La Repubblica 14.1.04
TRA RELIGIONE E POLITICA SI È INSERITA L'ESTETICA
BACIATI DALLA GRAZIA, IL TOCCO MAGICO DELL'ARTE
di SERGIO GIVONE
Se di qualcuno o di qualcosa dico che è "grazioso", non gli sto facendo un gran complimento. Anzi. Del concetto estetico di grazia resta ben poco. In origine esso alludeva al fatto che bellezza e verità sono tutt'uno e sono realtà vivente. Ma ora?
Leopardi, capace come nessun altro di scorgere nei mutamenti della lingua i mutamenti del pensiero, sosteneva che "grazioso", in tempo che ha fatto indigestione di bellezza, è diventato sinonimo di gusto estenuato ed ipereccitabile. «E forse la massima parte delle cose che oggi si hanno per graziose, e lo sono, non debbono questa qualità che alla svogliatura di questo secolo».
Discorso chiuso, dunque? Al contrario. Secondo Leopardi è proprio la grazia a risolvere il contrasto di natura e cultura, istinto e ragione. C'è una bellezza che è tutta razionale: è armonia, proporzione, perfetta disposizione delle parti. E c'è una bellezza che è creatività, invenzione, manifestazione di forze profonde. Benché in certe epoche storiche, come nella nostra, la bellezza naturale sia oscurata dalla bellezza artificiale, essa tuttavia è custodita dalla natura e da lì muove il mondo, attingendo a una potenza misteriosa che non dà ragione di sé, ma è gratuita, è «per grazia».
Con ciò Leopardi si rifaceva alla tradizione classica. All'interno della quale si era sviluppata un'estetica della grazia che Plotino avrebbe trasmesso all'occidente cristiano. Chiedeva Plotino: chi è così cieco da non vedere quant'è bello il fuoco? E chi è così pazzo da negare che sia bella la stella del mattino? Ma la stella del mattino e il fuoco sono corpi astrali, dunque non sono composti di parti. Questo significa che la bellezza che si manifesta in essi non può essere «governata dal numero»: dove non ci sono parti non ci sono leggi matematiche che regolino il rapporto fra le parti stesse. E allora? La risposta di Plotino era che la bellezza, prima di essere espressione di un ordine oggettivo, è rivelazione della vita stessa di Dio: che è libertà, gratuità, in una parola grazia.
Idea, questa, destinata a segnare l'intera estetica occidentale - salvo che il processo di secolarizzazione avrebbe progressivamente immiserito il suo significato. Ha ragione Leopardi: se ancora parliamo di grazia, è solo per via di una certa «svogliatura». Eppure Leopardi ha ragione anche nel ricordare che la storia di questo concetto è antica e tutt'altro che finita. Se il Settecento ne aveva dato una versione fortemente riduttiva, il romanticismo lo rilancerà ben oltre l'orizzonte di provenienza.
E oggi? Secolarizzazione ed estetizzazione sono in fondo la stessa cosa. La grazia secolarizzata è la grazia ridotta a fatto estetico e identificata con quel "grazioso" di pronto consumo che è il bello senza verità né profondità né anima. Ci sono oggi artisti che si fanno complici di questo processo all'insegna di una ossessiva smania di bellezza, per cui solo il bello è degno di esistere (e intanto il brutto trionfa). E c'è chi ci gioca, chi si adatta, chi si lascia incantare.
Ma c'è anche chi si oppone. Ed è l'arte come resistenza all'orrore del bello senza vita. Dove va quest'arte, con furia e con disperazione iconoclasta, se non verso la grazia sprofondata nel cuore del mondo?
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 14 gennaio 2004
dal Paese dove l'Islam ebbe inizio
una segnalazione di Licia Pastore
La Repubblica 14.1.04
Si stanno anche epurando i testi scolastici dallislamismo più aggressivo
Il governo annuncia le prime elezioni per i consigli comunali di alcune città
Riad, il sogno di modernità della monarchia saudita
La patria dell'Islam è stretta tra riforme e difesa dei dogmi
DAL NOSTRO INVIATO
GUIDO RAMPOLDI
Con la bolgia irachena e l'esercito americano alle porte, la dinastia dei Saud non può mancare questo appuntamento cruciale con la storia. Da pochi mesi è perfino tollerata una stampa critica con l'assolutismo ma le leve del potere rimangono nelle mani della famiglia reale.
A centinaia di imam esagitati è stata revocata la licenza di predicare. Altri invece provengono dalla sterminata famiglia reale, quattromila discendenti diretti di re Abdulaziz e trentamila parenti acquisiti. Un pullman li ha prelevati sotto il grandioso portale del complesso regio e li portati al palazzo dove il Reggente tiene la Majlist, termine beduino per "riunione". Dal tempo del primo regno saudita (1744-1818) la coreografia della Majlist s'è adeguata ai tempi, e la tenda bianca della tradizione oggi è una sala bianca che ha l'aspetto d'un lussuoso cineclub, con sei file di poltroncine dirimpetto alla scrivania dove il Reggente riceve. Quand'è il suo turno ciascuno dei presenti va a sedersi su una sediola bassa davanti al principe, gli consegna un incartamento e parlotta con lui per spiegargli il proprio caso, a bassa voce, trattandosi di questioni private. Malgrado alcuni si sorreggano su un bastone, il Reggente, col pizzo così nero che sembra laccato, non guarisce gli infermi come i re europei del Duecento; ma può aiutare la madre d'un condannato a morte a salvare il figlio dalla spada, risolvere la disputa per un pascolo, sanare l'ingiustizia commessa dallo Stato o da un principe. La sera la sonnolenta tv saudita dedica alla Majlist cinque minuti senza commento, con l'Eroica di Beethoven per sottofondo. Seguono scene da due mondi non sempre separati: una moschea in preghiera, una lunga sequenza di volti sauditi e yemeniti, i ricercati per terrorismo.
Ci sono due modi di guardare a queste udienze reali di cui l'Europa ha perso memoria. Il modo ovvio suggerisce l'idea d'un assolutismo ormai fossile, superato dalla storia e destinato ad essere travolto dal popolo che aspira alla democrazia. E così intendono l'Arabia saudita alcuni pensatoi neo-cons americani, nelle cui fosche profezie Riad comincia a sospettare un programma d'azione. Irriformabile, la monarchia sarebbe avviata a trascinare la nazione nel proprio crollo; in quel caso il regno, conclude un'analisi che circola al Pentagono (l'ha prodotta la cerchia di Richard Perle), dovrà essere tripartito: a ovest la liberale Gedda, a sud la conservatrice Riad, a est i pozzi petroliferi e la minoranza sciita, verosimilmente sotto protezione statunitense. Se si può tripartire l'Iraq, una proposta di cui a Washington si discute, perché non l'Arabia saudita? Vista però con occhi indigeni la Majslit non rimanda ad una Versailles saudita, con la corte che balla il minuetto mentre i sanculotti si accalcano ai cancelli, ma ai metodi informali d'un capo beduino che comanda non tanto per diritto divino, quanto perché sa ascoltare e guidare la tribù. Così era nella tradizione cui la vetusta casa reale sta tornando, con anni di ritardo ma anche con giovanile audacia. Reggente e fratelli ministri stanno patrocinando trasformazioni impensabili fino a ieri, ci ripetono anche i più impazienti - principi liberali, politologi specializzati nelle università statunitensi e donne stufe del rigido segregazionismo saudita. In pochi mesi la stampa è diventata così spregiudicata che adesso il liberale al-Watan può permettersi di paragonare il fondamentalismo al maccartismo, smentire su materie religiose uno dei più prestigiosi teologi islamici, dedicare paginate alla questione femminile. Il governo annuncia le prime elezioni, sia pure soltanto per la metà dei consigli comunali di 14 città; e procede alla revisione di testi scolastici tuttora pervasi da un islamismo aggressivo. Infine e soprattutto: in dicembre alla Mecca, per la prima volta l'integralismo saudita ha accettato di discutere con liberali, donne, mussulmani sufi e minoranza sciita. Tuttora la sua ala più dura considera sufi e sciiti dei ripugnanti eretici, i liberali la quinta colonna degli infedeli, e le donne che reclamano diritti delle svergognate da consegnare alla Muttawa, la polizia coranica. Una delle dieci donne invitate alla Mecca, Hend al-Khuthaila, pedagogista della King Saud University, s'era preparata ad uno scontro duro con i religiosi wahabiti. Ma quelli l'hanno sorpresa per la flemma con cui hanno accolto la sua veemente arringa per i diritti delle donne. L'indomani l'al-Khutaila è stata avvertita da un amico di quanto andava dicendo un estremista influente: "Quella ha bisogno di due pallottole, e c'è già chi sta provvedendo". Allora s'è trasferita per alcuni giorni in una casa sicura; ma i primi ad esprimerle solidarietà, ci racconta, sono stati i religiosi incontrati alla Mecca. Adesso è convinta che sia possibile trovare un accordo con gli islamisti per riformare l'Arabia saudita, però "dentro il nostro contesto culturale".
Il Reggente aveva organizzato la riunione attraverso il suo Centro per il Dialogo nazionale. "Abbiate pazienza", ha ripetuto tre volte quando gli è stata consegnata la petizione riformista approvata quasi all'unanimità dai sessanta convenuti. Così è stato chiaro che nel prossimo futuro le 17 riforme richieste (tra l'altro: diritti per minoranze e donne, riforma dell'istruzione, sindacati, elezioni) saranno realizzate solo gradualmente e all'inizio in forma parziale. Ma ugualmente l'incontro della Mecca è un punto di svolta, per i motivi che ci spiegano alcuni tra i partecipanti. Dopo secoli i religiosi sunniti hanno perso il monopolio della verità (Fawzia al-Bakr, docente universitaria: "Dove prima vigeva solo l'alternativo tra dio e l'inferno, ora si accetta che l'Islam possa avere interpretazioni diverse", anch'esse legittime). Inoltre "gli argomenti di cui abbiamo discusso ne trascinano a cascata altri, tuttora non sfiorati, e la mentalità riformista si espande" (Sultan al Bazie, imprenditore). Il dialogo della Mecca introduce principi che spartiscono con quanto le democrazie occidentali conoscono come pluralismo, diritti umani, Stato di diritto liberale. Non sembra più impossibile una lenta convergenza verso un terreno condiviso. E poiché tutto questo avviene nel Paese della Mecca, il tempio verso il quale ogni giorno pregano 1300 milioni di musulmani, l'evoluzione saudita potrebbe sprigionare un islam dialogante, disarmando i profeti occidentali o musulmani dello "scontro tra civiltà". Le ricadute sarebbero enormi. Ma la potente teologia sunnita accetterà la direzione verso cui dirige la monarchia?
In dicembre l'ala più dura ha contrattaccato sul terreno cruciale, l'istruzione. Una commissione governativa sta epurando i libri di testo dai passaggi insultanti verso ebrei, cristiani e musulmani non-sunniti. La Shura, un Consiglio di nomina reale, ha approvato una legge che capovolge il metodo d'insegnamento (Abdulaziz Mansour, capo-dipartimento del ministero dell'Educazione, "al momento il docente parla senza mai fermarsi per paura di perdere il controllo della classe. In futuro dovrà interagire con i suoi alunni per formarne lo spirito critico"). Tutto questo suona intollerabile alle orecchie dei 156 teologi e predicatori firmatari d'un appello alla mobilitazione dei genitori contro "la cospirazione delle forze internazionali degli infedeli", palesatasi nel progetto di riforma scolastica, quella "grave concessione al nemico". Parte dei 156 sono noti per scritti violenti e sermoni spiritati che omettono di condannare il ricorso alla "guerra santa" contro gli infedeli. Molti sono di scuola salafita, la fazione più intransigente dell'arcigno e puritano Islam saudita, noto agli occidentali col nome che gli imposero gli ottomani: wahabismo. Rappresentano una rete ben organizzata, anche attraverso Internet; godono della fama d'uomini pii; e hanno un certo seguito nelle schiere di laureati delle accademie islamiche (uno studente universitario su quattro negli anni Novanta) che oggi sono insegnanti, predicatori nelle ventimila moschee, giudici nelle corti della sharia e poliziotti del Dipartimento per la prevenzione del vizio e la propalazione della virtù. Ma come ha confermato la reazione veemente dei principali giornali sauditi, oggi una parte crescente dell'opinione pubblica non è più disposta a riconoscere in questi o altri dotti l'incontestabile fonte della Vera Fede. "Le parole e le opere del Profeta - ha scritto al-Watan, demolendo il manifesto integralista - provano che l'Islam non ha mai ordinato ai mussulmani un atteggiamento aggressivo" verso i non musulmani.
Invece il grosso della corporazione religiosa ha dato un assenso preventivo alla svolta saudita nel gran consulto di teologi sunniti convocato dal Reggente in estate, sul tema: come l'Islam deve interagire col mondo. Uno dei più influenti tra quei pensatori era il conservatore (moderato, precisa) Abdurrahman al Madrudi, viceministro per gli Affari islamici. Dice: "L'Arabia saudita sta cercando un nuovo volto, una nuova era". Un nuovo Islam? No, l'Islam resta quello di sempre: ma va separato dagli equivoci prodotti dalle scuole radicali, e da costumi sociali non prescritti dal Corano. Un equivoco, spiega, è la "guerra santa": il Corano rifiuta le guerre d'aggressione. I costumi sociali, revocabili se così vuole la popolazione, sono ad esempio la polizia coranica e molte tra le infinite proibizioni rovesciate sulle donne. È Islam la decapitazione o la lapidazioni degli adulteri. Ma nella pratica i requisiti richiesti dalla Sharia (quattro testimoni che abbiano assistito alla penetrazione, la confessione della colpevole reiterata tre volte a distanza di tempo) rendono impossibile comminare la condanna, infatti non più applicata.
Il grosso della corporazione religiosa si muove su due direzioni. Da una parte asseconda il riformismo e l'offensiva governativa contro i predicatori più esagitati, a centinaia dei quali ? stata revocata la licenza per predicare. Dall'altra frena, e pare riuscita a silurare il progetto per ampliare l'orario delle materie scientifiche a danno delle materie religiose, oggi un quarto dell'insegnamento complessivo. Così il Reggente deve far dialogare attori diversissimi, dai liberali al complicato arcipelago religioso. Anche i liberali concedono che riforme affrettate potrebbero allarmare una società assai conservatrice, in parte incline a simpatizzare con bin Laden fin quando non s'è ritrovato il terrorismo in casa (le stragi di maggio e novembre 2003). Il problema è trovare la velocità ottimale del nuovo corso. Nel 1951 il re chiuse un giornale che si batteva per l'istruzione delle bambine con un decreto motivato così: "È troppo presto"; ma dieci anno dopo mandò l'esercito a proteggere le prime scuole femminili dai lapidatori. Nel 1991 Fawzia al-Bakr partecipò al corteo delle donne-automobiliste che reclamavano la possibilità di guidare. "Era troppo presto", ammette oggi (il risultato fu un decreto reale e una fatwa che tuttora proibiscono quel diritto elementare). Ma se il riformismo fosse troppo lento, "molta gente perderà la speranza", ci dice la figura trainante del liberalismo saudita, il principe Abdullah bin Faisal, presidente della società per la privatizzazioni. Con la bolgia irachena ai confini e le ideuzze neocons in circolazione, la dinastia dei Saud non può permettersi di fallire questo appuntamento cruciale con la storia.
La Repubblica 14.1.04
Si stanno anche epurando i testi scolastici dallislamismo più aggressivo
Il governo annuncia le prime elezioni per i consigli comunali di alcune città
Riad, il sogno di modernità della monarchia saudita
La patria dell'Islam è stretta tra riforme e difesa dei dogmi
DAL NOSTRO INVIATO
GUIDO RAMPOLDI
Con la bolgia irachena e l'esercito americano alle porte, la dinastia dei Saud non può mancare questo appuntamento cruciale con la storia. Da pochi mesi è perfino tollerata una stampa critica con l'assolutismo ma le leve del potere rimangono nelle mani della famiglia reale.
A centinaia di imam esagitati è stata revocata la licenza di predicare. Altri invece provengono dalla sterminata famiglia reale, quattromila discendenti diretti di re Abdulaziz e trentamila parenti acquisiti. Un pullman li ha prelevati sotto il grandioso portale del complesso regio e li portati al palazzo dove il Reggente tiene la Majlist, termine beduino per "riunione". Dal tempo del primo regno saudita (1744-1818) la coreografia della Majlist s'è adeguata ai tempi, e la tenda bianca della tradizione oggi è una sala bianca che ha l'aspetto d'un lussuoso cineclub, con sei file di poltroncine dirimpetto alla scrivania dove il Reggente riceve. Quand'è il suo turno ciascuno dei presenti va a sedersi su una sediola bassa davanti al principe, gli consegna un incartamento e parlotta con lui per spiegargli il proprio caso, a bassa voce, trattandosi di questioni private. Malgrado alcuni si sorreggano su un bastone, il Reggente, col pizzo così nero che sembra laccato, non guarisce gli infermi come i re europei del Duecento; ma può aiutare la madre d'un condannato a morte a salvare il figlio dalla spada, risolvere la disputa per un pascolo, sanare l'ingiustizia commessa dallo Stato o da un principe. La sera la sonnolenta tv saudita dedica alla Majlist cinque minuti senza commento, con l'Eroica di Beethoven per sottofondo. Seguono scene da due mondi non sempre separati: una moschea in preghiera, una lunga sequenza di volti sauditi e yemeniti, i ricercati per terrorismo.
Ci sono due modi di guardare a queste udienze reali di cui l'Europa ha perso memoria. Il modo ovvio suggerisce l'idea d'un assolutismo ormai fossile, superato dalla storia e destinato ad essere travolto dal popolo che aspira alla democrazia. E così intendono l'Arabia saudita alcuni pensatoi neo-cons americani, nelle cui fosche profezie Riad comincia a sospettare un programma d'azione. Irriformabile, la monarchia sarebbe avviata a trascinare la nazione nel proprio crollo; in quel caso il regno, conclude un'analisi che circola al Pentagono (l'ha prodotta la cerchia di Richard Perle), dovrà essere tripartito: a ovest la liberale Gedda, a sud la conservatrice Riad, a est i pozzi petroliferi e la minoranza sciita, verosimilmente sotto protezione statunitense. Se si può tripartire l'Iraq, una proposta di cui a Washington si discute, perché non l'Arabia saudita? Vista però con occhi indigeni la Majslit non rimanda ad una Versailles saudita, con la corte che balla il minuetto mentre i sanculotti si accalcano ai cancelli, ma ai metodi informali d'un capo beduino che comanda non tanto per diritto divino, quanto perché sa ascoltare e guidare la tribù. Così era nella tradizione cui la vetusta casa reale sta tornando, con anni di ritardo ma anche con giovanile audacia. Reggente e fratelli ministri stanno patrocinando trasformazioni impensabili fino a ieri, ci ripetono anche i più impazienti - principi liberali, politologi specializzati nelle università statunitensi e donne stufe del rigido segregazionismo saudita. In pochi mesi la stampa è diventata così spregiudicata che adesso il liberale al-Watan può permettersi di paragonare il fondamentalismo al maccartismo, smentire su materie religiose uno dei più prestigiosi teologi islamici, dedicare paginate alla questione femminile. Il governo annuncia le prime elezioni, sia pure soltanto per la metà dei consigli comunali di 14 città; e procede alla revisione di testi scolastici tuttora pervasi da un islamismo aggressivo. Infine e soprattutto: in dicembre alla Mecca, per la prima volta l'integralismo saudita ha accettato di discutere con liberali, donne, mussulmani sufi e minoranza sciita. Tuttora la sua ala più dura considera sufi e sciiti dei ripugnanti eretici, i liberali la quinta colonna degli infedeli, e le donne che reclamano diritti delle svergognate da consegnare alla Muttawa, la polizia coranica. Una delle dieci donne invitate alla Mecca, Hend al-Khuthaila, pedagogista della King Saud University, s'era preparata ad uno scontro duro con i religiosi wahabiti. Ma quelli l'hanno sorpresa per la flemma con cui hanno accolto la sua veemente arringa per i diritti delle donne. L'indomani l'al-Khutaila è stata avvertita da un amico di quanto andava dicendo un estremista influente: "Quella ha bisogno di due pallottole, e c'è già chi sta provvedendo". Allora s'è trasferita per alcuni giorni in una casa sicura; ma i primi ad esprimerle solidarietà, ci racconta, sono stati i religiosi incontrati alla Mecca. Adesso è convinta che sia possibile trovare un accordo con gli islamisti per riformare l'Arabia saudita, però "dentro il nostro contesto culturale".
Il Reggente aveva organizzato la riunione attraverso il suo Centro per il Dialogo nazionale. "Abbiate pazienza", ha ripetuto tre volte quando gli è stata consegnata la petizione riformista approvata quasi all'unanimità dai sessanta convenuti. Così è stato chiaro che nel prossimo futuro le 17 riforme richieste (tra l'altro: diritti per minoranze e donne, riforma dell'istruzione, sindacati, elezioni) saranno realizzate solo gradualmente e all'inizio in forma parziale. Ma ugualmente l'incontro della Mecca è un punto di svolta, per i motivi che ci spiegano alcuni tra i partecipanti. Dopo secoli i religiosi sunniti hanno perso il monopolio della verità (Fawzia al-Bakr, docente universitaria: "Dove prima vigeva solo l'alternativo tra dio e l'inferno, ora si accetta che l'Islam possa avere interpretazioni diverse", anch'esse legittime). Inoltre "gli argomenti di cui abbiamo discusso ne trascinano a cascata altri, tuttora non sfiorati, e la mentalità riformista si espande" (Sultan al Bazie, imprenditore). Il dialogo della Mecca introduce principi che spartiscono con quanto le democrazie occidentali conoscono come pluralismo, diritti umani, Stato di diritto liberale. Non sembra più impossibile una lenta convergenza verso un terreno condiviso. E poiché tutto questo avviene nel Paese della Mecca, il tempio verso il quale ogni giorno pregano 1300 milioni di musulmani, l'evoluzione saudita potrebbe sprigionare un islam dialogante, disarmando i profeti occidentali o musulmani dello "scontro tra civiltà". Le ricadute sarebbero enormi. Ma la potente teologia sunnita accetterà la direzione verso cui dirige la monarchia?
