, non si può entrare.

Anche qui operaie/i emigrati, giovanissimi, senza famiglia, ospitati nei dormitori della fabbrica, 700 yuan (circa 70 dollari) al mese tutto compreso. Colpisce nei loro visi l'aria grave, silenziosa. A domande più insistenti sulla qualità del lavoro, il manager risponde che i rapporti con il sindacato (l'unico, quello ufficiale) sono buoni e che «qui si rispettano i diritti umani». Al ritorno verso Shenzhen, è già notte. Ai lati dell'autostrada, le fabbriche emergono dal buio, intervallate dai dormitori dalle cui finestre spuntano fitti gli abiti da lavoro appesi alle grucce. E' una teoria pressoché continua che scorre per decine e decine di chilometri. Luce a giorno nei reparti, sagome umane al lavoro dietro alle vetrate. Sarà pure transizione, ma verso dove?

(2-fine. La prima puntata è stata pubblicata il 27 aprile)

Wen Jiabao in Italia

una segnalazione di Licia Pastore

Il Messaggero Mercoledì 5 Maggio 2004
ARRIVA domani in Italia ...il premier cinese Wen Jiabao
di GIANNI SOFRI
*


ARRIVA domani in Italia, per una visita ufficiale di tre giorni, il premier cinese Wen Jiabao, all’interno di un tour europeo che lo ha portato, o lo porterà, anche in Germania, Belgio, Gran Bretagna, Irlanda e alla sede della Ue. Nella prima metà di giugno il Presidente Ciampi compirà una visita di una settimana in Cina.
Primo ministro dal marzo 2003, geologo e ingegnere di formazione, Wen fa parte del gruppo di tecnocrati che occupano i posti chiave nella “quarta generazione” dei dirigenti cinesi del dopo-Mao. Nel marzo di quest'anno è salito alla ribalta con un importante discorso che annunciava una svolta nella politica economica della Repubblica popolare cinese: una svolta subito sancita ufficialmente dalla sessione annuale dell'Assemblea Nazionale del Popolo.
Il vertiginoso sviluppo degli ultimi anni (una crescita del 9,1% nel 2003) ha prodotto o aggravato contraddizioni e problemi, con il rischio crescente di tensioni sociali: una crescita incontrollata della disoccupazione a fronte di quella di un ceto di nuovi ricchi e ricchissimi; squilibri territoriali (le province costiere hanno un Pil che è mediamente quattro volte superiore a quello delle province dell'interno), tra città e campagna (il reddito delle città è almeno tre volte superiore a quello delle campagne). Si aggiungano i milioni (da 100 a 200, a seconda delle valutazioni) di migranti soprattutto giovani che, lasciati i loro villaggi, conducono nelle grandi città un'esistenza precaria: un vero esercito industriale di riserva, ma anche una mina vagante sul terreno sociale. E ancora, i molti danni che uno sviluppo incontrollato sta portando agli equilibri ambientali; e per finire ma in realtà l'elenco potrebbe continuare a lungo c'è il problema dell'energia che lo sviluppo richiede: lo scorso anno, la Cina ha visto aumentare del 31% le sue importazioni di petrolio, del quale è divenuta il secondo consumatore mondiale, dopo gli Stati Uniti, ma prima del Giappone.
La nuova linea proposta da Wen Jiabao ha inteso affrontare per la prima volta questo insieme di problemi: in primo luogo, attraverso un raffreddamento dello sviluppo, che secondo il governo dovrebbe attestarsi quest'anno sul 7%. Ma Wen ha anche invitato a «cambiare il modo della nostra crescita economica», cercando uno sviluppo più equilibrato, più attento alla qualità (e non solo ai record numerici), capace di controllare lo sfruttamento delle risorse e il degrado ambientale, soprattutto di garantire una distribuzione più equa tra le diverse province e tra città e campagna (indirizzando maggiormente gli investimenti dello Stato verso l'agricoltura). Se la proprietà privata era già riconosciuta dal 1999, le si è conferita oggi, con una revisione della Costituzione dell’82 (già più volte emendata), una certezza giuridica (l’“inviolabilità”), che offra maggiore tranquillità agli investitori. Agli imprenditori privati si riconosce non più solo una generica collaborazione all’economia pubblica, ma il carattere di “costruttori dell'opera socialista”. Secondo il “Pensiero” dell'ex Presidente Jiang Zemin, entrato a far parte della Costituzione, il Partito non rappresenta più soltanto i lavoratori e le forze patriottiche, ma “le forze produttive avanzate”, “la cultura cinese avanzata” e “gli interessi della schiacciante maggioranza del popolo cinese”: un'altra apertura nei confronti degli imprenditori privati.
La revisione che l'Assemblea ha approvato - con il 99% dei voti - riguarda anche i diritti dell'uomo, che la Costituzione della Rpc ora “rispetta e protegge” ufficialmente (ma non si vede ancora bene con quali conseguenze pratiche). Ci sono forti dubbi, tra gli osservatori, su questo ampio insieme di innovazioni: dubbi che vertono soprattutto sulla reale possibilità del governo di dar loro attuazione. E' tuttavia importante che vengano ufficialmente riconosciuti, per la prima volta, problemi e contraddizioni che accompagnano il “miracolo” economico cinese di questi anni, e se ne cerchino i rimedi.
Per gli imprenditori italiani (anche se assai meno che per quelli di altri Paesi europei), la Cina è sede di delocalizzazioni, outsourcing e aperture di negozi, che interessano i settori più disparati, dalla meccanica all'arredamento, dall'alta moda ai gioielli e persino al prosciutto sudtirolese. Ma è fonte anche di molte e contraddittorie preoccupazioni che comprendono la contraffazione di prodotti stranieri, i vantaggi “sleali” delle esportazioni cinesi, l'incremento continuo del consumo cinese di materie prime (dal petrolio all'acciaio al carbone), con il conseguente aumento dei loro prezzi sul mercato internazionale; ma anche il timore crescente di una possibile “bolla” cinese dopo la crescita degli ultimi anni.
In alcune interviste degli ultimi giorni, Wen Jiabao ha tentato di rassicurare i suoi interlocutori politico-economici. Ha ricordato come il 55% delle esportazioni cinesi provengano da imprese in cui è presente il capitale straniero, e che nel 60% dei casi lavorano materiali provenienti dall'estero. Ha promesso di aumentare la tutela della proprietà intellettuale e di punire le contraffazioni.
Alla fine di gennaio, il Presidente della Repubblica Hu Jintao venne ricevuto a Parigi in pompa magna, in occasione dell'apertura ufficiale di un “Anno della Cina”: una sorta di lungo festival della cultura cinese ufficiale, con grandi mostre e manifestazioni di ogni genere. Molti parlamentari, soprattutto verdi e una parte dei socialisti, disertarono vistosamente l'Assemblea Nazionale quando Hu vi tenne il suo intervento, intendendo così protestare contro il silenzio di Chirac sul problema dei diritti umani (altri affidarono la protesta a una lettera). Si parlò, su alcuni giornali, di una vera e propria onta per la patria dei diritti dell'uomo. Fra l'altro, il Premio Nobel 2000 per la Letteratura Gao Xingjiang, che vive a Parigi da molti anni, è stato escluso, in omaggio all'ospite, da ogni manifestazione dell'“Anno della Cina”.
Dopo di allora, malgrado l'inserimento nella Costituzione del rispetto dei diritti dell'uomo, non si può certo dire che dalla Cina siano arrivati segnali incoraggianti. Il 5 marzo è stato arrestato un vescovo cattolico. Alla fine dello stesso mese sono state arrestate, sia pure solo per pochi giorni, Ding Zilin e altre due “madri della Tiananmen”. E soprattutto, pochi giorni fa, Pechino ha bruscamente deluso le aspirazioni dei democratici di Hong Kong: malgrado le sue prerogative speciali, la città non potrà eleggere a suffragio universale i propri rappresentanti nelle elezioni del 2007 e 2008. L'anno scorso, ben 5.343 cinesi hanno presentato domanda di asilo politico in altri Paesi (solo da cittadini turchi è venuto un numero maggiore di domande).
Questo sarà dunque, prevedibilmente, uno dei due temi di cui si parlerà fra il 6 e il 9 maggio prossimi: con più probabilità sui giornali che negli incontri ufficiali. Nei quali prevarranno invece i problemi economici. E' di meno di un mese fa la notizia che una Compagnia aerea cinese ha confermato l'acquisto di 21 Airbus, mantenendo una promessa fatta da Hu Jintao a Chirac. Il governo italiano avrà anch'esso qualcosa da farsi promettere?

