La Repubblica 14.9.03 Pagina 16 - Commenti
Bellocchio, i br convertiti e la vittoria di mio padre
di GIOVANNI BACHELET
Quando in una vetrina mi cade l´occhio sul libro di un terrorista di chiara fama, provo sentimenti simili a quelli espressi negli ultimi giorni da autorevoli e severi commenti a Buongiorno, notte. Provo la stessa costernazione di Nanni Moretti, quando, nel film La seconda volta di Mimmo Calopresti, rileggeva ingrugnato, esercitandosi al vogatore, la frase «ucciderne uno per educarne cento». In quegli anni ´70, non per tutti formidabili, molti si limitavano a scrivere questa frase sui muri (cosí come altri canticchiavano senza malizia «Lotta, lotta di lunga durata, lotta di popolo armato... »). Ma un piccolo nucleo, poche decine di persone in tutta Italia, cominciò purtroppo a metterla in pratica, mentre altrettanti, nel frattempo, avevano cominciato a mettere bombe e candelotti di dinamite qua e là. I Nar li misero anche sotto l´ufficio di mio padre, pochi mesi prima che fosse ucciso dalle Brigate Rosse.
Oltre alla libera ispirazione ad uno di questi libri (la cui autrice, come è stato ricordato, fu successivamente coinvolta nell´attentato a mio padre), anche il regista non m´ispirava grandi entusiasmi. Anzi, per la verità, aveva conquistato la mia antipatia fin da quando, a ventun´anni, avevo visto il suo film Matti da slegare. A me il suo matto che usciva dal manicomio, convinto che preti e padroni (non la propria malattia mentale) fossero la vera causa di tutti i guai, suoi e del mondo, sembrava più matto e pericoloso di prima. Ma allora dirlo non era molto di moda.
Se nonostante queste premesse il film è riuscito a conquistarmi, vuol dire che identici ingredienti - musiche, locomotive, falci e martelli, facce dei carnefici e formidabile umanità di Moro - parlano in modo diverso a diversi spettatori. Io, per esempio, non ci ho trovato attenuanti per i terroristi, ma, al contrario, aggravanti: l´effetto devastante dell´ideologia e della certezza di aver ragione, fino allo sradicamento della razionalità comune, dell´affetto (scena del neonato), della capacità di vedere, negli altri, uomini e non cose o simboli. Fino alla patologia mentale. Formidabile, in proposito, l´autocitazione (autocritica?) proprio di Matti da slegare, nascosta nelle brevi parole di Tina Anselmi sull´allora nuovissima legge Basaglia. Ho riconosciuto, insomma, percorsi intellettuali ed esistenziali pericolosissimi per sé e per gli altri, e mi è parsa molto utile la ricostruzione di alcuni passaggi chiave, affinché domani, anche davanti ad ingiustizie vere o in nome di un mondo meno ingiusto, i figli tengano gli occhi aperti, e sappiano evitarli.
Nel film qualcuno potrebbe addirittura leggere, controluce, valori cristiani (autentici, depurati dalle crociate e dalla caccia alle streghe, come suggerisce ad un certo punto Moro) e valori civili: luci capaci di proiettarsi, da quella cella, anche sull´oggi, a fronte non solo delle BR e del loro marxismo-leninismo onirico, ma anche di un intero assetto nazionale e internazionale che, 25 anni fa, era ormai al tramonto, senza però che molti di noi, allora, se ne avvedessero. Forse se ne avvedeva Moro, che io consideravo un grande eroe della democrazia, ben prima che fosse rapito e ucciso.
Non so se Bellocchio volesse suscitare questi pensieri. Forse ciò che consente di avere reazioni anche molto diverse a seconda del punto di vista, è la sua scelta di mettere in primo piano il dato esistenziale, psicologico e a volte onirico; poi un background d´epoca (e molti altri ingredienti di qualità eccellente); e solo sullo sfondo, un po´ sfocati dal tempo ma autentici, non sovrapposti ad alcuna tesi precostituita, il giallo e i dilemmi dell´epoca. Cosí i due poli del film sono da un lato fatti e commenti che tutti hanno avuto sotto gli occhi (telegiornali e giornali), e dall´altro i fatti e i luoghi di quei tremendi 55 giorni, che, invece, nessuno ha visto e tutti hanno dovuto immaginare. Questo polo narrativo - la vita del prigioniero e dei suoi carcerieri-carnefici, che è in primo piano - sfugge brillantemente al rischio (e alla noia) di ricostruzioni minuziose di luoghi e spostamenti, di polemiche e verità processuali, scegliendo di abbandonare dichiaratamente la vera storia dei carcerieri in favore di una storia semplificata, romanzata e incrociata a sogni. Ma proprio per questo sfugge, a mio avviso, sia alla categoria del "giustificazionismo" che al «partito delle trattative», cui qualcuno lo ha associato.
Grazie a questa scelta originale ogni spettatore, come in uno specchio un po´ opaco e deformante, trova nel film qualcosa di diverso e personale. Chi all´epoca avesse avuto granitiche certezze è costretto, venticinque anni dopo, a ripensare e dubitare, sia che fosse a favore, sia che fosse contro le trattative. Perfino Andreotti, il Pci e il Papa, ci fanno, a ben vedere, una figura non troppo malvagia.
Inizialmente il discorso di Andreotti, con l´appello anche alle famiglie, suona falso e disprezzabile agli ascoltatori brigatisti, riuniti davanti alla televisione; ma poi, a più riprese, il film stesso suggerisce che quell´appello avrebbe potuto davvero colpire nel segno, raggiungendo qualcuno dei carcerieri. Lo testimonia il rapporto della protagonista con la zia, con la famiglia, con il loro comunismo all´antica, sano e ruspante (anch´esso immaginario, condito di una quanto mai improbabile commistione con la preghiera e la religiosità popolare, che ricompare, a tavola, nell´ultimo sogno).
Lama e Berlinguer definiscono in televisione deliranti e aberranti le mosse delle Brigate Rosse e li paragonano ai nazisti; ma in fondo, alla fine, la stessa protagonista comincia a interiorizzare questo giudizio del Pci e dei sindacati, sovrapponendo nei propri sogni, che si fanno sempre più ripensamenti, le ultime lettere di Moro a quelle dei condannati a morte della resistenza.
Certo nella realtà storica delle Br gli effetti visibili di qualche ripensamento sono cominciati, purtroppo, dopo diversi anni e dopo molti altri delitti, come qualcuno ha puntigliosamente ricordato. Non sembra realistico retrodatarli al rapimento, anche se del cammino dei sogni e dei pensieri nessuno può essere sicuro. Ma l´ultimo sogno, l´ultima musica, il doppio finale fanno comprendere e volentieri accettare questa e molte altre licenze storiche: la scena del prigioniero che esce e se ne va in una sottile pioggerella conquista lo spettatore in modo struggente. La donna del gruppo ha addormentato gli altri carcerieri e ha lasciato che il prigioniero uscisse, che tornasse libero senza condizioni: ha fatto quel che aveva implorato il Papa, quel che tanti italiani in buona fede avevano effettivamente sognato in quei 55 giorni. Che per qualche ex-brigatista questa conversione alla democrazia e all´umanità sia avvenuta davvero, anche se molti anni dopo, è sempre una grande vittoria del bene sul male. Anche Moro e mio padre, forse, ne sorriderebbero compiaciuti.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 14 settembre 2003
Marco Bellocchio: ovazioni a Toronto e il laboratorio di Bobbio
Libertà 14.9.03
“Corti” in visione, c'è talento tra i giovani allievi
A Bobbio serata su lavori della “scuola” di Bellocchio. Per il regista ovazioni a Toronto
di Manuel Monteverdi
Mentre il regista Marco Bellocchio, ieri a Toronto è stato accolto da vere e proprie ovazioni dopo la proiezione di Buongiorno, notte in chiusura del Festival cinematografico canadese, prosegue a Bobbio il progetto “Fare Cinema”: non una semplice rassegna di ottime pellicole italiane, di ieri e di oggi ma, soprattutto, un laboratorio cinematografico in cui allievi provenienti da tutta Italia approfondiscono quelle conoscenze tecniche della settima arte che potrebbero trasformarli in accreditati registi. Proprio in quest'ottica si è consumata la quarta serata bobbiese di “scuola”, nel corso della quale si sono avvicendati sei cortometraggi frutto, in gran parte, del prolifico lavoro svolto negli ultimi due anni di corso. Ha aperto la serata A un millimetro dal cuore di Iole Natoli, un mediometraggio (circa 28' di durata) strutturato su flashback, che racconta l'incontro improvviso e passionale di un uomo e una donna. La Natoli, presente in sala, ha ricordato le collaborazioni - come segretaria di edizione - con Ettore Scola e lo stesso Bellocchio (qui in una particina di attore), dai quali ha appreso le nozioni cinematografiche necessarie alla realizzazione della sua opera prima. L'amore, seppur travagliato, è anche il tema di Manfrina, corto di Katjuscia Fantini, nel quale la telecamera pedina una coppia in rotta di collisione: lui non lavora, lei ne detesta l'inerzia del vivere ma, tra mille sfoghi e incomprensioni, i due continuano ad amarsi. Tocco molto raffinato e femminile. Va rilevato che proprio la Fantini ha preso parte al progetto “Sicurezza stradale” (a cui hanno collaborato il Comune di Piacenza, quello di Modena, la Città di Bobbio, Borgonovo Valtidone e Ziano) dirigendo Mentre tu aspetti, beffardo crocevia di destini umani: una ragazzina, il giorno del compleanno, attende l'arrivo della madre; quest'ultima, alla guida di un'auto, si scontra con un motorino guidato da un adolescente. I due hanno una cosa in comune: stanno cercando il regalo per la stessa persona. Decisamente “sui generis” Local Habitation di Luca Giberti, un monologo da interpretare come suggestiva riflessione filosofica sulla scienza e sul suo rapporto con il genere umano; quasi agli antipodi Dove sei di Jacqueline Valenti, cortometraggio muto, ambientato a Bobbio e avvolto da un raffinato bianco e nero, che richiama il nostro cinema neorealista del secondo dopoguerra. Davvero stupefacenti, infine, le pellicole di Sonia Giardina e Massimo D'Orzi. La Giardina ha realizzato un documentario intitolato Fantasmagorie e miti dei passages coperti parigini, una lezione di storia francese - narrata da una voce fuori campo - che parte da uno scorcio cittadino come quello delle “passeggiate” di Parigi e arriva alla ricostruzione storico-sociale di una nazione; i passages tornano indietro nel tempo e vivono le proprie vicende fino ad arrivare ai giorni nostri come luoghi delle rivoluzioni, delle cospirazioni, del progresso e come “acquari umani” abitati da giocatori, delinquenti e prostitute seppur contraddittoriamente abbelliti da café, librerie e teatri. Anche Massimo D'Orzi ha scelto il connotato storico per La rosa più bella del nostro giardino, un viaggio tra le macerie della ex Jugoslavia, ripreso quasi interamente in soggettiva e intervallato da frammenti cinematografici del passato: da Trono di sangue di Akira Kurosawa a Germania anno zero di Roberto Rossellini, per passare attraverso tre classici di Tarkovskij come Andrei Rubliov, Stalker e L'infanzia di Ivan. Fusione tra documentario, dramma e neorealismo, a rimarcare la follia della guerra, la cupidigia dell'uomo e la speranza come unico effimero rimedio alla disperazione.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
“Corti” in visione, c'è talento tra i giovani allievi
A Bobbio serata su lavori della “scuola” di Bellocchio. Per il regista ovazioni a Toronto
di Manuel Monteverdi
Mentre il regista Marco Bellocchio, ieri a Toronto è stato accolto da vere e proprie ovazioni dopo la proiezione di Buongiorno, notte in chiusura del Festival cinematografico canadese, prosegue a Bobbio il progetto “Fare Cinema”: non una semplice rassegna di ottime pellicole italiane, di ieri e di oggi ma, soprattutto, un laboratorio cinematografico in cui allievi provenienti da tutta Italia approfondiscono quelle conoscenze tecniche della settima arte che potrebbero trasformarli in accreditati registi. Proprio in quest'ottica si è consumata la quarta serata bobbiese di “scuola”, nel corso della quale si sono avvicendati sei cortometraggi frutto, in gran parte, del prolifico lavoro svolto negli ultimi due anni di corso. Ha aperto la serata A un millimetro dal cuore di Iole Natoli, un mediometraggio (circa 28' di durata) strutturato su flashback, che racconta l'incontro improvviso e passionale di un uomo e una donna. La Natoli, presente in sala, ha ricordato le collaborazioni - come segretaria di edizione - con Ettore Scola e lo stesso Bellocchio (qui in una particina di attore), dai quali ha appreso le nozioni cinematografiche necessarie alla realizzazione della sua opera prima. L'amore, seppur travagliato, è anche il tema di Manfrina, corto di Katjuscia Fantini, nel quale la telecamera pedina una coppia in rotta di collisione: lui non lavora, lei ne detesta l'inerzia del vivere ma, tra mille sfoghi e incomprensioni, i due continuano ad amarsi. Tocco molto raffinato e femminile. Va rilevato che proprio la Fantini ha preso parte al progetto “Sicurezza stradale” (a cui hanno collaborato il Comune di Piacenza, quello di Modena, la Città di Bobbio, Borgonovo Valtidone e Ziano) dirigendo Mentre tu aspetti, beffardo crocevia di destini umani: una ragazzina, il giorno del compleanno, attende l'arrivo della madre; quest'ultima, alla guida di un'auto, si scontra con un motorino guidato da un adolescente. I due hanno una cosa in comune: stanno cercando il regalo per la stessa persona. Decisamente “sui generis” Local Habitation di Luca Giberti, un monologo da interpretare come suggestiva riflessione filosofica sulla scienza e sul suo rapporto con il genere umano; quasi agli antipodi Dove sei di Jacqueline Valenti, cortometraggio muto, ambientato a Bobbio e avvolto da un raffinato bianco e nero, che richiama il nostro cinema neorealista del secondo dopoguerra. Davvero stupefacenti, infine, le pellicole di Sonia Giardina e Massimo D'Orzi. La Giardina ha realizzato un documentario intitolato Fantasmagorie e miti dei passages coperti parigini, una lezione di storia francese - narrata da una voce fuori campo - che parte da uno scorcio cittadino come quello delle “passeggiate” di Parigi e arriva alla ricostruzione storico-sociale di una nazione; i passages tornano indietro nel tempo e vivono le proprie vicende fino ad arrivare ai giorni nostri come luoghi delle rivoluzioni, delle cospirazioni, del progresso e come “acquari umani” abitati da giocatori, delinquenti e prostitute seppur contraddittoriamente abbelliti da café, librerie e teatri. Anche Massimo D'Orzi ha scelto il connotato storico per La rosa più bella del nostro giardino, un viaggio tra le macerie della ex Jugoslavia, ripreso quasi interamente in soggettiva e intervallato da frammenti cinematografici del passato: da Trono di sangue di Akira Kurosawa a Germania anno zero di Roberto Rossellini, per passare attraverso tre classici di Tarkovskij come Andrei Rubliov, Stalker e L'infanzia di Ivan. Fusione tra documentario, dramma e neorealismo, a rimarcare la follia della guerra, la cupidigia dell'uomo e la speranza come unico effimero rimedio alla disperazione.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Roberto Herlitzka
Corriere della Sera 14.9.03
«Scopro il successo a 65 anni grazie al film su Aldo Moro»
Herlitzka: a teatro tante delusioni, ora la gente mi chiede autografi
di Giuseppina Manin
Scoprirsi famoso a 65 anni. Quando le rughe tracciano solchi impietosi, quando i capelli sono ormai bianchi. «Beh, per me questo non è proprio un problema: il mio viso è sempre stato scavato da ombre, segnato come in un disegno a carboncino», scherza Roberto Herlitzka, che, con quella faccia un po' così, austera, nobile, dolente, anomala come il suo cognome (è nato a Torino da famiglia cecoslovacca) ha dovuto fare i conti per tutta la vita. «In un teatro dove sempre più detta legge l'intrattenimento, il botteghino, io non sono mai stato corteggiato dagli impresari. Che a quelli come me preferiscono veline e comici televisivi. Pazienza. Un tempo questo mi amareggiava un po', ormai non più. Il teatro di consumo non mi ha mai interessato, ho sempre fatto scelte improntate alla qualità, alla ricerca. Il mio divertimento è il testo, i miei complici registi non convenzionali, da Orazio Costa, il mio maestro, a Gabriele Lavia, da Peter Stein ad Antonio Calenda. Per questo sono come sono: meno ricco, meno celebre di altri, ma forse più libero e felice».
E ora, che si ritrova travolto da improvviso successo per aver interpretato Moro in Buongiorno, notte di Bellocchio?
«Un certo effetto lo fa. Sono arrivato alla Mostra del Cinema quasi in incognito, sono ripartito con la gente che mi fermava per strada a chiedermi autografi. Confesso: è una grande gioia. In fondo si fa l'attore per questo, per piacere agli altri. Il narcisismo è la molla di questo mestiere. Certo, poi si trasforma in altro, in voglia di comunicare, di trasmettere emozioni. Ma se alla fine la platea non ti applaude...»
Insomma, questo film l'ha trasformata in star...
«Non scherziamo, per diventare un divo ci vuole altro... No, non mi illudo. Pensare "è fatta" alla mia età sarebbe sciocco. Non lo dico per modestia, non lo sono. Conosco il mio valore ma non intendo certo cambiar vita ora. Ma se le lodi per il film di Bellocchio mi porteranno altre buone occasioni, al cinema o in scena, non mi tirerò indietro».
Domani intanto torna in teatro, a Benevento debutterà con un «Otello» molto particolare...
«Infatti si intitola "ExOtello", da "Otello". Un esperimento drammaturgico che avevo già tentato con un "ExAmleto". Grandi ruoli che non ho mai potuto interpretare. L'amoroso, colui che seduce le donne, non sono io. Come Otello non sarei credibile, la mia faccia mi condanna a Iago. Ma come Iago posso ripercorre tutta la storia, evocare i fantasmi degli altri personaggi, Otello, Desdemona... Alla fine del dramma Shakespeare lo condanna a una "lunga tortura che non uccide", a rivivere in eterno il suo tormento. E allora, da dentro un carcere foderato di specchi che lo costringono ad aversi sempre davanti, ecco che quell'artefice del male, ormai vecchio, ricostruisce i complessi meccanismi che l'hanno portato, tra odio e amore, a tanto misfatto».
Da un carcere all'altro, da quello di Aldo Moro a quello di Iago...
«E prima ce n'è stato un terzo. In un testo di Claudio Magris, "La Mostra", avevo impersonato il pittore triestino Vito Timmel, finito in manicomio. In fondo, a fare il prigioniero mi sento a mio agio. Lo sono anch'io del mio lavoro, una passione totale e totalizzante. Questo mestiere non sarebbe sopportabile altrimenti».
Ha avuto paura a calarsi nei panni difficili di Moro?
«Ne ho sentito tutto il peso. Per fortuna al mio fianco avevo Bellocchio. E' stato un lungo lavoro di sottrazione, che mi ha fatto anche ripensare alla nostra storia. Quello statista, allora così criticato, quegli altri suoi colleghi che appaiono alla fine, visti oggi, a confronto con l'attuale classe politica, sembrano dei giganti. Moro aveva un altissimo senso dello stato».
Lei ha avuto altre avventure cinematografiche. E a sorpresa, tra i suoi film, ce n' è anche uno a luci quasi rosse...
«Già, Il corpo dell'anima . Qualcuno l'ha visto così, ma era un film d'autore, di Piscicelli. Sono felicissimo d'averlo fatto, un'occasione rara per uno come me. C'era molta ironia in quell'anziano professore, studioso di Santa Teresa d'Avila che si lascia iniziare al sesso da una disinibita domestica. E poi da allora, nel mio quartiere hanno cominciato a guardarmi con occhi diversi».
Nelle sfide lei non si tira mai indietro?
«Anzi, mi divertono molto. Tra un po' diventerò donna. Anzi madre. Una novantenne, nazista incallita, vampira verso la figlia che, inorridita, se la ritrova davanti dopo anni. Un testo tratto da "Lasciami andare, madre" di Helga Schneider, la regia sarà della Wertmuller. Eh sì, il teatro come la vita è sempre pieno di sorprese».
Repubblica 14.9.03
Herlitzka stasera a Benevento
"Per Bellocchio Monicelli poteva pensare all´ex aequo
di Giulio Baffi
NAPOLI - «Se ripenso al film di Bellocchio mi convinco che in teatro si agisce su tragedie fantastiche, immaginarie, su personaggi inventati su cui si può anche scherzare, quando invece l´eroe tragico è vero non ci possono essere licenze, invenzioni o tradimenti». Roberto Herlitzka, autore e protagonista, stasera mette in scena in prima nazionale a Benevento Città Spettacolo, il suo ExOtello, affidando a Jago riflessioni e rimorsi.
Soddisfatto della sua partecipazione a Buongiorno, notte?
«Un´esperienza molto bella, ho sentito profondamente questa tragedia che a suo tempo mi aveva colpito moltissimo e certo l´emozione che provai allora mi è servita, ma la guida di Bellocchio è stata fondamentale, direi ispiratrice».
Eppure il film non è stato apprezzato come si pensava.
«Perché? Mi sembra sia un film amatissimo, a giudicare almeno dall´entusiasmo del pubblico, non solo di Venezia ma anche a Roma e in altre città. Una risposta assolutamente eccezionale. È raro che un film oggi scateni questo entusiasmo. Certo c´è stata la delusione di Venezia, e c´è poco da dire. Il film non è andato bene a Monicelli, ma tutti hanno diritto ad avere le proprie idee».
Le è sembrato ci fosse una forzatura?
«Assolutamente sì. Si potevano premiare entrambi i film; esistono gli ex-aequo naturalmente, esistono premi prestigiosi che potevano essere assegnati. Invece ne è uscita fuori una scortesia, un premio modesto accompagnato dalla dichiarazione di Monicelli che ha detto che il film non meritava neanche quel piccolo riconoscimento. È evidente che a Venezia c´era un´antipatia nei confronti del film».
Il pubblico invece...
«I giovani che l´hanno visto a Venezia hanno dato ben tre premi a Bellocchio. Questo significa che ha saputo parlare anche a una generazione che non ha vissuto quei giorni tanto tragici».
Seleziona le scelte artistiche tanto al cinema quanto a teatro?
«Sono nato e anche un po´ cresciuto come attore di teatro, il cinema mi piace enormemente, ne ho fatto saltuariamente però, e in film di non grande circuito. Ma che devo fare? Non mi chiamano. Non dico che accetterei qualunque cosa, ma non ho avuto molte occasioni di rifiutare film di grande richiamo».
Dopo il successo di Buongiorno, notte magari sarà più richiesto.
«Magari, ma devono sbrigarsi: non sono mica un giovane attore».
E il teatro?
«Anche lì sono anomalo. Non che io mi senta discriminato, ma è un fatto che sono stato molto più presente con compagnie di teatro off. Tutto sommato la mia storia non è poi così diversa nei due campi. Sarà anche per la disponibilità a avventure teatrali che altri snobberebbero. Non ho avuto però grandi offerte dai teatri ufficiali c´è voluto Peter Sein con Zio Vania o lo Stabile di Trieste diretto da Calenda».
«Scopro il successo a 65 anni grazie al film su Aldo Moro»
Herlitzka: a teatro tante delusioni, ora la gente mi chiede autografi
di Giuseppina Manin
Scoprirsi famoso a 65 anni. Quando le rughe tracciano solchi impietosi, quando i capelli sono ormai bianchi. «Beh, per me questo non è proprio un problema: il mio viso è sempre stato scavato da ombre, segnato come in un disegno a carboncino», scherza Roberto Herlitzka, che, con quella faccia un po' così, austera, nobile, dolente, anomala come il suo cognome (è nato a Torino da famiglia cecoslovacca) ha dovuto fare i conti per tutta la vita. «In un teatro dove sempre più detta legge l'intrattenimento, il botteghino, io non sono mai stato corteggiato dagli impresari. Che a quelli come me preferiscono veline e comici televisivi. Pazienza. Un tempo questo mi amareggiava un po', ormai non più. Il teatro di consumo non mi ha mai interessato, ho sempre fatto scelte improntate alla qualità, alla ricerca. Il mio divertimento è il testo, i miei complici registi non convenzionali, da Orazio Costa, il mio maestro, a Gabriele Lavia, da Peter Stein ad Antonio Calenda. Per questo sono come sono: meno ricco, meno celebre di altri, ma forse più libero e felice».
E ora, che si ritrova travolto da improvviso successo per aver interpretato Moro in Buongiorno, notte di Bellocchio?
«Un certo effetto lo fa. Sono arrivato alla Mostra del Cinema quasi in incognito, sono ripartito con la gente che mi fermava per strada a chiedermi autografi. Confesso: è una grande gioia. In fondo si fa l'attore per questo, per piacere agli altri. Il narcisismo è la molla di questo mestiere. Certo, poi si trasforma in altro, in voglia di comunicare, di trasmettere emozioni. Ma se alla fine la platea non ti applaude...»
Insomma, questo film l'ha trasformata in star...
«Non scherziamo, per diventare un divo ci vuole altro... No, non mi illudo. Pensare "è fatta" alla mia età sarebbe sciocco. Non lo dico per modestia, non lo sono. Conosco il mio valore ma non intendo certo cambiar vita ora. Ma se le lodi per il film di Bellocchio mi porteranno altre buone occasioni, al cinema o in scena, non mi tirerò indietro».