In dicembre l'ala più dura ha contrattaccato sul terreno cruciale, l'istruzione. Una commissione governativa sta epurando i libri di testo dai passaggi insultanti verso ebrei, cristiani e musulmani non-sunniti. La Shura, un Consiglio di nomina reale, ha approvato una legge che capovolge il metodo d'insegnamento (Abdulaziz Mansour, capo-dipartimento del ministero dell'Educazione, "al momento il docente parla senza mai fermarsi per paura di perdere il controllo della classe. In futuro dovrà interagire con i suoi alunni per formarne lo spirito critico"). Tutto questo suona intollerabile alle orecchie dei 156 teologi e predicatori firmatari d'un appello alla mobilitazione dei genitori contro "la cospirazione delle forze internazionali degli infedeli", palesatasi nel progetto di riforma scolastica, quella "grave concessione al nemico". Parte dei 156 sono noti per scritti violenti e sermoni spiritati che omettono di condannare il ricorso alla "guerra santa" contro gli infedeli. Molti sono di scuola salafita, la fazione più intransigente dell'arcigno e puritano Islam saudita, noto agli occidentali col nome che gli imposero gli ottomani: wahabismo. Rappresentano una rete ben organizzata, anche attraverso Internet; godono della fama d'uomini pii; e hanno un certo seguito nelle schiere di laureati delle accademie islamiche (uno studente universitario su quattro negli anni Novanta) che oggi sono insegnanti, predicatori nelle ventimila moschee, giudici nelle corti della sharia e poliziotti del Dipartimento per la prevenzione del vizio e la propalazione della virtù. Ma come ha confermato la reazione veemente dei principali giornali sauditi, oggi una parte crescente dell'opinione pubblica non è più disposta a riconoscere in questi o altri dotti l'incontestabile fonte della Vera Fede. "Le parole e le opere del Profeta - ha scritto al-Watan, demolendo il manifesto integralista - provano che l'Islam non ha mai ordinato ai mussulmani un atteggiamento aggressivo" verso i non musulmani.
Invece il grosso della corporazione religiosa ha dato un assenso preventivo alla svolta saudita nel gran consulto di teologi sunniti convocato dal Reggente in estate, sul tema: come l'Islam deve interagire col mondo. Uno dei più influenti tra quei pensatori era il conservatore (moderato, precisa) Abdurrahman al Madrudi, viceministro per gli Affari islamici. Dice: "L'Arabia saudita sta cercando un nuovo volto, una nuova era". Un nuovo Islam? No, l'Islam resta quello di sempre: ma va separato dagli equivoci prodotti dalle scuole radicali, e da costumi sociali non prescritti dal Corano. Un equivoco, spiega, è la "guerra santa": il Corano rifiuta le guerre d'aggressione. I costumi sociali, revocabili se così vuole la popolazione, sono ad esempio la polizia coranica e molte tra le infinite proibizioni rovesciate sulle donne. È Islam la decapitazione o la lapidazioni degli adulteri. Ma nella pratica i requisiti richiesti dalla Sharia (quattro testimoni che abbiano assistito alla penetrazione, la confessione della colpevole reiterata tre volte a distanza di tempo) rendono impossibile comminare la condanna, infatti non più applicata.
Il grosso della corporazione religiosa si muove su due direzioni. Da una parte asseconda il riformismo e l'offensiva governativa contro i predicatori più esagitati, a centinaia dei quali ? stata revocata la licenza per predicare. Dall'altra frena, e pare riuscita a silurare il progetto per ampliare l'orario delle materie scientifiche a danno delle materie religiose, oggi un quarto dell'insegnamento complessivo. Così il Reggente deve far dialogare attori diversissimi, dai liberali al complicato arcipelago religioso. Anche i liberali concedono che riforme affrettate potrebbero allarmare una società assai conservatrice, in parte incline a simpatizzare con bin Laden fin quando non s'è ritrovato il terrorismo in casa (le stragi di maggio e novembre 2003). Il problema è trovare la velocità ottimale del nuovo corso. Nel 1951 il re chiuse un giornale che si batteva per l'istruzione delle bambine con un decreto motivato così: "È troppo presto"; ma dieci anno dopo mandò l'esercito a proteggere le prime scuole femminili dai lapidatori. Nel 1991 Fawzia al-Bakr partecipò al corteo delle donne-automobiliste che reclamavano la possibilità di guidare. "Era troppo presto", ammette oggi (il risultato fu un decreto reale e una fatwa che tuttora proibiscono quel diritto elementare). Ma se il riformismo fosse troppo lento, "molta gente perderà la speranza", ci dice la figura trainante del liberalismo saudita, il principe Abdullah bin Faisal, presidente della società per la privatizzazioni. Con la bolgia irachena ai confini e le ideuzze neocons in circolazione, la dinastia dei Saud non può permettersi di fallire questo appuntamento cruciale con la storia.
da Le Scienze:
origine della vita e un gene che modificherebbe il cervello
Le Scienze 12.01.04
La vita nacque da un minerale?
La colemanite avrebbe convertito molecole organiche interstellari in ribosio
Un team di ricercatori dell'Università della Florida avrebbe individuato in determinati minerali la chiave di alcuni dei processi iniziali che hanno formato la vita sulla Terra. In particolare, un minerale contenente borace, chiamato colemanite, può contribuire a convertire le molecole organiche trovate nelle nubi di polvere interstellare in uno zucchero, il ribosio, che fa parte del materiale genetico noto come RNA. Lo studio, pubblicato sul numero del 9 gennaio della rivista "Science", rappresenta un passo avanti verso la soluzione del mistero dell'origine della vita.
Steven Benner, Alonso Ricardo, Matthew Carrigan e Alison Olcott si sono basati su un celebre esperimento effettuato 50 anni or sono da Stanley Miller. Nel 1953, Miller mostrò che scariche elettriche in un'atmosfera primitiva producevano aminoacidi, i mattoncini che costituiscono le proteine. L'esperimento di Miller, però, non riuscì a identificare gli zuccheri necessari per il materiale genetico.
"Il ribosio - spiega Benner - può essere formato da precursori interstellari in condizioni prebiotiche. Ma questo zucchero è troppo instabile per sopravvivere nelle condizioni di Miller, che infatti sostenne che il primo materiale genetico non avrebbe potuto contenere ribosio o altri zuccheri a causa della loro instabilità".
Benner e colleghi hanno scoperto che alcuni composti esistenti nella polvere interstellare, come la formaldeide, possono formare ribosio e altri zuccheri se trattati in presenza di materiali di base come calce o, meglio ancora, colemanite.
Le Scienze 13.01.04
Il gene che modifica il cervello
L'apprendimento e l'esperienza alterano la struttura cerebrale
Alcuni biologi dell'Università della California di San Diego e della Johns Hopkins University di Baltimora hanno scoperto un gene che svolge un ruolo fondamentale nei cambiamenti nel cervello in risposta all'esperienza sensoriale. La scoperta potrebbe fornire nuovi indizi a proposito di alcuni tipi di disturbi dell'apprendimento.
Dopo la nascita, l'esperienza e l'apprendimento modificano in modo notevole l'architettura del cervello. La struttura di singoli neuroni, o cellule nervose, cambia per far posto a nuove connessioni. I neuroscienziati ritengono che questi cambiamenti strutturali comincino quando i neuroni vengono attivati, provocando un flusso di ioni di calcio all'interno delle cellule e alterando l'attività dei geni.
In uno studio pubblicato sul numero del 9 gennaio della rivista "Science", il biologo Arnivan Ghosh e colleghi presentano la scoperta del primo gene, CREST, che media i cambiamenti nella struttura dei neuroni in risposta al calcio.
"Abbiamo scoperto il gene CREST - spiega Ghosh - usando un nuovo metodo sviluppato per identificare i geni che vengono attivati in presenza di calcio. Il cervello di topi privi di CREST sembra del tutto normale alla nascita, ma non si sviluppa in modo normale in risposta all'esperienza sensoriale. Questo è quello che capita anche negli esseri umani con alcuni disturbi dell'apprendimento: i bambini sembrano inizialmente normali, ma all'età di due o tre anni diventa chiaro che non sono in grado di acquisire nuove conoscenze".
Attualmente i ricercatori stanno cercando di determinare quale gene è l'obiettivo di CREST. Ghosh sospetta che CREST possa attivare la produzione di sostanze chimiche, note come fattori di crescita, che hanno un effetto stimolatorio sullo sviluppo cellulare.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
La vita nacque da un minerale?
La colemanite avrebbe convertito molecole organiche interstellari in ribosio
Un team di ricercatori dell'Università della Florida avrebbe individuato in determinati minerali la chiave di alcuni dei processi iniziali che hanno formato la vita sulla Terra. In particolare, un minerale contenente borace, chiamato colemanite, può contribuire a convertire le molecole organiche trovate nelle nubi di polvere interstellare in uno zucchero, il ribosio, che fa parte del materiale genetico noto come RNA. Lo studio, pubblicato sul numero del 9 gennaio della rivista "Science", rappresenta un passo avanti verso la soluzione del mistero dell'origine della vita.
Steven Benner, Alonso Ricardo, Matthew Carrigan e Alison Olcott si sono basati su un celebre esperimento effettuato 50 anni or sono da Stanley Miller. Nel 1953, Miller mostrò che scariche elettriche in un'atmosfera primitiva producevano aminoacidi, i mattoncini che costituiscono le proteine. L'esperimento di Miller, però, non riuscì a identificare gli zuccheri necessari per il materiale genetico.
"Il ribosio - spiega Benner - può essere formato da precursori interstellari in condizioni prebiotiche. Ma questo zucchero è troppo instabile per sopravvivere nelle condizioni di Miller, che infatti sostenne che il primo materiale genetico non avrebbe potuto contenere ribosio o altri zuccheri a causa della loro instabilità".
Benner e colleghi hanno scoperto che alcuni composti esistenti nella polvere interstellare, come la formaldeide, possono formare ribosio e altri zuccheri se trattati in presenza di materiali di base come calce o, meglio ancora, colemanite.
Le Scienze 13.01.04
Il gene che modifica il cervello
L'apprendimento e l'esperienza alterano la struttura cerebrale
Alcuni biologi dell'Università della California di San Diego e della Johns Hopkins University di Baltimora hanno scoperto un gene che svolge un ruolo fondamentale nei cambiamenti nel cervello in risposta all'esperienza sensoriale. La scoperta potrebbe fornire nuovi indizi a proposito di alcuni tipi di disturbi dell'apprendimento.
Dopo la nascita, l'esperienza e l'apprendimento modificano in modo notevole l'architettura del cervello. La struttura di singoli neuroni, o cellule nervose, cambia per far posto a nuove connessioni. I neuroscienziati ritengono che questi cambiamenti strutturali comincino quando i neuroni vengono attivati, provocando un flusso di ioni di calcio all'interno delle cellule e alterando l'attività dei geni.
In uno studio pubblicato sul numero del 9 gennaio della rivista "Science", il biologo Arnivan Ghosh e colleghi presentano la scoperta del primo gene, CREST, che media i cambiamenti nella struttura dei neuroni in risposta al calcio.
"Abbiamo scoperto il gene CREST - spiega Ghosh - usando un nuovo metodo sviluppato per identificare i geni che vengono attivati in presenza di calcio. Il cervello di topi privi di CREST sembra del tutto normale alla nascita, ma non si sviluppa in modo normale in risposta all'esperienza sensoriale. Questo è quello che capita anche negli esseri umani con alcuni disturbi dell'apprendimento: i bambini sembrano inizialmente normali, ma all'età di due o tre anni diventa chiaro che non sono in grado di acquisire nuove conoscenze".
Attualmente i ricercatori stanno cercando di determinare quale gene è l'obiettivo di CREST. Ghosh sospetta che CREST possa attivare la produzione di sostanze chimiche, note come fattori di crescita, che hanno un effetto stimolatorio sullo sviluppo cellulare.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
martedì 13 gennaio 2004
da vedere
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www.psico.unifi.it
buddismo
citato al Lunedì
La Repubblica 10-01-04
un dizionario sull' antica religione
il grande arcipelago buddista
Un Buddha Illuminato ha dita affusolate, alta statura e corpo eretto. Polpacci simili a quelli di un'antilope, sesso nascosto da una guaina e pelle di colore dorato I personaggi della storia e della leggenda che hanno seguito l' insegnamento di Gautama Buddha per ottenere "la perfetta Illuminazione"
di LUIGI MALERBA
Il viaggio attraverso la selva delle parole di questo Dizionario del Buddhismo (Philippe Cornu, Ed. Bruno Mondadori, pagg. 929, € 65,00) ci offre le mille chiavi per entrare nell' area vasta e complessa di una religione antica come il Buddhismo (ma non sono antiche tutte le religioni?). Una esperienza singolare per noi occidentali, una totale immersione nelle parole che accompagnano il devoto buddhista lungo i ripidi sentieri verso la Perfezione. L'aridità alfabetica del dizionario non scalfisce l'imprevedibile fantasia del pensiero orientale. Il Buddhismo, lo sappiamo, è un arcipelago sterminato di scuole e di sette che si sono differenziate lungo le curve della Storia secondo perfezioni di dottrina e di appartenenza. Il Dizionario propone storia e conoscenza del Buddhismo e insinua l'imperativo etico fondamentale, il dharma, ormai inattuale in un'India proiettata verso una rapida crescita industriale e già esportatrice di tecnici e di materiali elettronici. Dall'India delle origini il Buddhismo si è diffuso in Oriente assumendo ogni volta connotati nuovi. Il Tibet e la Cina, e il Giappone con il monachesimo Zen, sono le principali più antiche derivazioni del Buddhismo dal ceppo originario dell'India dove oggi è quasi scomparso (più o meno è buddhista lo 0,7 per cento della popolazione) per lasciare spazio al proselitismo musulmano e agli induisti, che del Buddhismo hanno assimilato molti principi e precetti insieme a una forte etica dei comportamenti (che tuttavia non disapprova come il Buddhismo l'acquisizione delle ricchezze da parte dei fedeli). L'invadenza musulmana non ebbe successo soltanto sulla strada delle armate arabe dei Califfi che arrivarono in India intorno al 900 d.C. ma anche per le ragioni intrinseche delle prospettive riservate ai fedeli. Ai quali la nuova religione prometteva un paradiso glorioso di piaceri e godimenti materiali (una delle motivazioni dei kamikaze odierni è proprio la speranza di venire accolti con tutti gli onori in quel paradiso in qualità di "martiri" dell' Islam), mentre una religione atea come il Buddhismo negava ogni cosciente sopravvivenza individuale dopo la morte, e pretendeva non solo dai monaci ma anche dai fedeli laici la ricerca della Perfezione in terra. Modello e paradigma della Illuminata Perfezione per i fedeli buddhisti era ed è il suo fondatore, il primo Buddha conosciuto come Gautama dal nome del suo clan brahmanico. Il Dizionario segue i personaggi della storia e della leggenda e i gradi verso la perfetta illuminazione. Vissuto intorno alla metà del primo millennio a.C. Gautama Buddha aveva ottenuta la perfetta Illuminazione («profonda, quieta, senza complessità, luminosa e incomposta» secondo le sue stesse parole) dopo aver rinunciato ai piaceri e alle ricchezze della famiglia e a costo di estenuanti meditazioni. Un modello già difficile per i monaci e difficilissimo per i fedeli laici. In cambio di che cosa se dopo la morte si precipita nel nulla? La Illuminazione, peraltro quasi irraggiungibile, poteva ancora proporsi in astratto come il Grande Sogno Indiano del Novecento dopo la conquista dell'indipendenza (il Buddhismo è rimasto attivo nell'inconscio degli Indiani a qualunque religione siano associati), ma le nuovissime intraprese industriali del paese avevano bisogno di qualche effettiva concretezza. Da qui una schiera di valenti matematici e scienziati elettronici attivi in India o emigrati soprattutto negli Stati Uniti. Lontana e opposta a ogni insegnamento buddhista, che impone anzitutto di non procurare mai e in nessun modo sofferenze al nostro prossimo, la grande democrazia indiana non ha trovato di meglio che destinare immense risorse alla costruzione della bomba atomica. Il Grande Sogno Indiano stava pericolosamente assumendo la forma del fungo. Il Buddhismo classico si fonda su una selva di regole di comportamento che, se fossero osservate garantirebbero la pace universale (ma non si può dire altrettanto del Cristianesimo?). Compassione e comprensione sono i primi requisiti indispensabili per potersi avviare sulla strada che conduce alla Illuminazione. Prendere il voto di bodhisattva, che è un grado di passaggio di chi aspira a raggiungere l'Illuminazione, implica l'osservanza di un certo numero di precetti e di divieti. Per prima cosa il bodhisattva «deve astenersi dall'uccidere, dal rubare, dal causare torti con la sessualità (noi diremmo non desiderare la donna d'altri), dal mentire, dall'usare droghe, dal portare rancore». Mi sembra il minimo che si possa pretendere da un aspirante alla Illuminazione che non voglia rischiare la galera. Seguono quarantotto regole minori, un vero codice di comportamento per la quotidianità: non mancare di rispetto al maestro. Non spingere un monaco ad abbandonare lo stato monastico. Astenersi dal consumare carne. Non essere causa di incendi boschivi. Non perdersi in chiacchiere. Non rispettare i precetti per timore di diventare impopolari. Non nutrirsi di spettacoli a base di azioni improprie. Non accettare doni ottenuti in modo disonesto. Eccetera. È evidente che anche nell'India arcaica c'erano sciagurati che appiccavano il fuoco ai boschi, che si drogavano, si lasciavano corrompere, si pascevano di spettacoli insulsi e si perdevano in chiacchiere, che è una profezia perfetta della TV. Secondo le scuole del Buddhismo antico, un buddha è un essere che, nel corso delle sue numerose vite passate di bodhisattva, poco a poco si è liberato da tutti gli oscuramenti per conseguire la piena Illuminazione nel corso della sua ultima vita terrena alla fine della quale entra nel nirvana (che sembra un eufemismo per nominare la morte). Come si riconosce un Buddha Illuminato? Il Dizionario ci spiega come appare il suo corpo fisico, casomai ci capitasse di incontrarne un esemplare. Ecco alcuni dei marchi maggiori. Piedi posati solidamente al suolo, come lo è una tartaruga. Palmo delle mani e pianta dei piedi morbidi e soffici. Dita affusolate. Alta statura e corpo eretto. Peli diritti. Polpacci simili a quelli di una antilope. Sesso nascosto da una guaina. Pelle di colore dorato. La parte superiore del corpo simile a quella di un leone. Spalle larghe. Certamente questi marchi maggiori scoraggiano da eventuali contraffazioni i possibili nuovi aspiranti alla Illuminazione che non abbiamo il fisico di un Richard Gere (fra l'altro neoconvertito al Buddhismo). Dicono ancora i testi sacri che i marchi maggiori del corpo di un buddha sono simili a quelli di un «sovrano universale». Difficile da verificare come termine di confronto. Il Buddhismo, con i suoi difficili programmi e i suoi concetti sfumati ai bordi è ormai fuori dalla politica attiva e dalla vita sociale, rifugiato in un paese di alte montagne come il Tibet, o nei reclusi monasteri Zen del Giappone. In compenso sta acquistando lentamente nuovi fedeli in Occidente (settantaquattromila in Italia, tutti convertiti piuttosto recenti), sopravvive quasi sottotraccia in associazioni internazionali come la giapponese Soka-gakkai, annoverata come società segreta (una società segreta con alcuni milioni di soci nel mondo oltre a quelli in Giappone) ma che recluta i suoi candidati secondo selezioni mirate soprattutto al pacifismo e alla ecologia. Negli anni Settanta scrissi sulla terza pagina del Corriere della Sera un articolo («Il rospo nucleare») sul pericolo delle centrali nucleari e il problema delle scorie. Dopo una decina di giorni ricevetti in abbonamento omaggio dal Giappone il bollettino della Soka-gakkai.
