La Stampa 21.6.03
Psicoteatro
Seminario il 6 luglio
ASTI. Quest’anno Asti Teatro ospita anche un laboratorio di Psicoteatro organizzato dall’Associazione culturale Agar, che sarà condotto da Pellegrino Delfino, psicoterapeuta, drammaturgo e regista, ideatore di un metodo originale. Inizialmente programmato per domani, il seminario è stato spostato per motivi organizzativi a domenica 6 luglio. Si terrà in sala Pastrone dalle 10 fino a sera, con il coordinamento didattico della psicologa Silvana Nosenzo. Il laboratorio, a numero chiuso, prevede un massimo di 20 partecipanti. È necessario prenotare allo 0141/399.040 (orario 15-17); la partecipazione è gratuita. È riconosciuto dall'Università di Torino (Cirda) come aggiornamento per insegnanti.
Il laboratorio si colloca tra psicologia e teatro, dove diventa importante la scoperta dei propri strumenti affettivi, cognitivi e sociali, per stare nel mondo con la consapevolezza di avere finalità, ruoli ed efficacia. Lo Psicoteatro non è, e non vuole essere, un corso di «specializzazione in finzione», semmai un laboratorio che consente, attraverso tecniche teatrali e psicologiche, il ripristino di una maggiore autenticità
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 21 giugno 2003
ancora sull'elettroshock a Napoli (3)
La Repubblica 21.6.03
Il ritorno dopo 27 anni dell´arcaico elettroshock
di Sergio Piro
Negli Anni Cinquanta le terapie di shock dominavano il campo della psichiatria: lo shock cardiazolico, lo shock acelticolinico, lo shock febbrile (inoculazione di malaria o vaccino endovena), linsulino-terapia e l´elettroshock di Cerletti e Bini, e altri. Queste cure erano caratterizzate dall´insorgere di convulsioni violentissime (cardiazol, elettroshock), coma con risveglio all´ultimo momento (insulina), febbri spaventosamente alte (vaccino endovena). Erano dunque di una violenza estrema. Si diceva che esse fossero come una forte botta a una radio che non funzionava. Il ricorso a metodi così violenti di cura era in parte una necessità legata alla mancanza di terapie importanti delle psicosi e, in parte, un mezzo sbrigativo e redditizio per affrontare ogni tipo di sofferenza, anche quelli (la maggior parte) che avrebbero avuto bisogno di interventi di tipo psicologico, esistentivo, familiare, comunitario, sociale. Non fu solo l´arrivo degli psicofarmaci a spazzare via queste pratiche violente, ma anche il primo diffondersi di una coscienza antropo-psicologica e sociale della sofferenza umana.
Poco dopo la contestazione della psichiatria manicomiale e della violenza di certi metodi terapeutici spazzò via definitivamente i reliquati medievali delle terapie di shock e pose sotto critica pesante le mutilazioni cerebrali della cosiddetta psicochirurgia (ricordate Qualcuno volò dal nido del cuculo?).
La terapia è ammessa in casi particolari ma docenti e studenti del "Federico II" si sono ribellati
Napoli, elettroshock a un malato trent´anni dopo torna la polemica
Il medico: "Era l´unica chance disponibile"
di Giuseppe Di Bello
NAPOLI - Dopo quasi trent´anni a Napoli ricompare l´elettroshok e per curare un giovane di 36 anni affetto da forte depressione. Il protocollo "terapeutico", che sembrava cancellato del tutto ma che è ancora prassi soltanto all´ospedale San Raffaele di Milano e alle università di Pisa e di Roma (La Sapienza), è stato reintrodotto nella clinica psichiatrica dell´università Federico II di Napoli diretta dal professor Giovanni Muscettola. Ma il caso del giovane, ricoverato (e seguito da anni) nella struttura del Nuovo Policlinico, ha scatenato violente polemiche nonostante il docente abbia rassicurato studenti e colleghi: «C´era un´indicazione primaria non sulla diagnosi, ma sulla gravità del quadro clinico. Non si tratta di un ritorno al passato. L´elettroshock era l´unica chance disponibile. A lui e ai familiari abbiamo spiegato i motivi della proposta: hanno capito e, insieme, hanno aderito al protocollo. D´altronde avevamo tentato, a vuoto, tutte le terapie farmacologiche».
Tecnicamente si chiama Tec (Trattamento elettroconvulsivo) ed è una scossa elettrica di circa 100 volts somministrata (in genere in anestesia generale) attraverso uno o due elettrodi applicati ai lati della testa. Un sussulto che dura frazioni di secondo provoca una vera e propria crisi epilettica che dovrebbe risultare benefica per il paziente. A nulla sono servite le proteste degli studenti, del Forum per il diritto alla salute e di alcuni specialisti. Il professore è andato avanti, rifiutando categoricamente di rivedere il caso e, soprattutto, di interrompere il trattamento.
Il primo a essere investito della vicenda è stato il preside della facoltà, Armido Rubino, a cui era stata inviata la richiesta di un dibattito pubblico. Incontro prima concesso e poi disertato. Dice Raffaele Aspide, medico e rappresentante del Forum: «Per rispettare il paziente e la famiglia avremmo preferito non sollevare un polverone ma, visto che hanno risposto picche alle nostre richieste, abbiamo deciso di intervenire pubblicamente. La terapia è iniziata senza alcuna delle quattro indicazioni ammesse dal decreto del '99 (depressione maggiore, sindrome catatonica, sindrome maligna da neurolettici e mania). E ci ha fatto rabbrividire quanto ci ha confessato un docente: l´elettroshock viene praticato da decenni in moltissime strutture private e nessuno denuncia». Da parte sua il preside preferisce allentare la tensione: «Non posso esprimermi perché non sono psichiatra e non ho responsabilità gestionali o organizzative o anche di solo controllo e vigilanza sulle attività dell´azienda policlinico. Ho comunque chiesto al professor Muscettola di promuovere un dibattito pubblico».
Enrico de Notaris è specialista e lavora nella stessa struttura. Non condivide la scelta del suo direttore e osserva: «Il trattamento elettroconvulsivo ingenera una sospensione della coscienza, uno stato di leggero coma e questo vuol dire simbolicamente interruzione del rapporto col mondo e quindi anche col terapeuta. Insomma viene meno uno dei principi fondamentali della terapia integrata, cioè tra psicoterapia e trattamento farmacologico». Severo anche il giudizio di Sergio Piro, direttore della scuola "Sperimentale antropologico-trasformazionale": «Il fatto è preoccupante perché si allinea con altri elementi di regressione nella riforma psichiatrica. Qui si rischia di nuovo la legatura nei servizi psichiatrici, la trasformazione delle Case famiglia in reparti chiusi e la riapertura di manicomi come il Frullone di Napoli».
Il ritorno dopo 27 anni dell´arcaico elettroshock
di Sergio Piro
Negli Anni Cinquanta le terapie di shock dominavano il campo della psichiatria: lo shock cardiazolico, lo shock acelticolinico, lo shock febbrile (inoculazione di malaria o vaccino endovena), linsulino-terapia e l´elettroshock di Cerletti e Bini, e altri. Queste cure erano caratterizzate dall´insorgere di convulsioni violentissime (cardiazol, elettroshock), coma con risveglio all´ultimo momento (insulina), febbri spaventosamente alte (vaccino endovena). Erano dunque di una violenza estrema. Si diceva che esse fossero come una forte botta a una radio che non funzionava. Il ricorso a metodi così violenti di cura era in parte una necessità legata alla mancanza di terapie importanti delle psicosi e, in parte, un mezzo sbrigativo e redditizio per affrontare ogni tipo di sofferenza, anche quelli (la maggior parte) che avrebbero avuto bisogno di interventi di tipo psicologico, esistentivo, familiare, comunitario, sociale. Non fu solo l´arrivo degli psicofarmaci a spazzare via queste pratiche violente, ma anche il primo diffondersi di una coscienza antropo-psicologica e sociale della sofferenza umana.
Poco dopo la contestazione della psichiatria manicomiale e della violenza di certi metodi terapeutici spazzò via definitivamente i reliquati medievali delle terapie di shock e pose sotto critica pesante le mutilazioni cerebrali della cosiddetta psicochirurgia (ricordate Qualcuno volò dal nido del cuculo?).
La terapia è ammessa in casi particolari ma docenti e studenti del "Federico II" si sono ribellati
Napoli, elettroshock a un malato trent´anni dopo torna la polemica
Il medico: "Era l´unica chance disponibile"
di Giuseppe Di Bello
NAPOLI - Dopo quasi trent´anni a Napoli ricompare l´elettroshok e per curare un giovane di 36 anni affetto da forte depressione. Il protocollo "terapeutico", che sembrava cancellato del tutto ma che è ancora prassi soltanto all´ospedale San Raffaele di Milano e alle università di Pisa e di Roma (La Sapienza), è stato reintrodotto nella clinica psichiatrica dell´università Federico II di Napoli diretta dal professor Giovanni Muscettola. Ma il caso del giovane, ricoverato (e seguito da anni) nella struttura del Nuovo Policlinico, ha scatenato violente polemiche nonostante il docente abbia rassicurato studenti e colleghi: «C´era un´indicazione primaria non sulla diagnosi, ma sulla gravità del quadro clinico. Non si tratta di un ritorno al passato. L´elettroshock era l´unica chance disponibile. A lui e ai familiari abbiamo spiegato i motivi della proposta: hanno capito e, insieme, hanno aderito al protocollo. D´altronde avevamo tentato, a vuoto, tutte le terapie farmacologiche».
Tecnicamente si chiama Tec (Trattamento elettroconvulsivo) ed è una scossa elettrica di circa 100 volts somministrata (in genere in anestesia generale) attraverso uno o due elettrodi applicati ai lati della testa. Un sussulto che dura frazioni di secondo provoca una vera e propria crisi epilettica che dovrebbe risultare benefica per il paziente. A nulla sono servite le proteste degli studenti, del Forum per il diritto alla salute e di alcuni specialisti. Il professore è andato avanti, rifiutando categoricamente di rivedere il caso e, soprattutto, di interrompere il trattamento.
Il primo a essere investito della vicenda è stato il preside della facoltà, Armido Rubino, a cui era stata inviata la richiesta di un dibattito pubblico. Incontro prima concesso e poi disertato. Dice Raffaele Aspide, medico e rappresentante del Forum: «Per rispettare il paziente e la famiglia avremmo preferito non sollevare un polverone ma, visto che hanno risposto picche alle nostre richieste, abbiamo deciso di intervenire pubblicamente. La terapia è iniziata senza alcuna delle quattro indicazioni ammesse dal decreto del '99 (depressione maggiore, sindrome catatonica, sindrome maligna da neurolettici e mania). E ci ha fatto rabbrividire quanto ci ha confessato un docente: l´elettroshock viene praticato da decenni in moltissime strutture private e nessuno denuncia». Da parte sua il preside preferisce allentare la tensione: «Non posso esprimermi perché non sono psichiatra e non ho responsabilità gestionali o organizzative o anche di solo controllo e vigilanza sulle attività dell´azienda policlinico. Ho comunque chiesto al professor Muscettola di promuovere un dibattito pubblico».
Enrico de Notaris è specialista e lavora nella stessa struttura. Non condivide la scelta del suo direttore e osserva: «Il trattamento elettroconvulsivo ingenera una sospensione della coscienza, uno stato di leggero coma e questo vuol dire simbolicamente interruzione del rapporto col mondo e quindi anche col terapeuta. Insomma viene meno uno dei principi fondamentali della terapia integrata, cioè tra psicoterapia e trattamento farmacologico». Severo anche il giudizio di Sergio Piro, direttore della scuola "Sperimentale antropologico-trasformazionale": «Il fatto è preoccupante perché si allinea con altri elementi di regressione nella riforma psichiatrica. Qui si rischia di nuovo la legatura nei servizi psichiatrici, la trasformazione delle Case famiglia in reparti chiusi e la riapertura di manicomi come il Frullone di Napoli».
il Consiglio dell'Unione Europea: lo stato dell'arte sulla psichiatria
(ricevuto da Michael L. Stiefel)
CONCLUSIONI DEL CONSIGLIO del 2 giugno 2003
sulla lotta alla stigmatizzazione e alla discriminazione in relazione alle malattie mentali
(2003/C 141/01)
IL CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA
1. RAMMENTANDO la risoluzione del Consiglio, del 18 novembre 1999, sulla promozione della salute mentale (1) in cui, tra l'altro, invitava la Commissione a esaminare la possibilità di inserire nei futuri programmi d'azione per la sanità pubblica attività relative alla salute mentale, la risoluzione del Consiglio, del 29 giugno 2000, sull'azione relativa ai fattori determinanti per la salute (2), le conclusioni del Consiglio del 5 giugno 2001 relative ad una strategia comunitaria intesa a ridurre i pericoli connessi con l'alcol (3) che, tra l'altro, sottolinea lo stretto legame tra abuso di alcol, emarginazione sociale e malattie mentali e le conclusioni del Consiglio del 15 novembre 2001 «combattere i problemi legati allo stress e alla depressione» (4) in cui, tra l'altro, invitava gli Stati membri ad agire perché nei servizi sanitari di base, come pure in altri servizi sanitari e nei servizi sociali, per migliorare la conoscenza della promozione della salute mentale;
2. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario per combattere le discriminazioni (2001-2006) (5) sottolinea, tra l'altro, le particolari necessità dei disabili e la necessità di una combinazione di misure, e in particolare di strumenti legislativi e azioni concrete destinati a rafforzarsi reciprocamente;
3. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario inteso ad incoraggiare la cooperazione tra gli Stati membri al fine di combattere l'emarginazione sociale (6) sottolinea che le misure di lotta contro l'emarginazione sociale dovrebbero essere volte a rendere ogni individuo in grado di sovvenire alle proprie necessità (mediante un'occupazione retribuita o in altro modo) e di integrarsi nella società;
4. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario nel campo della sanità pubblica (2003-2008) (7) è inteso a contribuire, tra l'altro, a garantire un alto livello di protezione della salute umana nella definizione e attuazione di tutte le politiche e attività comunitarie, promuovendo una strategia sanitaria integrata e intersettoriale e a lottare contro la disparità nel settore della salute;
5. PLAUDE alla Conferenza europea «Mental illness and Stigma in Europe: facing up to the challenges of Social Inclusion and Equity» (Malattie mentali e stigmatizzazione in Europa: affrontare le sfide dell'inserimento sociale e della parità), tenutasi ad Atene dal 27 al 29 marzo 2003, in cui si è sottolineata l'importanza di lottare contro la stigmatizzazione per migliorare la salute mentale;
6. SI COMPIACE per la risoluzione della cinquantacinquesima Assemblea mondiale della sanità WHA55.10 approvata da tutti gli Stati membri, in cui si riconosce che i problemi della salute mentale rappresentano un onere molto gravoso che aumenta in tutto il mondo, che tali problemi costituiscono causa di grave disabilità, aumentano il rischio di emarginazione sociale e aumentano la mortalità, che la stigmatizzazione e la discriminazione sono gravi problemi che ostacolano l'accesso alle cure e che i costi umani ed economici sono impressionanti;
7. RICONOSCE che la stigmatizzazione delle malattie contribuisce negativamente alla parità e all'inclusione sociale e ha pertanto ripercussioni sulla protezione della salute;
8. SOTTOLINEA l'esistenza di prove dell'effetto deleterio che la stigmatizzazione e la discriminazione esercitano sull'evoluzione e sulle conseguenze della malattia mentale, nonché sulla qualità della vita delle persone affette da tale malattia e delle loro famiglie;
9. RICONOSCE l'importanza di promuovere azioni efficaci nel quadro di tutte le politiche in materia per aumentare l'inserimento sociale e la parità e per lottare contro la discriminazione e la stigmatizzazione;
10. RITIENE che sia necessario aumentare la visibilità dell'importanza della salute mentale per tutti nonché dei problemi connessi alla stigmatizzazione e alla discriminazione in relazione alle malattie mentali e la sensibilizzazione del pubblico al riguardo;
11. RICONOSCE l'importanza dell'accesso a cure adeguate ed efficaci, dell'accesso al mercato del lavoro, all'istruzione e agli altri servizi pubblici per agevolare l'inserimento e il reinserimento nella società delle persone affette da malattie mentali;
12. INVITA gli Stati membri a:
— prestare particolare attenzione all'impatto dei problemi legati alla stigmatizzazione e alla discriminazione causati dalle malattie mentali in tutte le fasce di età e assicurarsi che tali problemi siano riconosciuti; in tale contesto, a prestare particolare attenzione alla riduzione del rischio di emarginazione sociale,
— rilevare dati qualitativamente validi sulle conseguenze sociali, economiche e sanitarie della stigmatizzazione causata dalle malattie mentali,
— intraprendere azioni intese a combattere la stigmatizzazione e a promuovere l'inserimento sociale nel quadro di un partenariato e di un dialogo attivi con tutti i partecipanti al fine di incoraggiare un approccio integrato e coordinato;
13. INVITA la Commissione a:
— prestare particolare attenzione ad una collaborazione attiva nel quadro di tutte le pertinenti politiche e azioni comunitarie, in particolare azioni relative all'occupazione, alla non discriminazione, alla protezione sociale, all'istruzione e alla sanità, per ridurre la stigmatizzazione e la discriminazione in relazione alle malattie mentali,
— ad intraprendere attività volte a facilitare lo scambio di informazioni e di conoscenze nel contesto di politiche nazionali per assicurare la tutela della salute delle persone che soffrono di problemi di salute mentale, prestando particolare attenzione alla lotta contro la stigmatizzazione e la discriminazione e alla promozione dell'inserimento sociale delle persone che soffrono di malattie mentali.
