La Stampa Tuttoscienze 30/7/2003
SENSI: GLI ESITI DI INTERESSANTI ESPERIMENTI
Profumo di donna e di uomo (per chi sa ancora usare il naso)
E’ PROBABILE CHE GIA’ NEL FETO SI RECEPISCANO ATTRAVERSO IL LIQUIDO AMNIOTICO FRAGRANZE CHE POSSONO CONDURRE A PREFERENZE O AD AVVERSIONI ALIMENTARI
di Marco Pacori
NEL film «Michael», John Travolta era un angelo che profumava di biscotti appena sfornati e le donne, annusandolo, se ne sentivano irresistibilmente ammaliate. E che dire del tanto decantato dopobarba «sciupafemmine» per «l’uomo che non deve chiedere mai»? Dai romanzi, alla poesia; dalla pubblicità ai film l’effetto dell’odore individuale a livello interpersonale è da sempre esaltato e a ragione: un profumo ci fa perdere la testa, ci fa sognare, ci turba i sensi; ci rasserena e ci ammansisce. Nonostante quest’effetto, l’olfatto è un senso che la nostra specie sta perdendo. Dominique Giorgi del Centro ricerche biochimiche di Montpellier, nell’ambito dello studio del genoma umano, ha scoperto che il 72% dei geni cui si deve la percezione dell’olfatto è «spento». L’1% della popolazione poi non avverte alcun odore e il 50% degli individui non distingue il tipico «profumo di uomo», il muschiato androstenolo.
Da poco tempo la scienza è stata in grado di dare una risposta ai perché degli effetti di odori e profumi. L’olfatto e il gusto si sviluppano molto precocemente nel feto; non è improbabile che quindi, attraverso il liquido amniotico, si faccia conoscenza delle fragranze recepite dalla madre e già allora nascano delle preferenze o delle avversioni alimentari e olfattive in base alle reazioni che gli odori producono su di lei. Esperimenti su animali, con l’introduzione di particolari essenze nella placenta o aromatizzando il cibo della femmina gravida con determinate spezie, hanno dimostrato che i cuccioli, alla nascita, mostrano una spiccata predilezione per queste sostanze.
Il neonato distingue l’odore della propria madre da quello delle altre donne già intorno al sesto giorno di vita; per altro, è in grado di riconoscere la «fragranza» del seno anche se non è mai stato allattato. Attorno ai cinque, sei anni, fase in cui Freud ha postulato che il bambino sviluppi una forte attrazione per il genitore di sesso opposto e antagonismo per quello dello stesso sesso, degli studi hanno messo in evidenza che il «pargolo» trova stimolante l’odore della madre (o del padre, se si tratta di una femmina) e repellente quello del padre. Rachel Herz dell’Università della Pennsylvania ha dimostrato sperimentalmente quella che è un’esperienza comune, cioè che un odore «impregna» un’esperienza, rendendone più forte il ricordo. Questo fenomeno, spiega la studiosa, è da attribuire al fatto che la regione del cervello preposta all’elaborazione olfattiva è direttamente connessa con amigdala e ippocampo, le sedi dei ricordi, specie quelli ad alto tenore emotivo. L’odore è come un’impronta digitale: unico e inimitabile. I partner sono in grado di riconoscersi annusando semplicemente l’odore delle magliette indossate.
Non serve essere scienziati per scoprire che l’odore o il profumo dell’altro può rivelarsi potente afrodisiaco. E’ poi esperienza comune che un profumo di per sé indifferente possa diventare estremamente attraente se sentito su una persona di cui siamo innamorati; così come è tutt’altro che infrequente percepire all’improvviso il suo odore nei momenti più disparati e in totale assenza della sua persona o di capi d’abbigliamento o altro che siano stati a contatto con essa. Un’altra indagine condotta nell’università di Chicago ha dato prova che delle donne cui è stata fatta annusare una fiala contenente gocce di secrezione ascellare dei propri compagni, sottoposte ad un tedioso esperimento, mantengono un umore positivo molto più a lungo di altre che hanno annusato un’ampolla contenente solo un liquido neutro.
Konig e Schultze-Westrum, con un’arguta sperimentazione, hanno potuto verificare che l’odore personale esercita un’influenza non trascurabile nei giudizi di simpatia e antipatia verso degli sconosciuti. Le donne sono più sensibili all’odore del maschio, benché quest’ultimo adotti l’odore personale come criterio nella scelta del parner in misura notevolmente superiore di quanto non faccia il gentil sesso. Per quanto riguarda l’odore personale, le donne di solito valutano il proprio odore come gradevole, mentre l’uomo lo trova indifferente se non addirittura da far «storcere il naso». Entrambi i sessi sono però concordi nel giudicare più piacevole la «profumazione» femminile. L’odore può provocare degli effetti inconsci. In particolare le molecole odorose, denominate feromoni, che negli animali regolano corteggiamento e riproduzione, inducono dei fenomeni quantomeno insoliti. In un test, due ricercatrici dell’Università di Chicago hanno fatto annusare a dei soggetti femminili delle secrezioni di altre donne: bene, a seconda del fatto che fossero «prelevate» prima o dopo l’ovulazione, il ciclo mestruale delle inconsapevoli «sommelier» accelerava o rallentava. Un’altra osservazione interessante è quella condotta in ambienti, come gli appartamenti dei college, dove le donne si trovano a coabitare assieme a lungo: il loro ciclo mestruale tende a sincronizzarsi. Un effetto anch’esso attribuibile alla percezione dei feromoni è la constatazione che quando una donna convive con un uomo, i suoi cicli generalmente si accorciano per estendere il periodo di fertilità.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 6 agosto 2003
storia del cristianesimo
La Stampa Tuttolibri 2/8/2003
Ma il divino Gregorio preferiva il turbante turco alla tiara latina
NELL’AUTUNNO del medioevo, che in Oriente era l'alba del rinascimento, un monaco pregò perché gli fosse rivelata la condizione del divino Gregorio Palamas, che da poco tempo era morto. Una notte gli si presentò in sogno una visione. Nel tempio della Divina Sapienza che si trova nella Costantinopoli celeste, di cui il tempio di Haghia Sophia che si trova nella Costantinopoli terrena non è che il rispecchiamento, si stava svolgendo un concilio. Erano allineati il grande Atanasio e con lui Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, e ancora Gregorio di Nissa e il sapiente Cirillo. Stavano discutendo da tempo infinito, ma non riuscivano a trovare una conclusione. Ed ecco, il monaco udì una voce stentorea: «E' impossibile che i presenti ratifichino con il voto le loro decisioni, se anche Gregorio, il metropolita di Tessalonica, non è presente». Ma Gregorio non c'era, perché si trovava a colloquio privato presso il trono dell'Imperatore che è nei cieli, di cui l'imperatore terreno è solo il riflesso. Quando il colloquio finì, e il diacono inviato dai padri comunicò al divino Gregorio che era atteso, questi si recò al concilio e tutti i padri si alzarono in piedi e lo portarono nel mezzo e lo fecero sedere sullo scanno più alto insieme a Basilio, Giovanni e Gregorio. Fu così che tutte le linee teologiche discusse per diverse cause e in diversi tempi Gregorio Palamas le fece convergere in un solo punto, e alla fine il concilio poté sciogliersi perché nessuna cosa non era stata risolta. Il sogno del monaco non si avverò. Il concilio, nella basilica celeste, non è ancora sciolto. Malgrado Gregorio Palamas sia stato santificato e la sua confutazione dell'eresia latina sia stata inserita nel Synodikon dell'ortodossia che si legge ogni anno la domenica dell'ortodossia, gli occidentali non hanno ancora ammesso che la parola di Palamas era assoluta e definitiva e chiudeva ogni possibile dibattito teologico dopo quattordici secoli di cristianesimo. Nella Costantinopoli celeste ancora stridono, a irritare le orecchie del grande Atanasio, e con lui di Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, e di Gregorio di Nissa e del sapiente Cirillo, i sofismi del calabro Barlaam e dell'infido Acindino. Sulla base di sillogismi dialettici, il cui scopo è la confutazione, non è possibile sapere nulla su Dio, affermavano quei cervelli disonesti e venduti. La dottrina greca secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio, che pure è la sola esatta, e quella latina secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, che pure è erronea, si equivalgono, arguivano ipocritamente. Con questo ragionamento falso cercavano di ingraziarsi il papa di Roma, poiché ritenevano che la Chiesa cattolica fosse per Bisanzio un pericolo minore dell'Islam. Al contrario Gregorio preferiva il turbante turco alla tiara latina. Fu così che la sacra città di Bisanzio fu perdente nella storia, perché al teologo favorito dal suo popolo non fu mai perdonato di avere vinto in filosofia.
Ma il divino Gregorio preferiva il turbante turco alla tiara latina
NELL’AUTUNNO del medioevo, che in Oriente era l'alba del rinascimento, un monaco pregò perché gli fosse rivelata la condizione del divino Gregorio Palamas, che da poco tempo era morto. Una notte gli si presentò in sogno una visione. Nel tempio della Divina Sapienza che si trova nella Costantinopoli celeste, di cui il tempio di Haghia Sophia che si trova nella Costantinopoli terrena non è che il rispecchiamento, si stava svolgendo un concilio. Erano allineati il grande Atanasio e con lui Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, e ancora Gregorio di Nissa e il sapiente Cirillo. Stavano discutendo da tempo infinito, ma non riuscivano a trovare una conclusione. Ed ecco, il monaco udì una voce stentorea: «E' impossibile che i presenti ratifichino con il voto le loro decisioni, se anche Gregorio, il metropolita di Tessalonica, non è presente». Ma Gregorio non c'era, perché si trovava a colloquio privato presso il trono dell'Imperatore che è nei cieli, di cui l'imperatore terreno è solo il riflesso. Quando il colloquio finì, e il diacono inviato dai padri comunicò al divino Gregorio che era atteso, questi si recò al concilio e tutti i padri si alzarono in piedi e lo portarono nel mezzo e lo fecero sedere sullo scanno più alto insieme a Basilio, Giovanni e Gregorio. Fu così che tutte le linee teologiche discusse per diverse cause e in diversi tempi Gregorio Palamas le fece convergere in un solo punto, e alla fine il concilio poté sciogliersi perché nessuna cosa non era stata risolta. Il sogno del monaco non si avverò. Il concilio, nella basilica celeste, non è ancora sciolto. Malgrado Gregorio Palamas sia stato santificato e la sua confutazione dell'eresia latina sia stata inserita nel Synodikon dell'ortodossia che si legge ogni anno la domenica dell'ortodossia, gli occidentali non hanno ancora ammesso che la parola di Palamas era assoluta e definitiva e chiudeva ogni possibile dibattito teologico dopo quattordici secoli di cristianesimo. Nella Costantinopoli celeste ancora stridono, a irritare le orecchie del grande Atanasio, e con lui di Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, e di Gregorio di Nissa e del sapiente Cirillo, i sofismi del calabro Barlaam e dell'infido Acindino. Sulla base di sillogismi dialettici, il cui scopo è la confutazione, non è possibile sapere nulla su Dio, affermavano quei cervelli disonesti e venduti. La dottrina greca secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio, che pure è la sola esatta, e quella latina secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, che pure è erronea, si equivalgono, arguivano ipocritamente. Con questo ragionamento falso cercavano di ingraziarsi il papa di Roma, poiché ritenevano che la Chiesa cattolica fosse per Bisanzio un pericolo minore dell'Islam. Al contrario Gregorio preferiva il turbante turco alla tiara latina. Fu così che la sacra città di Bisanzio fu perdente nella storia, perché al teologo favorito dal suo popolo non fu mai perdonato di avere vinto in filosofia.
Cesare Lombroso 1835 - 1909
La Stampa Tuttolibri 2.8.03
La bottega di Lombroso
di Oddone Camerana
PASSANO i secoli, ma il "romanzo" di Cesare Lombroso e la sua annessa bottega ottocentesca di strumenti di misurazione e di messaggi sulla fatalità biologica dell'uomo, sul male incarnato, sulla pazzia del genio e sulla necessità sociale della devianza, non smettono di affascinare gli studiosi del medico legale veronese trapiantato a Torino. Definito un caffè eccitante dal sociologo francese suo contemporaneo, Gabriel Tarde, tale ce lo ripresenta Delia Frigessi nel bel libro che la studiosa gli dedica, rintracciando da autentica detective le infinite trame della cultura che portano al suo nome. Sullo sfondo della biblioteca-laboratorio nei cui scaffali le tabelle, i diagrammi e le statistiche si mescolano a oftalmoscopi, bilance, craniometri, scalpelli e oscilloscopi, si addensa il cumulo delle teorie più brucianti del suo secolo e di quello successivo: teorie della vita, del principio del vivente, del vitalismo, dei confini tra fisiologia e patologia, dei sogni, dell'inconscio e del determinismo biologico-genetico. La medicina era in fase di conquista, si affermava la scuola materialistica, l'uomo era il nuovo dio e l'antropologia la nuova teologia. D'altra parte, dopo Copernico e Darwin l'uomo non era più al centro né dell'universo, né del mondo animato. Di lì a poco Freud e Samuel Butler avrebbero messo in discussione anche la unicità di ognuno nei riguardi del prossimo e del mondo nascente delle macchine. Pessimismo e ottimismo si contendevano dunque le coscienze dell'epoca. Al centro di tutto questo stava il problema del controllo della violenza, problema che si riproponeva in quella che, per distinguerla dalle società arcaiche, Lombroso definiva la società "della frode", nella quale era comparsa la malattia mentale. Dimenticata da secoli, era stata isolata a partire dal momento in cui la rivoluzione industriale aveva attinto molti dei suoi primi addetti pescando nella massa indistinta di mendicanti, randagi, vagabondi, orfani, idioti, delinquenti rinchiusi nelle case di segregazione, ad eccezione dei folli però, per i quali, considerati mano d'opera inutilizzabile, erano stati aperti i primi manicomi specializzati. Fu a quel momento che la medicina si pose al servizio dell'espansione economica e si configurò come scienza volta a crescere il potere dello stato. Che fare dei matti se non studiarli per prima cosa, considerando la loro propensione a delinquere? Cosa produce il delitto e la follia? La follia è una malattia dello spirito o del corpo? Se criminalità e malattia mentale sono contigui, l'autore del delitto è responsabile e punibile? E chi lo stabilisce? Che dire del criminale politico che agisce lucidamente, convinto dell'utilità sociale del suo gesto in difesa degli oppressi? Sono queste alcune delle domande che si addensano sulle scrivanie di coloro - magistrati, medici, criminologi, penalisti, antropologi, psichiatri, politici - che devono affrontare una realtà esplosiva e ai quali Lombroso farà da guida. Gli va riconosciuto il merito di aver concentrato l'attenzione sull'autore del crimine più che sul crimine stesso. Se non che, restando fedele allo spirito positivo dei fatti e dei dati certi, attento ai segni raccolti nei manicomi e nelle carceri - tatuaggi, gerghi, manufatti - segni attraverso i quali il criminale si esprime, è successo che, mosso da spirito etnocentrico e individuando nell'arresto dello sviluppo e nel precipizio in uno stato primordiale selvaggio e atavico la ragione del delinquere, Lombroso abbia dato vita a una scienza dei mostri. Trattandosi di una situazione irrecuperabile, quella di un passato che ritorna è una visione statica e senza speranza. Non si nasce delinquenti ma lo si diventa, osservano marxisti e socialisti, secondo i quali le anomalie fisiche del criminale sarebbero effetto della devianza e non causa. Quest'ultima sarebbe invece economico-sociale, Lombroso avrebbe criminalizzato il Mezzogiorno per facilitare l'egemonia del Nord e facendo un tutt'uno di biologia e sociologia, avrebbe scritto un'antropologia, secondo Pareto, più simile all'astrologia che a una scienza. Il mistero della violenza era sentito fin dall'antichità e la prima raccomandazione per evitare che esplodesse consisteva nell'evitare le occasioni di rivalità mimetica, quelle in cui ognuno copia il prossimo nei suoi desideri al punto di cadere nel suo doppio mostruoso. La lingua francese ha la stessa parola, envie, per designare due moti diversi dell'animo, desiderio e invidia, ma contigui nello sviluppo dall'uno all'altro, e l'Antico Testamento costruisce l'edificio della pace sociale di una comunità sul tenersi lontano dalle situazioni in cui, desiderando secondo un modello, si finisce per esserne gelosi."Non desiderare la roba d'altri" esorta il comandamento a titolo di prevenzione, dopo di che, se non viene rispettato, può succedere di tutto: contagio mimetico di invidie, gelosie, violenze, vendette, ritorsioni, rappresaglie. Precipitata in una situazione di "tutti contro tutti", di perdita di diversità, una vera peste sociale, la comunità contaminata non ritrova l'equilibrio e l'ordine, la cultura con le sue gerarchie, le sue leggi, le sue differenze e le sue trascendenze, se non quando i suoi componenti non si accordano di girare la violenza che li domina scaricandola su di uno, ritenuto responsabile di averla attizzata. Alla luce di questa considerazione - un ritorno al passato equivalente a quello cercato da Lombroso nell'atavismo - definire oggi la percezione che si ha della scienza del medico veronese vuol dire constatare come egli abbia cercato l'invisibile e l'inconoscibile del crimine senza accorgersi di come, invece che nelle stigmate del delinquente, erano da trovarsi nei testi della letteratura, dai vangeli ai romanzi, dove giacevano da tempo purché li si leggesse con spirito antropologico. Il fatto è che la cultura positiva e comparativa aveva degradato i testi evangelici alla stregua dei miti, impedendo che se ne vedesse la lezione di antropologia mimetica che contenevano. Soltanto una lettura sacrificale e non cristiana del crimine ha reso possibile di vedere nel delinquente una forma di regressione atavica. Come la cultura mitica persecutoria vede nel gonfiore del piede di Edipo il segno e la stigmate della supposta colpa commessa verso padre e madre e ne fa la vittima responsabile della peste di Tebe, come le persecuzioni medioevali individuano nel gobbo, nell'ebreo, nella strega i segni dei soggetti da eliminare in quanto pericolosi, così la psichiatria somatica e organicistica, nel nuovo contesto capitalista borghese, rinnova e perpetua la tradizione di organizzare scientificamente gli smaltitoi in cui vanno a finire i segnati del nuovo proletariato. In questo senso si capisce perché Lombroso fosse tanto interessato all'arte dei pazzi. Nella minuzia dei dettagli, nelle proporzioni degli oggetti rappresentati, nell'assenza di prospettiva, nella predilezione degli arabeschi che contraddistingue quella forma d'arte, egli vedeva i segni di quella cultura simbolica di cui l'antichità era depositaria indicando nella vittima sostitutiva il primo simbolo della cultura nonché la formula metonimica del controllo della violenza. Giustamente viene illustrata a fondo la posizione assunta da Lombroso nei riguardi del delitto politico, levatrice del progresso sociale, principio che prefigura il trattamento riservato ai prigionieri politici di oggi. Ma anche qui emerge il desiderio di Lombroso di conciliare cose inconciliabili che risalgono alle contraddizioni della sua psichiatria. Da una parte il fondamento violento della cultura, che egli non riesce cogliere a pieno, incapace di liberarsi dal vincolo dell'atavismo, dall'altra il bisogno di emancipazione cristiana che non si può esprimere organizzando quei luoghi di abbandono dei rifiuti delle carceri che erano i manicomi criminali. Alla fine, sempre alla ricerca della formazione delle idee simbolo della nostra cultura, Lombroso si affida alle scoperte dello spiritismo, del magnetismo, del sonnambulismo, e come disse un suo collega, secondo il quale "sarebbe stato interessante poter provocare in me stesso qualche fenomeno di delirio", partecipa a esperimenti e assiste a spettacoli medianici. Se invece dell'insolito avesse osservato di più il quotidiano, forse sarebbe riuscito a cogliere nell'uomo mimetico quelle "attività non consce" che aveva tanto cercato senza trovarle. Un doveroso accenno anche al testo del professore Pier Luigi Baima Bollone. Se non altro per l'inquadramento dato alla materia storica da lui trattata, inserendola nel fenomeno impressionante e crescente del crimine, una attività che non conosce crisi. In secondo luogo per l'excursus dedicato alla storia della medicina antica e medioevale fino all'individuazione dell'infermità mentale e della fisiognomica dedicata all'aspetto del malato. Da notare poi le pagine riguardanti il filone del razzismo antisemitico a cui si aggiungono quelle di Delia Frigessi, secondo le quali gli scritti lombrosiani sull'atavismo sono serviti al razzismo "interno" nazista bisognoso di un fondamento scientifico che lo orientasse nell'individuazione dell'anormale da incolpare al fine di ritrovare la concordia.