Domani intanto torna in teatro, a Benevento debutterà con un «Otello» molto particolare...
«Infatti si intitola "ExOtello", da "Otello". Un esperimento drammaturgico che avevo già tentato con un "ExAmleto". Grandi ruoli che non ho mai potuto interpretare. L'amoroso, colui che seduce le donne, non sono io. Come Otello non sarei credibile, la mia faccia mi condanna a Iago. Ma come Iago posso ripercorre tutta la storia, evocare i fantasmi degli altri personaggi, Otello, Desdemona... Alla fine del dramma Shakespeare lo condanna a una "lunga tortura che non uccide", a rivivere in eterno il suo tormento. E allora, da dentro un carcere foderato di specchi che lo costringono ad aversi sempre davanti, ecco che quell'artefice del male, ormai vecchio, ricostruisce i complessi meccanismi che l'hanno portato, tra odio e amore, a tanto misfatto».
Da un carcere all'altro, da quello di Aldo Moro a quello di Iago...
«E prima ce n'è stato un terzo. In un testo di Claudio Magris, "La Mostra", avevo impersonato il pittore triestino Vito Timmel, finito in manicomio. In fondo, a fare il prigioniero mi sento a mio agio. Lo sono anch'io del mio lavoro, una passione totale e totalizzante. Questo mestiere non sarebbe sopportabile altrimenti».
Ha avuto paura a calarsi nei panni difficili di Moro?
«Ne ho sentito tutto il peso. Per fortuna al mio fianco avevo Bellocchio. E' stato un lungo lavoro di sottrazione, che mi ha fatto anche ripensare alla nostra storia. Quello statista, allora così criticato, quegli altri suoi colleghi che appaiono alla fine, visti oggi, a confronto con l'attuale classe politica, sembrano dei giganti. Moro aveva un altissimo senso dello stato».
Lei ha avuto altre avventure cinematografiche. E a sorpresa, tra i suoi film, ce n' è anche uno a luci quasi rosse...
«Già, Il corpo dell'anima . Qualcuno l'ha visto così, ma era un film d'autore, di Piscicelli. Sono felicissimo d'averlo fatto, un'occasione rara per uno come me. C'era molta ironia in quell'anziano professore, studioso di Santa Teresa d'Avila che si lascia iniziare al sesso da una disinibita domestica. E poi da allora, nel mio quartiere hanno cominciato a guardarmi con occhi diversi».
Nelle sfide lei non si tira mai indietro?
«Anzi, mi divertono molto. Tra un po' diventerò donna. Anzi madre. Una novantenne, nazista incallita, vampira verso la figlia che, inorridita, se la ritrova davanti dopo anni. Un testo tratto da "Lasciami andare, madre" di Helga Schneider, la regia sarà della Wertmuller. Eh sì, il teatro come la vita è sempre pieno di sorprese».
Repubblica 14.9.03
Herlitzka stasera a Benevento
"Per Bellocchio Monicelli poteva pensare all´ex aequo
di Giulio Baffi
NAPOLI - «Se ripenso al film di Bellocchio mi convinco che in teatro si agisce su tragedie fantastiche, immaginarie, su personaggi inventati su cui si può anche scherzare, quando invece l´eroe tragico è vero non ci possono essere licenze, invenzioni o tradimenti». Roberto Herlitzka, autore e protagonista, stasera mette in scena in prima nazionale a Benevento Città Spettacolo, il suo ExOtello, affidando a Jago riflessioni e rimorsi.
Soddisfatto della sua partecipazione a Buongiorno, notte?
«Un´esperienza molto bella, ho sentito profondamente questa tragedia che a suo tempo mi aveva colpito moltissimo e certo l´emozione che provai allora mi è servita, ma la guida di Bellocchio è stata fondamentale, direi ispiratrice».
Eppure il film non è stato apprezzato come si pensava.
«Perché? Mi sembra sia un film amatissimo, a giudicare almeno dall´entusiasmo del pubblico, non solo di Venezia ma anche a Roma e in altre città. Una risposta assolutamente eccezionale. È raro che un film oggi scateni questo entusiasmo. Certo c´è stata la delusione di Venezia, e c´è poco da dire. Il film non è andato bene a Monicelli, ma tutti hanno diritto ad avere le proprie idee».
Le è sembrato ci fosse una forzatura?
«Assolutamente sì. Si potevano premiare entrambi i film; esistono gli ex-aequo naturalmente, esistono premi prestigiosi che potevano essere assegnati. Invece ne è uscita fuori una scortesia, un premio modesto accompagnato dalla dichiarazione di Monicelli che ha detto che il film non meritava neanche quel piccolo riconoscimento. È evidente che a Venezia c´era un´antipatia nei confronti del film».
Il pubblico invece...
«I giovani che l´hanno visto a Venezia hanno dato ben tre premi a Bellocchio. Questo significa che ha saputo parlare anche a una generazione che non ha vissuto quei giorni tanto tragici».
Seleziona le scelte artistiche tanto al cinema quanto a teatro?
«Sono nato e anche un po´ cresciuto come attore di teatro, il cinema mi piace enormemente, ne ho fatto saltuariamente però, e in film di non grande circuito. Ma che devo fare? Non mi chiamano. Non dico che accetterei qualunque cosa, ma non ho avuto molte occasioni di rifiutare film di grande richiamo».
Dopo il successo di Buongiorno, notte magari sarà più richiesto.
«Magari, ma devono sbrigarsi: non sono mica un giovane attore».
E il teatro?
«Anche lì sono anomalo. Non che io mi senta discriminato, ma è un fatto che sono stato molto più presente con compagnie di teatro off. Tutto sommato la mia storia non è poi così diversa nei due campi. Sarà anche per la disponibilità a avventure teatrali che altri snobberebbero. Non ho avuto però grandi offerte dai teatri ufficiali c´è voluto Peter Sein con Zio Vania o lo Stabile di Trieste diretto da Calenda».
sabato 13 settembre 2003
***l'Espresso n. 38, in edicola: l'intervista a Marco Bellocchio
(ricevuto da Tonino Scrimenti - **Tonino** http://www.clochard.net)
Buongiorno Marco
II successo di oggi. L'isolamento di ieri. Militanza politica e psicoanalisi.
Autoritratto di regista contro. Che finalmente ha conquistato il pubblico
colloquio con Marco Bellocchio di Alessandra Mammì
Marco Bellocchio ha vinto. Ha vinto tutto, tranne il Leone d'Oro. Ha vinto a Venezia travolto dalla commozione del pubblico e dalla standing ovation di giornalisti di tutto il mondo in conferenza stampa (cosa mai vista). Ha vinto in sala mordendo ai fianchi con le sue 170 copie di "Buongiorno, notte", l'incredibile "Hulk" che di copie, come si conviene a un colosso, ne aveva in giro almeno 400. Ha vinto conquistando anche chi ai tempi del sequestro Moro non era neanche nato e che al Lido gli ha regalato tutti e tre i premi delle giurie giovani. Ma soprattutto ha vinto su se stesso e sulla sua vocazione di regista stimato, ma isolato, appartato e complesso, denso e contraddittorio. Un autore di nicchia, insomma. «Un regista che ha scelto la strada più difficile priva di soddisfazioni spettacolari. Un cinema marginale rispetto ai circuiti commerciali, ma centrale rispetto ai rapporti fra gli uomini. Un cinema della penombra». Anno 1997: si chiude così il saggio di Sandro Bernardi nel "Castorino". Ma ora, superato il millennio, il biografo è smentito e il regista della penombra è accecato dalle luci dei riflettori.
Ecco raccontata da lui stesso, storia e trasformazione di un uomo che a sessant'anni si è rivelato al grande pubblico, è in piena e nuova giovinezza creativa e soprattutto non ha tradito né rinnegato niente del suo percorso.
Signor Bellocchio, che lei non vinca un festival non è una novità, ma le calche davanti alle sale per vedere un suo film non si erano mai viste.Come sta vivendo questa consacrazione?
« E' vero, non ho mai vinto un festival. E se non ho vinto neanche questo, credo la spiegazione più semplice sia che ai giurati il film non è piaciuto. Al momento delle giustificazioni o delle condoglianze mi è stato detto che era troppo italiano e difficile per i giurati stranieri. Strano, perché il film ora è invitato al Festival di Toronto, poi a New York e Londra».
La sta premiando il pubblico. Come lo spiega?
«In molti si avvicinano dicendomi che hanno pianto. Mi stupisce, non era nelle mie intenzioni farli piangere. Questa non è una love story. Un ex operaio di 55 anni ora sindacalista, mi ha detto che allora, all'annuncio del sequestro in fabbrica scoppiò un applauso. Ma ora vedendo il mio film non riusciva a trattenere le lacrime. Certamente la generazione nel fuoco è quella dei quaranta, cinquantenni. La loro commozione è comprensibile. Mi è più difficile invece spiegare l'entusiasmo dei giovani. Forse hanno capito che questo non è solo un film politico. È un film sull'assassinio di un padre. Ed è un film che dice come la separazione da un padre non passi attraverso il parricidio. Bisogna trovar la forza di riconoscerne l'esistenza per poi prendere la propria strada».
Oggi "Buongiorno, notte", all'inizio "I pugni in tasca". Di questo si è detto che è un film liberatorio, dell'altro che prefigurò il '68. Che rapporto c'è per lei tra i due film?
«Nei "Pugni intasca" il padre è assente e la liberazione è sinistramente accompagnata dalla necessità di assassinare la madre e il fratello. C'è la provocazione, la necessità di distruggere. Il film è dei '65 e fu detto che prefigurò il '68. Ma agli inizi quello fu un movimento pacifico, di resistenza passiva con i poliziotti che trascinavano via studenti inermi. Probabilmente anche allora l'interpretazione fu troppo politica. In "Buongiorno, notte" il padre è tornato, è presente, ha capacità umana. Liberatorio è riprendere la figura del padre, farla ricomparire per poi separarsene».
Ma a parte le spiegazioni politiche o psicoanalitiche, resta il fatto che lei è cambiato. È diventato più generoso verso il pubblico.
«Sento di avere raggiunto una maggiore libertà. Ho seguito delle immagini, più che delle tesi. Quando mi è stato chiesto di fare il film ho avuto dei dubbi. Ho capito che potevo farlo solo quando ho cominciato a vedere dei movimenti in un appartamento. Questa costruzione di immagini è una leggerezza conquistata a partire dalla "Balia"».
Non si riconosce più nella definizione di regista duro, contorto e difficile?
«Guardando all'indietro nel mio lavoro, trovo periodi intermittenti. Periodi di successo e periodi di crisi. Fu un successo "La Cina è vicina", ma poi arriva "Nel nome del padre", che pure amo molto, ma che è un film difficile, ideologico. Fu un successo "Marcia trionfale", ma poi mi sono appartato con il "Gabbiano" e il "Salto nel vuoto". Con "Gli occhi, la bocca" ho fatto addirittura un passo falso».
Perché un passo falso?
«Era un film doloroso, parlava del suicidio di mio fratello gemello. Non avrei mai dovuto riprendere il protagonista dei "Pugni in tasca" Lou Castel, anche se è un ottimo attore e ottima persona. "I pugni in tasca" bisognava lasciarlo dov'era. Aveva ragione Vincenzo Cerami che firmò la sceneggiatura del film. Lui voleva per quel ruolo Benigni a Troisi. Voleva introdurre un elemento grottesco in tanta tragedia. Ma io ero troppo coinvolto e ho fatto male a non dargli retta».
Isolato, appartato. Eppure lei ha avuto momenti di militanza politica, ha partecipato ai "Quaderni Piacentini" ha firmato con Silvano Agosti film militanti come "Matti da slegare".
«Sempre a modo mio. Il rapporto con i "Quaderni" e con mio fratello più grande Piergiorgio è stato fondamentale per la mia formazione culturale. Andavo alle loro riunioni, ero amico di Grazia Cherchi e Goffredo Fofi, vivevo con loro. Ma la mossa diversa è stata quella di allontanarmi dal Nord e trasferirmi a Roma. La cosa non fu vista bene. Allora Roma era guardata con sospetto dall'inattaccabile moralismo dei "Quaderni" che non perdonava neanche a Pasolini di scrivere sul "Corriere della Sera", "il giornale dei Padroni". Roma era luogo di intellettuali troppo compromessi con il potere. Per me fu invece un momento di apertura. Mi ero iscritto al Centro Sperimentale avevo rapporti con registi internazionali, ero nel mezzo di una realtà in movimento. Ma anche lì finii per trovarmi in qualche modo isolato».
Come mai?
«C'era un grande entusiasmo per la Nouvelle Vague. Godard era un nume. Ricordo che Bernardo Bertolucci confessò di essersi addirittura sentito male per l'emozione quando lo incontrò. Io a Godard ho sempre preferito Bresson. Guardavo con ammirazione il più classico cinema francese, il realismo americano, Antonioni e Visconti».
E "I pugni in tasca" come arriva?
«Ero appunto isolato e lasciai Roma per Londra. Ma anche lì vivevo a modo mio. C'erano i Beatles e i Rolling Stones? Non me ne sono neanche accorto. Andavo all'Albert Hall e ricordo un concerto di un giovanissimo Pollini. Tornato in Italia volevo a tutti i costi sapere chi fossi. Non volevo seguire la trafila di fare il terzo, secondo e poi primo assistente alla regia. Se ero un regista dovevo tare un film altrimenti tornare alla pittura, cambiare mestiere. Avevo scritto il film e cominciai a cercare i soldi. Naturalmente non li ho trovati. Chi nell'Italia anni Sessanta poteva finanziare un film che parlava dell'assassinio di un fratello e di una madre cieca? Chiesi aiuto a Piergiorgio, che disapprovava completamente il progetto, ma che per amor fraterno decise di sostenermi. Così l'ho autoprodotto: un po' di soldi di famiglia e un mutuo della Banca Commerciale ottenuto grazie a lui.
E fu un successo travolgente.
«Anche troppo. Il film esplose, fece il giro del mondo, e io ne fui completamente disorientato. In qualche modo ne uscii più appartato di prima. Non entrai né allora né mai nella grande famiglia del cinema italiano ed è troppo tardi per farlo adesso».
A isolarla ancora di più non ha contributo il suo rapporto con la psicoanalisi e Massimo Fagioli?
«Molti di quelli che parlano male di Fagioli non hanno mai letto i suoi libri. Io non rinnego l'eccezionalità di quella ricerca a cui oggi fanno riferimento psichiatri di tutto il mondo. Ai tempi del "Diavolo in corpo" si parlò di un Bellocchio sopraffatto da Fagioli. "L'espresso" mi dedicò addirittura una copertina dal titolo "II diavolo in testa". Se oggi sono quello che sono è anche grazie a un'esperienza che, come vedete, non mi ha né soffocato né distrutto».
A proposito del premio mancato, Bertolucci ha detto: «Siamo due vecchi elefanti feriti». Condivide?
«Bernardo parla così. È un poeta. Ma nell'aggettivo ferito sinceramente non mi riconosco. Mi ha commosso però la sua solidarietà. Vuol dire che ora abbiamo altre cose a cui pensare piuttosto che polemizzare fra noi ».
E il sostantivo elefante?
«Lo accetto. Ma solo nell'accezione di un animale molto, molto longevo»
Buongiorno Marco
II successo di oggi. L'isolamento di ieri. Militanza politica e psicoanalisi.
Autoritratto di regista contro. Che finalmente ha conquistato il pubblico
colloquio con Marco Bellocchio di Alessandra Mammì
Marco Bellocchio ha vinto. Ha vinto tutto, tranne il Leone d'Oro. Ha vinto a Venezia travolto dalla commozione del pubblico e dalla standing ovation di giornalisti di tutto il mondo in conferenza stampa (cosa mai vista). Ha vinto in sala mordendo ai fianchi con le sue 170 copie di "Buongiorno, notte", l'incredibile "Hulk" che di copie, come si conviene a un colosso, ne aveva in giro almeno 400. Ha vinto conquistando anche chi ai tempi del sequestro Moro non era neanche nato e che al Lido gli ha regalato tutti e tre i premi delle giurie giovani. Ma soprattutto ha vinto su se stesso e sulla sua vocazione di regista stimato, ma isolato, appartato e complesso, denso e contraddittorio. Un autore di nicchia, insomma. «Un regista che ha scelto la strada più difficile priva di soddisfazioni spettacolari. Un cinema marginale rispetto ai circuiti commerciali, ma centrale rispetto ai rapporti fra gli uomini. Un cinema della penombra». Anno 1997: si chiude così il saggio di Sandro Bernardi nel "Castorino". Ma ora, superato il millennio, il biografo è smentito e il regista della penombra è accecato dalle luci dei riflettori.
Ecco raccontata da lui stesso, storia e trasformazione di un uomo che a sessant'anni si è rivelato al grande pubblico, è in piena e nuova giovinezza creativa e soprattutto non ha tradito né rinnegato niente del suo percorso.
Signor Bellocchio, che lei non vinca un festival non è una novità, ma le calche davanti alle sale per vedere un suo film non si erano mai viste.Come sta vivendo questa consacrazione?
« E' vero, non ho mai vinto un festival. E se non ho vinto neanche questo, credo la spiegazione più semplice sia che ai giurati il film non è piaciuto. Al momento delle giustificazioni o delle condoglianze mi è stato detto che era troppo italiano e difficile per i giurati stranieri. Strano, perché il film ora è invitato al Festival di Toronto, poi a New York e Londra».
La sta premiando il pubblico. Come lo spiega?
«In molti si avvicinano dicendomi che hanno pianto. Mi stupisce, non era nelle mie intenzioni farli piangere. Questa non è una love story. Un ex operaio di 55 anni ora sindacalista, mi ha detto che allora, all'annuncio del sequestro in fabbrica scoppiò un applauso. Ma ora vedendo il mio film non riusciva a trattenere le lacrime. Certamente la generazione nel fuoco è quella dei quaranta, cinquantenni. La loro commozione è comprensibile. Mi è più difficile invece spiegare l'entusiasmo dei giovani. Forse hanno capito che questo non è solo un film politico. È un film sull'assassinio di un padre. Ed è un film che dice come la separazione da un padre non passi attraverso il parricidio. Bisogna trovar la forza di riconoscerne l'esistenza per poi prendere la propria strada».
Oggi "Buongiorno, notte", all'inizio "I pugni in tasca". Di questo si è detto che è un film liberatorio, dell'altro che prefigurò il '68. Che rapporto c'è per lei tra i due film?
«Nei "Pugni intasca" il padre è assente e la liberazione è sinistramente accompagnata dalla necessità di assassinare la madre e il fratello. C'è la provocazione, la necessità di distruggere. Il film è dei '65 e fu detto che prefigurò il '68. Ma agli inizi quello fu un movimento pacifico, di resistenza passiva con i poliziotti che trascinavano via studenti inermi. Probabilmente anche allora l'interpretazione fu troppo politica. In "Buongiorno, notte" il padre è tornato, è presente, ha capacità umana. Liberatorio è riprendere la figura del padre, farla ricomparire per poi separarsene».
Ma a parte le spiegazioni politiche o psicoanalitiche, resta il fatto che lei è cambiato. È diventato più generoso verso il pubblico.
«Sento di avere raggiunto una maggiore libertà. Ho seguito delle immagini, più che delle tesi. Quando mi è stato chiesto di fare il film ho avuto dei dubbi. Ho capito che potevo farlo solo quando ho cominciato a vedere dei movimenti in un appartamento. Questa costruzione di immagini è una leggerezza conquistata a partire dalla "Balia"».
Non si riconosce più nella definizione di regista duro, contorto e difficile?
«Guardando all'indietro nel mio lavoro, trovo periodi intermittenti. Periodi di successo e periodi di crisi. Fu un successo "La Cina è vicina", ma poi arriva "Nel nome del padre", che pure amo molto, ma che è un film difficile, ideologico. Fu un successo "Marcia trionfale", ma poi mi sono appartato con il "Gabbiano" e il "Salto nel vuoto". Con "Gli occhi, la bocca" ho fatto addirittura un passo falso».
Perché un passo falso?
«Era un film doloroso, parlava del suicidio di mio fratello gemello. Non avrei mai dovuto riprendere il protagonista dei "Pugni in tasca" Lou Castel, anche se è un ottimo attore e ottima persona. "I pugni in tasca" bisognava lasciarlo dov'era. Aveva ragione Vincenzo Cerami che firmò la sceneggiatura del film. Lui voleva per quel ruolo Benigni a Troisi. Voleva introdurre un elemento grottesco in tanta tragedia. Ma io ero troppo coinvolto e ho fatto male a non dargli retta».
Isolato, appartato. Eppure lei ha avuto momenti di militanza politica, ha partecipato ai "Quaderni Piacentini" ha firmato con Silvano Agosti film militanti come "Matti da slegare".
«Sempre a modo mio. Il rapporto con i "Quaderni" e con mio fratello più grande Piergiorgio è stato fondamentale per la mia formazione culturale. Andavo alle loro riunioni, ero amico di Grazia Cherchi e Goffredo Fofi, vivevo con loro. Ma la mossa diversa è stata quella di allontanarmi dal Nord e trasferirmi a Roma. La cosa non fu vista bene. Allora Roma era guardata con sospetto dall'inattaccabile moralismo dei "Quaderni" che non perdonava neanche a Pasolini di scrivere sul "Corriere della Sera", "il giornale dei Padroni". Roma era luogo di intellettuali troppo compromessi con il potere. Per me fu invece un momento di apertura. Mi ero iscritto al Centro Sperimentale avevo rapporti con registi internazionali, ero nel mezzo di una realtà in movimento. Ma anche lì finii per trovarmi in qualche modo isolato».
Come mai?
«C'era un grande entusiasmo per la Nouvelle Vague. Godard era un nume. Ricordo che Bernardo Bertolucci confessò di essersi addirittura sentito male per l'emozione quando lo incontrò. Io a Godard ho sempre preferito Bresson. Guardavo con ammirazione il più classico cinema francese, il realismo americano, Antonioni e Visconti».
E "I pugni in tasca" come arriva?
«Ero appunto isolato e lasciai Roma per Londra. Ma anche lì vivevo a modo mio. C'erano i Beatles e i Rolling Stones? Non me ne sono neanche accorto. Andavo all'Albert Hall e ricordo un concerto di un giovanissimo Pollini. Tornato in Italia volevo a tutti i costi sapere chi fossi. Non volevo seguire la trafila di fare il terzo, secondo e poi primo assistente alla regia. Se ero un regista dovevo tare un film altrimenti tornare alla pittura, cambiare mestiere. Avevo scritto il film e cominciai a cercare i soldi. Naturalmente non li ho trovati. Chi nell'Italia anni Sessanta poteva finanziare un film che parlava dell'assassinio di un fratello e di una madre cieca? Chiesi aiuto a Piergiorgio, che disapprovava completamente il progetto, ma che per amor fraterno decise di sostenermi. Così l'ho autoprodotto: un po' di soldi di famiglia e un mutuo della Banca Commerciale ottenuto grazie a lui.
E fu un successo travolgente.
«Anche troppo. Il film esplose, fece il giro del mondo, e io ne fui completamente disorientato. In qualche modo ne uscii più appartato di prima. Non entrai né allora né mai nella grande famiglia del cinema italiano ed è troppo tardi per farlo adesso».
A isolarla ancora di più non ha contributo il suo rapporto con la psicoanalisi e Massimo Fagioli?
«Molti di quelli che parlano male di Fagioli non hanno mai letto i suoi libri. Io non rinnego l'eccezionalità di quella ricerca a cui oggi fanno riferimento psichiatri di tutto il mondo. Ai tempi del "Diavolo in corpo" si parlò di un Bellocchio sopraffatto da Fagioli. "L'espresso" mi dedicò addirittura una copertina dal titolo "II diavolo in testa". Se oggi sono quello che sono è anche grazie a un'esperienza che, come vedete, non mi ha né soffocato né distrutto».
A proposito del premio mancato, Bertolucci ha detto: «Siamo due vecchi elefanti feriti». Condivide?
«Bernardo parla così. È un poeta. Ma nell'aggettivo ferito sinceramente non mi riconosco. Mi ha commosso però la sua solidarietà. Vuol dire che ora abbiamo altre cose a cui pensare piuttosto che polemizzare fra noi ».
E il sostantivo elefante?
«Lo accetto. Ma solo nell'accezione di un animale molto, molto longevo»
un articolo di Livia Profeti
clorofilla.it 9.9.03
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3258
La ribellione riuscita di Marco Bellocchio
di Livia Profeti
Roma - Buongiorno, notte non ha vinto il Leone d'oro. Una sorpresa che ha fatto notizia e che ha suscitato un mare di polemiche addirittura bipartisan. Il film infatti, fenomeno quasi unico, aveva messo d'accordo un po' tutti riscuotendo uno straordinario successo sia di critica che di pubblico.
Questo successo però non ha minimamente scalfito i due componenti italiani in giuria, il presidente Mario Monicelli e l’attore Stefano Accorsi che hanno difeso il loro giudizio giustificandolo con il motivo in fondo più ovvio, ovvero che a loro il film non era poi piaciuto granché, anzi, secondo Monicelli, forse Bellocchio non meritava nemmeno il premio di quart’ordine che, a questo punto chissà perché, gli è stato assegnato.