* Professore di Storia contemporanea e dell’Estremo Oriente, Università di Bologna

martedì 4 maggio 2004

«all'improvviso arriva la paura»

ricevuto da P. Cancellieri

Il Manifesto martedì 4 maggio 2004
Cultura
I virus della paura
Dalle nuove malattie un colpo alla ragione e un altro all'immaginazione
di FRANCO VOLTAGGIO


In un celebre frammento di Archiloco, singolare figura di poeta greco «trasgressivo» del VII secolo a.C., leggiamo: «all'improvviso arriva la paura» (ex aélptou o phóbos anérchetai). Se possiamo fare solo deboli ipotesi sul contenuto e la natura dell'opera di cui ci resta solo questo semplice verso, ci è forse possibile azzardarci a confutare la traduzione consueta dell'originale ex aélptou, «all'improvviso», sostituendola con quella letterale, dall'inatteso, rubando, magari un po' grossolanamente, il mestiere ai filologi e prendendoci tutta la libertà consentita alla nostra condizione di semplici lettori. Archiloco sembra allora trasmetterci un preciso messaggio: un affetto così sconvolgente, qual è la paura, pare sopraggiungere da qualcosa che viene avvertito come esterno, lontano e inaspettato. A quanto ci risulta, inaspettati e venuti da lontano sono avvertiti in Occidente soprattutto i virus, responsabili di gravi epidemie. E' stato così per l'antrace, che terrorizzò gli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, per la Sars scoppiata e diffusa nel 2003, per la «influenza dei polli», che oggi tanto intriga l'opinione pubblica, e, infine, qualche anno fa per la patologia prodotta dal virus ebola. Poco importa, a questo punto, se non sempre quelli che il pubblico chiama «virus» rientrino nella categoria dei microrganismi così propriamente detti (il patogeno dell'antrace, per la precisione, è un batterio, il Bacillus anthracis). Sono infatti indistintamente percepiti dall'immaginazione popolare quali «virus», cioè «veleni», conservando con ciò l'antico significato che la parola latina virus ha in Virgilio, Lucrezio, Plinio il Vecchio, Seneca. Con lo sgomento che provocano attivano una complicazione importante, per l'appunto la paura di massa, la quale fa immediatamente una vittima, degna di attenzione: la tenuta, già per altri versi tanto deteriorata, delle relazioni umane e politiche. Di qui la necessità di qualche riflessione speculativa che mobiliti la vecchia buona filosofia nella battaglia contro le emozioni da virus. Per cominciare, può essere utile provarci a discriminare tra ragione e immaginazione. La ragione, quella spicciola, ci dice innanzitutto che sarebbe sensato prestare ascolto alle informazioni e assicurazioni dei singoli medici e delle istituzioni sanitarie. Ma questo non convince i molti, specie perché le istituzioni sono screditate. In genere un'emergenza epidemica trova il governo e la sanità pubblica profondamente addormentati nello stesso letto. E' generalmente così in Italia, ma è stato così anche negli Stati Uniti almeno in un'importante occasione: come non ricordare lo sciagurato comportamento dei Centers for Diseases Control americani che battezzarono l'Aids «The Gay Syndrome», «la malattia degli omosessuali»? Ci occorre un altro tipo di ragione, quella critica che, come è suo antico costume, procede non per certezze preconcette, ma per interrogativi.
Perché «virus» nuovi o presunti tali colpiscono la nostra immaginazione? Proprio perché sono nuovi. Questa risposta suona indubbiamente come la scoperta dell'acqua calda, ma va posta perché stimola a porci domande non banali: che cos'è l'immaginazione? Quale relazione corre tra immaginazione e ragione? Per rispondere al primo interrogativo, dobbiamo riferirci alla cultura rinascimentale. Leonardo da Vinci sosteneva che tutte le forme di letteratura, riassunte nella poesia, sono costruzioni di immagini, così che il poeta è, in definitiva, fratello naturale del pittore (ut pictura poësis). Per lui, come per tanti dotti del tempo, l'immaginazione è la facoltà umana di produrre immagini (vis imaginitiva). In un'età segnata dal trionfo delle arti figurative e, in particolare, dalla pittura, si pensava che la funzione dell'artista, soprattutto del pittore, non fosse tanto quella di riprodurre con fedeltà le cose reali, magari abbellendole o al contrario rendendole orride, quanto piuttosto quella di creare nuovi oggetti, destinati poi a esistere di un'esistenza propria al pari degli oggetti naturali. In larghissima misura, gli artisti del Rinascimento fecero di questa idea un vero programma di lavoro. Non si spiegherebbe altrimenti un autentico miracolo come La melanconia di Dürer: una figura di donna, di una giovinezza in procinto di sfiorire, seduta mestamente su una larga pietra squadrata che, con il mento appoggiato alla mano guarda cupa davanti a sé, circondata da una quantità di strani oggetti, mentre un cane, altrettanto mesto, è accucciato ai suoi piedi. La malinconia diventa, a questo punto, non semplicemente il soggetto di un'incisione di strepitosa bellezza, ma un inedito oggetto reale, che sembra suggerire come l'infelicità dell'anima possa essere un inquietante spirito femminile, capace di trovare ricetto nel corpo di uomini e donne.
Questa visione perversa dell'eterno femminino veicola l'idea, in parte riprodotta in numerosi trattati medici dell'epoca che descrivono la malattia come un insieme di sintomi, svogliatezza, persistente senso di debolezza e di inferiorità, morbosità, che la tenacia del pregiudizio ritiene tipico appannaggio delle donne. La vis imaginativa rinascimentale operò, tra l'altro, la trasformazione delle grandi malattie epidemiche in entità malvagie (tale era la peste che si immaginava come uno scheletro armato di falce e sempre sul punto di correre di landa in landa) che bastava evocare perché irrompessero in una comunità disseminando la morte. Così, per esempio, Paracelso racconta, nel De vita longa, il caso di due fratelli, l'uno residente in Italia, l'altro in Francia, il primo morto di peste, il secondo colpito e deceduto per il medesimo morbo solo per averne appreso, con sbigottimento, la notizia. Come dire che per lui pensare la peste, evocarla e renderla operante fu tutt'uno.