(T 17.6.2003 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 141/1)
(1) GU C 86 del 24.3.2000, pag. 1.
(2) GU C 218 del 31.7.2000, pag. 8.
(3) GU C 175 del 20.6.2001, pag. 1.
(4) GU C 6 del 9.1.2002, pag. 1.
(5) GU L 303 del 2.12.2000, pag. 23.
(6) GU L 10 del 12.1.2002, pag. 1. (7) GU L 271 del 9.10.2002, pag. 1.
CONCLUSIONI DEL CONSIGLIO del 2 giugno 2003
sulla lotta alla stigmatizzazione e alla discriminazione in relazione alle malattie mentali
(2003/C 141/01)
IL CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA
1. RAMMENTANDO la risoluzione del Consiglio, del 18 novembre 1999, sulla promozione della salute mentale (1) in cui, tra l'altro, invitava la Commissione a esaminare la possibilità di inserire nei futuri programmi d'azione per la sanità pubblica attività relative alla salute mentale, la risoluzione del Consiglio, del 29 giugno 2000, sull'azione relativa ai fattori determinanti per la salute (2), le conclusioni del Consiglio del 5 giugno 2001 relative ad una strategia comunitaria intesa a ridurre i pericoli connessi con l'alcol (3) che, tra l'altro, sottolinea lo stretto legame tra abuso di alcol, emarginazione sociale e malattie mentali e le conclusioni del Consiglio del 15 novembre 2001 «combattere i problemi legati allo stress e alla depressione» (4) in cui, tra l'altro, invitava gli Stati membri ad agire perché nei servizi sanitari di base, come pure in altri servizi sanitari e nei servizi sociali, per migliorare la conoscenza della promozione della salute mentale;
2. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario per combattere le discriminazioni (2001-2006) (5) sottolinea, tra l'altro, le particolari necessità dei disabili e la necessità di una combinazione di misure, e in particolare di strumenti legislativi e azioni concrete destinati a rafforzarsi reciprocamente;
3. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario inteso ad incoraggiare la cooperazione tra gli Stati membri al fine di combattere l'emarginazione sociale (6) sottolinea che le misure di lotta contro l'emarginazione sociale dovrebbero essere volte a rendere ogni individuo in grado di sovvenire alle proprie necessità (mediante un'occupazione retribuita o in altro modo) e di integrarsi nella società;
4. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario nel campo della sanità pubblica (2003-2008) (7) è inteso a contribuire, tra l'altro, a garantire un alto livello di protezione della salute umana nella definizione e attuazione di tutte le politiche e attività comunitarie, promuovendo una strategia sanitaria integrata e intersettoriale e a lottare contro la disparità nel settore della salute;
5. PLAUDE alla Conferenza europea «Mental illness and Stigma in Europe: facing up to the challenges of Social Inclusion and Equity» (Malattie mentali e stigmatizzazione in Europa: affrontare le sfide dell'inserimento sociale e della parità), tenutasi ad Atene dal 27 al 29 marzo 2003, in cui si è sottolineata l'importanza di lottare contro la stigmatizzazione per migliorare la salute mentale;
6. SI COMPIACE per la risoluzione della cinquantacinquesima Assemblea mondiale della sanità WHA55.10 approvata da tutti gli Stati membri, in cui si riconosce che i problemi della salute mentale rappresentano un onere molto gravoso che aumenta in tutto il mondo, che tali problemi costituiscono causa di grave disabilità, aumentano il rischio di emarginazione sociale e aumentano la mortalità, che la stigmatizzazione e la discriminazione sono gravi problemi che ostacolano l'accesso alle cure e che i costi umani ed economici sono impressionanti;
7. RICONOSCE che la stigmatizzazione delle malattie contribuisce negativamente alla parità e all'inclusione sociale e ha pertanto ripercussioni sulla protezione della salute;
8. SOTTOLINEA l'esistenza di prove dell'effetto deleterio che la stigmatizzazione e la discriminazione esercitano sull'evoluzione e sulle conseguenze della malattia mentale, nonché sulla qualità della vita delle persone affette da tale malattia e delle loro famiglie;
9. RICONOSCE l'importanza di promuovere azioni efficaci nel quadro di tutte le politiche in materia per aumentare l'inserimento sociale e la parità e per lottare contro la discriminazione e la stigmatizzazione;
10. RITIENE che sia necessario aumentare la visibilità dell'importanza della salute mentale per tutti nonché dei problemi connessi alla stigmatizzazione e alla discriminazione in relazione alle malattie mentali e la sensibilizzazione del pubblico al riguardo;
11. RICONOSCE l'importanza dell'accesso a cure adeguate ed efficaci, dell'accesso al mercato del lavoro, all'istruzione e agli altri servizi pubblici per agevolare l'inserimento e il reinserimento nella società delle persone affette da malattie mentali;
12. INVITA gli Stati membri a:
— prestare particolare attenzione all'impatto dei problemi legati alla stigmatizzazione e alla discriminazione causati dalle malattie mentali in tutte le fasce di età e assicurarsi che tali problemi siano riconosciuti; in tale contesto, a prestare particolare attenzione alla riduzione del rischio di emarginazione sociale,
— rilevare dati qualitativamente validi sulle conseguenze sociali, economiche e sanitarie della stigmatizzazione causata dalle malattie mentali,
— intraprendere azioni intese a combattere la stigmatizzazione e a promuovere l'inserimento sociale nel quadro di un partenariato e di un dialogo attivi con tutti i partecipanti al fine di incoraggiare un approccio integrato e coordinato;
13. INVITA la Commissione a:
— prestare particolare attenzione ad una collaborazione attiva nel quadro di tutte le pertinenti politiche e azioni comunitarie, in particolare azioni relative all'occupazione, alla non discriminazione, alla protezione sociale, all'istruzione e alla sanità, per ridurre la stigmatizzazione e la discriminazione in relazione alle malattie mentali,
— ad intraprendere attività volte a facilitare lo scambio di informazioni e di conoscenze nel contesto di politiche nazionali per assicurare la tutela della salute delle persone che soffrono di problemi di salute mentale, prestando particolare attenzione alla lotta contro la stigmatizzazione e la discriminazione e alla promozione dell'inserimento sociale delle persone che soffrono di malattie mentali.
(T 17.6.2003 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 141/1)
(1) GU C 86 del 24.3.2000, pag. 1.
(2) GU C 218 del 31.7.2000, pag. 8.
(3) GU C 175 del 20.6.2001, pag. 1.
(4) GU C 6 del 9.1.2002, pag. 1.
(5) GU L 303 del 2.12.2000, pag. 23.
(6) GU L 10 del 12.1.2002, pag. 1. (7) GU L 271 del 9.10.2002, pag. 1.
venerdì 20 giugno 2003
Sirchia, dopo il convegno dell'Arap di ieri, 19.6, a Palazzo Marini...
Psichiatria: Sirchia, investire su strutture di prossimità
(ANSA) - ROMA, 19.6.03
''Sui temi legati alla riforma della legge 180 si scatena una battaglia ideologica che fa perdere di vista l'oggettivita'. Bisogna investire sulle strutture di prossimita'''. E' quanto dichiarato dal ministro Sirchia in occasione del convegno su leggi e regolamenti psichiatrici tenutosi oggi a Roma. Sirchia ha detto che c'e' bisogno di altro personale e altri medici. ''Ci sono delle difficolta', ma ragionare insieme e' il primo passo da fare''. Il ministro ha inoltre parlato di quanto prevede per la psichiatria il nuovo Piano sanitario nazionale 2003-2005, spiegando che ''sono stati puntualizzati alcuni elementi che erano fortemente richiesti da parte degli specialisti, senza cambiare l'impianto che gia' abbiamo, ma cercando di migliorarlo. Inoltre c'e' una campagna d'informazione per la lotta allo stigma che e' stata lanciata dall'Unione Europea dalla presidenza greca che abbiamo ripreso e che abbiamo messo tra il programma da fare. Ci sono poi i servizi di prossimita' che sono la parte forse piu' importante che con le regioni abbiamo definito di attivare per quanto possibile''. L'incontro organizzato dall'Arap (Associazione riforma assistenza psichiatrica), aveva come obiettivo quello di promuovere un confronto tra la legislazione italiana vigente e quelle di alcuni Stati dell'Unione Europea. Al convegno e' intervenuta anche Maria Burani Procaccini, membro della Commissione Affari Sociali della Camera e firmataria della proposta di legge riforma della 180. ''La proposta di legge ha passato numerosi vagli'', ha dichiarato Burani Procaccini e molte sono state le modifiche apportate in base alle critiche che sono state mosse. Il deputato sottolinea il bisogno dei finanziamenti per attuare la riforma e di tempo perche' ''questa legge e' molto delicata, su cui dobbiamo lavorare con molta attenzione, non possiamo sbagliare''. Giorgio Conti, di Alleanza Nazionale, ammette che la nuova stesura contiene molte modifiche, alcune delle quali proposte da lui stesso, ''qualcosa ancora da cambiare ancora c'e', ma niente di grave''. ''La legge 180 - ha dichiarato Luisa Zardini, presidente dell'Arap - ha chiuso i manicomi, ma non ha dato istruzioni su cosa fare dopo. Noi vogliamo piu' dettagli, strutture per accogliere i malati dopo l'ospedale. Molto dipende anche dal personale che deve essere aggiornato. C'e' poi bisogno di un'assistenza sociale e dell'assistenza alle famiglie, che devono essere anch'esse seguite dai medici''. ''Quando si dice - afferma Tonino Cantelmi, presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici - che la 180 non e' stata applicata in Italia si dice una falsita'. Tutti gli indici strutturali sono stati raggiunti. Se qualcosa non funziona non e' dovuto al fatto che non e' stata applicata la legge, ma a tutti i cambiamenti avvenuti in 25 anni. Abbiamo farmaci, tecniche e sistemi di riferimento nuovi che devono guidare l'adeguamento dell'organizzazione dei servizi. Se questo non succede, avvengono i fatti che allarmano l'opinione pubblica. Per questo e' necessario un nuovo passaggio legislativo che sottolinei il cambiamento che c'e' nella psichiatria''.
(ANSA).
il Messaggero 20.6.03
Il Piano sanitario 2003-2005 presentato a Ciampi
Sirchia: «Nuovi fondi o si tagliano i servizi»
(...)
C’è bisogno di altro personale e di altri medici per assistere i malati psichiatrici, ha assicurato il ministro durante un incontro organizzato dall’Arap (Associazione riforma assistenza psichiatrica). Nel Piano 2003-2005 è prevista una campagna d’informazione per la lotta allo stigma che è stata lanciata dall’Unione Europea dalla presidenza greca. «Ci sono poi i servizi di prossimità - annuncia il ministro - che sono la parte forse più importante che con le le regioni abbiamo definito di attivare per quanto possibile». Pronta la risposta delle famiglie dei malati: «La legge 180 - ha detto Luisa Zardini, presidente dell’Arap - ha chiuso i manicomi, ma non ha dato istruzioni su cosa fare dopo. Noi vogliamo più dettagli, strutture per accogliere i pazienti dopo l’ospedale».
(ANSA) - ROMA, 19.6.03
''Sui temi legati alla riforma della legge 180 si scatena una battaglia ideologica che fa perdere di vista l'oggettivita'. Bisogna investire sulle strutture di prossimita'''. E' quanto dichiarato dal ministro Sirchia in occasione del convegno su leggi e regolamenti psichiatrici tenutosi oggi a Roma. Sirchia ha detto che c'e' bisogno di altro personale e altri medici. ''Ci sono delle difficolta', ma ragionare insieme e' il primo passo da fare''. Il ministro ha inoltre parlato di quanto prevede per la psichiatria il nuovo Piano sanitario nazionale 2003-2005, spiegando che ''sono stati puntualizzati alcuni elementi che erano fortemente richiesti da parte degli specialisti, senza cambiare l'impianto che gia' abbiamo, ma cercando di migliorarlo. Inoltre c'e' una campagna d'informazione per la lotta allo stigma che e' stata lanciata dall'Unione Europea dalla presidenza greca che abbiamo ripreso e che abbiamo messo tra il programma da fare. Ci sono poi i servizi di prossimita' che sono la parte forse piu' importante che con le regioni abbiamo definito di attivare per quanto possibile''. L'incontro organizzato dall'Arap (Associazione riforma assistenza psichiatrica), aveva come obiettivo quello di promuovere un confronto tra la legislazione italiana vigente e quelle di alcuni Stati dell'Unione Europea. Al convegno e' intervenuta anche Maria Burani Procaccini, membro della Commissione Affari Sociali della Camera e firmataria della proposta di legge riforma della 180. ''La proposta di legge ha passato numerosi vagli'', ha dichiarato Burani Procaccini e molte sono state le modifiche apportate in base alle critiche che sono state mosse. Il deputato sottolinea il bisogno dei finanziamenti per attuare la riforma e di tempo perche' ''questa legge e' molto delicata, su cui dobbiamo lavorare con molta attenzione, non possiamo sbagliare''. Giorgio Conti, di Alleanza Nazionale, ammette che la nuova stesura contiene molte modifiche, alcune delle quali proposte da lui stesso, ''qualcosa ancora da cambiare ancora c'e', ma niente di grave''. ''La legge 180 - ha dichiarato Luisa Zardini, presidente dell'Arap - ha chiuso i manicomi, ma non ha dato istruzioni su cosa fare dopo. Noi vogliamo piu' dettagli, strutture per accogliere i malati dopo l'ospedale. Molto dipende anche dal personale che deve essere aggiornato. C'e' poi bisogno di un'assistenza sociale e dell'assistenza alle famiglie, che devono essere anch'esse seguite dai medici''. ''Quando si dice - afferma Tonino Cantelmi, presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici - che la 180 non e' stata applicata in Italia si dice una falsita'. Tutti gli indici strutturali sono stati raggiunti. Se qualcosa non funziona non e' dovuto al fatto che non e' stata applicata la legge, ma a tutti i cambiamenti avvenuti in 25 anni. Abbiamo farmaci, tecniche e sistemi di riferimento nuovi che devono guidare l'adeguamento dell'organizzazione dei servizi. Se questo non succede, avvengono i fatti che allarmano l'opinione pubblica. Per questo e' necessario un nuovo passaggio legislativo che sottolinei il cambiamento che c'e' nella psichiatria''.
(ANSA).
il Messaggero 20.6.03
Il Piano sanitario 2003-2005 presentato a Ciampi
Sirchia: «Nuovi fondi o si tagliano i servizi»
(...)
