lunedì 13 dicembre 2004

Crocifisso a scuola, la Consulta decide

Repubblica 13.12.04
Sullo sfondo del dibattito, i pronunciamenti "pesanti" del Vaticano. Il Quirinale dissente dagli abrogazionisti
Crocifisso a scuola, la Consulta decide
Vigilia di sentenza dopo l'esposto d'una cittadina non credente
Permettere o meno l'esposizione del simbolo cristiano negli istituti?
di MARCO POLITI

ROMA - È in dirittura d'arrivo la sentenza della Corte costituzionale sul crocifisso nelle scuole. Il presidente Valerio Onida ha intenzione di chiudere la partita prima dell'elezione dei nuovi giudici costituzionali, che dovrebbe aver luogo il 14 dicembre.
Al palazzo della Consulta il riserbo è impenetrabile. Eppure filtra l'ipotesi in queste ore che il crocifisso dovrebbe essere in qualche modo "salvato". Ma bisognerà vedere nero su bianco se i giudici costituzionali avranno ritenuto possibile una soluzione del genere alla luce della laicità espressa della Carta fondamentale e soprattutto del fatto che - caduto l'impianto della religione di stato, definitivamente archiviata dalla riforma concordataria di Craxi del 1984 - un "obbligo" di esposizione del simbolo della religione cristiana appare insostenibile. In Germania, ultima in ordine di tempo, è stato deciso così. Della questione si è discusso nell'udienza pubblica il 26 ottobre scorso. I "cattivi musulmani", impersonati da Adel Smith ad uso dei talk-show, non c'entrano. È stata una cittadina italiana di origine finlandese, Lautsi Soile, a sollevare nel 2002 l'interrogativo perché i suoi due figli non credenti dovessero studiare in aula sotto il crocifisso. Su impulso dell'Unione atei (Uaar) il Tar del Veneto ha quindi posto l'eccezione di legittimità costituzionale.
La Corte ha dovuto elaborare la sua decisione sullo sfondo di pronunciamenti di notevole peso. Il Vaticano ha espresso ai massimi livelli la sua totale contrarietà all'abolizione del crocifisso nei luoghi pubblici. Già un anno fa Giovanni Paolo II, ricevendo un udienza il ministro dell´Interno Pisanu e i suoi colleghi europei, ha dichiarato che cancellare i simboli religiosi «risulterebbe poco democratico, perchè contrario all'anima delle nazioni ed ai sentimenti della maggioranza delle loro popolazioni». Anche il Quirinale non fa mistero di non condividere l'impostazione abrogazionista.
Una via di uscita potrebbe essere rappresentata dal cosiddetto "metodo bavarese", illustrato tempo fa proprio dall'Avvenire: «Il crocifisso è di norma esposto nelle aule scolastiche; se però alcuni studenti obiettano che esso lede la loro libertà di coscienza, le autorità scolastiche aprono un procedimento di conciliazione, che può condurre anche alla sua rimozione». Un modo, secondo il giornale dei vescovi, di «bilanciare esigenze opposte». Sulla questione dovrà peraltro pronunciarsi anche lo stesso Presidente della Repubblica. Nell'aprile 2003 è stato indirizzato al capo dello stato un ricorso straordinario contro la circolare Moratti, che nel 2002 ha imposto l'esposizione del simbolo. Ciampi deciderà dopo che il ministero dell'Istruzione avrà acquisito il parere del Consiglio di stato. La prossima sentenza della Corte costituzionale avrà naturalmente la sua influenza.

Giappone/Cina
il riarmo giapponese: un'altra mossa per la guerra preventiva che vuole Bush?

Repubblica 13.12.04
LO SCENARIO
Il governo Koizumi rivede la dottrina strategica: Pechino è la minaccia
Giappone, la Difesa non è tabù "Il vero nemico ora è la Cina"
Il documento rispecchia la nuova politica estera e di sicurezza nipponica
Il ministero degli Esteri cinese ha definito il piano "irresponsabile"
di FEDERICO RAMPINI

TOKYO - Washington applaude, la Cina grida al riarmo giapponese: a nessuno è sfuggita l'importanza del nuovo piano quinquennale per la difesa varato dal governo di Tokyo, un netto cambiamento di rotta rispetto alla tradizione pacifista del paese dopo la seconda guerra mondiale. Per la prima volta in un documento ufficiale il Giappone indica esplicitamente una «minaccia cinese» contro cui attrezzare la difesa nazionale. E ne trae le conseguenze: con questo piano quinquennale dà il via alla costruzione di un sistema di difesa anti-missile (in cooperazione con gli Stati Uniti), crea una forza di rapido intervento e potenzia la sua capacità aerea a lungo raggio.
Il piano strategico messo a punto dal governo e approvato dal Parlamento in questi giorni è l'ultima tappa di una trasformazione che il premier Junichiro Koizumi ha impresso alla politica estera e di sicurezza del Giappone. Non a caso l'approvazione di questo piano ha seguito di pochi giorni l'annuncio che il contingente di 600 militari nipponici resterà in Iraq per un altro anno: dopo che per mezzo secolo il Giappone aveva evitato di mandare truppe all'estero, l´intervento in Iraq in appoggio all'Amministrazione Bush è un altro "strappo" rispetto all'interpretazione letterale di una Costituzione che prevede solo l'uso difensivo delle proprie forze armate. Lo stesso Koizumi peraltro persegue da tempo il disegno di una revisione costituzionale che elimini alcuni vincoli e restrizioni al rafforzamento militare del suo paese. Questi cambiamenti strategici, approvati dagli Stati Uniti, sono motivati con la nuova situazione internazionale: la fine della guerra fredda, il graduale alleggerimento della presenza americana in Asia, l'emergere di una potenza economico-militare della Cina sempre più influente, e infine l'imprevedibile Corea del Nord. Al tempo stesso, la nuova dottrina strategica giapponese coincide con una rinascita dello spirito nazionalistico, che lo stesso Koizumi sottolinea con le sue visite annue al tempio Yasukuni dedicato ai caduti del seconda guerra mondiale (inclusi alcuni noti criminali di guerra). Si inserisce in un clima "revisionista" in cui i manuali scolastici a Tokyo vengono riscritti per giustificare l'imperialismo giapponese in Asia negli anni 30, suscitando proteste in Cina e in Corea.
Il nuovo piano quinquennale non rappresenta un boom di spesa militare, anzi il budget della difesa viene tagliato del 3,7%, a 233 miliardi di dollari. Ma la razionalizzazione della spesa si accompagna a una profonda revisione degli obiettivi. Diminuisce di 5.000 unità il numero di soldati, ma viene istituita una forza di rapido intervento di 15.000 uomini con divisioni di paracadutisti e reparti di elicotteri in grado di essere dispiegati rapidamente su teatri lontani. Viene modificato l'embargo sulla vendita di armi all'estero, in modo da aprire la strada a una stretta collaborazione tecnologica con l'apparato bellico americano: i giapponesi potranno fornire tecnologie avanzate al Pentagono, con l'obiettivo di costruire insieme agli americani il nuovo dispositivo anti-missilistico, che guarda alla Cina e alla Corea del Nord come ai due possibili fronti caldi del futuro. È previsto l'acquisto di aerei-cisterna per il rifornimento in volo, che diano all´aviazione militare nipponica la capacità di intervenire a lungo raggio: a breve termine questo dovrebbe servire nel caso si rendano necessarie azioni contro gli arsenali nucleari della Corea del Nord. Ma è la minaccia cinese che spicca come la vera novità, resa esplicita nel documento strategico di Tokyo: «La Cina - vi si legge - ha un grande impatto sulla sicurezza di questa regione. La Cina sta accelerando il rafforzamento delle sue attività nucleari e missilistiche, modernizza la sua flotta e la sua aviazione, espande il raggio d'intervento delle sue risorse navali. Dobbiamo vigilare su queste mosse».
Il mese scorso un sottomarino nucleare cinese è penetrato nelle acque territoriali del Giappone, creando una notevole tensione tra i due paesi. Tensione che non si è veramente sciolta, perché la Cina ha espresso solo «rincrescimento» senza presentare scuse formali, e pochi giorni fa si è resa protagonista di altri due sconfinamenti. Per i giapponesi queste vicende confermano che la Cina sta affermandosi come una potenza marittima sempre più invadente in Asia, anche per effetto di uno sviluppo economico travolgente, che porta Pechino a voler difendere rotte di esportazione e di approvvigionamento verso il resto del mondo.
William Breer del "Centre for Strategic and International Studies" di Washington ritiene che «il Giappone sta aprendo gli occhi di fronte all'ascesa della potenza cinese, che avrà effetti sugli equilibri militari in tutta l'Asia. D'altra parte lo stesso Giappone non si sente più condizionato dalla propria storia. È deciso ad adeguare il proprio dispositivo militare alle nuove minacce potenziali». Le reazioni cinesi sono dure. Il ministero degli Esteri di Pechino ha definito il nuovo piano strategico giapponese come «completamente irresponsabile e privo di fondamenti». Il portavoce del governo cinese Zhang Qiyue ha detto che «per ragioni storiche gli indirizzi strategici delle forze armate giapponesi sono una questione estremamente sensibile». Il direttore degli studi giapponesi all'Accademia delle Scienze Sociali di Pechino, Gao Hong, parla di una «corsa al riarmo». Lu Guozhong, un altro esperto cinese presso l'Istituto di studi internazionali di Pechino, dice ad alta voce quel che pensano molti suoi connazionali, e cioè che «il Giappone è in cerca di alibi per ri-militarizzarsi».
ed ecco cosa diceva il cardinale Ruini pochi giorni fa:
Avanti! 9.12.04
Ruini: dalla Cina il vero pericolo per la religione