un dizionario sull' antica religione
il grande arcipelago buddista
Un Buddha Illuminato ha dita affusolate, alta statura e corpo eretto. Polpacci simili a quelli di un'antilope, sesso nascosto da una guaina e pelle di colore dorato I personaggi della storia e della leggenda che hanno seguito l' insegnamento di Gautama Buddha per ottenere "la perfetta Illuminazione"
di LUIGI MALERBA
Il viaggio attraverso la selva delle parole di questo Dizionario del Buddhismo (Philippe Cornu, Ed. Bruno Mondadori, pagg. 929, € 65,00) ci offre le mille chiavi per entrare nell' area vasta e complessa di una religione antica come il Buddhismo (ma non sono antiche tutte le religioni?). Una esperienza singolare per noi occidentali, una totale immersione nelle parole che accompagnano il devoto buddhista lungo i ripidi sentieri verso la Perfezione. L'aridità alfabetica del dizionario non scalfisce l'imprevedibile fantasia del pensiero orientale. Il Buddhismo, lo sappiamo, è un arcipelago sterminato di scuole e di sette che si sono differenziate lungo le curve della Storia secondo perfezioni di dottrina e di appartenenza. Il Dizionario propone storia e conoscenza del Buddhismo e insinua l'imperativo etico fondamentale, il dharma, ormai inattuale in un'India proiettata verso una rapida crescita industriale e già esportatrice di tecnici e di materiali elettronici. Dall'India delle origini il Buddhismo si è diffuso in Oriente assumendo ogni volta connotati nuovi. Il Tibet e la Cina, e il Giappone con il monachesimo Zen, sono le principali più antiche derivazioni del Buddhismo dal ceppo originario dell'India dove oggi è quasi scomparso (più o meno è buddhista lo 0,7 per cento della popolazione) per lasciare spazio al proselitismo musulmano e agli induisti, che del Buddhismo hanno assimilato molti principi e precetti insieme a una forte etica dei comportamenti (che tuttavia non disapprova come il Buddhismo l'acquisizione delle ricchezze da parte dei fedeli). L'invadenza musulmana non ebbe successo soltanto sulla strada delle armate arabe dei Califfi che arrivarono in India intorno al 900 d.C. ma anche per le ragioni intrinseche delle prospettive riservate ai fedeli. Ai quali la nuova religione prometteva un paradiso glorioso di piaceri e godimenti materiali (una delle motivazioni dei kamikaze odierni è proprio la speranza di venire accolti con tutti gli onori in quel paradiso in qualità di "martiri" dell' Islam), mentre una religione atea come il Buddhismo negava ogni cosciente sopravvivenza individuale dopo la morte, e pretendeva non solo dai monaci ma anche dai fedeli laici la ricerca della Perfezione in terra. Modello e paradigma della Illuminata Perfezione per i fedeli buddhisti era ed è il suo fondatore, il primo Buddha conosciuto come Gautama dal nome del suo clan brahmanico. Il Dizionario segue i personaggi della storia e della leggenda e i gradi verso la perfetta illuminazione. Vissuto intorno alla metà del primo millennio a.C. Gautama Buddha aveva ottenuta la perfetta Illuminazione («profonda, quieta, senza complessità, luminosa e incomposta» secondo le sue stesse parole) dopo aver rinunciato ai piaceri e alle ricchezze della famiglia e a costo di estenuanti meditazioni. Un modello già difficile per i monaci e difficilissimo per i fedeli laici. In cambio di che cosa se dopo la morte si precipita nel nulla? La Illuminazione, peraltro quasi irraggiungibile, poteva ancora proporsi in astratto come il Grande Sogno Indiano del Novecento dopo la conquista dell'indipendenza (il Buddhismo è rimasto attivo nell'inconscio degli Indiani a qualunque religione siano associati), ma le nuovissime intraprese industriali del paese avevano bisogno di qualche effettiva concretezza. Da qui una schiera di valenti matematici e scienziati elettronici attivi in India o emigrati soprattutto negli Stati Uniti. Lontana e opposta a ogni insegnamento buddhista, che impone anzitutto di non procurare mai e in nessun modo sofferenze al nostro prossimo, la grande democrazia indiana non ha trovato di meglio che destinare immense risorse alla costruzione della bomba atomica. Il Grande Sogno Indiano stava pericolosamente assumendo la forma del fungo. Il Buddhismo classico si fonda su una selva di regole di comportamento che, se fossero osservate garantirebbero la pace universale (ma non si può dire altrettanto del Cristianesimo?). Compassione e comprensione sono i primi requisiti indispensabili per potersi avviare sulla strada che conduce alla Illuminazione. Prendere il voto di bodhisattva, che è un grado di passaggio di chi aspira a raggiungere l'Illuminazione, implica l'osservanza di un certo numero di precetti e di divieti. Per prima cosa il bodhisattva «deve astenersi dall'uccidere, dal rubare, dal causare torti con la sessualità (noi diremmo non desiderare la donna d'altri), dal mentire, dall'usare droghe, dal portare rancore». Mi sembra il minimo che si possa pretendere da un aspirante alla Illuminazione che non voglia rischiare la galera. Seguono quarantotto regole minori, un vero codice di comportamento per la quotidianità: non mancare di rispetto al maestro. Non spingere un monaco ad abbandonare lo stato monastico. Astenersi dal consumare carne. Non essere causa di incendi boschivi. Non perdersi in chiacchiere. Non rispettare i precetti per timore di diventare impopolari. Non nutrirsi di spettacoli a base di azioni improprie. Non accettare doni ottenuti in modo disonesto. Eccetera. È evidente che anche nell'India arcaica c'erano sciagurati che appiccavano il fuoco ai boschi, che si drogavano, si lasciavano corrompere, si pascevano di spettacoli insulsi e si perdevano in chiacchiere, che è una profezia perfetta della TV. Secondo le scuole del Buddhismo antico, un buddha è un essere che, nel corso delle sue numerose vite passate di bodhisattva, poco a poco si è liberato da tutti gli oscuramenti per conseguire la piena Illuminazione nel corso della sua ultima vita terrena alla fine della quale entra nel nirvana (che sembra un eufemismo per nominare la morte). Come si riconosce un Buddha Illuminato? Il Dizionario ci spiega come appare il suo corpo fisico, casomai ci capitasse di incontrarne un esemplare. Ecco alcuni dei marchi maggiori. Piedi posati solidamente al suolo, come lo è una tartaruga. Palmo delle mani e pianta dei piedi morbidi e soffici. Dita affusolate. Alta statura e corpo eretto. Peli diritti. Polpacci simili a quelli di una antilope. Sesso nascosto da una guaina. Pelle di colore dorato. La parte superiore del corpo simile a quella di un leone. Spalle larghe. Certamente questi marchi maggiori scoraggiano da eventuali contraffazioni i possibili nuovi aspiranti alla Illuminazione che non abbiamo il fisico di un Richard Gere (fra l'altro neoconvertito al Buddhismo). Dicono ancora i testi sacri che i marchi maggiori del corpo di un buddha sono simili a quelli di un «sovrano universale». Difficile da verificare come termine di confronto. Il Buddhismo, con i suoi difficili programmi e i suoi concetti sfumati ai bordi è ormai fuori dalla politica attiva e dalla vita sociale, rifugiato in un paese di alte montagne come il Tibet, o nei reclusi monasteri Zen del Giappone. In compenso sta acquistando lentamente nuovi fedeli in Occidente (settantaquattromila in Italia, tutti convertiti piuttosto recenti), sopravvive quasi sottotraccia in associazioni internazionali come la giapponese Soka-gakkai, annoverata come società segreta (una società segreta con alcuni milioni di soci nel mondo oltre a quelli in Giappone) ma che recluta i suoi candidati secondo selezioni mirate soprattutto al pacifismo e alla ecologia. Negli anni Settanta scrissi sulla terza pagina del Corriere della Sera un articolo («Il rospo nucleare») sul pericolo delle centrali nucleari e il problema delle scorie. Dopo una decina di giorni ricevetti in abbonamento omaggio dal Giappone il bollettino della Soka-gakkai.
Li Zhensheng, fotografo testimone della Rivoluzione culturale
vale il viaggio!
La Provincia di Como 13.1.04
Li Zhensheng, fotografo nei dieci anni del fanatismo maoista
Rivoluzione culturale: la tempesta cinese
Angelo Z. Gatti
Il primo nome, avuto alla nascita e scelto dal nonno che, contadino della provincia dello Shandong, ha studiato per gli esami della contea e quindi considerato un uomo assai istruito, è «Zhensheng», che significa: «Come un canto che si libra nell’aria, la tua fama raggiungerà i quattro angoli della terra». È l’autunno del 1940 e Li Zhensheng nasce a Dalian, provincia del Liaoning nel nord-est della Cina. Il secondo nome gli viene dato all’inizio del 1967, quando, fotogiornalista del Quotidiano dell’Heilongjiang di Harbin, capitale della remota provincia ai confini con l’allora Unione Sovietica, diventato Guardia Rossa, dopo aver costituito un «gruppo ribelle», si reca a Pechino per il riconoscimento ufficiale. Il Quartier generale nazionale dei Ribelli Rossi decide di appoggiare il gruppo giudicandolo formato da «ribelli veri»: «Colore Rosso Soldato di Notizie» è il nome scelto accompagnato dalla fascia da mettere al braccio con i caratteri della calligrafia di Mao. Colore Rosso Soldato di Notizie è il titolo del bel catalogo edito dalla Phaidon Press Ltd in occasione della mostra "Li Zhensheng. L’odissea di un fotografo cinese nella Rivoluzione Culturale (1966-1976)", aperta a Palazzo Magnani di Reggio Emilia fino al 15 febbraio. L’esposizione è divisa in cinque sezioni: inizia dagli anni che preparano la Rivoluzione Culturale e termina con la morte di Mao e l’incriminazione della «Banda dei Quattro». Sono 140 fotografie (su un totale di circa 1.000) scattate da Li Zhensheng a testimonianza della violenza e della follia che sconvolsero la Cina per un decennio. I negativi più compromettenti sono rimasti segreti per oltre trent’anni, conservati in un buco del pavimento di legno della sua casa avvolti in tela cerata. Li Zhensheng li ha portati fortunosamente (e fortunatamente) in Occidente dentro buste di carta bruna, raggruppate con degli elastici e annotate con date, luoghi, nomi e titoli delle persone, circostanze degli scatti. Il catalogo, a cura di Robert Pledge e di Gabriel Bauret e con una introduzione del noto sinologo Jonathan D. Spence, presenta più del doppio delle fotografie esposte. Le cinque sezioni sono precedute da capitoli autobiografici, in cui Li Zhensheng racconta episodi della propria esistenza sullo sfondo degli eventi storici trattati e in cui riporta numerose foto riguardanti la vita privata con varie istantanee eseguite con l’autoscatto. Ci sono: la felicità della prima macchina fotografia avuta in cambio di duecento francobolli (una 120 mm giapponese), l’entusiasmo degli anni di attività come fotografo per il giornale, il fervore giovanile per gli ideali propugnati dal «libretto rosso» con le massime di Mao, vero breviario che tutti doveveno avere con sé da consultare, da studiare, da diffondere, il culto per la personalità del «grande educatore, grande capo, grande comandante supremo e grande timoniere», ma anche la disillusione di fronte agli eccessi rivoluzionari, la denuncia e la permanenza in un campo di rieducazione. Dopo il fallimento del «Grande Balzo» (1958) e delle comuni agricole, con la conseguente carestia che costò la vita a più di venti milioni di persone, Mao si ritira dalla vita politica. Cinque anni più tardi però egli lancia il «Movimento per l’educazione socialista» per combattere le deviazioni ideologiche e la corruzione. Hanno inizio la campagna contro i «quattro elementi neri» (proprietari terrieri, contadini ricchi, controrivoluzionari, individui malvagi), e le «sedute di denuncia» in cui i cattivi elementi sono criticati pubblicamente. È il preludio della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, il cui avvio è decretato il 16 maggio 1966. Mao dà il suo appoggio alla fazione più radicale del partito comunista per «condannare e ripudiare le idee borghesi e reazionarie nell’educazione, nel giornalismo, nella letteratura, nell’arte, nella stampa». Si forma il movimento delle Guardie Rosse che, nato in una scuola di Pechino, presto di diffonde in tutto il paese. «Distruggere il vecchio per costruire il nuovo», «Ribellarsi è giusto», «Bombardare il quartier generale» sono gli slogan che compaiono scritti a mano nei dazibao sui muri e che sono urlati per le strade e nelle piazze dalle Guardie Rosse impegnate nella lotta contro ogni tipo di autorità. Scuole, università, accademie vengono chiuse; gli insegnanti, gli intellettuali, gli artisti sono perseguitati e processati, messi alla berlina, costretti al silenzio; anche le gerarchie del partito, centrali e periferiche, sono violentemente attaccate. per ristabilire l’ordine il presidente Lui Shaoqi chiede l’aiuto di Mao, ma questi, sostenuto dall’ultrasinistra con a capo la moglie Jiang Qing, si schiera apertamente con le Guardie Rosse, comparendo più volte sulla piazza Tienanmen davanti a milioni di giovani, con nelle mani il libretto rosso e sul braccio la fascia del movimento. È l’avallo alla nuova rivoluzione. La Cina piomba nel caos: manifestazioni di massa, scontri tra l’Esercito Popolare e le Guardie Rosse, processi pubblici, rastrellamenti nelle case, imprigionamenti e vessazioni. Gli accusati (spesso vittime di delazioni vendicative) sono esposti alle folle che urlano invettive, imbrattati di inchiostro, costretti a portare cappelli d’asino e cartelli con scritti i loro crimini. Da parte dei “ribelli” cresce il culto per Mao che raggiunge limiti ridicoli e assurdi. Li Zhensheng, fotoreporter inviato per documentare sia le celebrazioni ufficiali, sia le pubbliche sessioni di denuncia (comprese le esecuzioni capitali), dopo aver ripreso una manifestazione di studenti, deve ritoccare la foto scattata perchè i pugni alzati dei dimostranti, che inneggiano a Mao, sembrano colpirne la gigantografia. Sposi novelli che hanno sopra il letto immagini di Mao, alle critiche per aver avuto rapporti sessuali sotto lo sguardo del leader, rispondono di averlo sempre fatto a luci spente... Nel 1968 però Mao decide di porre fine all’anarchia delle Guardie Rosse che ha scatenato la guerra civile, lanciando il programma delle «scuole di rieducazione 7 maggio»: milioni di studenti vengono mandati nelle campagne a scontare i loro errori col lavoro manuale e con lo studio degli scritti di Mao e per imparare dai contadini. Li Zhensheng, incriminato da una fazione avversa con accuse meschine e infondate, è inviato in campagna per due anni di rieducazione. Nel 1972 è riabilitato e ritorna nella redazione del giornale. I disastri, le aberrazioni, i danni fisici e morali della Rivoluzione Culturale sono stati rivissuti nei ricordi dentro i racconti e i romanzi Wang Meng, di Acheng, di Mo Yan, di Yu Hua, di Dai Sijie e del Premio Nobel 2000 Gao Xingjian, o ricostruiti nella finzione cinematografica (da noi ne L’ultimo imperatore di Bertolucci). Le foto di Li Zhensheng riconducono alla tragica realtà di quegli anni infausti con un bianco e nero fortemente coinvolgente. La predizione relativa al nome scelto dal nonno si sta avverando: la mostra, che nell’autunno scorso ha ottenuto un grande successo all’Hotel del Sully a Parigi, nel 2004, dopo Reggio Emilia, sarà esposta a Bruxelles e a Londra.
«Li Zhensheng. L’odissea di un fotografo cinese nella Rivoluzione Culturale (1966-1976)», Reggio Emilia, Palazzo Magnani (Corso Garibaldi, 29) - Orari: 9,30-13,00/15,00-19, 00. Lunedì chiuso. Catalogo Phaidon Press Ltd. Fino al 15 febbraio 2004
La Provincia di Como 13.1.04
Li Zhensheng, fotografo nei dieci anni del fanatismo maoista
Rivoluzione culturale: la tempesta cinese
Angelo Z. Gatti
Il primo nome, avuto alla nascita e scelto dal nonno che, contadino della provincia dello Shandong, ha studiato per gli esami della contea e quindi considerato un uomo assai istruito, è «Zhensheng», che significa: «Come un canto che si libra nell’aria, la tua fama raggiungerà i quattro angoli della terra». È l’autunno del 1940 e Li Zhensheng nasce a Dalian, provincia del Liaoning nel nord-est della Cina. Il secondo nome gli viene dato all’inizio del 1967, quando, fotogiornalista del Quotidiano dell’Heilongjiang di Harbin, capitale della remota provincia ai confini con l’allora Unione Sovietica, diventato Guardia Rossa, dopo aver costituito un «gruppo ribelle», si reca a Pechino per il riconoscimento ufficiale. Il Quartier generale nazionale dei Ribelli Rossi decide di appoggiare il gruppo giudicandolo formato da «ribelli veri»: «Colore Rosso Soldato di Notizie» è il nome scelto accompagnato dalla fascia da mettere al braccio con i caratteri della calligrafia di Mao. Colore Rosso Soldato di Notizie è il titolo del bel catalogo edito dalla Phaidon Press Ltd in occasione della mostra "Li Zhensheng. L’odissea di un fotografo cinese nella Rivoluzione Culturale (1966-1976)", aperta a Palazzo Magnani di Reggio Emilia fino al 15 febbraio. L’esposizione è divisa in cinque sezioni: inizia dagli anni che preparano la Rivoluzione Culturale e termina con la morte di Mao e l’incriminazione della «Banda dei Quattro». Sono 140 fotografie (su un totale di circa 1.000) scattate da Li Zhensheng a testimonianza della violenza e della follia che sconvolsero la Cina per un decennio. I negativi più compromettenti sono rimasti segreti per oltre trent’anni, conservati in un buco del pavimento di legno della sua casa avvolti in tela cerata. Li Zhensheng li ha portati fortunosamente (e fortunatamente) in Occidente dentro buste di carta bruna, raggruppate con degli elastici e annotate con date, luoghi, nomi e titoli delle persone, circostanze degli scatti. Il catalogo, a cura di Robert Pledge e di Gabriel Bauret e con una introduzione del noto sinologo Jonathan D. Spence, presenta più del doppio delle fotografie esposte. Le cinque sezioni sono precedute da capitoli autobiografici, in cui Li Zhensheng racconta episodi della propria esistenza sullo sfondo degli eventi storici trattati e in cui riporta numerose foto riguardanti la vita privata con varie istantanee eseguite con l’autoscatto. Ci sono: la felicità della prima macchina fotografia avuta in cambio di duecento francobolli (una 120 mm giapponese), l’entusiasmo degli anni di attività come fotografo per il giornale, il fervore giovanile per gli ideali propugnati dal «libretto rosso» con le massime di Mao, vero breviario che tutti doveveno avere con sé da consultare, da studiare, da diffondere, il culto per la personalità del «grande educatore, grande capo, grande comandante supremo e grande timoniere», ma anche la disillusione di fronte agli eccessi rivoluzionari, la denuncia e la permanenza in un campo di rieducazione. Dopo il fallimento del «Grande Balzo» (1958) e delle comuni agricole, con la conseguente carestia che costò la vita a più di venti milioni di persone, Mao si ritira dalla vita politica. Cinque anni più tardi però egli lancia il «Movimento per l’educazione socialista» per combattere le deviazioni ideologiche e la corruzione. Hanno inizio la campagna contro i «quattro elementi neri» (proprietari terrieri, contadini ricchi, controrivoluzionari, individui malvagi), e le «sedute di denuncia» in cui i cattivi elementi sono criticati pubblicamente. È il preludio della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, il cui avvio è decretato il 16 maggio 1966. Mao dà il suo appoggio alla fazione più radicale del partito comunista per «condannare e ripudiare le idee borghesi e reazionarie nell’educazione, nel giornalismo, nella letteratura, nell’arte, nella stampa». Si forma il movimento delle Guardie Rosse che, nato in una scuola di Pechino, presto di diffonde in tutto il paese. «Distruggere il vecchio per costruire il nuovo», «Ribellarsi è giusto», «Bombardare il quartier generale» sono gli slogan che compaiono scritti a mano nei dazibao sui muri e che sono urlati per le strade e nelle piazze dalle Guardie Rosse impegnate nella lotta contro ogni tipo di autorità. Scuole, università, accademie vengono chiuse; gli insegnanti, gli intellettuali, gli artisti sono perseguitati e processati, messi alla berlina, costretti al silenzio; anche le gerarchie del partito, centrali e periferiche, sono violentemente attaccate. per ristabilire l’ordine il presidente Lui Shaoqi chiede l’aiuto di Mao, ma questi, sostenuto dall’ultrasinistra con a capo la moglie Jiang Qing, si schiera apertamente con le Guardie Rosse, comparendo più volte sulla piazza Tienanmen davanti a milioni di giovani, con nelle mani il libretto rosso e sul braccio la fascia del movimento. È l’avallo alla nuova rivoluzione. La Cina piomba nel caos: manifestazioni di massa, scontri tra l’Esercito Popolare e le Guardie Rosse, processi pubblici, rastrellamenti nelle case, imprigionamenti e vessazioni. Gli accusati (spesso vittime di delazioni vendicative) sono esposti alle folle che urlano invettive, imbrattati di inchiostro, costretti a portare cappelli d’asino e cartelli con scritti i loro crimini. Da parte dei “ribelli” cresce il culto per Mao che raggiunge limiti ridicoli e assurdi. Li Zhensheng, fotoreporter inviato per documentare sia le celebrazioni ufficiali, sia le pubbliche sessioni di denuncia (comprese le esecuzioni capitali), dopo aver ripreso una manifestazione di studenti, deve ritoccare la foto scattata perchè i pugni alzati dei dimostranti, che inneggiano a Mao, sembrano colpirne la gigantografia. Sposi novelli che hanno sopra il letto immagini di Mao, alle critiche per aver avuto rapporti sessuali sotto lo sguardo del leader, rispondono di averlo sempre fatto a luci spente... Nel 1968 però Mao decide di porre fine all’anarchia delle Guardie Rosse che ha scatenato la guerra civile, lanciando il programma delle «scuole di rieducazione 7 maggio»: milioni di studenti vengono mandati nelle campagne a scontare i loro errori col lavoro manuale e con lo studio degli scritti di Mao e per imparare dai contadini. Li Zhensheng, incriminato da una fazione avversa con accuse meschine e infondate, è inviato in campagna per due anni di rieducazione. Nel 1972 è riabilitato e ritorna nella redazione del giornale. I disastri, le aberrazioni, i danni fisici e morali della Rivoluzione Culturale sono stati rivissuti nei ricordi dentro i racconti e i romanzi Wang Meng, di Acheng, di Mo Yan, di Yu Hua, di Dai Sijie e del Premio Nobel 2000 Gao Xingjian, o ricostruiti nella finzione cinematografica (da noi ne L’ultimo imperatore di Bertolucci). Le foto di Li Zhensheng riconducono alla tragica realtà di quegli anni infausti con un bianco e nero fortemente coinvolgente. La predizione relativa al nome scelto dal nonno si sta avverando: la mostra, che nell’autunno scorso ha ottenuto un grande successo all’Hotel del Sully a Parigi, nel 2004, dopo Reggio Emilia, sarà esposta a Bruxelles e a Londra.
«Li Zhensheng. L’odissea di un fotografo cinese nella Rivoluzione Culturale (1966-1976)», Reggio Emilia, Palazzo Magnani (Corso Garibaldi, 29) - Orari: 9,30-13,00/15,00-19, 00. Lunedì chiuso. Catalogo Phaidon Press Ltd. Fino al 15 febbraio 2004
cristiani ortodossi
La Stampa 13 Gennaio 2004
Gli ortodossi, attuali
perché antimoderni
di Silvia Ronchey
DA quando è caduto il muro di Berlino - più per l'attivismo del Papa polacco, si dice, che per l'iniziativa della pur sanguinosamente perseguitata Chiesa ortodossa - si è discusso a lungo e in molte sedi sulla presunta scarsa propensione dell'ortodossia al pluralismo o addirittura sulla sua «estraneità alle grandi correnti della cultura europea». Durante il recente conflitto nel Kosovo, di fronte all'acquiescenza al regime serbo del locale clero, Julia Kristeva azzardò un'analisi teologico-psicologica dell'«uomo ortodosso». Nella dottrina trinitaria della processione dello Spirito Santo la filosofa scorgeva il seme di un pessimismo profondo sulla possibilità di riscatto in terra, cui attribuiva la millenaria remissività dei popoli ortodossi ai totalitarismi, la mancanza in loro di quell'interventismo «umanitario» che caratterizza invece la Chiesa latina.
Anche il libro curato da Andrea Pacini e pubblicato dal Centro di Studi Religiosi Comparati Edoardo Agnelli, L’Ortodossia nella nuova Europa. Dinamiche storiche e prospettive, sembra porsi la stessa domanda. L'ortodossia è adatta a integrarsi nella Nuova Europa? O costituisce un universo specifico, magari portatore di valori conflittuali con la tradizione europea occidentale? Grandi specialisti, nei loro documentati saggi, hanno tentato di rispondere, esaltando la capacità del pensiero ortodosso di risuscitare e trasmettere l'eredità ellenica e bizantina e nello stesso tempo di dialogare con l'Europa riformata e poi illuminista, sino ai grandi fermenti culturali della Russia post-napoleonica, ai movimenti di liberazione balcanici, all'elaborazione del concetto di nazione, alla difficile situazione delle Chiese ortodosse nel XX secolo.