C’è bisogno di altro personale e di altri medici per assistere i malati psichiatrici, ha assicurato il ministro durante un incontro organizzato dall’Arap (Associazione riforma assistenza psichiatrica). Nel Piano 2003-2005 è prevista una campagna d’informazione per la lotta allo stigma che è stata lanciata dall’Unione Europea dalla presidenza greca. «Ci sono poi i servizi di prossimità - annuncia il ministro - che sono la parte forse più importante che con le le regioni abbiamo definito di attivare per quanto possibile». Pronta la risposta delle famiglie dei malati: «La legge 180 - ha detto Luisa Zardini, presidente dell’Arap - ha chiuso i manicomi, ma non ha dato istruzioni su cosa fare dopo. Noi vogliamo più dettagli, strutture per accogliere i pazienti dopo l’ospedale».
Marco Bellocchio
Roma, venerdì 20.6.03 (dal Messaggero e da Repubblica)
Arcipelago. Prende il via il festival dedicato ai corti con le opere di Marco Bellocchio, Peter Mullan, Pappi Corsicato. Cinema Intrastevere, vicolo Moroni 3a, tel 0639387246.
Arcipelago. Prende il via il festival dedicato ai corti con le opere di Marco Bellocchio, Peter Mullan, Pappi Corsicato. Cinema Intrastevere, vicolo Moroni 3a, tel 0639387246.
una lettera
La Repubblica 20.6.03
Panico e psicoterapia
storia di sanità pubblica
Roberto Marani, Bologna
mel16423@iperbole.bologna.it
Sono da molti anni sofferente di depressione e attacchi di panico. Da alcuni mesi sono visto periodicamente da una dottoressa di un centro di igiene mentale di Bologna, la mia città. Dopo aver dovuto interrompere per una serie di motivi una psicoterapia già avviata, l'altro giorno mi sono sentito dire che è opportuno che trovi un lavoro più remunerativo per potermi pagare una psicoterapia privata. Bel consiglio, da parte di un servizio pubblico. Non so se sia opportuno fare paralleli tra la politica e questo caso di "deontologia privatistica". Per quanto mi riguarda, non ho, fuor di metafora, più parole.
Panico e psicoterapia
storia di sanità pubblica
Roberto Marani, Bologna
mel16423@iperbole.bologna.it
Sono da molti anni sofferente di depressione e attacchi di panico. Da alcuni mesi sono visto periodicamente da una dottoressa di un centro di igiene mentale di Bologna, la mia città. Dopo aver dovuto interrompere per una serie di motivi una psicoterapia già avviata, l'altro giorno mi sono sentito dire che è opportuno che trovi un lavoro più remunerativo per potermi pagare una psicoterapia privata. Bel consiglio, da parte di un servizio pubblico. Non so se sia opportuno fare paralleli tra la politica e questo caso di "deontologia privatistica". Per quanto mi riguarda, non ho, fuor di metafora, più parole.
sogni in workshop contro il burn-out, a Roma
Galileo 20.6.03
Il Sudbury Neutrinos Observatory
Formazione sanitaria
Sognando s'impara
di Giuliana Brunetti
Medici, psicologi e infermieri si trovano spesso di fronte a momenti importanti di vita e morte dei pazienti: situazioni che mettono a dura prova l'equilibrio psicologico degli operatori sanitari. E che nei casi più drammatici possono portare al burn out, la sindrome di esaurimento emozionale per cui ci si sente sopraffatti dalle richieste emozionali imposte dagli altri e incapaci di farvi fronte. Una formazione professionale in questo senso è dunque un'esigenza sempre più avvertita tra chi lavora nei reparti ospedalieri, e di recente anche da noi si sta facendo qualcosa. Si tratta di iniziative pionieristiche per il nostro paese, come per esempio l'utilizzo del "social dreaming" per imparare a gestire le emozioni nella relazione medico-paziente. Il metodo, elaborato una ventina di anni fa da Gordon Lawrence, è stato presentato nei giorni scorsi a Roma in un workshop organizzato dall'International Institute for Psychoanalytic Research and Training of Healt Professionals (Iiprthp) in collaborazione con il Centro ricerche oncologiche Giovanni XXIII dell'Università Cattolica.
Imparare a gestire le proprie emozioni attraverso l'elaborazione collettiva dei propri sogni: è questo il senso del "social dreaming", tecnica di derivazione psicoanalitica ispirata alla libera associazione di immagini di freudiana memoria e alla "amplificazione" formulata da Carl Gustav Jung. Semplificando, la cosa funziona così: un gruppo omogeneo di persone si riunisce e, a turno, ciascuno racconta il proprio sogno, lasciando poi spazio alle osservazioni degli altri che, con la guida di esperti, individuano collegamenti tra le varie narrazioni. Rispetto alla formulazione originaria, a Roma si è introdotta una variante: "Abbiamo aggiunto il cinema al social dreaming", spiega Domenico Nesci, psichiatra dell'Università Cattolica di Roma e membro dell'Iiprthp.
L'iniziativa romana si è svolta in due momenti: la prima sera i partecipanti hanno assistito alla proiezione di un film sul tema , il giorno dopo è avvenuto un nuovo incontro durante il quale sono stati raccontati ed elaborati i sogni suscitati dal film. Per il workshop romano, dedicato alla vita prenatale nell'immaginario e rivolto agli operatori di reparti di ostetricia e ginecologia, è stato scelto il film "Pinocchio" di Luigi Comencini, nel quale, secondo gli esperti, è possibile seguire le metamorfosi delle origini della vita simbolizzate dai passaggi del protagonista da pezzo di legno (vita vegetativa) a somarello (vita animale) fino all'ultima trasformazione in un bambino vero dopo il parto-nascita, rappresentato dall'uscita dal ventre della balena-mostro. "Il momento di condivisione dei sogni", spiega lo psichiatra romano, "avviene alla presenza di un gruppo di analisti molto esperti, che permettono la creazione di una catena associativa tra le situazioni vissute in ospedale, che vengono in mente ai partecipanti in relazione al film, e le scene sognate. Noi lavoriamo in tre: i professori Tommaso Poliseno e Dominique Scarfone, psicoanalista dell'Università di Montreal, e il sottoscritto".
Il metodo sviluppato all'Iiprthp è da qualche giorno protagonista di un programma televisivo a puntate dal titolo "Doppio sogno" e trasmesso su Rai-Sat canale cinema. "La realizzazione della versione televisiva", conclude Nesci, "è più complessa rispetto agli incontri appena descritti, infatti, complessivamente, si assiste a due film. Il primo è, come negli incontri avvenuti a Roma, quello scelto dagli esperti a seconda del tema che si desidera trattare. Il secondo viene montato, invece, mettendo insieme delle immagini che richiamano le scene dei sogni raccontate dai partecipanti".
Magazine, 27 giugno 2003 © Galileo
Il Sudbury Neutrinos Observatory
Formazione sanitaria
Sognando s'impara
di Giuliana Brunetti
Medici, psicologi e infermieri si trovano spesso di fronte a momenti importanti di vita e morte dei pazienti: situazioni che mettono a dura prova l'equilibrio psicologico degli operatori sanitari. E che nei casi più drammatici possono portare al burn out, la sindrome di esaurimento emozionale per cui ci si sente sopraffatti dalle richieste emozionali imposte dagli altri e incapaci di farvi fronte. Una formazione professionale in questo senso è dunque un'esigenza sempre più avvertita tra chi lavora nei reparti ospedalieri, e di recente anche da noi si sta facendo qualcosa. Si tratta di iniziative pionieristiche per il nostro paese, come per esempio l'utilizzo del "social dreaming" per imparare a gestire le emozioni nella relazione medico-paziente. Il metodo, elaborato una ventina di anni fa da Gordon Lawrence, è stato presentato nei giorni scorsi a Roma in un workshop organizzato dall'International Institute for Psychoanalytic Research and Training of Healt Professionals (Iiprthp) in collaborazione con il Centro ricerche oncologiche Giovanni XXIII dell'Università Cattolica.
Imparare a gestire le proprie emozioni attraverso l'elaborazione collettiva dei propri sogni: è questo il senso del "social dreaming", tecnica di derivazione psicoanalitica ispirata alla libera associazione di immagini di freudiana memoria e alla "amplificazione" formulata da Carl Gustav Jung. Semplificando, la cosa funziona così: un gruppo omogeneo di persone si riunisce e, a turno, ciascuno racconta il proprio sogno, lasciando poi spazio alle osservazioni degli altri che, con la guida di esperti, individuano collegamenti tra le varie narrazioni. Rispetto alla formulazione originaria, a Roma si è introdotta una variante: "Abbiamo aggiunto il cinema al social dreaming", spiega Domenico Nesci, psichiatra dell'Università Cattolica di Roma e membro dell'Iiprthp.
L'iniziativa romana si è svolta in due momenti: la prima sera i partecipanti hanno assistito alla proiezione di un film sul tema , il giorno dopo è avvenuto un nuovo incontro durante il quale sono stati raccontati ed elaborati i sogni suscitati dal film. Per il workshop romano, dedicato alla vita prenatale nell'immaginario e rivolto agli operatori di reparti di ostetricia e ginecologia, è stato scelto il film "Pinocchio" di Luigi Comencini, nel quale, secondo gli esperti, è possibile seguire le metamorfosi delle origini della vita simbolizzate dai passaggi del protagonista da pezzo di legno (vita vegetativa) a somarello (vita animale) fino all'ultima trasformazione in un bambino vero dopo il parto-nascita, rappresentato dall'uscita dal ventre della balena-mostro. "Il momento di condivisione dei sogni", spiega lo psichiatra romano, "avviene alla presenza di un gruppo di analisti molto esperti, che permettono la creazione di una catena associativa tra le situazioni vissute in ospedale, che vengono in mente ai partecipanti in relazione al film, e le scene sognate. Noi lavoriamo in tre: i professori Tommaso Poliseno e Dominique Scarfone, psicoanalista dell'Università di Montreal, e il sottoscritto".
Il metodo sviluppato all'Iiprthp è da qualche giorno protagonista di un programma televisivo a puntate dal titolo "Doppio sogno" e trasmesso su Rai-Sat canale cinema. "La realizzazione della versione televisiva", conclude Nesci, "è più complessa rispetto agli incontri appena descritti, infatti, complessivamente, si assiste a due film. Il primo è, come negli incontri avvenuti a Roma, quello scelto dagli esperti a seconda del tema che si desidera trattare. Il secondo viene montato, invece, mettendo insieme delle immagini che richiamano le scene dei sogni raccontate dai partecipanti".
Magazine, 27 giugno 2003 © Galileo
ancora sull'elettroshock a Napoli (2)
Il Mattino di Napoli 20.6.03
Scariche elettriche per guarire un paziente, esplode la polemica
di Bruno Buonanno
La sorpresa di molti psichiatri è stata subito accompagnata da polemiche di numerosi addetti ai lavori e studenti contro il Policlinico federiciano che, proprio in questi giorni, ha cominciato a curare un paziente ricoverato presso il Dipartimento di psichiatria con l’elettroshock. Scariche elettriche usate da medici della struttura universitaria per curare un giovane affetto da crisi di angoscia e manifestazioni «simil catartiche» che bloccherebbero il ricoverato, gli impediscono di parlare, di muoversi, di reagire agli stimoli esterni.
Sembrava una pratica superata e dimenticata da tempo. Un tecnica messa al bando anche per i malati di mente dai tempi della legge Basaglia, quando si decise di chiudere i manicomi e di curare i malati di mente in maniera meno traumatica di quanto avveniva con l’elettroshock. Medicina Democratica e Psichiatria Democratica sono scese immediatamente in campo contro il Policlinico federiciano e la riattivazione in città dell’elettroshock in una struttura sanitaria pubblica: «In relazione alla notizia di voler ripristinare presso la clinica psichiatrica del Policlinico federiciano l’uso dell’elettroshock, ribadiamo con forza la nostra opposizione alla reintroduzione di questa violenta, pericolosa e ingiustificata pratica. Tale grave proposta terapeutica sottende - spiegano le due organizzazioni psichiatrice - quel mito dell’incurabilità e dell’abbandono senza speranza, sconfitto e sconfessato dai significativi risultati ottenuti dalle mille e mille pratiche di salute mentale prodotte, dal 1978 in poi, nel nostro Paese».
All’indignazione dei cittadini si unisce quella degli specialisti alla sola idea che, cominciando da un solo paziente, l’uso dell’elettroshock possa ridiventare una prassi sanitaria. «Recependo l’indignazione di tanti operatori - chiarisce il documento - Medicina Democratica e Psichiatria Democratica lanciano un appello alla vigilanza per bloccare e far arretrare i tanti tentativi di restaurazione e di attacco alla sanità pubblica, cui assistiamo negli ultimi anni e per mettere in campo iniziative unitarie che rilancino la centralità dei diritti e la dignità della persona».
Acquistata nel ’99 dall’allora direttore generale del Policlinico, l’apparecchiatura per l’elettroshock non è mai stata utilizzata in questi anni. E stavolta prima di autorizzare il professore Muscettola a dare il via libero alla terapia elettrica, sia il direttore generale, Giovanni Persico, che quello sanitario, Luigi Quagliata, hanno avuto scambi di lettere con il direttore del Dipartimento di psichiatria. E hanno allertato sul problema gli uffici tecnici per un controllo costante dell’efficienza dell’apparecchiatura, che, fra l’altro, è molto costosa.
Un fiume di nuove polemiche s’abbatte sul Policlinico Federiciano mentre il paziente e i suoi familiari hanno sottoscritto il consenso informato non solo per la delicatissima terapia ma anche per la sedazione cui viene sottoposto il ricoverato prima di essere sottoposto a elettroshock.
Il movimento che contesta il metodo
«È la fine della terapia del dialogo»
Enrico De Notaris, lei fa parte con Sergio Piro del movimento «Oes» che contesta l’uso dell’elettroshock. Perché?
«È un passo indietro. Così si vanificano le leggi di riforma della psichiatria e anni di studi sulla casistica. È una pratica desueta che, provocando una crisi epilettica e una sospensione di coscienza nel paziente, mina definitivamente la possibilità di una relazione di comunicazione con il medico, divenuta basilare nello svolgimento di una moderna terapia integrata, farmacologica e psicanalitica o psicoterapica insieme».
Quindi dialogo alla ricerca delle cause del disturbo?
«È preferibile ma faticoso condurre il paziente verso la consapevolezza di sè, scavando soprattutto nelle ragioni della malattia. Chi manifesta una forte crisi di agitazione psicomotoria, può essere calmato subito con una siringa o in otto ore di terapia basata su modalità di rapporto umano e sulla ricerca di un canale di comunicazione. Indurre l'oblio dell’ammalato tramite terapia con l’elettroshock è decisamente improduttivo».
Allora i fenomeni di alterazione della memoria sono effetti collaterali provati?
«Sono gli unici danni accertati nella letteratura medica e scientifica come conseguenza di un elettroshock, soprattutto perché i test di valutazione dei parametri cognitivi del paziente sono centrati solo sulla memoria verbale e non rendono conto degli effetti emotivi e affettivi o di alterazione della personalità». (ra. sc.)
Il Prof che ha reintrodotto la cura
«Critiche emotive, non è una tortura»
Professore Muscettola, perché ha reintrodotto l’elettroshock al Policlinico?
«È un’apparecchiatura acquistata nel ’99 dalla direzione generale ed è la prima volta che ci è sembrato necessario utilizzarla. Garantisce un monitoraggio continuo elettroencefalografico e cardiologico del paziente. La utilizziamo per la prima volta: questo macchinario permette di essere sicuri che ci sia la cosiddetta convulsione, controllando eventuali disturbi del ritmo cardiaco».
Molti suoi colleghi sono contrari.
«È un tipo di pratica che viene vista come terapia aggressiva. Ma è autorizzata dal ministero della Salute: l’ex ministro Bindi chiarì che non c’erano motivi per sospendere l’uso dell’elettroshock che ha particolari indicazioni».
Quali, professore Muscettola?
«Ha un ruolo salvavita per rischio di suicidio e per il cosiddetto stupore catatonico: quando cioé il paziente, all’interno di un quadro schizofrenico, è bloccato, immobile e non reagisce. Si può usare quando non c’è risposta alla terapia farmacologica o il paziente ha dato in precedenza risposte favorevoli all’eletroshock o quando l’ammalato è favorevole alla terapia».