L’offensiva laicista contro il cristianesimo? Il fondamentalismo islamico e il terrorismo che ha generato e ha scatenato in giro per il mondo? Tutte minacce da non sottovalutare, certo, ma non sono quelle che preoccupano di più. Bisogna invece guardarsi da quel che succede in Cina e che potrebbe propagarsi per il mondo. Per il cardinale Camillo Ruini la vera sfida arriva dalla “Tigre cinese”. Lo ha spiegato a chiare lettere qualche giorno fa, prima del viaggio in Cina del presidente Ciampi che tanto sta facendo discutere. L’occasione? A ricordo della sua prima messa celebrata cinquant’anni fa, quand’era semplice prete ordinato di fresco, il cardinale ha fatto ritorno per un paio di giorni nella sua diocesi natale di Reggio Emilia. E lì, il 23 novembre, ha espresso una “summa” del suo attuale pensiero sulla Chiesa e sul mondo, con proiezioni sul prossimo futuro. Ruini è vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana. Il suo pensiero ha quindi un peso speciale nel determinare gli indirizzi della Chiesa, anche in vista d’un cambio di Papa. Tra le considerazioni più urgenti, appunto il giudizio sulla Cina. Poiché in questa civiltà la religione ha un ruolo minore e ignora la fede in un Dio personale, Ruini prevede che essa non aiuterà, in Occidente, un rafforzamento dell’identità cristiana – come oggi avviene con l’Islam – ma all’opposto un suo indebolimento. Che la Cina sia tenuta d’occhio, per così dire, dalla Santa sede, non è cosa nuova. L’agenzia “Asianews” da sempre monitora e denuncia la situazione e ora lancia un nuovo allarme. Esiste un documento segreto elaborato nel maggio scorso dal Dipartimento di propaganda del comitato centrale del Partito comunista cinese (Cpc), nel tentativo di frenare la crescita costante di religione e spiritualità fra i cinesi. Particolare attenzione è rivolta “ai giovani e ai vertici del partito”, i settori in cui si registrano molti casi di conversione. Il governo presta una particolare attenzione ai mezzi di comunicazione, con un riferimento preciso ad Internet, il “canale privilegiato per diffondere l’ideologia marxista”. Esso rappresenta una “nuova risorsa” per “moralizzare” i giovani, i maggiori utenti della rete nel paese. Nel mese di ottobre, durante un vertice sulle religioni a Pechino, il governo ha ribadito che “non bisogna avallare leggi basate sulla mentalità occidentale, perché “le condizioni in Cina sono speciali”. Infatti, per Pechino la libertà religiosa non è un diritto innato della persona, ma una concessione dello Stato. Il documento, segreto e distribuito ai soli membri del partito, è giunto in occidente attraverso membri del Partito contrari alla politica ateista del governo. Esso è stato diffuso dal sito canadese di “The Voice of the martyrs”. Il documento è diviso in otto punti. Per prima cosa viene sottolineato l’importanza di una maggiore ricerca, educazione e diffusione dell’ateismo marxista per frenare la crescita delle organizzazioni di culto, della scienza e della superstizione. Nell’ottica marxista è di estrema necessità “eliminare ogni fatuità e superstizione” e rimpiazzarla con le norme e i dogmi del “pensiero scientifico”. Al popolo vanno insegnati “i processi generali di sviluppo della società umana” in modo che sia il popolo stesso a “fondare la propria cultura sui principi del marxismo”. Per raggiungere tale scopo è necessario educare le persone alle “scienze naturali” in modo che possano riconoscere i principi ispiratori “dell’universo, i principi della vita, le regole dell’evoluzione e rapportarsi correttamente ai fenomeni naturali, alle catastrofi, alla vita, alla morte, alla nascita e alle malattie”. Un aspetto particolare riguarda la cura e la salute fisica, che va favorita aiutando il popolo a “vivere una vita sana, a svolgere attività fisica e a trovare momenti di svago”. Anche la salute, lo sport e il tempo libero devono rifarsi ai “principi ispiratori” dell’ateismo marxista e “alle sue direttive pratiche” fornite dai membri del partito. La superstizione, la cabala, la tradizione e la religione vanno estirpati dai vertici della dirigenza e dai giovani perché ritenuti dannosi. Per realizzare l’obiettivo bisogna creare appositi dipartimenti e centri di ricerca per permettere alle persone “dotate di talento” di approfondire gli studi negli “istituti di ricerca atei-marxisti e nei dipartimenti universitari”. Ma la diffusione del marxismo soprattutto deve servire a rafforzare la leadership al potere: i membri del partito devono “diffondere la cultura materialista e atea e devono diventare un modello da seguire per tutto il popolo”.

archeologia:
la cultura materiale dell'antichità

Repubblica 13.12.04
UN BRINDISI IN MESOPOTAMIA

Le indagini di un archeologo sulla cultura del vino nel mondo antico
È nel secondo millennio a. C. che la pratica si diffonde in tutto il Mediterraneo
Gli studi sono stati compiuti grazie a strumenti biomolecolari
di SERGIO FRAU

Uno dei suoi ricordi più belli? Quando gli affidarono due chili di avanzi, roba organica putrefatta: due chili di resti del banchetto funebre di Re Mida. Erano stati trovati in orci sepolti nel suo tumulo, a Gordio, in Turchia. Si mise al lavoro subito Patrick McGovern: spettroscopia agli infrarossi, cromatografia liquida e gassosa, spettrometria di massa.
In breve la conferma: erano davvero del 700 prima di Cristo quegli avanzi. Riuscì anche a stabilire nel dettaglio il menù: quel giorno, per dare l'ultimo saluto al re dal tocco d'oro, si mangiò - ben innaffiato da un "grog" di vino frigio misto a idromele che solo lì sapevano fare così buono - pecora grigliata e disossata. Grazie all'archeologia biomolecolare di McGovern saltarono fuori man mano pure tutti gli ingredienti che erano serviti a prepararla: miele, vino, olio, erbette, anice, finocchio. E persino il contorno: lenticchie.
Il vino d'annata è una sua specialità. Vino d'epoca che cerca dappertutto - in fondi di otri, in vasche per vendemmia, in coppe minoiche - questo ricercatore che oggi insegna Antropologia all'Università di Pennsylvania e ne dirige il Museum Applied Science for Archaelogy. Lo indaga ormai da più di 20 anni come solo un esperto specializzato in archeologia molecolare può fare, ormai, oggi con il vino degli Antichi. Ora con L'archeologo e l'uva - la sua ricerca che, edita da Carocci, arriva oggi nelle librerie (pagg. 335, euro 24,50) racconta la sua storia e le sorprese che gli ha regalato.
Fino al 1988 la più antica testimonianza chimica di vino conosciuta era data da anfore romane trovate al largo della Costa Azzurra. Fu proprio lui a dare il via a nuove analisi chimiche integrate, tanto che oggi può partire dai pettirossi ubriachi del Paleolitico di decine di migliaia di anni fa e - alluvionale, con le sue 335 pagine assai ben scritte, spesso frizzanti - arrivare a stapparci in diretta orci e botti di Egizi, Ittiti e Greci, passando anche nelle cantine di Filistei, Celti e, persino, in quelle di Noè.
Scrive: «I nostri antenati devono aver visto uccelli mangiare ghiottamente l´uva fermentata. La loro curiosità deve essere aumentata nel vedere che, talvolta, ne derivavano movimenti muscolari scoordinati, tanto da far cadere i pettirossi dal trespolo».
A lui, però, interessa l'uomo: quando ci provò lui? Già l'Uomo Paleolitico? Non è escluso: «Finora però nessun recipiente di pietra è stato sottoposto alle tecniche dell'archeologia molecolare» dice. Il suo campo di ricerca è ampio come l'Eurasia: «Da qualche parte in questa vasta regione la vite selvatica europea è stata portata a coltivazione e alla fine domesticata: forse più di una volta, in più di un posto». Operazione complessa quella, fatta da gente che, comunque, doveva saperla lunga (contro funghi, batteri, acari, siccità & C.) e che poteva permettersi di aspettare i sei anni che servono a una vigna per entrare in produzione.
Le risultanze archeologiche attuali gli indicano un posto ben preciso per ambientare (per ora) il "Big Bang" del primo brindisi: le aeree montuose del Vicino Oriente. Da lì disegna un albero genealogico del vino che ha le sue radici nell´area collinosa che costeggia la Mesopotamia settentrionale (a metà del VI millennio a.C.), si estende in seguito ai Monti Zagros e al Transcaucaso giorgiano e armeno, per allargarsi a dismisura in Egitto e Mesopotamia (fin dal 3.500 a.C.), e toccare Creta nel 2.200 a.C.
È nel II millennio prima di Cristo che bevono tutti, dappertutto, qui nel Mediterraneo: solo questione di soldi poterselo permettere. Un orcio via l'altro, un coccio via l'altro, lo studioso statunitense riesce non solo a capire cosa si beveva, ma anche chi, come, quando e quanto beveva. Come alleati ha il moscerino della frutta (il "Drosophila melanogaster"), un vermetto dell'uva, e il lievito. Di tutti e tre questi elementi di recente è stato possibile individuare i Dna che, ormai inglobati nei reperti, fanno da guida alle esplorazioni. Ne è nato il "Progetto Dna antico della vite" che - schedando, archiviando, comparando - sta mandando in frantumi non solo datazioni di siti ma anche intere ricostruzioni storiche finora affidate solo alle sentenze dell'archeologia vecchio stile.
Per lui il vino è pur sempre «una miscela insolitamente complessa di diversi alcoidi, aldeidi, acidi, carboidrati, esteri, proteine vitamine, molecole poliidroaromatiche tra cui tannini, antocianine, flavonoli, catechine», ma è proprio grazie a tutti questi composti (e ai segnali di vita che millenni dopo riescono a conservare), che oggi si è in grado di resuscitare nettari, odori e sapori che facevano più dolce la vita di satrapi e faraoni.
McGovern: «I geroglifici che significano "uva, vino, vigna" (presenti già dal 3.100 a.C.), sono tra le prove più significative che la viticoltura egizia fu altamente sofisticata fin dagli inizi». E anche: «Orci da vino vennero depositati a migliaia nelle tombe dei primi faraoni d'Egitto».
L'Aldilà degli Egizi era sereno e ad alta gradazione alcolica: molta birra e anche vino con tanto di cartigli faraonici impressi a sigillarlo e a stabilirne annate certe. C'era un mistero, però, all'inizio di tutto: nella tomba del primissimo faraone, Scorpione I, seppellito ad Abydos e archiviato come "dinastia 0" (perché del 3150 a.C. circa e, quindi, precedente a tutti gli altri), si trovarono recipienti che recenti analisi hanno appurato come orci da vino. Mai visti prima dagli archeologi al lavoro in Egitto, ma assai simili ad altri trovati sulla riva est del Mar Morto e in Transgiordania: roba d'importazione, dunque! McGovern fatte le analisi, ha fatto pure i conti: Scorpione I, per la sua vita ultraterrena, si era portato dietro 4.500 litri di vino. Da dove fosse arrivato tutto quel ben di Dio rimaneva, però, un problema.
Nuove indagini vennero fatte per confrontare la terracotta di Abydos con i 4.000 campioni archiviati da un ente che studia la composizione e le provenienze dell'argilla per vasi: nessuna argilla egiziana era stata usata per fabbricarli. Oggi si può dire che - con grande probabilità - quel primissimo vino egizio arrivò proprio dal Levante e che - visto il successo - solo dopo, si cominciarono a piantare quelle vigne nella zona del Delta che l'archeologia e le scene dipinte nelle tombe ci fanno testimoniano.
«In vino veritas» sembra giurarci McGovern grazie agli alambicchi. Revisioni storiche a raffica dalle sue analisi: la provenienza degli Hyksos in Egitto, stanziati a metà del II millennio a.C. nella loro capitale Avaris nel Delta? Non più da Biblos (come si è sostenuto per decenni), ma dalla regioni di Gaza, nella Palestina meridionale: lo attesta proprio l'argilla dei vasi da vino resinato che gemella le due zone. Non più "brocche da birra" quelle filistee, ma da vino: lo giura la chimica. Ed era uno strano "grog greco" (a base di vino resinato, birra d´orzo e idromele) quello che rendeva allegri i Cretesi del Periodo Minoico II, nel II millennio a.C. Tutte cose, queste, che ancora dieci anni fa non si sapevano.
Che il vino sia da sempre un vin santo, si sa. Oggi, però, i suoi prodigi si profilano sempre più chiari: è l'Osiride egizio a pensare ai vigneti; è il Dioniso greco che con il vino ne fa di tutti i colori; vigne e templi si diffondono insieme nell'Iraq meridionale e in mezzo mondo; i re ittiti per benedire un patto o un guerriero spargevano vino, come fosse sangue; ed è proprio a uno di loro, Suppiliuma, in trono nel XIV secolo a.C., che si deve lo slogan «Mangia, bevi e sii felice». Più prosaico il suo collega assiro Assurbanipal II - secoli dopo, quando inaugurò la nuova capitale, Nimrud - lasciò scritto di aver «irrigato le pance» dei suoi sudditi con 10 mila otri di vino e 10 mila coppe di birra.
Arriva dal pantheon di Ugarit un sacrilego cattivo esempio: «Gli dèi bevevano e mangiavano, bevevano vino fino alla sazietà, nuovo vino fino all´ubriachezza». E cos'erano le Dionisìe greche se non feste del vino novello?
«Con i vecchi metodi è stato fatto e continua a essere fatto un ottimo lavoro, ma con essi oggi si può rovinare materiale prezioso!». E - questo di McGovern - anche un altolà all'archeologia tradizionale? Più si va avanti - spiega - e più le nuove tecnologie ci aiuteranno a ricostruire meglio il nostro passato. Basterebbe forse tornare a perquisire - stavolta scientificamente, però, come fa lui - la roba esposta (o sepolta) da decenni nei musei e nei loro depositi. E questa la nuova frontiera della ricerca? Emozionante, entusiasmante, la sua promessa ipertecnologica: «Ci si stanno spalancando interi nuovi capitoli della storia dell'uomo e dell'ambiente».

