La Stampa 17.1.04
Vai in pinacoteca e guarda le idee dei filosofi
Da Giorgione a Magritte, da Raffaello a De Chirico, un galleria di celebri dipinti diventa un panorama storico del pensiero: come cercare il concetto dentro l’immagine.
di Federico Vercellone
LA fascinazione di un pensiero per immagini ammalia la cultura europea quantomeno dall'Illuminismo a oggi. Dai rozzi bestioni di vichiana memoria sino alle icone di Otto Neurath passando per i repertori di emblemi barocchi s'insegue quello che in fondo è un unico sogno: una lingua universale che ammaestri meglio del concetto perché è più immediata e comprensibile di questo. Si può dunque privilegiare un filosofare con l'immagine piuttosto che con le astrazioni concettuali? E potrebbe esser questo il nuovo compito della filosofia dell'arte che si appresterebbe così a rinnovare un antico primato già acquisito in età romantica? Sono tutte questioni che ricorrono alla mente leggendo il volume del filosofo tedesco Reinhardt Brandt, Filosofia nella pittura. Da Giorgione a Magritte, accompagnato dalla Prefazione di Antonio Gnoli e di Franco Volpi che ci guida proprio alle questioni sopra proposte. L'atteggiamento di Brandt è a questo riguardo quanto mai cauto e, soprattutto, egli non intende proporre una prospettiva generale che punti sull'immagine in alternativa al sapere concettuale. Brandt vuole piuttosto limitarsi a quegli esempi pittorici che esplicitamente mettono a tema la filosofia. In quest'ottica si delinea la lunga serie di pittori e opere che vengono interrogati in questo libro a partire dal Sogno di Scipione e dalla Scuola di Atene di Raffaello. Si sviluppa così un ricco itinerario di cui non si può qui render conto che per cenni e che passa per Poussin e Velázquez ma anche attraverso la tipizzazione di alcuni atteggiamenti filosofici (per es. Eraclito come filosofo piangente) e che si conclude con De Chirico e Magritte. Il testo figurativo è qui costantemente in campo e accuratamente indagato senza che l'esito sia una sorta di ubriacatura estetica analoga a quella subita dal giovane Nietzsche nella Nascita della tragedia secondo cui l'arte diviene una superiore attività metafisica che trascende per significato e portata persuasiva il concetto stesso. Ciò non significa che le immagini non possano farsi veicoli di pensiero. Potremmo persino pensare a una vasta galleria di dipinti che sia come una sorta di ampio repertorio di storia della filosofia. Essa potrebbe contemplare, per esempio, La Scuola di Atene di Raffaello, Aristotele e il busto di Omero di Rembrandt, Las meninas di Velázquez e Et in Arcadia ego di Poussin. Dietro un quadro può certo nascondersi o palesarsi - a saperlo leggere - un intero panorama speculativo. Ciò non toglie tuttavia che i problemi filosofici trovino su di un altro piano, quello argomentativo, la loro più compiuta articolazione. Si tratta di cogliere la filosofia così com'essa si presenta nella pittura. Ed è proprio questo per altro - secondo Brandt - il compito del filosofo della pittura che guarda al quadro con questo interesse e non, per esempio, interrogandosi sulla miriade di altri influssi (religiosi, politici, culturali) che esso accoglie in sé dando loro risonanza ed espressione. L'immagine costituisce così un oggetto che, talora, ci parla di filosofia. Per questo dobbiamo interrogarla anche storicamente, essendo tuttavia consapevoli che il suo significato le è intrinseco e non è deposto nella storia delle sue interpretazioni. Tutto questo vale sino al momento in cui non è l'immagine stessa a proporsi come problema, sino a che non è il suo costituirsi nella visione, come avviene per esempio in Monet, il soggetto dell'artista. La domanda offerta dal dipinto è, in questo caso, un quesito apertamente filosofico che proprio nell'immagine trova la propria più adeguata rappresentazione. Entriamo così in un'altra epoca della filosofia della pittura che è quella di cui ancor oggi siamo appassionati spettatori.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 17 gennaio 2004
una sentenza laica del TAR del Veneto
una segnalazione ricevuta dal "Comitato per la Scuola della Repubblica" comfirenze@inwind.it
L'Unità 17.01.04
«Il crocifisso non può stare nelle aule». Il Tar del Veneto si rivolge all'Alta Corte
di red
Il Tar del Veneto ha rimesso alla Corte Costituzionale la decisione sulla rimozione o meno del crocifisso dalle aule scolastiche, chiesta da una madre di Abano Terme, provincia di Padova, che aveva inoltrato ricorso per annullare una delibera emessa dalla scuola media dei figli. La sentenza è stata emessa dalla prima sezione del tribunale amministrativo, cui la donna, Lautsi Soile, si era rivolta nel 2002, assistita dall'avvocato Luigi Ficarra.
Contro l'istanza della donna si era costituito l'Avvocato dello Stato, in rappresentanza del ministero dell'Istruzione. I giudici - presidente Stefano Baccarini, consiglieri Marco Buricelli e Angelo Gabbricci - affermano che l'istanza «non appare manifestamente infondata» e solleva una questione di legittimità costituzionale, sulla base del principio di laicità dello Stato.
Nella lunga motivazione, i giudici pongono l'accento sulla tesi sostenuta dal ministero, secondo la quale l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è espressamente prescritta da due decreti regolamentari del 1924 e 1928 relativi agli istituti medi ed elementari, norme che seppur datate «sarebbero tuttora in vigore» perchè non abrogate dalle disposizioni del Testo unico delle leggi sulla scuola del 1994. Cioè con le stesse motivazioni adottate per la vicenda di Ofena impugnata da Adel Smith.
Il Tar veneto sostiene invece che «il crocifisso rappresenta la massima icona cristiana, presente in ogni luogo di culto e più di ogni altra venerata». Ma nelle aule, affermano i giudici, «non si può essere certi che sia compatibile con i principi stabiliti dalla Costituzione repubblicana, nell'interpretazione che la Corte ha nel tempo delineato». Perché? Essendo un simbolo strettamente legato a una confessione, quella cristiana, «non pare pienamente conciliabile con la posizione di equidistanza ed imparzialità tra le diverse confessioni che lo Stato deve comunque mantenere, tanto più che la previsione si riferisce agli spazi destinati all'istruzione pubblica, cui tutti possono accedere - e anzi debbono per ricevere l'istruzione obbligatoria - e che lo Stato assume tra i suoi compiti fondamentali, garantendo la libertà d'insegnamento».
Non solo. Diversamente da quanto avviene per l'insegnamento della religione, che gli studenti e i loro genitori liberamente possono accogliere o meno, la presenza del crocifisso - fanno notare i giudici del Tar del Veneto - «viene obbligatoriamente imposta agli studenti e agli stessi insegnanti». Perciò, continuano, la norma che prescrive l'obbligo di esposizione del crocifisso sembra così delineare «una disciplina di favore per la religione cristiana, rispetto alle altre confessioni, attribuendole una posizione di privilegio che secondo i ricordati principi costituzionali non può trovare giustificazione neppure nella sua indubbia maggiore diffusione». Ciò può semmai giustificare nelle singole scuole - si ribadisce - il rispetto di tradizioni religiose come quelle legate al Natale o alla Pasqua, «ma non la generalizzata presenza del crocifisso».
La decisione oggetto dell'impugnazione venne presa il 27 maggio 2002 dal consiglio dell'Istituto Comprensivo "Vittorino Da Feltre" di Abano, dopo che la donna, di nazionalità finlandese, madre di due ragazzi, aveva chiesto di togliere il simbolo religioso dalle pareti.
L'Unità 17.01.04
«Il crocifisso non può stare nelle aule». Il Tar del Veneto si rivolge all'Alta Corte
di red
Il Tar del Veneto ha rimesso alla Corte Costituzionale la decisione sulla rimozione o meno del crocifisso dalle aule scolastiche, chiesta da una madre di Abano Terme, provincia di Padova, che aveva inoltrato ricorso per annullare una delibera emessa dalla scuola media dei figli. La sentenza è stata emessa dalla prima sezione del tribunale amministrativo, cui la donna, Lautsi Soile, si era rivolta nel 2002, assistita dall'avvocato Luigi Ficarra.
Contro l'istanza della donna si era costituito l'Avvocato dello Stato, in rappresentanza del ministero dell'Istruzione. I giudici - presidente Stefano Baccarini, consiglieri Marco Buricelli e Angelo Gabbricci - affermano che l'istanza «non appare manifestamente infondata» e solleva una questione di legittimità costituzionale, sulla base del principio di laicità dello Stato.
Nella lunga motivazione, i giudici pongono l'accento sulla tesi sostenuta dal ministero, secondo la quale l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è espressamente prescritta da due decreti regolamentari del 1924 e 1928 relativi agli istituti medi ed elementari, norme che seppur datate «sarebbero tuttora in vigore» perchè non abrogate dalle disposizioni del Testo unico delle leggi sulla scuola del 1994. Cioè con le stesse motivazioni adottate per la vicenda di Ofena impugnata da Adel Smith.
Il Tar veneto sostiene invece che «il crocifisso rappresenta la massima icona cristiana, presente in ogni luogo di culto e più di ogni altra venerata». Ma nelle aule, affermano i giudici, «non si può essere certi che sia compatibile con i principi stabiliti dalla Costituzione repubblicana, nell'interpretazione che la Corte ha nel tempo delineato». Perché? Essendo un simbolo strettamente legato a una confessione, quella cristiana, «non pare pienamente conciliabile con la posizione di equidistanza ed imparzialità tra le diverse confessioni che lo Stato deve comunque mantenere, tanto più che la previsione si riferisce agli spazi destinati all'istruzione pubblica, cui tutti possono accedere - e anzi debbono per ricevere l'istruzione obbligatoria - e che lo Stato assume tra i suoi compiti fondamentali, garantendo la libertà d'insegnamento».
Non solo. Diversamente da quanto avviene per l'insegnamento della religione, che gli studenti e i loro genitori liberamente possono accogliere o meno, la presenza del crocifisso - fanno notare i giudici del Tar del Veneto - «viene obbligatoriamente imposta agli studenti e agli stessi insegnanti». Perciò, continuano, la norma che prescrive l'obbligo di esposizione del crocifisso sembra così delineare «una disciplina di favore per la religione cristiana, rispetto alle altre confessioni, attribuendole una posizione di privilegio che secondo i ricordati principi costituzionali non può trovare giustificazione neppure nella sua indubbia maggiore diffusione». Ciò può semmai giustificare nelle singole scuole - si ribadisce - il rispetto di tradizioni religiose come quelle legate al Natale o alla Pasqua, «ma non la generalizzata presenza del crocifisso».
La decisione oggetto dell'impugnazione venne presa il 27 maggio 2002 dal consiglio dell'Istituto Comprensivo "Vittorino Da Feltre" di Abano, dopo che la donna, di nazionalità finlandese, madre di due ragazzi, aveva chiesto di togliere il simbolo religioso dalle pareti.
dialetti e lingua
il toscano come lingua nazionale
Corriere della Sera 1.1.04
Come cambia la nostra lingua: un nuovo studio ricostruisce la storia dei dialetti e il loro ruolo nella formazione dell'identità nazionale
E alla fine anche Roma imparò a parlar toscano
di CESARE SEGRE
Si parla molto di lingua e dialetto, in questi tempi. Il primo impulso è venuto da poeti e narratori, specialmente poeti: questi ultimi, a partire da Virgilio Giotti e da Pasolini, hanno dato l'avvio a una grande stagione di scrittura in dialetto, con risultati tra i più alti degli ultimi decenni. D'altra parte, ci si accorge che nella nostra lingua sono in corso forti cambiamenti, e si vorrebbe avere una bussola. La pubblicistica sull'argomento non è povera. Tra i recenti volumi va segnalato uno di Corrado Grassi, Alberto Sobrero e Tullio Telmon, Introduzione alla dialettologia italiana (Laterza, pagine 254, 18), a destinazione universitaria, ma consigliabile a qualsiasi persona colta. Il dialetto è il migliore punto di partenza, dato che i dialetti precedono, nella storia, le lingue: quella italiana ha la sua base, com'è noto, nel dialetto toscano come lo usarono Dante, Petrarca e Boccaccio. In più, è attraverso lo studio dei dialetti che la cosiddetta "geografia linguistica" ha messo in luce molte modalità dello sviluppo degli idiomi, e ora permette di osservare i cambiamenti che si verificano. Lo svelto capitolo iniziale di questo volume traccia le fasi principali della formazione dei dialetti italiani e dell?affermazione, dapprima letteraria, molto più tardi nell'uso quotidiano, del toscano come lingua nazionale.
Per farsi un'idea di questa marcia quasi trionfale, basta pensare che al momento dell'unità d'Italia conosceva l'italiano meno del dieci per cento dei cittadini, tutti dialettofoni, mentre oggi sono quelli che parlano il dialetto in famiglia a costituire una percentuale modesta, dall?otto al ventisette per cento, secondo le regioni.
Può risultare affascinante esaminare, con l'aiuto di cartine, la distribuzione dei dialetti italiani e conoscere i motivi di tante differenze. Ci si rende conto così della serie di successive migrazioni che portarono in Italia prima popoli mediterranei (come, da Nord a Sud, i Liguri e i Reti, i Piceni e gli Etruschi, i Sardi e i Sicani), poi indoeuropei (i Celti e i Venetici, gli Osco-Umbri, i Latini). Sono appunto i Latini che a poco a poco s?imposero sugli altri, sicché la loro lingua divenne quella di tutta l'Italia geografica. Gran parte dei linguisti ritiene che le differenze tra i dialetti italiani risalgano appunto alle tracce lasciate da questi idiomi, prima di estinguersi, nel latino delle varie regioni (si parla di sostrato, quasi uno strato soggiacente alla superficie latina). Ma questo latino già differenziato geograficamente fu ancora modificato, prima di trasformarsi nei dialetti italiani, dalle lingue di successivi invasori, germanici o greci o arabi, che, senza riuscire a imporre le proprie parlate, influirono, zona per zona, sul latino già in trasformazione (e allora si parla di "superstrato"). Guerre di lingue, prodotte dalla storia, cui conseguirono fatti di grande rilievo culturale.