Delia Frigessi, Cesare Lombroso Dall'Antropologia Criminale alla Criminologia, Einaudi, pp. 426, e 34 Pier Luigi Baima Bollone, G. Giappichelli Editore Torino pp. 345, e 30.00
La bottega di Lombroso
di Oddone Camerana
PASSANO i secoli, ma il "romanzo" di Cesare Lombroso e la sua annessa bottega ottocentesca di strumenti di misurazione e di messaggi sulla fatalità biologica dell'uomo, sul male incarnato, sulla pazzia del genio e sulla necessità sociale della devianza, non smettono di affascinare gli studiosi del medico legale veronese trapiantato a Torino. Definito un caffè eccitante dal sociologo francese suo contemporaneo, Gabriel Tarde, tale ce lo ripresenta Delia Frigessi nel bel libro che la studiosa gli dedica, rintracciando da autentica detective le infinite trame della cultura che portano al suo nome. Sullo sfondo della biblioteca-laboratorio nei cui scaffali le tabelle, i diagrammi e le statistiche si mescolano a oftalmoscopi, bilance, craniometri, scalpelli e oscilloscopi, si addensa il cumulo delle teorie più brucianti del suo secolo e di quello successivo: teorie della vita, del principio del vivente, del vitalismo, dei confini tra fisiologia e patologia, dei sogni, dell'inconscio e del determinismo biologico-genetico. La medicina era in fase di conquista, si affermava la scuola materialistica, l'uomo era il nuovo dio e l'antropologia la nuova teologia. D'altra parte, dopo Copernico e Darwin l'uomo non era più al centro né dell'universo, né del mondo animato. Di lì a poco Freud e Samuel Butler avrebbero messo in discussione anche la unicità di ognuno nei riguardi del prossimo e del mondo nascente delle macchine. Pessimismo e ottimismo si contendevano dunque le coscienze dell'epoca. Al centro di tutto questo stava il problema del controllo della violenza, problema che si riproponeva in quella che, per distinguerla dalle società arcaiche, Lombroso definiva la società "della frode", nella quale era comparsa la malattia mentale. Dimenticata da secoli, era stata isolata a partire dal momento in cui la rivoluzione industriale aveva attinto molti dei suoi primi addetti pescando nella massa indistinta di mendicanti, randagi, vagabondi, orfani, idioti, delinquenti rinchiusi nelle case di segregazione, ad eccezione dei folli però, per i quali, considerati mano d'opera inutilizzabile, erano stati aperti i primi manicomi specializzati. Fu a quel momento che la medicina si pose al servizio dell'espansione economica e si configurò come scienza volta a crescere il potere dello stato. Che fare dei matti se non studiarli per prima cosa, considerando la loro propensione a delinquere? Cosa produce il delitto e la follia? La follia è una malattia dello spirito o del corpo? Se criminalità e malattia mentale sono contigui, l'autore del delitto è responsabile e punibile? E chi lo stabilisce? Che dire del criminale politico che agisce lucidamente, convinto dell'utilità sociale del suo gesto in difesa degli oppressi? Sono queste alcune delle domande che si addensano sulle scrivanie di coloro - magistrati, medici, criminologi, penalisti, antropologi, psichiatri, politici - che devono affrontare una realtà esplosiva e ai quali Lombroso farà da guida. Gli va riconosciuto il merito di aver concentrato l'attenzione sull'autore del crimine più che sul crimine stesso. Se non che, restando fedele allo spirito positivo dei fatti e dei dati certi, attento ai segni raccolti nei manicomi e nelle carceri - tatuaggi, gerghi, manufatti - segni attraverso i quali il criminale si esprime, è successo che, mosso da spirito etnocentrico e individuando nell'arresto dello sviluppo e nel precipizio in uno stato primordiale selvaggio e atavico la ragione del delinquere, Lombroso abbia dato vita a una scienza dei mostri. Trattandosi di una situazione irrecuperabile, quella di un passato che ritorna è una visione statica e senza speranza. Non si nasce delinquenti ma lo si diventa, osservano marxisti e socialisti, secondo i quali le anomalie fisiche del criminale sarebbero effetto della devianza e non causa. Quest'ultima sarebbe invece economico-sociale, Lombroso avrebbe criminalizzato il Mezzogiorno per facilitare l'egemonia del Nord e facendo un tutt'uno di biologia e sociologia, avrebbe scritto un'antropologia, secondo Pareto, più simile all'astrologia che a una scienza. Il mistero della violenza era sentito fin dall'antichità e la prima raccomandazione per evitare che esplodesse consisteva nell'evitare le occasioni di rivalità mimetica, quelle in cui ognuno copia il prossimo nei suoi desideri al punto di cadere nel suo doppio mostruoso. La lingua francese ha la stessa parola, envie, per designare due moti diversi dell'animo, desiderio e invidia, ma contigui nello sviluppo dall'uno all'altro, e l'Antico Testamento costruisce l'edificio della pace sociale di una comunità sul tenersi lontano dalle situazioni in cui, desiderando secondo un modello, si finisce per esserne gelosi."Non desiderare la roba d'altri" esorta il comandamento a titolo di prevenzione, dopo di che, se non viene rispettato, può succedere di tutto: contagio mimetico di invidie, gelosie, violenze, vendette, ritorsioni, rappresaglie. Precipitata in una situazione di "tutti contro tutti", di perdita di diversità, una vera peste sociale, la comunità contaminata non ritrova l'equilibrio e l'ordine, la cultura con le sue gerarchie, le sue leggi, le sue differenze e le sue trascendenze, se non quando i suoi componenti non si accordano di girare la violenza che li domina scaricandola su di uno, ritenuto responsabile di averla attizzata. Alla luce di questa considerazione - un ritorno al passato equivalente a quello cercato da Lombroso nell'atavismo - definire oggi la percezione che si ha della scienza del medico veronese vuol dire constatare come egli abbia cercato l'invisibile e l'inconoscibile del crimine senza accorgersi di come, invece che nelle stigmate del delinquente, erano da trovarsi nei testi della letteratura, dai vangeli ai romanzi, dove giacevano da tempo purché li si leggesse con spirito antropologico. Il fatto è che la cultura positiva e comparativa aveva degradato i testi evangelici alla stregua dei miti, impedendo che se ne vedesse la lezione di antropologia mimetica che contenevano. Soltanto una lettura sacrificale e non cristiana del crimine ha reso possibile di vedere nel delinquente una forma di regressione atavica. Come la cultura mitica persecutoria vede nel gonfiore del piede di Edipo il segno e la stigmate della supposta colpa commessa verso padre e madre e ne fa la vittima responsabile della peste di Tebe, come le persecuzioni medioevali individuano nel gobbo, nell'ebreo, nella strega i segni dei soggetti da eliminare in quanto pericolosi, così la psichiatria somatica e organicistica, nel nuovo contesto capitalista borghese, rinnova e perpetua la tradizione di organizzare scientificamente gli smaltitoi in cui vanno a finire i segnati del nuovo proletariato. In questo senso si capisce perché Lombroso fosse tanto interessato all'arte dei pazzi. Nella minuzia dei dettagli, nelle proporzioni degli oggetti rappresentati, nell'assenza di prospettiva, nella predilezione degli arabeschi che contraddistingue quella forma d'arte, egli vedeva i segni di quella cultura simbolica di cui l'antichità era depositaria indicando nella vittima sostitutiva il primo simbolo della cultura nonché la formula metonimica del controllo della violenza. Giustamente viene illustrata a fondo la posizione assunta da Lombroso nei riguardi del delitto politico, levatrice del progresso sociale, principio che prefigura il trattamento riservato ai prigionieri politici di oggi. Ma anche qui emerge il desiderio di Lombroso di conciliare cose inconciliabili che risalgono alle contraddizioni della sua psichiatria. Da una parte il fondamento violento della cultura, che egli non riesce cogliere a pieno, incapace di liberarsi dal vincolo dell'atavismo, dall'altra il bisogno di emancipazione cristiana che non si può esprimere organizzando quei luoghi di abbandono dei rifiuti delle carceri che erano i manicomi criminali. Alla fine, sempre alla ricerca della formazione delle idee simbolo della nostra cultura, Lombroso si affida alle scoperte dello spiritismo, del magnetismo, del sonnambulismo, e come disse un suo collega, secondo il quale "sarebbe stato interessante poter provocare in me stesso qualche fenomeno di delirio", partecipa a esperimenti e assiste a spettacoli medianici. Se invece dell'insolito avesse osservato di più il quotidiano, forse sarebbe riuscito a cogliere nell'uomo mimetico quelle "attività non consce" che aveva tanto cercato senza trovarle. Un doveroso accenno anche al testo del professore Pier Luigi Baima Bollone. Se non altro per l'inquadramento dato alla materia storica da lui trattata, inserendola nel fenomeno impressionante e crescente del crimine, una attività che non conosce crisi. In secondo luogo per l'excursus dedicato alla storia della medicina antica e medioevale fino all'individuazione dell'infermità mentale e della fisiognomica dedicata all'aspetto del malato. Da notare poi le pagine riguardanti il filone del razzismo antisemitico a cui si aggiungono quelle di Delia Frigessi, secondo le quali gli scritti lombrosiani sull'atavismo sono serviti al razzismo "interno" nazista bisognoso di un fondamento scientifico che lo orientasse nell'individuazione dell'anormale da incolpare al fine di ritrovare la concordia.
Delia Frigessi, Cesare Lombroso Dall'Antropologia Criminale alla Criminologia, Einaudi, pp. 426, e 34 Pier Luigi Baima Bollone, G. Giappichelli Editore Torino pp. 345, e 30.00
35" dopo averla sganciata il pilota vedendo gli effetti della bomba sulla città esclamò: "Che cosa abbiamo fatto!?"
Libertà 6.8.03
Hiroshima, 6 agosto 1945
La prima bomba atomica, un giorno per riflettere
di Giovanni Zilioli
Forse, pochi lo ricordano, ma esattamente 58 anni fa, il 6 agosto 1945, il bombardiere statunitense Enola Gay sganciò, per ordine del presidente Harry Truman, la prima bomba atomica sulla città nipponica di Hiroshima, seguita a breve - il nove agosto - dalla seconda, stavolta su Nagasaki. Centoventicinquemila vite vaporizzate, in un amen. Nemmeno la polvere, ne restò. Nemmeno l'ombra. Mutate in fantasmi, in anti materia.
Perché? Per cosa?
(...)
Hiroshima, 6 agosto 1945
La prima bomba atomica, un giorno per riflettere
di Giovanni Zilioli
Forse, pochi lo ricordano, ma esattamente 58 anni fa, il 6 agosto 1945, il bombardiere statunitense Enola Gay sganciò, per ordine del presidente Harry Truman, la prima bomba atomica sulla città nipponica di Hiroshima, seguita a breve - il nove agosto - dalla seconda, stavolta su Nagasaki. Centoventicinquemila vite vaporizzate, in un amen. Nemmeno la polvere, ne restò. Nemmeno l'ombra. Mutate in fantasmi, in anti materia.
Perché? Per cosa?
(...)
Maja Sansa: due risposte sul film di Marco Bellocchio di cui è protagonista
Corriere della Sera 6.8.03
SPETTACOLI
«IL VESTITO DELLA SPOSA»
Maya Sansa: una scena di stupro, ero sconvolta
Di donne in crisi sa qualcosa Maya Sansa, 27enne star di Giordana e Bellocchio, brava e rampante attrice di origine persiana in concorso a Locarno con il film di Fiorella Infascelli «Il vestito della sposa» , in cui è una quasi sposa felice, studentessa di veterinaria, amante della natura, violentata il giorno prima delle nozze da quattro sconosciuti. E poi?
«Scelgo di non denunciarli, di vivere da sola un radicale cambiamento che mi porterà a fare altre scelte di vita, anche sentimentali. Un grande dolore porta a chiudersi in casa, a non parlare con nessuno, così abbandono gli studi e mi metto a fare la pasticcera, finché nasce l'altro amore».
Cognizione del dolore più rimozione del lutto.
«Soprattutto la storia della capacità di rinascere, cosa che mi ha molto colpito. Cosa avrei fatto io? Avrei voluto restare sola. La morale è che dal negativo può nascere il positivo».
La terrorista nel caso Moro, l'infelice vittima di uno stupro: quante pene...
«Io mi trovo bene, anche se farei volentieri una commedia. La scena della violenza non è stata facile. Non l'abbiamo mai provata, ne abbiamo solo parlato, un ciak solo, mi è rimasta negli occhi come una danza tribale e selvaggia».
E con Bellocchio?
«Anche qui una donna turbata, in metamorfosi, in profonda crisi: Moro c'entra e non, non è un film storico, ma esistenziale».
M. Po.
SPETTACOLI
«IL VESTITO DELLA SPOSA»
Maya Sansa: una scena di stupro, ero sconvolta
Di donne in crisi sa qualcosa Maya Sansa, 27enne star di Giordana e Bellocchio, brava e rampante attrice di origine persiana in concorso a Locarno con il film di Fiorella Infascelli «Il vestito della sposa» , in cui è una quasi sposa felice, studentessa di veterinaria, amante della natura, violentata il giorno prima delle nozze da quattro sconosciuti. E poi?
«Scelgo di non denunciarli, di vivere da sola un radicale cambiamento che mi porterà a fare altre scelte di vita, anche sentimentali. Un grande dolore porta a chiudersi in casa, a non parlare con nessuno, così abbandono gli studi e mi metto a fare la pasticcera, finché nasce l'altro amore».
Cognizione del dolore più rimozione del lutto.
«Soprattutto la storia della capacità di rinascere, cosa che mi ha molto colpito. Cosa avrei fatto io? Avrei voluto restare sola. La morale è che dal negativo può nascere il positivo».
La terrorista nel caso Moro, l'infelice vittima di uno stupro: quante pene...
«Io mi trovo bene, anche se farei volentieri una commedia. La scena della violenza non è stata facile. Non l'abbiamo mai provata, ne abbiamo solo parlato, un ciak solo, mi è rimasta negli occhi come una danza tribale e selvaggia».
E con Bellocchio?
«Anche qui una donna turbata, in metamorfosi, in profonda crisi: Moro c'entra e non, non è un film storico, ma esistenziale».
M. Po.
venerdì 1 agosto 2003
razionalismo, illuminismo ateismo
Repubblica, 1.8.03
Esce l´edizione completa della "Guida dei perplessi"
MAIMONIDE, VITE RISCHIOSE DEI FILOSOFI
La lettura di Leo Strauss sul massimo esponente del pensiero ebraico medievale
di FRANCO VOLPI
La Guida dei perplessi di Mosè Maimonide filosofo, medico e giurista originario di Córdoba, massimo esponente del pensiero ebraico medievale è uno di quei libri appassionanti la cui storia meriterebbe di essere raccontata in un romanzo. Scritto nel penultimo decennio del XII secolo in arabo, al Cairo, ma utilizzando le lettere dell´alfabeto ebraico, esso ebbe una vasta diffusione nel Medioevo. Non solo nel mondo arabo e giudaico, ma soprattutto in quello latino grazie a una fortunata versione anonima che consentì ad Alberto Magno e Tommaso d´Aquino di prendere conoscenza delle tesi del grande aristotelico ebreo. Anche nei secoli successivi l'opera continuò a essere letta, e ai tempi dell´illuminismo berlinese, con Moses Mendelssohn, divenne un vero e proprio libro di culto.
Particolarmente meritoria è dunque la prima traduzione italiana integrale, condotta sull´originale arabo, che Mauro Zonta ha realizzato per la Utet (pagg. 812, euro 65). Ma che cosa, di questo vasto trattato teologico-filosofico, attirò l´attenzione di tanti secoli? Chi sono i «perplessi» o dubitantes, secondo la versione latina più tarda cui si rivolge Maimonide? E quale insegnamento intende trasmettere con la sua fortunata Guida?
Conviene, per capirlo, ricordare un antefatto. Nel 1935 in occasione dell´ottavo centenario dalla sua nascita che oggi si sposta al 1138 ci fu un profluvio di studi. Tra questi un appassionante saggio del giovane Leo Strauss intitolato Filosofia e Legge. Contributi alla comprensione di Maimonide e dei suoi precursori. Walter Benjamin aveva in animo di recensirlo nella prospettiva di «una filosofia politica del giudaismo». Ma la recensione non fu mai scritta, e il saggio di Strauss passò quasi inosservato. Rimase una perla per pochi eletti: «La cosa migliore che io abbia scritto», annunciava Strauss a Kojève. «Una professione di ateismo quale più importante soluzione dell´ebraismo», ma «totalmente assurda», commentava Scholem in una lettera a Benjamin.
Proprio questo è il punto interessante. Non si trattava infatti di un ateismo banale, ma di un «ateismo dell´onestà»: esso respinge le credenze e le visioni della religione non perché siano terribili, ma perché sono consolatorie ed edificanti; non perché opprimano l´uomo, ma perché lo illudono e lo ingannano in merito alla durezza del mondo e alla disperata realtà dell´esistenza invitandolo a fuggire in raffigurazioni salvifiche. Egli invece, se è saggio, deve avere l´«onestà» e il coraggio di respingere la religione come autoinganno. L´esercizio della ragione conduce inevitabilmente all´ateismo, e l´«onestà intellettuale» vuole che si riconosca come impossibile ogni mediazione tra la filosofia e la legge, l´ateismo e l´ortodossia religiosa, Atene e Gerusalemme.
Per Strauss, ebreo illuminista e razionalista, ne risulta un inaggirabile aut aut. Un dilemma radicale che turba il sapiente e la sua disposizione a credere, rendendolo perplesso, dubbioso. Se vale l´alternativa secca fra ortodossia e ateismo, l´ebreo come tale deve attenersi all´ortodossia fondata sulla rivelazione e sulla tradizione, rinunciando però alla libertà della ragione. Oppure segue il libero movimento della ragione, ma allora deve abbandonare l´ortodossia e l´ebraismo, e finirà così nell´ateismo. La via che Strauss prospetta per superare tale impasse è un illuminismo che non sia necessariamente ateo, come quello «moderno», ma che si tenga aperto alle originarie radici religiose dell´esperienza umana. Ed egli lo trova storicamente realizzato nel pensiero di Maimonide.
La Guida rappresenta ai suoi occhi il riuscito tentativo di conciliare ebraismo ed aristotelismo, ortodossia e illuminismo, fede e ragione, tradizione e libertà. È la soluzione della radicale perplessità, teorica e pratica, in cui vivono i sapienti. Maimonide conosce la loro difficile situazione: essi fanno filosofia in una comunità politica in cui la tradizione e l´ortodossia basate sulla rivelazione limitano il libero esercizio della ragione. Essi scoprono verità che appaiono in contrasto con la legge, con l´ordine della comunità e con l´opinione popolare, e possono essere comprese solo da chi è preparato a riceverle. I filosofi devono allora ammantarle di un esoterico velo che le nasconda ai molti, trasmettendole solo oralmente, di maestro in discepolo, e praticando altrimenti la «reticenza»: cioè comunicandole, se mai, per vie oblique, tra le righe, secondo quell´«arte della scrittura» con cui essi sanno dire e non dire: di modo che chi è degno capisca, e gli altri nemmeno avvertano.
Secondo l´immagine creata da Strauss, il sapiente si trova a fare filosofia in una «seconda» caverna che sta al di sotto della caverna di cui narra il mito di Platone. La prima caverna, quella platonica, simboleggia i condizionamenti naturali che l´uomo deve superare per poter esercitare liberamente, alla luce del Sole, la ragione. La seconda, quella più profonda immaginata da Strauss, sta a significare i condizionamenti storico-religiosi da cui l´uomo deve affrancarsi per arrivare ad esercitare la ragione naturale, e arrivare alla caverna platonica. Insomma, la Guida può essere letta come un grande trattato teologico-filosofico-politico di immutata attualità. Dove il problema fondamentale, oggi, non è quello di educare l´uomo a uscire dalla caverna di Platone come voleva Hans Blumenberg nel suo Uscite dalla caverna del 1989 ma prima ancora quello di insegnargli a entrare.
Esce l´edizione completa della "Guida dei perplessi"
MAIMONIDE, VITE RISCHIOSE DEI FILOSOFI
La lettura di Leo Strauss sul massimo esponente del pensiero ebraico medievale
di FRANCO VOLPI
La Guida dei perplessi di Mosè Maimonide filosofo, medico e giurista originario di Córdoba, massimo esponente del pensiero ebraico medievale è uno di quei libri appassionanti la cui storia meriterebbe di essere raccontata in un romanzo. Scritto nel penultimo decennio del XII secolo in arabo, al Cairo, ma utilizzando le lettere dell´alfabeto ebraico, esso ebbe una vasta diffusione nel Medioevo. Non solo nel mondo arabo e giudaico, ma soprattutto in quello latino grazie a una fortunata versione anonima che consentì ad Alberto Magno e Tommaso d´Aquino di prendere conoscenza delle tesi del grande aristotelico ebreo. Anche nei secoli successivi l'opera continuò a essere letta, e ai tempi dell´illuminismo berlinese, con Moses Mendelssohn, divenne un vero e proprio libro di culto.
Particolarmente meritoria è dunque la prima traduzione italiana integrale, condotta sull´originale arabo, che Mauro Zonta ha realizzato per la Utet (pagg. 812, euro 65). Ma che cosa, di questo vasto trattato teologico-filosofico, attirò l´attenzione di tanti secoli? Chi sono i «perplessi» o dubitantes, secondo la versione latina più tarda cui si rivolge Maimonide? E quale insegnamento intende trasmettere con la sua fortunata Guida?
Conviene, per capirlo, ricordare un antefatto. Nel 1935 in occasione dell´ottavo centenario dalla sua nascita che oggi si sposta al 1138 ci fu un profluvio di studi. Tra questi un appassionante saggio del giovane Leo Strauss intitolato Filosofia e Legge. Contributi alla comprensione di Maimonide e dei suoi precursori. Walter Benjamin aveva in animo di recensirlo nella prospettiva di «una filosofia politica del giudaismo». Ma la recensione non fu mai scritta, e il saggio di Strauss passò quasi inosservato. Rimase una perla per pochi eletti: «La cosa migliore che io abbia scritto», annunciava Strauss a Kojève. «Una professione di ateismo quale più importante soluzione dell´ebraismo», ma «totalmente assurda», commentava Scholem in una lettera a Benjamin.
