Galileo 15.7.04
LIBRI
L'uomo che vide lontano
James Gleick
Isaac Newton
Codice Edizioni, 2004
pp.202, euro 19,00
Trovò la legge di gravità universale. L'unica necessaria e sufficiente a spiegare perché una mela cade al suolo e perché la luna orbita intorno alla terra, e la terra e gli altri pianeti danzano intorno al sole. Comprese il significato di forza, di moto, di spazio e tempo. Indagò le proprietà della luce e dell'ottica. Insaziabile di conoscenza, di trovare risposte per poi porsi nuove domande. Isaac Newton disse di aver visto lontano, stando sulle spalle dei giganti. "Uno gnomo che sta sulle spalle di un gigante può vedere più lontano del gigante stesso". Ma non era vero. Ribaltò la visione del mondo dei giganti, mise al bando una volta per sempre i concetti aristotelici di moto ed essenza dei corpi e gettò le basi della moderna fisica. James Gleick, uno dei più grandi divulgatori scientifici di oggi, già autore di libri come "Genio. La vita e la scienza di Richard Feynman"e "Caos" che lo hanno reso celebre, ripercorre la vita di Isaac Newton in una mirabile biografia, in cui riesce a dipingere non solo i tratti del genio matematico che fu, ma anche dell'essere umano, con le sue contraddizioni e le sue ossessioni. Ne inquadra la personalità, nel mondo e nel tempo in cui Newton si trovò a vivere. Un mondo ancora permeato di oscurità, esoterismo e magia, in cui le leggi della natura sono subordinate alle leggi di un Dio motore primo di ogni cosa. Ne deriva l'immagine di uno scienziato al contempo profondamente immerso nel mondo alchemico e artigianale della fisica, eppure capace di trascenderlo radicalmente.
Dalla sua nascita nel 1642, l'anno in cui morì Galileo Galilei, in un paese di campagna del Lincolnshire a sud dell'Inghilterra, Gleick segue Newton passo dopo passo, fino alla sua morte, all'età di 84 anni, e va oltre, nel mito che è seguito al suo passaggio. Solitario per natura, condusse una vita senza genitori, amici o amanti, diviso tra scienza e alchimia, tra religione ed eresia. Si tuffò presto a capofitto nello studio. Leggeva voracemente, mosso dalla curiosità e avido di conoscenza. Trascriveva quanto leggeva in quaderni o taccuini, da cui sono tratte diverse citazioni nel libro, e faceva tutto ciò per se stesso. Rifuggiva la notorietà e la visibilità, preferendo tenere nascosto quello che la sua intuizione e i suoi calcoli matematici gli permettevano di comprendere. Pubblicò pochissimo dei suoi risultati scientifici, perché il mondo prenewtoniano a cui Newton apparteneva, era fatto di segreti e di silenzi.
La biografia di Gleick è appassionante, perché è anche un viaggio nella mente del suo protagonista. La scrittura è coinvolgente. Così, man mano che le idee si fanno strada in Newton, il lettore incespica con lui, ha l'impressione di vederlo mentre compie i suoi esperimenti rubando ore al sonno e ai pasti, mentre la sua mente febbrile non si dà tregua, alla ricerca delle leggi del mondo. È facile che chi legge prenda parte emotivamente alle controversie scientifiche, scatenate nelle liti epistolari tra Newton e lo scienziato Robert Hooke, sulla natura della luce e dei colori.
Con la pubblicazione nel 1687 dei suoi "Philosophiae Naturalis Principia Matematica", Newton scardinò violentemente l'immagine statica del mondo. Era arrivato alla gravitazione universale, alla sua legge del quadrato inverso della distanza. Gli oggetti cadono verso la terra allo stesso modo con cui la luna cade verso la terra. Secondo una linea retta nel primo caso e secondo una linea retta continuamente deflessa nel secondo,ovvero un'orbita a forma di ellisse. Parlò di azione e reazione, enunciò il principio di inerzia, intuì l'azione a distanza dei corpi, la natura del vuoto. Preannunciava un sistema del mondo e lo fece senza mai separare veramente materia e Dio, realizzando al contempo che l'universo non era una macchina perfetta, che dall'interazione di più corpi si generavano sistemi caotici. Per alcuni storici Newton è stato il punto conclusivo della rivoluzione scientifica, avviata da Copernico, Keplero e Galilei. Di certo è stato un punto di svolta nello sviluppo della cultura umana, al punto che, quando nel XX secolo arrivò Einstein, la fisica newtoniana venne corroborata ed estesa, ma non scalzata via.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 17 luglio 2004
uno psichiatra
ancora sulla polemica fra Cancrini e Cantelmi
il Messaggero 16.7.04
Prima la polemica innescata dal professor Luigi Cancrini: ...
C.M.
Prima la polemica innescata dal professor Luigi Cancrini: «la Regione Lazio mette a rischio la sopravvivenza delle Comunità terapeutiche». Poi la replica della Regione: «Sono accuse incredibili, prive di fondamento». Sulla riconversione dell’assistenza neuropsichiatrica parla ora il dottore Paolo Rosati, vice presidente dell’Aiop Lazio, l’associazione che raggruppa gli istituti privati.
«La sottoscrizione delle intese tra Regione, Asl e Case di Cura del giugno 2003 è il punto finale di un processo che ha avuto inizio molti anni fa, aperto a livello scientifico e politico con l'emanazione della Legge Basaglia», riassume e fissa i paletti Rosati. D’allora l’amministrazione regionale si è fatta carico dell'assistenza e, dopo una serrata consultazione con i rappresentanti delle associazioni Aris e Aiop, si è pervenuti all'attuale progetto di riorganizzazione.
«Per limitarci agli ultimi anni - riprende il vice presidente dell’Aiop - nel dicembre 1999 la Giunta Badaloni e le associazioni di categoria avevano sottoscritto un protocollo di intesa che, superando le norme della legge regionale 55/93, attraverso un processo di riorganizzazione, ipotizzava l'integrazione tra le strutture private ed i Dipartimenti di Salute mentale mediante la stipula di appositi protocolli».
Lei vuol dire che l’ex giunta Badaloni aveva già condiviso il progetto di riconversione ? «La Giunta Badaloni aveva approvato la proposta di Legge contenente le norme per la riorganizzazione della rete ospedaliera ai sensi della legge 30 dicembre 1991. Riguardava 4 aree di vitale importanza: assistenza psichiatrica di tipo clinico-ospedaliera; assistenza clinico-sanitaria neurologica; comunità terapeutico-riabilitative; residenze sanitarie assistenziali di tipo non specifico».
Che ne fu poi di questa proposta di legge?
«Purtroppo nella scorsa legislatura il Consiglio regionale chiuse i lavori senza aver discusso il provvedimento, l’attuale giunta ha ripreso quel progetto».
E la questione dei farmaci che le Case di cura userebbero con troppa disinvoltura ?
«Cancrini sbaglia: i nostri progetti terapeutici individuali vengono continuamente verificati, confrontati e supervisionati dai servizi territoriali pubblici (Dsm). E sbaglia anche quando cita l'entità delle nostre diarie: sono ferme al 1994 e sono state rivalutate dei soli indici Istat fino al ’99».
Prima la polemica innescata dal professor Luigi Cancrini: ...
C.M.
Prima la polemica innescata dal professor Luigi Cancrini: «la Regione Lazio mette a rischio la sopravvivenza delle Comunità terapeutiche». Poi la replica della Regione: «Sono accuse incredibili, prive di fondamento». Sulla riconversione dell’assistenza neuropsichiatrica parla ora il dottore Paolo Rosati, vice presidente dell’Aiop Lazio, l’associazione che raggruppa gli istituti privati.
«La sottoscrizione delle intese tra Regione, Asl e Case di Cura del giugno 2003 è il punto finale di un processo che ha avuto inizio molti anni fa, aperto a livello scientifico e politico con l'emanazione della Legge Basaglia», riassume e fissa i paletti Rosati. D’allora l’amministrazione regionale si è fatta carico dell'assistenza e, dopo una serrata consultazione con i rappresentanti delle associazioni Aris e Aiop, si è pervenuti all'attuale progetto di riorganizzazione.
«Per limitarci agli ultimi anni - riprende il vice presidente dell’Aiop - nel dicembre 1999 la Giunta Badaloni e le associazioni di categoria avevano sottoscritto un protocollo di intesa che, superando le norme della legge regionale 55/93, attraverso un processo di riorganizzazione, ipotizzava l'integrazione tra le strutture private ed i Dipartimenti di Salute mentale mediante la stipula di appositi protocolli».
Lei vuol dire che l’ex giunta Badaloni aveva già condiviso il progetto di riconversione ? «La Giunta Badaloni aveva approvato la proposta di Legge contenente le norme per la riorganizzazione della rete ospedaliera ai sensi della legge 30 dicembre 1991. Riguardava 4 aree di vitale importanza: assistenza psichiatrica di tipo clinico-ospedaliera; assistenza clinico-sanitaria neurologica; comunità terapeutico-riabilitative; residenze sanitarie assistenziali di tipo non specifico».
Che ne fu poi di questa proposta di legge?
«Purtroppo nella scorsa legislatura il Consiglio regionale chiuse i lavori senza aver discusso il provvedimento, l’attuale giunta ha ripreso quel progetto».
E la questione dei farmaci che le Case di cura userebbero con troppa disinvoltura ?
«Cancrini sbaglia: i nostri progetti terapeutici individuali vengono continuamente verificati, confrontati e supervisionati dai servizi territoriali pubblici (Dsm). E sbaglia anche quando cita l'entità delle nostre diarie: sono ferme al 1994 e sono state rivalutate dei soli indici Istat fino al ’99».
ancora sugli psicofarmaci ai bambini
Yahoo! Salute 16.7.04
Pediatria
Psicofarmaci ai minori: molti dubbi
Il Pensiero Scientifico Editore
Continua la controversia sulle prescrizioni di psicofarmaci ai bambini. In particolare l’utilizzo del metilfenidato come terapia per la discussa sindrome del disturbo del deficit dell’attenzione e iperattività, (conosciuta come ADHD dall’inglese).
In Italia statistiche allarmanti di bambini malati di questa sindrome accompagnano la campagna che glorifica l’uso di questa terapia come la scoperta del secolo che risolverà finalmente i problemi di comportamento dei nostri bambini. E’ risaputo invece che all’estero, in particolare negli Stati Uniti d’America, dove da molti anni ormai stanno sperimentando queste terapie, sono stati evidenziati nefasti effetti collaterali, tanto da mettere in allarme gran parte della comunità scientifica.
E’ importante rilevare che il metilfenidato fa parte delle sostanze controllate e rientra nella tabella degli stupefacenti, essendo un derivato dell’anfetamina. A causa di questo la DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense, organismo federale incaricato della lotta contro la droga, ha regolato strettamente la sua produzione, distribuzione e prescrizione; ha ripetutamente esortato ad una maggiore cautela nell’uso di questo prodotto, specialmente alla luce del loro potenziale abuso tra gli adolescenti ed i giovani.
Quello che in Italia il Presidente dell’Associazione europea di psichiatria infantile e dell’adolescenza, dice a riguardo dell’approccio farmacologico è che: “…..non abbiamo prove vere di efficacia né studi sufficienti a dimostrarne la validità”. Giuseppe Dell'Acqua, direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, reduce dagli incontri preparatori al Forum per la Salute Mentale che terrà nel prossimo novembre il suo secondo congresso nazionale a Livorno, lancia l’allarme sull’utilizzo di psicofarmaci nei bambini e adolescenti: "C'è il tentativo”, denuncia Dell'Acqua, “di lavorare, in termini sedicenti preventivi, con questionari nelle scuole e nelle famiglie per individuare il disturbo mentale del bambino e dell'adolescente, che poi viene sottoposto a terapia farmacologica. Alcune aziende farmaceutiche stanno inoltre invogliando gli accademici di Pisa, di Siena, di Milano, a sperimentare i farmaci per adulti, anche alcuni neurolettici che si usano per i disturbi psicotici, sui bambini e gli adolescenti. Oggi è talmente addormentata la coscienza della gente che chi denuncia questo stato di cose non produce discussioni, valori attorno a cui riflettere, ma viene minacciato e costretto al silenzio".
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti dell’Uomo, invita chiunque sia a conoscenza o testimone di attività, che favoriscono il dilagare di questa situazione, in violazione dei diritti delle persone e dei minori, a segnalarle, affinchè si possano sottoporre alle autorità competenti per una maggiore tutela della salute mentale dei cittadini.
Pediatria
Psicofarmaci ai minori: molti dubbi
Il Pensiero Scientifico Editore
Continua la controversia sulle prescrizioni di psicofarmaci ai bambini. In particolare l’utilizzo del metilfenidato come terapia per la discussa sindrome del disturbo del deficit dell’attenzione e iperattività, (conosciuta come ADHD dall’inglese).
In Italia statistiche allarmanti di bambini malati di questa sindrome accompagnano la campagna che glorifica l’uso di questa terapia come la scoperta del secolo che risolverà finalmente i problemi di comportamento dei nostri bambini. E’ risaputo invece che all’estero, in particolare negli Stati Uniti d’America, dove da molti anni ormai stanno sperimentando queste terapie, sono stati evidenziati nefasti effetti collaterali, tanto da mettere in allarme gran parte della comunità scientifica.
E’ importante rilevare che il metilfenidato fa parte delle sostanze controllate e rientra nella tabella degli stupefacenti, essendo un derivato dell’anfetamina. A causa di questo la DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense, organismo federale incaricato della lotta contro la droga, ha regolato strettamente la sua produzione, distribuzione e prescrizione; ha ripetutamente esortato ad una maggiore cautela nell’uso di questo prodotto, specialmente alla luce del loro potenziale abuso tra gli adolescenti ed i giovani.
Quello che in Italia il Presidente dell’Associazione europea di psichiatria infantile e dell’adolescenza, dice a riguardo dell’approccio farmacologico è che: “…..non abbiamo prove vere di efficacia né studi sufficienti a dimostrarne la validità”. Giuseppe Dell'Acqua, direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, reduce dagli incontri preparatori al Forum per la Salute Mentale che terrà nel prossimo novembre il suo secondo congresso nazionale a Livorno, lancia l’allarme sull’utilizzo di psicofarmaci nei bambini e adolescenti: "C'è il tentativo”, denuncia Dell'Acqua, “di lavorare, in termini sedicenti preventivi, con questionari nelle scuole e nelle famiglie per individuare il disturbo mentale del bambino e dell'adolescente, che poi viene sottoposto a terapia farmacologica. Alcune aziende farmaceutiche stanno inoltre invogliando gli accademici di Pisa, di Siena, di Milano, a sperimentare i farmaci per adulti, anche alcuni neurolettici che si usano per i disturbi psicotici, sui bambini e gli adolescenti. Oggi è talmente addormentata la coscienza della gente che chi denuncia questo stato di cose non produce discussioni, valori attorno a cui riflettere, ma viene minacciato e costretto al silenzio".
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti dell’Uomo, invita chiunque sia a conoscenza o testimone di attività, che favoriscono il dilagare di questa situazione, in violazione dei diritti delle persone e dei minori, a segnalarle, affinchè si possano sottoporre alle autorità competenti per una maggiore tutela della salute mentale dei cittadini.
la memoria
Repubblica Salute 15.7.04
Per ricordare serve solo l'attenzione
La memoria
SECONDO Joaquìn M. Fuster, neuroscienziato dell'Università di California e massimo studioso della corteccia cerebrale, l'intelligenza è difficile da definire perché ha una relazione stretta con altre quattro funzioni: la percezione, la memoria, l'attenzione e il linguaggio. Fuster fa notare che, per sviluppare un comportamento intelligente, cruciale è l'attenzione. "È per questo che", spiega, "i circuiti nervosi dell'intelligenza coincidono largamente con quelli dell'attenzione e stanno nella parte anteriore del cervello, nelle aree frontali e prefrontali (nel cosiddetto giro del cingolo anteriore) e sono costituiti dal fitto intreccio tra neuroni corticali dotati di assoni molto lunghi. Concentrarsi, focalizzare l'attenzione su qualcosa significa non solo attivare questi circuiti ma anche selezionare il flusso di informazioni dalle aree percettive della parte posteriore del cervello. Il flusso viene quindi fermato, inibito, dai circuiti prefrontali di modo che l'attenzione possa focalizzarsi.
In soccorso dell'attenzione giunge la memoria con schemi di di comportamento, impastati di valori, giudizi, emozioni sperimentati in situazioni analoghe. Infine, entrano in ballo la regione prefrontale laterale, che integra la dimensione tempo, e altre aree frontali che ci danno un'idea delle intenzioni altrui. Si forma così uno "spazio di lavoro", come dice il grande neurobiologo francese Jean Pierre Changeux, nel suo ultimo libro L'uomo di verità, (Feltrinelli, Milano 2003). La decisione e l'utilità del conseguente comportamento, saranno espressione di maggiore o minore intelligenza. Un comportamento poco intelligente dipende da una scarsa attenzione o dagli automatismi. La nostra capacità di ragionamento deve infatti fare i conti con meccanismi di ragionamento automatico. Decidere in modo intelligente vuol dire evitare gli automatismi.