Picasso mai visti, a Roma fino all'8 gennaio

Repubblica 13.12.04
In esposizione a Roma
I Capolavori di Picasso dei collezionisti americani
di Paolo Vagheggi

ROMA. Una storia fuori dall'ordinario per un capolavoro assoluto di Picasso: Ferdinand Howald e Uomo seduto con pipa. Nel nostro paese nessuno conosce Ferdinand Howald anche se l'Ohio, lo stato che lo vide crescere, è stato a lungo sulle prime pagine dei quotidiani per i risultati elettorali americani. Howald era figlio di un fabbro svizzero. Arrivò negli Stati Uniti da povero emigrante nella seconda metà dell'Ottocento. Lavorava e studiava. Si diplomò all'università dell'Ohio, si occupò dell'estrazione del carbone e negli ultimi dieci anni di vita, dal 1923 al 1934, di arte. In poco tempo acquistò alcuni tra i maggiori capolavori del cubismo tra cui Uomo seduto con pipa che alla sua morte fu donato al museo di Columbus.
Oggi il capolavoro è esposto a Roma, alla Fondazione Memmo-Palazzo Ruspoli nella mostra Picasso e la sua epoca. Donazioni ai musei americani (fino all'8 gennaio 2005, a cura di Pepe Karmel, catalogo Skira). È un piccola ma raffinata esposizione che narra in modo sublime l'amore per l'arte e per Picasso dei collezionisti americani, come Howald, e il loro mecenatismo, ancor oggi insuperato per numero e qualità delle opere donate. Senza pregiudizi politici.
Picasso il comunista non spaventava i coniugi Walter e Louise Arensberg, lui poeta, lei pianista e cantante, o Albert Eugene Galletin, le cui donazioni hanno dato vita e vigore al Philadelphia museum of Art, o Joseph H. Hirshhorn, che a 14 anni cominciò a lavorare come fattorino a Wall Street e a 18 era già ricco. Ora c´è un museo a Washington che porta il suo nome e ospita la sua raccolta: 4.000 quadri e 1.600 sculture.
Grandi mecenati dunque. E amarono un Picasso che una volta trasferito negli Stati Uniti suggestionò profondamente l'avanguardia americana: ispirò Arshile Gorky, De Kooning o i gesti circolari dell'action painting di Jackson Pollock, influenzò le ricerche espressive di Stuart Davis, Morgan Russell e Charles Demuth. Questo è quello che raccontano le quaranta opere - otto del maestro spagnolo e trentadue di artisti americani ed europei - che vengono esposte per la prima volta nel nostro paese.

domenica 12 dicembre 2004

il prof. Umberto Curi
un incontro sullo sguardo umano, a Siracusa

La Sicilia.it Siracusa 12.12.04
Riflessione di Epicarmo sullo sguardo umano
di GIUSEPPE VITALE

“La fonte dello sguardo. Lo sguardo umano”: argomento scelto dal centro culturale “Epicarmo” a motivo di riflessione da parte del pubblico numeroso nella solennità dell'aula di Palazzo del Senato. La presidente professoressa Lucia Arsì, nella prolusione, ha definito intanto lo sguardo “vedere l'altro dentro di noi”. C'è l'occhio positivo capace di “vedere” l'altro che sta dentro di noi e c'è l'occhio che vede senza farsi vedere, capace di dominare: dal singolo ai mass media. E che sarà domani della nostra privacy, della nostra libertà, della nostra esistenza? Quindi l'ospite prof. Umberto Curi* dell'università di Padova. Sguardo quale conoscenza e anche probabile incentivo di esercitare il potere; dalla Repubblica di Platone al ruolo della Medusa, al Caravaggio.
E nella corsa veloce dei tempi: dal romanzo di Browell al Panoptikom nell'immaginazione di Benthran. Se si avesse agio di ulteriori approfondimenti - ha evidenziato lo studioso ospite - si arriverebbe financo a indovinare addirittura nella forza dello sguardo un elemento di oppressione quale soglia inevitabile della tirannide. E ha concluso col suggerimento di Platone: “Se incontri un lupo devi guardarlo tu per primo; altrimenti esso sarà il primo a toglierti la parola”.
*il prof. Umberto Curi è titolare della cattedra di Storia della Filosofia all'Università di Padova.
Il suo libro più recente "La forza dello sguardo", edito da Bollati Boringhieri, Torino 2004, è stato recensito sul 52° numero (4/04) de Il sogno della farfalla, (pp.85-88) attualmente nelle librerie.

basagliani:
cosa dice oggi Agostino Pirella

Liberazione 12.12.04
«Liberiamo i reclusi dei nuovi manicomi»
Intervista ad Agostino Pirella,
compagno di Basaglia e tra i fondatori di Psichiatria Democratica

«Verifichiamo un fatto grave. Cioè che i giovani psichiatri che escono dalle università sono addestrati solo a fare diagnosi e a prescrivere psicofarmaci. Dobbiamo ridare la parola ai pazienti». Agostino Pirella, compagno di strada di Franco Basaglia fin dal primo manicomio liberato, tra i fondatori di Psichiatria democratica di cui è presidente onorario, spiega l'esigenza di fondare una scuola post-laurea. Proprio così: i basagliani, ieri riuniti a Roma, hanno lanciato la loro scuola di specializzazione, per dirla con Rocco Canosa, segretario nazionale di Pd: in linea con il rilancio delle iniziative di lotta contro l'esclusione del folle dalla società nel nome della sicurezza. Lotte che vedono l'impegno di Pd anche oltre i confini nazionali, l'obiettivo è abbattere i manicomi in tutta Europa.
Pirella cosa la preoccupa di più in questo momento?
Che i giovani che escono dall'università vengono addestrati ad usare un unico modello nell'approccio con il paziente, che taglia fuori ogni relazione, ogni analisi biografica, o storica e punta al binomio diagnosi e psicofarmaci. Da questo la necessità di riuscire a fare una scuola orientata da psichiatria democratica.
Torniamo a fare i conti con la segregazione della follia? Come si smaschera l'uso diverso del manicomio?
Se un servizio di diagnosi e cura, che è il primo avamposto che il paziente incontra durante la crisi, ha le porte chiuse, se usa la contenzione e chili di psicofarmaci non è differente dai vecchi manicomi. E' da questo avamposto che si riesce a capire un paziente grave, come si è costruita questa gravità, da che storia psichiatrica viene, che tipo di gestione psichiatrica ha avuto. Sostenendo il rifiuto assoluto della contenzione del paziente, il lavorare nei servizi di diagnosi e cura con le porte aperte, quindi con un rapporto paritario con il paziente, un rapporto anche di fiducia con il paziente. Invece nella stragrande maggioranza dei servizi di diagnosi e cura in Italia sono gestiti con modelli manicomiali. Tanto è vero che le stesse associazioni dei familiari dei pazienti hanno coniato il termine "minicomi" per indicare questi posti. C'è anche il problema di una modalità, chiamiamola sbagliata, di superamento dei manicomi che è stata quella di organizzare degli spazi in cui venti, quaranta, cinquanta pazienti sono rinchiusi in residenze, comunità, istituzioni varie ecc.
Tanti piccoli manicomi privati, spacciati per residenze di cura e accoglienza. Ma chi abita questi "minicomi"?
Queste residenze si sono gradualmente popolate di nuovi pazienti, di pazienti giovani che sono il frutto di un fallimento della gestione organizzativa e dello stile di lavoro degli operatori psichiatrici questi stessi che lavorano in prima linea nei servizi di diagnosi e cura. Purtroppo è così.
Chi sono questi nuovi reclusi?
C'è un certo numero di pazienti che in pisicofarmacologia vengono chiamati "non responde". Che non rispondono agli psicofarmaci, perché non sono curativi, ma sono in gran parte sedativi: diminuiscono l'attività di certi mediatori chimici che si ritiene siano responsabili delle malattie mentali. Ma tutto ciò è assolutamente da dimostrare. Così queste persone non sedate rimangono con le loro idee, i loro comportamenti e vengono rinchiuse.
Una segregazione prescritta?
Una segregazione vigente. Penso alle proposte di revisione della legge 180, penso all'ultima che porta il doppio nome Burani Procaccini, oppure alle revisioni di fatto che passano nei regolamenti regionali o nelle prassi: oggi si rinchiudono queste persone prima nelle case di cura poi nelle cosiddette residenze. Sempre più spesso abbiamo riscontrato l'uso di giudicarli queste persone incapaci di intendere e volere.
«I pazienti sono esseri umani come noi e come noi hanno bisogno di amore, di denaro e di una casa». Una citazione di Basaglia da lei stesso rilanciata. Ma questa come si traduce nella pratica dei servizi di salute mentale?
Tutto il movimento di psichiatria democratica da Basaglia in poi è stato proprio questo: riconoscimento del paziente, dialogo con il paziente, confronto con le sue idee. Perché noi possiamo anche considerare deliranti le idee di una persona, ma esse ci dicono qualcosa della sua visione del mondo. Nel delirio c'è una visione del mondo, un punto di vista con il quale confrontarsi. Tutte le nostre esperienze hanno dimostrato che è sempre possibile una via di accesso nel delirio, un momento di confronto con i pazienti. Ma non è ciò che oggi si risconta nei servizi di diagnosi e cura. Dove sempre più spesso si giudicano i pazienti come patologici, si incontrano familiari che non ne possono più, e la soluzione praticata è prima la pillola poi la reclusione. Nascono così i nuovi contenitori di follia, le case di cura, le comunità, le residenze protette.
Quali sono i pericoli di questo corto circuito?
E' esemplare la vicenda Ritalin. Perché è grave dare questo psicofarmaco ai bambini? Perché è una sostanza gravemente tossica che ha prodotto anche delle morti. Reca danni al cuore, ma crea anche assuefazione. Crea adolescenti dipendenti dal farmaco. Ma c'è un problema molto più grave ed è quello che prescrivendo il Ritalin noi precludiamo ogni esplorazione dei possibili motivi sociali, familiari e scolastici che creano quei comportamenti considerati fuori norma nel bambino. Ma è quanto accade anche con gli adulti.
Siamo alla follia di massa?
Fare una diagnosi significa inchiodare la persona ad un destino. Nella stragrande maggioranza dei casi quei comportamenti stigmatizzati sono legati ad un evento momentaneo, e penso ad esempio ai precari in cerca di un lavoro che non arriva. Ma anche agli immigrati, agli anziani. La nostra è una battaglia culturale e scientifica.

proprio a Chieti!!!
un convegno sulla "ricerca in psicoterapia"...

www.quaderniradicali.it 12.12.04
“La ricerca in psicoterapia: relazioni, emozioni e salute”
di Danilo Di Matteo