Se non ci lasciamo prendere la mano dallo scientismo, che è altra cosa dall'autentico spirito scientifico, e non liquidiamo con un'alzata di spalle il racconto di Paracelso, forse arriviamo a disporre degli elementi per rispondere al secondo interrogativo. La lezione che Paracelso, suo malgrado, ci dà è la seguente: l'immaginazione produce immagini e queste, corpi non meno intensi e vividi degli oggetti reali, producono concetti che guidano a farsi un quadro complessivo della realtà. Il processo di produzione dei concetti, in questo caso, non differisce affatto da quello che ci conduce a formarci il concetto di casa o quello di albero. Con una sola differenza, che è però determinante: il quadro, con le sue immagini, mentre ritrae un soggetto spaventato davanti a qualcosa di nuovo è falso o meglio scorretto, perché manca degli elementi di criticità e di pazienza che sono associati a un corretto sentire le cose. E' in altre parole un pregiudizio. Claude Bernard, invocato solitamente come il campione della razionalità scientifica in medicina, sosteneva che il corretto ragionamento medico ha luogo unicamente quando «si sente giustamente» e affermava: «i pazzi ragionano perfettamente, ma non sentono giustamente». L'immaginazione resta la base di ogni ragionamento, scientifico, o più o meno assennato; e ciò che segna lo spartiacque tra la ragionevolezza e il suo contrario è l'assenza di criticità, la cui origine è, generalmente, la paura, fonte di ogni nevrosi, la quale conduce ad allucinare le immagini produttive di scenari deformati del reale. E' quanto, a nostro parere, è accaduto e continua ad accadere con i «virus».
Scomodando Jung - autore, tra l'altro, di uno straordinario saggio, Paracelso come fenomeno spirituale (1942) - rammentiamo che non vi è essere umano che non disponga, oltre alla propria immaginazione con la quale elabora un corredo di immagini che lo guidano a formarsi un pensiero, giusto o sbagliato che sia, su quanto accade, anche di un bagaglio di immagini che gli vengono tanto dalla cultura di appartenenza, quanto, forse soprattutto, dal retaggio della specie. Queste figure - essenziali per la costruzione delle stesse idee scientifiche -comprendono tuttavia anche vere e proprie visioni, quasi idee «fossili», che sono autentici veicoli di paura e disagio collettivi. Tra queste ci sono le figure evocate dalle parole «malattia» ed «epidemia», voci il cui uso in medicina contrassegna, rispettivamente, una qualsiasi individualità clinica e un morbo che colpisce una popolazione (per solito, come si teorizza dal tempo di Ippocrate, in coincidenza con l'evenienza di stress ambientali, soprattutto climatici); ma che, nell'immaginario collettivo, hanno un ben diverso significato: «malattia» è l'opera di un «malo», uno spirito malvagio che si diverte a tormentare il nostro corpo; «epidemia» è la «visita» che un'entità soprannaturale fa a una popolazione per punirla di una qualche sua colpa (e del resto l'originario termine greco, epidemía, significava letteralmente «visita a un demo»). L'occorrenza di un'epidemia scatena di conseguenza, in quanti ne sono colpiti, un generale senso di colpa.
In generale, va detto, il senso di colpa è sempre colpevole. Lo è in più di un senso: perché individui e comunità hanno sempre, comunque, uno scheletro nell'armadio di cui farsi perdonare; lo è, soprattutto, perché il senso di colpa è talmente angoscioso da spingere chi lo prova ad assolversi, a declinare ogni responsabilità, e, infine, a scaricare la colpa sugli altri. Come sempre accade con i meccanismi nevrotici, si tratta di processi che, dall'alba della specie in poi, si ripetono invariabilmente, ma, ovviamente, l'untore, di volta in volta imputato, cambia con il variare del contesto storico complessivo. L'Occidente, preso nel suo complesso, sembra aver trovato il suo untore nella Cina e ha razionalizzato l'individuazione del presunto colpevole denunciando i disastri ambientali provocati dalla Repubblica Popolare Cinese, e la mancata accortezza mostrata dalle locali autorità sanitarie prima di fronte all'epidemia di Sars, ora di fronte alla «influenza dei polli». Al di là del fatto che pionieri nella devastazione ecologica sono stati (e continuano a essere) i grandi Paesi dell'Occidente, i quali parlatro non brillano certo per accortezza sanitaria, c'è da chiedersi se queste accuse non nascondano per avventura qualche altra cosa. Qualcosa di antico e qualcosa di nuovo.
Tenuto conto del fatto che l'immaginario collettivo è sì un insieme di contenuti prevalentemente (ma non del tutto) inconsci, ma è, tuttavia, diversamente modulato dalla storia specifica delle grandi comunità, può essere utile rammentare che per l'occidentale medio «Oriente» continua a essere sinonimo di qualcosa di misterioso e sconcertante, addirittura il «buio dello spirito» - è così che lo vedeva Hegel nella sua filosofia della storia - un'abissale tenebra in cui non alberga né la coscienza, né, di conseguenza, il senso di responsabilità attiva. A questa superstizione antichissima si associa però un nuovo timore. L'Oriente si identifica, per tanti, con la Cina, il paese continente che, al tempo della «rivoluzione culturale», alimentava speranze e paure (forse qualcuno dei lettori ricorderà un vecchio film di Marco Bellocchio, La Cina è vicina) e che oltre trent'anni fa, nelle sue corrispondenze dall'estero, Alberto Moravia assimilava alla figura del «convitato di pietra». Se l'Occidente resta, come nella metafora di Moravia, il protagonista di un continuo libertinaggio ai danni della natura e del proletariato, il gigante asiatico è ora però espressione di una colossale potenza destinata a trasformarsi nel terzo polo dell'economia mondiale, un polo che, coalizzando le risorse economiche e umane dell'intera Asia, può imporre muove regole e forse, chissà, annullare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. E' il caso di stupirsi, allora, se nell'immaginario collettivo occidentale alla rassicurante e pacifica immagine di milioni di contadini cinesi armati di cucchiaini da te per dragare i loro grandi fiumi si è ora sostituita quella di folle di untori «gialli» che aggrediscono l'Occidente portando con sé innumerevoli virus?
Nessuno può ovviamente pretendere che autorità pubbliche impartiscano lezioni di filosofia a un pubblico spaventato, tanto meno in Italia. Non lo saprebbero fare ed è bene che non lo facciano perché, se si attentassero a farlo, sarebbero capaci di ben altro, come, ad esempio, adottare la sciagurata strategia dei moniti e divieti quali quelli riprodotti sui pacchetti di sigarette, che lungi dallo scoraggiare il «vizio» del fumo, hanno sinora semplicemente umiliato ed emarginato milioni di infelici cittadini. Ad accogliere il nostro sommesso invito dovrebbero essere semmai i maîtres à penser, che qui si vuole stimolare a scorgere nel problema una delle chiavi di decifrazione di quella «modernità» che tanto li intriga.

