ricevuto da Gianluca Cangemi
Le Scienze 21.05.2005
Le parole influenzano gli odori
Le risposte del sistema olfattivo dipendono anche da stimoli cognitivi esterni
Alcuni ricercatori hanno scoperto che la lettura di alcune parole può influenzare la percezione degli odori: in particolare, le parole piacevoli possono spingere le regioni olfattive del cervello a percepire un odore come piacevole. Lo studio è stato pubblicato sul numero del 19 maggio della rivista "Neuron".
Nel corso di un esperimento, i ricercatori guidati da Edmund T. Rolls dell'Università di Oxford hanno esposto i partecipanti a un'essenza di formaggio cheddar e hanno mostrato loro etichette con la scritta "formaggio cheddar" oppure "odore corporeo". Hanno scoperto che i soggetti valutavano l'odore come significativamente più piacevole in presenza della prima etichetta.
Gli scienziati hanno anche effettuato scansioni cerebrali dei soggetti con la tecnica della risonanza magnetica funzionale (fMRI) durante l'esposizione delle etichette e degli odori, per scoprire quali regioni del cervello venivano attivate. I risultati dimostrano che l'etichetta "formaggio cheddar" produce un'attivazione in una parte specifica della regione del cervello che elabora le informazioni olfattive. Anche la semplice aria pura, se etichettata come "formaggio cheddar", attiva la medesima area ma in misura minore. L'etichetta "odore corporeo", invece, non produce attivazione in quest'area né in presenza dell'odore di formaggio né con l'aria pura.
"I risultati - spiegano Rolls e colleghi - mostrano che gli input cognitivi possono essere importanti nell'influenzare le risposte soggettive, comprese le risposte emotive agli stimoli olfattivi, e indicano che alcune delle aree cerebrali attivate dagli odori sono soggette a questa influenza cognitiva di alto livello".
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 24 maggio 2005
Desmond Morris e le donne
La Stampa 24 Maggio 2005
PROVOCAZIONI NEL NUOVO SAGGIO DI DESMOND MORRIS
È nata prima la donna o la seduzione?
Viaggio intorno al corpo femminile e ai suoi significati
simbolici. Una funzione solo ricevente? Le opinioni
di Dacia Maraini, Gianna Schelotto e Mauro Cosmai
di Michela Tamburrino
SEDUZIONE. E scoppia il putiferio. Il mondo, in tema, non si è pacificato ancora. Non si pacificherà. Da una parte la visione maschile; agli antipodi, la femminile. In mezzo un reticolato da caschi blu, volano strali intinti nel curaro, tornano a galla convinzioni maschiliste mai sopite e recrudescenze di un femminismo mai soddisfatto appieno.
E dire che tutte queste emozioni le scatena un tranquillo etologo, Desmond Morris, che già al suo attivo può vantare un altro caso di scientifico imbarazzo per l’essere umano nella sua completezza. Ne La scimmia nuda ci faceva tutti parenti strettissimi appunto del nerboruto mammifero, a solo un passo evolutivo di crescita da quell’animale increscioso, se considerato solo come termine di paragone. Oggi titilla la verve polemica dei lettori analizzando «L’animale donna»; s’incunea nel corpo femminile, ricco, ai suoi occhi, di curiosità e di rivelazioni insospettate. Il tour è fatto a tappe obbligate: dalla punta dei capelli al polo opposto dei piedi. Un trattato addolcito dal sense of humour tutto britannico che lo porta persino a convincersi che la sua tesi non è né ruffiana né maschilista, bensì imparziale secondo mandato della scienza.
La tesi dello zoologo invece prende parte: dopo aver raccontato delle tette dalla donna dell’età della pietra al chirurgo plastico, ne deduce che lei è concepita anatomicamente per sedurre, volenti o nolenti le rispettive affittuarie, un inghippo ai danni del maschio ben orchestrato da madre natura.
Apriti cielo davanti alla lesa maestà del femminile autodeterminante. Dacia Maraini non si stupisce più di tanto. «Morris è un uomo. Vero è invece il contrario, vale a dire che l’accoppiamento avviene tra due persone e che non c’è una predominanza dell’uno sull’altra. Giusto, in natura tutto è predisposto per la riproduzione ma noi abbiamo creato la cultura, altrimenti che l’avremmo fatta a fare? Ci vogliamo distinguere dagli animali, loro non conoscono la democrazia e noi sì. Culturalmente, appunto c’è un incontro tra due esseri e una scelta reciproca, altrimenti dovremmo parlare di stupro. La seduttività femminile è attiva ma visto che ancestralmente è stata giudicata peccaminosa, allora la donna ha represso i suoi istinti per senso di colpa. Invece la seduzione alberga nell’insieme della personalità: carattere, voce, intenti, spirito, allegria e ovviamente anche il corpo». In perfetta sintonia d’intenti la psicoanalista Gianna Schelotto: «Prima viene la natura poi la cultura. È possibile che il corpo, biologicamente precostituito per varie funzioni, sia stato determinato alla procreazione. Nel frattempo però sono intervenuti cambiamenti culturali. L’uomo è cacciatore, ma non significa che questo condanni la donna a essere preda. La seduzione è un elemento praticato dalla femmina adeguandolo al tempo che passa. E non penso che sia in antitesi con il femminismo. Si è seduttivi non solo a scopi erotici; lo si è per piacere agli altri».
Faccenda sempre più intricata, perché oggi non c’è più una netta divisione in termini di seduttività e non si capisce più a chi è deputata la scelta dell’altro. È più seducente la Venere di Milo o il Bronzo di Riace? E se il corpo femminile è fatto solo per sedurre, dopo una certa età a che serve più una donna? E le differentemente abili sono inutili alla società? Attenzione, così si rischia pericolosamente di precipitare nel baratro della teoria che vuole la selezione della razza perfetta. Invece la donna determina la propria richiesta d’attenzione, tant’è che ci sono brutte che si fanno appetibili e belle che tendono a scomparire, altrimenti arriveremmo a considerare lei alla stregua di una bambola gonfiabile. Ai nostri tempi poi, il linguaggio del corpo ha lasciato spazio a quello che prescinde dalla presenza; si seduce via e-mail o per sms.
Dopo tanto discettare al femminile, finalmente l’uomo, che sposa la tesi di Morris. È Mauro Cosmai, psicoanalista, sessuologo, docente di psicologia presso la facoltà di medicina dell’Università La Sapienza di Roma: «È vero. il corpo della donna è fatto per sedurre. Antropologicamente è lei che riceve e dunque deve attrarre l’altro corpo. Come in natura, attirare per ricevere il suo seme e perpetuare la specie. Allora il corpo della donna è chiamato a rappresentare l’ideale di bellezza mentre l’uomo al massimo può essere armonioso, equilibrato. Nella preistoria la femmina era biologicamente più forte, attrezzata com’era al parto. Poi, in una più proficua divisione dei compiti, a lei toccò di accudire i figli e difendere l’abitazione. Antropomorficamente il corpo femminile pone quesiti e se rivediamo in modo drastico e apocalittico il cambiamento dei ruoli, ci accorgiamo che in termini di seduzione lui non ha più niente da invidiare a lei; l’uomo si agghinda, si maschera, denuncia nei messaggi non troppo subliminali le sue intenzioni in un universo seduttivo senza più frontiere. A differenza di Morris, ritengo che la donna non resti mai passiva: una volta presa atto del ministero, sfrutta quello che si trova ad avere, oggi come ieri, dai sumeri all’era della Tv. Il concetto di Morris quando passa dalla passività fisica alla volontà femminile d’attrarre l’uomo, vale in certi contesti, in altri no. A mio avviso bisogna farne un discorso ambientale e non culturale». È nato prima l’uovo o la gallina? La donna o l’idea di seduzione? Morris ci illuminerà a forza di best sellers.
PROVOCAZIONI NEL NUOVO SAGGIO DI DESMOND MORRIS
È nata prima la donna o la seduzione?
Viaggio intorno al corpo femminile e ai suoi significati
simbolici. Una funzione solo ricevente? Le opinioni
di Dacia Maraini, Gianna Schelotto e Mauro Cosmai
di Michela Tamburrino
SEDUZIONE. E scoppia il putiferio. Il mondo, in tema, non si è pacificato ancora. Non si pacificherà. Da una parte la visione maschile; agli antipodi, la femminile. In mezzo un reticolato da caschi blu, volano strali intinti nel curaro, tornano a galla convinzioni maschiliste mai sopite e recrudescenze di un femminismo mai soddisfatto appieno.
E dire che tutte queste emozioni le scatena un tranquillo etologo, Desmond Morris, che già al suo attivo può vantare un altro caso di scientifico imbarazzo per l’essere umano nella sua completezza. Ne La scimmia nuda ci faceva tutti parenti strettissimi appunto del nerboruto mammifero, a solo un passo evolutivo di crescita da quell’animale increscioso, se considerato solo come termine di paragone. Oggi titilla la verve polemica dei lettori analizzando «L’animale donna»; s’incunea nel corpo femminile, ricco, ai suoi occhi, di curiosità e di rivelazioni insospettate. Il tour è fatto a tappe obbligate: dalla punta dei capelli al polo opposto dei piedi. Un trattato addolcito dal sense of humour tutto britannico che lo porta persino a convincersi che la sua tesi non è né ruffiana né maschilista, bensì imparziale secondo mandato della scienza.
La tesi dello zoologo invece prende parte: dopo aver raccontato delle tette dalla donna dell’età della pietra al chirurgo plastico, ne deduce che lei è concepita anatomicamente per sedurre, volenti o nolenti le rispettive affittuarie, un inghippo ai danni del maschio ben orchestrato da madre natura.
Apriti cielo davanti alla lesa maestà del femminile autodeterminante. Dacia Maraini non si stupisce più di tanto. «Morris è un uomo. Vero è invece il contrario, vale a dire che l’accoppiamento avviene tra due persone e che non c’è una predominanza dell’uno sull’altra. Giusto, in natura tutto è predisposto per la riproduzione ma noi abbiamo creato la cultura, altrimenti che l’avremmo fatta a fare? Ci vogliamo distinguere dagli animali, loro non conoscono la democrazia e noi sì. Culturalmente, appunto c’è un incontro tra due esseri e una scelta reciproca, altrimenti dovremmo parlare di stupro. La seduttività femminile è attiva ma visto che ancestralmente è stata giudicata peccaminosa, allora la donna ha represso i suoi istinti per senso di colpa. Invece la seduzione alberga nell’insieme della personalità: carattere, voce, intenti, spirito, allegria e ovviamente anche il corpo». In perfetta sintonia d’intenti la psicoanalista Gianna Schelotto: «Prima viene la natura poi la cultura. È possibile che il corpo, biologicamente precostituito per varie funzioni, sia stato determinato alla procreazione. Nel frattempo però sono intervenuti cambiamenti culturali. L’uomo è cacciatore, ma non significa che questo condanni la donna a essere preda. La seduzione è un elemento praticato dalla femmina adeguandolo al tempo che passa. E non penso che sia in antitesi con il femminismo. Si è seduttivi non solo a scopi erotici; lo si è per piacere agli altri».
Faccenda sempre più intricata, perché oggi non c’è più una netta divisione in termini di seduttività e non si capisce più a chi è deputata la scelta dell’altro. È più seducente la Venere di Milo o il Bronzo di Riace? E se il corpo femminile è fatto solo per sedurre, dopo una certa età a che serve più una donna? E le differentemente abili sono inutili alla società? Attenzione, così si rischia pericolosamente di precipitare nel baratro della teoria che vuole la selezione della razza perfetta. Invece la donna determina la propria richiesta d’attenzione, tant’è che ci sono brutte che si fanno appetibili e belle che tendono a scomparire, altrimenti arriveremmo a considerare lei alla stregua di una bambola gonfiabile. Ai nostri tempi poi, il linguaggio del corpo ha lasciato spazio a quello che prescinde dalla presenza; si seduce via e-mail o per sms.
Dopo tanto discettare al femminile, finalmente l’uomo, che sposa la tesi di Morris. È Mauro Cosmai, psicoanalista, sessuologo, docente di psicologia presso la facoltà di medicina dell’Università La Sapienza di Roma: «È vero. il corpo della donna è fatto per sedurre. Antropologicamente è lei che riceve e dunque deve attrarre l’altro corpo. Come in natura, attirare per ricevere il suo seme e perpetuare la specie. Allora il corpo della donna è chiamato a rappresentare l’ideale di bellezza mentre l’uomo al massimo può essere armonioso, equilibrato. Nella preistoria la femmina era biologicamente più forte, attrezzata com’era al parto. Poi, in una più proficua divisione dei compiti, a lei toccò di accudire i figli e difendere l’abitazione. Antropomorficamente il corpo femminile pone quesiti e se rivediamo in modo drastico e apocalittico il cambiamento dei ruoli, ci accorgiamo che in termini di seduzione lui non ha più niente da invidiare a lei; l’uomo si agghinda, si maschera, denuncia nei messaggi non troppo subliminali le sue intenzioni in un universo seduttivo senza più frontiere. A differenza di Morris, ritengo che la donna non resti mai passiva: una volta presa atto del ministero, sfrutta quello che si trova ad avere, oggi come ieri, dai sumeri all’era della Tv. Il concetto di Morris quando passa dalla passività fisica alla volontà femminile d’attrarre l’uomo, vale in certi contesti, in altri no. A mio avviso bisogna farne un discorso ambientale e non culturale». È nato prima l’uovo o la gallina? La donna o l’idea di seduzione? Morris ci illuminerà a forza di best sellers.
neuropsicologi israeliani...
Le Scienze 23.05.2005
Come il cervello comprende il sarcasmo
La mente deve saper collocare le parole nel giusto contesto
La capacità di comprendere il sarcasmo dipende da una sequenza orchestrata con cura di abilità cognitive legate a specifiche parti del cervello. Una ricerca pubblicata sul numero di maggio della rivista "Neuropsychology" descrive in dettaglio come la mente colloca nel contesto giusto le parole "pungenti".
Gli psicologi israeliani che hanno condotto lo studio spiegano che, affinché il sarcasmo vada a segno, gli ascoltatori devono comprendere le intenzioni di chi parla nel contesto della situazione. Per far ciò è necessario un tipo di pensiero sociale sofisticato, ovvero la comprensione del fatto che persone diverse pensano in modo diverso. Un esempio di assenza o limitazione di questo processo è fornito dai problemi dei bambini autistici nell'interpretare l'ironia, la categoria più generale di comunicazione sociale nella quale ricade il sarcasmo.
Simone Shamay-Tsoory e colleghi del Rambam Medical Center e dell'Università di Haifa hanno studiato 25 soggetti con lesioni al lobo prefrontale, 16 soggetti con lesioni al lobo posteriore, e 17 soggetti di controllo sani. Tutti i partecipanti hanno ascoltato brevi storie registrate su nastro, alcune sarcastiche e altre neutre. Ecco un esempio di sarcasmo: Joe va al lavoro e, invece di cominciare a lavorare, si mette a riposare. Il capo nota il suo comportamento e gli dice "Joe, non lavorare troppo!". Ecco invece un esempio neutro: Joe va al lavoro e subito comincia a lavorare. Il capo nota il suo comportamento e gli dice "Joe, non lavorare troppo!".
I partecipanti con danni al lobo prefrontale non erano in grado di comprendere il sarcasmo, mentre i membri degli altri due gruppi non avevano problemi. All'interno del primo gruppo, le persone con danni nell'area ventromediale destra (la parte posteriore della corteccia prefrontale) erano quelli con maggiori difficoltà a comprendere il sarcasmo. I risultati sono in accordo con quello che già si sa sull'anatomia del cervello: la corteccia prefrontale è infatti coinvolta nei processi del linguaggio pragmatico e nella cognizione sociale complessa, mentre l'area ventromediale è legata alla personalità e al comportamento sociale. "Comprendere il sarcasmo - scrivono gli autori - richiede sia la capacità di capire gli intenti di chi parla, sia quella di identificare le emozioni".
Come il cervello comprende il sarcasmo
La mente deve saper collocare le parole nel giusto contesto
La capacità di comprendere il sarcasmo dipende da una sequenza orchestrata con cura di abilità cognitive legate a specifiche parti del cervello. Una ricerca pubblicata sul numero di maggio della rivista "Neuropsychology" descrive in dettaglio come la mente colloca nel contesto giusto le parole "pungenti".
Gli psicologi israeliani che hanno condotto lo studio spiegano che, affinché il sarcasmo vada a segno, gli ascoltatori devono comprendere le intenzioni di chi parla nel contesto della situazione. Per far ciò è necessario un tipo di pensiero sociale sofisticato, ovvero la comprensione del fatto che persone diverse pensano in modo diverso. Un esempio di assenza o limitazione di questo processo è fornito dai problemi dei bambini autistici nell'interpretare l'ironia, la categoria più generale di comunicazione sociale nella quale ricade il sarcasmo.
Simone Shamay-Tsoory e colleghi del Rambam Medical Center e dell'Università di Haifa hanno studiato 25 soggetti con lesioni al lobo prefrontale, 16 soggetti con lesioni al lobo posteriore, e 17 soggetti di controllo sani. Tutti i partecipanti hanno ascoltato brevi storie registrate su nastro, alcune sarcastiche e altre neutre. Ecco un esempio di sarcasmo: Joe va al lavoro e, invece di cominciare a lavorare, si mette a riposare. Il capo nota il suo comportamento e gli dice "Joe, non lavorare troppo!". Ecco invece un esempio neutro: Joe va al lavoro e subito comincia a lavorare. Il capo nota il suo comportamento e gli dice "Joe, non lavorare troppo!".
I partecipanti con danni al lobo prefrontale non erano in grado di comprendere il sarcasmo, mentre i membri degli altri due gruppi non avevano problemi. All'interno del primo gruppo, le persone con danni nell'area ventromediale destra (la parte posteriore della corteccia prefrontale) erano quelli con maggiori difficoltà a comprendere il sarcasmo. I risultati sono in accordo con quello che già si sa sull'anatomia del cervello: la corteccia prefrontale è infatti coinvolta nei processi del linguaggio pragmatico e nella cognizione sociale complessa, mentre l'area ventromediale è legata alla personalità e al comportamento sociale. "Comprendere il sarcasmo - scrivono gli autori - richiede sia la capacità di capire gli intenti di chi parla, sia quella di identificare le emozioni".
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
dalla Cina, non solo magliette e computer
Il Messaggero Lunedì 23 Maggio 2005
Procura di Torino
«Sequestrate il “Viagra” della Cina»
ROMA - Il “ceedra” non è un integratore alimentare ma un farmaco. E, dunque, deve ottenere la prevista autorizzazione. E’ questo, in sintesi, il contenuto della lettera inviata dal procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello, al ministero della Salute.
Nel mirino di Guariniello è finito il “ceedra” «integratore alimentare completamente a base di erbe», che «fa bene all’amore». In pratica si tratta di una sorta di “Viagra naturale” che la multinazionale ”ita Vartis“ importa dalla Cina e fa incapsulare in un’azienda dell’Alessandrino. E che, essendo definito integratore alimentare, può essere venduto senza prescrizione medica.
Guariniello ha fatto analizzare il prodotto e ha scoperto innanzi tutto che non si tratta di un integratore alimentare perché contiene un principio attivo (idrossihomo-sildenafil, in parte simile a quello del farmaco originale) nella proporzione del 5% del peso di ogni capsula. Dalle analisi è emerso anche che, accanto alle erbe, nelle capsule sono presenti piombo, manganese, rame e bario. E il piombo sarebbe nei limiti superiori a quelli consentiti nelle derrate alimentari. Da qui, la lettera al ministero della Salute. Quando e se, poi, il ministero gli risponderà positivamente, il magistrato potrà aprire un fascicolo per il reato di possibile frode in commercio.
Tra la merce sequestrata proveniente dalla Cina il cosiddetto “Viagra cinese” è sempre presente. Viene venduto nei locali delle comunità cinesi come “stimolante sessuale”.
Procura di Torino
«Sequestrate il “Viagra” della Cina»
ROMA - Il “ceedra” non è un integratore alimentare ma un farmaco. E, dunque, deve ottenere la prevista autorizzazione. E’ questo, in sintesi, il contenuto della lettera inviata dal procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello, al ministero della Salute.
Nel mirino di Guariniello è finito il “ceedra” «integratore alimentare completamente a base di erbe», che «fa bene all’amore». In pratica si tratta di una sorta di “Viagra naturale” che la multinazionale ”ita Vartis“ importa dalla Cina e fa incapsulare in un’azienda dell’Alessandrino. E che, essendo definito integratore alimentare, può essere venduto senza prescrizione medica.
Guariniello ha fatto analizzare il prodotto e ha scoperto innanzi tutto che non si tratta di un integratore alimentare perché contiene un principio attivo (idrossihomo-sildenafil, in parte simile a quello del farmaco originale) nella proporzione del 5% del peso di ogni capsula. Dalle analisi è emerso anche che, accanto alle erbe, nelle capsule sono presenti piombo, manganese, rame e bario. E il piombo sarebbe nei limiti superiori a quelli consentiti nelle derrate alimentari. Da qui, la lettera al ministero della Salute. Quando e se, poi, il ministero gli risponderà positivamente, il magistrato potrà aprire un fascicolo per il reato di possibile frode in commercio.
Tra la merce sequestrata proveniente dalla Cina il cosiddetto “Viagra cinese” è sempre presente. Viene venduto nei locali delle comunità cinesi come “stimolante sessuale”.
violenze sui bambini
Corriere della Sera 24.5.05
romaIN NERO
Violenze sui bambini, un’emergenza rimossa
di FABRIZIO PERONACI
Una è appena nata e, nella foto che gli è stata scattata con un telefonino dopo che un passante l’aveva trovata in un cassonetto di via Giolitti, agita i pugnetti e stenta a tenere aperti i minuscoli occhi a mandorla. L’altra ha otto anni e della vita già conosce gli aspetti più cupi: le mani e il fiato di un estraneo addosso, le visite intime e invadenti dei dottori. La terza non c’è più, aveva sei anni quando ad ottobre morì nell’ospedale Pertini: sembrava un edema polmonare, ma poi è venuta alla luce una sconvolgente vicenda di abusi sessuali. Bambine vittime di violenze, sevizie. Nella città che, prima in Italia, ha istituito un consiglio comunale dei piccoli e, giusto la settimana scorsa, ha celebrato il «Giorno del gioco», esiste anche questo. Storie terribili, emerse nelle stesse ore in cui centinaia di ragazzini partecipavano alle festose iniziative dei Municipi.