Sabato 11 e domenica 12 dicembre si è svolto a Chieti un convegno internazionale organizzato dall’Ordine degli Psicologi dell’Abruzzo intitolato “La ricerca in psicoterapia: relazioni, emozioni e salute – Guarigione e Qualità della Vita”.
Tanti gli spunti; tante le ipotesi e le proposte. Mi limito allora a qualche cenno.
La psicologa e psicoanalista Tiziana Bastianini ha sottolineato come lo psicoterapeuta, pur nel rigore del metodo e nella chiarezza e coerenza delle prospettive, possa avvalersi dei punti di vista di scuole e autori diversi, in una ricerca personale senza fine capace di conciliare posizioni in sé apparentemente incompatibili.
Ciò fa sì che le teorie non si trasformino in ideologie.
È di notevole interesse, poi, il confronto emerso negli ultimi anni fra psicoanalisi (e psicoterapia in genere) e neuroscienze: l’ambiente, riconoscono i neurobiologi, regola e modula l’espressione genica; il patrimonio genetico e quello culturale non sono fra loro estranei: anzi, “dialogano” sempre; per cui lo psicoterapeuta, al pari di altri fattori esterni, finisce per condizionare persino l’attività del DNA dei neuroni! E’ quella che si definisce la plasticità del sistema nervoso.
Il prof. Filippo Maria Ferro, ordinario di Psichiatria a Chieti, dopo aver evidenziato che la medicina, comprendendo anche la ricerca e l’uso di tecnologie avanzate (si pensi all’affascinante mondo delle “neuro-immagini”), non coincide con la clinica, ha però riproposto l’importanza e la centralità di quest’ultima.
A tal proposito lo psicologo e psicoterapeuta Claudio Merini si è rammaricato per il fatto che spesso chi fa ricerca, empirica e non, ha scarso contatto con i pazienti, e viceversa.
Quello dello psicoterapeuta, infatti, è soprattutto un “cercare” delle ipotesi; “fare ricerca” significa invece selezionarle. Il rischio della ricerca è quello di prendere in considerazione solo i risultati o le esperienze che avvalorano una determinata ipotesi.
Anche nel rapporto col paziente si rischia di cadere nell’ipocrisia: a differenza di ciò che si scrive negli articoli o si afferma nei convegni, infatti, spesso il terapeuta pensa di sapere già tutto di lui; ciò impedisce, naturalmente, quell’incontro dei due orizzonti, quello dello psicoterapeuta e quello del paziente, in cui dovrebbe consistere la psicoterapia.
Al di là delle tendenze e degli indirizzi, poi, l’obiettivo della psicoterapia dovrebbe essere quello di rendere il paziente adulto e maggiorenne, padre di se stesso anziché eternamente figlio; anche se, ovviamente, ognuno è adulto a suo modo.
Altri interventi hanno sottolineato l’urgenza di superare la concezione secondo la quale semplicemente “mens sana in corpore sano”, in quanto è vero anche che “corpus sanum in mente sana”, e hanno messo in guardia rispetto all’enfasi posta sul benessere: se è vero che ognuno ha diritto a cercare la propria felicità, è vero pure che la vita è fatta anche di sofferenza e dolore; anzi: è l’unica malattia che porta a morte sicura…

Giuliano Zincone:
i nonni ed il comunismo

Corriere della Sera 12.12.04
Luogo Comune
Lenin, Stalin e i «nonni buoni»: quegli eredi smentiti dalla Storia
di GIULIANO ZINCONE

Il nonno che avevi tanto amato è morto da un pezzo. E adesso tante lettere e tante testimonianze inoppugnabili ti rivelano che lui era un ubriacone manesco, un uomo egoista e crudele. Come reagisci? Forse ti disperi e vuoi dimenticarlo. O forse ti costringi a pensare che i documenti siano falsi. Poi dirai: «Era mio nonno, gli volevo bene e niente me lo strapperà dal cuore». Ciò è normale. Alessandra Mussolini, per esempio, è una «fascista di sinistra», ma guai a toccarle il nonno Benito. Malgrado le sue colpe, i suoi delitti e i suoi fallimenti, il Duce rimane un idolo, per lei e per i suoi seguaci che, votandola, rischieranno di consegnare la vittoria agli avversari nelle prossime elezioni regionali. Il culto dei nonni politici è diffuso in ogni schieramento, ma è clamoroso tra i comunisti variamente convertiti. Essi condannano i crimini del cosiddetto «socialismo reale», che attribuiscono esclusivamente allo «stalinismo». E continuano a credere che il boia Stalin tradì le generose direttive di Lenin. Il bisnonno che si chiama Comunismo, insomma, merita ancora devozione. Poi vennero due nonni. Uno buono (Lenin) e uno cattivo (Stalin). Davvero? Certo, Stalin scatenò contro il suo popolo persecuzioni micidiali, ma seguì alla lettera le teorie (gli ordini) di Lenin. Leggiamo quel che scriveva il «nonno buono».
«Abbiamo in ostaggio centinaia di socialisti-rivoluzionari di sinistra. È indispensabile schiacciare dappertutto senza pietà questi miserabili e isterici avventurieri. Siate dunque implacabili contro di loro» (telegramma di Lenin a Stalin, 1918). Poi passiamo alla strage dei kulaki (piccoli proprietari terrieri, in gran parte coltivatori diretti). «La lotta contro i kulaki è la lotta finale, decisiva. Guerra implacabile contro questi kulaki! A Morte! Odio e disprezzo per i partiti che li difendono: per i socialisti-rivoluzionari di destra, per i menscevichi e per gli attuali socialisti-rivoluzionari di sinistra» (1918). Si parla spesso del terrorismo di Stato. Eccone un esempio: «Instaurare subito il terrore di massa... Deportazione di massa dei menscevichi e degli elementi infidi» (telegramma di Lenin al Soviet di Nizni-Novgorod, 1918). «Occorre schiacciare implacabilmente i vampiri kulaki» (telegramma di Lenin al Comitato esecutivo di Zadonsk).
Di fronte a queste testimonianze, gli innamorati del «nonno buono» rispondono in due modi: a) «Lenin faceva la Rivoluzione, che non era un banchetto di gala, ma una dura battaglia». b) «Certo, ci furono eccessi, ma Lui non ne fu responsabile». Ma come? Nel 1918 la vittoria è già in cassaforte, e Lenin continua a impartire strategie crudeli. «La (nostra, ndr) dittatura è un potere che poggia direttamente sulla violenza e non è vincolato da alcuna legge». «Il terrore e la Ceka (feroce polizia segreta, ndr) sono cose assolutamente indispensabili» (VII Congresso dei Soviet, dicembre 1919). «Questa dittatura presuppone l’uso implacabilmente duro, rapido e deciso della violenza... La fucilazione: ecco la giusta sorte dei vili in guerra» (1919). Ovviamente, Lenin non parla del conflitto mondiale, ma della guerra contro i suoi sudditi. E la giustizia? Ecco la ricetta leninista: «Il tribunale non deve eliminare il terrore... Bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi» (1922). Insomma: il «nonno cattivo» Stalin si limitò ad applicare (esagerando?) i comandamenti che gli consegnò il «nonno buono». Sarebbe ora che tutti gli eredi si rendessero conto che il Comunismo bisnonno fu un’immensa fontana di delitti e di umiliazioni collettive. Non c’è proprio niente da rifondare, caro Bertinotti. Anzi, sarebbe urgente togliere dalla bandiera del suo partito la falce&martello, odiosa quanto la svastica, per tanti popoli europei oppressi dai comunisti. No, compagni: tutti i nonni sono morti e non è giusto rimpiangerli. Pensiamo ai nostri nipoti, piuttosto.

sinistra
Fausto Bertinotti

Il Gazzettino Domenica, 12 Dicembre 2004
Bertinotti: «Una nuova frontiera è stata delineata»

Fausto Bertinotti parla di una «nuova frontiera delineata da Prodi». Il segretario di Rifondazione Comunista sottolinea alcune cose del discorso di Prodi: «Il rifuto che la democrazia possa essere esportata con la guerra, l'importanza dei giovani come spia della precarietà sociale, l'idea nuova di convivenza entro cui deve stare l'immigrazione italiana»

il Tempo 12.12.04
BERTINOTTI «Abbiamo fatto bene a tacere, non solo per una ragione deontologica, ma perché mette ...

... ancora più in evidenza l'autonomia della magistratura. Credo che avendo i magistrati formulato il loro giudizio, la politica debba non commentare, ma aprire un discorso su come si sia formata la cosiddetta nuova classe dirigente italiana».

L'Unità, 12.12.04 pag 9
(di Federica Fantozzi)

MILANO. «Certo, c'è un grave ritardo nella coereografia rispetto alla politica, la scena appare incompiuta. È uno scarto così evidente che non c'è bisogno di farlo notare: Prodi lo capisce da solo. Fausto Bertinotti è l'unico dei leader di partito del centr-sinistra che si attarda a lungo nel sottoscala mentre i 10mila «ulivisti» sciamanocontenti verso casa.
Non che il segretario di Rc non lo sia al termine del suo esordio sul palco insieme a Romano Prodi il bilancio è positivo. All'arrivo, il Professore ha conversato a lungo con lui (...). In sala sventolano le bandiere di Rc, e i 65 minuti prodiani gli sono piaciuti: «È stato un discorso da nuova frontiera, c'è l'idea chiara che non si possono ripetere le politiche del passato neanche nel centrosinistra».
Il punto cruciale è un altro: la coreografia, appunto. Dietro il palco blu lo sgogan del futuro [«il futuro ci unisce» Ndr]. Sopra, striscioni della lista Uniti nell'Ulivo. Il coro che accompagna l'ingresso di Prodi: «Ulivo! Ulivo!. E ne sottolinea la presa di microfono: «Ulivo! Ulivo!». Nessun logo della Grande Alleanza democratica, della Gad, dell'Alleanza, della Federazione. Nessun riferimento nel discorso del leader. Neanche un passaggio dedicato ai nuovi e travagliati assetti del centrosinistra, alle primarie, alle politica delle parole incomprensibili ai più. Aleggia l'Ulivo, l'«albero italiano» caro al Professore e agli altri, ma in cui Bertinotti non si riconosce [...]

Corriere della Sera 12.12.04
Bertinotti incalza il Professore:
ancora troppe bandiere uliviste

MILANO - Quando Prodi gli va incontro e lo abbraccia e lo bacia due volte, Bertinotti avvolge con lo sguardo i diecimila del Palalido. «Lo vedi, Romano? Avevo ragione io. È meraviglioso, dovevamo farla in piazza». Poi, con i complimenti per un discorso «che delinea una nuova frontiera», arrivano altri rimbrotti. È per via di tutte quelle bandiere verdi che sventolavano alle spalle del leader, troppe per il segretario di Rifondazione: «Una coreografia così ulivista non va per niente bene - alza il tono Bertinotti -. Oggi la coalizione va ben oltre i confini dell’Ulivo, l’impianto che stai dando all’alleanza è totalmente nuovo e aggrapparsi a un vecchio simbolo dà un sapore di nostalgia. Non possiamo ripetere le politiche del passato». Lo scambio è breve, ma animato. Prodi ascolta, ribatte, sfuma, («lo so, il problema esiste...») [...]

a Karl Marx un "premio Nobel" alla memoria

www.asca.it
FIRENZE/CULTURA: SONDAGGIO ONLINE, A MARX NOBEL ECONOMIA ALLA MEMORIA

(ASCA) - Firenze, 8 dic - Karl Marx non ha rivali: e' suo il premio Nobel alla Memoria per l'Economia. Lo hanno decretato le 1500 persone che hanno partecipato fino ad oggi al 'sondaggio' online organizzato dall''Istituto e Museo di Storia della Scienza' di Firenze in occasione della mostra 'Beautiful minds' dedicata ai premi Nobel. Se per il premio a Marx ormai e' cosa fatta, gli altri Nobel restano in bilico tra personaggi celebri: Dante e Shakespeare per la Letteratura, Leonardo e Galileo per la Fisica, Gesu' e San Francesco per la Pace. Leonardo, Galileo, Faraday, Omero, Paracelso, Darwin e Machiavelli sono stati candidati in varie discipline. Omero e' forse il caso piu' originale perche', oltre che per la Letteratura, e' candidato per la Pace con la motivazione che e' stato il primo a narrare l'inutilita' della guerra. I veri Premi Nobel 2004 saranno consegnati venerdi' 10 dicembre a Stoccolma, nel corso della tradizionale cerimonia con il Re di Svezia, Carlo Gustavo, e nella circostanza 'Beautiful Minds' proporra' un ingresso scontato alla mostra fiorentina.
afe/glr/alf

una mostra a Firenze
Domenico Fargnoli

una segnalazione di Mentore Riccio

Domenico Fargnoli ha presentato a Firenze il libro "Homo novus" e la brochure fotografica "Homo novus - Installazioni" realizzata presso i Magazzini del Sale (SI).

l'esposizione

"Homo novus, Novus homo - Psichiatria e arte 2004"
di Domenico Fargnoli
promossa dall'Associazione Culturale Senza Ragione,

presso la Galleria "Via Larga" in via Cavour 7/R Firenze

è rimasta aperta fino al 12 dicembre p.v.