psicologi lombardi
(la pubblicità è l'anima del commercio...)

Yahoo! Notizie Adnkronos 3.5.04
Salute: a Maggio Consulenze Gratis Da Psicologi Lombardi


Milano, 3 mag. (Adnkronos) - Porte aperte per tutto il mese di maggio negli studi degli psicologi lombardi, per consulenze gratuite e informazioni sulla salute mentale. E' stata presentata oggi a Milano la seconda edizione della 'Settimana del benessere psicologico', estesa per la prima volta da sette a 30 giorni dedicati al benessere mentale. Bastera' telefonare al numero verde 800.430.400 per prenotare una consulenza presso lo psicologo della propria citta' o quello piu' vicino a casa. Inoltre - ha spiegato oggi Robert Bergonzi, presidente dell'ordine degli psicologi lombardi - convegni e seminari aperti al pubblico sono stati organizzati a Milano e in tutte le province della Lombardia. ''Obiettivo - ha spiegato Bergonzi - informare i cittadini sull'utilita' della consulenza psicologica. La fase preventiva, infatti, e' decisiva: bisogna intervenire per tempo sulle cause del malessere psicologico, fin dalle scuole. Purtroppo gli psicologi passano nelle scuole italiane solo il 5% delle ore lavorate, contro il 25% della media europea''. E non va meglio nei luoghi di lavoro. ''Lamentiamo anche una disattenzione da parte del Parlamento - ha detto Bergonzi - sulle nostre proposte per una graduale 'convenzionabilita'' delle spese per l'assistenza psicoterapeutica''. All'incontro di oggi e' stata presentata anche la prima polizza italiana sulle cure psicoterapiche. ''Grazie ad un accordo con il Movimento Psicologi Indipendenti - ha detto Lorenzo Bifone, direttore generale di UniSalute Spa - e' nata 'Serenamente', che garantisce anche il rimborso delle cure psicoterapiche''. Nella prima edizione della 'Settimana del benessere' a consultare gli esperti lombardi sono state soprattutto donne (70,7%) dai 26 ai 45 anni. Grazie alla collaborazione dell'ATM (Azienda Trasporti Milanesi), locandine pubblicitarie della manifestazione sono state affisse sui mezzi pubblici milanesi, e uno spot tv verra' diffuso nelle stazioni della metropolitana. (Mar/Adnkronos Salute)

stress da routine

Il Messaggero Lunedì 3 Maggio 2004
Una ricerca di un’equipe di psicologi rivela l’angoscia di molti Quelli che a tavola con il partner o i genitori preferiscono tacere
Pranzo in famiglia, la noia è servita
Per un italiano su 4 è un incubo. L’ideale? Mangiare da soli davanti alla tv
di ELENA CASTAGNI