Per ricordare serve solo l'attenzione
La memoria
SECONDO Joaquìn M. Fuster, neuroscienziato dell'Università di California e massimo studioso della corteccia cerebrale, l'intelligenza è difficile da definire perché ha una relazione stretta con altre quattro funzioni: la percezione, la memoria, l'attenzione e il linguaggio. Fuster fa notare che, per sviluppare un comportamento intelligente, cruciale è l'attenzione. "È per questo che", spiega, "i circuiti nervosi dell'intelligenza coincidono largamente con quelli dell'attenzione e stanno nella parte anteriore del cervello, nelle aree frontali e prefrontali (nel cosiddetto giro del cingolo anteriore) e sono costituiti dal fitto intreccio tra neuroni corticali dotati di assoni molto lunghi. Concentrarsi, focalizzare l'attenzione su qualcosa significa non solo attivare questi circuiti ma anche selezionare il flusso di informazioni dalle aree percettive della parte posteriore del cervello. Il flusso viene quindi fermato, inibito, dai circuiti prefrontali di modo che l'attenzione possa focalizzarsi.
In soccorso dell'attenzione giunge la memoria con schemi di di comportamento, impastati di valori, giudizi, emozioni sperimentati in situazioni analoghe. Infine, entrano in ballo la regione prefrontale laterale, che integra la dimensione tempo, e altre aree frontali che ci danno un'idea delle intenzioni altrui. Si forma così uno "spazio di lavoro", come dice il grande neurobiologo francese Jean Pierre Changeux, nel suo ultimo libro L'uomo di verità, (Feltrinelli, Milano 2003). La decisione e l'utilità del conseguente comportamento, saranno espressione di maggiore o minore intelligenza. Un comportamento poco intelligente dipende da una scarsa attenzione o dagli automatismi. La nostra capacità di ragionamento deve infatti fare i conti con meccanismi di ragionamento automatico. Decidere in modo intelligente vuol dire evitare gli automatismi.
venerdì 16 luglio 2004
Elsa Morante
il comunismo che non si era ancora visto
Sul prossimo numero di Quaderni Radicali (86), che esce in edicola il 7 agosto allegato a "il Riformista", ci sarà la mia recensione di un librino di Elsa Morante (edito da nottetempo) che consiglio vivamente. Ve la allego in anteprima. Paolo Izzo
Il comunismo che non si è ancora visto
di Paolo Izzo
L’agenda è piena di idee; gli stimoli sovrabbondano e la penna è pronta a raccoglierli per incidere nomi e parole sul biancore illibato del foglio. Quando, sotto la lampada gialla della scrivania, compare un libricino rosso e nero, piccolo e grande, antico ma presente. Si chiama appunto “Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito)”. Sono poche pagine di Elsa Morante, che Nottetempo pubblica nella collana “i sassi”. La scrittrice, parafrasando il Manifesto di Marx e Engels, cominciava così:
"1. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.
"2. La specie umana si distingue da quelle degli altri viventi per due qualità precipue. L’una costituisce il disonore dell’uomo; l’altra, l’onore dell’uomo.
"3. Il disonore dell’uomo è il ‘Potere’. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: ‘padroni e servi’ – ‘sfruttati e sfruttatori’.
"4. L’onore dell’uomo è ‘la libertà dello spirito’. E non occorrerebbe precisare che qui la parola ‘spirito’ (non foss’altro che sulla base delle scienze attuali) non significa quell’ente metafisico-etereo (e alquanto sospetto) inteso dagli “spiritualisti” e dalle comari, ma anzi la realtà integra, propria e naturale dell’uomo […]".
Si potrebbe continuare fino al tredicesimo punto di questa folgorante testimonianza, senza mai pentirsi di trascrivere simili dichiarazioni né di aver trascurato, per farlo, le idee appuntate nell’agenda di cui sopra. Perché il Manifesto di Elsa Morante vale come se fosse stato scritto per ieri, per oggi e per domani…
Ma si farebbe un torto al coraggio e alla bravura di quelli di Nottetempo e si toglierebbe il gusto di impossessarsi di questo volumetto con la copertina rossa e nera.
Già pubblicato in "Linea d’ombra" nel 1988, il Manifesto risale al 1970 o giù di lì, come precisa Goffredo Fofi in una nota conclusiva. Ed è Fofi stesso ad ammettere la svista sua e degli altri quando in quell’anno arrivavano le parole lungimiranti della Morante: che, inascoltate, avvertivano dei germi che avrebbero ammalato la cosiddetta rivoluzione comunista.
Oggi potremmo aggiungere che la rivoluzione fallì per la totale assenza di una qualsiasi ricerca sull’inconscio, senza la quale la “libertà dello spirito” è destinata a soccombere; si può dire che, come la Storia ci ha insegnato, quasi tutte le rivoluzioni sono fallite per lo stesso motivo, per aver voluto cioè consacrare l’esito dello scontro sull’altare della dea Ragione.
Ma dal ’68 in poi, l’euforia e una certa ideologia astratta tendevano trappole consistenti e illusorie, per rendersi conto del pericolo cui si andava incontro. Elsa Morante metteva sull’avviso: se il cosiddetto “movimento” avesse rinunciato alla propria rigidità per dare ascolto a quanti come lei prevedevano il fallimento, ci saremmo probabilmente risparmiati gli anni di piombo, la lotta armata, etc. (non è un caso che al Manifesto segua una lettera della stessa Morante alle Brigate Rosse, ma questo è un altro capitolo ancora). Ci troveremmo a vivere in una realtà forse più sana e sicuramente più orientata verso la considerazione delle esigenze psichiche, piuttosto che sulla mera soddisfazione dei bisogni materiali (cosa che, tra l’altro, continua a essere retaggio di pochi). È la libertà dello spirito di cui parla Morante (e aggiungiamo noi, la sanità mentale), il bene che primariamente dovrebbe essere accessibile a tutti. E forse a questa cosa si potrebbe dare quel nome antico, poiché ne è cambiato il senso: comunismo, appunto.
“Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito)”
di Elsa Morante
nottetempo “i sassi”, aprile 2004, pp. 32
(Anteprima da “Quaderni Radicali” n. 86, in uscita il 7 agosto)
Il comunismo che non si è ancora visto
di Paolo Izzo
L’agenda è piena di idee; gli stimoli sovrabbondano e la penna è pronta a raccoglierli per incidere nomi e parole sul biancore illibato del foglio. Quando, sotto la lampada gialla della scrivania, compare un libricino rosso e nero, piccolo e grande, antico ma presente. Si chiama appunto “Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito)”. Sono poche pagine di Elsa Morante, che Nottetempo pubblica nella collana “i sassi”. La scrittrice, parafrasando il Manifesto di Marx e Engels, cominciava così:
"1. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.
"2. La specie umana si distingue da quelle degli altri viventi per due qualità precipue. L’una costituisce il disonore dell’uomo; l’altra, l’onore dell’uomo.
"3. Il disonore dell’uomo è il ‘Potere’. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: ‘padroni e servi’ – ‘sfruttati e sfruttatori’.
"4. L’onore dell’uomo è ‘la libertà dello spirito’. E non occorrerebbe precisare che qui la parola ‘spirito’ (non foss’altro che sulla base delle scienze attuali) non significa quell’ente metafisico-etereo (e alquanto sospetto) inteso dagli “spiritualisti” e dalle comari, ma anzi la realtà integra, propria e naturale dell’uomo […]".
Si potrebbe continuare fino al tredicesimo punto di questa folgorante testimonianza, senza mai pentirsi di trascrivere simili dichiarazioni né di aver trascurato, per farlo, le idee appuntate nell’agenda di cui sopra. Perché il Manifesto di Elsa Morante vale come se fosse stato scritto per ieri, per oggi e per domani…
Ma si farebbe un torto al coraggio e alla bravura di quelli di Nottetempo e si toglierebbe il gusto di impossessarsi di questo volumetto con la copertina rossa e nera.
Già pubblicato in "Linea d’ombra" nel 1988, il Manifesto risale al 1970 o giù di lì, come precisa Goffredo Fofi in una nota conclusiva. Ed è Fofi stesso ad ammettere la svista sua e degli altri quando in quell’anno arrivavano le parole lungimiranti della Morante: che, inascoltate, avvertivano dei germi che avrebbero ammalato la cosiddetta rivoluzione comunista.
Oggi potremmo aggiungere che la rivoluzione fallì per la totale assenza di una qualsiasi ricerca sull’inconscio, senza la quale la “libertà dello spirito” è destinata a soccombere; si può dire che, come la Storia ci ha insegnato, quasi tutte le rivoluzioni sono fallite per lo stesso motivo, per aver voluto cioè consacrare l’esito dello scontro sull’altare della dea Ragione.
Ma dal ’68 in poi, l’euforia e una certa ideologia astratta tendevano trappole consistenti e illusorie, per rendersi conto del pericolo cui si andava incontro. Elsa Morante metteva sull’avviso: se il cosiddetto “movimento” avesse rinunciato alla propria rigidità per dare ascolto a quanti come lei prevedevano il fallimento, ci saremmo probabilmente risparmiati gli anni di piombo, la lotta armata, etc. (non è un caso che al Manifesto segua una lettera della stessa Morante alle Brigate Rosse, ma questo è un altro capitolo ancora). Ci troveremmo a vivere in una realtà forse più sana e sicuramente più orientata verso la considerazione delle esigenze psichiche, piuttosto che sulla mera soddisfazione dei bisogni materiali (cosa che, tra l’altro, continua a essere retaggio di pochi). È la libertà dello spirito di cui parla Morante (e aggiungiamo noi, la sanità mentale), il bene che primariamente dovrebbe essere accessibile a tutti. E forse a questa cosa si potrebbe dare quel nome antico, poiché ne è cambiato il senso: comunismo, appunto.
“Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito)”
di Elsa Morante
nottetempo “i sassi”, aprile 2004, pp. 32
(Anteprima da “Quaderni Radicali” n. 86, in uscita il 7 agosto)
la noia
Repubblica 16.7.04
UN BRILLANTE SAGGIO CHE SPIEGA LA NOIA
di FRANCO MARCOALDI
Tra i tanti effetti della società di massa, c´è anche quello di una progressiva diffusione «democratica» della noia. Quello che un tempo sembrava un fenomeno marginale, appannaggio esclusivo di nobili e monaci, da un certo punto in avanti - segnatamente dal Romanticismo - comincia a diventare un´esperienza capillare, generalizzata. Di massa, appunto.
Questa almeno è l´idea che propone un giovane filosofo norvegese, Lars Fr.H.Svendsen, nel suo saggio La filosofia della noia (traduzione di Giovanna Paterniti, Guanda, pagg. 206, euro 13). E per suffragare tale tesi intesse, al modo benjaminiano, un saggio crivellato da mille citazioni: di Pascal e Schopenahuer, Nietzsche e Adorno, Kierkegaard e Heidegger; senza contare la letteratura (Goethe, Flaubert, Bernanos, Pessoa, Ballard, Kundera, Moravia) e la musica rock.
Meno fascinosa della malinconia, meno grave della depressione, e perciò stesso meno indagata da filosofi e psichiatri, la noia «è un fenomeno vago e multiforme», difficile da afferrare. Anche perché, afferma Svendsen, è impossibile stabilire «se il mondo ci appare privo di senso perché ci annoiamo, o se ci annoiamo perché il mondo ci appare privo di senso». Ma ecco che così procedendo il filosofo norvegese ha già stabilito un punto fermo: l´inestricabile nesso tra noia e senso. Essendo sempre più difficile rintracciare il secondo, ecco perché la noia è oggi più diffusa che mai, come ci conferma «l´inusitato proliferare dei "placebo sociali". Quanto più si moltiplicano i surrogati di significato, tanto maggiore dev´essere la carenza cui devono sopperire».
Svendsen è terrorizzato all´idea di scrivere un saggio noioso sulla noia. E in effetti riesce brillantemente ad evitare questo rischio. Aggiungendo poi, da bravo filosofo, che il suo scopo non è di offrire soluzioni, ma soltanto di chiarire il problema: «la noia non è una questione di inoperosità, ma di significato». Basta leggere il Libro dell´inquietudine di Fernando Pessoa per averne conferma: «Il tedio pesa di più quando non si ha la scusa dell´ozio. Il tedio dei più grandi indaffarati è il peggiore di tutti. Il tedio non è la malattia della noia di non aver nulla da fare, ma una malattia peggiore: sentire che non vale la pena di fare alcunché. E poiché è così, quanto più c´è da fare, tanto più tedio bisogna sentire».
UN BRILLANTE SAGGIO CHE SPIEGA LA NOIA
di FRANCO MARCOALDI
Tra i tanti effetti della società di massa, c´è anche quello di una progressiva diffusione «democratica» della noia. Quello che un tempo sembrava un fenomeno marginale, appannaggio esclusivo di nobili e monaci, da un certo punto in avanti - segnatamente dal Romanticismo - comincia a diventare un´esperienza capillare, generalizzata. Di massa, appunto.
Questa almeno è l´idea che propone un giovane filosofo norvegese, Lars Fr.H.Svendsen, nel suo saggio La filosofia della noia (traduzione di Giovanna Paterniti, Guanda, pagg. 206, euro 13). E per suffragare tale tesi intesse, al modo benjaminiano, un saggio crivellato da mille citazioni: di Pascal e Schopenahuer, Nietzsche e Adorno, Kierkegaard e Heidegger; senza contare la letteratura (Goethe, Flaubert, Bernanos, Pessoa, Ballard, Kundera, Moravia) e la musica rock.
Meno fascinosa della malinconia, meno grave della depressione, e perciò stesso meno indagata da filosofi e psichiatri, la noia «è un fenomeno vago e multiforme», difficile da afferrare. Anche perché, afferma Svendsen, è impossibile stabilire «se il mondo ci appare privo di senso perché ci annoiamo, o se ci annoiamo perché il mondo ci appare privo di senso». Ma ecco che così procedendo il filosofo norvegese ha già stabilito un punto fermo: l´inestricabile nesso tra noia e senso. Essendo sempre più difficile rintracciare il secondo, ecco perché la noia è oggi più diffusa che mai, come ci conferma «l´inusitato proliferare dei "placebo sociali". Quanto più si moltiplicano i surrogati di significato, tanto maggiore dev´essere la carenza cui devono sopperire».
Svendsen è terrorizzato all´idea di scrivere un saggio noioso sulla noia. E in effetti riesce brillantemente ad evitare questo rischio. Aggiungendo poi, da bravo filosofo, che il suo scopo non è di offrire soluzioni, ma soltanto di chiarire il problema: «la noia non è una questione di inoperosità, ma di significato». Basta leggere il Libro dell´inquietudine di Fernando Pessoa per averne conferma: «Il tedio pesa di più quando non si ha la scusa dell´ozio. Il tedio dei più grandi indaffarati è il peggiore di tutti. Il tedio non è la malattia della noia di non aver nulla da fare, ma una malattia peggiore: sentire che non vale la pena di fare alcunché. E poiché è così, quanto più c´è da fare, tanto più tedio bisogna sentire».
è stata la Musa degli esistenzialisti
Intervista a Juliette Gréco
La Stampa 16.7.04
INTERVISTA
«Jujube» racconta la sua straordinaria vita. E questa sera alla Milanesiana verranno letti alcuni brani dell’autobiografia
Juliette Gréco: «La mia voce nasce dal silenzio»
PASSIONI
di Paolo Di Stefano
Dice che la sua voce è nata dal silenzio. Dal silenzio dell’infanzia, quando si ostinava a non rispondere alle domande della maestra anche a costo di venire espulsa dall’aula per il suo mutismo. Ora, a 77 anni, non le resta che fare il conto delle tante espulsioni della sua vita: soprattutto quelle che lei, Juliette Gréco, ha imposto agli uomini, dopo aver assistito impassibile al decomporsi dell’amore. Un lungo elenco: dall’attore Philippe Lemaire a Michel Piccoli. «Mi disgusta la decomposizione dei sentimenti, mi disgusta - dice - voglio solo ciò che rispetto, ciò che amo e ciò che ammiro. Quando il sentimento muore, me ne vado. Per me esistono solo le cose belle da vivere, tutto il resto lo rifiuto». Forse per questo, la sua è una vita vissuta all’insegna della resistenza a oltranza. Resistenza al senso comune, alla banalità. Che cosa significa resistere, lo imparò ben presto, quando capì che sua madre era una attivista partigiana che durante la guerra nascondeva in casa uomini mai visti e per questo venne arrestata dalla Gestapo nel ’43.
Oggi, di sua madre Juliette conserva soprattutto due ricordi, il più bello e il più brutto: «Il più duro è molto lontano: avevo tredici anni, ero molto arrabbiata, alzai le mani su di lei, le tirai una sberla. È un ricordo terribile, non riesco a liberarmene. Il più bello è il suo ritorno dal campo di concentramento, ero a Parigi da sola e il giorno in cui lei tornò non posso dimenticarlo...». La memoria? «Un dovere e una ricchezza» dice. Dovere è anche dimenticare, a volte. Per esempio, dimenticare un padre mai conosciuto: «Lo vidi quando ero molto piccola, poi tre volte quand’ero adulta, era un tipo molto bello, ma per me non era mio padre».
Ricordare e dimenticare. Questa sera la cantante francese, Jujube per gli amici, sarà a Milano per una serata di letteratura e musica. Verranno lette alcune pagine dell’autobiografia ( Jujube , pubblicata nell’82 dall’editore Stock) in cui Juliette parla dell’infanzia e dei sentimenti. E anche di qualche incontro. Come quello, lontanissimo, con François Mauriac, al ristorante La Méditerranée di Place de l’Odéon: «Ero molto giovane, povera, con i piedi nudi, un maglione nero, un paio di pantaloni neri, fui invitata lì da Christian Bérard e Boris Kochno, il quale mi aveva visto danzare all’Opéra e voleva creare un balletto per me, mi voleva convincere a tornare alla danza. Io sapevo che non sarei tornata, ma accettai l’appuntamento soprattutto perché a quei tempi avevo fame e non sempre riuscivo a mangiare; quando entrai, la gente si voltò per vedere quella poveraccia in un locale così elegante. A un certo punto vidi un distinto signore, alto e di una certa età, che si alzò da un tavolo, allargò le braccia e cominciò a urlare: "Bonjour, Gréco...". Venne ad abbracciarmi e la gente rimase stupita... Mauriac che salutava una piccola miserabile come me... Al suo tavolo c’era l’attrice Edwige Feuillère, una donna che avrei stimato e amato per tutta la vita».