Ma proprio leggendo il bel saggio di Adriano Roccucci sulla Chiesa russa viene da chiedersi se la domanda stessa non sia, nel fondo, sbagliata, se l'utilità dell'ortodossia per la Nuova Europa non stia proprio nella sua innegabile e radicale refrattarietà alla cultura egemone del mondo moderno. I padri ortodossi riflettono sulla distruttività del progressismo, sul crollo del marxismo che ha avuto come unico risultato l'«invasione dei sottoprodotti della non-cultura americana», sul dovere morale di combattere «il livellamento delle identità» che «ha raggiunto alla fine del XX secolo il suo culmine».
Nel suo rincorrere la modernità la Chiesa cattolica è forse come Achille dietro la tartaruga: non la raggiungerà mai. Mentre al tradizionalismo della spiritualità ortodossa, saldamente ferma all'eredità ellenica e all'umanesimo bizantino, si ricongiungono, come le lancette di un orologio che abbia compiuto intero il suo giro, le correnti più avanzate e eversive del pensiero moderno.
Gli ortodossi, attuali
perché antimoderni
di Silvia Ronchey
DA quando è caduto il muro di Berlino - più per l'attivismo del Papa polacco, si dice, che per l'iniziativa della pur sanguinosamente perseguitata Chiesa ortodossa - si è discusso a lungo e in molte sedi sulla presunta scarsa propensione dell'ortodossia al pluralismo o addirittura sulla sua «estraneità alle grandi correnti della cultura europea». Durante il recente conflitto nel Kosovo, di fronte all'acquiescenza al regime serbo del locale clero, Julia Kristeva azzardò un'analisi teologico-psicologica dell'«uomo ortodosso». Nella dottrina trinitaria della processione dello Spirito Santo la filosofa scorgeva il seme di un pessimismo profondo sulla possibilità di riscatto in terra, cui attribuiva la millenaria remissività dei popoli ortodossi ai totalitarismi, la mancanza in loro di quell'interventismo «umanitario» che caratterizza invece la Chiesa latina.
Anche il libro curato da Andrea Pacini e pubblicato dal Centro di Studi Religiosi Comparati Edoardo Agnelli, L’Ortodossia nella nuova Europa. Dinamiche storiche e prospettive, sembra porsi la stessa domanda. L'ortodossia è adatta a integrarsi nella Nuova Europa? O costituisce un universo specifico, magari portatore di valori conflittuali con la tradizione europea occidentale? Grandi specialisti, nei loro documentati saggi, hanno tentato di rispondere, esaltando la capacità del pensiero ortodosso di risuscitare e trasmettere l'eredità ellenica e bizantina e nello stesso tempo di dialogare con l'Europa riformata e poi illuminista, sino ai grandi fermenti culturali della Russia post-napoleonica, ai movimenti di liberazione balcanici, all'elaborazione del concetto di nazione, alla difficile situazione delle Chiese ortodosse nel XX secolo.
Ma proprio leggendo il bel saggio di Adriano Roccucci sulla Chiesa russa viene da chiedersi se la domanda stessa non sia, nel fondo, sbagliata, se l'utilità dell'ortodossia per la Nuova Europa non stia proprio nella sua innegabile e radicale refrattarietà alla cultura egemone del mondo moderno. I padri ortodossi riflettono sulla distruttività del progressismo, sul crollo del marxismo che ha avuto come unico risultato l'«invasione dei sottoprodotti della non-cultura americana», sul dovere morale di combattere «il livellamento delle identità» che «ha raggiunto alla fine del XX secolo il suo culmine».
Nel suo rincorrere la modernità la Chiesa cattolica è forse come Achille dietro la tartaruga: non la raggiungerà mai. Mentre al tradizionalismo della spiritualità ortodossa, saldamente ferma all'eredità ellenica e all'umanesimo bizantino, si ricongiungono, come le lancette di un orologio che abbia compiuto intero il suo giro, le correnti più avanzate e eversive del pensiero moderno.
Edoardo Boncinelli, sul tempo
La Stampa 13 Gennaio 2004
LO SCANDIRE DELLA VITA NELL’OPERA CHE LO SCRITTORE PRESENTA OGGI AI MARTEDÌ DEL CASINÒ
Il tempo fra fisica, biologia e psicologia
L’ora esatta al millesimo nel libro di Edoardo Boncinelli
di Bruno Monticone
SANREMO. Il tempo? Lo conosciamo tutti, ma che cos’è esattamente? Chi assicura che una determinata ora, sia veramente l’ora esatta? Dubbi che rimangono persino quando si pensa all’UTC, sigla che vuol dire «Coordinated Universal time», cui ci si può collegare via Internet (www.timeanddate,com), che dovrebbe essere la stima più precisa del tempo che esista sulla terra. In teoria tutti gli orologi, situati ai quattro angoli della terra, dovrebbero essere sincronizzati con l’UTC cui viene accreditata una stima del tempo al massimo della precisione: si dice possa sgarrare solo di un secondo ogni dieci milioni di anni. Ma l’UTC è davvero il tempo reale? Che cosa misura quel suo sistema di orologi ad altissima precisione?
Tante domande. Le stesse che si è posto Edoardo Boncinelli che, le sue domande (e qualche risposta) le ha raccolte nel suo libro «Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell’anima» che oggi aprirà, al teatro del casino (ore 16,30, ingresso libero) la stagione invernale dei Martedì Letterari, il ciclo culturale della casa da gioco, curato da Ito Ruscigni. Boncinelli è attualmente a capo del laboratorio di Biologia Molecolare dello Sviluppo presso il Dipartimento di Ricerca Biologica e Tecnologica dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, responsabile di settori di ricerca al CNR e docente di Biologia e Genetica all’Università Vita-Salute.
Ha aperto il suo libro con una citazione di Sant’Agostino: «Che cos’è, quindi, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede non lo so più», scrisse Sant’Agostino nelle «Confessioni». E Boncinelli riprende quell’interrogativo nel suo libro che ha diviso in tre parti per vivisezionare meglio il problema. E cerca di dare una spiegazione ad un problema ricco di significati attraverso tre strade: la fisica, la biologia, la psicologia. «Tre prospettive - dice Boncinelli - che possono essere anche situazioni esistenziali diverse e complementari, ognuna delle quali offre spunti per la comprensione delle altre due». «Un’altra contraddizione essenziale e costitutiva del concetto di tempo - continua - può essere individuata nella sua duplice natura di contenitore e di successione di contenuti. Il tempo può essere visto come il palcoscenico ove si succedono gli avvenimenti o come la rappresentazione degli stessi. Le due cose non sono materialmente separabili, data la natura unidimensionale e orientata dell’asse dei tempi: quel che si misura è correlato allo strumento di misura. Non esiste un modo per misurare il tempo che sia indipendente dal trascorrere del tempo».
LO SCANDIRE DELLA VITA NELL’OPERA CHE LO SCRITTORE PRESENTA OGGI AI MARTEDÌ DEL CASINÒ
Il tempo fra fisica, biologia e psicologia
L’ora esatta al millesimo nel libro di Edoardo Boncinelli
di Bruno Monticone
SANREMO. Il tempo? Lo conosciamo tutti, ma che cos’è esattamente? Chi assicura che una determinata ora, sia veramente l’ora esatta? Dubbi che rimangono persino quando si pensa all’UTC, sigla che vuol dire «Coordinated Universal time», cui ci si può collegare via Internet (www.timeanddate,com), che dovrebbe essere la stima più precisa del tempo che esista sulla terra. In teoria tutti gli orologi, situati ai quattro angoli della terra, dovrebbero essere sincronizzati con l’UTC cui viene accreditata una stima del tempo al massimo della precisione: si dice possa sgarrare solo di un secondo ogni dieci milioni di anni. Ma l’UTC è davvero il tempo reale? Che cosa misura quel suo sistema di orologi ad altissima precisione?
Tante domande. Le stesse che si è posto Edoardo Boncinelli che, le sue domande (e qualche risposta) le ha raccolte nel suo libro «Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell’anima» che oggi aprirà, al teatro del casino (ore 16,30, ingresso libero) la stagione invernale dei Martedì Letterari, il ciclo culturale della casa da gioco, curato da Ito Ruscigni. Boncinelli è attualmente a capo del laboratorio di Biologia Molecolare dello Sviluppo presso il Dipartimento di Ricerca Biologica e Tecnologica dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, responsabile di settori di ricerca al CNR e docente di Biologia e Genetica all’Università Vita-Salute.
Ha aperto il suo libro con una citazione di Sant’Agostino: «Che cos’è, quindi, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede non lo so più», scrisse Sant’Agostino nelle «Confessioni». E Boncinelli riprende quell’interrogativo nel suo libro che ha diviso in tre parti per vivisezionare meglio il problema. E cerca di dare una spiegazione ad un problema ricco di significati attraverso tre strade: la fisica, la biologia, la psicologia. «Tre prospettive - dice Boncinelli - che possono essere anche situazioni esistenziali diverse e complementari, ognuna delle quali offre spunti per la comprensione delle altre due». «Un’altra contraddizione essenziale e costitutiva del concetto di tempo - continua - può essere individuata nella sua duplice natura di contenitore e di successione di contenuti. Il tempo può essere visto come il palcoscenico ove si succedono gli avvenimenti o come la rappresentazione degli stessi. Le due cose non sono materialmente separabili, data la natura unidimensionale e orientata dell’asse dei tempi: quel che si misura è correlato allo strumento di misura. Non esiste un modo per misurare il tempo che sia indipendente dal trascorrere del tempo».
infanticida, assolta... guarita
Corriere della Sera 13.1.04
IL CASO IN VALTELLINA
«Voglio tornare a fare la mamma»
Loretta Zen, che annegò la figlia nella lavatrice: grazie alle cure ora sto bene. Mi mancano la famiglia e le mie montagne
di Angelo Panzer
LECCO - «Sogno di tornare a casa e riabbracciare i miei parenti. Non mi hanno mai lasciata sola». Ieri Loretta Zen, 33 anni, la donna che il 12 maggio del 2002 ha ucciso, mettendola in lavatrice, la figlia di 8 mesi, ha passeggiato con il marito Venanzio sul lungolago di Lecco. Hanno trascorso insieme una giornata diversa, lontano dalla clinica Zucchi di Carate Brianza, dove la donna è in cura da più di 18 mesi. Cappotto color camello, volto tranquillo: «Ora mi sento bene - dice -, le cure stanno dando i primi frutti». Uscire dal tunnel della tragedia non è stato facile per Loretta, che dopo il ricovero all'ospedale di Sondrio, ha sempre vissuto nella clinica specializzata dell'hinterland milanese. «Qui mi trovo a mio agio, sono assistita notte e giorno».
Giovedì scorso la donna è stata assolta dal giudice delle udienze preliminari del tribunale di Sondrio, Pietro Della Pona. Dopo la sentenza, la coppia si è riunita per trascorrere una giornata spensierata. Loretta Zen è libera fin dal maggio scorso. Ma dall'8 gennaio si sente «risollevata». «Dal giorno della tragedia è trascorso tanto tempo - dice il marito -, ma io ho fiducia, sono sicuro che Loretta ce la farà». Ieri mattina Venanzio Compagnoni ha lasciato Madonna dei Monti, una frazione di Valfurva, poco dopo le 6, per raggiungere la consorte a Carate Brianza. Ieri la coppia aveva un consulto con il primario Guido Donati e la psichiatra Monica Lammoglia. «Era un consulto importante - racconta Loretta - per fare il punto sulle cure». Un'ora di colloquio e al termine la decisione di proseguire la terapia fino a marzo. «Ancora due mesi di tempo poi potrò tornare nella mia terra». «Già essere a Lecco - continua - con queste montagne innevate mi fa sentire un po' più vicina a casa».
A Natale Loretta Zen è tornata in Valfurva. Una mezza giornata trascorsa con i parenti più stretti, poi in serata è tornata alla clinica di Carate. Invece ieri lei e il marito hanno scelto di fare una gita a Lecco. «Potevamo raggiungere anche la Valtellina e la Valfurva - racconta il marito Venanzio - ma avremmo trascorso la giornata in auto».
Dopo la sentenza di assoluzione era la prima volta che Loretta e Venanzio si incontravano. «Tutti i giorni ci sentiamo telefonicamente - spiega il marito -. Ogni mattina prima di andare al lavoro mi metto in contatto con Loretta, poi alla sera e prima di concludere la telefonata le dico: presto torneremo a vivere assieme».
In questi lunghi mesi la coppia non si è «persa». «Voglio bene a mia moglie come il giorno che l'ho sposata»: è il rinnovato atto d'amore di Venanzio verso Loretta. Sul futuro la coppia è ottimista.
Dopo il consulto e i consigli dei medici, Loretta e Venanzio si sono guardati negli occhi e si sono detti: «Per noi non c'è fretta». Poi: «Non è questione di settimane o mesi - osserva la donna - adesso mi sento meglio, sono risollevata, però mi atterrò scrupolosamente alle cure, come del resto ho sempre fatto». Dopo la sentenza dell'8 gennaio per Loretta Zen e il marito Venanzio sembra essere iniziata una nuova vita. E la giornata trascorsa ieri a Lecco è una prima conferma. A mezzogiorno hanno pranzato con gli amici. «Li abbiamo conosciuti in Valfurva, fanno parte di una polisportiva che pratica corsa in montagna, il mio sport preferito», commenta Venanzio. «Ci troviamo bene con loro. E non è cambiato niente da quando è successa la tragedia: come ci hanno invitato in passato, lo fanno tuttora».
Nel pomeriggio la coppia ha passeggiato sul lungolago e per le vie del centro, poi si sono avviati verso la clinica Zucchi. Appena saliti in auto Loretta ha chiesto la marito: «Vai sulla la statale 36». E all'imbocco della superstrada Venanzio chiede: «Direzione Monza o Sondrio? «Il cuore mi porta in Valfurva, però ora dobbiamo andare a Carate Brianza».
Poco dopo le 19 Loretta e Venanzio raggiungono la clinica di Carate Brianza. La giornata finisce, spunta qualche lacrima, poi la donna dice: «E' giusto così». «Qui sono tranquilla, mi trovo bene, devono seguire un percorso medico, poi potrò certamente tornare a casa». «Mi mancano quelle montagne, quel ambiente - conclude - sovente ho nostalgia». Infine la promessa: «Presto tornerò».
IL CASO IN VALTELLINA
«Voglio tornare a fare la mamma»
Loretta Zen, che annegò la figlia nella lavatrice: grazie alle cure ora sto bene. Mi mancano la famiglia e le mie montagne
di Angelo Panzer
LECCO - «Sogno di tornare a casa e riabbracciare i miei parenti. Non mi hanno mai lasciata sola». Ieri Loretta Zen, 33 anni, la donna che il 12 maggio del 2002 ha ucciso, mettendola in lavatrice, la figlia di 8 mesi, ha passeggiato con il marito Venanzio sul lungolago di Lecco. Hanno trascorso insieme una giornata diversa, lontano dalla clinica Zucchi di Carate Brianza, dove la donna è in cura da più di 18 mesi. Cappotto color camello, volto tranquillo: «Ora mi sento bene - dice -, le cure stanno dando i primi frutti». Uscire dal tunnel della tragedia non è stato facile per Loretta, che dopo il ricovero all'ospedale di Sondrio, ha sempre vissuto nella clinica specializzata dell'hinterland milanese. «Qui mi trovo a mio agio, sono assistita notte e giorno».
Giovedì scorso la donna è stata assolta dal giudice delle udienze preliminari del tribunale di Sondrio, Pietro Della Pona. Dopo la sentenza, la coppia si è riunita per trascorrere una giornata spensierata. Loretta Zen è libera fin dal maggio scorso. Ma dall'8 gennaio si sente «risollevata». «Dal giorno della tragedia è trascorso tanto tempo - dice il marito -, ma io ho fiducia, sono sicuro che Loretta ce la farà». Ieri mattina Venanzio Compagnoni ha lasciato Madonna dei Monti, una frazione di Valfurva, poco dopo le 6, per raggiungere la consorte a Carate Brianza. Ieri la coppia aveva un consulto con il primario Guido Donati e la psichiatra Monica Lammoglia. «Era un consulto importante - racconta Loretta - per fare il punto sulle cure». Un'ora di colloquio e al termine la decisione di proseguire la terapia fino a marzo. «Ancora due mesi di tempo poi potrò tornare nella mia terra». «Già essere a Lecco - continua - con queste montagne innevate mi fa sentire un po' più vicina a casa».
A Natale Loretta Zen è tornata in Valfurva. Una mezza giornata trascorsa con i parenti più stretti, poi in serata è tornata alla clinica di Carate. Invece ieri lei e il marito hanno scelto di fare una gita a Lecco. «Potevamo raggiungere anche la Valtellina e la Valfurva - racconta il marito Venanzio - ma avremmo trascorso la giornata in auto».
Dopo la sentenza di assoluzione era la prima volta che Loretta e Venanzio si incontravano. «Tutti i giorni ci sentiamo telefonicamente - spiega il marito -. Ogni mattina prima di andare al lavoro mi metto in contatto con Loretta, poi alla sera e prima di concludere la telefonata le dico: presto torneremo a vivere assieme».
In questi lunghi mesi la coppia non si è «persa». «Voglio bene a mia moglie come il giorno che l'ho sposata»: è il rinnovato atto d'amore di Venanzio verso Loretta. Sul futuro la coppia è ottimista.
Dopo il consulto e i consigli dei medici, Loretta e Venanzio si sono guardati negli occhi e si sono detti: «Per noi non c'è fretta». Poi: «Non è questione di settimane o mesi - osserva la donna - adesso mi sento meglio, sono risollevata, però mi atterrò scrupolosamente alle cure, come del resto ho sempre fatto». Dopo la sentenza dell'8 gennaio per Loretta Zen e il marito Venanzio sembra essere iniziata una nuova vita. E la giornata trascorsa ieri a Lecco è una prima conferma. A mezzogiorno hanno pranzato con gli amici. «Li abbiamo conosciuti in Valfurva, fanno parte di una polisportiva che pratica corsa in montagna, il mio sport preferito», commenta Venanzio. «Ci troviamo bene con loro. E non è cambiato niente da quando è successa la tragedia: come ci hanno invitato in passato, lo fanno tuttora».
Nel pomeriggio la coppia ha passeggiato sul lungolago e per le vie del centro, poi si sono avviati verso la clinica Zucchi. Appena saliti in auto Loretta ha chiesto la marito: «Vai sulla la statale 36». E all'imbocco della superstrada Venanzio chiede: «Direzione Monza o Sondrio? «Il cuore mi porta in Valfurva, però ora dobbiamo andare a Carate Brianza».
Poco dopo le 19 Loretta e Venanzio raggiungono la clinica di Carate Brianza. La giornata finisce, spunta qualche lacrima, poi la donna dice: «E' giusto così». «Qui sono tranquilla, mi trovo bene, devono seguire un percorso medico, poi potrò certamente tornare a casa». «Mi mancano quelle montagne, quel ambiente - conclude - sovente ho nostalgia». Infine la promessa: «Presto tornerò».
Marco Bellocchio
il Tempo 13.1.04
per le sfilate romane di AltaRoma
[...]
Ancora non è stata scelta, ma potrebbe essere proprio uno studio di Cinecittà, la location del grande party inaugurale della kermesse, scaturito come sempre dall'infinita fantasia del granitico Presidente di AltaRoma Stefano Dominella che sta mettendo in piedi un'edizione memorabile - 36 gli stilisti in calendario - strettamente legata al grande cinema e alla Hollywood sul Tevere. Nel corso della seratona, oltre alla proiezione del cartoon modaiolo, si esibiranno cantanti, comici e, come guest-star, due stilisti fuori del calendario con relative creazioni (ancora da scegliere tra 6 in lizza).
«Sono da sempre innamorato del cinema. Ho studiato all'Accademia di Arte Drammatica: sì, volevo fare l'attore. Del resto, anche nella vita, non si recita in continuo?!», confessa per la prima volta Dominella. Che ha fatto realizzare anche 7 videoclip con cui una serie di attori e registi di rango omaggiano la couture capitolina. Saranno proiettati prima di 7 sfilate (da finire, ancora, gli abbinamenti). I cineasti che parlano di cosa significhi per loro la moda, del suo fascino e di come l'hanno utilizzata nei loro film sono Marco Bellocchio (sarà abbinato al defilè di Lella Curiel), Pappi Corsicato (accompagnerà il debutto capitolino della fiorentina Chiara Boni), Gillo Pontecorvo, Carlo e Enrico Vanzina, Ferzan Ozpetck.
Ovviamente ogni intervista è corredata da trailers dei loro film. [...]
per le sfilate romane di AltaRoma
[...]
Ancora non è stata scelta, ma potrebbe essere proprio uno studio di Cinecittà, la location del grande party inaugurale della kermesse, scaturito come sempre dall'infinita fantasia del granitico Presidente di AltaRoma Stefano Dominella che sta mettendo in piedi un'edizione memorabile - 36 gli stilisti in calendario - strettamente legata al grande cinema e alla Hollywood sul Tevere. Nel corso della seratona, oltre alla proiezione del cartoon modaiolo, si esibiranno cantanti, comici e, come guest-star, due stilisti fuori del calendario con relative creazioni (ancora da scegliere tra 6 in lizza).
«Sono da sempre innamorato del cinema. Ho studiato all'Accademia di Arte Drammatica: sì, volevo fare l'attore. Del resto, anche nella vita, non si recita in continuo?!», confessa per la prima volta Dominella. Che ha fatto realizzare anche 7 videoclip con cui una serie di attori e registi di rango omaggiano la couture capitolina. Saranno proiettati prima di 7 sfilate (da finire, ancora, gli abbinamenti). I cineasti che parlano di cosa significhi per loro la moda, del suo fascino e di come l'hanno utilizzata nei loro film sono Marco Bellocchio (sarà abbinato al defilè di Lella Curiel), Pappi Corsicato (accompagnerà il debutto capitolino della fiorentina Chiara Boni), Gillo Pontecorvo, Carlo e Enrico Vanzina, Ferzan Ozpetck.