Stazione Termini, mezzogiorno: Chou Naj, una cinese di 30 anni, entra in un negozo, chiede del bagno e ne esce tenendo in mano una busta celeste pesante un paio di chili: sua figlia, ancora viva. Poi getta il tutto nel cassonetto e sviene: «Non ho soldi per mantenerla», dirà più tardi.
Guidonia, case popolari: un ragazzo di 16 anni invita nella sua stanza la sorellina di un amico con la scusa di giocare con la Play Station, ma all’improvviso la spoglia, le salta addosso, la tocca ovunque. Adesso è agli arresti domiciliari, mentre la bimba si è chiusa in un mutismo che il tempo, forse, non guarirà mai.
Palazzo di Giustizia, piazzale Clodio. La tragica fine di Dana Dutu, piccola rumena vittima di incesto, impegna da mesi i magistrati. «La madre ha infierito ripetutamente e crudelmente», dice l’ordinanza di custodia cautelare.
Tre casi, ma non i soli. A Roma i neonati abbandonati negli ospedali sono 50-60 l’anno. I maltrattamenti oltre 200: una goccia nel mare degli abusi non denunciati. I minori che vivono «in uno stato di deprivazione e disagio psicologico» qualche migliaio. E’ un dramma vero, un impegno enorme per i Servizi sociali. Eppure di tutto questo si parla poco, è raro che diventi ribalta : si preferisce spazzare via, lasciare nel retroscena la faccia meno presentabile di questa città. Magari nel nome di un diritto alla privacy che, tante volte, finisce per penalizzare proprio loro, i bambini più deboli, meno fortunati.
romaIN NERO
Violenze sui bambini, un’emergenza rimossa
di FABRIZIO PERONACI
Una è appena nata e, nella foto che gli è stata scattata con un telefonino dopo che un passante l’aveva trovata in un cassonetto di via Giolitti, agita i pugnetti e stenta a tenere aperti i minuscoli occhi a mandorla. L’altra ha otto anni e della vita già conosce gli aspetti più cupi: le mani e il fiato di un estraneo addosso, le visite intime e invadenti dei dottori. La terza non c’è più, aveva sei anni quando ad ottobre morì nell’ospedale Pertini: sembrava un edema polmonare, ma poi è venuta alla luce una sconvolgente vicenda di abusi sessuali. Bambine vittime di violenze, sevizie. Nella città che, prima in Italia, ha istituito un consiglio comunale dei piccoli e, giusto la settimana scorsa, ha celebrato il «Giorno del gioco», esiste anche questo. Storie terribili, emerse nelle stesse ore in cui centinaia di ragazzini partecipavano alle festose iniziative dei Municipi.
Stazione Termini, mezzogiorno: Chou Naj, una cinese di 30 anni, entra in un negozo, chiede del bagno e ne esce tenendo in mano una busta celeste pesante un paio di chili: sua figlia, ancora viva. Poi getta il tutto nel cassonetto e sviene: «Non ho soldi per mantenerla», dirà più tardi.
Guidonia, case popolari: un ragazzo di 16 anni invita nella sua stanza la sorellina di un amico con la scusa di giocare con la Play Station, ma all’improvviso la spoglia, le salta addosso, la tocca ovunque. Adesso è agli arresti domiciliari, mentre la bimba si è chiusa in un mutismo che il tempo, forse, non guarirà mai.
Palazzo di Giustizia, piazzale Clodio. La tragica fine di Dana Dutu, piccola rumena vittima di incesto, impegna da mesi i magistrati. «La madre ha infierito ripetutamente e crudelmente», dice l’ordinanza di custodia cautelare.
Tre casi, ma non i soli. A Roma i neonati abbandonati negli ospedali sono 50-60 l’anno. I maltrattamenti oltre 200: una goccia nel mare degli abusi non denunciati. I minori che vivono «in uno stato di deprivazione e disagio psicologico» qualche migliaio. E’ un dramma vero, un impegno enorme per i Servizi sociali. Eppure di tutto questo si parla poco, è raro che diventi ribalta : si preferisce spazzare via, lasciare nel retroscena la faccia meno presentabile di questa città. Magari nel nome di un diritto alla privacy che, tante volte, finisce per penalizzare proprio loro, i bambini più deboli, meno fortunati.
il libro di Enrico Bellone tra scienza e filosofia
Avanti! 22.5.05
LA DISASTROSA SITUAZIONE DELLA NOSTRA RICERCA SCIENTIFICA NEL LIBRO DI ENRICO BELLONE
L’Italia dei torturatori di Galileo
Piero Flecchia
La non facile congiuntura che l’Italia attraversa è figlia di molti padri incerti, tra la classe dirigente e l’economia globale, via passando per l’euro, la crisi demografica e quant’altro, ma di una sola madre ben certa: la struttura industriale non più competitiva. E questa mancanza di competitività, ci spiega Enrico Bellone, “La scienza negata” (Codice Edizioni, pp. 124, € 15) è a sua volta la conseguenza inevitabile e annunciata della disastrosa situazione della nostra ricerca scientifica; disastro effetto dell’egemonia di una cultura convinta della natura subalterna della ricerca scientifica, perché irrilevante nella formazione della persona umana. Enrico Bellone, che insegna Storia della scienza presso la facoltà di Matematica dell’Università di Milano e dirige i periodici “Le scienze” e “Mente e cervello”, autore di numerose pubblicazioni, ne “La scienza negata” ricostruisce un veridico quadro etnografico delle ragioni dell’arretratezza scientifica italiana: “Più di trent’anni or sono si disse che l’Italia era un Paese in via di sottosviluppo per la povertà delle risorse umane e finanziarie destinate alla ricerca e del nostro sistema educativo”. L’inascoltato profeta di sventura degli anni ‘70 era uno dei nostri maggiori scienziati, Toraldo di Francia. Per non averlo ascoltato oggi il nostro sistema produttivo è ormai endemicamente afflitto da nanismo, mentre l’indice di competitività ci colloca al 46° posto e al 50° quello tecnologico nella classifica delle nazioni, e tutto indica che continueremo a perdere posti, visto che continua la politica di bassi investimenti nella ricerca; rimasta circa quella di trent’anni or sono la percentuale annua di Pil, investita nella ricerca: l’1%, quantità che ci votava allora, e a maggior ragione oggi, al sottosviluppo. Perché, malgrado la vigorosa denuncia di molti scienziati, il Paese ha continuato la sua deriva verso il disastro annunciato, mentre il ceto dirigente e il popolo si sono cullati nella convinzione che in ogni caso lo stellone nazionale avrebbe trovato una via d’uscita? Enrico Bellone individua la causa principale del disastro nella cultura egemone delle classi dirigenti, che considerano meccanica e di minore importanza la ricerca scientifica, rispetto a quella umanistica. Da qui la pretesa di controllare e tenere subalterna rispetto a quella metafisico-teologica la cultura scientifica, anche con episodi davvero esilaranti, a una indagine razionale, come appunto la pretesa di Benedetto Croce di insegnare i principi della matematica a Enriquez, uno dei maggiori matematici del suo tempo. Questa bizzarra pretesa filosofica, poi sempre Bellone ci mostra, non è una prerogativa dell’idealismo italiano. Nella sua autobiografia Max Born (premio Nobel per la fisica nel 1954): “Racconta anche di aver seguito alcune lezioni del filosofo Edmund Husserl, che stava sviluppando una ricerca sulla matematica … Il suo giudizio (di Born) è tranciante: ‘Se la scienza significa qualche cosa, non può certo servirsi della filosofia di Husserl’; che pretende di giungere a una dimostrazione conclusiva sulla natura della matematica per mezzo ‘dell’introspezione, della contemplazione e dell’analisi verbale’. Il che costituisce ‘un atteggiamento inconciliabile con la scienza, perché chi ha raggiunto una simile dimostrazione diventa facilmente un fanatico, un credente mistico, non più avvicinabile con il ragionamento e la discussione’”. (E. Bellone, op. cit. pp. 29-30). La pretesa della metafisica di governare la scienza è una costante, ricostruisce Bellone, diffusa in tutta la filosofia continentale del XX secolo di matrice hegeliana, e ancora egemone in quella contemporanea, tra il nostro Severino e i vari Deleuze, Feyrabend. Che cosa determina questa pretesa egemonica della metafisica sulla scienza? Bellone lo ascrive a un residuo dogmatico della metafisica, per poi volgersi allo studio del rapporto ragione-fede e alle pretese della fede di guidare la ragione scientifica, attraverso una pseudometafisica teologizzante, i cui primi gravi guasti risalgono al processo Galileo; sul quale il libro ritorna più volte, come esempio di quali danni conseguano, quando a guidare la linea di ricerca della ragione si impongono i dogmi di una fede. Sul rapporto ragione-fede Piero Martinetti, filosofo definito dal Gentile, “senza importanza” pubblicò un breve (pp.63) saggio illuminante, compreso e che dà il titolo alla sua raccolta di saggi religiosi: “Ragione e fede, Einaudi, Torino 1942”, libro che andrebbe rieditato, perché poco presente anche nelle grandi biblioteche nazionali. Nel breve saggio Martinetti spiega la fede come la forma fossile di momenti della ricerca della ragione in evi trascorsi, ma anche come l’intuizione ulteriore della ragione impegnata nella ricerca. La fede si svela nella riflessione martinettiana di duplice valenza. Come sentimento collettivo condiviso è l’espressione di un atteggiamento conservatore, che può assumere tratti regressivi per quanto veicola modelli di pensiero superati dall’indagine della ragione, mentre come sentimento individuale realizza una costante mediazione tra le ricerche della ragione e la coscienza dei suoi limiti. La fede è dunque anche un aspetto della ragione, e non meno della ragione uno strumento pratico, ma “questa natura eminentemente pratica della fede ci spiega infine un altro suo carattere: la sua relativa stabilità, per cui sembra opporsi al sapere, che è in una trasformazione ed in un progresso continuo”. (Op. cit. pp. 64-65). In un punto non così remoto nel tempo e nello spazio, la cultura italiana, attraverso la riflessione di una delle sue maggiori personalità, raggiunse chiara coscienza della natura autonoma della ricerca scientifica, non subordinabile a dogmi vuoi teologici vuoi metafisici, ma l’azione di rimozione prima del fascismo e poi del cattomarxismo ha emarginato questa limpida affermazione di metodo, che vede nell’autonomia della scienza un postulato anche a difesa della salute della metafisica. E forse nulla quanto l’assenza di questo contributo della riflessione martinettiana nelle pagine che il libro di Bellone dedica alla ricostruzione del nesso ragione-fede, a definire il ruolo e sostenere l’autonomia della ricerca scientifica, misura e descrive lo scacco della grande cultura positivista dell’Italia post unitaria, che fu alla base del rilancio del paese. Fu liquidando questa cultura che si incominciarono a recidere le radici della scienza come valore cardine del rinnovamento spirituale del Paese, un cui momento decisivo si ha con la riforma della scuola di Gentile; che educherà a una pseudo-cultura umanistica, i cui disastri sono oggi davanti a tutti, perché da questa educazione scolastica, anche dopo la Liberazione e la liquidazione dei gerarchi fascisti, emerge il ceto dirigente politico cattomarxista del Paese, che affosserà, negli anni Settanta, con vergine innocenza, la ricerca scientifica italiana, tagliandole i fondi con una strategia che non sanziona soltanto la fine della scienza italiana, ma inaugura quella di tecnica di lotta politica attraverso lo strumento giudiziario che finirà per portare al disastro la stessa classe politica. Con precisa documentazione Enrico Bellone ricostruisce, anche se sinteticamente, i tre grandi processi attraverso i quali, a metà degli anni Sessanta l’Italia liquida la ricerca nucleare, quella chimica e quella biomedica, buttando così le fondamenta dell’attuale arretratezza industriale italiana. Nella prima metà degli anni Sessanta: “Felice Ippolito si stava prodigando per dotare il paese di autonomia energetica, Adriano Buzzati Traverso poneva le fondamenta per un laboratorio internazionale di genetica e biofisica, Domenico Marotta era al vertice dell’Istituto superiore di sanità e indirizzava studi che avrebbero consentito all’Italia di svolgere un ruolo da protagonista nel settore dei farmaci. Sembrava insomma che fosse finito il lunghissimo inverno della scienza e della tecnica” (op. cit. pag 11), ma questo sviluppo ledeva interessi internazionali e a un tempo sottraeva al controllo della classe politica grandi flussi di capitale. Scatta la trappola giudiziaria. Nel marzo del 1964 arresto di Ippolito, processato e incarcerato fino al 1968, mentre Marotta, arrestato nell’aprile ‘64, dopo una campagna di diffamazione dell’Unità, sarà scarcerato per ragioni di età: “Le cosiddette prove contro Ippolito e Marotta erano al di là del ridicolo. Tali furono giudicate sia all’estero che da grandi giuristi nostrani come Jemolo e Galante Garrone”. (Op. cit. pag.12). A buon intenditor poche parole: Buzzati Traverso emigrò, e con lui altri ricercatori, dopo che una sua iniziativa per portare in Italia un finanziamento di circa un milione di dollari a sostenere le ricerche di biologia molecolare era stato attaccato dai comunisti come azione di connivenza con la scienza capitalista. Era infine venuto il tempo dell’elettrone proletario del Sessantotto. Il collasso sessantottesco della scienza, ci spiega poi Bellone nella seconda parte del suo aureo pamphlet, non è che la conseguenza della tenace svalutazione del suo ruolo nella società, anche per una meditata volontà di chi detiene il potere di emarginare e mantenere subalterna una comunità scientifica la cui azione si è rivelata, dal Rinascimento in poi, determinante non soltanto per dare un diffuso benessere alla società, ma ancor più per garantirle quella base razionale senza la quale, o all’allentarsi della quale, poi esplodono le grandi pesti psichiche collettive, come appunto furono il nazismo e/o il comunismo, le cui ascese sono state la conseguenza, l’effetto nefasto della grande spinta irrazionalista neoromantica tra fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando il nazionalismo, il razzismo, l’utopismo più inverificabile dilagarono, scatenando due guerre mondiali. I presupposti per nuove esplosioni di irrazionalità ci sono tutti, insegna Bellone, fin quando permangono una metafisica e una teologia decise a ridurre la scienza, ovvero il solo modo dato all’uomo per conoscere il mondo, a strumento subalterno da usare come mezzo al servizio del potere. Soltanto se la scienza si autogoverna, rigettando ogni pretesa egemonica del pensiero metafisico e teologico, una società può ritenere sodamente fondata la sua libertà. E una battaglia politica per la difesa della libertà scientifica sono oggi i quattro referendum abrogativi della legge braghettona sulla fecondazione assistita. Lo leggiamo nella filigrana della polemica, quando i braghettonari affermano che la libertà di fecondazione assistita, soprattutto quella eterologa, significa di fatto introdurre in forma surrettizia i progetti eugenetici del nazismo. Nulla di più assurdo e falso: dai torturatori di Galileo fino ai demistificatori della fisica giudaica heinsteiniana, i persecutori dell’umanità sono sempre stati teologi e politici, dunque gente esterna alla comunità scientifica, che invece ha sempre difeso, nella sua azione complessiva, un progetto umanistico razionale, con al centro la cura dell’uomo. E anche la fecondazione assistita ha ubbidito a questo disegno. Nel limitarla, falsificandone il senso con l’azione legislativa, la classe politica del nostro Paese ci dà l’inquietante conferma di quanto tenace nel suo seno permanga la volontà di tenere sotto controllo le spinte progressive razionali. Se il disastro della scienza italiana, voluto per il proprio egoismo dalla nostra classe dirigente, ha ormai forse irreversibilmente condannato il nostro Paese a diventare una terra di albergatori, di agricoltori di nicchia, ergo con sacche sempre più grandi di povertà e sottosviluppo, oggi la comunità scientifica planetaria ha ormai raggiunto una tale massa critica che i vari dogmatismi e il complex di veri credenti impegnati a difendere la fede dalla ragione non riusciranno comunque più a sopraffare e strumentalizzare la scienza, ridurla a strumenti tecnici al servizio delle loro voglie deliranti di massacri, dopo aver criminalizzato gli scienziati davanti alle loro comunità locali, come appunto fu fatto con Galileo. Questa è la conclusione rassicurante del libro di Bellone, assolutamente imprescindibile per chi voglia riflettere sul nostro presente di italiani nel mondo, oltre i dogmi e le demagogie.