Però siete sotto accusa
«Considero le critiche giustificabili sul piano emotivo da parte di chi non conosce tale terapia. Dal punto di vista psichiatrico poi non è un ritorno all’indietro: viene eseguita, infatti, anche al San Raffaele di Milano e in altre strutture sanitarie. Il nostro paziente è in grado di capire l’importanza del consenso informato. Siamo docenti universitari, non scarichiamo la corrente come i poliziotti di Pinochet». (b.b.)
Corrente a 120 volt
ecco come funziona
La terapia con elettroshock su pazienti psichiatrici viene effettuata con corrente alternata di sessanta cicli al secondo, utilizzando corrente a 120 volt. L’intervento elettrico deve determinare quella che in gergo viene chiamata la «convulsione» del paziente che si ottiene dosando l’amperaggio del macchinario: l’elettroshock arriva fino a 220 ampere, dosati da 0,5 a uno al secondo. L’apparecchiatura del Policlinico effettua un monitoraggio costante elettroencefalografico e cardiografico del paziente.
Scariche elettriche per guarire un paziente, esplode la polemica
di Bruno Buonanno
La sorpresa di molti psichiatri è stata subito accompagnata da polemiche di numerosi addetti ai lavori e studenti contro il Policlinico federiciano che, proprio in questi giorni, ha cominciato a curare un paziente ricoverato presso il Dipartimento di psichiatria con l’elettroshock. Scariche elettriche usate da medici della struttura universitaria per curare un giovane affetto da crisi di angoscia e manifestazioni «simil catartiche» che bloccherebbero il ricoverato, gli impediscono di parlare, di muoversi, di reagire agli stimoli esterni.
Sembrava una pratica superata e dimenticata da tempo. Un tecnica messa al bando anche per i malati di mente dai tempi della legge Basaglia, quando si decise di chiudere i manicomi e di curare i malati di mente in maniera meno traumatica di quanto avveniva con l’elettroshock. Medicina Democratica e Psichiatria Democratica sono scese immediatamente in campo contro il Policlinico federiciano e la riattivazione in città dell’elettroshock in una struttura sanitaria pubblica: «In relazione alla notizia di voler ripristinare presso la clinica psichiatrica del Policlinico federiciano l’uso dell’elettroshock, ribadiamo con forza la nostra opposizione alla reintroduzione di questa violenta, pericolosa e ingiustificata pratica. Tale grave proposta terapeutica sottende - spiegano le due organizzazioni psichiatrice - quel mito dell’incurabilità e dell’abbandono senza speranza, sconfitto e sconfessato dai significativi risultati ottenuti dalle mille e mille pratiche di salute mentale prodotte, dal 1978 in poi, nel nostro Paese».
All’indignazione dei cittadini si unisce quella degli specialisti alla sola idea che, cominciando da un solo paziente, l’uso dell’elettroshock possa ridiventare una prassi sanitaria. «Recependo l’indignazione di tanti operatori - chiarisce il documento - Medicina Democratica e Psichiatria Democratica lanciano un appello alla vigilanza per bloccare e far arretrare i tanti tentativi di restaurazione e di attacco alla sanità pubblica, cui assistiamo negli ultimi anni e per mettere in campo iniziative unitarie che rilancino la centralità dei diritti e la dignità della persona».
Acquistata nel ’99 dall’allora direttore generale del Policlinico, l’apparecchiatura per l’elettroshock non è mai stata utilizzata in questi anni. E stavolta prima di autorizzare il professore Muscettola a dare il via libero alla terapia elettrica, sia il direttore generale, Giovanni Persico, che quello sanitario, Luigi Quagliata, hanno avuto scambi di lettere con il direttore del Dipartimento di psichiatria. E hanno allertato sul problema gli uffici tecnici per un controllo costante dell’efficienza dell’apparecchiatura, che, fra l’altro, è molto costosa.
Un fiume di nuove polemiche s’abbatte sul Policlinico Federiciano mentre il paziente e i suoi familiari hanno sottoscritto il consenso informato non solo per la delicatissima terapia ma anche per la sedazione cui viene sottoposto il ricoverato prima di essere sottoposto a elettroshock.
Il movimento che contesta il metodo
«È la fine della terapia del dialogo»
Enrico De Notaris, lei fa parte con Sergio Piro del movimento «Oes» che contesta l’uso dell’elettroshock. Perché?
«È un passo indietro. Così si vanificano le leggi di riforma della psichiatria e anni di studi sulla casistica. È una pratica desueta che, provocando una crisi epilettica e una sospensione di coscienza nel paziente, mina definitivamente la possibilità di una relazione di comunicazione con il medico, divenuta basilare nello svolgimento di una moderna terapia integrata, farmacologica e psicanalitica o psicoterapica insieme».
Quindi dialogo alla ricerca delle cause del disturbo?
«È preferibile ma faticoso condurre il paziente verso la consapevolezza di sè, scavando soprattutto nelle ragioni della malattia. Chi manifesta una forte crisi di agitazione psicomotoria, può essere calmato subito con una siringa o in otto ore di terapia basata su modalità di rapporto umano e sulla ricerca di un canale di comunicazione. Indurre l'oblio dell’ammalato tramite terapia con l’elettroshock è decisamente improduttivo».
Allora i fenomeni di alterazione della memoria sono effetti collaterali provati?
«Sono gli unici danni accertati nella letteratura medica e scientifica come conseguenza di un elettroshock, soprattutto perché i test di valutazione dei parametri cognitivi del paziente sono centrati solo sulla memoria verbale e non rendono conto degli effetti emotivi e affettivi o di alterazione della personalità». (ra. sc.)
Il Prof che ha reintrodotto la cura
«Critiche emotive, non è una tortura»
Professore Muscettola, perché ha reintrodotto l’elettroshock al Policlinico?
«È un’apparecchiatura acquistata nel ’99 dalla direzione generale ed è la prima volta che ci è sembrato necessario utilizzarla. Garantisce un monitoraggio continuo elettroencefalografico e cardiologico del paziente. La utilizziamo per la prima volta: questo macchinario permette di essere sicuri che ci sia la cosiddetta convulsione, controllando eventuali disturbi del ritmo cardiaco».
Molti suoi colleghi sono contrari.
«È un tipo di pratica che viene vista come terapia aggressiva. Ma è autorizzata dal ministero della Salute: l’ex ministro Bindi chiarì che non c’erano motivi per sospendere l’uso dell’elettroshock che ha particolari indicazioni».
Quali, professore Muscettola?
«Ha un ruolo salvavita per rischio di suicidio e per il cosiddetto stupore catatonico: quando cioé il paziente, all’interno di un quadro schizofrenico, è bloccato, immobile e non reagisce. Si può usare quando non c’è risposta alla terapia farmacologica o il paziente ha dato in precedenza risposte favorevoli all’eletroshock o quando l’ammalato è favorevole alla terapia».
Però siete sotto accusa
«Considero le critiche giustificabili sul piano emotivo da parte di chi non conosce tale terapia. Dal punto di vista psichiatrico poi non è un ritorno all’indietro: viene eseguita, infatti, anche al San Raffaele di Milano e in altre strutture sanitarie. Il nostro paziente è in grado di capire l’importanza del consenso informato. Siamo docenti universitari, non scarichiamo la corrente come i poliziotti di Pinochet». (b.b.)
Corrente a 120 volt
ecco come funziona
La terapia con elettroshock su pazienti psichiatrici viene effettuata con corrente alternata di sessanta cicli al secondo, utilizzando corrente a 120 volt. L’intervento elettrico deve determinare quella che in gergo viene chiamata la «convulsione» del paziente che si ottiene dosando l’amperaggio del macchinario: l’elettroshock arriva fino a 220 ampere, dosati da 0,5 a uno al secondo. L’apparecchiatura del Policlinico effettua un monitoraggio costante elettroencefalografico e cardiografico del paziente.
giovedì 19 giugno 2003
psicologi a Firenze
La Repubblica Firenze 19.6.03
Scuola Redi-Granacci, Bagno a Ripoli
La bugia può aiutare a diventar grandi?
LA BUGIA: è soltanto qualcosa di negativo, o può aiutare a diventare grandi? E´ intorno a questa domanda che è ruotata l´iniziativa appena conclusa alla scuola media Redi-Granacci di Bagno a Ripoli, e condotta da Effetto Cucciolo, onlus di psicologi, psicoterapeuti e pedagogisti che lavora alla «intercettazione» delle difficoltà dei bambini e dei ragazzi nelle fasi critiche della crescita (ma anche in situazioni di disagio oggettivo, per esempio in ospedale, con un progetto già avviato al Meyer). Attraverso strumenti come l´immedesimazione e l´uso dei simboli, per un anno scolastico ai ragazzi è stato proposto di «giocare» con l´idea della «bugia» attraverso libere associazioni della fantasia, e però «all'interno di un limite senza il quale», spiega il presidente di Effetto Cucciolo Riccardo Fantechi, «si rischia lo smarrimento espressivo»: per esempio dandone una definizione in 32 parole, o dentro un «recinto» di caselle, oppure costruendo un racconto fantastico, - la storia di Xantilio, mangiatore di carne umana - in cui la bugia diventa di fatto strumento di scandaglio delle potenzialità del reale. Non solo: grazie allo studio di doppiaggio messo a disposizione da Vox Video, i ragazzi sono usciti da uno stato di passiva ricezione del messaggio tv attraverso la sostituzione della loro voce a quella dei personaggi. «Le esperienze in quest´epoca della vita, in cui mancano del tutto giudizio critico e competenza sociale, hanno di per sé molto a che fare con la bugia» spiega Fantechi. «La scommessa è di aiutare i ragazzi a costruire la propria identità senza schiacciarsi su modelli di gruppo o stereotipi». Il prossimo anno, Effetto Cucciolo aiuterà i ragazzi a scoprire i loro «poteri» attraverso Harry Potter e la visita a Cinecittà, la «macchina dei sogni».
(m.c.c.)
Scuola Redi-Granacci, Bagno a Ripoli
La bugia può aiutare a diventar grandi?
LA BUGIA: è soltanto qualcosa di negativo, o può aiutare a diventare grandi? E´ intorno a questa domanda che è ruotata l´iniziativa appena conclusa alla scuola media Redi-Granacci di Bagno a Ripoli, e condotta da Effetto Cucciolo, onlus di psicologi, psicoterapeuti e pedagogisti che lavora alla «intercettazione» delle difficoltà dei bambini e dei ragazzi nelle fasi critiche della crescita (ma anche in situazioni di disagio oggettivo, per esempio in ospedale, con un progetto già avviato al Meyer). Attraverso strumenti come l´immedesimazione e l´uso dei simboli, per un anno scolastico ai ragazzi è stato proposto di «giocare» con l´idea della «bugia» attraverso libere associazioni della fantasia, e però «all'interno di un limite senza il quale», spiega il presidente di Effetto Cucciolo Riccardo Fantechi, «si rischia lo smarrimento espressivo»: per esempio dandone una definizione in 32 parole, o dentro un «recinto» di caselle, oppure costruendo un racconto fantastico, - la storia di Xantilio, mangiatore di carne umana - in cui la bugia diventa di fatto strumento di scandaglio delle potenzialità del reale. Non solo: grazie allo studio di doppiaggio messo a disposizione da Vox Video, i ragazzi sono usciti da uno stato di passiva ricezione del messaggio tv attraverso la sostituzione della loro voce a quella dei personaggi. «Le esperienze in quest´epoca della vita, in cui mancano del tutto giudizio critico e competenza sociale, hanno di per sé molto a che fare con la bugia» spiega Fantechi. «La scommessa è di aiutare i ragazzi a costruire la propria identità senza schiacciarsi su modelli di gruppo o stereotipi». Il prossimo anno, Effetto Cucciolo aiuterà i ragazzi a scoprire i loro «poteri» attraverso Harry Potter e la visita a Cinecittà, la «macchina dei sogni».
(m.c.c.)
guadagnarsi il paradiso guadagnandoci
il manifesto 19.6.03
Scuola
Assunti dalla chiesa
di Antonio Peduzzi
Il senato discute in questi giorni il disegno di legge governativo (n. 1877) riguardante il reclutamento degli insegnanti di religione. La proposta del governo consiste nell'istituzione di un concorso che abbia l'obiettivo dell'accertamento di una preparazione culturale, generale e didattica, con esclusione dei contenuti specifici dell'insegnamento della religione cristiano-cattolica (la cui valutazione è rimessa all'autorità diocesana). Il governo, dunque, intende configurare un reclutamento diverso da quello ordinario, che costituirebbe un vero e proprio canale parallelo di assunzione in ruolo, governato da criteri confessionali. Non può essere diversamente, peraltro, dal momento che dal punto di vista governativo si tratta di far coesistere due sovranità, di cui una debole (quella statale) e una forte (quella ecclesiastica). E' come se si stabilisse con legge che per il reclutamento e l'immissione in ruolo di un insegnante della scuola statale italiana dovessero essere operanti due distinte commissioni giudicatrici: una effettiva (quella diocesana) e una virtuale (quella statale). Benché a prima vista sembri configurarsi per gli insegnanti di religione un ruolo autonomo destinato a coesistere con il ruolo ordinario degli insegnanti statali, a un esame appena più attento ciò si rivela falso. La scuola italiana non tollera più di un ruolo: il docente di religione transitato nei ruoli statali, qualora perda l'idoneità riconosciutagli dall'autorità ecclesiastica, può transitare su cattedra d'insegnamento diversa purché in possesso di laurea confacente. In questo modo è stato aperto un canale alternativo per l'accesso al ruolo d'insegnamento della scuola. Per far capire il problema ci serviremo di un esempio.
Prendiamo una insegnante di religione di 48 anni. Ha iniziato a insegnare nelle elementari a 24 anni: la diocesi conferisce la nomina senza alcun riguardo ai titoli, ma unicamente sulla scorta del riconoscimento dell'idoneità. Dopo anni nelle elementari è passata alle medie, quindi alle superiori. Nel frattempo si è sposata ed ha avuto figli. A 48 anni consegue la laurea in Pedagogia (che ora si chiama Scienze dell'educazione). Trattandosi di una laurea tuttofare (il suo curriculum a spizzico consente di insegnare tutto, meno Scienze, Matematica e fisica, Greco e poco altro), può chiedere il passaggio sulle seguenti cattedre: Italiano e storia (istituti tecnici); Italiano e latino (licei); Filosofia e storia (licei); Filosofia, psicologia e pedagogia (istituti magistrali); Psicologia sociale e pubbliche relazioni (istituti tecnici femminili), Storia dell'arte. Il passaggio di cattedra presuppone che la cattedra richiesta sia formalmente vacante. Ma se questo si realizza implica necessariamente che, trascorso il primo anno sulla nuova cattedra, in caso di contrazione di organico venga redatta una graduatoria d'istituto. Tenendo conto del fatto che la docente di cui sopra ha 25 anni di servizio, molto probabilmente il suo punteggio produrrà l'effetto del suo mantenimento in ruolo e della messa in esubero di un collega che ha meno anni di servizio perché prima di insegnare ha dovuto laurearsi. Chi insegna religione non ha questo obbligo, per cui inizia a lavorare e ad accumulare punteggio prima. Spesso fa anche famiglia prima (i figli fanno punteggio).
Ma lasciamo da parte le quisquilie e badiamo alla sostanza: in questo modo abbiamo scoperto un canale alternativo per il conseguimento del posto statale ma - meglio ancora - abbiamo trovato un eccellente sistema per la confessionalizzazione di oltre il 50 per cento degli insegnamenti della scuola italiana.
Scuola
Assunti dalla chiesa
di Antonio Peduzzi
Il senato discute in questi giorni il disegno di legge governativo (n. 1877) riguardante il reclutamento degli insegnanti di religione. La proposta del governo consiste nell'istituzione di un concorso che abbia l'obiettivo dell'accertamento di una preparazione culturale, generale e didattica, con esclusione dei contenuti specifici dell'insegnamento della religione cristiano-cattolica (la cui valutazione è rimessa all'autorità diocesana). Il governo, dunque, intende configurare un reclutamento diverso da quello ordinario, che costituirebbe un vero e proprio canale parallelo di assunzione in ruolo, governato da criteri confessionali. Non può essere diversamente, peraltro, dal momento che dal punto di vista governativo si tratta di far coesistere due sovranità, di cui una debole (quella statale) e una forte (quella ecclesiastica). E' come se si stabilisse con legge che per il reclutamento e l'immissione in ruolo di un insegnante della scuola statale italiana dovessero essere operanti due distinte commissioni giudicatrici: una effettiva (quella diocesana) e una virtuale (quella statale). Benché a prima vista sembri configurarsi per gli insegnanti di religione un ruolo autonomo destinato a coesistere con il ruolo ordinario degli insegnanti statali, a un esame appena più attento ciò si rivela falso. La scuola italiana non tollera più di un ruolo: il docente di religione transitato nei ruoli statali, qualora perda l'idoneità riconosciutagli dall'autorità ecclesiastica, può transitare su cattedra d'insegnamento diversa purché in possesso di laurea confacente. In questo modo è stato aperto un canale alternativo per l'accesso al ruolo d'insegnamento della scuola. Per far capire il problema ci serviremo di un esempio.