Proprio questo è il punto interessante. Non si trattava infatti di un ateismo banale, ma di un «ateismo dell´onestà»: esso respinge le credenze e le visioni della religione non perché siano terribili, ma perché sono consolatorie ed edificanti; non perché opprimano l´uomo, ma perché lo illudono e lo ingannano in merito alla durezza del mondo e alla disperata realtà dell´esistenza invitandolo a fuggire in raffigurazioni salvifiche. Egli invece, se è saggio, deve avere l´«onestà» e il coraggio di respingere la religione come autoinganno. L´esercizio della ragione conduce inevitabilmente all´ateismo, e l´«onestà intellettuale» vuole che si riconosca come impossibile ogni mediazione tra la filosofia e la legge, l´ateismo e l´ortodossia religiosa, Atene e Gerusalemme.
Per Strauss, ebreo illuminista e razionalista, ne risulta un inaggirabile aut aut. Un dilemma radicale che turba il sapiente e la sua disposizione a credere, rendendolo perplesso, dubbioso. Se vale l´alternativa secca fra ortodossia e ateismo, l´ebreo come tale deve attenersi all´ortodossia fondata sulla rivelazione e sulla tradizione, rinunciando però alla libertà della ragione. Oppure segue il libero movimento della ragione, ma allora deve abbandonare l´ortodossia e l´ebraismo, e finirà così nell´ateismo. La via che Strauss prospetta per superare tale impasse è un illuminismo che non sia necessariamente ateo, come quello «moderno», ma che si tenga aperto alle originarie radici religiose dell´esperienza umana. Ed egli lo trova storicamente realizzato nel pensiero di Maimonide.
La Guida rappresenta ai suoi occhi il riuscito tentativo di conciliare ebraismo ed aristotelismo, ortodossia e illuminismo, fede e ragione, tradizione e libertà. È la soluzione della radicale perplessità, teorica e pratica, in cui vivono i sapienti. Maimonide conosce la loro difficile situazione: essi fanno filosofia in una comunità politica in cui la tradizione e l´ortodossia basate sulla rivelazione limitano il libero esercizio della ragione. Essi scoprono verità che appaiono in contrasto con la legge, con l´ordine della comunità e con l´opinione popolare, e possono essere comprese solo da chi è preparato a riceverle. I filosofi devono allora ammantarle di un esoterico velo che le nasconda ai molti, trasmettendole solo oralmente, di maestro in discepolo, e praticando altrimenti la «reticenza»: cioè comunicandole, se mai, per vie oblique, tra le righe, secondo quell´«arte della scrittura» con cui essi sanno dire e non dire: di modo che chi è degno capisca, e gli altri nemmeno avvertano.
Secondo l´immagine creata da Strauss, il sapiente si trova a fare filosofia in una «seconda» caverna che sta al di sotto della caverna di cui narra il mito di Platone. La prima caverna, quella platonica, simboleggia i condizionamenti naturali che l´uomo deve superare per poter esercitare liberamente, alla luce del Sole, la ragione. La seconda, quella più profonda immaginata da Strauss, sta a significare i condizionamenti storico-religiosi da cui l´uomo deve affrancarsi per arrivare ad esercitare la ragione naturale, e arrivare alla caverna platonica. Insomma, la Guida può essere letta come un grande trattato teologico-filosofico-politico di immutata attualità. Dove il problema fondamentale, oggi, non è quello di educare l´uomo a uscire dalla caverna di Platone come voleva Hans Blumenberg nel suo Uscite dalla caverna del 1989 ma prima ancora quello di insegnargli a entrare.
intervista a Marco Bellocchio
Il Gazzettino di Venezia Venerdì, 1 Agosto 2003
Roma
«A me non interessa...»
Roma
«A me non interessa, non essendo uno storico, cercare di scoprire la verità. Io ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente». Marco Bellocchio parla così di "Buongiorno, notte", il film che presenterà in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e uno dei più attesi eventi della rassegna. La pellicola racconta, attraverso gli occhi di una giovane terrorista appartenente alla lotta armata, il sequestro Moro o meglio gli anni di piombo e le contraddizioni di quel periodo. «Oggi - spiega Bellocchio - c'è anche un'esigenza civile e morale, non solo artistica, di "tradire" la storia, nel senso di non subirla fatalmente. Per mia formazione e per ricerca non simpatizzavo per le Br e ho avuto orrore per la conclusione della vicenda Moro, mi sembrava prima di tutto un'azione folle».
«Nell'immaginare il personaggio di Moro - prosegue il regista - spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Mio padre aveva qualcosa in comune con Moro, che peraltro non ho mai conosciuto né visto: anche lui era un uomo molto tenace, un conservatore, che però aveva un'umanità profonda che ho cancellato con la sua morte. L'immagine di mio padre è entrata nel film e ha dato corpo a un personaggio che non ho mai conosciuto. Forse non è un caso la scelta di Herlitzka che è del Nord e parla settentrionale, come mio padre».
Il film si basa su vari documenti, tra cui le lettere di Moro e libri sul caso. «Non ho quasi mai parlato con i brigatisti - spiega Bellocchio - ho avuto un unico incontro breve con Lanfranco Pace quando morì Maccari e venne fuori la versione che Maccari avrebbe ucciso materialmente Moro, perché Gallinari si era messo a piangere e a Moretti si era inceppato il mitra. Pace mi confermò, la notizia era già apparsa sui giornali, che Maccari non voleva uccidere Moro, lo fece per ubbidienza, per disciplina militare e subito dopo sparì dalle Br. Le Br di oggi mi paiono ancor più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo che abbiano molta acqua in cui nuotare. Al tempo stesso - conclude - la storia oggi propone un terrorismo mondiale in cui tutto si moltiplica, la vittima diventa migliaia di vittime. Quando ci fu l'11 settembre ero già alle prese con il progetto di questo film e il dramma mi suggerì di cercare delle strade di racconto diverse. Ho anche seguito un'idea che provava a mettere in relazione tutti questi orfani, i figli dei poliziotti, quelli delle Torri, il nipote di Moro. Ma poi ho lasciato perdere, vedevo il rischio di un parallelismo schematico e mentale».
Roma
«A me non interessa...»
Roma
«A me non interessa, non essendo uno storico, cercare di scoprire la verità. Io ho voluto cercare all'interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente». Marco Bellocchio parla così di "Buongiorno, notte", il film che presenterà in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e uno dei più attesi eventi della rassegna. La pellicola racconta, attraverso gli occhi di una giovane terrorista appartenente alla lotta armata, il sequestro Moro o meglio gli anni di piombo e le contraddizioni di quel periodo. «Oggi - spiega Bellocchio - c'è anche un'esigenza civile e morale, non solo artistica, di "tradire" la storia, nel senso di non subirla fatalmente. Per mia formazione e per ricerca non simpatizzavo per le Br e ho avuto orrore per la conclusione della vicenda Moro, mi sembrava prima di tutto un'azione folle».
«Nell'immaginare il personaggio di Moro - prosegue il regista - spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Mio padre aveva qualcosa in comune con Moro, che peraltro non ho mai conosciuto né visto: anche lui era un uomo molto tenace, un conservatore, che però aveva un'umanità profonda che ho cancellato con la sua morte. L'immagine di mio padre è entrata nel film e ha dato corpo a un personaggio che non ho mai conosciuto. Forse non è un caso la scelta di Herlitzka che è del Nord e parla settentrionale, come mio padre».
Il film si basa su vari documenti, tra cui le lettere di Moro e libri sul caso. «Non ho quasi mai parlato con i brigatisti - spiega Bellocchio - ho avuto un unico incontro breve con Lanfranco Pace quando morì Maccari e venne fuori la versione che Maccari avrebbe ucciso materialmente Moro, perché Gallinari si era messo a piangere e a Moretti si era inceppato il mitra. Pace mi confermò, la notizia era già apparsa sui giornali, che Maccari non voleva uccidere Moro, lo fece per ubbidienza, per disciplina militare e subito dopo sparì dalle Br. Le Br di oggi mi paiono ancor più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo che abbiano molta acqua in cui nuotare. Al tempo stesso - conclude - la storia oggi propone un terrorismo mondiale in cui tutto si moltiplica, la vittima diventa migliaia di vittime. Quando ci fu l'11 settembre ero già alle prese con il progetto di questo film e il dramma mi suggerì di cercare delle strade di racconto diverse. Ho anche seguito un'idea che provava a mettere in relazione tutti questi orfani, i figli dei poliziotti, quelli delle Torri, il nipote di Moro. Ma poi ho lasciato perdere, vedevo il rischio di un parallelismo schematico e mentale».
«Bellocchio portabandiera: Bertolucci e i grandi film Usa fuori concorso»
La Gazzetta di Parma 1.8.03
Bellocchio portabandiera
Bertolucci e i grandi film Usa fuori concorso
ROMA - Come sempre la visione d'insieme del cartellone della Mostra di Venezia - che sarà inaugurata il 27 agosto da Anything Else di Woody Allen (ovviamente fuori concorso) - fa oscillare tra eccitazione e smarrimento: tantissimi i titoli, molte le suggestioni e le attese, qualche delusione per mancati arrivi e la curiosità di scoprire il capolavoro ancora inedito.
Sono venti i film del concorso e portano in bella evidenza un'Europa ritornata a parlare con le sue tante lingue e cinematografie spesso ignorate nell'ultimo periodo dai grandi percorsi dei festival internazionali. A fianco di una generazione di maestri consacrati come il nostro Marco Bellocchio, il francese Jacques Doillon che ha girato in Marocco, l'israeliano Amos Gitai, il portoghese Manoel de Oliveira, la tedesca Margarethe von Trotta e l'inglese Michael Winterbottom, si affacciano nuovi talenti che parlano jugoslavo come Srdjan Karanovic, il francese come Bruno Dumont o Noemie Lvovsky, l'italiano come Paolo Benvenuti e Edoardo Winspeare. Altra novità da segnalare è che l'Asia, il cui cinema era dato per perduto a causa di un'epidemia capace di isolare un intero continente dal resto del mondo, porta in concorso invece due dei suoi talenti più attesi come il giapponese Takeshi Kitano e il taiwanese Tsai-Ming Liang.
Si potrebbe obiettare che per un solo film americano in competizione, peraltro firmato da un iberico come Gonzales Inarritu, sono tantissimi quelli fuori concorso. Ma questa non è una novità e sempre più spesso, per giudicare il lavoro di un direttore di Festival, è necessario guardare all'intero menu piuttosto che alle singole sezioni del programma. Altrimenti capita che anche nel giudizio su Venezia 2003 una sezione nominalmente alternativa come «Controcorrente» prometta più del concorso ufficiale. Qui infatti si sprecano i nomi famosi da Sofia Coppola a Lars von Trier, da Goutam Ghose a Ciprì & Maresco fino agli iraniani Jalili e Payami e ai veterani Raoul Ruiz, John Sayles e Peter Greenaway. Chi ha memoria dell'ultimo Festival di Cannes sa bene che la distanza critica tra attese e risultati può rivelarsi dolorosa. E quindi allo stesso modo, nel fare un bilancio preventivo della prossima Mostra di Venezia è opportuno non dolersi troppo delle assenze annunciate (Tarantino, Bergman, Angelopoulos, Virzì) perchè è assai probabile che il giorno di chiusura di Venezia il bilancio risulti radicalmente diverso dalle indiscrezioni della vigilia.
E' facile invece garantire che alla Mostra non mancheranno divi famosi e grandi interpreti tra Sean Penn e George Clooney, da Maya Sansa a Luigi Lo Cascio, da Catherine Deneuve a Tim Robbins, da Omar Sharif a Antonio Banderas, da Nicolas Cage a Woody Allen fino a Catherine Zeta-Jones e Nicole Kidman. In buona sintesi, almeno ad ascoltare i bene informati, la numero 60 sarà una bella edizione della Mostra in cui l'Italia rafforza il suo ruolo di «potenza emergente» senza imporre l'arroganza del padrone di casa visto che si limita a tre film in concorso (di cui due a «Controcorrente») più l'atteso ritorno di Bernardo Bertolucci fuori concorso con The Dreamers.
Se Marco Bellocchio pone di diritto un'ipoteca a un premio maggiore con Buongiorno, notte molti sostengono che le vere rivelazioni del programma potrebbero essere Pornografia di Jan Jakok Kolski o ancora il russo Andrey Zvyagintsev con Il ritorno. Più difficile infine tracciare una mappa e trovare la bussola all'interno della sezione «Nuovi Territori» storicamente rivolta alla sperimentazione, ai nuovi linguaggi, ai formati anomali.
Quel che appare certo, nel diluvio di titoli e autori sconosciuti selezionati per l'occasione è che si impone una via italiana al documentario, genere da tempo abbandonato ed ora riscoperto con reale passione dai più giovani talenti ai cineasti affermati come Wilma Labate o Giuseppe Piccioni o Vincenzo Marra. Questa si annuncia davvero come la novità dell'anno, almeno nell'ottica italiana, e potrebbe essere una buona ragione per far passare alla storia il cartellone della 60/a Mostra, capace di guardare al nuovo senza trascurare i valori della memoria come dimostrano il Leone d'oro a Dino de Laurentiis, il Premio Pasinetti assegnato dai giornalisti cinematografici a Luciano Emmer, il Premio Bianchi che andrà a Nino Manfredi e la grande retrospettiva «L'industria dei prototipi» dedicata ai produttori italiani del tempo che fu.
Bellocchio portabandiera
Bertolucci e i grandi film Usa fuori concorso
ROMA - Come sempre la visione d'insieme del cartellone della Mostra di Venezia - che sarà inaugurata il 27 agosto da Anything Else di Woody Allen (ovviamente fuori concorso) - fa oscillare tra eccitazione e smarrimento: tantissimi i titoli, molte le suggestioni e le attese, qualche delusione per mancati arrivi e la curiosità di scoprire il capolavoro ancora inedito.
Sono venti i film del concorso e portano in bella evidenza un'Europa ritornata a parlare con le sue tante lingue e cinematografie spesso ignorate nell'ultimo periodo dai grandi percorsi dei festival internazionali. A fianco di una generazione di maestri consacrati come il nostro Marco Bellocchio, il francese Jacques Doillon che ha girato in Marocco, l'israeliano Amos Gitai, il portoghese Manoel de Oliveira, la tedesca Margarethe von Trotta e l'inglese Michael Winterbottom, si affacciano nuovi talenti che parlano jugoslavo come Srdjan Karanovic, il francese come Bruno Dumont o Noemie Lvovsky, l'italiano come Paolo Benvenuti e Edoardo Winspeare. Altra novità da segnalare è che l'Asia, il cui cinema era dato per perduto a causa di un'epidemia capace di isolare un intero continente dal resto del mondo, porta in concorso invece due dei suoi talenti più attesi come il giapponese Takeshi Kitano e il taiwanese Tsai-Ming Liang.
Si potrebbe obiettare che per un solo film americano in competizione, peraltro firmato da un iberico come Gonzales Inarritu, sono tantissimi quelli fuori concorso. Ma questa non è una novità e sempre più spesso, per giudicare il lavoro di un direttore di Festival, è necessario guardare all'intero menu piuttosto che alle singole sezioni del programma. Altrimenti capita che anche nel giudizio su Venezia 2003 una sezione nominalmente alternativa come «Controcorrente» prometta più del concorso ufficiale. Qui infatti si sprecano i nomi famosi da Sofia Coppola a Lars von Trier, da Goutam Ghose a Ciprì & Maresco fino agli iraniani Jalili e Payami e ai veterani Raoul Ruiz, John Sayles e Peter Greenaway. Chi ha memoria dell'ultimo Festival di Cannes sa bene che la distanza critica tra attese e risultati può rivelarsi dolorosa. E quindi allo stesso modo, nel fare un bilancio preventivo della prossima Mostra di Venezia è opportuno non dolersi troppo delle assenze annunciate (Tarantino, Bergman, Angelopoulos, Virzì) perchè è assai probabile che il giorno di chiusura di Venezia il bilancio risulti radicalmente diverso dalle indiscrezioni della vigilia.
E' facile invece garantire che alla Mostra non mancheranno divi famosi e grandi interpreti tra Sean Penn e George Clooney, da Maya Sansa a Luigi Lo Cascio, da Catherine Deneuve a Tim Robbins, da Omar Sharif a Antonio Banderas, da Nicolas Cage a Woody Allen fino a Catherine Zeta-Jones e Nicole Kidman. In buona sintesi, almeno ad ascoltare i bene informati, la numero 60 sarà una bella edizione della Mostra in cui l'Italia rafforza il suo ruolo di «potenza emergente» senza imporre l'arroganza del padrone di casa visto che si limita a tre film in concorso (di cui due a «Controcorrente») più l'atteso ritorno di Bernardo Bertolucci fuori concorso con The Dreamers.
Se Marco Bellocchio pone di diritto un'ipoteca a un premio maggiore con Buongiorno, notte molti sostengono che le vere rivelazioni del programma potrebbero essere Pornografia di Jan Jakok Kolski o ancora il russo Andrey Zvyagintsev con Il ritorno. Più difficile infine tracciare una mappa e trovare la bussola all'interno della sezione «Nuovi Territori» storicamente rivolta alla sperimentazione, ai nuovi linguaggi, ai formati anomali.
Quel che appare certo, nel diluvio di titoli e autori sconosciuti selezionati per l'occasione è che si impone una via italiana al documentario, genere da tempo abbandonato ed ora riscoperto con reale passione dai più giovani talenti ai cineasti affermati come Wilma Labate o Giuseppe Piccioni o Vincenzo Marra. Questa si annuncia davvero come la novità dell'anno, almeno nell'ottica italiana, e potrebbe essere una buona ragione per far passare alla storia il cartellone della 60/a Mostra, capace di guardare al nuovo senza trascurare i valori della memoria come dimostrano il Leone d'oro a Dino de Laurentiis, il Premio Pasinetti assegnato dai giornalisti cinematografici a Luciano Emmer, il Premio Bianchi che andrà a Nino Manfredi e la grande retrospettiva «L'industria dei prototipi» dedicata ai produttori italiani del tempo che fu.
Maurizio Porro su Marco Bellocchio e Venezia
Corriere della Sera 1.8.03
L’autore di «Buongiorno, notte»: lo statista assassinato dalle Br mi ricordava mio padre, non mi interessa scoprire la verità sui terroristi
Dal caso Moro a Salvatore Giuliano: sfide del nostro cinema
di Maurizio Porro
Il cinema italiano farà sentire alta e chiara la sua voce a Venezia. Si parte con gli attesi acuti dei maestri coevi Bertolucci e Bellocchio che si passano idealmente il testimone, riprendendo il primo con The Dreamers, fuori concorso, l’utopia del ’68 che finisce con il lancio del porfido dei marciapiedi parigini. «Così finirà male...» dice uno dei tre ragazzi: la traiettoria del lancio per alcuni porterà infatti troppo lontano. Porterà verso il terrorismo di cui si occupa Bellocchio con Buongiorno, notte che ricostruisce più in interni di coscienza che storicamente, attraverso gli occhi di una giovane combattuta terrorista (Maya Sansa), il caso Moro. Dice Bellocchio: «A me non interessa, non essendo uno storico, scoprire la verità. Non ho mai simpatizzato per le brigate rosse, né sposato l’assurda causa di cambiare il mondo ammazzando gente. Ho parlato poco con i terroristi, oggi che il fenomeno è cambiato, diventato globale. Ma mi è venuto in mente mio padre, che aveva qualcosa in comune con Moro. Un uomo tenace e conservatore con una profonda umanità». Nel cast Luigi Lo Cascio e Roberto Herlitzka (un somigliante Moro). A testimoniare il rinnovato impegno del nostro cinema ecco in gara il severo Paolo Benvenuti che riesplora con Segreti di Stato la storia di Salvatore Giuliano e la strage di Portella delle Ginestre. Non in contrasto col capolavoro di Rosi, ma forse avendo potuto approfondire i fatti, vedere i documenti, anche quelli usciti di recente da Washington. Ma la sostanza dell’accusa non cambia: il film chiama in causa, con nomi e cognomi, la mafia, la Dc, il Vaticano, la Cia, da Andreotti a Pio XII, preoccupando non poco il produttore eroe Domenico Procacci.
In concorso ci sarà anche il neofita 38enne Edoardo Winspeare, pugliese di origini anglo-austriache, già autore di due film geniali (Sangue vivo e Pizzicata), contentissimo di esserci anche se consapevole dei rischi dell’arena del Lido. «Specie con Miracolo in cui tratto temi massimalisti, un dodicenne che uscito da uno choc dopo un incidente viene creduto capace di miracoli e vede una luce che forse è Dio. S’immagini lei. Girando con cifra realistica, ma con spazio per la dimensione onirica, per la sospensione del tempo».
Il nostro cinema ha di nuovo messo i pugni in tasca, riflette in modo critico sulla storia. Nella sezione «Controcorrente», il già tanto discusso Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco, maxi provocazione horror sociale, in gotico palermitano, verso il B movie anni ’50. Si racconta della Trinacria Film, sgangherata produzione d’epoca, compromessa con la mafia. Robert Englund, il mostro di Nightmare, è nel ruolo di Cagliostro, mago e alchimista di origine palermitana. «E’ il nostro film più divertente - dicono gli "scandalosi" autori rifiutati a Cannes - e che ha maggiori possibilità di coinvolgere il pubblico». Nella stessa sezione c’è Liberi di Tavarelli, che torna al tema del lavoro, molto frequentato dal cinema europeo d’oggi, con la storia di una fabbrica che chiude e una famiglia che si sfascia. «Il titolo - dice il regista - esprime il tentativo di vivere secondo la libertà personale, di esprimersi per come si è dentro, sia dentro che fuori casa».