Jujube la selvaggia, la solitaria, la silenziosa, l’indomabile. Jean-Paul Sartre, quando insieme frequentavano il Café Flore, scrisse canzoni per la sua Juliette perché, diceva, «solo grazie a lei le mie parole possono diventare pietre preziose... La sua voce contiene milioni di canzoni, milioni di poesie». Non solo Sartre, si sa: Camus, Prévert, Queneau, Vian, Cocteau, Gainsbourg, Béart, Aznavour, Ferré. E Brel, « il più generoso, il più puro, scriveva canzoni con la stessa forza con cui van Gogh dipingeva».
Erano gli anni dell'immediato dopoguerra e Saint-Germain-des-Près era il centro del mondo: «Magnifico, durante la guerra nessuno era interessato ai bambini, noi non potevamo neanche parlare a tavola, non avevamo diritto di parola. Di colpo, con gente come Sartre e Simone de Beauvoir, scoprimmo di essere diventati adulti... Tutti avevano una loro forza, una loro generosità, una loro intelligenza, ero sbalordita».
E oggi, è possibile oggi lo stesso sbalordimento? «Sono ancora una donna sbalordita... conosco ancora gente magnifica, forse non saranno le stesse persone di un tempo, nessuno è sostituibile, ognuno è un caso unico, credo. Però ho ancora molta speranza, anche se il contesto politico e sociale è molto più difficile che negli anni del dopoguerra, non c’è più quel fervore, quella speranza folle di eguaglianza e di fraternità. Oggi è più difficile, ma bisogna continuare a battersi».
La definizione che più le piace è: Jujube, una donna in piedi. «Sì, bisogna restare sempre in piedi, combattere tutto quello che si detesta. Cantare in piedi contro i pericoli: la menzogna, il razzismo, l’immobilismo...». Al Tabou di rue Dauphine, con Vian e Cocteau, si cantava in piedi. C’era anche Miles Davis, che suonava in piedi. «Era un locale per bambini felici e, se c’erano vecchi, erano dei vecchi bambini felici. Miles Davis è tra i miei amori più belli, ci siamo amati subito, come dei bambini. Quanto tempo è passato... per le mie storie d’amore non ho il senso degli anni che passano... Forse fu quando cominciai a cantare, nel ’49, credo».
La gioventù. Quanto le manca la gioventù? «Non mi manca perché è all’interno di me, sono io che sono stanca, non la mia giovinezza». Prima venne la danza, poi il teatro, infine il canto. Che differenza? «Nessuna differenza, sono tre attività che impegnano allo stesso modo la totalità del comunicare, il corpo, lo spirito, la voce». Come la scrittura? «Per la scrittura è diverso: a un certo punto mi sono detta: posso morire da un momento all’altro, bisogna che dica la mia verità, che non è la verità degli altri, ma solo la mia. Ho scritto l’autobiografia, ma non ho ancora finito di dire la verità, la mia verità».
INTERVISTA
«Jujube» racconta la sua straordinaria vita. E questa sera alla Milanesiana verranno letti alcuni brani dell’autobiografia
Juliette Gréco: «La mia voce nasce dal silenzio»
PASSIONI
di Paolo Di Stefano
Dice che la sua voce è nata dal silenzio. Dal silenzio dell’infanzia, quando si ostinava a non rispondere alle domande della maestra anche a costo di venire espulsa dall’aula per il suo mutismo. Ora, a 77 anni, non le resta che fare il conto delle tante espulsioni della sua vita: soprattutto quelle che lei, Juliette Gréco, ha imposto agli uomini, dopo aver assistito impassibile al decomporsi dell’amore. Un lungo elenco: dall’attore Philippe Lemaire a Michel Piccoli. «Mi disgusta la decomposizione dei sentimenti, mi disgusta - dice - voglio solo ciò che rispetto, ciò che amo e ciò che ammiro. Quando il sentimento muore, me ne vado. Per me esistono solo le cose belle da vivere, tutto il resto lo rifiuto». Forse per questo, la sua è una vita vissuta all’insegna della resistenza a oltranza. Resistenza al senso comune, alla banalità. Che cosa significa resistere, lo imparò ben presto, quando capì che sua madre era una attivista partigiana che durante la guerra nascondeva in casa uomini mai visti e per questo venne arrestata dalla Gestapo nel ’43.
Oggi, di sua madre Juliette conserva soprattutto due ricordi, il più bello e il più brutto: «Il più duro è molto lontano: avevo tredici anni, ero molto arrabbiata, alzai le mani su di lei, le tirai una sberla. È un ricordo terribile, non riesco a liberarmene. Il più bello è il suo ritorno dal campo di concentramento, ero a Parigi da sola e il giorno in cui lei tornò non posso dimenticarlo...». La memoria? «Un dovere e una ricchezza» dice. Dovere è anche dimenticare, a volte. Per esempio, dimenticare un padre mai conosciuto: «Lo vidi quando ero molto piccola, poi tre volte quand’ero adulta, era un tipo molto bello, ma per me non era mio padre».
Ricordare e dimenticare. Questa sera la cantante francese, Jujube per gli amici, sarà a Milano per una serata di letteratura e musica. Verranno lette alcune pagine dell’autobiografia ( Jujube , pubblicata nell’82 dall’editore Stock) in cui Juliette parla dell’infanzia e dei sentimenti. E anche di qualche incontro. Come quello, lontanissimo, con François Mauriac, al ristorante La Méditerranée di Place de l’Odéon: «Ero molto giovane, povera, con i piedi nudi, un maglione nero, un paio di pantaloni neri, fui invitata lì da Christian Bérard e Boris Kochno, il quale mi aveva visto danzare all’Opéra e voleva creare un balletto per me, mi voleva convincere a tornare alla danza. Io sapevo che non sarei tornata, ma accettai l’appuntamento soprattutto perché a quei tempi avevo fame e non sempre riuscivo a mangiare; quando entrai, la gente si voltò per vedere quella poveraccia in un locale così elegante. A un certo punto vidi un distinto signore, alto e di una certa età, che si alzò da un tavolo, allargò le braccia e cominciò a urlare: "Bonjour, Gréco...". Venne ad abbracciarmi e la gente rimase stupita... Mauriac che salutava una piccola miserabile come me... Al suo tavolo c’era l’attrice Edwige Feuillère, una donna che avrei stimato e amato per tutta la vita».
Jujube la selvaggia, la solitaria, la silenziosa, l’indomabile. Jean-Paul Sartre, quando insieme frequentavano il Café Flore, scrisse canzoni per la sua Juliette perché, diceva, «solo grazie a lei le mie parole possono diventare pietre preziose... La sua voce contiene milioni di canzoni, milioni di poesie». Non solo Sartre, si sa: Camus, Prévert, Queneau, Vian, Cocteau, Gainsbourg, Béart, Aznavour, Ferré. E Brel, « il più generoso, il più puro, scriveva canzoni con la stessa forza con cui van Gogh dipingeva».
Erano gli anni dell'immediato dopoguerra e Saint-Germain-des-Près era il centro del mondo: «Magnifico, durante la guerra nessuno era interessato ai bambini, noi non potevamo neanche parlare a tavola, non avevamo diritto di parola. Di colpo, con gente come Sartre e Simone de Beauvoir, scoprimmo di essere diventati adulti... Tutti avevano una loro forza, una loro generosità, una loro intelligenza, ero sbalordita».
E oggi, è possibile oggi lo stesso sbalordimento? «Sono ancora una donna sbalordita... conosco ancora gente magnifica, forse non saranno le stesse persone di un tempo, nessuno è sostituibile, ognuno è un caso unico, credo. Però ho ancora molta speranza, anche se il contesto politico e sociale è molto più difficile che negli anni del dopoguerra, non c’è più quel fervore, quella speranza folle di eguaglianza e di fraternità. Oggi è più difficile, ma bisogna continuare a battersi».
La definizione che più le piace è: Jujube, una donna in piedi. «Sì, bisogna restare sempre in piedi, combattere tutto quello che si detesta. Cantare in piedi contro i pericoli: la menzogna, il razzismo, l’immobilismo...». Al Tabou di rue Dauphine, con Vian e Cocteau, si cantava in piedi. C’era anche Miles Davis, che suonava in piedi. «Era un locale per bambini felici e, se c’erano vecchi, erano dei vecchi bambini felici. Miles Davis è tra i miei amori più belli, ci siamo amati subito, come dei bambini. Quanto tempo è passato... per le mie storie d’amore non ho il senso degli anni che passano... Forse fu quando cominciai a cantare, nel ’49, credo».
La gioventù. Quanto le manca la gioventù? «Non mi manca perché è all’interno di me, sono io che sono stanca, non la mia giovinezza». Prima venne la danza, poi il teatro, infine il canto. Che differenza? «Nessuna differenza, sono tre attività che impegnano allo stesso modo la totalità del comunicare, il corpo, lo spirito, la voce». Come la scrittura? «Per la scrittura è diverso: a un certo punto mi sono detta: posso morire da un momento all’altro, bisogna che dica la mia verità, che non è la verità degli altri, ma solo la mia. Ho scritto l’autobiografia, ma non ho ancora finito di dire la verità, la mia verità».
Stephen Hawking: mi ero sbagliato
Repubblica 16.7.04
Lo scienziato Stephen Hawking annuncia un'importante scoperta: la relazione tra pochi giorni a Dublino. La notizia sul "New Scientist"
Buchi neri, una nuova teoria "Non spazzano via tutto"
I suoi precedenti studi contraddicevano le leggi della fisica
I 3 satelliti saranno lanciati nel 2012, ma una versione in miniatura partirà fra quattro anni
L´apparente paradosso dei mulinelli cosmici sarebbe ora stato risolto
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - C´è un grosso buco nella teoria dei «buchi neri», e lo scienziato che l´ha inventata si appresta a riempirlo. Sulla base di nuove ricerche, Stephen Hawking, il più famoso fisico vivente, è pronto ad ammettere di essersi sbagliato. Per trent´anni, l´eminente studioso inglese ha difeso la nozione che i «buchi neri», lo stadio finale dell´evoluzione di una stella, non lasciano sfuggire nulla verso lo spazio esterno, neppure la luce, distruggendo tutto ciò che risucchiano senza lasciare traccia di niente. Ma nei giorni scorsi l´autore del best-seller mondiale «Breve storia del tempo» ha scritto agli organizzatori di una conferenza che si terrà a Dublino la settimana prossima, chiedendo di poter fare un intervento sull´argomento: «Ho risolto il paradosso dei buchi neri e vorrei parlarne», diceva il messaggio, inviato a Curt Cutler, fisico dell´istituto Albert Einstein di Golm, in Germania, che presiederà il convegno.
«Non ci ha mostrato niente di scritto, ma sulla base della sua grande reputazione lo abbiamo inserito all´ultimo momento nella lista dei relatori», riferisce il professor Cutler al settimanale britannico "New Scientist". Andando a interrogare collaboratori e allievi di Hawking alla Cambdrige University, la rivista ha avuto la conferma che il sessantaduenne scienziato, quasi completamente paralizzato e immobilizzato su una sedia rotelle per una grave malattia neurologica, intende rivedere le proprie convinzioni.
Nel 1976 Stephen Hawking spiegò il fenomeno con la teoria del «paradosso dei buchi neri». Aveva calcolato che, una volta formatosi, un «buco nero» comincia a perdere massa trasmettendo radiazioni di energia; che tali radiazioni non contengono alcuna informazione sulla materia all´interno del «buco nero»; e che quando un «buco nero» evapora, non ne resta alcuna traccia. La sua scoperta era in contraddizione con le leggi della fisica quantistica, secondo cui è impossibile spazzare via completamente le tracce di ciò che esiste. Ma il fisico rispondeva a questo apparente paradosso affermando che i campi gravitazionali dei «buchi neri» hanno una tale intensità da sconvolgere le leggi della fisica.
Pur non convincendo tutti i suoi colleghi, la teoria gli ha dato grande fama internazionale. Aiutato anche dalle cinque milioni di copie vendute dal suo libro «Breve storia del tempo», poco per volta Hawking ha fatto entrare i «buchi neri», uno dei più complicati misteri della scienza, nel linguaggio di tutti i giorni. L´idea che l´universo sia cosparso di spaventose trappole galattiche che risucchiano la materia e la consegnano all´oblio, ha affascinato a lungo chiunque alza gli occhi al cielo in una notte stellata.
Mercoledì prossimo, a Dublino, il professor Hawking dovrebbe rivelare che le cose non stanno esattamente così: quei mulinelli cosmici non risucchiano proprio tutto, qualche informazione sfugge al loro vortice e può arrivare fino a noi. Sarà un altro piccolo passo nell´impresa di comprendere i segreti dell´universo. Ma non potremo più usare «buco nero» come metafora di un tritacarne che tutto inghiotte e tutto fa scomparire.
Repubblica 16.7.04
L'INTERVISTA
Stefano Vitale, docente di fisica a Trento
"La nostra missione li vedrà da vicino"
di CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - «Non sarà uno scoop mediatico. Il contesto della conferenza di Dublino sulla relatività generale è molto serio; conoscendo Hawking sono certo che porterà un risultato scientifico, una teoria, un calcolo che dimostra, o cerca di dimostrare, quantitativamente dov´è finita l´informazione sfuggita al buco nero». Stefano Vitale è ordinario di fisica sperimentale all´università di Trento e fa parte del comitato scientifico che organizza la conferenza dove Stephen Hawking presenterà la soluzione al paradosso che lui stesso ha contribuito a creare.
La conferenza è dedicata alla relatività generale di Einstein, di cui nel 2005 si celebra il centenario. La scoperta di Hawking cambierebbe qualcosa?
«Il paradosso nasce tra l´interazione tra relatività generale e la meccanica quantistica, l´altra grande rivoluzione concettuale del XX secolo, e il matrimonio tra queste due teorie è tutto da concludere. La soluzione del paradosso sarebbe un passo avanti nella comprensione di uno dei suoi aspetti, ma la relatività generale è solida, non ha bisogno di questo, è dimostrata da un´enorme quantità di esperimenti».
Lei è responsabile scientifico per l´Agenzia spaziale italiana di una missione che permetterà di osservare i buchi neri in modo mai fatto prima d´ora. Di cosa si tratta?
«La missione si chiama LISA Pathfinder e fa da battistrada a un grande progetto congiunto Esa e Nasa per mettere in orbita LISA, un osservatorio delle onde gravitazionali previste da Einstein, che saranno un potentissimo strumento di osservazione dell´universo e dei buchi neri. Che in un certo senso sono "neri" perché non ne esce niente, eccetto le onde gravitazionali, che sono l´unica cosa prodotta dai buchi neri».
Quando partirà il progetto?
«L´osservatorio LISA, che è composto da tre satelliti, sarà lanciato nel 2012. Ma poiché si basa su tecnologie molto sofisticate, l´Esa ha appena approvato la realizzazione di LISA Pathfinder, una versione in miniatura di una parte dell´osservatorio, che servirà a dimostrare la fattibilità di questo ambizioso obiettivo, e che partirà nel 2008».
Lo scienziato Stephen Hawking annuncia un'importante scoperta: la relazione tra pochi giorni a Dublino. La notizia sul "New Scientist"
Buchi neri, una nuova teoria "Non spazzano via tutto"
I suoi precedenti studi contraddicevano le leggi della fisica
I 3 satelliti saranno lanciati nel 2012, ma una versione in miniatura partirà fra quattro anni
L´apparente paradosso dei mulinelli cosmici sarebbe ora stato risolto
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - C´è un grosso buco nella teoria dei «buchi neri», e lo scienziato che l´ha inventata si appresta a riempirlo. Sulla base di nuove ricerche, Stephen Hawking, il più famoso fisico vivente, è pronto ad ammettere di essersi sbagliato. Per trent´anni, l´eminente studioso inglese ha difeso la nozione che i «buchi neri», lo stadio finale dell´evoluzione di una stella, non lasciano sfuggire nulla verso lo spazio esterno, neppure la luce, distruggendo tutto ciò che risucchiano senza lasciare traccia di niente. Ma nei giorni scorsi l´autore del best-seller mondiale «Breve storia del tempo» ha scritto agli organizzatori di una conferenza che si terrà a Dublino la settimana prossima, chiedendo di poter fare un intervento sull´argomento: «Ho risolto il paradosso dei buchi neri e vorrei parlarne», diceva il messaggio, inviato a Curt Cutler, fisico dell´istituto Albert Einstein di Golm, in Germania, che presiederà il convegno.
«Non ci ha mostrato niente di scritto, ma sulla base della sua grande reputazione lo abbiamo inserito all´ultimo momento nella lista dei relatori», riferisce il professor Cutler al settimanale britannico "New Scientist". Andando a interrogare collaboratori e allievi di Hawking alla Cambdrige University, la rivista ha avuto la conferma che il sessantaduenne scienziato, quasi completamente paralizzato e immobilizzato su una sedia rotelle per una grave malattia neurologica, intende rivedere le proprie convinzioni.