Può anche darsi che Monicelli e Accorsi abbiano alle spalle un’esperienza e una cultura cinematografica di livello immensamente superiore a quella della stragrande maggioranza degli altri critici, e una sensibilità non comparabile con la gente comune che affolla le proiezioni del film. E’ possibile però un legittimo sospetto, ossia che, al contrario, i due giurati non siano stati affatto all’altezza del loro compito.
Cose che accadono in Italia, dove non si riesce a difendere l’industria cinematografica nostrana nemmeno quando effettivamente se lo merita, e forse non è il caso di meravigliarsene più di tanto, mentre è opportuno segnalare che Buongiorno, notte a Venezia è stato insignito di altri premi quali Cinemavvenire di Gillo Pontecorvo e Leoncino d’oro. Riconoscimenti che non sono proprio da buttar via, visto che sono assegnati da giurie di giovani cinefili.
I ragazzi, ben più dell’esperto presidente di giuria, sono stati in grado di cogliere l’importanza di questo film, di intuirne l’attualità “globale” che va ben oltre il fatto manifesto di occuparsi di una storia italiana di trenta anni fa, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse nel 1978. Il grande interesse del pubblico, l’apprezzamento dei giovani, l’appellativo di “capolavoro” da parte della critica spingono a cercare di comprendere il perché questa ultima fatica di Marco Bellocchio abbia raccolto così tanti e variegati consensi.
Curzio Maltese, su La Repubblica del 5 settembre in un articolo dal titolo Quando il cinema riscopre la memoria, sostiene che «nel bellissimo film di Bellocchio … non c’è nulla di quello che ci s’aspetta». Pochissimi o nulli i tentativi di ricostruzione dei fatti, nessun giudizio politico o morale, «eppure il film di Bellocchio è un fenomeno politico importante».
Secondo il famoso editorialista quell’evento del ’78 ha segnato una «cesura nella cultura italiana»: dall’impegno politico e civile di impronta neorealistica al ripiegamento intimista delle storie personali e private. Dopo di allora, se il cinema si è ancora occupato di storie “italiane”, lo ha fatto rappresentando situazioni sociali antecedenti a quegli anni, «quasi che nelle radici dell’Italia contemporanea fosse calata una nebbia o un tabù».
Anche la produzione di Bellocchio è esemplare da questo punto di vista: dalla fine degli anni Settanta, esplicitamente con Salto nel vuoto, «comincia un’altra vita artistica. La politica smette di essere il terreno di ricerca della libertà». Il regista simbolo del ’68 si mette alla ricerca di un altro tipo di libertà, ed oggi, dopo quasi trent’anni, torna a rappresentare un fatto politico e sociale cruciale della storia italiana, ma ora lui «non è certo più il regista de I pugni in tasca».
Il clima ambiguo dell’epoca, la perdita del rapporto con la realtà dei presunti rivoluzionari, sono resi senza la preoccupazione del «politicamente corretto» del film di M. T. Giordana, La meglio gioventù, «ma piuttosto con la dolorosa consapevolezza di chi l’ombra della follia l’ha sfiorata e sofferta, vista nascere e crescere nelle fabbriche, negli uffici, nel compagno di studi, moderna malapianta di un’antica ossessione religiosa».
Per Curzio Maltese questo film dice che il suo regista non ha dimenticato un passato, e nemmeno lo ripropone come se non fosse, appunto, “passato”, bensì lo ha dolorosamente elaborato e per questo può separarsene. Il ribelle per antonomasia del cinema italiano questa volta porta sullo schermo il rifiuto ad un destino politico e sociale che per età e storia pur gli apparterrebbe: il suicidio di una generazione che, come dice sorprendentemente nel film l’interprete dello statista Dc, era più religiosa dei cattolici moderni, perché martire come gli antichi cristiani, forse ancor di più.
Ma non solo. Nella carrellata finale sui volti dei politici dell’epoca e nella rappresentazione rituale di Paolo VI che dispensa la sua benedizione non ci sono dubbi: ben poche scene cinematografiche sono in grado di rappresentare tanta gelida freddezza e ipocrisia. Il regista rifiuta la schizofrenia di una lotta armata che ha perso il rapporto con la realtà sociale ma contemporaneamente non si è certo convertito, non si è venduto al potere. Rimane un ribelle, ma ha liberato Moro. Alla rivolta fallita di quella generazione Bellocchio risponde con una ribellione riuscita. Non uccidere colui che cristologicamente sin dall’inizio “doveva” morire significa compiere il «vero atto rivoluzionario» attraverso il quale la porta del passato «si è chiusa per sempre».
Da un diverso punto di vista il figlio dello statista Dc, Giovanni Moro, ha dichiarato che «questo è un caso in cui la creazione artistica è stata capace d’accrescere la conoscenza della realtà». E questo, a sorpresa, è accaduto pur senza riportare alcun fatto che più o meno già non si conoscesse. Un fatto artistico «accresce la conoscenza della realtà» e contemporaneamente è «un fenomeno politico importante». Arte, conoscenza, fenomeno politico, mai sinora le tre cose erano state insieme.
Stando ai commenti Bellocchio è riuscito a realizzare un film che, pur utilizzando gli strumenti rigorosamente artistici della fantasia e dell’immaginazione, riesce a fornire elementi di “verità” rispetto ad un determinato evento storico, ed in tal modo diventa un fenomeno politico, ovvero esso stesso un evento che incide sulla realtà. Cerchiamo di tentare una prima analisi di come ciò sia possibile. Innanzitutto il film, pur occupandosi di un evento realmente accaduto, non è fotografia dei fatti, della realtà storica più o meno presunta, ma tende a fornire una rappresentazione colma di “senso”, ovvero di ciò che è umanamente significativo e importante.
Le immagini girate dal regista e quelle “reali” di repertorio si susseguono quasi senza distinzione, in un sapiente e misterioso montaggio dove la realtà assume i contorni della fantasia e la fantasia sembra reale. I telegiornali, le interviste, i funerali di Moro, perdono il loro originario carattere fotografico per acquistare una qualità comunicativa diversa, quella tipica delle rappresentazioni artistiche.
Alle scene inconsce - i sogni della brigatista Chiara che inventano una storia diversa da come si svolsero i fatti - lo spettatore può lasciarsi andare senza paura di perdere il rapporto con la realtà. La fantasia del regista diventa generosa: comunica la possibilità di un suo movimento attivo e vitale che può sopravvivere alla violenza dei fatti, la sua possibilità di non rimanerne schiava. Chi assiste può non rimanere inchiodato ad un destino immodificabile. Può sperare.
E’ forse la speranza il «fenomeno politico importante» di cui parla Curzio Maltese? Non so. E’ certo però che questo film ci comunica in qualche modo che è possibile ribellarsi senza morire e senza uccidere, e potrebbe essere questo il significato “universale” che affascina i giovani che amano questo film anche se parla di un passato che storicamente non hanno vissuto.
Marco Bellocchio, fratello di una generazione ribelle sfociata nella follia e nel suicidio, secondo Curzio Maltese ha sfiorato quella stessa follia, ma l’ha scartata, alla ricerca di un altro tipo di libertà. Il regista, in un’altra intervista, ha dichiarato che all’epoca dei fatti «stava mettendo in discussione se stesso, passando dall’analisi individuale a quella collettiva».
Da un’analisi individuale a quella collettiva. L’aggettivo “collettiva” ci suggerisce un luogo in cui l’inconscio ha abbandonato il confessionale di freudiana memoria - dove riceveva l’assoluzione per i propri peccati intrapsichici - e si è esposto ad un’interpretazione pubblica, alla ricerca collettiva su se stesso e sui suoi rapporti con il mondo. Non cosciente che si libera dalla bugia che lo voleva chiuso in se stesso, da nascondere come il male di biblica memoria, e si rivela fondato sul rapporto: sociale, storico, politico, in una parola interumano.
Sarebbe interessante chiedere a Marco Bellocchio il significato di questa quasi trentennale esperienza per la sua «ricerca di libertà», evidentemente riuscita, o quanto eventualmente abbia influito sulla possibilità dimostrata in questo suo ultimo film di coniugare con tanta leggerezza pubblico e privato, storia sociale e storia personale (il film è dedicato al padre).
Al regista i complimenti per questo film bellissimo, a noi gli auguri che, come auspica Maltese, con esso si apra per il cinema italiano un «passaggio verso un futuro diverso» nel quale arte, conoscenza, affetti e politica possano stare finalmente insieme. Sarebbe veramente un importante fenomeno.(martedì 9 settembre 2003)
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3258
La ribellione riuscita di Marco Bellocchio
di Livia Profeti
Roma - Buongiorno, notte non ha vinto il Leone d'oro. Una sorpresa che ha fatto notizia e che ha suscitato un mare di polemiche addirittura bipartisan. Il film infatti, fenomeno quasi unico, aveva messo d'accordo un po' tutti riscuotendo uno straordinario successo sia di critica che di pubblico.
Questo successo però non ha minimamente scalfito i due componenti italiani in giuria, il presidente Mario Monicelli e l’attore Stefano Accorsi che hanno difeso il loro giudizio giustificandolo con il motivo in fondo più ovvio, ovvero che a loro il film non era poi piaciuto granché, anzi, secondo Monicelli, forse Bellocchio non meritava nemmeno il premio di quart’ordine che, a questo punto chissà perché, gli è stato assegnato.
Può anche darsi che Monicelli e Accorsi abbiano alle spalle un’esperienza e una cultura cinematografica di livello immensamente superiore a quella della stragrande maggioranza degli altri critici, e una sensibilità non comparabile con la gente comune che affolla le proiezioni del film. E’ possibile però un legittimo sospetto, ossia che, al contrario, i due giurati non siano stati affatto all’altezza del loro compito.
Cose che accadono in Italia, dove non si riesce a difendere l’industria cinematografica nostrana nemmeno quando effettivamente se lo merita, e forse non è il caso di meravigliarsene più di tanto, mentre è opportuno segnalare che Buongiorno, notte a Venezia è stato insignito di altri premi quali Cinemavvenire
I ragazzi, ben più dell’esperto presidente di giuria, sono stati in grado di cogliere l’importanza di questo film, di intuirne l’attualità “globale” che va ben oltre il fatto manifesto di occuparsi di una storia italiana di trenta anni fa, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse nel 1978. Il grande interesse del pubblico, l’apprezzamento dei giovani, l’appellativo di “capolavoro” da parte della critica spingono a cercare di comprendere il perché questa ultima fatica di Marco Bellocchio abbia raccolto così tanti e variegati consensi.
Curzio Maltese, su La Repubblica del 5 settembre in un articolo dal titolo Quando il cinema riscopre la memoria, sostiene che «nel bellissimo film di Bellocchio … non c’è nulla di quello che ci s’aspetta». Pochissimi o nulli i tentativi di ricostruzione dei fatti, nessun giudizio politico o morale, «eppure il film di Bellocchio è un fenomeno politico importante».
Secondo il famoso editorialista quell’evento del ’78 ha segnato una «cesura nella cultura italiana»: dall’impegno politico e civile di impronta neorealistica al ripiegamento intimista delle storie personali e private. Dopo di allora, se il cinema si è ancora occupato di storie “italiane”, lo ha fatto rappresentando situazioni sociali antecedenti a quegli anni, «quasi che nelle radici dell’Italia contemporanea fosse calata una nebbia o un tabù».
Anche la produzione di Bellocchio è esemplare da questo punto di vista: dalla fine degli anni Settanta, esplicitamente con Salto nel vuoto, «comincia un’altra vita artistica. La politica smette di essere il terreno di ricerca della libertà». Il regista simbolo del ’68 si mette alla ricerca di un altro tipo di libertà, ed oggi, dopo quasi trent’anni, torna a rappresentare un fatto politico e sociale cruciale della storia italiana, ma ora lui «non è certo più il regista de I pugni in tasca».
Il clima ambiguo dell’epoca, la perdita del rapporto con la realtà dei presunti rivoluzionari, sono resi senza la preoccupazione del «politicamente corretto» del film di M. T. Giordana, La meglio gioventù, «ma piuttosto con la dolorosa consapevolezza di chi l’ombra della follia l’ha sfiorata e sofferta, vista nascere e crescere nelle fabbriche, negli uffici, nel compagno di studi, moderna malapianta di un’antica ossessione religiosa».
Per Curzio Maltese questo film dice che il suo regista non ha dimenticato un passato, e nemmeno lo ripropone come se non fosse, appunto, “passato”, bensì lo ha dolorosamente elaborato e per questo può separarsene. Il ribelle per antonomasia del cinema italiano questa volta porta sullo schermo il rifiuto ad un destino politico e sociale che per età e storia pur gli apparterrebbe: il suicidio di una generazione che, come dice sorprendentemente nel film l’interprete dello statista Dc, era più religiosa dei cattolici moderni, perché martire come gli antichi cristiani, forse ancor di più.
Ma non solo. Nella carrellata finale sui volti dei politici dell’epoca e nella rappresentazione rituale di Paolo VI che dispensa la sua benedizione non ci sono dubbi: ben poche scene cinematografiche sono in grado di rappresentare tanta gelida freddezza e ipocrisia. Il regista rifiuta la schizofrenia di una lotta armata che ha perso il rapporto con la realtà sociale ma contemporaneamente non si è certo convertito, non si è venduto al potere. Rimane un ribelle, ma ha liberato Moro. Alla rivolta fallita di quella generazione Bellocchio risponde con una ribellione riuscita. Non uccidere colui che cristologicamente sin dall’inizio “doveva” morire significa compiere il «vero atto rivoluzionario» attraverso il quale la porta del passato «si è chiusa per sempre».
Da un diverso punto di vista il figlio dello statista Dc, Giovanni Moro, ha dichiarato che «questo è un caso in cui la creazione artistica è stata capace d’accrescere la conoscenza della realtà». E questo, a sorpresa, è accaduto pur senza riportare alcun fatto che più o meno già non si conoscesse. Un fatto artistico «accresce la conoscenza della realtà» e contemporaneamente è «un fenomeno politico importante». Arte, conoscenza, fenomeno politico, mai sinora le tre cose erano state insieme.
Stando ai commenti Bellocchio è riuscito a realizzare un film che, pur utilizzando gli strumenti rigorosamente artistici della fantasia e dell’immaginazione, riesce a fornire elementi di “verità” rispetto ad un determinato evento storico, ed in tal modo diventa un fenomeno politico, ovvero esso stesso un evento che incide sulla realtà. Cerchiamo di tentare una prima analisi di come ciò sia possibile. Innanzitutto il film, pur occupandosi di un evento realmente accaduto, non è fotografia dei fatti, della realtà storica più o meno presunta, ma tende a fornire una rappresentazione colma di “senso”, ovvero di ciò che è umanamente significativo e importante.
Le immagini girate dal regista e quelle “reali” di repertorio si susseguono quasi senza distinzione, in un sapiente e misterioso montaggio dove la realtà assume i contorni della fantasia e la fantasia sembra reale. I telegiornali, le interviste, i funerali di Moro, perdono il loro originario carattere fotografico per acquistare una qualità comunicativa diversa, quella tipica delle rappresentazioni artistiche.
Alle scene inconsce - i sogni della brigatista Chiara che inventano una storia diversa da come si svolsero i fatti - lo spettatore può lasciarsi andare senza paura di perdere il rapporto con la realtà. La fantasia del regista diventa generosa: comunica la possibilità di un suo movimento attivo e vitale che può sopravvivere alla violenza dei fatti, la sua possibilità di non rimanerne schiava. Chi assiste può non rimanere inchiodato ad un destino immodificabile. Può sperare.
E’ forse la speranza il «fenomeno politico importante» di cui parla Curzio Maltese? Non so. E’ certo però che questo film ci comunica in qualche modo che è possibile ribellarsi senza morire e senza uccidere, e potrebbe essere questo il significato “universale” che affascina i giovani che amano questo film anche se parla di un passato che storicamente non hanno vissuto.
Marco Bellocchio, fratello di una generazione ribelle sfociata nella follia e nel suicidio, secondo Curzio Maltese ha sfiorato quella stessa follia, ma l’ha scartata, alla ricerca di un altro tipo di libertà. Il regista, in un’altra intervista, ha dichiarato che all’epoca dei fatti «stava mettendo in discussione se stesso, passando dall’analisi individuale a quella collettiva».
Da un’analisi individuale a quella collettiva. L’aggettivo “collettiva” ci suggerisce un luogo in cui l’inconscio ha abbandonato il confessionale di freudiana memoria - dove riceveva l’assoluzione per i propri peccati intrapsichici - e si è esposto ad un’interpretazione pubblica, alla ricerca collettiva su se stesso e sui suoi rapporti con il mondo. Non cosciente che si libera dalla bugia che lo voleva chiuso in se stesso, da nascondere come il male di biblica memoria, e si rivela fondato sul rapporto: sociale, storico, politico, in una parola interumano.
Sarebbe interessante chiedere a Marco Bellocchio il significato di questa quasi trentennale esperienza per la sua «ricerca di libertà», evidentemente riuscita, o quanto eventualmente abbia influito sulla possibilità dimostrata in questo suo ultimo film di coniugare con tanta leggerezza pubblico e privato, storia sociale e storia personale (il film è dedicato al padre).
Al regista i complimenti per questo film bellissimo, a noi gli auguri che, come auspica Maltese, con esso si apra per il cinema italiano un «passaggio verso un futuro diverso» nel quale arte, conoscenza, affetti e politica possano stare finalmente insieme. Sarebbe veramente un importante fenomeno.(martedì 9 settembre 2003)
proteste interessate
L'Avvenire, quotidiano della CEI 13.9.03
IL CASO
Gli atei a caccia di moschee
Non solo la «piovra cattolica», ma anche il «calamaro islamico»... Il raduno anticlericale di Modena addita il suo nuovo nemico
di Roberto Beretta
Contro la «piovra vaticana», ma anche contro il «calamaro islamico». Evidentemente non gradiscono il fritto misto, gli atei italiani, però hanno il pregio di parlar chiaro: «Nel centro-nord del mondo la fanno da padroni i preti cristiani, nel sud-est del mondo l'egemonia è in mano ai preti islamici». E loro, salomonicamente, stanno contro gli uni e contro gli altri. Alla pari. Tuttavia l'11 settembre qualche effetto deve averlo avuto, nei gruppi di agnostici e d'anticlericali della Penisola, se domani a Modena - nell'annuale incontro del settore, organizzato dall'«Associazione per lo sbattezzo» di Fano - si terrà appunto un dibattito su «Movimenti ed anticlericalismo, assemblea sulla sudditanza/indipendenza dei movimenti radicali di massa nei confronti della piovra vaticana del nord-ovest e del calamaro islamico del sud-est». Ma allora gli atei dello Stivale hanno aperto il «secondo fronte»! Il nemico dichiarato non è più soltanto la Chiesa cattolica, col potere della sua gerarchia e l'odiato concordato, ma anche l'islam; non solo i cardinali, ma pure gli ayatollah... In effetti, sulla prima pagina dell'ultimo numero del pittoresco e militante foglio anticlericale Il peccato, campeggia una significativa vignetta: tre macigni schiacciano una malcapitata fedele in ginocchio; uno reca inciso il nome di Allah, il secondo quello di Dio e l'ultimo è intitolato a Jahvé. I macigni sono uguali: segno che per gli agnostici italiani i tre grandi monoteismi sono ormai bersagli della stessa grandezza? Risponde per prima Chiara Gazzola, presidente dell'«Associazione per lo sbattezzo»: «Il nostro gruppo esiste da vent'anni e certo agisce contro il potere della Chiesa cattolica, però anche verso i musulmani mantiene lo stesso atteggiamento. Attenti: noi non ce l'abbiamo con le religioni in sé, ma esprimiamo dissenso contro tutte le Chiese in quanto centri di potere; perciò un'attenzione nei confronti dell'islamismo l'abbiamo sempre avuta. Per anni, ad esempio, abbiamo gestito l'Osservatorio delle donne contro gli integralismi». Va be': ma siete più contro Al Qaeda, contro Saddam oppure contro Bush? «Siamo contro tutte le autorità. Certo, l'autoritarismo islamico è un grosso rischio, però mi sembra che la paura dell'avanzata musulmana in Occidente sia diffusa soprattutto dalla Chiesa, che ha timore di perdere l'egemonia». Intanto, però, gli anticlericali l'anno scorso si sono beccati minacce di querela da Adel Smith, l'esponente islamico che bandì in tv una crociata contro i crocifissi, per presunte offese rilevate nel loro sito Internet: «Smith aveva chiesto di venire da noi a parlare. Dipende - abbiamo risposto -; se al crocifisso vuole sostituire altri simboli, religiosi o anche atei, non siamo d'accordo». Anche Romano Oss, dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), trova naturale la "svolta islamica" dei gruppi anticlericali: «È giusto che ci si opponga a tutte le confessioni, non solo ai cattolici. Infatti siamo contrari a qualunque integralismo, a ogni mescolanza tra Stato e religioni. Però per noi l'islam non rappresenta un particolare pericolo: crediamo infatti che la nostra organizzazione civile sia abbastanza solida per contrastare certi fondamentalismi». Chiarisce ancor meglio Giorgio Villella, che dell'Uaar è segretario: «No, non abbiamo paura dell'islam; anzi, secondo noi è meglio che in Italia ci siano più religioni forti, perché se non altro c'è più libertà per tutti e meno clericalismo, meno potere politico della Chiesa. Così si spezza il monopolio cattolico, che da noi ha già troppi privilegi». Quindi preferite Benladen ai vescovi? «In Benladen si sente ancora l'odio contro i crociati, perché le guerre moderne hanno una forte motivazione religiosa; e questo rafforza la nostra convinzione che sarebbe meglio se le religioni non avessero potere politico. Però, se abitassi in un Paese islamico, ce l'avrei moltissimo coi musulmani, perché il clericalismo islamico è molto superiore a quello della Chiesa oggi; i mullah sono indietro di 200 anni rispetto ai preti». Beh, è già qualcosa... Ma non vi sembra una contraddizione che gli anticlericali combattano l'islam, una delle poche religioni senza clero? «A me non pare. Anzi, mi sembra che nell'islam ci siano fior di ministri del culto professionisti», obietta Walter Siri, anche lui dell'«Associazione per lo sbattezzo». Ma vi fanno più paura gli ayatollah o i cardinali? «Allo stesso livello, entrambi sono espressioni di un totalitarismo filosofico e ideologico. Certo, ci sono forme più o meno sfumate di esprimerlo: e devo riconoscere che oggi la secolarizzazione ha condotto la Chiesa a più miti consigli. Però gli estremisti cattolici ci sono ancora». L'11 settembre ha cambiato qualcosa per gli atei? «Non certo il giudizio sulle religioni e in particolari sui cleri. Dell'islam cominciamo a occuparci oggi in maniera più precisa perché nel nostro Paese ci sono milioni di persone che provengono da quella cultura». Più per l'immigrazione che per il terrorismo, dunque... «Sì, il terrorismo è un confronto tra Stati rispetto al quale non siamo tifosi né dell'uno né dell'altro. Non siamo né con Bush, né con Saddam; ma neanche con Benladen». Ma davvero non c'è differenza tra islam e cattolici? Chi è il nemico più pericoloso? «I nemici sono tanti. Tutte le religioni monoteiste, essendo fortemente strutturate, sono pericolose per le società in cui si esprimono». E in Italia, adesso, temete più l'islam o i cattolici? «I cattolici. Soprattutto quelli di destra»