INFO: www.senzaragione.it

sabato 11 dicembre 2004

e nel frattempo, Psichiatria Democratica...

ricevuto da Eros Cococcetta

LIBERAZIONE, 11 dic. 2004

Secondo l'Oms, nel 2020 una persona su due potrebbe soffrire di un disagio psichico
Al mercato della sofferenza mentale sempre più Ritalin, Prozac e Tavor
Luigi Attenasio

Giusy Gabriele
Psichiatria Democratica

La conferenza nazionale di Psichiatria Democratica che si tiene oggi è l'occasione per fare il punto sulla situazione nel nostro paese. Il quadro non è per nulla rassicurante. Il primo dato è l'estrema carenza di personale, risultato di una politica di tagli sulla sanità. Il Progetto Obiettivo prevedeva un operatore ogni 1.500 abitanti: ne mancano all'appello 8.000. Il governo e gran parte delle amministrazioni regionali non hanno mai impegnato quel famoso 5% della spesa sanitaria per i Dipartimenti di salute mentale. Il progetto di legge di una esponente di Forza Italia oltre che demagogico sembra teso a distruggere il patrimonio di cultura scientifica e di civiltà prodotto dalla 180. Ormai si conoscono le buone pratiche, i risultati dei servizi di qualità emergono e nessuno apparentemente vuole tornare agli errori/orrori del manicomio. La parola cura per gli operatori impegnati nel cambiamento non è sinonimo di guarigione, la sanatio dei latini, ma ha riacquistato altri significati: gestire, farsi carico di, proteggere i deboli, sollecitudine verso gli altri, trasformare in senso evolutivo più che ridare equilibrio a qualcosa di originario Impressiona che nel 2020, per l'Oms, una persona su due potrebbe soffrire di un disagio psichico. Per questo è particolarmente significativo che Roberto Musacchio, con Giovanni Berlinguer ed altri parlamentari europei del Gue, stia lavorando per costruire con Psichiatria Democratica una "Europa senza manicomi". Dobbiamo rispondere a domande inquietanti: si può immaginare che un fenomeno ritenuto così esteso e di massa sia spiegabile in modo strettamente medico-clinico? Si può delegare la risposta esclusivamente ai tecnici? Possiamo accettare che la malattia, come dice Paolo Vineis, diventi un "depersonalized nowhere", un nessun luogo depersonalizzato? Possiamo subire il prevalere del neoriduzionismo procedurale e che vincano le parole individualismo, autonomia, calcolo, utilità, efficienza, compatibilità? Chi come noi si è formato nelle pratiche e con le straordinarie acquisizioni teoriche di Franco Basaglia risponde no! Se la sofferenza dilaga, l'impegno deve essere collettivo e la politica non può restarne fuori. La miseria non è solo un dato economico. E' anche desertificazione delle relazioni. E' per questo, e Foucault e Basaglia lo hanno ampiamente dimostrato, che esiste un rapporto strettissimo tra questa miseria e la follia. Rivoltare il mondo e sconfiggere la miseria è anche cambiare i destini del "folle". Non si tratta di questioni da specialisti ma dell'assetto del mondo e delle nostre stesse singole esistenze: un impegno da segnare nell'agenda politica. Va discusso ed indagato il senso attuale della normalità, della norma, della normalizzazione. Dobbiamo evidenziare quanto competizione, concorrenza, legge del più forte incidano profondamente sul senso di inadeguatezza, di insicurezza e sulla "depressione" di vasti strati della popolazione e delle donne in particolare. L'analisi delle forme di esercizio del potere è parte integrante di un modo serio, e soprattutto utile, di affrontare la crisi soggettiva delle persone. Spaziando dal piccolo del potere monocratico dei manager delle aziende pubbliche fino all'invasione del modello imposto dalle televisioni nella nostra vita, ci accorgiamo che c'è un riflesso enorme sulla questione sofferenza mentale. Il capitalismo, che nel nostro caso ha la faccia delle grandi multinazionali del farmaco, si organizza e trasforma il dolore in mercato, ci vende pillole per ogni età, di tutti i colori e per ogni problema. Non demonizziamo i farmaci, ma ci piace Mark Twain: «Tutte le scoperte della medicina si possono ricondurre alla breve formula l'acqua, bevuta moderatamente, non è nociva». La parola farmaco è ormai diventata sinonimo di rimedio terapeutico tout court, lasciando in ombra il significato di sostanza tossica, presente nel greco pharmakon o nel latino medicamentum. Ci creano l'illusione della sostanza personalizzata, la "pallottola magica", che risolverebbe tutto miracolosamente quando di fatto non esistono "bersagli" chiari, cioè geni unici responsabili di malattia, tranne qualche rara eccezione. Ecco il Ritalin per i bambini vivaci, con cui non si affronta il problema della scuola e dell'adolescenza, il Prozac per chi si sente triste, il Tavor per chi si sente in ansia. La farmacologia non è il regno del demonio ma vorremmo una ricerca non solo a senso unico, quello della mercificazione dell'umanità e delle sue crisi. Al di là di tutto c'è l'orgoglio, rispetto ad altre nazioni, di un orizzonte quotidiano più ricco di civiltà perché senza manicomi e con al centro le persone, i loro diritti e le loro differenze. Non è utopia immaginare e realizzare un altro mondo dove ciascuno possa esprimere la propria soggettività senza dover impazzire. Per dirla con Cesare Zavattini, vogliamo continuare a spostarci dalla realtà tradizionale non per cercare quello che non c'è ma per cercare quello che c'è e che la realtà tradizionale nasconde.

fecondazione
«dalla Cassazione primo "sì" al referendum»

L'Unità Interni 11.12.04
Fecondazione: dalla Cassazione primo «sì» al referendum
di Mimmo Torrisi

Via libera della Cassazione a tutti i referendum contro la legge sulla fecondazione assistita, la parola passa ora alla Corte costituzionale che dovrà decidere sull'ammissibilità. Se anche la Consulta dirà «sì», si voterà tra la metà aprile e la metà di giugno 2005. La decisione rappresenta un successo per i promotori dei referendum che temevano l'accorpamento di alcuni dei quesiti che chiedono l'abrogazione parziale della legge.

cambia il concetto di malattia

Yahoo! Sanità venerdì 10 dicembre 2004
Il concetto di malattia: come si cambia
Il Pensiero Scientifico Editore
di David Frati

I concetti professionali e culturali di malattia influenzano le decisioni dei singoli pazienti e la gestione della Sanità. Il modello biomedico di malattia, che ha dominato la Medicina nel secolo scorso, non riesce a spiegare compiutamente molte forme patologiche. Nasce allora l’esigenza di un nuovo modello: se ne parla sul British Medical Journal in un lungo editoriale a firma di Derick T. Wade e Peter W. Hallligan.
L’adozione di diversi concetti di malattia può avere conseguenze spettacolari a livello sociale: durante la Prima Guerra Mondiale, per esempio, i soldati che soffrivano di crisi nervose a causa del pesante stress al quale erano sottoposti durante la vita di trincea venivano considerati renitenti e a volte fucilati. Oggi sarebbero considerati vittime e verrebbero loro concessi permessi e pensioni.
Il modello classico di malattia si basa su una serie di assunti: tutti i malesseri e i sintomi sono lo specchio di un’anormalità del corpo, la malattia appunto; tutte le malattie danno sintomi; salute è assenza di malattie; i fenomeni mentali, ad esempio tristezza o dolore, sono separati dagli altri disturbi del corpo; il paziente è vittima delle circostanze ed ha poca o nessuna colpa per la presenza della malattia; il paziente è un recettore passivo della terapia, anche se la sua cooperazione è benvenuta.
Ciononostante, molti pazienti denunciano sintomi che non sono attribuibili chiaramente ad una malattia. I problemi legati alle patologie prive di una causa definibile sono d’altronde ben documentati: sono di solito definite più appropriatamente definite ‘sindromi somatiche’, fortemente influenzabili da fattori psicologici o sociali. Il modello biomedico è fortemente legato ad una concezione primitiva del dualismo mente-corpo: prova ne è il fatto che persino le strutture sanitarie dedicate alla cura dei problemi fisici e mentali sono classicamente distinte.
Appare ormai urgente la creazione e la diffusione di un nuovo modello di malattia, più adatto alle conoscenze attuali e più capace di soddisfare le necessità terapeutiche dei pazienti e quelle organizzative degli enti sanitari. Fa da base di partenza la recente definizione dell’OMS di disabilità, salute ed handicap.
Al nuovo modello di malattia non possono mancare: la visione di ogni stato fisico dal punto di vista soggettivo (l’esperienza del paziente) e oggettive (l’osservazione esterna); la presenza di un fattore umano, la libera scelta, la volontà; una definizione puntuale del contesto personale e sociale.
Il modello proposto suggerisce che la malattia è una disfunzione della persona nel suo ambiente sociale e fisico. È incentrato sulla persona, che interagisce a più livelli con la realtà che lo circonda. Grazie a questo approccio, il mistero delle malattie non-organiche o funzionali non sarà più un mistero per i medici.

Fonte: Wade DT, Halligan PW. Do biomedical models of illness make for good healthcare systems? BMJ 2004; 329:1398-1401.

venerdì 10 dicembre 2004

dalle
NUOVE EDIZIONI ROMANE

presentazione della rivista
"Il sogno della farfalla"
alla Fiera della piccola e media editoria

Le Nuove Edizioni Romane
comunicano che saranno presenti alla Fiera nazionale della piccola e media editoria "Più libri più liberi":
Eur, Palazzo dei Congressi 8-12 dicembre, stand n. 134.

