martedì 21 dicembre 2004

crocifisso in classe a Ivrea

La Stampa 21.12.04
LA POLEMICA DOPO CHE UN’INSEGNANTE LO HA TOLTO DALLA PARETE
Crocifisso in classe
A Ivrea è scontro
tra scuola e studenti
Il simbolo religioso portato da un ragazzo: «E’ la nostra cultura»
Il preside: «Una provocazione». Il caso oggi in Consiglio d’istituto
di Giampiero Maggio

Crocifisso sì? Crocifisso no? In questo Natale segnato dalle polemiche sull’identità del mondo occidentale e sui simboli della cristinianità e del cattolicesimo, la presenza di un piccolo Gesù in croce in un’aula scolastica provoca un putiferio all’istituto per geometri «Giovanni Cena» di Ivrea. La vicenda esplode dopo che l'insegnante di Lettere lo ha tolto dalla parete, sollevando le reazioni di un'intera classe di prima. «Lo ha strappato dal muro e sbattuto sulla cattedra: ci sentiamo offesi e indignati», si lamentano i ragazzi. «Non facciamone un caso - replica il preside della scuola, Mario Di Vittorio - La questione è più complessa, non tiriamo in ballo, per cortesia, il fatto che la scuola voglia o meno il crocifisso nelle aule». Sarà. Ma oggi il caso approda in Consiglio d'Istituto. E l’unico punto all’ordine del giorno è proprio la presenta del simbolo religioso in aula.
E' il 14 dicembre quando in prima A scoppia il finimondo. In classe ci sono una ventina di ragazzi, uno di loro ha affisso sulla parete il crocifisso. Arriva l'insegnante di lettere. E che cosa fa? Secondo gli alunni: «La professoressa è andata su tutte le furie. Per noi il crocifisso rappresenta un simbolo della nostra cultura e delle nostra religione, ma lei evidentemente è di avviso differente. Tanto che lo ha letteralmente strappato dalla parete e lo ha sbattuto sulla cattedra». Aggiungono: «Se è vero che lo Stato non impone alcun tipo di censura e nella nostra scuola ci sono anche ragazze musulmane che indossano il velo, perché a noi deve essere vietato affiggere il simbolo che rappresenta la nostra religione?».
All'istituto per geometri, un complesso dall'architettura moderna a pochi passi dall'area ex Montefibre, non si parla d'altro. Il tam tam inevitabile ha fatto il giro delle aule in un lampo, i ragazzi hanno addirittura sottoscritto una petizione inviata al preside: «L'atteggiamento dell'insegnante è ingiustificabile - scrivono -, ha offeso tutta la classe e gli alunni che si riconoscono nella religione cattolica».
I professori fanno quadrato attorno alla docente di Lettere finita nell'occhio del ciclone: «Il crocifisso è un simbolo di pace, unione e fratellanza - dice Carla Papolo, docente di Scienze -, se il ragazzo che l'ha portato a scuola lo avesse fatto con questo spirito non avrei avuto nulla da ridire. Il problema è che la sua è stata un'azione provocatoria, quasi a voler differenziare un gruppo di alunni dagli altri».
Il preside non immaginava che questa storia potesse prendere una piega del genere. E' disponibile a parlarne e lo fa nell'aula insegnanti dove, in un angolo, è affisso anche il crocifisso. Nelle aule il simbolo religioso invece non c'è: qui ha vinto il concetto di laicità della scuola. «Noi non siamo contrari a priori - spiega Di Vittorio - qui ci sono ragazzi musulmani, ebrei, testimoni di Geova e dobbiamo rispettare la volontà di tutti. Sarà il Consiglio d'Istituto a decidere se quella classe potrà avere il crocifisso in aula oppure no».
E' una vicenda destinata a far discutere, anche se i docenti avrebbero preferito che questa storia rimanesse circoscritta all'interno del «Cena». La polemica sollevata da Abdel Smith, capo dell'unione dei musulmani di Italia che chiedeva l'eliminazione dei crocifissi dalla scuola, è stata la prima di una lunga serie. Mentre il ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti aveva più volte sottolineato la sua volontà di riportarli in classe. E' sufficiente un rapido controllo in rete attraverso un qualunque motore di ricerca per capire quanto sia acceso il dibattito su questo tema.
«Qualcuno vuole strumentalizzare la vicenda - puntualizza il preside - e questo è anche il pensiero dell'insegnante di lettere. Non ha senso sollevare un polverone per nulla».

lunedì 20 dicembre 2004

sinistra
Bertinotti, prima dell'incontro della GAD di oggi

Repubblica.it 20.12.04
Fausto Bertinotti non fa marcia indietro e replica a Fassino
"No a compensazioni che sanno di vecchia politica"
"Se i partiti boccciano Vendola
si aprirà la crisi dell'alleanza"
di GOFFREDO DE MARCHIS

ROMA - Segretario Bertinotti, Fassino propone alcune soluzioni per il rebus-regionali. La prima: usiamo il criterio più semplice scegliendo il candidato che ha le maggiori chance di vittoria.
"Diciamo subito che quando noi indichiamo Vendola per la Puglia, pensiamo che abbia tutte la carte in regola per battere Fitto. Le scelte però vanno fatte anche in nome del pluralismo altrimenti ci pieghiamo alla logica dei sondaggi. E seguendo la logica dei sondaggi Lula non avrebbe mai corso per la presidenza del Brasile, cioè non sarebbe oggi il presidente del Brasile. Affidarsi esclusivamente ai sondaggi significa la morte della politica. Bisogna sempre far valere il progetto politico".
Altra strada indicata da Fassino nell'intervista a Repubblica: non è detto che chi non prende un governatore oggi non abbia un incarico nelle giunte domani. In parole povere, assessorati e vicepresidenze.
"È una proposta che non prendo in considerazione. Sa di vecchia politica. Intendiamoci, non ho nessun atteggiamento di fastidio verso la composizione delle forme di governo, ma sono lontano dalla politica dello scambio o della compensazione".
Al vertice di oggi quindi lei va con la candidatura di Vendola per la Puglia.
"Non vedo una sola ragione per rinunciare alla candidatura di Vendola. E al vertice ci sarò con la forza di questa posizione. So che è un passaggio molto impegnativo. Investe il nostro modo di fare politica, che non è la politica dei ricatti, ma chiede di sapere se esiste o meno uno spirito di coalizione, di dare valore a tutte le esperienze della società, al rapporto tra la coalizione e la società civile. Non riconoscere questi argomenti significa mettere in crisi le forme di rappresentanza, la stessa capacità democratica della coalizione. In questo senso registro alcuni segnali preoccupati: il disagio di Michele Santoro, l'esperienza dei girotondi che sentono il bisogno di tornare in piazza. Sulle regionali si misura la capacità del centrosinistra di fare davvero un'alleanza. E un'alleanza veramente democratica".
Vendola è gay. Esclude un pregiudizio sessuale sul suo nome?
"È evidente che nella Grande Alleanza Democratica questo è un argomento indicibile. Ma spero che non sia un pensiero recondito di qualcuno".
Funziona la mediazione di Prodi?
"C'è uno scambio di opinioni, ma la candidatura di Vendola è un punto, come dire, non mediabile, è un problema che ha una sola soluzione, non dodici".
Qualcuno nel centrosinistra comincia ad affacciare l'ipotesi che Rifondazione non sia poi molto cambiata dal '98, che sapete solo sfasciare.
"Non l'ho sentito dire da nessuno, anzi tutti sostengono che la nostra candidatura è pienamente legittima, che è una buona candidatura. Se qualcuno dicesse quello che riporta lei ci troveremmo di fronte a una forma davvero eccessiva di arroganza: noi subiamo l'ostracismo di alcuni e poi veniamo accusati di essere quelli che vogliono sfasciare".
Se Vendola perde le primarie pugliesi, accetterete l'esito della consultazione?
"Il criterio base delle primarie è 'una testa un voto'. E dà a ogni elettore che sia interessato alla coalizione di centrosinistra, la possibilità di esprimere una preferenza. Tutto il resto, assemblee o platee di grandi elettori, sono 'secondarie' anziché primarie. Un corpo intermedio della democrazia, un elemento importante ma non decisionale".
Quanto influiscono gli equilibri del prossimo congresso di Rifondazione nella battaglia per Vendola?
"Nessuna influenza, zero assoluto. Sono passati tre anni dal precedente congresso di Rifondazione e non sono cambiati gli equilibri nei gruppi dirigenti rispetto ad allora. La maggioranza autosufficiente in cui io sto, ha sempre avuto lo stesso rapporto numerico con le minoranze interne e in tre anni ha avviato la collaborazione con il movimento, ha fatto lo strappo con lo stalinismo, ha scelto la strada della non violenza. Quello che voglio dire è questo: la Gad pensi alla sua consistenza, che al mio congresso ci penso io".
Cosa succede se Vendola viene bocciato dai partiti della Gad?
"Se avvenisse una cosa del genere, sarebbe la manifestazione della crisi dello spirito della coalizione, che è la precondizione perché una coalizione esista. E segnerebbe una crisi"

Corriere della Sera 20.12.04
Il Prc insiste: in Puglia deve correre uno di noi
[...]
Bertinotti: candidato premier, ora chiedo io le primarie
Il leader di Rifondazione: mi viene voglia di sfidarli. I Ds temono l’offensiva della sinistra radicale
di Francesco Verderami

ROMA - Le Regionali sono un problema per Prodi, ma stanno per diventare un problema anche per Fassino. Perché Bertinotti ha visto la mossa con cui sottrarsi allo scacco, ed è pronto a giocarla. Sa di non poter rompere l’intesa con il centrosinistra per una candidatura a «governatore», ma non può cedere ai diktat degli alleati, né assoggettarsi a quella dinamica nell’alleanza che ricorda tanto l’Ulivo del ’96, e in cui si è sentito ingabbiato alla convention di Milano. Così, sul nome di Vendola in Puglia, nei giorni scorsi aveva issato un muro. Il Professore se n’era reso conto quando ha tentato di ammorbidirlo, esponendosi come garante in vista degli accordi futuri: «Chiedimi qualsiasi cosa, Fausto, sul programma o su altro. Scrivimelo su un pezzo di carta, e io m’impegno fin da adesso, personalmente. Però troviamo una soluzione per uscire dai pasticci». Il leader del Prc era stato inflessibile: «Mi spiace Romano, ma non accetto compensazioni». Il nodo era politico, e politicamente andava sciolto. Non è stato Prodi ma Fassino a cercare di chiudere il contenzioso, rilanciando le primarie in Puglia per scegliere chi, tra il diellino Boccia e il comunista Vendola, sarà il candidato a «governatore» per la Gad. Bertinotti è propenso a lavorare attorno a questa opzione, «ma devono essere primarie vere, non quelle preparate da D’Alema». Il punto non è se il presidente dei Ds - che si muove da dominus nella regione - accetterà l’ipotesi di compromesso a cui si oppone. Il punto non è nemmeno se le primarie si svolgeranno prima o dopo le feste natalizie, se si allargherà il numero di attori, se verranno coinvolti cioè la società civile, gli iscritti e i militanti di centrosinistra.
Dietro questa mossa si cela piuttosto la controffensiva del capo di Rifondazione, che ha un congresso difficile da gestire con un partito in ebollizione. Ed è chiaro che il confronto in Puglia vedrà vincente l’esponente della Margherita. Ma sarà l’evento, non il suo epilogo, a garantire la vittoria di Bertinotti. Così facendo, verrà introdotto infatti il principio delle primarie, che per la prima volta daranno vita a un duello tra un rappresentante dell’area riformista e uno della sinistra radicale. Boccia contro Vendola sarà un test match in vista dello scontro tra Prodi e Bertinotti. E se il principio venisse introdotto a livello locale, sarebbe impossibile negarlo poi su scala nazionale. Ecco cosa pensa il segretario del Prc, che ai suoi ha rivelato la prossima mossa: «Mi viene voglia di sfidarli, e li sfideremo con le primarie per il candidato premier. Stavolta sarò io a chiederle».
Insomma, il sacrificio di un alfiere varrà bene uno scacco. È evidente che, se Bertinotti sfiderà Prodi, diverrà il punto di riferimento della sinistra radicale, schiaccerà i cespugli che militano nella Gad e minaccerà il fianco sinistro dei Ds, fino a sfondarlo. Se Bertinotti muoverà la richiesta ufficiale, la Quercia entrerà in fibrillazione, e Fassino - che in vista del congresso sta evitando di andare in rotta di collisione con D’Alema - dovrà trovare il modo per stoppare le primarie. Con Prodi, di fatto, c’era riuscito, posticipando l’evento al giugno del 2005, quasi trasferendolo su un binario morto. Con il capo del Prc sarà un altro discorso e, a quel punto, anche il Professore dovrà accettarle, anzi chiederle con forza: d’altronde non era stato lui a proporle?
Così il centrosinistra si approssima ai vertici di oggi. Nel fine settimana c’è stato un giro vorticoso di telefonate e non erano auguri natalizi. La lista unitaria della Fed, tanto cara a Prodi ma non a Fassino né a Rutelli, potrebbe veder la luce in Liguria, Veneto e Lombardia. Difficile che i Dl dicano sì per le Regioni del Sud, così come i Ds per quelle rosse. Quanto alla Gad, non è un caso se il socialista Boselli - fedele interprete del pensiero prodiano - inviti a prender tempo per le scelte sulle regionali. Perché, oltre al nodo Bertinotti, c’è anche il nodo Mastella da sciogliere. E’ ormai chiaro che nessuno dei due otterrà un candidato «governatore», e se il capo del Prc ha pronta la mossa per uscire dallo scacco senza rompere l’alleanza, il leader dell’Udeur minaccia invece di mollarla. Può accettare Mastella delle «subordinate» al posto della Basilicata? Pare di no, a sentire ciò che ha detto ai suoi dopo un colloquio con Prodi: «Romano galleggia, mentre gli altri decidono al posto suo. Io gliel’ho detto che questa partita di veti incrociati è un modo per farlo fuori. Parisi l’ha capito, lui mi sembra di no».

