venerdì 12 dicembre 2003

Marco Bellocchio venerdì sera a Milano

Corriere della Sera 12.12.03
L’INCONTRO
Marco Bellocchio parla del sequestro Moro


Marco Bellocchio alle 17 è al Centro Culturale Cascina Grande di Rozzano (Mi) per parlare del suo film «Buongiorno notte» sul sequestro Moro. Il regista propone la sua lettura del rapimento e dell’omicidio dello statista da parte delle Brigate Rosse.
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un po' di teologia?
verginità e peccato originale, papi e madonne

La Repubblica 12.12.03
L'Immacolata, il peccato e i misteri della fede
lettera a CORRADO AUGIAS


Gentile Augias, mi occupo di Medioevo, nella cui prima metà venne elaborato il concetto di concepimento immacolato sul quale circolano molte imprecisioni. In teologia i significati di concezione di Maria sono due: attivo e passivo. Nel primo essa, per intervento dello Spirito, concepisce verginalmente Gesù. Nel secondo è essa stessa concepita miracolosamente dai suoi genitori sterili. Non a caso l'evento, presente nel Protovangelo di Giacomo, si diffuse, a partire dall'VIII secolo, come "festa della Concezione di Anna", in Oriente.

L'Occidente ne è tributario: la festa dell'Immacolata appare nel 1060 in Inghilterra per passare poi sul continente. Mentre in Oriente la nozione di macchia originaria trasmessa da Adamo è estranea, questi travaglieranno per secoli i teologi cattolici. Già nell'XI secolo la concezione di Maria dovette essere difesa elaborando la formula della verginità perpetua contro chi la supponeva perduta col parto o con la successiva vita coniugale. Nel XII secolo anche la concezione passiva con immunità dal peccato fu rifiutata addirittura da quel san Bernardo che passa per devotissimo di Maria. La quale, secondo lui, è stata concepita secondo le ordinarie vie della procreazione umana che, sostiene Agostino, è sempre macchiata di concupiscenza.

Sicché non solo Maria avrebbe contratto il peccato originale, ma la Chiesa non può né dichiarare santa né venerare tale concezione di Maria. Ancor più duro il XIII secolo: il privilegio dell'esistenza d'una completa immunità dal peccato originale avrebbe annientato il Cristianesimo nella sua radice, la Redenzione. Questa, infatti, se per una esenzione perdeva l'universalità, perdeva anche ogni necessità. Ometto il seguito ma non la riflessione di quanto, per contrastare l'ignoranza dei cattolici sulla loro dottrina, sia penoso ricorrere a esiguità di dottrina.

Raffaele Iorio, Bari
raffaele_iorio@libero.it


Chi non appartiene a una fede deve accostarsi con discrezione ai suoi misteri, anzi meglio è se si astiene del tutto dal commentarli. Colpisce comunque l'ignoranza di tanti cattolici su un dogma centrale nella loro religione. Sulla base di informazioni raccolte su libri concludo le osservazioni del professor Iorio ricordando che il dogma dell'Immacolata (nel senso di concepita senza peccato originale) venne proclamato da Pio IX l'8 dicembre del 1854. Sono gli anni in cui papa Mastai, dopo la Repubblica romana del '49, accentua i suoi atteggiamenti antiliberali che culmineranno nel celebre documento antimodernista del "Sillabo" (1864). Lì si esclude, per esempio, che il papa possa conciliarsi con progresso, liberalismo, civiltà moderna. Pio IX è anche il papa che convoca il concilio Vaticano I (giugno 1868) che proclamerà il dogma dell'infallibilità pontificia.

Il dogma dell'Immacolata concezione, particolarmente arduo per chiunque non partecipi a quella fede, va quindi inserito in questo periodo del pontificato che porterà papa Mastai a opporsi con tutte le forze e ogni possibile accordo internazionale alla possibilità di perdere il potere temporale. Anche in quel caso gli era sfuggito, nonostante le preveggenti esortazioni di Cavour, quale vantaggio sarebbe stato per lui e i suoi successori limitarsi al solo esercizio spirituale del potere.


le due lettere a Corrado Augias che seguono sono state segnalate da Paolo Izzo

La Repubblica 7.12.03
Immacolata concezione e fecondazione assistita


Silvio Manzati, da Verona

La discussione parlamentare sulla fecondazione mi ha fatto ricordare che domani sarà la festa dell'Immacolata concezione, cioè il concepimento senza macchia, pulito, di Maria. Ma ci sono dei concepimenti sporchi? Il Papa, i cardinali, i vescovi, i preti, le suore, i cattolici in genere considerano sporco il proprio concepimento? Il concepimento attraverso la fecondazione assistita viene considerato sporco alla pari di quello che avviene per mezzo di una normale unione sessuale? L'8 dicembre festeggerò anche la mia Immacolata concezione, perché sono stato concepito in modo non meno pulito di Maria.

La Repubblica 9.12.03
Immacolata concezione la confusione eterologa


Cristina Marolda, da Bruxelles

Desidero rispondere alla lettera del signor Silvio Manzati a proposito di Immacolata concezione e fecondazione assistita. Il lettore purtroppo fa una grande confusione - come ahimè la maggior parte dei cosiddetti "cattolici" che non si curano di studiare il catechismo - tra il dogma sulla verginità della Madonna e quello dell'Immacolata concezione. Quest'ultima, infatti, non riguarda il concepimento di Gesù Cristo - divino, quindi per definizione puro, forse al massimo "eterologo" - bensì il concepimento stesso di Maria, Immacolata, cioè "senza macchia", concepita senza peccato originale perché destinata a ricevere nel suo grembo il figlio di Dio. Quale "atea fervente" come amo definirmi, credo fermamente nello studio delle religioni per poter disquisire in materia a ragion veduta. In un paese ove vige la più grande ignoranza e la totale estraneità alla cultura laica, non deve stupire la passività prona del legislatore di fronte ai dettami della Chiesa, come appunto sta accadendo con la legge sulla fecondazione assistita, tipica di tutti i tempi bui. In ogni caso, la figura di Maria presenta numerosi e interessanti interrogativi filosofici e morali per chiunque volesse dilettarsi di epistemologia mariana.

chi dice di picchiare le donne?

La Stampa 12.12.03
«Solo le persone abbiette usano le mani
ma anche in Occidente ci sono uomini prepotenti e maneschi»

Il presidente della Casa della Cultura islamica di Milano


[...]
«PERCHÈ mai un islamico dovrebbe picchiare la moglie? Per sport? Per ubriachezza? Dia retta a me: ammesso che questo Kamal Mostafa sia davvero un imam, quando ha scritto quelle cose doveva aver preso un colpo di sole: non c'è, non dico un versetto, ma neanche una sola riga in tutto il Corano che prescriva una cosa del genere. E chi sostiene il contrario è soltanto un poovero ignorante». Spiritoso, pragmatico e in fondo «laico» come ogni buon imprenditore lombardo, Mohamed De Nova, italo marocchino, titolare di una fiorente azienda di import-export, è considerato uno dei più vivaci animatori della Casa della cultura Islamica, di Milano, di cui da anni presiede il direttivo: un luogo da non confondere con il Centro islamico di viale Jenner, dove intellettuali come De Nova non sono sempre ben visti. Nell'ambiente è indicato come un esperto «islamista», profondo conoscitore del Corano. Anche se lui precisa: «Io sono un islamico, nel senso che sono prima di tutto un credente». Ed è per questo, forse, che di fronte alla notizia dell'imam di Fuengirola (Malaga, Costa del Sol) accusato di aver scritto in un libro che picchiare le mogli e le donne in generale per un un bravo musulmano è un diritto, all'inizio trasecola, poi scoppia in una fragorosa risata e infine si arrabbia.
Eppure dottor De Nova, è proprio così: questo Mohamed Kamal Mostafa è un imam che ritiene l'uomo in diritto di sottomettere la donna «psicologicamente e fisicamente».
«Non ho idea dove questo presunto imam abbia trovato una prescrizione del genere. Nel Corano si prevede molto chiaramente l'uguaglianza nei diritti e nei doveri tra donna e uomo».
Da certe immagini e dalla condizione delle donne in alcuni paesi islamici, non si direbbe.
«I Paesi islamici sono tanti e diversi tra loro. In Marocco, Algeria, Siria, le donne spesso non portano il velo e hanno gli stessi diritti dell'uomo sul lavoro, come in casa o in politica. Certo, in Arabia Saudita le cose vanno diversamente: ma non si può fare di ogni erba un fascio. E' come dire che dato che in Sicilia c'è la mafia, tutti gli italiani sono mafiosi. Ma via»
Torniamo al Corano: dunque mai si prevede la sottomissione della donna verso l'uomo?
«Mai, davvero: questa storia non sta nè in cielo nè in terra. C'è invece un versetto che dice: ‘’O voi credenti, proteggete voi stessi e i vostri famigliari’’. Ovvero: proteggete anche vostra moglie. Di più: ‘’State attenti a non commettere errori o peccati che possano costarvi l'inferno’’».
Eppure l'imam di Malaga sostiene il contrario.
«Non so cosa dica questo imam ma voglio far presente che l'Islam permette e prevede il divorzio come soluzione per le crisi famigliari irreversibili. Non si capisce quindi perchè mai allora il Corano dovrebbe prescrivere il predominio dell'uomo sulla donna»
In nessun caso?
«In nessuno. L'unica autorità cui siamo sottomessi noi musulmani è Dio, il Signore, Allah. Non ad altri esseri umani. E se un uomo vuole obbligare la propria donna a fare qualcosa di contrario alla sua volontà, questa ha il diritto e il dovere di denunciarlo».
Come la mettiamo col chador?
«E' una libera scelta delle donne portarlo. Se non vogliono, il marito non le può obbligare e chi lo fa è soltanto un ignorante».
Però un versetto del Corano prevede l'obbedienza della donna verso l'uomo. Come va inteso, allora?
«Diciamo che va inteso tra virgolette nel senso che l'obbedienza è prevista per una pacifica convivenza nel matrimonio. Ed è sottinteso che vale anche il contrario: anche l'uomo deve ‘’obbedire’’ alla donna. Faccio un esempio: se l'uomo a mezzanotte si sveglia e vuole gli spaghetti, è giusto che la donna lo mandi a quel paese. Non è questa l'obbedienza prevista dal Corano. In realtà è più un concetto vicino al rispetto che al comando».
Se la donna non obbedisce, botte?
«Solo le persone abiette usano le mani. E purtroppo, mi sembra non sia solo una prerogativa del mondo musulmano. Anche da noi in occidente ci sono uomini prepotenti e maneschi».
Si, ma nessuno lo teorizza.
«Ne siete proprio sicuri?»