Grassi, Sobrero e Telmon danno pure una caratterizzazione dei principali gruppi dialettali italiani: quello settentrionale e quello centromeridionale (con la Toscana in una posizione privilegiata) e anche dei singoli dialetti, enucleando gli elementi caratterizzanti. Chiunque abbia familiarità con un dialetto ne riconoscerà, per così dire, il ritratto. E naturalmente si soffermano, gli autori, su quegli idiomi, come il sardo e il friulano, che costituiscono dei piccoli sistemi autonomi, con propri dialetti. I raggruppamenti dei dialetti sono anch'essi un portato della storia e della cultura, che in qualche caso sposta situazioni che parevano assodate: così Roma, dai secoli XV e XVI, è diventata, per migrazioni interne, meno "meridionale" e più "toscana".
Alla fine, il volume ci porta alla nostra attività di parlanti. Per la quale abbiamo a disposizione due tipi di scelte linguistiche, combinate in modo complesso: quelle che stanno tra gli estremi lingua-dialetto e quelle che pertengono alla vita associata, dato che ci esprimiamo diversamente secondo gli interlocutori e il genere di discorso che formuliamo (scritto od orale, solenne o quotidiano o familiare, ecc). Col venir meno dei dialetti, il secondo tipo di scelte si arricchisce delle ultime tracce lasciate da questi entro i cosiddetti "italiani regionali", che hanno come fondamento l'italiano standard, ma assorbono dal dialetto particolarità di pronuncia, intonazioni e una piccola parte del lessico. È per questo che comprendiamo subito da che parte d'Italia, o persino da che regione, provengano i nostri interlocutori. Questi italiani regionali costituiscono una riserva espressiva e si legano alla nostra individualità storica.
Però l'accoglimento nella lingua dell'uso di dialettalismi, come di neologismi, specie burocratici, e di parole inglesi, produce spesso dei problemi di comunicazione e suscita reazioni. L'ultima in ordine di tempo quella di Lucio D'Arcangelo (Difesa dell?italiano, ed. Ideazione). Reazione comprensibile, ma idiosincratica e politicizzata, così da sottostimare le motivazioni, ben note, dei fenomeni. D'Arcangelo sciorina un repertorio di affermazioni generiche di linguisti e giornalisti, ma non si addentra in analisi sistematiche; del resto detesta i dialettologi e i sociolinguisti, che queste analisi le hanno già fatte. Sarebbero loro, sembra di capire, che, in combutta con i "progressisti" (parrebbe si alluda particolarmente a De Mauro, non citato, se ho visto bene), vogliono "minare le basi storiche della nostra lingua" (ma non si accenna alla risibile azione, anche militante, della Lega, per rinvigorire i dialetti). E meno male, dice, che c'è Mediaset, dato che la Rai diffonde subdolamente il romanesco.
Il libro, frutto di un'informazione ampia ma farraginosa e unilaterale, dà notizie mirabolanti: per esempio, che solo il 59% dei Francesi parla francese (e gli altri?); oppure che i principi puristi e le teorie manzoniane sono affini. E informazioni imprecise: è vero che il fascismo, dapprima, non avversò i dialetti; ma va aggiunto che ne fu più avanti nemico e persecutore. Gli segnaliamo poi che "verdezza" e "giallezza", da lui ipotizzati come eventuali, futuri mostri linguistici, esistono sin dal XIV e XV secolo, il primo nel Boccaccio: bastava guardare un dizionario storico.
D'Arcangelo, non liberale nè liberista, ohibò, nei riguardi della lingua, vorrebbe interventi dall'alto. E sembra vagheggiare una grammatica e un vocabolario "ufficiali": un'eresia per i linguisti, consapevoli del continuo evolversi della lingua, e dell'impossibilità di decretare, per ogni fatto fonetico o lessicale in uso, quali siano quelli da sancire o meno. Le buone grammatiche, come quella dei Lepschy, precisano situazioni e tendenze, non più. Alla fine però l'autore riconosce che in fatto di lingua le imposizioni sono inefficaci, e si riduce a proporre l'istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua, per elaborare "una politica linguistica coerente con i principi delineati in questo libro". Insomma, si sente già il dominus del nostro futuro linguistico. Che Dio ci scampi, anche perché è facile immaginare che questo Consiglio potrebbe concludere ben poco. Qui si tratta di studiare, capire e proporre, come già fanno da tempo i ricercatori universitari e l'Accademia della Crusca, non di dettare norme astratte e inapplicabili in democrazia.
Come cambia la nostra lingua: un nuovo studio ricostruisce la storia dei dialetti e il loro ruolo nella formazione dell'identità nazionale
E alla fine anche Roma imparò a parlar toscano
di CESARE SEGRE
Si parla molto di lingua e dialetto, in questi tempi. Il primo impulso è venuto da poeti e narratori, specialmente poeti: questi ultimi, a partire da Virgilio Giotti e da Pasolini, hanno dato l'avvio a una grande stagione di scrittura in dialetto, con risultati tra i più alti degli ultimi decenni. D'altra parte, ci si accorge che nella nostra lingua sono in corso forti cambiamenti, e si vorrebbe avere una bussola. La pubblicistica sull'argomento non è povera. Tra i recenti volumi va segnalato uno di Corrado Grassi, Alberto Sobrero e Tullio Telmon, Introduzione alla dialettologia italiana (Laterza, pagine 254, 18), a destinazione universitaria, ma consigliabile a qualsiasi persona colta. Il dialetto è il migliore punto di partenza, dato che i dialetti precedono, nella storia, le lingue: quella italiana ha la sua base, com'è noto, nel dialetto toscano come lo usarono Dante, Petrarca e Boccaccio. In più, è attraverso lo studio dei dialetti che la cosiddetta "geografia linguistica" ha messo in luce molte modalità dello sviluppo degli idiomi, e ora permette di osservare i cambiamenti che si verificano. Lo svelto capitolo iniziale di questo volume traccia le fasi principali della formazione dei dialetti italiani e dell?affermazione, dapprima letteraria, molto più tardi nell'uso quotidiano, del toscano come lingua nazionale.
Per farsi un'idea di questa marcia quasi trionfale, basta pensare che al momento dell'unità d'Italia conosceva l'italiano meno del dieci per cento dei cittadini, tutti dialettofoni, mentre oggi sono quelli che parlano il dialetto in famiglia a costituire una percentuale modesta, dall?otto al ventisette per cento, secondo le regioni.
Può risultare affascinante esaminare, con l'aiuto di cartine, la distribuzione dei dialetti italiani e conoscere i motivi di tante differenze. Ci si rende conto così della serie di successive migrazioni che portarono in Italia prima popoli mediterranei (come, da Nord a Sud, i Liguri e i Reti, i Piceni e gli Etruschi, i Sardi e i Sicani), poi indoeuropei (i Celti e i Venetici, gli Osco-Umbri, i Latini). Sono appunto i Latini che a poco a poco s?imposero sugli altri, sicché la loro lingua divenne quella di tutta l'Italia geografica. Gran parte dei linguisti ritiene che le differenze tra i dialetti italiani risalgano appunto alle tracce lasciate da questi idiomi, prima di estinguersi, nel latino delle varie regioni (si parla di sostrato, quasi uno strato soggiacente alla superficie latina). Ma questo latino già differenziato geograficamente fu ancora modificato, prima di trasformarsi nei dialetti italiani, dalle lingue di successivi invasori, germanici o greci o arabi, che, senza riuscire a imporre le proprie parlate, influirono, zona per zona, sul latino già in trasformazione (e allora si parla di "superstrato"). Guerre di lingue, prodotte dalla storia, cui conseguirono fatti di grande rilievo culturale.
Grassi, Sobrero e Telmon danno pure una caratterizzazione dei principali gruppi dialettali italiani: quello settentrionale e quello centromeridionale (con la Toscana in una posizione privilegiata) e anche dei singoli dialetti, enucleando gli elementi caratterizzanti. Chiunque abbia familiarità con un dialetto ne riconoscerà, per così dire, il ritratto. E naturalmente si soffermano, gli autori, su quegli idiomi, come il sardo e il friulano, che costituiscono dei piccoli sistemi autonomi, con propri dialetti. I raggruppamenti dei dialetti sono anch'essi un portato della storia e della cultura, che in qualche caso sposta situazioni che parevano assodate: così Roma, dai secoli XV e XVI, è diventata, per migrazioni interne, meno "meridionale" e più "toscana".
Alla fine, il volume ci porta alla nostra attività di parlanti. Per la quale abbiamo a disposizione due tipi di scelte linguistiche, combinate in modo complesso: quelle che stanno tra gli estremi lingua-dialetto e quelle che pertengono alla vita associata, dato che ci esprimiamo diversamente secondo gli interlocutori e il genere di discorso che formuliamo (scritto od orale, solenne o quotidiano o familiare, ecc). Col venir meno dei dialetti, il secondo tipo di scelte si arricchisce delle ultime tracce lasciate da questi entro i cosiddetti "italiani regionali", che hanno come fondamento l'italiano standard, ma assorbono dal dialetto particolarità di pronuncia, intonazioni e una piccola parte del lessico. È per questo che comprendiamo subito da che parte d'Italia, o persino da che regione, provengano i nostri interlocutori. Questi italiani regionali costituiscono una riserva espressiva e si legano alla nostra individualità storica.
Però l'accoglimento nella lingua dell'uso di dialettalismi, come di neologismi, specie burocratici, e di parole inglesi, produce spesso dei problemi di comunicazione e suscita reazioni. L'ultima in ordine di tempo quella di Lucio D'Arcangelo (Difesa dell?italiano, ed. Ideazione). Reazione comprensibile, ma idiosincratica e politicizzata, così da sottostimare le motivazioni, ben note, dei fenomeni. D'Arcangelo sciorina un repertorio di affermazioni generiche di linguisti e giornalisti, ma non si addentra in analisi sistematiche; del resto detesta i dialettologi e i sociolinguisti, che queste analisi le hanno già fatte. Sarebbero loro, sembra di capire, che, in combutta con i "progressisti" (parrebbe si alluda particolarmente a De Mauro, non citato, se ho visto bene), vogliono "minare le basi storiche della nostra lingua" (ma non si accenna alla risibile azione, anche militante, della Lega, per rinvigorire i dialetti). E meno male, dice, che c'è Mediaset, dato che la Rai diffonde subdolamente il romanesco.
Il libro, frutto di un'informazione ampia ma farraginosa e unilaterale, dà notizie mirabolanti: per esempio, che solo il 59% dei Francesi parla francese (e gli altri?); oppure che i principi puristi e le teorie manzoniane sono affini. E informazioni imprecise: è vero che il fascismo, dapprima, non avversò i dialetti; ma va aggiunto che ne fu più avanti nemico e persecutore. Gli segnaliamo poi che "verdezza" e "giallezza", da lui ipotizzati come eventuali, futuri mostri linguistici, esistono sin dal XIV e XV secolo, il primo nel Boccaccio: bastava guardare un dizionario storico.
D'Arcangelo, non liberale nè liberista, ohibò, nei riguardi della lingua, vorrebbe interventi dall'alto. E sembra vagheggiare una grammatica e un vocabolario "ufficiali": un'eresia per i linguisti, consapevoli del continuo evolversi della lingua, e dell'impossibilità di decretare, per ogni fatto fonetico o lessicale in uso, quali siano quelli da sancire o meno. Le buone grammatiche, come quella dei Lepschy, precisano situazioni e tendenze, non più. Alla fine però l'autore riconosce che in fatto di lingua le imposizioni sono inefficaci, e si riduce a proporre l'istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua, per elaborare "una politica linguistica coerente con i principi delineati in questo libro". Insomma, si sente già il dominus del nostro futuro linguistico. Che Dio ci scampi, anche perché è facile immaginare che questo Consiglio potrebbe concludere ben poco. Qui si tratta di studiare, capire e proporre, come già fanno da tempo i ricercatori universitari e l'Accademia della Crusca, non di dettare norme astratte e inapplicabili in democrazia.
venerdì 16 gennaio 2004
Damasio su Spinoza
«la nostra mente si nutre di emozioni»
Repubblica 16.1.04
un saggio su Spinoza del neurofisiologo Antonio Damasio
LA NOSTRA MENTE SI NUTRE DI EMOZIONI
Il motore primario delle nostre reazioni al mondo esterno, le pulsioni come le definì Sigmund Freud, sono gioia e dolore
Le straordinarie intuizioni del filosofo olandese possono essere stimolanti anche alla luce delle scoperte scientifiche attuali
di FRANCO PRATTICO
Ancora una volta bisognerà ammettere (un´ammissione che potrebbe dare fastidio ad alcuni scienziati) che talvolta la filosofia fornisce alla scienza strumenti affilati per la sua indagine sul mondo. Anche se in questo caso si tratta di uno dei più grandi filosofi del Seicento, Baruch de Spinoza, che può essere considerato un padre dell´Illuminismo e del pensiero moderno europeo in generale, e di uno scienziato un po´ particolare, il portoghese americano Antonio Damasio, neurofisiologo e cognitivista, che dopo aver liquidato anni fa Descartes e il suo dualismo in L´Errore di Cartesio, sceglie adesso l´anticartesiano per eccellenza, Baruch de Spinoza, suo lontano compaesano (Spinoza discendeva da una famiglia di ebrei portoghesi, naturalizzati in Olanda) per costruire una originale riflessione su ciò che l´indagine scientifica, condotta con gli strumenti più raffinati delle neuroscienze moderne, può dirci sull´eterno problema del rapporto tra cervello e mente. E in quale misura le straordinarie intuizioni di Spinoza, che investivano anche appunto il rapporto tra mente e cervello umano - e che al filosofo seicentesco di Amsterdam fruttarono non solo la scomunica della comunità ebraica portoghese-olandese alla quale apparteneva, ma anche la condanna e l´interdizione di cattolici e luterani (i suoi scarsi libri, e in particolare l´Ethica, pubblicata postuma, poterono circolare liberamente in Europa solo nella seconda metà dell´Ottocento) - possono oggi essere illuminanti anche nel quadro dei risultati delle neuroscienze attuali, o almeno delle ipotesi di lavoro dello stesso Damasio.