donne nella storia
altre notizie su Cleopatra

La Stampa 20.12.04
TESTI ARABI MEDIEVALI RISCRIVONO LA STORIA DELLA REGINA D’EGITTO
Scienziata e architetto
Ecco la vera Cleopatra

Secondo le ricerche dello storico Okasha El Daly la sovrana
era autrice di opere mediche e chimiche. Scrisse anche
apprezzati trattati di alchimia e disegnò colossali progetti edilizi
di Fabio Galvano

E' una «picconata» a uno dei miti più saldi della storia antica, quella che l'egittologo Okasha El Daly sferra sulla base di testi arabi medievali finora sconosciuti. Come vi siete sempre immaginati Cleopatra? Potente regina d'Egitto, bella, seducente, oltre che «mangiatrice» di uomini, come ci hanno tramandato la storiografia romana e la successiva letteratura occidentale (basta pensare a Shakespeare); e poi lucida e coraggiosa suicida quando ridotta a trofeo in catene. Nossignori, niente di tutto questo. Cleopatra era bella sì, anche se le monete dell'epoca non le fanno completamente giustizia; era potente, era intrigante. Ma soprattutto era una donna coltissima. Anzi, una valente scienziata: autrice di opere mediche, chimiche e filosofiche, architetto di illustri monumenti oggi scomparsi, figura centrale di un consesso di esperti d'ogni scienza che una volta la settimana amava raccogliere a corte attorno a sé.
Dimentichiamo Claudette Colbert ed Elizabeth Taylor, dimentichiamo Antonio e Cesare, dimentichiamo l'aspide che si studia nei testi delle elementari ed entriamo nella storia vera, suggerisce El Daly. Lui lo fa consultando scrittori medievali che, a suo dire, avevano avuto accesso diretto a descrizioni di prima mano della sovrana egiziana e forse anche a testi scritti da Cleopatra stessa. Testi che, ovviamente, non esistono più, probabilmente distrutti nell'incendio che ridusse in cenere la prestigiosa biblioteca di Alessandria; ma che attraverso quei cronisti medievali ritrovano la luce del sole in un impegnativo volume - «Egittologia: il millennio mancante, l'antico Egitto nelle scritture arabe medievali» - che sarà pubblicato a gennaio a Londra dalla University College Press.
La più antica di quelle testimonianze porta la firma di Al-Masudi, che prima di morire nell'anno 956 scrisse nella sua opera «Muruj», a proposito di Cleopatra VII regina d'Egitto: «Era una saggia, una filosofa che si collocava al livello dei migliori studiosi e che amava la loro compagnia. Scrisse libri di medicina, di bellezza e di cosmesi, oltre a numerosi altri libri a lei attribuiti e ben noti a chi pratica la medicina». Fonti arabe, in quella che ha tutta l'aria di essere una riconquista del personaggio di Cleopatra dopo la «profanazione» romana, le attribuiscono l'invenzione di una formula per combattere la calvizie e studi notevolmente approfonditi - per quell'epoca - in fatto di ginecologia. Scrittori antichi come Ibn Fatik e Ibn Usaybiah, raccolti da El Daly, indicano addirittura esperimenti svolti da Cleopatra per determinare lo sviluppo del feto umano durante la gravidanza. Una conferma di questa tesi viene da Lisa Schwappach, curatrice in California del Rosicrucian Egyptian Museum: «Che Cleopatra fosse perlomeno coinvolta nello studio della medicina è testimoniato dal suo sostegno del tempio di Hathor, a Dendera, dove in particolare le donne convergevano alla ricerca di cure fisiche e mentali. Cleopatra aveva avuto a palazzo una preparazione scientifica, senza dubbio incoraggiava gli scienziati e con loro discuteva scoperte e pensieri. Da uguale: non in quanto loro sovrana, ma perché competente nelle loro rispettive materie».
Che Cleopatra fosse colta è senz'altro comprensibile: per stirpe e lignaggio, per esigenze di palazzo. Ma «illustre scienziato»? «Occorre interpretare la storia», afferma El Daly: «Tutte le nostre conoscenze di Cleopatra avevano finora origine dalla tradizione romana, che la vedeva quindi con gli occhi del nemico. I romani la detestavano e la disprezzavano, quindi avevano ogni interesse a ritrarla come nulla più di una reginotta sexy».
In un'intervista a una stazione radio olandese, e poi al canale televisivo «Discovery», l'autore del nuovo libro ha anche sottolineato il ruolo di Cleopatra come architetto ad Alessandria; e cita a questo proposito scrittori medievali come Al-Bakri, Yaqut, Ibn Al-Ibri, Ibn Duqmaq e Al-Maqrizi, i quali espressero la loro ammirazione per certi progetti edilizi messi a punto dalla sovrana. Progetti, va subito detto, da regina: colossali, splendidi, travolgenti. Il più antico libro arabo che citi Cleopatra, una storia dell'Egitto opera del vescovo egiziano Giovanni di Nikiou, afferma addirittura che le costruzioni della regina ad Alessandria erano «della sorta che non si è mai vista prima». Un altro storico arabo, Ibn Ab Al-Hakam, attribuisce a Cleopatra addirittura una delle più grandi strutture del mondo antico, il faro di Alessandria, considerato una delle sette meraviglie del mondo: «Non semplicemente un faro in grado di guidare le navi verso il porto - afferma Al Daly - ma un magnifico telescopio, con un gioco di enormi lenti che potevano essere utilizzate anche per dare fuoco alle navi nemiche che minacciavano la città». Una colta e capace cultrice di Archimede, quindi, che a Siracusa aveva aperto la via dei raggi solari come arma in guerra.
Ma soprattutto, afferma Al Daly, Cleopatra era un'alchimista di grande fama. «Inventò uno strumento per analizzare i liquidi. E non era la sola: ho raccolto ampie prove che molte donne, nell'antico Egitto, avevano una cultura scientifica e prestavano opera nel campo della medicina». Chissà se furono proprio quest'intelligenza e questa cultura, perlomeno insolita per l'epoca, a conquistare prima Antonio e poi Cesare. Resta a questo punto una domanda senza risposta: perché un'alchimista di così chiara fama, se proprio voleva uccidersi, doveva ricorrere al brutale morso di un'aspide?

storia contemporanea
il sommergibile russo fu affondato dagli americani

La Stampa 20.12.04
Il sommergibile KURSK
Fu affondato dagli americani
Alle manovre nel Mar di Barents erano presenti tecnici militari
cinesi. Dovevano vedere il test del nuovo gioiello dell’arsenale di Mosca un siluro in grado di viaggiare sott’acqua alla velocità di 500 chilometri l’ora, un’arma che ancora oggi gli Usa non hanno. Clinton e Putin si accordarono per chiudere l’incidente
di Cesare Martinetti
corrispondente da PARIGI