Nel 1976 Stephen Hawking spiegò il fenomeno con la teoria del «paradosso dei buchi neri». Aveva calcolato che, una volta formatosi, un «buco nero» comincia a perdere massa trasmettendo radiazioni di energia; che tali radiazioni non contengono alcuna informazione sulla materia all´interno del «buco nero»; e che quando un «buco nero» evapora, non ne resta alcuna traccia. La sua scoperta era in contraddizione con le leggi della fisica quantistica, secondo cui è impossibile spazzare via completamente le tracce di ciò che esiste. Ma il fisico rispondeva a questo apparente paradosso affermando che i campi gravitazionali dei «buchi neri» hanno una tale intensità da sconvolgere le leggi della fisica.
Pur non convincendo tutti i suoi colleghi, la teoria gli ha dato grande fama internazionale. Aiutato anche dalle cinque milioni di copie vendute dal suo libro «Breve storia del tempo», poco per volta Hawking ha fatto entrare i «buchi neri», uno dei più complicati misteri della scienza, nel linguaggio di tutti i giorni. L´idea che l´universo sia cosparso di spaventose trappole galattiche che risucchiano la materia e la consegnano all´oblio, ha affascinato a lungo chiunque alza gli occhi al cielo in una notte stellata.
Mercoledì prossimo, a Dublino, il professor Hawking dovrebbe rivelare che le cose non stanno esattamente così: quei mulinelli cosmici non risucchiano proprio tutto, qualche informazione sfugge al loro vortice e può arrivare fino a noi. Sarà un altro piccolo passo nell´impresa di comprendere i segreti dell´universo. Ma non potremo più usare «buco nero» come metafora di un tritacarne che tutto inghiotte e tutto fa scomparire.
Repubblica 16.7.04
L'INTERVISTA
Stefano Vitale, docente di fisica a Trento
"La nostra missione li vedrà da vicino"
di CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - «Non sarà uno scoop mediatico. Il contesto della conferenza di Dublino sulla relatività generale è molto serio; conoscendo Hawking sono certo che porterà un risultato scientifico, una teoria, un calcolo che dimostra, o cerca di dimostrare, quantitativamente dov´è finita l´informazione sfuggita al buco nero». Stefano Vitale è ordinario di fisica sperimentale all´università di Trento e fa parte del comitato scientifico che organizza la conferenza dove Stephen Hawking presenterà la soluzione al paradosso che lui stesso ha contribuito a creare.
La conferenza è dedicata alla relatività generale di Einstein, di cui nel 2005 si celebra il centenario. La scoperta di Hawking cambierebbe qualcosa?
«Il paradosso nasce tra l´interazione tra relatività generale e la meccanica quantistica, l´altra grande rivoluzione concettuale del XX secolo, e il matrimonio tra queste due teorie è tutto da concludere. La soluzione del paradosso sarebbe un passo avanti nella comprensione di uno dei suoi aspetti, ma la relatività generale è solida, non ha bisogno di questo, è dimostrata da un´enorme quantità di esperimenti».
Lei è responsabile scientifico per l´Agenzia spaziale italiana di una missione che permetterà di osservare i buchi neri in modo mai fatto prima d´ora. Di cosa si tratta?
«La missione si chiama LISA Pathfinder e fa da battistrada a un grande progetto congiunto Esa e Nasa per mettere in orbita LISA, un osservatorio delle onde gravitazionali previste da Einstein, che saranno un potentissimo strumento di osservazione dell´universo e dei buchi neri. Che in un certo senso sono "neri" perché non ne esce niente, eccetto le onde gravitazionali, che sono l´unica cosa prodotta dai buchi neri».
Quando partirà il progetto?
«L´osservatorio LISA, che è composto da tre satelliti, sarà lanciato nel 2012. Ma poiché si basa su tecnologie molto sofisticate, l´Esa ha appena approvato la realizzazione di LISA Pathfinder, una versione in miniatura di una parte dell´osservatorio, che servirà a dimostrare la fattibilità di questo ambizioso obiettivo, e che partirà nel 2008».
Macaluso e la storia del Pci
Repubblica 16.7.04
La rivista di Macaluso
Intellettual e Pci tra abiura e rimpianto
di NELLO AJELLO
Abiura, rimpianto, vittimismo. Di questi stati d´animo, che segnano la psicologia di tanti ex comunisti, si trovano poche tracce in quella autobiografia, intitolata 50 anni nel Pci, che Emanuele Macaluso - togliattiano, parlamentare, direttore dell´Unità dal 1982 al 1986 - ha pubblicato di recente presso l´editore Rubbettino. E´ un racconto gremito di personaggi e ricco di riflessioni ad uso dei vecchi e nuovi «compagni».
Non a caso nella rivista Le nuove ragioni del socialismo, che Macaluso dirige, storici ed ex militanti del Pci ne hanno tratto spunto per rivisitare le vicende di quel partito. Lungo due visuali: da un lato il suo grado di dipendenza dall´Urss e dall´altro il suo radicamento «italiano» e democratico. Luciano Cafagna ha espresso considerazioni assai fini sulla tendenza degli ex comunisti di guardare al loro passato politico come a un romanzo di formazione, quasi riproducendo «il comunismo realizzato in una sola persona».
Massimo L. Salvadori si è soffermato sulle due anime del Pci, cui si accennava. Soltanto le «dure repliche della storia» costrinsero quel partito a una scelta. Ancora al XVI congresso del 1983 - ha ricordato fra l´altro - Berlinguer dichiarava «impercorribili» le tradizioni della socialdemocrazia; e anche più tardi la minoranza guidata da Napolitano, detta «migliorista», venne isolata. In definitiva, fra quelle due facce del comunismo italiano non vi fu «una tensione o una contraddizione ma un´organica compenetrazione». Fino agli ultimi esiti.
E´ stata proprio questa irrisolta antinomia fra il sentirsi «comunisti italiani» o «italiani comunisti» - incalzerà Franco Ottolenghi - a impedire, all´epoca del «secondo 89», con Occhetto, «un accesso senza riserve» al riformismo di marca occidentale.
A somministrare un antidoto a queste critiche s´è adoperata Rossana Rossanda. Mai, afferma in sostanza l´autrice nel numero di maggio della rivista, il comunismo nostrano fu davvero succubo dell´Unione Sovietica. L´adesione del Pci al blocco del patto di Varsavia valeva come un mero «segno di contraddizione» rispetto allo schieramento dell´Alleanza atlantica. Qualcosa di forzato. «Gli altri - sosteneva Amendola - hanno alle spalle gli Stati Uniti. Noi dobbiamo tenere l´Urss». Al di là di questo, il Pci trovò la propria ispirazione lungo le linee della cultura meridionale di Labriola, De Sanctis, Salvemini, Dorso, Gramsci. Niente o poco Andrej Zdanov. A mostrare i segni della cultura comunista valgono «più i cataloghi di Einaudi che quelli degli Editori Riuniti».
Filosovietico a malincuore e persino poco marxista, il Pci fu da sempre genericamente democratico e «occidentale» (fin troppo, si legge fra le righe): ecco, in sintesi, l´opinione della fondatrice del Manifesto. Opinione che, nel suo intervento, Biagio de Giovanni confuta, rovesciandola: è vero che da noi la cultura comunista si riconobbe in gran parte, simbolicamente, nel catalogo Einaudi, ma ciò va ascritto a suo merito. Dimostra che nei ranghi intellettuali del Pci si riuscì a «comprendere laicamente il valore dell´organizzazione della cultura». Quando, a partire dagli anni Settanta, questo schema «liberale nel senso di non-zdanoviano» venne abbandonato, l´intellighenzia comunista «non ebbe più molto da dire alla società italiana».
Il confronto prosegue nel numero di luglio, nel quale Paolo Favilli rivendica come massima benemerenza del Pci l´aver onorato la «cultura della storia»; e cita in proposito Emilio Sereni (1907-1977), che, pur essendo seguace e propugnatore delle teorie zdanoviane, con i suoi lavori sul paesaggio agrario italiano seppe ergersi a «maestro di innovazione storiografica». Il che per Sereni è certamente vero, ma non tutti gli storici comunisti a lui coevi furono di pari livello, e che non fu questa parte «positiva» del suo magistero la più ascoltata all´interno del partito di Togliatti.
La rivista di Macaluso
Intellettual e Pci tra abiura e rimpianto
di NELLO AJELLO
Abiura, rimpianto, vittimismo. Di questi stati d´animo, che segnano la psicologia di tanti ex comunisti, si trovano poche tracce in quella autobiografia, intitolata 50 anni nel Pci, che Emanuele Macaluso - togliattiano, parlamentare, direttore dell´Unità dal 1982 al 1986 - ha pubblicato di recente presso l´editore Rubbettino. E´ un racconto gremito di personaggi e ricco di riflessioni ad uso dei vecchi e nuovi «compagni».
Non a caso nella rivista Le nuove ragioni del socialismo, che Macaluso dirige, storici ed ex militanti del Pci ne hanno tratto spunto per rivisitare le vicende di quel partito. Lungo due visuali: da un lato il suo grado di dipendenza dall´Urss e dall´altro il suo radicamento «italiano» e democratico. Luciano Cafagna ha espresso considerazioni assai fini sulla tendenza degli ex comunisti di guardare al loro passato politico come a un romanzo di formazione, quasi riproducendo «il comunismo realizzato in una sola persona».
Massimo L. Salvadori si è soffermato sulle due anime del Pci, cui si accennava. Soltanto le «dure repliche della storia» costrinsero quel partito a una scelta. Ancora al XVI congresso del 1983 - ha ricordato fra l´altro - Berlinguer dichiarava «impercorribili» le tradizioni della socialdemocrazia; e anche più tardi la minoranza guidata da Napolitano, detta «migliorista», venne isolata. In definitiva, fra quelle due facce del comunismo italiano non vi fu «una tensione o una contraddizione ma un´organica compenetrazione». Fino agli ultimi esiti.
E´ stata proprio questa irrisolta antinomia fra il sentirsi «comunisti italiani» o «italiani comunisti» - incalzerà Franco Ottolenghi - a impedire, all´epoca del «secondo 89», con Occhetto, «un accesso senza riserve» al riformismo di marca occidentale.
A somministrare un antidoto a queste critiche s´è adoperata Rossana Rossanda. Mai, afferma in sostanza l´autrice nel numero di maggio della rivista, il comunismo nostrano fu davvero succubo dell´Unione Sovietica. L´adesione del Pci al blocco del patto di Varsavia valeva come un mero «segno di contraddizione» rispetto allo schieramento dell´Alleanza atlantica. Qualcosa di forzato. «Gli altri - sosteneva Amendola - hanno alle spalle gli Stati Uniti. Noi dobbiamo tenere l´Urss». Al di là di questo, il Pci trovò la propria ispirazione lungo le linee della cultura meridionale di Labriola, De Sanctis, Salvemini, Dorso, Gramsci. Niente o poco Andrej Zdanov. A mostrare i segni della cultura comunista valgono «più i cataloghi di Einaudi che quelli degli Editori Riuniti».
Filosovietico a malincuore e persino poco marxista, il Pci fu da sempre genericamente democratico e «occidentale» (fin troppo, si legge fra le righe): ecco, in sintesi, l´opinione della fondatrice del Manifesto. Opinione che, nel suo intervento, Biagio de Giovanni confuta, rovesciandola: è vero che da noi la cultura comunista si riconobbe in gran parte, simbolicamente, nel catalogo Einaudi, ma ciò va ascritto a suo merito. Dimostra che nei ranghi intellettuali del Pci si riuscì a «comprendere laicamente il valore dell´organizzazione della cultura». Quando, a partire dagli anni Settanta, questo schema «liberale nel senso di non-zdanoviano» venne abbandonato, l´intellighenzia comunista «non ebbe più molto da dire alla società italiana».
Il confronto prosegue nel numero di luglio, nel quale Paolo Favilli rivendica come massima benemerenza del Pci l´aver onorato la «cultura della storia»; e cita in proposito Emilio Sereni (1907-1977), che, pur essendo seguace e propugnatore delle teorie zdanoviane, con i suoi lavori sul paesaggio agrario italiano seppe ergersi a «maestro di innovazione storiografica». Il che per Sereni è certamente vero, ma non tutti gli storici comunisti a lui coevi furono di pari livello, e che non fu questa parte «positiva» del suo magistero la più ascoltata all´interno del partito di Togliatti.
storia del Pci
Giuseppe Di Vittorio
Corriere della Sera 16.7.04
Di Vittorio, il volto riformista del Pci
di PAOLO FRANCHI
Il bel libro che Antonio Carioti ha scritto su Giuseppe Di Vittorio per la collana del Mulino «L’identità italiana» può essere utile anche ad animare una discussione, quella sulle radici storiche e politiche del nostro riformismo, della cui sostanziale assenza i primi a risentire sono stati ovviamente i diretti interessati. Fu riformista, seppure a suo modo, e pure pagando tutti i prezzi del caso ai suoi tempi e al suo credo ideologico, il grande sindacalista di Cerignola? E, nel caso, in che senso? Carioti, a dire il vero, rifugge dal formulare risposte univoche in materia: ma non credo di forzare troppo il suo pensiero dicendo che, alle strette, propenderebbe per il sì, come ha fatto, tra gli altri, lo storico Piero Craveri. Emanuele Macaluso, nel suo libro Cinquant’anni nel Pci , edito da Rubbettino, si mostra dello stesso avviso e anzi entra nel merito. «Il più amato dei leader sindacali fu - scrive - il volto riformista» del partito e, aggiunge, non si può comprendere «perché il Pci ha avuto il ruolo che ha avuto» senza «sforzarsi di capire chi fu e cosa rappresentò Di Vittorio nel popolo, ma pure nella considerazione delle classi dirigenti». Non solo. A riprova del riformismo di Di Vittorio, Macaluso cita aspetti cruciali della sua concezione del sindacato, ma anche, più in generale, di quello che un tempo si chiamava il «movimento operaio». Non considerò le riforme come «momenti di rottura» del capitalismo, nell'ambito «della transizione a un altro sistema», ma come «passi avanti per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e la società». Fu tra i primi a sinistra, e non solo nel Pci, a pensare - perché questo fu, nel 1949, il Piano del lavoro elaborato dalla Cgil - che il movimento operaio dovesse essere protagonista consapevole della costruzione, in Italia, dello Stato sociale. Pose a soggetto del suo riformismo, prima ancora delle riforme, il lavoratore: e proprio sulla scorta di questa concezione della politica e della democrazia, per la quale sotto nessun cielo è lecito sparare sugli operai, nel 1956, di fronte alla rivoluzione ungherese, dissentì dalla posizione del Pci.
Comprendo bene le motivazioni di chi, come ha fatto Oscar Giannino sul Foglio , recensendo il libro di Carioti, rifiuta, tutto al contrario, di considerare Di Vittorio un «criptoriformista». Perché pronunciò dei no coraggiosi e ne pagò il prezzo, «ma senza evitare poi l'allineamento e fiumi di elogi del modello sovietico»; e perché, a stringere, non venne a capo del dramma irrisolto di un sindacalismo «di classe» impossibilitato, quasi per definizione, a formulare «un'aperta divergenza strategica con il Pci di Togliatti». Vero. Come è vero che non colse, negli anni Cinquanta, le potenzialità di sviluppo della società italiana e che sbagliò a contrastare la linea di contrattazione aziendale adottata dalla Cisl e che, insomma, un moderno sindacato riformista non riuscì a costruirlo e anzi, probabilmente, non lo immaginò nemmeno. Come è vero, ancora, che è bene restare guardinghi di fronte alla sapienza della tradizione comunista e postcomunista nell'«estrarre magistralmente, dal proprio interno (...) i migliori eroi e simboli attualizzati di scelte mai compiute nella realtà, quando erano necessarie». Ma penso pure che ancora più guardinghi bisognerebbe restare di fronte a un’idea esangue di riformismo. Ricco di grilli parlanti e di mosche cocchiere, ma senza precedenti, seppure irrisolti e contraddittori, nella vicenda nazionale. Senza antenati, ancorché discutibili. Senza contraddizioni, magari anche terribili. Senza storia, e quindi senza popolo. Così limpido e lineare, da non poter esistere in natura.
Di Vittorio, il volto riformista del Pci
di PAOLO FRANCHI
Il bel libro che Antonio Carioti ha scritto su Giuseppe Di Vittorio per la collana del Mulino «L’identità italiana» può essere utile anche ad animare una discussione, quella sulle radici storiche e politiche del nostro riformismo, della cui sostanziale assenza i primi a risentire sono stati ovviamente i diretti interessati. Fu riformista, seppure a suo modo, e pure pagando tutti i prezzi del caso ai suoi tempi e al suo credo ideologico, il grande sindacalista di Cerignola? E, nel caso, in che senso? Carioti, a dire il vero, rifugge dal formulare risposte univoche in materia: ma non credo di forzare troppo il suo pensiero dicendo che, alle strette, propenderebbe per il sì, come ha fatto, tra gli altri, lo storico Piero Craveri. Emanuele Macaluso, nel suo libro Cinquant’anni nel Pci , edito da Rubbettino, si mostra dello stesso avviso e anzi entra nel merito. «Il più amato dei leader sindacali fu - scrive - il volto riformista» del partito e, aggiunge, non si può comprendere «perché il Pci ha avuto il ruolo che ha avuto» senza «sforzarsi di capire chi fu e cosa rappresentò Di Vittorio nel popolo, ma pure nella considerazione delle classi dirigenti». Non solo. A riprova del riformismo di Di Vittorio, Macaluso cita aspetti cruciali della sua concezione del sindacato, ma anche, più in generale, di quello che un tempo si chiamava il «movimento operaio». Non considerò le riforme come «momenti di rottura» del capitalismo, nell'ambito «della transizione a un altro sistema», ma come «passi avanti per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e la società». Fu tra i primi a sinistra, e non solo nel Pci, a pensare - perché questo fu, nel 1949, il Piano del lavoro elaborato dalla Cgil - che il movimento operaio dovesse essere protagonista consapevole della costruzione, in Italia, dello Stato sociale. Pose a soggetto del suo riformismo, prima ancora delle riforme, il lavoratore: e proprio sulla scorta di questa concezione della politica e della democrazia, per la quale sotto nessun cielo è lecito sparare sugli operai, nel 1956, di fronte alla rivoluzione ungherese, dissentì dalla posizione del Pci.