In questo caso - ossia nel testo dedicato a Spinoza (Alla ricerca di Spinoza: emozioni, sentimenti e cervello, Biblioteca scientifica Adelphi, pagg. 424, euro 30) - Damasio parte dalle sue già affermate ipotesi sul rapporto tra cervello e mente e Spinoza rappresenta qui il riferimento forte (e a suo tempo «scandaloso») a una idea «monista», che nonostante le persecuzioni si radicò profondamente nella cultura europea già nel Settecento, che postulava la identificazione tra il corpo (ossia il cervello) e quella sfuggente entità o quel processo ove si formano i nostri pensieri e che chiamiamo mente, andando cioè al di là del dualismo cartesiano tra mente (res cogitans) e materia (res extensa). «Nella mente - affermava Spinoza - non c´è nessuna volontà assoluta, cioè libera, ma essa (volontà) è determinata da una causa, determinata (a sua volta) da un´altra e così all´infinito» (Ethica, prima parte, proposizione 48).
Il reale motore delle nostre volizioni sono gli affetti elementari, che riguardano direttamente o indirettamente lo stato delle regioni del nostro corpo, e che Spinoza riassume in «letizia o tristezza» e che sono l´effetto della nostra interazione col mondo. Schiavi quindi di determinazioni esterne. Ma «ciò che ci rende schiavi sono gli affetti», la nostra dipendenza appunto da letizia e tristezza, ossia da stimoli a cui non possiamo non rispondere. Siamo parte di un´unica sostanza dalle infinite determinazioni, il famoso Deus sive natura spinoziano, che rappresenta l´unica sostanza priva di determinazioni, che è causa di se stessa, e di cui ogni fenomeno è manifestazione, in un labirinto di cause ed effetti dal quale non possiamo uscire. Un Dio che non dobbiamo temere perché non ci punirà né ci premierà: «Quando non siamo gentili con gli altri - scrive Damasio - puniamo noi stessi e ci neghiamo l´opportunità di raggiungere la pace e la felicità interiori». Perché il dio di Spinoza è natura e si manifesta nelle creature viventi, e perciò le nostre azioni dovrebbero essere conformi alla natura di questo dio: ossia una vita virtuosa e rispettosa degli altri, possibilmente in una società libera e democratica, temperando le proprie passioni grazie alla conoscenza.
Punto di partenza della lettura spinoziana di Damasio sono quindi le emozioni, o quanto meno quelle fondamentali, proprie a tutto il mondo animale: vale a dire le reazioni agli stimoli e alle percezioni che ci vengono dal mondo esterno e che sono fondamentali per la sopravvivenza e sono state perciò conservate e potenziate dall´evoluzione per selezione naturale. Vale a dire paura, fame, rabbia, appetiti elementari e anche condizioni più generali, come la tristezza e persino la felicità (la «laetitia» appunto di Spinoza). Perché il motore primario delle nostre reazioni al mondo esterno - quello che Spinoza definiva il «conatus», e che per Damasio equivale in una certa misura alle «pulsioni» freudiane - sono appunto gioia e dolore. Le emozioni, nella nostra specie come in altre, rappresentano le risposte primordiali utili alla sopravvivenza dell´organismo (localizzabili, insiste Damasio, nell´amigdala, nel cingolo, nel lobo temporale, nel tronco encefalico), risposte che hanno alla base dolore e piacere. Su queste emozioni primarie - biologiche - si innestano poi le «emozioni sociali», che si trasformano in dictat comportamentali: empatia, senso di colpa, compassione, imbarazzo, vergogna, orgoglio, gelosia, invidia, gratitudine, ammirazione, indignazione e disprezzo. E´ su di esse che nel corso della storia della nostra specie verranno poi costruiti i meccanismi elementari della regolamentazione sociale.
Ma, osserva Damasio, va tenuto presente che alla base delle emozioni, primarie e sociali, non vi è semplicemente il cervello, anche se oggi la ricerca neurologica riesce a individuare le regioni cerebrali interessate, ma l´intero organismo, i cui messaggi e segnali il cervello registra ed elabora. E´ quindi il corpo, che rappresenta l´humus su cui si costruiscono le emozioni, o meglio l´origine delle sonde che attraverso la rete dei nervi informano le aree deputate del cervello dello stato di ogni singola regione del nostro organismo. Le emozioni perciò afferiscono al corpo, sono le «frasi» che le singole regioni dell´organismo trasmettono al cervello, perché alla fine costruisca la mente: «La mente esiste - scrive Damasio - perché c´è un corpo che la rifornisce di contenuti». E a loro volta è dalle emozioni, dai messaggi corporei, che nascono immagini, sentimenti, stati mentali. Quegli stati mentali che definiamo sentimenti nascerebbero quindi dal controllo delle mappe neuronali del corpo rappresentate nel cervello. «Sulla base della moderna neurofisiologia - prosegue Damasio - possiamo dire che le immagini (mentali, n.d.r.) sorgono nel cervello grazie ai segnali afferenti dal corpo». E la coscienza (quindi la consapevolezza della propria identità) è il prodotto del processo in base al quale sentimenti e pensieri si intrecciano con le informazioni e le richieste che sgorgano dal nostro corpo. Il teatro dei nostri sentimenti - e per deriva anche dei nostri pensieri, delle idee - è quindi il corpo. Ma i sentimenti, una volta elaborati, rappresentano risposte non stereotipate alle informazioni corporee fornite dalle emozioni. Da questo, ossia dalle emozioni come segnali di regioni del corpo che informano il cervello, o meglio le regioni cerebrali a ciò deputate, Damasio approda alla elaborazione delle emozioni compiuta successivamente dal cervello, e alla loro trasformazione in pensieri, in idee, in scelte di strategie di risposta al mondo esterno, insomma in eventi mentali, che quindi infine così costruiscono la mente, che di questo complesso processo è il risultato. «Oggi - osserva il neuroscienziato portoghese-americano - è possibile indagare le aree neuronali dove sono localizzati i sentimenti», costruendo quindi una neurobiologia delle emozioni e dei sentimenti.
un saggio su Spinoza del neurofisiologo Antonio Damasio
LA NOSTRA MENTE SI NUTRE DI EMOZIONI
Il motore primario delle nostre reazioni al mondo esterno, le pulsioni come le definì Sigmund Freud, sono gioia e dolore
Le straordinarie intuizioni del filosofo olandese possono essere stimolanti anche alla luce delle scoperte scientifiche attuali
di FRANCO PRATTICO
Ancora una volta bisognerà ammettere (un´ammissione che potrebbe dare fastidio ad alcuni scienziati) che talvolta la filosofia fornisce alla scienza strumenti affilati per la sua indagine sul mondo. Anche se in questo caso si tratta di uno dei più grandi filosofi del Seicento, Baruch de Spinoza, che può essere considerato un padre dell´Illuminismo e del pensiero moderno europeo in generale, e di uno scienziato un po´ particolare, il portoghese americano Antonio Damasio, neurofisiologo e cognitivista, che dopo aver liquidato anni fa Descartes e il suo dualismo in L´Errore di Cartesio, sceglie adesso l´anticartesiano per eccellenza, Baruch de Spinoza, suo lontano compaesano (Spinoza discendeva da una famiglia di ebrei portoghesi, naturalizzati in Olanda) per costruire una originale riflessione su ciò che l´indagine scientifica, condotta con gli strumenti più raffinati delle neuroscienze moderne, può dirci sull´eterno problema del rapporto tra cervello e mente. E in quale misura le straordinarie intuizioni di Spinoza, che investivano anche appunto il rapporto tra mente e cervello umano - e che al filosofo seicentesco di Amsterdam fruttarono non solo la scomunica della comunità ebraica portoghese-olandese alla quale apparteneva, ma anche la condanna e l´interdizione di cattolici e luterani (i suoi scarsi libri, e in particolare l´Ethica, pubblicata postuma, poterono circolare liberamente in Europa solo nella seconda metà dell´Ottocento) - possono oggi essere illuminanti anche nel quadro dei risultati delle neuroscienze attuali, o almeno delle ipotesi di lavoro dello stesso Damasio.
In questo caso - ossia nel testo dedicato a Spinoza (Alla ricerca di Spinoza: emozioni, sentimenti e cervello, Biblioteca scientifica Adelphi, pagg. 424, euro 30) - Damasio parte dalle sue già affermate ipotesi sul rapporto tra cervello e mente e Spinoza rappresenta qui il riferimento forte (e a suo tempo «scandaloso») a una idea «monista», che nonostante le persecuzioni si radicò profondamente nella cultura europea già nel Settecento, che postulava la identificazione tra il corpo (ossia il cervello) e quella sfuggente entità o quel processo ove si formano i nostri pensieri e che chiamiamo mente, andando cioè al di là del dualismo cartesiano tra mente (res cogitans) e materia (res extensa). «Nella mente - affermava Spinoza - non c´è nessuna volontà assoluta, cioè libera, ma essa (volontà) è determinata da una causa, determinata (a sua volta) da un´altra e così all´infinito» (Ethica, prima parte, proposizione 48).
Il reale motore delle nostre volizioni sono gli affetti elementari, che riguardano direttamente o indirettamente lo stato delle regioni del nostro corpo, e che Spinoza riassume in «letizia o tristezza» e che sono l´effetto della nostra interazione col mondo. Schiavi quindi di determinazioni esterne. Ma «ciò che ci rende schiavi sono gli affetti», la nostra dipendenza appunto da letizia e tristezza, ossia da stimoli a cui non possiamo non rispondere. Siamo parte di un´unica sostanza dalle infinite determinazioni, il famoso Deus sive natura spinoziano, che rappresenta l´unica sostanza priva di determinazioni, che è causa di se stessa, e di cui ogni fenomeno è manifestazione, in un labirinto di cause ed effetti dal quale non possiamo uscire. Un Dio che non dobbiamo temere perché non ci punirà né ci premierà: «Quando non siamo gentili con gli altri - scrive Damasio - puniamo noi stessi e ci neghiamo l´opportunità di raggiungere la pace e la felicità interiori». Perché il dio di Spinoza è natura e si manifesta nelle creature viventi, e perciò le nostre azioni dovrebbero essere conformi alla natura di questo dio: ossia una vita virtuosa e rispettosa degli altri, possibilmente in una società libera e democratica, temperando le proprie passioni grazie alla conoscenza.
Punto di partenza della lettura spinoziana di Damasio sono quindi le emozioni, o quanto meno quelle fondamentali, proprie a tutto il mondo animale: vale a dire le reazioni agli stimoli e alle percezioni che ci vengono dal mondo esterno e che sono fondamentali per la sopravvivenza e sono state perciò conservate e potenziate dall´evoluzione per selezione naturale. Vale a dire paura, fame, rabbia, appetiti elementari e anche condizioni più generali, come la tristezza e persino la felicità (la «laetitia» appunto di Spinoza). Perché il motore primario delle nostre reazioni al mondo esterno - quello che Spinoza definiva il «conatus», e che per Damasio equivale in una certa misura alle «pulsioni» freudiane - sono appunto gioia e dolore. Le emozioni, nella nostra specie come in altre, rappresentano le risposte primordiali utili alla sopravvivenza dell´organismo (localizzabili, insiste Damasio, nell´amigdala, nel cingolo, nel lobo temporale, nel tronco encefalico), risposte che hanno alla base dolore e piacere. Su queste emozioni primarie - biologiche - si innestano poi le «emozioni sociali», che si trasformano in dictat comportamentali: empatia, senso di colpa, compassione, imbarazzo, vergogna, orgoglio, gelosia, invidia, gratitudine, ammirazione, indignazione e disprezzo. E´ su di esse che nel corso della storia della nostra specie verranno poi costruiti i meccanismi elementari della regolamentazione sociale.
Ma, osserva Damasio, va tenuto presente che alla base delle emozioni, primarie e sociali, non vi è semplicemente il cervello, anche se oggi la ricerca neurologica riesce a individuare le regioni cerebrali interessate, ma l´intero organismo, i cui messaggi e segnali il cervello registra ed elabora. E´ quindi il corpo, che rappresenta l´humus su cui si costruiscono le emozioni, o meglio l´origine delle sonde che attraverso la rete dei nervi informano le aree deputate del cervello dello stato di ogni singola regione del nostro organismo. Le emozioni perciò afferiscono al corpo, sono le «frasi» che le singole regioni dell´organismo trasmettono al cervello, perché alla fine costruisca la mente: «La mente esiste - scrive Damasio - perché c´è un corpo che la rifornisce di contenuti». E a loro volta è dalle emozioni, dai messaggi corporei, che nascono immagini, sentimenti, stati mentali. Quegli stati mentali che definiamo sentimenti nascerebbero quindi dal controllo delle mappe neuronali del corpo rappresentate nel cervello. «Sulla base della moderna neurofisiologia - prosegue Damasio - possiamo dire che le immagini (mentali, n.d.r.) sorgono nel cervello grazie ai segnali afferenti dal corpo». E la coscienza (quindi la consapevolezza della propria identità) è il prodotto del processo in base al quale sentimenti e pensieri si intrecciano con le informazioni e le richieste che sgorgano dal nostro corpo. Il teatro dei nostri sentimenti - e per deriva anche dei nostri pensieri, delle idee - è quindi il corpo. Ma i sentimenti, una volta elaborati, rappresentano risposte non stereotipate alle informazioni corporee fornite dalle emozioni. Da questo, ossia dalle emozioni come segnali di regioni del corpo che informano il cervello, o meglio le regioni cerebrali a ciò deputate, Damasio approda alla elaborazione delle emozioni compiuta successivamente dal cervello, e alla loro trasformazione in pensieri, in idee, in scelte di strategie di risposta al mondo esterno, insomma in eventi mentali, che quindi infine così costruiscono la mente, che di questo complesso processo è il risultato. «Oggi - osserva il neuroscienziato portoghese-americano - è possibile indagare le aree neuronali dove sono localizzati i sentimenti», costruendo quindi una neurobiologia delle emozioni e dei sentimenti.
Romano Bilenchi
non aspettò l'invasione dell'Ungheria
Repbblica 16.1.04
Sul "Caffè" alcuni inediti
BILENCHI E LO SCONTRO COL PARTITO COMUNISTA
di NELLO AJELLO
Ombroso, impulsivo, profondamente toscano, Romano Bilenchi (1909-1989) è stato, oltre che un narratore raffinato e avaro di sé, un testimone della cultura e della politica del Novecento. Alcune lettere finora inedite appaiono nell´ultimo numero (novembre-dicembre 2003) del Caffè illustrato, diretto da Walter Pedullà. Ne emergono i tratti essenziali del personaggio: onestà personale, disprezzo per i burocrati d´ogni risma, fedeltà alle amicizie.