IL CASO
Gli atei a caccia di moschee
Non solo la «piovra cattolica», ma anche il «calamaro islamico»... Il raduno anticlericale di Modena addita il suo nuovo nemico
di Roberto Beretta
Contro la «piovra vaticana», ma anche contro il «calamaro islamico». Evidentemente non gradiscono il fritto misto, gli atei italiani, però hanno il pregio di parlar chiaro: «Nel centro-nord del mondo la fanno da padroni i preti cristiani, nel sud-est del mondo l'egemonia è in mano ai preti islamici». E loro, salomonicamente, stanno contro gli uni e contro gli altri. Alla pari. Tuttavia l'11 settembre qualche effetto deve averlo avuto, nei gruppi di agnostici e d'anticlericali della Penisola, se domani a Modena - nell'annuale incontro del settore, organizzato dall'«Associazione per lo sbattezzo» di Fano - si terrà appunto un dibattito su «Movimenti ed anticlericalismo, assemblea sulla sudditanza/indipendenza dei movimenti radicali di massa nei confronti della piovra vaticana del nord-ovest e del calamaro islamico del sud-est». Ma allora gli atei dello Stivale hanno aperto il «secondo fronte»! Il nemico dichiarato non è più soltanto la Chiesa cattolica, col potere della sua gerarchia e l'odiato concordato, ma anche l'islam; non solo i cardinali, ma pure gli ayatollah... In effetti, sulla prima pagina dell'ultimo numero del pittoresco e militante foglio anticlericale Il peccato, campeggia una significativa vignetta: tre macigni schiacciano una malcapitata fedele in ginocchio; uno reca inciso il nome di Allah, il secondo quello di Dio e l'ultimo è intitolato a Jahvé. I macigni sono uguali: segno che per gli agnostici italiani i tre grandi monoteismi sono ormai bersagli della stessa grandezza? Risponde per prima Chiara Gazzola, presidente dell'«Associazione per lo sbattezzo»: «Il nostro gruppo esiste da vent'anni e certo agisce contro il potere della Chiesa cattolica, però anche verso i musulmani mantiene lo stesso atteggiamento. Attenti: noi non ce l'abbiamo con le religioni in sé, ma esprimiamo dissenso contro tutte le Chiese in quanto centri di potere; perciò un'attenzione nei confronti dell'islamismo l'abbiamo sempre avuta. Per anni, ad esempio, abbiamo gestito l'Osservatorio delle donne contro gli integralismi». Va be': ma siete più contro Al Qaeda, contro Saddam oppure contro Bush? «Siamo contro tutte le autorità. Certo, l'autoritarismo islamico è un grosso rischio, però mi sembra che la paura dell'avanzata musulmana in Occidente sia diffusa soprattutto dalla Chiesa, che ha timore di perdere l'egemonia». Intanto, però, gli anticlericali l'anno scorso si sono beccati minacce di querela da Adel Smith, l'esponente islamico che bandì in tv una crociata contro i crocifissi, per presunte offese rilevate nel loro sito Internet: «Smith aveva chiesto di venire da noi a parlare. Dipende - abbiamo risposto -; se al crocifisso vuole sostituire altri simboli, religiosi o anche atei, non siamo d'accordo». Anche Romano Oss, dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), trova naturale la "svolta islamica" dei gruppi anticlericali: «È giusto che ci si opponga a tutte le confessioni, non solo ai cattolici. Infatti siamo contrari a qualunque integralismo, a ogni mescolanza tra Stato e religioni. Però per noi l'islam non rappresenta un particolare pericolo: crediamo infatti che la nostra organizzazione civile sia abbastanza solida per contrastare certi fondamentalismi». Chiarisce ancor meglio Giorgio Villella, che dell'Uaar è segretario: «No, non abbiamo paura dell'islam; anzi, secondo noi è meglio che in Italia ci siano più religioni forti, perché se non altro c'è più libertà per tutti e meno clericalismo, meno potere politico della Chiesa. Così si spezza il monopolio cattolico, che da noi ha già troppi privilegi». Quindi preferite Benladen ai vescovi? «In Benladen si sente ancora l'odio contro i crociati, perché le guerre moderne hanno una forte motivazione religiosa; e questo rafforza la nostra convinzione che sarebbe meglio se le religioni non avessero potere politico. Però, se abitassi in un Paese islamico, ce l'avrei moltissimo coi musulmani, perché il clericalismo islamico è molto superiore a quello della Chiesa oggi; i mullah sono indietro di 200 anni rispetto ai preti». Beh, è già qualcosa... Ma non vi sembra una contraddizione che gli anticlericali combattano l'islam, una delle poche religioni senza clero? «A me non pare. Anzi, mi sembra che nell'islam ci siano fior di ministri del culto professionisti», obietta Walter Siri, anche lui dell'«Associazione per lo sbattezzo». Ma vi fanno più paura gli ayatollah o i cardinali? «Allo stesso livello, entrambi sono espressioni di un totalitarismo filosofico e ideologico. Certo, ci sono forme più o meno sfumate di esprimerlo: e devo riconoscere che oggi la secolarizzazione ha condotto la Chiesa a più miti consigli. Però gli estremisti cattolici ci sono ancora». L'11 settembre ha cambiato qualcosa per gli atei? «Non certo il giudizio sulle religioni e in particolari sui cleri. Dell'islam cominciamo a occuparci oggi in maniera più precisa perché nel nostro Paese ci sono milioni di persone che provengono da quella cultura». Più per l'immigrazione che per il terrorismo, dunque... «Sì, il terrorismo è un confronto tra Stati rispetto al quale non siamo tifosi né dell'uno né dell'altro. Non siamo né con Bush, né con Saddam; ma neanche con Benladen». Ma davvero non c'è differenza tra islam e cattolici? Chi è il nemico più pericoloso? «I nemici sono tanti. Tutte le religioni monoteiste, essendo fortemente strutturate, sono pericolose per le società in cui si esprimono». E in Italia, adesso, temete più l'islam o i cattolici? «I cattolici. Soprattutto quelli di destra»
Marco Bellocchio a Bobbio
Libertà 13.9.03
Spettacoli
Fare cinema “Salto nel vuoto”: un film di grande ispirazione
Cerami lo esalta ma per Bellocchio «è semplicemente un vecchio lavoro»
di Manuel Monteverdi
Il cinema “Le Grazie” di Bobbio, giunto alla terza serata della rassegna didattica Fare Cinema, torna indietro nel tempo e regala agli spettatori Salto nel vuoto di Marco Bellocchio, bobbiese che ha unito indissolubilmente il proprio nome e la propria immagine di regista a questa rassegna. Salto nel vuoto è un lungometraggio del 1980 che valse la Palma d'oro a Cannes ai due interpreti, gli straordinari Anouk Aimeè e Michel Piccoli, costruito sulla sceneggiatura dello scrittore Vincenzo Cerami, presente in sala e protagonista del dibattito post-proiezione. Mentre Bellocchio sembra quasi sminuire il proprio lavoro ritenendolo, semplicemente, «un vecchio film» e aggiungendo di non avere molto da dire su di esso, forse per «falso pudore o per ipocrisia»; Vincenzo Cerami lo incensa, a ragione, definendolo come una pellicola «di grande valore e forza» dopo la quale - scherza Cerami - «ho iniziato ad occuparmi di film comici». Un opera che «appartiene a una categoria in estinzione, in cui emergono i volti, gli occhi che sfuggono, che sono spietati ma anche spaventati»; un cinema di osservazione microscopica e impietosa, che si prende i giusti momenti di significativa, anzi necessaria, lentezza. «Uno dei film più ispirati di Bellocchio», di cui lo stesso Cerami ha ricordato, facendo un rapido flashback, la passione artistica profusa in quei tardi anni '70. Sempre lo sceneggiatore, imbeccato dal pubblico, ammette di non avere mai pensato di mettersi dietro la macchina da presa, preferendo di gran lunga la penna: «Ho un desiderio furioso di raccontare storie in tutti i linguaggi ma scrivere è più difficile di girare e, per ciò, lo preferisco». Poi aggiunge: «Marco è il più grande regista italiano almeno per quanto riguarda la direzione degli attori, per la quale bisogna avere una sensibilità molto profonda; il segreto è vivere con passione la realtà in cui ci troviamo e cercare di raccontarla nelle sue pieghe più segrete». Il pubblico di Bobbio è soprattutto curioso di scoprire il rapporto che si cela tra uno script e la regia, così Cerami, che tra le varie collaborazioni cinematografiche vanta nomi come Gianni Amelio e Roberto Benigni, sintetizza: «La macchina da presa rappresenta la tappa finale del percorso della scrittura»; una inquadratura improvvisata, secondo lo scrittore, può spiegare tante cose, più di quanto pagine di sceneggiatura possano fare. A chi fa domande sulla ricerca e sullo studio degli ambienti interni, tanto angusti da aderire ai personaggi delle opere di Bellocchio per finire a interagire con essi, Cerami risponde: «L'ambiente, come in questo film, può reggere l'intero impianto narrativo». E Bellocchio ammette: «Quando si scrive una sceneggiatura non si sa dove si va a finire. In Salto nel vuoto abbiamo capito che la mappa topografica dell'ambiente ci sembrava funzionale al racconto. E, in questo senso, è impossibile non richiamare Buongiorno notte, fresco di Festival di Venezia: «Abbiamo cercato un interno che fosse simile all'appartamento in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro; non l'abbiamo trovato e, così, lo abbiamo ricostruito. Ma non mi è mai capitato di sapere prima delle riprese quale sarebbe stato l'ambiente, nemmeno quando ho girato I pugni in tasca, proprio a Bobbio». Si parla dello statista della Democrazia Cristiana e si capisce che il riferimento all'ultimo film di Bellocchio non è casuale; quando un astante gli notare che con Salto nel vuoto si percepisce quella carità che si avverte anche di fronte a Buongiorno, notte, la risposta è minimale ma assolutamente chiara: «Ho iniziato a girare il film nel '79, l'anno successivo alla tragedia…». In fin dei conti è questo il bello del cinema, un'infinita serie di sequenze tra due poli destinati ad incontrarsi come fossero un magico anello.
Spettacoli
Fare cinema “Salto nel vuoto”: un film di grande ispirazione
Cerami lo esalta ma per Bellocchio «è semplicemente un vecchio lavoro»
di Manuel Monteverdi
Il cinema “Le Grazie” di Bobbio, giunto alla terza serata della rassegna didattica Fare Cinema, torna indietro nel tempo e regala agli spettatori Salto nel vuoto di Marco Bellocchio, bobbiese che ha unito indissolubilmente il proprio nome e la propria immagine di regista a questa rassegna. Salto nel vuoto è un lungometraggio del 1980 che valse la Palma d'oro a Cannes ai due interpreti, gli straordinari Anouk Aimeè e Michel Piccoli, costruito sulla sceneggiatura dello scrittore Vincenzo Cerami, presente in sala e protagonista del dibattito post-proiezione. Mentre Bellocchio sembra quasi sminuire il proprio lavoro ritenendolo, semplicemente, «un vecchio film» e aggiungendo di non avere molto da dire su di esso, forse per «falso pudore o per ipocrisia»; Vincenzo Cerami lo incensa, a ragione, definendolo come una pellicola «di grande valore e forza» dopo la quale - scherza Cerami - «ho iniziato ad occuparmi di film comici». Un opera che «appartiene a una categoria in estinzione, in cui emergono i volti, gli occhi che sfuggono, che sono spietati ma anche spaventati»; un cinema di osservazione microscopica e impietosa, che si prende i giusti momenti di significativa, anzi necessaria, lentezza. «Uno dei film più ispirati di Bellocchio», di cui lo stesso Cerami ha ricordato, facendo un rapido flashback, la passione artistica profusa in quei tardi anni '70. Sempre lo sceneggiatore, imbeccato dal pubblico, ammette di non avere mai pensato di mettersi dietro la macchina da presa, preferendo di gran lunga la penna: «Ho un desiderio furioso di raccontare storie in tutti i linguaggi ma scrivere è più difficile di girare e, per ciò, lo preferisco». Poi aggiunge: «Marco è il più grande regista italiano almeno per quanto riguarda la direzione degli attori, per la quale bisogna avere una sensibilità molto profonda; il segreto è vivere con passione la realtà in cui ci troviamo e cercare di raccontarla nelle sue pieghe più segrete». Il pubblico di Bobbio è soprattutto curioso di scoprire il rapporto che si cela tra uno script e la regia, così Cerami, che tra le varie collaborazioni cinematografiche vanta nomi come Gianni Amelio e Roberto Benigni, sintetizza: «La macchina da presa rappresenta la tappa finale del percorso della scrittura»; una inquadratura improvvisata, secondo lo scrittore, può spiegare tante cose, più di quanto pagine di sceneggiatura possano fare. A chi fa domande sulla ricerca e sullo studio degli ambienti interni, tanto angusti da aderire ai personaggi delle opere di Bellocchio per finire a interagire con essi, Cerami risponde: «L'ambiente, come in questo film, può reggere l'intero impianto narrativo». E Bellocchio ammette: «Quando si scrive una sceneggiatura non si sa dove si va a finire. In Salto nel vuoto abbiamo capito che la mappa topografica dell'ambiente ci sembrava funzionale al racconto. E, in questo senso, è impossibile non richiamare Buongiorno notte, fresco di Festival di Venezia: «Abbiamo cercato un interno che fosse simile all'appartamento in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro; non l'abbiamo trovato e, così, lo abbiamo ricostruito. Ma non mi è mai capitato di sapere prima delle riprese quale sarebbe stato l'ambiente, nemmeno quando ho girato I pugni in tasca, proprio a Bobbio». Si parla dello statista della Democrazia Cristiana e si capisce che il riferimento all'ultimo film di Bellocchio non è casuale; quando un astante gli notare che con Salto nel vuoto si percepisce quella carità che si avverte anche di fronte a Buongiorno, notte, la risposta è minimale ma assolutamente chiara: «Ho iniziato a girare il film nel '79, l'anno successivo alla tragedia…». In fin dei conti è questo il bello del cinema, un'infinita serie di sequenze tra due poli destinati ad incontrarsi come fossero un magico anello.
venerdì 12 settembre 2003
diverso parere, e qualcos'altro...
La Gazzetta del Mezzogiorno (Bari) 12.9.03
Cocente delusione il film di Bellocchio su Moro
Ho visto il film di Bellocchio «Buongiorno notte» sul sequestro dell'on. Aldo Moro e ne ho avuto una cocete delusione. È questo il film così osannato dalla stampa in occasione del Festiva del Cinema di Venezia da ritenerlo meritevole del «Leone d'oro»? È questo il film del regista assiduo frequentatore di seminari oceanici di un noto psicanalista a Roma negli Anni '80/'90? È questo il film che, giunto dopo tanti anni da un evento che ha sconvolto psicologicamente, emotivamente e politicamente il nostro Paese, avrebbe potuto essere l'occasione per una serena e matura riflessione su quegli anni?
Ho assistito ad un film esile, niente affatto emozionante, perfino noioso. Bellissimi invece gli articoli che parlano del film; l'ultimo in ordine di tempo che ho letto è quello, pubblicato sulla Gazzetta di martedì 9, dell'amico Pino Pisicchio che con linguaggio forbito ed immaginifico ha elogiato in maniera così appassionata e convincente l'ultima fatica di Bellocchio, da farmi dubitare che si trattasse della stessa insipida pellicola da me vista domenica scorsa.
A pensarci bene, forse mi ha infastidito vedere la dura e cruda realtà di quegli anni di follia ideologica? Ma erano davvero così come li rappresenta Bellocchio i brigatisti che hanno assassinato Moro? Sprovveduti, superficiali, infantili... È quel manipolo di ragazzi che ha tenuto in scacco lo Stato per tanti anni, rapinando, uccidendo, terrorizzando un intero Paese e traumatizzando un'intera generazione? Non è che siamo davanti al solito tentativo, così frequente nella patria del revisionismo, di ridimensionare la gravità e la tragicità di quel movimento, edulcorando tutto in una visione buonista e confidando nella paterna comprensione e nel perdono cristiano?
Quando il recupero della dimensione umana e psicologica di Hitler?
Giuliana Perrotta
Bari
Chi ha visto il film e vuole discutere ci scriva: questa è in fondo la terra di Moro. Una materia molto emotiva e opinabile, come dimostrano gli articoli sul film che lei giudica molto più belli del film.
Cocente delusione il film di Bellocchio su Moro
Ho visto il film di Bellocchio «Buongiorno notte» sul sequestro dell'on. Aldo Moro e ne ho avuto una cocete delusione. È questo il film così osannato dalla stampa in occasione del Festiva del Cinema di Venezia da ritenerlo meritevole del «Leone d'oro»? È questo il film del regista assiduo frequentatore di seminari oceanici di un noto psicanalista a Roma negli Anni '80/'90? È questo il film che, giunto dopo tanti anni da un evento che ha sconvolto psicologicamente, emotivamente e politicamente il nostro Paese, avrebbe potuto essere l'occasione per una serena e matura riflessione su quegli anni?
Ho assistito ad un film esile, niente affatto emozionante, perfino noioso. Bellissimi invece gli articoli che parlano del film; l'ultimo in ordine di tempo che ho letto è quello, pubblicato sulla Gazzetta di martedì 9, dell'amico Pino Pisicchio che con linguaggio forbito ed immaginifico ha elogiato in maniera così appassionata e convincente l'ultima fatica di Bellocchio, da farmi dubitare che si trattasse della stessa insipida pellicola da me vista domenica scorsa.
A pensarci bene, forse mi ha infastidito vedere la dura e cruda realtà di quegli anni di follia ideologica? Ma erano davvero così come li rappresenta Bellocchio i brigatisti che hanno assassinato Moro? Sprovveduti, superficiali, infantili... È quel manipolo di ragazzi che ha tenuto in scacco lo Stato per tanti anni, rapinando, uccidendo, terrorizzando un intero Paese e traumatizzando un'intera generazione? Non è che siamo davanti al solito tentativo, così frequente nella patria del revisionismo, di ridimensionare la gravità e la tragicità di quel movimento, edulcorando tutto in una visione buonista e confidando nella paterna comprensione e nel perdono cristiano?
Quando il recupero della dimensione umana e psicologica di Hitler?
Giuliana Perrotta
Bari
Chi ha visto il film e vuole discutere ci scriva: questa è in fondo la terra di Moro. Una materia molto emotiva e opinabile, come dimostrano gli articoli sul film che lei giudica molto più belli del film.
Ottaviano Del Turco sul Corsera, Mario Pirani su Repubblica
Corriere della Sera 12.9.03
LETTERE_AL_CORRIERE
risponde Paolo Mieli
Del Turco, il film di Bellocchio e la guerra di Piero
Piero Fassino ha ingaggiato la sua personale battaglia contro quell'«idra» tutta particolare che è la storia recente del Pci. Lui, meglio di altri, sa che le molte «teste» che la compongono sono tanti rospi difficili da vomitare. Teste che ricrescono anche quando il colpo inferto loro sembra quello definitivo. Prendiamo il Festival di Venezia come metafora di questa «guerra di Piero». Due film italiani in concorso. Uno, «Segreti di Stato», caricatura rivelatrice di un'idea della storia che non sembra morire mai: la strage di Portella della Ginestra opera di una congiura internazionale che metteva insieme Pio XII, la Cia, Iunio Valerio Borghese e la X Mas sotto l'abile regia del furbo ed eterno Giulio Andreotti e del cattivissimo Scelba. Applausi interminabili, segue dibattito.
L'altro, «Buongiorno, notte» che Walter Veltroni giudica «... opera bellissima e coraggiosa», e riconosce a Marco Bellocchio il coraggio di entrare in quel «buco nero» costituito dal rifiuto della letteratura e del cinema di guardare dentro la «bestia terrorista» e la sua genesi ideologica. Applausi interminabili anche a questo film. Al primo però è stato assegnato un informale «Leone d'oro» dei girotondini, con tanto di serata di gala al Sacher Cinema. All'altro, con il rifiuto del premio, una sorta di monito: quel mostro, quel «buco nero» non può essere vomitato tranquillamente ed in pubblico. La burocrazia parastatale che partorisce queste «cosacce» sopravvive a Cinecittà, si esalta nei Festival. Non sopporta, meglio, non tollera, una tensione artistica libera e coraggiosa che esca da questo codice di censura. E' una genia sempre politicamente corretta, attenta ai canoni, alle regole non scritte. Pronta a partorire con tranquilla intolleranza tanti borghesi, giovanotti e nonni, tutti piccoli piccoli, accomunati, però, da una gran voglia di farsi giustizia da sé.
So da che parte stanno Piero Fassino e Walter Veltroni. Ma allora, perché non dirlo? Perché non dire apertamente che quelle considerazioni sul Berlinguer di vent'anni fa vanno tradotte in una battaglia coraggiosa, aperta e senza cedimenti contro la dietrologia d'oggidì?
Ottaviano Del Turco
La Repubblica 12-09-03, pagina 1, sezione PRIMA PAGINA
LA POLEMICA
Il film su Moro e la retorica della trattativa
di MARIO PIRANI
Se un film è tutto politico - e quello di Bellocchio lo è anche quando evoca i sentimenti e le intime emozioni dei protagonisti - esso legittima, oltre ad una valutazione sotto il profilo dello «specifico filmico», per dirla con un grande teorico del cinema, Umberto Barbaro, anche un giudizio politico. A questo aspetto limiterò le mie osservazioni avendo tanti altri, più competenti di me sul piano critico, già scritto ampiamente sul valore di un' opera che legge il delitto Moro secondo l' ottica claustrofobica dei quattro carcerieri-giudici e della innocente vittima sacrificale. Il merito indiscusso di "Buongiorno, notte" sta, a parer mio, nell' aver rifiutato e vanificato la versione dietrologica di quel crimine che aveva viceversa ispirato sia precedenti cinematografici sia una interminabile proliferazione mass-mediologica, cara a una parte non secondaria della sinistra. Secondo questa interpretazione, reiterata quanto priva del minimo elemento di prova, la mano dei brigatisti venne guidata da qualche Grande Vecchio, da Kissinger, da Andreotti, dalla Cia, dai Servizi sovietici e dai nostrani, dal Mossad e chi più ne ha più ne metta, a turno impegnati a manovrare il terrorismo in odio all' incombente «compromesso storico». Tutto, pur di non riconoscere che il brigatismo e la scia di sangue che si lasciò alle spalle, andavano purtroppo ricondotti a quell' album di famiglia, esattamente individuato da Rossana Rossanda, da cui era scaturita una propaggine delle giovani generazioni di sinistra, intossicate dal fallace mito della Liberazione tradita e da altri cascami ideologici, una devianza estremistica parossistica.