Comprendo bene le motivazioni di chi, come ha fatto Oscar Giannino sul Foglio , recensendo il libro di Carioti, rifiuta, tutto al contrario, di considerare Di Vittorio un «criptoriformista». Perché pronunciò dei no coraggiosi e ne pagò il prezzo, «ma senza evitare poi l'allineamento e fiumi di elogi del modello sovietico»; e perché, a stringere, non venne a capo del dramma irrisolto di un sindacalismo «di classe» impossibilitato, quasi per definizione, a formulare «un'aperta divergenza strategica con il Pci di Togliatti». Vero. Come è vero che non colse, negli anni Cinquanta, le potenzialità di sviluppo della società italiana e che sbagliò a contrastare la linea di contrattazione aziendale adottata dalla Cisl e che, insomma, un moderno sindacato riformista non riuscì a costruirlo e anzi, probabilmente, non lo immaginò nemmeno. Come è vero, ancora, che è bene restare guardinghi di fronte alla sapienza della tradizione comunista e postcomunista nell'«estrarre magistralmente, dal proprio interno (...) i migliori eroi e simboli attualizzati di scelte mai compiute nella realtà, quando erano necessarie». Ma penso pure che ancora più guardinghi bisognerebbe restare di fronte a un’idea esangue di riformismo. Ricco di grilli parlanti e di mosche cocchiere, ma senza precedenti, seppure irrisolti e contraddittori, nella vicenda nazionale. Senza antenati, ancorché discutibili. Senza contraddizioni, magari anche terribili. Senza storia, e quindi senza popolo. Così limpido e lineare, da non poter esistere in natura.
uomini e topi
«monitorare l'attività del cervello 'vivo' a livello cellulare»
Yahoo! Notizie (ADNKRONOS) 14.7.04
Cervello: Tecnica 'Fotografa' Attivita' Singoli Neuroni
New York, 14 lug. (Adnkronos Salute) - Ricercatori Usa hanno messo a punto una tecnica che, per la prima volta, monitora l'attivita' del cervello 'vivo' a livello cellulare. In futuro potrebbe essere usata "per svelare ai ricercatori come i farmaci agiscono a livello di neuroni specifici", spiegano gli studiosi della Carnegie Mellon University sul Journal of Neuroscience. In questo modo, la scoperta potrebbe facilitare la messa a punto di nuove strategie terapeutiche. Recenti studi hanno permesso di mappare aree del cervello reponsabili di alcune attività, come la memoria, il comportamento o la percezione. Ma fino ad ora non si potevano 'fotografare' i singoli neuroni, precisa Alison Barth, responsabile della ricerca Usa. Per superare questo limite, il team ha condotto esperimenti su topi di laboratorio: in particolare, sono stati modificati alcuni geni degli animali, in modo che una proteina fluorescente si 'accendesse' quando veniva attivata una particolare cellula nervosa nel cervello. In futuro si potra' capire se un farmaco funziona su un neurone specifico, semplicemente guardando se la proteina brilla. Usando questa tecnica la dottoressa Barth ha identificato l'area specifica del cervello del topo coinvolta nell'elaborazione dell'informazione sensoriale che arriva all'animale da un singolo baffo. Si tratta della prima 'fotografia' dell'attivita' cerebrale a un livello cosi' specifico e in risposta a uno stimolo sensoriale, dice la studiosa. «Il nostro topo transgenico - precisa alla Bbc online - e' un modello che puo' essere usato per visualizzare, nel tessuto cerebrale vivente, un singolo neurone attivato in risposta a uno stimolo». Ora il topolino e' stato brevettato e i ricercatori pensano che potra' agevolare la messa a punto di farmaci per psicopatologie come la schizofrenia. «Se, ad esempio, si studia l'ansia - spiega la ricercatrice - alcuni neuroni si attivano in risposta a questa sensazione, ma non tutte le cellule cerebrali rispondono nello stesso modo. Questa tecnica ci permette di scoprire quali sono le cellule piu' alterate e di 'disegnare' farmaci specifici, dall'effetto mirato». (Mal/Adnkronos Salute)
Cervello: Tecnica 'Fotografa' Attivita' Singoli Neuroni
New York, 14 lug. (Adnkronos Salute) - Ricercatori Usa hanno messo a punto una tecnica che, per la prima volta, monitora l'attivita' del cervello 'vivo' a livello cellulare. In futuro potrebbe essere usata "per svelare ai ricercatori come i farmaci agiscono a livello di neuroni specifici", spiegano gli studiosi della Carnegie Mellon University sul Journal of Neuroscience. In questo modo, la scoperta potrebbe facilitare la messa a punto di nuove strategie terapeutiche. Recenti studi hanno permesso di mappare aree del cervello reponsabili di alcune attività, come la memoria, il comportamento o la percezione. Ma fino ad ora non si potevano 'fotografare' i singoli neuroni, precisa Alison Barth, responsabile della ricerca Usa. Per superare questo limite, il team ha condotto esperimenti su topi di laboratorio: in particolare, sono stati modificati alcuni geni degli animali, in modo che una proteina fluorescente si 'accendesse' quando veniva attivata una particolare cellula nervosa nel cervello. In futuro si potra' capire se un farmaco funziona su un neurone specifico, semplicemente guardando se la proteina brilla. Usando questa tecnica la dottoressa Barth ha identificato l'area specifica del cervello del topo coinvolta nell'elaborazione dell'informazione sensoriale che arriva all'animale da un singolo baffo. Si tratta della prima 'fotografia' dell'attivita' cerebrale a un livello cosi' specifico e in risposta a uno stimolo sensoriale, dice la studiosa. «Il nostro topo transgenico - precisa alla Bbc online - e' un modello che puo' essere usato per visualizzare, nel tessuto cerebrale vivente, un singolo neurone attivato in risposta a uno stimolo». Ora il topolino e' stato brevettato e i ricercatori pensano che potra' agevolare la messa a punto di farmaci per psicopatologie come la schizofrenia. «Se, ad esempio, si studia l'ansia - spiega la ricercatrice - alcuni neuroni si attivano in risposta a questa sensazione, ma non tutte le cellule cerebrali rispondono nello stesso modo. Questa tecnica ci permette di scoprire quali sono le cellule piu' alterate e di 'disegnare' farmaci specifici, dall'effetto mirato». (Mal/Adnkronos Salute)
Paolo Izzo
un racconto ed un'intervista a Tony Carnevale
"Presenza in assenza"
è stato pubblicato nella raccolta "Parole in corsa II", edita da Full Color Sound, in libreria (10 €).
I testi contenuti nel volume sono 186 e rappresentano una selezione dagli oltre 800 racconti partecipanti al concorso nazionale omonimo
inoltre
una intervista, sempre di Paolo Izzo
a
TONY CARNEVALE
può essere letta a questo indirizzo
puoi leggere entrambi i testi anche su SPAZI
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giovedì 15 luglio 2004
Kafka:
esce una raccolta di aforismi inediti
Corriere della Sera 15.7.04
CLASSICI
Pubblicati gli aforismi del celebre scrittore praghese, dai quali emerge l’idea di una «teologia senza Dio»
Kafka, un genio condannato al paradiso
UOMO E DESTINO
di Paola Capriolo
Tra i manoscritti di Kafka vi è una serie di foglietti numerati ciascuno dei quali reca un breve testo compatto, a volte costituito da una sola frase. Si tratta quasi sempre di brani trascritti dai quaderni su cui egli soleva annotare pensieri, abbozzi narrativi, piccoli episodi della vita, e risalenti al periodo trascorso a casa della sorella Ottla nel villaggio di Zürau, fra l’autunno del 1917 e l’aprile del 1918; ma ora, strappati alla fluida concatenazione dei quaderni, acquistano una sorta di evidenza scultorea: spiccano isolati e potenti nel bianco dei fogli, come parole scandite in un silenzio totale. Dobbiamo dunque essere grati a Roberto Calasso per averci restituito in questa forma, che l’autore doveva considerare definitiva, i cosiddetti Aforismi di Zürau , offrendone una nuova traduzione e accompagnandoli con un saggio tratto dal suo libro su Kafka.
Nella loro concisione questi frammenti pongono dinanzi al lettore prospettive di abissale profondità, paragonabili soltanto a quelle dischiuse dal Castello del quale, pur precedendolo di alcuni anni, essi costituiscono forse l’unico commento adeguato. Come recita il titolo con cui Max Brod li pubblicò per la prima volta nel 1953, sono «considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via»; sono più esattamente, secondo la definizione di Calasso, la massima approssimazione consentita a quella teologia che Kafka si guarda sempre dal formulare in termini espliciti, ma che costituisce il centro segreto e irraggiungibile intorno al quale gravita tutta la sua opera. Una teologia senza Dio, che non si aggrappa né alle «declinanti» forze del cristianesimo né all’«ultimo lembo del mantello da preghiera ebraico», eppure conduce in un certo senso agli estremi risultati quella grande corrente della mistica neoplatonica che ha nutrito come una linfa entrambe le religioni.
Il presupposto è un monismo assoluto, parmenideo: esiste soltanto un mondo, quello «spirituale», o, come egli afferma altrove, esiste soltanto l’«Uno», rispetto al quale ogni cosa non è che un involucro. Tutto ciò che è fuori di questa unità appartiene necessariamente alla sfera del male e dell’errore, e in primo luogo vi appartiene la conoscenza: la verità infatti, in quanto indivisibile, «non può riconoscere se stessa; chi vuole riconoscerla deve essere menzogna». Le conseguenze che ne derivano sono tra le più paradossali, ma seguono una logica inesorabile, e foglio dopo foglio Kafka le trae sino in fondo, dissimulando sotto lo splendore aforistico il rigore quasi sistematico delle sue deduzioni.
Come nel romanzo futuro qualcuno dichiarerà allo sconcertato agrimensore che non esiste alcuna differenza tra Castello e villaggio, così Kafka ci svela qui la nascosta identità del mondo con il «paradiso»: un paradiso nel quale dimoriamo eternamente, ma senza saperlo, poiché già il più tenue bagliore di coscienza basterebbe ad escludercene. L’essere, o la «sconsolata» dimensione del bene, è dunque una beatitudine priva di qualunque soggetto che possa averne esperienza, mentre la nostra felicità, l’unica consentita, sarebbe «credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo». Nel frattempo siamo condannati a vivere in una «falsa credenza» che si fa salda e compatta intorno a noi assumendo la forma di un mondo: basterebbe che l'inganno fosse distrutto perché potessimo scorgere il vero mondo al quale apparteniamo, ma «se l'inganno venisse distrutto non ti sarebbe concesso guardare o diventeresti colonna di sale», e della verità non ci sarà dato di cogliere nulla salvo il rapido guizzare di un riflesso sul nostro volto, quando abbagliati arretriamo con una smorfia.
Se la conoscenza è menzogna, tanto più lo sarà la parola: strana maledizione per uno scrittore, dover diffidare così radicalmente del proprio mezzo espressivo. Ma il nostro linguaggio, afferma Kafka, «tratta solo del possesso e dei suoi rapporti», perciò non può essere applicato se non allusivamente a ciò che sta fuori del mondo sensibile. Come scrive altrove, «il cielo è muto, risonanza soltanto a chi è muto», e forse proprio per questo egli ha sentito la necessità di immergere nel silenzio di una pagina bianca ognuno degli scabri, disperati articoli in cui si sviluppa la sua professione di fede.
Il libro di F. Kafka, «Aforismi di Zürau», Adelphi, p. 144, 8,50
CLASSICI
Pubblicati gli aforismi del celebre scrittore praghese, dai quali emerge l’idea di una «teologia senza Dio»
Kafka, un genio condannato al paradiso
UOMO E DESTINO
di Paola Capriolo
Tra i manoscritti di Kafka vi è una serie di foglietti numerati ciascuno dei quali reca un breve testo compatto, a volte costituito da una sola frase. Si tratta quasi sempre di brani trascritti dai quaderni su cui egli soleva annotare pensieri, abbozzi narrativi, piccoli episodi della vita, e risalenti al periodo trascorso a casa della sorella Ottla nel villaggio di Zürau, fra l’autunno del 1917 e l’aprile del 1918; ma ora, strappati alla fluida concatenazione dei quaderni, acquistano una sorta di evidenza scultorea: spiccano isolati e potenti nel bianco dei fogli, come parole scandite in un silenzio totale. Dobbiamo dunque essere grati a Roberto Calasso per averci restituito in questa forma, che l’autore doveva considerare definitiva, i cosiddetti Aforismi di Zürau , offrendone una nuova traduzione e accompagnandoli con un saggio tratto dal suo libro su Kafka.
Nella loro concisione questi frammenti pongono dinanzi al lettore prospettive di abissale profondità, paragonabili soltanto a quelle dischiuse dal Castello del quale, pur precedendolo di alcuni anni, essi costituiscono forse l’unico commento adeguato. Come recita il titolo con cui Max Brod li pubblicò per la prima volta nel 1953, sono «considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via»; sono più esattamente, secondo la definizione di Calasso, la massima approssimazione consentita a quella teologia che Kafka si guarda sempre dal formulare in termini espliciti, ma che costituisce il centro segreto e irraggiungibile intorno al quale gravita tutta la sua opera. Una teologia senza Dio, che non si aggrappa né alle «declinanti» forze del cristianesimo né all’«ultimo lembo del mantello da preghiera ebraico», eppure conduce in un certo senso agli estremi risultati quella grande corrente della mistica neoplatonica che ha nutrito come una linfa entrambe le religioni.
Il presupposto è un monismo assoluto, parmenideo: esiste soltanto un mondo, quello «spirituale», o, come egli afferma altrove, esiste soltanto l’«Uno», rispetto al quale ogni cosa non è che un involucro. Tutto ciò che è fuori di questa unità appartiene necessariamente alla sfera del male e dell’errore, e in primo luogo vi appartiene la conoscenza: la verità infatti, in quanto indivisibile, «non può riconoscere se stessa; chi vuole riconoscerla deve essere menzogna». Le conseguenze che ne derivano sono tra le più paradossali, ma seguono una logica inesorabile, e foglio dopo foglio Kafka le trae sino in fondo, dissimulando sotto lo splendore aforistico il rigore quasi sistematico delle sue deduzioni.
Come nel romanzo futuro qualcuno dichiarerà allo sconcertato agrimensore che non esiste alcuna differenza tra Castello e villaggio, così Kafka ci svela qui la nascosta identità del mondo con il «paradiso»: un paradiso nel quale dimoriamo eternamente, ma senza saperlo, poiché già il più tenue bagliore di coscienza basterebbe ad escludercene. L’essere, o la «sconsolata» dimensione del bene, è dunque una beatitudine priva di qualunque soggetto che possa averne esperienza, mentre la nostra felicità, l’unica consentita, sarebbe «credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo». Nel frattempo siamo condannati a vivere in una «falsa credenza» che si fa salda e compatta intorno a noi assumendo la forma di un mondo: basterebbe che l'inganno fosse distrutto perché potessimo scorgere il vero mondo al quale apparteniamo, ma «se l'inganno venisse distrutto non ti sarebbe concesso guardare o diventeresti colonna di sale», e della verità non ci sarà dato di cogliere nulla salvo il rapido guizzare di un riflesso sul nostro volto, quando abbagliati arretriamo con una smorfia.
Se la conoscenza è menzogna, tanto più lo sarà la parola: strana maledizione per uno scrittore, dover diffidare così radicalmente del proprio mezzo espressivo. Ma il nostro linguaggio, afferma Kafka, «tratta solo del possesso e dei suoi rapporti», perciò non può essere applicato se non allusivamente a ciò che sta fuori del mondo sensibile. Come scrive altrove, «il cielo è muto, risonanza soltanto a chi è muto», e forse proprio per questo egli ha sentito la necessità di immergere nel silenzio di una pagina bianca ognuno degli scabri, disperati articoli in cui si sviluppa la sua professione di fede.
Il libro di F. Kafka, «Aforismi di Zürau», Adelphi, p. 144, 8,50
le strutture della psichiatria a Roma e nel Lazio:
scontro tra Luigi Cancrini e Tonino Cantelmi
Il Messaggero 14.7.04
IL CASO
Rischiano la chiusura 25 centri terapeutici
di LUIGI CANCRINI
SONO a rischio di chiusura nel corso dell'estate 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche che ospitano pazienti di Roma e del Lazio.
Parliamo, scrive il presidente della Fenascop Giampiero di Leo al presidente della regione Lazio Storace, di 350 pazienti e di altrettante famiglie che saranno costrette a riaccoglierli in una fase in cui il lavoro terapeutico è ancora in corso. Parliamo, aggiunge, di 300 lavoratori che non percepiscono stipendi da oltre 6 mesi e che continuano, nonostante tutto, a restare al loro posto. Accanto ai loro pazienti.
Parliamo, aggiungo io, di debiti delle ASL di Roma e del Lazio che si riferiscono agli ultimi tre esercizi finanziari. Di debiti certi e riconosciuti che le ASL semplicemente rifiutano di pagare adducendo "ritardi nell'erogazione dei fondi" da parte della Regione. Poiché non tutti conoscono le procedure che portano al formarsi di questi debiti, tuttavia, credo che sia importante parlarne con qualche dettaglio per mettere in luce l'assurdità di una situazione che finirà per ricadere tutta sulle spalle di quelli che sono sempre gli ultimi degli ultimi: i pazienti psichiatrici.