ROMA - Ma chi glielo fa fare agli italiani di continuare a ritrovarsi a tavola, famiglie intere, tre generazioni come minimo, sedute intorno allo stesso tavolo con lo scopo di passare una bella giornata di festa, ma con la consapevolezza mal celata di non poterne più? Se sono veri - è gli esperti confermano - i risultati di una ricerca della rivista Riza psicosomatica, sarebbe meglio abolire il rituale del pranzo della domenica perché sei volte su dieci si trasforma in un incubo collettivo dove i commensali neanche riescono a parlare tra loro, mentre l’ansia cresce, ci si concentra sul cibo, e si cade vittima di quello che gli esperti chiamo “l’ingrasso emotivo”.
Non solo la tavola delle feste è responsabile di questa sindrome che colpisce in particolare i maschi (64 per cento) soprattutto i single di età compresa tra i 28 e i 34 anni. Anche la cenetta a due spesso finisce in un mutismo consumato davanti a una pizza e una birra, con lei e con lui che neanche si sfiorano con lo sguardo, preda di noia e ansia, interpreti di una pesantezza così assoluta da contagiare anche gli ignari vicini di tavola.
Già, per un italiano su quattro, cenare con la fidanzata o con i genitori è un incubo, anche se il 27 per cento neanche si ribella, perché è comunque una consuetudine impossibile da evitare, ma due su dieci la vivono come una terribile incombenza.
Il perché di tanta tortura va ricercato nel fatto che tra i vari commensali non ci sarebbe un vero legame affettivo, solo una conoscenza superficiale alimentata da conversazioni superficiali, quando pranzo non si traduce in un vero e proprio interrogatorio per i ragazzi costretti a dire ai genitori sempre le solite cose (come è andata la scuola? sei stato interrogato? come era il compito in classe? con chi esci oggi? e così via) che i più decidono di dribblare con un mugugno.
Innocui, ma ugualmente pesanti, sono i problemi di lavoro che gli italiani portano a tavola: silenzio, tanti pensieri e cibo ingurgitato senza neanche gustarne il sapore, è il quadretto che ne esce. E’ inquietante invece scoprire che tre su dieci tacciono perché troppo concentrati su loro stessi, oppure perché provano completo disinteresse per gli altri commensali.
Forse sono proprio questi ultimi che si pentono di non aver rifiutato l’invito finché erano in tempo e che cercano di estraniarsi per tutta la durata del pasto. Ma la maggior parte (il 24 per cento) si concentra sul cibo e mangia senza sosta per poi confessare, una volta abbandonata la tavola, di sentirsi appesantito fino alla nausea. Come se non bastasse il tasso di colesterolo alzato a colpi di creme e condimenti, ci sono anche i sensi di colpa e una forte sensazione di ansia che colpiscono il 22 per cento dei commensali. Niente a che vedere con l’immagine della famiglia felice riunita intorno alla tavola (solo il 19 per cento si definisce sazio e contento). Una fotografia di altri tempi, certamente più dilatati di questi, con meno richiami all’esterno per le giovani generazioni. Infatti, gli intervistati salvano solo le cene e i pranzi con gli amici, mentre l’ideale è rappresentato dalle pasti solitari davanti alla tv: un momento catartico contro lo stress della vita di tutti i giorni.

Il Mattino 3.5.04
Gli italiani grassi per noia:
mangiano per non parlare


Tra una portata e l’altra noia, ansia e silenzi imbarazzati. Oppure la tv accesa. Così gli italiani, per soffocare gli sbadigli e sfogare la tensione dei pasti in famiglia, si gettano sul cibo e diventano vittime di quello che gli esperti chiamano l’ingrasso emotivo. A rivelarlo è un’indagine di Riza psicosomatica secondo la quale, almeno in 6 casi su 10 i pranzi e le cene degli italiani, siano essi in famiglia, con i parenti o anche in coppia, sono sempre più silenziosi. Ci si riempie la bocca di continuo pur di non dover essere obbligati a parlare. Insomma, la tavola, da luogo in cui portare la gioia di stare in compagnia, si è trasformata - secondo l’indagine - nel luogo nel quale esplodono le frustrazioni e domina la noia.

Cina e Stati Uniti

Corriere della Sera 4.5.04
Il governatore Zhou: le riforme procedono, però a zig-zag. I danni ecologici
Credito facile e grattacieli vuoti La tigre cinese ora vuole frenare
Stretta sulle banche statali. Ma anche l’America teme la fine del boom
di Massimo Gaggi


SHANGHAI - VACILLA l´ultimo pilastro della leadership americana nel mondo, il primato nella scienza. L´Asia tallona la supremazia degli Stati Uniti anche in questo campo: brevetti, scoperte, invenzioni, formazione universitaria. Dopo aver svuotato "dal basso" l´industria tecnologica americana, portandole via le mansioni operaie, le potenze asiatiche ora alzano il tiro e lanciano la sfida a un livello superiore. Le aiuta involontariamente la guerra di George Bush al terrorismo: le restrizioni ai visti negli Stati Uniti incoraggiano un´emigrazione alla rovescia, il "ritorno dei cervelli" in Cina e in India, due giganti in pieno boom economico. Anche l´esplosione della spesa militare americana è sotto accusa perché sacrifica gli investimenti pubblici nell´istruzione. Una responsabilità a parte spetta all´integralismo religioso del presidente, che ostacola la sperimentazione scientifica in campi come le cellule staminali.
Il New York Times apre la prima pagina con questo allarme: "U.S. is losing its dominance in the sciences", gli Stati Uniti stanno perdendo il loro dominio nelle scienze.