I troppi che ne divennero preda credevano giunto il momento di scatenare la lotta armata contro i simboli dello Stato borghese e, ad un tempo, contro "l' opportunismo" della Cgil di Lama, del Pci di Berlinguer, della Dc di Moro. Non per niente si ispiravano a uno slogan esplicitamente anti riformista - «Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia!» - in cui poteva riconoscersi un bacino d' udienza più vasto e variegato degli stessi gruppi terroristici. Or bene, la radiografia di Bellocchio non lascia campo ad equivoci. I quattro di via Montalcini non hanno dietro segreti burattinai, se non i loro compagni e coetanei delle altre colonne e «direzioni strategiche» brigatiste. E sono loro e solo loro i «compagni che sbagliano», figli putativi che disconoscono e mistificano la loro ascendenza, rappresentata nella pellicola dagli anziani partigiani che cantano "Bella ciao". Tesi limpida e coraggiosa, una vera e propria sfida ad un universo politico e culturale aduso a darsi spiegazioni dietrologiche in luogo di quelle logiche. Meno convincente è l' altra caratteristica del film, da molti privilegiata come la più apprezzabile: quella di mostrarci i terroristi nei loro sentimenti, personali emozioni, incubi e sogni contraddittori. Ambigua operazione non perché Mario Moretti, Prospero Gallinari, Germano Maccari e, in primo piano l' ispiratrice dell' opera, Anna Laura Braghetti, non possedessero una loro umanità degna di essere scandagliata e in una certa misura bisognosa di pietas, ma per l' esito raggiunto. Forse occorreva il Dostoevskij de "I demoni" per tracciare un profilo verosimile anche degli odierni nichilisti e non è un caso se quel romanzo, apparso nel 1871, venne definito da Berdjaev, «non dell' epoca contemporanea, ma di quella futura». Comunque non è, neanche in questo caso, la resa estetica che mi induce a qualche perplessità ma il risvolto politico: quei carcerieri, giudici e, al termine, carnefici, finiscono per apparire allo spettatore, sovente ignaro o dimentico, come poveri diavoli, abitati sì da qualche idea balzana, ma pur sempre tormentati da dubbi irrisolti, in bilico tra un privato di buoni cristiani e un operare pratico segnato dalla P38 e dalla mitraglietta Skorpion. Un dramma compassionevole che culmina addirittura nella buona volontà, ancorché frustrata, di liberare il prigioniero, tanto che il sogno della Braghetti in proposito, si traduce nella pellicola in un Aldo Moro che apre la porta dell' appartamento in cui è rinchiuso ed esce a passeggio per le strade di Roma. Il che andrebbe anche bene se allo spettatore venisse in qualche modo fornita una postilla, ricordando che la vivandiera di via Montalcini, la quale oggi con encomiabile sincerità dice di se stessa «da quella persona lì sono lontana anni luce... ero inorridita dall' esecuzione ma è comodo dirlo adesso, a quei tempi non ho agito, ho immaginato di lasciar andare Moro ma non l' ho fatto, ho lasciato che accadesse e sono rimasta nelle Br», ebbene se si rammentasse che quella stessa Braghetti, due anni dopo, partecipò all' agguato sulle scale dell' Università di Roma che costò la vita al professor Vittorio Bachelet, ucciso perché simbolo del Csm di cui era vice presidente, come rivendicarono le Br. Questo gli spettatori non lo sanno. Poco male se il sogno salvifico che conclude idealmente il film - dove non si vede, invece, il momento della uccisione - fosse una licenza della fantasia. Ma invece non è così o solo così: quel Moro «libero», secondo il sogno della brigatista, è una ipotesi politica che viene riproposta, ancora una volta, come una soluzione possibile. Se non si è avverata la responsabilità non è di chi ha rapito, giudicato e ucciso la vittima dopo 55 giorni di sequestro, ma di coloro i quali non hanno accettato il compromesso, lo scambio richiesto dallo stesso Moro nelle sue strazianti lettere (le quali, peraltro, nella loro tragicità avevano una chiave etica opposta a quella delle "Lettere dei condannati a morte della Resistenza", che il film invece impropriamente richiama, come se quei martiri avessero anch' essi impetrato salvezza ai loro carnefici e non, invece, accettato l' estremo sacrificio in nome degli ideali di Patria e libertà). I "colpevoli" veri vengono viceversa rappresentati con le loro facce impietrite. Sono gli uomini della Dc e del Pci, del governo e delle istituzioni: Andreotti e Berlinguer, Ingrao e Zaccagnini, Cossiga e Lama che assistono muti alla messa funebre senza cadavere. E lo stesso Paolo VI compare in sedia gestatoria, simbolo di una liturgia vuota, visto che anche lui si è allineato al fronte della fermezza, quando, qualche fotogramma prima, viene mostrato mentre scrive ai brigatisti chiedendo loro, niente meno, di rilasciare l' ostaggio «senza condizioni». La tesi che il film fa propria non è nuova. Marcò quei giorni drammatici e cupi del ' 78 e trovò la sua espressione sia sul piano politico, da Craxi a Pannella e ai movimenti extra parlamentari, sia sul piano culturale fra quegli intellettuali che si trinceravano dietro la parola d' ordine «né con lo Stato né con le Br». Rivista al giorno d' oggi - ma per taluni anche allora - quell' idea di uno "scambio" che salvasse la vita dello statista rapito può apparire ragionevole mentre la fermezza, rappresentata in primo luogo, ma non solo, dalla Dc e dal Pci, sembrare disumana ragion di Stato. è proprio su questa falsa rappresentazione, psicologicamente suadente, che si è andata, del resto, elaborando la dietrologia del grande complotto, ordito ben più in alto, per assassinare l' incomodo leader del cattolicesimo democratico, il cui atlantismo non era inoltre del tutto inossidabile. Ma la situazione non si presentava affatto come gli "scambisti" preconizzavano. In via Fani la scorta era stata falciata e cinque agenti erano restati sul terreno. Si sarebbero dovuti graziare in partenza gli assassini ed, anzi, liberarne altri, incarcerati per precedenti delitti, in nome della salvezza di un uomo politico? Con quali effetti sui principi generali della Giustizia e sul morale delle forze dell' ordine, duramente impegnate quotidianamente in prima persona? Inoltre riconoscere le Br come interlocutrici di uno Stato arrendevole non sarebbe servito per fermare la spirale di attentati che mieteva vittime tra magistrati, poliziotti, insegnanti, giornalisti, dirigenti politici e sindacali ma solo per avallare, con una conferma clamorosa, l' allucinato teorema terrorista che presupponeva una riscossa rivoluzionaria del proletariato, risvegliato dall' azione di una avanguardia armata e combattente. Una tattica che pur quando adombrò confusamente, durante il rapimento di Moro, un possibile compromesso riduttivo, quale la liberazione di qualche carcerato, non preannunciava alcuna rinuncia alla lotta armata ma continui ricatti per indebolire lo Stato e le istituzioni, demoralizzare l' opinione pubblica, debellare la capacità di tenuta delle forze politiche. Una conferma la avemmo anche noi di Repubblica che, sotto la direzione di Eugenio Scalfari, tenevamo ben salda la linea della fermezza, quando, nel gennaio del 1981, dopo aver ucciso il generale Galvaligi, i terroristi rapirono il magistrato Giovanni D' Urso e lo sequestrarono per 21 giorni, annunciando la sua condanna a morte a meno che il nostro giornale non avesse pubblicato, in prima pagina, un loro lunghissimo e farneticante proclama, specificando persino le caratteristiche tipografiche da osservare. Si levò anche in quella occasione il coro dei propugnatori del cedimento, le tv e radio radicali trasmisero i numeri di telefono del nostro quotidiano e del domicilio del direttore, invitando i lettori a chiamare personalmente per ottenere la stampa, infine la disperata moglie del rapito si rivolse personalmente a Scalfari, sottoposto a una tensione personale lacerante, per ottenerne il placet. Ma il direttore scrisse un editoriale in cui, pur confessando di passare ore tra le più angosciose della sua vita, respingeva il diktat perché, accettandolo, una nuova catena di ricatti avrebbe avuto inizio e, da allora in poi, avremmo avuto organi di informazione «requisiti per ragioni umanitarie, a simboleggiare la potenza dei terroristi e a diffonderne i messaggi». La vicenda fortunatamente si chiuse bene: le Br si accontentarono di vedere la loro prosa su l' Avanti! e Lotta continua, malgrado la loro esigua diffusione, e due giorni dopo liberarono D' Urso. Abbiamo ricordato tutto ciò per dare contezza ai lettori di oggi di quale fosse l' atmosfera e quali dilemmi allora si ponessero, così che il messaggio trasmesso dal film di Bellocchio sia inteso in quello che, almeno a nostro giudizio, ha di buono e di non accettabile. Non solo la corretta interpretazione del passato ci ha, però, spinto ad esprimere la nostra opinione ma anche il convincimento che quei dilemmi, anche se con formulazioni in parte diverse, sono destinati a riprodursi. Il giudizio sul terrorismo, in Italia e nel mondo, seguita purtroppo ad incombere e sarebbe ipocrita non vedere come, anche oggi, la risposta resta sovente incerta e titubante, proprio perché si fatica a coglierne la radice inaccettabile, quali che ne siano le motivazioni: il massacro di uomini e donne innocenti, assunti come «simbolo» o come strumento di ricatto, da parte di gruppi politici e religiosi che si immaginano una realtà illusoria e perseguono deliri di distruzione. Come quei giovani delle Br, raccontati da Marco Bellocchio.
LETTERE_AL_CORRIERE
risponde Paolo Mieli
Del Turco, il film di Bellocchio e la guerra di Piero
Piero Fassino ha ingaggiato la sua personale battaglia contro quell'«idra» tutta particolare che è la storia recente del Pci. Lui, meglio di altri, sa che le molte «teste» che la compongono sono tanti rospi difficili da vomitare. Teste che ricrescono anche quando il colpo inferto loro sembra quello definitivo. Prendiamo il Festival di Venezia come metafora di questa «guerra di Piero». Due film italiani in concorso. Uno, «Segreti di Stato», caricatura rivelatrice di un'idea della storia che non sembra morire mai: la strage di Portella della Ginestra opera di una congiura internazionale che metteva insieme Pio XII, la Cia, Iunio Valerio Borghese e la X Mas sotto l'abile regia del furbo ed eterno Giulio Andreotti e del cattivissimo Scelba. Applausi interminabili, segue dibattito.
L'altro, «Buongiorno, notte» che Walter Veltroni giudica «... opera bellissima e coraggiosa», e riconosce a Marco Bellocchio il coraggio di entrare in quel «buco nero» costituito dal rifiuto della letteratura e del cinema di guardare dentro la «bestia terrorista» e la sua genesi ideologica. Applausi interminabili anche a questo film. Al primo però è stato assegnato un informale «Leone d'oro» dei girotondini, con tanto di serata di gala al Sacher Cinema. All'altro, con il rifiuto del premio, una sorta di monito: quel mostro, quel «buco nero» non può essere vomitato tranquillamente ed in pubblico. La burocrazia parastatale che partorisce queste «cosacce» sopravvive a Cinecittà, si esalta nei Festival. Non sopporta, meglio, non tollera, una tensione artistica libera e coraggiosa che esca da questo codice di censura. E' una genia sempre politicamente corretta, attenta ai canoni, alle regole non scritte. Pronta a partorire con tranquilla intolleranza tanti borghesi, giovanotti e nonni, tutti piccoli piccoli, accomunati, però, da una gran voglia di farsi giustizia da sé.
So da che parte stanno Piero Fassino e Walter Veltroni. Ma allora, perché non dirlo? Perché non dire apertamente che quelle considerazioni sul Berlinguer di vent'anni fa vanno tradotte in una battaglia coraggiosa, aperta e senza cedimenti contro la dietrologia d'oggidì?
Ottaviano Del Turco
La Repubblica 12-09-03, pagina 1, sezione PRIMA PAGINA
LA POLEMICA
Il film su Moro e la retorica della trattativa
di MARIO PIRANI
Se un film è tutto politico - e quello di Bellocchio lo è anche quando evoca i sentimenti e le intime emozioni dei protagonisti - esso legittima, oltre ad una valutazione sotto il profilo dello «specifico filmico», per dirla con un grande teorico del cinema, Umberto Barbaro, anche un giudizio politico. A questo aspetto limiterò le mie osservazioni avendo tanti altri, più competenti di me sul piano critico, già scritto ampiamente sul valore di un' opera che legge il delitto Moro secondo l' ottica claustrofobica dei quattro carcerieri-giudici e della innocente vittima sacrificale. Il merito indiscusso di "Buongiorno, notte" sta, a parer mio, nell' aver rifiutato e vanificato la versione dietrologica di quel crimine che aveva viceversa ispirato sia precedenti cinematografici sia una interminabile proliferazione mass-mediologica, cara a una parte non secondaria della sinistra. Secondo questa interpretazione, reiterata quanto priva del minimo elemento di prova, la mano dei brigatisti venne guidata da qualche Grande Vecchio, da Kissinger, da Andreotti, dalla Cia, dai Servizi sovietici e dai nostrani, dal Mossad e chi più ne ha più ne metta, a turno impegnati a manovrare il terrorismo in odio all' incombente «compromesso storico». Tutto, pur di non riconoscere che il brigatismo e la scia di sangue che si lasciò alle spalle, andavano purtroppo ricondotti a quell' album di famiglia, esattamente individuato da Rossana Rossanda, da cui era scaturita una propaggine delle giovani generazioni di sinistra, intossicate dal fallace mito della Liberazione tradita e da altri cascami ideologici, una devianza estremistica parossistica.
I troppi che ne divennero preda credevano giunto il momento di scatenare la lotta armata contro i simboli dello Stato borghese e, ad un tempo, contro "l' opportunismo" della Cgil di Lama, del Pci di Berlinguer, della Dc di Moro. Non per niente si ispiravano a uno slogan esplicitamente anti riformista - «Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia!» - in cui poteva riconoscersi un bacino d' udienza più vasto e variegato degli stessi gruppi terroristici. Or bene, la radiografia di Bellocchio non lascia campo ad equivoci. I quattro di via Montalcini non hanno dietro segreti burattinai, se non i loro compagni e coetanei delle altre colonne e «direzioni strategiche» brigatiste. E sono loro e solo loro i «compagni che sbagliano», figli putativi che disconoscono e mistificano la loro ascendenza, rappresentata nella pellicola dagli anziani partigiani che cantano "Bella ciao". Tesi limpida e coraggiosa, una vera e propria sfida ad un universo politico e culturale aduso a darsi spiegazioni dietrologiche in luogo di quelle logiche. Meno convincente è l' altra caratteristica del film, da molti privilegiata come la più apprezzabile: quella di mostrarci i terroristi nei loro sentimenti, personali emozioni, incubi e sogni contraddittori. Ambigua operazione non perché Mario Moretti, Prospero Gallinari, Germano Maccari e, in primo piano l' ispiratrice dell' opera, Anna Laura Braghetti, non possedessero una loro umanità degna di essere scandagliata e in una certa misura bisognosa di pietas, ma per l' esito raggiunto. Forse occorreva il Dostoevskij de "I demoni" per tracciare un profilo verosimile anche degli odierni nichilisti e non è un caso se quel romanzo, apparso nel 1871, venne definito da Berdjaev, «non dell' epoca contemporanea, ma di quella futura». Comunque non è, neanche in questo caso, la resa estetica che mi induce a qualche perplessità ma il risvolto politico: quei carcerieri, giudici e, al termine, carnefici, finiscono per apparire allo spettatore, sovente ignaro o dimentico, come poveri diavoli, abitati sì da qualche idea balzana, ma pur sempre tormentati da dubbi irrisolti, in bilico tra un privato di buoni cristiani e un operare pratico segnato dalla P38 e dalla mitraglietta Skorpion. Un dramma compassionevole che culmina addirittura nella buona volontà, ancorché frustrata, di liberare il prigioniero, tanto che il sogno della Braghetti in proposito, si traduce nella pellicola in un Aldo Moro che apre la porta dell' appartamento in cui è rinchiuso ed esce a passeggio per le strade di Roma. Il che andrebbe anche bene se allo spettatore venisse in qualche modo fornita una postilla, ricordando che la vivandiera di via Montalcini, la quale oggi con encomiabile sincerità dice di se stessa «da quella persona lì sono lontana anni luce... ero inorridita dall' esecuzione ma è comodo dirlo adesso, a quei tempi non ho agito, ho immaginato di lasciar andare Moro ma non l' ho fatto, ho lasciato che accadesse e sono rimasta nelle Br», ebbene se si rammentasse che quella stessa Braghetti, due anni dopo, partecipò all' agguato sulle scale dell' Università di Roma che costò la vita al professor Vittorio Bachelet, ucciso perché simbolo del Csm di cui era vice presidente, come rivendicarono le Br. Questo gli spettatori non lo sanno. Poco male se il sogno salvifico che conclude idealmente il film - dove non si vede, invece, il momento della uccisione - fosse una licenza della fantasia. Ma invece non è così o solo così: quel Moro «libero», secondo il sogno della brigatista, è una ipotesi politica che viene riproposta, ancora una volta, come una soluzione possibile. Se non si è avverata la responsabilità non è di chi ha rapito, giudicato e ucciso la vittima dopo 55 giorni di sequestro, ma di coloro i quali non hanno accettato il compromesso, lo scambio richiesto dallo stesso Moro nelle sue strazianti lettere (le quali, peraltro, nella loro tragicità avevano una chiave etica opposta a quella delle "Lettere dei condannati a morte della Resistenza", che il film invece impropriamente richiama, come se quei martiri avessero anch' essi impetrato salvezza ai loro carnefici e non, invece, accettato l' estremo sacrificio in nome degli ideali di Patria e libertà). I "colpevoli" veri vengono viceversa rappresentati con le loro facce impietrite. Sono gli uomini della Dc e del Pci, del governo e delle istituzioni: Andreotti e Berlinguer, Ingrao e Zaccagnini, Cossiga e Lama che assistono muti alla messa funebre senza cadavere. E lo stesso Paolo VI compare in sedia gestatoria, simbolo di una liturgia vuota, visto che anche lui si è allineato al fronte della fermezza, quando, qualche fotogramma prima, viene mostrato mentre scrive ai brigatisti chiedendo loro, niente meno, di rilasciare l' ostaggio «senza condizioni». La tesi che il film fa propria non è nuova. Marcò quei giorni drammatici e cupi del ' 78 e trovò la sua espressione sia sul piano politico, da Craxi a Pannella e ai movimenti extra parlamentari, sia sul piano culturale fra quegli intellettuali che si trinceravano dietro la parola d' ordine «né con lo Stato né con le Br». Rivista al giorno d' oggi - ma per taluni anche allora - quell' idea di uno "scambio" che salvasse la vita dello statista rapito può apparire ragionevole mentre la fermezza, rappresentata in primo luogo, ma non solo, dalla Dc e dal Pci, sembrare disumana ragion di Stato. è proprio su questa falsa rappresentazione, psicologicamente suadente, che si è andata, del resto, elaborando la dietrologia del grande complotto, ordito ben più in alto, per assassinare l' incomodo leader del cattolicesimo democratico, il cui atlantismo non era inoltre del tutto inossidabile. Ma la situazione non si presentava affatto come gli "scambisti" preconizzavano. In via Fani la scorta era stata falciata e cinque agenti erano restati sul terreno. Si sarebbero dovuti graziare in partenza gli assassini ed, anzi, liberarne altri, incarcerati per precedenti delitti, in nome della salvezza di un uomo politico? Con quali effetti sui principi generali della Giustizia e sul morale delle forze dell' ordine, duramente impegnate quotidianamente in prima persona? Inoltre riconoscere le Br come interlocutrici di uno Stato arrendevole non sarebbe servito per fermare la spirale di attentati che mieteva vittime tra magistrati, poliziotti, insegnanti, giornalisti, dirigenti politici e sindacali ma solo per avallare, con una conferma clamorosa, l' allucinato teorema terrorista che presupponeva una riscossa rivoluzionaria del proletariato, risvegliato dall' azione di una avanguardia armata e combattente. Una tattica che pur quando adombrò confusamente, durante il rapimento di Moro, un possibile compromesso riduttivo, quale la liberazione di qualche carcerato, non preannunciava alcuna rinuncia alla lotta armata ma continui ricatti per indebolire lo Stato e le istituzioni, demoralizzare l' opinione pubblica, debellare la capacità di tenuta delle forze politiche. Una conferma la avemmo anche noi di Repubblica che, sotto la direzione di Eugenio Scalfari, tenevamo ben salda la linea della fermezza, quando, nel gennaio del 1981, dopo aver ucciso il generale Galvaligi, i terroristi rapirono il magistrato Giovanni D' Urso e lo sequestrarono per 21 giorni, annunciando la sua condanna a morte a meno che il nostro giornale non avesse pubblicato, in prima pagina, un loro lunghissimo e farneticante proclama, specificando persino le caratteristiche tipografiche da osservare. Si levò anche in quella occasione il coro dei propugnatori del cedimento, le tv e radio radicali trasmisero i numeri di telefono del nostro quotidiano e del domicilio del direttore, invitando i lettori a chiamare personalmente per ottenere la stampa, infine la disperata moglie del rapito si rivolse personalmente a Scalfari, sottoposto a una tensione personale lacerante, per ottenerne il placet. Ma il direttore scrisse un editoriale in cui, pur confessando di passare ore tra le più angosciose della sua vita, respingeva il diktat perché, accettandolo, una nuova catena di ricatti avrebbe avuto inizio e, da allora in poi, avremmo avuto organi di informazione «requisiti per ragioni umanitarie, a simboleggiare la potenza dei terroristi e a diffonderne i messaggi». La vicenda fortunatamente si chiuse bene: le Br si accontentarono di vedere la loro prosa su l' Avanti! e Lotta continua, malgrado la loro esigua diffusione, e due giorni dopo liberarono D' Urso. Abbiamo ricordato tutto ciò per dare contezza ai lettori di oggi di quale fosse l' atmosfera e quali dilemmi allora si ponessero, così che il messaggio trasmesso dal film di Bellocchio sia inteso in quello che, almeno a nostro giudizio, ha di buono e di non accettabile. Non solo la corretta interpretazione del passato ci ha, però, spinto ad esprimere la nostra opinione ma anche il convincimento che quei dilemmi, anche se con formulazioni in parte diverse, sono destinati a riprodursi. Il giudizio sul terrorismo, in Italia e nel mondo, seguita purtroppo ad incombere e sarebbe ipocrita non vedere come, anche oggi, la risposta resta sovente incerta e titubante, proprio perché si fatica a coglierne la radice inaccettabile, quali che ne siano le motivazioni: il massacro di uomini e donne innocenti, assunti come «simbolo» o come strumento di ricatto, da parte di gruppi politici e religiosi che si immaginano una realtà illusoria e perseguono deliri di distruzione. Come quei giovani delle Br, raccontati da Marco Bellocchio.
Il Gazzettino
Il Gazzettino di Venezia Venerdì, 12 Settembre 2003
La rivincita di Bellocchio
Vincitore morale, per molti, della Mostra del Cinema, il film di Marco Bellocchio sul caso Moro "Buongiorno, notte" si sta prendendo la sua rivincita nelle sale, salutato da un pubblico numeroso anche al Giorgione di Venezia, dove prosegue per tutta la settimana (sala A, ore 18/20/22)
(...)
un convegno a Parma
La Gazzetta di Parma 12.9.03
Pubblico e privato in psichiatria Nuovi orizzonti
di Isabella Spagnoli
«Il rapporto pubblico/privato in psichiatria. Organizzazione dei Servizi e strategie di trattamento» è il titolo del convegno che si svolgerà domani e sabato alla aula convegni Unione Industriali (Palazzo Soragna). L'incontro organizzato dalla Società italiana di psichiatria (sezione regionale Emilia Romagna), Villa Maria Luigia e Aiop (Associazione italiana ospedaliera privata) ha avuto il patrocinio di: Regione Emilia Romagna, Comune e Provincia di Parma, Azienda Unità sanitaria locale di Parma, Ordine dei medici di Parma e Unione parmense degli Industriali. Il convegno si inaugurerà domani alle 9 con gli interventi di Cesare Azzali (direttore Unione parmense industriali), Lorenzo Orta (presidente Aiop Emilia Romagna) e Giuliano Turrini (Direttore sanitario ospedale privato accreditato «Villa Maria Luigia»). La giornata di apertura prevede un ricco programma. Saranno numerosi e autorevoli i relatori e moderatori che tratteranno temi quali: «Diritti degli utenti e organizzazione dei servizi», «Trattamento delle situazioni cliniche complesse», «Psichiatria e aree di confine». Dalle 17 alle 18,45, a conclusione della giornata, si svolgerà un Forum che vedrà varie esperienze a confronto. Sabato si inaugurerà la mattina alle 9 parlando di «Residenzialità e percorsi di cura». Seguirà una tavola rotonda a tema: «Il modello di rete in psichiatria: accreditamento e integrazione degli interventi». La chiusura dei lavori è prevista per le 13, 15 circa. Giuliano Turrini spiega la finalità del convegno: «Queste due giornate hanno come primo obiettivo quello di fare il punto della situazione che vede l'integrazione tra erogatori pubblici e privati al servizio di utenti con disturbi psichiatrici. Le realtà pubbliche e private del nostro territorio si completano collaborando in un modello di rete complessivo che mira a offrire servizi sanitari sempre migliori. All'ottica di competizione è subentrato, da qualche anno, il concetto di collaborazione che sta portando ottimi frutti. Durante il convegno verranno esaminate aree specialistiche della psichiatria come disturbi dell' alimentazione, alcologia, e doppia diagnosi che maggiormente hanno beneficiato dei modelli di trattamento integrati fra strutture pubbliche e private. Negli ultimi tre o quattro anni gli accordi fra le diverse realtà stanno migliorando, offrendo percorsi terapeutici e modelli di intervento sempre più efficaci».
Pubblico e privato in psichiatria Nuovi orizzonti
di Isabella Spagnoli
«Il rapporto pubblico/privato in psichiatria. Organizzazione dei Servizi e strategie di trattamento» è il titolo del convegno che si svolgerà domani e sabato alla aula convegni Unione Industriali (Palazzo Soragna). L'incontro organizzato dalla Società italiana di psichiatria (sezione regionale Emilia Romagna), Villa Maria Luigia e Aiop (Associazione italiana ospedaliera privata) ha avuto il patrocinio di: Regione Emilia Romagna, Comune e Provincia di Parma, Azienda Unità sanitaria locale di Parma, Ordine dei medici di Parma e Unione parmense degli Industriali. Il convegno si inaugurerà domani alle 9 con gli interventi di Cesare Azzali (direttore Unione parmense industriali), Lorenzo Orta (presidente Aiop Emilia Romagna) e Giuliano Turrini (Direttore sanitario ospedale privato accreditato «Villa Maria Luigia»). La giornata di apertura prevede un ricco programma. Saranno numerosi e autorevoli i relatori e moderatori che tratteranno temi quali: «Diritti degli utenti e organizzazione dei servizi», «Trattamento delle situazioni cliniche complesse», «Psichiatria e aree di confine». Dalle 17 alle 18,45, a conclusione della giornata, si svolgerà un Forum che vedrà varie esperienze a confronto. Sabato si inaugurerà la mattina alle 9 parlando di «Residenzialità e percorsi di cura». Seguirà una tavola rotonda a tema: «Il modello di rete in psichiatria: accreditamento e integrazione degli interventi». La chiusura dei lavori è prevista per le 13, 15 circa. Giuliano Turrini spiega la finalità del convegno: «Queste due giornate hanno come primo obiettivo quello di fare il punto della situazione che vede l'integrazione tra erogatori pubblici e privati al servizio di utenti con disturbi psichiatrici. Le realtà pubbliche e private del nostro territorio si completano collaborando in un modello di rete complessivo che mira a offrire servizi sanitari sempre migliori. All'ottica di competizione è subentrato, da qualche anno, il concetto di collaborazione che sta portando ottimi frutti. Durante il convegno verranno esaminate aree specialistiche della psichiatria come disturbi dell' alimentazione, alcologia, e doppia diagnosi che maggiormente hanno beneficiato dei modelli di trattamento integrati fra strutture pubbliche e private. Negli ultimi tre o quattro anni gli accordi fra le diverse realtà stanno migliorando, offrendo percorsi terapeutici e modelli di intervento sempre più efficaci».