CENTODICIOTTO ragazzi sono morti là sotto, centodiciotto famiglie aspettano una verità che non verrà mai e che potrebbe essere stata l'ultimo atto di una guerra più gelida che fredda. Un frammento di questa verità è forse nascosto dentro una piccola notizia, dieci righe appena, comparsa il 22 agosto 2000 sul sito web della Pravda. Una notizia che non è mai stata stampata sulla versione in carta del giornale e che nel mondo virtuale del web ha vissuto appena qualche ora. Un errore, un messaggio lanciato in bottiglia che più o meno diceva: «Sabato 12 agosto un incidente accaduto nel mar di Barents ha rischiato di dare il via alla terza guerra mondiale. Per alcuni giorni la pace è stata appesa a un filo e un passo falso politico avrebbe potuto dare il via a uno scambio di tiri nucleari... Fortunatamente l'incidente è stato risolto per via diplomatica...».
Erano i giorni del Kursk, il sottomarino nucleare russo paralizzato su un fondale ad appena cento metri di profondità con il suo carico di uomini e di misteri da un incidente che non s'è mai chiarito. Secondo la fugace notizia pubblicata online dalla Pravda, quel 22 agosto «il presidente della Federazione russa Vladimir Vladimirovic Putin e il presidente degli Stati Uniti d'America William Jefferson Clinton, dopo numerose e confidenziali conversazioni telefoniche, sono riusciti a negoziare una conclusione pacifica dell'affaire».
Ma qual era esattamente questo «affaire» che dopo due anni di indagini la procura russa ha chiuso con un ipocrita «non luogo»? Era che il Kursk non fu danneggiato dall'esplosione accidentale di uno dei suoi ordigni convenzionali, ma fu colpito da un siluro MK48 del sottomarino americano Memphis, che si trovava sul teatro delle esercitazioni organizzate dai russi anche per mostrare ai cinesi l'efficienza di uno dei loro ultimi gioielli: il siluro «Schkval» capace di viaggiare sott'acqua alla velocità fenomenale di 500 chilometri all'ora. Un'arma che gli americani, tuttora, non hanno. Ed è una delle terribili «meraviglie» di cui Putin si è vantato un mese fa di fronte al mondo.
Questa versione della vicenda del Kursk è il frutto di tre anni di indagini francesi, nate da quella notizia della Pravda e ora diventate un film inchiesta firmato dal regista Jean-Michel Carré, un veterano del genere. Il film sarà trasmesso da France Tv nei primi giorni dell'anno. L'abbiamo visto in anteprima e va detto che non c'è la prova definitiva di nulla (quale film può cambiare il corso della storia?) ma la ricostruzione di quegli incredibili e terribili dieci giorni in cui il mondo ha assistito dagli schermi delle tv all'agonia dei marinai russi è molto suggestiva. Vero o no che sia, c'è finalmente una spiegazione dell'incredibile comportamento di Vladimir Putin che non sia soltanto l'ottusa e secolare indifferenza del potere russo rispetto alla vita dei sudditi.
Putin era stata eletto da meno di sei mesi presidente della Russia, dopo la folgorante ascesa costruita sul sangue della seconda guerra contro la Cecenia. Era in vacanza a Soci, sul Mar Nero, quel giorno d'agosto, quando il ministro della Difesa Igor Sergheev lo avvertì che nel corso di un'esercitazione nel mare di Barents, al largo di Murmansk, il più sofisticato dei sottomarini nucleari russi, il Kursk, era affondato in avaria. Contro ogni aspettativa Putin decise di rimanere nella sua dacia. Di lì rifiutò ogni aiuto occidentale per tentare di salvare l'equipaggio. Sostanzialmente niente si mosse per una settimana. Sulle banchine di Murmansk le mamme dei ragazzi sepolti vivi sotto il mare piangevano e imploravano inutilmente gli ufficiali russi. Da Gran Bretagna e Norvegia arrivarono al Cremlino offerte di intervento con batiscafi e mezzi di recupero che i russi non avevano. Pallido e implacabile, Vladimir Vladimirovic non si spostò di un millimetro.
La vera scoperta di questa indagine francese è che alle manovre militari erano presenti i cinesi. Nessuno l'aveva mai detto. Nel film si vede un gruppetto di generali di Pechino che assistono alle esercitazioni assieme ai colleghi russi. Secondo la tesi del film, la presenza dei cinesi inquietava moltissimo gli americani che volevano impedire la ripresa di forniture militari di qualità da parte dei russi. E al centro di queste manovre c'era appunto il formidabile siluro «Schkval».
Pochi mesi prima, e cioè non appena Putin si era insediato al Cremlino, gli agenti del Fsb (ex Kgb, cioè la casa madre del neopresidente) avevano arrestato a Mosca l'uomo d'affari americano Edmond Pope, un ex dei servizi segreti dell'US Navy. Pope stava trattando i piani dello «Schkval» con il suo inventore, Anatoli Babkin. Una vicenda di cui si è parlato pochissimo e che nessuno ha mai collegato con il Kursk. La realtà è che Pope, condannato a vari anni di galera, è stato rimandato negli Stati Uniti poco dopo la conclusione dell'affaire del sottomarino.
Perché tanta generosità da parte di una équipe di comando russa che, a cominciare dal suo presidente, aveva in programma innanzitutto di superare l'anarchia e l'arrendevolezza degli anni di Eltsin nei confronti dell'ex nemico americano? Perché tutto faceva parte del «pacchetto Kursk».
Che cosa sarebbe accaduto, dunque, là sotto? Sarebbe accaduto questo: che mentre la Russia provava ed esibiva ai cinesi armi illegittime secondo i trattati, due sottomarini americani spiavano illegittimamente da vicino. Un incidente, o forse una reazione di difesa, ha fatto partire un siluro MK48 dotato di armamento convenzionale ma con la punta di uranio impoverito (che consente un'alta penetrazione nel metallo). Il Kursk s'è rivelato più vulnerabile del previsto, il siluro ha innescato due esplosioni interne e il più sofisticato dei sottomarini russi si è adagiato inerte sul fondo. Una prova di tutto ciò è il buco tondo e con le lamiere ripiegate verso l'interno che il film mostra sul relitto del Kursk. Inoltre, di resti dell'MK48 aveva parlato anche il giornale russo «Versija», subito perquisito e tacitato dal Fsb.
Il Memphis è rimasto anch'esso danneggiato in questo duello negli abissi e tra i due c'è stata pure una collisione. Il sottomarino americano fu poi fotografato qualche giorno dopo, in riparazione nella base norvegese più vicina al luogo dell'incidente. L'altro sottomarino, il «Toledo», è rientrato negli Stati Uniti anch'esso danneggiato e il New York Times, mesi dopo, ne ha raccontato la misteriosa avventura.
Insomma, sia Mosca che Washington avevano qualcosa da nascondere, Putin e Clinton hanno arrangiato le cose, nessuna traccia materiale di ciò sarà mai più reperibile perché il Kursk è stato ripescato, ma solo dopo essere stato svuotato dai preziosissimi «Schkval» e amputato della parte su cui era avvenuto l'incidente, che è stata fatta esplodere sul fondo del mare. Amen, per la ferraglia e per i centodiciotto ragazzi russi la cui agonia ha commosso il mondo. Un «samizdat» elettronico sulla Pravda online, erede di quelli che in tempi sovietici facevano arrivare in Occidente le denunce del dissidenti, ha forse svelato un po' di verità.

irrazionale
un flauto di 35mila anni fa

Le Scienze 18.12.2004
Un flauto dell'era glaciale
È uno dei più antichi strumenti musicali conosciuti

Un team di archeologi dell'Università di Tubinga, in Germania, ha scoperto in una grotta un flauto vecchio di 35.000 anni, fabbricato a partire da una zanna d'avorio di un mammut lanoso. L'oggetto, uno dei più antichi strumenti musicali mai scoperti, è stato ricostruito a partire dai 31 frammenti rinvenuti nella caverna nelle montagne sveve, nel sud-ovest del paese.
In anni recenti, fra queste montagne sono stati trovati numerosi reperti, comprese statuette di avorio, ornamenti e altri strumenti musicali. Gli archeologi ritengono che gli esseri umani primitivi soggiornassero nell'area durante l'inverno e la primavera.
Nicholas Conard, direttore del team di ricercatori, e colleghi descrivono la scoperta in un articolo pubblicato sulla rivista "Archäologisches Korrespondenzblatt". Il flauto è stato datato con il metodo del radiocarbonio.
Un portavoce dell'università ha dichiarato all'agenzia Reuters che lo strumento verrà esposto in un museo di Stoccarda.

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

domenica 19 dicembre 2004

sinistra, un'anteprima
intervista a Fausto Bertinotti

ANTEPRIMA: l'intervista a Fausto Bertinotti che uscirà sul prossimo numero di MATERIALI

Ripensare l’agire politico per costruire una nuova società
Intervista a Fausto Bertinotti
di Patrizio Paolinelli


Se c’è un punto che mette d’accordo quasi tutti gli osservatori politici è il fatto che Rifondazione Comunista costituisce oggi il partito italiano maggiormente impegnato nel ridiscutere se stesso fin nel profondo delle sue radici. Il via a questo processo di “autocoscienza” collettiva è stato dato da Fausto Bertinotti (nella foto). Gli cediamo subito la parola per comprendere lo stato dell’arte su una discussione tutt’ora in corso e che continuerà a lungo.
DOMANDA - Nelle tue «15 Tesi» affermi sostanzialmente che la profonda crisi della democrazia rappresentativa può essere risolta da una nuova politica di trasformazione e liberazione. Puoi approfondire questo passaggio?
RISPOSTA - «La crisi della democrazia si acutizza quando la corsa breve della crisi della politica incontra la corsa lunga della crisi di civiltà e quest’ultima è segnata dalla tendenziale divaricazione tra innovazione e progresso sociale. Intendo dire che la globalizzazione porta a una radicale modificazione sia del rapporto tra governati e governanti sia delle istituzioni democratiche come le abbiamo conosciute in Europa. In pratica è la trasposizione del modello statunitense su scala planetaria. Da qui la necessità di rifondare l’idea stessa dell’agire politico».
D - Attraverso quali momenti si concretizza questo processo di rifondazione dell’agire politico?
R - «Ti faccio un esempio concreto. Con le recenti elezioni europee si è espressa un’Europa sociale che con il suo voto ha segnato una sconfitta dei governi e si è opposta all’Europa politica. Da quel voto emerge un esito che può portare alla separazione tra masse popolari e politica. Separazione che si manifesta in vari modi: astensionismo elettorale o rifugio verso formazioni xenofobe. Parlo di processi non di risultati definitivi perché emerge anche un’opposizione che annuncia la possibilità di costruire un’alternativa di società. La possibilità di uscire da sinistra dalla corsa breve della crisi della politica e dalla corsa lunga della crisi di civiltà consiste nella capacità delle forze della sinistra radicale di incontrare questa opposizione sociale».
D - Da quanto affermi il rapporto con i movimenti risulta centrale nella prospettiva politica del PRC. Tuttavia, molti sostengono che i movimenti prima o poi passano mentre i partiti restano. Il rapporto tra Rifondazione Comunista e il movimento può ribaltare questa affermazione?
R - «La ripresa del conflitto di classe va letta dentro lo sviluppo dei processi che ho appena descritto. Mi riferisco alla crisi delle politiche neoliberiste, alla risposta regressiva delle classi dirigenti a quella crisi e all’impetuoso avanzare del movimento. E’ come se il movimento avesse arato il terreno e lo avesse concimato permettendo a tutti coloro che vi seminano sopra di raccogliere buoni frutti. Insomma, il movimento è riuscito a cambiare gli orientamenti profondi della società aprendo la possibilità di un nuovo punto di vista critico dell’esistente. In questo senso è definitivamente entrata in crisi l’idea secondo cui i movimenti sono incaricati di porre i problemi e i partiti sono depositari delle risposte. O, per dirla in altro modo, che i movimenti sono buoni quando le sinistre si trovano all’opposizione e debbano andare a casa quando governano. L’autonomia dei movimenti è la condizione essenziale per il loro sviluppo e per la possibilità stessa di incidere ne
lle scelte. Credo che un merito di Rifondazione Comunista sia quello di aver percepito subito la novità del movimento altermondialista e di avervi investito ogni energia in un rapporto di internità».
D - Il declino del neoliberismo quali scenari apre per la crescita della Sinistra Europea?
R - «Un’uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio del ‘900. E’ un’ipotesi praticabile per una ragione oggettiva: si va attenuando la rivoluzione restauratrice della globalizzazione capitalistica. Una rivoluzione che si presentava con la forza arrembante del pensiero unico, del dominio del mercato e dello sviluppo senza fine. Questo progetto ha perso gli artigli. Se li è spuntati sulla roccia prodotta dalle contraddizioni create dalla sua stessa politica andando poi ad impantanarsi nella recessione e nella guerra permanente».
D - Continuando a ragionare sul ruolo della Sinistra Europea esistono ragioni più soggettive per la sua azione politica?
R - «Sì. Consistono nell’irruzione del movimento altermondialista e dell’innestarsi su di esso del movimento per la pace. Consistono in un nuovo conflitto sociale e di lavoro che ha affermato la possibilità di costruire un mondo non soggiogato dalle logiche del mercato. L’instabilità prodotta dalle classi dirigenti e la contestazione delle compatibilità imposte dalla guerra e dal neoliberismo rendono attuale la costruzione di un’alternativa di società. L’Europa è oggi il centro della nostra riflessione, della nostra iniziativa e la costruzione del Partito della Sinistra Europea costituisce una leva fondamentale per dare corpo ad un’altra Europa. Anche qui, nella realizzazione di questa soggettività politica della sinistra radicale continentale, le discriminanti di fondo sono costituite dal rapporto privilegiato con i nuovi movimenti».
D - Qual il peso delle prossime elezioni regionali rispetto alla politica nazionale?
R - «E’ un appuntamento che può influire enormemente nell’acuire la crisi strategica delle destre. Crisi strategica perché investe il suo blocco sociale e si inserisce nel fallimento delle politiche neoliberiste in Italia e non solo. Un valore fondamentale delle prossime regionali sta nella possibilità di respingere definitivamente il progetto di ridefinizione reazionaria della Costituzione. Parlo proprio della cosiddetta devolution, ovvero la rottura del quadro di coesione dell’esigibilità dei diritti sul territorio nazionale che le destre cercano di realizzare. Parlo dell’attacco al contratto nazionale di lavoro, al cuore stesso del sistema di relazioni sociali, del welfare».
D - Sul piano operativo come ci si rapporta con i cittadini per battere la propaganda delle destre?
R - «Dobbiamo comunicare con forza il carattere socialmente regressivo dell’attacco alla Costituzione e del rapporto tra questo attacco e la demolizione di un sistema di diritti costruito con il conflitto di classe degli scorsi decenni. Dobbiamo far comprendere che le modifiche costituzionali non hanno nulla a che vedere con il potenziamento delle Regioni. Lo si vede benissimo dalla manovra economica che il governo ha varato: sottrae risorse, mezzi, strumenti agli enti locali su cui poi si scaricano i costi delle politiche antisociali e dei tagli praticati dal governo. Allo stesso tempo dobbiamo trasmettere nuovi progetti ed esperienze che emergono proprio localmente e contribuiscono a determinare un nuovo rapporto tra movimenti, scelte politiche, amministrazione. Penso al bilancio partecipativo, ai beni comuni, alle nuove municipalità».
D - Quale augurio per il nuovo anno senti di fare ai cittadini della nostra regione?
R - «L’augurio di un 2005 senza le destre al governo del Lazio e del Paese. L’augurio di una stagione politica che rompa con il neoliberismo e contribuisca all’apertura di un nuovo corso. Nel Lazio le opposizioni avanzano una candidatura importante, quella di Piero Marrazzo, che segna un rapporto intenso con la società civile. Un rapporto decisivo per la costruzione di un programma autenticamente riformatore. Come già avvenuto in passato il Lazio può annunciare il cambiamento che investirà l’intero Paese».