Il sole tramonta nella foschia di Shanghai, ma il cantiere nel quale si costruisce la seconda torre dell’hotel Shangri-la non si ferma. Dalla mia camera nella prima torre, lo spettacolo è impressionante: le gru continuano a girare nell’oscurità, gli operai montano le travi d’acciaio sotto la luce dei riflettori.
All’una di notte conto ancora quattro cascate di scintille, le squadre dei saldatori. Ma l’albergo non è pieno. Il giorno dopo chiedo al manager il perché di tutta questa fretta. «Sa, anche quest’anno l’economia deve crescere al 9%» è la disarmante risposta.
Fino a qualche settimana fa la Cina preoccupava l’Occidente per la rapidità della sua crescita che sottrae lavoro a molti Paesi industrializzati e sconvolge i mercati delle materie prime, a cominciare da petrolio, acciaio e carbon-coke.
Si chiedeva al governo guidato da Wen Jiabao di azionare la leva del freno, anche per ridurre il surriscaldamento del sistema finanziario, e di rivalutare il renmimbi, anche per rendere le merci cinesi un po’ meno competitive. Gli economisti americani ed europei studiavano le mosse del governo soprattutto per capire fino a che punto fossero sinceri gli impegni presi per rallentare il ritmo di crescita e guidare la trasformazione di un’economia pianificata in un vero sistema di mercato.
Quando, alla fine del primo trimestre 2004, i dati hanno mostrato che il Pil cinese continua a crescere a una velocità poco inferiore al 10% annuo, furono in molti a concludere che il governo aveva mentito, dato che un’economia pianificata e centralizzata non può finire fuori controllo. Ma il governo ribadì il suo impegno e la banca centrale iniziò a intervenire sul sistema creditizio. In pochi giorni il clima è mutato: le Borse asiatiche (e non solo) hanno reagito con forti ribassi all’ipotesi di una frenata cinese; gli esperti hanno cominciato a temere un rallentamento troppo brusco che potrebbe togliere carburante alla ripresa internazionale fin qui alimentata proprio da Pechino, e in parte dagli Usa.
Cosa sta accadendo? La sensazione è che la tecnocrazia al governo abbia chiara la percezione dei rischi che corre l’economia cinese e stia cercando di pilotare una sorta di «atterraggio morbido», che però non è detto che riesca pienamente. Anche perché, se il potere centrale è effettivamente molto forte, il controllo dei venti o trenta dirigenti di Pechino che davvero «contano» su un Paese sterminato e sovrappopolato, non può essere così capillare. Non è, del resto, storia recente: un antico proverbio dice che il dragone (cioè l’impero) è potente, ma i serpenti (i feudatari al potere nelle varie province) sanno come sopravvivere ai suoi artigli.
Qualche giorno fa, il passaggio-chiave: la banca centrale, verificato che gli istituti - che col loro credito facile sono stati i veri «fuochisti» dell’economia cinese - anche a marzo avevano incrementato i prestiti addirittura del 20%, ha invitato tutti a voltare pagina. E la Commissione che controlla il sistema creditizio ha deciso di inviare squadre di ispettori in tutte le sette province del Paese per controllare che la disposizione venga realmente eseguita e che l’esposizione si riduca, in particolare nei settori più esposti: acciaio, industria automobilista e settore immobiliare, il cui boom, soprattutto a Shanghai e nelle zone di nuova urbanizzazione, sta producendo molta inflazione.
Insomma, la volontà di frenare sicuramente c’è: il governo teme davvero un surriscaldamento dell’economia, comincia a calcolare anche i danni ambientali prodotti da un’industrializzazione «selvaggia» e capisce che il disordine creato nel mercato mondiale delle materie prime danneggia i suoi stessi partner commerciali. Ma la frenata non può essere troppo pronunciata perché il Paese ha comunque bisogno di un certo livello di crescita per creare i nuovi posti di lavoro (circa 15 milioni l’anno) necessari per fronteggiare l’incremento demografico e i flussi migratori dalle campagne.
Che la manovra riesca è però tutto da vedere: alcune riforme sono state impostate, ma si procede a zig-zag, come dice il governatore della Banca centrale, Zhou Xiaochuan. Dal mercato del lavoro vengono flebili segnali che possono far sperare in qualche forma di riequilibrio tra Cina e Paesi avanzati, nel lungo periodo. Oggi il salario di un operaio di Shanghai in media è otto volte più basso rispetto all’Occidente. E, soprattutto in alcuni settori come le costruzioni, vige una sorta di «caporalato» che rende il lavoro tanto «flessibile» quanto privo delle più elementari garanzie. Ora qualcosa sta cambiando. A esempio a Pechino, dove tre milioni di lavoratori emigrati dalle campagne ricevono incarichi precari, è stato vietato il subappalto dei lavori a società che non garantiscono i requisiti minimi di sicurezza e spesso non pagano nemmeno i loro dipendenti. E gli operai che oggi vengono pagati una volta l’anno, dovranno ricevere il salario mensilmente. Non molto, visto dall’Europa, ma un cambiamento significativo per la Cina. Dove per alcune professionalità (a esempio gli ingegneri laureati in America che tornano in patria) si cominciano a pagare retribuzioni comparabili con quelle di altri Paesi industrializzati.
Se nel mondo del lavoro qualcosa si muove, dalle banche per ora non vengono indicazioni incoraggianti. Abituate a operare come rami della pubblica amministrazione che garantisce tutti i loro crediti, le quattro grandi banche cinesi hanno continuato per anni a erogare cifre enormi ai clienti, prevalentemente aziende di Stato, senza curarsi della redditività dei progetti finanziati. Cinque anni fa lo Stato destinò il 3% del reddito nazionale a un loro massiccio rifinanziamento (270 miliardi di yuan, circa 27 miliardi di euro, al cambio di oggi). Dovevano entrare nel sistema finanziario internazionale con un adeguato grado di patrimonializzazione. Ma la musica non è cambiata: pressate anche dai governi delle singole province, desiderosi di sostenere lo sviluppo, queste banche hanno continuato a finanziare di tutto. Così Pechino ha appena dovuto spendere ben 45 miliardi di dollari per rifinanziare due di queste banche. Ora, però, il sentiero si è fatto stretto: l’elevato livello dei crediti «in sofferenza» o già inesigibili - ufficialmente il 21% del totale, ma c’è chi ritiene che siano più del doppio - richiederebbe infatti una frenata brusca che verrebbe pagata a caro prezzo dall’economia cinese e da quella internazionale. Una frenata troppo morbida rischia invece di non allontanare il pericolo di un « meltdown » finanziario.
E così ieri sul «New York Times» Thomas Friedman ha trasformato la sua corrispondenza sulla Cina in una preghiera (ironica fino a un certo punto) al Padre Celeste, affinché mantenga i governanti cinesi forti e in buona salute fino all’età di 120 anni, capaci di governare con saggezza un processo di riforme economiche che consenta alla Cina di crescere per sempre al 9 per cento l’anno. Scavalcando, uno alla volta, tutti gli altri grandi protagonisti dell’economia mondiale, America compresa.

Repubblica 4.5.04
Dalle pubblicazioni sulle riviste specializzate al numero dei brevetti, gli americani perdono terreno
Vacilla il primato Usa nelle scienze ora la ricerca si fa in Asia ed Europa
L'allarme sulla prima pagina del New York Times: "Il mondo ci sta per raggiungere"
Le restrizioni ai visti favoriscono il ritorno dei cervelli in Cina e in India, giganti in ascesa
DAL NOSTRO INVIATO FEDERICO RAMPINI