Nuove Edizioni Romane

Paolo Izzo ha scritto: «Vi segnalo [...] il lungo inserto culturale di Repubblica, dedicato alle favole e intitolato "Storie per chi le sogna". Tra i numerosi articoli viene citato il libro di Roberto Piumini "Il cuoco prigioniero", edito da Nuove Edizioni Romane. Dallo stesso libro è anche tratto il film di animazione "Totò sapore" in uscita per Natale»

La Repubblica 12.12.03 pag. 53
da "Storie per chi le sogna"

«Scommettiamo maestà che se cucinerò un cibo che sia tondo come il mondo?» la pizza napoletana, secondo Roberto Piumini, nasce da un patto tra Totò Sapore e il re Borbone che lo aveva spedito in galera (Il cuoco prigioniero, Nuove edizioni Romane, euro 7,75)

Pagina 59 - Spettacoli
Uscirà il 19 dicembre il quarto film d'animazione della Lanterna Magica
La pizza del cantastorie Totò fa gola anche alla Miramax
Le musiche del cartone animato sono firmate dai fratelli Edoardo e Eugenio Bennato
di RITA CELI


ROMA - Pizza e mandolino, Pulcinella e le strade chiassose sono i consumati luoghi comuni che si associano a Napoli. Ma sono anche i punti di forza di Totò Sapore, il film d'animazione che con ironia, musica (dei fratelli Bennato) e un ritmo incalzante racconta la storia della pizza napoletana. Gli ingredienti sono semplici: Totò, un cantastorie che sogna di diventare cuoco e che consola le pance vuote degli amici raccontando di ricchi pranzi e leccornie, una giovane fanciulla, re, regine e una strega cattiva che vive nel vulcano, Vesuvia, invidiosa dei napoletani sempre allegri e di buonumore malgrado la fame. La strega organizza un piano per rovinare Totò e portare alla rovina la città: con l'aiuto di Vincenzone regala al giovane quattro pentole che per magia trasformano qualsiasi schifezza in cibo squisito. Poi toglie i poteri ai tegami, facendo finire Totò in prigione e provocando una guerra con i francesi. Il cantastorie ha però un amico fedele, Pulcinella, che lo aiuterà a uscire dai guai e che lo aiuterà a inventare la fantastica pizza.
Realizzato dalla "Lanterna Magica" (al quarto lungometraggio dopo "La Freccia Azzurra", "La gabbianella e il gatto" e "Aida degli alberi"), sarà nelle sale dal 19 dicembre distribuito da Medusa in 150 copie. La regia è di Maurizio Forestieri che è anche l'autore di tutti i personaggi escluso Pulcinella, disegnato da Lele Luzzati e doppiato da Lello Arena. La sceneggiatura è di Umberto Marino e Paolo Cananzi, ispirata al racconto "Il cuoco prigioniero" di Roberto Piumini [Nuove edizioni Romane, euro 7,75].
Una favola animata con 220 mila disegni fatti a mano da 350 persone in tre anni di lavoro, scenografie dello spagnolo Marcos Mateu Mestre che ha ricostruito in 3D una Napoli immaginaria del ?700. E le voci di Pietra Montecorvino (Vesuvia), Mario Merola (Vincenzone), Marco Vivio (Totò) e Francesco Paolantoni che doppia le quattro pentole magiche. «Doppiare un cartone animato» ha detto il comico napoletano, «è stato un sogno, la soddisfazione della parte infantile di ogni attore. In più il film rappresenta e lo stereotipo raccontato con ironia».
Un sogno realizzato anche per i fratelli Bennato. «Totò mi assomiglia moltissimo» spiega Edoardo, «una sorta di meraviglioso alter ego che suona in contemporanea tamburello, chitarra e batteria». «Penso che lo stereotipo pizza e mandolino» aggiunge Eugenio «siano ancora vincenti e rappresentino nel mondo il made in Italy. E poi dobbiamo scrollarci di dosso il provincialismo: il nostro Totò può competere con il vincente Nemo». Una favola pronta ad affrontare anche l'America per la produttrice Maria Fares: «La Miramax mi ha appena chiamato per visionare il film per un'eventuale uscita americana, come aveva già fatto con "La Freccia Azzurra" che aveva distribuito in otto milioni di copie».

ISLAM
due articoli dal Sole 24ore di domenica 7.12

i testi di entrambi gli articoli sono stati inviati da Paolo Izzo

Rispettiamo donne e diritto
Cambiare il sistema senza stravolgere il nostro credo di musulmani: non mancano i segni di apertura
di Shirin Ebadi


Mercoledì prossimo l'avvocatessa iraniana Shirin Ebadi riceverà a Oslo il Nobel per la pace. Laureata in giurisprudenza all'Università di Teheran, è stata tra le prime a ricoprire la carica di giudice. In seguito alla rivoluzione islamica del 1979 le donne furono escluse dalla magistratura e Shirin Ebadi scelse allora di diventare avvocato. Durante la presidenza di Muhammad Khatami ha difeso numerosi giornalisti e prigionieri politici

L'Islam non è la religione del terrorismo, l'Islam e i diritti della persona non sono incompatibili. Il Nobel per la pace che mi sarà assegnato mercoledì a Oslo è un chiaro messaggio: finalmente il mondo si preoccupa delle donne musulmane. Ma i nostri diritti non sono trascurati soltanto nel mondo islamico. In Europa si discute del velo e i francesi vorrebbero vietarlo nelle scuole. Ritengo assurdo questo divieto, almeno tanto quanto l'obbligo dell'"hejab" imposto in alcuni Paesi musulmani. Dovremmo avere il diritto di vestirci come vogliamo, così come ce l'hanno gli uomini: secondo voi sarebbe possibile obbligarli, con la forza, a indossare la cravatta, oppure a privarsene? Gli uomini hanno sempre potuto scegliere se mettere o meno la cravatta e non capisco perché l'Occidente non lasci alle musulmane la libertà di scegliere di velarsi.
Tra i molti Paesi in cui è professato l'Islam, l'Iran rappresenta un caso particolare: le donne sono molto attive e il 63% della popolazione universitaria è composta da ragazze. Abbiamo partecipato alla rivoluzione islamica del 1979, sorelle e fratelli hanno contribuito insieme alla vittoria di questo regime. Purtroppo la condizione attuale non è facile: molte di noi hanno conseguito una diploma di studi superiori ma non sono state in grado di trovare un impiego; la cultura maschilista del nostro Paese conferisce maggiori possibilità professionali agli uomini e il diritto di famiglia non ci tutela in modo soddisfacente. Un uomo iraniano può, per esempio, divorziare dalla moglie senza alcuna giustificazione, senza nemmeno avanzare un pretesto. Mi auguro che, in futuro, queste norme giuridiche discriminatorie siano accantonate, in modo da rispettare le nostre esigenze.
Per certi aspetti il diritto di famiglia in vigore fino al 1979, e cioè fino alla caduta dello scià, tutelava le donne in misura maggiore, ma queste garanzie non contribuirono granché a risolvere le nostre difficoltà. Ai tempi della monarchia, per esempio, per le mogli avere il divorzio non era un'impresa così complicata. Ma che vantaggi può ottenere dallo status di divorziata una casalinga, senza copertura assicurativa, in un Paese in cui la pensione del marito non è reversibile? Senza mezzi di sostentamento, come fa una cinquantenne a separarsi dal marito? Il diritto al divorzio deve essere necessariamente accompagnato dalla tutela economica e sociale delle divorziate.
In altri termini, ai diritti politici devono essere abbinate opportunità in ambito economico e sociale. Le iraniane possono votare ed essere elette dal 1963, grazie a una riforma introdotta da Muhammad Reza Shah. Come già avveniva al tempo della monarchia, all'indomani della rivoluzione islamica del 1979 alcune iraniane furono elette in Parlamento. Oggi le deputate sono tredici e tra i vicepresidenti della Repubblica islamica vi è Masumeh Ebtekar, incaricata dell'organizzazione per la protezione dell'ambiente.
Ma che senso ha poter diventare vicepresidenti se poi, per chiedere il passaporto e lasciare il Paese, un'iraniana ha bisogno del permesso del marito? Immaginate proprio il caso di Masumeh Ebtekar o di una qualsiasi altra rappresentante di un'organizzazione: se si deve recare all'estero per partecipare a una conferenza internazionale, per rappresentare l'Iran di fronte al mondo, avrà bisogno del permesso del marito. Se il coniuge non è d'accordo, allora la donna impegnata ai vertici della Repubblica islamica dovrà rinunciare. Dobbiamo continuare a lottare per maggiori diritti, sfatando quello che è per molte un mito: non è vero che il regime dello scià ci garantiva maggiori prerogative, tant'è che il permesso del marito per il rilascio del passaporto è proprio un'eredità della monarchia.
Il problema risiede della cultura patriarcale che caratterizza la società iraniana. Non è colpa soltanto degli uomini: vi sono donne miopi complici del maschilismo, mentre alcuni uomini lottano per la libertà e la giustizia, e quindi per cambiare alcune regole. Tra queste il prezzo del sangue: il nostro ordinamento giuridico prevede che, in caso di uccisione di una donna, il prezzo del sangue, e cioè il risarcimento dovuto alla sua famiglia, sia la metà rispetto a un uomo. Si tratta di una questione a lungo dibattuta. Tenuto conto del nostro rilevante contributo all'economia del Paese, noi iraniane stiamo lottando affinché, in termini di risarcimento, non vi siano differenze tra uomini e donne. Sebbene i conservatori ritengano che si tratti di un dogma islamico e pertanto indiscutibile, molte autorità religiose, tra cui l'ayatollah Sanei, hanno cominciato a discuterne e ad ammettere un uguale risarcimento per la famiglia dell'uomo e della donna uccisi.
In quanto giurista, il mio obiettivo è perseguire il cambiamento del sistema rispettando il nostro credo religioso. Il conferimento del Nobel mi ha confermato che la strada finora seguita è quella giusta e mi permette di continuare a lottare. Volendo dimostrare a me stessa di essere degna di questo premio, sono consapevole di dovermi impegnare ancora più di prima.

(Testimonianza raccolta da Seyed Farian Sabahi)


Islamica - Un provocatorio saggio di Georges Corm sulle distanze tra le due culture
Moderni, ma non occidentali
di Paolo Branca


Di fronte alle tormentate vicende del mondo islamico attuale, molti si sono certamente fermati a riflettere più di una volta circa i profondi sentimenti che soggiacciono alle manifestazioni spesso esasperate dell'identità culturale e religiosa di un "Oriente" da noi meno distante rispetto ad altri (basti pensare all'India o alla Cina), ma non per questo più immediatamente comprensibile. Lo stereotipo che vuole le civiltà orientali tutte comprese nella dimensione spirituale e quasi disinteressate alle vicende terrene, già poco adeguato nei confronti di realtà più remote, nel caso di quella musulmana diventa addirittura ridicolo.
É pur vero che col fenomeno del sufismo, che lo attraversa tutto trasversalmente coinvolgendo milioni di seguaci di innumerevoli confraternite, l'Islam può vantare una delle più prestigiose tradizioni mistiche che vi siano, così come non si può negare che talora sussistano atteggiamenti fatalistici e di rinuncia al mondo contro i quali si sono mobilitati intellettuali e riformatori moderni. Ma, come ha giustamente affermato l'antropologo Lévi-Strauss, "l'Islam è l'Occidente dell'Oriente" e, anche senza scomodare la storia e la filosofia, basterebbe pensare alle avveniristiche cattedrali nel deserto che sono sorte grazie ai petrodollari per dubitare che i musulmani siano interessati soltanto al mondo dell'anima e alla vita futura. A demolire la fondatezza dell'artificiosa dicotomia che oppone un Occidente razionale, sviluppato e aperto a un Oriente mistico, arcaico e chiuso su se stesso, destinati fatalmente a scontrarsi in un apocalittico conflitto di civiltà, ci pensa il saggio di questo autore libanese finalmente disponibile anche in italiano.
L'utilità degli interrogativi ch'egli pone risalta ancor più se li paragoniamo allo stolido senso di superiorità con la quale guardiamo spesso alle altre culture, e a quella islamica in particolare, come dimostrano non solo lo straordinario successo di libri viscerali come La rabbia e l'orgoglio di Oriana Fallaci, ma anche - e forse soprattutto - la fortuna delle tesi, in fondo non molto dissimili, sostenute da Giovanni Sartori nel suo Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Rileggendo le pagine di Corm tornano alla mente le parole di orientalisti come Louis Gardet che non esitava a definire l'Islam "una teocrazia laica ed egualitaria", nonostante l'apparente contraddizione in essa contenuta, o come Alessandro Bausani che faceva notare come le difficoltà incontrate da tale civiltà a modernizzarsi potessero dipendere dal fatto che essa era "già" moderna... Il fondamentalismo musulmano, infatti, a dispetto della sua pretesa fedeltà all'autenticità islamica originaria, è in realtà il frutto avvelenato di una perversa modernizzazione mal digerita.
L'impatto tra due mondi che si presumono geneticamente diversi e quindi incompatibili, piuttosto che l'inevitabile esito di un destino segnato, potrebbe dunque più probabilmente essere un colossale inganno, generato dal narcisismo di un modello che si sta così trionfalmente imponendo, tanto da imporre persino ai propri antagonisti un'immagine deformata di loro stessi, alla quale si aggrappano disperatamente per mancanza di alternative. La penetrante introduzione di Franco Cardini mette giustamente in risalto il salutare disagio che assale il lettore di quest'opera singolare. Si potrà certo discutere e dissentire, ma è difficile negare che lo spirito critico che anima l'autore e a cui egli indefessamente richiama sia uno dei pochi valori davvero universali ai quali ancorarsi in un periodo di troppi e troppo facili revisionismi, dietro ai quali si cela la trappola di un inquietante e pernicioso neo-tribalismo culturale.