LA DISASTROSA SITUAZIONE DELLA NOSTRA RICERCA SCIENTIFICA NEL LIBRO DI ENRICO BELLONE
L’Italia dei torturatori di Galileo
Piero Flecchia
La non facile congiuntura che l’Italia attraversa è figlia di molti padri incerti, tra la classe dirigente e l’economia globale, via passando per l’euro, la crisi demografica e quant’altro, ma di una sola madre ben certa: la struttura industriale non più competitiva. E questa mancanza di competitività, ci spiega Enrico Bellone, “La scienza negata” (Codice Edizioni, pp. 124, € 15) è a sua volta la conseguenza inevitabile e annunciata della disastrosa situazione della nostra ricerca scientifica; disastro effetto dell’egemonia di una cultura convinta della natura subalterna della ricerca scientifica, perché irrilevante nella formazione della persona umana. Enrico Bellone, che insegna Storia della scienza presso la facoltà di Matematica dell’Università di Milano e dirige i periodici “Le scienze” e “Mente e cervello”, autore di numerose pubblicazioni, ne “La scienza negata” ricostruisce un veridico quadro etnografico delle ragioni dell’arretratezza scientifica italiana: “Più di trent’anni or sono si disse che l’Italia era un Paese in via di sottosviluppo per la povertà delle risorse umane e finanziarie destinate alla ricerca e del nostro sistema educativo”. L’inascoltato profeta di sventura degli anni ‘70 era uno dei nostri maggiori scienziati, Toraldo di Francia. Per non averlo ascoltato oggi il nostro sistema produttivo è ormai endemicamente afflitto da nanismo, mentre l’indice di competitività ci colloca al 46° posto e al 50° quello tecnologico nella classifica delle nazioni, e tutto indica che continueremo a perdere posti, visto che continua la politica di bassi investimenti nella ricerca; rimasta circa quella di trent’anni or sono la percentuale annua di Pil, investita nella ricerca: l’1%, quantità che ci votava allora, e a maggior ragione oggi, al sottosviluppo. Perché, malgrado la vigorosa denuncia di molti scienziati, il Paese ha continuato la sua deriva verso il disastro annunciato, mentre il ceto dirigente e il popolo si sono cullati nella convinzione che in ogni caso lo stellone nazionale avrebbe trovato una via d’uscita? Enrico Bellone individua la causa principale del disastro nella cultura egemone delle classi dirigenti, che considerano meccanica e di minore importanza la ricerca scientifica, rispetto a quella umanistica. Da qui la pretesa di controllare e tenere subalterna rispetto a quella metafisico-teologica la cultura scientifica, anche con episodi davvero esilaranti, a una indagine razionale, come appunto la pretesa di Benedetto Croce di insegnare i principi della matematica a Enriquez, uno dei maggiori matematici del suo tempo. Questa bizzarra pretesa filosofica, poi sempre Bellone ci mostra, non è una prerogativa dell’idealismo italiano. Nella sua autobiografia Max Born (premio Nobel per la fisica nel 1954): “Racconta anche di aver seguito alcune lezioni del filosofo Edmund Husserl, che stava sviluppando una ricerca sulla matematica … Il suo giudizio (di Born) è tranciante: ‘Se la scienza significa qualche cosa, non può certo servirsi della filosofia di Husserl’; che pretende di giungere a una dimostrazione conclusiva sulla natura della matematica per mezzo ‘dell’introspezione, della contemplazione e dell’analisi verbale’. Il che costituisce ‘un atteggiamento inconciliabile con la scienza, perché chi ha raggiunto una simile dimostrazione diventa facilmente un fanatico, un credente mistico, non più avvicinabile con il ragionamento e la discussione’”. (E. Bellone, op. cit. pp. 29-30). La pretesa della metafisica di governare la scienza è una costante, ricostruisce Bellone, diffusa in tutta la filosofia continentale del XX secolo di matrice hegeliana, e ancora egemone in quella contemporanea, tra il nostro Severino e i vari Deleuze, Feyrabend. Che cosa determina questa pretesa egemonica della metafisica sulla scienza? Bellone lo ascrive a un residuo dogmatico della metafisica, per poi volgersi allo studio del rapporto ragione-fede e alle pretese della fede di guidare la ragione scientifica, attraverso una pseudometafisica teologizzante, i cui primi gravi guasti risalgono al processo Galileo; sul quale il libro ritorna più volte, come esempio di quali danni conseguano, quando a guidare la linea di ricerca della ragione si impongono i dogmi di una fede. Sul rapporto ragione-fede Piero Martinetti, filosofo definito dal Gentile, “senza importanza” pubblicò un breve (pp.63) saggio illuminante, compreso e che dà il titolo alla sua raccolta di saggi religiosi: “Ragione e fede, Einaudi, Torino 1942”, libro che andrebbe rieditato, perché poco presente anche nelle grandi biblioteche nazionali. Nel breve saggio Martinetti spiega la fede come la forma fossile di momenti della ricerca della ragione in evi trascorsi, ma anche come l’intuizione ulteriore della ragione impegnata nella ricerca. La fede si svela nella riflessione martinettiana di duplice valenza. Come sentimento collettivo condiviso è l’espressione di un atteggiamento conservatore, che può assumere tratti regressivi per quanto veicola modelli di pensiero superati dall’indagine della ragione, mentre come sentimento individuale realizza una costante mediazione tra le ricerche della ragione e la coscienza dei suoi limiti. La fede è dunque anche un aspetto della ragione, e non meno della ragione uno strumento pratico, ma “questa natura eminentemente pratica della fede ci spiega infine un altro suo carattere: la sua relativa stabilità, per cui sembra opporsi al sapere, che è in una trasformazione ed in un progresso continuo”. (Op. cit. pp. 64-65). In un punto non così remoto nel tempo e nello spazio, la cultura italiana, attraverso la riflessione di una delle sue maggiori personalità, raggiunse chiara coscienza della natura autonoma della ricerca scientifica, non subordinabile a dogmi vuoi teologici vuoi metafisici, ma l’azione di rimozione prima del fascismo e poi del cattomarxismo ha emarginato questa limpida affermazione di metodo, che vede nell’autonomia della scienza un postulato anche a difesa della salute della metafisica. E forse nulla quanto l’assenza di questo contributo della riflessione martinettiana nelle pagine che il libro di Bellone dedica alla ricostruzione del nesso ragione-fede, a definire il ruolo e sostenere l’autonomia della ricerca scientifica, misura e descrive lo scacco della grande cultura positivista dell’Italia post unitaria, che fu alla base del rilancio del paese. Fu liquidando questa cultura che si incominciarono a recidere le radici della scienza come valore cardine del rinnovamento spirituale del Paese, un cui momento decisivo si ha con la riforma della scuola di Gentile; che educherà a una pseudo-cultura umanistica, i cui disastri sono oggi davanti a tutti, perché da questa educazione scolastica, anche dopo la Liberazione e la liquidazione dei gerarchi fascisti, emerge il ceto dirigente politico cattomarxista del Paese, che affosserà, negli anni Settanta, con vergine innocenza, la ricerca scientifica italiana, tagliandole i fondi con una strategia che non sanziona soltanto la fine della scienza italiana, ma inaugura quella di tecnica di lotta politica attraverso lo strumento giudiziario che finirà per portare al disastro la stessa classe politica. Con precisa documentazione Enrico Bellone ricostruisce, anche se sinteticamente, i tre grandi processi attraverso i quali, a metà degli anni Sessanta l’Italia liquida la ricerca nucleare, quella chimica e quella biomedica, buttando così le fondamenta dell’attuale arretratezza industriale italiana. Nella prima metà degli anni Sessanta: “Felice Ippolito si stava prodigando per dotare il paese di autonomia energetica, Adriano Buzzati Traverso poneva le fondamenta per un laboratorio internazionale di genetica e biofisica, Domenico Marotta era al vertice dell’Istituto superiore di sanità e indirizzava studi che avrebbero consentito all’Italia di svolgere un ruolo da protagonista nel settore dei farmaci. Sembrava insomma che fosse finito il lunghissimo inverno della scienza e della tecnica” (op. cit. pag 11), ma questo sviluppo ledeva interessi internazionali e a un tempo sottraeva al controllo della classe politica grandi flussi di capitale. Scatta la trappola giudiziaria. Nel marzo del 1964 arresto di Ippolito, processato e incarcerato fino al 1968, mentre Marotta, arrestato nell’aprile ‘64, dopo una campagna di diffamazione dell’Unità, sarà scarcerato per ragioni di età: “Le cosiddette prove contro Ippolito e Marotta erano al di là del ridicolo. Tali furono giudicate sia all’estero che da grandi giuristi nostrani come Jemolo e Galante Garrone”. (Op. cit. pag.12). A buon intenditor poche parole: Buzzati Traverso emigrò, e con lui altri ricercatori, dopo che una sua iniziativa per portare in Italia un finanziamento di circa un milione di dollari a sostenere le ricerche di biologia molecolare era stato attaccato dai comunisti come azione di connivenza con la scienza capitalista. Era infine venuto il tempo dell’elettrone proletario del Sessantotto. Il collasso sessantottesco della scienza, ci spiega poi Bellone nella seconda parte del suo aureo pamphlet, non è che la conseguenza della tenace svalutazione del suo ruolo nella società, anche per una meditata volontà di chi detiene il potere di emarginare e mantenere subalterna una comunità scientifica la cui azione si è rivelata, dal Rinascimento in poi, determinante non soltanto per dare un diffuso benessere alla società, ma ancor più per garantirle quella base razionale senza la quale, o all’allentarsi della quale, poi esplodono le grandi pesti psichiche collettive, come appunto furono il nazismo e/o il comunismo, le cui ascese sono state la conseguenza, l’effetto nefasto della grande spinta irrazionalista neoromantica tra fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando il nazionalismo, il razzismo, l’utopismo più inverificabile dilagarono, scatenando due guerre mondiali. I presupposti per nuove esplosioni di irrazionalità ci sono tutti, insegna Bellone, fin quando permangono una metafisica e una teologia decise a ridurre la scienza, ovvero il solo modo dato all’uomo per conoscere il mondo, a strumento subalterno da usare come mezzo al servizio del potere. Soltanto se la scienza si autogoverna, rigettando ogni pretesa egemonica del pensiero metafisico e teologico, una società può ritenere sodamente fondata la sua libertà. E una battaglia politica per la difesa della libertà scientifica sono oggi i quattro referendum abrogativi della legge braghettona sulla fecondazione assistita. Lo leggiamo nella filigrana della polemica, quando i braghettonari affermano che la libertà di fecondazione assistita, soprattutto quella eterologa, significa di fatto introdurre in forma surrettizia i progetti eugenetici del nazismo. Nulla di più assurdo e falso: dai torturatori di Galileo fino ai demistificatori della fisica giudaica heinsteiniana, i persecutori dell’umanità sono sempre stati teologi e politici, dunque gente esterna alla comunità scientifica, che invece ha sempre difeso, nella sua azione complessiva, un progetto umanistico razionale, con al centro la cura dell’uomo. E anche la fecondazione assistita ha ubbidito a questo disegno. Nel limitarla, falsificandone il senso con l’azione legislativa, la classe politica del nostro Paese ci dà l’inquietante conferma di quanto tenace nel suo seno permanga la volontà di tenere sotto controllo le spinte progressive razionali. Se il disastro della scienza italiana, voluto per il proprio egoismo dalla nostra classe dirigente, ha ormai forse irreversibilmente condannato il nostro Paese a diventare una terra di albergatori, di agricoltori di nicchia, ergo con sacche sempre più grandi di povertà e sottosviluppo, oggi la comunità scientifica planetaria ha ormai raggiunto una tale massa critica che i vari dogmatismi e il complex di veri credenti impegnati a difendere la fede dalla ragione non riusciranno comunque più a sopraffare e strumentalizzare la scienza, ridurla a strumenti tecnici al servizio delle loro voglie deliranti di massacri, dopo aver criminalizzato gli scienziati davanti alle loro comunità locali, come appunto fu fatto con Galileo. Questa è la conclusione rassicurante del libro di Bellone, assolutamente imprescindibile per chi voglia riflettere sul nostro presente di italiani nel mondo, oltre i dogmi e le demagogie.
referendum: una lettera all'Unità
L'Unità 24 Maggio 2005
La preoccupante campagna per l’astensione
Il calcolo del Vaticano per una vittoria sul referendum mi appare fondato ed ad esso favorevole. L'afflusso degli elettori nelle consultazioni si attesta intorno al 70/75%. Nei referendum diminuirebbe.
Una campagna forte per l'astensione: la chiesa, il centrodestra, salvo eccezioni anche significative, possono influenzare facilmente un 20/25% di elettori per il non voto, raggiungendo quindi facilmente un 50%+1 di non votanti.
Sarà bene quindi intensificare l'impegno per smontare le tesi e la loro presa sui cittadini degli antireferendari:
1) i seguaci di un dogma o un'etica di parte non possono invocare una legge per imporli a tutti gli altri.
2) l'esercizio del voto, per l'art. 48 della Cost. è un dovere civico, anche se la sua non osservanza non è più pregiudizievole per la c.d. “buona condotta civile”:
3) l'astensione è decisione individuale e libera, l'organizzazione del voto in tal senso è scorretta e dovrà interessare il legislatore ed anche il giudice penale, perchè la scelta dell'elettore sarà non più segreta, ma individuabile e quindi condizionabile, ricattabile.
4) I sostenitori del No e dell'astensione hanno già pronto un argomento per invalidare il referendum e la portata dell'eventuale vittoria del Sì, presentandola come una anomalia, la sopraffazione di una minoranza sulla maggioranza degli elettori e sul legislatore;
5) Gli antireferendari riconoscono che la legge va migliorata, ma continuano a presentare il ricorso al referendum sbagliato e pericoloso.
Buon lavoro, puntando al miglior risultato.
Il calcolo del Vaticano per una vittoria sul referendum mi appare fondato ed ad esso favorevole. L'afflusso degli elettori nelle consultazioni si attesta intorno al 70/75%. Nei referendum diminuirebbe.
Una campagna forte per l'astensione: la chiesa, il centrodestra, salvo eccezioni anche significative, possono influenzare facilmente un 20/25% di elettori per il non voto, raggiungendo quindi facilmente un 50%+1 di non votanti.
Sarà bene quindi intensificare l'impegno per smontare le tesi e la loro presa sui cittadini degli antireferendari:
1) i seguaci di un dogma o un'etica di parte non possono invocare una legge per imporli a tutti gli altri.
2) l'esercizio del voto, per l'art. 48 della Cost. è un dovere civico, anche se la sua non osservanza non è più pregiudizievole per la c.d. “buona condotta civile”:
3) l'astensione è decisione individuale e libera, l'organizzazione del voto in tal senso è scorretta e dovrà interessare il legislatore ed anche il giudice penale, perchè la scelta dell'elettore sarà non più segreta, ma individuabile e quindi condizionabile, ricattabile.
4) I sostenitori del No e dell'astensione hanno già pronto un argomento per invalidare il referendum e la portata dell'eventuale vittoria del Sì, presentandola come una anomalia, la sopraffazione di una minoranza sulla maggioranza degli elettori e sul legislatore;
5) Gli antireferendari riconoscono che la legge va migliorata, ma continuano a presentare il ricorso al referendum sbagliato e pericoloso.
Buon lavoro, puntando al miglior risultato.
Giacomo Grippa
Niguarda: prevenzione delle psicosi
Ansa 23/05/2005 - 18:18
Sanità: schizofrenia, attivo a Milano 'Programma 2000'
Progetto volto a individuare e trattare malattie psicotiche
(ANSA) - MILANO, 23 MAG -Attivo all'ospedale Niguarda di Milano il 'Programma 2000' operante nell'individuazione preventiva e nel trattamento di malattie psicotiche. A rischiare di più sono i giovani fra i 17 e i 30 anni, ha detto oggi a Milano Anna Meneghelli, psichiatra responsabile scientifico del XIII Congresso dell' Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento (AIAMC), svoltosi di recente a Milano. In Italia sono 600 mila le persone con schizofrenia e comportamenti psicotici.
copyright @ 2005 ANSA
Sanità: schizofrenia, attivo a Milano 'Programma 2000'
Progetto volto a individuare e trattare malattie psicotiche
(ANSA) - MILANO, 23 MAG -Attivo all'ospedale Niguarda di Milano il 'Programma 2000' operante nell'individuazione preventiva e nel trattamento di malattie psicotiche. A rischiare di più sono i giovani fra i 17 e i 30 anni, ha detto oggi a Milano Anna Meneghelli, psichiatra responsabile scientifico del XIII Congresso dell' Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento (AIAMC), svoltosi di recente a Milano. In Italia sono 600 mila le persone con schizofrenia e comportamenti psicotici.
copyright @ 2005 ANSA
mogli, mariti, e Cassazione
Il Mattino 23.5.05
Quando la moglie è trascurata
Il principe di Salina, protagonista del celebre romanzo «Il Gattopardo», nel corso di una conversazione con amici, confessa, pur avendo avuto numerosi figli, di non avere mai visto l’ombelico della moglie. La Corte di Cassazione, con due recenti sentenze, espressamente riconosce anche alle donne il diritto alla sessualità. Con la decisione n. 6276 del 2005, i giudici di legittimità hanno, infatti, affermato che il rifiuto, protrattosi per ben sette anni, di intrattenere normali rapporti affettivi e sessuali con la moglie, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner. Tale oggettiva situazione, provocando nella donna un senso di frustrazione e disagio nonché irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psico-fisico, legittima la pronuncia di separazione con addebito al marito. La decisione n. 9801 del 2005 determina ancora, in maniera più puntuale, il contenuto di tale diritto. Essa riconosce la responsabilità civile di un marito, il quale, prima del matrimonio, aveva omesso di informare la moglie delle proprie disfunzioni sessuali, che impedivano l’assolvimento dell’obbligo coniugale. Tale condotta, secondo la Cassazione, comportando la lesione del diritto fondamentale del coniuge a realizzarsi pienamente nella famiglia, nella società ed, eventualmente, come genitore, integra un illecito fonte di danni. La sessualità della donna - si legge nella motivazione - rappresentando uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, configura una posizione soggettiva tutelata dalla Costituzione, da inquadrare tra i diritti inviolabili che l’articolo 2 impone di garantire. Il diritto reciproco di ciascun coniuge ai rapporti sessuali, anche nella sua proiezione verso la procreazione, costituisce, quindi, una dimensione fondamentale della persona e una delle finalità del matrimonio. Pertanto, il comportamento del marito, che ometta di informare la moglie delle proprie disfunzioni sessuali, concretizza una violazione della persona umana intesa nella sua totalità, nella sua libertà-dignità, nella sua autonoma determinazione al matrimonio, nelle sue aspettative di armonica vita sessuale, nei suoi progetti di maternità, nella sua fiducia in una vita coniugale fondata sulla comunità, sulla solidarietà e sulla piena esplicazione delle proprie potenzialità nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela risiede negli artt. 2,3, 29 e 30 della Costituzione.
Quando la moglie è trascurata
Il principe di Salina, protagonista del celebre romanzo «Il Gattopardo», nel corso di una conversazione con amici, confessa, pur avendo avuto numerosi figli, di non avere mai visto l’ombelico della moglie. La Corte di Cassazione, con due recenti sentenze, espressamente riconosce anche alle donne il diritto alla sessualità. Con la decisione n. 6276 del 2005, i giudici di legittimità hanno, infatti, affermato che il rifiuto, protrattosi per ben sette anni, di intrattenere normali rapporti affettivi e sessuali con la moglie, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner. Tale oggettiva situazione, provocando nella donna un senso di frustrazione e disagio nonché irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psico-fisico, legittima la pronuncia di separazione con addebito al marito. La decisione n. 9801 del 2005 determina ancora, in maniera più puntuale, il contenuto di tale diritto. Essa riconosce la responsabilità civile di un marito, il quale, prima del matrimonio, aveva omesso di informare la moglie delle proprie disfunzioni sessuali, che impedivano l’assolvimento dell’obbligo coniugale. Tale condotta, secondo la Cassazione, comportando la lesione del diritto fondamentale del coniuge a realizzarsi pienamente nella famiglia, nella società ed, eventualmente, come genitore, integra un illecito fonte di danni. La sessualità della donna - si legge nella motivazione - rappresentando uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, configura una posizione soggettiva tutelata dalla Costituzione, da inquadrare tra i diritti inviolabili che l’articolo 2 impone di garantire. Il diritto reciproco di ciascun coniuge ai rapporti sessuali, anche nella sua proiezione verso la procreazione, costituisce, quindi, una dimensione fondamentale della persona e una delle finalità del matrimonio. Pertanto, il comportamento del marito, che ometta di informare la moglie delle proprie disfunzioni sessuali, concretizza una violazione della persona umana intesa nella sua totalità, nella sua libertà-dignità, nella sua autonoma determinazione al matrimonio, nelle sue aspettative di armonica vita sessuale, nei suoi progetti di maternità, nella sua fiducia in una vita coniugale fondata sulla comunità, sulla solidarietà e sulla piena esplicazione delle proprie potenzialità nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela risiede negli artt. 2,3, 29 e 30 della Costituzione.
in Italia, oltre alla chiesa cattolica
Redattore Sociale
PLAGIO
Circa 1000 le sette in Italia, con quasi un milione di adepti.
Se ne parla domani a Rimini nel convegno "Il plagio. Un menticidio impunito", promosso dall'associazione di familiari Favis
RIMINI – Secondo un rapporto del Ministero degli Interni, sarebbero circa 1000 le sette in Italia, con quasi un milione di adepti. Si va da gruppi più piccoli formati da 30-40 persone, fino a culti che contano oltre 100mila adepti. Se ne parlerà domani a Rimini, sabato 21 maggio, in occasione dell’incontro “Il plagio. Un menticidio impunito. Viaggio tra sette e manipolazione psicologica”, promosso dalla Fa.vi.s., Associazione nazionale familiari vittime delle sette, in collaborazione con il Comune e la Provincia e il sostegno della Banca Popolare Valconca. L’incontro inizierà alle 16 nella sala Manzoni, in via IV novembre 35. La battaglia della Fa.vi.s – a cui si sono rivolte per chiedere aiuto, nell’arco di due anni, ben 463 famiglie – nasce dalla drammatica, personale esperienza del suo fondatore e attuale presidente, Maurizio Alessandrini: dopo aver visto il figlio scappare di casa plagiato da una “santona”, ha dato vita nel 2003 all’associazione insieme ad altri familiari, organizzando incontri di informazione e sensibilizzazione per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle amministrazioni sul fenomeno del plagio.
La Fa.vi.s è inoltre impegnata nella battaglia “per colmare – spiegano dall’associazione – l’attuale vuoto normativo sulla manipolazione mentale (determinato nel 1981 dalla pronuncia di incostituzionalità per difetto di determinatezza dell’art. 603 del codice penale), che impedisce allo Stato e alle forze dell’ordine di poter intervenire”. Un passo in avanti “è stato fatto nel 2004, quando la Commissione Giustizia del Senato ha approvato all’unanimità un decreto legge che intende introdurre nel codice penale il nuovo articolo 613-bis che definisce il ‘reato di manipolazione mentale’”. In due anni d’attività sono state dunque 463 le famiglie che hanno bussato alla Fa.vi.s per chiedere aiuto; l’associazione, oltre a fare informazione, offre infatti consulenza, patrocinio legale e recupero con esperti del campo psicoterapeutico per coloro che riescono ad uscire da esperienze drammatiche, dalle dimensioni impressionati. “Anche nella provincia di Rimini – segnalano dalla Fa.vi.s – la Digos ha classificato un alto numero fra organizzazioni e sette che perpetrano il condizionamento psicologico o plagio”.
All’incontro di domani interverrà Francesco Bruno, criminologo e psicopatologo, docente di Psicopatologia Forense all’Università La Sapienza di Roma, parlando di “Manipolazione psicologica distruttiva della personalità, riforma del pensiero e dipendenza psicologica degli adepti. La certezza scientifica del plagio”. Seguirà Emanuele Nacci, avvocato ed ex docente di Diritto Costituzionale e Diritto Penale all’Università degli studi di Bari, con “Riflessioni su problematiche e danni rivenienti dall’abrogazione dell’ex articolo 603 del codice penale”. Mary Grossi, psicologa studiosa della manipolazione e del condizionamento, interverrà su “I metodi di persuasione e condizionamento psicologico e fisiologico nelle sette”; infine Giorgio Gagliardi, psicofisiologo e psicoterapeuta d’aiuto per i fuoriusciti da sette a controllo mentale degli adepti, parlerà de “I bambini nei nuovi movimenti magico e pseudo religiosi”. Sono inoltre previsti interventi del senatore Antonino Caruso, presidente della commissione Giustizia del Senato, e dei testimonial Orietta Berti e Leo Gullotta.
PLAGIO
Circa 1000 le sette in Italia, con quasi un milione di adepti.
Se ne parla domani a Rimini nel convegno "Il plagio. Un menticidio impunito", promosso dall'associazione di familiari Favis
RIMINI – Secondo un rapporto del Ministero degli Interni, sarebbero circa 1000 le sette in Italia, con quasi un milione di adepti. Si va da gruppi più piccoli formati da 30-40 persone, fino a culti che contano oltre 100mila adepti. Se ne parlerà domani a Rimini, sabato 21 maggio, in occasione dell’incontro “Il plagio. Un menticidio impunito. Viaggio tra sette e manipolazione psicologica”, promosso dalla Fa.vi.s., Associazione nazionale familiari vittime delle sette, in collaborazione con il Comune e la Provincia e il sostegno della Banca Popolare Valconca. L’incontro inizierà alle 16 nella sala Manzoni, in via IV novembre 35. La battaglia della Fa.vi.s – a cui si sono rivolte per chiedere aiuto, nell’arco di due anni, ben 463 famiglie – nasce dalla drammatica, personale esperienza del suo fondatore e attuale presidente, Maurizio Alessandrini: dopo aver visto il figlio scappare di casa plagiato da una “santona”, ha dato vita nel 2003 all’associazione insieme ad altri familiari, organizzando incontri di informazione e sensibilizzazione per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle amministrazioni sul fenomeno del plagio.
La Fa.vi.s è inoltre impegnata nella battaglia “per colmare – spiegano dall’associazione – l’attuale vuoto normativo sulla manipolazione mentale (determinato nel 1981 dalla pronuncia di incostituzionalità per difetto di determinatezza dell’art. 603 del codice penale), che impedisce allo Stato e alle forze dell’ordine di poter intervenire”. Un passo in avanti “è stato fatto nel 2004, quando la Commissione Giustizia del Senato ha approvato all’unanimità un decreto legge che intende introdurre nel codice penale il nuovo articolo 613-bis che definisce il ‘reato di manipolazione mentale’”. In due anni d’attività sono state dunque 463 le famiglie che hanno bussato alla Fa.vi.s per chiedere aiuto; l’associazione, oltre a fare informazione, offre infatti consulenza, patrocinio legale e recupero con esperti del campo psicoterapeutico per coloro che riescono ad uscire da esperienze drammatiche, dalle dimensioni impressionati. “Anche nella provincia di Rimini – segnalano dalla Fa.vi.s – la Digos ha classificato un alto numero fra organizzazioni e sette che perpetrano il condizionamento psicologico o plagio”.