Vincenzo Cerami a Bobbio
Libertà 12.9.03
FARE CINEMA
Parla lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, ospite dei corsi diretti da Bellocchio
Carpisco l'anima delle immagini
Dal libro al cinema: ciò che conta è la figura del narratore
Sono iniziate ieri a Bobbio, nei chiostri di San Francesco, le riprese per il cortometraggio attorno a cui si impernia l'edizione 2003 di Fare Cinema, il laboratorio diretto da Marco Bellocchio. Dall'ipotesi di lavoro assegnata dal grande regista piacentino - elaborare per immagini La cavallina storna di Giovanni Pascoli - il gruppo degli allievi, coordinato da Daniela Ceselli, ha ricavato una sceneggiatura: il disperato delirio della vedova di un assassinato, che interroga la cavalla “testimone” del delitto per strapparle il nome dell'omicida, visto dagli occhi del figlio-poeta, ancora bambino. Sono arrivati tecnici-docenti di primo piano come Remo Ugolinelli, Corrado Volpicelli, William Santero, Matteo Fago. E' arrivata da Roma la protagonista: la giovane Simona Nobili, un volto importante del teatro di ricerca capitolino che in Buongiorno, notte (l'ultimo, bellissimo film di Bellocchio) ha il ruolo della vicina di casa della vivandiera delle Brigate Rosse. Ed è arrivato un ospite-docente d'eccezione: lo scrittore Vincenzo Cerami, autore di molte delle più belle sceneggiature del cinema italiano degli ultimi 30 anni, che ieri sera al cinema bobbiese Le Grazie è stato protagonista della prima delle Lezioni d'autore della rassegna Incontri con gli autori presentando la proiezione di Salto nel vuoto, film di Bellocchio del 1980 («La mia sceneggiatura preferita - dice Cerami - con quelle di Porte aperte di Gianni Amelio e di La vita è bella di Roberto Benigni»), dopo aver tenuto un'importante lezione sulla sceneggiatura agli allievi di Fare Cinema. Memore della formula affidata da Hitchcock al celebre libro-intervista di François Truffaut «gli ingredienti per la riuscita di un film sono tre: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura». Qual è la cosa più importante per una sceneggiatura? «Occorre ricordare che il racconto deve creare immagini: lo sceneggiatore deve cercare di andare non verso la superficie dell'immagine, ma verso la sua anima, il suo senso profondo». Lei ha iniziato con Pasolini: un buon allenamento in questo senso. «Sì. Feci l'aiuto regista nella cosiddetta Trilogia di Totò e lavorai, senza, firmarla, alla sceneggiatura di Teorema. Ho sempre lavorato a quattro mani coi registi, in un rapporto simbiotico che ha toccato le sue punte con Amelio e Benigni: l'idea di La vita è bella è venuta, letteralmente, a tutt'e due insieme». Mi ha affascinato, nel vostro «Pinocchio» la sua lettura nera, cupa, del libro di Collodi. Perché, secondo lei, il film non ha avuto il successo che ci si attendeva? «Il film è stato danneggiato in Italia da polemiche politiche e dal fatto che Roberto faceva un personaggio “vero” invece di “fare Benigni”. In Usa, dai tagli e dal doppiaggio». Un suo libro, «Consigli a un giovane scrittore», ha avuto una fortuna enorme in libreria ed è stato persino adottato come testo di studio in varie università. A cosa attribuisce questo successo? «Al fatto che affronta ogni tipo di medium letterario: pagina scritta, teatro, cinema, radiofonia. Ricordo a tutti che, al fondo di ciascuna di queste quattro forme, c'è una figura che le unifica: quella del narratore. Dico “narratore” e non “scrittore”, memore della distinzione di Walter Benjamin: narratore è chi compie l'atto primordiale di raccontare una storia. Io dico: “Narro, ergo sum”. E il mio “comandamento” fondamentale è quello di essere artisti prima che scrittori: occorre imparare le regole della “macchina” narrativa, ma prima ancora occorre imparare a guardare le cose da un punto di vista nuovo, vedendo ciò che altri non vedono». Ha mai avuto paura che il suo sguardo potesse essere frainteso? Dal suo primo romanzo, «Un borghese piccolo piccolo» fu tratto un film di cui molti, identificandosi emotivamente col padre-giustiziere interpretato da Alberto Sordi, non compresero il lato grottesco. «Il fatto è che il regista Mario Monicelli voleva realizzare una pellicola ferocemente satirica, mentre Sordi, con tipica reazione da grande attore, fece l'impossibile per “salvare” il suo personaggio, per renderlo credibile fino all'ultimo. Questa tensione è alla base della bellezza di un film che fu la campana a morto della commedia all'italiana: mostrò l'inferno che avevano dentro tutti questi volgari ometti senza qualità che il cinema era abituato a mostrarci come “simpatici”». Sua figlia Aisha è un'attrice già affermata. L'ha incoraggiata a intraprendere questa carriera? «Al contrario: ho fatto il possibile per dissuaderla. E ora che la vedo così brava mi dispiace di averlo fatto, perché avrebbe potuto cominciare prima. Sono orgoglioso che sia stata scelta dal regista Eimuntas Nekrosius per il suo recente Ivanov, perché considero Nekrosius il più grande artista teatrale vivente». A proposito: continua la sua carriera di autore teatrale? «Sì: sta per debuttare il mio Il comico e la spalla con una grande coppia di attori siciliani, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina». Oliviero Marchesi
FARE CINEMA
Parla lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, ospite dei corsi diretti da Bellocchio
Carpisco l'anima delle immagini
Dal libro al cinema: ciò che conta è la figura del narratore
Sono iniziate ieri a Bobbio, nei chiostri di San Francesco, le riprese per il cortometraggio attorno a cui si impernia l'edizione 2003 di Fare Cinema, il laboratorio diretto da Marco Bellocchio. Dall'ipotesi di lavoro assegnata dal grande regista piacentino - elaborare per immagini La cavallina storna di Giovanni Pascoli - il gruppo degli allievi, coordinato da Daniela Ceselli, ha ricavato una sceneggiatura: il disperato delirio della vedova di un assassinato, che interroga la cavalla “testimone” del delitto per strapparle il nome dell'omicida, visto dagli occhi del figlio-poeta, ancora bambino. Sono arrivati tecnici-docenti di primo piano come Remo Ugolinelli, Corrado Volpicelli, William Santero, Matteo Fago. E' arrivata da Roma la protagonista: la giovane Simona Nobili, un volto importante del teatro di ricerca capitolino che in Buongiorno, notte (l'ultimo, bellissimo film di Bellocchio) ha il ruolo della vicina di casa della vivandiera delle Brigate Rosse. Ed è arrivato un ospite-docente d'eccezione: lo scrittore Vincenzo Cerami, autore di molte delle più belle sceneggiature del cinema italiano degli ultimi 30 anni, che ieri sera al cinema bobbiese Le Grazie è stato protagonista della prima delle Lezioni d'autore della rassegna Incontri con gli autori presentando la proiezione di Salto nel vuoto, film di Bellocchio del 1980 («La mia sceneggiatura preferita - dice Cerami - con quelle di Porte aperte di Gianni Amelio e di La vita è bella di Roberto Benigni»), dopo aver tenuto un'importante lezione sulla sceneggiatura agli allievi di Fare Cinema. Memore della formula affidata da Hitchcock al celebre libro-intervista di François Truffaut «gli ingredienti per la riuscita di un film sono tre: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura». Qual è la cosa più importante per una sceneggiatura? «Occorre ricordare che il racconto deve creare immagini: lo sceneggiatore deve cercare di andare non verso la superficie dell'immagine, ma verso la sua anima, il suo senso profondo». Lei ha iniziato con Pasolini: un buon allenamento in questo senso. «Sì. Feci l'aiuto regista nella cosiddetta Trilogia di Totò e lavorai, senza, firmarla, alla sceneggiatura di Teorema. Ho sempre lavorato a quattro mani coi registi, in un rapporto simbiotico che ha toccato le sue punte con Amelio e Benigni: l'idea di La vita è bella è venuta, letteralmente, a tutt'e due insieme». Mi ha affascinato, nel vostro «Pinocchio» la sua lettura nera, cupa, del libro di Collodi. Perché, secondo lei, il film non ha avuto il successo che ci si attendeva? «Il film è stato danneggiato in Italia da polemiche politiche e dal fatto che Roberto faceva un personaggio “vero” invece di “fare Benigni”. In Usa, dai tagli e dal doppiaggio». Un suo libro, «Consigli a un giovane scrittore», ha avuto una fortuna enorme in libreria ed è stato persino adottato come testo di studio in varie università. A cosa attribuisce questo successo? «Al fatto che affronta ogni tipo di medium letterario: pagina scritta, teatro, cinema, radiofonia. Ricordo a tutti che, al fondo di ciascuna di queste quattro forme, c'è una figura che le unifica: quella del narratore. Dico “narratore” e non “scrittore”, memore della distinzione di Walter Benjamin: narratore è chi compie l'atto primordiale di raccontare una storia. Io dico: “Narro, ergo sum”. E il mio “comandamento” fondamentale è quello di essere artisti prima che scrittori: occorre imparare le regole della “macchina” narrativa, ma prima ancora occorre imparare a guardare le cose da un punto di vista nuovo, vedendo ciò che altri non vedono». Ha mai avuto paura che il suo sguardo potesse essere frainteso? Dal suo primo romanzo, «Un borghese piccolo piccolo» fu tratto un film di cui molti, identificandosi emotivamente col padre-giustiziere interpretato da Alberto Sordi, non compresero il lato grottesco. «Il fatto è che il regista Mario Monicelli voleva realizzare una pellicola ferocemente satirica, mentre Sordi, con tipica reazione da grande attore, fece l'impossibile per “salvare” il suo personaggio, per renderlo credibile fino all'ultimo. Questa tensione è alla base della bellezza di un film che fu la campana a morto della commedia all'italiana: mostrò l'inferno che avevano dentro tutti questi volgari ometti senza qualità che il cinema era abituato a mostrarci come “simpatici”». Sua figlia Aisha è un'attrice già affermata. L'ha incoraggiata a intraprendere questa carriera? «Al contrario: ho fatto il possibile per dissuaderla. E ora che la vedo così brava mi dispiace di averlo fatto, perché avrebbe potuto cominciare prima. Sono orgoglioso che sia stata scelta dal regista Eimuntas Nekrosius per il suo recente Ivanov, perché considero Nekrosius il più grande artista teatrale vivente». A proposito: continua la sua carriera di autore teatrale? «Sì: sta per debuttare il mio Il comico e la spalla con una grande coppia di attori siciliani, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina». Oliviero Marchesi
Le Scienze, edizione italiana dello Scientific American
10.09.2003
L’espressione dei geni è stata studiata con una tecnica di reazione a catena della polimerasi
Gli autori di uno studio pubblicato sulla rivista “The Lancet” (http://www.thelancet.com/) forniscono forti prove a sostegno della tesi secondo cui la schizofrenia e il disturbo bipolare avrebbero una causa genetica simile, provocata dall’espressione ridotta di alcuni geni responsabili per la produzione della mielina del sistema nervoso centrale.
Le due malattie psicotiche colpiscono circa il due per cento della popolazione. Ricerche precedenti sulla schizofrenia avevano mostrato anormalità nell’espressione di geni collegati ai lipidi e alla mielina. Gli oligodendrociti producono le guaine di mielina che isolano i neuroni. La mielina contiene all’80 per cento lipidi e al 20 per cento proteine, e consente una conduzione efficiente degli impulsi elettrici lungo l’assone.
Sabine Bahn e colleghi dell’Università di Cambridge, in Inghilterra (http://www.cam.ac.uk/), hanno studiato l’espressione dei geni specifici degli oligodendrociti e associati alla mielinizzazione nella schizofrenia e nel disturbo bipolare. I ricercatori hanno usato tecniche basate sull’mRNA (reazione a catena della polimerasi, o PCR, e analisi con i microarray) per confrontare l’espressione dei geni nei cervelli di alcuni pazienti deceduti: 15 soffrivano di schizofrenia, 15 di disturbo bipolare e 15 costituivano un gruppo di controllo.
Nei pazienti delle due malattie era presente una chiara riduzione dei geni collegati agli oligodendrociti e alla mielina. I cambiamenti nell’espressione dei geni per entrambe le malattie mostravano un alto grado di sovrapposizione. C’era un’alta correlazione fra i risultati ottenuti con l’analisi con i microarray e quelli ottenuti con la PCR quantitativa.
10.09.2003
Come il cervello dei neonati risponde al linguaggio
L’asimmetria fra i lati del cervello è presente fin dalla nascita
Il lato sinistro del cervello di un neonato risponde alle parole proprio come quello di un adulto. Lo afferma uno studio di un team di ricercatori guidato da Jacques Mehler della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA, www.sissa.it) di Trieste, pubblicato sulla versione online della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” (http://www.pnas.org/).
Gli scienziati sanno da tempo che l’emisfero sinistro del cervello di un adulto è predominante nel riconoscimento del linguaggio. Tuttavia, non è chiaro se questa prevalenza è presente dalla nascita o se l’asimmetria è il risultato dell’esposizione al linguaggio durante l’infanzia.
Per verificare la prevalenza dell’emisfero sinistro nei neonati, Mehler e colleghi hanno usato la topografia ottica, un metodo silenzioso e non invasivo per stimare i cambiamenti nel flusso del sangue all’interno del cervello. Gli investigatori hanno registrato la voce di donne che leggevano storie ai loro bambini e hanno poi riprodotto le registrazioni a 12 neonati di 2-5 giorni mentre dormivano.
Il flusso del sangue nel cervello ha mostrato che l’emisfero sinistro dei neonati si attivava più del destro in risposta alle parole registrate. Durante il silenzio o quando le registrazioni venivano riprodotte alla rovescia, invece, il lato sinistro non era prevalente.
I risultati suggeriscono che i bambini umani nascano con aree del cervello già dedicate all’elaborazione del linguaggio.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
L’espressione dei geni è stata studiata con una tecnica di reazione a catena della polimerasi
Gli autori di uno studio pubblicato sulla rivista “The Lancet” (http://www.thelancet.com/) forniscono forti prove a sostegno della tesi secondo cui la schizofrenia e il disturbo bipolare avrebbero una causa genetica simile, provocata dall’espressione ridotta di alcuni geni responsabili per la produzione della mielina del sistema nervoso centrale.
Le due malattie psicotiche colpiscono circa il due per cento della popolazione. Ricerche precedenti sulla schizofrenia avevano mostrato anormalità nell’espressione di geni collegati ai lipidi e alla mielina. Gli oligodendrociti producono le guaine di mielina che isolano i neuroni. La mielina contiene all’80 per cento lipidi e al 20 per cento proteine, e consente una conduzione efficiente degli impulsi elettrici lungo l’assone.
Sabine Bahn e colleghi dell’Università di Cambridge, in Inghilterra (http://www.cam.ac.uk/), hanno studiato l’espressione dei geni specifici degli oligodendrociti e associati alla mielinizzazione nella schizofrenia e nel disturbo bipolare. I ricercatori hanno usato tecniche basate sull’mRNA (reazione a catena della polimerasi, o PCR, e analisi con i microarray) per confrontare l’espressione dei geni nei cervelli di alcuni pazienti deceduti: 15 soffrivano di schizofrenia, 15 di disturbo bipolare e 15 costituivano un gruppo di controllo.
Nei pazienti delle due malattie era presente una chiara riduzione dei geni collegati agli oligodendrociti e alla mielina. I cambiamenti nell’espressione dei geni per entrambe le malattie mostravano un alto grado di sovrapposizione. C’era un’alta correlazione fra i risultati ottenuti con l’analisi con i microarray e quelli ottenuti con la PCR quantitativa.
10.09.2003
Come il cervello dei neonati risponde al linguaggio
L’asimmetria fra i lati del cervello è presente fin dalla nascita
Il lato sinistro del cervello di un neonato risponde alle parole proprio come quello di un adulto. Lo afferma uno studio di un team di ricercatori guidato da Jacques Mehler della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA, www.sissa.it) di Trieste, pubblicato sulla versione online della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” (http://www.pnas.org/).
Gli scienziati sanno da tempo che l’emisfero sinistro del cervello di un adulto è predominante nel riconoscimento del linguaggio. Tuttavia, non è chiaro se questa prevalenza è presente dalla nascita o se l’asimmetria è il risultato dell’esposizione al linguaggio durante l’infanzia.
Per verificare la prevalenza dell’emisfero sinistro nei neonati, Mehler e colleghi hanno usato la topografia ottica, un metodo silenzioso e non invasivo per stimare i cambiamenti nel flusso del sangue all’interno del cervello. Gli investigatori hanno registrato la voce di donne che leggevano storie ai loro bambini e hanno poi riprodotto le registrazioni a 12 neonati di 2-5 giorni mentre dormivano.
Il flusso del sangue nel cervello ha mostrato che l’emisfero sinistro dei neonati si attivava più del destro in risposta alle parole registrate. Durante il silenzio o quando le registrazioni venivano riprodotte alla rovescia, invece, il lato sinistro non era prevalente.
I risultati suggeriscono che i bambini umani nascano con aree del cervello già dedicate all’elaborazione del linguaggio.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
giovedì 11 settembre 2003
dal domenicale del Sole 24ore del 7.9.03
(ricevuti da Paola D'Ettole)
Verdetto travagliato, sconfitto Bellocchio
Emanuela Martini
Un verdetto dignitoso e difendibile ma non particolarmente brillante e illuminato ha concluso la 60 Mostra del cinema di Venezia.
(...)
Il grande sconfitto, naturalmente, è Marco Bellocchio, che con Buongiorno, notte meritava di vincere e che giustamente si è rifiutato di ritirare un premio per il suo contributo alla sceneggiatura del film. Quasi una presa in giro, per l'autore, ma anche per la selezione italiana che, per la prima volta in molti anni, era complessivamente la migliore della mostra.
Mostra del cinema - Il Leone d'oro al film del russo Andrej Zvjagintsev. Un'edizione all'insegna del rimpianto
Com'è malinconica Venezia
di Emanuela Martini
(...)
Forse è necessario, in questo momento, smettere di "fotografare" e fermarsi a riflettere, a ricordare. A sognare, forse. Il sogno e il fantasma del passato, l'indicibile leggerezza di come eravamo e come saremmo potuti diventare, e di come invece ci siamo impastoiati e intristiti crescendo, avviliti da una Storia che non abbiamo saputo controllare, corrono nei due film più attesi di questa Mostra, The Dreamers di Bernardo Bertolucci (fuori concorso) e Buongiorno, notte di Marco Bellocchio (in concorso), avvinti inestricabilmente da una cultura, una generazione, una ribellione comune, e dalla necessità concomitante di guardarsi indietro. In The Dreamers, il Sessantotto agli albori e, prima, la gioia, la libertà, la scoperta, l'amicizia, il sesso, il cinema, la politica, tutti mescolati, confusi insieme, tasselli interdipendenti di un unico, entusiastico amore, per la vita che veniva avanti e, per una volta, poteva essere inventata diversamente, e che finì in una fiammata, ma, come canta Edith Piaf, Je ne regrette rien, e quel sogno resta incancellabile.
In Buongiorno, notte, il dopo, il Settantotto del sequestro e dell'omicidio Moro, la perdita di contatto con i tasselli della realtà concreta, la rincorsa verso l'autodistruzione, il crollo rovinoso dell'ideologia, la chiusura, la prigione, la sterilità, la parola che raggela il cuore, l'angoscia che monta, la malinconia consapevole di un'occasione, di una vita perduta. Ma anche qui, nell'ultima inquadratura, se ne va libero il sogno di un incantesimo spezzato, di una Storia migliore, di una possibilità, in solitudine, di non tradire se stessi. Entrambi film "privatissimi", più simili di quanto non appaia dallo stile e dall'occasione narrativa, dal calore e dal gelo, The Dreamers e Buongiorno, notte ci raccontano i nostri mondi perduti.
(...)
Verdetto travagliato, sconfitto Bellocchio
Emanuela Martini
Un verdetto dignitoso e difendibile ma non particolarmente brillante e illuminato ha concluso la 60 Mostra del cinema di Venezia.
(...)
Il grande sconfitto, naturalmente, è Marco Bellocchio, che con Buongiorno, notte meritava di vincere e che giustamente si è rifiutato di ritirare un premio per il suo contributo alla sceneggiatura del film. Quasi una presa in giro, per l'autore, ma anche per la selezione italiana che, per la prima volta in molti anni, era complessivamente la migliore della mostra.
Mostra del cinema - Il Leone d'oro al film
Com'è malinconica Venezia
di Emanuela Martini
(...)
Forse è necessario, in questo momento, smettere di "fotografare" e fermarsi a riflettere, a ricordare. A sognare, forse. Il sogno e il fantasma del passato, l'indicibile leggerezza di come eravamo e come saremmo potuti diventare, e di come invece ci siamo impastoiati e intristiti crescendo, avviliti da una Storia che non abbiamo saputo controllare, corrono nei due film più attesi di questa Mostra, The Dreamers di Bernardo Bertolucci (fuori concorso) e Buongiorno, notte di Marco Bellocchio (in concorso), avvinti inestricabilmente da una cultura, una generazione, una ribellione comune, e dalla necessità concomitante di guardarsi indietro. In The Dreamers, il Sessantotto agli albori e, prima, la gioia, la libertà, la scoperta, l'amicizia, il sesso, il cinema, la politica, tutti mescolati, confusi insieme, tasselli interdipendenti di un unico, entusiastico amore, per la vita che veniva avanti e, per una volta, poteva essere inventata diversamente, e che finì in una fiammata, ma, come canta Edith Piaf, Je ne regrette rien, e quel sogno resta incancellabile.
In Buongiorno, notte, il dopo, il Settantotto del sequestro e dell'omicidio Moro, la perdita di contatto con i tasselli della realtà concreta, la rincorsa verso l'autodistruzione, il crollo rovinoso dell'ideologia, la chiusura, la prigione, la sterilità, la parola che raggela il cuore, l'angoscia che monta, la malinconia consapevole di un'occasione, di una vita perduta. Ma anche qui, nell'ultima inquadratura, se ne va libero il sogno di un incantesimo spezzato, di una Storia migliore, di una possibilità, in solitudine, di non tradire se stessi. Entrambi film "privatissimi", più simili di quanto non appaia dallo stile e dall'occasione narrativa, dal calore e dal gelo, The Dreamers e Buongiorno, notte ci raccontano i nostri mondi perduti.
(...)
Rudolf Engler
Repubblica 11.9.03
E´ morto Rudolf Engler editore del grande linguista
LO STUDIOSO CHE SALVÒ I TESTI DI SAUSSURE
di TULLIO DE MAURO
Rudolf Engler, lo studioso svizzero editore dei manoscritti di Ferdinand de Saussure, è morto a Worb, presso Berna, il 5 settembre scorso. Era nato il 25 ottobre 1930 a Teufen (San Gallo). Dopo studi a Berna, Parigi e Firenze, si era specializzato in linguistica e filologia romanza, con importanti lavori sulla grammatica italiana del Rinascimento.
Dalla fine degli anni cinquanta aveva cominciato a collaborare con Robert Godel al recupero delle carte manoscritte di Saussure e dei suoi diretti uditori, un lavoro che aveva poi continuato da solo.
Come si sa, il fondamentale Corso di linguistica generale di Saussure apparve postumo, nel 1916, frutto dell´arrangiamento che i primi editori fecero dei rari appunti di Saussure e dei quaderni di appunti dei suoi allievi. A partire dagli anni cinquanta parecchi studiosi, tra cui Emile Benveniste e, in Italia, Mario Lucidi, avevano avanzato dubbi sull´attendibilità del testo vulgato, diventato intanto bibbia e corano della linguistica e antropologia moderne.
Prima Godel, poi soprattutto Engler si dedicarono a una rivisitazione delle fonti manoscritte del Corso. Al procedere dei lavori emergeva una immagine nuova e diversa di Saussure. Il lavoro certosino di Engler ha portato alla grande edizione del Corso in cui il testo tradizionale è affiancato frase per frase dall´indicazione che permette di vedere se la frase è una interpolazione dei primi editori oppure se ha un riscontro, e quale, nelle fonti manoscritte.
L´edizione di Engler e il lavoro interpretativo suo e di altri, hanno rivelato un Saussure soprattutto attento alla lingua nel suo farsi e disfarsi, alla temporalità e socialità della lingua, all´intreccio dei fatti della lingua e del significato con i fatti della vita biologica e della cultura, del pensiero, delle emozioni.
E´ morto Rudolf Engler editore del grande linguista
LO STUDIOSO CHE SALVÒ I TESTI DI SAUSSURE
di TULLIO DE MAURO
Rudolf Engler, lo studioso svizzero editore dei manoscritti di Ferdinand de Saussure, è morto a Worb, presso Berna, il 5 settembre scorso. Era nato il 25 ottobre 1930 a Teufen (San Gallo). Dopo studi a Berna, Parigi e Firenze, si era specializzato in linguistica e filologia romanza, con importanti lavori sulla grammatica italiana del Rinascimento.
Dalla fine degli anni cinquanta aveva cominciato a collaborare con Robert Godel al recupero delle carte manoscritte di Saussure e dei suoi diretti uditori, un lavoro che aveva poi continuato da solo.
Come si sa, il fondamentale Corso di linguistica generale di Saussure apparve postumo, nel 1916, frutto dell´arrangiamento che i primi editori fecero dei rari appunti di Saussure e dei quaderni di appunti dei suoi allievi. A partire dagli anni cinquanta parecchi studiosi, tra cui Emile Benveniste e, in Italia, Mario Lucidi, avevano avanzato dubbi sull´attendibilità del testo vulgato, diventato intanto bibbia e corano della linguistica e antropologia moderne.
Prima Godel, poi soprattutto Engler si dedicarono a una rivisitazione delle fonti manoscritte del Corso. Al procedere dei lavori emergeva una immagine nuova e diversa di Saussure. Il lavoro certosino di Engler ha portato alla grande edizione del Corso in cui il testo tradizionale è affiancato frase per frase dall´indicazione che permette di vedere se la frase è una interpolazione dei primi editori oppure se ha un riscontro, e quale, nelle fonti manoscritte.
L´edizione di Engler e il lavoro interpretativo suo e di altri, hanno rivelato un Saussure soprattutto attento alla lingua nel suo farsi e disfarsi, alla temporalità e socialità della lingua, all´intreccio dei fatti della lingua e del significato con i fatti della vita biologica e della cultura, del pensiero, delle emozioni.