Legato in gioventù alla corrente letteraria di Strapaese, che aveva fra i suoi banditori il concittadino Mino Maccari - erano entrambi di Colle Val d´Elsa - Bilenchi dedicava un ammirato rispetto alle tradizioni della propria terra, che conciliava con un ruvido fascismo popolaresco, alla Ottone Rosai. Suoi bersagli erano i circoli letterari, assai autorevoli nella Firenze ermetica, e d´estate fiorenti nella vicina Versilia. Era Forte dei Marmi secondo lui - e in questo senso ne scriveva nel gennaio del '32 all´amico Eugenio Galvano - la località adatta per vedere e sentire «come sono fessi i letterati». Ne salvava pochi: Maccari, che per la statura e l´età chiamava «il Piccolo Padre», Ardengo Soffici ribattezzato «Il Santo», ed Elio Vittorini. Di molti altri metteva in ridicolo le ansie metafisiche. Quanto a lui, se ne preservava con distacco vernacolo: «Tormenti spirituali non ne ho», confidava a Galvano, «tolti quelli per la potta delle figliole di Siena».
All´autore di Conversazione in Sicilia è dedicata un´altra delle lettere pubblicate dal Caffè. Si riferisce a una vicenda cruciale della vita di Bilenchi: le sue dimissioni dal quotidiano comunista Il nuovo Corriere di Firenze. Ne aveva assunto la guida nel 1948, dopo essere stato vicedirettore della rivista Società e aver collaborato alla nascita del Contemporaneo. Bilenchi, come molti ex fascisti di sinistra, era entrato in quel «partito nuovo» che vedeva incarnarsi in Togliatti, ma con qualche riserva libertaria. Quelle nutrite dallo scrittore di Colle Val d´Elsa rappresentavano, in fondo, il vero lievito di un giornale in cui sembrava prolungarsi lo spirito «unitario» del Cln.
La vena protestataria di Bilenchi traboccò nel luglio del '56, in occasione della rivolta popolare esplosa nella città polacca di Poznan e della cruenta repressione che ne seguì: episodi che il Pci tendeva ad archiviare come manovrati dai «nemici di classe». «I morti di Poznan sono morti nostri», proclamò invece, in un «fondo», il direttore del Nuovo Corriere. E in capo a un mese il giornale venne soppresso.
Violento e durevole fu lo strascico emotivo che questa decisione lasciò nella vita di Bilenchi. Nella lettera a Vittorini del settembre '56, egli parla dei comunisti con sdegno, li chiama «loro», e gli attribuisce calunnie cui il «carissimo Elio» non dovrà credere: «Figurati se vado all´Unità di Milano. I miei rapporti con loro sono tesi», e tali resteranno. Più tardi, nel gennaio del '72, rivelerà a un altro amico, Silvio Guarnieri, che «dentro il partito c´era e c´è ancora una banda nefasta», così ramificata da isolare il vertice di Botteghe Oscure. «Perché non raggiungessi Togliatti mi costrinsero a dare le dimissioni». E l´amarezza sembra coglierlo quando annota che a essere «trattato bestialmente» è «uno come me» che ha «speso un´intera vita per diventare comunista».
Ancora negli ultimi anni di vita, chi lo andava a trovare nella sua casa fiorentina di via Brunetto Latini per documentarsi su questo o quell´episodio del Pci, lo scorgeva in preda all´ «incazzatura personale» che aveva provato in quell´estate del '56. L´autore della Siccità e del Bottone di Stalingrado era fiero del suo ruolo di profeta, al punto da esaltare forse oltre il dovuto il proprio ruolo politico. «Il Nuovo Corriere», ha scritto nel 1982 a Goffredo Fofi, «non arrivò all´insurrezione ungherese... Io feci casino prima, ai fatti di Poznan». E «fui fatto fuori perché ero l´ultimo bersaglio togliattiano».
Sul "Caffè" alcuni inediti
BILENCHI E LO SCONTRO COL PARTITO COMUNISTA
di NELLO AJELLO
Ombroso, impulsivo, profondamente toscano, Romano Bilenchi (1909-1989) è stato, oltre che un narratore raffinato e avaro di sé, un testimone della cultura e della politica del Novecento. Alcune lettere finora inedite appaiono nell´ultimo numero (novembre-dicembre 2003) del Caffè illustrato, diretto da Walter Pedullà. Ne emergono i tratti essenziali del personaggio: onestà personale, disprezzo per i burocrati d´ogni risma, fedeltà alle amicizie.
Legato in gioventù alla corrente letteraria di Strapaese, che aveva fra i suoi banditori il concittadino Mino Maccari - erano entrambi di Colle Val d´Elsa - Bilenchi dedicava un ammirato rispetto alle tradizioni della propria terra, che conciliava con un ruvido fascismo popolaresco, alla Ottone Rosai. Suoi bersagli erano i circoli letterari, assai autorevoli nella Firenze ermetica, e d´estate fiorenti nella vicina Versilia. Era Forte dei Marmi secondo lui - e in questo senso ne scriveva nel gennaio del '32 all´amico Eugenio Galvano - la località adatta per vedere e sentire «come sono fessi i letterati». Ne salvava pochi: Maccari, che per la statura e l´età chiamava «il Piccolo Padre», Ardengo Soffici ribattezzato «Il Santo», ed Elio Vittorini. Di molti altri metteva in ridicolo le ansie metafisiche. Quanto a lui, se ne preservava con distacco vernacolo: «Tormenti spirituali non ne ho», confidava a Galvano, «tolti quelli per la potta delle figliole di Siena».
All´autore di Conversazione in Sicilia è dedicata un´altra delle lettere pubblicate dal Caffè. Si riferisce a una vicenda cruciale della vita di Bilenchi: le sue dimissioni dal quotidiano comunista Il nuovo Corriere di Firenze. Ne aveva assunto la guida nel 1948, dopo essere stato vicedirettore della rivista Società e aver collaborato alla nascita del Contemporaneo. Bilenchi, come molti ex fascisti di sinistra, era entrato in quel «partito nuovo» che vedeva incarnarsi in Togliatti, ma con qualche riserva libertaria. Quelle nutrite dallo scrittore di Colle Val d´Elsa rappresentavano, in fondo, il vero lievito di un giornale in cui sembrava prolungarsi lo spirito «unitario» del Cln.
La vena protestataria di Bilenchi traboccò nel luglio del '56, in occasione della rivolta popolare esplosa nella città polacca di Poznan e della cruenta repressione che ne seguì: episodi che il Pci tendeva ad archiviare come manovrati dai «nemici di classe». «I morti di Poznan sono morti nostri», proclamò invece, in un «fondo», il direttore del Nuovo Corriere. E in capo a un mese il giornale venne soppresso.
Violento e durevole fu lo strascico emotivo che questa decisione lasciò nella vita di Bilenchi. Nella lettera a Vittorini del settembre '56, egli parla dei comunisti con sdegno, li chiama «loro», e gli attribuisce calunnie cui il «carissimo Elio» non dovrà credere: «Figurati se vado all´Unità di Milano. I miei rapporti con loro sono tesi», e tali resteranno. Più tardi, nel gennaio del '72, rivelerà a un altro amico, Silvio Guarnieri, che «dentro il partito c´era e c´è ancora una banda nefasta», così ramificata da isolare il vertice di Botteghe Oscure. «Perché non raggiungessi Togliatti mi costrinsero a dare le dimissioni». E l´amarezza sembra coglierlo quando annota che a essere «trattato bestialmente» è «uno come me» che ha «speso un´intera vita per diventare comunista».
Ancora negli ultimi anni di vita, chi lo andava a trovare nella sua casa fiorentina di via Brunetto Latini per documentarsi su questo o quell´episodio del Pci, lo scorgeva in preda all´ «incazzatura personale» che aveva provato in quell´estate del '56. L´autore della Siccità e del Bottone di Stalingrado era fiero del suo ruolo di profeta, al punto da esaltare forse oltre il dovuto il proprio ruolo politico. «Il Nuovo Corriere», ha scritto nel 1982 a Goffredo Fofi, «non arrivò all´insurrezione ungherese... Io feci casino prima, ai fatti di Poznan». E «fui fatto fuori perché ero l´ultimo bersaglio togliattiano».
gli illuministi
intervista impossibile con il generale Caracciolo (1752-1799)
Repubblica, edizione di Palermo 16.1.04
È arrivato nella Sicilia, ancora feudale, nel 1781
E per cinque anni ha lottato contro i mulini a vento
Caracciolo, il vicerè illuminista avversato dai baroni e dal popolo
"Volevo governare con la ragione e ho perso tutto"
"La mia aspirazione era portare il progresso sulla scia dei cambiamenti in Europa, invece mi ricordano perché volevo accorciare il Festino come fosse stato il capriccio di un originale"
"Sono i ricordi a fare la differenza fra noi, e sono contento dei miei Pensi, se fossi stato uno dei nobili che cercarono di distruggermi come il principe di Partanna, che pesante fardello avrei da portare"
"Se offri al cittadino la possibilità di allontanare i suoi parassiti e abolisci le servitù feudali e l´Inquisizione te lo ritroverai lo stesso nemico"
"Ai miei tempi nell´Isola erano tutti prigionieri del tempo circolare che riporta sempre al punto di partenza per perpetuare i privilegi"
di AMELIA CRISANTINO
Eccellenza...
«Lascia perdere, sono sempre stato contrario a questi titoli. Dopo tanti anni, cosa vuoi che sia rimasto della mia eccellenza. Siamo sabbia che scorre, siamo granelli. Tutti cittadini, dentro la clessidra del tempo. Chiamami col mio grado».
Marchese, allora.
«Anche se questi titoli avessero un significato, non sono mai stato un vero marchese. Ero cadetto, il titolo me l´ha ceduto mio fratello».
Ministro?
«Non per forza con l´ultimo mio grado. Chiamami con quello che mi è costato lacrime e sangue».
Viceré, per forza.
«Preferisco cittadino viceré, se non hai obiezioni. In fondo sono un sentimentale, ci tengo a salvare i miei ricordi. Sono i ricordi che fanno la differenza fra noi. A guardare come vanno le cose, meno male che ho i miei ricordi. Pensa se avessi quelli di un altro, se per un capriccio della sorte io fossi stato, che so, uno dei baroni che fecero di tutto per distruggermi. Se fossi stato il principe di Partanna, o quello di Valguarnera, o quel pedante del marchese di Villabianca. Vedi un po´ con che ricordi sarei costretto a convivere. Meno male che sono stato me stesso».
Cittadino viceré, ho attraversato contrade fantastiche per avere l´onore di incontrarvi.
«Dalla Sicilia, quasi nessuno passa a trovarmi. Mi rievocano in qualche accademica discussione, di quelle dove ci metto poco a sentirmi intrappolato. Ogni tanto ricordano che volevo accorciare il Festino, come fosse stato il capriccio d´un originale. Per il resto, tutto tace. E si consuma il grande imbroglio del progresso inseguito a parole, mentre nessuno vuole poi raggiungerlo. Metti che questo progresso arriva, come fosse un viaggiatore che fa una fermata anche nella patria degli dei. Potrebbe arrivare solo di notte, in incognito. A passi felpati, come un ladro. Per sorprenderli nel sonno. E farsi poi bandire, come fosse il più pericoloso dei briganti».
Cittadino viceré, quella della Sicilia è una storia tragica?
«La prima volta che mi occupai di quell´isola ero ancora a Londra, molti anni prima d´arrivare a Palermo. Ero ambasciatore del re di Napoli, tenevo occhi e orecchie ben aperti. Eravamo dentro i rutilanti inizi della civiltà commerciale, che avrebbe poi tutto travolto con la forza di innumerevoli oggetti di scarso valore. Di quelli che, presi uno per uno, non ci avresti scommesso un soldo. Ma questo è un altro argomento? anche se tutto s´intreccia, specie se visto dalla mia prospettiva. Comunque ero là, nel tempio della civiltà del commercio, il luogo dove si vendevano anche le pietre delle strade. E che vedo? M´accorgo che le sete siciliane erano d´ottima qualità, ma buttate via. Esportate grezze per ignoranza, per incompetenza tecnica. Vendute sulla piazza di Londra per molto meno delle sete lombarde. Che erano raffinate, ben lavorate. Ma sempre di qualità inferiore restavano. Ho cercato un rimedio. Ho invitato il governo a proteggere un´industria antica e in decadenza, e suggerito ai produttori come risollevare le loro sorti. Qualcosa si fece».
Quello delle industrie mancanti, o in qualche modo difettose, è un problema antico. Mai risolto.
«Mi sorprendo a pensare che forse il problema vero è quello del progresso. Quand´ero a Parigi, il piacere della conversazione dava alla testa come un vino frizzante. Tutto sembrava facile, possibile. Le catene della servitù si rompevano dappertutto, gli esseri umani conquistavano la libertà, la coscienza».
La Sicilia era un´isola lontana da tutto questo. La sua tradizione era tutta all´opposto dell´illuminismo.
«Se arrivi e offri ad un popolo la possibilità di allontanare i suoi parassiti, se vuoi levare le servitù feudali e il tribunale dell´inquisizione, se vuoi costruire strade e impiantare manifatture, allora metti in conto che ci saranno resistenze, che i vecchi privilegi faranno sentire la loro forza d´inerzia. Ma pensi che le nuove idee non sarà possibile fermarle, come non è possibile bloccare una gemma e non farla diventare fiore e frutto».
La società non segue le leggi della natura.
«M´accorsi subito che stavano buttando il momento giusto, persi a sognare il passato invece che costruire il futuro. M´illudevo che bastasse lavorare, adoperare i miei poteri come un grimaldello. Perché anche nelle profondità si allentassero, e infine si rompessero, gli innumerevoli legacci che bloccavano quel progresso che altrove andava veloce. Invece mi sbagliavo. L´errore è stato mio, mio e dei miei amici illuministi».
Chissà, forse il progresso non può trapiantarsi da un posto all´altro.