Prendiamo una insegnante di religione di 48 anni. Ha iniziato a insegnare nelle elementari a 24 anni: la diocesi conferisce la nomina senza alcun riguardo ai titoli, ma unicamente sulla scorta del riconoscimento dell'idoneità. Dopo anni nelle elementari è passata alle medie, quindi alle superiori. Nel frattempo si è sposata ed ha avuto figli. A 48 anni consegue la laurea in Pedagogia (che ora si chiama Scienze dell'educazione). Trattandosi di una laurea tuttofare (il suo curriculum a spizzico consente di insegnare tutto, meno Scienze, Matematica e fisica, Greco e poco altro), può chiedere il passaggio sulle seguenti cattedre: Italiano e storia (istituti tecnici); Italiano e latino (licei); Filosofia e storia (licei); Filosofia, psicologia e pedagogia (istituti magistrali); Psicologia sociale e pubbliche relazioni (istituti tecnici femminili), Storia dell'arte. Il passaggio di cattedra presuppone che la cattedra richiesta sia formalmente vacante. Ma se questo si realizza implica necessariamente che, trascorso il primo anno sulla nuova cattedra, in caso di contrazione di organico venga redatta una graduatoria d'istituto. Tenendo conto del fatto che la docente di cui sopra ha 25 anni di servizio, molto probabilmente il suo punteggio produrrà l'effetto del suo mantenimento in ruolo e della messa in esubero di un collega che ha meno anni di servizio perché prima di insegnare ha dovuto laurearsi. Chi insegna religione non ha questo obbligo, per cui inizia a lavorare e ad accumulare punteggio prima. Spesso fa anche famiglia prima (i figli fanno punteggio).
Ma lasciamo da parte le quisquilie e badiamo alla sostanza: in questo modo abbiamo scoperto un canale alternativo per il conseguimento del posto statale ma - meglio ancora - abbiamo trovato un eccellente sistema per la confessionalizzazione di oltre il 50 per cento degli insegnamenti della scuola italiana.
gli studenti del secondo Policlinico di Napoli contro l'elettroshock (1)
il manifesto 19.6.03
Elettroshock a Napoli
Insorgono medici e studenti del Policlinico
Fr.Pil.
NAPOLI «Cosa ne pensa dell'elettroshock come terapia per le malattie mentali?». Con questa domanda gli studenti del secondo Policlinico di Napoli hanno condotto un'inchiesta tra i professori della facoltà di medicina della Federico II scoprendo che con una media del 70%, la comunità scientifica ritiene l'elettroshock bandito per legge. Un fatto che dovrebbe far riflettere il primario del reparto di psichiatria che invece proprio nel secondo policlinico ha inaugurato la macchina Tec, comprata recentemente in USA, autorizzando un ciclo di trattmento su un giovane paziente affetto da sindrome ossessivo- compulsiva. Si tratta quindi del primo malato ad essere curato a Napoli con scariche elettriche dopo anni in cui era prevalsa la teoria della psichiatria democratica della sperimentazione farmacologica. L'elettrocompulsione che agisce bruciando le cellule celebrali è ormai considerata dagli specialisti una pratica sorpassata anche se ancora applicabile in alcuni casi specifici previsti dal protocollo legislativo. Così la notizia ha suscitato sconcerto tra gli studenti che hanno dato vita ad una mobilitazione di protesta, sostenuta anche dai medici del reparto sia per le implicazioni ontologiche sia per la specificità della cartella clinica del paziente che non sembra rientrare nel protocollo di applicazione. In campo è sceso anche il Forum per la salute denunciando la decisione: una regressione culturale che aumenta le paure sul tentativo del centro-destra, con la proposta Procaccini-Burani, di attuare una svolta reazionaria riformando la legge Basaglia. Per Enrico De Notaris, ricercatore, è un errore tentare di dimostrare che la tecnica, diventata più sofisticata rispetto al passato, non provochi effetti collaterali peggiori della farmacologia. Sulla stessa linea Franco Maranta membro della commissione regionale sanità che si è detto pronto a chiedere spiegazioni in sede istituzionale. E oggi nell'aula magna del XII edificio del policlinico si renderà pubblico quello che per tutti è un vero scandalo.
Elettroshock a Napoli
Insorgono medici e studenti del Policlinico
Fr.Pil.
NAPOLI «Cosa ne pensa dell'elettroshock come terapia per le malattie mentali?». Con questa domanda gli studenti del secondo Policlinico di Napoli hanno condotto un'inchiesta tra i professori della facoltà di medicina della Federico II scoprendo che con una media del 70%, la comunità scientifica ritiene l'elettroshock bandito per legge. Un fatto che dovrebbe far riflettere il primario del reparto di psichiatria che invece proprio nel secondo policlinico ha inaugurato la macchina Tec, comprata recentemente in USA, autorizzando un ciclo di trattmento su un giovane paziente affetto da sindrome ossessivo- compulsiva. Si tratta quindi del primo malato ad essere curato a Napoli con scariche elettriche dopo anni in cui era prevalsa la teoria della psichiatria democratica della sperimentazione farmacologica. L'elettrocompulsione che agisce bruciando le cellule celebrali è ormai considerata dagli specialisti una pratica sorpassata anche se ancora applicabile in alcuni casi specifici previsti dal protocollo legislativo. Così la notizia ha suscitato sconcerto tra gli studenti che hanno dato vita ad una mobilitazione di protesta, sostenuta anche dai medici del reparto sia per le implicazioni ontologiche sia per la specificità della cartella clinica del paziente che non sembra rientrare nel protocollo di applicazione. In campo è sceso anche il Forum per la salute denunciando la decisione: una regressione culturale che aumenta le paure sul tentativo del centro-destra, con la proposta Procaccini-Burani, di attuare una svolta reazionaria riformando la legge Basaglia. Per Enrico De Notaris, ricercatore, è un errore tentare di dimostrare che la tecnica, diventata più sofisticata rispetto al passato, non provochi effetti collaterali peggiori della farmacologia. Sulla stessa linea Franco Maranta membro della commissione regionale sanità che si è detto pronto a chiedere spiegazioni in sede istituzionale. E oggi nell'aula magna del XII edificio del policlinico si renderà pubblico quello che per tutti è un vero scandalo.
libri segnalati da ilNuovo.it
Frank Tallis, Breve storia dell'inconscio, Il Saggiatore, 17 euro.
Un saggio per raccontare l'inconscio attraverso i protagonisti della scienza, dell'arte, della letteratura e della filosofia. Da Leibniz a Janet, da Charcot a Freud, da Jung a Darwin...tra controversie e sfide, tra scoperte e competizioni professionali. Fino ad arrivare ai nostri giorni e alle moderne neuroscienze
Giuliano Capecelatro, Tutti i miei peccati sono mortali, Il Saggiatore, 17 euro.
La vita turbolenta e drammatica di uno dei geni artistici di tutti i tempi raccontata da un giornalista. Fatti e misfatti di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il suo arrivo nella Roma dei mecenati, il suo lavoro appassionato, il suo ritrarre popolani come angeli e madonne...fino alla fine dei suoi giorni, da fuggiasco.
Un saggio per raccontare l'inconscio attraverso i protagonisti della scienza, dell'arte, della letteratura e della filosofia. Da Leibniz a Janet, da Charcot a Freud, da Jung a Darwin...tra controversie e sfide, tra scoperte e competizioni professionali. Fino ad arrivare ai nostri giorni e alle moderne neuroscienze
Giuliano Capecelatro, Tutti i miei peccati sono mortali, Il Saggiatore, 17 euro.
La vita turbolenta e drammatica di uno dei geni artistici di tutti i tempi raccontata da un giornalista. Fatti e misfatti di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il suo arrivo nella Roma dei mecenati, il suo lavoro appassionato, il suo ritrarre popolani come angeli e madonne...fino alla fine dei suoi giorni, da fuggiasco.
cognitivismo e meditazione (e costa meno della psicoterapia!)
La Repubblica 19 Giugno 2003
Sani e felici meditando
fi Francesco Bottaccioli*
La tradizione vuole che il principe Siddhartha Gautama, nato fra il 558 e il 536 a.C. a Kapilavastu, ai confini con il Nepal, rimase a godersi la vita nel palazzo di famiglia fino a ventinove anni, quando incontrò un vecchio, poi un appestato e quindi un corteo funebre. Conobbe così la vecchiaia, la malattia, la morte.
Incontrò anche un asceta, lacero mendicante, ma con una grande e serena calma impressa nello sguardo.
Il principe Siddharta capì che quella era la sua strada e lasciò il palazzo reale.
Praticò l’ascetismo e visse per sei anni, nudo, nei boschi nutrendosi di bacche. E’ da questa esperienza che gli derivò l’appellativo Bhudda Shakyamuni (il Shakya, asceta).
Bhudda, però, notò che le pratiche ascetiche troppo rigorose, generano, in chi le fa, aspettative elevate che, ingigantendo l’io, creano vanità e, talvolta, sete di potere. Cominciò così ad elaborare la "via del giusto mezzo", rifiutando ogni esagerazione, giudicandola inutile e, anzi, degna di rimprovero.
Buddha non si è mai proclamato dio, né figlio di dio, né ha chiesto che venisse venerato come tale.
L’atteggiamento di Buddha verso la religione è stato magistralmente definito da Carl Gustav Jung "la trasformazione degli dei in idee".
In effetti il buddismo, al di là della enorme varietà delle scuole e delle tradizioni in cui si è articolato nel corso dei millenni (vedi box), nella sua essenza, costituisce un raffinatissimo sistema di pensiero intessuto dall’intreccio tra filosofia e psicologia. Non a caso Jung, ma anche William James, un altro grande padre fondatore della psicologia, furono affascinati e culturalmente stimolati dal buddismo.
Più recentemente, la medicina ha iniziato a indagare gli effetti delle tecniche meditative sul cervello e la loro efficacia riguardo alla salute.
La rivista di divulgazione scientifica britannica New Scientist, nel numero del 24 maggio, ha dato risalto alle dichiarazioni di Owen Flanagan della Duke University, North Caroline, riprese con grande evidenza da alcuni giornali italiani, sulla felicità dei meditanti. In realtà, lo studio ancora non è stato pubblicato, ma, alcuni mesi fa, un gruppo di neurobiologi danesi, ha pubblicato su Cognitive Brain Research, uno studio realizzato su otto maestri di meditazione, indagati, durante l’esecuzione di esercizi della scuola Yoga Nidra (yoga del sonno), tramite la PET (tomografia a emissione di positroni). Visualizzando l’attività del cervello dei meditanti, con un tracciante contenente un competitore per il neurotrasmettitore dopamina, i ricercatori hanno potuto vedere un notevole aumento del neurotrasmettitore nello striato ventrale, un’area del cervello che fa parte dei circuiti del premio, della gioia per una ricompensa.
Questi circuiti collegano aree prefrontali della corteccia ai nuclei della base (di cui fa parte lo striato ventrale) al talamo e al sistema limbico. I circuiti della gioia, il cui trasmettitore principe è per l’appunto la dopamina, vengono fortemente attivati ogniqualvolta ci sentiamo gratificati da un’esperienza piacevole e, anche da sostanze come anfetamine, cocaina e altre.
Il circuito del piacere, su cui ciascuno può provare a costruire una esperienza di felicità, ha il suo terminale nelle cortecce prefrontali, che possiamo dividere in due grandi aree: la ventromediale e la dorsolaterale. La prima è il terminale delle emozioni, spesso anche negative. Nella depressione e nell’ansia la ventromediale è iperattiva a scapito della dorsolaterale che, invece, è il centro dell’attenzione, della memoria di lavoro, della percezione del tempo.
Sull’ultimo numero di Consciousness and Cognition, Arne Dietrich del Laboratorio di neuroscienze dell’Università statale della Georgia, documenta che durante gli esercizi di concentrazione meditativa si ha una attivazione della dorsolaterale che ha effetti ansiolitici e antidepressivi. Al tempo stesso, altri studi documentano che, in fase di meditazione profonda, si ha una riduzione complessiva dell’attività delle cortecce prefrontali con effetti tali da rendere il cervello quieto e vigile al tempo stesso.
A sostegno di ciò, troviamo sia studi di elettrofisiologia che dimostrano un netto aumento delle onde lente (onde teta) sia studi di neuroendocrinologia che dimostrano una potente regolazione del sistema dello stress con riduzione del cortisolo e della noradrenalina.
Gli effetti sul cervello possono darci una chiave interpretativa degli effetti positivi della meditazione regolare sulla salute, ripetutamente documentati, in particolare riguardo alle malattie cardiovascolari, all’ipertensione, ai disturbi dell’umore, come ansia e depressione, a disturbi gastrointestinali, come la sindrome del colon irritabile.
Nell’ultimo meeting annuale della Società americana di medicina psicosomatica, psichiatri dell’Università di Toronto hanno presentato i risultati di un programma di meditazione di 10 settimane che ha coinvolto circa 400 pazienti.
Le motivazioni delle iscrizioni al corso sono state: ansia e stress cronico, malattie o dolori cronici, depressione ricorrente. I medici hanno così riassunto i risultati ottenuti: "Alla fine dei corsi di meditazione abbiamo registrato robusti miglioramenti in termini di riduzione dello stress emotivo, dei disturbi fisici, un netto miglioramento della qualità della vita e un maggior senso di generale benessere, ottimismo e autocontrollo. Questi risultati sono stati ottenuti con meno di 300 dollari a partecipante che è meno del costo di tre sedute individuali di psicoterapia".
Risultati analoghi sono stati documentati a livello scolastico con adolescenti "difficili" e tra i carcerati delle prigioni americane, tra cui anche la famigerata Sing Sing.
* Scuola di medicina integrata www.simaiss.it
Sani e felici meditando
fi Francesco Bottaccioli*
La tradizione vuole che il principe Siddhartha Gautama, nato fra il 558 e il 536 a.C. a Kapilavastu, ai confini con il Nepal, rimase a godersi la vita nel palazzo di famiglia fino a ventinove anni, quando incontrò un vecchio, poi un appestato e quindi un corteo funebre. Conobbe così la vecchiaia, la malattia, la morte.
Incontrò anche un asceta, lacero mendicante, ma con una grande e serena calma impressa nello sguardo.
Il principe Siddharta capì che quella era la sua strada e lasciò il palazzo reale.
Praticò l’ascetismo e visse per sei anni, nudo, nei boschi nutrendosi di bacche. E’ da questa esperienza che gli derivò l’appellativo Bhudda Shakyamuni (il Shakya, asceta).
Bhudda, però, notò che le pratiche ascetiche troppo rigorose, generano, in chi le fa, aspettative elevate che, ingigantendo l’io, creano vanità e, talvolta, sete di potere. Cominciò così ad elaborare la "via del giusto mezzo", rifiutando ogni esagerazione, giudicandola inutile e, anzi, degna di rimprovero.
Buddha non si è mai proclamato dio, né figlio di dio, né ha chiesto che venisse venerato come tale.
L’atteggiamento di Buddha verso la religione è stato magistralmente definito da Carl Gustav Jung "la trasformazione degli dei in idee".
In effetti il buddismo, al di là della enorme varietà delle scuole e delle tradizioni in cui si è articolato nel corso dei millenni (vedi box), nella sua essenza, costituisce un raffinatissimo sistema di pensiero intessuto dall’intreccio tra filosofia e psicologia. Non a caso Jung, ma anche William James, un altro grande padre fondatore della psicologia, furono affascinati e culturalmente stimolati dal buddismo.