Il quotidiano denuncia la sottovalutazione generale delle «conseguenze per l´occupazione, l´industria, la sicurezza nazionale o il dinamismo della vita culturale del paese». «Il resto del mondo ci sta raggiungendo», conferma John Jankowski della National Science Foundation, l´agenzia federale che studia proprio i trend della scienza. L´allarme è fondato su dati e indicatori precisi. Una misura della competizione internazionale nel sapere è il numero di brevetti. Qui gli Usa conservano una lunghezza di vantaggio su tutti, ma il margine si assottiglia di anno in anno, con un calo dal 60 al 52% in un ventennio, mentre in alcuni settori specifici i paesi asiatici sono già passati in testa.
Un altro indicatore che gli esperti guardano con attenzione è il numero di pubblicazioni su riviste scientifiche. Qui il sorpasso è già accaduto. Nella fisica, per esempio, gli studi americani sono caduti dal 61% del totale vent´anni fa, al 29% oggi. Il direttore della Physical Review, Martin Blume, rivela che la Cina è ormai passata in testa con più di mille studi presentati all´anno, e afferma che lo stesso sta accadendo in altre discipline avanzate.
Il New York Times cita Diana Hicks del Georgia Institute of Technology, secondo cui il ritmo dell´ascesa asiatica nella scienza e nell´innovazione tecnologica «è incredibile, studi e brevetti salgono in modo stupefacente». Il giornale mette sotto accusa il provincialismo di un´America che si crede il centro del mondo, e talvolta ignora i progressi altrui. Ricorda l´esempio delle missioni su Marte: la notizia che la sonda europea ha individuato tracce di metano nell´atmosfera è stata ignorata dai mass media americani, troppo intenti a esaltare le prodezze della missione Nasa.
L´opposizione democratica cavalca l´allarme, il capogruppo al Senato Tom Daschle parla di un «momento di svolta», in cui si moltiplicano «i segni che il primato americano nel mondo scientifico è scosso». La proliferazione delle spese militari in passato ha avuto effetti benefici anche sul progresso tecnologico, e tuttora la ricerca a scopi bellici riceve 66 miliardi di dollari di finanziamenti all´anno. Ma il peso della guerra in Iraq sui deficit pubblici costringe a tagli dolorosi e gravidi di conseguenze in altri campi: 21 agenzie federali su 24 che si occupano di ricerca scientifica hanno visto i propri bilanci decurtati, le tre che si salvano sono quelle che si occupano esclusivamente di missioni spaziali e sicurezza nazionale.
La priorità alla sicurezza si ritorce contro la scienza in un altro modo. Una conseguenza dell´11 settembre è stato il giro di vite sulle procedure per i visti d´ingresso agli stranieri. I nuovi controlli hanno allungato a dismisura i tempi di rilascio anche per i visti di studio. Questo rallenta e ostacola l´arrivo di quei talenti stranieri - docenti, ricercatori o studenti - che da sempre contribuiscono alla forza delle università americane. Il numero di laureati stranieri che hanno presentato domanda per un dottorato di ricerca negli Usa nel prossimo anno accademico è sceso del 25%. Pochi giorni fa un summit d´emergenza ha portato i rettori delle principali università americane alla Casa Bianca, per tentare di porre un riparo a questa emorragia di cervelli. Ma la paura di attentati e l´inefficienza dell´Immigration Service hanno creato un collasso burocratico da cui è difficile uscire in tempi rapidi.
L´impatto negativo della nuova politica dei visti coincide con una fase in cui emergono come nuovi poli d´attrazione la Cina e l´India, due tradizionali serbatoi d´emigrazione qualificata verso gli Usa. Negli anni ?90 un terzo delle nuove imprese fondate nella Silicon Valley - il centro californiano delle tecnologie avanzate - era stato creato da imprenditori-scienziati di origine asiatica. Oggi una parte di loro stanno tornando a casa, attirati dall´opportunità di usare la propria esperienza americana nella "nuova frontiera" del boom asiatico. Ormai per molti giovani laureati provenienti da Cina, India, Corea, Taiwan, anche se hanno già in tasca il visto Usa la prospettiva è cambiata. Un dottorato a Berkeley, Stanford o Harvard è solo una tappa prima di tornare a far carriera in patria, non l´anticamera dell´emigrazione negli Stati Uniti. A questa inversione di tendenza contribuiscono le stesse multinazionali americane. Da Ibm a Microsoft, da Intel a Hewlett Packard, tutte investono in Cina non più solo per crearvi fabbriche con manodopera a buon mercato, ma per costruire centri di ricerca avanzata, design, progettazione. La grande paura americana dell´offshoring assume di colpo un significato nuovo. Non sono solo posti di lavoro che vengono trasferiti sull´altra sponda del Pacifico, ma la stessa ricetta-chiave della leadership americana nel mondo. Giappone, Taiwan e Corea del Sud già rappresentano da soli un quarto di tutti i brevetti industriali registrati sul mercato americano, Cina e India sono sulla buona strada. «Ci stanno raggiungendo - dice la vicepresidente del Council on Competitiveness, Jennifer Bond - e gli americani farebbero bene a non addormentarsi sugli allori».

AP 3.5.04 (dall'articolo del New York Times)
SCIENZA, GLI USA STANNO PERDENDO IL DOMINIO MONDIALE (NYT)
Crescono l'Europa e la Cina, effetto della globalizzazione