«Aiuto! Si è arrabbiata la Befana»

una segnalazione di Paolo Izzo 19.12.04

A pag. 125 del Venerdì di Repubblica (in edicola oggi, domenica 19.12.04) c'è la segnalazione di

Aiuto! Si è arrabbiata la Befana
Nuove Edizioni Romane

richiamato anche nel titolo dell'articolo ("Dal presepe a Tolkien passando per la Befana") e con foto della copertina.

violenza e impotenza

ricevuto da Carlo Patrignani

IL QUOTIANO DI CALABRIA sabato 18 dicembre
«Chi usa violenza è un impotente
non un ipersessuato»

Roma - «Chi usa violenza odia le donne, non è un ipersessuale con più ormoni di altri e per questo da castrare come sostenuto da certi ambienti politici: è un impotente che odia la donna, il diverso da sè, al quale non sa attivamente rapportarsi», spiega lo psichiatra e psicoterapeuta Martino Riggio. «C'è da lavorare ancora molto, nonostante il femminismo, per giungere ad una società che riconosca la donna come persona umana e non come un oggetto», sostiene la scrittrice Lidia Ravera. Dunque, violentare la donna non è sessualità? «Mi pare ovvio - risponde Riggio - la sessualità non è violenza e sopraffazione ma attività di rapporto con un essere umano che percepisco, sento e vedo diverso da me: sessualità è attività di conoscenza e comprensione dell'altro». Quando si arriva alla violenza, sopraffazione, prevaricazione, è perché "si odia e non si ama l'altro perché non c'è sessualità ma annullamento dell'altro - precisa Riggio - che proprio perché diverso suscita un movimento che non si riesce a contenere, una diversità che appunto non si sopporta».

all'attacco di Zapatero
l'odio cattolico va alla guerra di Spagna

"La vera Spagna fermerà Zapatero"
Stato laico e religione
Da una parte Zapatero con le sue riforme laiche, dall'altra la reazione della Chiesa. In gioco due visioni opposte della società

di Concita De Gregorio

Castellòn (Valencia). Qui per strada le signore anziane, le vedove con le perle le calze scure e la permanente blu, baciano davvero l'anello al vescovo. «Monsignore, mi dispiace moltissimo per quello che vi stanno facendo. È terribile, ma abbia fede: ci sarà giustizia». L'anello è enorme, con la croce. Eccellenza. Reverendo. I miei omaggi. Il vescovo Juan Antonio Reig Pla, 57 anni, incarnato di porcellana, risponde con un cenno della testa, condiscendente e compiaciuto. Castellòn, diocesi di provincia: la gente non corre, qui le cose vanno lente. «Ecco, questo è il mio gregge. Persone normali, vede. Non quella suburra di omosessuali, divorziate e assatanati radicali di cui il governo immagina sia piena la Spagna. Hanno in mente un Paese che non esiste. Credono di essere in Svezia, ma nemmeno: su Marte. Pagheranno un conto salatissimo, mi creda. Basta aspettare, la gente si ribellerà». La cattedrale per l'Immacolata è addobbata di luci come una giostra. In edicola la rivista di satira del giovedì ha in copertina la caricatura di Zapatero come un assatanato, appunto. Legato a un letto in camicia di forza schiuma bava verde. Il prete esorcista gli agita addosso un crocifisso e urla: «Satana, esci da quel corpo». Piove sul ponte della Concezione, la festa più lunga dell'anno: sei giorni di celebrazioni e processioni per la vergine senza peccato. «Il primo esempio di fecondazione eterologa», ridono le femministe nei talk show della tv socialista. Blasfeme. Possedute anche loro. «Intrise di ideologia di morte»: il vescovo ne scaccia il pensiero con la mano mentre il cameriere gli porta un filetto ai ferri, «devo stare leggero, oggi ho le cresime in montagna». Piove, molto. I tg mostrano il demonio con la faccia da Bambi che parte con la moglie per un fine settimana di riposo senza sole. Quel diavolo di un socialista al mare, e il monsignore al lavoro a radunare i fedeli per messa: «Guardi bene e poi dica: qual è la vera Spagna?».
Sì, ecco: qual è la vera Spagna? C'è quella di Zapatero, che in sei mesi di governo ha ritirato le truppe dall'Iraq, varato una legge contro la violenza domestica sulle donne, consentito la ricerca scientifica sugli embrioni. Promesso il matrimonio per i gay, il divorzio in due mesi, l'aborto dalle prime settimane di gravidanza, le adozioni per le persone sole e le coppie omosessuali, la legalizzazione dell'eutanasia, l'abolizione dell'obbligo dell'ora di religione cattolica a scuola. Forse è questa, la Spagna: il paradiso delle libertà e del laicismo a cui il socialismo minoritario di tutta Europa guarda con invidia e speranza, la nuova frontiera dell'Eden democratico. O forse è ancora quella che per duemila anni è stata: quella severa e cupa dei preti le cui vesti sbattono come le porte che chiudono a chiave, come nei film di Almodòvar, come nei dipinti rosso granata di Goya, come al tempo delle ruote dentate dell'Inquisizione e in quello recente di Francisco Franco el Generalisimo e delle sue segrete. Due mondi in guerra aperta, guerra vera. I socialisti e i vescovi: «Questi senza Dio vogliono vendicarsi di noi», dicono i preti. Vendicarsi, così scriveva nel suo testamento il nonno del primo ministro, capitano Juan Rodriguez Lozano, fucilato nel '36 a un mese dall'inizio della Guerra civile per aver rifiutato di unirsi ai franchisti: «Vendicate la mia memoria». Quella, e molti altri secoli di storia. Una resa dei conti insomma. A questo siamo.
Josè Luis Rodriguez Zapatero è un uomo mite e prudente. I suoi sport sono la pesca e la cyclette, cose da fermi. La moglie, Sonsoles Espinosa, è stata l'unica donna della sua vita: l'ha conosciuta a 21 anni in facoltà, prima e dopo mai niente. Primo socialista a governare nell'ombra gigantesca di Felipe - sono passati dieci anni, nessuno chiama Gonzales per cognome, basta dire Felipe - è arrivato al potere cavalcando leggero e quasi stupito una lunga collana di errori altrui. Errori del suo partito, che si è smarrito negli anni Novanta in brutte storie di corruzione e di candidati deboli e inadatti. Errori degli avversari, che hanno governato per una decade la Spagna come se fosse cosa loro, come aveva insegnato Franco di cui ancora ci sono le statue, come Aznar ha fatto fino all'ultima menzogna, quella sulla strage dell'11 marzo, tre milioni di voti sono passati in due giorni a sinistra ed ha perso le elezioni. Questo avvio di legislatura all'insegna delle libertà radicali ha prima ammutolito, poi risvegliato dalla quiete della sua lunga siesta la Spagna profonda, quella silenziosa e sotterranea dell'Opus Dei, quella che porta milioni di famiglie a celebrare Escrivà in Vaticano, madri di dodici figli tutti in fila coi calzoni corti a messa, Rodrigo, Alvaro, Jesus, Maria Dolores, forza andiamo bambini, tutti nomi di madonne e penitenze, di martiri arsi vivi e crocifissi.
La tattica dei vescovi
Il clero non se l'aspettava, un attacco così. Voleva far scendere in piazza le sue truppe a metà dicembre, una manifestazione di strada coi cardinali in prima linea: sarebbe stata la prima volta nella storia. Poi c'è stata, a fine novembre, l'Assemblea plenaria dei Vescovi a Santiago de Compostela. Il cardinale Rouco Varela, presidente della Conferenza episcopale, uno che si è formato in Germania e scrive in tedesco, è uscito da quella riunione ed è andato a colazione da Fraga, già ministro del dittatore, eletto e rieletto fino ad oggi alla guida della sua regione, la Galizia. Il cardinale ha detto, citando la Bibbia: «Siamo attaccati ma non abbandonati, ci spingono ma non ci schiacciano». I socialisti, soggetto sottinteso. Però lo scontro frontale non è nella tradizione obliqua della Chiesa. Meglio trattare. Aprire un tavolo, ci sono i margini. Discutere, sotto la spada di Damocle della rivolta di piazza. La manifestazione si farà, se serve ancora, in primavera. Intanto per Santo Stefano si celebra una «giornata della famiglia» nel nome del matrimonio tradizionale, e vediamo quanta gente c'è.
Nei siti web conservator-cattolici (Hazteoir, fatti sentire, Noesigual, non è lo stesso essere eterosessuale o omo) la base si prepara alla sfida di maggio. I vescovi scrivono lettere pastorali contro l'eutanasia intitolate "Morte a Venezia" e raccolgono firme: per la scuola cattolica, contro il matrimonio gay. Vogliono una legge di iniziativa popolare, possono farcela. I vescovi mostrano di preoccuparsi di gay ed embrioni ma lavorano in realtà per proteggere due cose, sopra tutte: la religione a scuola, il finanziamento pubblico alla Chiesa. Il segretario della Conferenza episcopale Josè Antonio Martinèz Camino, un quarantenne svelto che ha studiato a Francoforte e del coetaneo Zapatero dice «lui, invece, si è laureato a Leòn» (come dire: in paese) passa in rassegna composto tutti i temi in agenda: l'aborto, l'eutanasia, il divorzio rapido, il matrimonio gay. Poi alla domanda chiave, «qual'è il primo problema sociale di Spagna?», risponde così: «Garantire una formazione cattolica che metta i giovani in condizione di coltivare la speranza». Formazione, e soldi.
Monsignor Reig Pla mangia assai lentamente il pasto che ha da poco benedetto. È molto fiero che la sua diocesi, piccola, abbia raccolto 105 mila firme per l'ora di religione: «Nel nostro Paese l'84 per cento iscrive i figli a religione. Zapatero no, ma fa parte di una minoranza, il 16. D'altra parte il suo governo è ostaggio delle minoranze: se non ci fossero i catalani, i baschi, i galleghi non avrebbe i voti in parlamento». Questa è la tesi della Chiesa, sta scritta sui loro giornali: Alba, settimanale cattolico, nel numero in edicola sostiene che il vero capo del governo non è Zapatero ma Carod Rovira, il capo della Sinistra repubblicana catalana. È Carod Rovira l'estremista, il rivoluzionario separatista, uno che vuol boicottare Madrid sede delle Olimpiadi 2012, è lui quello che detta la linea. «Esquerra republicana ha nove deputati. Faccia bene i conti», sorride il vescovo. Una suora minuscola gli prepara la macedonia di fragole. In sagrestia c'è odore di disinfettante, di incenso e di legno.
Si passa in biblioteca. Il Monsignore è segretario della commissione "Famiglia e Vita" della Conferenza episcopale, il ministro del ramo: Zapatero il suo nemico. Sorride, quando dice «Zapatero»: in castigliano vuol dire ciabattino. Eppure i genitori del vescovo lavoravano in una fabbrica di scarpe. «Mia madre mi portava al lavoro ad allattarmi», si intenerisce. Il nonno del primo ministro fu fucilato da Franco, il padre del vescovo ferito in battaglia: era nel fronte repubblicano di Alicante ma «contro la sua volontà. Fu costretto a combattere, coscritto. Era un cattolico fervente, subì la tragedia». Costretto, subì. Nella biblioteca del figlio ci sono perciò solo testi che raccontano di costrizioni e menzogne. Kingsey, crimini e conseguenze, la menzogna del rapporto Kingsey sulle libertà e le inclinazioni sessuali. Le leggende nere della Chiesa di Vittorio Messori, prefazione di Biffi. Sartre, Bariona. «Un testo teatrale dell'ateo Sartre sulla meraviglia del Natale». Famiglia e autostima dello psichiatra cattolico Aquilino Polaino. «Un luminare». Polaino, docente di psicopatologia alla università cattolica di Madrid, sostiene che «i figli di coppie omosessuali hanno la tendenza a diventare omosessuali: un giorno i giovani cresciuti da coppie gay potranno denunciare lo Stato per aver compromesso gravemente la loro identità personale». Il Monsignore annuisce e sorride. Una ragazza slava («l'abbiamo sottratta alla tratta delle bianche») gli porta un bicchiere di vino dolce, fine del pasto.
Zapatero in biblioteca ha soprattutto poesia, il suo autore preferito è Borges. Si è laureato in Diritto, per quanto a Leòn, ma nei discorsi cita solo filosofi e poeti. «Un estremista», liquida la faccenda Reig Pla. «Ha riempito il suo governo di femministe radicali». Il Monsignore sul tema ha appena scritto un articolo, eccolo ben rilegato: il «femminismo radicale» nasce da Freud, si nutre di Marx e di Marcuse, si sposa con l'ideologia liberale in «un cocktail esplosivo che promuove l'antropologia individualista e scambia il sesso per il genere». Le femministe al governo, «otto su sedici, la metà dei ministri, hanno cambiato il linguaggio. Chiamano l'aborto "salute riproduttiva", l'omosessualità "stile di vita". Dicono che il sesso è un fatto culturale, non genetico. Propaganda: il sesso è determinato biologicamente. Ci sono gli uomini, e le donne, e basta». Zapatero sorride. Ascolta le obiezioni come un vecchio bolero: le sa già. Dice che è vero, lui si considera «non solo antimachista, proprio femminista».
Carmen Caffarel è direttore generale della televisione pubblica, Tve. Il Monsignore fa un cenno di fastidio con la mano: la televisione è uno scandalo, «nemmeno un programma sui 500 anni dalla morte di Isabel la cattolica. Riesce a crederci?». In cambio Carmen Caffarel ha appena affidato a Pedro Almodòvar e a Iciair Bollain due nuove serie tv di prima serata: parlano di donne sole. «Finanziano solo i loro estremisti», riassume il vescovo. Lui i tre migliori film spagnoli della stagione non li ha visti. Iciair Bollain è la giovane regista di Ti do i miei occhi, scarna e devastante storia di una donna che sempre torna dal marito violento perché incapace di lasciarlo solo con la sua debolezza, come davvero tanto spesso succede. «Bugie. Le donne che muoiono per mano dei mariti in Spagna sono meno che in Svezia». Almodòvar e i preti pedofili de La mala educaciòn. «Un film ridicolo, non ha avuto alcun successo. Sa cosa dice la gente? Le ossessioni di un frocio». La suora bonsai in punta di piedi gli infila il cappotto.
Seppellire gli embrioni
Il vescovo di Huesca, Jesus Sanz Montes, quando è uscito Mar adentro, il mare dentro, film di Amenabar prossimo candidato all'Oscar ha scritto una lettera pastorale intitolata Morte a Venezia. Sembra la prosa di un critico cinematografico, poi arriva al dunque. «Vogliono far passare la cultura dell'eutanasia nel sentire comune, così poi ci imporranno la loro legge». I socialisti, sempre sottinteso. Mar adentro racconta la storia vera di Ramon Sampedro, tetraplegico che spese gli ultimi anni di vita per ottenere una morte dignitosa. Il Monsignore si stringe nel cappotto perché tira vento. «Il suicidio tra tetraplegici è molto minore che tra persone sane. Ogni vita deve essere rispettata. Dall'embrione al malato terminale». Eccoci quindi all'embrione. «Sa cosa si deve fare delle migliaia di embrioni congelati?». Cosa. «Sgongelarli, lasciarli morire e dargli degna sepoltura». Seppellirli come, in piccole bare bianche? «Come creature viventi destinate a diventare, senza salti qualitativi, persone».
«I socialisti hanno vinto sull'onda emotiva dell'11 marzo», dice il Monsignore. Sulla strage di Madrid la Commissione parlamentare ha appena finito di interrogare per 12 ore Aznar, accusato appunto di aver mentito a fini elettorali dicendo che le bombe erano dell'Eta. Zapatero tira fuori dalla sua libreria un testo di Fernando de los Rios, padre del socialismo umanista, l'anti Ortega y Gasset, ministro del governo in esilio. «Essere laici - legge Zapatero - non significa essere tolleranti, che presuppone una superiorità, ma essere rispettosi delle convinzioni degli altri». Non c'è nessuna persecuzione, nessuna sete di vendetta, sorride con gli occhi celesti. Le donne quando esce per strada gli urlano guapisimo, bellissimo. «La Chiesa deve sapere che questo è uno stato laico». Dice Chiesa come dicesse gli amici della Lirica, un'associazione. «La Spagna non è più quella che vorrebbero loro, è forse in parte ancora quella, ma cammina svelta in un'altra direzione».
Quale direzione. È appena uscito il rapporto dell'Istituto di statistica sul censimento del 2001. Nel linguaggio scarno delle cifre dice che le famiglie di fatto sono più di mezzo milione, diecimila e cinquecento omosessuali. Un milione e mezzo sono le madri sole con figli. Diminuiscono i matrimoni in chiesa, gente che fa otto figli non ce n'è quasi più: tre sono già un'eccezione. La controinchiesta cattolica si chiama Informe sobre la evoluciòn de la familia. Il Monsignore veste il tono da sermone: «Un aborto ogni 7 minuti, un divorzio ogni 4. Di 49 mila nuovi nati 43 mila sono di madri straniere, si tratta perciò di un incremento fittizio». Come fittizio? Saranno figli di madri venute dal Marocco ma sono pur sempre bambini nati in Spagna. «Certo certo, tutte creature di Dio. Ma di spagnoli veri ne sono nati solo seimila». Piove sulla processione dell'Immacolata. Il demonio con gli occhi azzurri è tornato dal fine settimana al mare, le sue bambine non le ha portate a messa. «Ci sono molti cattolici anche fra i socialisti, guardi, la chiesa è piena», indica il vescovo. La messa è finita, le anziane con le perle e la mantiglia nera gli baciano l'anello. «Pace e bene, monsignore». Pace e bene, sorelle, «siempre sea lo que Dios quiera». Sempre sia fatta la Sua volontà.