E poi ci sono le feste e gli omaggi, che partono col Leone alla carriera a quel ragazzino ottantatreenne di Dino De Laurentiis, con il premio Bianchi al caro Manfredi. E i libri: uno sulla Biennale e le storie della laguna, uno di Silvio Danese Anni fuggenti, 30 autoritratti di gloriose cine-personalità, Capitani coraggiosi, volume sui produttori italiani dal ’45 al ’75 cui è dedicata la retrospettiva. Infine l’omaggio a Zavattini di Lizzani, il profetico blob tv di san Fellini, il nuovo film di Emmer con la Ferilli, i molti titoli nella sezione Nuovi Territori. E Ballo a tre passi di Salvatore Mereu alla Settimana della Critica, storia molto truffautiana di un gruppo di bambini sardi che nella loro vita non hanno mai visto il mare.
L’autore di «Buongiorno, notte»: lo statista assassinato dalle Br mi ricordava mio padre, non mi interessa scoprire la verità sui terroristi
Dal caso Moro a Salvatore Giuliano: sfide del nostro cinema
di Maurizio Porro
Il cinema italiano farà sentire alta e chiara la sua voce a Venezia. Si parte con gli attesi acuti dei maestri coevi Bertolucci e Bellocchio che si passano idealmente il testimone, riprendendo il primo con The Dreamers, fuori concorso, l’utopia del ’68 che finisce con il lancio del porfido dei marciapiedi parigini. «Così finirà male...» dice uno dei tre ragazzi: la traiettoria del lancio per alcuni porterà infatti troppo lontano. Porterà verso il terrorismo di cui si occupa Bellocchio con Buongiorno, notte che ricostruisce più in interni di coscienza che storicamente, attraverso gli occhi di una giovane combattuta terrorista (Maya Sansa), il caso Moro. Dice Bellocchio: «A me non interessa, non essendo uno storico, scoprire la verità. Non ho mai simpatizzato per le brigate rosse, né sposato l’assurda causa di cambiare il mondo ammazzando gente. Ho parlato poco con i terroristi, oggi che il fenomeno è cambiato, diventato globale. Ma mi è venuto in mente mio padre, che aveva qualcosa in comune con Moro. Un uomo tenace e conservatore con una profonda umanità». Nel cast Luigi Lo Cascio e Roberto Herlitzka (un somigliante Moro). A testimoniare il rinnovato impegno del nostro cinema ecco in gara il severo Paolo Benvenuti che riesplora con Segreti di Stato la storia di Salvatore Giuliano e la strage di Portella delle Ginestre. Non in contrasto col capolavoro di Rosi, ma forse avendo potuto approfondire i fatti, vedere i documenti, anche quelli usciti di recente da Washington. Ma la sostanza dell’accusa non cambia: il film chiama in causa, con nomi e cognomi, la mafia, la Dc, il Vaticano, la Cia, da Andreotti a Pio XII, preoccupando non poco il produttore eroe Domenico Procacci.
In concorso ci sarà anche il neofita 38enne Edoardo Winspeare, pugliese di origini anglo-austriache, già autore di due film geniali (Sangue vivo e Pizzicata), contentissimo di esserci anche se consapevole dei rischi dell’arena del Lido. «Specie con Miracolo in cui tratto temi massimalisti, un dodicenne che uscito da uno choc dopo un incidente viene creduto capace di miracoli e vede una luce che forse è Dio. S’immagini lei. Girando con cifra realistica, ma con spazio per la dimensione onirica, per la sospensione del tempo».
Il nostro cinema ha di nuovo messo i pugni in tasca, riflette in modo critico sulla storia. Nella sezione «Controcorrente», il già tanto discusso Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco, maxi provocazione horror sociale, in gotico palermitano, verso il B movie anni ’50. Si racconta della Trinacria Film, sgangherata produzione d’epoca, compromessa con la mafia. Robert Englund, il mostro di Nightmare, è nel ruolo di Cagliostro, mago e alchimista di origine palermitana. «E’ il nostro film più divertente - dicono gli "scandalosi" autori rifiutati a Cannes - e che ha maggiori possibilità di coinvolgere il pubblico». Nella stessa sezione c’è Liberi di Tavarelli, che torna al tema del lavoro, molto frequentato dal cinema europeo d’oggi, con la storia di una fabbrica che chiude e una famiglia che si sfascia. «Il titolo - dice il regista - esprime il tentativo di vivere secondo la libertà personale, di esprimersi per come si è dentro, sia dentro che fuori casa».
E poi ci sono le feste e gli omaggi, che partono col Leone alla carriera a quel ragazzino ottantatreenne di Dino De Laurentiis, con il premio Bianchi al caro Manfredi. E i libri: uno sulla Biennale e le storie della laguna, uno di Silvio Danese Anni fuggenti, 30 autoritratti di gloriose cine-personalità, Capitani coraggiosi, volume sui produttori italiani dal ’45 al ’75 cui è dedicata la retrospettiva. Infine l’omaggio a Zavattini di Lizzani, il profetico blob tv di san Fellini, il nuovo film di Emmer con la Ferilli, i molti titoli nella sezione Nuovi Territori. E Ballo a tre passi di Salvatore Mereu alla Settimana della Critica, storia molto truffautiana di un gruppo di bambini sardi che nella loro vita non hanno mai visto il mare.
Le Scienze: formazione musicale e memoria verbale
Le Scienze 31.07.2003
La musica rafforza la memoria verbale
L'istruzione musicale modifica la parte sinistra del cervello
Secondo uno studio pubblicato sul numero di luglio della rivista "Neuropsychology" (http://www.apa.org/journals/neu.html), i bambini che hanno ricevuto un'istruzione musicale presentano una memoria verbale significativamente migliore di quelli che non l'hanno ricevuta. Inoltre, più a lungo hanno studiato musica, meglio funziona la loro memoria. Queste scoperte sottolineano un fatto già noto: quando un'esperienza modifica una particolare regione cerebrale, anche le altre funzioni di quella regione ne possono ricevere un beneficio. Si tratta di un tipo di effetto collaterale cognitivo che, oltre che favorire i bambini sani, potrebbe aiutare nella cura dei pazienti con danni al cervello.
Gli psicologi dell'Università Cinese di Hong Kong hanno studiato 90 ragazzi fra i sei e i quindici anni di età. Metà di questi avevano seguito lezioni di musica in quanto membri dell'orchestra d'archi della loro scuola, oltre che lezioni di musica classica con strumenti occidentali, per un periodo da uno a cinque anni. Gli altri 45 erano compagni di scuola privi di istruzione musicale. I ricercatori, guidati da Agnes S. Chan, hanno sottoposto i bambini a esercizi di memoria verbale per vedere quante parole erano in grado di ricordare da una lista e a esercizi di memoria visiva, simili ai precedenti ma con immagini al posto delle parole.
Gli studenti che avevano seguito le lezioni di musica erano in grado di ricordare un numero di parole significativamente superiore agli altri. L'effetto era tanto maggiore quanto più lunga era la durata degli studi musicali sostenuti. Per quello che riguarda la memoria visiva, invece, non si è osservata alcuna differenza sostanziale.
Gli autori concludono che anche pochi anni di istruzione musicale possono migliorare la memoria verbale, a causa di una maggiore riorganizzazione corticale nella regione temporale sinistra. In altre parole, lo studio della musica stimola la parte sinistra del cervello, la stessa area che gestisce funzioni come l'apprendimento verbale.
Yim-Chi Ho, Mei-Chun Cheung, Agnes S. Chan, Music Training Improves Verbal but Not Visual Memory: Cross-Sectional and Longitudinal Explorations in Children. Neuropsychology, Vol. 17, No. 3 (2003)
La musica rafforza la memoria verbale
L'istruzione musicale modifica la parte sinistra del cervello
Secondo uno studio pubblicato sul numero di luglio della rivista "Neuropsychology" (http://www.apa.org/journals/neu.html), i bambini che hanno ricevuto un'istruzione musicale presentano una memoria verbale significativamente migliore di quelli che non l'hanno ricevuta. Inoltre, più a lungo hanno studiato musica, meglio funziona la loro memoria. Queste scoperte sottolineano un fatto già noto: quando un'esperienza modifica una particolare regione cerebrale, anche le altre funzioni di quella regione ne possono ricevere un beneficio. Si tratta di un tipo di effetto collaterale cognitivo che, oltre che favorire i bambini sani, potrebbe aiutare nella cura dei pazienti con danni al cervello.
Gli psicologi dell'Università Cinese di Hong Kong hanno studiato 90 ragazzi fra i sei e i quindici anni di età. Metà di questi avevano seguito lezioni di musica in quanto membri dell'orchestra d'archi della loro scuola, oltre che lezioni di musica classica con strumenti occidentali, per un periodo da uno a cinque anni. Gli altri 45 erano compagni di scuola privi di istruzione musicale. I ricercatori, guidati da Agnes S. Chan, hanno sottoposto i bambini a esercizi di memoria verbale per vedere quante parole erano in grado di ricordare da una lista e a esercizi di memoria visiva, simili ai precedenti ma con immagini al posto delle parole.
Gli studenti che avevano seguito le lezioni di musica erano in grado di ricordare un numero di parole significativamente superiore agli altri. L'effetto era tanto maggiore quanto più lunga era la durata degli studi musicali sostenuti. Per quello che riguarda la memoria visiva, invece, non si è osservata alcuna differenza sostanziale.
Gli autori concludono che anche pochi anni di istruzione musicale possono migliorare la memoria verbale, a causa di una maggiore riorganizzazione corticale nella regione temporale sinistra. In altre parole, lo studio della musica stimola la parte sinistra del cervello, la stessa area che gestisce funzioni come l'apprendimento verbale.
Yim-Chi Ho, Mei-Chun Cheung, Agnes S. Chan, Music Training Improves Verbal but Not Visual Memory: Cross-Sectional and Longitudinal Explorations in Children. Neuropsychology, Vol. 17, No. 3 (2003)
giovedì 31 luglio 2003
la Festa Nazionale dell'Unità quest'anno sarà a Bologna, al Parco Nord - Via Stalingrado: dal 28 agosto al 22 settembre...
(... proprio come nel 1980...)
«il Circuito Nazionale Feste de l'Unità sta allestendo una TV satellitare che trasmetterà per l'intero periodo della festa.
L'organizzazione è in cerca di idee e proposte per i programmi. Se sei un aspirante regista, operatore di camera, fotografo, se ne conosci qualcuno, o sei semplicemente interessato a ricevere via e-mail il programma del palinsesto visita il sito delle Feste de l'Unità: http://www.festaunita.it»
«L'iniziativa è per noi molto impegnativa e potrà avere successo se sarà supportata "dal basso" grazie al sostegno e alla partecipazione di chi la guarda. Per questo abbiamo bisogno di idee, di proposte, anche di un contributo di compagni, amici e militanti con la videocamera. (collaborazioni@festaunita.it oppure info@festaunita.it). Indicateci cose che avete visto e che secondo voi sono importanti da valorizzare, proponete idee di programmi da realizzare alla festa, indicateci televisioni locali che potrebbero collaborare al progetto.
Spediteci materiali, clip, interviste, cortometraggi, documentari a questo indirizzo:
Arianna Camellini, c/o Federazione bolognese dei DS, via della Beverara 9, 40131 Bologna.
Li guarderemo e quando possibile, li manderemo in onda»
«il Circuito Nazionale Feste de l'Unità sta allestendo una TV satellitare che trasmetterà per l'intero periodo della festa.
L'organizzazione è in cerca di idee e proposte per i programmi. Se sei un aspirante regista, operatore di camera, fotografo, se ne conosci qualcuno, o sei semplicemente interessato a ricevere via e-mail il programma del palinsesto visita il sito delle Feste de l'Unità: http://www.festaunita.it»
«L'iniziativa è per noi molto impegnativa e potrà avere successo se sarà supportata "dal basso" grazie al sostegno e alla partecipazione di chi la guarda. Per questo abbiamo bisogno di idee, di proposte, anche di un contributo di compagni, amici e militanti con la videocamera. (collaborazioni@festaunita.it oppure info@festaunita.it). Indicateci cose che avete visto e che secondo voi sono importanti da valorizzare, proponete idee di programmi da realizzare alla festa, indicateci televisioni locali che potrebbero collaborare al progetto.
Spediteci materiali, clip, interviste, cortometraggi, documentari a questo indirizzo:
Arianna Camellini, c/o Federazione bolognese dei DS, via della Beverara 9, 40131 Bologna.
Li guarderemo e quando possibile, li manderemo in onda»
da adesso è ufficiale: Marco Bellocchio, con Buongiorno Notte, in concorso a Venezia per il Leone d'Oro!
Repubblica online 31.7.03
Festival di Venezia, dal 27 agosto al 6 settembre
Presentata l'edizione numero 60, con una folta pattuglia
di titoli italiani: in gara Bellocchio, Benvenuti e Winspeare
(...) ma [Bertolucci e] i film Usa scelgono di stare fuori concorso
di Claudia Morgoglione
(...)
Tra le pellicole lunghe, tre sono inserite nel concorso principale, quello chiamato Venezia 60, e che assegna il Leone d'Oro: Buongiorno notte di Marco Bellocchio, con Luigi Lo Cascio; Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, una ricostruzione inedita della strage mafiosa di Portella della Ginestra; Il miracolo di Edoardo Winspeare, ambientato a Taranto. Mentre The dreamers, l'attesissima opera di Bernardo Bertolucci ambientata negli anni della contestazione, è presente fuori concorso.
Il Riformista 31 Luglio 2003
VENEZIA. CINEMA
Ma com'è di sinistra la Biennale di destra
Moritz de Hadeln sa di essere sotto tiro. Benché abbia cambiato la suoneria del suo cellulare, che fino a pochi mesi fa replicava le note dell'Internazionale, questo sessantenne anglo-svizzero, esperto nel maneggiare cine-festival (Locarno, Berlino), continua a non piacere al centrodestra, che pure gli ha consegnato il timone della prestigiosa Mostra di Venezia. In verità fu Franco Bernabè, manager scelto dal ministro Urbani per presiedere la Biennale, a nominarlo due anni fa, chiudendo così una brutta storia di nomi bruciati e dinieghi imbarazzati. Lo straniero, fatto passare per "tecnico" puro, doveva salvare l'edizione del 2002 e fare le valigie: invece è ancora al Lido, e chissà che non vi resti a lungo. Lui ci tiene. Bernabè, pur pensando a un candidato diverso, più giovane, se possibile italiano, non sembra intenzionato a smuovere più di tanto le acque. E il centrodestra? Mugugna, s'incazza e abbozza.
L'anno scorso, dopo il film collettivo sull'11 Settembre, considerato antiamericano, e il Leone d'oro a Magdalene, considerato anticattolico, de Hadeln fu messo sulla graticola dal consigliere Valerio Riva, il quale minacciò addirittura provvedimenti disciplinari. E anche Urbani, pur attenendosi ad una linea più diplomatica, fece filtrare qualche disappunto rispetto alla linea estetico-culturale della Mostra.
Risultato: un piccolo paradosso destinato a rinnovarsi anche quest'anno, in occasione del sessantesimo. Proprio stamattina il direttore rivelerà il menù del festival (27 agosto-6 settembre), che si annuncia più "di sinistra" e antagonista che mai. Roba da far venire il mal di pancia a Riva, che non mancherà di esternare il proprio disappunto. Coi suoi fidati selezionatori, quasi tutti di area ulivista (da Silvio Danese a Oscar Iarussi, da Tilde Corsi a Serafino Murri), de Hadeln ha messo a punto, infatti, un palinsesto fortemente politicizzato, hollywoodiano con giudizio, certo non rassicurante. Pensate: con I sognatori Bernardo Bertolucci, al suo ritorno a sei anni da L'assedio, racconta in una chiave ideologico-scandalosa il Sessantotto francese, allestendo un triangolo adolescenziale sessualmente disinibito; con Buongiorno notte, da un verso di Emily Dickinson*, Marco Bellocchio ricostruisce il sequestro Moro dal punto di vista dei carcerieri che tennero in ostaggio, in quei lunghi 55 giorni, lo statista dc (Roberto Herlitzka incarna "il prigioniero", Luigi Lo Cascio e Maya Sansa i brigatisti Mario Moretti e Anna Laura Braghetti); con Segreti di Stato Paolo Benvenuti, cineasta marxista con la passione di Dreyer e Bresson, riscrive la dinamica della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947, undici morti e ventisette feriti sul terreno), tirando in ballo, sulla base di documenti de-secretati trovati a Washington, l'intervento dei servizi segreti americani in quella pagina oscura di storia patria. Forse ci sarà anche Ettore Scola col suo Gente di Roma, che si chiude con la manifestazione dei girotondi del 14 settembre 2002. De Hadeln si confessa sereno: sono film belli, Venezia non poteva rifiutarli. Ma vedrete che il centrodestra, ritenendosi truffato, alla fine chiederà di nuovo la testa del direttore «venuto dal freddo».
*Good Morning - Midnight -
I'm coming Home -
Day - got tired of Me -
How could I - of Him?
Sunshine was a sweet place -
I liked to stay -
But Morn - did'nt want me - now -
So - Goodnight - Day!
I can look - cant I -
When the East is Red?
The Hills - have a way - then -
That puts the Heart - abroad -
You - are not so fair - Midnight -
I chose - Day -
But - please take a little Girl -
He turned away!
(di Emily Dickinson)
...e questa che segue è una traduzione, tratta da http://www.incipitario.com/ed0421-0500.html:
Buongiorno - Mezzanotte -
Sto tornando a Casa -
Il Giorno - si è stancato di Me -
Come potrei Io - di Lui?
La luce del sole era un dolce luogo -
Mi piaceva starci -
Ma il Mattino - non mi voleva - ormai -
Così - Buonanotte - Giorno!
Posso guardare - dai -
Quando è Rosso ad Oriente?
Le Colline - hanno un aspetto - allora -
Che fa traboccare - il Cuore -
Tu - non sei così bella - Mezzanotte -
Io scelsi -il Giorno -
Ma - per favore prendi una Ragazzina -
Che Lui ha cacciato via!
Festival di Venezia, dal 27 agosto al 6 settembre
Presentata l'edizione numero 60, con una folta pattuglia
di titoli italiani: in gara Bellocchio, Benvenuti e Winspeare
(...) ma [Bertolucci e] i film Usa scelgono di stare fuori concorso
di Claudia Morgoglione
(...)
Tra le pellicole lunghe, tre sono inserite nel concorso principale, quello chiamato Venezia 60, e che assegna il Leone d'Oro: Buongiorno notte di Marco Bellocchio, con Luigi Lo Cascio; Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, una ricostruzione inedita della strage mafiosa di Portella della Ginestra; Il miracolo di Edoardo Winspeare, ambientato a Taranto. Mentre The dreamers, l'attesissima opera di Bernardo Bertolucci ambientata negli anni della contestazione, è presente fuori concorso.
Il Riformista 31 Luglio 2003
VENEZIA. CINEMA
Ma com'è di sinistra la Biennale di destra
Moritz de Hadeln sa di essere sotto tiro. Benché abbia cambiato la suoneria del suo cellulare, che fino a pochi mesi fa replicava le note dell'Internazionale, questo sessantenne anglo-svizzero, esperto nel maneggiare cine-festival (Locarno, Berlino), continua a non piacere al centrodestra, che pure gli ha consegnato il timone della prestigiosa Mostra di Venezia. In verità fu Franco Bernabè, manager scelto dal ministro Urbani per presiedere la Biennale, a nominarlo due anni fa, chiudendo così una brutta storia di nomi bruciati e dinieghi imbarazzati. Lo straniero, fatto passare per "tecnico" puro, doveva salvare l'edizione del 2002 e fare le valigie: invece è ancora al Lido, e chissà che non vi resti a lungo. Lui ci tiene. Bernabè, pur pensando a un candidato diverso, più giovane, se possibile italiano, non sembra intenzionato a smuovere più di tanto le acque. E il centrodestra? Mugugna, s'incazza e abbozza.
L'anno scorso, dopo il film collettivo sull'11 Settembre, considerato antiamericano, e il Leone d'oro a Magdalene, considerato anticattolico, de Hadeln fu messo sulla graticola dal consigliere Valerio Riva, il quale minacciò addirittura provvedimenti disciplinari. E anche Urbani, pur attenendosi ad una linea più diplomatica, fece filtrare qualche disappunto rispetto alla linea estetico-culturale della Mostra.
Risultato: un piccolo paradosso destinato a rinnovarsi anche quest'anno, in occasione del sessantesimo. Proprio stamattina il direttore rivelerà il menù del festival (27 agosto-6 settembre), che si annuncia più "di sinistra" e antagonista che mai. Roba da far venire il mal di pancia a Riva, che non mancherà di esternare il proprio disappunto. Coi suoi fidati selezionatori, quasi tutti di area ulivista (da Silvio Danese a Oscar Iarussi, da Tilde Corsi a Serafino Murri), de Hadeln ha messo a punto, infatti, un palinsesto fortemente politicizzato, hollywoodiano con giudizio, certo non rassicurante. Pensate: con I sognatori Bernardo Bertolucci, al suo ritorno a sei anni da L'assedio, racconta in una chiave ideologico-scandalosa il Sessantotto francese, allestendo un triangolo adolescenziale sessualmente disinibito; con Buongiorno notte, da un verso di Emily Dickinson*, Marco Bellocchio ricostruisce il sequestro Moro dal punto di vista dei carcerieri che tennero in ostaggio, in quei lunghi 55 giorni, lo statista dc (Roberto Herlitzka incarna "il prigioniero", Luigi Lo Cascio e Maya Sansa i brigatisti Mario Moretti e Anna Laura Braghetti); con Segreti di Stato Paolo Benvenuti, cineasta marxista con la passione di Dreyer e Bresson, riscrive la dinamica della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947, undici morti e ventisette feriti sul terreno), tirando in ballo, sulla base di documenti de-secretati trovati a Washington, l'intervento dei servizi segreti americani in quella pagina oscura di storia patria. Forse ci sarà anche Ettore Scola col suo Gente di Roma, che si chiude con la manifestazione dei girotondi del 14 settembre 2002. De Hadeln si confessa sereno: sono film belli, Venezia non poteva rifiutarli. Ma vedrete che il centrodestra, ritenendosi truffato, alla fine chiederà di nuovo la testa del direttore «venuto dal freddo».