Più recentemente, la medicina ha iniziato a indagare gli effetti delle tecniche meditative sul cervello e la loro efficacia riguardo alla salute.
La rivista di divulgazione scientifica britannica New Scientist, nel numero del 24 maggio, ha dato risalto alle dichiarazioni di Owen Flanagan della Duke University, North Caroline, riprese con grande evidenza da alcuni giornali italiani, sulla felicità dei meditanti. In realtà, lo studio ancora non è stato pubblicato, ma, alcuni mesi fa, un gruppo di neurobiologi danesi, ha pubblicato su Cognitive Brain Research, uno studio realizzato su otto maestri di meditazione, indagati, durante l’esecuzione di esercizi della scuola Yoga Nidra (yoga del sonno), tramite la PET (tomografia a emissione di positroni). Visualizzando l’attività del cervello dei meditanti, con un tracciante contenente un competitore per il neurotrasmettitore dopamina, i ricercatori hanno potuto vedere un notevole aumento del neurotrasmettitore nello striato ventrale, un’area del cervello che fa parte dei circuiti del premio, della gioia per una ricompensa.
Questi circuiti collegano aree prefrontali della corteccia ai nuclei della base (di cui fa parte lo striato ventrale) al talamo e al sistema limbico. I circuiti della gioia, il cui trasmettitore principe è per l’appunto la dopamina, vengono fortemente attivati ogniqualvolta ci sentiamo gratificati da un’esperienza piacevole e, anche da sostanze come anfetamine, cocaina e altre.
Il circuito del piacere, su cui ciascuno può provare a costruire una esperienza di felicità, ha il suo terminale nelle cortecce prefrontali, che possiamo dividere in due grandi aree: la ventromediale e la dorsolaterale. La prima è il terminale delle emozioni, spesso anche negative. Nella depressione e nell’ansia la ventromediale è iperattiva a scapito della dorsolaterale che, invece, è il centro dell’attenzione, della memoria di lavoro, della percezione del tempo.
Sull’ultimo numero di Consciousness and Cognition, Arne Dietrich del Laboratorio di neuroscienze dell’Università statale della Georgia, documenta che durante gli esercizi di concentrazione meditativa si ha una attivazione della dorsolaterale che ha effetti ansiolitici e antidepressivi. Al tempo stesso, altri studi documentano che, in fase di meditazione profonda, si ha una riduzione complessiva dell’attività delle cortecce prefrontali con effetti tali da rendere il cervello quieto e vigile al tempo stesso.
A sostegno di ciò, troviamo sia studi di elettrofisiologia che dimostrano un netto aumento delle onde lente (onde teta) sia studi di neuroendocrinologia che dimostrano una potente regolazione del sistema dello stress con riduzione del cortisolo e della noradrenalina.
Gli effetti sul cervello possono darci una chiave interpretativa degli effetti positivi della meditazione regolare sulla salute, ripetutamente documentati, in particolare riguardo alle malattie cardiovascolari, all’ipertensione, ai disturbi dell’umore, come ansia e depressione, a disturbi gastrointestinali, come la sindrome del colon irritabile.
Nell’ultimo meeting annuale della Società americana di medicina psicosomatica, psichiatri dell’Università di Toronto hanno presentato i risultati di un programma di meditazione di 10 settimane che ha coinvolto circa 400 pazienti.
Le motivazioni delle iscrizioni al corso sono state: ansia e stress cronico, malattie o dolori cronici, depressione ricorrente. I medici hanno così riassunto i risultati ottenuti: "Alla fine dei corsi di meditazione abbiamo registrato robusti miglioramenti in termini di riduzione dello stress emotivo, dei disturbi fisici, un netto miglioramento della qualità della vita e un maggior senso di generale benessere, ottimismo e autocontrollo. Questi risultati sono stati ottenuti con meno di 300 dollari a partecipante che è meno del costo di tre sedute individuali di psicoterapia".
Risultati analoghi sono stati documentati a livello scolastico con adolescenti "difficili" e tra i carcerati delle prigioni americane, tra cui anche la famigerata Sing Sing.
* Scuola di medicina integrata www.simaiss.it
martedì 17 giugno 2003
"certezze" anglo-americane...
Il Gazzettino di Venezia Martedì, 17 Giugno 2003
MEDICINA
E' genetica la pazzia dei... geni
Londra. È stato individuato il gene che causa le forme maniaco-depressive, facendo sperare che si possa in futuro individuare la cura per una delle più devastanti forme di malattia mentale. Quella che ha colpito anche Vincent van Gogh, Charles Dickens ed Ernest Hamingway, alimentandone allo stesso tempo la geniale creatività. Un singolo gene anomalo è responsabile direttamente del 10\% dei casi di questa malattia conosciuta anche più propriamente come disordine bipolare, che porta ad estremi cambi di umore e colpisce in media una persona su 200.La ricerca, fatta da studiosi dell'University of California di San Diego, è stata pubblicata in parte sulla rivista specializzata Journal Molecular Psychiatry e ripresa poi dal quotidiano britannico Times.La mutazione del gene in questione rende le cellule cerebrali particolarmente sensibili ai segnali dei neutrasmettitori che controllano l'umore, scatenando eccitazione e depressione.Il gene chiamato "G proteina receptochinase 3" (Grk3) è stato individuato nel corso dell'analisi del Dna di 400 persone appartenenti a famiglie con casi di disordine bipolare.
MEDICINA
E' genetica la pazzia dei... geni
Londra. È stato individuato il gene che causa le forme maniaco-depressive, facendo sperare che si possa in futuro individuare la cura per una delle più devastanti forme di malattia mentale. Quella che ha colpito anche Vincent van Gogh, Charles Dickens ed Ernest Hamingway, alimentandone allo stesso tempo la geniale creatività. Un singolo gene anomalo è responsabile direttamente del 10\% dei casi di questa malattia conosciuta anche più propriamente come disordine bipolare, che porta ad estremi cambi di umore e colpisce in media una persona su 200.La ricerca, fatta da studiosi dell'University of California di San Diego, è stata pubblicata in parte sulla rivista specializzata Journal Molecular Psychiatry e ripresa poi dal quotidiano britannico Times.La mutazione del gene in questione rende le cellule cerebrali particolarmente sensibili ai segnali dei neutrasmettitori che controllano l'umore, scatenando eccitazione e depressione.Il gene chiamato "G proteina receptochinase 3" (Grk3) è stato individuato nel corso dell'analisi del Dna di 400 persone appartenenti a famiglie con casi di disordine bipolare.
contro la depressione? Facile, basta imparare a respirare...
Il Messaggero Lunedì 16 Giugno 2003
LA VIA ALTERNATIVA
Contro la depressione l’arma del respiro
Summit di psichiatri a Bari: il male oscuro si combatte anche con tecniche di rilassamento e meditazione
di CARLA MASSI
LA MEDITAZIONE e la concentrazione sul respiro come “arma” per convivere (e vincere) le ricadute della depressione. Ma anche il dolore cronico e gli effetti di una chemioterapia. Niente santoni, né maghi, né cialtroni che si approfittano dei mali altrui. Ora sono psichiatri e psicologi a scendere in campo, utilizzando le millenarie tecniche di rilassamento e meditazione trascendentale. Le hanno adattate come si adatta una terapia, modulate secondo il bisogno del paziente, affiancate alle normali cure e poi hanno valutato gli effetti che producono. I risultati, oggi, sono evidenti. Secondo i rigorosi parametri della scienza. Sono riscontrabili dagli studi compiuti sui malati seguiti negli ospedali e negli ambulatori.
Di queste esperienze, come se gli addetti ai lavori si fossero messi d’accordo, sono venuti a parlare in Italia i massimi esperti: due i convegni che si stanno svolgendo in questi giorni, uno a Bari e uno ad Assisi.
Nella città pugliese si sono dati appuntamento oltre ottocento psichiatri da tutto il mondo. L’incontro è stato organizzato dalla Società internazionale per lo sviluppo del costruttivismo nelle scienze umane. I seminari dimostreranno come sia possibile, mixando la terapia farmacologica con la meditazione zen, fermare le ricadute depressive. Evitare ad una persona cioè, di ripiombare nel buio più assoluto dopo essere riuscita ad uscirne. Gli studi che saranno presentati, mutuati dal lavoro dello statunitense Jon Kabat-Zin (sarà a Bari) che per primo si è applicato sulla meditazione con i malati cronici, hanno il valore di una vittoria insperata. Tutti gli psichiatri, almeno per due anni, hanno sperimentato la tecnica su loro stessi. «Solo così - spiega Guido Bondolfi, libero docente in Psichiatria a Ginevra che a Bari illustrerà i risultati della terapia - possiamo lavorare con i pazienti. Insegnare loro come concentrarsi sul dolore, come “tirarsi fuori” e respirare nel modo corretto per sgombrare la mente e fissarsi solo sul dolore. Puntiamo sul respiro perché ci resta fedele qualsiasi cosa accada al nostro organismo. Su questo si può lavorare per entrare in contatto in un modo diverso con il male. Sia fisico che psichico». Una volta imparato a meditare, laicamente senza nessun riferimento religioso, si deve ripetere la pratica almeno tre quarti d’ora ogni giorno. Ma, assicurano gli psichiatri, bastano anche solo tre minuti per concentrarsi “tirarsi fuori” dalla situazione che stringe. Per liberare la mente e tenere lontani i presupposti di un possibile nuovo attacco depressivo.
Ad Assisi, (...) Conclusione: basta un respiro “giusto” come una matita nelle mani il giorno “giusto” per aiutare chi soffre ad andare avanti. E, magari, sorridere.
LA VIA ALTERNATIVA
Contro la depressione l’arma del respiro
Summit di psichiatri a Bari: il male oscuro si combatte anche con tecniche di rilassamento e meditazione
di CARLA MASSI
LA MEDITAZIONE e la concentrazione sul respiro come “arma” per convivere (e vincere) le ricadute della depressione. Ma anche il dolore cronico e gli effetti di una chemioterapia. Niente santoni, né maghi, né cialtroni che si approfittano dei mali altrui. Ora sono psichiatri e psicologi a scendere in campo, utilizzando le millenarie tecniche di rilassamento e meditazione trascendentale. Le hanno adattate come si adatta una terapia, modulate secondo il bisogno del paziente, affiancate alle normali cure e poi hanno valutato gli effetti che producono. I risultati, oggi, sono evidenti. Secondo i rigorosi parametri della scienza. Sono riscontrabili dagli studi compiuti sui malati seguiti negli ospedali e negli ambulatori.
Di queste esperienze, come se gli addetti ai lavori si fossero messi d’accordo, sono venuti a parlare in Italia i massimi esperti: due i convegni che si stanno svolgendo in questi giorni, uno a Bari e uno ad Assisi.
Nella città pugliese si sono dati appuntamento oltre ottocento psichiatri da tutto il mondo. L’incontro è stato organizzato dalla Società internazionale per lo sviluppo del costruttivismo nelle scienze umane. I seminari dimostreranno come sia possibile, mixando la terapia farmacologica con la meditazione zen, fermare le ricadute depressive. Evitare ad una persona cioè, di ripiombare nel buio più assoluto dopo essere riuscita ad uscirne. Gli studi che saranno presentati, mutuati dal lavoro dello statunitense Jon Kabat-Zin (sarà a Bari) che per primo si è applicato sulla meditazione con i malati cronici, hanno il valore di una vittoria insperata. Tutti gli psichiatri, almeno per due anni, hanno sperimentato la tecnica su loro stessi. «Solo così - spiega Guido Bondolfi, libero docente in Psichiatria a Ginevra che a Bari illustrerà i risultati della terapia - possiamo lavorare con i pazienti. Insegnare loro come concentrarsi sul dolore, come “tirarsi fuori” e respirare nel modo corretto per sgombrare la mente e fissarsi solo sul dolore. Puntiamo sul respiro perché ci resta fedele qualsiasi cosa accada al nostro organismo. Su questo si può lavorare per entrare in contatto in un modo diverso con il male. Sia fisico che psichico». Una volta imparato a meditare, laicamente senza nessun riferimento religioso, si deve ripetere la pratica almeno tre quarti d’ora ogni giorno. Ma, assicurano gli psichiatri, bastano anche solo tre minuti per concentrarsi “tirarsi fuori” dalla situazione che stringe. Per liberare la mente e tenere lontani i presupposti di un possibile nuovo attacco depressivo.
Ad Assisi, (...) Conclusione: basta un respiro “giusto” come una matita nelle mani il giorno “giusto” per aiutare chi soffre ad andare avanti. E, magari, sorridere.
cinema
Il Giornale del popolo di Lugano 17.6.03
Le novità italiane al cinema
Antonioni, Bellocchio, Bertolucci e gli altri...
Il cinema italiano si prepara compatto all'assalto della nuova stagione cinematografica. Il più atteso è “I sognatori” di Bernardo Bertolucci che racconta la storia dell'iniziazione politica, sessuale e sociale di tre giovani nella Parigi del '68. Protagonisti, Eva Green, Louis Garrel (figlio del regista francese Philippe) e Michael Pitt. “I sognatori” è tra i papabili per la prossima Mostra del Cinema di Venezia, insieme al film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro, “Buongiorno notte”. Sarà di sicuro in sala a ottobre, “Cantando dietro i paraventi” di Ermanno Olmi, una storia cinese ambientata a fine '800. E poi ritorna Michelangelo Antonioni, a otto anni di distanza da “Al di la' delle nuvole”. Il regista è autore del primo capitolo di “Eros”, il film collettivo in tre episodi, diretto anche da Steven Soderbergh e Wong Kar-Way. L'episodio firmato da Antonioni, “Il filo pericoloso delle cose”, si ispira a un racconto scritto dalla stesso Antonioni e contenuto nella raccolta “Quel Bowling sul Tevere”.
Le novità italiane al cinema
Antonioni, Bellocchio, Bertolucci e gli altri...
Il cinema italiano si prepara compatto all'assalto della nuova stagione cinematografica. Il più atteso è “I sognatori” di Bernardo Bertolucci che racconta la storia dell'iniziazione politica, sessuale e sociale di tre giovani nella Parigi del '68. Protagonisti, Eva Green, Louis Garrel (figlio del regista francese Philippe) e Michael Pitt. “I sognatori” è tra i papabili per la prossima Mostra del Cinema di Venezia, insieme al film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro, “Buongiorno notte”. Sarà di sicuro in sala a ottobre, “Cantando dietro i paraventi” di Ermanno Olmi, una storia cinese ambientata a fine '800. E poi ritorna Michelangelo Antonioni, a otto anni di distanza da “Al di la' delle nuvole”. Il regista è autore del primo capitolo di “Eros”, il film collettivo in tre episodi, diretto anche da Steven Soderbergh e Wong Kar-Way. L'episodio firmato da Antonioni, “Il filo pericoloso delle cose”, si ispira a un racconto scritto dalla stesso Antonioni e contenuto nella raccolta “Quel Bowling sul Tevere”.
giovedì 19.6, a Roma: il convegno della destra di governo sulla psichiatria
comunicato stampa ARAP
Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica-
" LEGGI PSICHIATRICHE E REGOLAMENTI IN EUROPA OGGI: realtà, prospettive e speranze"
Roma, giovedì 19 giugno 2003 Palazzo Marini - Via del Pozzetto ,158 ore 9.00- 18.00 con il patrocinio di PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI MINISTERO DELLA SALUTE
A venticinque anni dall'entrata in vigore della legge n.180 del 13 maggio 1978, nota come "legge Basaglia", che ha rappresentato una radicale innovazione nella storia delle istituzioni psichiatriche del nostro Paese, l'ARAP (Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica) promuove un confronto tra la legislazione italiana vigente e quelle di alcuni Stati dell'Unione Europea: Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Repubblica Federale Tedesca.
Giovedì 19 giugno la sala conferenze di Palazzo Marini in via del Pozzetto n.158, ROMA, dalle ore 9.00 alle ore 18.00 ospiterà il convegno.