Scuola e soldi alla Chiesa
Zapatero ha fermato la riforma della scuola avviata da Aznar che riportava la religione come materia obbligatoria, inserita nella valutazione finale dell'alunno, e propone di rivedere i finanziamenti alla Chiesa cattolica.
I vescovi difendono l'ora di religione, invitando i parroci a raccogliere firme nelle chiese alla fine delle omelie, e promettono battaglia anche sui tagli ai finanziamenti al clero proposti dal governo
Il matrimonio gay, l'aborto, il divorzio, la ricerca: in nove mesi il premier socialista ha gettato le basi della sua riforma. Scatenando la reazione della Chiesa. Lo scontro è tra due concezioni opposte e inconciliabili della società come racconta il vescovo di Castellon, Juan Antonio Reig Pla
Il Monsignore è sicuro: "Il mio gregge è fatto di persone normali. Questi radicali la pagheranno cara"

Famiglia
Già contraria al divorzio che definisce «express», la Chiesa si mobilita contro il matrimonio gay: «Non è uguale» protestano i vescovi e giocano la carta dell´iniziativa di legge popolare con la raccolta di mezzo milione di firme
Aborto e ricerca
La Chiesa è contraria alle misure previste per aborto, eutanasia e ricerca sulle cellule staminali. Misure che, di volta in volta, definisce «olocausto silenzioso», «aggressione agli esseri umani» e «una forma di omicidio»
Famiglia
Con la riforma del divorzio il governo ha ridotto l'attesa tra 2 e 6 mesi, eliminando la separazione. Il progetto di legge sulle nozze gay prevede, invece, l'equiparazione con quelle etero e la possibilità di adottare bambini
Aborto e ricerca
Nel programma del governo c'è la liberalizzazione dell'aborto nelle prime 12-14 settimane di gravidanza, la depenalizzazione dell'eutanasia e l'autorizzazione della ricerca sulle cellule staminali a fine terapeutico

polvere di Sessantotto:
Theodor Wiesengrund Adorno...

La Stampa 19 Dicembre 2004
GELO E NARCISISMO DEL FILOSOFO CHE IL SESSANTOTTO ELEVÒ A IDOLO. INQUIETANTE PERSONAGGIO MA L’ESATTO CONTRARIO DELL’UOMO IN RIVOLTA
ADORNO
Il chirurgo e il paziente