Theodor Wiesegrund Adorno 1903 - 1969
Il Mattino 11.9.03
ANNIVERSARI/ L’11 settembre 1903 nasceva a Francoforte il grande pensatore tedesco
di Corrado Ocone
Giusto cento anni fa, l’11 settembre 1903, nasceva a Francoforte uno dei pensatori più influenti del secolo scorso: Theodor Wiesegrund Adorno. Fondatore, con Max Horkheimer, del celebre Istituto per le scienze sociali della città sul Meno, in fuga dal nazismo in quanto di origine ebraica, dopo aver riparato negli Stati Uniti, Adorno ritornò in patria subito dopo la guerra e insegnò a Francoforte fino al 1968. Un anno dopo morì in Svizzera. Per ricordare Adorno, abbiamo ascoltato le parole di quattro fra i più noti filosofi italiani e, con il loro aiuto, abbiamo provato a costruire un glossario minimo dei concetti chiave del suo pensiero. I nostri interlocutori sono stati: Roberto Esposito dell’Orientale di Napoli, Sebastiano Maffettone della Luiss di Roma, Giacomo Marramao di Roma III e Gianni Vattimo dell’Università di Torino, europarlamentare.
Aforisma. È la forma in cui è scritta una delle più importanti opere di Adorno, i Minima Moralia (1951). «Ci vuole un gran coraggio a parlare filosoficamente degli aspetti minimi e quotidiani se si è uno che si è formato sulla tradizione solida della filosofia tedesca, su Kant e su Hegel. Adorno l’ha avuto: tanto di cappello!» (Maffettone).
Contestazione. «Quando arrivai a Francoforte, dopo la laurea, Adorno era morto da un anno, ma la sua presenza era viva, ingombrante. C’era un gruppo di adorniani di sinistra che utilizzava le categorie di Adorno per criticare il maestro, che in qualche modo accusava di tradimento: come poteva essere contro il movimento, se proprio le categorie di emancipazione e autoliberazione, da lui elaborate, ne davano un’efficace spiegazione teorica? Oggi, quegli adorniani non la pensano più così e hanno imparato a rivalutare le tesi diffidenti di Adorno sul movimento» (Marramao).
Critica. Adorno elaborò la cosiddetta Teoria critica, ancora oggi uno dei paradigmi filosofici più importanti, a cui si richiamano anche molti filosofi contemporanei, a cominciare da Habermas: «La teoria critica della Scuola di Francoforte nasce con Horkheimer ma si perfeziona con Adorno. E tutto il pensiero di Adorno è una critica della ragione che si è affermata in Occidente. Credo che, approdato dalla Foresta nera in quel di San Diego in California, il pensatore tedesco sia rimasto colpito da una vita completamente altra, in cui la dimensione razionale e quella del divertimento erano nettamente scisse. La razionalità americana imponeva una standardizzazione della vita che il nostro non capiva» (Maffettone).
Dialettica. «Per Adorno è negativa, nel senso che per lui, al contrario di Hegel, la conciliazione tra storia e ragione non potrà mai esserci. C’è sempre, come dire, uno scarto. Là dove non arriva la ragione, può però arrivare l’arte: che, in alcuni momenti, può catturare nel finito l’infinito» (Maffettone).
Ebraismo. «È possibile pensare dopo Auschwitz? È stato l’ebreo Adorno a porsi per primo la domanda che tiene banco in filosofia ancora oggi (basti pensare a Derrida o ad Agamben). Ma il rapporto con l’ebraismo di Adorno era laico, il suo approccio tutto sommato razionale. In questo egli, che da un lato era attratto da Benjamin, dall’altro, non poco fraintendendolo, respingeva e diffidava della sua vena messianica» (Marramao).
Estetica. «Adorno cerca nell’arte una parziale e possibile conciliazione, una ”promesse de bonheur” per dirla con Baudelaire. Il tutto non alienato a cui, sulla scia della ragione dialettica di Hegel, egli continua ad aspirare si dà solo nell’arte. Al contrario di Marcuse, l’altro autore guida del ’68 in Germania, il riscatto estetico dell’esistenza è per Adorno ”solo” estetico, non ha un valore che trascende l’ambito dell’arte» (Vattimo).
Filosofia. «Adorno è stato un vero filosofo in quanto ha pensato in modo radicale il nostro mondo occidentale, a cominciare da quelle dinamiche relative all’industria culturale che oggi hanno corso in modo esorbitante e su dimensione globale» (Esposito).
Illuminismo. «Dialettica dell’illuminismo (1947) rimane una grande opera sia perché le sue analisi sull’industria culturale sono ancora valide e illuminanti, sia perché è valido ancora, a mio avviso, l’assunto che porta a vedere come mito e lumi siano parenti e non estranei. La mia relazione al convegno che si svolgerà su Adorno (al Goethe Institut di Roma, dal 16 al 18 ottobre prossimi), si intitolerà "Sole nero": alludo proprio al lato oscuro dell’illuminismo che Adorno ha magistralmente individuato» (Esposito).
Organizzazione totale. «È l’epoca in cui la società occidentale è giunta, con la totale razionalizzazione capitalistica del lavoro e della società. Oggi non vale più la tesi di Hegel secondo cui solo il tutto è il vero. Anzi, il tutto è proprio il falso, perché esclude ormai ogni libertà e possibilità di trasformazione» (Vattimo). Anche il «trasgressivo», dice Adorno, viene presto metabolizzato e diventa parte integrante dell’ordine dominante.
Ragione. «Adorno criticava la ragione occidentale, ma un punto di vista ancora razionale. Egli rimane nonostante tutto un razionalista. La sua mira era diretta contro la ragione strumentale, contro il processo di razionalizzazione tecnico e formale» (Marramao).
Rovesciamento. «La teoria critica andava rovesciata in prassi: questa l’idea di Adorno e dei suoi allievi di sinistra. Ma Adorno non ha mai avuto il coraggio, secondo gli stessi, di prendere congedo dal congedo della filosofia» (Marramao).
il manifesto 11.9.03
ADORNO
Di fronte a eterni paradossi
L'11 settembre del 1903, a Francoforte, nasceva Theodor Wiesengrund Adorno. L'incontro con la filosofia e quello con la musica furono pressoché contemporanei. Nel 1924 scrisse la sua tesi sulla fenomenologia di Husserl, lo stesso anno - incantato dall'ascolto di frammenti del Wozzeck - avvicinò Alban Berg per seguirlo a Vienna e studiare con lui composizione. Come la musica, pensava Adorno, la filosofia non dovrebbe ridursi a categorie, ma in primo luogo, comporre
di STEFANO PETRUCCIANI
Le molte iniziative che, in questo autunno, celebreranno il centenario della nascita di Adorno (dal convegno che si tiene in questi giorni a Francoforte a quello che si svolgerà a Roma, in ottobre, presso il Goethe Institut), non bastano certo a contrastare l'impressione che, su questo grande esponente del pensiero critico del Novecento, sia caduta negli ultimi anni una cortina di pesante e pressoché totale silenzio. Al successo incontrastato del suo antagonista Heidegger, ha fatto riscontro un oblio quasi completo di colui che è stato senza dubbio l'ingegno più vivo e stimolante tra quelli che si sono raccolti attorno alla Scuola di Francoforte. Sebbene questo oblio sia per molti aspetti ben comprensibile (anche come reazione alla grande diffusione che le tematiche francofortesi avevano avuto negli anni Sessanta e Settanta), esso però ha finito per nascondere quegli elementi in forza dei quali Adorno potrebbe essere un pensatore molto utile anche nella nostra congiuntura; e quindi, forse, un pensatore molto più attuale di quanto non si creda, e di quanto lo scarso interesse di cui gode oggi non faccia sospettare. La singolare attualità di Adorno, la si può trovare proprio nell'atteggiamento intellettuale con il quale egli si pone di fronte al suo presente: la sua prospettiva, infatti, è quella di un filosofo che costruisce un punto di vista critico sul presente pur essendo fermamente convinto che non c'è a portata di mano nessuna concreta via di azione o di trasformazione, e che quindi non si può fare molto di più che attestarsi sulla intransigente forza di resistenza del pensiero critico, della teoria. Perciò si potrebbe dire che l'orizzonte in cui ragiona Adorno mostra non poche affinità con quello nel quale ci troviamo a vivere oggi: all'evidente ingiustizia e irrazionalità degli assetti di potere globalmente vigenti fa riscontro la percezione di una loro quasi fatale immodificabilità, o quantomeno della drammatica sproporzione di qualsiasi tentativo di incidere seriamente su di essi. A questa disperante antinomia Adorno risponde valorizzando al massimo la valenza anche «pratica» che ha l'esercizio critico del pensiero. E proponendo un'idea di filosofia come «critica», che si esercita tanto sui modi di pensare dominanti, quanto sugli ordinamenti sociali che con quelli inestricabilmente si intrecciano. Sul piano più schiettamente filosofico, «speculativo», la centralità della critica (o della «dialettica», che in Adorno con la critica fa tutt'uno) significa in sostanza una cosa molto semplice. Vuol dire che la filosofia fallisce sia quando si illude di cogliere un presunto principio primo, originario, fondante, sottratto alle mediazioni storiche, linguistiche e sociali (basti ricordare la costante polemica di Adorno contro l'Essere di Heidegger), sia quando, sul versante opposto, rinuncia al suo rigore e si riduce, come accadrà nel postmoderno, a mera conversazione, a puro intrattenimento senza principi. La filosofia non può abdicare alle sue esigenze di rigore, ma le può soddisfare solo nell'elemento della critica: attraverso il continuo esercizio di smontaggio delle interpretazioni del mondo ideologiche, limitate e unilaterali, un esercizio attraverso il quale essa accresce la sua e la nostra consapevolezza.
La critica filosofica, però, non è separabile in Adorno dalla critica della società. Mettersi criticamente in relazione con la società, infatti, non vuol dire commisurare le realtà sociali vigenti con un qualche principio o criterio ad esse estraneo. Significa piuttosto misurare i rapporti sociali dati con quelle idee di razionalità e di libertà che essi pretendono di incarnare, e che invece continuamente tradiscono. Decisivo in questo contesto è il concetto (che Adorno rielabora partendo dalla ricca tradizione dialettica di Hegel, Marx, Lukács) della società come «seconda natura», che consente al pensatore francofortese di mettere in risalto una contraddizione di fondo: i rapporti sociali che dovrebbero essere, secondo la filosofia politica contrattualista o nell'ottica della teoria democratica, il risultato delle libere volontà di uomini razionali, si impongono in realtà agli individui come una potenza da essi incontrollabile, che nega la libertà e la spontaneità del singolo, talvolta nei modi brutali del totalitarismo, talaltra in quelli assai più morbidi della persuasione consumistica e mediatica. Perciò, lungi dall'essere un costrutto di libera razionalità, la società rimane una «seconda natura»: i singoli restano in balìa di soverchianti potenze sociali allo stesso modo in cui, nelle epoche antecedenti alla civilizzazione, gli indifesi primitivi erano vittime delle incontrollabili potenze della natura. E' questo il singolare paradosso di una modernità scaturita dall'intreccio, per altri versi straordinariamente fecondo, di tecnica, industria e capitalismo. Da un lato è grazie a queste potenze che gli uomini, oggi, potrebbero essere tutti liberati dalla scarsità materiale e dalla paura (Adorno lo ribadisce infinite volte, e perciò hanno torto marcio coloro che lo hanno considerato un nemico della tecnica e dell'industria); ma dall'altro questa possibilità si sposta sempre più lontano perché i rapporti sociali vigenti continuano a riprodursi, dice Adorno, attraverso l'antagonismo: quasi costituissero una forma sublimata della guerra hobbesiana di tutti contro tutti, dove ognuno è consegnato alla lotta concorrenziale per l'autoconservazione e deve sacrificare al meccanismo dominante ogni spontaneità. Gli uomini restano così sotto il «sortilegio», si liberano dalla paura delle potenze naturali solo per soggiacere più duramente all'angoscia sociale; per dirla con le parole della Dialettica negativa: «La storia umana, il progressivo dominio sulla natura, prosegue quella inconsapevole della natura, mangiare ed essere mangiati».
Ma come si può infrangere il maligno incantesimo? Il pensiero di Adorno non offre risposte preconfezionate, ma non cessa di interrogarsi intorno a questa domanda. Ed è proprio su questo punto che il suo approccio sembra differenziarsi in modo abbastanza rilevante dalla tradizione marxista, nella quale per altri versi Adorno si inscrive. Il principio del dominio, la regola per cui l'uomo è lupo all'altro uomo, che si conserva sublimata nella lotta concorrenziale della società capitalistica, non è per Adorno né il semplice prodotto di un certo ordine economico, che potrebbe essere superato con esso, e neppure qualcosa di cui si possa dire che è radicato nella natura umana (infatti non abbiamo accesso diretto alla natura dell'uomo, ma a ciò che egli è divenuto storicamente). Perciò in qualche misura il sortilegio resta un enigma, quella che Adorno talvolta chiama una «catastrofe irrazionale». Importante, però, è innanzitutto che la condizione di non-libertà venga riconosciuta come tale, e chiamata per nome; così come è decisivo comprendere che nessuna ragione ci costringe a eternarla o assolutizzarla. Proprio in quanto è la critica di ogni assoluto, la dialettica ci insegna che la storia, come il pensiero, è una dimensione aperta: aperta alla minaccia della catastrofe così come all'esito della vera libertà e solidarietà.
Si potrà non essere d'accordo con le tesi che Adorno sostiene, o con le conclusioni cui giunge; gli si dovrebbe però almeno riconoscere il merito di aver posto domande molto serie, che solo una filosofia di piccolo cabotaggio può spensieratamente esorcizzare.
(altri articoli su Adorno sono reperibili su L'Eco di Bergamo, possono, eventualmente essermi richiesti[ndr])
ANNIVERSARI/ L’11 settembre 1903 nasceva a Francoforte il grande pensatore tedesco
di Corrado Ocone
Giusto cento anni fa, l’11 settembre 1903, nasceva a Francoforte uno dei pensatori più influenti del secolo scorso: Theodor Wiesegrund Adorno. Fondatore, con Max Horkheimer, del celebre Istituto per le scienze sociali della città sul Meno, in fuga dal nazismo in quanto di origine ebraica, dopo aver riparato negli Stati Uniti, Adorno ritornò in patria subito dopo la guerra e insegnò a Francoforte fino al 1968. Un anno dopo morì in Svizzera. Per ricordare Adorno, abbiamo ascoltato le parole di quattro fra i più noti filosofi italiani e, con il loro aiuto, abbiamo provato a costruire un glossario minimo dei concetti chiave del suo pensiero. I nostri interlocutori sono stati: Roberto Esposito dell’Orientale di Napoli, Sebastiano Maffettone della Luiss di Roma, Giacomo Marramao di Roma III e Gianni Vattimo dell’Università di Torino, europarlamentare.
Aforisma. È la forma in cui è scritta una delle più importanti opere di Adorno, i Minima Moralia (1951). «Ci vuole un gran coraggio a parlare filosoficamente degli aspetti minimi e quotidiani se si è uno che si è formato sulla tradizione solida della filosofia tedesca, su Kant e su Hegel. Adorno l’ha avuto: tanto di cappello!» (Maffettone).
Contestazione. «Quando arrivai a Francoforte, dopo la laurea, Adorno era morto da un anno, ma la sua presenza era viva, ingombrante. C’era un gruppo di adorniani di sinistra che utilizzava le categorie di Adorno per criticare il maestro, che in qualche modo accusava di tradimento: come poteva essere contro il movimento, se proprio le categorie di emancipazione e autoliberazione, da lui elaborate, ne davano un’efficace spiegazione teorica? Oggi, quegli adorniani non la pensano più così e hanno imparato a rivalutare le tesi diffidenti di Adorno sul movimento» (Marramao).
Critica. Adorno elaborò la cosiddetta Teoria critica, ancora oggi uno dei paradigmi filosofici più importanti, a cui si richiamano anche molti filosofi contemporanei, a cominciare da Habermas: «La teoria critica della Scuola di Francoforte nasce con Horkheimer ma si perfeziona con Adorno. E tutto il pensiero di Adorno è una critica della ragione che si è affermata in Occidente. Credo che, approdato dalla Foresta nera in quel di San Diego in California, il pensatore tedesco sia rimasto colpito da una vita completamente altra, in cui la dimensione razionale e quella del divertimento erano nettamente scisse. La razionalità americana imponeva una standardizzazione della vita che il nostro non capiva» (Maffettone).
Dialettica. «Per Adorno è negativa, nel senso che per lui, al contrario di Hegel, la conciliazione tra storia e ragione non potrà mai esserci. C’è sempre, come dire, uno scarto. Là dove non arriva la ragione, può però arrivare l’arte: che, in alcuni momenti, può catturare nel finito l’infinito» (Maffettone).
Ebraismo. «È possibile pensare dopo Auschwitz? È stato l’ebreo Adorno a porsi per primo la domanda che tiene banco in filosofia ancora oggi (basti pensare a Derrida o ad Agamben). Ma il rapporto con l’ebraismo di Adorno era laico, il suo approccio tutto sommato razionale. In questo egli, che da un lato era attratto da Benjamin, dall’altro, non poco fraintendendolo, respingeva e diffidava della sua vena messianica» (Marramao).
Estetica. «Adorno cerca nell’arte una parziale e possibile conciliazione, una ”promesse de bonheur” per dirla con Baudelaire. Il tutto non alienato a cui, sulla scia della ragione dialettica di Hegel, egli continua ad aspirare si dà solo nell’arte. Al contrario di Marcuse, l’altro autore guida del ’68 in Germania, il riscatto estetico dell’esistenza è per Adorno ”solo” estetico, non ha un valore che trascende l’ambito dell’arte» (Vattimo).
Filosofia. «Adorno è stato un vero filosofo in quanto ha pensato in modo radicale il nostro mondo occidentale, a cominciare da quelle dinamiche relative all’industria culturale che oggi hanno corso in modo esorbitante e su dimensione globale» (Esposito).
Illuminismo. «Dialettica dell’illuminismo (1947) rimane una grande opera sia perché le sue analisi sull’industria culturale sono ancora valide e illuminanti, sia perché è valido ancora, a mio avviso, l’assunto che porta a vedere come mito e lumi siano parenti e non estranei. La mia relazione al convegno che si svolgerà su Adorno (al Goethe Institut di Roma, dal 16 al 18 ottobre prossimi), si intitolerà "Sole nero": alludo proprio al lato oscuro dell’illuminismo che Adorno ha magistralmente individuato» (Esposito).
Organizzazione totale. «È l’epoca in cui la società occidentale è giunta, con la totale razionalizzazione capitalistica del lavoro e della società. Oggi non vale più la tesi di Hegel secondo cui solo il tutto è il vero. Anzi, il tutto è proprio il falso, perché esclude ormai ogni libertà e possibilità di trasformazione» (Vattimo). Anche il «trasgressivo», dice Adorno, viene presto metabolizzato e diventa parte integrante dell’ordine dominante.
Ragione. «Adorno criticava la ragione occidentale, ma un punto di vista ancora razionale. Egli rimane nonostante tutto un razionalista. La sua mira era diretta contro la ragione strumentale, contro il processo di razionalizzazione tecnico e formale» (Marramao).
Rovesciamento. «La teoria critica andava rovesciata in prassi: questa l’idea di Adorno e dei suoi allievi di sinistra. Ma Adorno non ha mai avuto il coraggio, secondo gli stessi, di prendere congedo dal congedo della filosofia» (Marramao).
il manifesto 11.9.03
ADORNO
Di fronte a eterni paradossi
L'11 settembre del 1903, a Francoforte, nasceva Theodor Wiesengrund Adorno. L'incontro con la filosofia e quello con la musica furono pressoché contemporanei. Nel 1924 scrisse la sua tesi sulla fenomenologia di Husserl, lo stesso anno - incantato dall'ascolto di frammenti del Wozzeck - avvicinò Alban Berg per seguirlo a Vienna e studiare con lui composizione. Come la musica, pensava Adorno, la filosofia non dovrebbe ridursi a categorie, ma in primo luogo, comporre
di STEFANO PETRUCCIANI
Le molte iniziative che, in questo autunno, celebreranno il centenario della nascita di Adorno (dal convegno che si tiene in questi giorni a Francoforte a quello che si svolgerà a Roma, in ottobre, presso il Goethe Institut), non bastano certo a contrastare l'impressione che, su questo grande esponente del pensiero critico del Novecento, sia caduta negli ultimi anni una cortina di pesante e pressoché totale silenzio. Al successo incontrastato del suo antagonista Heidegger, ha fatto riscontro un oblio quasi completo di colui che è stato senza dubbio l'ingegno più vivo e stimolante tra quelli che si sono raccolti attorno alla Scuola di Francoforte. Sebbene questo oblio sia per molti aspetti ben comprensibile (anche come reazione alla grande diffusione che le tematiche francofortesi avevano avuto negli anni Sessanta e Settanta), esso però ha finito per nascondere quegli elementi in forza dei quali Adorno potrebbe essere un pensatore molto utile anche nella nostra congiuntura; e quindi, forse, un pensatore molto più attuale di quanto non si creda, e di quanto lo scarso interesse di cui gode oggi non faccia sospettare. La singolare attualità di Adorno, la si può trovare proprio nell'atteggiamento intellettuale con il quale egli si pone di fronte al suo presente: la sua prospettiva, infatti, è quella di un filosofo che costruisce un punto di vista critico sul presente pur essendo fermamente convinto che non c'è a portata di mano nessuna concreta via di azione o di trasformazione, e che quindi non si può fare molto di più che attestarsi sulla intransigente forza di resistenza del pensiero critico, della teoria. Perciò si potrebbe dire che l'orizzonte in cui ragiona Adorno mostra non poche affinità con quello nel quale ci troviamo a vivere oggi: all'evidente ingiustizia e irrazionalità degli assetti di potere globalmente vigenti fa riscontro la percezione di una loro quasi fatale immodificabilità, o quantomeno della drammatica sproporzione di qualsiasi tentativo di incidere seriamente su di essi. A questa disperante antinomia Adorno risponde valorizzando al massimo la valenza anche «pratica» che ha l'esercizio critico del pensiero. E proponendo un'idea di filosofia come «critica», che si esercita tanto sui modi di pensare dominanti, quanto sugli ordinamenti sociali che con quelli inestricabilmente si intrecciano. Sul piano più schiettamente filosofico, «speculativo», la centralità della critica (o della «dialettica», che in Adorno con la critica fa tutt'uno) significa in sostanza una cosa molto semplice. Vuol dire che la filosofia fallisce sia quando si illude di cogliere un presunto principio primo, originario, fondante, sottratto alle mediazioni storiche, linguistiche e sociali (basti ricordare la costante polemica di Adorno contro l'Essere di Heidegger), sia quando, sul versante opposto, rinuncia al suo rigore e si riduce, come accadrà nel postmoderno, a mera conversazione, a puro intrattenimento senza principi. La filosofia non può abdicare alle sue esigenze di rigore, ma le può soddisfare solo nell'elemento della critica: attraverso il continuo esercizio di smontaggio delle interpretazioni del mondo ideologiche, limitate e unilaterali, un esercizio attraverso il quale essa accresce la sua e la nostra consapevolezza.
La critica filosofica, però, non è separabile in Adorno dalla critica della società. Mettersi criticamente in relazione con la società, infatti, non vuol dire commisurare le realtà sociali vigenti con un qualche principio o criterio ad esse estraneo. Significa piuttosto misurare i rapporti sociali dati con quelle idee di razionalità e di libertà che essi pretendono di incarnare, e che invece continuamente tradiscono. Decisivo in questo contesto è il concetto (che Adorno rielabora partendo dalla ricca tradizione dialettica di Hegel, Marx, Lukács) della società come «seconda natura», che consente al pensatore francofortese di mettere in risalto una contraddizione di fondo: i rapporti sociali che dovrebbero essere, secondo la filosofia politica contrattualista o nell'ottica della teoria democratica, il risultato delle libere volontà di uomini razionali, si impongono in realtà agli individui come una potenza da essi incontrollabile, che nega la libertà e la spontaneità del singolo, talvolta nei modi brutali del totalitarismo, talaltra in quelli assai più morbidi della persuasione consumistica e mediatica. Perciò, lungi dall'essere un costrutto di libera razionalità, la società rimane una «seconda natura»: i singoli restano in balìa di soverchianti potenze sociali allo stesso modo in cui, nelle epoche antecedenti alla civilizzazione, gli indifesi primitivi erano vittime delle incontrollabili potenze della natura. E' questo il singolare paradosso di una modernità scaturita dall'intreccio, per altri versi straordinariamente fecondo, di tecnica, industria e capitalismo. Da un lato è grazie a queste potenze che gli uomini, oggi, potrebbero essere tutti liberati dalla scarsità materiale e dalla paura (Adorno lo ribadisce infinite volte, e perciò hanno torto marcio coloro che lo hanno considerato un nemico della tecnica e dell'industria); ma dall'altro questa possibilità si sposta sempre più lontano perché i rapporti sociali vigenti continuano a riprodursi, dice Adorno, attraverso l'antagonismo: quasi costituissero una forma sublimata della guerra hobbesiana di tutti contro tutti, dove ognuno è consegnato alla lotta concorrenziale per l'autoconservazione e deve sacrificare al meccanismo dominante ogni spontaneità. Gli uomini restano così sotto il «sortilegio», si liberano dalla paura delle potenze naturali solo per soggiacere più duramente all'angoscia sociale; per dirla con le parole della Dialettica negativa: «La storia umana, il progressivo dominio sulla natura, prosegue quella inconsapevole della natura, mangiare ed essere mangiati».