Georges Corm, Oriente e Occidente. Una frattura costruita, Vallecchi, Firenze 2003, pagg. 176, €15,00

laicità dello Stato: il caso francese

una segnalazione di Licia Pastore

Corriere della Sera 12.12.03
L’ANALISI
Le regole e un sentiero stretto
Per l’Eliseo e per il Parlamento la vera sfida è l’atteggiamento dei diretti interessati
di Francesco Margiotta Broglio


Dopo cinque mesi di intensa attività, la Commissione sulla laicità ha rimesso al presidente Chirac le sue conclusioni. Con un testo di alto profilo concettuale la Commissione propone una legge che vieti nelle scuole non universitarie l’abbigliamento e i simboli esibiti (croce grande, velo islamico, kippah ebraica) che manifestano appartenenza religiosa o politica, ma manda anche un segnale di riconoscimento delle diversità spirituali. Infatti suggerisce che vengano riconosciute, accanto a quelle cristiane, festività ebraiche e islamiche ed esclude dal divieto i simboli religiosi di misura ridotta che possono restare appesi al collo. Il tutto in un quadro legislativo più generale che regoli questioni importanti come la rilevanza delle credenze nei servizi e ospedali pubblici (impossibile rifiutare personale sanitario in base al sesso o alla fede), nelle carceri, in occasione dei riti funebri, nelle mense (prescrizioni alimentari rituali). Si ribadisce la neutralità del pubblico impiego, ma si tiene conto dei problemi religiosi nel mondo del lavoro, dell’importanza di un insegnamento dei fatti religiosi nelle scuole, dell’estensione a tutti i culti dell’assistenza spirituale nelle strutture obbliganti, dell’opportunità di creare una Scuola nazionale di studi islamici. Neppure i liberi pensatori sono dimenticati: accanto alle trasmissioni radiotelevisive gestite dalle religioni, vi sarà come già in Belgio, una emissione dedicata alla cultura di atei e agnostici. Un vasto disegno che permette alla Francia, a cent’anni dalla legge di separazione (9 dicembre 1905)(*) - essenzialmente riferita alla Chiesa di Roma - di prender atto che la laicità dello Stato - definita «pietra angolare del patto repubblicano» - dev’essere ridefinita e adattata al paesaggio religioso attuale, profondamente mutato rispetto a quello della Terza Repubblica. L’equilibrio tra principio di uguaglianza e diritto alla differenza sembrerebbe alla base di queste proposte, anche se, nel momento in cui si è messo mano alle questioni religiose sarebbe stato opportuno, nel quadro appunto di una legge generale, affrontare quei diritti collettivi di libertà religiosa o di comunità in quanto tali, che vengono oggi sempre più rivendicati in tutta l’Europa. Un segnale c’è stato con la costituzione del Consiglio del culto islamico, ma non sembra che la legge proposta possa riguardare anche quel «dialogo formalizzato» con le religioni che pure la futura Costituzione europea prevede espressamente.
I dubbi e le difficoltà tra i quali il presidente Chirac dovrà adottare le sue determinazioni non sono, comunque, pochi. Innanzitutto la situazione delle scuole private convenzionate (in gran parte confessionali): la relazione parla, è vero, di rispetto del «carattere specifico» di questi istituti, ma non sembra che essi siano esclusi dal divieto dei simboli. Si dovranno togliere il velo le suore che ancora lo indossano e si dovranno eliminare i crocifissi (grandi croci) nelle aule delle scuole cattoliche? E le foto sui documenti di identità dovranno ancora effigiare donne senza velo o copricapo? E cosa accadrà nei dipartimenti di Alsazia e Mosella dove vige ancora il sistema confessionale di Bonaparte per i culti riconosciuti (il presidente francese nomina, come il Primo Console, i vescovi di Metz e Strasburgo)?
Per Chirac e per il Parlamento (che si è pronunciato con la «missione» Debré in favore di una legge del genere) la vera sfida è l’atteggiamento dei diretti interessati. Con una lettera al Capo dello Stato (9 dicembre) le Chiese cristiane (cattolica, protestanti, ortodosse) hanno riaffermato la loro opposizione a una legge che vieti i simboli religiosi nelle scuole: le difficoltà non si risolvono legiferando, e il dibattito politico in corso induce a pensare che si sia tornati all’antica laicité de combat. Anche il presidente del Consiglio islamico, il Gran Rabbino di Francia e il presidente del Consiglio ebraico si sono pronunciati nello stesso senso. Il rischio che riprendano le tensioni tra la Francia religiosa e la Francia laica non è da sottovalutare. Portare in Parlamento una legge, integrabile e modificabile da parte delle forze politiche, potrebbe non solo mettere in crisi gli equilibri realmente raggiunti dalla Commissione presidenziale, ma aprire il vaso di Pandora della generale condizione giuridica dei culti in Francia che non riguarda, ovviamente, le sole (pur rilevanti) situazioni che la Commissione Stasi si è trovata a dover affrontare.

(*) si tratta della legge fondamentale che nel 1905 istituì le forme della laicità dello Stato francese. Chi desiderasse leggerne il testo (in francese) ed anche l'enciclica (in italiano) con la quale il papa di allora, "San" Pio X, reagì impotentemente ad essa, può richiedermi quei testi: li invierò volentieri per posta elettronica. Per scrivermi si può usare il link in alto a sinistra qui sopra, sotto gli Archivi

corriere.it
Francia, commissione boccia velo islamico e grandi crocifissi
«Vietato ostentare i simboli religiosi»
Nelle scuole francesi saranno ammessi solo come segni privati di fede e origine. La parola passa ora a Chirac


PARIGI - Nelle scuole pubbliche francesi saranno proibiti tutti i simboli religiosi o politici, se portati in modo manifesto, come segnale evidente di appartenenza e proselitismo, in contraddizione con principi di uguaglianza dell'insegnamento e pari opportunità nella società civile. Ma a nessuno potrà essere vietato di portare un crocifisso, una stella di David, la manina di Fatima o un «piccolo» Corano, come segni privati di fede e origine.
E' l'indicazione della Commissione sulla laicità che ieri ha concluso i propri lavori. No quindi a velo islamico, kippah ebraica, crocifisso, senza che la « laicità » divenga una nuova religione impositiva. Il concetto di segni ostensibles (che possono ingenerare imitazioni) sembra precisare disposizioni precedenti, che parlavano di segni ostentatoires (anche senza intenzioni propagandistiche).
La Commissione ha voluto indicare una direzione complessiva al governo francese, suggerendo ad esempio che Yom Kippur e Aid el- Kebir possano essere inserite nel calendario delle festività religiose, che in una certa misura vengano rispettate le tradizioni alimentari nelle mense pubbliche e l'appartenenza religiosa in carceri e cimiteri. E' prevista anche una figura religiosa musulmana nell'esercito.
La «neutralità» del servizio pubblico - ad esempio negli ospedali - dovrà essere garantita, ma verrà lasciata discrezionalità nei regolamenti dei luoghi di lavoro, per quanto riguarda l'abbigliamento. Un segnale di apertura quindi, non di proibizionismo. Una proposta di legge che riafferma le basi laiche della società francese, ma tiene conto che questa società è cambiata e che vi devono trovare posto e rispetto altre culture, religioni, identità.
Potrà sembrare un artificio verbale, un compromesso nel segno dell'ipocrisia o della prudenza, un' enunciazione di principi che non esclude eccezioni, ma il responso dei saggi francesi sulle laceranti questioni della laicità, dei simboli religiosi e della tolleranza è davvero lo specchio del possibile, l'unica strada per evitare rimedi peggiori della malattia. Ed è anche una reazione di buon senso, a tanto scandalismo e clamore.
Di fronte al fenomeno del velo islamico nelle scuole, forse troppo enfatizzato dai media, comunque sintomo di una problematica più complessa, che investe integrazione delle diverse comunità e loro conflittualità, la commissione ha suggerito un aggiornamento delle normative esistenti, cercando di fissare il confine fra regole dello Stato (nella scuola, nei servizi pubblici, sui luoghi di lavoro) e rispetto delle diversità spirituali.
La laicità - si sostiene - è un principio universale che appartiene alla storia della Francia, ma è anche strumento d'uguaglianza, d'integrazione, di tolleranza. Per questo si propone l'insegnamento del «fatto religioso» , delle lingue e delle culture d'origine. Per questo la diffusione di una «carta della laicità» sarà accompagnata da liberi spazi informativi alla televisione e creazione di una scuola di studi islamici.
Si afferma quindi una nuova cultura del quotidiano, che deve promuovere emancipazione femminile ed eguaglianza dei sessi senza l'assimilazione forzata ad usi e costumi occidentali. La commissione Stasi, dal nome del professor Bernard Stasi che ha presieduto il gran consulto sulla Francia di oggi, ha consegnato ieri il rapporto conclusivo al presidente Jacques Chirac, il quale ha adeguato i toni alla solennità del luogo (il Senato) e di un evento che investe storia, istituzioni e principi costituzionali della République.
«L'obiettivo - ha detto - è di garantire ad ognuno la propria libertà nel rispetto della regola comune, l'eguaglianza delle possibilità, qualsiasi siano origini, convinzioni religiose e sesso».
Il presidente, mercoledì prossimo, farà conoscere la propria posizione, che ispirerà l'azione legislativa del governo, ma c'è da scommettere che la legge accoglierà le indicazioni del rapporto, essendo in evidente sintonia con la visione del mondo e della diversità culturale così spesso affermata dall'Eliseo. Ci sono già riserve e polemiche, ma il rapporto della commissione, elaborato con il concorso più ampio di rappresentanze sociali e religiose, è stato approvato all' unanimità.

nuove frontiere del pensiero:
la junghiana Valcarenghi vs Simone de Beauvoir

Corriere della Sera 12.12.03
«Donne non si nasce, si diventa» affermava ...
di Simona Zoli