All’incontro di domani interverrà Francesco Bruno, criminologo e psicopatologo, docente di Psicopatologia Forense all’Università La Sapienza di Roma, parlando di “Manipolazione psicologica distruttiva della personalità, riforma del pensiero e dipendenza psicologica degli adepti. La certezza scientifica del plagio”. Seguirà Emanuele Nacci, avvocato ed ex docente di Diritto Costituzionale e Diritto Penale all’Università degli studi di Bari, con “Riflessioni su problematiche e danni rivenienti dall’abrogazione dell’ex articolo 603 del codice penale”. Mary Grossi, psicologa studiosa della manipolazione e del condizionamento, interverrà su “I metodi di persuasione e condizionamento psicologico e fisiologico nelle sette”; infine Giorgio Gagliardi, psicofisiologo e psicoterapeuta d’aiuto per i fuoriusciti da sette a controllo mentale degli adepti, parlerà de “I bambini nei nuovi movimenti magico e pseudo religiosi”. Sono inoltre previsti interventi del senatore Antonino Caruso, presidente della commissione Giustizia del Senato, e dei testimonial Orietta Berti e Leo Gullotta.
sinistra
Pietro Folena
Corriere della Sera 24.5.05
L’EX DIESSE
Folena: da giugno al via nuovo soggetto di sinistra
«Stiamo lavorando per la costruzione di un nuovo movimento politico trasversale, che abbracci esponenti dei Ds, di Rifondazione, rappresentanti di area sindacale e del mondo che fa capo ad associazioni e movimenti no global, nella prospettiva della costruzione di un nuovo soggetto politico, chiamiamolo pure un partito, che possa rappresentare l'anima di sinistra dell'Unione, anche in vista di un governo Prodi». Pietro Folena rilancia il progetto che aveva annunciato all'indomani delle elezioni regionali, quando aveva lasciato il gruppo dei Ds alla Camera per confluire da indipendente nel gruppo di Rifondazione comunista.
«L'obiettivo è quello di dare vita a un movimento che sulle prime non sarà un partito ma nemmeno solo una corrente e che avrà una duplice funzione: quella di fare da ponte fra radicali e riformisti, ma avrà anche, e soprattutto, il compito, di lavorare per spingere l'Unione un po' più a sinistra"
«Contiamo di far partire quest'idea entro la fine di giugno», aggiunge Folena che dice anche di essersi già sentito con Fausto Bertinotti, «che mi pare guardi al progetto con grande favore».
L’EX DIESSE
Folena: da giugno al via nuovo soggetto di sinistra
«Stiamo lavorando per la costruzione di un nuovo movimento politico trasversale, che abbracci esponenti dei Ds, di Rifondazione, rappresentanti di area sindacale e del mondo che fa capo ad associazioni e movimenti no global, nella prospettiva della costruzione di un nuovo soggetto politico, chiamiamolo pure un partito, che possa rappresentare l'anima di sinistra dell'Unione, anche in vista di un governo Prodi». Pietro Folena rilancia il progetto che aveva annunciato all'indomani delle elezioni regionali, quando aveva lasciato il gruppo dei Ds alla Camera per confluire da indipendente nel gruppo di Rifondazione comunista.
«L'obiettivo è quello di dare vita a un movimento che sulle prime non sarà un partito ma nemmeno solo una corrente e che avrà una duplice funzione: quella di fare da ponte fra radicali e riformisti, ma avrà anche, e soprattutto, il compito, di lavorare per spingere l'Unione un po' più a sinistra"
«Contiamo di far partire quest'idea entro la fine di giugno», aggiunge Folena che dice anche di essersi già sentito con Fausto Bertinotti, «che mi pare guardi al progetto con grande favore».
lunedì 23 maggio 2005
il Vaticano difende i pedofili
soprattutto quando sono loro complici...
canali.libero.it/affaritaliani 23 maggio 2005
Vaticano
Il fondatore dei "Legionari di Cristo" non subirà il processo canonico per pedofilia
Lunedí 23.05.2005 11:31
Maciel Degollado, fondatore del movimento Legionari di Cristo e accusato di abusi sessuali compiuti e coperti tra il 1943 e i primi Anni '60, non subirà il processo canonico da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Lo ha annunciato il portavoce della Sala Stampa vaticana padre Ciro Benedettini.
La dichiarazione vaticana, che conferma un comunicato stampa emesso dai legionari, viene a chiudere le indagini incominciate sin dal 1998, quando è stata presentata una denuncia canonica a carico di padre Degollado da parte delle presunte vittime, tutti ex Legionari che accusano il fondatore di aver abusato sessualmente di loro, all'epoca minorenni, ma "non c'è nessuna indagine e non ce ne saranno altre in futuro", ha dichiarato padre Benedettini, che non ha voluto però spiegare il perché di questa decisione, la prima presa in materia di abusi sessuali sotto il pontificato di Benedetto XVI.
In Messico, paese natale del fondatore ed una delle roccaforti dei Legionari, l'eco della dichiarazione è stata enorme ed ha occupato le prime pagine dei giornali: Juan Vaca, uno degli accusatori di Maciel ed ex sacerdote, ha dichiarato che l'inquisitore vaticano, Monsignor Carlo Scicluna, ha dichiarato a lui ed alle altre vittime di essere convinto del fatto che stessero dicendo la verità: "Ha detto anche - ha aggiunto - che la Chiesa ci avrebbe pubblicamente dovuto chiedere scusa perché non era riuscita a proteggerci", commentando sconsolato che questa decisione ha distrutto definitivamente la credibilità del Papa e del Vaticano. Già nel gennaio di quest'anno, durante un'intervista con un servizio d'informazione cattolico americano, Vaca aveva affermato di aver completamente perso la sua fiducia nelle autorità di Roma.
Il comunicato stampa dei Legionari di Cristo:
Lunedí 23.05.2005 11:30
Comunicado de prensa
Roma, 20 mayo 2005
La Santa Sede ha comunicado recientemente a la congregación de los Legionarios de Cristo que no hay ningún proceso canónico en curso, ni lo habrá, respecto a nuestro fundador, el P. Marcial Maciel, L.C.
Él siempre ha afirmado rotundamente su inocencia. Citamos su última declaración del 22 de abril de 2002: «Delante de Dios y con total tranquilidad de conciencia declaro categóricamente que estas acusaciones que se hacen contra mí son falsas. Yo nunca he tenido el tipo de comportamiento abominable del cual me acusan estas personas, y no hay nada que pueda ser más ajeno a mi manera de tratar a las personas, como consta a cualquiera de los miles de legionarios que me conocen».
Como dimos a conocer oportunamente el pasado 23 de enero, el capítulo general de los Legionarios de Cristo eligió un nuevo director general, después de que el padre fundador, el P. Maciel, declinara, por iniciativa propia, su reelección por razones de edad y de su deseo de ver florecer en vida a la congregación bajo la dirección de su sucesor.
Los legionarios de Cristo y miembros del Regnum Christi renovamos nuestro compromiso de servir a la Iglesia y a la sociedad en total fidelidad a la fe católica, en obediencia al Sumo Pontífice y en estrecha unión con nuestro querido fundador, según el carisma que hemos recibido a través de él. No guardamos ningún rencor contra quienes nos acusan; antes bien, los encomendamos en nuestras oraciones, y expresamos nuestra gratitud a las innumerables personas de buena voluntad que en estas circunstancias nos han confirmado su apoyo y estima.
Vaticano
Il fondatore dei "Legionari di Cristo" non subirà il processo canonico per pedofilia
Lunedí 23.05.2005 11:31
Maciel Degollado, fondatore del movimento Legionari di Cristo e accusato di abusi sessuali compiuti e coperti tra il 1943 e i primi Anni '60, non subirà il processo canonico da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Lo ha annunciato il portavoce della Sala Stampa vaticana padre Ciro Benedettini.
La dichiarazione vaticana, che conferma un comunicato stampa emesso dai legionari, viene a chiudere le indagini incominciate sin dal 1998, quando è stata presentata una denuncia canonica a carico di padre Degollado da parte delle presunte vittime, tutti ex Legionari che accusano il fondatore di aver abusato sessualmente di loro, all'epoca minorenni, ma "non c'è nessuna indagine e non ce ne saranno altre in futuro", ha dichiarato padre Benedettini, che non ha voluto però spiegare il perché di questa decisione, la prima presa in materia di abusi sessuali sotto il pontificato di Benedetto XVI.
In Messico, paese natale del fondatore ed una delle roccaforti dei Legionari, l'eco della dichiarazione è stata enorme ed ha occupato le prime pagine dei giornali: Juan Vaca, uno degli accusatori di Maciel ed ex sacerdote, ha dichiarato che l'inquisitore vaticano, Monsignor Carlo Scicluna, ha dichiarato a lui ed alle altre vittime di essere convinto del fatto che stessero dicendo la verità: "Ha detto anche - ha aggiunto - che la Chiesa ci avrebbe pubblicamente dovuto chiedere scusa perché non era riuscita a proteggerci", commentando sconsolato che questa decisione ha distrutto definitivamente la credibilità del Papa e del Vaticano. Già nel gennaio di quest'anno, durante un'intervista con un servizio d'informazione cattolico americano, Vaca aveva affermato di aver completamente perso la sua fiducia nelle autorità di Roma.
Il comunicato stampa dei Legionari di Cristo:
Lunedí 23.05.2005 11:30
Comunicado de prensa
Roma, 20 mayo 2005
La Santa Sede ha comunicado recientemente a la congregación de los Legionarios de Cristo que no hay ningún proceso canónico en curso, ni lo habrá, respecto a nuestro fundador, el P. Marcial Maciel, L.C.
Él siempre ha afirmado rotundamente su inocencia. Citamos su última declaración del 22 de abril de 2002: «Delante de Dios y con total tranquilidad de conciencia declaro categóricamente que estas acusaciones que se hacen contra mí son falsas. Yo nunca he tenido el tipo de comportamiento abominable del cual me acusan estas personas, y no hay nada que pueda ser más ajeno a mi manera de tratar a las personas, como consta a cualquiera de los miles de legionarios que me conocen».
Como dimos a conocer oportunamente el pasado 23 de enero, el capítulo general de los Legionarios de Cristo eligió un nuevo director general, después de que el padre fundador, el P. Maciel, declinara, por iniciativa propia, su reelección por razones de edad y de su deseo de ver florecer en vida a la congregación bajo la dirección de su sucesor.
Los legionarios de Cristo y miembros del Regnum Christi renovamos nuestro compromiso de servir a la Iglesia y a la sociedad en total fidelidad a la fe católica, en obediencia al Sumo Pontífice y en estrecha unión con nuestro querido fundador, según el carisma que hemos recibido a través de él. No guardamos ningún rencor contra quienes nos acusan; antes bien, los encomendamos en nuestras oraciones, y expresamos nuestra gratitud a las innumerables personas de buena voluntad que en estas circunstancias nos han confirmado su apoyo y estima.
Biennale di Venezia
da "Avvenimenti" in edicola: Biennale zapatera
Avvenimenti n 20 dal 20 al 26 maggio
BIENNALE ZAPATERA
La rassegna femminile, ma non femminista, delle due spagnole
di Simona Maggiorelli
Ormai ci siamo, l’annunciata “biennale Zapatera” apre le porte il 12 giugno. Alla guida della cinquantunesima rassegna veneziana, per la prima volta, due signore di primo piano dell’arte contemporanea, curatrici di mostre e rassegne internazionali, e ben radicate fra Madrid e Barcellona. Matrice culturale comune, lo stesso impegno civile, ma temperamenti molto diversi: di una eleganza apparentemente più raggelata l’una, Marìa De Corral, più passionale l’altra, Rosa Martìnez. Per entrambe sguardo attento a ciò che sul piano dell’arte si muove non solo nel vecchio continente ma anche negli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Ha fiuto per l’epos, per i grandi racconti collettivi, Maria De Corral, a lungo direttrice del Museo Reina Sofia di Madrid, a cui oggi suggerisce mostre, (l’ultimissima dedicata a Julian Schnabel). Qualunque sia il mezzo - tela, scultura, video - qualunque sia la tecnica, le sue scelte si orientano verso opere dall’ habitus elegante, dal forte appeal estetico, benché spesso ispirate alla vita comune, anche la più dura. Più carnale, più in medias res con la vita, la scelta di Rosa Martìnez. Con il gusto delle immagini dirompenti che parlano per se stesse, senza retrotesti, senza il bisogno di alludere a altro da sé. Difficile scegliere fra le due. Si direbbe che si completino, nella scelta di un’arte che, anche quando è astratta, non è mai scissa dalla vita. Semmai la trasforma e la traduce in forme nuove. Senza contese - anche in questo, con eleganza -De Corral e Martìnez hanno accettato di dividersi una carica che ai colleghi uomini è sempre toccata intonsa nel corso di più di cento anni di storia della Biennale. Senza contare poi il fiatone di dover mettere in piedi l’edizione 2005 a tempo di record, avendo appena sei mesi a disposizione. E dovendo fare i conti con le riduzioni di budget, causate dalle previsioni sbagliate dell’ex ministro della Cultura Giuliano Urbani, convinto che la trasformazione della Biennale in Fondazione, avrebbe portato con sé nuovi investitori.(“Ad ora nessun privato ha bussato alla porta- scriveva poche settimane fa il Sole 24 Ore - Anche perché le soglie minime d'ingresso sono piuttosto alte. Per avere voce in capitolo sulle strategie dell'ente veneziano occorre mettere sul tavolo almeno il 7 per cento del budget annuale, quasi due milioni di euro). In barba a conti e restrizioni, comunque sia, le due curatrici spagnole della Biennale si presentano alla meta con due proposte dirimpettaie, diverse e – sulla carta – altrettanto forti. A Maria De Corral è toccata la gatta da pelare del padiglione Italia, la supercollettiva allestita ai Giardini, con preventiva coda di critiche per la quasi totale assenza di artisti italiani (eccezion fatta che per Monica Bonvicini e Francesco Vezzoli). Un titolo importante: “L’esperienza dell’arte” e, a dare corpo al tema, quarantadue artisti internazionali, esordienti e non, chiamati a declinare, spesso con opere originali create apposta per la Biennale, le tendenze dell’arte che - fra pittura, scultura e molto video - si sono giocate dagli anni ’70 a oggi. Con molto spazio dedicato ai già classici Francis Bacon, Dan Graham, Donald Judd a William Kentridge, fino a Antoni Tàpies e Bruce Nauman. Per Rosa Martìnez, gli sterminati spazi delle Corderie e delle Artiglierie dell’Arsenale. In omaggio al disegnatore veneziano Hugo Pratt e al suo Corto Maltese, la scelta di un titolo romantico: “Sempre un po’ più lontano”, a ricordare attraverso le opere di 49 artisti le frontiere mobili di un’arte che non conosce più la codificazione dei generi, né la provenienza geografica stretta dalla vecchia Europa. Un panorama variegato, segnato dalle tendenze più attuali, frammentario e convulso,dove ogni artista esprime se stesso e basta, piccoli grandi assoli, da Olafur Eliasson a Mona Hatoum, da Mariko Mori a Pascale Marthine Tayou. Anche in questo caso, tre sole le presenze italiane – quella delle romane Micol Assael e Bruna Esposito, a cui si aggiunge quella di Gianni Motti che lavora in coppia con lo svizzero Cristoph Buchel. Così se non saremo del tutto catapultati in una Biennale labirinto per un deragliamento dei sensi e dei confini, come fu due anni fa per l’edizione di Francesco Bonami, per certo le due signore spagnole dell’arte promettono un’esperienza debitamente spaesante, in cui a farla da padrone potrebbero essere proprio i padiglioni di paesi lontani, meno noti, come l’Iran, il Libano, L’Indonesia. Asia, Oriente, paesi arabi, in un vorticoso procedere di proposte.In tutto settanta paesi rappresentati, con trentuno allestimenti nei padiglioni dei Giardini, e quarantadue interventi a tappeto sulla città. E alcune importanti new entries come Afghanistan, Albania, Marocco. Inoltre, extra moenia, una decina di installazioni in roccaforti espositive disseminate nella laguna. Sulla riva antistante l’ingresso dei Giardini, la gigantesca opera di Fabrizio Plessi “Mare verticale”, sorta di totem high tech alto 44 metri di acciaio e alluminio, tenuto a battesimo nel 2000 ad Hannover.” Installazione che- così ha annunciato Croff - volerà in Cina nel 2006, in occasione dell’anno dell’Italia”. Nel frattempo, con piccola anticipazione quest’anno, la Cina comincia a allestire un padiglione all’Arsenale per gli anni a venire. Ed è questo un altro importante passaggio verso il futuro di una Biennale di Venezia sempre più allargata e internazionale. Sempre che nel prossimo futuro, invece, non prenda agio la contromanovra, del resto già annunciata: affidare la direzione unica per il 2007 a un critico poco sensibile ai nuovi linguaggi come l’americano Robert Storr e tornare nei confini di una Biennale super nostrana, quasi una monografica sull’Italia. “Abbiamo già individuato l’area all’Arsenale – ha detto Croff in conferenza stampa – lo spazio già esiste, ma deve essere allestito da un architetto che dobbiamo ancora designato”. Così in attesa di quella che potrebbe anche essere la Biennale del ritorno all’ordine, non resta che godersi la creatività imprevista di questa Biennale firmata da due ottime curatrici. “Una Biennale non femminista – promette Marìa de Corral – ma femminile, che lascia emergere le caratteristiche proprie delle donne. Che racconta territori dell’intimo, esperienze emozionali, espressioni di desideri, di fragilità e di tutto ciò che è pienamente emotivo”. Da spettatori speriamo che non restino solo promesse.
BIENNALE ZAPATERA
La rassegna femminile, ma non femminista, delle due spagnole
di Simona Maggiorelli
Ormai ci siamo, l’annunciata “biennale Zapatera” apre le porte il 12 giugno. Alla guida della cinquantunesima rassegna veneziana, per la prima volta, due signore di primo piano dell’arte contemporanea, curatrici di mostre e rassegne internazionali, e ben radicate fra Madrid e Barcellona. Matrice culturale comune, lo stesso impegno civile, ma temperamenti molto diversi: di una eleganza apparentemente più raggelata l’una, Marìa De Corral, più passionale l’altra, Rosa Martìnez. Per entrambe sguardo attento a ciò che sul piano dell’arte si muove non solo nel vecchio continente ma anche negli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Ha fiuto per l’epos, per i grandi racconti collettivi, Maria De Corral, a lungo direttrice del Museo Reina Sofia di Madrid, a cui oggi suggerisce mostre, (l’ultimissima dedicata a Julian Schnabel). Qualunque sia il mezzo - tela, scultura, video - qualunque sia la tecnica, le sue scelte si orientano verso opere dall’ habitus elegante, dal forte appeal estetico, benché spesso ispirate alla vita comune, anche la più dura. Più carnale, più in medias res con la vita, la scelta di Rosa Martìnez. Con il gusto delle immagini dirompenti che parlano per se stesse, senza retrotesti, senza il bisogno di alludere a altro da sé. Difficile scegliere fra le due. Si direbbe che si completino, nella scelta di un’arte che, anche quando è astratta, non è mai scissa dalla vita. Semmai la trasforma e la traduce in forme nuove. Senza contese - anche in questo, con eleganza -De Corral e Martìnez hanno accettato di dividersi una carica che ai colleghi uomini è sempre toccata intonsa nel corso di più di cento anni di storia della Biennale. Senza contare poi il fiatone di dover mettere in piedi l’edizione 2005 a tempo di record, avendo appena sei mesi a disposizione. E dovendo fare i conti con le riduzioni di budget, causate dalle previsioni sbagliate dell’ex ministro della Cultura Giuliano Urbani, convinto che la trasformazione della Biennale in Fondazione, avrebbe portato con sé nuovi investitori.(“Ad ora nessun privato ha bussato alla porta- scriveva poche settimane fa il Sole 24 Ore - Anche perché le soglie minime d'ingresso sono piuttosto alte. Per avere voce in capitolo sulle strategie dell'ente veneziano occorre mettere sul tavolo almeno il 7 per cento del budget annuale, quasi due milioni di euro). In barba a conti e restrizioni, comunque sia, le due curatrici spagnole della Biennale si presentano alla meta con due proposte dirimpettaie, diverse e – sulla carta – altrettanto forti. A Maria De Corral è toccata la gatta da pelare del padiglione Italia, la supercollettiva allestita ai Giardini, con preventiva coda di critiche per la quasi totale assenza di artisti italiani (eccezion fatta che per Monica Bonvicini e Francesco Vezzoli). Un titolo importante: “L’esperienza dell’arte” e, a dare corpo al tema, quarantadue artisti internazionali, esordienti e non, chiamati a declinare, spesso con opere originali create apposta per la Biennale, le tendenze dell’arte che - fra pittura, scultura e molto video - si sono giocate dagli anni ’70 a oggi. Con molto spazio dedicato ai già classici Francis Bacon, Dan Graham, Donald Judd a William Kentridge, fino a Antoni Tàpies e Bruce Nauman. Per Rosa Martìnez, gli sterminati spazi delle Corderie e delle Artiglierie dell’Arsenale. In omaggio al disegnatore veneziano Hugo Pratt e al suo Corto Maltese, la scelta di un titolo romantico: “Sempre un po’ più lontano”, a ricordare attraverso le opere di 49 artisti le frontiere mobili di un’arte che non conosce più la codificazione dei generi, né la provenienza geografica stretta dalla vecchia Europa. Un panorama variegato, segnato dalle tendenze più attuali, frammentario e convulso,dove ogni artista esprime se stesso e basta, piccoli grandi assoli, da Olafur Eliasson a Mona Hatoum, da Mariko Mori a Pascale Marthine Tayou. Anche in questo caso, tre sole le presenze italiane – quella delle romane Micol Assael e Bruna Esposito, a cui si aggiunge quella di Gianni Motti che lavora in coppia con lo svizzero Cristoph Buchel. Così se non saremo del tutto catapultati in una Biennale labirinto per un deragliamento dei sensi e dei confini, come fu due anni fa per l’edizione di Francesco Bonami, per certo le due signore spagnole dell’arte promettono un’esperienza debitamente spaesante, in cui a farla da padrone potrebbero essere proprio i padiglioni di paesi lontani, meno noti, come l’Iran, il Libano, L’Indonesia. Asia, Oriente, paesi arabi, in un vorticoso procedere di proposte.In tutto settanta paesi rappresentati, con trentuno allestimenti nei padiglioni dei Giardini, e quarantadue interventi a tappeto sulla città. E alcune importanti new entries come Afghanistan, Albania, Marocco. Inoltre, extra moenia, una decina di installazioni in roccaforti espositive disseminate nella laguna. Sulla riva antistante l’ingresso dei Giardini, la gigantesca opera di Fabrizio Plessi “Mare verticale”, sorta di totem high tech alto 44 metri di acciaio e alluminio, tenuto a battesimo nel 2000 ad Hannover.” Installazione che- così ha annunciato Croff - volerà in Cina nel 2006, in occasione dell’anno dell’Italia”. Nel frattempo, con piccola anticipazione quest’anno, la Cina comincia a allestire un padiglione all’Arsenale per gli anni a venire. Ed è questo un altro importante passaggio verso il futuro di una Biennale di Venezia sempre più allargata e internazionale. Sempre che nel prossimo futuro, invece, non prenda agio la contromanovra, del resto già annunciata: affidare la direzione unica per il 2007 a un critico poco sensibile ai nuovi linguaggi come l’americano Robert Storr e tornare nei confini di una Biennale super nostrana, quasi una monografica sull’Italia. “Abbiamo già individuato l’area all’Arsenale – ha detto Croff in conferenza stampa – lo spazio già esiste, ma deve essere allestito da un architetto che dobbiamo ancora designato”. Così in attesa di quella che potrebbe anche essere la Biennale del ritorno all’ordine, non resta che godersi la creatività imprevista di questa Biennale firmata da due ottime curatrici. “Una Biennale non femminista – promette Marìa de Corral – ma femminile, che lascia emergere le caratteristiche proprie delle donne. Che racconta territori dell’intimo, esperienze emozionali, espressioni di desideri, di fragilità e di tutto ciò che è pienamente emotivo”. Da spettatori speriamo che non restino solo promesse.