«Eravamo ingenui, adesso lo capisco. Tutti a pensare che il tempo andasse sempre avanti, che la forza delle idee avrebbe sollevato le coscienze. Ma il tempo non è per forza lineare, non si deve a tutti i costi andare avanti. Il tempo può anche essere circolare. Non dico che possa tornare indietro, questo no, non mi sembra possibile. Però può girare sui solchi già tracciati, e dare quell´illusione di eterno presente di cui ha parlato qualche filosofo».
Cittadino viceré, come è cominciata questa storia? È forse colpa del delirio per un inventato passato glorioso? C´entrano quelle vuote tradizioni con cui s´incoronano gli sciocchi? Perché questo rifiuto a rompere il tempo circolare?
«Ogni cosa ha il suo peso, chi può negarlo. La cultura del privilegio genera il tempo circolare, la sua natura è nella conservazione, nella ripetizione. In fondo un atteggiamento di debolezza, di difesa. Lo Stato e i baroni, come dire un eterno, incuboso medioevo. Si dannavano per restare fermi, ma anche i baroni sono passati. Comunque, io non ho responsi. Non credo nei rimedi che sanno di miracolo».
Cittadino vicerè, oggi la ragione e i ragionamenti non hanno gran seguito. La ragione argomenta, e non tutti sanno tenere il filo. Vince chi strombazza di rimedi miracolosi. Dicono che faranno un ponte, una meraviglia della tecnica per unire l´isola al continente. Così tutto andrà per il meglio.
«Ai miei tempi ci volevano quattro giorni di mare per arrivare da Napoli a Palermo. In mezzo ai pericoli, sempre con la paura di avvistare i pirati. Ci sono ancora i pirati?».
Non ci sono più, da lungo tempo. Ci sono i barconi dei clandestini. Ma non praticano quel tratto di mare.
«Se sul mare ci si muove alla stessa velocità che sulla terraferma, perché disturbare l´equilibrio della natura? In quei posti la terra è ballerina. Meditavo di farne la mia residenza, quando nel 1783 il terremoto offese Messina. La città non si riprese più».
Cittadino viceré, so che avete fatto dei piani per sviluppare i commerci.
«Per un armonico sviluppo dei commerci, è importante che vi sia una celere via di collegamento fra le città. La costruzione di un´agevole via fra Palermo e Messina fu tra i miei primi programmi. Il Senato della città mi osteggiava, non ne vedeva l´utilità. Ero io, il viceré Caracciolo, a volerla. E il Senato era contrario a tutte le mie idee. Si cominciò comunque, con grandi ritardi. Io, andavo di persona a controllare i lavori. Scoprii imbrogli e malversazioni da non crederci. Appalti truccati, spese enormi, ladroneggi. Per farla breve, alla mia partenza i lavori furono sospesi. Con buona pace di quanti s´erano adoperati per avversarli».
Senza le strade non possono farsi i commerci. Questo ormai lo sanno tutti. La celere via fra Palermo e Messina sta per essere completata. Ma davvero io mi chiedo, e non trovo risposta: come ha potuto il tornaconto di alcuni fermare il progresso di tutti?
«Mancava un ceto medio, quello da cui si genera la ricchezza delle nazioni. Continuò a mancare, anche se tentai di tutto per provocarne la nascita. Ma nessuno può diventare la levatrice della storia, se prima non è matura la creatura. Difficile che maturi, quando i paludati vestimenti chiudono il corpo sociale in un´artificiosa impalcatura, che sembra tenerlo in piedi ma gli impedisce di generare».
La ricchezza delle nazioni porta ad un armonico sviluppo del corpo sociale. O forse è l´armonico sviluppo del corpo sociale che porta alla ricchezza delle nazioni. Magari entrambe le cose.
«Quando arrivai a Palermo, subito vidi che tutti i manufatti erano prodotti da altre nazioni, che qui le esportavano. Pensai d´essere arrivato in un posto povero del suo, che niente riusciva a cavar fuori dalle sue viscere. Quale fu la mia meraviglia, nello scoprire che le materie prime per quei manufatti erano prodotte in quell´isola. Vendute e imbarcate allo stato informe, vi tornavano trasformate in molteplici oggetti finiti. Partivano le pelli e arrivavano i cappelli. Con la canapa, altri fabbricavano funi e corde. Un miracolo distante trasformava la potassa in cristalli. S´imbarcavano balle di lana e matasse di seta, e arrivavano i panni che vestivano gli abitanti dell´isola felice: dove non si fabbricavano chiodi e nemmeno spilli o aghi o calze. Persino l´olio veniva raffinato fuori, tornava in patria meno verde e più squisito».
Cittadino viceré, sarà mai possibile uscirne fuori?
«Ai miei tempi, tutti erano prigionieri del tempo circolare. I baroni volevano ricreare il passato, solo più perfetto. Il popolo, appoggiava i suoi oppressori. L´ignoranza del popolo, questo è il vero dramma. Ma quando si consuma la grande impostura, e il popolo si nutre dei cascami dei sogni altri, va bene che resti ignorante. Così è più facile gabbarlo».
È arrivato nella Sicilia, ancora feudale, nel 1781
E per cinque anni ha lottato contro i mulini a vento
Caracciolo, il vicerè illuminista avversato dai baroni e dal popolo
"Volevo governare con la ragione e ho perso tutto"
"La mia aspirazione era portare il progresso sulla scia dei cambiamenti in Europa, invece mi ricordano perché volevo accorciare il Festino come fosse stato il capriccio di un originale"
"Sono i ricordi a fare la differenza fra noi, e sono contento dei miei Pensi, se fossi stato uno dei nobili che cercarono di distruggermi come il principe di Partanna, che pesante fardello avrei da portare"
"Se offri al cittadino la possibilità di allontanare i suoi parassiti e abolisci le servitù feudali e l´Inquisizione te lo ritroverai lo stesso nemico"
"Ai miei tempi nell´Isola erano tutti prigionieri del tempo circolare che riporta sempre al punto di partenza per perpetuare i privilegi"
di AMELIA CRISANTINO
Eccellenza...
«Lascia perdere, sono sempre stato contrario a questi titoli. Dopo tanti anni, cosa vuoi che sia rimasto della mia eccellenza. Siamo sabbia che scorre, siamo granelli. Tutti cittadini, dentro la clessidra del tempo. Chiamami col mio grado».
Marchese, allora.
«Anche se questi titoli avessero un significato, non sono mai stato un vero marchese. Ero cadetto, il titolo me l´ha ceduto mio fratello».
Ministro?
«Non per forza con l´ultimo mio grado. Chiamami con quello che mi è costato lacrime e sangue».
Viceré, per forza.
«Preferisco cittadino viceré, se non hai obiezioni. In fondo sono un sentimentale, ci tengo a salvare i miei ricordi. Sono i ricordi che fanno la differenza fra noi. A guardare come vanno le cose, meno male che ho i miei ricordi. Pensa se avessi quelli di un altro, se per un capriccio della sorte io fossi stato, che so, uno dei baroni che fecero di tutto per distruggermi. Se fossi stato il principe di Partanna, o quello di Valguarnera, o quel pedante del marchese di Villabianca. Vedi un po´ con che ricordi sarei costretto a convivere. Meno male che sono stato me stesso».
Cittadino viceré, ho attraversato contrade fantastiche per avere l´onore di incontrarvi.
«Dalla Sicilia, quasi nessuno passa a trovarmi. Mi rievocano in qualche accademica discussione, di quelle dove ci metto poco a sentirmi intrappolato. Ogni tanto ricordano che volevo accorciare il Festino, come fosse stato il capriccio d´un originale. Per il resto, tutto tace. E si consuma il grande imbroglio del progresso inseguito a parole, mentre nessuno vuole poi raggiungerlo. Metti che questo progresso arriva, come fosse un viaggiatore che fa una fermata anche nella patria degli dei. Potrebbe arrivare solo di notte, in incognito. A passi felpati, come un ladro. Per sorprenderli nel sonno. E farsi poi bandire, come fosse il più pericoloso dei briganti».
Cittadino viceré, quella della Sicilia è una storia tragica?
«La prima volta che mi occupai di quell´isola ero ancora a Londra, molti anni prima d´arrivare a Palermo. Ero ambasciatore del re di Napoli, tenevo occhi e orecchie ben aperti. Eravamo dentro i rutilanti inizi della civiltà commerciale, che avrebbe poi tutto travolto con la forza di innumerevoli oggetti di scarso valore. Di quelli che, presi uno per uno, non ci avresti scommesso un soldo. Ma questo è un altro argomento? anche se tutto s´intreccia, specie se visto dalla mia prospettiva. Comunque ero là, nel tempio della civiltà del commercio, il luogo dove si vendevano anche le pietre delle strade. E che vedo? M´accorgo che le sete siciliane erano d´ottima qualità, ma buttate via. Esportate grezze per ignoranza, per incompetenza tecnica. Vendute sulla piazza di Londra per molto meno delle sete lombarde. Che erano raffinate, ben lavorate. Ma sempre di qualità inferiore restavano. Ho cercato un rimedio. Ho invitato il governo a proteggere un´industria antica e in decadenza, e suggerito ai produttori come risollevare le loro sorti. Qualcosa si fece».
Quello delle industrie mancanti, o in qualche modo difettose, è un problema antico. Mai risolto.
«Mi sorprendo a pensare che forse il problema vero è quello del progresso. Quand´ero a Parigi, il piacere della conversazione dava alla testa come un vino frizzante. Tutto sembrava facile, possibile. Le catene della servitù si rompevano dappertutto, gli esseri umani conquistavano la libertà, la coscienza».
La Sicilia era un´isola lontana da tutto questo. La sua tradizione era tutta all´opposto dell´illuminismo.
«Se arrivi e offri ad un popolo la possibilità di allontanare i suoi parassiti, se vuoi levare le servitù feudali e il tribunale dell´inquisizione, se vuoi costruire strade e impiantare manifatture, allora metti in conto che ci saranno resistenze, che i vecchi privilegi faranno sentire la loro forza d´inerzia. Ma pensi che le nuove idee non sarà possibile fermarle, come non è possibile bloccare una gemma e non farla diventare fiore e frutto».
La società non segue le leggi della natura.
«M´accorsi subito che stavano buttando il momento giusto, persi a sognare il passato invece che costruire il futuro. M´illudevo che bastasse lavorare, adoperare i miei poteri come un grimaldello. Perché anche nelle profondità si allentassero, e infine si rompessero, gli innumerevoli legacci che bloccavano quel progresso che altrove andava veloce. Invece mi sbagliavo. L´errore è stato mio, mio e dei miei amici illuministi».
Chissà, forse il progresso non può trapiantarsi da un posto all´altro.
«Eravamo ingenui, adesso lo capisco. Tutti a pensare che il tempo andasse sempre avanti, che la forza delle idee avrebbe sollevato le coscienze. Ma il tempo non è per forza lineare, non si deve a tutti i costi andare avanti. Il tempo può anche essere circolare. Non dico che possa tornare indietro, questo no, non mi sembra possibile. Però può girare sui solchi già tracciati, e dare quell´illusione di eterno presente di cui ha parlato qualche filosofo».
Cittadino viceré, come è cominciata questa storia? È forse colpa del delirio per un inventato passato glorioso? C´entrano quelle vuote tradizioni con cui s´incoronano gli sciocchi? Perché questo rifiuto a rompere il tempo circolare?
«Ogni cosa ha il suo peso, chi può negarlo. La cultura del privilegio genera il tempo circolare, la sua natura è nella conservazione, nella ripetizione. In fondo un atteggiamento di debolezza, di difesa. Lo Stato e i baroni, come dire un eterno, incuboso medioevo. Si dannavano per restare fermi, ma anche i baroni sono passati. Comunque, io non ho responsi. Non credo nei rimedi che sanno di miracolo».
Cittadino vicerè, oggi la ragione e i ragionamenti non hanno gran seguito. La ragione argomenta, e non tutti sanno tenere il filo. Vince chi strombazza di rimedi miracolosi. Dicono che faranno un ponte, una meraviglia della tecnica per unire l´isola al continente. Così tutto andrà per il meglio.
«Ai miei tempi ci volevano quattro giorni di mare per arrivare da Napoli a Palermo. In mezzo ai pericoli, sempre con la paura di avvistare i pirati. Ci sono ancora i pirati?».
Non ci sono più, da lungo tempo. Ci sono i barconi dei clandestini. Ma non praticano quel tratto di mare.
«Se sul mare ci si muove alla stessa velocità che sulla terraferma, perché disturbare l´equilibrio della natura? In quei posti la terra è ballerina. Meditavo di farne la mia residenza, quando nel 1783 il terremoto offese Messina. La città non si riprese più».
Cittadino viceré, so che avete fatto dei piani per sviluppare i commerci.
«Per un armonico sviluppo dei commerci, è importante che vi sia una celere via di collegamento fra le città. La costruzione di un´agevole via fra Palermo e Messina fu tra i miei primi programmi. Il Senato della città mi osteggiava, non ne vedeva l´utilità. Ero io, il viceré Caracciolo, a volerla. E il Senato era contrario a tutte le mie idee. Si cominciò comunque, con grandi ritardi. Io, andavo di persona a controllare i lavori. Scoprii imbrogli e malversazioni da non crederci. Appalti truccati, spese enormi, ladroneggi. Per farla breve, alla mia partenza i lavori furono sospesi. Con buona pace di quanti s´erano adoperati per avversarli».
Senza le strade non possono farsi i commerci. Questo ormai lo sanno tutti. La celere via fra Palermo e Messina sta per essere completata. Ma davvero io mi chiedo, e non trovo risposta: come ha potuto il tornaconto di alcuni fermare il progresso di tutti?
«Mancava un ceto medio, quello da cui si genera la ricchezza delle nazioni. Continuò a mancare, anche se tentai di tutto per provocarne la nascita. Ma nessuno può diventare la levatrice della storia, se prima non è matura la creatura. Difficile che maturi, quando i paludati vestimenti chiudono il corpo sociale in un´artificiosa impalcatura, che sembra tenerlo in piedi ma gli impedisce di generare».
La ricchezza delle nazioni porta ad un armonico sviluppo del corpo sociale. O forse è l´armonico sviluppo del corpo sociale che porta alla ricchezza delle nazioni. Magari entrambe le cose.