L'apertura dei lavori è affidata al Ministro della Salute Girolamo Sirchia e al presidente dell'ARAP, dott.ssa M. Luisa Zardini. Nel dibattito mai terminato sulla interpretazione e applicazione della Riforma Psichiatrica del 1978, che negli ultimi mesi ha ripreso vigore per una serie di proposte di riforma della legge 180, il convegno organizzato dall'ARAP vuole essere una "finestra aperta" sulla realtà della legislazione psichiatrica in campo europeo, sulle tendenze comuni, sulle prospettive future e sulla possibilità di una normativa unica per tutti gli Stati membri dell'Unione. I lavori del convegno, coordinati da G.Anversa, sono presieduti nella sessione antimeridiana dal segretario generale della GAMIAN- Europe (Global Alliance of Mental Illness Advocacy Networks), prof. P. Morselli ; nella sessione pomeridiana dal presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le G. Palumbo, e dal presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, sen. A. Tomassini. Nel corso dell'incontro il direttore della clinica Psichiatrica dell'Università di Bordeaux, prof. M.L. Bourgeois; il vice direttore del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Dresda, prof. T. Kallert; il direttore del Dipartimento di Salute Mentale presso il Ministero della Sanità del Regno Unito, prof. A. Sheenan; il direttore del Progetto di Salute Mentale del Ministero della Sanità Finlandese, dott. H. Stoor, illustrano la situazione dell'assistenza psichiatrica nei loro rispettivi Paesi, confrontandosi con il direttore del Dipartimento di Salute Mentale AUSL di Bologna e vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria, dott. M. Bassi ; con il presidente dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, prof. T. Cantelmi; con il direttore del programma Salute Mentale e dipendenze patologiche dell'AUSL di Rimini, dott. A. Fioritti. Sono previsti interventi di rappresentanti di altre Associazioni di Familiari, del presidente della Commissione Parlamentare Infanzia e membro della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le sig.ra M. Burani Procaccini; del segretario della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le sig.ra C. Moroni; del responsabile nazionale Sanità di A.N., on.le G. Conti.
*****
L'ARAP - Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica- con sedi a Roma, Bologna, Catania, Nuoro e Trieste, presieduta da M. Luisa Zardini, è stata fondata nel 1981 da familiari di malati di mente allo scopo di sollecitare la modifica di alcuni punti della legge n. 180/833 del 1978. Tra gli obiettivi dell'ARAP il diritto alla cura del paziente psichiatrico, inconsapevole della propria patologia, con il conseguente abbattimento dello stigma nei confronti della malattia mentale; la prevenzione, per evitare la cronicizzazione della malattia; il supporto ai familiari sui quali non deve gravare l'isolamento.
ufficio stampa A.R.A.P. GIOVANNA MAZZARELLA 06 5818246 - 348 3805201 ANGELICA BIANCO 328 3185105
SI PREGA ACCREDITARSI PRESSO L'UFFICIO STAMPA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI AL FAX 06 6783082
Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica-
" LEGGI PSICHIATRICHE E REGOLAMENTI IN EUROPA OGGI: realtà, prospettive e speranze"
Roma, giovedì 19 giugno 2003 Palazzo Marini - Via del Pozzetto ,158 ore 9.00- 18.00 con il patrocinio di PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI MINISTERO DELLA SALUTE
A venticinque anni dall'entrata in vigore della legge n.180 del 13 maggio 1978, nota come "legge Basaglia", che ha rappresentato una radicale innovazione nella storia delle istituzioni psichiatriche del nostro Paese, l'ARAP (Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica) promuove un confronto tra la legislazione italiana vigente e quelle di alcuni Stati dell'Unione Europea: Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Repubblica Federale Tedesca.
Giovedì 19 giugno la sala conferenze di Palazzo Marini in via del Pozzetto n.158, ROMA, dalle ore 9.00 alle ore 18.00 ospiterà il convegno.
L'apertura dei lavori è affidata al Ministro della Salute Girolamo Sirchia e al presidente dell'ARAP, dott.ssa M. Luisa Zardini. Nel dibattito mai terminato sulla interpretazione e applicazione della Riforma Psichiatrica del 1978, che negli ultimi mesi ha ripreso vigore per una serie di proposte di riforma della legge 180, il convegno organizzato dall'ARAP vuole essere una "finestra aperta" sulla realtà della legislazione psichiatrica in campo europeo, sulle tendenze comuni, sulle prospettive future e sulla possibilità di una normativa unica per tutti gli Stati membri dell'Unione. I lavori del convegno, coordinati da G.Anversa, sono presieduti nella sessione antimeridiana dal segretario generale della GAMIAN- Europe (Global Alliance of Mental Illness Advocacy Networks), prof. P. Morselli ; nella sessione pomeridiana dal presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le G. Palumbo, e dal presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, sen. A. Tomassini. Nel corso dell'incontro il direttore della clinica Psichiatrica dell'Università di Bordeaux, prof. M.L. Bourgeois; il vice direttore del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Dresda, prof. T. Kallert; il direttore del Dipartimento di Salute Mentale presso il Ministero della Sanità del Regno Unito, prof. A. Sheenan; il direttore del Progetto di Salute Mentale del Ministero della Sanità Finlandese, dott. H. Stoor, illustrano la situazione dell'assistenza psichiatrica nei loro rispettivi Paesi, confrontandosi con il direttore del Dipartimento di Salute Mentale AUSL di Bologna e vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria, dott. M. Bassi ; con il presidente dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, prof. T. Cantelmi; con il direttore del programma Salute Mentale e dipendenze patologiche dell'AUSL di Rimini, dott. A. Fioritti. Sono previsti interventi di rappresentanti di altre Associazioni di Familiari, del presidente della Commissione Parlamentare Infanzia e membro della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le sig.ra M. Burani Procaccini; del segretario della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le sig.ra C. Moroni; del responsabile nazionale Sanità di A.N., on.le G. Conti.
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L'ARAP - Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica- con sedi a Roma, Bologna, Catania, Nuoro e Trieste, presieduta da M. Luisa Zardini, è stata fondata nel 1981 da familiari di malati di mente allo scopo di sollecitare la modifica di alcuni punti della legge n. 180/833 del 1978. Tra gli obiettivi dell'ARAP il diritto alla cura del paziente psichiatrico, inconsapevole della propria patologia, con il conseguente abbattimento dello stigma nei confronti della malattia mentale; la prevenzione, per evitare la cronicizzazione della malattia; il supporto ai familiari sui quali non deve gravare l'isolamento.
ufficio stampa A.R.A.P. GIOVANNA MAZZARELLA 06 5818246 - 348 3805201 ANGELICA BIANCO 328 3185105
SI PREGA ACCREDITARSI PRESSO L'UFFICIO STAMPA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI AL FAX 06 6783082
origini dell'uomo
Le Scienze 13.06.2003
Scoperto il più antico fossile di Homo sapiens
I reperti confermano l’ipotesi dell’evoluzione dell’uomo moderno in Africa e della successiva migrazione
Scienziati dell’Università della California di Berkeley, in collaborazione con ricercatori etiopi e di altri paesi, hanno scoperto fossili dei primi uomini moderni, Homo sapiens, la cui età è stimata fra 154.000 e 160.000 anni. Secondo gli studiosi, la scoperta fornisce forti prove a favore della coesistenza di Homo sapiens e Neanderthal, contraddicendo la teoria secondo cui i primi discendevano dai secondi.
In due articoli, pubblicati sul numero del 12 giugno della rivista “Nature”, gli autori descrivono i crani fossilizzati di due adulti e un bambino, scoperti presso il villaggio di Herto in Etiopia, circa 200 chilometri a nord-est di Addis Abeba. I reperti colmerebbero un grande buco nelle documentazioni di fossili umani.
“C’è una carenza di fossili intermedi fra i pre-umani e gli esseri umani moderni, ovvero fra 300.000 e 100.000 anni or sono, - spiega il paleoantropologo Tim D. White - Adesso finalmente anche i ritrovamenti sono compatibili con le prove molecolari”.
Secondo il biologo F. Clark Howell, co-autore dello studio, “i fossili di Herto sono senza ombra di dubbio non-Neanderthaliani, e mostrano che in Africa erano apparsi esseri umani moderni ben prima che i Neanderthal sparissero in Europa. Questo dimostra che i Neanderthal non sono mai stati una tappa della nostra evoluzione”.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Scoperto il più antico fossile di Homo sapiens
I reperti confermano l’ipotesi dell’evoluzione dell’uomo moderno in Africa e della successiva migrazione
Scienziati dell’Università della California di Berkeley, in collaborazione con ricercatori etiopi e di altri paesi, hanno scoperto fossili dei primi uomini moderni, Homo sapiens, la cui età è stimata fra 154.000 e 160.000 anni. Secondo gli studiosi, la scoperta fornisce forti prove a favore della coesistenza di Homo sapiens e Neanderthal, contraddicendo la teoria secondo cui i primi discendevano dai secondi.
In due articoli, pubblicati sul numero del 12 giugno della rivista “Nature”, gli autori descrivono i crani fossilizzati di due adulti e un bambino, scoperti presso il villaggio di Herto in Etiopia, circa 200 chilometri a nord-est di Addis Abeba. I reperti colmerebbero un grande buco nelle documentazioni di fossili umani.
“C’è una carenza di fossili intermedi fra i pre-umani e gli esseri umani moderni, ovvero fra 300.000 e 100.000 anni or sono, - spiega il paleoantropologo Tim D. White - Adesso finalmente anche i ritrovamenti sono compatibili con le prove molecolari”.
Secondo il biologo F. Clark Howell, co-autore dello studio, “i fossili di Herto sono senza ombra di dubbio non-Neanderthaliani, e mostrano che in Africa erano apparsi esseri umani moderni ben prima che i Neanderthal sparissero in Europa. Questo dimostra che i Neanderthal non sono mai stati una tappa della nostra evoluzione”.
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evoluzione: glabro è bello
Le Scienze 15.06.2003
Le origini della scimmia nuda
L’uomo avrebbe perso la pelliccia per sbarazzarsi di insetti e parassiti
Due scienziati britannici hanno formulato una nuova teoria per spiegare perché l’uomo è in gran parte privo di pelo, a differenza dai suoi parenti più prossimi, le scimmie.
L’ipotesi finora generalmente accettata afferma che la perdita della pelliccia sia stata una scelta evolutiva per permettere di controllare la temperatura del corpo nei climi caldi. Ma Mark Pagel dell’Università di Reading e Walter Bodmer dell’Università di Oxford sostengono che l’uomo abbia perso il pelo per sbarazzarsi di insetti e parassiti e per incrementare la propria capacità attrattiva sessuale.
La teoria sul controllo del calore, in effetti, presenta alcuni problemi quando gli scienziati prendono in considerazione situazioni dove fa molto caldo o molto freddo. Secondo Pagel e Bodmer, gli uomini del passato erano in grado di rispondere con flessibilità ed efficienza al loro ambiente producendo fuochi, ripari e vestiario. La perdita della pelliccia a quel punto divenne possibile e anzi desiderabile, visto che i vestiti, se infestati da parassiti, potevano essere puliti o cambiati.
In un articolo pubblicato sulla rivista “Biology Letters”, i due ricercatori affermano che la loro ipotesi spiega anche meglio il motivo delle differenze fra uomini e donne. “La perdita di pelo - sostengono - permetteva agli esseri umani di pubblicizzare in modo convincente la loro ridotta suscettibilità alle infezioni da parassiti. Questa caratteristica divenne pertanto un tratto desiderabile in un compagno: la maggiore perdita di peli nelle donne è dovuta a una selezione sessuale più forte esercitata da parte degli uomini”.
Pagel e Bodmer sono convinti che la loro teoria possa essere messa alla prova. “È ragionevole attendersi - affermano - che gli esseri umani la cui storia evolutiva si è svolta in regioni con maggiori concentrazioni di parassiti portatori di malattie, come i tropici, abbiamo meno peli corporei di altri”.
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Le origini della scimmia nuda
L’uomo avrebbe perso la pelliccia per sbarazzarsi di insetti e parassiti
Due scienziati britannici hanno formulato una nuova teoria per spiegare perché l’uomo è in gran parte privo di pelo, a differenza dai suoi parenti più prossimi, le scimmie.
L’ipotesi finora generalmente accettata afferma che la perdita della pelliccia sia stata una scelta evolutiva per permettere di controllare la temperatura del corpo nei climi caldi. Ma Mark Pagel dell’Università di Reading e Walter Bodmer dell’Università di Oxford sostengono che l’uomo abbia perso il pelo per sbarazzarsi di insetti e parassiti e per incrementare la propria capacità attrattiva sessuale.
La teoria sul controllo del calore, in effetti, presenta alcuni problemi quando gli scienziati prendono in considerazione situazioni dove fa molto caldo o molto freddo. Secondo Pagel e Bodmer, gli uomini del passato erano in grado di rispondere con flessibilità ed efficienza al loro ambiente producendo fuochi, ripari e vestiario. La perdita della pelliccia a quel punto divenne possibile e anzi desiderabile, visto che i vestiti, se infestati da parassiti, potevano essere puliti o cambiati.
In un articolo pubblicato sulla rivista “Biology Letters”, i due ricercatori affermano che la loro ipotesi spiega anche meglio il motivo delle differenze fra uomini e donne. “La perdita di pelo - sostengono - permetteva agli esseri umani di pubblicizzare in modo convincente la loro ridotta suscettibilità alle infezioni da parassiti. Questa caratteristica divenne pertanto un tratto desiderabile in un compagno: la maggiore perdita di peli nelle donne è dovuta a una selezione sessuale più forte esercitata da parte degli uomini”.
Pagel e Bodmer sono convinti che la loro teoria possa essere messa alla prova. “È ragionevole attendersi - affermano - che gli esseri umani la cui storia evolutiva si è svolta in regioni con maggiori concentrazioni di parassiti portatori di malattie, come i tropici, abbiamo meno peli corporei di altri”.
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domenica 15 giugno 2003
Mario Vegetti e Antonio Gnoli: su Platone
La Repubblica 15.6.03
UN FILOSOFO DA STADIO
Viviamo in un´epoca filoplatonica che ama la fluidità, i contrasti e le parole
Politicamente il suo pensiero non era né nazista né fascista, ma neppure democratico
Ne parliamo con Mario Vegetti che sul pensatore ha raccolto in un libro quindici lezioni
I suoi dialoghi rappresentati o letti fanno il tutto esaurito nei teatri e all´università
di Antonio Gnoli
MILANO - Nel borsino dei filosofi antichi più quotati, forse più letti, senz´altro più celebrati, Platone facilmente occupa il primo posto. Più del caro, solido e vecchio Aristotele che pure le sue soddisfazioni sul piano della visibilità le ha avute? Mario Vegetti che dalla coppia d´assi dell´antichità si è a lungo occupato (ma direi con una preferenza, almeno negli ultimi anni, per l´autore della Repubblica), è piuttosto categorico: «Siamo in un´epoca filoplatonica e antiaristotelica». Bene. Del resto chi voglia capire un po´ meglio il senso di questo filoplatonismo imperante dovrebbe leggere le Quindici lezioni su Platone che Vegetti ha da poco pubblicato per Einaudi (pagg. 256, euro 16,50). È un libro molto bello. Gradevole nel modo di porgere la materia filosofica e acuto nell´argomentarla. Per queste sue qualità intrinseche mi verrebbe di accostarlo a quella Introduzione alla lettura di Platone che Alexandre Koyré, meraviglioso storico della scienza, scrisse in anni molto lontani.
Si diceva del successo di Platone. Qualche tempo fa una lettura del Fedone aveva lasciato fuori dell´aula magna dell´università di Bologna centinaia di giovani. E la stessa cosa si è ripetuta nel teatro di Asti, poche settimane orsono, dove è stata allestita con successo una rappresentazione del Simposio. I libri di Platone sono dei long sellers, con in testa proprio Il Simposio e a seguire l´immancabile Repubblica, su cui lo stesso Vegetti da alcuni anni sta tenendo seminari con relative pubblicazioni per Bibliopolis.
Perché oggi Platone viene preferito ad Aristotele?
«Aristotele ha un´offerta più univoca. La sua filosofia è provvista di un solido impianto metafisico, logico ed etico. Mentre Platone è più fluido, si presta a fruizioni molto diverse, perfino contrastanti fra loro».
Platone è più duttile.
«Senza dubbio. Lei accennava al successo del Fedone. È un dialogo sulla preparazione alla morte, sull´ascesi, sull´anima. Argomenti che trovano oggi un pubblico molto più disponibile. E d´altra parte c´è anche un Platone della ragione».