Ovviamente ogni intervista è corredata da trailers dei loro film. [...]
lunedì 12 gennaio 2004
i dati sugli omicidi in famiglia
citato al Lunedì
La Stampa 12.1.04
IL RAPPORTO EURISPES
Un crimine ogni due giorni
Un giorno sì e un giorno no viene compiuto un delitto tra le mura domestiche. Crescono i crimini in famiglia. L’Eurispes lancia l’allarme: in Italia si verifica un delitto familiare ogni due giorni. Nei primi quattro mesi del 2003 gli omicidi sono stati 49 (ai quali vanno aggiunti cinque tentati omicidi) e le vittime 62. I delitti maturati all’interno dei «rapporti di prossimità» hanno superato quelli legati alla malavita e alla criminalità organizzata. In Nei delitti in famiglia prevale il movente passionale, con il 27% dei casi che al Sud salgono al 35%. La fascia oraria più a rischio è quella tra le 18 e le 24 (39% dei casi), poi quella dalle 24 alle 6. Durante la settimana il picco è al lunedì con il 21%, mentre il venerdì è il giorno più sicuro. Il 46,2% dei killer ha usato un’arma da fuoco, il 19,2% un’arma da taglio, e poi corpi contundenti, percosse, soffocamento, strangolamento. A compiere gli omicidi sono soprattutto autori singoli (44%), seguiti dai delitti in associazione e in concorso. Vengono uccisi più uomini che donne. In forte calo gli omicidi dei criminali «per professione» (dal 15 al 4,6%) e delle prostitute (dal 4,3 all’1,3%), mentre sono aumentate le vittime disoccupate. Gli italiani rappresentano l’82,5% delle vittime. Tra gli stranieri prevalgono albanesi e romeni.
La Stampa 12.1.04
IL RAPPORTO EURISPES
Un crimine ogni due giorni
Un giorno sì e un giorno no viene compiuto un delitto tra le mura domestiche. Crescono i crimini in famiglia. L’Eurispes lancia l’allarme: in Italia si verifica un delitto familiare ogni due giorni. Nei primi quattro mesi del 2003 gli omicidi sono stati 49 (ai quali vanno aggiunti cinque tentati omicidi) e le vittime 62. I delitti maturati all’interno dei «rapporti di prossimità» hanno superato quelli legati alla malavita e alla criminalità organizzata. In Nei delitti in famiglia prevale il movente passionale, con il 27% dei casi che al Sud salgono al 35%. La fascia oraria più a rischio è quella tra le 18 e le 24 (39% dei casi), poi quella dalle 24 alle 6. Durante la settimana il picco è al lunedì con il 21%, mentre il venerdì è il giorno più sicuro. Il 46,2% dei killer ha usato un’arma da fuoco, il 19,2% un’arma da taglio, e poi corpi contundenti, percosse, soffocamento, strangolamento. A compiere gli omicidi sono soprattutto autori singoli (44%), seguiti dai delitti in associazione e in concorso. Vengono uccisi più uomini che donne. In forte calo gli omicidi dei criminali «per professione» (dal 15 al 4,6%) e delle prostitute (dal 4,3 all’1,3%), mentre sono aumentate le vittime disoccupate. Gli italiani rappresentano l’82,5% delle vittime. Tra gli stranieri prevalgono albanesi e romeni.
ancora sull'ipotesi amerikana dell'esistenza di una base neurologica della "repressione della memoria"
Le Scienze 11.01.2004
Ecco come dimentichiamo
Scoperta una base neurobiologica per la repressione della memoria
Alcuni ricercatori dell'Università dell'Oregon e dell'Università di Stanford hanno individuato un meccanismo nel cervello umano che blocca i ricordi non desiderati. Si tratta della prima volta che viene trovata una base neurobiologica per la repressione della memoria. La scoperta, opera degli psicologi Michael Anderson, John D.E. Gabrieli e colleghi, è stata pubblicata sul numero del 9 gennaio 2004 della rivista "Science".
La ricerca fornisce prove a sostegno delle teorie di Sigmund Freud, che circa cento anni fa ipotizzava l'esistenza di un meccanismo di repressione volontaria che espelle dalla consapevolezza i ricordi non desiderati. Da allora il concetto di repressione della memoria è rimasto molto vago e controverso, anche perché era difficile immaginare come potesse verificarsi un processo simile nel cervello. Eppure il processo potrebbe essere applicato più spesso e facilmente di quanto previsto.
Secondo Anderson, non si tratta di qualcosa limitato alle esperienze traumatiche: il processo di dimenticanza attiva è applicato diffusamente, ogni volta che siamo distratti da ricordi piacevoli o spiacevoli. "Si tratta di un meccanismo di base - spiega il ricercatore - che il cervello sfrutta per escludere ogni tipo di memoria che ci può distrarre, in modo da concentrarci sul compito che stiamo eseguendo".
Per mimare il processo in laboratorio, Anderson e Gabrieli hanno sottoposto alcuni soggetti a una procedura sviluppata per l'occasione. I partecipanti dovevano innanzitutto imparare alcune coppie di parole. Veniva poi sottoposta loro la prima parola e gli si chiedeva di pensare alla seconda parola o di sopprimerne la consapevolezza. Durante questo compito, i soggetti sono stati esaminati con tecniche di risonanza magnetica funzionale (fMRI) che producevano immagini dei tessuti cerebrali al lavoro.
Dopo questa fase, Anderson ha messo alla prova la memoria dei soggetti per tutte le coppie di parole, confermando così che la soppressione della consapevolezza delle memorie non desiderate risultava nell'inibizione della memoria. Lo studio ha rivelato che i ricordi possono essere eliminati grazie ad aree del cervello simili a quelle usate quando si cerca di bloccare azioni fisiche spontanee.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Ecco come dimentichiamo
Scoperta una base neurobiologica per la repressione della memoria
Alcuni ricercatori dell'Università dell'Oregon e dell'Università di Stanford hanno individuato un meccanismo nel cervello umano che blocca i ricordi non desiderati. Si tratta della prima volta che viene trovata una base neurobiologica per la repressione della memoria. La scoperta, opera degli psicologi Michael Anderson, John D.E. Gabrieli e colleghi, è stata pubblicata sul numero del 9 gennaio 2004 della rivista "Science".
La ricerca fornisce prove a sostegno delle teorie di Sigmund Freud, che circa cento anni fa ipotizzava l'esistenza di un meccanismo di repressione volontaria che espelle dalla consapevolezza i ricordi non desiderati. Da allora il concetto di repressione della memoria è rimasto molto vago e controverso, anche perché era difficile immaginare come potesse verificarsi un processo simile nel cervello. Eppure il processo potrebbe essere applicato più spesso e facilmente di quanto previsto.
Secondo Anderson, non si tratta di qualcosa limitato alle esperienze traumatiche: il processo di dimenticanza attiva è applicato diffusamente, ogni volta che siamo distratti da ricordi piacevoli o spiacevoli. "Si tratta di un meccanismo di base - spiega il ricercatore - che il cervello sfrutta per escludere ogni tipo di memoria che ci può distrarre, in modo da concentrarci sul compito che stiamo eseguendo".
Per mimare il processo in laboratorio, Anderson e Gabrieli hanno sottoposto alcuni soggetti a una procedura sviluppata per l'occasione. I partecipanti dovevano innanzitutto imparare alcune coppie di parole. Veniva poi sottoposta loro la prima parola e gli si chiedeva di pensare alla seconda parola o di sopprimerne la consapevolezza. Durante questo compito, i soggetti sono stati esaminati con tecniche di risonanza magnetica funzionale (fMRI) che producevano immagini dei tessuti cerebrali al lavoro.
Dopo questa fase, Anderson ha messo alla prova la memoria dei soggetti per tutte le coppie di parole, confermando così che la soppressione della consapevolezza delle memorie non desiderate risultava nell'inibizione della memoria. Lo studio ha rivelato che i ricordi possono essere eliminati grazie ad aree del cervello simili a quelle usate quando si cerca di bloccare azioni fisiche spontanee.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Dante Aristotele e Beatrice
La Repubblica 12.1.04
SAGGI
QUESTO È DANTE TRA BEATRICE E IL SOGNO FILOSOFICO
di GIUSEPPE LEONELLI
Questo libro nasce, si precisa nella premessa, da una riflessione su temi danteschi cominciata quaranta anni fa, sviluppatasi progressivamente attraverso formulazioni per lo più mentali e solo di recente approdata alla scrittura. È il risultato di un cammino lungo, ma non solitario, attraverso la Commedia e le opere minori, tra cui spiccano la Vita nuova, il Convivio, la Monarchia, compiuto da un maestro di studi filosofici e storici in riferimento e costante dialogo con altri illustri interpreti quali, per citarne alcuni, Barbi, Torraca, Contini, Bruno Nardi, Sapegno, Vinay.
Siamo di fronte a un'opera di grande interesse, densa e ricca, che la perfetta calibratura dei ragionamenti e la trasparenza del linguaggio aprono anche al lettore non specialista. Fossimo nell'Italia di qualche anno fa, ancora priva di internet, ma fornita di ottima scuola, attenta allo studio di Dante, raccomanderemmo come propedeutico alla proficua degustazione solo un buon liceo. È quello che basta per apprezzare la trattazione pienamente sviluppata e argomentata di problematiche intraviste ai tempi delle prime inseminazioni scolastiche: la concezione della storia in Dante, il vario e progressivo articolarsi dell'idea dell'Impero dal Convito alla Commedia e alla Monarchia, la presenza di Aristotele, quel che possiamo e quel che non possiamo dire riguardo all'identificazione del "veltro". Ma vi sono altri interrogativi, non meno appassionanti: è il caso del vero senso delle varie incarnazioni della donna gentile e delle "parole forti e terribili" con cui Beatrice, sul vertice del Purgatorio, "rimprovera a Dante il suo traviamento". È possibile, si chiede Sasso, che Beatrice si riferisse solo a un vano episodio biografico o, peggio ancora, alla filosofia, come di solito s'intende connettendo, come fanno un po´ meccanicamente alcuni studiosi, la Commedia alla Vita Nuova e al Convivio? Ne risulta un'osservazione metodologica da far propria: ogni opera di Dante va giudicata a sé, senza indulgere alla confezione di "linee di svolgimento in cui, nel dare e nel ricevere, ciascuna acquisti il suo senso". Qualche volta, come a proposito del concetto di Provvidenza dantesco, bisogna rassegnarsi, rinunciando a coerenze forzate e quindi fuorvianti, all'ambiguità
Gennaro Sasso, Dante L'Imperatore e Aristotele Istituto storico italiano per il Medio Evo pagg. 326, s.i.p.
SAGGI
QUESTO È DANTE TRA BEATRICE E IL SOGNO FILOSOFICO
di GIUSEPPE LEONELLI
Questo libro nasce, si precisa nella premessa, da una riflessione su temi danteschi cominciata quaranta anni fa, sviluppatasi progressivamente attraverso formulazioni per lo più mentali e solo di recente approdata alla scrittura. È il risultato di un cammino lungo, ma non solitario, attraverso la Commedia e le opere minori, tra cui spiccano la Vita nuova, il Convivio, la Monarchia, compiuto da un maestro di studi filosofici e storici in riferimento e costante dialogo con altri illustri interpreti quali, per citarne alcuni, Barbi, Torraca, Contini, Bruno Nardi, Sapegno, Vinay.
Siamo di fronte a un'opera di grande interesse, densa e ricca, che la perfetta calibratura dei ragionamenti e la trasparenza del linguaggio aprono anche al lettore non specialista. Fossimo nell'Italia di qualche anno fa, ancora priva di internet, ma fornita di ottima scuola, attenta allo studio di Dante, raccomanderemmo come propedeutico alla proficua degustazione solo un buon liceo. È quello che basta per apprezzare la trattazione pienamente sviluppata e argomentata di problematiche intraviste ai tempi delle prime inseminazioni scolastiche: la concezione della storia in Dante, il vario e progressivo articolarsi dell'idea dell'Impero dal Convito alla Commedia e alla Monarchia, la presenza di Aristotele, quel che possiamo e quel che non possiamo dire riguardo all'identificazione del "veltro". Ma vi sono altri interrogativi, non meno appassionanti: è il caso del vero senso delle varie incarnazioni della donna gentile e delle "parole forti e terribili" con cui Beatrice, sul vertice del Purgatorio, "rimprovera a Dante il suo traviamento". È possibile, si chiede Sasso, che Beatrice si riferisse solo a un vano episodio biografico o, peggio ancora, alla filosofia, come di solito s'intende connettendo, come fanno un po´ meccanicamente alcuni studiosi, la Commedia alla Vita Nuova e al Convivio? Ne risulta un'osservazione metodologica da far propria: ogni opera di Dante va giudicata a sé, senza indulgere alla confezione di "linee di svolgimento in cui, nel dare e nel ricevere, ciascuna acquisti il suo senso". Qualche volta, come a proposito del concetto di Provvidenza dantesco, bisogna rassegnarsi, rinunciando a coerenze forzate e quindi fuorvianti, all'ambiguità
Gennaro Sasso, Dante L'Imperatore e Aristotele Istituto storico italiano per il Medio Evo pagg. 326, s.i.p.
delirio da rovina
citato al Lunedì
La Repubblica 12.1.03
L'INTERVISTA
Per lo psichiatra Pier Luigi Scapicchio [della Società di Psichiatria] equivale a una bomba a orologeria
"Si chiama delirio da rovina ecco i segni premonitori"
Perdita di interesse per la vita e foschi pensieri ricorrenti
Una patologia che si può curare purché la si individui in tempo
di DANIELE DIENA
ROMA - Una situazione ad alto rischio, del tutto simile ad una bomba ad orologeria innescata, che purtroppo è piuttosto difficile prevedere. In certi casi però il dramma può essere prevenuto e la problematica mentale che ne è all'origine curata: tutto sta a saper riconoscerne i sintomi premonitori, sempre che la persona che ne soffre non li camuffi, cosa che succede molto spesso.
È questa, in estrema sintesi, la lettura della strage di Viganò Brianza, secondo il professor Pier Luigi Scapicchio, Past President della Società Italiana di Psichiatria.
Come succede che una problematica personale, per quanto grave, sfoci in una strage familiare?
«È il classico omicidio-suicidio scaturito da una patologia depressiva grave, cui s'accompagna la volontà di risparmiare ai congiunti una sofferenza analoga. È quello che definiamo "delirio da rovina". Nella percezione d'una rovina imminente, chi progetta il suicidio pensa: "In un mondo così avverso, senza di me, non avete domani"».
Si parla di possibili preoccupazioni di salute e di problemi economici.
«Qualunque fattore somatico può generare la depressione, ma fa solo da supporto all'instaurarsi della malattia in chi è predisposto».
C'è forse un'età a più a rischio?
«Può succedere a qualunque età».
Una depressione tanto grave ha dei segni premonitori?
«L'evoluzione della depressione verso la violenza aggressiva è difficilmente prevedibile. Esistono però segni premonitori della depressione e del suicidio. Segnalano la prima il mutamento di umore, accompagnato da perdita d'interesse e di piacere nell'attività quotidiana. Quando si medita il suicidio, a questi atteggiamenti mentali s'accompagnano spesso pensieri ricorrenti sull'inutilità della vita».
Cosa rende difficile il riconoscimento di questi segnali?
«Innanzitutto la spiccata capacità di alcuni depressi gravi di camuffare il proprio stato. Ma talvolta intervengono anche fattori contingenti, come un improvviso problema economico che viene scambiato dai familiari come la causa del mutamento d'umore».
Come evitare queste tragedie, quando il malessere mentale è stato individuato?
«Occorrono psicofarmaci e psicoterapia integrata. E quando lo specialista di un Dipartimento di salute mentale teme possibili atti autolesionistici o a danno di terzi, la legge prevede il trattamento obbligatorio presso il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura».
Spesso però il malato non arriva al Dipartimento.
«Se il malato non è consapevole del suo stato tocca ai familiari farsene carico, ma spesso sono riluttanti, pensando che il problema sia irrisolvibile. Oppure non hanno la percezione reale della situazione, ingannati da fattori esterni, come potrebbe essere il caso in questione».
L'INTERVISTA
Per lo psichiatra Pier Luigi Scapicchio [della Società di Psichiatria] equivale a una bomba a orologeria
"Si chiama delirio da rovina ecco i segni premonitori"
Perdita di interesse per la vita e foschi pensieri ricorrenti
Una patologia che si può curare purché la si individui in tempo
di DANIELE DIENA
ROMA - Una situazione ad alto rischio, del tutto simile ad una bomba ad orologeria innescata, che purtroppo è piuttosto difficile prevedere. In certi casi però il dramma può essere prevenuto e la problematica mentale che ne è all'origine curata: tutto sta a saper riconoscerne i sintomi premonitori, sempre che la persona che ne soffre non li camuffi, cosa che succede molto spesso.
È questa, in estrema sintesi, la lettura della strage di Viganò Brianza, secondo il professor Pier Luigi Scapicchio, Past President della Società Italiana di Psichiatria.
Come succede che una problematica personale, per quanto grave, sfoci in una strage familiare?
«È il classico omicidio-suicidio scaturito da una patologia depressiva grave, cui s'accompagna la volontà di risparmiare ai congiunti una sofferenza analoga. È quello che definiamo "delirio da rovina". Nella percezione d'una rovina imminente, chi progetta il suicidio pensa: "In un mondo così avverso, senza di me, non avete domani"».
Si parla di possibili preoccupazioni di salute e di problemi economici.
«Qualunque fattore somatico può generare la depressione, ma fa solo da supporto all'instaurarsi della malattia in chi è predisposto».
C'è forse un'età a più a rischio?
«Può succedere a qualunque età».
Una depressione tanto grave ha dei segni premonitori?
«L'evoluzione della depressione verso la violenza aggressiva è difficilmente prevedibile. Esistono però segni premonitori della depressione e del suicidio. Segnalano la prima il mutamento di umore, accompagnato da perdita d'interesse e di piacere nell'attività quotidiana. Quando si medita il suicidio, a questi atteggiamenti mentali s'accompagnano spesso pensieri ricorrenti sull'inutilità della vita».
Cosa rende difficile il riconoscimento di questi segnali?
«Innanzitutto la spiccata capacità di alcuni depressi gravi di camuffare il proprio stato. Ma talvolta intervengono anche fattori contingenti, come un improvviso problema economico che viene scambiato dai familiari come la causa del mutamento d'umore».
Come evitare queste tragedie, quando il malessere mentale è stato individuato?
«Occorrono psicofarmaci e psicoterapia integrata. E quando lo specialista di un Dipartimento di salute mentale teme possibili atti autolesionistici o a danno di terzi, la legge prevede il trattamento obbligatorio presso il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura».
Spesso però il malato non arriva al Dipartimento.
«Se il malato non è consapevole del suo stato tocca ai familiari farsene carico, ma spesso sono riluttanti, pensando che il problema sia irrisolvibile. Oppure non hanno la percezione reale della situazione, ingannati da fattori esterni, come potrebbe essere il caso in questione».
a Berlino
la commemorazione di Rosa Luxemburg
Corriere della Sera 12.1.04
Alla commemorazione della fondatrice del partito comunista tedesco, presenti anche l’ultimo leader della Ddr e Bertinotti
Garofani rossi e nostalgia: Berlino in coda per la Luxemburg
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO - «Die Toten mahnen uns», i morti ci ammoniscono, è scritto sull’immenso menhir di granito che sovrasta il memoriale. Sarà per questo, perché prendono alla lettera quelle parole, che centomila berlinesi (secondo gli organizzatori, ma per la polizia erano 25 mila) tornano qui spontaneamente tutti gli anni? O è perché dentro quel cerchio di pietra, è seppellita una delle poche memorie condivise dalla città senza ombre? Accade ogni inverno, al cimitero di Friedrichsfelde, nel cuore della ex Berlino Est. Nessuno li organizza, nessuno li invita. Ma a commemorare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, i due fondatori del Partito comunista tedesco trucidati dalle squadre criminali della destra (chiamata dai socialdemocratici allora al governo) e gettati nella Spre il 15 gennaio del 1919, i centomila non mancano mai. Da quando, con la caduta del Muro e la fine del regime di Honecker, è finito anche il plumbeo rito della dittatura, questo è l’appuntamento del cuore di un popolo composito. Museo in marcia di ogni nostalgia marxista, è vero, denso di cariatidi e sopravvissuti. Ma non soltanto questo. Folla di ogni età e ogni impegno: anarchici e autonomi, giovani no-global e maturi pensionati, intellettuali socialdemocratici e immigrati clandestini, rocchettari e studenti dell’Ovest, gli stessi che in questi giorni girano nudi per le vie del centro, protestando contro i tagli ai fondi per l’Università.
E’ una di quelle mattine berlinesi prive di colore e gonfie di pioggia che non vuol diventare nevischio. Una banda di fiati alterna marcette a l’Internazionale. Gli altoparlanti diffondono musica classica. Il primo atto vede protagonisti i leader della Pds, il partito erede della Sed di Honecker, insieme ai loro ospiti stranieri, giunti a Berlino per tenere a battesimo il neocomunismo europeo.
C’è Gregor Gysi, stella di una breve stagione, ex senatore all’Economia del governo berlinese, un comunista che piaceva agli imprenditori, prima di tornare a far l’avvocato: «Dopo tante condanne del socialismo - dice - questa forte presenza è anche un modo per ricordare che, insieme a pagine oscure, ci furono persone, le quali pagarono con la vita il loro impegno per la giustizia sociale. Il socialismo aveva ideali forti e questo appuntamento annuale vuole dimostrarlo». «Rosa e Karl sono di tutti, non appartengono a nessuno», spiega Lothar Bisky, l’altra icona, quella ortodossa, della Pds.
Certo, anche Gysi e perfino Bisky avrebbero sicuramente preferito che, proprio accanto a Rosa Luxemburg, non fosse seppellito anche Walter Ulbricht, il dittatore che volle il Muro e inflisse il suo tallone di ferro ai tedeschi dell’Est. Sarà solo per ragioni di spazio, ma i garofani rossi piovono a migliaia anche sulla targa col suo nome.
Fausto Bertinotti guarda con compiaciuta sorpresa il serpente di donne e uomini, che girano disciplinati intorno al cerchio del memoriale, depongono il loro fiore e si allontanano: «In questo Paese, e non soltanto nel popolo della sinistra, la memoria è un elemento fondamentale dell’esistenza individuale. Ed è difficile trovare un’immagine più pulita e indiscutibile, priva di ogni elemento negativo, di quella di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht». Il Bertinotti politico riprende subito il sopravvento: «Ma il percorso della memoria esprime anche un grande bisogno di futuro, di fronte alle incertezze prodotte dalla rivoluzione capitalistica conservatrice, che chiamiamo globalizzazione».
Sulla scalinata di granito, la nostalgia segue con i suoi eterni volti di pietra, le ambizioni movimentiste di Bertinotti, Gysi, Rita Gagliardi e compagni. Ecco avanzarsi, appena uscito dalle patrie galere, il faccione di Egon Krenz, l’ultimo leader della Ddr, quello che si vide letteralmente crollare il Muro addosso. Fa capolino anche Markus Wolf, l’ex uomo senza volto, la spia che ispirò Le Carré e rovinò, stupidamente come poi ammise, la carriera a Willy Brandt.