«Quando arrivai a Palermo, subito vidi che tutti i manufatti erano prodotti da altre nazioni, che qui le esportavano. Pensai d´essere arrivato in un posto povero del suo, che niente riusciva a cavar fuori dalle sue viscere. Quale fu la mia meraviglia, nello scoprire che le materie prime per quei manufatti erano prodotte in quell´isola. Vendute e imbarcate allo stato informe, vi tornavano trasformate in molteplici oggetti finiti. Partivano le pelli e arrivavano i cappelli. Con la canapa, altri fabbricavano funi e corde. Un miracolo distante trasformava la potassa in cristalli. S´imbarcavano balle di lana e matasse di seta, e arrivavano i panni che vestivano gli abitanti dell´isola felice: dove non si fabbricavano chiodi e nemmeno spilli o aghi o calze. Persino l´olio veniva raffinato fuori, tornava in patria meno verde e più squisito».
Cittadino viceré, sarà mai possibile uscirne fuori?
«Ai miei tempi, tutti erano prigionieri del tempo circolare. I baroni volevano ricreare il passato, solo più perfetto. Il popolo, appoggiava i suoi oppressori. L´ignoranza del popolo, questo è il vero dramma. Ma quando si consuma la grande impostura, e il popolo si nutre dei cascami dei sogni altri, va bene che resti ignorante. Così è più facile gabbarlo».
Marco Bellocchio
un videoclip
Repubblica edizione di Roma 16.1.04
Presentate a Milano le cinque giornate dell´haute couture che sono in programma a Roma dal 25 al 29 gennaio. Gran gala alla Galleria Colonna
Sfilate nouvelle vague e la moda è videoclip
GIOVANNA VITALE
MILANO - Trenta sfilate ispirate alla nouvelle vague, sette videoclip per raccontare il rapporto tra moda e cinema, un brindisi a Palazzo Chigi in onore del made in Italy, performance ed eventi: tutto nei cinque giorni di haute couture in programma a Roma dal 25 al 29 gennaio.
[...]
Ma la vera novità dell´edizione 2004 è l´accordo tra AltaRoma e Cinecittà Entertainment che, oltre al cartoon realizzato con tecnologia sperimentale in 3D, ha prodotto i videoclip di 5-8 minuti girati da Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Ferzan Ozpetek, Franco Zeffirelli, Enrico e Carlo Vanzina, Pappi Corsicato. «Brevi storie sul rapporto tra moda e cinema», conclude il consigliere delegato di Cinecittà Entertainment, Stefano Cigarini, «interpretati da giovani attori come Alessandro Gassman, Elena Sofia Ricci, Enrico Lo Verso e Sabrina Impacciatore, mentre Stefano Accorsi racconterà le grandi dive». Lo spettacolo può cominciare.
Corriere della Sera 16.1.04
Dominella: sempre più legati a cinema e turismo
[...]
Dopo le «performance» della scorsa stagione, un modo tutto nuovo di presentare abiti e acccessori, cosa caratterizzerà quest’edizione?
«Sicuramente il mix tra moda e cinema, realizzato in collaborazione tra noi e Cinecittà entertainment. Sette sfilate saranno precedute da altrettanti videoclip, proiettati su schermo 12 x 6, di registi importanti che racconteranno cosa sia stata per loro la moda. Accanto a un Bellocchio "che porta la stessa giacca di velluto da 20 anni", distratto quindi nella vita ma attentissimo sul set, la testimonianza di Pontecorvo che con "Kapò" o "La battaglia di Algeri" non aveva molte alternative: carcerati o militari. E poi il cartoon, un linguaggio estetico modernissimo, in cui, in sette minuti si darà una lettura ironica e scanzonata di una megasfilata romana completa di truccatori, parruccheri ed estetiste».
Presentate a Milano le cinque giornate dell´haute couture che sono in programma a Roma dal 25 al 29 gennaio. Gran gala alla Galleria Colonna
Sfilate nouvelle vague e la moda è videoclip
GIOVANNA VITALE
MILANO - Trenta sfilate ispirate alla nouvelle vague, sette videoclip per raccontare il rapporto tra moda e cinema, un brindisi a Palazzo Chigi in onore del made in Italy, performance ed eventi: tutto nei cinque giorni di haute couture in programma a Roma dal 25 al 29 gennaio.
[...]
Ma la vera novità dell´edizione 2004 è l´accordo tra AltaRoma e Cinecittà Entertainment che, oltre al cartoon realizzato con tecnologia sperimentale in 3D, ha prodotto i videoclip di 5-8 minuti girati da Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Ferzan Ozpetek, Franco Zeffirelli, Enrico e Carlo Vanzina, Pappi Corsicato. «Brevi storie sul rapporto tra moda e cinema», conclude il consigliere delegato di Cinecittà Entertainment, Stefano Cigarini, «interpretati da giovani attori come Alessandro Gassman, Elena Sofia Ricci, Enrico Lo Verso e Sabrina Impacciatore, mentre Stefano Accorsi racconterà le grandi dive». Lo spettacolo può cominciare.
Corriere della Sera 16.1.04
Dominella: sempre più legati a cinema e turismo
[...]
Dopo le «performance» della scorsa stagione, un modo tutto nuovo di presentare abiti e acccessori, cosa caratterizzerà quest’edizione?
«Sicuramente il mix tra moda e cinema, realizzato in collaborazione tra noi e Cinecittà entertainment. Sette sfilate saranno precedute da altrettanti videoclip, proiettati su schermo 12 x 6, di registi importanti che racconteranno cosa sia stata per loro la moda. Accanto a un Bellocchio "che porta la stessa giacca di velluto da 20 anni", distratto quindi nella vita ma attentissimo sul set, la testimonianza di Pontecorvo che con "Kapò" o "La battaglia di Algeri" non aveva molte alternative: carcerati o militari. E poi il cartoon, un linguaggio estetico modernissimo, in cui, in sette minuti si darà una lettura ironica e scanzonata di una megasfilata romana completa di truccatori, parruccheri ed estetiste».
giovedì 15 gennaio 2004
donne e cani
La Repubblica 15.1.03
UN SAGGIO DI CRISTINA FRANCO SU UNA SINGOLARE ANALOGIA
PER I GRECI LA DONNA ERA SIMILE AL CANE
Questa malattia faceva tornare lupo l'animale domestico che da fedele diventava infido
Secondo gli antichi l'amico dell'uomo diventa cattivo quando è preda della lyssa
di MAURIZIO BETTINI
È storia di appena ieri. Pitbull inferociti, sanguinari Rotweiler, Doberman che si aggirano minacciosi per i giardini pubblici. Ogni giorno un nuovo assalto, mentre un ministro italiano della salute si preoccupa, con una specifica ordinanza, di distinguere addirittura i cani buoni da quelli cattivi. Che cosa è successo? Per gli antichi Greci non ci sarebbero stati dubbi: gli amici dell'uomo sono caduti improvvisamente preda della lyssa.
La lyssa era una singolare malattia. Etimologicamente questa parola viene da lykos, il «lupo», dunque si trattava di un vero e proprio «allupamento» del cane, di un suo ritorno, più o meno momentaneo, all'originaria natura lupina. Colto dalla lyssa, il cane non distingue più il padrone dallo straniero, l'ospite dall'intruso: attacca, morde e talora uccide. L'amico fedele si trasforma improvvisamente in un pericoloso nemico. E questo poneva ai Greci dei problemi culturali, naturalmente: proprio come oggi li pone a noi il Pitbull che scavalca la rete e azzanna la padroncina. Ma insomma, ci chiediamo, chi è il cane? Qual è il suo vero ruolo nella vita dell'uomo, di cui condivide - da sempre - il tetto e la mensa?
A questa domanda risponde un libro affascinante, che una giovane studiosa, Cristiana Franco, ha pubblicato presso la casa editrice Il Mulino: Senza ritegno. Il cane e la donna nell'immaginario della Grecia antica, (pagg. 372, euro 24). Questo libro inaugura la Collana «Antropologia del mondo antico», che l'omonimo Centro dell'Università di Siena cura presso la casa editrice bolognese; e sarà seguito da una serie di altri lavori di giovani studiosi i quali, per nostra fortuna, dedicano ancora le loro energie intellettuali alla cultura antica. E dunque, chi è il cane per i Greci?
Per rispondere a questo interrogativo, il libro della Franco prende le mosse da un insulto: quel «cane!» che l'uomo adirato scaglia all'indirizzo dell'amico che lo ha tradito, o del familiare di cui ha appena scoperto gli intrighi meschini. È abbastanza strano, in effetti, che venga usato come insulto proprio il nome dell'animale più caro all'uomo. Il fatto è, spiega l'autrice, che il cane non è un animale, al contrario, è un membro della società degli uomini - salvo che, come tale, esso (o egli?) ne occupa il posto più infimo. Il cane incarna un vero e proprio paradosso: se come animale è il più prossimo all'uomo, come "uomo", invece, costituisce una perenne delusione. È nutrito, vezzeggiato, ma d'un tratto può essere colto dalla lyssa, oppure, più semplicemente, può vendersi ai ladri per un boccone di carne cruda. Oltre che inaffidabile, però, il cane è soprattutto uno svergognato. Il suo vizio più grave, infatti, è quello che i Greci definivano anaideia, cioè mancanza di aidos, di «pudore». Per questo il cane si abbandona in pubblico alle voglie di amore, né si preoccupa di nascondere i propri impulsi e i propri desideri, che anzi manifesta con guaiti impudenti e un modo adulatorio di scodinzolare - i Greci, che avevano una parola per tutto, lo definivano sainein - da cui non c'è da aspettarsi niente di buono.
Il fatto è che «Fido», in realtà, non ci guarda con gli stessi occhi con cui lo guardiamo noi, né ha il nostro stesso cuore. Come ha scritto efficacemente Giovanni Jervis, «il vero limite dei rapporti fra noi e il nostro cane non sta nel trovare un animale che possiamo trattare come una persona: ma nell'impossibilità di avere un cane che ci tratti veramente come una persona». In quanto «persona» il cane ci delude, ci tradisce e talora ci aggredisce. Ecco perché non ci fidiamo di «Fido» e possiamo usare il suo nome - «cane» - per insultare qualcuno.
A questo punto il lettore si starà chiedendo che cosa c'entri la donna, in questa faccenda. Perché abbastanza inaspettatamente il libro della Franco mette sotto l'etichetta della «impudenza» - la anaideia - non solo la razza canina ma anche il sesso femminile: per i Greci cane e donna sono entrambi dei «senza ritegno». Anche questo secondo filone di ricerca, che accompagna il primo come un pedale inquietante, prende in realtà le mosse da una domanda. Perché al momento di creare Pandora, la prima donna, mentre Atena le donava l'arte del telaio e Afrodite la grazia, Ermes pensò invece di donarle una «indole cagnesca»? Kyneos noos, nelle parole di Esiodo, un'indole non «di cagna», come l'autrice efficacemente dimostra, ma proprio «di cane».
Se i Greci hanno legato così strettamente il cane e la donna, lo hanno fatto in primo luogo per un motivo di carattere culturale. In altre parole, a loro il cane è servito soprattutto per «pensare» la donna. Pensarla come una «razza» a sé stante, diversa da «noi» - cioè cittadini maschi adulti - eppure destinata ineluttabilmente a dividere la nostra casa e la nostra vita. Dividerla naturalmente tenendo la posizione più bassa all'interno della società degli uomini - cioè i maschi - proprio come il cane tiene l'infimo rango a mensa o nella casa in generale. Per questo donna e cane si toccano, nell'immaginario dei Greci. Ma non solo per questo. Proprio come del migliore amico dell'uomo, infatti, anche della donna - madre, moglie o figlia che sia - i Greci non si sono mai fidati. La donna è svergognata, seduttiva - come il cane che scodinzola - e sempre pronta a tradire. La prova di tutto ciò? Basta ripensare alla mitologia e alla letteratura dei Greci, dove le donne si chiamano Elena (colei che in Omero si autodefinisce «faccia di cane»), Clitennestra, Fedra, Mirra, Medea: creature svergognate, traditrici e assassine. Ma che cosa ci si poteva aspettare da una razza nata da Pandora? «Indole cagnesca», kyneos noos.
UN SAGGIO DI CRISTINA FRANCO SU UNA SINGOLARE ANALOGIA
PER I GRECI LA DONNA ERA SIMILE AL CANE
Questa malattia faceva tornare lupo l'animale domestico che da fedele diventava infido
Secondo gli antichi l'amico dell'uomo diventa cattivo quando è preda della lyssa
di MAURIZIO BETTINI
È storia di appena ieri. Pitbull inferociti, sanguinari Rotweiler, Doberman che si aggirano minacciosi per i giardini pubblici. Ogni giorno un nuovo assalto, mentre un ministro italiano della salute si preoccupa, con una specifica ordinanza, di distinguere addirittura i cani buoni da quelli cattivi. Che cosa è successo? Per gli antichi Greci non ci sarebbero stati dubbi: gli amici dell'uomo sono caduti improvvisamente preda della lyssa.
La lyssa era una singolare malattia. Etimologicamente questa parola viene da lykos, il «lupo», dunque si trattava di un vero e proprio «allupamento» del cane, di un suo ritorno, più o meno momentaneo, all'originaria natura lupina. Colto dalla lyssa, il cane non distingue più il padrone dallo straniero, l'ospite dall'intruso: attacca, morde e talora uccide. L'amico fedele si trasforma improvvisamente in un pericoloso nemico. E questo poneva ai Greci dei problemi culturali, naturalmente: proprio come oggi li pone a noi il Pitbull che scavalca la rete e azzanna la padroncina. Ma insomma, ci chiediamo, chi è il cane? Qual è il suo vero ruolo nella vita dell'uomo, di cui condivide - da sempre - il tetto e la mensa?
A questa domanda risponde un libro affascinante, che una giovane studiosa, Cristiana Franco, ha pubblicato presso la casa editrice Il Mulino: Senza ritegno. Il cane e la donna nell'immaginario della Grecia antica, (pagg. 372, euro 24). Questo libro inaugura la Collana «Antropologia del mondo antico», che l'omonimo Centro dell'Università di Siena cura presso la casa editrice bolognese; e sarà seguito da una serie di altri lavori di giovani studiosi i quali, per nostra fortuna, dedicano ancora le loro energie intellettuali alla cultura antica. E dunque, chi è il cane per i Greci?