Il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso dal Dipartimento di Salute Mentale competente per territorio ed è considerato un passaggio importante del progetto terapeutico complessivo di cui il dipartimento resta titolare. La Comunità Terapeutica è un luogo in cui pazienti gravi che non sono più in grado di vivere da soli cercano e spesso trovano un aiuto professionale per il recupero di competenze sociali indispensabili: un luogo, cioè, in cui non ci si limita a contenere le manifestazioni più acute del loro disagio ma si punta sull'obiettivo più ambizioso: di un recupero della persona.
Il che vuol dire, in pratica, che più il dipartimento lavora in un'ottica terapeutica e non contenitiva, più è interessato alla collaborazione con le comunità: collaborazione prevista, del resto, da una voce di spesa apposita con un budget definito ogni anno dalla ASL.
Quando il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso, dunque, i soldi ci sono e ci sono per quella spesa. Quando la Comunità invia le fatture, tuttavia, la ASL prende tempo e arriva alla fine dell'anno. I soldi sono a questo punto "spariti" perché la ASL li ha utilizzati in un altro modo facendo una "distrazione" di fondi: un atto che era e che oggi non è più un atto di rilevanza penale. L' inseguimento del credito diventa a questo punto un'odissea senza fine. Non avendo scopo di lucro e non essendo un soggetto economico la Comunità Terapeutica non può adire le vie legali per ottenere gli interessi sul ritardo. Se si rivolge alle banche per cedere il suo credito, poi, la ASL si oppone e poiché, a norma di una legge del 1865 (questo ha testualmente scritto la ASL RMA), la sua opposizione è sufficiente ad impedire la cessione, la Comunità Terapeutica si ritrova sola con le sue inutili fatture.
Dovendo provvedere, però, agli stipendi degli operatori, al vitto, all'alloggio e alle medicine dei pazienti.
La chiusura delle 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche del Lazio e di molte altre strutture del privato sociale si sviluppa così all'interno di un vero e proprio paradosso. Le comunità che muoiono per problemi di ordine finanziario sono in realtà strutture sane dal punto di vista economico. Quelli che mettono gli occhi sulle comunità per comprarle a costo zero sono inevitabilmente, a questo punto, gruppi in grado di usufruire dell'appoggio di finanziarie proprie. La trasformazione che lentamente si compie, con la complicità colpevole di un governo regionale che non interviene è quella legata al passaggio dal privato sociale a quel tipo di privato speculativo che gestisce, nel Lazio, un numero di case di cura psichiatriche private che è la metà di quelle presenti sull'intero territorio nazionale. Case di cura sempre strapiene che riempiono i pazienti di farmaci, che sembrano incapaci, abitualmente, di formulare progetti terapeutici e che percepiscono però rette di degenza che sono il doppio di quelle previste per le comunità.
Come accade spesso dove si parla di "deregulation" le amministrazioni non sembrano porsi il problema di quanto spendono. Più prosaicamente sembrano preoccupate del "per chi" li spendono. Con tanti saluti in questo caso alla legge di civiltà voluta da Basaglia (che è tanto facile criticare quando si fa di tutto per sabotarla), ai diritti dei pazienti psichiatrici e alle legittime aspettative delle loro famiglie.
Il Messaggero 15.7.04
La Regione replica a Cancrini
«Psichiatria, apocalisse irreale»
di TONINO CANTELMI*
Comunità terapeutiche che non sono più in grado di vivere benché siano «finanziariamente sane» a causa dei ritardi nell’erogazione dei fondi regionali. Finanziamenti stanziati e poi “distratti” su altri capitoli. Trecento dipendenti non pagati da 6 mesi e 350 pazienti gravi che tengono in ansia le loro famiglie, un giorno forse obbligate a riaccoglierli. Questa la situazione descritta dal professor Luigi Cancrini in un articolo pubblicato ieri sul Messaggero. Una situazione, secondo il docente universitario, frutto non solo di difficoltà di bilancio ma anche di scelte psichiatriche. Alle osservazioni e alle critiche sollevate da Cancrini replica oggi la Regione Lazio con questa lettera di Tonino Cantelmi.
E' incredibile leggere quanto scritto dal prof. Cancrini sulle strutture psichiatriche del Lazio. E' doveroso chiarire alcuni punti e smentire certe inesattezze che riguardano un settore delicato: la salute mentale. Gli scenari apocalittici disegnati non sono reali e disinformare danneggia i pazienti delle Comunità Terapeutiche del Lazio e chi lavora per tutelarli. Cominciamo dai numeri: le strutture residenziali sono oltre cento (e non 25), per un totale di circa 1.360 posti residenza (il 60% privati autorizzati e il 40% pubblici).
Questo dato dimostra lo sforzo compiuto dalla Regione che ha superato gli obiettivi strutturali previsti dal Progetto Obiettivo Nazionale e Regionale: nessun intento di ridurre, anzi, la Regione continua ad autorizzare strutture residenziali e ad aprirne di pubbliche. Ciò perché siamo consapevoli che per le acuzie e le postacuzie c'è necessità di posti letto specializzati e che nel processo terapeutico le strutture residenziali riabilitative svolgono una funzione importante. Veniamo al problema del finanziamento che Cancrini amplifica, prendendo spunto dal ritardo di alcune Asl nell'erogare i compensi alle Comunità, dandone una fantasiosa lettura politica. I ritardi, che esistono fin dagli anni Novanta, riguardano alcune strutture a gestione autonoma che svolgono il loro prezioso lavoro attraverso convenzioni con le Asl. La Regione puntualmente eroga alle Asl quanto dovuto, ma nella gestione del budget le Asl si organizzano con priorità proprie. La Giunta, consapevole dell'importanza del lavoro svolto dalle Comunità, venerdì scorso ha definito una nuova modalità di finanziamento per i gestori di strutture psichiatriche, attraverso la centralizzazione dei pagamenti da parte della Regione che partirà a fine mese. Questo, con l'intento di restituire a pazienti, familiari e operatori la dovuta serenità.
A margine, vorrei sottolineare che forse il prof. Cancrini dimentica gli straordinari progressi delle neuroscienze e della psicofarmacologia, riportando pregiudizi contro il farmaco che appartengono ormai ad un passato lontano e offende l'operato di centinaia di operatori che lavorano nelle case di cura, accusandoli di "riempire di farmaci i pazienti". Così non è, infatti con un accordo storico voluto dalla Regione, le case di cura neuropsichiatriche stanno per compiere un processo di riconversione con un'ampia integrazione con i Dipartimenti di salute mentale per rispondere ai bisogni non solo nell'acuzie, ma anche nelle fasi postacute, con ricoveri prolungati. Inoltre, la Regione per la prima volta ha affrontato il problema delle strutture per la cosiddetta doppia diagnosi (pazienti affetti da patologie psichiatriche e da forme di abuso da sostanze). Infatti, nel processo di riconversione delle case di cura alcuni posti letto sono stati destinati per rispondere a questo bisogno. In Italia questa è una novità che pone il Lazio all'avanguardia e che non merita certo i giudizi ingenerosi del prof. Cancrini. Per mettere ordine sul piano normativo, sono appena state ridisegnate le tipologie delle strutture residenziali riabilitative, in accordo con la Fenascop e con i rappresentanti delle stesse strutture e sta per essere licenziato il nuovo regolamento per il settore. Di fronte ad un impegno così deciso, è assurdo leggere, come dice Cancrini, che la Regione abbia abbandonato a se stesso un settore così delicato.
* Responsabile area psichiatria Regione Lazio
IL CASO
Rischiano la chiusura 25 centri terapeutici
di LUIGI CANCRINI
SONO a rischio di chiusura nel corso dell'estate 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche che ospitano pazienti di Roma e del Lazio.
Parliamo, scrive il presidente della Fenascop Giampiero di Leo al presidente della regione Lazio Storace, di 350 pazienti e di altrettante famiglie che saranno costrette a riaccoglierli in una fase in cui il lavoro terapeutico è ancora in corso. Parliamo, aggiunge, di 300 lavoratori che non percepiscono stipendi da oltre 6 mesi e che continuano, nonostante tutto, a restare al loro posto. Accanto ai loro pazienti.
Parliamo, aggiungo io, di debiti delle ASL di Roma e del Lazio che si riferiscono agli ultimi tre esercizi finanziari. Di debiti certi e riconosciuti che le ASL semplicemente rifiutano di pagare adducendo "ritardi nell'erogazione dei fondi" da parte della Regione. Poiché non tutti conoscono le procedure che portano al formarsi di questi debiti, tuttavia, credo che sia importante parlarne con qualche dettaglio per mettere in luce l'assurdità di una situazione che finirà per ricadere tutta sulle spalle di quelli che sono sempre gli ultimi degli ultimi: i pazienti psichiatrici.
Il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso dal Dipartimento di Salute Mentale competente per territorio ed è considerato un passaggio importante del progetto terapeutico complessivo di cui il dipartimento resta titolare. La Comunità Terapeutica è un luogo in cui pazienti gravi che non sono più in grado di vivere da soli cercano e spesso trovano un aiuto professionale per il recupero di competenze sociali indispensabili: un luogo, cioè, in cui non ci si limita a contenere le manifestazioni più acute del loro disagio ma si punta sull'obiettivo più ambizioso: di un recupero della persona.
Il che vuol dire, in pratica, che più il dipartimento lavora in un'ottica terapeutica e non contenitiva, più è interessato alla collaborazione con le comunità: collaborazione prevista, del resto, da una voce di spesa apposita con un budget definito ogni anno dalla ASL.
Quando il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso, dunque, i soldi ci sono e ci sono per quella spesa. Quando la Comunità invia le fatture, tuttavia, la ASL prende tempo e arriva alla fine dell'anno. I soldi sono a questo punto "spariti" perché la ASL li ha utilizzati in un altro modo facendo una "distrazione" di fondi: un atto che era e che oggi non è più un atto di rilevanza penale. L' inseguimento del credito diventa a questo punto un'odissea senza fine. Non avendo scopo di lucro e non essendo un soggetto economico la Comunità Terapeutica non può adire le vie legali per ottenere gli interessi sul ritardo. Se si rivolge alle banche per cedere il suo credito, poi, la ASL si oppone e poiché, a norma di una legge del 1865 (questo ha testualmente scritto la ASL RMA), la sua opposizione è sufficiente ad impedire la cessione, la Comunità Terapeutica si ritrova sola con le sue inutili fatture.
Dovendo provvedere, però, agli stipendi degli operatori, al vitto, all'alloggio e alle medicine dei pazienti.
La chiusura delle 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche del Lazio e di molte altre strutture del privato sociale si sviluppa così all'interno di un vero e proprio paradosso. Le comunità che muoiono per problemi di ordine finanziario sono in realtà strutture sane dal punto di vista economico. Quelli che mettono gli occhi sulle comunità per comprarle a costo zero sono inevitabilmente, a questo punto, gruppi in grado di usufruire dell'appoggio di finanziarie proprie. La trasformazione che lentamente si compie, con la complicità colpevole di un governo regionale che non interviene è quella legata al passaggio dal privato sociale a quel tipo di privato speculativo che gestisce, nel Lazio, un numero di case di cura psichiatriche private che è la metà di quelle presenti sull'intero territorio nazionale. Case di cura sempre strapiene che riempiono i pazienti di farmaci, che sembrano incapaci, abitualmente, di formulare progetti terapeutici e che percepiscono però rette di degenza che sono il doppio di quelle previste per le comunità.
Come accade spesso dove si parla di "deregulation" le amministrazioni non sembrano porsi il problema di quanto spendono. Più prosaicamente sembrano preoccupate del "per chi" li spendono. Con tanti saluti in questo caso alla legge di civiltà voluta da Basaglia (che è tanto facile criticare quando si fa di tutto per sabotarla), ai diritti dei pazienti psichiatrici e alle legittime aspettative delle loro famiglie.
Il Messaggero 15.7.04
La Regione replica a Cancrini
«Psichiatria, apocalisse irreale»
di TONINO CANTELMI*
Comunità terapeutiche che non sono più in grado di vivere benché siano «finanziariamente sane» a causa dei ritardi nell’erogazione dei fondi regionali. Finanziamenti stanziati e poi “distratti” su altri capitoli. Trecento dipendenti non pagati da 6 mesi e 350 pazienti gravi che tengono in ansia le loro famiglie, un giorno forse obbligate a riaccoglierli. Questa la situazione descritta dal professor Luigi Cancrini in un articolo pubblicato ieri sul Messaggero. Una situazione, secondo il docente universitario, frutto non solo di difficoltà di bilancio ma anche di scelte psichiatriche. Alle osservazioni e alle critiche sollevate da Cancrini replica oggi la Regione Lazio con questa lettera di Tonino Cantelmi.
E' incredibile leggere quanto scritto dal prof. Cancrini sulle strutture psichiatriche del Lazio. E' doveroso chiarire alcuni punti e smentire certe inesattezze che riguardano un settore delicato: la salute mentale. Gli scenari apocalittici disegnati non sono reali e disinformare danneggia i pazienti delle Comunità Terapeutiche del Lazio e chi lavora per tutelarli. Cominciamo dai numeri: le strutture residenziali sono oltre cento (e non 25), per un totale di circa 1.360 posti residenza (il 60% privati autorizzati e il 40% pubblici).
Questo dato dimostra lo sforzo compiuto dalla Regione che ha superato gli obiettivi strutturali previsti dal Progetto Obiettivo Nazionale e Regionale: nessun intento di ridurre, anzi, la Regione continua ad autorizzare strutture residenziali e ad aprirne di pubbliche. Ciò perché siamo consapevoli che per le acuzie e le postacuzie c'è necessità di posti letto specializzati e che nel processo terapeutico le strutture residenziali riabilitative svolgono una funzione importante. Veniamo al problema del finanziamento che Cancrini amplifica, prendendo spunto dal ritardo di alcune Asl nell'erogare i compensi alle Comunità, dandone una fantasiosa lettura politica. I ritardi, che esistono fin dagli anni Novanta, riguardano alcune strutture a gestione autonoma che svolgono il loro prezioso lavoro attraverso convenzioni con le Asl. La Regione puntualmente eroga alle Asl quanto dovuto, ma nella gestione del budget le Asl si organizzano con priorità proprie. La Giunta, consapevole dell'importanza del lavoro svolto dalle Comunità, venerdì scorso ha definito una nuova modalità di finanziamento per i gestori di strutture psichiatriche, attraverso la centralizzazione dei pagamenti da parte della Regione che partirà a fine mese. Questo, con l'intento di restituire a pazienti, familiari e operatori la dovuta serenità.
A margine, vorrei sottolineare che forse il prof. Cancrini dimentica gli straordinari progressi delle neuroscienze e della psicofarmacologia, riportando pregiudizi contro il farmaco che appartengono ormai ad un passato lontano e offende l'operato di centinaia di operatori che lavorano nelle case di cura, accusandoli di "riempire di farmaci i pazienti". Così non è, infatti con un accordo storico voluto dalla Regione, le case di cura neuropsichiatriche stanno per compiere un processo di riconversione con un'ampia integrazione con i Dipartimenti di salute mentale per rispondere ai bisogni non solo nell'acuzie, ma anche nelle fasi postacute, con ricoveri prolungati. Inoltre, la Regione per la prima volta ha affrontato il problema delle strutture per la cosiddetta doppia diagnosi (pazienti affetti da patologie psichiatriche e da forme di abuso da sostanze). Infatti, nel processo di riconversione delle case di cura alcuni posti letto sono stati destinati per rispondere a questo bisogno. In Italia questa è una novità che pone il Lazio all'avanguardia e che non merita certo i giudizi ingenerosi del prof. Cancrini. Per mettere ordine sul piano normativo, sono appena state ridisegnate le tipologie delle strutture residenziali riabilitative, in accordo con la Fenascop e con i rappresentanti delle stesse strutture e sta per essere licenziato il nuovo regolamento per il settore. Di fronte ad un impegno così deciso, è assurdo leggere, come dice Cancrini, che la Regione abbia abbandonato a se stesso un settore così delicato.
* Responsabile area psichiatria Regione Lazio
calo della libido? la luce fà...!
sanihelp.it 14.7.4
Notti in bianco … per aumentare la libido
Amore a luci spente, a luci accese, a luci rosse. No! Queste lasciamole stare. Cerchiamo però di capire come i raggi luminosi possono influenzare le risposte ormonali che riguardano la sfera sessuale.
Esporsi a luce intensa per almeno un'ora prima dell’alba produce negli uomini un aumento considerevole di ormone lutenizzante (LH), un ormone prodotto dalla ghiandola pituitaria.
Lo afferma uno studio pubblicato su Neuroscience newsletter e diretto dal dottor Daniel Kriepke professore di psichiatria presso la University of California di San Diego.
L’ormone lutenizzante influenza i livelli degli ormoni riproduttivi sia negli uomini che nelle donne; nell’uomo alti livelli di LH fanno aumentare i livelli di testosterone, mentre nelle donne viene attivata l’ovulazione.
«I risultati dimostrano che il testosterone può essere aumentato semplicemente con alcune ore extra di luce intensa», ha detto l’autore dello studio, «elevati livelli di testosterone portano a un aumento della libido soprattutto in casi di depressione».
In uno studio precedente Kripke e colleghi, hanno dimostrato che donne con un ciclo lungo ed irregolare, una volta esposte a luce intensa, regolarizzavano il ciclo.