Che tipo di razionalismo è il suo?
«Non freddo come quello di Aristotele, ma caldo, appassionato».
Sebbene rimanga un pensatore forte.
«Ha un pensiero forte come quello di Hegel, ma non è uno storicista».
Anche perché è all´inizio della storia della filosofia. Lei crede che davvero Platone sia all´origine della filosofia?
«Se per filosofia intendiamo una serie di tesi argomentate razionalmente e sottoposte alla discussione, non ho dubbi che la filosofia cominci con lui».
E prima di lui?
«Prima esistono forme sapienziali di conoscenza del mondo, il cui punto più alto è rappresentato da Parmenide e Eraclito. Però, ripeto, se alla filosofia attribuiamo quell´atteggiamento specifico non di rivelazione di verità in forma oracolare, ma di argomentazione di tesi, allora è da Platone che occorre partire».
Che atteggiamento ha Platone verso i suoi predecessori?
«Considera questi sapienti della tradizione come dei padri, da prendere seriamente, ma anche con ironia».
Ironia?
«L´ironia gli serve per sdoganarli. I sofisti infatti li avevano resi oggetti d´antiquariato. E la critica sofistica è l´avversario contro cui Platone combatte».
Accennava prima all´esistenza non di un solo Platone.
«C´è quello, come le dicevo, del Fedone, che è il Platone dell´anima, del sé, dell´interiorità e c´è quello della Repubblica, il Platone delle rivoluzioni. Fra i platonismi possibili qui si registra il massimo della divergenza».
Anche il versante politico non è stato mai accettato univocamente.
«Pesa una storia ormai cinquantennale, che si può far cominciare con Popper e con la sua relativa accusa di essere Platone il progenitore di tutti i totalitarismi».
Dopo mezzo secolo la questione si è un po´ chiarita.
«È curioso. Ma quelli trascorsi sono stati cinquant´anni di tentativi di difenderlo da Popper e poi via via di difendere Platone da se stesso».
Cioè?
«Provare a negare che Platone abbia detto certe cose che possono essere usate in chiave totalitaria».
Che fa, riabilita la versione di Popper?
«Sicuramente Platone non è né un pensatore fascista né stalinista. E d´altro canto, non possiamo leggerlo avendo come punto di riferimento invariante, cioè come pensiero unico, il modello liberale cristiano e democratico. Platone è completamente fuori da questo tipo di tradizione».
Perché?
«Il suo pensiero sul piano politico non è liberale, non è democratico e neppure cristiano, perché non crede che esista una eguaglianza naturale fra gli uomini, perché inoltre è convinto che qualcuno sia moralmente più dotato di altri e quindi abbia più diritto a governare, perché infine crede che la comunità venga prima dell´individuo. Ma tutto questo non è né stalinista né nazista».
È un pensiero politico, per certi versi, arcaico.
«Sarebbe un pensiero arcaico in una chiave storicista. Ma allora potrebbe anche essere un pensiero postmoderno».
La lettura che alcuni interpreti hanno dato dell´anima immortale, accrediterebbe un Platone cristiano. Lei che ne pensa?
«Platone affronta il problema dell´anima immortale per due ragioni. La prima è sostanzialmente etica. Cioè ha bisogno di un dispositivo di incentivi alla virtù per coloro che non sono in grado di comprendere l´argomento filosofico. Con maggior coraggio Aristotele rinuncia a questo tipo di incoraggiamento».
E la seconda ragione?
«È più sottile. Poiché l´oggetto principale della filosofia di Platone sono le idee, le quali sono incorporee, allora c´è bisogno di un organo incorporeo, l´anima immortale appunto, che spieghi come possiamo conoscere questi enti. I quali in quanto incorporei sono fuori dal tempo e quindi anche l´anima che li spiega deve essere fuori del tempo, cioè immortale. Dunque in Platone c´è sia una esigenza morale che epistemologica. Ma fra le due esigenze si crea una contraddizione interna».
Quale?
«Dal punto di vista morale ci sono le anime che una volta che si reincarnano hanno bisogno di dimenticare i premi e le punizioni dell´aldilà, perché se li ricordassero sarebbero giuste per un calcolo utilitaristico e non per una scelta morale. Quindi l´argomento morale richiede l´oblio. Invece dal punto di vista epistemologico le anime devono comportare la reminiscenza. Bisogna cioè ricordare quello che si è conosciuto nella vita extracorporea, altrimenti non funziona. La morale vuole l´oblio, e infatti le anime nella Repubblica, prima di reincarnarsi bevono l´acqua del fiume dell´oblio, invece l´epistemologia richiede la reminiscenza».
La contraddizione o quanto meno la tensione teorica è evidente. Prima accennava al ruolo dei sofisti. Al centro delle dispute c´è anche la parola e il modo di argomentare.
«In un certo senso Platone è sul crinale tra la parola e la scrittura. Diffida della scrittura ma non ne può fare a meno. Ne esce con una scrittura che imita il discorso dal vivo. Solo dopo Aristotele la filosofia diventa quasi esclusivamente scrittura».
Quella scrittura oggi nuovamente declina. Qualcuno parla di un ritorno alla parola.
«Certamente non stiamo tornando alla civiltà della parola se per parola si intende il confronto fra tesi argomentate. Quello che abbiamo è una parola di tipo impositivo che non si argomenta più ma si fonda sulla ripetizione e sulla suggestione. Se c´è una utopia più grande di quella politica è immaginare una società in cui si ricostruisca un nesso comunicativo di argomentazioni».
Ma la nostra società è molto diversa da quella che Platone aveva sotto gli occhi.
«È chiaro che noi viviamo dentro dei segmenti di società che non hanno nulla in comune con il mondo greco. D´altra parte, un tratto fondamentale dell´esigenza di Platone è che alla fine della discussione ci sia il consenso. Solo se c´è accordo fra gli interlocutori allora l´inchiesta filosofica si può dire riuscita. Dove non c´è accordo lì si registra il fallimento. Non vorrei fare l´Habermas postplatonico, ma se c´è un´attualità di Platone è proprio in questo punto».
Ne è convinto?
«Concretamente non so quanto in società di massa fortemente atomizzate, dove la parola diventa una sorta di retorica gridata, questo sia possibile».
Ci vorrebbe un nuovo Socrate.
«Non so se basterebbe. Da un certo punto di vista Socrate è un contenitore vuoto che i suoi discepoli o seguaci hanno riempito delle cose più disparate. È più l´emblema di una forma di vita che non di un pensiero. È il protofilosofo martire. Vittima della città».
Platone non ha un atteggiamento univoco nei suoi confronti.
«È vero. Nei suoi riguardi qualche volta è ironico, qualche volta lo espone a delle cattive figure, qualche volta lo fa diventare enfatico, qualche volta lo fa pentire per quello che ha detto. E alla fine lo fa sparire. Ma su questa sparizione si aprirebbe un altro grosso problema interpretativo su cui gli interpreti non hanno ancora trovato un accordo».
UN FILOSOFO DA STADIO
Viviamo in un´epoca filoplatonica che ama la fluidità, i contrasti e le parole
Politicamente il suo pensiero non era né nazista né fascista, ma neppure democratico
Ne parliamo con Mario Vegetti che sul pensatore ha raccolto in un libro quindici lezioni
I suoi dialoghi rappresentati o letti fanno il tutto esaurito nei teatri e all´università
di Antonio Gnoli
MILANO - Nel borsino dei filosofi antichi più quotati, forse più letti, senz´altro più celebrati, Platone facilmente occupa il primo posto. Più del caro, solido e vecchio Aristotele che pure le sue soddisfazioni sul piano della visibilità le ha avute? Mario Vegetti che dalla coppia d´assi dell´antichità si è a lungo occupato (ma direi con una preferenza, almeno negli ultimi anni, per l´autore della Repubblica), è piuttosto categorico: «Siamo in un´epoca filoplatonica e antiaristotelica». Bene. Del resto chi voglia capire un po´ meglio il senso di questo filoplatonismo imperante dovrebbe leggere le Quindici lezioni su Platone che Vegetti ha da poco pubblicato per Einaudi (pagg. 256, euro 16,50). È un libro molto bello. Gradevole nel modo di porgere la materia filosofica e acuto nell´argomentarla. Per queste sue qualità intrinseche mi verrebbe di accostarlo a quella Introduzione alla lettura di Platone che Alexandre Koyré, meraviglioso storico della scienza, scrisse in anni molto lontani.
Si diceva del successo di Platone. Qualche tempo fa una lettura del Fedone aveva lasciato fuori dell´aula magna dell´università di Bologna centinaia di giovani. E la stessa cosa si è ripetuta nel teatro di Asti, poche settimane orsono, dove è stata allestita con successo una rappresentazione del Simposio. I libri di Platone sono dei long sellers, con in testa proprio Il Simposio e a seguire l´immancabile Repubblica, su cui lo stesso Vegetti da alcuni anni sta tenendo seminari con relative pubblicazioni per Bibliopolis.
Perché oggi Platone viene preferito ad Aristotele?
«Aristotele ha un´offerta più univoca. La sua filosofia è provvista di un solido impianto metafisico, logico ed etico. Mentre Platone è più fluido, si presta a fruizioni molto diverse, perfino contrastanti fra loro».
Platone è più duttile.
«Senza dubbio. Lei accennava al successo del Fedone. È un dialogo sulla preparazione alla morte, sull´ascesi, sull´anima. Argomenti che trovano oggi un pubblico molto più disponibile. E d´altra parte c´è anche un Platone della ragione».
Che tipo di razionalismo è il suo?
«Non freddo come quello di Aristotele, ma caldo, appassionato».
Sebbene rimanga un pensatore forte.
«Ha un pensiero forte come quello di Hegel, ma non è uno storicista».
Anche perché è all´inizio della storia della filosofia. Lei crede che davvero Platone sia all´origine della filosofia?
«Se per filosofia intendiamo una serie di tesi argomentate razionalmente e sottoposte alla discussione, non ho dubbi che la filosofia cominci con lui».
E prima di lui?
«Prima esistono forme sapienziali di conoscenza del mondo, il cui punto più alto è rappresentato da Parmenide e Eraclito. Però, ripeto, se alla filosofia attribuiamo quell´atteggiamento specifico non di rivelazione di verità in forma oracolare, ma di argomentazione di tesi, allora è da Platone che occorre partire».
Che atteggiamento ha Platone verso i suoi predecessori?
«Considera questi sapienti della tradizione come dei padri, da prendere seriamente, ma anche con ironia».
Ironia?
«L´ironia gli serve per sdoganarli. I sofisti infatti li avevano resi oggetti d´antiquariato. E la critica sofistica è l´avversario contro cui Platone combatte».
Accennava prima all´esistenza non di un solo Platone.
«C´è quello, come le dicevo, del Fedone, che è il Platone dell´anima, del sé, dell´interiorità e c´è quello della Repubblica, il Platone delle rivoluzioni. Fra i platonismi possibili qui si registra il massimo della divergenza».
Anche il versante politico non è stato mai accettato univocamente.
«Pesa una storia ormai cinquantennale, che si può far cominciare con Popper e con la sua relativa accusa di essere Platone il progenitore di tutti i totalitarismi».
Dopo mezzo secolo la questione si è un po´ chiarita.
«È curioso. Ma quelli trascorsi sono stati cinquant´anni di tentativi di difenderlo da Popper e poi via via di difendere Platone da se stesso».
Cioè?
«Provare a negare che Platone abbia detto certe cose che possono essere usate in chiave totalitaria».
Che fa, riabilita la versione di Popper?
«Sicuramente Platone non è né un pensatore fascista né stalinista. E d´altro canto, non possiamo leggerlo avendo come punto di riferimento invariante, cioè come pensiero unico, il modello liberale cristiano e democratico. Platone è completamente fuori da questo tipo di tradizione».
Perché?
«Il suo pensiero sul piano politico non è liberale, non è democratico e neppure cristiano, perché non crede che esista una eguaglianza naturale fra gli uomini, perché inoltre è convinto che qualcuno sia moralmente più dotato di altri e quindi abbia più diritto a governare, perché infine crede che la comunità venga prima dell´individuo. Ma tutto questo non è né stalinista né nazista».
È un pensiero politico, per certi versi, arcaico.
«Sarebbe un pensiero arcaico in una chiave storicista. Ma allora potrebbe anche essere un pensiero postmoderno».
La lettura che alcuni interpreti hanno dato dell´anima immortale, accrediterebbe un Platone cristiano. Lei che ne pensa?
«Platone affronta il problema dell´anima immortale per due ragioni. La prima è sostanzialmente etica. Cioè ha bisogno di un dispositivo di incentivi alla virtù per coloro che non sono in grado di comprendere l´argomento filosofico. Con maggior coraggio Aristotele rinuncia a questo tipo di incoraggiamento».
E la seconda ragione?
«È più sottile. Poiché l´oggetto principale della filosofia di Platone sono le idee, le quali sono incorporee, allora c´è bisogno di un organo incorporeo, l´anima immortale appunto, che spieghi come possiamo conoscere questi enti. I quali in quanto incorporei sono fuori dal tempo e quindi anche l´anima che li spiega deve essere fuori del tempo, cioè immortale. Dunque in Platone c´è sia una esigenza morale che epistemologica. Ma fra le due esigenze si crea una contraddizione interna».
Quale?
«Dal punto di vista morale ci sono le anime che una volta che si reincarnano hanno bisogno di dimenticare i premi e le punizioni dell´aldilà, perché se li ricordassero sarebbero giuste per un calcolo utilitaristico e non per una scelta morale. Quindi l´argomento morale richiede l´oblio. Invece dal punto di vista epistemologico le anime devono comportare la reminiscenza. Bisogna cioè ricordare quello che si è conosciuto nella vita extracorporea, altrimenti non funziona. La morale vuole l´oblio, e infatti le anime nella Repubblica, prima di reincarnarsi bevono l´acqua del fiume dell´oblio, invece l´epistemologia richiede la reminiscenza».
La contraddizione o quanto meno la tensione teorica è evidente. Prima accennava al ruolo dei sofisti. Al centro delle dispute c´è anche la parola e il modo di argomentare.
«In un certo senso Platone è sul crinale tra la parola e la scrittura. Diffida della scrittura ma non ne può fare a meno. Ne esce con una scrittura che imita il discorso dal vivo. Solo dopo Aristotele la filosofia diventa quasi esclusivamente scrittura».
Quella scrittura oggi nuovamente declina. Qualcuno parla di un ritorno alla parola.
«Certamente non stiamo tornando alla civiltà della parola se per parola si intende il confronto fra tesi argomentate. Quello che abbiamo è una parola di tipo impositivo che non si argomenta più ma si fonda sulla ripetizione e sulla suggestione. Se c´è una utopia più grande di quella politica è immaginare una società in cui si ricostruisca un nesso comunicativo di argomentazioni».
Ma la nostra società è molto diversa da quella che Platone aveva sotto gli occhi.
«È chiaro che noi viviamo dentro dei segmenti di società che non hanno nulla in comune con il mondo greco. D´altra parte, un tratto fondamentale dell´esigenza di Platone è che alla fine della discussione ci sia il consenso. Solo se c´è accordo fra gli interlocutori allora l´inchiesta filosofica si può dire riuscita. Dove non c´è accordo lì si registra il fallimento. Non vorrei fare l´Habermas postplatonico, ma se c´è un´attualità di Platone è proprio in questo punto».
Ne è convinto?
«Concretamente non so quanto in società di massa fortemente atomizzate, dove la parola diventa una sorta di retorica gridata, questo sia possibile».
Ci vorrebbe un nuovo Socrate.
«Non so se basterebbe. Da un certo punto di vista Socrate è un contenitore vuoto che i suoi discepoli o seguaci hanno riempito delle cose più disparate. È più l´emblema di una forma di vita che non di un pensiero. È il protofilosofo martire. Vittima della città».
Platone non ha un atteggiamento univoco nei suoi confronti.
«È vero. Nei suoi riguardi qualche volta è ironico, qualche volta lo espone a delle cattive figure, qualche volta lo fa diventare enfatico, qualche volta lo fa pentire per quello che ha detto. E alla fine lo fa sparire. Ma su questa sparizione si aprirebbe un altro grosso problema interpretativo su cui gli interpreti non hanno ancora trovato un accordo».
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