Pochi chilometri più in là, sulla ex Stalin Allee oggi ribattezzata Frankfurter, ha inizio il secondo atto. Il grande corteo si snoda lungo la strada più monumentale di Berlino, in direzione di Friedrichsfelde. E la memoria stinge nella protesta. E’ una sintesi di tutte le ansie, che attraversano il Paese in questo inverno dello scontento, mentre il governo socialdemocratico disbosca, pezzo dopo pezzo, il leggendario Stato sociale tedesco. «Soldi per l’educazione, non per le armi», dice un cartello. In verità, il cancelliere, in questa fase, di denari ne ha pochi o punti per l’uno e per l’altro scopo.
Alla commemorazione della fondatrice del partito comunista tedesco, presenti anche l’ultimo leader della Ddr e Bertinotti
Garofani rossi e nostalgia: Berlino in coda per la Luxemburg
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO - «Die Toten mahnen uns», i morti ci ammoniscono, è scritto sull’immenso menhir di granito che sovrasta il memoriale. Sarà per questo, perché prendono alla lettera quelle parole, che centomila berlinesi (secondo gli organizzatori, ma per la polizia erano 25 mila) tornano qui spontaneamente tutti gli anni? O è perché dentro quel cerchio di pietra, è seppellita una delle poche memorie condivise dalla città senza ombre? Accade ogni inverno, al cimitero di Friedrichsfelde, nel cuore della ex Berlino Est. Nessuno li organizza, nessuno li invita. Ma a commemorare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, i due fondatori del Partito comunista tedesco trucidati dalle squadre criminali della destra (chiamata dai socialdemocratici allora al governo) e gettati nella Spre il 15 gennaio del 1919, i centomila non mancano mai. Da quando, con la caduta del Muro e la fine del regime di Honecker, è finito anche il plumbeo rito della dittatura, questo è l’appuntamento del cuore di un popolo composito. Museo in marcia di ogni nostalgia marxista, è vero, denso di cariatidi e sopravvissuti. Ma non soltanto questo. Folla di ogni età e ogni impegno: anarchici e autonomi, giovani no-global e maturi pensionati, intellettuali socialdemocratici e immigrati clandestini, rocchettari e studenti dell’Ovest, gli stessi che in questi giorni girano nudi per le vie del centro, protestando contro i tagli ai fondi per l’Università.
E’ una di quelle mattine berlinesi prive di colore e gonfie di pioggia che non vuol diventare nevischio. Una banda di fiati alterna marcette a l’Internazionale. Gli altoparlanti diffondono musica classica. Il primo atto vede protagonisti i leader della Pds, il partito erede della Sed di Honecker, insieme ai loro ospiti stranieri, giunti a Berlino per tenere a battesimo il neocomunismo europeo.
C’è Gregor Gysi, stella di una breve stagione, ex senatore all’Economia del governo berlinese, un comunista che piaceva agli imprenditori, prima di tornare a far l’avvocato: «Dopo tante condanne del socialismo - dice - questa forte presenza è anche un modo per ricordare che, insieme a pagine oscure, ci furono persone, le quali pagarono con la vita il loro impegno per la giustizia sociale. Il socialismo aveva ideali forti e questo appuntamento annuale vuole dimostrarlo». «Rosa e Karl sono di tutti, non appartengono a nessuno», spiega Lothar Bisky, l’altra icona, quella ortodossa, della Pds.
Certo, anche Gysi e perfino Bisky avrebbero sicuramente preferito che, proprio accanto a Rosa Luxemburg, non fosse seppellito anche Walter Ulbricht, il dittatore che volle il Muro e inflisse il suo tallone di ferro ai tedeschi dell’Est. Sarà solo per ragioni di spazio, ma i garofani rossi piovono a migliaia anche sulla targa col suo nome.
Fausto Bertinotti guarda con compiaciuta sorpresa il serpente di donne e uomini, che girano disciplinati intorno al cerchio del memoriale, depongono il loro fiore e si allontanano: «In questo Paese, e non soltanto nel popolo della sinistra, la memoria è un elemento fondamentale dell’esistenza individuale. Ed è difficile trovare un’immagine più pulita e indiscutibile, priva di ogni elemento negativo, di quella di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht». Il Bertinotti politico riprende subito il sopravvento: «Ma il percorso della memoria esprime anche un grande bisogno di futuro, di fronte alle incertezze prodotte dalla rivoluzione capitalistica conservatrice, che chiamiamo globalizzazione».
Sulla scalinata di granito, la nostalgia segue con i suoi eterni volti di pietra, le ambizioni movimentiste di Bertinotti, Gysi, Rita Gagliardi e compagni. Ecco avanzarsi, appena uscito dalle patrie galere, il faccione di Egon Krenz, l’ultimo leader della Ddr, quello che si vide letteralmente crollare il Muro addosso. Fa capolino anche Markus Wolf, l’ex uomo senza volto, la spia che ispirò Le Carré e rovinò, stupidamente come poi ammise, la carriera a Willy Brandt.
Pochi chilometri più in là, sulla ex Stalin Allee oggi ribattezzata Frankfurter, ha inizio il secondo atto. Il grande corteo si snoda lungo la strada più monumentale di Berlino, in direzione di Friedrichsfelde. E la memoria stinge nella protesta. E’ una sintesi di tutte le ansie, che attraversano il Paese in questo inverno dello scontento, mentre il governo socialdemocratico disbosca, pezzo dopo pezzo, il leggendario Stato sociale tedesco. «Soldi per l’educazione, non per le armi», dice un cartello. In verità, il cancelliere, in questa fase, di denari ne ha pochi o punti per l’uno e per l’altro scopo.
domenica 11 gennaio 2004
gli USA sono la nazione più religiosa del pianeta
Il Sole 24 ORE
DOMENICALE dell’11.1.04
Perché la Nazione leader del mondo industrializzato è anche la più religiosa? Un paradosso destinato a durare
DIO SALVI L’AMERICA
Negli Stati Uniti ci sono, per abitante, più chiese, sinagoghe, templi o moschee che in qualsiasi altro Paese. Quando Bush invoca la protzione divina nella lotta contro l’asse del male, la maggioranza dei cittadini approva. E anche nel conflitto politico domina il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa. Come ai tempi di Toqueville.
La tragedia dell’11 settembre ha dato nuovo impulso alla spiritualità. Dall’aborto alla lotta contro il terrorismo.
di EMILIO GENTILE
È il paradosso più paradossale in un Paese di paradossi: alla fine del terzo anno del terzo millennio, gli Stati Uniti sono la nazione più religiosa fra i Paesi più industrializzati e più ricchi del mondo contempotaneo, Gli stessi studiosi americani riconoscono la «natura paradossale della religione americana», come la definirono nel 1993 i sociologi Barry Khosmin a Seymour Lachman nel loro studio sulla religione nella società americana contemporanea, dove dimostravano che, invece di declinare con l'accelerata modernizzazione della società, secondo le teorie della secolarizzazione, la religione negli Stati Uniti era rimasta «dinamica, creativa, e importante, cambiando e sviluppandosi continuamente». Dieci anni dopo, un'indagine del settimanale inglese «The Economist» (8 novembre 2003), ci fa sapere che più dell'ottanta per cento degli americani dichiara di credere in Dio; il 58 per cento pensa che una persona che non crede in Dio non può essere morale; quasi il quaranta per cento degli americani, fra i quali l'ex presidente democratico Jimmy Carter e l'attuale presidente repubblicano George W. Bush, dichiara di essere “Cristiani rinati" (born-again Christian), cioé sono credenti che hanno avuto una esperienza personale di riscoperta della loro fede in Cristo, che ha cambiato la loro vita e ne guida la condotta.
La presenza attuale della religione negli Stati Uniti, nell'eterogenea molteplicità delle sue manifestazioni, che comprendono tutte le principali religioni del mondo, ha un espressione vistosamente tangibile nella diffusione dei luoghi dì culto. Da un numero speciale dedicato alla religione dal settimanale americano «US News & World Report, Mysteries of Faith», pubblicato lo scorso novembre, apprendiamo che negli Stati Uniti ci sono, per abitante, più chiese, sinagoghe, templi e moschee che in qualsiasi altra nazione del mondo: un luogo di culto per ogni 865 persone.
Dalla stessa indagine apprendiamo inoltre che più di quattro americani su cinque dichiarano di aver vissuto l'esperienza della presenza di Dio o di una forza spirituale, e il 46 per cento afferma che ciò gli è accaduto più volte. «C'è un profondo desiderio di un ancoraggio spirituale, una fame di Dio», ha spiegato il professionista dei sondaggi George Gallup jr.
Il fenomeno della religiosità degli americani fa parte dell'"eccezionalismo americano” che affascina e inquieta gli altri popoli del mondo, compreso gli europei. La religiosità americana appare ancor più "eccezionale" se la confrontiamo con i dati sulla religiosità in altri Paesi ricchi e industrializzati del continente europeo. Secondo un sondaggio condotto dal Pew Forum on Religion and Public Life, alla fine dello scorso anno in 44 Paesi di tutti i continenti, il 59 per cento degli americani afferma che la religione ha un ruolo molto importante nella loro esistenza, rispetto al 33 per cento degli inglesi, al 27 per cento degli italiani, al 21 per cento dei tedeschi e all'11 per cento dei francesi.
Certamente, i dati attuali sulla religiosità degli americani riflettono i profondi sconvolgimenti emotivi provocati dall'attacco terroristico dell'11 settembre, che hanno dato un immediato impulso al risveglio del sentimento religioso collettivo. In quei giorni, le chiese furono affollate da fedeli spaventati e disorientati in cerca di conforto, di spiegazione e, disperanza di fronte al più tragico evento della. storia americana dai tempi della Guerra civile. Tuttavia, un anno dopo, la frequenza alle funzioni religiose era tornata ai livelli precedenti l'attentato terroristico, scendendo dal 47 al 42 per cento, come dimostrava un sondaggio, pubblicato da Pameal Paul nel settembre 2002 sulla rivista «American Demographic». Nel maggio 2001, il 57 per cento degli americani aveva risposto a, un sondaggio Gallup di considerare la religione «molto importante»; questa percentuale era salita al 64 per cento due settimane dopo l'11 settembre, ma nel maggio 2002 era scesa al 56 per cento.
Questo calo è forse dovuto alla naturale attenuazione dell'impeto emotivo provocato dalla tragedia dell'11 settembre. Non per questo si può dire tuttavia che sia diminuita l'importanza della religione nella vita e nella società americane. La religione, infatti, sta godendo negli Stati Uniti una stagione di notevole rigoglio e i suoi effetti appaiono evidenti sia nel nuovo impegno pubblico delle istituzioni religiose su questioni socialì e politiche, dall'aborto alla guerra contro il terrorismo, sia nel rinnovato impiego politico della retorica religiosa da parte del presidente Geor- ge W. Bush, che si è intensificato dopo la tragedia dell'11 settembre. L'attuale. risveglio religioso è un fenomeno nuovo, ma non, del tutto inedito, perché, si inserisce in un più lungo e ampio processo in corso da alcuni decenni nella vita americana, cioè il «ritorno della religione nella sfera pubblica», secondo, l'efficace titolo (Religion Returns to the Public Square), di una raccolta di saggi sul rapporti fra fede e politica in America, pubblicata quest’anno
Centosettanta anni fa, Alexis de Tocqueville osservava che la religione era la principale istituzione politica degli Stati Uniti, e questa osservazione per molti aspetti è valida ancora oggi. La repubblica stellata è sorta da una popolazione convinta di formare una nazione scelta da Dio per rigenerare l'umanità. Duecento anni dopo, gli Stati Uniti, professano ancora la loro fede in Dio e la proclamano in tutto il mondo attraverso il motto nazionale scritto sulla moneta da un dollaro: «In God We Trust». Milioni di americani credono ancora, come i Padri Fondatori, di essere un «popolo quasi eletto da Dio», come lo definì Abraham Lincoln, per realizzare il bene su questa terra. «La politica è in larga parte una funzione della cultura e al cuore della cultura americana c'è la religione», hanno scritto Kosmin e Lachman. Dai Padri Fondatori a oggi, la grande maggioranza degli americani ritiene che una democrazia non può vivere senza un fondamento religioso. Daniel Boorstin, uno dei maggiori storici americani contemporanei, ha scritto che «nella vita americana non sono importanti le religioni, ma la religione ha un'importanza enorme». La costituzione degli Stati Uniti ha sancito il principio della separazione fra stato e chiesa, che rigorosamente vieta al governo di sostenere ufficialmente qualsiasi religione mentre garantisce la libertà per tutte le religioni. Tuttavia, la simbiosi fra politica e religione è stata sempre una costante della società americana. «La separazione fra stato e chiesa è una cosa, la separazione fra religione e politica è tutt'altra cosa. Nella società americanano, in ogni epoca, religione e politica si incontrano continuamente, così è stato, così sarà. E come potrebbe essere altrimenti?» osservava nel 2000 Jean Bethke Elshteain, docente di etica a Harvard.
Nell'Europa secolarizzata, molti si scandalizzano se George W. Bush invoca la protezione di Dio nella guerra contro l'"asse del male", ma il 62 per cento degli americani lo approva, come rileva un sondaggio del Pew Forum fatto nell'estate di quest'anno, mentre il 41 per cento di loro affermano che i leaders politici parlano poco di religione, anche se la maggioranza degli americani è egualmente contraria al diretto intervento di qualsiasi chiesa nella competizione politica. Da George Washington in poi, tutti i presidenti della repubblica americana, in pace e in guerra, hanno invocato l'aiuto dí Dio per compiere il loro mandato. Nel discorso di accettazione della candidatura a presidente, nel 1992, Bill Clinton menzionò Dio sei volte.
Durante la campagna elettorale del 2000, entrambi i candidati alla presidenza, Bush e Al Gore, si professarono pubblicamente fervidi credenti in Cristo, e favorevoli al finanziamento pubblico delle attività sociali fatte da organizzazioni religiose. Al centro del dibattito attuale sul futuro della democrazia americana, nel confronto fra conservatori e liberali, che passa attraverso le divisioni politiche e le confessioni religiose, domina tuttora il problema della religione e dei rapporti fra lo stato, e la chiesa. E questo confronto avrà probabilmente un'influenza decisiva sulla politica interna ed estera degli Stati Uniti, qualunque sia il partito al potere. Il dilemma americano all'alba del terzo millennio è stato così riassunto da A. James Reichley nel libro Faith in Politics uscito lo scorso anno: la religione può essere un serio pericolo per la democrazia, ma può una democrazia esistere senza il sostegno di valori ispirati dalla religione? La soluzione del dilemma dipenderà in gran parte dalla trasformazione del pluralismo religioso negli Stati Uniti e dall'atteggiamento che le molteplici religioni assumeranno nella vita civile e politica.
Molti studiosi prevedono, comunque, che la religione continuerà ad avere un ruolo importante nella vita americana del terzo millennio, anche se va tenuto presente che, negli Stati Uniti, essa è un mosaico in continua trasformazione, dove tuttora predomina il cristianesimo, ma che tuttavia cambia continuamente, soprattutto per l'afflusso di immigrati che professano le più diverse religioni del mondo. Sta sorgendo una «nuova America religiosa», ha affermato di recente Diana L. Eck, professore di "Comparative Religion and Indian Studies", prevedendo che nel nuovo millennio, la diversità religiosa sarà il fatto più importante della diversità di origine etnica e nazionale.
DOMENICALE dell’11.1.04
Perché la Nazione leader del mondo industrializzato è anche la più religiosa? Un paradosso destinato a durare
DIO SALVI L’AMERICA
Negli Stati Uniti ci sono, per abitante, più chiese, sinagoghe, templi o moschee che in qualsiasi altro Paese. Quando Bush invoca la protzione divina nella lotta contro l’asse del male, la maggioranza dei cittadini approva. E anche nel conflitto politico domina il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa. Come ai tempi di Toqueville.
La tragedia dell’11 settembre ha dato nuovo impulso alla spiritualità. Dall’aborto alla lotta contro il terrorismo.
di EMILIO GENTILE
È il paradosso più paradossale in un Paese di paradossi: alla fine del terzo anno del terzo millennio, gli Stati Uniti sono la nazione più religiosa fra i Paesi più industrializzati e più ricchi del mondo contempotaneo, Gli stessi studiosi americani riconoscono la «natura paradossale della religione americana», come la definirono nel 1993 i sociologi Barry Khosmin a Seymour Lachman nel loro studio sulla religione nella società americana contemporanea, dove dimostravano che, invece di declinare con l'accelerata modernizzazione della società, secondo le teorie della secolarizzazione, la religione negli Stati Uniti era rimasta «dinamica, creativa, e importante, cambiando e sviluppandosi continuamente». Dieci anni dopo, un'indagine del settimanale inglese «The Economist» (8 novembre 2003), ci fa sapere che più dell'ottanta per cento degli americani dichiara di credere in Dio; il 58 per cento pensa che una persona che non crede in Dio non può essere morale; quasi il quaranta per cento degli americani, fra i quali l'ex presidente democratico Jimmy Carter e l'attuale presidente repubblicano George W. Bush, dichiara di essere “Cristiani rinati" (born-again Christian), cioé sono credenti che hanno avuto una esperienza personale di riscoperta della loro fede in Cristo, che ha cambiato la loro vita e ne guida la condotta.
La presenza attuale della religione negli Stati Uniti, nell'eterogenea molteplicità delle sue manifestazioni, che comprendono tutte le principali religioni del mondo, ha un espressione vistosamente tangibile nella diffusione dei luoghi dì culto. Da un numero speciale dedicato alla religione dal settimanale americano «US News & World Report, Mysteries of Faith», pubblicato lo scorso novembre, apprendiamo che negli Stati Uniti ci sono, per abitante, più chiese, sinagoghe, templi e moschee che in qualsiasi altra nazione del mondo: un luogo di culto per ogni 865 persone.
Dalla stessa indagine apprendiamo inoltre che più di quattro americani su cinque dichiarano di aver vissuto l'esperienza della presenza di Dio o di una forza spirituale, e il 46 per cento afferma che ciò gli è accaduto più volte. «C'è un profondo desiderio di un ancoraggio spirituale, una fame di Dio», ha spiegato il professionista dei sondaggi George Gallup jr.
Il fenomeno della religiosità degli americani fa parte dell'"eccezionalismo americano” che affascina e inquieta gli altri popoli del mondo, compreso gli europei. La religiosità americana appare ancor più "eccezionale" se la confrontiamo con i dati sulla religiosità in altri Paesi ricchi e industrializzati del continente europeo. Secondo un sondaggio condotto dal Pew Forum on Religion and Public Life, alla fine dello scorso anno in 44 Paesi di tutti i continenti, il 59 per cento degli americani afferma che la religione ha un ruolo molto importante nella loro esistenza, rispetto al 33 per cento degli inglesi, al 27 per cento degli italiani, al 21 per cento dei tedeschi e all'11 per cento dei francesi.
Certamente, i dati attuali sulla religiosità degli americani riflettono i profondi sconvolgimenti emotivi provocati dall'attacco terroristico dell'11 settembre, che hanno dato un immediato impulso al risveglio del sentimento religioso collettivo. In quei giorni, le chiese furono affollate da fedeli spaventati e disorientati in cerca di conforto, di spiegazione e, disperanza di fronte al più tragico evento della. storia americana dai tempi della Guerra civile. Tuttavia, un anno dopo, la frequenza alle funzioni religiose era tornata ai livelli precedenti l'attentato terroristico, scendendo dal 47 al 42 per cento, come dimostrava un sondaggio, pubblicato da Pameal Paul nel settembre 2002 sulla rivista «American Demographic». Nel maggio 2001, il 57 per cento degli americani aveva risposto a, un sondaggio Gallup di considerare la religione «molto importante»; questa percentuale era salita al 64 per cento due settimane dopo l'11 settembre, ma nel maggio 2002 era scesa al 56 per cento.
Questo calo è forse dovuto alla naturale attenuazione dell'impeto emotivo provocato dalla tragedia dell'11 settembre. Non per questo si può dire tuttavia che sia diminuita l'importanza della religione nella vita e nella società americane. La religione, infatti, sta godendo negli Stati Uniti una stagione di notevole rigoglio e i suoi effetti appaiono evidenti sia nel nuovo impegno pubblico delle istituzioni religiose su questioni socialì e politiche, dall'aborto alla guerra contro il terrorismo, sia nel rinnovato impiego politico della retorica religiosa da parte del presidente Geor- ge W. Bush, che si è intensificato dopo la tragedia dell'11 settembre. L'attuale. risveglio religioso è un fenomeno nuovo, ma non, del tutto inedito, perché, si inserisce in un più lungo e ampio processo in corso da alcuni decenni nella vita americana, cioè il «ritorno della religione nella sfera pubblica», secondo, l'efficace titolo (Religion Returns to the Public Square), di una raccolta di saggi sul rapporti fra fede e politica in America, pubblicata quest’anno
Centosettanta anni fa, Alexis de Tocqueville osservava che la religione era la principale istituzione politica degli Stati Uniti, e questa osservazione per molti aspetti è valida ancora oggi. La repubblica stellata è sorta da una popolazione convinta di formare una nazione scelta da Dio per rigenerare l'umanità. Duecento anni dopo, gli Stati Uniti, professano ancora la loro fede in Dio e la proclamano in tutto il mondo attraverso il motto nazionale scritto sulla moneta da un dollaro: «In God We Trust». Milioni di americani credono ancora, come i Padri Fondatori, di essere un «popolo quasi eletto da Dio», come lo definì Abraham Lincoln, per realizzare il bene su questa terra. «La politica è in larga parte una funzione della cultura e al cuore della cultura americana c'è la religione», hanno scritto Kosmin e Lachman. Dai Padri Fondatori a oggi, la grande maggioranza degli americani ritiene che una democrazia non può vivere senza un fondamento religioso. Daniel Boorstin, uno dei maggiori storici americani contemporanei, ha scritto che «nella vita americana non sono importanti le religioni, ma la religione ha un'importanza enorme». La costituzione degli Stati Uniti ha sancito il principio della separazione fra stato e chiesa, che rigorosamente vieta al governo di sostenere ufficialmente qualsiasi religione mentre garantisce la libertà per tutte le religioni. Tuttavia, la simbiosi fra politica e religione è stata sempre una costante della società americana. «La separazione fra stato e chiesa è una cosa, la separazione fra religione e politica è tutt'altra cosa. Nella società americanano, in ogni epoca, religione e politica si incontrano continuamente, così è stato, così sarà. E come potrebbe essere altrimenti?» osservava nel 2000 Jean Bethke Elshteain, docente di etica a Harvard.