«Donne non si nasce, si diventa» affermava Simone de Beauvoir. Intendendo con ciò che nasciamo individui paritari di diverso genere e ci penseranno poi l’educazione familiare, la scuola, la cultura e i modelli vigenti a fare degli individui femmina "il secondo sesso", come recita il titolo di un suo celebre libro, o il sesso debole, come afferma da sempre la vox populi. Ora una psicoanalista milanese, di indirizzo junghiano, va ben oltre: no, oggi donne si nasce, le donne vengono al mondo psichicamente già programmate per essere femmina secondo i canoni della nostra società. Perché donne nel senso inteso dalla de Beauvoir lo «sono diventate» una volta per tutte molto tempo fa, nella notte dei millenni, e da allora «si verifica una sorta di trasmissione genetica attraverso l’inconscio collettivo». Marina Valcarenghi, autrice di diversi volumi legati alla sua professione, ha esposto questa teoria in un libro, "L’aggressività femminile" (Bruno Mondadori, pp. 174, 16), ma parlando ora nello studio mansardato dove riceve i pazienti ci tiene a precisare: «No, non dica teoria. La mia è solo un’ipotesi». Resta che l’ipotesi è ardita: immagina addirittura una mutazione d’istinto nel genere femminile verificatasi a un certo punto del processo evolutivo della nostra specie e tramandata, come «comportamento appreso» all’interno del patrimonio ereditario, di madre in figlia.
L’istinto cambiato, nel senso di attenuato, spento, sarebbe quello che gli esperti della psiche chiamano aggressività, ma che nel dire comune meglio si esprime col termine autoaffermazione. «Può essere che, nella notte dei tempi, si siano verificate circostanze tali da indurre la specie umana, per autoproteggersi, a richiedere alle femmine un passo indietro, una certa sottomissione al modo maschile di agire. Un modo che è più diretto, più aggressivo, più rapido, dunque più efficace se incombe un pericolo». L’ipotesi è che le donne abbiano allora acconsentito a questa autorepressione pur di salvarsi insieme ai compagni e alla progenie.
La Valcarenghi cita Konrad Lorenz, il grande studioso del comportamento animale, per sostenere che un istinto può venire mutato e cita Jung e la sua idea di un inconscio collettivo, esistente oltre e accanto all’inconscio individuale, per dare corpo e luogo all’idea di una sedimentazione «genetica» di esperienze e traumi. Dalle teorie junghiane viene anche la tentazione di cercare indizi tra i miti. Ma il recupero è di brandelli di mito, di labili tracce a testimoniare che un tempo le donne furono autoaffermative e sicure di sé quanto gli uomini e, nel contempo, diverse nel modo di sentire, vedere e interagire con la realtà. «Resta poco perché, come spiega Lorenz, in presenza di un grave pericolo per la specie l’istinto di sopravvivenza induce a demonizzare quanto va distrutto. E gli uomini lo fecero nei confronti del potere femminile». Occultati perciò il mito sumero della regina Inanna, combattiva e materna insieme, il mito greco di Meti, dea della sapienza temuta da Zeus che se la mangia per poi ripartorirla, nove mesi dopo, come Atena, dea ancora della mente ma sottomessa al padre, infine il mito di Lilith, la prima donna, sostituita dai rabbini con Eva, talmente non autonoma da essere solo una costola d’uomo.
«Oggi forse il capitolo sui miti non lo metterei neppure - riflette la psicoanalista -. Il vero spunto a sostegno della mia ipotesi viene da ben altro. In tutte le donne, non solo nelle mie pazienti, ho sempre colto sintomi di autoesclusione, di disagio e di sofferenza tipici di un’aggressività repressa e perciò rivolta contro se stesse. Ma proprio perché riscontrabili in tutto il genere femminile questi sintomi sono stati, fin qui, ritenuti "normali", naturali, nella donna. Ecco perché non li si è mai davvero indagati».
E ora, invece? Ora, nel Novecento per la prima volta le donne hanno cominciato a parlare e rivendicare una propria aggressività (da non confondere con «aggressione», cioè violenza contro altri) e guarda caso solo nel secolo scorso ha cominciato a incrinarsi l’impianto patriarcale della società. E’ lecito ipotizzare che i due fenomeni siano legati, scrive la Valcarenghi. Oggi per la specie non è più necessario il «sacrificio» dell’autonomia e del pensiero femminili. Al contrario, si può credere che sia di vitale importanza recuperarli. Tra gli effetti nefasti di quell’antica compressione la studiosa individua, infatti, non solo danni nelle singole donne (il frequente ricorrere di disturbi maniacali, come narcisismo e iperattivismo, oppure depressivi, come masochismo e vittimismo), ma molti e gravi danni collettivi. Nella nostra società vige un «pensiero unico», quello maschile, e le donne che si fanno avanti nei posti e nelle carriere in genere adottano quello stesso modo di pensare e d’agire. Non mutano niente: vengono cooptate. Ed ecco che il mondo guidato dalla sola modalità maschile d’agire - diretto e aggressivo in senso stretto - sta precipitando: non solo guerre, ma disastri ecologici che fanno intravedere il collasso finale e, «soprattutto, per la prima volta nella storia, da sessant’anni l’uomo è in grado di distruggere il pianeta. Premendo un pulsante».
Dunque, proprio il sistema monolitico di procedere che tanto tempo fa salvò la nostra specie ora rischierebbe di portarla alla distruzione. Si tratta di riproporre la vecchia idea che «se comandassero le donne, non ci sarebbero guerre»? «No, se comandassero le donne sarebbe il caos - replica Marina Valcarenghi -. Il pensiero femminile è lentezza, è misura, è un procedere per assimilazioni o per fantasia e, da solo, provocherebbe il disordine totale. Il mondo ha bisogno di camminare sulle due gambe: il principio maschile e il principio femminile. L’uno è il correttivo dell’altro. Vede, il filo d’Arianna serve per arrivare in fondo al labirinto, ma se anziché un filo è una matassa non se ne esce più. E’ necessaria anche la spada di Teseo che divide, assegna, dà ordine».

Neanderthal

Le Scienze 11.12.2003
L'arte dei Neanderthal
Una "maschera" di 35.000 anni fa è stata trovata presso la Loira


Un oggetto di selce rinvenuto in Francia, che presenta una forte rassomiglianza con un volto umano, potrebbe essere uno dei migliori esempi di arte neanderthaliana mai trovati. La "maschera", che risalirebbe a circa 35.000 anni fa, è stata recuperata sulle rive della Loria a La Roche-Cotard. È alta e larga circa 10 centimetri, con una scheggia d'osso conficcata attraverso un buco per rappresentare gli occhi.
Secondo alcuni esperti, l'oggetto dimostra che gli uomini di Neanderthal erano più sofisticati di quanto suggerisca la loro fama di uomini delle caverne. "Questa scoperta - spiega Paul Bahn, esperto di arte britannica dell'età della pietra - potrebbe finalmente scacciare il mito secondo cui i Neanderthal non producevano arte".
L'oggetto viene descritto sulla rivista "Antiquity" da Jean-Claude Marquet, curatore del Museo della Preistoria di Grand-Pressigny, e da Michel Lorblanchet, del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS) francese di Saint-Sozy. La maschera è stata trovata durante uno scavo fra gli antichi sedimenti fluviali nei pressi di un insediamento paleolitico. La contemporanea scoperta di ossa e di utensili suggerisce che i Neanderthal avevano usato il luogo per accendere un fuoco e preparare il cibo.
Di forma triangolare, secondo i ricercatori l'oggetto dimostra chiaramente di essere stato lavorato: dalla roccia sono state tolte alcune schegge per renderla più simile a un volto. L'osso, lungo 7,5 centimetri, è stato poi collocato di proposito per creare una "proto-figura" la cui forma naturale richiama un volto umano.

giovedì 11 dicembre 2003

la Commedia di Dante tradotta in arabo

La Stampa 11 Dicembre 2003
PER LA PRIMA VOLTA TUTTA LA «COMMEDIA» TRADOTTA IN ARABO: CI SONO ANCHE I VERSI DEDICATI A MAOMETTO
DANTE alla Mecca
di Cesare Martinetti
corrispondente da PARIGI


AL fondo di un caffè del quartiere Latino, accanto alla Sorbona, dietro il fumo di una sigaretta alla quale ha appena staccato il filtro, c'è un uomo speciale che viene da Nassiryia, Iraq. Un poeta che insegna arabo. Ha la faccia scura, i capelli neri, una piega di simpatica ironia che gli attraversa gli occhi. Kadhim Jihad ha tradotto la Divina Commedia in arabo. Tutta. E dunque non ha salvato Maometto dall'Inferno, canto XXVIII, laddove il profeta compare tra i «seminator di scandalo e di scisma», «rotto dal mento infin dove si trulla». Squartato dal viso al basso ventre. Torturato, umiliato. Nessun arabo tra i traduttori (parziali) o i divulgatori di Dante finora aveva osato. Khadim l'ha fatto e ora, ci dice sorridendo, è assolutamente «tranquillo».
Ma non teme una «fatwa», una condanna degli imam barbuti, tipo quella che colpì Salman Rushdie per i suoi «versetti satanici»? «No - risponde Khadim -. Io sono soltanto il traduttore. Semmai la fatwa ricadrebbe su Dante... Ma sono sicuro che lui ne uscirebbe trionfatore». Khadim vuol parlare soprattutto di questo lavoro grandioso che gli ha preso cinque anni di fatica sul testo del sommo poeta e sulla traduzione «esemplare» di Jacqueline Risset perché Kadhim padroneggia meglio il francese (e lo spagnolo) dell'italiano: quasi un «traduttor dei traduttor» di Dante.
Ma bisogna pur raccontare e spiegare questo incontro all'inferno con Maometto e Kadhim lo fa senza imbarazzi: «Io per principio rifiuto ogni idea di censura e poi, come ho spiegato in una nota, credo che quel passo vada letto col doppio sguardo di Dante, la fede e la poesia. In altre parole Dante non poteva sfuggire alla bipolarità dell'epoca: da una parte i cristiani, dall'altra i musulmani. Però il poeta al tempo stesso descrive Maometto con comprensione e compassione. Gli dà la parola, e già questo è un segno di rispetto. Descrive il suo castigo, ma non giudica, come del resto fa in tutta la Commedia nei riguardi di tutti. La sua non è una giustizia da giustiziere, ma una giustizia poetica, che rispetta l'altro e lo compatisce, in un rapporto di dialogo».
Insomma, secondo Kadhim, Dante non è anti-Islam e lo prova il fatto che colloca in quella «zona franca» che chiama Limbo, accanto a Virgilio e Omero, anche due musulmani come il filosofo Averroè (la razionalità) e il condottiero Saladino, avversario ma non nemico. Per Kadhim, Dante e la Commedia sono un «ponte» di «dialogo polifonico» e molto deve ai racconti di viaggi spirituali di Ibn Arabi (morto ottant'anni prima la nascita di Alighieri) allora - dice - noti e tradotti. D'altra parte a Dante interessa da sempre la cultura islamica. Esiste una traduzione - ma in prosa - del grande sapiente egiziano Assan Othman che però non ha avuto cuore di rendere il passaggio su Maometto, schivato con una nota imbarazzata dove si parla del «cattivo gusto» di Dante. In persiano la Commedia è stata recentemente tradotta dalla poetessa Farideh Mandavi-Damghani. Ma anche lì mancano i versi sul profeta dell'Islam: «La mia religione me lo impedisce...», s'è giustificata la signora.
Kadhim Jihad si dice «laico». Ha 48 anni, ha tradotto in arabo poeti (Rimbaud) e filosofi (Deleuze, Derrida), è in Francia dal '76, rifugiato politico («in esilio, come Dante»), di nascita sciita, senza imbarazzi verso Saddam, sospettoso dei giornalisti («hanno spesso un atteggiamento sarcastico»), ancora offeso da un quotidiano italiano che l'aveva descritto «diplomatico» verso il regime di Baghdad nei giorni in cui si decideva la guerra. Lui, dice, alla fine degli anni ‘70 scriveva poemetti militanti contro Saddam, non ha aspettato la caduta del regime per firmare petizioni ed esporsi, ma ci tiene a sottolineare che la cultura araba è andata avanti, in esilio, nonostante Saddam.
La prima traduzione integrale in versi della Divina Commedia, realizzata con il patrocinio dell'Unesco e pubblicata da un grande editore arabo con sede a Beirut e Amman, sarà presentata questa sera all'Istituto italiano di cultura di Parigi. Il libro circola liberamente da qualche mese nel mondo arabo. Solo il Kuwait, per ora, l'ha proibito. Ma Kadhim non è preoccupato: sono stati pubblicati trenta articoli elogiativi del suo lavoro, un recensore libanese ha parlato di «ritorno delle grandi traduzioni».
E di questo vuol parlare soprattutto Kadhim che ha reso la Commedia in versi sciolti. Mica facile. Per modelli (francesi) aveva la Risset su Dante, o Yves Bonnefoy su Shakespeare: «Ho cercato di tenere un equilibrio tra l'esigenza di restituire l'originalità del testo e quella di renderlo comprensibile». Ma come salvare la musica e le terzine di Dante? «Il verso libero mi ha permesso di sfuggire agli obblighi della metrica, conservando il ritmo e le accelerazioni che Dante usa per piegare la lingua alle emozioni e ai colori. L'attenzione ai vocaboli, non solo per il loro significato, ma anche per la sonorità. E le metafore».
Ecco, per Kadhim, la Commedia è «il regno della metafora», con lui «siamo usciti dalla tirannia del paragone, ci obbliga a una lettura multipla». Traduttore ed esegeta, si porta in tasca un libriccino con le conferenze di Borges, la prima è sulla Divina Commedia, si cita un verso che Kadhim recita in poetico raccoglimento: «...dolce color d'oriental zaffiro...» e attenzione a ben pronunciare «o-ri-en-tal». L'arabo, dice, ha quindici secoli di consuetudine con le scritture poetiche, per ben tradurre occorre «conoscere la storia della lingua», usare la «lingua di oggi, ma far vivere quella di ieri, cercare negli angoli nascosti di certe antiche espressioni il modo di rendere al meglio il Dante nostro contemporaneo».
Ma la Commedia per Khadim è anche un'opera «ideale», che richiede una lettura «plurielle», multipla, dove si parla di politica e di giustizia. È la grande allegoria di un itinerario intellettuale e di vita, l'attraversamento di tutti i mali del mondo e della storia per «incontrare un momento soltanto la sua Beatrice». Altro che Maometto. Un «dettaglio».