*Good Morning - Midnight -
I'm coming Home -
Day - got tired of Me -
How could I - of Him?
Sunshine was a sweet place -
I liked to stay -
But Morn - did'nt want me - now -
So - Goodnight - Day!
I can look - cant I -
When the East is Red?
The Hills - have a way - then -
That puts the Heart - abroad -
You - are not so fair - Midnight -
I chose - Day -
But - please take a little Girl -
He turned away!
(di Emily Dickinson)
...e questa che segue è una traduzione, tratta da http://www.incipitario.com/ed0421-0500.html:
Buongiorno - Mezzanotte -
Sto tornando a Casa -
Il Giorno - si è stancato di Me -
Come potrei Io - di Lui?
La luce del sole era un dolce luogo -
Mi piaceva starci -
Ma il Mattino - non mi voleva - ormai -
Così - Buonanotte - Giorno!
Posso guardare - dai -
Quando è Rosso ad Oriente?
Le Colline - hanno un aspetto - allora -
Che fa traboccare - il Cuore -
Tu - non sei così bella - Mezzanotte -
Io scelsi -il Giorno -
Ma - per favore prendi una Ragazzina -
Che Lui ha cacciato via!
grandi fondazioni teoriche...
Gazzetta di Parma 31.7.03
Lo psichiatra Fausto Manara svela segreti dell'intelligenza in «Il sale in zucca» (Sperling&Kupfer)
Un cervello per amico
di Silvia Ugolotti
Un gigante che sonnecchia, il cervello. L'intelligenza un bradipo a riposo: «L'uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori e guardate quanto è stupido», disse Elias Canetti.
«Il sale in zucca» (Sperling&Kupfer, 233 pagine, 15 euro), proprio quello che manca, ora che, usare la testa, sembra sia diventato un sogno impossibile.
Fausto Manara, psichiatra e autore di questo saggio che dalla stupidità ci vuole salvare, intravede una speranza. Vivere con la mente e con il cuore, un efficace antidoto alla pigrizia dei neuroni. Un modo per sfuggire a comportamenti sconclusionati che non derivano dalla miseria cerebrale, ma dal cattivo uso delle risorse in nostro possesso.
Quello che Manara propone è un viaggio alla scoperta: di un modo di sentire, osservare e comportarsi. La capacità di evitare ogni atteggiamento o pensiero estremo, pena il rischio di scavare pericolose distanze tra noi e gli altri. Tra noi e noi stessi. Senza escludere l'importanza di imparare a ricomporre le piccole fratture quotidiane, lasciando spazio alla creatività e a nuove strategie di azione. I sensi all'erta, onorando emozioni e bisogni, innamorandosi della vita con ironia. In una parola buonsenso.
Spesso ci spiega l'autore, «intelligenza e stupidità seguano una sorta di bioritmo. Così come ci sono fasi di sonno e di veglia, di tonicità e spossatezza, altrettanto si alternano i due poli dell'agire. Con prevalenza dell'uno o dell'altro, a seconda dei soggetti e della loro predisposizione».
Cosa saggia, essere abili nel mantenersi in stretto contatto con la nostra intelligenza per poter avere la consapevolezza di essere stupidi. Detto così sembra facile. Ma anche metterlo in pratica lo è, sostiene Manara.
Intelligenti non solo si nasce. Soprattutto si diventa. Con l'allenamento. Tutti veniamo al mondo dotati di uno sbalorditivo biocomputer. Una sorta di premio in partenza. Perché possa funzionare bene è necessaria una seria e costante manutenzione con gli strumenti che abbiamo a portata di testa. Dalla fantasia all'autocritica. Dalla curiosità all'apertura, la flessibilità e l'ironia. E la capacità di amare.
Bene. Capito cosa fare, il passo successivo è metterlo in pratica.
Come? Con l'ora di intelligenza: «E' il luogo in cui siamo stimolati ad ampliare la nostra capacità di valutazione e di critica. Frequentandola con assiduità, ci renderemo anche conto che, quanti più insegnamenti ne trarremo, tanto più potremo usarli con flessibilità, concedendoci anche qualche sana pausa di riposo dal praticarli».
In fondo, l'aveva detto anche Woody Allen che il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è impossibile.
Lo psichiatra Fausto Manara svela segreti dell'intelligenza in «Il sale in zucca» (Sperling&Kupfer)
Un cervello per amico
di Silvia Ugolotti
Un gigante che sonnecchia, il cervello. L'intelligenza un bradipo a riposo: «L'uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori e guardate quanto è stupido», disse Elias Canetti.
«Il sale in zucca» (Sperling&Kupfer, 233 pagine, 15 euro), proprio quello che manca, ora che, usare la testa, sembra sia diventato un sogno impossibile.
Fausto Manara, psichiatra e autore di questo saggio che dalla stupidità ci vuole salvare, intravede una speranza. Vivere con la mente e con il cuore, un efficace antidoto alla pigrizia dei neuroni. Un modo per sfuggire a comportamenti sconclusionati che non derivano dalla miseria cerebrale, ma dal cattivo uso delle risorse in nostro possesso.
Quello che Manara propone è un viaggio alla scoperta: di un modo di sentire, osservare e comportarsi. La capacità di evitare ogni atteggiamento o pensiero estremo, pena il rischio di scavare pericolose distanze tra noi e gli altri. Tra noi e noi stessi. Senza escludere l'importanza di imparare a ricomporre le piccole fratture quotidiane, lasciando spazio alla creatività e a nuove strategie di azione. I sensi all'erta, onorando emozioni e bisogni, innamorandosi della vita con ironia. In una parola buonsenso.
Spesso ci spiega l'autore, «intelligenza e stupidità seguano una sorta di bioritmo. Così come ci sono fasi di sonno e di veglia, di tonicità e spossatezza, altrettanto si alternano i due poli dell'agire. Con prevalenza dell'uno o dell'altro, a seconda dei soggetti e della loro predisposizione».
Cosa saggia, essere abili nel mantenersi in stretto contatto con la nostra intelligenza per poter avere la consapevolezza di essere stupidi. Detto così sembra facile. Ma anche metterlo in pratica lo è, sostiene Manara.
Intelligenti non solo si nasce. Soprattutto si diventa. Con l'allenamento. Tutti veniamo al mondo dotati di uno sbalorditivo biocomputer. Una sorta di premio in partenza. Perché possa funzionare bene è necessaria una seria e costante manutenzione con gli strumenti che abbiamo a portata di testa. Dalla fantasia all'autocritica. Dalla curiosità all'apertura, la flessibilità e l'ironia. E la capacità di amare.
Bene. Capito cosa fare, il passo successivo è metterlo in pratica.
Come? Con l'ora di intelligenza: «E' il luogo in cui siamo stimolati ad ampliare la nostra capacità di valutazione e di critica. Frequentandola con assiduità, ci renderemo anche conto che, quanti più insegnamenti ne trarremo, tanto più potremo usarli con flessibilità, concedendoci anche qualche sana pausa di riposo dal praticarli».
In fondo, l'aveva detto anche Woody Allen che il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è impossibile.
donne nella storia
Gazzetta di Brescia 31.7.03
Santa Giuliana di Norwich
SUI PASSI DI UNA DONNA RELIGIOSA
di Curzia Ferrari
La santa è di scarsa nomea, le enciclopedie la liquidano con un paio di righe, nella storia delle donne ha inciso poco o nulla. Ma il libro che narra la sua vita (Ralph Milton - «La cella di Juliana» - San Paolo ed.) è davvero bello, molto intrigante, ispirato direi, sia nella forma con cui viene offerto, sia per la trama vivace, piena di colpi di scena e di situazioni (per fortuna) imperfette. Approcciando storie di santi si ha sempre il timore di venire fagocitati da un catalogo di virtù, di esperienze superiori, di prodigi e innaturali vicende che niente hanno a che fare con l’uomo: sembra che lo scopo degli estensori sia quello di attirare il lettore in un gorgo di stupida credulità. Questo Milton, invece, sa giostrare bene, approfittando delle sfaccettature della protagonista. Giuliana di Norwich - Juliana, appunto, nasce nella seconda metà del XIV secolo, nell’Inghilterra sud-orientale, durante il regno di re Edoardo III, iniziatore della Guerra dei Cento Anni; al quale seguono, in rapida successione, Riccardo II ed Enrico IV. Ma a riempire la scena inglese sono le lotte religiose e le pestilenze; ed è proprio l’orrendo male nero a portarsi via il marito e i due figli della giovane. Juliana ha subìto da sempre il fascino del divino: ma è nella solitudine, nel vuoto che si è fatto intorno a lei a delinearsi l’iter della chiamata. Chiamata per dove? Verso l’isolamento di una cella che, nella realtà, risulta assai affollata. Riciclata nel nuovo nome, per via della chiesa di san Giuliano di Norwich dove per la prima volta vide da vicino un vescovo, colei che all’anagrafe si chiamava Katerine, studia, prega, riceve, trasforma la clausura in uno stretto incontro interiore - mentre le forze più periferiche dell’anima partecipano alla vita che si svolge intorno a lei: Per assistente ha un’ex-prostituta; allaccia rapporti con la mistica Margery Kempe, una laica madre di quattordici figli, pellegrina sulle strade d’Europa e ritenuta eretica dalla Chiesa ufficiale e con la spirituale e veemente Maggie Baxter, della cui esistenza conosciamo pochi dettagli. Sono tutte illetterate (come esse si dichiaravano) e tutte autrici di libri di edificazione (di Juliana di Norwich si ricorda «Il libro delle rivelazioni»). Donne irregolari, fanatiche, da iscriversi tra coloro che rappresentano l’aspetto paradossale del cristianesimo, cristocentrico, tipico della santità tardomedievale. Alla cella di Juliana si presentano spesso anche la madre, Maud (che aveva partecipato alla sua vita di sposa e l’aveva aiutata a partorire), nonché personaggi che hanno storicamente a che fare con le vicende inglesi dell’epoca. La corruzione dei preti, il Lollardismo e i processi che ne nacquero, il disamore verso la Chiesa di Roma, i dubbi sulla Trinità, la tragica storia di Thomas Becket (rivisitata in chiave ironica dalla Baxter), queste cose e molte altre ancora vengono discusse alla grata della cella di colei che, freudianamente, diremmo oggi, immagina Cristo come Madre - perché l’idea di maternità nel suo essere, dare e avere allaga l’intera vita di Juliana. Striscia dal principio alla fine del libro quello che era uno dei dilemmi laceranti del tempo: il conflitto fra anima e corpo, l’idea del peccato della carne perfino nel matrimonio, l’assurdo desiderio della madre (Margery Kempe) di tornare alla verginità. Concetti che diedero vita a molti drammi religiosi, i mysteries, i quali andarono a formare fra il 1200 e il 1300 un prezioso catalogo della letteratura popolare dell’Inghilterra.
Santa Giuliana di Norwich
SUI PASSI DI UNA DONNA RELIGIOSA
di Curzia Ferrari
La santa è di scarsa nomea, le enciclopedie la liquidano con un paio di righe, nella storia delle donne ha inciso poco o nulla. Ma il libro che narra la sua vita (Ralph Milton - «La cella di Juliana» - San Paolo ed.) è davvero bello, molto intrigante, ispirato direi, sia nella forma con cui viene offerto, sia per la trama vivace, piena di colpi di scena e di situazioni (per fortuna) imperfette. Approcciando storie di santi si ha sempre il timore di venire fagocitati da un catalogo di virtù, di esperienze superiori, di prodigi e innaturali vicende che niente hanno a che fare con l’uomo: sembra che lo scopo degli estensori sia quello di attirare il lettore in un gorgo di stupida credulità. Questo Milton, invece, sa giostrare bene, approfittando delle sfaccettature della protagonista. Giuliana di Norwich - Juliana, appunto, nasce nella seconda metà del XIV secolo, nell’Inghilterra sud-orientale, durante il regno di re Edoardo III, iniziatore della Guerra dei Cento Anni; al quale seguono, in rapida successione, Riccardo II ed Enrico IV. Ma a riempire la scena inglese sono le lotte religiose e le pestilenze; ed è proprio l’orrendo male nero a portarsi via il marito e i due figli della giovane. Juliana ha subìto da sempre il fascino del divino: ma è nella solitudine, nel vuoto che si è fatto intorno a lei a delinearsi l’iter della chiamata. Chiamata per dove? Verso l’isolamento di una cella che, nella realtà, risulta assai affollata. Riciclata nel nuovo nome, per via della chiesa di san Giuliano di Norwich dove per la prima volta vide da vicino un vescovo, colei che all’anagrafe si chiamava Katerine, studia, prega, riceve, trasforma la clausura in uno stretto incontro interiore - mentre le forze più periferiche dell’anima partecipano alla vita che si svolge intorno a lei: Per assistente ha un’ex-prostituta; allaccia rapporti con la mistica Margery Kempe, una laica madre di quattordici figli, pellegrina sulle strade d’Europa e ritenuta eretica dalla Chiesa ufficiale e con la spirituale e veemente Maggie Baxter, della cui esistenza conosciamo pochi dettagli. Sono tutte illetterate (come esse si dichiaravano) e tutte autrici di libri di edificazione (di Juliana di Norwich si ricorda «Il libro delle rivelazioni»). Donne irregolari, fanatiche, da iscriversi tra coloro che rappresentano l’aspetto paradossale del cristianesimo, cristocentrico, tipico della santità tardomedievale. Alla cella di Juliana si presentano spesso anche la madre, Maud (che aveva partecipato alla sua vita di sposa e l’aveva aiutata a partorire), nonché personaggi che hanno storicamente a che fare con le vicende inglesi dell’epoca. La corruzione dei preti, il Lollardismo e i processi che ne nacquero, il disamore verso la Chiesa di Roma, i dubbi sulla Trinità, la tragica storia di Thomas Becket (rivisitata in chiave ironica dalla Baxter), queste cose e molte altre ancora vengono discusse alla grata della cella di colei che, freudianamente, diremmo oggi, immagina Cristo come Madre - perché l’idea di maternità nel suo essere, dare e avere allaga l’intera vita di Juliana. Striscia dal principio alla fine del libro quello che era uno dei dilemmi laceranti del tempo: il conflitto fra anima e corpo, l’idea del peccato della carne perfino nel matrimonio, l’assurdo desiderio della madre (Margery Kempe) di tornare alla verginità. Concetti che diedero vita a molti drammi religiosi, i mysteries, i quali andarono a formare fra il 1200 e il 1300 un prezioso catalogo della letteratura popolare dell’Inghilterra.
Michelangelo Buonarroti
La Gazzetta di Brescia 31.7.03
GRANDI ARCHITETTI
L’esperienza di Michelangelo nella città eterna, oltre gli schemi dell’arte antica
L’impronta del genio su Roma rinascimentale
di Chiara Fabbrizi
E venne Michelangelo. Pittore, scultore, poeta, mistico, e architetto. Nelle sue lettere il Buonarroti dice di rifiutare la «professione di architettore», ma sia vera o falsa la modestia che si nascondeva dietro questa affermazione, magari fatta dal nostro genio per distinguersi dagli altri architetti in un momento in cui questa professione era piuttosto degradata, è certo che già nella Cappella Sistina egli fece architettura. Nell’immenso affresco, infatti, il meccanismo narrativo è scandito da una netta struttura architettonica creata non solo da archi, cornici e pilastri dipinti, ma anche da alcune figure, come gli Ignudi, collocate in posizioni simmetriche e usate come se fossero elementi architettonici. L’architettura non diviene con ciò serva della pittura, ma si fonde ad essa: è un miracolo reso possibile dalla forza del linguaggio michelangiolesco. Una delle caratteristiche di questo gigante dell’arte è che lasciò molte opere incompiute, in particolare quelle architettoniche; e se nessuno si sognerebbe di completare con qualche altro colpo di scalpello i celebri Prigioni, che così come sono sembrano tesi nello sforzo di uscire dalla pietra, non ci si è potuti permettere il lusso di tenersi palazzi e chiese allo stadio di abbozzi; e la conseguenza è stata un inevitabile snaturamento dei progetti da parte di coloro che gli succedettero: così i Dioscuri snaturano piazza del Campidoglio, la piatta facciata del Maderno nasconde la cupola michelangiolesca di San Pietro, il geniale progetto per Santa Maria degli Angeli a Roma non ebbe seguito, le fortificazioni per Firenze rimasero sulla carta e così via. L’incompiutezza di queste opere, tuttavia, non scalfisce il loro valore rivoluzionario. Che prendesse in mano un pennello, uno scalpello o un compasso, infatti, Buonarroti riuscì sempre a creare qualcosa di nuovo, avventurandosi su strade mai battute prima, senza temere di affrontare percorsi faticosi e accidentati. L’originalità del genio michelangiolesco è già evidente nelle opere fiorentine, come la Biblioteca Laurenziana, la prima biblioteca di formazione profana a gareggiare in lustro con l’Apostolica in Vaticano; o la Sagrestia Nuova di San Lorenzo, rispettosa del precedente edificio progettato da Brunelleschi. È nelle opere romane, tuttavia, che si riflette chiaramente la forza della gestione michelangiolesca dello spazio, e innanzitutto nella piazza del Campidoglio, esempio di architettura e urbanistica di altissimo livello, benché del progetto michelangiolesco conservi tracce frammentarie e discontinue. Prima dell’intervento di Michelangelo il colle era raggiungibile dalla scala dell’Aracoeli e appariva sormontato, oltre che dalla chiesa dell’Aracoeli, dal Palazzo Senatorio e da quello dei Conservatori, tra loro convergenti: Michelangelo ruppe la continuità che c’era con la chiesa chiudendo la piazza con un terzo palazzo, gemello di quello dei Conservatori e attuale sede dei Musei Capitolini. Con questo gesto creò di fatto una distinzione tra Stato e politica da una parte, e Chiesa e apostolato dall’altra. Lo spazio della piazza risulta compresso in modo da essere esplosivo; la simmetria dei due palazzi gemelli e divergenti crea un’apertura in più direzioni, e le facciate dei palazzi sono allo stesso tempo le pareti della piazza, che appare così una vera e propria struttura architettonica. Una nuova scala ne rese poi l’accesso autonomo da quello dell’Aracoeli: si trattava di una cordonata, ovvero una scalea con gradini larghi e bassi che nel progetto michelangiolesco non prevedeva le statue dei Dioscuri che oggi offuscano sia la prospettiva sui palazzi, sia la statua di Marco Aurelio. Sotto appariva la città varia e multiforme, sopra, la forma perfetta e unica della piazza, simile a una sala «nella quale attrarre e chiudere il visitatore», come dice Bonelli: da lassù ben presto si sarebbe potuto dominare anche la cupola della nuova chiesa intitolata a San Pietro. Questa è una delle tracce più grandiose che il passaggio di Michelangelo lasciò nella Città Eterna. Per il più grande tempio della Cristianità l’artista aveva in animo di riprendere la pianta a croce greca progettata da Bramante, ma la basilica che oggi conosciamo, frutto del contributo di tanti architetti diversi, conserva ben poco delle idee michelangiolesche, spazzate via soprattutto dall’intervento di Maderno. Fu invece Bernini, con la costruzione del baldacchino, a restituire centralità alla cupola michelangiolesca riflettendone la luce, così come con il colonnato esterno pose tra due parentesi la piatta facciata di Maderno deviando lo sguardo verso il «Cuppolone» tanto caro ai romani. Poco distante dal Campidoglio la mano di Michelangelo si nasconde ancora dietro l’originalissima Porta Pia, un’opera nella quale il lessico del classicismo viene rielaborato ed espresso in una sintassi nuova, eretica: ecco allora che una pausa, uno spazio vuoto sostituisce il capitello sopra i pilastri, in un gioco alternato di fedeltà e apostasia nei confronti del repertorio rinascimentale. Fu proprio questa libertà nell’interpretare la tradizione che rese il Buonarroti poco simpatico agli architetti suoi contemporanei. Odiato dal Vignola e dalla cosiddetta «setta sangallesca», fu letteralmente detestato da Pietro Ligorio, il quale, quando seppe di dover collaborare con lui a San Pietro, si dimise pubblicamente. L’ostilità dei suoi colleghi più «allineati» si riflette nel modo in cui le opere da lui iniziate o progettate furono portate a termine. Basta guardare la chiesa di Santa Maria degli Angeli nell’area delle Terme di Diocleziano, sempre a Roma, per capire che avremmo avuto un altro notevolissimo esempio di ottima architettura e gestione urbanistica, se solo si fosse seguito il progetto michelangiolesco: la chiesa sarebbe risultata perfettamente fusa alla zona archeologica nella quale è inserita e il luogo sacro avrebbe interloquito con lo spazio profano delle antiche terme dalle quali sarebbe stata ricavata - invece di esserne isolata come appare oggi, - proprio come desiderava il committente Pio IV, che intendeva sì alimentare il culto divino, ma anche tutelare quella «veneranda antichità». Forse fu solo un caso se Michelangelo non lasciò opere architettoniche finite. Tuttavia è più suggestiva l’ipotesi, avanzata da Bruno Zevi, che il non-finito sia la cifra caratteristica di un’arte che vuole celebrare la sconfitta della forma rispetto alla vita, il rifiuto programmatico di non dare soluzioni definitive a problemi necessariamente sempre aperti. E forse Roma stessa, città organica e policentrica, sempre in corso di definizione, può essere considerata, per dirla ancora con Zevi, un gigantesco «non-finito michelangiolesco», a cui gli immediati successori del Buonarroti non poterono fare altro che apportare piccoli ritocchi.