Biennale di Venezia
da "Avvenimenti" in edicola: L'arte degli stracci
Avvenimenti n 20 dal 20 al 26 maggio
L’ARTE DEGLI STRACCI
di Simona Maggiorelli
Solo una manciata di artisti italiani alla prossima biennale di Venezia che sarà inaugurata il 12 giugno. Appena cinque o sei. Qualcuno ha gridato allo scandalo. Qualcun altro vi ha visto il segno tangibile di una crisi creativa che l’arte in Italia starebbe attraversando.
“Artisti italiani di grande e anche grandissimo livello ci sono e ci sono stati in passato in Italia - assicura Daniel Soutif, direttore del Museo Pecci di Prato -. E ciò che si percepisce oggi delle giovani generazioni, lascia pensare che artisti di valore ci saranno in futuro”.
Per lunghi anni critico di Libération ex dirigente del Centre Pompidou, Soutif, a sorpresa, non è affatto catastrofico.
“Un momento alto della creatività , fu all’inizio degli anni ’60, con la generazione dell’arte povera. Tra alti e bassi, con difficoltà di riconoscimento degli artisti, anche dei più grandi, da parte dell’Italia stessa. Ma non è un segreto che la generazione dell’arte povera sia stata una generazione molto felice: per la qualità degli artisti e per la capacità dei critici che hanno portato alla ribalta questo gruppo che, a guardar bene, era molto informale, senza nessuna definizione rigida, di carattere ideologico. Purtroppo non tutti sono ancora vivi, e quelli che sono scomparsi, da Pascali o Boetti, a Merz, hanno lasciato una traccia profondissima.
Si può parlare dell’arte povera solo al passato?
No, in alcuni casi è una realtà viva ancora oggi. Sono rimasto molto colpito dalla qualità formale e dall’intelligenza del recente intervento di Luciano Fabro in piazza del Plebiscito a Napoli. E aggiungerei che negli ultimi cinque o sei anni stanno emergendo artisti davvero significativi, che ne hanno raccolto i semi, quarantenni come Grazia Toderi, Massimo Bartolini e Luca Vitone solo per fare qualche nome. Una generazione incalzata, già da artisti trentenni.
Che profilo hanno questi nuovi artisti?
Intanto sono artisti che si presentano come singoli. Non c’è più un momento di aggregazione forte. Non c’è l’idea del gruppo come qualcosa di organico, strutturato. Un’idea che forse, del resto, non esisteva più nemmeno ai tempi della transavanguardia, che rappresentò , per altro, un ritorno a una base linguistica abbastanza stretta. Oggi ci sono singoli individui. Una ventina di nomi che circolano: Letizia Cariello, Alessandra Tesi, Eva Marisaldi, Paola Pivi, Flavio Favelli e altri ancora. Nessuno di loro ha un linguaggio chiuso, possono fare video, installazioni, possono dipingere. A Firenze ci sono artisti interessanti come Daniela De Lorenzo, Vittorio Corsini e Paolo Parisi, che da poco tempo sto seguendo da vicino. Lui non si vieta di fare un dipinto o istallazioni con cassette di cartone, sorta di cubi abitabili. Lo fa con la sua poetica, molto particolare. Al fondo del loro lavoro di tutti loro trovo una profonda serietà. Insieme a una grande poliedricità.
E se dovesse fare un paragone con il suo paese, la Francia?
Direi che sul piano creativo, spesso, l’Italia ha offerto di più. Con l’arte povera e in maniera un po’ più discutibile con la transavanguardia. Se penso alla Francia mi vengono in mente artisti già affermati come Daniel Buren e Bertrand Lavier. Ma restano nomi isolati. Non ci sono stati momenti di gruppo paragonabili a quelli italiani. La differenza è che la Francia ha investito molto di più dell’Italia sul piano istituzionale per l’arte contemporanea e la sua promozione.
E quanto pesa questo nel fare arte?
Gli artisti italiani si muovono in un contesto molto problematico. Da un lato c’è un collezionismo diffuso - nel bene e nel male, perché non tutte le scelte dei collezionisti sono sempre illuminate -, dall’altro lato c’è il fatto più drammatico: il vuoto istituzionale. Mi riferisco a un compito che le istituzioni dovrebbero avere. Di storicizzare un patrimonio e dare delle linee di lettura per il pubblico. Aspetti che mancano del tutto qui e che fanno sì che per gli artisti italiani la vita non sia affatto facile. Gli artisti hanno bisogno di un riscontro, di un sostegno, di un dialogo istituzionale. Basta pensare ai tedeschi, oggi sono in una posizione di visibilità internazionale, anche materiale, molto forte perché c’è un sistema dietro alle loro carriere. Un sistema che sostiene la produzione artistica. In proporzione minore è quello che accade anche in Francia.
In Italia solo vuoto istituzionale assoluto?
E’ il problema di fondo, anche se poi il panorama si presenta più sfumato. C’è il Castello di Rivoli, c’è il Mart di Rovereto, ci siamo noi a Prato, c’è il Macro di Roma. Ma sono tutte istituzioni ancora molto giovani, con storie brevi se confrontate a quelle di altre istituzioni internazionali.
In Italia si preferisce spendere molti milioni per delle mostre dal valore discutibile, che danno lustro momentaneo, piuttosto che investire in collezioni pubbliche permanenti che restano poi come patrimonio di una comunità. E’ un fatto che non riguarda solo l’arte contemporanea. E’ un segno di mancanza di maturità del sistema italiano.
Salvatore Settis ha spesso elogiato la qualità del sistema di tutela italiano, denunciando la sua progressiva dismissione a partire dagli anni 80. Cosa ne pensa?
Credo che abbia perfettamente ragione e che la questione non riguardi solo l’arte antica, di cui di solito Settis parla, ma anche l’arte contemporanea. Se non c’è uno Stato in grado di riconoscere il patrimonio, di custodirlo, di valorizzarlo, di farlo conoscere, si piomba, come succede oggi in Italia, in una situazione tragica. Faccio un esempio, molto concreto, in Toscana c’è un patrimonio artistico contemporaneo importante che riguarda la neo avanguardia degli inizi degli anni 60, l’architettura radicale, la poesia visiva, gli artisti di Fluxus per la musica.
Tutto questo patrimonio che fine fa?
Una parte è ancora qui, ma il resto è diventata francese. I pezzi più importanti dell’architettura radicale sono già in Francia e là museificati. E’ assurdo.
E’ come se in Italia ancora non fosse maturata un’idea che l’arte contemporanea sia, al pari di quella antica, patrimonio identitario per il paese?
C’è stato un assessore milanese che in tv ha detto che non va conservato niente oltre l’età di Picasso. Mi pare emblematico, del tutto incurante della comunità scientifica, di ciò che accade al Moma, al Centre Pompidou alla Tate Modern e altrove, che invece riescono a coinvolgere i politici nei loro progetti di ampliamento. Io non sono italiano, ma spesso reagisco come lo fossi, mi sento ferito da certe cose.
E allora come valuta la svendita del patrimonio italiano attraverso la Patrimonio spa?
Sulla politica istituzionale degli ultimi anni davvero mi sento del tutto d’accordo con quanto ha denunciato Salvatore Settis. Putroppo, però, mi sembra una voce abbastanza isolata. Che, invece. andrebbe ascoltata seriamente.
E il nuovo ministro dei beni culturali Rocco Buttiglione?
E’ancora troppo presto per dare un giudizio. Quello che posso dire adesso è che, al di là delle posizioni politiche, mi sembra un ministro un po’ aspecifico. In Francia ci sono stati ministri prestigiosi che venivano specificatamente dal mondo della cultura, basta pensare a Jack Lang. E più recentemente si può anche fare il nome di un ministro di destra come Jean-Jacques Aillagon, che era stato presidente del Centre Pompidou.
Al di là delle scelte di campo politico, lei crede che una gestione privatistica dei musei italiani potrebbe essere la risposta?
Quello che ci insegna il mondo delle grandi istituzioni culturali internazionali è che il mondo della cultura, delle istituzioni culturali non va considerato sotto un angolo manageriale. Non esistono istituzioni culturali che portino profitti e ricavi. Non esistono, né il Moma, né il Centre Pompidou, né altre realtà culturali di questo genere fanno profitti. La loro realtà è di natura educativa. E il loro indotto è di tutt’altra natura, porta dei vantaggi enormi sul piano culturale, che alla fine sono anche economici. Per parlare di una realtà che conosco: il Centre Pompidou genera un po’ meno del 25 per cento del suo bilancio, che è già una cifra enorme, molto cresciuta, del resto, rispetto ai suoi inizi, Ma non c’è l’illusione che questa istituzione possa fare profitti
Un modello quindi,illusorio quello di fare cassa da parte dello Stato attraverso una gestione privatistica del patrimonio d’arte?
Tanto più in Italia, Dove non c’è concentrazione in museo localizzato come in Francia, ma un patrimonio diffuso sul territorio. Una realtà enormemente integrata al resto del territorio e che il progressivo smantellamento delle soprintendenze in Italia sta gravemente mettendo in crisi.
L’ARTE DEGLI STRACCI
di Simona Maggiorelli
Solo una manciata di artisti italiani alla prossima biennale di Venezia che sarà inaugurata il 12 giugno. Appena cinque o sei. Qualcuno ha gridato allo scandalo. Qualcun altro vi ha visto il segno tangibile di una crisi creativa che l’arte in Italia starebbe attraversando.
“Artisti italiani di grande e anche grandissimo livello ci sono e ci sono stati in passato in Italia - assicura Daniel Soutif, direttore del Museo Pecci di Prato -. E ciò che si percepisce oggi delle giovani generazioni, lascia pensare che artisti di valore ci saranno in futuro”.
Per lunghi anni critico di Libération ex dirigente del Centre Pompidou, Soutif, a sorpresa, non è affatto catastrofico.
“Un momento alto della creatività , fu all’inizio degli anni ’60, con la generazione dell’arte povera. Tra alti e bassi, con difficoltà di riconoscimento degli artisti, anche dei più grandi, da parte dell’Italia stessa. Ma non è un segreto che la generazione dell’arte povera sia stata una generazione molto felice: per la qualità degli artisti e per la capacità dei critici che hanno portato alla ribalta questo gruppo che, a guardar bene, era molto informale, senza nessuna definizione rigida, di carattere ideologico. Purtroppo non tutti sono ancora vivi, e quelli che sono scomparsi, da Pascali o Boetti, a Merz, hanno lasciato una traccia profondissima.
Si può parlare dell’arte povera solo al passato?
No, in alcuni casi è una realtà viva ancora oggi. Sono rimasto molto colpito dalla qualità formale e dall’intelligenza del recente intervento di Luciano Fabro in piazza del Plebiscito a Napoli. E aggiungerei che negli ultimi cinque o sei anni stanno emergendo artisti davvero significativi, che ne hanno raccolto i semi, quarantenni come Grazia Toderi, Massimo Bartolini e Luca Vitone solo per fare qualche nome. Una generazione incalzata, già da artisti trentenni.
Che profilo hanno questi nuovi artisti?
Intanto sono artisti che si presentano come singoli. Non c’è più un momento di aggregazione forte. Non c’è l’idea del gruppo come qualcosa di organico, strutturato. Un’idea che forse, del resto, non esisteva più nemmeno ai tempi della transavanguardia, che rappresentò , per altro, un ritorno a una base linguistica abbastanza stretta. Oggi ci sono singoli individui. Una ventina di nomi che circolano: Letizia Cariello, Alessandra Tesi, Eva Marisaldi, Paola Pivi, Flavio Favelli e altri ancora. Nessuno di loro ha un linguaggio chiuso, possono fare video, installazioni, possono dipingere. A Firenze ci sono artisti interessanti come Daniela De Lorenzo, Vittorio Corsini e Paolo Parisi, che da poco tempo sto seguendo da vicino. Lui non si vieta di fare un dipinto o istallazioni con cassette di cartone, sorta di cubi abitabili. Lo fa con la sua poetica, molto particolare. Al fondo del loro lavoro di tutti loro trovo una profonda serietà. Insieme a una grande poliedricità.
E se dovesse fare un paragone con il suo paese, la Francia?
Direi che sul piano creativo, spesso, l’Italia ha offerto di più. Con l’arte povera e in maniera un po’ più discutibile con la transavanguardia. Se penso alla Francia mi vengono in mente artisti già affermati come Daniel Buren e Bertrand Lavier. Ma restano nomi isolati. Non ci sono stati momenti di gruppo paragonabili a quelli italiani. La differenza è che la Francia ha investito molto di più dell’Italia sul piano istituzionale per l’arte contemporanea e la sua promozione.
E quanto pesa questo nel fare arte?
Gli artisti italiani si muovono in un contesto molto problematico. Da un lato c’è un collezionismo diffuso - nel bene e nel male, perché non tutte le scelte dei collezionisti sono sempre illuminate -, dall’altro lato c’è il fatto più drammatico: il vuoto istituzionale. Mi riferisco a un compito che le istituzioni dovrebbero avere. Di storicizzare un patrimonio e dare delle linee di lettura per il pubblico. Aspetti che mancano del tutto qui e che fanno sì che per gli artisti italiani la vita non sia affatto facile. Gli artisti hanno bisogno di un riscontro, di un sostegno, di un dialogo istituzionale. Basta pensare ai tedeschi, oggi sono in una posizione di visibilità internazionale, anche materiale, molto forte perché c’è un sistema dietro alle loro carriere. Un sistema che sostiene la produzione artistica. In proporzione minore è quello che accade anche in Francia.
In Italia solo vuoto istituzionale assoluto?
E’ il problema di fondo, anche se poi il panorama si presenta più sfumato. C’è il Castello di Rivoli, c’è il Mart di Rovereto, ci siamo noi a Prato, c’è il Macro di Roma. Ma sono tutte istituzioni ancora molto giovani, con storie brevi se confrontate a quelle di altre istituzioni internazionali.
In Italia si preferisce spendere molti milioni per delle mostre dal valore discutibile, che danno lustro momentaneo, piuttosto che investire in collezioni pubbliche permanenti che restano poi come patrimonio di una comunità. E’ un fatto che non riguarda solo l’arte contemporanea. E’ un segno di mancanza di maturità del sistema italiano.
Salvatore Settis ha spesso elogiato la qualità del sistema di tutela italiano, denunciando la sua progressiva dismissione a partire dagli anni 80. Cosa ne pensa?
Credo che abbia perfettamente ragione e che la questione non riguardi solo l’arte antica, di cui di solito Settis parla, ma anche l’arte contemporanea. Se non c’è uno Stato in grado di riconoscere il patrimonio, di custodirlo, di valorizzarlo, di farlo conoscere, si piomba, come succede oggi in Italia, in una situazione tragica. Faccio un esempio, molto concreto, in Toscana c’è un patrimonio artistico contemporaneo importante che riguarda la neo avanguardia degli inizi degli anni 60, l’architettura radicale, la poesia visiva, gli artisti di Fluxus per la musica.
Tutto questo patrimonio che fine fa?
Una parte è ancora qui, ma il resto è diventata francese. I pezzi più importanti dell’architettura radicale sono già in Francia e là museificati. E’ assurdo.
E’ come se in Italia ancora non fosse maturata un’idea che l’arte contemporanea sia, al pari di quella antica, patrimonio identitario per il paese?
C’è stato un assessore milanese che in tv ha detto che non va conservato niente oltre l’età di Picasso. Mi pare emblematico, del tutto incurante della comunità scientifica, di ciò che accade al Moma, al Centre Pompidou alla Tate Modern e altrove, che invece riescono a coinvolgere i politici nei loro progetti di ampliamento. Io non sono italiano, ma spesso reagisco come lo fossi, mi sento ferito da certe cose.
E allora come valuta la svendita del patrimonio italiano attraverso la Patrimonio spa?
Sulla politica istituzionale degli ultimi anni davvero mi sento del tutto d’accordo con quanto ha denunciato Salvatore Settis. Putroppo, però, mi sembra una voce abbastanza isolata. Che, invece. andrebbe ascoltata seriamente.
E il nuovo ministro dei beni culturali Rocco Buttiglione?
E’ancora troppo presto per dare un giudizio. Quello che posso dire adesso è che, al di là delle posizioni politiche, mi sembra un ministro un po’ aspecifico. In Francia ci sono stati ministri prestigiosi che venivano specificatamente dal mondo della cultura, basta pensare a Jack Lang. E più recentemente si può anche fare il nome di un ministro di destra come Jean-Jacques Aillagon, che era stato presidente del Centre Pompidou.
Al di là delle scelte di campo politico, lei crede che una gestione privatistica dei musei italiani potrebbe essere la risposta?
Quello che ci insegna il mondo delle grandi istituzioni culturali internazionali è che il mondo della cultura, delle istituzioni culturali non va considerato sotto un angolo manageriale. Non esistono istituzioni culturali che portino profitti e ricavi. Non esistono, né il Moma, né il Centre Pompidou, né altre realtà culturali di questo genere fanno profitti. La loro realtà è di natura educativa. E il loro indotto è di tutt’altra natura, porta dei vantaggi enormi sul piano culturale, che alla fine sono anche economici. Per parlare di una realtà che conosco: il Centre Pompidou genera un po’ meno del 25 per cento del suo bilancio, che è già una cifra enorme, molto cresciuta, del resto, rispetto ai suoi inizi, Ma non c’è l’illusione che questa istituzione possa fare profitti
Un modello quindi,illusorio quello di fare cassa da parte dello Stato attraverso una gestione privatistica del patrimonio d’arte?
Tanto più in Italia, Dove non c’è concentrazione in museo localizzato come in Francia, ma un patrimonio diffuso sul territorio. Una realtà enormemente integrata al resto del territorio e che il progressivo smantellamento delle soprintendenze in Italia sta gravemente mettendo in crisi.
turpiloquio...
Corriere della Sera 23.5.05
IL GIORNALE DS
«Quel colpo agli elettori»
La rubrica di Maria Novella Oppo sull’Unità, «Fronte del video», ieri era dedicata allo «strappo» di Rutelli. In particolare ironizzava su Otto e mezzo (La7):
«A sminuire il colpo inferto agli elettori è stato solo Ferrara, che ha spiegato che lo strappo di Rutelli riguarda la quota proporzionale, il 25% dei voti. E perché diavolo non ce l’hanno detto prima? Ci saremmo risparmiati un 75% di vaffanculo»
IL GIORNALE DS
«Quel colpo agli elettori»
La rubrica di Maria Novella Oppo sull’Unità, «Fronte del video», ieri era dedicata allo «strappo» di Rutelli. In particolare ironizzava su Otto e mezzo (La7):
«A sminuire il colpo inferto agli elettori è stato solo Ferrara, che ha spiegato che lo strappo di Rutelli riguarda la quota proporzionale, il 25% dei voti. E perché diavolo non ce l’hanno detto prima? Ci saremmo risparmiati un 75% di vaffanculo»
Roma:
a teatro per i diari di Munch
Corriere della Sera, cronaca di Roma 23.5.05
TEATRO ARGENTINA «Immagini dai diari di Munch»: una pièce fra pittura e psicoanalisi
In concomitanza con la mostra «Munch 1863-1944» al Complesso del Vittoriano, è in programma una replica straordinaria dello spettacolo teatrale «Immagini dai diari di Munch», ideato e diretto da Gianluca Bottoni. Si tratta di un’esposizione fotografica e drammatica di stati emozionali dedicata a Edvard Munch, riflessioni psicoanalitiche sul percorso artistico tratte dai diari e dalle lettere del pittore. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Al termine dello spettacolo seguirà la proiezione di un filmato del 1949 proveniente dall’Archivio storico Luce. Nel foyer in mostra le fotografie di Barbara Corradi, con scatti delle prove dello spettacolo e delle precedenti rappresentazioni. Il teatro sarà aperto al pubblico dalle ore 20.
TEATRO ARGENTINA stasera ore 21, largo di Torre Argentina 52, tel. 06.68804601
TEATRO ARGENTINA «Immagini dai diari di Munch»: una pièce fra pittura e psicoanalisi
In concomitanza con la mostra «Munch 1863-1944» al Complesso del Vittoriano, è in programma una replica straordinaria dello spettacolo teatrale «Immagini dai diari di Munch», ideato e diretto da Gianluca Bottoni. Si tratta di un’esposizione fotografica e drammatica di stati emozionali dedicata a Edvard Munch, riflessioni psicoanalitiche sul percorso artistico tratte dai diari e dalle lettere del pittore. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Al termine dello spettacolo seguirà la proiezione di un filmato del 1949 proveniente dall’Archivio storico Luce. Nel foyer in mostra le fotografie di Barbara Corradi, con scatti delle prove dello spettacolo e delle precedenti rappresentazioni. Il teatro sarà aperto al pubblico dalle ore 20.
TEATRO ARGENTINA stasera ore 21, largo di Torre Argentina 52, tel. 06.68804601
Franca Rame
ricevuto da Raffaella Portincasa
da C@c@o
http://www.cacaonline.it/
"Quattro volte sì contro una legge indegna di uno stato laico"
L'intervento di Franca Rame per la tutela della salute e il sostegno alla ricerca scientifica
Care donne, Non dimentichiamo! APPENDIAMOCI UN BEL CARTELLO IN CUCINA. Ricordiamoci bene il comportamento di questi "UOMINI" quando andremo a votare!