Emanuele Severino

Corriere della Sera 11.12.01
L’INTERVISTA / Il filosofo: l’anima del nostro tempo non pone limiti all’agire dell’uomo, non mi piace ma è una tendenza inarrestabile
Severino: c’è il rischio degli opposti dogmatismi
«Alcuni laici e cattolici hanno la stessa logica: la volontà di trattenere per sempre nel nulla ciò che deve esistere»
intervista di Gian Guido Vecchi


«La logica dei laici, guardata con attenzione, finisce con l’essere la stessa dei credenti. Si confrontano due dogmatismi che non vedono ciò che accade. E come gli uni, ad esempio, sostengono che un essere malformato non debba nascere, così i cattolici dicono: se deve nascere con una procedura contraria ai principi della nostra morale, la fecondazione eterologa, allora è meglio che non nasca. Capito? L’opposizione fra questi due mondi è sottesa da una fondamentale omogeneità di posizioni». Il filosofo Emanuele Severino, 74 anni, come suo costume infrange gli schemi e punta alla radice, «si naviga in un groviglio di contraddizioni, e il nichilismo ne è l’orizzonte comune». Cerchiamo di dipanarle, professore. Lei ha detto che quanto sta accadendo è l’esito degli ultimi duecento anni di pensiero filosofico. In che senso?
«Si tratta di non tanto di vederne il volto, ma di scendere nella sua anima. Passare dalla superficie al sottosuolo. Se si resta al volto, allora si può credere che i "Valori", la "Natura", il pensiero tradizionale da Platone a Hegel ne esca vittorioso. Ma il sottosuolo terribile nel quale ci fanno scendere Leopardi, Nietzsche, Gentile e molte grandi correnti del Novecento mostra che Dio è morto, che non può esistere nessun ordinamento immutabile, nessuna natura immutabile, nessun limite all’attività dell’uomo: ecco l’anima del nostro tempo».
L’«orrendo volto della nuda verità» di cui parla Leopardi?
«Già, la filosofia del nostro tempo porta alla luce un risultato senza dubbio angosciante: morto Dio, autorizza la tecnica a procedere e manipolare a suo piacimento, senza tener conto alcuno di tutte le remore, i moniti, i limiti che la tradizione le rivolge - piaccia o no».
E a lei piace?
«Per niente. Se chiamiamo nichilismo la storia dell’Occidente, la filosofia contemporanea ne è la forma più forte e rigorosa. Ma il mio discorso è ben diverso, c’è una dimensione inesplorata del pensiero in cui tutto questo viene messo in questione. Solo che trovo vano, patetico che un intellettuale o un gruppo di intellettuali vogliano saltar fuori dal proprio tempo. È già tanto capirlo: c’è una tecnica che si serve dei valori del passato anziché servirli, ed è un processo i-ne-vi-ta-bi-le!».
Sarà, ma c’è una paura diffusa dell’«homunculus» goethiano, la tracotanza dell’uomo che vuol creare la vita...
«Oggi la gente può aver paura perché comincia a prendere coscienza di quanto le élites intellettuali hanno anticipato. Ma la paura non avrà mai la forza di far rivivere la tradizione, è un sentimento senza sbocco».
E i laici? Gli appelli degli scienziati? Loro avrebbero capito dove va il mondo?
«Per la verità, trovo che il laicismo contemporaneo si mantenga al volto, alla superficie del pensiero contemporaneo. Per dire "no" alla grande tradizione teologica non bastano i discorsi che la cultura laica sta facendo con eccessiva disinvoltura, come fosse una cosa semplice. Occorre fare i conti con la grandezza del passato e metterci lo stesso impegno di chi abita il sottosuolo del pensiero. E invece il laicismo è dogmatico quanto dogmatico è il mondo cattolico: non vede la potenza del pensiero che distrugge il passato, si limita ad aver fede nella morte di Dio ma non a pensarla, a fondarla».
Le contraddizioni di cui parlava nascono da qui?
«Chiaro. I laici dicono che un embrione non è un essere umano, punto. Troppo facile: se a determinate condizioni diventa un bambino, a differenza per esempio del seme d’un abete, se a questa potenzialità aristotelica credono tutti, allora sopprimerlo significa uccidere un essere umano, non ci piove».
E allora?
«Il discorso non è chiuso. Anche la Chiesa accetta l’omicidio in certe situazioni, la morte dell’individuo che difende la patria ingiustamente aggredita, il "sacrificio" in favore della comunità. Ma allora così è anche per gli embrioni: quando non servono per essere venduti ma a salvare altre vite, anche in questo caso si configura il sacrificio d’un individuo per la comunità, o no?».
In che cosa consiste, in fin dei conti, questa omogeneità fra laici e cattolici?
«Nella volontà comune di trattenere per sempre nel niente ciò che deve esistere. Vale per chi non crede in Dio. E per chi crede: anche il Dio cristiano trattiene nel niente ciò che non vuole creare. Però un individuo fisicamente malformato, o procreato contro la morale cattolica, sarà sempre più felice di esistere piuttosto che rimanere un nulla».

un altro straordinario risultato della ricerca anglosassone

Correre della Sera 11.12.03
Ricerca di psicologi canadesi
La scienza conferma: davanti a una bella donna il maschio perde la testa
Viceversa, la razionalità femminile non viene compromessa da un partner molto attraente


Fa piacere quando la scienza scopre cose che abbiamo sempre saputo. È il caso di una ricerca canadese pubblicata su New Scientist, rivista settimanale di ottima reputazione. Titolo: «Le belle donne scombinano l'abilità maschile di valutare il futuro». Le mogli che hanno visto il maturo consorte promettere mari e monti alla prima che passa, potranno confermare: il fenomeno esiste. Ma gli psicologi della McMaster University di Hamilton, in Canada, lo hanno approfondito. A duecentonove studenti e studentesse sono state mostrate fotografie di donne e uomini poco attraenti; e altrettante immagini di donne e uomini molto attraenti. Ogni volta l'offerta è stata: volete un piccolo assegno (15 dollari) subito, o un assegno più grande (50 dollari) in futuro? Le decisioni delle femmine sono state costanti. Molti maschi, dopo aver visto le foto delle ragazze più belle, hanno optato per il piccolo assegno subito. Conclusione: nei maschi la valutazione del futuro, in presenza di un interesse sessuale, avviene in modo irrazionale.
Oltre, i ricercatori non si sono spinti. «Non abbiamo chiarito i meccanismi psicologici che portano a questo risultato» ha detto Margo Wilson. «Ma ipotizziamo che le immagini di belle donne fossero leggermente stimolanti, e abbiano attivato meccanismi neuronali associati con segnali di opportunità sessuale». E la prospettiva di avere un partner molto attraente spinge un uomo a correre più rischi, spiega Tommaso Pizzari, biologo evoluzionista dell'Università di Leeds. Si parla di irrational discounting: lo stesso impulso che induce gli animali a preferire una soddisfazione immediata a una maggiore, ma più distante; e spinge i tossicodipendenti ad accettare subito una dose di droga invece d'aspettarne una maggiore in futuro.
I paragoni, non molto lusinghieri per il genere maschile, scalderanno i cuori di chi vede il capoufficio rivolgere ogni attenzione alla nuova assunta in minigonna, o l'anziano professore svegliarsi dal torpore accademico di fronte alla scollatura di una studentessa, che otterrà udienze e consigli. Anche per loro, irrational discounting: non sempre i maschi cercano favori sessuali (qualche volta sì); ma spesso e volentieri si comportano in modo bizzarro.
Nell'articolo (disponibile in inglese su www.newscientist.com) si discute invece poco della razionalità femminile, che al lettore neutrale appare ammirevole. «Perché devo accettare un piccolo assegno oggi, quando posso avere un assegno maggiore domani?» ragiona una donna. «Solo perché mi mostrano la foto di Walter Nudo? Qualcuno mi spieghi cosa c'entra». E poiché nessuno glielo può spiegare, lei guarderà la foto e se ne andrà per la sua strada, aspettando l'assegno.
Un'altra prova della superiorità femminile? Rispondo di sì con entusiasmo, anche senza aver visto la foto della donna in questione.

Pino Di Maula comunica:

«L'assemblea dei soci di clorofilla.Srl ha finalmente accolto la mia proposta di mettere in vendita le testate clorofilla.it che viaggia on web e clorofilla su carta. Corrado Carrubba è stato incaricato di raccogliere le offerte»
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venerdi a Bologna

una segnalazione di Sergio Grom

Foglie
PROCESSO A FREUD
Teatro Duse di Bologna, venerdì 12 dicembre 2003


A cura del Teatro Filosofico di Mondotre

Voce narrante: Carlo Monaco
Giudice: Sebastiano Sotgia
Pubblico Ministero: Federico Dalpane
Sigmund Freud: Vittorio Riguzzi

Musiche eseguite da Andrea Navarrini Jazz Trio

(ingresso gratuito)

Mondotre, in questo ultimo incontro del ciclo di processi ai grandi personaggi della storia, realizzati con il contributo della Fondazione del Monte e la Fondazione della Cassa di Risparmio, vedrà come imputato la figura controversa, venerata e al contempo criticata di Sigmund Freud, inventore della psicamalisi e grande maestro di pensiero del '900. Il processo mirerà a stabilire se la rivoluzione psicanalitica non abbia condotto ad una pretesa di scientismo o di determinismo nell'ambito della soggettività umana, se abbia avviato un processo di deresponsabilizzazione dell'individuo dalle conseguenze spesso catastrofiche, e infine se non abbia illuso l'umanità circa la possibilità di un nuova forma di liberazione dal dolore.

mercoledì 10 dicembre 2003

mercoledì 10 dicembre:Marco Bellocchio

è stato invitato dal Collettivo di Lingue e Filosofia ad un incontro per mercoledì pomeriggio, 10 Dicembre


VILLA MIRAFIORI via Carlo Fea 2
ingresso gratuito


Nell'Aula VI alle 16:30 ci sarà la proiezione del film "Buongiorno notte" e poi, alle18:40 un incontro con Marco Bellocchio su VERITÀ STORICA E LIBERTÀ ARTISTICA e un dibattito al quale interverranno il Prof. Pietro Montani (Università "La Sapienza") e il Prof. Raul Mordenti (Università di Tor Vergata)