GRANDI ARCHITETTI
L’esperienza di Michelangelo nella città eterna, oltre gli schemi dell’arte antica
L’impronta del genio su Roma rinascimentale
di Chiara Fabbrizi
E venne Michelangelo. Pittore, scultore, poeta, mistico, e architetto. Nelle sue lettere il Buonarroti dice di rifiutare la «professione di architettore», ma sia vera o falsa la modestia che si nascondeva dietro questa affermazione, magari fatta dal nostro genio per distinguersi dagli altri architetti in un momento in cui questa professione era piuttosto degradata, è certo che già nella Cappella Sistina egli fece architettura. Nell’immenso affresco, infatti, il meccanismo narrativo è scandito da una netta struttura architettonica creata non solo da archi, cornici e pilastri dipinti, ma anche da alcune figure, come gli Ignudi, collocate in posizioni simmetriche e usate come se fossero elementi architettonici. L’architettura non diviene con ciò serva della pittura, ma si fonde ad essa: è un miracolo reso possibile dalla forza del linguaggio michelangiolesco. Una delle caratteristiche di questo gigante dell’arte è che lasciò molte opere incompiute, in particolare quelle architettoniche; e se nessuno si sognerebbe di completare con qualche altro colpo di scalpello i celebri Prigioni, che così come sono sembrano tesi nello sforzo di uscire dalla pietra, non ci si è potuti permettere il lusso di tenersi palazzi e chiese allo stadio di abbozzi; e la conseguenza è stata un inevitabile snaturamento dei progetti da parte di coloro che gli succedettero: così i Dioscuri snaturano piazza del Campidoglio, la piatta facciata del Maderno nasconde la cupola michelangiolesca di San Pietro, il geniale progetto per Santa Maria degli Angeli a Roma non ebbe seguito, le fortificazioni per Firenze rimasero sulla carta e così via. L’incompiutezza di queste opere, tuttavia, non scalfisce il loro valore rivoluzionario. Che prendesse in mano un pennello, uno scalpello o un compasso, infatti, Buonarroti riuscì sempre a creare qualcosa di nuovo, avventurandosi su strade mai battute prima, senza temere di affrontare percorsi faticosi e accidentati. L’originalità del genio michelangiolesco è già evidente nelle opere fiorentine, come la Biblioteca Laurenziana, la prima biblioteca di formazione profana a gareggiare in lustro con l’Apostolica in Vaticano; o la Sagrestia Nuova di San Lorenzo, rispettosa del precedente edificio progettato da Brunelleschi. È nelle opere romane, tuttavia, che si riflette chiaramente la forza della gestione michelangiolesca dello spazio, e innanzitutto nella piazza del Campidoglio, esempio di architettura e urbanistica di altissimo livello, benché del progetto michelangiolesco conservi tracce frammentarie e discontinue. Prima dell’intervento di Michelangelo il colle era raggiungibile dalla scala dell’Aracoeli e appariva sormontato, oltre che dalla chiesa dell’Aracoeli, dal Palazzo Senatorio e da quello dei Conservatori, tra loro convergenti: Michelangelo ruppe la continuità che c’era con la chiesa chiudendo la piazza con un terzo palazzo, gemello di quello dei Conservatori e attuale sede dei Musei Capitolini. Con questo gesto creò di fatto una distinzione tra Stato e politica da una parte, e Chiesa e apostolato dall’altra. Lo spazio della piazza risulta compresso in modo da essere esplosivo; la simmetria dei due palazzi gemelli e divergenti crea un’apertura in più direzioni, e le facciate dei palazzi sono allo stesso tempo le pareti della piazza, che appare così una vera e propria struttura architettonica. Una nuova scala ne rese poi l’accesso autonomo da quello dell’Aracoeli: si trattava di una cordonata, ovvero una scalea con gradini larghi e bassi che nel progetto michelangiolesco non prevedeva le statue dei Dioscuri che oggi offuscano sia la prospettiva sui palazzi, sia la statua di Marco Aurelio. Sotto appariva la città varia e multiforme, sopra, la forma perfetta e unica della piazza, simile a una sala «nella quale attrarre e chiudere il visitatore», come dice Bonelli: da lassù ben presto si sarebbe potuto dominare anche la cupola della nuova chiesa intitolata a San Pietro. Questa è una delle tracce più grandiose che il passaggio di Michelangelo lasciò nella Città Eterna. Per il più grande tempio della Cristianità l’artista aveva in animo di riprendere la pianta a croce greca progettata da Bramante, ma la basilica che oggi conosciamo, frutto del contributo di tanti architetti diversi, conserva ben poco delle idee michelangiolesche, spazzate via soprattutto dall’intervento di Maderno. Fu invece Bernini, con la costruzione del baldacchino, a restituire centralità alla cupola michelangiolesca riflettendone la luce, così come con il colonnato esterno pose tra due parentesi la piatta facciata di Maderno deviando lo sguardo verso il «Cuppolone» tanto caro ai romani. Poco distante dal Campidoglio la mano di Michelangelo si nasconde ancora dietro l’originalissima Porta Pia, un’opera nella quale il lessico del classicismo viene rielaborato ed espresso in una sintassi nuova, eretica: ecco allora che una pausa, uno spazio vuoto sostituisce il capitello sopra i pilastri, in un gioco alternato di fedeltà e apostasia nei confronti del repertorio rinascimentale. Fu proprio questa libertà nell’interpretare la tradizione che rese il Buonarroti poco simpatico agli architetti suoi contemporanei. Odiato dal Vignola e dalla cosiddetta «setta sangallesca», fu letteralmente detestato da Pietro Ligorio, il quale, quando seppe di dover collaborare con lui a San Pietro, si dimise pubblicamente. L’ostilità dei suoi colleghi più «allineati» si riflette nel modo in cui le opere da lui iniziate o progettate furono portate a termine. Basta guardare la chiesa di Santa Maria degli Angeli nell’area delle Terme di Diocleziano, sempre a Roma, per capire che avremmo avuto un altro notevolissimo esempio di ottima architettura e gestione urbanistica, se solo si fosse seguito il progetto michelangiolesco: la chiesa sarebbe risultata perfettamente fusa alla zona archeologica nella quale è inserita e il luogo sacro avrebbe interloquito con lo spazio profano delle antiche terme dalle quali sarebbe stata ricavata - invece di esserne isolata come appare oggi, - proprio come desiderava il committente Pio IV, che intendeva sì alimentare il culto divino, ma anche tutelare quella «veneranda antichità». Forse fu solo un caso se Michelangelo non lasciò opere architettoniche finite. Tuttavia è più suggestiva l’ipotesi, avanzata da Bruno Zevi, che il non-finito sia la cifra caratteristica di un’arte che vuole celebrare la sconfitta della forma rispetto alla vita, il rifiuto programmatico di non dare soluzioni definitive a problemi necessariamente sempre aperti. E forse Roma stessa, città organica e policentrica, sempre in corso di definizione, può essere considerata, per dirla ancora con Zevi, un gigantesco «non-finito michelangiolesco», a cui gli immediati successori del Buonarroti non poterono fare altro che apportare piccoli ritocchi.
repressione culturale: i cristiani sempre in prima fila
Gazzetta del Sud 31.7.03
Da Tacito a Savonarola, dalla Bibbia ai nazisti
Storia paradossale di censure e roghi
di Paolo Petroni
«I libri non sono cose morte, ma contengono in sé un potere vitale pari a quello delle anime di cui essi sono progenie». Cita quanto il poeta Milton scrisse nel 1644 Giorgio Patrizi, docente di storia della letteratura italiana a Campobasso, per aprire il suo discorso su una storia, spesso paradossale, dei libri bruciati e censurati nel corso del tempo. Si pensi che spesso censori a istigatori al rogo di pagine stampate sono stati eroi libertari e rivoluzionari, da Savonarola a Mao, o che Giuseppe Gioacchino Belli, cantore senza peli sulla lingua della Roma papalina con sonetti pubblicati solo dopo la sua morte, fece il censore e il tagliatore di copioni teatrali. Una storia curiosa insomma, che un volume curato appunto da Patrizi, della collana dell'Istituto Poligrafico intitolata «Cento libri per Mille anni», affronta, proponendo proprio un excursus sui testi proibiti ieri e oggi. Si va da Petrarca, persino lui censurato e espurgato, passando per Casanova come Silvio Pellico, sino a Ignazio Silone e Alberto Moravia, limitandoci alla nostra letteratura. Il celeberrimo «Canzoniere» di Petrarca che canta il suo amore per Laura, modello per secoli dei nostri poeti, venne accusato a inizio '500 di aver scritto «in tante rime e versi gli sconci e molto disordinati affetti e l'angosciose passioni dè miseri innamorati» da un monaco veneziano, Girolamo Malipiero, che non dovrebbe esser meno famoso del Braghettone che coprì le parti nude del Giudizio Universale di Michelangelo. Questi infatti riscrisse, col titolo «Petrarca spirituale», i componimenti del Canzoniere tagliandoli e correggendoli per armonizzarli a un sistema ideologico e linguistico consono al potere egemone, ovvero tramutando l'amore sensuale di un uomo per una donna in un amore tutto spirituale in cui quello tra i sessi non deve essere diverso o portare lontano da quello per Dio. Patrizi cita, come caso esemplare dello spesso complesso rapporto tra letteratura e potere (lasciando da parte casi più netti come quello dell'inquisizione o del nazismo e di tutti i regimi totalitari), il Savonarola che si assunse il ruolo di difensore delle libertà civili nella precaria repubblica fiorentina a fine '400, e lo fa puntando nelle sue celebri prediche su una moralizzazione delle idee, dei costumi e della cultura così che sotto i suoi strali cade, per esempio tutta la letteratura comica, a cominciare dal Pulci, che non edifica e corrompe gli spiriti. E due volte Savonarola spinse i concittadini a portare al rogo i libri che avevano in casa perché «il fuoco distruttore fosse un emblema della purificazione delle anime, attraverso la cancellazione del peccato. Ma la stessa tragica simbologia – ricorda Patrizi – sarà in azione qualche anno dopo... quando lo stesso Savonarola, scomunicato, verrà arrestato, sommariamente processato, impiccato e bruciato», per essersi ribellato a alcune richieste pontificie. Un saggio di Mario Infelise, docente di Storia a Venezia, intitolato proprio «I libri proibiti (da Gutemberg all'Encyclopedie)» edito da Laterza, comincia ricordando comunque che i roghi di libri hanno ben più storia di quella della stampa se Tacito ricorda che un tale Cremuzio Cordo fu accusato di «novum ac tunc auditum crimen» (delitto nuovo e inaudito) sotto Tiberio Imperatore, per aver scritto pagine di rimpianto verso le antiche virtù repubblicane, e il Senato decretò i suoi libri fossero dati alle fiamme. Naturalmente furono la Controriforma e l'Inquisizione che segnarono la svolta nella repressione culturale con metodi e una vastità d'intervento che non aveva precedenti e non conosceva confini, se nei famosi Indici dei libri proibiti finì anche la Bibbia nell'edizione in volgare. E a questo capillare e quotidiano sistema di controllo e repressione Infelise dedica gran parte del suo studio. E anche lui cita l'Areopagitica di Milton: «Uccidere un buon libro è in un certo senso quasi peggio che uccidere un uomo, perché chi uccide un uomo, uccide una creatura dotata di ragione, ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa». Per la prima, pubblica proclamazione della libertà di stampa bisognerà aspettare la Rivoluzione francese e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1789. Ma la storia dei roghi non si fermerà per questo, e a Berlino, nel mezzo della piazza dove nel 1933 si bruciavano i libri della adiacente biblioteca imperiale, oggi c'è in ricordo un suggestivo e concettuale monumento sotterraneo visibile da un oblò, una stanza bianca vuota foderata di scaffali egualmente bianchi e vuoti.
Da Tacito a Savonarola, dalla Bibbia ai nazisti
Storia paradossale di censure e roghi
di Paolo Petroni
«I libri non sono cose morte, ma contengono in sé un potere vitale pari a quello delle anime di cui essi sono progenie». Cita quanto il poeta Milton scrisse nel 1644 Giorgio Patrizi, docente di storia della letteratura italiana a Campobasso, per aprire il suo discorso su una storia, spesso paradossale, dei libri bruciati e censurati nel corso del tempo. Si pensi che spesso censori a istigatori al rogo di pagine stampate sono stati eroi libertari e rivoluzionari, da Savonarola a Mao, o che Giuseppe Gioacchino Belli, cantore senza peli sulla lingua della Roma papalina con sonetti pubblicati solo dopo la sua morte, fece il censore e il tagliatore di copioni teatrali. Una storia curiosa insomma, che un volume curato appunto da Patrizi, della collana dell'Istituto Poligrafico intitolata «Cento libri per Mille anni», affronta, proponendo proprio un excursus sui testi proibiti ieri e oggi. Si va da Petrarca, persino lui censurato e espurgato, passando per Casanova come Silvio Pellico, sino a Ignazio Silone e Alberto Moravia, limitandoci alla nostra letteratura. Il celeberrimo «Canzoniere» di Petrarca che canta il suo amore per Laura, modello per secoli dei nostri poeti, venne accusato a inizio '500 di aver scritto «in tante rime e versi gli sconci e molto disordinati affetti e l'angosciose passioni dè miseri innamorati» da un monaco veneziano, Girolamo Malipiero, che non dovrebbe esser meno famoso del Braghettone che coprì le parti nude del Giudizio Universale di Michelangelo. Questi infatti riscrisse, col titolo «Petrarca spirituale», i componimenti del Canzoniere tagliandoli e correggendoli per armonizzarli a un sistema ideologico e linguistico consono al potere egemone, ovvero tramutando l'amore sensuale di un uomo per una donna in un amore tutto spirituale in cui quello tra i sessi non deve essere diverso o portare lontano da quello per Dio. Patrizi cita, come caso esemplare dello spesso complesso rapporto tra letteratura e potere (lasciando da parte casi più netti come quello dell'inquisizione o del nazismo e di tutti i regimi totalitari), il Savonarola che si assunse il ruolo di difensore delle libertà civili nella precaria repubblica fiorentina a fine '400, e lo fa puntando nelle sue celebri prediche su una moralizzazione delle idee, dei costumi e della cultura così che sotto i suoi strali cade, per esempio tutta la letteratura comica, a cominciare dal Pulci, che non edifica e corrompe gli spiriti. E due volte Savonarola spinse i concittadini a portare al rogo i libri che avevano in casa perché «il fuoco distruttore fosse un emblema della purificazione delle anime, attraverso la cancellazione del peccato. Ma la stessa tragica simbologia – ricorda Patrizi – sarà in azione qualche anno dopo... quando lo stesso Savonarola, scomunicato, verrà arrestato, sommariamente processato, impiccato e bruciato», per essersi ribellato a alcune richieste pontificie. Un saggio di Mario Infelise, docente di Storia a Venezia, intitolato proprio «I libri proibiti (da Gutemberg all'Encyclopedie)» edito da Laterza, comincia ricordando comunque che i roghi di libri hanno ben più storia di quella della stampa se Tacito ricorda che un tale Cremuzio Cordo fu accusato di «novum ac tunc auditum crimen» (delitto nuovo e inaudito) sotto Tiberio Imperatore, per aver scritto pagine di rimpianto verso le antiche virtù repubblicane, e il Senato decretò i suoi libri fossero dati alle fiamme. Naturalmente furono la Controriforma e l'Inquisizione che segnarono la svolta nella repressione culturale con metodi e una vastità d'intervento che non aveva precedenti e non conosceva confini, se nei famosi Indici dei libri proibiti finì anche la Bibbia nell'edizione in volgare. E a questo capillare e quotidiano sistema di controllo e repressione Infelise dedica gran parte del suo studio. E anche lui cita l'Areopagitica di Milton: «Uccidere un buon libro è in un certo senso quasi peggio che uccidere un uomo, perché chi uccide un uomo, uccide una creatura dotata di ragione, ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa». Per la prima, pubblica proclamazione della libertà di stampa bisognerà aspettare la Rivoluzione francese e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1789. Ma la storia dei roghi non si fermerà per questo, e a Berlino, nel mezzo della piazza dove nel 1933 si bruciavano i libri della adiacente biblioteca imperiale, oggi c'è in ricordo un suggestivo e concettuale monumento sotterraneo visibile da un oblò, una stanza bianca vuota foderata di scaffali egualmente bianchi e vuoti.
l'idea di Atlantide, e il nesso con la società di Creta
Liberazione 31.7.03
Le prime fonti storiche risalgono addirittura a...
di Claudio Asciuti
Le prime fonti storiche risalgono addirittura a Platone, nel 347 avanti l'era volgare. Il padre della filosofia occidentale, nei due dialoghi Timeo e Crizia, indica le prime coordinate del paradiso perduto. Combinando le due trattazioni possiamo coglierne alcuni elementi: siamo all'incirca nel 9000 a. e. v. e gli abitanti felici di questa terra posta oltre le Colonne d'Ercole vivono in pace, fra animali al pascolo, campi pingui, acque pescose e vene minerarie. Il sistema politico è una federazione di dieci provincie rette da altrettanti re; il popolo è assolutamente pacifico sebbene abbia combattuto un'antica guerra contro i Greci. Fino a quando, come in ogni eden, sopraggiunse il desiderio, la violenza e, allora, Zeus decise di intervenire. Non sappiamo cosa avvenne, ma l'isola fu distrutta in un giorno e in una notte da terremoti e maremoti. Poi scomparve...
Stiamo parlando di Atlantide, naturalmente, luogo utopico per eccellenza, unica mappa certa nell'immaginario cartografico perduto. La terra che tutti, occultisti, avventurieri, maghi e ciarlatani intravidero, descrissero e documentarono, ma di cui nessuna traccia fu mai attestata.
Platone, quando scrisse i due dialoghi, aveva in mente di raccontare attraverso un mito verità politiche e filosofiche, com'era suo costume e, fino all'avvento del cristianesimo (non particolarmente favorevole ai paradisi in terra), si continuò di tanto in tanto a discuterne, poi su tutto cadde il velo.
Ma come sempre accade, dopo un lungo silenzio, il mito comincia a vivere di vita propria: l'idea di Atlantide si ripropose quando, con le mutate condizioni geografiche e naturalmente politiche, si riprese a parlare di luoghi perduti. A partire dal 1552, quando Francisco Lopez de Gòmara ipotizzò che il continente scoperto da Colombo fosse l'Atlantide, fu tutto un fiorire di interpretazioni, che videro protagonisti, fra gli altri, il mago John Dee, Francesco Bacone, il naturalista Buffon. Ma solo alla fine dell'Ottocento il problema uscì da un dibattito ristretto a pochi per diventare oggetto comune di discussione, grazie soprattutto a Ignatius Donnelly, il quale per primo teorizzò Atlantide come centro da cui s'irradiò la civiltà mondiale. Donnelly è considerato il primo "atlantideologo" e la sua trattazione non è certo il massimo del rigore scientifico. Tuttavia egli fissò il punto da cui nacquero le grandi falsificazioni che ancor oggi imperversano: perché Atlantide è naturalmente il luogo delle falsificazioni e degli imbrogli… Nello spazio di un solo articolo sarebbe impossibile far riferimento alle invenzioni che gente più o meno in buona o cattiva fede elaborò in proposito. Qualche nome, però, possiamo farlo.
Nel 1888 Helena Petrovna Blavatsky, turbolenta fondatrice della Società Teosofica (l'organismo internazionale nato nel 1875 che si poneva come base per uno sviluppo futuro dell'umanità, accogliendo studiando e comparando dottrine d'ogni genere), affermò di aver ricevuto in trance rivelazioni sui mondi sotterranei di Agharta e Shambala e teorizzò l'esistenza delle cosiddette "razze radicali", di cui l'Atlantidea sarebbe la quarta. Un attento esame dei suoi scritti avrebbe fatto certamente comprendere anche al lettore più ingenuo che si trattava di una mistificazione, ma gli esseri umani sono creduloni e così un suo adepto, W. Scott-Elliot, una decina d'anni dopo ebbe buon gioco a descrivere con abbondanza di particolari la civiltà di Atlantide, completa di aerei che volavano grazie a una forza misteriosa.
Paul Schliemann, nipote di Heinrich Schliemann, lo scopritore di Troia, non esitò nel 1912 a spacciare per buona l'idea che il celebre nonno gli avesse lasciato reperti atlantidei e che addirittura alcuni li avesse trovati egli stesso: reperti che, ovviamente, nessuno ebbe modo di vedere. Poi toccò a Edgar Cayce, "veggente" americano morto nel 1945, uno dei più grandi mistificatori della storia del paranormale, riportato in auge dalla New Age, e che nelle sue visioni descrisse Atlantide come un arcipelago di cinque isole, arrivando a profetizzare che nel 1976 una di esse, Poseidia, sarebbe riemersa!
In questo bizzarro repertorio non poteva mancare il nazismo. E, infatti, arrivò con la sua coorte di cerimonie lugubri e di saperi perduti, attraverso le teorie ereditate da Donnelly e dalla Blavatsky. Basta dare un'occhiata a una delle molte documentazioni che circolano oggidì sull'origine esoterica del nazismo per rendersi conto di come Hitler fosse interessato all'idea delle razze, delle distruzioni più o meno palingenetiche e soprattutto al mondo misterioso di Agharta.