Nell'ambito delle manifestazioni in Fiera
venerdì 10 dicembre alle ore 18,30
nella sala Dante del Palazzo dei Congressi
la Casa Editrice in collaborazione con l'Istituzione Biblioteche di Roma

presenterà il 52° numero della rivista
"Il sogno della farfalla"


All'incontro, dal titolo

Un sogno ad occhi aperti

interverranno

David Armando
Annelore Homberg
Daniela Colamedici
Andrea Masini
Raffaella Nicolai

Per informazioni sugli altri incontri organizzati dalla Casa Editrice:
www.nuoveedizioniromane.it/news.html#appuntamenti
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Roma, La Sapienza:
domani, sabato, un incontro sui così detti "disturbi alimentari"

greenplanet.net
DISTURBI ALIMENTARI, INCONTRO ALLA SAPIENZA L'11 DICEMBRE
Un seminario aperto alle famiglie per parlare di prevenzione e terapie integrate con psichiatri, psicologi, endocrinologi, nutrizionisti e dietisti

11 dicembre ore 8.30 – 18.30
“La Sapienza” - Policlinico Umberto I
Clinica Medica - Aula II
viale del Policlinico, 155 - Roma


A un anno della nascita del Centro Pilota Interdipartimentale dei Disturbi della Condotta Alimentare (composto da un equipe di psichiatri, psicologi, nutrizionisti, dietisti, internisti e coordinato dalla prof. Emilia Costa), la cattedra di Psichiatria de “La Sapienza” organizza un seminario di alta formazione per parlare di questi disturbi che sono in aumento e rappresentano un costo socio-sanitario elevato.
Durante l’incontro si affronterà la necessità di formare operatori di settore e razionalizzare gli interventi preventivi, curativi e riabilitativi di queste malattie complesse, a carattere multifattoriale, che si manifestano con condotte alimentari errate: anoressia mentale e bulimia nervosa, disturbi da alimentazione incontrollata.
Nel corso dell’incontro, rivolto soprattutto ad operatori del settore, genitori che hanno figli affetti da tali disturbi, insegnanti di scuole medie e superiori, si parlerà di:
  • diffusione e gravità delle patologie;
  • disturbi della condotta alimentare nell’infanzia, in età adolescenziale ed adulta;
  • percorsi di terapia integrata che vanno dalla psicoterapia individuale, di gruppo a quella di famiglia, al trattamento farmacologico, fino alla riabilitazione neuromotoria, nutrizionale e cognitiva;
  • gruppi di psicoeducazione per le famiglie;
  • prevenzione nella scuola.
Il significato del seminario “Disturbi della condotta alimentare: un percorso pubblico di terapia integrata tra degenza, day hospital ed ambulatorio” sarà approfondito da testimonianze di pazienti e familiari.
I disturbi delle condotte alimentari (anoressia e bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata, disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificato)
Il disturbo della condotta alimentare (DCA) è spesso un grave problema di origine emotiva. Le persone con questo disturbo hanno una paura morbosa di ingrassare e sono ossessionate dal peso e dalla forma del loro corpo. L’anoressia mentale e la bulimia nervosa sono i disturbi più conosciuti.
In Italia risultano a maggior rischio le donne nella fascia di età compresa tra 12 e 25 anni, che soffrono per lo 0,5 -1% di anoressia nervosa, 1-3% di bulimia nervosa, il 6% disturbi parziali della condotta alimentare.
Il disturbo da alimentazione incontrollata interessa una più larga fascia di popolazione (10 - 30% a seconda del grado di obesità e di altri fattori) e colpisce in prevalenza il sesso femminile, in rapporto di 10 a 1.
I DCA sono spesso malattie gravi, ad elevata mortalità, difficili da curare e con un’elevata incidenza (in aumento a partire dagli anni 70). Sono in crescita i casi precoci prepuberali e fenomeni di cronicizzazione in età adulta.
Il disturbo della condotta alimentare è la combinazione di fattori diversi: biologici, cambiamenti ormonali negli adolescenti, problemi di identità, problemi di comunicazione e conflitto con la propria famiglia, stress e pressioni sociali (es.stereotipi diffusi nell’immaginario collettivo secondo cui magro é ideale di bellezza), etc.

Repubblica informa ma non commenta:
cattolici 2004: satanismo ed esorcismo!

Repubblica 10.12.04
All'ateneo Regina Apostolorum
Corsi di satanismo per sacerdoti e teologi

ROMA - Sacerdoti a "scuola" per conoscere e contrastare il satanismo, per imparare esorcismi e preghiere di liberazione. Le lezioni, «teoriche e pratiche», inizieranno il 17 febbraio 2005 presso il Pontificio ateneo Regina Apostolorum e - spiega Carlo Climati, giornalista e uno dei docenti del corso - saranno riservate ai sacerdoti e agli studenti di licenza in teologia.
Tra i docenti, la sociologa Cecilia Gatto Trocchi, lo psichiatra Tonino Catelmi, e padre Giancarlo Gramolazzo, presidente dell´associazione italiana esorcisti, e padre Francesco Bamonte, esorcista.

un libro sul rapporto Hegel Marx

Il manifesto.it 9 dicembre 2004
Un legame sul filo del pensiero
«Un parricidio mancato». Un libro sul rapporto tra Hegel e il giovane Marx
Materiali viventi Il filosofo Roberto Finelli imbastisce una scena psicoanalitica per sottolineare il rapporto intellettualmente contradditorio e mai risolto tra Hegel e Marx
di ROBERTO CICCARELLI

C'è stato un uomo che ha passato un intero secolo sotto la leva. Fu arruolato a sua insaputa come sentinella nella lunga notte del socialismo reale e della sua filosofia di stato, il «materialismo dialettico». Durante il servizio militare ha svolto molti lavori - filosofo, economista, organizzatore politico - in cui era particolarmente eccelso quando veniva ritratto nel suo studio londinese o nelle biblioteche in cui amava studiare, ma che sono diventati momenti di una liturgia in cui i numerosi funzionari zelanti del suo culto ne celebravano le virtù sul campo di battaglia. Oggi il suo doppio confino, quello orientale dietro la cortina di ferro, e quello occidentale della «guerre civile fredda» che si è svolta nelle strade dell'Occidente, è ormai solo un ricordo. Karl Marx è finalmente libero di lasciarsi alle spalle il sole dell'avvenire e di raccontare la sua vita a partire dai libri che ha scritto. Questo è d'altronde il filo rosso del volume di Roberto Finelli Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx (Bollati Boringhieri, pp. 320, € 28). Giovane filosofo schierato nelle file dell'intellighenzia tedesca più radicale, quella degli Hegelinge, gli hegeliani di sinistra, Marx era uno dei più acuti intellettuali critici della società prussiana pre-1848. La sua parola d'ordine era: «la filosofia è morta con Hegel, ora generalizziamola alla società». Una rivolta generazionale, prima ancora che politica, che criticava la religione (cristiana) e lo stato (feudale) perché privavano il popolo tedesco della sua facoltà di autodeterminazione.

Il volto giovanile di Marx ripreso sulla copertina del volume sembra rivolgersi verso una singolare scena edipica: la lotta contro il padre teorico e spirituale, Hegel, e la successiva conciliazione con la sua figura che per Finelli avviene solo dopo il 1848 quando, reduce dal fallimento europeo della rivoluzione, Marx maturava il suo lutto, tornava a studiare Hegel e lo superava con la critica dell'economia politica del capitale. Come nella psicoanalisi freudiana, qui Edipo è vittima del suo complesso. Il giovane Marx non è affatto autonomo da Hegel e progetterà il parricidio. Fallendolo. Un vero e proprio atto mancato che, secondo Finelli, condizionerà in senso aporetico e paradossalmente spiritualistico la concezione materialistica della storia.

E lui, Marx, studente prodigio di filosofia laureatosi il 15 aprile 1841 nell'Università di Jena con una tesi su Eraclito, con la carriera accademica ormai sfumata ma pronto ad una giornalistica brillante e polemica, tanto da meritarsi le ire della censura prussiana, cosa ne pensava? Mai avrebbe ammesso quel debito anzi, come tutti i figli ribelli, tendeva a liberarsi all'opprimente eredità. «Al giovane Marx - racconta Finelli nello studio della sua casa romana - l'ansia eroica di commettere il parricidio, e di farsi valere come colui che aveva superato il più grande spirito della filosofia contemporanea, aveva chiuso gli occhi davanti alla complessità del pensiero del padre, pur dopo essersene alimentato nella raffinatezza categoriale della sua dissertazione di laurea».

La critica antihegeliana

Questa vicenda non rimane tuttavia imprigionata nei confini del triangolo edipico. Quella psicoanalitica è una narrazione che viene utilizzata da Finelli per restituire gli aspetti concettuali della vicenda teorica del giovane Marx, non ultimi quelli storici che lo hanno legato ad una certa immagine del marxismo in Italia, e non solo. La tesi di Finelli sul piano della storia del marxismo contemporaneo è infatti radicale. Siamo nell'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, a Messina, e a Roma. La scena è quella universitaria. Galvano Della Volpe e Lucio Colletti, i principali teorici del marxismo filosofico italiano, teorizzavano un Marx che aveva superato Hegel già nei suoi primi scritti. Ma così facendo, pur allontanandosi dal marxismo storicistico italiano, Della Volpe elaborava un marxismo che si voleva empirico e scientifico, ma che in effetti sottaceva un umanesimo metafisico e fusionale. Quello di Feuerbach che Marx usò per liberarsi di Hegel. Senza riuscirci.

Il punto dello scandalo rimane dunque sempre lui, Hegel, colui che aveva impostato per primo, pur mantenendo un piede nel pre-moderno con la sua teoria dei ceti, della polizey e delle corporazioni, il rapporto moderno tra l'individuo e la comunità che è sempre mediato da astrazioni che si fanno istituzioni e realtà. La critica anti-hegeliana condotta da Della Volpe e Colletti in Italia, o da Löwith in Germania con il suo affresco storico Da Hegel a Nietzsche, spinge invece a leggere Hegel come l'autore di un pensiero teologico-cristiano dissimulato sotto una veste razionale. E di conseguenza Marx come il dissolutore della cortina teologica calata sulla storia della filosofia da Hegel.

Per Finelli la teoria del genere umano di matrice feuerbachiana che rimanda nel giovane Marx ad un'idea di comunità di natura spiritualistica e fusionale in cui il «tu» è, senza differenze e conflitti, la continuazione e l'integrazione dell'«io», è invece arretrata rispetto alla teoria del riconoscimento descritta nella Fenomenologia di Hegel. L'umanesimo del giovane Marx non trascurava soltanto la fondamentale istanza della differenziazione e quella del concetto del «negativo», ma l'intera concezione hegeliana del soggetto basata sul riconoscimento, quella doppia azione del «diventare se stessi attraverso il rapporto con l'alterità» che permette al soggetto di non cancellare l'alterità e di riconoscerla come parte fondamentale della propria identità, permettendole di universalizzarsi senza rimanere prigioniera del proprio sé.

L'incomprensione della complessità del rapporto Hegel-Marx spinse tanto il marxismo storicistico «a rimanere legato - ribadisce Finelli - ad un populismo di fondo, all'esaltazione di un soggetto che trovava nel lavoro la sua identità positiva e collettiva e che si faceva principio di un possibile sviluppo civile unitario, nazionale e popolare», quanto il «galileismo morale» di Della Volpe e Colletti a compiere un'analoga rimozione. «Non analizzavano il processo del lavoro - osserva Finelli - alla luce di quello di valorizzazione del capitale», secondo quel concetto chiave per Marx di «determinazione formale» distinto da quello di «determinazione materiale». Era il destino generale del marxismo filosofico italiano, quello «di rimanere un marxismo senza Capitale».

Le ragioni di questo equivoco erano, oltre che filosofiche, anche politiche, naturalmente. Il marxismo italiano, infatti, pur con le eccezioni rappresentate da figure come Raniero Panzieri o, sul versante filosofico, da Cesare Luporini, rimaneva chiuso in un orizzonte nazionale, refrattario alle esperienze più innovative della cultura europea degli anni `50 e `60, quelle dell'esistenzialismo di Sartre, della Scuola di Francoforte, senza parlare di Nietzsche e della psicoanalisi. Almeno fino al 1968. «Quella cultura - ricorda Finelli - era fondamentalmente impermeabile e forse ostile alla tematica dell'antiautoritarismo come affermazione di una nuova teoria della soggettività. Lo storicismo era una teoria dell'omogeneità del soggetto di classe come soggetto politico che non faceva i conti con quanto, soprattutto in Francia e in Germania, si andava innovando sul piano della teoria del soggetto».