di Enzo Bettiza

CREDO di essere stato uno dei primi a segnalare, in una tempestiva nota sulla rivista Epoca, la comparsa della traduzione italiana presso Einaudi di Minima moralia di Theodor Wiesengrund Adorno. Era il 1954, mezzo secolo fa. Qualche anno prima avevo letto il Doktor Faustus di Thomas Mann, storia del geniale compositore luetico Adrian Lewerkhün, controfigura romanzesca di Nietzsche e insieme simbolo tragico della Germania moderna. Nel romanzo mi avevano colpito le pagine profonde, commiste di lampi e di oscurità, in cui Mann, analizzando la difficile arte dodecafonica del protagonista, s'addentrava in perigliose incursioni filosofiche nei labirinti della musica moderna. Poi lessi il Romanzo di un romanzo. Qui il grande romanziere, spiegando la genesi e lo sviluppo della biografia immaginaria di Lewerkhün, rivelava per la prima volta il nome di un oscuro «filosofo della musica» che ai tempi della seconda guerra, durante il comune esilio in California, gli aveva dato un grosso aiuto teorico e tecnico per la composizione delle partiture musicologiche del libro. Il filosofo si chiamava Adorno. Questo spiega perché nel '54 acquistai subito Minima moralia, leggendoli d'un fiato e segnalandoli su Epoca.
Il singolare saggio dedicato alla critica folgorante della «falsa vita» contemporanea mi rivelò, più che un vero filosofo nel significato accademico del termine, un irrequieto «Kulturphilosoph» radicato nel solco di una specifica e poliedrica tradizione tedesca che da Schopenhauer e dall'aforistico Nietzsche doveva estendersi poi fino a Walter Benjamin e a Karl Kraus. Cultore di una filosofia antifilosofica, saggistica, letteraria, paradossale, a tratti lirica, in Adorno convivevano il musicologo, il sociologo, l'estetologo e l'analista perfino minimalistico della vita contemporanea. Moda, costume, pubblicità, cinema, industria culturale, relazioni familiari e umane rientravano nell'arco della sua drammatica quanto pirotecnica visione del mondo occidentale. Non a caso Adorno era stato, con Horkheimer e Marcuse, tra i fondatori della Scuola di Francoforte che in realtà era un «Circolo» non dissimile per alcuni aspetti da quello di Vienna. Per me egli era un pensatore estremo, un ulisside del paradosso, un corsaro del limite, un pessimista aggressivo che nella crisi e nella consunzione dell'arte moderna cercava le tracce di una crisi senza scampo dell'intera società borghese. Vedevo un pensatore che azzardava di pensare il non ancora pensato, il non ancora detto, ed è qui una delle ragioni che ora mi spinge a inserirlo in questo mio archivio memorialistico.
Tanti intellettuali europei considerano oggi gli scritti di Adorno datati e superati. Ma non era così nel Sessantotto. Allora quegli stessi intellettuali, studenti ribelli, scoprivano un punto di riferimento rivoluzionario nelle lezioni che il professore ebreo teneva nella medesima Francoforte da cui era emigrato dopo l'avvento del nazionalsocialismo. Io, che dopo gli anni passati in Unione Sovietica scorgevo nei moti sessantottini un lusso autolesionistico di società troppo libere e permissive, ero andato proprio in quell'anno a Francoforte per incontrarvi Adorno. Volevo capire, a distanza ravvicinata, quale punto di contatto potesse esistere fra il pugnace pessimista, il critico intransigente della società capitalistica, e le utopiche folle giovanili che avebbero voluto annientare la tolleranza liberale di cui largamente fruivano e definivano «repressiva».
La spinta al modernismo più sfrenato, all'imitazione dell'America, coinvolgeva la vita di Francoforte in tutti i suoi molteplici aspetti: non solo nelle manifestazioni studentesche tipo Berkeley, ma nella mondanità vorticosa della nuova borghesia miracolata, nella febbrile rotazione delle fiere, nel traffico intenso del più importante aeroporto tedesco. Non si sottraeva al ritmo neppure l'organizzazione della cultura. La partecipazione alla fiera del libro di Francoforte era già a quel tempo la più ambita dagli editori di tutto il mondo; come i titoli e le valute, anche l'editoria, sia tedesca che europea, aveva lì la sua Borsa internazionale. Di un processo d'aggiornamento forzato, di massificazione, di snobismo, risentiva perfino la Johann Wolfgang Goethe Universität: accanto all'austero edificio accademico sprofondava una gigantesca autorimessa sotterranea, destinata a inghiottire le vetture di una parte dei venticinquemila studenti più o meno ribelli che lo frequentavano.
Quel turgido universo francofortese sembrava aver trovato il suo Socrate vivente nel concittadino allora più illustre in patria e all'estero. T.W. Adorno, come lui stesso amava definirsi all'americana. Si poteva quasi scoprire il segno del fato nel suo ritorno a Francoforte, dopo il lungo esilio californiano. Il filosofo dell'alienazione, l'ideatore della «spettroscopia bizantina» delle società occidentali del XX secolo, era tornato a insegnare nella città germanica che più delle altre esprimeva quell'alienante paesaggio americanizzato su cui s'avventava la sua polemica catastrofista.
Devo ammettere che il mio incontro col mèntore idolatrato dai giovani in eschimo fu, nell'insieme, imbarazzante e piuttosto deludente. Io, ricordando la più icastica frase di Minima moralia, «non c'è vera vita nella falsa», mi preparavo a incontrare un asceta fustigatore, un moralista pallido e perduto in meditazioni apocalittiche. Non a caso rammento poco di quello che mi disse; rammento invece l'aria ambigua della contraddizione in cui respirava e si muoveva.
Infatti mi toccò di captare e di vedere l'esatto contrario dell'uomo in rivolta, come scrisse Elémire Zolla, «contro gli spettacoli orridi che la civiltà delle macchine fornisce». Dalla sua faccia rotonda, impeccabilmente sbarbata e profumata, dal doppiopetto di taglio britannico non emanava l'odore stantìo del cenobita. L'appuntamento con me pareva innervosirlo. Aveva fissato rigorosi venti minuti per il colloquio e, ogni tanto, guardando l'orologio, mi ripeteva che di lì a poco avrebbe dovuto ricevere una pittrice per un ritratto e un giornalista per un'intervista televisiva. Il telefono squillò spesso e lui rispose sempre. La parte dialogata delle visita si contrasse sempre di più e si ridusse in sostanza a dieci minuti febbrili.
La verità è che Adorno non si ritraeva affatto dagli «spettacoli orridi» di Francoforte, soggiaceva volentieri agli stimoli del successo, non si mortificava nell'astinenza di fronte a quella vita malata, ammorbata dalla cultura di massa, che, nei libri, condannava anche nei più insignificanti fatti quotidiani. Appariva anzi pragmaticamente calato dentro di essa. Era sempre presente dove più infuriava l'alienazione, ed era il primo a gustarne le droghe. Aveva la cattedra del divo e dell'ipnotizzatore negli atenei, nelle manifestazioni studentesche, nei salotti, nelle mostre d'arte, nelle aperture teatrali. Lo circondava immediatamente, ovunque si presentava, un'aureola di morbosa mondanità. Il clima di fanatismo intellettuale, che surricaldava l'atmosfera intorno alle sue lezioni, era paragonabile a una forma speciale di psicosi collettiva: soltanto Heidegger, al suo tempo, riusciva a produrre consimili incantesimi accademici e carismatici. Le studentesse, anche se non avevano capito nulla, uscivano dalle Hörsäle adorniane con gli occhi luccicanti e rapiti. Un nobile di Hannover aveva abbandonato casa, averi, famiglia, ed era sceso come un pellegrino medievale a Francoforte per immergersi fino al collo nei corsi di Adorno.
Cercarono di spiegarmi il fascino complesso ch'egli esercitava su coloro che affollavano le aule in cui si esibiva. Non sorrideva mai. Il taglio della bocca era breve, crudele. Suggestionava l'uditorio con una scioltezza fredda, un'erudizione vastissima e brillante, un'oratoria ornata di francesismi, tersa, neutra, scorrevole. Non parlava: porgeva sottovoce, accarezzandoli con la piccola mano curata, concetti perfettamente congegnati in ogni particolare. Dal viso paffuto e nitido come quello di un chirurgo, dal corpo minuto e smussato, dagli occhi neri aperti con distacco su un punto vuoto, non spirava per nulla l'aria del filosofo maledetto, alla Nietzsche, del quale lo stile lampeggiante di Adorno risentiva tanto. Sembrava soprattutto preoccuparlo di non turbare con l'emozione le analisi distruttive che esponeva e alle quali lui, lucidamente, rimaneva sempre un po' esterno. Più che un naufrago in preda alla disperazione, un organizzatore e uno stratega della disperazione. Il suo pessimismo, la sua acuta sensibilità al negativo, apparivano attanagliati dalla morsa di un'intelligenza gelida e dal piacere estetico per il gioco speculativo in sé.
La vanità pratica faceva da contrappeso alla sua disperazione teorica o, meglio ancora, teoretica. Per cui Adorno risultava alla fine, e nello stesso momento, soggetto e oggetto del proprio antisistema critico. Egli ammetteva che il meccanismo corrosivo di Minima moralia, costruito per intaccare la società dell'affluenza americana, si poteva benissimo applicare anche alla società tedesca del miracolo, ormai giunta ad un punto di saturazione inquinante come negli Stati Uniti. Spingendo più in là la trasposizione, si sarebbe potuto dire che lo stesso meccanismo, applicato in astratto ai macrorganismi sociali, era possibile applicarlo in concreto al microrganismo esistenziale dell'autore.
La malattia che Adorno denunciava penetrava nella sua persona, faceva blocco con essa, e le parti ad un certo punto finivano per confondersi nel gioco d'incastro. La realtà sociale da lui stroncata si rifletteva specularmente, come in un circolo vizioso, nel suo specchio personale. Il suo sociologismo esasperato, che non sfociava mai in una sintesi terminale, che restava sempre dischiuso a una paradossale apertura nichilistica, correva il rischio di rovesciarsi nel contrario per disperante eccesso dialettico. In altre parole: correva il pericolo di diventare alla fine un'accettazione, una resa davanti al male esistente o, addirittura, una sua forma pervertita di celebrazione. In questo senso la vita falsa, scomunicata nel libro, si esaltava nella condotta privata. Il più singolare e inquietante personaggio culturale del lungo dopoguerra tedesco era, alla sua maniera, un cervello beffardo che continuamente e simultaneamente si sdoppiava nei ruoli contrapposti del chirurgo e del paziente. Mentre il chirurgo si disperava, il paziente conviveva in strana simpatia coi propri mali inguaribili ma esaltanti.

farmaci per l'«iperattività» ed altri
sono pericolosi...

Repubblica 19.12.04
Tre colossi costretti ad ammettere i rischi legati ad alcuni loro prodotti
Farmaci pericolosi, allarme dagli Usa c'è un antidolorifico venduto in Italia

WASHINGTON - Allarme farmaci negli Usa. Nel giro di 12 ore tre multinazionali hanno dovuto ammettere i pericoli che potrebbero provocare altrettanti medicinali sui pazienti. La Pfizer ha reso noto che i consumatori del "Celebrex", uno degli antidolorifici più venduti al mondo e diffuso anche in Italia, rischiano l'infarto. L'AstraZeneca, altro colosso, ha rivelato che "Iressa", una terapia contro il cancro ai polmoni non prolunga affatto la vita dei malati. L'Eli Lilly ha reso noto che il farmaco "Strattera", prescritto ai bambini per il trattamento dell'iperattività e del deficit di attenzione, ha causato gravi disturbi al fegato in almeno due pazienti. Tre duri colpi alla credibilità delle multinazionali che si aggiungono alla recente decisione della Merck di ritirare l'antidolorifico "Vioxx", dopo aver scoperto che raddoppia il rischio di attacco cardiaco. Immediati i contraccolpi in borsa. Alla fine delle contrattazioni di venerdì la Pfizer ha perso l´11,2%, l´AstraZeneca il 7,7%, e la Eli Lilly il 2,4%.

sabato 18 dicembre 2004

Hitler, prima...
si comincia non pagando le tasse...

Il Messaggero sabato 18 Dicembre 2004
Rivelazioni di un ex notaio tedesco e di una storica austriaca che hanno esaminato le dichiarazioni dei redditi
Hitler, dittatore ed evasore fiscale
Quando giunse al potere, si fece condonare i debiti. Pagava solo le tasse per i cani
di WALTER RAUHE

BERLINO – Di Adolf Hitler pensavamo di sapere già tutto, anzi fin troppo. Ad esempio che era un vegetariano e che amava cenare a base di pasta o tortellini. O che aveva un rapporto anomalo e conflittuale con le donne ma in cambio adorava fino allo spasimo i cani lupo. Che era un artista fallito respinto dall’Accademia delle belle arti di Vienna (non l’avessero mai fatto...) o che amava le opere di Wagner. Ma che il più grande tiranno e criminale della storia moderna fosse anche un banalissimo evasore fiscale, questo finora non lo aveva sospettato nessuno.
La nuova scoperta la dobbiamo a Klaus-Dieter Dubon, 71 anni ed ex notaio di Immenstadt nel sud della Germania, che assieme alla storica viennese Anna Maria Sigmund si è preso la briga di scartabellare negli archivi di stato di Monaco di Baviera alla ricerca delle dichiarazioni dei redditi del “Führer”. Con risultati a dir poco sorprendenti: il dittatore che esigeva dai tedeschi ogni tipo di sacrificio materiale e spirituale per la patria-nazione, non ha perso occasione per frodare il Fisco. Giá nel lontano 1921, quando divenne capo del neofondato partito nazionalsocialista (Nsdap), l’ufficio tributario di Monaco chiese all’allora nullatenente delucidazioni sull’acquisto di una lussuosa automobile marca “Selve”. Hitler si giustificò parlando di una donazione e assicurò di non disporre di proprie entrate. Il contenzioso con l’ufficio tributario si è poi protratto fino al 1933, quando i nazisti salirono al potere. Hitler nel frattempo aveva già scritto il suo trattato “Mein Kampf”, una sorta di bestseller con più di 280mila copie vendute e per il quale incassa fino al 1932 1,2 milioni di Marchi del Reich in diritti d’autore. Al fisco però ne dichiarerá solamente 11.231 (in una dichiarazione dei redditi del 1925) esigendo ugualmente la detrazione di spese vive come l’autista, la segretaria o le spese di viaggio. L’ufficio tributario di Monaco di Baviera crede ingenuamente alle dichiarazioni dell’aspirante dittatore e fissa come tassa la cifra irrisoria di 782,10 Marchi del Reich. Ma Hitler si rifiuta ugualmente di pagarli, conscio forse del fatto che di lì a pochi anni avrebbe conquistato il potere accumulando ben altri debiti e delitti.
«Fino al 1932 Hitler ha così accumulato debiti fiscali per ben 400mila Marchi del Reich», spiega Klaus-Dieter Dubon. «L’equivalente di ben sei milioni di Euro di oggi». L’intraprendente ex notaio in pensione e la storica viennese hanno scovato negli archivi di Monaco anche i documenti di “esonero” da tutti i debiti di Hitler nei confronti degli uffici tributari tedeschi emesso segretamente nel 1934 dal ministero delle Finanze del Reich e controfirmato dallo stesso “Führer”. Una sola imposta Adolf Hitler l’ha sempre pagata puntualmente: quella per i cani.