Ma l'interesse non scemò con la guerra, anzi. Medium, ciarlatani, scrittori di fantascienza improvvisamente divenuti archeologi del mistero (è il caso di Richard Shaver, autore di "I remember Lemuria") hanno alimentato e alimentano un ricco giro di denaro e potere, facendo leva sulla dabbenaggine umana, mescolando Atlantide ad altrettanto immaginarie terre (Thule, Lemuria, Mu, Gondwana, Iperborea) mentre, a seconda dei periodi storici, il sito viene individuato indifferentemente nell'Atlantico, nel Caucaso, nel Sahara, nel Mediterraneo, in Antartide e in Artide, al punto che la civiltà atlantidea cambia a seconda degli orientamenti: abbiamo detto aerei mossi da forze invisibili, poi abbiamo avuto (dopo Hiroshima) civiltà distrutte non da catastrofi naturali bensì da guerre atomiche e, attualmente, con l'avvento della cristalloterapia, si è scoperto che anche questa pseudo-scienza nacque ad Atlantide.
La maggior parte di queste teorie sono ridicole, mentre altre, seppur provviste di buon senso (per esempio quella dell'italiano Flavio Barbero che situa Atlantide in Antartide), non sembrano molto credibili. Allora la civiltà misteriosa descritta da Platone fu soltanto un mito? L'archeologia ha dato una possibile risposta. Il primo a intuire la verità fu K. T. Frost, professore a Belfast, in un articolo nel 1909. Frost intravide per primo le somiglianze fra quanto descritto da Platone e le scoperte cretesi che allora stavano venendo alla luce. La sua teoria non fu presa in considerazione negli ambienti scientifici, ed egli morì in combattimento durante la Prima guerra mondiale senza aver potuto ampliarla. Si dovettero aspettare diversi anni fino a quando Spiridion Marinatos, direttore degli scavi di Thira, ovvero l'isola greca di Santorini, non imputò, nel 1939, la scomparsa della civiltà minoica all'eruzione del vulcano di Thira. Da allora gli scavi effettuati prima da Marinatos, poi dal suo allievo Christos Doumas, confermarono questa ipotesi, con progressivi aggiustamenti per quanto riguardava datazioni, reperti, identità. Ma presto John Luce, lo stesso Marinatos e poi Doumas cominciarono a pensare che la situazione andava letta diversamente: ciò che Platone chiamava Atlantide era solo il ricordo, deformato, della grande catastrofe sismica seguita all'eruzione del vulcano di Thira che, verso il 1600 a. e. v., spazzò via una fiorente civiltà.
John Luce e il palentologo Charles Pellegrino hanno lavorato a lungo su questa ipotesi - a tutt'oggi la più convincente - e che ancora una volta ci fa pensare come, al di là delle speculazioni, degli imbrogli, dei deliri di occultisti e ciarlatani, il principio di Schliemann sia ancora valido. Ogni mito contiene in sé un principio di realtà, il ricordo di ciò che è stato. Sta, naturalmente, all'intelligenza e alla serietà del ricercatore trovare il filo che lega il mito all'evento.
Le prime fonti storiche risalgono addirittura a...
di Claudio Asciuti
Le prime fonti storiche risalgono addirittura a Platone, nel 347 avanti l'era volgare. Il padre della filosofia occidentale, nei due dialoghi Timeo e Crizia, indica le prime coordinate del paradiso perduto. Combinando le due trattazioni possiamo coglierne alcuni elementi: siamo all'incirca nel 9000 a. e. v. e gli abitanti felici di questa terra posta oltre le Colonne d'Ercole vivono in pace, fra animali al pascolo, campi pingui, acque pescose e vene minerarie. Il sistema politico è una federazione di dieci provincie rette da altrettanti re; il popolo è assolutamente pacifico sebbene abbia combattuto un'antica guerra contro i Greci. Fino a quando, come in ogni eden, sopraggiunse il desiderio, la violenza e, allora, Zeus decise di intervenire. Non sappiamo cosa avvenne, ma l'isola fu distrutta in un giorno e in una notte da terremoti e maremoti. Poi scomparve...
Stiamo parlando di Atlantide, naturalmente, luogo utopico per eccellenza, unica mappa certa nell'immaginario cartografico perduto. La terra che tutti, occultisti, avventurieri, maghi e ciarlatani intravidero, descrissero e documentarono, ma di cui nessuna traccia fu mai attestata.
Platone, quando scrisse i due dialoghi, aveva in mente di raccontare attraverso un mito verità politiche e filosofiche, com'era suo costume e, fino all'avvento del cristianesimo (non particolarmente favorevole ai paradisi in terra), si continuò di tanto in tanto a discuterne, poi su tutto cadde il velo.
Ma come sempre accade, dopo un lungo silenzio, il mito comincia a vivere di vita propria: l'idea di Atlantide si ripropose quando, con le mutate condizioni geografiche e naturalmente politiche, si riprese a parlare di luoghi perduti. A partire dal 1552, quando Francisco Lopez de Gòmara ipotizzò che il continente scoperto da Colombo fosse l'Atlantide, fu tutto un fiorire di interpretazioni, che videro protagonisti, fra gli altri, il mago John Dee, Francesco Bacone, il naturalista Buffon. Ma solo alla fine dell'Ottocento il problema uscì da un dibattito ristretto a pochi per diventare oggetto comune di discussione, grazie soprattutto a Ignatius Donnelly, il quale per primo teorizzò Atlantide come centro da cui s'irradiò la civiltà mondiale. Donnelly è considerato il primo "atlantideologo" e la sua trattazione non è certo il massimo del rigore scientifico. Tuttavia egli fissò il punto da cui nacquero le grandi falsificazioni che ancor oggi imperversano: perché Atlantide è naturalmente il luogo delle falsificazioni e degli imbrogli… Nello spazio di un solo articolo sarebbe impossibile far riferimento alle invenzioni che gente più o meno in buona o cattiva fede elaborò in proposito. Qualche nome, però, possiamo farlo.
Nel 1888 Helena Petrovna Blavatsky, turbolenta fondatrice della Società Teosofica (l'organismo internazionale nato nel 1875 che si poneva come base per uno sviluppo futuro dell'umanità, accogliendo studiando e comparando dottrine d'ogni genere), affermò di aver ricevuto in trance rivelazioni sui mondi sotterranei di Agharta e Shambala e teorizzò l'esistenza delle cosiddette "razze radicali", di cui l'Atlantidea sarebbe la quarta. Un attento esame dei suoi scritti avrebbe fatto certamente comprendere anche al lettore più ingenuo che si trattava di una mistificazione, ma gli esseri umani sono creduloni e così un suo adepto, W. Scott-Elliot, una decina d'anni dopo ebbe buon gioco a descrivere con abbondanza di particolari la civiltà di Atlantide, completa di aerei che volavano grazie a una forza misteriosa.
Paul Schliemann, nipote di Heinrich Schliemann, lo scopritore di Troia, non esitò nel 1912 a spacciare per buona l'idea che il celebre nonno gli avesse lasciato reperti atlantidei e che addirittura alcuni li avesse trovati egli stesso: reperti che, ovviamente, nessuno ebbe modo di vedere. Poi toccò a Edgar Cayce, "veggente" americano morto nel 1945, uno dei più grandi mistificatori della storia del paranormale, riportato in auge dalla New Age, e che nelle sue visioni descrisse Atlantide come un arcipelago di cinque isole, arrivando a profetizzare che nel 1976 una di esse, Poseidia, sarebbe riemersa!
In questo bizzarro repertorio non poteva mancare il nazismo. E, infatti, arrivò con la sua coorte di cerimonie lugubri e di saperi perduti, attraverso le teorie ereditate da Donnelly e dalla Blavatsky. Basta dare un'occhiata a una delle molte documentazioni che circolano oggidì sull'origine esoterica del nazismo per rendersi conto di come Hitler fosse interessato all'idea delle razze, delle distruzioni più o meno palingenetiche e soprattutto al mondo misterioso di Agharta.
Ma l'interesse non scemò con la guerra, anzi. Medium, ciarlatani, scrittori di fantascienza improvvisamente divenuti archeologi del mistero (è il caso di Richard Shaver, autore di "I remember Lemuria") hanno alimentato e alimentano un ricco giro di denaro e potere, facendo leva sulla dabbenaggine umana, mescolando Atlantide ad altrettanto immaginarie terre (Thule, Lemuria, Mu, Gondwana, Iperborea) mentre, a seconda dei periodi storici, il sito viene individuato indifferentemente nell'Atlantico, nel Caucaso, nel Sahara, nel Mediterraneo, in Antartide e in Artide, al punto che la civiltà atlantidea cambia a seconda degli orientamenti: abbiamo detto aerei mossi da forze invisibili, poi abbiamo avuto (dopo Hiroshima) civiltà distrutte non da catastrofi naturali bensì da guerre atomiche e, attualmente, con l'avvento della cristalloterapia, si è scoperto che anche questa pseudo-scienza nacque ad Atlantide.
La maggior parte di queste teorie sono ridicole, mentre altre, seppur provviste di buon senso (per esempio quella dell'italiano Flavio Barbero che situa Atlantide in Antartide), non sembrano molto credibili. Allora la civiltà misteriosa descritta da Platone fu soltanto un mito? L'archeologia ha dato una possibile risposta. Il primo a intuire la verità fu K. T. Frost, professore a Belfast, in un articolo nel 1909. Frost intravide per primo le somiglianze fra quanto descritto da Platone e le scoperte cretesi che allora stavano venendo alla luce. La sua teoria non fu presa in considerazione negli ambienti scientifici, ed egli morì in combattimento durante la Prima guerra mondiale senza aver potuto ampliarla. Si dovettero aspettare diversi anni fino a quando Spiridion Marinatos, direttore degli scavi di Thira, ovvero l'isola greca di Santorini, non imputò, nel 1939, la scomparsa della civiltà minoica all'eruzione del vulcano di Thira. Da allora gli scavi effettuati prima da Marinatos, poi dal suo allievo Christos Doumas, confermarono questa ipotesi, con progressivi aggiustamenti per quanto riguardava datazioni, reperti, identità. Ma presto John Luce, lo stesso Marinatos e poi Doumas cominciarono a pensare che la situazione andava letta diversamente: ciò che Platone chiamava Atlantide era solo il ricordo, deformato, della grande catastrofe sismica seguita all'eruzione del vulcano di Thira che, verso il 1600 a. e. v., spazzò via una fiorente civiltà.
John Luce e il palentologo Charles Pellegrino hanno lavorato a lungo su questa ipotesi - a tutt'oggi la più convincente - e che ancora una volta ci fa pensare come, al di là delle speculazioni, degli imbrogli, dei deliri di occultisti e ciarlatani, il principio di Schliemann sia ancora valido. Ogni mito contiene in sé un principio di realtà, il ricordo di ciò che è stato. Sta, naturalmente, all'intelligenza e alla serietà del ricercatore trovare il filo che lega il mito all'evento.
mercoledì 30 luglio 2003
un convegno del Ministero della salute
Repubblica Salute 24.7.03
Riconoscere i disagi prima dei dodici anni
Convegno del ministero della Salute sul tema della prevenzione nell’età evolutiva.
Cosa osservare
DI ANNAMARIA MESSA
Crisi, problemi, ‘complessi’ più o meno esagerati, reazioni a volte eccessive, umore altalenante, difficoltà a scuola o nella routine quotidiana? A 15/16 anni sono problemi dell’età si dice in famiglia e si pazienta in attesa che l’adolescente "cresca e capisca"… Invece non sempre è così e possono consolidarsi disturbi difficili poi da risolvere ma che più facilmente potevano essere curati prima che esplodessero. «In genere si fa caso all’adolescenza (tutti sono un po’ matti, qualcuno lo è di più) o alla primissima infanzia (tutti a rischio, mamme terribili, mostri dietro la porta…) ma si dimentica che nei 12 anni di vita tra il secondo e il 14esimo succedono molti fatti e proprio in questa fascia d’età cominciano problemi psichiatrici che emergeranno dopo ma si possono prevenire e qualcuno già curare».
Si può soprattutto individuare chi sta maturando un problema, ribadisce Gabriel Levi, docente di Psichiatria dell’età evolutiva all’università La Sapienza di Roma. «Sopra i 14 è come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati: la maggior parte dei problemi che scoppiano nell’adolescenza si possono riconoscere già prima dei 12 anni», commenta durante il convegno sulla Prevenzione in psichiatria dell’età evolutiva, organizzato insieme al ministero della Salute.
«Per prevenire non si va più solo a guardare chi ha i problemi (e lo si prende in carico senza far finta che non ne ha) ma si studiano le problematiche come noia, pigrizia, ansia, tristezza, deconcentrazione, che tutti hanno e qualcuno di più. Si affronta la situazione di salute mentale evolutiva in generale, con le caratteristiche d’identità di ognuno, per capire come un bambino che oggi si comporta in un certo modo potrà essere a rischio di avere problemi da adulto». I disturbi di personalità riguardano l’12% degli adulti in genere. «Occorre saper riconoscere quei segnali di disagio e quei comportamenti parafisiologici che in realtà possono rappresentare la prima espressione di un disturbo di personalità ancora fluttuante e non strutturato. La ricerca dimostra che diverse condizioni individuali (ritardi e disturbi cognitivi e di sviluppo, disturbi di regolazione del temperamento, disturbi dell’umore) e ambientali (abuso, trascuratezza, problemi di caregiving) possono favorire l’insorgenza di disturbi di personalità nel bambino e nell’adolescente, che tendono a mantenersi stabili nel tempo», sottolinea al convegno romano Ernesto Caffo, Neuropsichiatra Infantile, Univ. Modena e Reggio Emilia, «La mancanza di attenzione ai primi segnali di disagio, più o meno accompagnati da fattori ambientali sfavorenti, può portare a situazioni di disturbo emergente, ancora fluttuante e non strutturato, fino a un disturbo riconoscibile e trattabile le cui conseguenze possono protrarsi lungo tutto l’arco della vita».
Prevenzione primaria dunque come intervento tra il rischio e il disturbo.
Già la noia è un indicatore importante: al di là di un livello accettabile suona l’allarme. Così la pigrizia, l’ansia troppo pesante, paure diffuse… per qualunque problema c’è una percentuale di bambini che sta un po’ peggio anche per altri motivi e minaccia di scompensarsi. Bisogna individuare chi sta slittando dal problema alla patologia e aiutarlo in tempo utile nelle sedi giuste, senza paura, sapendo che un intervento fatto 3 anni prima fa soffrire di meno, dura di meno e ha risultati maggiori. «I bambini a rischio non si mettono direttamente in cura: devono ricevere un’attenzione maggiore insieme agli altri bambini», precisa Levi. La prevenzione guarda insomma i problemi in modo nuovo, mentre crescono, con un’alleanza tra famiglia, scuola, sanità, servizi sociali, conferma il sottosegretario alla Salute Antonio Guidi ribadendo la volontà del ministero di camminare sulla stessa strada.
Riconoscere i disagi prima dei dodici anni
Convegno del ministero della Salute sul tema della prevenzione nell’età evolutiva.
Cosa osservare
DI ANNAMARIA MESSA
Crisi, problemi, ‘complessi’ più o meno esagerati, reazioni a volte eccessive, umore altalenante, difficoltà a scuola o nella routine quotidiana? A 15/16 anni sono problemi dell’età si dice in famiglia e si pazienta in attesa che l’adolescente "cresca e capisca"… Invece non sempre è così e possono consolidarsi disturbi difficili poi da risolvere ma che più facilmente potevano essere curati prima che esplodessero. «In genere si fa caso all’adolescenza (tutti sono un po’ matti, qualcuno lo è di più) o alla primissima infanzia (tutti a rischio, mamme terribili, mostri dietro la porta…) ma si dimentica che nei 12 anni di vita tra il secondo e il 14esimo succedono molti fatti e proprio in questa fascia d’età cominciano problemi psichiatrici che emergeranno dopo ma si possono prevenire e qualcuno già curare».
Si può soprattutto individuare chi sta maturando un problema, ribadisce Gabriel Levi, docente di Psichiatria dell’età evolutiva all’università La Sapienza di Roma. «Sopra i 14 è come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati: la maggior parte dei problemi che scoppiano nell’adolescenza si possono riconoscere già prima dei 12 anni», commenta durante il convegno sulla Prevenzione in psichiatria dell’età evolutiva, organizzato insieme al ministero della Salute.
«Per prevenire non si va più solo a guardare chi ha i problemi (e lo si prende in carico senza far finta che non ne ha) ma si studiano le problematiche come noia, pigrizia, ansia, tristezza, deconcentrazione, che tutti hanno e qualcuno di più. Si affronta la situazione di salute mentale evolutiva in generale, con le caratteristiche d’identità di ognuno, per capire come un bambino che oggi si comporta in un certo modo potrà essere a rischio di avere problemi da adulto». I disturbi di personalità riguardano l’12% degli adulti in genere. «Occorre saper riconoscere quei segnali di disagio e quei comportamenti parafisiologici che in realtà possono rappresentare la prima espressione di un disturbo di personalità ancora fluttuante e non strutturato. La ricerca dimostra che diverse condizioni individuali (ritardi e disturbi cognitivi e di sviluppo, disturbi di regolazione del temperamento, disturbi dell’umore) e ambientali (abuso, trascuratezza, problemi di caregiving) possono favorire l’insorgenza di disturbi di personalità nel bambino e nell’adolescente, che tendono a mantenersi stabili nel tempo», sottolinea al convegno romano Ernesto Caffo, Neuropsichiatra Infantile, Univ. Modena e Reggio Emilia, «La mancanza di attenzione ai primi segnali di disagio, più o meno accompagnati da fattori ambientali sfavorenti, può portare a situazioni di disturbo emergente, ancora fluttuante e non strutturato, fino a un disturbo riconoscibile e trattabile le cui conseguenze possono protrarsi lungo tutto l’arco della vita».
Prevenzione primaria dunque come intervento tra il rischio e il disturbo.
Già la noia è un indicatore importante: al di là di un livello accettabile suona l’allarme. Così la pigrizia, l’ansia troppo pesante, paure diffuse… per qualunque problema c’è una percentuale di bambini che sta un po’ peggio anche per altri motivi e minaccia di scompensarsi. Bisogna individuare chi sta slittando dal problema alla patologia e aiutarlo in tempo utile nelle sedi giuste, senza paura, sapendo che un intervento fatto 3 anni prima fa soffrire di meno, dura di meno e ha risultati maggiori. «I bambini a rischio non si mettono direttamente in cura: devono ricevere un’attenzione maggiore insieme agli altri bambini», precisa Levi. La prevenzione guarda insomma i problemi in modo nuovo, mentre crescono, con un’alleanza tra famiglia, scuola, sanità, servizi sociali, conferma il sottosegretario alla Salute Antonio Guidi ribadendo la volontà del ministero di camminare sulla stessa strada.
lo psichiatra della Camera, Piero Rocchini
Il Gazzettino di Venezia Mercoledì, 30 Luglio 2003
In "Onorevoli sul lettino" lo psichiatra Piero Rocchini racconta i suoi incontri con nevrosi, vizi e patologie dei politici
Quando la schizofrenia è al potere
C’è l’ipocondriaco, l’ossessivo, il superstizioso, il narcisista e il più pericoloso: il sanguigno
di GINO DATO
Narcisisti, sanguigni, ipocondriaci, dipendenti, depressi lo siamo un po' tutti. Ma che succede quando la psicopatologia quotidiana invade i banchi del Parlamento? Che garanzie offre un politico che intraprende la carriera della cosa pubblica per riflettersi nello specchio del potere, per prosciugare la sua sete di dominio, per vincere la sua ipocondria? Questi pericoli e aberrazioni hanno già scritto pagine vergognose della nostra storia, ma oggi sono tanto più immanenti quanto più la democrazia non si nutre più di ideologie e di valori ma di sistemi fondati sul trionfo di personalità individuali.
Piero Rocchini, per molti anni consulente in psicologia clinica della Camera dei deputati, ha accolto illustri parlamentari sul suo lettino di psicoanalista: una necessità di singoli onorevoli che può tradursi in lezione di molti comuni mortali, di noi tutti che alla politica affidiamo la conquista del benessere e dovremmo perciò blindarla. Nevrosi e vizi, fuori della vita privata, diventano un danno pubblico, come lo psichiatra prova a raccontare nel suo ultimo libro "Onorevoli sul lettino" (Marco Tropea editore).
Professore, possiamo allora parafrasare il motto sessantottino "la fantasia al potere" in "la schizofrenia al potere"?
«Oggi mancano gli elementi di unità che esistevano una volta. Ogni cosa concepita attraverso la politica, un tempo, serviva a unire più che a cercare una autoaffermazione pura e semplice. Quindi in sé e per sé, la politica, in qualunque ambito fosse svolta, svolgeva un ruolo di socializzazione, da un lato, di convalida di certi valori, dall'altro, soprattutto della società in cui si era inseriti, anche quando questa veniva contestata».
E oggi?
«Oggi non è crollato solo il muro di Berlino, è crollato quel contenitore che bastava a tenerci insieme. Molti di coloro che vivono all'interno di questa società, non hanno ben chiari i motivi dello stare insieme, o non lo ritrovano se non in un vantaggio personale. Alla politica per star meglio insieme, dal punto di vista esistenziale, si è sostituita la ricerca dei vantaggi che possiamo ottenere dalla società».
Ma quali sono i disturbi tipici di un politico?
«Forse dovremmo fare una distinzione tra disturbi che permettono una più facile affermazione di un politico o di un dirigente in genere, e disturbi collegati alla conquista di un certo ruolo all'interno della società».
Vediamo i primi.
«Sono i più pericolosi per noi. Non casualmente si parla di psicopatici perché attualmente, anche secondo lo strapotere di un certo tipo di massmedia, quello strapotere che si cerca di foraggiare in tutti i modi, per chi voglia affermarsi è fondamentale saper mentire».
Questo è il principio dell'autoaffermazione?