Quello di Finelli è dunque un libro che ha un'ambizione: riaprire il dibattito sul marxismo filosofico italiano, e non solo italiano, ripartendo proprio là dove Lucio Colletti lo ha interrotto pretendendo di chiuderlo. E poi segue una precisa drammaturgia che non corrisponde a quella preparata negli anni Sessanta da Louis Althusser che vedeva in Marx la presenza di due periodi, uno prima e l'altro dopo Hegel, separati da una «rottura epistemologica». Anche Althusser, ricorda Finelli, era tentato, ma in direzione opposta rispetto a Della Volpe e Colletti, di mettere in sordina l'influenza di Hegel su Marx.

La maturità filosofica

Siamo sulla scena del parricidio compiuto, quella dove il Marx maturo nel suo esilio londinese analizza il capitale come ciò che permette agli uomini di stare insieme a costo però della loro spersonalizzazione in quanto funzioni della produzione e non come individui. Sono passati vent'anni, e Marx ha abbandonato il «paradigma della contraddizione» per quello dell'astrazione per cui il capitale sussume progressivamente nella sua logica totalizzante l'intero mondo del concreto, dei valori d'uso e della forza lavoro, colonizza il mondo delle cose e dei corpi asservendoli alla sua logica di accumulazione dell'astratto, lasciando loro soltanto la possibilità di vivere in una dimensione di superficie, neutralizzati dalla catastrofe degli affetti, privi di un linguaggio che non sia quello logico-matematico o digitale. «Per studiarne la logica oggettiva e impersonale - precisa Finelli - Marx pone il capitale come il soggetto dell'intera modernità che riduce i soggetti e le classi a maschere portatrici di funzioni economiche. Mi sembra che questa teoria dell'astrazione in processo lo abbia obbligato ad una sociologia economica delle classi sociali, lasciando in sospeso la questione della loro organizzazione politica».

Il dramma del Marx della maturità è che sul piano politico continua ad argomentare secondo il paradigma della giovinezza, quello del «genere umano» e della sua organicità, nonostante la conquistata teoria del capitale. Quella sua teoria della rivoluzione soffriva della mancanza di un'elaborazione politica della contraddizione economica. Un dramma in cui si rifletterà tutta la concezione successiva della costituzione della classe la quale ribadiva la sua natura comunitaria: «Il problema del passaggio dalla classe in sé alla classe per sé - conclude Finelli - è infatti inficiato da una concezione troppo facile ed immediata della partecipazione politica del singolo al collettivo».

E' l'immagine di un Marx complesso e contraddittorio, quella di un uomo in libertà e di un filosofo che fa coesistere una doppia teoria della soggettività e consegna al marxismo successivo l'empasse terribile di una teoria della modernità avanzata e di una della soggettività arretrata che lo spinge a soggiornare ancora nel pre-moderno. Un Marx uno e bino.

l'«immacolata concezione»!?

Repubblica 10.12.04
Il mistero dell'Immacolata Concezione
CORRADO AUGIAS

Gentile dott. Augias, confesso che la festività dell'8 dicembre mi coglie sempre di sorpresa, l'Italia, ma anche mezza Germania, si fermano inspiegabilmente per via di qualcosa chiamata "Immacolata Concezione", che la maggior parte dei cittadini, credenti o non, non sa cosa sia oppure interpreta in modo errato. Molti pensano che si tratti del fatto che la Madonna ha concepito suo figlio Gesù per opera dello Spirito Santo mentre si tratta del fatto che lei, Maria, è stata concepita senza peccato originale.
Sono convinto che un personaggio chiamato Maria di Nazareth sia stato concepito senza la macchia del peccato originale. Ciò che mi irrita è che la cosa venga celebrata come qualcosa capitata solo a lei e che quindi questo la distingua da tutti gli altri esseri umani. Facendo festa l'8 dicembre festeggiamo non tanto un'esenzione quanto il riconoscimento che la nostra personale origine è stata viziata da qualcosa chiamata peccato. Insomma, l'8 dicembre si ammette collettivamente il peccato originale. Questo mi sembra inaccettabile. Che senso ha un peccato compiuto prima di nascere, cioè non dall'individuo stesso, ma che ricade su di lui per la concezione barbarica del diritto, secondo la quale le colpe (come i meriti) del padre ricadono sui figli?

Giulio Cengia, Milano.
gcengia@libero. it

Gentile signor Cengia, lei tocca un argomento delicatissimo. Per i non religiosi, ciò che i cristiani chiamano "peccato originale" potrebbe essere quella componente ferina della natura umana rappresentata in molti miti con un iniziale gesto delittuoso; nella Bibbia un fratricidio. L'Immacolata Concezione è dogma recente proclamato nel 1854, da Pio IX. Dopo un inizio di pontificato caratterizzato da un certo liberalismo che entusiasmò perfino Mazzini, papa Mastai cominciò a inclinare sempre di più verso posizioni conservatrici culminate (1864) nel famigerato "Sillabo", repertorio di tutti gli errori dell'epoca che si risolve in un sostanziale rifiuto della modernità. Tra i primi cristiani l'immacolatezza di Maria fu a lungo tema controverso. Da una parte i Padri della Chiesa d'Oriente che, nell'esaltare la madre di Dio, la collocavano al di sopra del peccato originale. In Occidente, invece, la teoria trovò forti resistenze. Si trattava non di mettere in dubbio quella sublime creatura ma di conservare integra la dottrina della Redenzione, operata soltanto in virtù del sacrificio di Gesù. Fu Giovanni Duns Scoto, chiamato il «Dottor Sottile», che superò lo scoglio dottrinale argomentando che anche la Madonna era stata redenta da Gesù, ma con una Redenzione preventiva, prima e fuori del tempo. Era stata preservata dal peccato originale in previsione dei meriti del suo figlio divino.
La dottrina non proviene dalla Bibbia e anche per questo fu rifiutata da alcuni illustri padri della chiesa: Tommaso d'Aquino, Eusebio, Ambrogio, Bonaventura, Bernardo, nonché alcuni papi tra i quali Gregorio e Leone Magno. Pochi mesi dopo la proclamazione papale, ci furono le 'apparizioni' di Lourdes che parvero a molti fedeli una miracolosa conferma del dogma. Questa, in estrema sintesi, la vicenda storica. Il signor Cengia, e così ognuno di noi, è libero di aderire o di non aderire al dogma che è, in quanto tale, indiscutibile. In materia di fede o si crede o non si crede.

storia dei crimini del cristianesimo
i cavalieri templari

Gazzetta di Parma 10.12.04
I soldati di Dio
di
Antonio Battei

1314: Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dei Templari, brucia sul rogo sacrificando la vita, perchè accusato di eresia. E' questa data storica che introduce ad un breve viaggio alla scoperta dei Templari. Mentre uno strombazzato quanto scadente film americano con Nicholas Cage, in questi gioni sugli schermi di mezzo mondo, ripropone il tema. Tema che apre le porte di un mondo di misteri e segreti, di preghiera e spiritualità, di castelli e magioni, di Graal e rituali. L' origine dei templari risale al lontano 1118, anno in cui Hugues di Payns, feudatario della Champagne, costituisce una milizia assolutamente inedita per quei tempi: l'Ordine dei poveri cavalieri del Cristo, ove si conciliano i principi base del monachesimo ( povertà, castità, obbedienza), all'uso delle armi a protezione dei pellegrini che si recano nei luoghi sacri della Terrasanta, verso il Santo Sepolcro. Quando il re di Gerusalemme, Baldovino II, accoglie i primi cavalieri nel suo palazzo, presso la moschea di Al- Aqsa, dove in passato sorgeva il Tempio di Salomone, si comincia a parlare pi ù precisamente di Ordine del Tempio. Bisogna ammettere che la creazione della nuova milizia non ha precedenti nella storia cristiana, e il papa Onorio II mostra evidenti segni d'imbarazzo. E' quindi necessario trovare una posizione chiara e precisa, ricercando anche una regola che si adatti perfettamente alla situazione. Non è un caso se, in questo momento, entra nelle vicende dei Templari, uno dei personaggi più carismatici ed autorevoli del tempo: Bernardo di Chiaravalle. E' proprio grazie a lui che, nel Concilio di Troyes ( 1129), la nuova milizia viene ufficialmente riconosciuta grazie al «De laude novae militiae» (elogio della nuova milizia), vero e proprio proclama di esaltazione dell'Ordine Templare. In seguito viene redatta la prima regola di base denominata «latina», importante punto di partenza per lo sviluppo dell'Ordine. A partire dal 1128 i cavalieri Templari conoscono un sorprendente e rapido sviluppo in tutta Europa e sempre più uomini decidono di arruolarsi, distinguendosi per l'addestramento e la disciplina: i Templari divengono la colonna portante di un esercito crociato altrimenti approssimativo e disorganizzato. Ciò che li rende particolarmente solidali è anche il prezioso insieme di ritualismi e pratiche ripetitive e abitudinarie. Alzarsi alle due di notte era disagevole, ma la Regola, tranne in casi particolari, parla chiaro: il ritardo non viene ammesso e sono previste severe punizioni. Coperti dagli abiti notturni, dal mantello e dalle scarpe, i cavalieri si avviano verso la Cappella, rischiarati solo dal bagliore di poche candele. Tranquilli e seduti recitano il primo ufficio divino e le preghiere alla Vergine. Ma si è sentito parlare anche di riti che ricordano certi casi di «nonnismo» e che sarebbero stati poi alla base delle accuse di eresia: pare che ai nuovi cavalieri si chieda di sputare sulla croce, di rinnegare Cristo e di scambiarsi baci sulle labbra. Con estrema probabilità si tratta di gesti necessari per mettere alla prova l'ubbidienza assoluta e per preparare i novizi a quanto avrebbero potuto subire dai saraceni. E infatti anche il papa Clemente V, come tutti i suoi predecessori, non sente mai la necessità di condannarli. Fino al 1307, infatti, i Templari rappresentano per tutti l'eccellenza in campo religioso, tanto, per esempio, da essere riconosciuti come la massima autorità nell'individuare le reliquie autentiche. Non dimentichiamoci, a tal proposito, che secondo quanto testimoniato da Von Eschenbach all'interno del suo «Parzival» (del 1200 circa), i Templari erano i custodi del sacro Graal. Tutti i pontefici li guardano con favore, da Innocenzo II a Bonifacio VIII e a loro si devono ingenti donazioni e lasciti testamentari. Gli «sconci rituali» a cui i consiglieri del re di Francia Filippo il Bello si appellano, sono la causa della rovina dell'Ordine, insieme al timore che i suoi carismatici personaggi potessero avere scoperto verità assolute. «I frati dell'ordine della milizia del Tempio, lupi nascosti sotto un aspetto da agnello e sotto l'abito dell'ordine, insultando in modo sciagurato la religione della nostra fede, sono accusati di rinnegare il Cristo, di sputare sulla croce, di lasciarsi andare ad atti osceni al momento dell'ammissione all'ordine: essi s'impegnano con il voto che proferiscono, e senza timore di contravvenire alla legge umana, a darsi l'uno all'altro, senza rifiutarsi, se vengono richiesti... ». Con queste parole il re Filippo IV giustifica l'arresto in massa, all'insaputa del papa, dei Templari nelle commende francesi, avvenuto all'alba di un terribile venerdí del 13 ottobre 1307. Quasi tutti i monaci sono imprigionati, compreso il maestro Jacques de Molay, tutti i beni dell'ordine saccheggiati insieme al tesoro e ai documenti. Incatenati, isolati dalla vita conventuale, torturati, sottoposti a inaudite violenze fisiche e morali, i monaci- cavalieri sono rinchiusi nel castello di Chinon, insieme ai dignitari dell'ordine, tra cui, appunto, de Molay. Le loro condizioni fisiche precarie impediscono il trasferimento al fine di essere interrogati direttamente da papa Clemente V, anch'egli gravemente malato e sempre pi ù sottomesso alle strategie politiche del re di Francia. «Le eresie e i peccati che ci vengono attribuiti non sono veri. La regola del tempio è santa, giusta e cattolica. Sono degno della morte e mi offro di sopportarla, perchè prima ho confessato, per la paura delle torture, per le moine del papa e del re di Francia... ». Dopo queste parole di ribellione e di grande coraggio, Jacques de Molay, insieme a Geoffroy de Charny, precettore di Normandia, viene bruciato sul rogo come eretico il 18 marzo del 1314, a Parigi, sull'isola della Senna, davanti ai Giardini reali: il re si raccomanda di usare fascine di legno verde al fine di prolungare il martirio. Quell'anno muoiono anche Filippo il Bello e Clemente V, possiamo quasi dire per contrappasso. Prima di andarsene, il papa fa in tempo a sciogliere l'Ordine dei Templari, al Concilio di Vienne, attraverso la bolla «vox in excelso» e i cavalieri dal bianco mantello abbandonano ufficialmente la scena. Tutti i beni sono confiscati e fatti confluire nell'Ordine degli Ospitalieri. La storia ci ha trasmesso che i Templari sono istituiti per la difesa del pellegrino, ma qualche studioso ipotizza che il vero obiettivo sia la ricerca di materiale esoterico: il santo Graal, la sindone, l'arca dell'alleanza o magari manoscritti che minacciavano le basi fondamentali della religione cristiana. Ci si domanda ancora se sia esistito un ramo occulto del Tempio, un gruppo di iniziati che detenesse il Sapere Supremo. E qualcuno sostiene che il vero tesoro templare esista ancora e che possa trovarsi in Scozia, in Italia, o a Rennes le Chateaux. E il Santo Calice è realmente esistito o è sempre stato solo il simbolo di un prezioso tesoro interiore? I misteri nella storia Templare sono tanti e in parte davvero irrisolti, è proprio per questo che affascinano ancora molti di noi. E' lecito chiedersi perchè tutti i cavalieri siano stati annientati. La risposta forse è molto semplice: i loro tesori terreni e il loro carisma.