Innanzitutto, signora Rame, il 12 e 13 giugno lei andrà a votare?
Certamente! E con me ci saranno milioni e milioni di donne e uomini: siamo in tanti in questo paese a ragionare e non sarà facile influenzare le nostre scelte.
E come voterà?
4 volte sì. Sono in pieno accordo con questo referendum: "Sì per nascere guarire e scegliere". Trovo medioevale una legge che entra nel letto dei cittadini. C'è il timore che il referendum sia il martello per sbriciolare e cambiare la 194 (aborto) al di là delle dichiarazioni di facciata. Questa legge colpisce le coppie che "vogliono" un figlio. In più c'è una contraddizione macroscopica nel tutelare e considerare vita l'embrione ma non il feto (la nostra attuale legislazione vieta di operare sugli embrioni ma permette l'aborto). Conosco cattolici in cui cresce il malessere: "Ci hanno messi in un vicolo cieco" ho sentito dire.
Cosa ne pensa, invece, di chi invita ad astenersi?
Vergogna! Stiamo avvicinandoci alle elezioni, riflettano bene i leader dell'Unione e pure quelli di altri partiti con il loro perenne bla-bla-bla-bla: "pagheranno caro", le loro scelte contro "LA DONNA" contro la coppia, contro chi anela d'avere un figlio! Il professor Prodi ha dichiarato a metà la sua decisione, bontà sua, Francesco Rutelli si è preso 10 giorni di tempo per annunciare la sua decisione, ma pare che abbia ormai deciso per l'astensione. UOMINI... (Credevo fosse uno con il cervello aperto, invece mi sembra miri solo a non innervosire l'elettorato con certe tendenze. Peccato! Non gli porterà bene).
Berlusconi? Ma chi dà più retta a Bellicapelli (come lo chiama Travaglio)? Pure sua figlia, ha annunciato che si asterrà. Brava, è giovane, comincia bene!
Si fanno bagnare il naso da Fini, che voterà sì ai fondamentali quesiti referendari.
Che dire del cardinal Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana e vicario del Papa per la diocesi di Roma che ha speso la sua autorità in favore della diserzione alle urne e che vorrebbe tutti i credenti schierati compatti per l'astensione?
Ho conosciuto molti cattolici, ma pochi cristiani. Quante donne cattoliche e cristiane gli volteranno le spalle, senza fare manifesti? Corretto sarebbe stato dire "libertà di voto", ma ci vuole APERTURA MENTALE, AMORE "PER IL PROSSIMO TUO" ANCHE SE DONNA, e coraggio, o il silenzio. Il silenzio non ha fatto mai male a nessuno!
Il Padreterno mica tanto, ma Gesù Cristo amava le donne da sua Madre in giù. Che dirà al Cardinal Ruini quando avrà occasione d'incontrarlo? Quel Gesù lì, è uno che non scherza tanto.
Non vorrei essere al suo posto.
Povero Ruini... uomo lontano dall'amore, dalla realtà e dai bisogni della gente.
Il promuovere l'astensione, da qualsiasi parte arrivi è gravissimo e profondamente diseducativo. Dove va a finire il senso civico? La democrazia garantisce ai propri cittadini diritti in cambio di doveri, e quello del voto è il primo dovere che un cittadino deve esercitare perché una democrazia sia del tutto compiuta.
Veniamo al merito dei quesiti referendari. Ce n'è qualcuno che le sta più a cuore?
No, sono tutti ugualmente importanti. Ma voglio mettere in evidenza un aspetto particolarmente oscurantista di questa legge: l'obbligo del medico ad impiantare un embrione anche se è malato (perché, nella visione ben poco laica che ha ispirato il legislatore, esso è considerato una vita umana, certamente non sarà lui, né la chiesa ad occuparsi del nascituro). Nello stesso tempo, però, la donna mantiene il sacrosanto diritto ad "abortire" fino al terzo mese di gravidanza. Ora, a rigor di logica, le alternative davanti ai nostri occhi sono due: o questo governo indegno di uno Stato laico, ha l'intenzione di abolire prima o poi la legge sull'aborto, oppure gioca sulla pelle di noi donne.
A proposito di donne, non crede che questa battaglia referendaria (anche se è agli inizi) sia considerata dai più come un qualcosa che riguarda, per l'appunto, solo le donne?
Sì, ho avuto questa sgradevole sensazione più volte, e trovo questa idea assolutamente offensiva per gli uomini. La procreazione medicalmente assistita riguarda la coppia che vi fa ricorso, QUINDI MASCHI E FEMMINE. Inoltre uno dei quesiti referendari mira a modificare la legge 40 che proibisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali E QUINDI DANNEGGIA LA RICERCA DI CURE per patologie gravi e invalidanti.
E CREDO CHE LA CURA DI MALATTIE GRAVI NON RIGUARDI SOLO NOI DONNE, SI AMMALANO ANCHE GLI UOMINI... I RE, I PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA, QUELLI DEL CONSIGLIO, GLI ONOREVOLI, I VESCOVI E I PAPI. GLI ONESTI... E PURE GLI INQUISITI.
da C@c@o
http://www.cacaonline.it/
"Quattro volte sì contro una legge indegna di uno stato laico"
L'intervento di Franca Rame per la tutela della salute e il sostegno alla ricerca scientifica
Care donne, Non dimentichiamo! APPENDIAMOCI UN BEL CARTELLO IN CUCINA. Ricordiamoci bene il comportamento di questi "UOMINI" quando andremo a votare!
Innanzitutto, signora Rame, il 12 e 13 giugno lei andrà a votare?
Certamente! E con me ci saranno milioni e milioni di donne e uomini: siamo in tanti in questo paese a ragionare e non sarà facile influenzare le nostre scelte.
E come voterà?
4 volte sì. Sono in pieno accordo con questo referendum: "Sì per nascere guarire e scegliere". Trovo medioevale una legge che entra nel letto dei cittadini. C'è il timore che il referendum sia il martello per sbriciolare e cambiare la 194 (aborto) al di là delle dichiarazioni di facciata. Questa legge colpisce le coppie che "vogliono" un figlio. In più c'è una contraddizione macroscopica nel tutelare e considerare vita l'embrione ma non il feto (la nostra attuale legislazione vieta di operare sugli embrioni ma permette l'aborto). Conosco cattolici in cui cresce il malessere: "Ci hanno messi in un vicolo cieco" ho sentito dire.
Cosa ne pensa, invece, di chi invita ad astenersi?
Vergogna! Stiamo avvicinandoci alle elezioni, riflettano bene i leader dell'Unione e pure quelli di altri partiti con il loro perenne bla-bla-bla-bla: "pagheranno caro", le loro scelte contro "LA DONNA" contro la coppia, contro chi anela d'avere un figlio! Il professor Prodi ha dichiarato a metà la sua decisione, bontà sua, Francesco Rutelli si è preso 10 giorni di tempo per annunciare la sua decisione, ma pare che abbia ormai deciso per l'astensione. UOMINI... (Credevo fosse uno con il cervello aperto, invece mi sembra miri solo a non innervosire l'elettorato con certe tendenze. Peccato! Non gli porterà bene).
Berlusconi? Ma chi dà più retta a Bellicapelli (come lo chiama Travaglio)? Pure sua figlia, ha annunciato che si asterrà. Brava, è giovane, comincia bene!
Si fanno bagnare il naso da Fini, che voterà sì ai fondamentali quesiti referendari.
Che dire del cardinal Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana e vicario del Papa per la diocesi di Roma che ha speso la sua autorità in favore della diserzione alle urne e che vorrebbe tutti i credenti schierati compatti per l'astensione?
Ho conosciuto molti cattolici, ma pochi cristiani. Quante donne cattoliche e cristiane gli volteranno le spalle, senza fare manifesti? Corretto sarebbe stato dire "libertà di voto", ma ci vuole APERTURA MENTALE, AMORE "PER IL PROSSIMO TUO" ANCHE SE DONNA, e coraggio, o il silenzio. Il silenzio non ha fatto mai male a nessuno!
Il Padreterno mica tanto, ma Gesù Cristo amava le donne da sua Madre in giù. Che dirà al Cardinal Ruini quando avrà occasione d'incontrarlo? Quel Gesù lì, è uno che non scherza tanto.
Non vorrei essere al suo posto.
Povero Ruini... uomo lontano dall'amore, dalla realtà e dai bisogni della gente.
Il promuovere l'astensione, da qualsiasi parte arrivi è gravissimo e profondamente diseducativo. Dove va a finire il senso civico? La democrazia garantisce ai propri cittadini diritti in cambio di doveri, e quello del voto è il primo dovere che un cittadino deve esercitare perché una democrazia sia del tutto compiuta.
Veniamo al merito dei quesiti referendari. Ce n'è qualcuno che le sta più a cuore?
No, sono tutti ugualmente importanti. Ma voglio mettere in evidenza un aspetto particolarmente oscurantista di questa legge: l'obbligo del medico ad impiantare un embrione anche se è malato (perché, nella visione ben poco laica che ha ispirato il legislatore, esso è considerato una vita umana, certamente non sarà lui, né la chiesa ad occuparsi del nascituro). Nello stesso tempo, però, la donna mantiene il sacrosanto diritto ad "abortire" fino al terzo mese di gravidanza. Ora, a rigor di logica, le alternative davanti ai nostri occhi sono due: o questo governo indegno di uno Stato laico, ha l'intenzione di abolire prima o poi la legge sull'aborto, oppure gioca sulla pelle di noi donne.
A proposito di donne, non crede che questa battaglia referendaria (anche se è agli inizi) sia considerata dai più come un qualcosa che riguarda, per l'appunto, solo le donne?
Sì, ho avuto questa sgradevole sensazione più volte, e trovo questa idea assolutamente offensiva per gli uomini. La procreazione medicalmente assistita riguarda la coppia che vi fa ricorso, QUINDI MASCHI E FEMMINE. Inoltre uno dei quesiti referendari mira a modificare la legge 40 che proibisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali E QUINDI DANNEGGIA LA RICERCA DI CURE per patologie gravi e invalidanti.
E CREDO CHE LA CURA DI MALATTIE GRAVI NON RIGUARDI SOLO NOI DONNE, SI AMMALANO ANCHE GLI UOMINI... I RE, I PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA, QUELLI DEL CONSIGLIO, GLI ONOREVOLI, I VESCOVI E I PAPI. GLI ONESTI... E PURE GLI INQUISITI.
Per commentare o leggere i commenti a questa news http://www.alcatraz.it/redazione/news/show_news_p.php3?NewsID=2406
Cina
L'Unità 23 Maggio 2005
Shangai brillerà più di New York
NON È UN PAESE è un pianeta intero che promette di essere l’asse attorno a cui girerà la Terra. È una sorpresa, un mistero, un’avventura di cui sappiamo poco o nulla. Su Raitre, per cinque mercoledì, ecco il film che ci svelerà la grande Cina di oggi
di Andrea Guermandi
Luci ed ombre, modernità assoluta e feudalesimo, indigenza e ricchezza sorprendente. Apertura all'Occidente, ma anche minaccia. Baracche e grattacieli impossibili, pezze al culo e nuove mitologie. Comunismo alla vecchia maniera, quello che controlla tutto, che ti instilla valori e ti condiziona la vita, e capitalismo selvaggio. Scalata sociale e licenziamenti alla nuova maniera, ignoranza abissale, con relativo analfabetismo, e tecnologia spinta, futuribile. Pil al 9,5% e welfare disastrato.
Si potrebbe andare avanti all'infinito nella scoperta di un continente lontano geograficamente, ma vicinissimo in quanto a spettri che evoca. Spettri che hanno a che fare con il mercato, con la concorrenza, e, forse, anche con quello strano comunismo che si è sposato, improvvisamente, con le parti più pericolose del capitalismo.
È la Cina che si presenta. Che parla di sé, là dove è possibile, e si gioca la partita del nuovo millennio, agguerrita, pronta a vincere la sfida della globalizzazione. C'è chi dice, anzi, chi profetizza, che sarà il secolo della Cina quello che stiamo faticosamente impostando. C'è chi profetizza che sarà Shangai la capitale del mondo. La Shangai ultramoderna che sta scalzando la Grande Mela e tutto ciò che si porta dietro, tutto ciò che parte da lì per conquistare il nostro mondo.
Ma cosa sappiamo noi della Cina? Sappiamo che ci fa paura, ma che prima, solo qualche tempo fa, attraeva capitali e intraprese perché la manodopera costava niente. Ora chiediamo, qualcuno chiede, dazi proibitivi, misure drastiche di protezionismo, barriere invalicabili. Eppure la Cina è un potenziale incredibile da tutti i punti di vista. Anche per il nostro turismo, per la nostra moda, per la nostra industria.
E, allora, come stanno le cose? Cosa succede? Come dobbiamo leggere la storia, la vita e la cultura di questo miliardo e trecento milioni di esseri umani? Intanto, ascoltiamo le storie che vengono da quel mondo lontano. E vediamolcele comodamente a casa, seduti in poltrona, davanti alla tv. Cinque film documentari, realizzati dalla Movie Movie (che ci ha fatto viaggiare già molte volte in altri mondi lontani), intitolati Buongiorno Cina, storie del secolo cinese, che trasmessi da Raitre - la prima puntata è andata in onda mercoledì 18 maggio, le altre quattro sempre di mercoledì alle ore 23.30 -, ci daranno qualche risposta e ci faranno capire che conoscere un altro popolo è prima di tutto un arricchimento. In totale sono 250 minuti di viaggio (50 minuti a puntata, l'ultima il 15 giugno): «È il tentativo di riflettere - dicono gli autori Nene Grignaffini e Francesco Conversano - sulla realtà attuale della Cina e di offrire elementi per la comprensione di un paese che, in un futuro prossimo, avrà un ruolo da protagonista. Abbiamo realizzato un racconto a più voci dalle quali emergono quelle dei contadini delle campagne cinesi, luogo in cui lo stato di arretratezza, la povertà e le condizioni igienico sanitarie destano grande preoccupazione, tanto da diventare una delle priorità del governo. Nel luminoso scenario la campagna rimane una delle zone d'ombra, insieme alla mancata applicazone dei diritti civili, alle condizioni dei lavoratori, alle problematiche legate all'ambiente». Si parte dalle aree rurali della provincia dello Shanxi, seicento chilometri da Pechino, caratterizzate dalla povertà assoluta, circa 270 euro il reddito annuo, e dal rigido controllo esercitato dal Partito comunista che stabilisce sia i programmi che i problemi da risolvere. Il contadino non si può ammalare perché nessuno gli paga le medicine e nelle campagne non ci sono trattori, ma tutto si lavora a mano, con le zappe e le bestie. Anche in miniera la vita non è diversa ma è difficile che qualcuno dica che si sta male. Meglio, invece, si vive nella provincia del Liaoning, nel nord est della Cina, il cuore dell'industria pesante che fa l'acciaio e il cemento per lo sviluppo del paese. L'operaio, qui, è fiero di lavorare per il partito. Ma anche nell'industria, il repentino passaggio alla privatizzazione ha provocato problemi che ben conosciamo in Occidente: disoccupazione, niente assistenza, migrant workers, circa 140 milioni di contadini che lasciano le campagne per una speranza di un lavoro a Pechino, due euro al giorno di paga quando va bene.
E a Pechino c'è, visibile e roboante, anche l'altra faccia, quella di chi è arrivato, la stilista per le donne grasse e benestanti e l'imprenditrice immobiliare che ha chiamato a raccolta i più grandi nomi dell'architettura per reinterpretare la capitale del nuovo millennio. Così, la città proibita è assediata dai grattacieli e i quartieri tradizionali come gli Hutong lasciano spazio ai nuovi mostruosi cantieri in vista delle Olimpiadi del 2008…
Mille sono le contraddizioni della Cina di oggi. Si rivede piazza Tienanmen e sembra Disneyland, si incontrano Mo Yan, autore di Sorgo rosso, Li Zhensheng, il fotografo della rivoluzione culturale, Zhang Dali, il graffitista che espone in tutto il mondo e i quadri di partito sempre più impegnati in quella nuova avventura che coniuga il regime comunista con il mercato liberista. E si torna nei villaggi, nei quali il vivere è precario e impera la migrazione.
Il viaggio si conclude a Shangai, 17 milioni di abitanti, un moloch di modernità, simbolo del nuovo secolo, che sarà cinese. Consumismo, ricchezza, stili di vita occidentali, grandi società finanziarie. Capitale della moda e della pubblicità, dei nuovi costumi sessuali, del trionfo dei single, della musica, degli affari. Shangai, fa capire il documentario, è una città senza ricordi, illuminata da un vertiginoso e inebriante gioco di luci, in cui una generazone senza memoria corre veloce, evitando il confronto con il proprio passato. È il benessere, dice la stilista delle donne grasse, «né socialismo, né capitalismo, solo benessere». La Cina si mangia la metà del cemento del mondo, ma come l'America delle libertà può lasciar morire chi non ha un lavoro e non si può curare. Lo Stato pensa agli affari, dice un disoccupato. E un operaio delle acciaierie esorcizza il licenziamento: «È un nuovo inizio della vita», dice. L'aria è polverosa, l'inquinamento galoppa, ma i palazzi vengon su come funghi…
Shangai brillerà più di New York
NON È UN PAESE è un pianeta intero che promette di essere l’asse attorno a cui girerà la Terra. È una sorpresa, un mistero, un’avventura di cui sappiamo poco o nulla. Su Raitre, per cinque mercoledì, ecco il film che ci svelerà la grande Cina di oggi
di Andrea Guermandi
Luci ed ombre, modernità assoluta e feudalesimo, indigenza e ricchezza sorprendente. Apertura all'Occidente, ma anche minaccia. Baracche e grattacieli impossibili, pezze al culo e nuove mitologie. Comunismo alla vecchia maniera, quello che controlla tutto, che ti instilla valori e ti condiziona la vita, e capitalismo selvaggio. Scalata sociale e licenziamenti alla nuova maniera, ignoranza abissale, con relativo analfabetismo, e tecnologia spinta, futuribile. Pil al 9,5% e welfare disastrato.
Si potrebbe andare avanti all'infinito nella scoperta di un continente lontano geograficamente, ma vicinissimo in quanto a spettri che evoca. Spettri che hanno a che fare con il mercato, con la concorrenza, e, forse, anche con quello strano comunismo che si è sposato, improvvisamente, con le parti più pericolose del capitalismo.
È la Cina che si presenta. Che parla di sé, là dove è possibile, e si gioca la partita del nuovo millennio, agguerrita, pronta a vincere la sfida della globalizzazione. C'è chi dice, anzi, chi profetizza, che sarà il secolo della Cina quello che stiamo faticosamente impostando. C'è chi profetizza che sarà Shangai la capitale del mondo. La Shangai ultramoderna che sta scalzando la Grande Mela e tutto ciò che si porta dietro, tutto ciò che parte da lì per conquistare il nostro mondo.
Ma cosa sappiamo noi della Cina? Sappiamo che ci fa paura, ma che prima, solo qualche tempo fa, attraeva capitali e intraprese perché la manodopera costava niente. Ora chiediamo, qualcuno chiede, dazi proibitivi, misure drastiche di protezionismo, barriere invalicabili. Eppure la Cina è un potenziale incredibile da tutti i punti di vista. Anche per il nostro turismo, per la nostra moda, per la nostra industria.
E, allora, come stanno le cose? Cosa succede? Come dobbiamo leggere la storia, la vita e la cultura di questo miliardo e trecento milioni di esseri umani? Intanto, ascoltiamo le storie che vengono da quel mondo lontano. E vediamolcele comodamente a casa, seduti in poltrona, davanti alla tv. Cinque film documentari, realizzati dalla Movie Movie (che ci ha fatto viaggiare già molte volte in altri mondi lontani), intitolati Buongiorno Cina, storie del secolo cinese, che trasmessi da Raitre - la prima puntata è andata in onda mercoledì 18 maggio, le altre quattro sempre di mercoledì alle ore 23.30 -, ci daranno qualche risposta e ci faranno capire che conoscere un altro popolo è prima di tutto un arricchimento. In totale sono 250 minuti di viaggio (50 minuti a puntata, l'ultima il 15 giugno): «È il tentativo di riflettere - dicono gli autori Nene Grignaffini e Francesco Conversano - sulla realtà attuale della Cina e di offrire elementi per la comprensione di un paese che, in un futuro prossimo, avrà un ruolo da protagonista. Abbiamo realizzato un racconto a più voci dalle quali emergono quelle dei contadini delle campagne cinesi, luogo in cui lo stato di arretratezza, la povertà e le condizioni igienico sanitarie destano grande preoccupazione, tanto da diventare una delle priorità del governo. Nel luminoso scenario la campagna rimane una delle zone d'ombra, insieme alla mancata applicazone dei diritti civili, alle condizioni dei lavoratori, alle problematiche legate all'ambiente». Si parte dalle aree rurali della provincia dello Shanxi, seicento chilometri da Pechino, caratterizzate dalla povertà assoluta, circa 270 euro il reddito annuo, e dal rigido controllo esercitato dal Partito comunista che stabilisce sia i programmi che i problemi da risolvere. Il contadino non si può ammalare perché nessuno gli paga le medicine e nelle campagne non ci sono trattori, ma tutto si lavora a mano, con le zappe e le bestie. Anche in miniera la vita non è diversa ma è difficile che qualcuno dica che si sta male. Meglio, invece, si vive nella provincia del Liaoning, nel nord est della Cina, il cuore dell'industria pesante che fa l'acciaio e il cemento per lo sviluppo del paese. L'operaio, qui, è fiero di lavorare per il partito. Ma anche nell'industria, il repentino passaggio alla privatizzazione ha provocato problemi che ben conosciamo in Occidente: disoccupazione, niente assistenza, migrant workers, circa 140 milioni di contadini che lasciano le campagne per una speranza di un lavoro a Pechino, due euro al giorno di paga quando va bene.