«Intanto è molto comune la figura del narcisista che dice: gli altri esistono per il mio piacere. Non c'è una empatia, una sensazione profonda di quello che l'altro possa provare, un senso di vicinanza. C'è invece una volontà di utilizzo ma solo per il proprio piacere individuale: tanti personaggi che chiedono di essere al centro del palcoscenico e noi, al massimo, nel ruolo di un pubblico che applaude o in qualche modo dà piacere. Nello stesso momento in cui diciamo: "non ho timore dell'eventuale dolore dell'altro, non ho dispiacere per il danno che posso infliggere all'altro", mi sono dato una carta in più rispetto a chi nutre valori morali, a chi ha remore, a chi si pone dei limiti proprio perché considera l'altro un valore fondamentale da rispettare».
Lei enumera figure tipiche di politico: l'ipocondriaco, il dipendente, il superstizioso, l'ossessivo
«Molti di noi si sono abituati a concepire il capo come qualcuno che riassume il meglio di una società. Nella nostra, estremamente individualistica, è esattamente il contrario: forse il capo riassume tanti dei difetti della gente comune. Soltanto che, avendo pelo sullo stomaco, e nessuna remora a farsi largo a gomitate, più facilmente riesce a realizzare quello che potremmo considerare purtroppo un sogno abbastanza comune: prevalere a tutti i costi».
Ma il potere - secondo il vecchio adagio - non logora chi non ce l'ha?
«Il problema nasce per il politico quando, raggiunto quel gradino, c'è da mantenerlo. Il potere allora logora, sì, chi non ce l'ha, ma logora anche chi deve mantenere il potere, soprattutto se lo si è raggiunto non per capacità intrinseche ma per il vantaggio che chi sta ancora più sopra di noi poteva avere attraverso noi.
Neanche il narcisista ci tranquillizza?
«Il problema del leader narcisista è che non vuole folle intorno a sé, e neanche persone valide, ma preferisce essere l'unico e non quello capace di organizzare una squadra. Allora servono figure di secondo piano per avere la garanzia di non ribellione. Io dico che siamo giunti agli ultimi giorni dell'impero romano, quando si preferiva sterminare la propria famiglia piuttosto che correre il rischio di concorrenze pericolose».
Qual è la tipologia di politico più pericolosa?
«Forse il sanguigno, insieme a un certo tipo di narcisista. Unirei i due aspetti. Esistono varie forme di narcisismo: di chi punta alla grande impresa per lasciare il ricordo di sé, e questo potrebbe star bene a noi gente comune, perché in fondo quel tipo di narcisista cercherà di fare il meglio. Come potrebbe star bene anche il narcisista che cerca il successo più che il potere, quindi una persona che proverà in tutti i modi a capire che sogni potremmo realizzare attraverso di lui. Esiste invece un altro tipo di narcisismo patologico, quello che descrivo nel sanguigno, che appare pericoloso perché vuole il potere per il potere, il controllo assoluto. Come dicevo prima, l'imperatore degli ultimi giorni dell'impero romano, quello che deve controllare e dominare al di là di ogni limite».
La psicologia politica può andare a scoprire - lei scrive - che cosa c'è nella scatola che vogliono venderci, per cui possiamo tornare a mettere al centro il consumatore, l'elettore. E' così realmente? E questo lo può fare anche la gente comune?
«Sì, con l'aiuto della stampa. Una cosa molto diversa nel nostro paese rispetto ad altre democrazie più mature, è che in queste le informazioni sui politici viaggiano con estrema facilità. Ho la possibilità di consultare attraverso internet le prove d'esame di Bush figlio, per esempio, e quindi sapere che capacità o incapacità aveva manifestato a suo tempo. Se tento di fare la stessa cosa in Italia, molti politici cominciano a gridare alla violazione della privacy. Allora dobbiamo imporre la regola - con l'aiuto della psicologia - che chi vuole avere un potere deve accettare di stare sotto i riflettori, quindi di essere spulciato in tutti i suoi comportamenti, perché si deve dare la possibilità - soprattutto nel momento in cui ci si muove verso un maggioritario spinto o verso il presidenzialismo - di conoscere fino in fondo il personaggio».
Che cosa non deve essere allora un politico?
«Prima accennavo a un certo tipo di narcisismo che potremmo considerare patologico o alla personalità sanguigna. Ecco, quelle sono le caratteristiche che dobbiamo considerare pericolose nel politico. Ho invertito l'ordine della sua domanda. Perché credo che dovremmo cominciare a ripensare come noi i depositari del potere: siamo noi che dobbiamo scegliere o non scegliere persone che hanno o meno alcune caratteristiche di personalità. Difficilmente un politico potrebbe modificare certe caratteristiche. Il sanguigno rimarrà sanguigno, il narcisista potrà limitare un po' certe sue peculiarità ma difficilmente, se ha sete di potere, potrà saziarla se non acquisendo potere».
Ma la gente tiene conto di questi elementi quando dà un voto nell'urna?
«Dobbiamo sviluppare la possibilità di ottenere più informazioni personali. Nel momento in cui contano meno i partiti e contano sempre più i programmi, che sono spesso fotocopia, e i personaggi, tanto più dobbiamo accedere alle informazioni. Guardo allora come un pericolo tutte quelle leggi sulla stampa che in qualche modo potrebbero limitare questa circolazione di notizie. Non credo che scelta del maggioritario e limitazione della capacità di informazione possano andare d'accordo per fondare e mantenere una reale democrazia»
In "Onorevoli sul lettino" lo psichiatra Piero Rocchini racconta i suoi incontri con nevrosi, vizi e patologie dei politici
Quando la schizofrenia è al potere
C’è l’ipocondriaco, l’ossessivo, il superstizioso, il narcisista e il più pericoloso: il sanguigno
di GINO DATO
Narcisisti, sanguigni, ipocondriaci, dipendenti, depressi lo siamo un po' tutti. Ma che succede quando la psicopatologia quotidiana invade i banchi del Parlamento? Che garanzie offre un politico che intraprende la carriera della cosa pubblica per riflettersi nello specchio del potere, per prosciugare la sua sete di dominio, per vincere la sua ipocondria? Questi pericoli e aberrazioni hanno già scritto pagine vergognose della nostra storia, ma oggi sono tanto più immanenti quanto più la democrazia non si nutre più di ideologie e di valori ma di sistemi fondati sul trionfo di personalità individuali.
Piero Rocchini, per molti anni consulente in psicologia clinica della Camera dei deputati, ha accolto illustri parlamentari sul suo lettino di psicoanalista: una necessità di singoli onorevoli che può tradursi in lezione di molti comuni mortali, di noi tutti che alla politica affidiamo la conquista del benessere e dovremmo perciò blindarla. Nevrosi e vizi, fuori della vita privata, diventano un danno pubblico, come lo psichiatra prova a raccontare nel suo ultimo libro "Onorevoli sul lettino" (Marco Tropea editore).
Professore, possiamo allora parafrasare il motto sessantottino "la fantasia al potere" in "la schizofrenia al potere"?
«Oggi mancano gli elementi di unità che esistevano una volta. Ogni cosa concepita attraverso la politica, un tempo, serviva a unire più che a cercare una autoaffermazione pura e semplice. Quindi in sé e per sé, la politica, in qualunque ambito fosse svolta, svolgeva un ruolo di socializzazione, da un lato, di convalida di certi valori, dall'altro, soprattutto della società in cui si era inseriti, anche quando questa veniva contestata».
E oggi?
«Oggi non è crollato solo il muro di Berlino, è crollato quel contenitore che bastava a tenerci insieme. Molti di coloro che vivono all'interno di questa società, non hanno ben chiari i motivi dello stare insieme, o non lo ritrovano se non in un vantaggio personale. Alla politica per star meglio insieme, dal punto di vista esistenziale, si è sostituita la ricerca dei vantaggi che possiamo ottenere dalla società».
Ma quali sono i disturbi tipici di un politico?
«Forse dovremmo fare una distinzione tra disturbi che permettono una più facile affermazione di un politico o di un dirigente in genere, e disturbi collegati alla conquista di un certo ruolo all'interno della società».
Vediamo i primi.
«Sono i più pericolosi per noi. Non casualmente si parla di psicopatici perché attualmente, anche secondo lo strapotere di un certo tipo di massmedia, quello strapotere che si cerca di foraggiare in tutti i modi, per chi voglia affermarsi è fondamentale saper mentire».
Questo è il principio dell'autoaffermazione?
«Intanto è molto comune la figura del narcisista che dice: gli altri esistono per il mio piacere. Non c'è una empatia, una sensazione profonda di quello che l'altro possa provare, un senso di vicinanza. C'è invece una volontà di utilizzo ma solo per il proprio piacere individuale: tanti personaggi che chiedono di essere al centro del palcoscenico e noi, al massimo, nel ruolo di un pubblico che applaude o in qualche modo dà piacere. Nello stesso momento in cui diciamo: "non ho timore dell'eventuale dolore dell'altro, non ho dispiacere per il danno che posso infliggere all'altro", mi sono dato una carta in più rispetto a chi nutre valori morali, a chi ha remore, a chi si pone dei limiti proprio perché considera l'altro un valore fondamentale da rispettare».
Lei enumera figure tipiche di politico: l'ipocondriaco, il dipendente, il superstizioso, l'ossessivo
«Molti di noi si sono abituati a concepire il capo come qualcuno che riassume il meglio di una società. Nella nostra, estremamente individualistica, è esattamente il contrario: forse il capo riassume tanti dei difetti della gente comune. Soltanto che, avendo pelo sullo stomaco, e nessuna remora a farsi largo a gomitate, più facilmente riesce a realizzare quello che potremmo considerare purtroppo un sogno abbastanza comune: prevalere a tutti i costi».
Ma il potere - secondo il vecchio adagio - non logora chi non ce l'ha?
«Il problema nasce per il politico quando, raggiunto quel gradino, c'è da mantenerlo. Il potere allora logora, sì, chi non ce l'ha, ma logora anche chi deve mantenere il potere, soprattutto se lo si è raggiunto non per capacità intrinseche ma per il vantaggio che chi sta ancora più sopra di noi poteva avere attraverso noi.
Neanche il narcisista ci tranquillizza?
«Il problema del leader narcisista è che non vuole folle intorno a sé, e neanche persone valide, ma preferisce essere l'unico e non quello capace di organizzare una squadra. Allora servono figure di secondo piano per avere la garanzia di non ribellione. Io dico che siamo giunti agli ultimi giorni dell'impero romano, quando si preferiva sterminare la propria famiglia piuttosto che correre il rischio di concorrenze pericolose».
Qual è la tipologia di politico più pericolosa?
«Forse il sanguigno, insieme a un certo tipo di narcisista. Unirei i due aspetti. Esistono varie forme di narcisismo: di chi punta alla grande impresa per lasciare il ricordo di sé, e questo potrebbe star bene a noi gente comune, perché in fondo quel tipo di narcisista cercherà di fare il meglio. Come potrebbe star bene anche il narcisista che cerca il successo più che il potere, quindi una persona che proverà in tutti i modi a capire che sogni potremmo realizzare attraverso di lui. Esiste invece un altro tipo di narcisismo patologico, quello che descrivo nel sanguigno, che appare pericoloso perché vuole il potere per il potere, il controllo assoluto. Come dicevo prima, l'imperatore degli ultimi giorni dell'impero romano, quello che deve controllare e dominare al di là di ogni limite».
La psicologia politica può andare a scoprire - lei scrive - che cosa c'è nella scatola che vogliono venderci, per cui possiamo tornare a mettere al centro il consumatore, l'elettore. E' così realmente? E questo lo può fare anche la gente comune?
«Sì, con l'aiuto della stampa. Una cosa molto diversa nel nostro paese rispetto ad altre democrazie più mature, è che in queste le informazioni sui politici viaggiano con estrema facilità. Ho la possibilità di consultare attraverso internet le prove d'esame di Bush figlio, per esempio, e quindi sapere che capacità o incapacità aveva manifestato a suo tempo. Se tento di fare la stessa cosa in Italia, molti politici cominciano a gridare alla violazione della privacy. Allora dobbiamo imporre la regola - con l'aiuto della psicologia - che chi vuole avere un potere deve accettare di stare sotto i riflettori, quindi di essere spulciato in tutti i suoi comportamenti, perché si deve dare la possibilità - soprattutto nel momento in cui ci si muove verso un maggioritario spinto o verso il presidenzialismo - di conoscere fino in fondo il personaggio».
Che cosa non deve essere allora un politico?
«Prima accennavo a un certo tipo di narcisismo che potremmo considerare patologico o alla personalità sanguigna. Ecco, quelle sono le caratteristiche che dobbiamo considerare pericolose nel politico. Ho invertito l'ordine della sua domanda. Perché credo che dovremmo cominciare a ripensare come noi i depositari del potere: siamo noi che dobbiamo scegliere o non scegliere persone che hanno o meno alcune caratteristiche di personalità. Difficilmente un politico potrebbe modificare certe caratteristiche. Il sanguigno rimarrà sanguigno, il narcisista potrà limitare un po' certe sue peculiarità ma difficilmente, se ha sete di potere, potrà saziarla se non acquisendo potere».
Ma la gente tiene conto di questi elementi quando dà un voto nell'urna?
«Dobbiamo sviluppare la possibilità di ottenere più informazioni personali. Nel momento in cui contano meno i partiti e contano sempre più i programmi, che sono spesso fotocopia, e i personaggi, tanto più dobbiamo accedere alle informazioni. Guardo allora come un pericolo tutte quelle leggi sulla stampa che in qualche modo potrebbero limitare questa circolazione di notizie. Non credo che scelta del maggioritario e limitazione della capacità di informazione possano andare d'accordo per fondare e mantenere una reale democrazia»
psicoterapia... eclettica
Il Gazzettino di Venezia Mercoledì, 30 Luglio 2003
LA PAROLA ALL’ESPERTO
La psicoterapia è un valido aiuto per i pazienti che sono caduti in uno stato di profonda crisi esistenziale
Il dialogo, medicina della mente
La psicoterapia è oramai parte integrale del trattamento dei pazienti. Essa può essere strumento di prima o seconda scelta, ma sulla sua efficacia, nei diversi livelli di intervento psichiatrico, non vi è alcun dubbio. Negli ultimi anni, infatti, vi è stata una considerevole convergenza da parte di scuole nate con criteri assai diversi e contrastanti (ad esempio la psicoanalisi ed il cognitivismo) per arrivare ad un eclettismo. Eclettismo significa sapiente mistura di diverse tecniche, non uso spregiudicato e confuso di molti orientamenti. La prima scelta di psicoterapia è legata all'attitudine empatica e d'ascolto del medico, ma la pratica psicoterapica in senso stretto nasce solo quando si cerca di dare dei fondamenti teorici a questo tipo di trattamento. Karl Jaspers, il filosofo esistenzialista, scrisse, nel 1955, un librettino che puntualizzò i termini della questione e stabilì il termine di "psicoterapia", dal titolo " Essere e critica della psicoterapia", che, ricordo, fu uno dei primi libri che comperai quarant'anni fa, quando decisi di fare questo mestiere. La psicoterapia è strettamente legata alle condizioni della società, intese come modelli culturali, per cui la sua pratica cambia, nello spazio e nel tempo, in maniera continua. La psicoterapia attuale, ad esempio, non è più la stessa di quella che vedevo effettuare quando lessi Jaspers nel 1964. Ci si è resi sempre più conto, infatti, che la psicoterapia, oltre ad influenzare i sintomi della malattia psichiatrica, aveva un effetto terapeutico anche sulle strutture di personalità (per cui rimando al mio articolo "Il temperamento non cambia" del 10 febbraio 2003). Si tende ad interpretare l'effetto psicoterapico come attivo sia sulle situazioni emotive che portano a patologia che su regressioni personologiche, con una concezione mista dell'effetto, terapeutico e psicopedagogico. La psicoterapia serve quindi ad affrontare i problemi in maniera diversa, da angolazioni inusitate, per facilitarne la risoluzione, ma anche a smussare alcune parti della personalità, rafforzandone delle altre. I vari tipi di psicoterapia usano sempre i medesimi strumenti (l'ascolto, la parola, lo strutturarsi di un rapporto emotivo, le condizioni strutturali) anche se, di volta in volta, ne variano l'intensità ed il grado di utilizzo. Le psicoterapie possono mirare vuoi ad un aumento della consapevolezza del proprio funzionamento ("insight") che ad un cambiamento di comportamento: avremo così le psicoterapie esperienziali (di cui la psicoanalisi è la principale rappresentante) e le psicoterapie di cambiamento (di cui la principale è quella legata al cognitivismo).Ciò che importa è l'addestramento specifico dello psicoterapeuta che è particolarmente critico nelle psicoterapie di "insulti", perché il terapeuta deve aver superato le sue situazioni inconsce di conflitto e di fissazione a stadi non evoluti. Oltre a questo un criterio che si è rivelato molto importante è l'empatia, la relazione emotiva non esplicabile e non deducibile, che è determinante nell'assicurare la buona riuscita del trattamento.E' errato pensare che le nevrosi rispondano bene al trattamento psicoterapico e le psicosi ed i disturbi di personalità rispondano assai meno bene. In realtà tutti i disturbi nevrotici afferenti alle vecchia denominazione dell'isteria ed ai disturbi ossessivo-compulsivi si dimostrano eccezionalmente resistenti al solo trattamento psicoterapico, così come particolarmente complicati sono i disturbi di personalità. Per converso i disturbi schizofrenici, oltre al necessario trattamento con neurolettici di seconda generazione, hanno un enorme vantaggio da una psicoterapia orientata all'insight, terapia, peraltro, riservata a pochi terapeuti per le sue difficoltà.
prof. dott. Antonio A. Rizzoli
aa.rizzoli@ve.nettuno.it
LA PAROLA ALL’ESPERTO
La psicoterapia è un valido aiuto per i pazienti che sono caduti in uno stato di profonda crisi esistenziale
Il dialogo, medicina della mente
La psicoterapia è oramai parte integrale del trattamento dei pazienti. Essa può essere strumento di prima o seconda scelta, ma sulla sua efficacia, nei diversi livelli di intervento psichiatrico, non vi è alcun dubbio. Negli ultimi anni, infatti, vi è stata una considerevole convergenza da parte di scuole nate con criteri assai diversi e contrastanti (ad esempio la psicoanalisi ed il cognitivismo) per arrivare ad un eclettismo. Eclettismo significa sapiente mistura di diverse tecniche, non uso spregiudicato e confuso di molti orientamenti. La prima scelta di psicoterapia è legata all'attitudine empatica e d'ascolto del medico, ma la pratica psicoterapica in senso stretto nasce solo quando si cerca di dare dei fondamenti teorici a questo tipo di trattamento. Karl Jaspers, il filosofo esistenzialista, scrisse, nel 1955, un librettino che puntualizzò i termini della questione e stabilì il termine di "psicoterapia", dal titolo " Essere e critica della psicoterapia", che, ricordo, fu uno dei primi libri che comperai quarant'anni fa, quando decisi di fare questo mestiere. La psicoterapia è strettamente legata alle condizioni della società, intese come modelli culturali, per cui la sua pratica cambia, nello spazio e nel tempo, in maniera continua. La psicoterapia attuale, ad esempio, non è più la stessa di quella che vedevo effettuare quando lessi Jaspers nel 1964. Ci si è resi sempre più conto, infatti, che la psicoterapia, oltre ad influenzare i sintomi della malattia psichiatrica, aveva un effetto terapeutico anche sulle strutture di personalità (per cui rimando al mio articolo "Il temperamento non cambia" del 10 febbraio 2003). Si tende ad interpretare l'effetto psicoterapico come attivo sia sulle situazioni emotive che portano a patologia che su regressioni personologiche, con una concezione mista dell'effetto, terapeutico e psicopedagogico. La psicoterapia serve quindi ad affrontare i problemi in maniera diversa, da angolazioni inusitate, per facilitarne la risoluzione, ma anche a smussare alcune parti della personalità, rafforzandone delle altre. I vari tipi di psicoterapia usano sempre i medesimi strumenti (l'ascolto, la parola, lo strutturarsi di un rapporto emotivo, le condizioni strutturali) anche se, di volta in volta, ne variano l'intensità ed il grado di utilizzo. Le psicoterapie possono mirare vuoi ad un aumento della consapevolezza del proprio funzionamento ("insight") che ad un cambiamento di comportamento: avremo così le psicoterapie esperienziali (di cui la psicoanalisi è la principale rappresentante) e le psicoterapie di cambiamento (di cui la principale è quella legata al cognitivismo).Ciò che importa è l'addestramento specifico dello psicoterapeuta che è particolarmente critico nelle psicoterapie di "insulti", perché il terapeuta deve aver superato le sue situazioni inconsce di conflitto e di fissazione a stadi non evoluti. Oltre a questo un criterio che si è rivelato molto importante è l'empatia, la relazione emotiva non esplicabile e non deducibile, che è determinante nell'assicurare la buona riuscita del trattamento.E' errato pensare che le nevrosi rispondano bene al trattamento psicoterapico e le psicosi ed i disturbi di personalità rispondano assai meno bene. In realtà tutti i disturbi nevrotici afferenti alle vecchia denominazione dell'isteria ed ai disturbi ossessivo-compulsivi si dimostrano eccezionalmente resistenti al solo trattamento psicoterapico, così come particolarmente complicati sono i disturbi di personalità. Per converso i disturbi schizofrenici, oltre al necessario trattamento con neurolettici di seconda generazione, hanno un enorme vantaggio da una psicoterapia orientata all'insight, terapia, peraltro, riservata a pochi terapeuti per le sue difficoltà.
prof. dott. Antonio A. Rizzoli
aa.rizzoli@ve.nettuno.it
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