Ma come si può infrangere il maligno incantesimo? Il pensiero di Adorno non offre risposte preconfezionate, ma non cessa di interrogarsi intorno a questa domanda. Ed è proprio su questo punto che il suo approccio sembra differenziarsi in modo abbastanza rilevante dalla tradizione marxista, nella quale per altri versi Adorno si inscrive. Il principio del dominio, la regola per cui l'uomo è lupo all'altro uomo, che si conserva sublimata nella lotta concorrenziale della società capitalistica, non è per Adorno né il semplice prodotto di un certo ordine economico, che potrebbe essere superato con esso, e neppure qualcosa di cui si possa dire che è radicato nella natura umana (infatti non abbiamo accesso diretto alla natura dell'uomo, ma a ciò che egli è divenuto storicamente). Perciò in qualche misura il sortilegio resta un enigma, quella che Adorno talvolta chiama una «catastrofe irrazionale». Importante, però, è innanzitutto che la condizione di non-libertà venga riconosciuta come tale, e chiamata per nome; così come è decisivo comprendere che nessuna ragione ci costringe a eternarla o assolutizzarla. Proprio in quanto è la critica di ogni assoluto, la dialettica ci insegna che la storia, come il pensiero, è una dimensione aperta: aperta alla minaccia della catastrofe così come all'esito della vera libertà e solidarietà.
Si potrà non essere d'accordo con le tesi che Adorno sostiene, o con le conclusioni cui giunge; gli si dovrebbe però almeno riconoscere il merito di aver posto domande molto serie, che solo una filosofia di piccolo cabotaggio può spensieratamente esorcizzare.
(altri articoli su Adorno sono reperibili su L'Eco di Bergamo, possono, eventualmente essermi richiesti[ndr])
Franco Battiato
Libertà 11.9.03
FRANCO BATTIATO
Parla il musicista e regista, a Bobbio col suo “Perduto amor”. «Presto un nuovo film»
Io, Moro mancato per Bellocchio
«La musica? Endrigo vale i migliori lieder di Schubert»
di Oliviero Marchesi
Di Buongiorno, notte, il nuovo film di Marco Bellocchio, si sta parlando e scrivendo molto. Finora, però, è circolata solo in sparuti circoli di addetti ai lavori la voce secondo cui la scelta originaria del regista piacentino per la parte di Aldo Moro (poi splendidamente interpretato dall'attore teatrale Roberto Herlitzka) sarebbe caduta - a sorpresa - sul cantante e musicista Franco Battiato. E confermare tutto è il diretto interessato: «E' vero, Bellocchio mi ha chiesto di farmi attore per lui» ci ha detto Battiato, ieri a Bobbio per incontrare gli allievi di Fare Cinema e presentare al cinema Le Grazie (nel secondo appuntamento di Incontri con gli autori, la rassegna “collaterale” al laboratorio diretto dallo stesso Bellocchio nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia) il suo sorprendente debutto dietro la macchina da presa: Perduto amor. Cortesissimo ma in qualche modo distante, l'astemio e vegetariano Battiato si è fatto intervistare da noi su un divano dell'albergo “Piacentino” dopo un (frugale) pranzo in compagnia di Bellocchio. La sua parlata è senza accento, l'elaborata gentilezza dei suoi modi sembra uno schermo verso l'interlocutore, il segno di una riservatezza profonda. Lo sguardo, dietro gli occhiali neri che indossa anche nella penombra del salottino, è mite e sorridente. «Sinceramente non so perché Bellocchio abbia pensato a me per il ruolo di Moro - dice - forse non solo per la figura ma anche per questa mia voce fessa...(Risatina). Rimasi spiazzato ma, certo, quando un regista come Bellocchio ti propone una cosa del genere ci pensi molto prima di rispondergli no. Alla fine rifiutai, a malincuore, perché ero impegnato nel montaggio di Perduto amor e non volevo mettere a repentaglio l'uscita del mio film per recitare nel film di un altro, per bello che fosse».
(...)
FRANCO BATTIATO
Parla il musicista e regista, a Bobbio col suo “Perduto amor”. «Presto un nuovo film»
Io, Moro mancato per Bellocchio
«La musica? Endrigo vale i migliori lieder di Schubert»
di Oliviero Marchesi
Di Buongiorno, notte, il nuovo film di Marco Bellocchio, si sta parlando e scrivendo molto. Finora, però, è circolata solo in sparuti circoli di addetti ai lavori la voce secondo cui la scelta originaria del regista piacentino per la parte di Aldo Moro (poi splendidamente interpretato dall'attore teatrale Roberto Herlitzka) sarebbe caduta - a sorpresa - sul cantante e musicista Franco Battiato. E confermare tutto è il diretto interessato: «E' vero, Bellocchio mi ha chiesto di farmi attore per lui» ci ha detto Battiato, ieri a Bobbio per incontrare gli allievi di Fare Cinema e presentare al cinema Le Grazie (nel secondo appuntamento di Incontri con gli autori, la rassegna “collaterale” al laboratorio diretto dallo stesso Bellocchio nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia) il suo sorprendente debutto dietro la macchina da presa: Perduto amor. Cortesissimo ma in qualche modo distante, l'astemio e vegetariano Battiato si è fatto intervistare da noi su un divano dell'albergo “Piacentino” dopo un (frugale) pranzo in compagnia di Bellocchio. La sua parlata è senza accento, l'elaborata gentilezza dei suoi modi sembra uno schermo verso l'interlocutore, il segno di una riservatezza profonda. Lo sguardo, dietro gli occhiali neri che indossa anche nella penombra del salottino, è mite e sorridente. «Sinceramente non so perché Bellocchio abbia pensato a me per il ruolo di Moro - dice - forse non solo per la figura ma anche per questa mia voce fessa...(Risatina). Rimasi spiazzato ma, certo, quando un regista come Bellocchio ti propone una cosa del genere ci pensi molto prima di rispondergli no. Alla fine rifiutai, a malincuore, perché ero impegnato nel montaggio di Perduto amor e non volevo mettere a repentaglio l'uscita del mio film per recitare nel film di un altro, per bello che fosse».
(...)
Corriere della Sera: Francesco Merlo ne sa di sogni...
Corriere della Sera 11.9.03
Dopo il film di Bellocchio «Buongiorno, notte» presentato a Venezia: le ricostruzioni psicologiche e il ritorno del «doppio Stato»
I sogni finti dei brigatisti e la tragica realtà di Moro
di Francesco Merlo
Dunque di nuovo saremmo scemi, noi che già allora eravamo scemi perché antidemocristiani ma democratici. Dunque ora saremmo scemi perché non capiamo, anzi non sappiamo e neppure immaginiamo quanti bei sogni di libertà facevano, tra un omicidio e l'altro, i criminali delle Brigate rosse. E, scemi come siamo, benché pazientemente ce lo spieghino un film celebratissimo, la Braghetti, la Faranda, il Foglio , e persino l'Unità , ancora oggi non vediamo com'era bello e simbolico e candido il sogno di riscatto e di purezza che la brigatista, carceriera e assassina di Moro, fece poco prima di partecipare alla sua uccisione.
E chissà dopo la morte di Moro cosa ancora sognò, prima di commettere gli altri delitti, questa stessa signora Braghetti, che ora fa la scrittrice ed è l’ispiratrice del film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte , che noi a Venezia non avremmo premiato neppure se ci fosse piaciuto, perché non se ne può più dei pazzi che devono anche avere ragione, di queste anime aride che non sognano ma delirano, visto che i sogni veri sono privati e solo i mostri non hanno privato ma ambientano le loro visioni sulla panchina di Lenin o sulla locomotiva proletaria, e nel sonno vedono la faccia di Stalin e sentono il coro dell’Aida, Schubert e i Pink Floyd. Questi sono sogni? Chissà come ci resterebbero male Fellini e Buñuel... In somma non ne possiamo più di questa psicologia degli assassini, che avrebbe bisogno più di un infermiere che di un regista cinematografico. D’altra parte siamo scemi anche perché non ci convince che sarebbe bastata una scoppoletta a fermarli, e che gli assassini di Moro non erano mostri ma mostriciattoli sognatori, e che anzi c’era una delicatezza nascosta in loro, come un fiore nel corpo di una iena, e che il vero mostro stava invece altrove, nel sottofondo dello Stato, nel doppio Stato che con una mano combatteva e con l’altra proteggeva le brigate rosse, come ha raccontato Adriana Faranda al Giornale e all’ Unità : «Ancora mi chiedo perché non ci hanno mai preso. Eravamo l’anello debole, abbiamo consegnato decine di lettere, eravamo così vulnerabili e non capisco perché non ci prendevano». Insomma, erano, in fondo in fondo, tutti buoni i protagonisti di quei terribili giorni di morte. Tutti buoni, ci suggerisce questa ricostruzione psicanalitica, tranne il Papa, Andreotti e il Pci. E’ come se ci fosse una stessa tensione che corre tra la Faranda di allora e alcuni giornali di oggi, tra i quali incredibilmente l’ Unità , ovviamente di ora e non certo di allora, che fu il giornale della fermezza dello Stato (tutto intero), quello del compromesso storico, quello che fece giganteggiare sul piedistallo della democrazia e della civiltà un leader politico discutibile come Aldo Moro. E va bene che siamo in tempi di moralismo politico semplificatorio che, a testa bassa, non sopporta le mediazioni e le articolazioni complesse, ma davvero non si capisce perché i brigatisti debbano parlare così tanto, visto che l’unica cosa che san no fare in più di noi è ammazzare qualcuno, e dunque forse dovrebbero ascoltare noi piuttosto che parlare a noi. Si afferma invece una specie di sottocultura che li rende protagonisti, e che accoglie le loro foto segnaletiche non nelle stanze del Museo Pitrè, quello dei briganti siciliani, ma nei dibattiti della vita civile. Chissà dunque cosa sognò Maria Laura Braghetti prima di uccidere ancora, due anni dopo l’assassinio di Moro. Chissà come fu onirica la sua notte il 12 febbraio 1980, poche ora prima che ammazzasse come un cane il professore Vittorio Bachelet in un altro di quei vigliacchi agguati che ovviamente n on sono agguati e criminalità ma rivoluzione, lotta di classe, ideologia, religione. E chissà com’erano dolci le kapò naziste quando sognavano nel loro letto, tra una tortura e l’altra. Spiace doverlo dire con crudezza ma se fossero dignitosi, Maria Laura Braghetti, Adriana Faranda, Valerio Morucci e tutti - ma proprio tutti - gli altri brigatisti, tutti assassini in libertà, dovrebbero farsi dimenticare, piuttosto che partecipare al dibattito sull’ingegneria istituzionale, sul regime che fu e su quello che avrebbe potuto essere. E se fossimo dignitosi noi, che bene abbiamo fatto a liberarli per civiltà giuridica e per generosità sociale, ora li relegheremmo in un obitorio culturale. Non è dignitoso, non è educativo, non è giusto e non è nemmeno interessante che proprio loro ci vengano a raccontare come e perché la morte di Moro ha cambiato l’Italia. In piena sintonia con i sogni della Braghetti e con le tesi della Faranda, un fondo dell’autorevole, e solitamente ragionevole, compagno Bruno Ugolini sull’ Unità («Moro, e se lo avessero liberato?»), ci ha spiegato che «con Moro vivo, Berlusconi Previti e Bossi non sarebbero comparsi all’improvviso a fare il bello e il cattivo tempo in questo paese». L’astuzia del doppio Stato insomma ha usato la Faranda per rifilarci Berlusconi e Previti. Quale Letta e quale Ferrara!, ora finalmente sappiamo con chi prendercela: con la Faranda, con l’ingenuità della Faranda, povera donna. Anche l’ Unità di oggi avrebbe dunque voluto salvare Moro, trattare con le Br di allora, fermare il secondo Stato, lo Stato della fermezza, vale a dire il Pci? L’ Unità di oggi contro l’ Unità di ieri? Lilliput contro Berlinguer? Inutile chiedere in quale ideologia sognatrice si siano dissolti i drammi umani e familiari, reali e duraturi dei cinque proletari della scorta di Moro. In cambio di quale chiacchiera politologica e per quale aberrante ragione si potrebbe dimenticare il sangue di quella mattina? Un poco meno visionari di Ugolini, i brigatisti si sono limitati a farfugliare che se avessero restituito Moro ai suoi familiari invece di ucciderlo, non ci sarebbe stato bisogno di attendere l a caduta del muro di Berlino, le inchieste di tangentopoli, il referendum di Mario Segni e tutto il resto per liberare l’Italia. Ma liberarla da che cosa? Non è vero che in quel covo Moro e i suoi assassini erano prigionieri di una stessa miseria nazionale. Moro era un uomo che faceva politica, che non trattava la classe operaia con i cannoni di Bava Beccaris o con le milizie padronali, era un interlocutore anche dei ceti poveri, un interlocutore politico e non un sequestratore o un bombardiere. La figura di Moro, morte compresa, appartiene alla storia della politica italiana. Quella dei suoi assassini alla criminologia che, grazie a Dio, non è più razzismo lombrosiano. E infatti il presunto regime non ha fucilato i brigatisti, li ha sottratti anche all’ergastolo, e non riserva ai loro cervelli la conservazione in formalina. Ma tutti questi microfoni e cineprese, questo compiacerli, e tutto questo sdolcinarli e somministrarceli in un dibattito psicopolitico che, va detto chiaro, non interessa a nessuno, salvo a qualche allievo di Freud e di Lombroso, sono altrettanto aberranti, forse persino peggio della formalina.
Dopo il film di Bellocchio «Buongiorno, notte» presentato a Venezia: le ricostruzioni psicologiche e il ritorno del «doppio Stato»
I sogni finti dei brigatisti e la tragica realtà di Moro
di Francesco Merlo
Dunque di nuovo saremmo scemi, noi che già allora eravamo scemi perché antidemocristiani ma democratici. Dunque ora saremmo scemi perché non capiamo, anzi non sappiamo e neppure immaginiamo quanti bei sogni di libertà facevano, tra un omicidio e l'altro, i criminali delle Brigate rosse. E, scemi come siamo, benché pazientemente ce lo spieghino un film celebratissimo, la Braghetti, la Faranda, il Foglio , e persino l'Unità , ancora oggi non vediamo com'era bello e simbolico e candido il sogno di riscatto e di purezza che la brigatista, carceriera e assassina di Moro, fece poco prima di partecipare alla sua uccisione.
E chissà dopo la morte di Moro cosa ancora sognò, prima di commettere gli altri delitti, questa stessa signora Braghetti, che ora fa la scrittrice ed è l’ispiratrice del film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte , che noi a Venezia non avremmo premiato neppure se ci fosse piaciuto, perché non se ne può più dei pazzi che devono anche avere ragione, di queste anime aride che non sognano ma delirano, visto che i sogni veri sono privati e solo i mostri non hanno privato ma ambientano le loro visioni sulla panchina di Lenin o sulla locomotiva proletaria, e nel sonno vedono la faccia di Stalin e sentono il coro dell’Aida, Schubert e i Pink Floyd. Questi sono sogni? Chissà come ci resterebbero male Fellini e Buñuel... In somma non ne possiamo più di questa psicologia degli assassini, che avrebbe bisogno più di un infermiere che di un regista cinematografico. D’altra parte siamo scemi anche perché non ci convince che sarebbe bastata una scoppoletta a fermarli, e che gli assassini di Moro non erano mostri ma mostriciattoli sognatori, e che anzi c’era una delicatezza nascosta in loro, come un fiore nel corpo di una iena, e che il vero mostro stava invece altrove, nel sottofondo dello Stato, nel doppio Stato che con una mano combatteva e con l’altra proteggeva le brigate rosse, come ha raccontato Adriana Faranda al Giornale e all’ Unità : «Ancora mi chiedo perché non ci hanno mai preso. Eravamo l’anello debole, abbiamo consegnato decine di lettere, eravamo così vulnerabili e non capisco perché non ci prendevano». Insomma, erano, in fondo in fondo, tutti buoni i protagonisti di quei terribili giorni di morte. Tutti buoni, ci suggerisce questa ricostruzione psicanalitica, tranne il Papa, Andreotti e il Pci. E’ come se ci fosse una stessa tensione che corre tra la Faranda di allora e alcuni giornali di oggi, tra i quali incredibilmente l’ Unità , ovviamente di ora e non certo di allora, che fu il giornale della fermezza dello Stato (tutto intero), quello del compromesso storico, quello che fece giganteggiare sul piedistallo della democrazia e della civiltà un leader politico discutibile come Aldo Moro. E va bene che siamo in tempi di moralismo politico semplificatorio che, a testa bassa, non sopporta le mediazioni e le articolazioni complesse, ma davvero non si capisce perché i brigatisti debbano parlare così tanto, visto che l’unica cosa che san no fare in più di noi è ammazzare qualcuno, e dunque forse dovrebbero ascoltare noi piuttosto che parlare a noi. Si afferma invece una specie di sottocultura che li rende protagonisti, e che accoglie le loro foto segnaletiche non nelle stanze del Museo Pitrè, quello dei briganti siciliani, ma nei dibattiti della vita civile. Chissà dunque cosa sognò Maria Laura Braghetti prima di uccidere ancora, due anni dopo l’assassinio di Moro. Chissà come fu onirica la sua notte il 12 febbraio 1980, poche ora prima che ammazzasse come un cane il professore Vittorio Bachelet in un altro di quei vigliacchi agguati che ovviamente n on sono agguati e criminalità ma rivoluzione, lotta di classe, ideologia, religione. E chissà com’erano dolci le kapò naziste quando sognavano nel loro letto, tra una tortura e l’altra. Spiace doverlo dire con crudezza ma se fossero dignitosi, Maria Laura Braghetti, Adriana Faranda, Valerio Morucci e tutti - ma proprio tutti - gli altri brigatisti, tutti assassini in libertà, dovrebbero farsi dimenticare, piuttosto che partecipare al dibattito sull’ingegneria istituzionale, sul regime che fu e su quello che avrebbe potuto essere. E se fossimo dignitosi noi, che bene abbiamo fatto a liberarli per civiltà giuridica e per generosità sociale, ora li relegheremmo in un obitorio culturale. Non è dignitoso, non è educativo, non è giusto e non è nemmeno interessante che proprio loro ci vengano a raccontare come e perché la morte di Moro ha cambiato l’Italia. In piena sintonia con i sogni della Braghetti e con le tesi della Faranda, un fondo dell’autorevole, e solitamente ragionevole, compagno Bruno Ugolini sull’ Unità («Moro, e se lo avessero liberato?»), ci ha spiegato che «con Moro vivo, Berlusconi Previti e Bossi non sarebbero comparsi all’improvviso a fare il bello e il cattivo tempo in questo paese». L’astuzia del doppio Stato insomma ha usato la Faranda per rifilarci Berlusconi e Previti. Quale Letta e quale Ferrara!, ora finalmente sappiamo con chi prendercela: con la Faranda, con l’ingenuità della Faranda, povera donna. Anche l’ Unità di oggi avrebbe dunque voluto salvare Moro, trattare con le Br di allora, fermare il secondo Stato, lo Stato della fermezza, vale a dire il Pci? L’ Unità di oggi contro l’ Unità di ieri? Lilliput contro Berlinguer? Inutile chiedere in quale ideologia sognatrice si siano dissolti i drammi umani e familiari, reali e duraturi dei cinque proletari della scorta di Moro. In cambio di quale chiacchiera politologica e per quale aberrante ragione si potrebbe dimenticare il sangue di quella mattina? Un poco meno visionari di Ugolini, i brigatisti si sono limitati a farfugliare che se avessero restituito Moro ai suoi familiari invece di ucciderlo, non ci sarebbe stato bisogno di attendere l a caduta del muro di Berlino, le inchieste di tangentopoli, il referendum di Mario Segni e tutto il resto per liberare l’Italia. Ma liberarla da che cosa? Non è vero che in quel covo Moro e i suoi assassini erano prigionieri di una stessa miseria nazionale. Moro era un uomo che faceva politica, che non trattava la classe operaia con i cannoni di Bava Beccaris o con le milizie padronali, era un interlocutore anche dei ceti poveri, un interlocutore politico e non un sequestratore o un bombardiere. La figura di Moro, morte compresa, appartiene alla storia della politica italiana. Quella dei suoi assassini alla criminologia che, grazie a Dio, non è più razzismo lombrosiano. E infatti il presunto regime non ha fucilato i brigatisti, li ha sottratti anche all’ergastolo, e non riserva ai loro cervelli la conservazione in formalina. Ma tutti questi microfoni e cineprese, questo compiacerli, e tutto questo sdolcinarli e somministrarceli in un dibattito psicopolitico che, va detto chiaro, non interessa a nessuno, salvo a qualche allievo di Freud e di Lombroso, sono altrettanto aberranti, forse persino peggio della formalina.
Repubblica on line
Repubblica on line GIOVEDÌ, 11 SETTEMBRE 2003
Caso Moro: "Buongiorno, notte" e bentornata ferita della memoria
Per tutta una generazione che è cresciuta nella rassicurante famiglia dell´ideologia, quei 55 giorni del 1978 - la traiettoria che lega nello spazio e nel tempo l´asfalto di via Fani e la Renault rossa di via Caetani - sono una lunga linea d´ombra e la morte di Aldo Moro una cesura irrimediabile: non a caso, forse, proprio un regista simbolo della rivolta come Marco Bellocchio, l´autore dei "Pugni in tasca", ne ha elaborato il lutto e, ritrovando gli stessi accenti di genuina laicità che abbiamo amato ne "L´ora di religione", ci ha restituito la memoria di quella tragedia.
Opera claustrofobica e intimista, filtrata dal punto di vista di una giovane brigatista, "Buongiorno, notte" alterna i riti della quotidianità e l´intensità di pochi magici dialoghi; Bellocchio respinge le tentazioni dietrologiche che percorrevano "Il caso Moro" di Giuseppe Ferrara e "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli, ed evitando i complottismi ricostruisce il meccanismo di un delirio astratto che produce concreta violenza.
Se nel ruolo dei brigatisti Luigi Lo Cascio e Maya Sansa sono eccellenti conferme, Roberto Herlitzka interpreta lo statista, così legato nell´immaginario cinefilo alla figura di Gian Maria Volonté, con toni più sobri ma altrettanto ispirati: l´altro epilogo di questo film notturno, nella dimensione del sogno, ha il suo volto felice e luminoso.
Il film di Bellocchio
sarà premiato dalla gente
lettera di Ines Di Giacinto
digiacintoines@virgilio.it
Personalmente , non ho ancora visto "Buongiorno, notte", ma da quello che ho sentito dire e che si può percepire dagli spezzoni di film mostrati dalle numerose pubbli¬cità, non ne dubito, anzi sono sicura che sia bellissimo. Sicuramente ne è convinto anche Bellocchio, che però in questo momento dimentica la gran premiazione della critica e del pubblico scagliandosi sul mancato Leone D'Oro della Mostra del Cinema di Venezia andato a un altrettanto meritevole film russo. Forse quando la rabbia sarà passata il registra si accorgerà della massima gratificazione: essere premiato dalla gente. E poi se ci si riflette due minuti... Potrebbe accadere come a volte accade a Sanremo, no? La canzone che vince vende meno di altri.
Caso Moro: "Buongiorno, notte" e bentornata ferita della memoria
Per tutta una generazione che è cresciuta nella rassicurante famiglia dell´ideologia, quei 55 giorni del 1978 - la traiettoria che lega nello spazio e nel tempo l´asfalto di via Fani e la Renault rossa di via Caetani - sono una lunga linea d´ombra e la morte di Aldo Moro una cesura irrimediabile: non a caso, forse, proprio un regista simbolo della rivolta come Marco Bellocchio, l´autore dei "Pugni in tasca", ne ha elaborato il lutto e, ritrovando gli stessi accenti di genuina laicità che abbiamo amato ne "L´ora di religione", ci ha restituito la memoria di quella tragedia.
Opera claustrofobica e intimista, filtrata dal punto di vista di una giovane brigatista, "Buongiorno, notte" alterna i riti della quotidianità e l´intensità di pochi magici dialoghi; Bellocchio respinge le tentazioni dietrologiche che percorrevano "Il caso Moro" di Giuseppe Ferrara e "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli, ed evitando i complottismi ricostruisce il meccanismo di un delirio astratto che produce concreta violenza.
Se nel ruolo dei brigatisti Luigi Lo Cascio e Maya Sansa sono eccellenti conferme, Roberto Herlitzka interpreta lo statista, così legato nell´immaginario cinefilo alla figura di Gian Maria Volonté, con toni più sobri ma altrettanto ispirati: l´altro epilogo di questo film notturno, nella dimensione del sogno, ha il suo volto felice e luminoso.
Il film di Bellocchio
sarà premiato dalla gente
lettera di Ines Di Giacinto
digiacintoines@virgilio.it
Personalmente , non ho ancora visto "Buongiorno, notte", ma da quello che ho sentito dire e che si può percepire dagli spezzoni di film mostrati dalle numerose pubbli¬cità, non ne dubito, anzi sono sicura che sia bellissimo. Sicuramente ne è convinto anche Bellocchio, che però in questo momento dimentica la gran premiazione della critica e del pubblico scagliandosi sul mancato Leone D'Oro della Mostra del Cinema di Venezia andato a un altrettanto meritevole film russo. Forse quando la rabbia sarà passata il registra si accorgerà della massima gratificazione: essere premiato dalla gente. E poi se ci si riflette due minuti... Potrebbe accadere come a volte accade a Sanremo, no? La canzone che vince vende meno di altri.
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