un'indagine
casi di schizofrenia in Piemonte

Repubblica, ed. di Torino 10.12.04
In Piemonte 43mila schizofrenici. "Ma è un male che si può curare"
"Non bisogna nascondere i primi sintomi"
di ALBERTO CUSTODERO

In Piemonte troppe persone ancora pensano che un malato di schizofrenia sia un soggetto pericoloso che possa provocare guai a sé e agli altri e rovinare la famiglia in cui vive. È quanto è emerso da un´indagine conoscitiva commissionata da un'industria farmaceutica, la Bristol-Myers Squibb e realizzata dalla Burson-Marsteller. Il grave pregiudizio che esiste ancora nella società nei confronti delle persone colpite da malattia mentale, ha osservato il presidente della Società italiana di psichiatria, Carmine Munizza, «crea problemi di re-integrazione ai pazienti e, quel che è più grave, spesso ritarda i tempi della diagnosi». «Da quando su un soggetto si manifestano i primi sintomi - ha aggiunto Munizza - alla prima diagnosi di patologia passano talvolta anche 4 o 5 anni. E questo perché le famiglie, temendo lo "stigma" o il pregiudizio che grava sulla malattia, evitano fino all'ultimo di ricorrere ai servizi psichiatrici. Ma quando lo fanno, è sovente troppo tardi». L'indagine conoscitiva ha confermato che in Piemonte 43 mila persone soffrono di disturbi psichiatrici e sono seguite dai dipartimenti di salute mentale. Il 25-30% ha i sintomi della schizofrenia grave: allucinazioni, deliri ossessioni, voci che arrivano da una realtà parallela. L'indagine ha fotografato gli aspetti socio-culturali della malattia mentale, intervistando i diversi «attori» che a vario titolo ne sono coinvolti: i pazienti, gli psichiatri, i familiari, il grande pubblico, autentico termometro», quest'ultimo, per misurare l'impatto sociale della malattia. Dall'indagine è emerso anche che una delle esigenze più sentite dai pazienti è quella di disporre di terapie che consentano una buona qualità della vita. Il Piemonte può contare su 25 Dipartimenti di salute Mentale strutturati in Servizi Ospedalieri di diagnosi e cura (23), centri di salute mentale (64), day-hospital (19), centri diurni (24) e strutture residenziali (5), mentre il personale dedicato ammonta a 2.411 figure sanitarie tra psichiatri, assistenti sociali, infermieri professionali ed amministrativi. L'indagine conferma che le maggiori difficoltà per un paziente affetto da schizofrenia riguardano ancora il recupero della vita sociale.

la così detta sindrome di iperattività
Ernesto Caffo dice la sua

Repubblica Salute 9.12.04
Iperattività, servono diagnosi precoci
di Ernesto Caffo *

IL DISTURBO da Deficit di Attenzione con Iperattività (ADHD, dall'inglese Attention - Deficit - Hyperactivity Disorder) è una sindrome che colpisce il bambino soprattutto nel periodo della scuola elementare, quindi tra i 6 e gli 11 anni, caratterizzata dalla triade: iperattività, impulsività, e deficit di attenzione - concentrazione. Questi bambini di solito vengono descritti come irrequieti e turbolenti: non riescono a stare seduti nel banco, disturbano e aggrediscono senza alcun motivo i propri compagni di scuola, i genitori o i fratelli; presentano spesso comportamenti inappropriati sia a scuola che a casa: non ascoltano genitori ed insegnanti, non rispettano alcuna regola e fanno fatica a portare a termine qualsiasi compito richieda un'applicazione prolungata. L'incidenza comunemente accettata del disturbo, si calcola oggi sull'1 - 2% dei bambini in età scolare, più frequentemente nei maschi che nelle femmine ( rapporto 5 - 9 a 1). Per quanto riguarda la diagnosi non esistono indagini strumentali e/o di laboratorio specifiche. La semplice osservazione del comportamento del bambino permette di rilevare facilmente gli elementi caratterizzanti il disturbo. Nello specifico, l'attenzione viene in genere valutata facendo riferimento al comportamento generale del bambino durante la somministrazione dei vari test reattivi.
Nonostante i dati riportati dal recente "International Consensus Statement on ADHD" (2002), sostengano che il 32 - 40% dei soggetti che soffrono di ADHD non completino la scuola dell'obbligo, e soltanto il 5 - 10% arrivi all'università e che da adulti abbiano più incidenti stradali, diventino alcoolisti e antisociali, depressi nel 20 - 30% e con disturbi di personalità nel 18 - 25% dei casi, nella quasi totalità dei disturbi la sintomatologia tende ad attenuarsi nell'adolescenza per scomparire nell'età adulta. Occorre quindi intervenire precocemente secondo modalità di cura proprie: una comportamentale con vari interventi psico-educativo-sociali, l'altra farmacologica basata sugli psicostimolanti e soprattutto sul dibattutto metilfenidato (sul quale in Italia cominceranno finalmente dai prossimi mesi ricerche e monitoraggi programmati).

* Ordinario Neuropsichiatria Infantile Univ. Modena
e Reggio Emilia


l'Istituto superiore di sanità:
i dati sui disturbi mentali
e un congresso a Roma

ANSA
SALUTE: ISS, PER DONNE RISCHIO TRIPLO DISTURBI MENTALI
Data: 09.12.2004 - 15:22 - ROMA

(ANSA) - ROMA, 9 DIC - Una persona su cinque ha sofferto di un disturbo mentale durante la sua vita e donne, separati, disoccupati, casalinghe e portatori di disabilità sono le categorie con il rischio maggiore di svilupparne uno. Sono alcuni dei dati emersi dallo studio realizzato dall'Istituto superiore di sanità (Iss) tra il 2000 e il 2003, che fa parte del progetto europeo Esemed nell'ambito dell'indagine promossa dall'Oms e dall'università di Harward in 30 Paesi. Su un campione di cinque mila persone, di età uguale o superiore a 18 anni e di età media di 48, spiega Giovanni De Girolamo, psichiatra del Dipartimento di salute mentale dell' Ausl di Bologna e coordinatore per la parte italiana dell' indagine insieme a Pierluigi Morosini dell'Iss, ''uno su tredici ha dichiarato di aver sofferto di un disturbo mentale nell'anno precedente l'intervista, mentre uno si cinque, pari a circa otto milioni e mezzo di persone, ne è stato colpito durante la sua vita. Un dato questo che ci pone, insieme alla Cina e alla Nigeria, agli ultimi posti tra i quindici Paesi di cui finora sono disponibili le valutazioni, per quanto riguarda ansia e depressione. Anche nell'abuso di alcool e di droghe, pur avendo dati probabilmente sottostimati per la tendenza a negare tali abitudini, possiamo dire che l'Italia è agli ultimi posti, visto che è stato il primo dei 51 Paesi della Regione europea dell'Oms ad aver diminuito del 25% il consumo pro capite di alcool tra il 1981 e il 2000''. Circa le categorie piu' colpite, lo studio dell' Iss ha messo in luce come le donne, che hanno un rischio tre volte maggiore rispetto agli uomini, sono più soggette ad ansia e depressione, mentre le persone di sesso maschile ad abuso di alcool e altre sostanze e a disturbi della socialità. ''In particolare - continua De Girolamo - le donne cadono in depressione il doppio degli uomini e sono ansiose il triplo, peggio ancora se casalinghe. Ma anche chi è disoccupato o è tornato ad essere single dopo la fine del matrimonio, ha una probabilità doppia di essere colto da questi disturbi, mentre le persone disabili hanno una prevalenza otto volte superiore alla media''. Nel corso dell'anno precedente l'intervista, tre milioni e mezzo di persone hanno dichiarato di aver sofferto di disturbi mentali, di cui il 5% di disturbi d'ansia e il 3,5% di carattere affettivo. Tra le patologie piu' comuni, in cima alla lista troviamo la depressione (10% della popolazione nel corso della vita e 3% nell' anno prima dell'intervista), seguita da dischimia (3,4% e 1%) e fobia sociale, disturbi d'ansia generalizzata e disturbo post-traumatico da stress (2%). ''Le cause alla base di questi disturbi e della loro distribuzione - prosegue De Girolamo - sono sia biologiche che psico-sociali. Si può ipotizzare che gli stili di vita e le variabili socio-culturali dei Paesi latini, visto che anche la Spagna ha dei valori simili ai nostri, favoriscano un basso rischio di malattie mentali. Certo è che l'accesso ai servizi di salute mentale, in Italia come in Europa, avviene ancora troppo tardi e non nella misura adeguata''. In Europa, infatti, due persone su tre con disturbi mentali, di cui il 54% gravi, non si sono rivolte a strutture sanitarie nell'anno precedente l'intervista. ''Nel nostro Paese - conclude - c'è la probabilità due volte maggiore della Spagna che una persona malata non si rivolga mai alle strutture di salute mentale. Un dato su cui bisogna lavorare, soprattutto se si considera che tutti questi disturbi, in particolare ansia e depressione, insorgono entro i 20 anni e che quindi molti disturbi gravi sono la cronicizzazione di patologie lievi non trattate e che molto spesso l'abuso di alcool e sostanze psicotrope è il tentativo di automedicazione di chi non ha ricevuto cure adeguate''.(ANSA).

APCOM 10.12.2004
SALUTE/ SABATO A ROMA IL CONGRESSO DI PSICHIATRIA DEMOCRATICA

Roma, 10 dic. (Apcom) - Si aprirà domani a Roma, alle ore 10, presso il palazzo della provincia in via IV Novembre, il congresso Nazionale di Psichiatria Democratica, [...] L'appuntamento, informa un comunicato, "servirà per organizzare forme di riflessione critica contro la proposta di legge Burani-Procaccini, all'insegna dello slogan: vogliono riaprire i manicomi".
[...]