Nell'Europa secolarizzata, molti si scandalizzano se George W. Bush invoca la protezione di Dio nella guerra contro l'"asse del male", ma il 62 per cento degli americani lo approva, come rileva un sondaggio del Pew Forum fatto nell'estate di quest'anno, mentre il 41 per cento di loro affermano che i leaders politici parlano poco di religione, anche se la maggioranza degli americani è egualmente contraria al diretto intervento di qualsiasi chiesa nella competizione politica. Da George Washington in poi, tutti i presidenti della repubblica americana, in pace e in guerra, hanno invocato l'aiuto dí Dio per compiere il loro mandato. Nel discorso di accettazione della candidatura a presidente, nel 1992, Bill Clinton menzionò Dio sei volte.
Durante la campagna elettorale del 2000, entrambi i candidati alla presidenza, Bush e Al Gore, si professarono pubblicamente fervidi credenti in Cristo, e favorevoli al finanziamento pubblico delle attività sociali fatte da organizzazioni religiose. Al centro del dibattito attuale sul futuro della democrazia americana, nel confronto fra conservatori e liberali, che passa attraverso le divisioni politiche e le confessioni religiose, domina tuttora il problema della religione e dei rapporti fra lo stato, e la chiesa. E questo confronto avrà probabilmente un'influenza decisiva sulla politica interna ed estera degli Stati Uniti, qualunque sia il partito al potere. Il dilemma americano all'alba del terzo millennio è stato così riassunto da A. James Reichley nel libro Faith in Politics uscito lo scorso anno: la religione può essere un serio pericolo per la democrazia, ma può una democrazia esistere senza il sostegno di valori ispirati dalla religione? La soluzione del dilemma dipenderà in gran parte dalla trasformazione del pluralismo religioso negli Stati Uniti e dall'atteggiamento che le molteplici religioni assumeranno nella vita civile e politica.
Molti studiosi prevedono, comunque, che la religione continuerà ad avere un ruolo importante nella vita americana del terzo millennio, anche se va tenuto presente che, negli Stati Uniti, essa è un mosaico in continua trasformazione, dove tuttora predomina il cristianesimo, ma che tuttavia cambia continuamente, soprattutto per l'afflusso di immigrati che professano le più diverse religioni del mondo. Sta sorgendo una «nuova America religiosa», ha affermato di recente Diana L. Eck, professore di "Comparative Religion and Indian Studies", prevedendo che nel nuovo millennio, la diversità religiosa sarà il fatto più importante della diversità di origine etnica e nazionale.
espressione delle emozioni
ma certamente l'innatismo no...
Il sole 24 0RE Domenicale 11.1.04
Paul Ekman
Emozioni senza misteri
Alcune espressioni del volto sono universali: indicano con immediatezza gioia, ira, sdegno, sorpresa. A variare da cultura a cultura soo invece le regole e le convenzioni che ci inducono a mascherare sensazioni che proviamo o a simulare stati d’animo che non abbiamo. Come quando facciamo buon viso a cattivo gioco
di ARMANDO MASSARENTI
Paul Ekman forse non si sarebbe mai occupato di emozioni e di espressioni del volto umano, e dunque non avrebbe mai scritto Emotions Revealed, definito da Oliver Sacks il più completo e profondo libro sull'argomento dopo l'uscita, nel 1872, dell'Espressíone delle emozioni nell'uomo e negli animali, di Darwin, se non fosse stato per un paio di eventi del tutto casuali. A dimostrazione che la serendipity è sempre in agguato, pronta a dispensare i suoi benefici effetti laddove si manifesti una semplice condizione: la presenza di una mente portata per la ricerca, pronta a cogliere le migliori occasioni di conoscenza.
Nel 1965 l'Advanced Research Projects Agency del dipartimento della Difesa americano gli offrì un grant per studiare il comportamento non verbale nelle diverse culture. Egli però non ne usufruì, perché proprio in quel momento, a causa di uno scandalo relativo a un altro progetto di ricerca, si liberarono fondi assai più cospicui che dovevano essere comunque spesi. Ekman capitò per caso nell'ufficio dell'uomo che doveva decideme la destinazione, il quale aveva una moglie tailandese ed era fortemente impressionato dalle differenze di espressione tra lui e lei nella comunicazione non verbale. Chiese dunque a Ekman di trovare un modo per distinguere ciò che nelle espressioni umane è universale e ciò che è variabile culturalmente.
Erano tempi in cui nelle scienze sociali dominava il paradlgma, tuttora piuttosto influente, della tabula rasa. Tutto era appreso socialmente, tutto variava da cultura a cultura. Anche Ekman era di questa idea, e gli studiosi cui si rivolse per qualche consiglio, tra cui l'antropologa Margaret Mead e lo psicologo Gregory Bateson, la confermarono. Egli conosceva anche le tesi di Darwin - secondo cui non solo vi sono espressioni delle emozioni universali tra gli umani, ma ve ne sono di condivise anche da tutto il regno animale, grazie a un apparato muscolare facciale simile in diverse specie, a dimostrazione che l'uomo è parte del medesimo processo evolutivo - ma era convinto che fossero errate. Per puro caso - ecco il secondo colpo di serendipity - accadde che un lavoro di Ekman sui movimenti del corpo venisse pubblicato sullo stesso numero di una rivista in cui appariva un saggio sui volti di Silvan Tompkins. Questi sosteneva che vi sono espressioni facciali innate e dunque universali. Ekman rimase della sua idea, ma fu colpito dal fatto che, un secolo dopo Darwin, ci fosse ancora qualcuno impegnato a dimostrarne le tesi. Con l'onestà del buon ricercatore si propose di trovare un modo per verificarle. Mostrò una serie di fotografie a persone appartenenti a cinque culture diverse - Cile, Argentina, Brasìle, Giappone, Usa - chiedendo a ognuna a quale emozione corrispondesse una certa espressione. Il risultato era sorprendentemente, omogeneo, Darwin aveva ragione. Ma se bastava così poco per dimostrare l'universalità di certe espressioni perché tanti eccellenti studiosi sostenevano il contrario? Un allievo di Margaret Mead diceva che si era convinto che Darwin avesse torto quando aveva scoperto che ci sono società nelle quali la gente sorride quando è scontenta. Ma questo, sostiene Ekman, non dimostra affatto che tutto è appreso e culturale. Dimostra solo che esistono delle regole, variabili da cultura a cultura, che impongono certi modi di gestire le emozioni, esprimendole in tutta la loro purezza o mascherandole a seconda delle convenzioni sociali. Per esempio il perdente in una gara sportiva raramente manifesta l'emozione, tra l'arrabbiato e il deluso, che davvero sta provando. Le emozioni di base però sono le stesse. Gioia e dolore, paura e ira, sono comuni a tutti gli uomini.
Ekman ha cercato di dimostrarlo prima studiando i Fore della Nuova Guinea, poi catalogando i muscoli del viso, i loro movimenti e le espressioni che ne derivano. Ne è risultato un sistema codificato capace di identificare ogni muscolo del viso, e le migliaia di combinazioni di muscoli associate alle diverse emozioni. Quando gli individui cercano di simulare emozioni che non provano o di nascondere quelle che provano o quando invece si abbandonano ad esse, entrano in azione muscoli diversi. E questo accade per tutte le espressioni di emozioni individuate come universali: gioia, ira, paura, sorpresa, disgusto, tristezza, sdegno.
Prendiamo la gioia. Ekman ha scoperto che a quella autentica corrisponde una sola espressione del viso, uno solo dei 19 tipi di sorriso che la nostra muscolatura produce. È quello che prevede non solo che gli angoli della bocca siano rivolti verso l'alto, ma che si strizzino gli occhi in maniera che gli angoli producano delle piccole rughe, mentre le guance si sollevano verso l'alto. Ekman lo ha chiamato il «sorriso di Duchenne», in onore dello studioso che analizzò, nel 1862, il muscolo che circonda l'occhio, citato da Darwin e poi da tutti dimenticato. Si può distinguere un «sorriso di Duchenne» da un sorriso di circostanza, o da quello dei politici, o di chi fa buon viso a cattivo gioco, o anche da quello di un cinese arrabbiato. E possibile anche imparare a padroneggiare le espressioni del volto, e il lìbro di Ekman fornisce molti elementi per farlo. Ma non è una cosa semplice. Persino tra gli attori più famosi alcuni non ci sono mai riusciti, o forse vi hanno rinunciato fin dall'inizio. Di Clint Eastwood per esempio si dice che si sia specializzato in due sole espressioni: "con cappello" e "senza cappello".
Paul Ekman, «Emotions ReveaIed. Understanding Faces and Feelings», Weidenfeld & Nicolson, Londra 2003, pagg. 268, € 23,00
Paul Ekman
Emozioni senza misteri
Alcune espressioni del volto sono universali: indicano con immediatezza gioia, ira, sdegno, sorpresa. A variare da cultura a cultura soo invece le regole e le convenzioni che ci inducono a mascherare sensazioni che proviamo o a simulare stati d’animo che non abbiamo. Come quando facciamo buon viso a cattivo gioco
di ARMANDO MASSARENTI
Paul Ekman forse non si sarebbe mai occupato di emozioni e di espressioni del volto umano, e dunque non avrebbe mai scritto Emotions Revealed, definito da Oliver Sacks il più completo e profondo libro sull'argomento dopo l'uscita, nel 1872, dell'Espressíone delle emozioni nell'uomo e negli animali, di Darwin, se non fosse stato per un paio di eventi del tutto casuali. A dimostrazione che la serendipity è sempre in agguato, pronta a dispensare i suoi benefici effetti laddove si manifesti una semplice condizione: la presenza di una mente portata per la ricerca, pronta a cogliere le migliori occasioni di conoscenza.
Nel 1965 l'Advanced Research Projects Agency del dipartimento della Difesa americano gli offrì un grant per studiare il comportamento non verbale nelle diverse culture. Egli però non ne usufruì, perché proprio in quel momento, a causa di uno scandalo relativo a un altro progetto di ricerca, si liberarono fondi assai più cospicui che dovevano essere comunque spesi. Ekman capitò per caso nell'ufficio dell'uomo che doveva decideme la destinazione, il quale aveva una moglie tailandese ed era fortemente impressionato dalle differenze di espressione tra lui e lei nella comunicazione non verbale. Chiese dunque a Ekman di trovare un modo per distinguere ciò che nelle espressioni umane è universale e ciò che è variabile culturalmente.
Erano tempi in cui nelle scienze sociali dominava il paradlgma, tuttora piuttosto influente, della tabula rasa. Tutto era appreso socialmente, tutto variava da cultura a cultura. Anche Ekman era di questa idea, e gli studiosi cui si rivolse per qualche consiglio, tra cui l'antropologa Margaret Mead e lo psicologo Gregory Bateson, la confermarono. Egli conosceva anche le tesi di Darwin - secondo cui non solo vi sono espressioni delle emozioni universali tra gli umani, ma ve ne sono di condivise anche da tutto il regno animale, grazie a un apparato muscolare facciale simile in diverse specie, a dimostrazione che l'uomo è parte del medesimo processo evolutivo - ma era convinto che fossero errate. Per puro caso - ecco il secondo colpo di serendipity - accadde che un lavoro di Ekman sui movimenti del corpo venisse pubblicato sullo stesso numero di una rivista in cui appariva un saggio sui volti di Silvan Tompkins. Questi sosteneva che vi sono espressioni facciali innate e dunque universali. Ekman rimase della sua idea, ma fu colpito dal fatto che, un secolo dopo Darwin, ci fosse ancora qualcuno impegnato a dimostrarne le tesi. Con l'onestà del buon ricercatore si propose di trovare un modo per verificarle. Mostrò una serie di fotografie a persone appartenenti a cinque culture diverse - Cile, Argentina, Brasìle, Giappone, Usa - chiedendo a ognuna a quale emozione corrispondesse una certa espressione. Il risultato era sorprendentemente, omogeneo, Darwin aveva ragione. Ma se bastava così poco per dimostrare l'universalità di certe espressioni perché tanti eccellenti studiosi sostenevano il contrario? Un allievo di Margaret Mead diceva che si era convinto che Darwin avesse torto quando aveva scoperto che ci sono società nelle quali la gente sorride quando è scontenta. Ma questo, sostiene Ekman, non dimostra affatto che tutto è appreso e culturale. Dimostra solo che esistono delle regole, variabili da cultura a cultura, che impongono certi modi di gestire le emozioni, esprimendole in tutta la loro purezza o mascherandole a seconda delle convenzioni sociali. Per esempio il perdente in una gara sportiva raramente manifesta l'emozione, tra l'arrabbiato e il deluso, che davvero sta provando. Le emozioni di base però sono le stesse. Gioia e dolore, paura e ira, sono comuni a tutti gli uomini.
Ekman ha cercato di dimostrarlo prima studiando i Fore della Nuova Guinea, poi catalogando i muscoli del viso, i loro movimenti e le espressioni che ne derivano. Ne è risultato un sistema codificato capace di identificare ogni muscolo del viso, e le migliaia di combinazioni di muscoli associate alle diverse emozioni. Quando gli individui cercano di simulare emozioni che non provano o di nascondere quelle che provano o quando invece si abbandonano ad esse, entrano in azione muscoli diversi. E questo accade per tutte le espressioni di emozioni individuate come universali: gioia, ira, paura, sorpresa, disgusto, tristezza, sdegno.
Prendiamo la gioia. Ekman ha scoperto che a quella autentica corrisponde una sola espressione del viso, uno solo dei 19 tipi di sorriso che la nostra muscolatura produce. È quello che prevede non solo che gli angoli della bocca siano rivolti verso l'alto, ma che si strizzino gli occhi in maniera che gli angoli producano delle piccole rughe, mentre le guance si sollevano verso l'alto. Ekman lo ha chiamato il «sorriso di Duchenne», in onore dello studioso che analizzò, nel 1862, il muscolo che circonda l'occhio, citato da Darwin e poi da tutti dimenticato. Si può distinguere un «sorriso di Duchenne» da un sorriso di circostanza, o da quello dei politici, o di chi fa buon viso a cattivo gioco, o anche da quello di un cinese arrabbiato. E possibile anche imparare a padroneggiare le espressioni del volto, e il lìbro di Ekman fornisce molti elementi per farlo. Ma non è una cosa semplice. Persino tra gli attori più famosi alcuni non ci sono mai riusciti, o forse vi hanno rinunciato fin dall'inizio. Di Clint Eastwood per esempio si dice che si sia specializzato in due sole espressioni: "con cappello" e "senza cappello".
Paul Ekman, «Emotions ReveaIed. Understanding Faces and Feelings», Weidenfeld & Nicolson, Londra 2003, pagg. 268, € 23,00
VITTORIO FOA
una segnalazione di Licia Pastore
La Repubblica 11.1.04
La lunga amicizia con "Bindi", le violente polemiche per l'ossequio a Mussolini, le ragioni dell'ostilità verso gli azionisti
Foa: "Perché Bobbio fa paura"
"Mi stupii quando dichiarò d'essere stato fascista"
intervista di SIMONETTA FIORI
FORMIA - «Sì, è naturale, la morte di Bobbio mi procura un forte senso di commozione, ma non provo dolore perché ripenso alla sua vita, un'esistenza piena, vissuta come dono agli altri, un rapporto col mondo positivo, al di là di ogni pessimismo». Nel clima mite di Formia, Vittorio Foa ripercorre l'amicizia d'una vita con quello stile che l'ha reso celebre, la parola lieve, il pensiero acuto e mai prevedibile, il magistero morale, la curiosità, lo straordinario ancoraggio alla vita. «Lo incontrai la prima volta al liceo d'Azeglio, ma lo conobbi meglio all'Università. Mi affascinava la sua grande serietà, ma anche il senso conviviale, l'inclinazione allo humour. Era capace di mettere nella conversazione quel tanto di ironia che rende accettabile i discorsi seri».
Che rapporto c'era tra voi?
«Da ragazzi la complicità alternava gravità e leggerezza, tra amori, tè danzanti, partite a tarocchi e molto cinema francese. No, non c'era una vera confidenza, però l'uno sapeva dell'altro, come succede nelle piccole comunità. Anche se avevo un anno di meno - lui del 1909, io del 1910 - ci laureammo insieme nel 1931, ma con una preparazione differente: io avrei imparato a studiare più tardi».
Eravate molto diversi, anche nel temperamento.
«Sì, senza dubbio. Io avevo un'attività cospirativa, che era tenuta in disparte. La mia era una passione politica invasiva che avvertivo come cosa molto diversa dalla sua passione per la scienza».
Non c'era attrito per questo?
«No, né emulazione né sfida tra i due tipi di esperienza. Non ho mai tentato di fare del proselitismo politico per indurlo a essere militante. Rispettavo la missione che aveva scelto, e viceversa».
L'antifascismo combattente era un mondo separato da quello di Bobbio?
«Sì, due realtà diverse, eppure unite da qualcosa. Questo qualcosa era la cultura antifascista, che è poi la cultura tout court: ossia la difesa dei valori civili minacciati dalla dittatura di Mussolini. Ciò che differenzia "Bindi" - così noi lo chiamavamo - è questo suo arrestarsi sulla soglia della militanza, nell'antifascismo come su altri versanti della vita: ma io lo interpreto come ricchezza, una ricerca mai appagata di se stessi».
Bobbio riconosce a lei, Foa, di averlo aiutato a uscire dal filofascismo della sua famiglia.
«Mi vedeva vivere in un modo diverso rispetto ai rituali famigliari. Entrambi abbiamo imparato che nella politica lo strumento decisivo è l'esempio: bisogna dimostrare con il comportamento quali sono i valori fondanti. Se penso all'attuale centro-destra, è nell'esempio l'aspetto più degradante e pericoloso: il motto proverbiale di questo governo è pensa a te stesso, che poi vuol dire lasciami fare. Ecco, un altro tratto che mi univa a Bobbio era il bisogno di eticità, ossia non permettere che le cose vadano in modo sbagliato».
Le vostre vite sono state diverse, anche nelle scelte rispetto a Mussolini. Il carcerato Foa ha mai provato un senso di superiorità?
«Ho una memoria precisa del come vedevo dal carcere i miei amici che avevano scelto una vita quieta. Ricordavo i distintivi fascisti all'occhiello delle loro giacche, ma soltanto per affermarne l'assoluta irrilevanza dal punto di vista morale: il distintivo era solo un'adesione formale per difendere il lavoro. Mai mi sono sentito superiore».
Ma Bobbio portava il distintivo del Pnf?
«Questo non lo ricordo, ma non è importante. La sua lettera al duce non mi scandalizzò: era un atto di legittima difesa da una violenza imposta dalla dittatura».
Quando nel 1992 fu pubblicata la lettera, lei con forza lo difese.
«Io la lettera la conoscevo da tempo, ma per discrezione preferii non farne cenno con "Bindi". Poi accadde un fatto curioso. Quando la missiva riprese a circolare, lo chiamai per assicurargli pieno sostegno. Ma la mia testimonianza sul comune sentire antifascista comparve sulla Stampa a fianco della sua singolare ammissione: sì, sono stato fascista. Ci rimasi male, non capivo perché si fosse abbandonato a una confessione non veridica. Lei crede che dopo tante partite a tarocchi, sempre nella stessa bottiglieria di via San Massimo e con persone come Franco Antonicelli, non mi sarei accorto del suo filofascismo?».
Ma perché Bobbio lo disse?
«Non l'ho mai capito. So però che era molto amareggiato. Poco prima che la lettera venisse pubblicata su Panorama, mi confidò al telefono: "Sento l'ombra dei passi spietati"».
La polemica fu violenta. Alcuni sospettarono che quell'aggressione a Bobbio mirasse a delegittimare la prima Repubblica nel suo Dna costitutivo, ereditato dall'antifascismo.
«Allora non interpretai quella polemica in chiave di congiura politica, piuttosto come esibizione giornalistica spregiudicata».
Ma come spiega che Bobbio sia stato oggetto di attacchi così virulenti?
«È l'azionismo che negli anni Novanta ha fatto paura a molti. Ricordo una polemica con Galli della Loggia su una radio svizzera. Ernesto sostenne che l'azionismo era pericoloso per la politica italiana e io dovetti spiegare ai funzionari della radio che il partito d'azione era morto da quasi mezzo secolo. Questo era il clima».
Ma perché faceva paura?
«Forse perché era una sorta di metafora della ricerca. Se l'essere umano cerca, è pericoloso; se ha già trovato, si sta tranquilli. Il partito d'azione significava cercare qualcosa».
Altra accusa rivolta a Bobbio è lo strabismo: critico verso il fascismo, indulgente verso il comunismo. Lei recentemente, in un libro-intervista con Carlo Ginzburg, ha dichiarato di essere stato ambiguo verso il comunismo sovietico, nel senso che preferì rimuovere alcune critiche pur di non essere isolato dai suoi compagni socialisti. Estenderebbe questa considerazione anche a Bobbio, o la riflessione è legata soprattutto alla sua esperienza di militante nel 1950 subalterno ai comunisti?
«Vorrei chiarire una cosa. Quel libro è stato strumentalizzato, nel senso che la mia riflessione è stata letta come confessione di un'inadempienza storica, mentre io fornivo un'analisi del perché in quegli anni la sinistra si disinteressasse quasi completamente dei dissenzienti in Urss. Il mio era un tentativo di storicizzazione ed è stato letto come un pentimento. Venendo a Bobbio: abbiamo mancato entrambi, ma cosa potevamo fare di diverso? Erano anni in cui bastava una parola per essere prigionieri della Cia».
Del temperamento differente abbiamo già detto. Diverso anche il modo di intendere la vecchiaia. Lei, Foa, il "De Senectute" bobbiano non l'avrebbe mai potuto scrivere.
«Lo scriverei in modo molto diverso. I caratteri si distinguono per la propensione alla felicità o l'inclinazione alla tristezza. In "Bindi", col passare degli anni, è prevalso il ripiegamento. Le confesserò che per molti anni mi sono sentito poco intelligente perché non riuscivo a pensare né a scrivere sulla morte. La questione su cui ci si concentra solitamente è il passaggio. Ecco, a me di quel passaggio, interessa soltanto il venire meno di quella cosa straordinaria che è la vita, non il qualcosa che deve ancora arrivare, perché non arriva proprio niente. Questa è la mia idea della morte: difendere quello che c'è, quel che si può».
Bobbio, in una sorta di ultima lettera, ha dichiarato di non sentirsi né ateo né agnostico.