(nel frattempo il box office di numerosi siti in rete ha pubblicato la notizia che "Buongiorno, notte" ha incassato fino ad oggi 3 milioni 283 mila euro, ed è stato visto da circa 573 mila spettatori)
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l'ultima intervista di Andrej Tarkovskij

una segnalazione di Pasquale Difonzo

http://www.aspide.it/piazza/poiesis/
Andrej Tarkovskij L'ULTIMA INTERVISTA
a cura di Donata De Bartolomeo


Nel dicembre del 1986 moriva a Parigi, a soli 54 anni, Andrej Tarkovskij.
Vogliamo ricordare il grande artista, pubblicando l'ultima intervista (inedita in italiano) da lui concessa a "Le Figaro" nell'ottobre 1986


I miei due ultimi film si basano su impressioni personali, ma non hanno nulla a che fare ne con l'infanzia ne col passato, essi riguardano piuttosto il presente. Richiamo l'attenzione sulla parola "impressioni". I ricordi dell'infanzia non hanno mai fatto di un uomo un artista. Vi rimando ai racconti di Anna Achmatova sulla sua infanzia. Oppure a Marcel Proust. Noi attribuiamo un significato eccessivo al ruolo dell'infanzia. Il metodo degli psicoanalisti di guardare alla vita attraverso l'infanzia, di trovare in essa la spiegazione di tutto, e uno dei modi di infantilizzazione della personalità. Poco tempo addietro ho ricevuto una strana lettera da un famoso psicoanalista, il quale cerca di spiegarmi la mia attività creativa con i metodi della psicoanalisi.
L'approccio al processo artistico, alla creazione da questo punto di vista, se me lo consentite, rattrista addirittura. Rattrista perché i motivi e l'essenza della creazione sono molto più complessi, di gran lunga più impercettibili che i semplici ricordi sull'infanzia e la loro spiegazione. Ritengo che le interpretazioni psicoanalitiche dell'arte sono troppo semplicistiche, persino primitive.
Ogni artista nel corso della sua permanenza sulla terra trova e lascia dopo di se una particella di verità sulla civilizzazione, sull'umanità. Il concetto stesso di ricerca e oltraggioso per un artista. Assomiglia alla raccolta di funghi in un bosco. Forse ne troveremo o forse no. Picasso diceva addirittura: "io non cerco, trovo". A mio parere, l'artista non procede affatto come un ricercatore, egli non agisce empiricamente in nessuna maniera ("proverò a fare questo, tenterò quest'altro"). L'artista da una testimonianza sulla verità, sulla sua verità del mondo. L'artista deve essere certo che egli e la sua creazione rispondono alla verità. Io rifiuto il concetto di esperimento, di ricerca nella sfera dell'arte. Qualsiasi ricerca in questo ambito, tutto ciò che chiamano pomposamente "avanguardia" e semplicemente menzogna.
Nessuno sa che cos'è la bellezza. L'idea che la gente si fa della bellezza, il concetto stesso di bellezza, mutano nel corso della storia assieme alle pretese filosofiche e al semplice sviluppo dell'uomo nel corso della sua vita personale. E questo mi spinge a pensare che, effettivamente, la bellezza e il simbolo di qualcos'altro. Ma di cosa esattamente? La bellezza e simbolo della verità. Non dico nel senso della contraddizione "verità/menzogna", ma nel senso di cammino di verità, che l'uomo sceglie. La bellezza (si intende quella relativa!) ha nelle diverse epoche testimoniato del livello di consapevolezza, che gli uomini di una determinata epoca hanno della verità. Ci fu un tempo in cui questa verità aveva l'aspetto della Venere di Milo. Ne consegue che l'intera collezione di ritratti femminili, diciamo, di un Picasso non ha, a rigor di termini, la minima relazione con la verità. Ma qui non parliamo della capacita di attrazione ne di qualcosa di carino - parliamo della bellezza armonica, della bellezza nascosta, della bellezza in quanto tale. Picasso, invece di celebrare la bellezza, si e comportato come il suo distruttore, il suo detrattore, il suo sterminatore. La verità, manifestata dalla bellezza, e enigmatica; essa non puo essere ne decifrata ne spiegata con le parole, ma quando un essere umano, una persona si trova accanto a questa bellezza, si imbatte in questa bellezza, sta di fronte a questa bellezza, essa fa sentire la sua presenza, almeno con quei brividi che corrono lungo la schiena.
La bellezza e come un miracolo, del quale l'uomo diventa involontariamente testimone. Tutto qua.
Mi sembra che l'essere umano sia stato creato per vivere. Vivere nel cammino verso la verità. Ecco perché l'uomo crea. In una certa misura l'uomo crea nel cammino verso la verità. Questo e il suo modo di esistere, e l'interrogativo sulla creazione ("Per chi gli uomini creano? Perché essi creano?") e senza risposta. Effettivamente ogni artista non soltanto ha una sua concezione sulla creazione ma ha anche un suo modo personale di interrogarsi su cio'. Questo si collega a quanto io adesso dico sulla verità, alla quale noi tendiamo, alla quale contribuiamo con le nostre piccole forze. Un ruolo fondamentale gioca qui l'istinto, l'istinto del creatore. L'artista crea istintivamente, egli non sa perché proprio in quel momento fa una cosa oppure un'altra, scrive proprio di questo, dipinge proprio questo. Soltanto dopo egli comincia ad analizzare, a trovare spiegazioni, a filosofeggiare e giunge alle risposte che non hanno nulla in comune con l'istinto, col bisogno istintivo di fare, creare, esprimere se stesso. In un certo senso la creazione e rappresentazione dell'essenza spirituale nell'uomo ed è la contrapposizione all'essenza fisica; la creazione è in un certo senso la dimostrazione dell'esistenza di questa essenza spirituale. Nell'ambito delle attività umane non c'è nulla che sarebbe più inutile, più senza scopo, non c'e nulla che sarebbe più a se stante della creazione. Se si esclude dalle attività umane tutto quanto attiene al raggiungimento del profitto, rimarrà soltanto l'arte.
Per contemplazione io intendo soltanto dire quello che origina l'immagine artistica o l'idea che noi ce ne facciamo. Questo è assolutamente individuale.
L'immagine artistica, il significato dell'immagine artistica possono scaturire soltanto dall'osservazione. Se non si basa sulla contemplazione, l'immagine artistica si trasforma in simbolo, cioè in qualcosa che forse puo essere spiegato dalla ragione, e, allora, l'immagine artistica non esiste: essa infatti non riflette più l'umanità, il mondo. L'autentica immagine artistica deve riflettere non soltanto la ricerca di un povero artista alle prese con i suoi problemi umani, con i suoi desideri e bisogni. Essa deve riflettere il mondo. Ma non il mondo dell'artista ma il cammino dell'umanità verso la verità. Della semplice sensazione del contatto con l'anima, che qui, da qualche parte, al di sopra di noi, dinanzi a noi vive nell'opera d'arte in misura tale da stimarla geniale. In questo e l'impronta originale del genio.
Ci fu un tempo in cui io potevo chiamare miei ex-maestri, le persone che hanno avuto un'influenza su di me. Adesso, nella mia coscienza, si conservano soltanto dei "personaggi", per meta santi, per meta folli. Questi "personaggi" sono forse un po' invasati ma non dal diavolo; si potrebbe dire che sono "i pazzi di dio". Tra i vivi cito Robert Bresson. Tra i morti, Lev Tolstoj, Bach, Leonardo da Vinci... In fin dei conti, tutti costoro erano pazzi.
Perché non hanno assolutamente cercato nulla nella loro testa. Hanno creato senza il concorso della testa... Essi mi spaventano e mi ispirano. Non e assolutamente possibile spiegare la loro creazione. Sono state scritte migliaia di pagine su Bach, Leonardo e Tolstoj ma, in conclusione, nessuno ha potuto spiegare nulla. Nessuno, grazie a dio, ha potuto trovare, sfiorare la verità, toccare l'essenza della loro creazione! Questo dimostra ancora una volta che il miracolo è inspiegabile...
Nel senso più alto di questo concetto - la libertà, soprattutto nel senso artistico, nel senso della creazione, non esiste. Si, l'idea della libertà esiste, e una realtà nella vita sociale e politica. In diverse regioni e paesi gli uomini vivono avendo più o meno libertà; ma vi sono note testimonianze che dimostrano che nelle più orribili circostanze ci sono stati uomini che hanno avuto una inaudita libertà interiore, un mondo interiore, nobiltà.
Mi sembra che la libertà non consista nella qualità della scelta: la libertà è una condizione dello spirito. Per esempio, si può essere socialmente, politicamente, completamente "liberi" e non di meno morire per la sensazione di precarietà, di oppressione, di mancanza di futuro. Per cio che concerne la libertà della creazione, di questo non si puo assolutamente discutere.
Senza di essa non puo esistere una sola arte. L'assenza della libertà deprezza automaticamente l'opera d'arte, poiché questa assenza impedisce a chi viene per ultimo di rivelarsi nella forma migliore. L'assenza di questa libertà porta a che l'opera d'arte, nonostante la sua esistenza fisica, non esista di fatto. Nella creazione dobbiamo vedere non soltanto la creazione. Purtroppo, nel XX secolo appare predominante la tendenza secondo la quale l'artista-individualista, invece di tendere alla creazione dell'opera d'arte, se ne serve per evidenziare il proprio "io". L'opera d'arte diventa manifestazione dell'io del suo creatore e si trasforma, possiamo dire, in megafono delle sue minime pretese. Questo vi e noto meglio che a me. Ne ha scritto molto Paul Valery. Al contrario, il vero artista, e a maggior ragione il genio, appaiono schiavi del dono che distribuiscono. Essi sono legati da questo dono agli uomini, al cui nutrimento spirituale e al cui servizio sono stati scelti. Ecco in cosa consiste per me la libertà.

su Repubblica: immagini e pensiero

una segnalazione di Sergio Grom

La Repubblica 10.12.03
Se I filosofi svelano il quadro

Esce oggi il saggio di Brandt
L'enigmatico dipinto di Giorgione raffigura tre sapienti o forse addirittura i tre Magi
Un raffinato storico delle idee in una serie di illuminanti interpretazioni mostra come in alcuni grandi capolavori artistici bellezza e verità si tocchino
Sulle immagini può cadere il divieto religioso o il fraintendimento culturale: dialogare con esse può aiutare a scoprire un senso nascosto, una relazione col pensiero razionale
"Las meninas" suscita numerosi interrogativi: potrebbe essere un gioco di specchi
Il punto più alto dell'incontro tra pittura e pensiero si ha con Velázquez
Rubens raffigura Eraclito che piange e Democrito come il pensatore che ride
di ANTONIO GNOLI E FRANCO VOLPI