Umbria
approvato un documento per la tutela della salute mentale

AGI 18.12.04
SANITA': UMBRIA, APPROVATI INDIRIZZI PER TUTELA SALUTE MENTALE

(AGI) - Perugia, 18 dic. - Come puo' essere valutata l'Umbria dal punto di vista della salute mentale? Che fare per tutelare e migliorare gli interventi?: sono gli interrogativi ai quali vuol rispondere il documento di "Linee guida per la promozione e la tutela della salute mentale" approvato, dalla Giunta regionale dell'Umbria nell'ambito degli indirizzi programmatici per l'attuazione del Piano sanitario 2003-2005."L'area della salute mentale - ha detto l'assessore Maurizio Rosi - ha sempre rappresentato una priorita' della politica della Regione, nella convinzione che, come non si stanca di affermare l'organizzazione mondiale della sanita', non puo' esistere una buona salute 'fisica', senza una buona salute mentale". L'Umbria vanta grandi e illustri precedenti in proposito: essa fu una delle "culle" del movimento di rinnovamento e umanizzazione della psichiatria che condusse, tra la fine degli anni 60' e il decennio successivo, alla legge 180, alla chiusura dei manicomi ed alla sperimentazione dei Centri di Igiene Mentale, CIM in sigla, convertita oggi, in CSM (Centri per la salute mentale). La mancanza di studi epidemiologici rende difficile, e' detto nel documento approvato dalla Giunta regionale, stabilire "le dimensioni della salute mentale". Si puo' supporre che la realta' umbra sia rapportabile a quella delineata dal Rapporto 2001 dell'Organizzazione Mondiale della Sanita', secondo il quale, nei paesi sviluppati, oltre il 25% della popolazione "presenta uno o piu' disturbi mentali o comportamentali nel corso della vita". Il livello di salute mentale e' la risultante di vari fattori: la poverta', il sesso, l'eta', fattori familiari e fisico ambientali, malattie fisiche gravi. Spicca il fatto che i disturbi mentali tra i poveri sono circa il doppio rispetto alla popolazione a reddito alto. (AGI) Cli/Red

un ciclo radiofonico
Emanuele Severino commenterà il Secretum di Petrarca

Il Giornale di Brescia 18.12.04
Il filosofo Severino commenta il Petrarca del «Secretum»
RADIO 3, DA LUNEDI’

Nel settimo centenario della morte del grande poeta, Radio tre Suite propone un ciclo di quattro settimane dedicato ad uno dei testi più enigmatici dell’aretino, il Secretum (il mio segreto). Da lunedì 20 dicembre al 14 gennaio, dal lunedì al venerdì in apertura di trasmissione alle 20, il filosofo Emanuele Severino commenterà l’opera con il suo alter-ego, incarnato dall’amata figura di S. Agostino. Un dialogo immaginario con forti implicazioni autobiografiche e che tocca i temi della caducità della vita umana, del suo vero valore, con l’effimera gloria terrena e le gioie dell’amore. Dai commenti di Severino scaturiscono percorsi che esulano dall’ambito strettamente letterario e che spaziano in diversi ambiti, dalla filosofia alla scienza, senza trascurare rimandi interni al corpus petrarchiano. Le letture dal «Secretum» sono a cura di Alberto Donatelli

l'odio cattolico per le donne

Una lettera di Ratzinger
La guerra dei sessi va messa al bando
Luigi Ferlazzo Natoli

Il 31 maggio 2004 con approvazione di Giovanni Paolo II viene pubblicata la lettera del cardinal Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cui titolo suona: «Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo». In un momento storico in cui si assiste a una vera e propria guerra di sopraffazione dell'ex sesso debole femminile nei confronti di quello maschile, si avverte nella donna una spinta esagerata alla competizione con l'uomo, inteso come maschio prevaricatore; si va incontro alla fine del dialogo e al rifiuto delle ragioni dell'altro; in siffatto frangente l'intervento della Chiesa – come si legge nella Introduzione – intende proporre «dopo una breve presentazione e valutazione critica di alcune concezioni antropologiche odierne, riflessioni ispirate dai dati dottrinali dell'antropologia biblica – indispensabili per salvaguardare l'identità della persona umana – circa alcuni presupposti per una corretta comprensione della collaborazione attiva, nel riconoscimento della loro stessa differenza, tra uomo e donna nella chiesa e nel mondo». In altri termini, in appena trentacinque pagine, dopo aver esaminato i dati fondamentali dell'antropologia biblica, la lettera esamina «l'attualità dei valori femminili nella vita della società», nonché l'attualità degli stessi valori nella vita della Chiesa. Si rivolge in prima battuta ai vescovi e quindi al mondo cattolico, ma propone – direi ovviamente o inevitabilmente – un modello per tutti. L'impatto di questa lettera con i media è stato come sempre devastante e il movimento femminista è prontamente insorto. Ricorderò per tutti l'intervento di Emma Bonino che, addirittura, paragona l'autore della lettera (Ratzinger) all'imam della moschea di Al Azar. Ciò finisce col ribaltare l'accusa di fondamentalismo all'atteggiamento della Chiesa sui rapporti uomo-donna. La mia impressione è che, se di fondamentalismo si deve parlare, esso debba essere rivolto all'atteggiamento del post-femminismo nei confronti del maschilismo ormai superato dai fatti. Se il movimento femminista storicamente è stato decisivo per rimuovere le discriminazioni nei confronti del lavoro femminile e della donna in generale (nella famiglia e nella società), oggi il post-femminismo mira all'annientamento di tutto ciò che è «maschile», utilizzando lo strumento della competitività a oltranza tra i sessi (maschile e femminile), la rottura del dialogo, la totale mancanza di ascolto dell'altro. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: e vanno dalla diminuzione dei matrimoni all'aumento dei singles, alla crisi della famiglia, alla difficile condizione dei figli. In altri termini, il fondamentalismo del post-femminismo sta nel rifiuto in toto della lettera di Ratzinger alle donne. Dopo l'excursus, compiuto nella lettera, dall'Antico al Nuovo Testamento, si perviene alla conclusione secondo cui «distinti fin dall'inizio della creazione e restando tali nel cuore stesso dell'eternità, l'uomo e la donna, inseriti nel mistero pasquale del Cristo, non avvertono, quindi, più la loro differenza come motivo di discordia da superare con la negazione o con il livellamento, ma come una possibilità di collaborazione che bisogna coltivare con il rispetto reciproco della distinzione. Di qui si aprono nuove prospettive per una comprensione più profonda della dignità della donna e del suo ruolo nella società umana e nella Chiesa». Insomma, la lettera si schiera decisamente contro la guerra dei sessi, consapevole che la posta in gioco è l'avvenire dell'intera umanità. E fuori da ogni moralismo, o peggio ancora da ogni fondamentalismo religioso, la lettera, nel solco della Rivelazione, offre il suo contributo al superamento della guerra in corso tra i sessi, o se si vuole tra post-femminismo e un vetero maschilismo, che ormai, tra l'altro, non esiste più.

storia
un'antico scontro tra poteri criminali

La Stampa Tuttolibri 18.2.04
Templari, il Graal nei secoli dei secoli
gli atti dell’immenso processo non contengono solo menzogne, confessioni estorte, accuse strumentali, spuntano seri indizi che potrebbero far pensare a riti segreti
di Mario Baudino

LE posizioni sono state nette, e inconciliabili, fino all’altro ieri: da una parte gli storici, che ritenevano strumentali e costruite a tavolino le accuse di eresia rivolte contro i Templari dagli avvocati del re di Francia; dall’altra esoteristi, occultisti e romanzieri che le prendevano alle lettera, aderendo entusiasticamente a una ricca mitologia dove gli antichi monaci guerrieri nati per difendere i pellegrini in Terrasanta al tempo delle Crociate diventavano maghi, detentori di un sapere inziatico e di verità nascoste. Da Cornelio Agrippa, che nel ‘500 rilesse in questa prospettiva le carte del processo avviato da Filippo il Bello nel 1307 con una impressionante serie di arresti (culminò con la dissoluzione dell’ordine e un certo numero di roghi), a Dan Brown col suo Codice da Vinci e ora il nuovo - per l’Italia - Angeli e demoni, i Templari sono gli eroi di una magia diventata nel frattempo di massa, di una tradizione esoterica trasformatasi in cultura pop. Prendere o lasciare: gli storici hanno sempre disprezzato i tipi alla Cornelio Agrippa, e viceversa. Il processo e la storia plurisecolare dell’ordine hanno dato origine a due racconti paralleli, uno storiografico e uno mitologico. Ora però Barbara Frale, ricercatrice della Biblioteca Vaticana di Paleografia, raccogliendo anni di studi e di esplorazioni sui documenti originali conservati nell’Archivio segreto dei palazzi apostolici, propone quella che non è una via di mezzo, una conciliazione tra studiosi e narratori, ma certo rappresenta una novità inaspettata. In sostanza, spiega nel suo saggio pubblicato per Il Mulino, la serissima storiografia in proposito va corretta, anche se questo non significa assolutamente che le ricostruzioni «alternative» (magiche, massoniche, mistiche) siano da rivalutare. C’erano davvero aspetti misteriosi nell’Ordine dei Templari, e gli atti dell’immenso processo contro di loro non contengono solo menzogne, confessioni estorte, accuse strumentali. Per esempio, spuntano seri indizi che potrebbero far pensare a riti segreti di incerta origine. Fino a fornire qualche conferma della possibilità di accostare i Templari al Sacro Graal, cavallo di battaglia dell’esoterismo moderno. Costruendo per la prima volta - e in proprio - un complesso data base in grado di raffrontare elettronicamente tutti gli atti del processo (se ne può leggere una descrizione all’indirizzo www.storia.unifi.it/_RM/rivista/mater/Frale.htm), la studiosa ha fatto scoperte interessanti: «Per esempio - ci dice -ora abbiamo il documento che ci spiega un loro strano modo di celebrare la Pasqua, sotto la sola specie del vino, il sangue di Cristo come bevanda di vita eterna. Non ha nulla di eretico, ma non fa parte di nessun rituale cristiano documentato». Da dove provenga non si sa, o almeno al momento non ci sono tracce sicure in proposito, ma potrebbe essere una tradizione paleocristiana che si era conservata in Palestina. «Inoltre è noto che un poema sul Graal, il Parzival di Wolfram von Eschenbach, definisce i templari “custodi del Graal”. Sappiamo benissimo che la leggenda è più antica, e nasce nel mondo pagano, però è interessante che proprio negli anni della sua “cristianizzazione” compaia anche nel contesto templare». La prima crociata conquistò Gerusalemme nel 1099; l’Ordine del Tempio venne creato dal cavaliere Hugues de Payns con i primi compagni che si erano associati ai canonici agostiniani incaricati di celebrare il culto nella moschea di al-Aqsa, costruita sulle rovine del Tempio di Salomone, a partire dal 1120, e venne ratificato nel 1129. Quando fu composto il Parzival, tra il 1210 e il 1220 (mentre il primo romanzo dove compare il Graal, il Perceval di Chretien de Troyes, è di poco posteriore al 1180), la fama dei Templari era al suo apogeo, con alle spalle una storia ormai antica d’un secolo. Certo, per il poeta tedesco il Graal non è il calice dell’ultima cena, o quello in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo stillante dalla croce, ma una gemma preziosa: però la coincidenza è interessante. Questi Templari disciplinatissimi, riservatissimi, straordinaria macchina da guerra e anche enorme potenza finanziaria dell’epoca, stato nello stato o meglio ancora primo esempio di «multinazionale», riescono ancora a sorprenderci, al di fuori di ogni mitologia. Anche per la loro «modernità». Barbara Frale è giunta alla conclusione che il rito d’iniziazione cui venivano sottoposti i novizi, che divenne al processo l’accusa principale, non era affatto inventato. L’aspirante templare era costretto a rinnegare Cristo e sputare sulla croce, oltre che insultato, deriso, malmenato. Si è sempre pensato che anche in questo caso si trattasse di una montatura inquisitoriale, invece proprio lavorando sugli atti del processo la studiosa ha potuto concludere che le confessioni e le testimonianze convalidano l’ipotesi. «C’era una componente di “nonnismo” ma anche il desiderio di mettere alla prova i futuri cavalieri, calandoli nelle condizioni in cui si sarebbero facilmente trovati qualora fossero caduti prigionieri del nemico, e valutare le loro reazioni». Proprio come accade oggi nelle forze speciali dei vari eserciti, pur se la messinscena non contempla simboli religiosi. I Templari erano guerrieri indomiti, e almeno fino al periodo di decadenza dell’Ordine, molto fermi nella fede e nel rispetto dei voti presi in quanto monaci. Ma proprio a causa del loro amore per la segretezza giravano intorno a loro voci d’ogni genere. «Gli inquisitori selezionarono quelle più utili. Ad esempio trascurarono i pettegolezzi sull’avarizia, che non mancavano, ma non erano interessanti ai fini del processo per eresia. Oltretutto il Papa, alla fine, li assolse, anche se fu travolto dagli eventi e non poté salvarli». E questa è un’altra novità: il documento che la dimostra è stato trovato grazie ai controlli incrociati. Nessuno mai lo aveva notato perché una errata catalogazione del Seicento lo aveva reso «clandestino». Ottima scoperta storiografica, ma anche ottimo spunto per qualche scrittore a caccia di best seller: e se l’archivista, anziché banalmente sbagliarsi, avesse occultato di proposito quelle carte, magari perché apparteneva anche lui a qualche misteriosa setta esoterica?