Roma, 3 mag. (Ap) - I primi a stupirsene sono stati gli stessi analisti americani, ma la tendenza è in atto e i dati la confermano: gli Stati Uniti stanno perdendo il dominio incontrastato nel campo della scienza e della tecnologia. Il resto del mondo - in particolare l'Europa e l'Asia - sta rapidamente colmando un "gap" che sembrava invalicabile, e anzi pareva destinato ad allargarsi. Lo scrive il New York Times, che cita i pareri di esperti governativi e privati americani e fa l'analisi di una serie di "indicatori" del progresso scientifico: i brevetti, il numero delle pubblicazioni, i premi Nobel. La conclusione la tira senza girarci intorno John E. Jankowski, analista della National Science Foundation: "Il resto del mondo ci sta raggiungendo", dice. "Il primato nelle scienze non è più appannaggio dei soli Stati Uniti".
Il mondo nel suo complesso di certo ne trarrà beneficio, dice ancora l'esperto. Ma i grandi profitti derivanti dall'eccellenza tecnologica saranno sempre più condivisi, e anche la concorrenza nella produzione scientifica si farà più difficile, perché gli Usa non saranno più - come ora - una calamita irresistibile per tutte le menti migliori.
Da che cosa emerge la tendenza alla recessione della scienza made in Usa? In primo luogo - scrive il NYT - dall'indicatore più importante non soltanto dal punto di vista culturale, ma soprattutto economico: il numero di brevetti nelle alte tecnologie che vengono concessi nel mondo. Fino a qualche decennio fa erano tutti, con pochissime eccezioni, concessi a centri di ricerca americani. Oggi, gli Stati Uniti conservano la maggioranza, ma risicata: il 52 % dei brevetti è americano, Europa ed Asia si dividono quasi tutti gli altri.
Ancor più indicativo e preoccupante è il declino riguardante un altro indicatore specifico, il numero delle pubblicazioni scientifiche accolte dalle riviste specializzate. Negli ultimi vent'anni, da una maggioranza di articoli firmati da riceratori Usa che comunicavano i loro risultati innovativi, si è passati a una netta minoranza. Significativo il caso della Physical Review, tempio della ricerca in campo fisico-matematico: soltanto il 29 per cento degli articoli oggi esce da ricerche compiute in laboratori americani. Nel 1983 erano il 61 per cento.
Declino anche nei premi Nobel dedicati alle discipline scientifiche. Scorrendo gli Albi d'Oro dagli anni Sessanta ai Novanta, si leggono soltanto nomi di ricercatori operanti negli Usa, con poche sporadiche eccezioni. A partire dal 2000, il 51 % dei riconoscimenti è andato a ricercatori europei.
Di tutto questo, scrive il NYT, si ha poca percezione negli Stati Uniti, tanto a livello di pubblico che a livello politico. E' difficile scalzare l'immagine, ormai da tempo acquisita, del dominio scientifico Usa. I media sono abituati a non tener conto di quanto avviene all'estero, e non hanno percepito la sgradevole novità.
Il giornale cita un esempio: pochi mesi fa, la sonda marziana dell'Esa, l'agenzia spaziale europea, scoprì tracce di metano nell'atmosfera del pianeta, ovvero un forte indizio della presenza di microrganismi viventi. Negli Usa la notizia non è neppure passata, perché il pubblico era bombardato dalle immagini dei due robot della Nasa che passeggiavano nei deserti marziani.
Secondo gli analisti Usa, il futuro apparterrà sempre più a nazioni non americane. La Cina, col suo aggressivo programma spaziale, viene vista come il concorrente più temibile. Il numero di pubblicazioni da parte di scienziati cinesi è aumentato vertiginosamente in pochi anni, e continua ad aumentare.

passioni, emozioni e scienza:
due libri

Il Gazzettino Martedì, 4 Maggio 2004
LIBRI
Cercando di entrare nel cuore di uno scienziato
di RICCARDO CALIMANI


(...)
Le passioni possono essere all'origine del pensiero scientifico?

A questa domanda risponde positivamente Nicolas Witkowski con un bel volume "Storia sentimentale della scienza", edito da Raffaello Cortina. E possibile trovare in queste pagine matematici persiani che risolvono difficili equazioni cantando le lodi del vino, ingegneri rinascimentali che, se, in un caso, riescono a risolvere un problema, in altre dieci situazioni falliscono clamorosamente, maestri del pensiero, che non solo svelano principi matematici della filosofia naturale, ma anche contemporaneamente rivelano morbosi segreti, per non parlare degli evoluzionisti che celebrano gli amori delle piante e di altre storie amene. Il risultato di questa lettura è quello di mostrare l'importanza delle emozioni rispetto al progresso scientifico.

Un libro sulle emozioni

"Alla ricerca di Spinoza" di Antonio Damasio, edito da Adelphi, è un brillante saggio che, attingendo ai risultati più recenti delle neuroscienze cognitive, offre una risposta ad interrogativi classici:da dove nascono i sentimenti? Che cosa sono? Da queste domande scaturisce un'indagine estremamente stimolante che sposta il dibattito, ben noto, sul rapporto mente-corpo inserendolo in un nuovo scenario concettuale che coinvolge la totalità della natura che ci circonda.

lunedì 3 maggio 2004

un libro su Schopenhauer
(si tratta della ristampa di un libro già uscito nel '97)

Repubblica 3.5.04
FILOSOFIA
SCHOPENHAUER GLI ANNI RUGGENTI DEL PENSIERO DEL '900
di FRANCO VOLPI


Schopenhauer è uno di quei pensatori irregolari, eccentrici, difficili da ricondurre alla propria epoca. La sua stella spunta all'improvviso nella costellazione del kantismo, ma, anziché seguirne l'evoluzione verso l'idealismo, se ne distacca bruscamente e apre con il concetto di Volontà un'orbita nuova. Da lui hanno origine Wagner, Nietzsche e quella metafisica del pessimismo che tanta parte ha avuto nella formazione dell'anima tedesca e nella cultura europea del Novecento. La sua fortuna, incominciata tardi, dopo i "Parerga e paralipomena" (1851), fu osteggiata dalla filosofia universitaria. Almeno finché essa fu dominata dall'idealismo, che di Schopenhauer fu acerrimo avversario, e finché le fu possibile farlo. Cioé fino a quando anch'essa fu costretta a prendere atto del successo che la sua opera mieteva presso il vasto pubblico. Le cose, tuttavia, non cambiarono molto. Schopenhauer fu letto da scrittori, letterati e artisti come Flaubert e Maupassant, Strindberg e Hamsun, Tolstoj e Cechov, Svevo e De Chirico. E poi da Karl Kraus, Thomas Mann, Kubin, Hesse, Musil, Benn, Thomas Bernhard, Borges e altri ancora.
Tra i grandi filosofi contemporanei, invece, solo Wittgenstein fu suo appassionato e segreto ammiratore. Non diversa né migliore la situazione italiana. Da noi Schopenhauer fu coltivato in seno a quella che - rispetto al neoidealismo imperante di Croce e Gentile - si potrebbe chiamare "l'altra filosofia italiana del Novecento": da Rensi e Martinetti fino a Colli. Ma non possiamo vantare una vera tradizione di studi schopenhaueriani. La bella traduzione del libro di Safranski sopperisce dunque a una lacuna [questa lacuna non c'era: il libro era già uscito nel '97 per La Nuova Italia ed è reperibile nelle biblioteche, adesso è uscito per Longanesi. Ndr].
È la migliore ricostruzione della vita e dell'opera di Schopenhauer oggi in circolazione, e al tempo stesso un avvincente spaccato su quegli "anni ruggenti della filosofia". È un saggio con la verve di un romanzo, scritto con passione da questo ex insegnante diventato scrittore per necessità, da quando fu licenziato per il cosiddetto Berufsverbot, la legge che negli anni Settanta vietò in Germania il ruolo statale a chi non fosse fedele alla costituzione (quindi, con teutonica inferenza, a chiunque era comunista).