Dal volume di Reinhard Brandt, "Filosofia della pittura", che esce oggi nelle edizioni Bruno Mondadori (pagg. 500, € 33,00), anticipiamo parte della prefazione di Le immagini quelle visive soprattutto, ci sovrastano. Un flusso continuo e caotico inonda la società, abbatte confini, distrugge gerarchie, confonde saperi. Le immagini sono il tutto e il niente. È la ragione per cui lo sguardo è diventato opaco. Incontra solo la sua ombra. Una povertà oftalmica regola ormai la vista. Certo, noi continuiamo a vedere. Ma che cosa vediamo? L'occhio guarda, e nel sovrabbondare dell'osservabile diventa inappetente.
Walter Benjamin notava che allo straniamento del flâneur contribuisce il passo che vagabonda nei dilatati confini della metropoli. Si direbbe che quanto accade nel primo Novecento al «camminare» in questi ultimi decenni coinvolga il «guardare». Si guarda con infinita casualità. O meglio: si è guardati. Con infinito sospetto. Non resta che ritrarsi dall'immagine, come da un campo di battaglia: gli oggetti, i volti, le nuvole sostituiscono o si aggiungono ai morti. Non c'è etica o estetica che tenga a questa molle deriva circolare sulla quale si producono immagini a mezzo di immagini.
La loro invadenza, il loro eccesso, la loro sovraesposizione provocano una cecità provvisoria. Versiamo in un curioso paradosso: tutto ciò che è visibile ci è reso indifferente dal troppo vedere. Non è della qualità dell'immagine che si sta parlando. Ma della quantità.
Nella qualità le immagini mostravano un destino sottilmente predestinato. Qualcosa - un motivo iconografico, una storia, un'allusione simbolica, un'allegoria - prima o poi perdeva vigore. Come un organismo animale, cresceva, trasmettendo i suoi caratteri, e poi senza un'apparente ragione peggiorava il proprio stato di salute. Fino a diventare evanescente. Soprattutto Aby Warburg ed Erwin Panowsky; e con loro Fritz Saxl, Edgard Wind, hanno inseguito i fili invisibili che legano immagine a immagine. Hanno colto il fulgore e il tramonto della loro storia: la vita, il declino, la morte. Ci hanno consegnato, come nel caso di Warburg, uno straordinario percorso per immagini. Ciò che Mnemosyne mostra è il vertiginoso tentativo di sottrarle alla loro decadenza. Le immagini non muoiono solo se restano aperte. Uno degli impliciti significati della warburghiana Pathosformel risiede in questa idea di apertura. Che è incompiutezza e movimento. Le immagini di Mnemosyne sono tutt'altro che immobili. Rimandano alla sottile arte del montaggio cinematografico.
Nella quantità le immagini non muoiono, perché è come se fossero da sempre già morte. Non stiamo alludendo alla loro riproducibilità, ma al canone insolito che regola la loro presunta unicità. Le immagini che ci sovrastano pretendono un'esclusiva che spaventa. Mirano a produrre non già stupore, o non solo quello, ma panico. Richiedono non già attenzione ma sottomissione.
Sulle immagini può cadere il divieto religioso, il fraintendimento culturale. Negazione e rimozione sono le armi che la storia predilige per combatterle. Come pure può usarle in quanto arma di propaganda. Le immagini contano molto più di ciò che vi sta dietro o sopra o sotto.
Per questo la filosofia riscopre un ruolo che credeva perduto. Dialoga con le immagini, con oggetti muti da riportare in vita. C'è una filosofia delle immagini e ci sono le immagini della filosofia. C'è il mito della caverna e c'è un pensiero che ha ripreso a lavorare sulle immagini. A comprenderne presenza e sparizione. Non tutto quello che vediamo è davvero sotto gli occhi. Dopotutto, se la filosofia si scontra con l'ineffabile, l'immagine può lottare con l'invisibile, strapparlo alla sua intima assenza, quasi un gioco di prestigio, una mera illusione. È questa che ci avvolge davanti a un'immagine? Proviamo a formulare meglio la questione. Di fronte a un quadro, a un'opera pittorica, che cosa guardiamo? Che cosa proviamo? L'esaltazione del lavoro percettivo non usurpa il suo potere? Non lo altera? Il ricorso alla filosofia dovrebbe servire a questo: a stabilire un senso, una direzione, un legame fra ciò che è dipinto e ciò che è pensato.
È fatale che la relazione tra arte e filosofia sia stata declinata nelle forme più diverse secondo le epoche, le situazioni e le temperie culturali. Siamo in presenza di una sinergia che ha alimentato la storia dello spirito, le sue aperture di senso e le sue realizzazioni; di un intreccio su cui, da Platone ai nostri giorni, il pensiero occidentale sempre è tornato e sempre ritornerà. Se l'arte - come la religione - rappresenta una risorsa simbolica vitale, quale rapporto intrattiene con il pensiero razionale? Che cosa la lega a - e che cosa la separa da - ciò che accade nell'orizzonte della filosofia? Qual è la magica danza che il Bello conduce intorno al Vero, e il Vero intorno al Bello?
Di Reinhard Brandt, raffinato pensatore e storico delle idee, il lettore italiano già conosce La lettura del testo filosofico (Laterza, 1998), un'ineccepibile lezione di metodo «oggettivo», e D'Artagnan o il quarto escluso (Feltrinelli, 1999), un'intrigante perlustrazione del principio del Quattro, ricorrente nella storia del pensiero e della cultura europei. Con questo libro Brandt apre una nuova prospettiva da cui guardare e indagare il rapporto tra arte e filosofia. In una serie di illuminanti interpretazioni egli mostra come in alcune eminenti opere d'arte l'elemento materiale raffiguri e renda visibile un pensiero; come bellezza e verità, immagine e concetto, visione e astrazione, intuizione e ragionamento si avvicinino, si sfiorino, si tocchino.
Prendiamo la celebre Scuola di Atene dipinta da Raffaello nelle Stanze Vaticane. La lettura filosofica dell'affresco è talmente evidente e nota, che quasi non c'è bisogno di illustrarla. Eppure dietro il risaputo, molte sono le questioni che ancora attendono una risposta soddisfacente. Che cosa comunica e da quali pensieri è ispirata la raffigurazione pittorica di quel consesso filosofico? Chi sono esattamente le cinquantotto figure che vi partecipano? Perché manca un filosofo importantissimo come Plotino? E manca davvero? Molto è stato scritto per rispondere a questi e altri interrogativi. Eloquente è ciò che capitò al grande teorico dello storicismo, Wilhelm Dilthey, che racconta di avere sognato La scuola di Atene. Nel sogno ai pensatori greci si erano via via aggiunti i filosofi cristiani e poi quelli dell'età moderna: Kant, Schiller, Schelling, Hegel e, infine, a coronare il tutto, Goethe. Brandt scopre qui il denso sfondo di implicazioni e riferimenti storici, iconologici e simbolici che fanno parte del dipinto e della sua fortuna.
Prendiamo un altro celebre ed enigmatico dipinto, e chiediamoci: chi sono i personaggi ritratti da Giorgione nei Tre filosofi, che alcuni identificano con Tre sapienti, altri con I tre Magi? Quale misterioso sapere esoterico simboleggiano, così riuniti in quel luogo, di fronte a una caverna scavata nella scura terra, con la loro postura, il loro abbigliamento e i loro gesti? Anche in questo caso scopriamo con Brandt che quel quadro è in qualche modo un'opera riconducibile nell'alveo della filosofia.
Un legame così dichiaratamente esplicito tra arte e filosofia si può estendere ad altri capolavori. Perché Rubens per esempio raffigura Eraclito nell'atto di piangere e Democrito come il filosofo che ride? Che cosa si nasconde dietro questo longevo stereotipo? E Rembrandt, che cosa vuole comunicare quando dipinge Aristotele e il busto di Omero? Altro fascinoso esempio: quale arcanum filosofico contiene Et in Arcadia ego di Nicolas Poussin, intorno a cui tanto, e tanto contraddittoriamente, si è speculato?
Uno dei punti più densi nella storia del fecondo intreccio di arte e filosofia si raggiunge, come è noto, con Velàzquez. Qual è il soggetto della sua celebre tela Las meninas, ovvero La familia de Felipe IV? Apparentemente l'infanta con le damigelle di corte e la famiglia reale. Oppure il soggetto è l'evento stesso della genesi del quadro? O ancora: l'intero quadro è forse dipinto come se fosse uno specchio? In questo gioco di riflessi si rende visibile il grande problema filosofico della modernità, che nasce letteralmente dalla pittura: perché e che cos'è il subjectum?
Se poi arriviamo ai giorni nostri, constatiamo che sono numerosi i pittori che nella filosofia vedono un modo per entrare nel mondo simbolico del dipinto. Basterà ricordare De Chirico, che nel suo celebre Autoritratto, variando un detto di Schopenhauer e di Nietzsche, dipinge la frase: Et quid amabo nisi quod rerum metaphysica est? Da ultimo esempio degli esempi di pictor philosophus: Magritte, l'ideatore di provocazioni pittorico-filosofiche talmente «orecchiabili», che ci chiediamo se egli stesso non abbia una qualche responsabilità nell'abuso che ne è stato fatto.

Munch, il suo grido è un vulcano

La testa dell'uomo è ridotta ad un teschio, le narici a due fori, gli occhi sono sbarrati, la bocca è aperta e lancia un grido disperato e selvaggio, che si propaga attraverso la natura: un fiordo oleoso e un cielo infuocato riprendono il movimento serpentino della figura. È uno dei quadri più celebri al mondo: Il grido di Edvard Munch, un dipinto che ritrae uno stato mentale dell'artista. Il dramma è interno anche se il soggetto è legato alla topografia di Oslo: la vista è quella che si ammira da Nordstrand.
Ora c'è chi lega la genesi del capolavoro di Munch a un fatto reale: un'esplosione vulcanica. Il New York Times ha pubblicato la tesi di Donald Olson, astronomo dell'università del Texas, secondo cui i colori de Il grido furono ispirati da un cielo carico di rossi causati dall'eruzione del vulcano dell'isola indonesiana di Krakatoa, avvenuta nell'agosto 1883.
Una nube di polveri attraversò il mondo intero. Olson sostiene che Munch fu segnato da questa visione: gli restò così impressa nella memoria da ricordarsene dieci anni più tardi, nel 1893, quando realizzò Il grido. E una celebre annotazione nel diario dell'artista, che è del 22 gennaio 1893, sarebbe un'evocazione. Scrisse Munch: «Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò. Il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco... io tremavo ancora di paura, sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura».
Per Olson non è esistenzialismo espressionista ma il bagliore di una vera tragedia, tesi che per ora ha un solo riconoscimento: "intrigante". Un sigaro e una medaglia non si negano a nessuno.

la distribuzione nei multiplex

La Repubblica 10.12.03
IL DISTRIBUTORE
Carlo Macchitella di 01
"È un fatto: gli americani tirano di più"
Nei multiplex funziona il blockbuster targato Hollywood


ROMA - «Per il cinema italiano, il nodo della distribuzione non è stato ancora del tutto risolto». Ne conviene anche Carlo Macchitella, presidente di 01 e direttore generale di Rai Cinema, «ma il vero problema riguarda la scarsa visibilità della produzione nazionale nei multiplex, dove i nostri film vengono spesso smontati, anche quanto ottengono risultati positivi, per far posto ai titoli delle majors. "Caterina va in città", per citare un caso, è stato un successo, ma avrebbe potuto fare ancora meglio. Il fatto è che a determinare i grandi successi nei multiplex sono ogni anno quei 7/8 blockbusters hollywoodiani e, per accaparrarseli in molte copie, i multiplex sono costretti a programmare anche gli altri prodotti del listino».
Come si esce dall'impasse?
«Diventando sempre più forti e competitivi e affiancando al cinema italiano qualche buon film americano che serva da traino al resto del listino. È quanto cerca di fare 01».
Non avete esagerato privilegiando i multiplex, a scapito del circuito tradizionale, dove i film d'autore vanno meglio?
«Non abbiamo fatto questo: semplicemente abbiamo cercato di portare certi film, come quelli di Avati, Bellocchio, Virzì, anche nei multiplex per avvicinare il prodotto di qualità a un pubblico che altrimenti non l'avrebbe mai scelto».
Tuttavia gli autori italiani si lamentano per la scarsa attenzione nei loro confronti.
«È un´accusa che respingo: Rai Cinema e 01 hanno offerto a tutti i film italiani prodotti o distribuiti le condizioni minime indispensabili per affrontare il mercato. Alessandro Benvenuti ha lanciato accuse feroci, ma "Ti spiace se bacio mamma?" è uscito con 65 copie, lo sforzo distributivo è stato evidente. Ma se il pubblico, a torto o a ragione, rifiuta un titolo non c'è nulla da fare».
Il problema è che certi film per farsi conoscere avrebbero bisogno di tempi più lunghi.
«Vero. Il consumo di film in sala si è molto velocizzato, ma temo che indietro non si torni. Ma mentre una volta la vita di un film si esauriva in sala, oggi i successivi sfruttamenti si sono moltiplicati. Ci sono film che recuperano sul mercato video o su quello tv. "Ti spiace se bacio, mamma?" è un film che probabilmente funzionerà di più nel consumo sul piccolo schermo».