istat
la violenza contro le donne in Italia

La Stampa 17 dicembre 2004
INDAGINE ISTAT SU OLTRE 22MILA DONNE 14-59 ANNI
Violenza sulle donne
500mila vittime

ROMA. Sono più di mezzo milione (520 mila) le donne tra i 14 e i 59 anni che nel corso della vita hanno subito uno stupro o un tentativo di stupro: si tratta del 2,9% del totale delle donne della stessa età. Oltre la metà, nello specifico 9 milioni 860 mila, pari al 55,2%, invece, sono state vittime di almeno una molestia a sfondo sessuale. Autori delle violenze sono per lo più persone conosciute, soprattutto amici ma anche datori e colleghi di lavoro e fidanzati, i luoghi più a rischio quelli familiari: proprio qui, tra casa e posto di lavoro, oltre il 43,8% delle donne che ha subito una violenza tentata o consumata ha vissuto il proprio dramma.
È quanto emerge da una indagine sulle violenze e le molestie sessuali subite dalle donne nel corso della vita e nei tre anni precedenti l'intervista, condotta dall'Istat, i cui dati sono stati diffusi on-line, a causa della mobilitazione in corso all'Istat che ha bloccato la prevista conferenza stampa di presentazione. L'indagine, nell'ambito della ricerca multiscopo «Sicurezza dei cittadini», è stata condotta selezionando un campione di 60 mila famiglie per un totale di 22 mila 759 donne di età compresa tra i 14 e i 59 anni ed è stata effettuata telefonicamente nel 2002.
Il 24,2% delle donne abusate nel corso della vita (e il 29,4% di quelle che lo sono state negli ultimi tre anni) ha subito più volte violenze dalla stessa persona. Soltanto il 7,4% delle vittime di uno stupro o di un tentato stupro ha denunciato il fatto (il 9,3% di chi lo ha subito negli ultimi tre anni).
Quanto alle violenze sessuali tentate o consumate, sempre sulla base dell'indagine Istat, sono 118 mila (0,7%) le donne che ne hanno subita almeno una nei tre anni precedenti l'intervista. In generale, hanno tra i 25 e i 44 anni coloro che più frequentemente hanno subito una violenza nel corso della vita (3,6%) contro l'1,9% delle più giovani.
Gli autori, contrariamente a quelli delle molestie, sono soprattutto persone conosciute, se non addirittura intime, delle vittime: nel corso della vita, solo il 18,3% delle vittime è stata violentata da un estraneo e il 14,2% da un conoscente di vista. Per il resto sono gli amici ad essere più frequentemente i violentatori (23,5%), seguiti dai datori o colleghi di lavoro (15,3%), dai fidanzati/ex fidanzati (6,5%), dai coniugi/ex coniugi (5,3%). Di conseguenza, per le donne i luoghi più a
rischio sono proprio quelli più familiari: il 15,8% delle vittime ha subito violenza, tentata o consumata, a casa propria o negli spazi attinenti, l'11,8% al lavoro o negli spazi circostanti, il 9,3% a casa di amici, di parenti o di conoscenti e un ulteriore 6,9% a casa dello stesso aggressore.
Una violenza, quella sessuale, che viene definita grave dall'84,7% delle vittime e molto grave dal 57,6% ma di cui quasi un terzo non parla con nessuno. Dopo averla subita, avvengono tuttavia mutamenti di atteggiamento soprattutto in chiave relazionale: quasi la metà delle vittime (48,9%) ha infatti dichiarato di essere diventata più fredda e più razionale. Per quanto riguarda le molestie sessuali, quelle verbali e le telefonate oscene sono le più diffuse (rispettivamente il 25,8% e il 24,8% delle donne tra i 14-59 anni), seguono gli episodi di pedinamento e gli atti di esibizionismo (entrambi quasi il 23%) e le molestie fisiche che raggiungono quasi il 20%. Nei tre anni precedenti l'intervista le più a rischio sono risultate le giovanissime (14-24 anni), nel corso della vita le donne di 25-44 anni.
Prendendo in considerazione solo le molestie fisiche, ovvero quando la donna è stata avvicinata, toccata o baciata contro la sua volontà, si nota che la maggior parte sono perpetrate da estranei o conoscenti: il 58,2% sono state fatte da estranei e l'11,8% da persone che si conoscono di vista. Ciò accade più frequentemente sui mezzi di trasporto pubblici (31,6%), in strada (19%), sul posto di lavoro (12,1%) e nei locali come discoteca, pub, bar o ristorante (10,5%); meno frequentemente in casa sia propria sia di amici. Anche in questo caso, le molestie fisiche sono ritenute molto o abbastanza gravi dal 69,6% delle vittime.

sinistra
Bertinotti: «Siamo a un punto di crisi»

L'Unità 17.12.04
Regionali, il centrosinistra non trova l'accordo.
Bertinotti: «Siamo a un punto di crisi»

di red

Le Regionali continuano a dividere il centrosinistra. Questione di poltrone, quelle su cui dovrebbero sedersi i candidati che l’Alleanza non è stata ancora capace di scegliere. E questione di assetti, liste, visibilità dei singoli partiti. Il rinvio del vertice che si sarebbe dovuto tenere nel pomeriggio di venerdì con Romano Prodi ha evitato un flop e l’esplosione delle tensioni, ma non ha certo potuto nascondere il problema. Anzi.
Bertinotti non si nasconde e sottolinea: «La mancata convocazione della riunione della Gad che doveva concludere l'istruttoria sulle candidature per la presidenza delle Regioni dove si voterà, è l'evidente manifestazione di un punto di crisi». E il rinvio è «tanto più allarmante di fronte all' aspra offensiva del governo Berlusconi e alla crescente opposizione che le sue politiche raccolgono nel paese». Alla base della crisi del centrosinistra, prosegue il leader del Prc, c’è «una incapacità di far vivere forte spirito di coalizione. Lo spirito di coalizione dell' alleanza democratica passa con tutta evidenza attraverso la capacità di promuovere partecipazione dentro e fuori la stessa coalizione e di valorizzare tutte le culture e le opportunità che la possono rendere forte. Il caso pugliese - conclude - è diventato emblematico di questa vicenda».
Di crisi parla anche Clemente Mastella, che invita Prodi a «dimostrare di essere un leader vero». Il Professore, impegnato nella mediazione, preferisce non rispondere, così come Fassino. D’Alema ostenta ottimismo, ma nel frattempo Franco Giordano di Rifondazione lo accusa di boicottare la candidatura di Nicki Vendola in Puglia: «La posizione di D'Alema e dei Ds è l'unica contraria – dice - Nella riunione precedente della Gad, a cui ho partecipato, c'era una totale sintonia sul nome di Vendola da parte di tutto il centrosinistra. Eccetto i Ds, naturalmente. Evidentemente gli interessi di D'Alema e dei Ds in Puglia sono molto forti».
Lo stesso Giordano, insieme al diessino Pietro Folena, chiede il rinvio delle primarie pugliesi in attesa che si riunisca il tavolo nazionale della coalizione. Per le primarie si schierano invece Alfonso Pecoraio Scanio dei Verdi e il coordinatore della segreteria della Quercia Vannino Chiti, che, replicando a Bertinotti, spiega: «Nell'Alleanza un criterio per definire le scelte dei candidati, sui quali è normale e non un sintomo di crisi, avere una pluralità di opzioni.Quando non vi sia convergenza su un candidato è necessario far scattare la regola delle primarie, magari nella forma già sperimentata in Calabria: grandi elettori, associazioni della società civile». Puglia e Basilicata restano i nodi da sciogliere, mentre in Lombardia si rafforza l'ipotesi Maria Grazia Fabrizio, segretario regionale Cisl, in quota Margherita.
Rutelli, intanto, ne approfitta per dare un’altra botta alle liste unitarie e, intervenendo a un convegno della Margherita a Napoli, afferma: «L' unità si realizza attraverso l' unità della coalizione attorno al suo candidato presidente. Non andiamo alle elezioni con una sola lista: tutti sanno che alle elezioni andiamo con sette, otto, dieci liste accanto ai candidati presidente. È un problema che non capisco perchè venga ancora sollevato».

aprileonline.info
GAD. SULLE REGIONALI ANCORA UNA GIORNATA TESA DENTRO LA COALIZIONE
Bertinotti: «Siamo a un punto di crisi». Prodi riconvoca il vertice per lunedì
Giordano: «In Puglia D’Alema ha interessi forti»
[...]

Romano Prodi ha riconvocato il vertice della Gad per lunedì, in sequenza con quello dell’Ulivo abusivo (la Fed).
[...]
più tardi è lo stesso Bertinotti a rilanciare: se primarie devono essere, che siano, però quelle vere, con tutti gli elettori non solo i "grandi".
[...]
Molti dei problemi che affliggono la Gad hanno origine nelle pretese egemoniche dei riformisti, in particolare dei Ds. L’idea che una parte della coalizione debba “guidare”, e l’altra seguire, è il virus che sta consumando velocemente l’unità del centrosinistra. A questo Bertinotti si riferisce quando denuncia la mancanza di uno “spirito di coalizione”.
[...]
Lungi da noi portare acqua al mulino del leaderismo. Ma, come diceva Winston Churchill: «Il comitato più efficace è formato da tre persone, di cui due assenti». Per una volta a questo suggerimento dovrebbe attenersi la Grande Alleanza Democratica, con il proposito di cercare nuove e migliori strade per il futuro.