«Su una questione così personale scelgo il silenzio».
La Repubblica 11.1.04
La lunga amicizia con "Bindi", le violente polemiche per l'ossequio a Mussolini, le ragioni dell'ostilità verso gli azionisti
Foa: "Perché Bobbio fa paura"
"Mi stupii quando dichiarò d'essere stato fascista"
intervista di SIMONETTA FIORI
FORMIA - «Sì, è naturale, la morte di Bobbio mi procura un forte senso di commozione, ma non provo dolore perché ripenso alla sua vita, un'esistenza piena, vissuta come dono agli altri, un rapporto col mondo positivo, al di là di ogni pessimismo». Nel clima mite di Formia, Vittorio Foa ripercorre l'amicizia d'una vita con quello stile che l'ha reso celebre, la parola lieve, il pensiero acuto e mai prevedibile, il magistero morale, la curiosità, lo straordinario ancoraggio alla vita. «Lo incontrai la prima volta al liceo d'Azeglio, ma lo conobbi meglio all'Università. Mi affascinava la sua grande serietà, ma anche il senso conviviale, l'inclinazione allo humour. Era capace di mettere nella conversazione quel tanto di ironia che rende accettabile i discorsi seri».
Che rapporto c'era tra voi?
«Da ragazzi la complicità alternava gravità e leggerezza, tra amori, tè danzanti, partite a tarocchi e molto cinema francese. No, non c'era una vera confidenza, però l'uno sapeva dell'altro, come succede nelle piccole comunità. Anche se avevo un anno di meno - lui del 1909, io del 1910 - ci laureammo insieme nel 1931, ma con una preparazione differente: io avrei imparato a studiare più tardi».
Eravate molto diversi, anche nel temperamento.
«Sì, senza dubbio. Io avevo un'attività cospirativa, che era tenuta in disparte. La mia era una passione politica invasiva che avvertivo come cosa molto diversa dalla sua passione per la scienza».
Non c'era attrito per questo?
«No, né emulazione né sfida tra i due tipi di esperienza. Non ho mai tentato di fare del proselitismo politico per indurlo a essere militante. Rispettavo la missione che aveva scelto, e viceversa».
L'antifascismo combattente era un mondo separato da quello di Bobbio?
«Sì, due realtà diverse, eppure unite da qualcosa. Questo qualcosa era la cultura antifascista, che è poi la cultura tout court: ossia la difesa dei valori civili minacciati dalla dittatura di Mussolini. Ciò che differenzia "Bindi" - così noi lo chiamavamo - è questo suo arrestarsi sulla soglia della militanza, nell'antifascismo come su altri versanti della vita: ma io lo interpreto come ricchezza, una ricerca mai appagata di se stessi».
Bobbio riconosce a lei, Foa, di averlo aiutato a uscire dal filofascismo della sua famiglia.
«Mi vedeva vivere in un modo diverso rispetto ai rituali famigliari. Entrambi abbiamo imparato che nella politica lo strumento decisivo è l'esempio: bisogna dimostrare con il comportamento quali sono i valori fondanti. Se penso all'attuale centro-destra, è nell'esempio l'aspetto più degradante e pericoloso: il motto proverbiale di questo governo è pensa a te stesso, che poi vuol dire lasciami fare. Ecco, un altro tratto che mi univa a Bobbio era il bisogno di eticità, ossia non permettere che le cose vadano in modo sbagliato».
Le vostre vite sono state diverse, anche nelle scelte rispetto a Mussolini. Il carcerato Foa ha mai provato un senso di superiorità?
«Ho una memoria precisa del come vedevo dal carcere i miei amici che avevano scelto una vita quieta. Ricordavo i distintivi fascisti all'occhiello delle loro giacche, ma soltanto per affermarne l'assoluta irrilevanza dal punto di vista morale: il distintivo era solo un'adesione formale per difendere il lavoro. Mai mi sono sentito superiore».
Ma Bobbio portava il distintivo del Pnf?
«Questo non lo ricordo, ma non è importante. La sua lettera al duce non mi scandalizzò: era un atto di legittima difesa da una violenza imposta dalla dittatura».
Quando nel 1992 fu pubblicata la lettera, lei con forza lo difese.
«Io la lettera la conoscevo da tempo, ma per discrezione preferii non farne cenno con "Bindi". Poi accadde un fatto curioso. Quando la missiva riprese a circolare, lo chiamai per assicurargli pieno sostegno. Ma la mia testimonianza sul comune sentire antifascista comparve sulla Stampa a fianco della sua singolare ammissione: sì, sono stato fascista. Ci rimasi male, non capivo perché si fosse abbandonato a una confessione non veridica. Lei crede che dopo tante partite a tarocchi, sempre nella stessa bottiglieria di via San Massimo e con persone come Franco Antonicelli, non mi sarei accorto del suo filofascismo?».
Ma perché Bobbio lo disse?
«Non l'ho mai capito. So però che era molto amareggiato. Poco prima che la lettera venisse pubblicata su Panorama, mi confidò al telefono: "Sento l'ombra dei passi spietati"».
La polemica fu violenta. Alcuni sospettarono che quell'aggressione a Bobbio mirasse a delegittimare la prima Repubblica nel suo Dna costitutivo, ereditato dall'antifascismo.
«Allora non interpretai quella polemica in chiave di congiura politica, piuttosto come esibizione giornalistica spregiudicata».
Ma come spiega che Bobbio sia stato oggetto di attacchi così virulenti?
«È l'azionismo che negli anni Novanta ha fatto paura a molti. Ricordo una polemica con Galli della Loggia su una radio svizzera. Ernesto sostenne che l'azionismo era pericoloso per la politica italiana e io dovetti spiegare ai funzionari della radio che il partito d'azione era morto da quasi mezzo secolo. Questo era il clima».
Ma perché faceva paura?
«Forse perché era una sorta di metafora della ricerca. Se l'essere umano cerca, è pericoloso; se ha già trovato, si sta tranquilli. Il partito d'azione significava cercare qualcosa».
Altra accusa rivolta a Bobbio è lo strabismo: critico verso il fascismo, indulgente verso il comunismo. Lei recentemente, in un libro-intervista con Carlo Ginzburg, ha dichiarato di essere stato ambiguo verso il comunismo sovietico, nel senso che preferì rimuovere alcune critiche pur di non essere isolato dai suoi compagni socialisti. Estenderebbe questa considerazione anche a Bobbio, o la riflessione è legata soprattutto alla sua esperienza di militante nel 1950 subalterno ai comunisti?
«Vorrei chiarire una cosa. Quel libro è stato strumentalizzato, nel senso che la mia riflessione è stata letta come confessione di un'inadempienza storica, mentre io fornivo un'analisi del perché in quegli anni la sinistra si disinteressasse quasi completamente dei dissenzienti in Urss. Il mio era un tentativo di storicizzazione ed è stato letto come un pentimento. Venendo a Bobbio: abbiamo mancato entrambi, ma cosa potevamo fare di diverso? Erano anni in cui bastava una parola per essere prigionieri della Cia».
Del temperamento differente abbiamo già detto. Diverso anche il modo di intendere la vecchiaia. Lei, Foa, il "De Senectute" bobbiano non l'avrebbe mai potuto scrivere.
«Lo scriverei in modo molto diverso. I caratteri si distinguono per la propensione alla felicità o l'inclinazione alla tristezza. In "Bindi", col passare degli anni, è prevalso il ripiegamento. Le confesserò che per molti anni mi sono sentito poco intelligente perché non riuscivo a pensare né a scrivere sulla morte. La questione su cui ci si concentra solitamente è il passaggio. Ecco, a me di quel passaggio, interessa soltanto il venire meno di quella cosa straordinaria che è la vita, non il qualcosa che deve ancora arrivare, perché non arriva proprio niente. Questa è la mia idea della morte: difendere quello che c'è, quel che si può».
Bobbio, in una sorta di ultima lettera, ha dichiarato di non sentirsi né ateo né agnostico.
«Su una questione così personale scelgo il silenzio».
sabato 10 gennaio 2004
neurologia amerikana, da Corsera e Repubblica:
dimenticare? rimuovere? annullare?
citato al Lunedì
Corriere della Sera 10.1.04
Scienziati americani scoprono le basi neurologiche del meccanismo. Ci si può anche allenare alla rimozione?
Dietro la fronte il segreto per cancellare i ricordi sgraditi
Studiata con la risonanza magnetica l'attività cerebrale di 24 persone tra i 19 e i 31 anni
di Adriana Bazzi
A volte sono poco piacevoli, altre volte sono semplicemente troppi. Così il cervello si difende e cancella i ricordi non desiderati. Lo fa grazie a un circuito cerebrale appena scoperto da un gruppo di ricercatori americani dell'Università dell'Oregon nella corteccia prefrontale, dietro la fronte. La capacità del cervello di seppellire nell'inconscio i ricordi sgraditi, non è una novità e richiama alla mente la tesi di Sigmund Freud sull'esistenza di una soppressione volontaria della memoria. È invece una novità il fatto che si siano individuate le basi neurologiche di questi meccanismi e che il cervello possa addirittura essere "allenato a dimenticare". Una possibilità, secondo gli esperti, che potrà servire agli psichiatri per curare pazienti dopo esperienze traumatiche. I ricercatori americani, che hanno pubblicato il loro studio sull'ultimo numero di Science, hanno analizzato, con la risonanza magnetica, l'attività cerebrale di 24 persone tra i 19 e i 31 anni, mentre erano occupate a rimuovere il ricordo di alcune parole. Gli individui che hanno fatto da cavia dovevano ascoltare coppie di parole non correlate tra loro (per esempio vapore-treno oppure mandibola-gengive) e poi dovevano ricordare oppure evitare di pensare a una delle due parole di ogni coppia, mentre guardavano l'altra scritta su un foglio.
Durante la fase di "soppressione" del ricordo, la risonanza ha registrato un aumento dell'attività della corteccia prefrontale, mentre l'ippocampo (l'area del cervello che normalmente lavora quando si cerca di ricordare qualcosa) non mostrava segni di attivazione. In altre parole è l'attivazione della corteccia prefrontale che impedisce all'ippocampo di rievocare memorie indesiderate. "Non c'è dubbio - ha commentato Michael Anderson, coordinatore dello studio - che siamo incappati in qualcosa di molto rilevante per le persone sopravvissute a un trauma e si spiega la tendenza a dimenticare con il tempo le esperienze dolorose".
Oggi, grazie alle tecniche di imaging, il cervello sta svelando tutti i suoi segreti e c'è chi ha già costruito una mappa delle aree che governano le diverse funzioni dell'organismo, dai movimenti alle emozioni, dalla memoria ai sentimenti. Ma siamo ancora ai primi passi. La ricerca americana - commenta Alberto Oliverio, psicobiologo all'Università La Sapienza - fa riferimento a ricordi materiali, che riguardano, per esempio, le parole. Diverso è parlare di rimozione di un ricordo strutturato, cioé della possibilità di dimenticare un avvenimento che ha anche un contenuto emotivo.
Una memoria complessa coinvolge non soltanto la corteccia: la memoria spaziale, per esempio, ha a che fare con l'ippocampo, le emozioni sono concentrate nel sistema limbico, i ricordi visivi e musicali vengono immagazzinati nella corteccia.
"Le ricerche sulla memoria si sono sempre divise in due filoni. Il primo si occupa di ricordi neutri, riferiti a cose, come le parole, senza una particolare rilevanza per la persona - continua Oliverio -. Il secondo studia i ricordi con contenuti emotivi e affettivi".
La ricerca americana potrebbe spiegare il meccanismo attraverso il quale il cervello riesce a difendersi dall'eccesso di informazioni. Non riuscirebbe, invece, a giustificare la capacità del cervello di rimuovere tutte quelle esperienza traumatiche, più complesse, la cui rievocazione costituisce, a partire da Freud, la base di molte psicoterapie. "Spesso i ricordi - aggiunge Oliverio - vengono inconsciamente rimaneggiati a seguito di esperienze successive e una volta rievocati non corrispondono più alla realtà. Alcuni psicoterapeuti mettono anche in guardia dai rischi di riportare alla coscienza le memorie di un passato ormai sepolto".
La Repubblica 10.1.04
LA SCOPERTA
Un test di scienziati Usa prova la validità delle teorie di Freud
Così il cervello rimuove i ricordi spiacevoli
La corteccia cerebrale sa cancellare volontariamente la memoria
In futuro si potranno aiutare le persone a superare eventi traumatici
di KEAY DAVIDSON
È trascorso più di un secolo da quando le idee di Sigmund Freud sulla memoria accesero per la prima volta una disputa. Ora, però, quelle stesse idee sono state almeno in parte avallate dagli esperimenti condotti dall'università di Stanford, grazie ad alcune tecnologie del tutto inimmaginabili ai suoi tempi. Uno dei capisaldi delle teorie di Freud era che gli esseri umani "rimuovono" i ricordi spiacevoli. Tali ricordi - sosteneva Freud - continuano ad annidarsi nel cervello, e in talune occasioni tornano in superficie sotto altre sembianze, per esempio nel simbolismo onirico o in imbarazzanti lapsus. Gli scettici hanno sempre contestato che questa rimozione avesse effettivamente luogo.
Ora, per mezzo di una nuova tecnica, la Fmri, risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno osservato come agiscono i tessuti cerebrali umani quando rimuovono i ricordi, in questo caso abbinamenti di parole, e hanno riportato le loro scoperte nell'ultimo numero della rivista "Science".
Nonostante la stupefacente abilità che il cervello ha nell'archiviare i ricordi di tutta una vita, una delle sue funzione primarie è, paradossalmente, proprio quella di dimenticare. I nostri organi sensoriali ci inondano letteralmente di informazioni, non sempre gradevoli, e se non rimuovessimo parzialmente tali informazioni non potremmo sopravvivere ad una singola giornata, men che meno alla nostra intera vita.
Nel corso dell'esperimento condotto a Stanford, 24 volontari di età compresa tra i 19 e i 31 anni hanno iniziato a memorizzare abbinamenti di parole quali "vapore-treno", "gengiva-gomma da masticare," e così via. In seguito ognuno di essi si è disteso nello scanner della Fmri, situato nel centro Lucas per la Risonanza Magnetica Spettroscopica di Stanford, e ha letto le parole che apparivano su uno specchio, sul quale si rifletteva lo schermo di un computer.
In un primo tempo è stato chiesto ai volontari all'apparire di una data parola di pensare alla parola associata che avevano memorizzato. In seguito è stato chiesto di dimenticarla. Al termine è stato loro richiesto di ricordare tutti gli abbinamenti mentali e si è scoperto che tutti faticavano a ricordare le parole che poco prima si erano impegnati a dimenticare. Ma la cosa più importante è ciò che è avvenuto nei loro cervelli. Le zone cerebrali che si supponeva utilizzate per rimuovere i ricordi - la corteccia frontale sinistra e destra - erano molto attive, e l'intensità della loro attività era documentata da un maggior flusso di sangue e un maggior consumo di ossigeno. Allo stesso tempo è stata segnalata una minor attività nell'ippocampo, che è invece coinvolto nel processo di memorizzazione.
La scoperta potrebbe incoraggiare la messa a punto di nuovi sistemi che aiutino le persone a superare i ricordi di eventi traumatici che hanno vissuto.
(Copyright La Repubblica - San Francisco Chronicle
Traduzione di Anna Bissanti)
Corriere della Sera 10.1.04
Scienziati americani scoprono le basi neurologiche del meccanismo. Ci si può anche allenare alla rimozione?
Dietro la fronte il segreto per cancellare i ricordi sgraditi
Studiata con la risonanza magnetica l'attività cerebrale di 24 persone tra i 19 e i 31 anni
di Adriana Bazzi
A volte sono poco piacevoli, altre volte sono semplicemente troppi. Così il cervello si difende e cancella i ricordi non desiderati. Lo fa grazie a un circuito cerebrale appena scoperto da un gruppo di ricercatori americani dell'Università dell'Oregon nella corteccia prefrontale, dietro la fronte. La capacità del cervello di seppellire nell'inconscio i ricordi sgraditi, non è una novità e richiama alla mente la tesi di Sigmund Freud sull'esistenza di una soppressione volontaria della memoria. È invece una novità il fatto che si siano individuate le basi neurologiche di questi meccanismi e che il cervello possa addirittura essere "allenato a dimenticare". Una possibilità, secondo gli esperti, che potrà servire agli psichiatri per curare pazienti dopo esperienze traumatiche. I ricercatori americani, che hanno pubblicato il loro studio sull'ultimo numero di Science, hanno analizzato, con la risonanza magnetica, l'attività cerebrale di 24 persone tra i 19 e i 31 anni, mentre erano occupate a rimuovere il ricordo di alcune parole. Gli individui che hanno fatto da cavia dovevano ascoltare coppie di parole non correlate tra loro (per esempio vapore-treno oppure mandibola-gengive) e poi dovevano ricordare oppure evitare di pensare a una delle due parole di ogni coppia, mentre guardavano l'altra scritta su un foglio.
Durante la fase di "soppressione" del ricordo, la risonanza ha registrato un aumento dell'attività della corteccia prefrontale, mentre l'ippocampo (l'area del cervello che normalmente lavora quando si cerca di ricordare qualcosa) non mostrava segni di attivazione. In altre parole è l'attivazione della corteccia prefrontale che impedisce all'ippocampo di rievocare memorie indesiderate. "Non c'è dubbio - ha commentato Michael Anderson, coordinatore dello studio - che siamo incappati in qualcosa di molto rilevante per le persone sopravvissute a un trauma e si spiega la tendenza a dimenticare con il tempo le esperienze dolorose".
Oggi, grazie alle tecniche di imaging, il cervello sta svelando tutti i suoi segreti e c'è chi ha già costruito una mappa delle aree che governano le diverse funzioni dell'organismo, dai movimenti alle emozioni, dalla memoria ai sentimenti. Ma siamo ancora ai primi passi. La ricerca americana - commenta Alberto Oliverio, psicobiologo all'Università La Sapienza - fa riferimento a ricordi materiali, che riguardano, per esempio, le parole. Diverso è parlare di rimozione di un ricordo strutturato, cioé della possibilità di dimenticare un avvenimento che ha anche un contenuto emotivo.
Una memoria complessa coinvolge non soltanto la corteccia: la memoria spaziale, per esempio, ha a che fare con l'ippocampo, le emozioni sono concentrate nel sistema limbico, i ricordi visivi e musicali vengono immagazzinati nella corteccia.
"Le ricerche sulla memoria si sono sempre divise in due filoni. Il primo si occupa di ricordi neutri, riferiti a cose, come le parole, senza una particolare rilevanza per la persona - continua Oliverio -. Il secondo studia i ricordi con contenuti emotivi e affettivi".
La ricerca americana potrebbe spiegare il meccanismo attraverso il quale il cervello riesce a difendersi dall'eccesso di informazioni. Non riuscirebbe, invece, a giustificare la capacità del cervello di rimuovere tutte quelle esperienza traumatiche, più complesse, la cui rievocazione costituisce, a partire da Freud, la base di molte psicoterapie. "Spesso i ricordi - aggiunge Oliverio - vengono inconsciamente rimaneggiati a seguito di esperienze successive e una volta rievocati non corrispondono più alla realtà. Alcuni psicoterapeuti mettono anche in guardia dai rischi di riportare alla coscienza le memorie di un passato ormai sepolto".
La Repubblica 10.1.04
LA SCOPERTA
Un test di scienziati Usa prova la validità delle teorie di Freud
Così il cervello rimuove i ricordi spiacevoli
La corteccia cerebrale sa cancellare volontariamente la memoria
In futuro si potranno aiutare le persone a superare eventi traumatici
di KEAY DAVIDSON
È trascorso più di un secolo da quando le idee di Sigmund Freud sulla memoria accesero per la prima volta una disputa. Ora, però, quelle stesse idee sono state almeno in parte avallate dagli esperimenti condotti dall'università di Stanford, grazie ad alcune tecnologie del tutto inimmaginabili ai suoi tempi. Uno dei capisaldi delle teorie di Freud era che gli esseri umani "rimuovono" i ricordi spiacevoli. Tali ricordi - sosteneva Freud - continuano ad annidarsi nel cervello, e in talune occasioni tornano in superficie sotto altre sembianze, per esempio nel simbolismo onirico o in imbarazzanti lapsus. Gli scettici hanno sempre contestato che questa rimozione avesse effettivamente luogo.
Ora, per mezzo di una nuova tecnica, la Fmri, risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno osservato come agiscono i tessuti cerebrali umani quando rimuovono i ricordi, in questo caso abbinamenti di parole, e hanno riportato le loro scoperte nell'ultimo numero della rivista "Science".
Nonostante la stupefacente abilità che il cervello ha nell'archiviare i ricordi di tutta una vita, una delle sue funzione primarie è, paradossalmente, proprio quella di dimenticare. I nostri organi sensoriali ci inondano letteralmente di informazioni, non sempre gradevoli, e se non rimuovessimo parzialmente tali informazioni non potremmo sopravvivere ad una singola giornata, men che meno alla nostra intera vita.
Nel corso dell'esperimento condotto a Stanford, 24 volontari di età compresa tra i 19 e i 31 anni hanno iniziato a memorizzare abbinamenti di parole quali "vapore-treno", "gengiva-gomma da masticare," e così via. In seguito ognuno di essi si è disteso nello scanner della Fmri, situato nel centro Lucas per la Risonanza Magnetica Spettroscopica di Stanford, e ha letto le parole che apparivano su uno specchio, sul quale si rifletteva lo schermo di un computer.
In un primo tempo è stato chiesto ai volontari all'apparire di una data parola di pensare alla parola associata che avevano memorizzato. In seguito è stato chiesto di dimenticarla. Al termine è stato loro richiesto di ricordare tutti gli abbinamenti mentali e si è scoperto che tutti faticavano a ricordare le parole che poco prima si erano impegnati a dimenticare. Ma la cosa più importante è ciò che è avvenuto nei loro cervelli. Le zone cerebrali che si supponeva utilizzate per rimuovere i ricordi - la corteccia frontale sinistra e destra - erano molto attive, e l'intensità della loro attività era documentata da un maggior flusso di sangue e un maggior consumo di ossigeno. Allo stesso tempo è stata segnalata una minor attività nell'ippocampo, che è invece coinvolto nel processo di memorizzazione.
La scoperta potrebbe incoraggiare la messa a punto di nuovi sistemi che aiutino le persone a superare i ricordi di eventi traumatici che hanno vissuto.
(Copyright La Repubblica - San Francisco Chronicle
Traduzione di Anna Bissanti)
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