Lo studio ha riguardato 11 giovani maschi in buona salute, di età compresa tra i 19 ed i 30 anni. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi. Nella prima parte dello studio, entrambi i gruppi venivano svegliati verso le 5:00 del mattino e venivano esposti o a una luce intensa (circa 150 watt) o a una luce rossa a bassa intensità.
Nella seconda parte dello studio i gruppi sono stati scambiati. I livelli di LH dei soggetti erano misurati prima e dopo l’esposizione alla luce.
I ricercatori hanno rilevato nei pazienti esposti a luce intensa un incremento del 69% dei livelli di LH. Nel loro articolo i ricercatori hanno fatto notare che una libido bassa è spesso parte della depressione, o risulta anche come effetto collaterale dei farmaci antidepressivi.
«È teoricamente possibile», affermano, «che l’esposizione alla luce potrebbe alleviare le disfunzioni sessuali nei pazienti depressi».
Se sentite un calo del desiderio dunque, preparatevi a lunghe notti in bianco.
Fonte: Neuroscience Letters
Notti in bianco … per aumentare la libido
Amore a luci spente, a luci accese, a luci rosse. No! Queste lasciamole stare. Cerchiamo però di capire come i raggi luminosi possono influenzare le risposte ormonali che riguardano la sfera sessuale.
Esporsi a luce intensa per almeno un'ora prima dell’alba produce negli uomini un aumento considerevole di ormone lutenizzante (LH), un ormone prodotto dalla ghiandola pituitaria.
Lo afferma uno studio pubblicato su Neuroscience newsletter e diretto dal dottor Daniel Kriepke professore di psichiatria presso la University of California di San Diego.
L’ormone lutenizzante influenza i livelli degli ormoni riproduttivi sia negli uomini che nelle donne; nell’uomo alti livelli di LH fanno aumentare i livelli di testosterone, mentre nelle donne viene attivata l’ovulazione.
«I risultati dimostrano che il testosterone può essere aumentato semplicemente con alcune ore extra di luce intensa», ha detto l’autore dello studio, «elevati livelli di testosterone portano a un aumento della libido soprattutto in casi di depressione».
In uno studio precedente Kripke e colleghi, hanno dimostrato che donne con un ciclo lungo ed irregolare, una volta esposte a luce intensa, regolarizzavano il ciclo.
Lo studio ha riguardato 11 giovani maschi in buona salute, di età compresa tra i 19 ed i 30 anni. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi. Nella prima parte dello studio, entrambi i gruppi venivano svegliati verso le 5:00 del mattino e venivano esposti o a una luce intensa (circa 150 watt) o a una luce rossa a bassa intensità.
Nella seconda parte dello studio i gruppi sono stati scambiati. I livelli di LH dei soggetti erano misurati prima e dopo l’esposizione alla luce.
I ricercatori hanno rilevato nei pazienti esposti a luce intensa un incremento del 69% dei livelli di LH. Nel loro articolo i ricercatori hanno fatto notare che una libido bassa è spesso parte della depressione, o risulta anche come effetto collaterale dei farmaci antidepressivi.
«È teoricamente possibile», affermano, «che l’esposizione alla luce potrebbe alleviare le disfunzioni sessuali nei pazienti depressi».
Se sentite un calo del desiderio dunque, preparatevi a lunghe notti in bianco.
Fonte: Neuroscience Letters
i Ds di Napoli in difesa della 180
Repubblica, edizione di Napoli 15.7.04
I DS:
MALATI DI MENTE, NO ALLA CONTRORIFORMA DELLA LEGGE 180
di GIUSEPPE PRIVITERA
La riforma dell´assistenza psichiatrica è ritornata d´attualità e viene, da alcune parti politiche e sociali, ritenuta indispensabile per porre rimedio al "fallimento" della legge 180. Quest´ultima, approvata nel 1978, a compimento di un lungo e coraggioso percorso intrapreso molti anni prima dallo psichiatra triestino Franco Basaglia e da altri autorevoli studiosi, come Sergio Piro, promuoveva una vera "rivoluzione culturale" nel rapporto tra malattia mentale e società. Il nucleo essenziale di quella legge di progresso era costituito dall´obiettivo finale, individuato nella chiusura definitiva dei manicomi, sostituiti da una rete di servizi territoriali, strutture residenziali e riabilitative volte alla presa in carico del paziente nel suo contesto abituale di vita e da reparti ospedalieri per i ricoveri nei momenti d´acuzie, sia in regime obbligatorio che volontario.
Con la 180, finalmente, la complessa patologia mentale viene inquadrata nell´ambito delle problematiche d´ordine sanitario, tant´è che i sostenitori della riforma operarono per l´inserimento, nella legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, la 833/78, di norme specifiche per la salute mentale, riconoscendo al malato gli stessi diritti di ogni cittadino in cura presso un servizio sanitario. La volontarietà dei trattamenti diventa la norma, mentre solo in casi eccezionali si prevede il ricorso al ricovero coatto (Tso) nei servizi di diagnosi e cura (Spdc), istituiti negli ospedali generali con un massimo di 15 posti letto. Da allora l´Italia ha la legislazione più avanzata al mondo in materia di salute mentale.
Vediamo allora di capire perché alcuni parlamentari di centrodestra si sono fatti promotori di un progetto di legge che modifica sostanzialmente la 180. La proposta "Burani Procaccini", che non è l´unica, viene presentata in apertura della legislatura e appare subito come la risposta più superficiale a una diffusa esigenza di maggiore sostegno rivendicato da alcune organizzazioni di familiari dei malati, e a un´opinione pubblica sempre più allarmata da fatti di cronaca. Certo nessuno ignora che una legge, entrata in vigore oltre venticinque anni fa, possa essere aggiornata alla luce dell´esperienza maturata e dei progressi scientifici acquisiti in tempi più recenti. Dobbiamo però intenderci sugli interessi che poniamo in cima a ogni ipotesi di modifica di una norma così importante per la vita di migliaia di persone.
Esaminando il testo più recente del progetto di riforma in discussione nella commissione Affari sociali della Camera, che recepisce altre proposte unificandole, ci troviamo di fronte a uno stravolgimento, nello spirito e nella sostanza, del sistema di assistenza psichiatrica in essere nel nostro Paese. La tutela dei diritti individuali esce ridimensionata, mentre emerge un nuovo "mercato" per le strutture sanitarie private, con prevedibili effetti deprimenti sui servizi pubblici, per i quali, evidentemente, ci saranno sempre meno risorse.
Solo per fare alcuni esempi concreti, all´articolo 4 viene definita la funzione delle nuove Sra (struttura residenziale con assistenza prolungata e continuata), che può essere anche a gestione privata e accreditata, destinata ai pazienti in fase postacuta, «che necessitano di interventi terapeutici e riabilitativi, volontari od obbligatori». Un mix di situazioni e di obiettivi che le renderebbero molto simili ai vecchi manicomi, in grado di assicurare una funzione di mera custodia del paziente, senza parlare poi della concentrazione che si realizzerebbe, per garantire più profitti alle strutture.
La tendenza alla privatizzazione emerge con tutta evidenza all´articolo 9, mentre, osservando il disposto dell´articolo 16, col quale sono abrogati gli articoli 34, 35 e 64 della legge 833/78 di riforma sanitaria, emerge la volontà di riportare la cura delle malattie mentali sotto l´egida di una legislazione speciale che ne accentua il carattere di «strumento di controllo sociale», sacrificando tutti gli sforzi ed i risultati prodotti in questi anni.
L´esame, sia pure parziale, del progetto di legge ci porta a concludere che esso cela il desiderio di spostare risorse dal settore pubblico a quello privato, sacrificando a questo scopo la conquista più importante che portò la legge 180: la piena dignità della persona malata ed il rispetto dei diritti umani. In definitiva, quella che viene spacciata per "riforma psichiatrica" altro non è che un maldestro tentativo di controriforma, che va ostacolato in ogni sede, mentre sarebbe oltremodo auspicabile l´avvio di una verifica approfondita ed estesa dei limiti mostrati dalla normativa attuale, per promuovere quelle innovazioni utili ad alleviare la sofferenza dei malati e dei loro familiari.
L´autore fa parte della direzione provinciale dei Ds
I DS:
MALATI DI MENTE, NO ALLA CONTRORIFORMA DELLA LEGGE 180
di GIUSEPPE PRIVITERA
La riforma dell´assistenza psichiatrica è ritornata d´attualità e viene, da alcune parti politiche e sociali, ritenuta indispensabile per porre rimedio al "fallimento" della legge 180. Quest´ultima, approvata nel 1978, a compimento di un lungo e coraggioso percorso intrapreso molti anni prima dallo psichiatra triestino Franco Basaglia e da altri autorevoli studiosi, come Sergio Piro, promuoveva una vera "rivoluzione culturale" nel rapporto tra malattia mentale e società. Il nucleo essenziale di quella legge di progresso era costituito dall´obiettivo finale, individuato nella chiusura definitiva dei manicomi, sostituiti da una rete di servizi territoriali, strutture residenziali e riabilitative volte alla presa in carico del paziente nel suo contesto abituale di vita e da reparti ospedalieri per i ricoveri nei momenti d´acuzie, sia in regime obbligatorio che volontario.
Con la 180, finalmente, la complessa patologia mentale viene inquadrata nell´ambito delle problematiche d´ordine sanitario, tant´è che i sostenitori della riforma operarono per l´inserimento, nella legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, la 833/78, di norme specifiche per la salute mentale, riconoscendo al malato gli stessi diritti di ogni cittadino in cura presso un servizio sanitario. La volontarietà dei trattamenti diventa la norma, mentre solo in casi eccezionali si prevede il ricorso al ricovero coatto (Tso) nei servizi di diagnosi e cura (Spdc), istituiti negli ospedali generali con un massimo di 15 posti letto. Da allora l´Italia ha la legislazione più avanzata al mondo in materia di salute mentale.
Vediamo allora di capire perché alcuni parlamentari di centrodestra si sono fatti promotori di un progetto di legge che modifica sostanzialmente la 180. La proposta "Burani Procaccini", che non è l´unica, viene presentata in apertura della legislatura e appare subito come la risposta più superficiale a una diffusa esigenza di maggiore sostegno rivendicato da alcune organizzazioni di familiari dei malati, e a un´opinione pubblica sempre più allarmata da fatti di cronaca. Certo nessuno ignora che una legge, entrata in vigore oltre venticinque anni fa, possa essere aggiornata alla luce dell´esperienza maturata e dei progressi scientifici acquisiti in tempi più recenti. Dobbiamo però intenderci sugli interessi che poniamo in cima a ogni ipotesi di modifica di una norma così importante per la vita di migliaia di persone.
Esaminando il testo più recente del progetto di riforma in discussione nella commissione Affari sociali della Camera, che recepisce altre proposte unificandole, ci troviamo di fronte a uno stravolgimento, nello spirito e nella sostanza, del sistema di assistenza psichiatrica in essere nel nostro Paese. La tutela dei diritti individuali esce ridimensionata, mentre emerge un nuovo "mercato" per le strutture sanitarie private, con prevedibili effetti deprimenti sui servizi pubblici, per i quali, evidentemente, ci saranno sempre meno risorse.
Solo per fare alcuni esempi concreti, all´articolo 4 viene definita la funzione delle nuove Sra (struttura residenziale con assistenza prolungata e continuata), che può essere anche a gestione privata e accreditata, destinata ai pazienti in fase postacuta, «che necessitano di interventi terapeutici e riabilitativi, volontari od obbligatori». Un mix di situazioni e di obiettivi che le renderebbero molto simili ai vecchi manicomi, in grado di assicurare una funzione di mera custodia del paziente, senza parlare poi della concentrazione che si realizzerebbe, per garantire più profitti alle strutture.
La tendenza alla privatizzazione emerge con tutta evidenza all´articolo 9, mentre, osservando il disposto dell´articolo 16, col quale sono abrogati gli articoli 34, 35 e 64 della legge 833/78 di riforma sanitaria, emerge la volontà di riportare la cura delle malattie mentali sotto l´egida di una legislazione speciale che ne accentua il carattere di «strumento di controllo sociale», sacrificando tutti gli sforzi ed i risultati prodotti in questi anni.
L´esame, sia pure parziale, del progetto di legge ci porta a concludere che esso cela il desiderio di spostare risorse dal settore pubblico a quello privato, sacrificando a questo scopo la conquista più importante che portò la legge 180: la piena dignità della persona malata ed il rispetto dei diritti umani. In definitiva, quella che viene spacciata per "riforma psichiatrica" altro non è che un maldestro tentativo di controriforma, che va ostacolato in ogni sede, mentre sarebbe oltremodo auspicabile l´avvio di una verifica approfondita ed estesa dei limiti mostrati dalla normativa attuale, per promuovere quelle innovazioni utili ad alleviare la sofferenza dei malati e dei loro familiari.
L´autore fa parte della direzione provinciale dei Ds
schizofrenia e stress in uomini e donne
Yahoo! Notizie Psichiatria, Psicologia e Neurologia 14.7.04
Schizofrenia e stress in uomini e donne
Il Pensiero Scientifico Editore
Le manifestazioni della schizofrenia, si sa da tempo, cambiano a seconda del sesso. Secondo la letteratura le donne, più colpite degli uomini da depressione, ansia e disturbi del comportamento alimentare, soffrirebbero invece di patologie mentali gravi, come la schizofrenia, in forme più lievi degli uomini. Ma differenze di genere evidenziate negli ultimi anni hanno messo in discussione questa posizione. Ora, una ricerca olandese, appena pubblicata sul Journal of Clinical Psychiatry, ha cercato di stabilire se queste differenze di genere nelle manifestazioni cliniche della malattia schizofrenica si riflettono in un meccanismo sottostante che potrebbe essere causalmente associato alla psicosi, in particolare se sono ricollegabili ad una maggiore o minore sensibilità allo stress della vita quotidiana.
I soggetti studiati erano 42 schizofrenici (22 uomini e 20 donne), giudicati in remissione clinica ed investigati con lo Experience Sampling Method, una tecnica che consente di misurare il contesto corrente e l’umore nella vita quotidiana. Lo studio si riprometteva di valutare appunto lo stress soggettivo dovuto ad eventi ed attività correnti e, in secondo luogo, la reattività emotiva, concettualizzata come cambiamenti affettivi, sia positivi che negativi, in relazione allo stress soggettivo. I dati sono stati raccolti tra il gennaio 1997 ed il maggio 1999.
I dati hanno rivelato che le donne sono significativamente (p < .05) più esposte allo stress della vita quotidiana rispetto agli uomini, il che si riflette sia in un allargamento dell’affetto negativo sulla struttura del Sé, che in una diminuzione dell’affetto negativo. I risultati, quindi, suggeriscono che le differenze di genere non possono essere circoscritte alle caratteristiche assunte dalla psicosi, ma che possono anche riflettersi nei sottostanti meccanismi eziologici. Il che potrebbe rafforzare l’ipotesi che le donne siano più suscettibili degli uomini ad un’espressione schizoaffettiva della schizofrenia.
Fonte: Myin-Germeys I, Krabbendam L, Delespaul PA, van Os J, Sex Differences in Emotional Reactivity to Daily Life Stress in Psychosis, J Clin Psychiatry 2004;65:805-809.
Schizofrenia e stress in uomini e donne
Il Pensiero Scientifico Editore
Le manifestazioni della schizofrenia, si sa da tempo, cambiano a seconda del sesso. Secondo la letteratura le donne, più colpite degli uomini da depressione, ansia e disturbi del comportamento alimentare, soffrirebbero invece di patologie mentali gravi, come la schizofrenia, in forme più lievi degli uomini. Ma differenze di genere evidenziate negli ultimi anni hanno messo in discussione questa posizione. Ora, una ricerca olandese, appena pubblicata sul Journal of Clinical Psychiatry, ha cercato di stabilire se queste differenze di genere nelle manifestazioni cliniche della malattia schizofrenica si riflettono in un meccanismo sottostante che potrebbe essere causalmente associato alla psicosi, in particolare se sono ricollegabili ad una maggiore o minore sensibilità allo stress della vita quotidiana.
I soggetti studiati erano 42 schizofrenici (22 uomini e 20 donne), giudicati in remissione clinica ed investigati con lo Experience Sampling Method, una tecnica che consente di misurare il contesto corrente e l’umore nella vita quotidiana. Lo studio si riprometteva di valutare appunto lo stress soggettivo dovuto ad eventi ed attività correnti e, in secondo luogo, la reattività emotiva, concettualizzata come cambiamenti affettivi, sia positivi che negativi, in relazione allo stress soggettivo. I dati sono stati raccolti tra il gennaio 1997 ed il maggio 1999.
I dati hanno rivelato che le donne sono significativamente (p < .05) più esposte allo stress della vita quotidiana rispetto agli uomini, il che si riflette sia in un allargamento dell’affetto negativo sulla struttura del Sé, che in una diminuzione dell’affetto negativo. I risultati, quindi, suggeriscono che le differenze di genere non possono essere circoscritte alle caratteristiche assunte dalla psicosi, ma che possono anche riflettersi nei sottostanti meccanismi eziologici. Il che potrebbe rafforzare l’ipotesi che le donne siano più suscettibili degli uomini ad un’espressione schizoaffettiva della schizofrenia.