E a Pechino c'è, visibile e roboante, anche l'altra faccia, quella di chi è arrivato, la stilista per le donne grasse e benestanti e l'imprenditrice immobiliare che ha chiamato a raccolta i più grandi nomi dell'architettura per reinterpretare la capitale del nuovo millennio. Così, la città proibita è assediata dai grattacieli e i quartieri tradizionali come gli Hutong lasciano spazio ai nuovi mostruosi cantieri in vista delle Olimpiadi del 2008…
Mille sono le contraddizioni della Cina di oggi. Si rivede piazza Tienanmen e sembra Disneyland, si incontrano Mo Yan, autore di Sorgo rosso, Li Zhensheng, il fotografo della rivoluzione culturale, Zhang Dali, il graffitista che espone in tutto il mondo e i quadri di partito sempre più impegnati in quella nuova avventura che coniuga il regime comunista con il mercato liberista. E si torna nei villaggi, nei quali il vivere è precario e impera la migrazione.
Il viaggio si conclude a Shangai, 17 milioni di abitanti, un moloch di modernità, simbolo del nuovo secolo, che sarà cinese. Consumismo, ricchezza, stili di vita occidentali, grandi società finanziarie. Capitale della moda e della pubblicità, dei nuovi costumi sessuali, del trionfo dei single, della musica, degli affari. Shangai, fa capire il documentario, è una città senza ricordi, illuminata da un vertiginoso e inebriante gioco di luci, in cui una generazone senza memoria corre veloce, evitando il confronto con il proprio passato. È il benessere, dice la stilista delle donne grasse, «né socialismo, né capitalismo, solo benessere». La Cina si mangia la metà del cemento del mondo, ma come l'America delle libertà può lasciar morire chi non ha un lavoro e non si può curare. Lo Stato pensa agli affari, dice un disoccupato. E un operaio delle acciaierie esorcizza il licenziamento: «È un nuovo inizio della vita», dice. L'aria è polverosa, l'inquinamento galoppa, ma i palazzi vengon su come funghi…
cosa fa Cofferati a Bologna?
Corriere della Sera 23.5.05
Revelli: così sbaglia, ha ignorato le ingiustizie
Alessandro Trocino
«Credo che a Bologna si scarichi lo stato di tensione che attraversa il centrosinistra. Ma ho anche l’impressione che molte cose non abbiano funzionato».
Quali?
«La candidatura, per esempio. Cofferati è arrivato a Bologna da paracadutista, in modo repentino, mentre seguiva tutt’altra parabola. Il suo atterraggio è parso casuale e sbagliato nei confronti del territorio».
Un vizio di origine, dunque?
«Sì, credo che questo pesi nel disagio attuale. Cofferati ha portato in una società aperta, capace di metabolizzare la trasgressione, uno stile di governo che sa d’importazione asburgica, da lombardo-veneto, con una logica a tratti molto sgradevole».
Per esempio?
«Penso alle ruspe nel campo Rom. Le cattive amministrazioni sono brave a mostrare i muscoli con i più deboli. E’ una spia della sordità burocratica alle emergenze umane. E poi gli arresti, anche se non sono di diretta responsabilità del sindaco».
Arresti illegittimi?
«Sono un eccesso repressivo, di fronte a un’esplicita pratica non violenta. Quei ragazzini hanno occupato un locale solo per fare fotocopie senza pagare: si mettono le manette a loro mentre in Italia dilagano pescecani e palesi forme di illegalità dei colletti bianchi».
La legalità, per il sindaco, è un valore di sinistra. Cremaschi (Cgil) parla invece di «legalità democratica».
«E’ un falso problema, tutti sono contro il disordine, forse persino i disobbedienti. Ma a sinistra la legalità non può essere separata da un’idea di giustizia sostanziale. Non si può parlare di legalità senza parlare di ingiustizie».
Bertinotti difende le occupazioni e le altre «pratiche sociali» illegali. Non è un ritorno al passato?
«No, non violenza non significa affatto conciliazione. Anche Capitini sosteneva le azioni illegali non violente: a condizione che chi le compie, se ne assuma poi tutta la responsabilità».
È giusto occupare dunque?
«Se sono edifici vuoti e in sfacelo, ci penserei dieci volte prima di mandare la forza pubblica. Piuttosto aprirei un dialogo. Cofferati non ha mantenuto le promesse elettorali di democrazia partecipativa. Stupisce come questo strumento di inclusione sia restato lettera morta. E’ un limite culturale grave. Cofferati rischia di amministrare dall’alto, con stile centralistico, come nella sua Cgil».
Dunque se l’aspettava?
«Sì. Come chiunque conosca il caso di Mario Agostinelli, il segretario lombardo rimosso con autoritarismo perché non in linea con lui».
Piazza Verdi, dicono in molti, è diventato luogo di spaccio e criminalità.
«Ma non si risolve niente con quella sorta di proibizionismo di quartiere che proibisce il consumo della birra in strada».
E il problema in giunta con Rifondazione?
«Non credo che la questione politica sia centrale. E’ piuttosto la crisi di un modo di amministrare. Certo, se questo è il modello per un futuro governo di centrosinistra, allora è davvero preoccupante».
ed ecco cosa ne dice Cofferati:
La Stampa 23 Maggio 2005
Cofferati: io sto dalla parte dei poliziotti
«I ragazzi arrestati dopo un'occupazione? La loro azione non era legittima. E poi sono stati commessi altri reati che vanno perseguiti. Mi schiero con i proprietari maltrattati e con gli agenti malmenati»
NON sappiamo se esiste un caso Bologna. Se non c'è, però, ci sarà. C'è un sindaco che va diritto per la sua strada, come un tedesco, altro che cinese: «C'è un programma. L'abbiamo fatto tutti insieme. Bisogna attenersi a quel programma». E basta. Il giorno dopo, Cofferati raddoppia. L'eco dei no global s'è stemperato. Quello delle polemiche no. Il sindaco dice che lui starà «sempre dalla parte dei poliziotti malmenati», che «i reati vanno puniti», che «a chi non vuole sentire parlare di legalità continuerò a ripeterlo fino alla noia», e soprattutto dice che «su questi temi nelle prossime settimane presenterò un ordine del giorno da discutere, valutare e votare. La giunta sarà quella che uscirà da quella discussione, da quella valutazione e da quel voto. Io non cambio programma, temo sia necessario stabilire un punto fermo sui punti controversi». E a chi non gli basta e gli chiede se questo significa che quelli che non saranno d'accordo dovranno uscire dalla maggioranza, risponde senza tentennamenti, un sorriso nella barba e gli occhi diritti: «Sì». Pausa, altro sorriso: «Vuole altre parole?». No, non ce n'è bisogno. Verdi e Rifondazione sono avvisati.
Fuori, nella piazza grande piena di sole, ci sono rimasti gli ultimi segni del corteo che doveva far tremare Cofferati e la sua giunta, e che invece si è consumato «nel rispetto della legalità», come chiedeva lui, il sindaco che doveva venire dal movimento e dai girotondi e che invece chissà dove va. Ci lascia pure un commento su Prodi e Rutelli, sull'Unione divisa, a noi che lo asfissiamo: «Credo che ci sia bisogno di una discussione esplicita e molto aperta, nel vasto schieramento del centrosinistra. Ritorno a una delle mie vecchie convinzioni. Prima, è necessario fare un programma, e poi concordare le forme e le modalità nella gestione, perché altrimenti rischiamo di non essere capiti. Se mi chiedi se è meglio stare insieme o separati, la risposta è persino ovvia. Però l'unità è fatta di aggregazione di cose. Per questo penso soprattutto che una discussione sul merito e sul programma da presentare, possa aiutare una discussione sul resto, sulle forme e gli schieramenti. Poi penso anche altro, ma non lo dico. Almeno oggi». E' solo una mezza risposta. Ma oggi si parla d'altro, e anche se non lo dice e non lo ammette, il cinese - o il tedesco? - si gode la sua vittoria.
Sindaco, facciamo un bilancio, tanto per cominciare. Come è andata?
Cofferati dice che è contento «per come si sono svolte le iniziative di ieri, in una città che ha rispettato chi manifestava, senza timori e senza interrompere la vita normale. Manifestare le proprie idee fa parte della democrazia, purché si rispetti gli altri».
E per quello che era successo prima, per i tre ragazzi arrestati dopo un'occupazione?
«Io ho il massimo rispetto dei magistrati e del loro lavoro. L'autonomia dei magistrati è uno dei pilastri della democrazia. Mai mi sono permesso di configurare anche solo uno sconfinamento di campo: e mai lo accetterei in senso inverso. Quindi non giudico. Posso solo commentare. I magistrati ipotizzano come aggravante un ipotetico disegno eversivo. Personalmente non credo che esista un rischio di questa natura, ma è solo una valutazione personale. Vorrei però che non si dimenticasse che questa aggravante si aggiunge a dei reati che nessuno degli arrestati e dei suoi avvocati ha mai smentito. Occupazione, e maltrattamento nei confronti dei proprietari e dei poliziotti. Ecco, vorrei che noi ci soffermassimo su questi reati. Credo che i reati vadano perseguiti. Chiariamo: il sindaco di Bologna sta con i proprietari maltrattati e con i poliziotti malmenati. A chi dice che l'occupazione è legittima dico che non è così. A chi non vuol sentire parlare di legalità continuerò a ripeterlo, perché nella mia città la legalità è coniugata alla solidarietà e alla giustizia, soprattutto nei confronti dei più deboli. Quando ci si trova di fronte a dei reati non è concesso a nessuno girare la testa dall'altra parte».
Gli chiedono un giudizio su Verdi e Rifondazione che avevano partecipato al corteo di sabato. E' l'unica volta che glissa: «Mi è parsa una manifestazione schizofrenica. La prima parte del corteo aveva come obiettivo la giunta e il sindaco. La seconda non era d'accordo». Come dire: non sappiamo dove stavano loro. «Poi non posso dire altro. Ognuno risponde come vuole ai suoi elettori».
Gli riportiamo una tesi di Luca Casarini, leader dei disobbedienti: Bologna è un laboratorio per il governo del futuro, con la Margherita che apre a destra e l'espulsione delle ali estreme di Rifondazione e dei movimenti.
Che ne pensa?
«Che sono fantasie. Penso che non ci sia nessun disegno, niente di tutte queste dietrologie assurde. Invece, la verità è un'altra, e non cerchiamo giustificazioni e spiegazioni che non esistono. Credo che occupare e picchiare proprietari e poliziotti sia considerato inaccettabile da parte di tutto il centro sinistra. Il resto sono solo fantasie».
A Roma un gruppo simile a quello di Bologna, fa iniziative assieme al sindaco Veltroni, che gli ha dato pure dei soldi. Perché questa differenza fra due sindaci di sinistra?
«Guardi, qui parliamo di una cosa ben precisa. Ci sono tre reati, lo ripeto. Non mi pare che a Roma sia capitata la stessa cosa. Se succedesse, non so come si comporterebbe il sindaco. Quindi non sono in grado di rispondere».
Ma se si trattasse solo di occupazione, aprirebbe una discussione con loro?
«No. Considero l'occupazione una cosa sbagliata. Io sono contrario. Sia chiaro che se ci sono persone in lista d'attesa, che aspettano la casa da tantissimo tempo, quelli sono i legittimi assegnatari. Non possiamo imporre di mandare nelle case chi piace a noi, superando i tempi e i diritti».
Ma non ha paura di dare di sé l'immagine di una figura autoritaria?
«Non mi pare che il sindaco abbia promosso azioni antilibertarie. Ho insultato qualcuno? Ho preparato leggi repressive? Ho picchiato qualcuno? Le mie porte sono sempre aperte. Adesso è singolare questa cosa. La destra diventa paladina dell'estrema sinistra e mi accusa di essere autoritario».
Forse è l'immagine che dà. Per esempio, durante la trattativa con i dipendenti...
«Ma quella trattativa si è aperta e chiusa in due giorni. C'era un accordo senza copertura, e io non potevo fare altrimenti. E alla fine tutti hanno capito».
Prendiamola da un altro punto di vista: Bologna è il modello del futuro governo di centrosinistra?
«Sono il sindaco di Bologna. Lontano da me l'idea di fare qualcosa a Bologna per influenzare Roma. Non mi sentirete mai utilizzare la parola laboratorio. Non siamo il luogo di nessuna sperimentazione».
Ma durante tutta questa polemica ha avvertito una scarsa solidarietà da parte del centrosinistra?
«No. Non mi sembra. E' una sua sensazione. Io ce n'ho un'altra. No, non sono mai stato solo».
Chiude così, il giorno dopo. L'ultimo sorriso quando uno gli chiede se non ha mai partecipato come sindacalista a un'azione illegale tipo picchetto. «Guardi che il picchetto non è un reato». Ma come? Mai ricevuta una denuncia? «No. E' grave? Devo tornare indietro? Se la cosa le dispiace, non so che farci. Ho mai fatto galera. Per lei vuol dire che ho fatto male il sindacalista? La verità è che il rispetto degli altri nelle lotte sindacali è sempre stato alla base di qualsiasi rapporto. Cominciamo a sfatare delle leggende». Cominciamo.
Revelli: così sbaglia, ha ignorato le ingiustizie
Alessandro Trocino
- Marco Revelli, bolognese, è condirettore della «Rivista Italiana di Scienza Politica», e professore di Scienza politica nell’Università di Bologna. Il suo libro più recente è «Il sistema politico italiano»
«Credo che a Bologna si scarichi lo stato di tensione che attraversa il centrosinistra. Ma ho anche l’impressione che molte cose non abbiano funzionato».
Quali?
«La candidatura, per esempio. Cofferati è arrivato a Bologna da paracadutista, in modo repentino, mentre seguiva tutt’altra parabola. Il suo atterraggio è parso casuale e sbagliato nei confronti del territorio».
Un vizio di origine, dunque?
«Sì, credo che questo pesi nel disagio attuale. Cofferati ha portato in una società aperta, capace di metabolizzare la trasgressione, uno stile di governo che sa d’importazione asburgica, da lombardo-veneto, con una logica a tratti molto sgradevole».
Per esempio?
«Penso alle ruspe nel campo Rom. Le cattive amministrazioni sono brave a mostrare i muscoli con i più deboli. E’ una spia della sordità burocratica alle emergenze umane. E poi gli arresti, anche se non sono di diretta responsabilità del sindaco».
Arresti illegittimi?
«Sono un eccesso repressivo, di fronte a un’esplicita pratica non violenta. Quei ragazzini hanno occupato un locale solo per fare fotocopie senza pagare: si mettono le manette a loro mentre in Italia dilagano pescecani e palesi forme di illegalità dei colletti bianchi».
La legalità, per il sindaco, è un valore di sinistra. Cremaschi (Cgil) parla invece di «legalità democratica».
«E’ un falso problema, tutti sono contro il disordine, forse persino i disobbedienti. Ma a sinistra la legalità non può essere separata da un’idea di giustizia sostanziale. Non si può parlare di legalità senza parlare di ingiustizie».
Bertinotti difende le occupazioni e le altre «pratiche sociali» illegali. Non è un ritorno al passato?
«No, non violenza non significa affatto conciliazione. Anche Capitini sosteneva le azioni illegali non violente: a condizione che chi le compie, se ne assuma poi tutta la responsabilità».
È giusto occupare dunque?
«Se sono edifici vuoti e in sfacelo, ci penserei dieci volte prima di mandare la forza pubblica. Piuttosto aprirei un dialogo. Cofferati non ha mantenuto le promesse elettorali di democrazia partecipativa. Stupisce come questo strumento di inclusione sia restato lettera morta. E’ un limite culturale grave. Cofferati rischia di amministrare dall’alto, con stile centralistico, come nella sua Cgil».
Dunque se l’aspettava?
«Sì. Come chiunque conosca il caso di Mario Agostinelli, il segretario lombardo rimosso con autoritarismo perché non in linea con lui».
Piazza Verdi, dicono in molti, è diventato luogo di spaccio e criminalità.
«Ma non si risolve niente con quella sorta di proibizionismo di quartiere che proibisce il consumo della birra in strada».
E il problema in giunta con Rifondazione?
«Non credo che la questione politica sia centrale. E’ piuttosto la crisi di un modo di amministrare. Certo, se questo è il modello per un futuro governo di centrosinistra, allora è davvero preoccupante».
ed ecco cosa ne dice Cofferati:
La Stampa 23 Maggio 2005
Cofferati: io sto dalla parte dei poliziotti
«I ragazzi arrestati dopo un'occupazione? La loro azione non era legittima. E poi sono stati commessi altri reati che vanno perseguiti. Mi schiero con i proprietari maltrattati e con gli agenti malmenati»
NON sappiamo se esiste un caso Bologna. Se non c'è, però, ci sarà. C'è un sindaco che va diritto per la sua strada, come un tedesco, altro che cinese: «C'è un programma. L'abbiamo fatto tutti insieme. Bisogna attenersi a quel programma». E basta. Il giorno dopo, Cofferati raddoppia. L'eco dei no global s'è stemperato. Quello delle polemiche no. Il sindaco dice che lui starà «sempre dalla parte dei poliziotti malmenati», che «i reati vanno puniti», che «a chi non vuole sentire parlare di legalità continuerò a ripeterlo fino alla noia», e soprattutto dice che «su questi temi nelle prossime settimane presenterò un ordine del giorno da discutere, valutare e votare. La giunta sarà quella che uscirà da quella discussione, da quella valutazione e da quel voto. Io non cambio programma, temo sia necessario stabilire un punto fermo sui punti controversi». E a chi non gli basta e gli chiede se questo significa che quelli che non saranno d'accordo dovranno uscire dalla maggioranza, risponde senza tentennamenti, un sorriso nella barba e gli occhi diritti: «Sì». Pausa, altro sorriso: «Vuole altre parole?». No, non ce n'è bisogno. Verdi e Rifondazione sono avvisati.
Fuori, nella piazza grande piena di sole, ci sono rimasti gli ultimi segni del corteo che doveva far tremare Cofferati e la sua giunta, e che invece si è consumato «nel rispetto della legalità», come chiedeva lui, il sindaco che doveva venire dal movimento e dai girotondi e che invece chissà dove va. Ci lascia pure un commento su Prodi e Rutelli, sull'Unione divisa, a noi che lo asfissiamo: «Credo che ci sia bisogno di una discussione esplicita e molto aperta, nel vasto schieramento del centrosinistra. Ritorno a una delle mie vecchie convinzioni. Prima, è necessario fare un programma, e poi concordare le forme e le modalità nella gestione, perché altrimenti rischiamo di non essere capiti. Se mi chiedi se è meglio stare insieme o separati, la risposta è persino ovvia. Però l'unità è fatta di aggregazione di cose. Per questo penso soprattutto che una discussione sul merito e sul programma da presentare, possa aiutare una discussione sul resto, sulle forme e gli schieramenti. Poi penso anche altro, ma non lo dico. Almeno oggi». E' solo una mezza risposta. Ma oggi si parla d'altro, e anche se non lo dice e non lo ammette, il cinese - o il tedesco? - si gode la sua vittoria.
Sindaco, facciamo un bilancio, tanto per cominciare. Come è andata?
Cofferati dice che è contento «per come si sono svolte le iniziative di ieri, in una città che ha rispettato chi manifestava, senza timori e senza interrompere la vita normale. Manifestare le proprie idee fa parte della democrazia, purché si rispetti gli altri».
E per quello che era successo prima, per i tre ragazzi arrestati dopo un'occupazione?
«Io ho il massimo rispetto dei magistrati e del loro lavoro. L'autonomia dei magistrati è uno dei pilastri della democrazia. Mai mi sono permesso di configurare anche solo uno sconfinamento di campo: e mai lo accetterei in senso inverso. Quindi non giudico. Posso solo commentare. I magistrati ipotizzano come aggravante un ipotetico disegno eversivo. Personalmente non credo che esista un rischio di questa natura, ma è solo una valutazione personale. Vorrei però che non si dimenticasse che questa aggravante si aggiunge a dei reati che nessuno degli arrestati e dei suoi avvocati ha mai smentito. Occupazione, e maltrattamento nei confronti dei proprietari e dei poliziotti. Ecco, vorrei che noi ci soffermassimo su questi reati. Credo che i reati vadano perseguiti. Chiariamo: il sindaco di Bologna sta con i proprietari maltrattati e con i poliziotti malmenati. A chi dice che l'occupazione è legittima dico che non è così. A chi non vuol sentire parlare di legalità continuerò a ripeterlo, perché nella mia città la legalità è coniugata alla solidarietà e alla giustizia, soprattutto nei confronti dei più deboli. Quando ci si trova di fronte a dei reati non è concesso a nessuno girare la testa dall'altra parte».
Gli chiedono un giudizio su Verdi e Rifondazione che avevano partecipato al corteo di sabato. E' l'unica volta che glissa: «Mi è parsa una manifestazione schizofrenica. La prima parte del corteo aveva come obiettivo la giunta e il sindaco. La seconda non era d'accordo». Come dire: non sappiamo dove stavano loro. «Poi non posso dire altro. Ognuno risponde come vuole ai suoi elettori».
Gli riportiamo una tesi di Luca Casarini, leader dei disobbedienti: Bologna è un laboratorio per il governo del futuro, con la Margherita che apre a destra e l'espulsione delle ali estreme di Rifondazione e dei movimenti.
Che ne pensa?
«Che sono fantasie. Penso che non ci sia nessun disegno, niente di tutte queste dietrologie assurde. Invece, la verità è un'altra, e non cerchiamo giustificazioni e spiegazioni che non esistono. Credo che occupare e picchiare proprietari e poliziotti sia considerato inaccettabile da parte di tutto il centro sinistra. Il resto sono solo fantasie».
A Roma un gruppo simile a quello di Bologna, fa iniziative assieme al sindaco Veltroni, che gli ha dato pure dei soldi. Perché questa differenza fra due sindaci di sinistra?
«Guardi, qui parliamo di una cosa ben precisa. Ci sono tre reati, lo ripeto. Non mi pare che a Roma sia capitata la stessa cosa. Se succedesse, non so come si comporterebbe il sindaco. Quindi non sono in grado di rispondere».
Ma se si trattasse solo di occupazione, aprirebbe una discussione con loro?
«No. Considero l'occupazione una cosa sbagliata. Io sono contrario. Sia chiaro che se ci sono persone in lista d'attesa, che aspettano la casa da tantissimo tempo, quelli sono i legittimi assegnatari. Non possiamo imporre di mandare nelle case chi piace a noi, superando i tempi e i diritti».