Per rispondere a questo interrogativo, il libro della Franco prende le mosse da un insulto: quel «cane!» che l'uomo adirato scaglia all'indirizzo dell'amico che lo ha tradito, o del familiare di cui ha appena scoperto gli intrighi meschini. È abbastanza strano, in effetti, che venga usato come insulto proprio il nome dell'animale più caro all'uomo. Il fatto è, spiega l'autrice, che il cane non è un animale, al contrario, è un membro della società degli uomini - salvo che, come tale, esso (o egli?) ne occupa il posto più infimo. Il cane incarna un vero e proprio paradosso: se come animale è il più prossimo all'uomo, come "uomo", invece, costituisce una perenne delusione. È nutrito, vezzeggiato, ma d'un tratto può essere colto dalla lyssa, oppure, più semplicemente, può vendersi ai ladri per un boccone di carne cruda. Oltre che inaffidabile, però, il cane è soprattutto uno svergognato. Il suo vizio più grave, infatti, è quello che i Greci definivano anaideia, cioè mancanza di aidos, di «pudore». Per questo il cane si abbandona in pubblico alle voglie di amore, né si preoccupa di nascondere i propri impulsi e i propri desideri, che anzi manifesta con guaiti impudenti e un modo adulatorio di scodinzolare - i Greci, che avevano una parola per tutto, lo definivano sainein - da cui non c'è da aspettarsi niente di buono.
Il fatto è che «Fido», in realtà, non ci guarda con gli stessi occhi con cui lo guardiamo noi, né ha il nostro stesso cuore. Come ha scritto efficacemente Giovanni Jervis, «il vero limite dei rapporti fra noi e il nostro cane non sta nel trovare un animale che possiamo trattare come una persona: ma nell'impossibilità di avere un cane che ci tratti veramente come una persona». In quanto «persona» il cane ci delude, ci tradisce e talora ci aggredisce. Ecco perché non ci fidiamo di «Fido» e possiamo usare il suo nome - «cane» - per insultare qualcuno.
A questo punto il lettore si starà chiedendo che cosa c'entri la donna, in questa faccenda. Perché abbastanza inaspettatamente il libro della Franco mette sotto l'etichetta della «impudenza» - la anaideia - non solo la razza canina ma anche il sesso femminile: per i Greci cane e donna sono entrambi dei «senza ritegno». Anche questo secondo filone di ricerca, che accompagna il primo come un pedale inquietante, prende in realtà le mosse da una domanda. Perché al momento di creare Pandora, la prima donna, mentre Atena le donava l'arte del telaio e Afrodite la grazia, Ermes pensò invece di donarle una «indole cagnesca»? Kyneos noos, nelle parole di Esiodo, un'indole non «di cagna», come l'autrice efficacemente dimostra, ma proprio «di cane».
Se i Greci hanno legato così strettamente il cane e la donna, lo hanno fatto in primo luogo per un motivo di carattere culturale. In altre parole, a loro il cane è servito soprattutto per «pensare» la donna. Pensarla come una «razza» a sé stante, diversa da «noi» - cioè cittadini maschi adulti - eppure destinata ineluttabilmente a dividere la nostra casa e la nostra vita. Dividerla naturalmente tenendo la posizione più bassa all'interno della società degli uomini - cioè i maschi - proprio come il cane tiene l'infimo rango a mensa o nella casa in generale. Per questo donna e cane si toccano, nell'immaginario dei Greci. Ma non solo per questo. Proprio come del migliore amico dell'uomo, infatti, anche della donna - madre, moglie o figlia che sia - i Greci non si sono mai fidati. La donna è svergognata, seduttiva - come il cane che scodinzola - e sempre pronta a tradire. La prova di tutto ciò? Basta ripensare alla mitologia e alla letteratura dei Greci, dove le donne si chiamano Elena (colei che in Omero si autodefinisce «faccia di cane»), Clitennestra, Fedra, Mirra, Medea: creature svergognate, traditrici e assassine. Ma che cosa ci si poteva aspettare da una razza nata da Pandora? «Indole cagnesca», kyneos noos.
gli autori della destra: da Prezzolini a Tolkien
La Repubblica 15.1.04
PENSIERI CLANDESTINI TRA TOLKIEN E GUARESCHI
Le radici della cultura di destra/ 3
Nel dopoguerra c'è come una invisibilità delle idee più elaborate che pure non mancano Il tradizionalismo conservatore si muove tra i cattolici ma non ha grande rilievo Il populismo è un fenomeno trasversale che ha attecchito soprattutto al Sud Il caso del filosofo Del Noce che cerca un'alternativa ai laici ed ai marxisti
di ANTONIO GNOLI
FIRENZE. Una combinazione di interno esterno. Ecco come ci appare la conversazione con Marco Tarchi. Intrinseco, negli anni giovanili, alla destra missina, culturalmente militante, Tarchi si è staccato da quel mondo non rinunciando tuttavia a guardarlo con gli occhi dello studioso. Del politologo. Tra le due guerre la cultura di destra ha svolto un ruolo. Nel secondo dopoguerra quel ruolo si è fortemente ridimensionato fino a diventare marginale. Osserva Tarchi: «La mia impressione è che in questo dopoguerra la visibilità e la creatività della cultura di destra sono state fortemente condizionate dal peso delle compromissioni con il fascismo di tutta una serie di settori, di ambienti sociali e anche intellettuali».
La cultura di destra del secondo dopoguerra diventa in Italia un fenomeno marginale.
«Direi non solo in Italia. Paradossalmente, si è creato una sorta di doppio piano: quello accademico, ma anche produzione di idee attraverso i giornali, le case editrici, ed è un piano mimetico. E poi c´è il piano della cultura popolare. Qui il fenomeno è stato diverso: l´eredità del ventennio fascista ha diffuso stereotipi, miti, modelli che hanno reso ancor più marginale e patetica quella cultura».
Questi due piani cui lei accenna - uno colto ma criptico, l´altro popolare ma rozzo - in realtà sono messi in crisi da una cultura di sinistra che è molto vitale nel dopoguerra.
«È quella che ha vinto. Anche se tra tutte le componenti del fronte antifascista l´opera sistematica di penetrazione nei gangli della società civile è svolta soprattutto dal marxismo. Il che ha impedito che quanto di vitale la cultura di destra poteva avere venisse alla luce».
Lei dice vitale, ma non trova che quella cultura avesse una debolezza intrinseca, una incapacità a camminare con le proprie gambe?
«Può darsi che quella cultura non avesse la forza per riemergere. Però se osserviamo la vicenda senza strumentalizzazioni ci accorgeremmo che non tutto era da buttare. E che alcuni eventi entrati in circolazione prima del fascismo erano sopravvissuti».
A quali eventi pensa?
«La cultura di destra nell´Italia post Risorgimentale è ampia e variegata. Ma quello che è singolare e aggiungo penalizzante è che ogni volta che si è parlato della cultura di destra lo si è fatto sempre al singolare. Probabilmente in ciò agevolato dal fascismo che come contenitore autoritario legittima, accorpandole, alcune culture e altre, come il tradizionalismo antimoderno o il modernismo futurista, le rifiuta».
Lei sostiene che la cultura di destra non può esaurirsi nel fenomeno del fascismo.
«Sì, ma aggiungo che il problema è capire che fine fanno quei filoni che il contenitore autoritario lascia fuori. Il tradizionalismo conservatore, per esempio, cercherà di mimetizzarsi o di entrare in simbiosi con la cultura cattolica, dove pure non avrà uno spazio rilevante».
Forse l´esempio più noto è quello di Augusto Del Noce.
«Lui è un caso a sé, in parte vicino al dibattito che nasce nell´ambito della metafisica cattolica e che si pone il problema su quali basi sia possibile un’alternativa alla società secolarizzata e al marxismo. Poi c´è il filone laico conservatore della cultura borghese, che ha referenti molto popolari in Longanesi prima e in Montanelli dopo. È un filone che si alimenta di una vena di scetticismo nei confronti dell´impegno politico e culturale».
È un filone che si serve soprattutto dei giornali.
«È un tramite essenziale che garantisce una grande popolarità ai suoi protagonisti».
A un livello un po´ più alto c´è la figura di Prezzolini.
«Prezzolini è una specie di sfondo dal quale essi prendono le mosse».
E poi c´è il caso Guareschi che sul piano della narrativa rende popolare e in qualche modo indolore l´opposizione destra e sinistra. Non crede che sia l´anticomunismo il collante che unisce i vari protagonisti?
«L´anticomunismo è solo un aspetto. C´è un collante più importante che tiene unite queste esperienze ed è il senso di inattualità che la memoria del buon tempo antico alimenta. Il tentativo, più o meno palese, è ricostruire modelli culturali che siano non riconducibili al fascismo, che evitino inquinamenti con l´estremismo e che si attengano alla ridefinizione di un ordine patriottico nazionale ma non esasperatamente nazionalista».
Ho l´impressione che da parte di questi conservatori ci sia la netta ripulsa del totalitarismo, ma anche l´accettazione o la ricerca di una convivenza con le forme autoritarie del potere.
«Diciamo che è possibile registrare un certo accomodamento».
Forse qualcosa di più. Longanesi e Montanelli hanno un rapporto dialettico con il fascismo: ne vedono il lato comico a volte tragico, ma al tempo stesso ne accettano il principio d´ordine. Non vede in ciò una contraddizione?
«Non so se vi sia una contraddizione. La mia impressione è che in questo tipo di cultura è radicato un forte pessimismo antropologico. Il riferimento a cui penso è Machiavelli. Essi sono convinti che l´individuo preso a sé può coltivare tutte le elementari virtù civiche della convivenza ordinata all´interno della collettività. Ma quando l´individuo è coinvolto in fenomeni di gruppo tende a perdere la propria identità e si fa strumento di operazioni che non capisce e che mirano a irreggimentarne la vita quotidiana».
Insomma quello che temono è il conformismo. «Che essi trovano più forte e pericoloso nel comunismo che non nel fascismo».
L´accenno a Machiavelli fa pensare a un realismo di fondo, ma anche a un tono da invettiva che in loro prende a volte la cifra della satira.
«È una cultura che si pone il classico problema di come stare al mondo nel momento in cui non si accetta una problematica di tipo religioso. Lo scettico, il conservatore, il pragmatico, il liberal, da una parte sanno che lo stare al mondo non è un privilegio, dall´altro però si sentono estranei alla logica dell´utopia e quindi non vogliono inseguire sogni di palingenesi».
La loro si potrebbe dire è anche una reazione al populismo. A questo proposito lei ha scritto di recente un libro sull´argomento (L´Italia populista, edito da il Mulino). Si può parlare in relazione all´Italia di un populismo più di destra che di sinistra?
«Posto che il populismo è un fenomeno trasversale, effettivamente è più la destra che ne ha colto i frutti. I temi della antipartitocrazia, cioè della diffidenza verso la classe politica in generale, le critiche al potere, l´arroccamento autarchico, i toni plebei, la presenza di un leader carismatico sono aspetti ai quali la destra si dimostra più sensibile della sinistra. Sicché dal qualunquismo si è passati al laurismo, e poi a certe posizioni del Movimento sociale che al Sud ha cercato in anni passati di mettersi a capo della protesta popolare».
E l´attuale Lega?
«La Lega fa involontariamente sua quella vena letteraria e populista che attraversa il fascismo degli anni Trenta e che non ritrovi assolutamente nella cultura di destra degli anni ‘60, ‘70, e ‘80. Questa vena - tesa ad esaltare l´oleografia delle virtù popolari, a vederne l´eroismo, a porre l´intima connessione fra il capo e la folla - ricompare in maniera tumultuosa e a un livello politico più che culturale. Tutto questo va ricondotto alla presenza di altri elementi che sono interni al funzionamento della democrazia come mistica dell´espressione diretta del popolo».
Non trova, a proposito di populismo, che la vena narrativa di Guareschi ne sia intrisa? Che i suoi personaggi, le contrapposizioni fra "chiese", quella cattolica e comunista, aprano a un populismo del buon senso?
«Un certo populismo è indiscutibile. Ma quello che mi colpisce è soprattutto l´idea di buon senso che circola nelle pagine dei suoi romanzi. Poco fa parlavamo di personaggi come Longanesi e Montanelli, che mantengono comunque certe forme di distacco quasi sprezzante nei confronti del popolo. Eppure essi non negano potenzialmente al popolo la virtù del buon senso. Solo che la vedono offuscata dalle ideologie e dalle febbri politiche che ogni tanto lo divorano. Guareschi, ma soprattutto Giannini sul piano politico, sono l´altro versante del discorso».
Ossia?
«Intravedono nella vita quotidiana un fondo vitale. Qualcosa che è lontano dalle utopie sovversive e che va nella direzione di un conservatorismo nemico del progressismo».
Conservazione e progresso sono polarità che useranno in tanti.
«Non c´è dubbio. Ma nel discorso che si sta facendo il progressismo è visto come lo snaturamento del buon senso e abbandono irrazionalistico al sogno della grande trasformazione. E questa opposizione avverrà in modi diversi: su un registro più popolare con Guareschi, più culturalizzato con Prezzolini e per certi versi con Longanesi».
Ma questa idea del buon senso, che è un po´ la faccia popolare della tradizione, non limita il discorso sulla cultura di destra.
«A me viene in mente il ruolo che ha svolto la casa editrice Rusconi negli anni Settanta, la cui speranza almeno nel progetto editoriale fu duplice: cercare di riconquistare a livello popolare il buon senso, ma al tempo stesso far emergere una sorta di contro élite culturale che facesse muro a quella marxista. Tra le scelte editoriali c´era la pubblicazione di Decadenza dell´analfabetismo, un testo raffinato di Bergamín, che richiamava la necessità di non staccarsi dal popolo».
Un ruolo ispiratore alla Rusconi lo svolgerà il filosofo Augusto del Noce che da cattolico tradizionalista cercherà il confronto con la cultura marxista, provando a minare le basi della sua egemonia.