Fonte: Myin-Germeys I, Krabbendam L, Delespaul PA, van Os J, Sex Differences in Emotional Reactivity to Daily Life Stress in Psychosis, J Clin Psychiatry 2004;65:805-809.
mondi tolemaici:
«Tipo maschile, femminile ed omo»
Repubblica Salute 15.7.04
Tipo maschile, femminile ed omo
A seconda dell'orientamento sessuale, la razionalità si manifesta al meglio in alcuni campi La differenza dipende soprattutto dall'effetto degli ormoni sul cervello durante lo sviluppo
Ci sono dei test dove mediamente le donne riescono meglio degli uomini. Questi riguardano le cosiddette abilità linguistiche, scritte e orali. Gli uomini invece sono superiori nei test che misurano la capacità di orientamento e le capacità matematiche. Ma anche qui, non mancano le differenze. Le donne sono superiori agli uomini riguardo al calcolo matematico, mentre vanno peggio nella risoluzione dei problemi. È vero che i maschi si orientano meglio leggendo una mappa, ma le donne sono più brave a orientarsi prendendo gli oggetti come riferimento nell'ambiente circostante.
Come si vede, ogni semplificazione è fuori luogo, anche perché sembra che l'orientamento sessuale abbia un suo peso nel forgiare le nostre abilità intellettive.
In un ampio studio, realizzato da Qazi Rahman e colleghi del King's College dell'Università di Londra e pubblicato recentemente su Psychoneuroendocrinology, si dimostra che maschi e femmine omosessuali ottengono dei risultati più vicini al loro orientamento sessuale che al loro genere. Per esempio, maschi eterosessuali, nei test tipicamente maschili (rotazione mentale degli oggetti), risultano superiori sia alle femmine eterosessuali sia ai maschi omosessuali. Analogamente maschi omosessuali hanno un andamento simile a quello delle femmine eterosessuali e quindi superiori ai maschi eterosessuali in test femminili (fluidità verbale). Infine, femmine omosessuali, nel test che misura la fluidità verbale, raggiungono risultati più simili ai maschi che alle femmine eterosessuali. perché?
Alcuni sostengono che le differenze comportamentali riflettono differenze di organizzazione dei circuiti cerebrali, geneticamente fondate.
E' indubbio che esistono delle differenze tra il cervello maschile e quello femminile. Le più rilevanti e documentate riguardano il corpo calloso e le aree del linguaggio.
Il corpo calloso, che rappresenta la interconnessione tra i due emisferi cerebrali, nella donna è molto più sviluppato, il che vuol dire che il cervello femminile lavora in modo più globale. Così, è frequente trovare nel cervello femminile una rappresentazione bilaterale delle aree del linguaggio invece che monolaterale come avviene nel cervello maschile. Alcuni studiosi, come Simon LeVay, hanno trovato una differenza tra maschi eterosessuali e omosessuali in un nucleo ipotalamico legato all'orientamento sessuale: le dimensioni di questo nucleo nei maschi omosessuali sarebbero simili a quello delle femmine.
Le ragioni di queste differenze starebbero nell'azione degli ormoni nel grembo materno: un eccesso di androgeni favorirebbe l'omosessualità. Ma questo è un punto controverso, non confermato da altri studi. Insomma, la realtà umana fa fatica ad essere catturata da schemi troppo rigidi. Anche perché: come conciliare la grandezza matematica di Isaac Newton con la sua unica grande passione amorosa, quella per il giovane collega svizzero Fatio de Duillier? (f. b.)
Tipo maschile, femminile ed omo
A seconda dell'orientamento sessuale, la razionalità si manifesta al meglio in alcuni campi La differenza dipende soprattutto dall'effetto degli ormoni sul cervello durante lo sviluppo
Ci sono dei test dove mediamente le donne riescono meglio degli uomini. Questi riguardano le cosiddette abilità linguistiche, scritte e orali. Gli uomini invece sono superiori nei test che misurano la capacità di orientamento e le capacità matematiche. Ma anche qui, non mancano le differenze. Le donne sono superiori agli uomini riguardo al calcolo matematico, mentre vanno peggio nella risoluzione dei problemi. È vero che i maschi si orientano meglio leggendo una mappa, ma le donne sono più brave a orientarsi prendendo gli oggetti come riferimento nell'ambiente circostante.
Come si vede, ogni semplificazione è fuori luogo, anche perché sembra che l'orientamento sessuale abbia un suo peso nel forgiare le nostre abilità intellettive.
In un ampio studio, realizzato da Qazi Rahman e colleghi del King's College dell'Università di Londra e pubblicato recentemente su Psychoneuroendocrinology, si dimostra che maschi e femmine omosessuali ottengono dei risultati più vicini al loro orientamento sessuale che al loro genere. Per esempio, maschi eterosessuali, nei test tipicamente maschili (rotazione mentale degli oggetti), risultano superiori sia alle femmine eterosessuali sia ai maschi omosessuali. Analogamente maschi omosessuali hanno un andamento simile a quello delle femmine eterosessuali e quindi superiori ai maschi eterosessuali in test femminili (fluidità verbale). Infine, femmine omosessuali, nel test che misura la fluidità verbale, raggiungono risultati più simili ai maschi che alle femmine eterosessuali. perché?
Alcuni sostengono che le differenze comportamentali riflettono differenze di organizzazione dei circuiti cerebrali, geneticamente fondate.
E' indubbio che esistono delle differenze tra il cervello maschile e quello femminile. Le più rilevanti e documentate riguardano il corpo calloso e le aree del linguaggio.
Il corpo calloso, che rappresenta la interconnessione tra i due emisferi cerebrali, nella donna è molto più sviluppato, il che vuol dire che il cervello femminile lavora in modo più globale. Così, è frequente trovare nel cervello femminile una rappresentazione bilaterale delle aree del linguaggio invece che monolaterale come avviene nel cervello maschile. Alcuni studiosi, come Simon LeVay, hanno trovato una differenza tra maschi eterosessuali e omosessuali in un nucleo ipotalamico legato all'orientamento sessuale: le dimensioni di questo nucleo nei maschi omosessuali sarebbero simili a quello delle femmine.
Le ragioni di queste differenze starebbero nell'azione degli ormoni nel grembo materno: un eccesso di androgeni favorirebbe l'omosessualità. Ma questo è un punto controverso, non confermato da altri studi. Insomma, la realtà umana fa fatica ad essere catturata da schemi troppo rigidi. Anche perché: come conciliare la grandezza matematica di Isaac Newton con la sua unica grande passione amorosa, quella per il giovane collega svizzero Fatio de Duillier? (f. b.)
Olanzapina
Yahoo! Salute 14.7.04
EMEA: sicurezza dell’antipsicotico Olanzapina
Di Psichiatria.org
(Xagena - Psichiatria) - L’EMEA ed il suo Comitato Scientifico, CPMP, hanno emesso un “public statement” sull’impiego del farmaco antipsicotico Olanzapina (Zyprexa) nella demenza.
I dati di studi clinici hanno mostrato un aumentato rischio di eventi avversi cerebrovascolari e di mortalità nei pazienti anziani con demenza, trattati con Olanzapina.
Poiché l’Olanzapina non è approvata nel trattamento della psicosi associata alla demenza e/o a disturbi comportamentali, il suo uso in questi pazienti non è raccomandato.
Una serie di studi clinici nei pazienti anziani (età superiore ai 65 anni con demenza) ha mostrato un aumento della mortalità di circa 2 volte e di 3 volte degli eventi avversi cerebrovascolari tra i pazienti trattati con Olanzapina rispetto al placebo.
La più alta mortalità non è risultata associata alla dose di Olanzapina o alla durata del trattamento, bensì a fattori predisponesti, quali età superiore ai 65 anni, sedazione, disfagia, malnutrizione e deidratazione, condizioni polmonari basali (polmonite) o concomitante impiego delle benzodiazepine.
Inoltre, i dati hanno anche mostrato che la presenza di demenza vascolare era associata in modo significativo ad una maggiore probabilità di eventi avversi cerebrovascolari.
Sulla base di questi dati il CPMP ha deciso di introdurre rilevanti “warning” ( avvertenze) sia per i medici prescrittori che per i pazienti:
Fonte: EMEA
EMEA: sicurezza dell’antipsicotico Olanzapina
Di Psichiatria.org
(Xagena - Psichiatria) - L’EMEA ed il suo Comitato Scientifico, CPMP, hanno emesso un “public statement” sull’impiego del farmaco antipsicotico Olanzapina (Zyprexa) nella demenza.
I dati di studi clinici hanno mostrato un aumentato rischio di eventi avversi cerebrovascolari e di mortalità nei pazienti anziani con demenza, trattati con Olanzapina.
Poiché l’Olanzapina non è approvata nel trattamento della psicosi associata alla demenza e/o a disturbi comportamentali, il suo uso in questi pazienti non è raccomandato.
Una serie di studi clinici nei pazienti anziani (età superiore ai 65 anni con demenza) ha mostrato un aumento della mortalità di circa 2 volte e di 3 volte degli eventi avversi cerebrovascolari tra i pazienti trattati con Olanzapina rispetto al placebo.
La più alta mortalità non è risultata associata alla dose di Olanzapina o alla durata del trattamento, bensì a fattori predisponesti, quali età superiore ai 65 anni, sedazione, disfagia, malnutrizione e deidratazione, condizioni polmonari basali (polmonite) o concomitante impiego delle benzodiazepine.
Inoltre, i dati hanno anche mostrato che la presenza di demenza vascolare era associata in modo significativo ad una maggiore probabilità di eventi avversi cerebrovascolari.
Sulla base di questi dati il CPMP ha deciso di introdurre rilevanti “warning” ( avvertenze) sia per i medici prescrittori che per i pazienti:
a) l’Olanzapina non è indicata nel trattamento dei pazienti con psicosi associata alla demenza e/o a comportamenti disturbati;
b) è noto l’uso di neurolettici nei pazienti con demenza e con sintomi psicotici e comportamento disturbato. I dati sono insufficienti ad evidenziare differenze nel rischio di mortalità o di eventi cerebrovascolari tra i neurolettici atipici e quelli convenzionali. Xagena)
Fonte: EMEA
mercoledì 14 luglio 2004
schizofrenia:
in Italia 500.000 malati
Yahoo! Salute 13.7.04 17:49
PSICHIATRIA: SCHIZOFRENIA, IN ITALIA 500.000 MALATI
(ANSA) - ROMA, 13 LUG - La schizofrenia colpisce nel mondo un individuo su cento, mentre in Italia sono circa 500.000 le persone affette da questo disturbo. Una patologia che non e' pero', come pensano molti, incurabile. Anzi.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanita', infatti, circa un terzo delle persone che si ammalano di schizofrenia guarisce e torna a svolgere una vita normale, senza ulteriori ricadute. Un altro terzo, invece, guarisce ma deve continuare ad assumere dei farmaci. La schizofrenia ha uguale prevalenza negli uomini e nelle donne, anche se in queste ultime i sintomi tendono a presentarsi con minore gravita'. Il picco dell'eta' di esordio, per i maschi, e' da collocare tra 15 e 25 anni e per le donne tra 25 e 35 anni, mentre il 90% dei soggetti in cura per ha un'eta' compresa tra 15 e 55 anni.
Ma quali sono le cause di questa malattia? Anche se la maggior parte degli esperti ritiene che la schizofrenia non abbia una causa unica (sembra che il disturbo sia attribuibile ad un insieme di fattori genetici e ambientali), il meccanismo alla base della patologia e' stato individuato nello squilibrio di due neurotrasmettitori, sostanze chimiche che trasmettono i messaggi, presenti nel cervello: la dopamina e la serotonina. In alcune aree del cervello dei pazienti affetti da schizofrenia, infatti, queste sostanze chimiche sono presenti in quantita' eccessive, mentre in altre scarseggiano. Maggiormente a rischio, comunque, sono proprio le fasce socioeconomiche piu' deboli, come hanno dimostrato vari studi. L'80% dei senza tetto ricoverati in ospedali a New York, ad esempio, soffre di condizioni associate a diagnosi psichiatriche, tra cui appunto la schizofrenia. In Italia invece, secondo una stima della Caritas e delle Acli, sono almeno 60 mila le persone senza fissa dimora e di queste il 26% circa e' affetto da problemi psichiatrici. Ma gli esperti lanciano anche l'allarme sui costi sociali legati a questa malattia. I dati piu' recenti dell'OMS hanno infatti dimostrato che la percentuale dei costi attribuibile alle malattie neuropsichiatriche (oneri che derivano alla collettivita' dalla mortalita' e dall'invalidita' provocate da una determinata patologia) e' dell'11,5%, cifra superiore a quella rilevata per le malattie cardiovascolari (10,3%) e oncologiche (5,3%). E tra i disturbi mentali la schizofrenia e' di gran lunga la malattia piu' costosa, con un costo pari a circa 8.800 Euro paziente/anno.
''Per questi malati - ha affermato lo psichiatra Eugenio Aguglia, dell'Universita' di Trieste, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino' - e' fondamentale una diagnosi precoce del disturbo. Purtroppo, invece, questi pazienti giungono dallo specialista molto tardi e dopo percorsi inutili''. Necessaria, secondo lo psichiatra, e' dunque una maggiore sensibilizzazione e specializzazione dei medici di base, che dovrebbero fare da ''primo filtro'' indirizzando i pazienti dagli specialisti. Della stessa opinione il direttore dell'Unita' di Psichiatria ed epidemiologia comportamentale dell'ospedale Cotugno di Napoli Fabrizio Starace, che ha sottolineato come il tempo medio che intercorre tra l'insorgere dei primi sintomi della malattia e il contatto con la struttura di cura sia di 4 anni e mezzo. Quanto ai pregiudizi, secondo Starace derivano innanzitutto da ''conoscenze incomplete e distorte''. Ma c'e' un dato positivo: ''Da una recente indagine tra circa 2.000 giovani, nell'ambito della campagna contro lo stigma della malattia mentale promossa dal ministero della Salute - ha concluso l'esperto - emerge che se il 72% dei ragazzi intervistati dichiara di non avere sufficienti informazioni sulla malattia mentale, ben l'84% afferma di voler conoscere maggiormente queste problematiche''.(ANSA).
PSICHIATRIA: SCHIZOFRENIA, IN ITALIA 500.000 MALATI
(ANSA) - ROMA, 13 LUG - La schizofrenia colpisce nel mondo un individuo su cento, mentre in Italia sono circa 500.000 le persone affette da questo disturbo. Una patologia che non e' pero', come pensano molti, incurabile. Anzi.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanita', infatti, circa un terzo delle persone che si ammalano di schizofrenia guarisce e torna a svolgere una vita normale, senza ulteriori ricadute. Un altro terzo, invece, guarisce ma deve continuare ad assumere dei farmaci. La schizofrenia ha uguale prevalenza negli uomini e nelle donne, anche se in queste ultime i sintomi tendono a presentarsi con minore gravita'. Il picco dell'eta' di esordio, per i maschi, e' da collocare tra 15 e 25 anni e per le donne tra 25 e 35 anni, mentre il 90% dei soggetti in cura per ha un'eta' compresa tra 15 e 55 anni.
Ma quali sono le cause di questa malattia? Anche se la maggior parte degli esperti ritiene che la schizofrenia non abbia una causa unica (sembra che il disturbo sia attribuibile ad un insieme di fattori genetici e ambientali), il meccanismo alla base della patologia e' stato individuato nello squilibrio di due neurotrasmettitori, sostanze chimiche che trasmettono i messaggi, presenti nel cervello: la dopamina e la serotonina. In alcune aree del cervello dei pazienti affetti da schizofrenia, infatti, queste sostanze chimiche sono presenti in quantita' eccessive, mentre in altre scarseggiano. Maggiormente a rischio, comunque, sono proprio le fasce socioeconomiche piu' deboli, come hanno dimostrato vari studi. L'80% dei senza tetto ricoverati in ospedali a New York, ad esempio, soffre di condizioni associate a diagnosi psichiatriche, tra cui appunto la schizofrenia. In Italia invece, secondo una stima della Caritas e delle Acli, sono almeno 60 mila le persone senza fissa dimora e di queste il 26% circa e' affetto da problemi psichiatrici. Ma gli esperti lanciano anche l'allarme sui costi sociali legati a questa malattia. I dati piu' recenti dell'OMS hanno infatti dimostrato che la percentuale dei costi attribuibile alle malattie neuropsichiatriche (oneri che derivano alla collettivita' dalla mortalita' e dall'invalidita' provocate da una determinata patologia) e' dell'11,5%, cifra superiore a quella rilevata per le malattie cardiovascolari (10,3%) e oncologiche (5,3%). E tra i disturbi mentali la schizofrenia e' di gran lunga la malattia piu' costosa, con un costo pari a circa 8.800 Euro paziente/anno.
''Per questi malati - ha affermato lo psichiatra Eugenio Aguglia, dell'Universita' di Trieste, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino' - e' fondamentale una diagnosi precoce del disturbo. Purtroppo, invece, questi pazienti giungono dallo specialista molto tardi e dopo percorsi inutili''. Necessaria, secondo lo psichiatra, e' dunque una maggiore sensibilizzazione e specializzazione dei medici di base, che dovrebbero fare da ''primo filtro'' indirizzando i pazienti dagli specialisti. Della stessa opinione il direttore dell'Unita' di Psichiatria ed epidemiologia comportamentale dell'ospedale Cotugno di Napoli Fabrizio Starace, che ha sottolineato come il tempo medio che intercorre tra l'insorgere dei primi sintomi della malattia e il contatto con la struttura di cura sia di 4 anni e mezzo. Quanto ai pregiudizi, secondo Starace derivano innanzitutto da ''conoscenze incomplete e distorte''. Ma c'e' un dato positivo: ''Da una recente indagine tra circa 2.000 giovani, nell'ambito della campagna contro lo stigma della malattia mentale promossa dal ministero della Salute - ha concluso l'esperto - emerge che se il 72% dei ragazzi intervistati dichiara di non avere sufficienti informazioni sulla malattia mentale, ben l'84% afferma di voler conoscere maggiormente queste problematiche''.(ANSA).
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