Ma non ha paura di dare di sé l'immagine di una figura autoritaria?
«Non mi pare che il sindaco abbia promosso azioni antilibertarie. Ho insultato qualcuno? Ho preparato leggi repressive? Ho picchiato qualcuno? Le mie porte sono sempre aperte. Adesso è singolare questa cosa. La destra diventa paladina dell'estrema sinistra e mi accusa di essere autoritario».
Forse è l'immagine che dà. Per esempio, durante la trattativa con i dipendenti...
«Ma quella trattativa si è aperta e chiusa in due giorni. C'era un accordo senza copertura, e io non potevo fare altrimenti. E alla fine tutti hanno capito».
Prendiamola da un altro punto di vista: Bologna è il modello del futuro governo di centrosinistra?
«Sono il sindaco di Bologna. Lontano da me l'idea di fare qualcosa a Bologna per influenzare Roma. Non mi sentirete mai utilizzare la parola laboratorio. Non siamo il luogo di nessuna sperimentazione».
Ma durante tutta questa polemica ha avvertito una scarsa solidarietà da parte del centrosinistra?
«No. Non mi sembra. E' una sua sensazione. Io ce n'ho un'altra. No, non sono mai stato solo».
Chiude così, il giorno dopo. L'ultimo sorriso quando uno gli chiede se non ha mai partecipato come sindacalista a un'azione illegale tipo picchetto. «Guardi che il picchetto non è un reato». Ma come? Mai ricevuta una denuncia? «No. E' grave? Devo tornare indietro? Se la cosa le dispiace, non so che farci. Ho mai fatto galera. Per lei vuol dire che ho fatto male il sindacalista? La verità è che il rispetto degli altri nelle lotte sindacali è sempre stato alla base di qualsiasi rapporto. Cominciamo a sfatare delle leggende». Cominciamo.
il professor Severino sulla scienza e il destino
La Stampa 23 Maggio 2005
IL FILOSOFO, AL CENTRO DI UNA POLEMICA CON LA CHIESA SULL’EMBRIONE, AFFRONTA I DILEMMI MORALI IN VISTA DELL’APPUNTAMENTO DEL 12 E 13 GIUGNO
Severino: voterò quattro sì
(...)
La scienza? Il mondo moderno è destinato alla sua dominazione»
PER parlare del referendum sulla procreazione assistita del 12 e 13 giugno e dei dilemmi morali che questa consultazione suscita nella coscienza dell’uomo, chi meglio del più famoso filosofo dell’”essere”, Emanuele Severino?
Protagonista, nell’ormai lontano 1969, di una sua clamorosa espulsione dall’Università Cattolica di Milano, è, oggi, al centro di una polemica filosofica con la posizione della Chiesa sull’embrione. D’altra parte, il suo giudizio sulla scienza e sul suo potere nella società contemporanea ha sollevato molte accuse proprio dal mondo scientifico.
Professore, che cosa farà il 12 giugno?
«Andrò a votare e voterò 4 sì, pur sapendo che le scelte pratico-politiche sono sempre degli accomodamenti: non siamo davanti a uno scontro fra il bene e il male assoluto».
Approverà, quindi, pure la fecondazione eterologa, una possibilità che solleva qualche dubbio anche in molti fautori del sì per gli altri tre quesiti.
«Conosco le preoccupazioni che suscita, ma non le ritengo così gravi: se la coppia non può avere figli in altro modo e se è una scelta consapevole e matura, non vedo perchè si debba contrastare questo desiderio. Si paventano difficoltà psicologiche per il figlio o per la coppia, ma ci sono casi analoghi dove l’esperienza, in generale, ci rassicura: figli adulterini o di una madre che si è risposata. Non mi sembra, questo, un argomento decisivo per dire di no».
Ci sono critiche, anche in campo cattolico, per il suggerimento all’astensione formulato dalla Chiesa: alcuni, giudicano che immiserisca, con un espediente tecnico, una battaglia morale. Altri, la ritengono addirittura illegittima.
«Non capisco perchè: l’astensione è perfettamente legittima e, dal punto di vista della Chiesa, persino opportuna. I vescovi hanno tutto il diritto di suggerire ai cattolici questa scelta».
Eppure lei ritiene assurda la tesi che l’embrione sia già persona fin dal primo momento. Aveva ragione, allora, San Tommaso, il quale sosteneva che Dio immettesse l’anima nell’uomo solo al terzo mese?
«Io mi limito a tirare le conseguenze dalle premesse sostenute dalla Chiesa e dico che, dal punto di vista della coerenza logica, ha più ragione Tommaso che, pur essendo tuttora il pilastro della concezione cattolica, su questo punto è stato lasciato da parte. Ciò non significa che sia d’accordo con lui».
Non ritiene che, in un momento in cui il potere della scienza incute un certo timore per le conseguenze della sua assoluta libertà d’azione, ci si rivolga al Papa e alla Chiesa come l’unica fonte residua di autorità morale? Capisco che rivolgere questa domanda a un duro critico della scienza...
«E’ proprio qui che sbaglia. Non capisco come si possa equivocare al tal punto la mia posizione da definirmi critico della scienza. Una filosofia che dica alla scienza come debba procedere, che le insegni il mestiere, è un’idiozia. Semmai, la filosofia scava al di sotto della dimensione in cui la scienza procede, non per farla franare, ma per capire che cos’è, nel profondo, quel sapere scientifico che, procedendo in modo così rapido, non ha tempo e voglia di guardare a sè stesso e di riflettere sulla propria essenza. Anzi, da sempre, da decenni, sostengo che la civiltà occidentale è destinata alla dominazione della tecnica guidata dalla scienza».
Ma come? Alcuni le imputano addirittura la colpa di aver contribuito all’arretratezza della cultura scientifica nel nostro paese.
«Guardi, se non avessi studiato filosofia, avrei fatto l’ingegnere. Mia figlia si è laureata in matematica, mio nipote si iscriverà a ingegneria elettronica. In casa mia, come vede,non c’è affatto un atteggiamento antiscientifico. La dominazione della tecnica sul mondo moderno non è un fatto, ma un destino. Il pensiero filosofico degli ultimi due secoli ha detto alla tecnica: non hai, davanti a te, alcun limite assoluto, non c’è, davanti a te, un ordinamento divino, immutabile, eterno come quello evocato dai greci fino a Hegel. Davanti a te si estende una pianura senza ostacoli, se gli uomini ti metteranno ostacoli saranno costituiti dalle leggi del diritto positivo e non del diritto naturale».
Ecco perchè il suo potere suscita diffidenza e si sente il bisogno di un’autorità morale che la controlli, come, per esempio, sulla fecondazione assistita.
«Ma no...non è vero che si stia andando verso un abbandono degli aiuti offerti dal sapere scientifico per affidarsi all’autorità morale del Pontefice. Il declino di quella tradizione filosofica di cui abbiamo parlato prima,che comprende la religione, la metafisica, l’umanesimo, ma anche il capitalismo e la democrazia, non avviene di colpo. L’attuale reviviscenza del cristianesimo potrebbe essere paragonata a quei bagliori di sole che accompagnano il tramonto e che illudono su un possibile suo ritorno sopra l’orizzonte».
La gente, proprio al tramonto, avverte un brivido di paura, non crede?
«Certo. La gente è come un trapezista che sta lasciando il suo attrezzo per volare, senza rete, ad afferrare l’altro. Abbandona il rimedio della sapienza filosofico-religiosa tradizionale e vede nella scienza e nella tecnica soltanto l’aspetto macchinistico, disumano, astratto e, in questo periodo, è alla ricerca di un sostegno, di un’autorità morale. E’ una fase transitoria, ma drammatica. Il Dio che tramonta è la nostra fede umana in lui. In passato, Dio era il limite supremo di ogni nostra azione».
È, comunque, un passaggio disperante.
«Perchè siamo all’interno di un tratto di strada, oltre al quale la strada, però, continua. Vede, la strada di cui stiamo parlando attraversa un campo che è la coscienza dell’eternità di tutte le cose e di noi stessi e la disperazione di cui lei parla è solo di chi percorre quella strada senza vedere il campo che attraversa, il campo della gioia. E’ quello che Dante chiama ‘il paese sincero’ e per il quale si possono usare anche quelle bellissime parole di Spinoza: ”Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”».
È la filosofia, allora, che ci può consolare?
«La filosofia nasce proprio come “consolatio”. A questo compito si è sottratta negli ultimi due secoli perchè percorsa da un nichilismo di fondo, dimenticando l’antica vocazione salvifica del pensiero tradizionale».
Sì, ma la sua filosofia è consolatoria o disperante?
«C’è una partita doppia. Da una parte, indico “quel paese sincero”, quel campo della gioia di cui parlavo prima. Dall’altra, do una, anzi due mani, per camminare su quella difficile strada. Tanto è vero, e così torniamo all’argomento iniziale del referendum sulla procreazione assistita, che voterò sì, in senso laico e nel senso dell’alleanza con la cultura filosofica e scientifica del nostro tempo».
IL FILOSOFO, AL CENTRO DI UNA POLEMICA CON LA CHIESA SULL’EMBRIONE, AFFRONTA I DILEMMI MORALI IN VISTA DELL’APPUNTAMENTO DEL 12 E 13 GIUGNO
Severino: voterò quattro sì
(...)
La scienza? Il mondo moderno è destinato alla sua dominazione»
PER parlare del referendum sulla procreazione assistita del 12 e 13 giugno e dei dilemmi morali che questa consultazione suscita nella coscienza dell’uomo, chi meglio del più famoso filosofo dell’”essere”, Emanuele Severino?
Protagonista, nell’ormai lontano 1969, di una sua clamorosa espulsione dall’Università Cattolica di Milano, è, oggi, al centro di una polemica filosofica con la posizione della Chiesa sull’embrione. D’altra parte, il suo giudizio sulla scienza e sul suo potere nella società contemporanea ha sollevato molte accuse proprio dal mondo scientifico.
Professore, che cosa farà il 12 giugno?
«Andrò a votare e voterò 4 sì, pur sapendo che le scelte pratico-politiche sono sempre degli accomodamenti: non siamo davanti a uno scontro fra il bene e il male assoluto».
Approverà, quindi, pure la fecondazione eterologa, una possibilità che solleva qualche dubbio anche in molti fautori del sì per gli altri tre quesiti.
«Conosco le preoccupazioni che suscita, ma non le ritengo così gravi: se la coppia non può avere figli in altro modo e se è una scelta consapevole e matura, non vedo perchè si debba contrastare questo desiderio. Si paventano difficoltà psicologiche per il figlio o per la coppia, ma ci sono casi analoghi dove l’esperienza, in generale, ci rassicura: figli adulterini o di una madre che si è risposata. Non mi sembra, questo, un argomento decisivo per dire di no».
Ci sono critiche, anche in campo cattolico, per il suggerimento all’astensione formulato dalla Chiesa: alcuni, giudicano che immiserisca, con un espediente tecnico, una battaglia morale. Altri, la ritengono addirittura illegittima.
«Non capisco perchè: l’astensione è perfettamente legittima e, dal punto di vista della Chiesa, persino opportuna. I vescovi hanno tutto il diritto di suggerire ai cattolici questa scelta».
Eppure lei ritiene assurda la tesi che l’embrione sia già persona fin dal primo momento. Aveva ragione, allora, San Tommaso, il quale sosteneva che Dio immettesse l’anima nell’uomo solo al terzo mese?
«Io mi limito a tirare le conseguenze dalle premesse sostenute dalla Chiesa e dico che, dal punto di vista della coerenza logica, ha più ragione Tommaso che, pur essendo tuttora il pilastro della concezione cattolica, su questo punto è stato lasciato da parte. Ciò non significa che sia d’accordo con lui».
Non ritiene che, in un momento in cui il potere della scienza incute un certo timore per le conseguenze della sua assoluta libertà d’azione, ci si rivolga al Papa e alla Chiesa come l’unica fonte residua di autorità morale? Capisco che rivolgere questa domanda a un duro critico della scienza...
«E’ proprio qui che sbaglia. Non capisco come si possa equivocare al tal punto la mia posizione da definirmi critico della scienza. Una filosofia che dica alla scienza come debba procedere, che le insegni il mestiere, è un’idiozia. Semmai, la filosofia scava al di sotto della dimensione in cui la scienza procede, non per farla franare, ma per capire che cos’è, nel profondo, quel sapere scientifico che, procedendo in modo così rapido, non ha tempo e voglia di guardare a sè stesso e di riflettere sulla propria essenza. Anzi, da sempre, da decenni, sostengo che la civiltà occidentale è destinata alla dominazione della tecnica guidata dalla scienza».
Ma come? Alcuni le imputano addirittura la colpa di aver contribuito all’arretratezza della cultura scientifica nel nostro paese.
«Guardi, se non avessi studiato filosofia, avrei fatto l’ingegnere. Mia figlia si è laureata in matematica, mio nipote si iscriverà a ingegneria elettronica. In casa mia, come vede,non c’è affatto un atteggiamento antiscientifico. La dominazione della tecnica sul mondo moderno non è un fatto, ma un destino. Il pensiero filosofico degli ultimi due secoli ha detto alla tecnica: non hai, davanti a te, alcun limite assoluto, non c’è, davanti a te, un ordinamento divino, immutabile, eterno come quello evocato dai greci fino a Hegel. Davanti a te si estende una pianura senza ostacoli, se gli uomini ti metteranno ostacoli saranno costituiti dalle leggi del diritto positivo e non del diritto naturale».
Ecco perchè il suo potere suscita diffidenza e si sente il bisogno di un’autorità morale che la controlli, come, per esempio, sulla fecondazione assistita.
«Ma no...non è vero che si stia andando verso un abbandono degli aiuti offerti dal sapere scientifico per affidarsi all’autorità morale del Pontefice. Il declino di quella tradizione filosofica di cui abbiamo parlato prima,che comprende la religione, la metafisica, l’umanesimo, ma anche il capitalismo e la democrazia, non avviene di colpo. L’attuale reviviscenza del cristianesimo potrebbe essere paragonata a quei bagliori di sole che accompagnano il tramonto e che illudono su un possibile suo ritorno sopra l’orizzonte».
La gente, proprio al tramonto, avverte un brivido di paura, non crede?
«Certo. La gente è come un trapezista che sta lasciando il suo attrezzo per volare, senza rete, ad afferrare l’altro. Abbandona il rimedio della sapienza filosofico-religiosa tradizionale e vede nella scienza e nella tecnica soltanto l’aspetto macchinistico, disumano, astratto e, in questo periodo, è alla ricerca di un sostegno, di un’autorità morale. E’ una fase transitoria, ma drammatica. Il Dio che tramonta è la nostra fede umana in lui. In passato, Dio era il limite supremo di ogni nostra azione».
È, comunque, un passaggio disperante.
«Perchè siamo all’interno di un tratto di strada, oltre al quale la strada, però, continua. Vede, la strada di cui stiamo parlando attraversa un campo che è la coscienza dell’eternità di tutte le cose e di noi stessi e la disperazione di cui lei parla è solo di chi percorre quella strada senza vedere il campo che attraversa, il campo della gioia. E’ quello che Dante chiama ‘il paese sincero’ e per il quale si possono usare anche quelle bellissime parole di Spinoza: ”Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”».
È la filosofia, allora, che ci può consolare?
«La filosofia nasce proprio come “consolatio”. A questo compito si è sottratta negli ultimi due secoli perchè percorsa da un nichilismo di fondo, dimenticando l’antica vocazione salvifica del pensiero tradizionale».
Sì, ma la sua filosofia è consolatoria o disperante?
«C’è una partita doppia. Da una parte, indico “quel paese sincero”, quel campo della gioia di cui parlavo prima. Dall’altra, do una, anzi due mani, per camminare su quella difficile strada. Tanto è vero, e così torniamo all’argomento iniziale del referendum sulla procreazione assistita, che voterò sì, in senso laico e nel senso dell’alleanza con la cultura filosofica e scientifica del nostro tempo».
un buon argomento
L'Adige 22.5.05
Donna sorpresa a rubare in un centro commerciale
Non potete arrestarmi. Sono una cleptomane
REGGIO EMILIA - «Non potete denunciarmi, sono cleptomane», ed esibisce un certificato medico dell´Usl che la dichiara affetta da disagi psichici come la cleptomania. È questa la singolare risposta che due agenti della squadra volante della Questura di Reggio Emilia si sono sentiti dare da una donna reggiana di 44 anni, benestante, ma con numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio. La donna, un´imprenditrice, elegante e ingioiellata, è stata bloccata al centro commerciale «Meridiana» con merce non pagata del valore di circa 80 euro, tra generi alimentari e cosmetici, dal personale di vigilanza del Centro, che ha avvisato la polizia. Una volta condotta in Questura, in seguito alla denuncia di tentato furto sporta dai rappresentanti del centro commerciale, per la redazione degli atti, la donna ha esibito il certificato medico reclamando la sua innocenza e sostenendo, sulla base del referto, che a suo dire «poteva» rubare.
Donna sorpresa a rubare in un centro commerciale
Non potete arrestarmi. Sono una cleptomane
REGGIO EMILIA - «Non potete denunciarmi, sono cleptomane», ed esibisce un certificato medico dell´Usl che la dichiara affetta da disagi psichici come la cleptomania. È questa la singolare risposta che due agenti della squadra volante della Questura di Reggio Emilia si sono sentiti dare da una donna reggiana di 44 anni, benestante, ma con numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio. La donna, un´imprenditrice, elegante e ingioiellata, è stata bloccata al centro commerciale «Meridiana» con merce non pagata del valore di circa 80 euro, tra generi alimentari e cosmetici, dal personale di vigilanza del Centro, che ha avvisato la polizia. Una volta condotta in Questura, in seguito alla denuncia di tentato furto sporta dai rappresentanti del centro commerciale, per la redazione degli atti, la donna ha esibito il certificato medico reclamando la sua innocenza e sostenendo, sulla base del referto, che a suo dire «poteva» rubare.
un'antica trascrizione di Archimede
Le Scienze 22.05.2005
Recuperato un antico testo di Archimede
I raggi X consentono di leggere nuovamente un palinsesto medievale
Una delle prime trascrizioni delle teorie matematiche di Archimede è stata riportata alla luce grazie a una scansione con raggi X ad alta intensità.
Il testo contiene parte del "Metodo dei Teoremi Meccanici", una delle più importanti opere di Archimede, probabilmente copiata da uno scrivano nel decimo secolo. La pergamena sulla quale era stata scritta era stata successivamente raschiata e riutilizzata per farne le pagine di un libro di preghiere del tredicesimo secolo, dando origine a un documento noto come "palinsesto" (dal greco, "palin" = "di nuovo" e "psan" = "raschiare").
Gli studiosi avevano scoperto il testo nascosto nel libro già nel 1906. Da allora la maggior parte del testo originale era stato letto grazie alle più svariate tecniche, dalle lenti di ingrandimento alla luce ultravioletta che fa risaltare l'inchiostro nascosto.
Ma parte del testo era completamente oscurato da alcune contraffazioni di arte medievale del dodicesimo secolo che erano state apposte in cima ad alcune pagine. Così, i ricercatori dello Stanford Synchrotron Radiation Laboratory di Menlo Park, in California, hanno deciso di usare i raggi X per penetrare attraverso questo inchiostro moderno. I pigmenti di ferro nell'inchiostro originale diventano fluorescenti se colpiti dai raggi X, consentendo agli scienziati di leggere il testo per la prima volta.
"Il 'Metodo' è uno dei trattati più geniali e spettacolari del maggior matematico dell'antichità", afferma William Noel, curatore di manoscritti e libri rari al Walters Art Museum di Baltimora e direttore dello studio. "Il nostro progetto ha riportato alla luce informazioni non disponibili da nessun'altra parte nel mondo".
La prima pagina è stata già analizzata, ma i ricercatori non sono ancora riusciti a decifrarne la scrittura. Ogni scansione restituisce infatti l'immagine del testo su entrambi i lati della pagina, oltre che il testo del tredicesimo secolo che era stato a sua volta coperto dai disegni contraffatti. Sarà necessario confrontare con cura differenti immagini per distinguere il testo di Archimede.
Recuperato un antico testo di Archimede
I raggi X consentono di leggere nuovamente un palinsesto medievale
Una delle prime trascrizioni delle teorie matematiche di Archimede è stata riportata alla luce grazie a una scansione con raggi X ad alta intensità.
Il testo contiene parte del "Metodo dei Teoremi Meccanici", una delle più importanti opere di Archimede, probabilmente copiata da uno scrivano nel decimo secolo. La pergamena sulla quale era stata scritta era stata successivamente raschiata e riutilizzata per farne le pagine di un libro di preghiere del tredicesimo secolo, dando origine a un documento noto come "palinsesto" (dal greco, "palin" = "di nuovo" e "psan" = "raschiare").
Gli studiosi avevano scoperto il testo nascosto nel libro già nel 1906. Da allora la maggior parte del testo originale era stato letto grazie alle più svariate tecniche, dalle lenti di ingrandimento alla luce ultravioletta che fa risaltare l'inchiostro nascosto.
Ma parte del testo era completamente oscurato da alcune contraffazioni di arte medievale del dodicesimo secolo che erano state apposte in cima ad alcune pagine. Così, i ricercatori dello Stanford Synchrotron Radiation Laboratory di Menlo Park, in California, hanno deciso di usare i raggi X per penetrare attraverso questo inchiostro moderno. I pigmenti di ferro nell'inchiostro originale diventano fluorescenti se colpiti dai raggi X, consentendo agli scienziati di leggere il testo per la prima volta.
"Il 'Metodo' è uno dei trattati più geniali e spettacolari del maggior matematico dell'antichità", afferma William Noel, curatore di manoscritti e libri rari al Walters Art Museum di Baltimora e direttore dello studio. "Il nostro progetto ha riportato alla luce informazioni non disponibili da nessun'altra parte nel mondo".
La prima pagina è stata già analizzata, ma i ricercatori non sono ancora riusciti a decifrarne la scrittura. Ogni scansione restituisce infatti l'immagine del testo su entrambi i lati della pagina, oltre che il testo del tredicesimo secolo che era stato a sua volta coperto dai disegni contraffatti. Sarà necessario confrontare con cura differenti immagini per distinguere il testo di Archimede.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
Iscriviti a:
Post (Atom)