martedì 9 dicembre 2003

citato al Lunedì

La Repubblica 8.12.03
"Ti spiace se bacio mamma?" del regista toscano non ha avuto il tempo materiale di farsi strada. Ma non è il solo.
Tolte le eccezioni di Bertolucci, Bellocchio e Virzì, i film italiani mandati allo sbaraglio


Alessandro Benvenuti è grato per l´interessamento, ma non lo avrebbe mai sollecitato lui («non sono uno che si piange addosso»). Ma non c´è quasi bisogno di fargli domande, ha chiari in mente i sassi da togliersi dalle scarpe. Il suo Ti spiace se bacio mamma? non ha avuto il tempo materiale di farsi strada. Come dalla ripresa autunnale è capitato a tutti i film italiani tranne tre eccezioni: Bellocchio, Bertolucci e Virzì. Ecco la lista (parziale) dei sacrificati: Scacco pazzo di Haber e Il fuggiasco sulla storia di Massimo Carlotto, Prendimi e portami via con Valeria Golino e Ora o mai più di Pellegrini sul G8 di Genova, Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, Gli indesiderabili di Pasquale Scimeca, Liberi di Tavarelli e Prima dammi un bacio con Stefania Rocca, Io no di Tognazzi-Izzo e Mio cognato con Rubini e Lo Cascio, Per sempre con Francesca Neri, Il miracolo di Winspeare, Al cuore si comanda con Gerini e Favino. Ma perfino ai maestri Olmi e Scola non è andata bene. La grande espansione del numero di schermi non ha portato nuovo pubblico ed ha aggravato la sperequazione tra campioni d'incasso e tutto il resto, non ha portato diversificazione e maggior protezione per le opere bisognose di passaparola, ha spinto al limite la logica del tutto subito.

Marco Bellocchio
premiato dalla critica sabato sera a Berlino
con l'Oscar Europeo

Inoltre:

www.LoSpettacolo.it [News] - 7 dicembre 2003 (h.10:40)

BUONGIORNO NOTTE VENDUTO IN 12 PAESI
Continua il successo per il film di Marco Bellocchio

citato al Lunedì

Aumentano i paesi stranieri che manifestano il loro interesse nei confronti di Buongiorno, Notte.
Dopo la delusione per la mancata vittoria a Venezia, Marco Bellocchio può ritenersi soddisfatto: il film è stato infatti venduto attraverso la “Celluloid Dreams”, in ben 12 Paesi.
Dopo gli apprezzamenti ricevuti a Toronto, New York, Villerupt, Annecy, "Buongiorno, notte" e' stato venduto in Spagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Russia, Portogallo, Polonia, Francia e Svizzera.
Particolarmente significative le vendite fuori dai confini europei in Israele, Messico e persino in Giappone.

ansa.it
Cinema: Bellocchio tra vincitori Valentino d'oro

07/12/2003 - 19:07


(ANSA) - LECCE, 7 DIC - [...] Marco Bellocchio [...] riceverà a Lecce il premio 'Valentino d'oro'. [...] Realizzato in Puglia nel 1972, il premio "Valentino d'oro" e' giunto alla sua XXIX edizione. Nel 1982 fu trasferito a Los Angeles, dove si e' svolto sino al 1995. Dal 1996 e' ritornato in Europa con edizioni a Berlino, Parigi, Londra, Madrid e Roma.
copyright @ 2003 ANSA

La Repubblica 8.12.03
L'OSCAR EUROPEO
Nessun trofeo a Giordana, i critici scelgono "Buongiorno, notte"
Rivincita di Bellocchio "Film non solo italiano"
Wenders: negli ultimi anni le opere europee sono note e vendute in tutto il mondo
di MARIA PIA FUSCO

citato al Lunedì

BERLINO - «Ha vinto un film che parla di riunificazione e di pacificazione, sentimenti che sono alla base dell'Accademia europea». È Wim Wenders, che dell'Accademia è presidente, a tracciare un primo bilancio della 16ma edizione del premio del cinema europeo, al temine di una piacevole serata svoltasi nell'Arena, una sede - voluta da Wenders - decisamente in tema, una gigantesca struttura industriale nel cuore dell´ex Berlino est, un tempo officina e garage per i vagoni della metropolitana, oggi spazio per concerti ed eventi artistici. «Sedici anni fa l'Accademia e il premio nacquero per l'entusiasmo europeistico di quaranta cineasti, guidati da Ingmar Bergman, oggi i membri sono 1600, in rappresentanza di 47 paesi e di 64 lingue diverse, una molteplicità che crea problemi di comunicazione, ma è anche una ricchezza culturale preziosa e insostituibile», dice ancora Wenders e, dopo aver ricordato che «se agli inizi i titoli premiati spesso erano poco conosciuti, i film degli ultimi anni sono noti e venduti nel mondo, anche grazie al lavoro dell'Academy», conclude annunciando l'appuntamento a Barcellona per il 2004.
Con i quattro premi al suo "Good bye, Lenin!", Wolfgang Becker è il trionfatore della serata: «Nessuno di noi si aspettava il successo del film, che abbiamo girato tra mille difficoltà economiche. Secondo me è andato bene perché oltre all'ironia sulla riunificazione, che ha attratto il pubblico tedesco, c'è il rapporto forte tra madre e figlio, un tema universale. Quando il film fu presentato alla Berlinale, Bush preparava la guerra in Iraq con le giustificazioni di molti media internazionali e anche le bugie e le mistificazioni dei media, altro elemento del film, sono un tema universale».
Quattro premi a un film tedesco hanno un sapore decisamente nazionalistico, ma la serata non ha avuto contestazioni né polemiche. Qualche delusione tra gli italiani, si sperava in almeno una delle tre candidature per "La meglio gioventù" - la regia di Giordana, la sceneggiatura di Rulli e Petraglia, l'interpretazione di Luigi Lo Cascio - ma la presenza del nostro cinema è stata di tutto rispetto, con la standing ovation per Carlo Di Palma (premio alla carriera) salutato in video da Woody Allen e il lungo applauso a Marco Bellocchio, per il quale il riconoscimento della critica internazionale è stata una piccola rivincita: «A Venezia molti intellettuali dicevano che "Buongiorno, notte" non avrebbe superato la barriera delle Alpi. Invece è stato venduto in 15 paesi, tra i quali Russia e Giappone, e questo premio significa che il film non racconta una storia che solo gli italiani possono capire», dice il regista.
Per il premio del cinema d'Europa è inevitabile il raffronto con la sontuosità mediatica dell'Oscar. «Una differenza è che qui si beve e si fuma», scherza il produttore inglese Nick Powell, vicepresidente dell'Academy, che aveva aperto la serata raccontando una barzelletta su Berlusconi. «L'avevo preparata per l'edizione dello scorso anno a Roma, ma il discorso del ministro della cultura italiana fu così lungo che fui costretto a tagliare i miei interventi», dice.
I soldi sono uno spunto importante per Claude Chabrol, altro premio alla carriera. Arguto e vitale come sempre, il maestro francese, convinto europeista, ricorda «il tempo degli "europudding", quando con i soldi di diversi paesi mettevano un po' di soldi ciascuno, si scriveva una storia adatta ad attori di varie nazionalità e veniva fuori un pudding che nessuno gustava. Il mio sogno invece è una grande banca europea per finanziare il cinema a prescindere dalla nazionalità dell´autore, libero di girare il suo film».
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dal Corsera, sulla schizofrenia: Paolo Pancheri
citato al Lunedì

segnalato da Sergio Grom

Corriere della Sera 8.12.03
Primi dati di una ricerca su 10 mila pazienti
Schizofrenia, maxi studio per la cura che offre la migliore qualità di vita
di Mario Pappagallo


La cura della schizofrenia in Italia sembra migliore che in altri Paesi occidentali. È uno dei risultati parziali di un ampio studio su tollerabilità ed efficacia dei diversi farmaci a disposizione degli specialisti. Uno studio internazionale coordinato da Paolo Pancheri, docente di psichiatria alla Sapienza di Roma e presidente della Fondazione italiana per lo studio della schizofrenia (Fis) che coinvolge centinaia di centri in 10 Paesi per un totale di 10 mila pazienti, tremila nella sola Italia con 130 centri impegnati. «Abbiamo analizzato i risultati dopo i primi dodici mesi (lo studio ha una durata di due anni, ndr) - spiega Pancheri - e abbiamo visto con sorpresa che da noi, a distanza di un anno, un elevatissimo numero di pazienti continua a partecipare alla ricerca. All’estero, invece, si sono registrate più defezioni. Questo è un dato importante perché la filosofia di questo lavoro è molto diversa da quella che si pratica quando un nuovo farmaco deve essere registrato. Il nostro è uno studio naturalistico in cui sono arruolati pazienti di ogni tipo, con situazioni diverse e che stanno attuando terapie diverse. Il medico prescrive il farmaco che ritiene migliore e la valutazione riguarda tollerabilità ed efficacia nel tempo, minimo due anni. Soprattutto rispetto alla qualità della vita del paziente schizofrenico. Non scordiamo infatti che i vecchi farmaci, quelli in uso dagli anni ’60 agli anni ’80, pur efficaci, erano mal tollerati: davano effetti collaterali pesanti, e spesso per i familiari di un malato di schizofrenia era una lotta riuscire a fargli prendere il medicinale. Poi negli anni ’80 è nata una nuova classe di molecole, i cosiddetti farmaci atipici, molto più tollerabili e senza effetti indesiderati. E’ stata una svolta, parallela ai cambiamenti nella cura delle malattie mentali a cominciare dalla chiusura degli ospedali psichiatrici». Lo studio «naturalistico» va oltre i confronti di efficacia e tollerabilità di un farmaco rispetto a un non farmaco (placebo): cerca di analizzare le differenze da malato a malato, l’influenza dell’ambiente sulla terapia, la qualità della vita. «Gli italiani malati o a rischio schizofrenia sono circa 500 mila, ma questa malattia di per sé coinvolge molte più persone: dai familiari agli amici - dice Pancheri -. Una cura efficace deve tener conto di tutto questo, del fatto che il farmaco va preso per anni e anni, che l’obiettivo è reinserire il malato nella società, nel mondo del lavoro».
Ma quali sono i farmaci che sembrano funzionare meglio anche nell’ottica dello studio in chiave naturalistica? «Ad un anno dall’inizio dello studio - risponde Pancheri - due molecole sembrano dare risultati migliori: la clozapina e la olanzapina. Prima di trarre conclusioni aspettiamo la fine dello studio».
Come agiscono i farmaci? «Oggi si ritiene che la schizofrenia abbia una componente genetica di base e che il disturbo possa manifestarsi anche precocemente. Senz’altro nella prima giovinezza. C’è una sostanza nel cervello, la dopamina, i cui livelli si sregolano: in certe aree va in eccesso, in altre in deficit. I farmaci riportano i suoi livelli nella normalità. Allucinazioni e deliri derivano da un eccesso, mentre l’apatia da un deficit».
E i timori che si hanno nei confronti di questi malati?
«Infondati. L’opinione pubblica dovrebbe informare meglio. E’ più violento un soggetto normale di uno schizofrenico. Il malato di solito reagisce quando ha paura, quando gli altri sono violenti o aggressivi con lui».