«Anche questo tentativo di Del Noce che per un verso è molto sofisticato dall´altro è indirizzato a un livello più elementare. Secondo me i vari filoni della cultura di destra, a eccezione di alcune frange marginali, partono dal presupposto che il popolo italiano abbia nel fondo conservato un nucleo di valori positivi spendibili sul piano della costruzione della buona società e che solo la febbre ideologica, la catastrofe bellica con annessa guerra civile, abbia finito con il manipolare».
È in gioco uno scontro tra chi deve detenere il potere culturale?
«Sì, ed è la tesi classica che la destra ha sempre avanzato: il marxismo ha occupato larga parte del potere intellettuale e dopo la conquista è partita una strategia di condizionamento ideologico, psicologico, mentale. Di qui il programma di confronto con cui la destra tenta di ridimensionare quel potere intellettuale: non attraverso i vertici, quindi non attraverso la politica, ma attraverso la base».
A quale base sta pensando?
«Ce ne sono di due tipi. Quella cattolica fondata sul recupero di una posizione dottrinaria che guardi verso la direzione religiosa e quella laica che poggia sugli elementi di buon senso che dicevamo prima. E che dovrebbero portare l´individuo a prendere le distanze da chi gli promette il paradiso in terra, il regno ideologico della libertà».
I due piani, popolare ed elitario, proveranno mai a convivere?
«Proveranno agli inizi degli anni Settanta con due riviste: La destra, sponsorizzata dagli ambienti politici missini, ma diretta con forte autonomia da Mario Tedeschi; e Intervento, voluto da una figura del tutto anomala, anche se fiancheggiatrice, come Giovanni Volpe. Entrambe le riviste raduneranno tutto quello che a livello nazionale e internazionale è riconducibile alla cultura di destra».
Qualche nome?
«Compaiono Del Noce e Prezzolini, Eliade e Jünger. L´obiettivo è cercare di arginare quel processo di penetrazione del marxismo nel tessuto collettivo della società italiana».
Non mi pare che ci riusciranno.
«No, anche perché quelle riviste, nate con altri intenti, finiranno con il diventare delle torri d´avorio».
In un´analoga torre d´avorio finì il lavoro editoriale della Rusconi.
«L´esempio più clamoroso fu l´insuccesso, fortissimo dal punto di vista delle vendite, di una collana che si esaurirà dopo pochi libri. Ricordo che esordì con Le serate di San Pietroburgo di de Maistre, poi il saggio sul cattolicesimo di Donoso Cortés e infine La colonna e il fondamento della verità di Florenskij».
Perché libri del genere, pur straordinari, non attecchirono?
«Perché si puntava all´idea che esistesse un pubblico colto da incuriosire e orientare verso una letteratura alternativa a quella progressista, ma non riconducibile a una cultura militante di destra, o nostalgica. E non è un caso che Rusconi riesca meglio dove la polemica culturale è più diretta e accesa».
Ma soprattutto piazza un colpo straordinario: Il signore degli anelli. Una saga che verrà accolta e fatta propria dagli ambienti giovanili della destra fascista. Come mai?
«Perché sono ambienti che si nutrono di suggestioni culturali molto drastiche, che hanno letto Evola e che condividono la proposta di una radicale alterità rispetto al mondo moderno e che quindi non si accontentano di un tradizionalismo estetizzante o religioso, ma vogliono lanciare una proposta politica alternativa».
Ma che cosa è stato questo territorio del neofascismo dal punto di vista culturale?
«È un mondo che deve confrontarsi con il problema della propria assoluta minorità numerica e di prestigio. Che mostra una grande fame di letture e che si abbevera in larga parte a culture straniere. Adora il romanticismo fascista dei Drieu la Rochelle, dei Brasillach, del Céline. Cerca in Jünger, con il quale ha un rapporto difficile, l´idea che il pensiero è qualcosa di aristocratico, e in Eliade o in Guenon una diversa via d´accesso alla tradizione. Si disinteressano del pensiero italiano. A parte Evola, non leggono tutto quello che il corporativismo, il futurismo, il sovversivismo sindacale era stato prodotto dalla cultura fascista. Queste sono cose che interesseranno soprattutto De Felice e i suoi allievi».
Che relazione ha questo mondo con la violenza?
«Il neofascismo è l´affiliazione di un ambiente che aveva referenti diversi, che andavano dallo squadrismo alla produzione culturale di circoli sospesi tra l´ortodossia e la fronda. Nelle sedi missine la separazione era quasi fisica tra quelli che predicavano l´attivismo e l´anticomunismo e quelli che volevano fare corsi di formazione politica, leggendo i testi e non usando le spranghe. Il problema è che l´occhio esterno ha teso a vedere tutto come articolazioni funzionali di un ambiente che aveva un solo progetto».
Ma quel progetto, fra eversione e violenza, si impose nel clima degli anni Settanta.
«È vero, prevalse e mise a tacere ogni possibile alternativa. La conclusione fu che all´esterno l´immagine stereotipata che vinse fu quella di un movimento brutale, violento e incolto».
Non credo che fosse così stereotipata. Pensi, tanto per fare un nome, a Freda e al terrorismo nero.
«Non dimentichiamo che all’estrema sinistra accadeva qualcosa di analogo. Ma io non discuto sul fatto che il neofascismo abbia avuto una componente violenta e inquietante. Dico che non si può ridurla a questa. Il romanzo di Tolkien coincise con lo sviluppo di un certo radicalismo di destra. Da quella saga, giusto o sbagliato che fosse, molti giovani vagheggiarono la costruzione di un mondo comunitario che fosse un´alternativa in grado di salvare l’umanità dalla cultura del progresso che porta al disastro. Quindi, più che il lato bellico, guerriero, quella parte della cultura di destra riconobbe il valore del recupero delle forme di vita estranee alla modernità industrializzata e consumistica».
PENSIERI CLANDESTINI TRA TOLKIEN E GUARESCHI
Le radici della cultura di destra/ 3
Nel dopoguerra c'è come una invisibilità delle idee più elaborate che pure non mancano Il tradizionalismo conservatore si muove tra i cattolici ma non ha grande rilievo Il populismo è un fenomeno trasversale che ha attecchito soprattutto al Sud Il caso del filosofo Del Noce che cerca un'alternativa ai laici ed ai marxisti
di ANTONIO GNOLI
FIRENZE. Una combinazione di interno esterno. Ecco come ci appare la conversazione con Marco Tarchi. Intrinseco, negli anni giovanili, alla destra missina, culturalmente militante, Tarchi si è staccato da quel mondo non rinunciando tuttavia a guardarlo con gli occhi dello studioso. Del politologo. Tra le due guerre la cultura di destra ha svolto un ruolo. Nel secondo dopoguerra quel ruolo si è fortemente ridimensionato fino a diventare marginale. Osserva Tarchi: «La mia impressione è che in questo dopoguerra la visibilità e la creatività della cultura di destra sono state fortemente condizionate dal peso delle compromissioni con il fascismo di tutta una serie di settori, di ambienti sociali e anche intellettuali».
La cultura di destra del secondo dopoguerra diventa in Italia un fenomeno marginale.
«Direi non solo in Italia. Paradossalmente, si è creato una sorta di doppio piano: quello accademico, ma anche produzione di idee attraverso i giornali, le case editrici, ed è un piano mimetico. E poi c´è il piano della cultura popolare. Qui il fenomeno è stato diverso: l´eredità del ventennio fascista ha diffuso stereotipi, miti, modelli che hanno reso ancor più marginale e patetica quella cultura».
Questi due piani cui lei accenna - uno colto ma criptico, l´altro popolare ma rozzo - in realtà sono messi in crisi da una cultura di sinistra che è molto vitale nel dopoguerra.
«È quella che ha vinto. Anche se tra tutte le componenti del fronte antifascista l´opera sistematica di penetrazione nei gangli della società civile è svolta soprattutto dal marxismo. Il che ha impedito che quanto di vitale la cultura di destra poteva avere venisse alla luce».
Lei dice vitale, ma non trova che quella cultura avesse una debolezza intrinseca, una incapacità a camminare con le proprie gambe?
«Può darsi che quella cultura non avesse la forza per riemergere. Però se osserviamo la vicenda senza strumentalizzazioni ci accorgeremmo che non tutto era da buttare. E che alcuni eventi entrati in circolazione prima del fascismo erano sopravvissuti».
A quali eventi pensa?
«La cultura di destra nell´Italia post Risorgimentale è ampia e variegata. Ma quello che è singolare e aggiungo penalizzante è che ogni volta che si è parlato della cultura di destra lo si è fatto sempre al singolare. Probabilmente in ciò agevolato dal fascismo che come contenitore autoritario legittima, accorpandole, alcune culture e altre, come il tradizionalismo antimoderno o il modernismo futurista, le rifiuta».
Lei sostiene che la cultura di destra non può esaurirsi nel fenomeno del fascismo.
«Sì, ma aggiungo che il problema è capire che fine fanno quei filoni che il contenitore autoritario lascia fuori. Il tradizionalismo conservatore, per esempio, cercherà di mimetizzarsi o di entrare in simbiosi con la cultura cattolica, dove pure non avrà uno spazio rilevante».
Forse l´esempio più noto è quello di Augusto Del Noce.
«Lui è un caso a sé, in parte vicino al dibattito che nasce nell´ambito della metafisica cattolica e che si pone il problema su quali basi sia possibile un’alternativa alla società secolarizzata e al marxismo. Poi c´è il filone laico conservatore della cultura borghese, che ha referenti molto popolari in Longanesi prima e in Montanelli dopo. È un filone che si alimenta di una vena di scetticismo nei confronti dell´impegno politico e culturale».
È un filone che si serve soprattutto dei giornali.
«È un tramite essenziale che garantisce una grande popolarità ai suoi protagonisti».
A un livello un po´ più alto c´è la figura di Prezzolini.
«Prezzolini è una specie di sfondo dal quale essi prendono le mosse».
E poi c´è il caso Guareschi che sul piano della narrativa rende popolare e in qualche modo indolore l´opposizione destra e sinistra. Non crede che sia l´anticomunismo il collante che unisce i vari protagonisti?
«L´anticomunismo è solo un aspetto. C´è un collante più importante che tiene unite queste esperienze ed è il senso di inattualità che la memoria del buon tempo antico alimenta. Il tentativo, più o meno palese, è ricostruire modelli culturali che siano non riconducibili al fascismo, che evitino inquinamenti con l´estremismo e che si attengano alla ridefinizione di un ordine patriottico nazionale ma non esasperatamente nazionalista».
Ho l´impressione che da parte di questi conservatori ci sia la netta ripulsa del totalitarismo, ma anche l´accettazione o la ricerca di una convivenza con le forme autoritarie del potere.
«Diciamo che è possibile registrare un certo accomodamento».
Forse qualcosa di più. Longanesi e Montanelli hanno un rapporto dialettico con il fascismo: ne vedono il lato comico a volte tragico, ma al tempo stesso ne accettano il principio d´ordine. Non vede in ciò una contraddizione?
«Non so se vi sia una contraddizione. La mia impressione è che in questo tipo di cultura è radicato un forte pessimismo antropologico. Il riferimento a cui penso è Machiavelli. Essi sono convinti che l´individuo preso a sé può coltivare tutte le elementari virtù civiche della convivenza ordinata all´interno della collettività. Ma quando l´individuo è coinvolto in fenomeni di gruppo tende a perdere la propria identità e si fa strumento di operazioni che non capisce e che mirano a irreggimentarne la vita quotidiana».
Insomma quello che temono è il conformismo. «Che essi trovano più forte e pericoloso nel comunismo che non nel fascismo».
L´accenno a Machiavelli fa pensare a un realismo di fondo, ma anche a un tono da invettiva che in loro prende a volte la cifra della satira.
«È una cultura che si pone il classico problema di come stare al mondo nel momento in cui non si accetta una problematica di tipo religioso. Lo scettico, il conservatore, il pragmatico, il liberal, da una parte sanno che lo stare al mondo non è un privilegio, dall´altro però si sentono estranei alla logica dell´utopia e quindi non vogliono inseguire sogni di palingenesi».
La loro si potrebbe dire è anche una reazione al populismo. A questo proposito lei ha scritto di recente un libro sull´argomento (L´Italia populista, edito da il Mulino). Si può parlare in relazione all´Italia di un populismo più di destra che di sinistra?
«Posto che il populismo è un fenomeno trasversale, effettivamente è più la destra che ne ha colto i frutti. I temi della antipartitocrazia, cioè della diffidenza verso la classe politica in generale, le critiche al potere, l´arroccamento autarchico, i toni plebei, la presenza di un leader carismatico sono aspetti ai quali la destra si dimostra più sensibile della sinistra. Sicché dal qualunquismo si è passati al laurismo, e poi a certe posizioni del Movimento sociale che al Sud ha cercato in anni passati di mettersi a capo della protesta popolare».
E l´attuale Lega?
«La Lega fa involontariamente sua quella vena letteraria e populista che attraversa il fascismo degli anni Trenta e che non ritrovi assolutamente nella cultura di destra degli anni ‘60, ‘70, e ‘80. Questa vena - tesa ad esaltare l´oleografia delle virtù popolari, a vederne l´eroismo, a porre l´intima connessione fra il capo e la folla - ricompare in maniera tumultuosa e a un livello politico più che culturale. Tutto questo va ricondotto alla presenza di altri elementi che sono interni al funzionamento della democrazia come mistica dell´espressione diretta del popolo».
Non trova, a proposito di populismo, che la vena narrativa di Guareschi ne sia intrisa? Che i suoi personaggi, le contrapposizioni fra "chiese", quella cattolica e comunista, aprano a un populismo del buon senso?
«Un certo populismo è indiscutibile. Ma quello che mi colpisce è soprattutto l´idea di buon senso che circola nelle pagine dei suoi romanzi. Poco fa parlavamo di personaggi come Longanesi e Montanelli, che mantengono comunque certe forme di distacco quasi sprezzante nei confronti del popolo. Eppure essi non negano potenzialmente al popolo la virtù del buon senso. Solo che la vedono offuscata dalle ideologie e dalle febbri politiche che ogni tanto lo divorano. Guareschi, ma soprattutto Giannini sul piano politico, sono l´altro versante del discorso».
Ossia?
«Intravedono nella vita quotidiana un fondo vitale. Qualcosa che è lontano dalle utopie sovversive e che va nella direzione di un conservatorismo nemico del progressismo».
Conservazione e progresso sono polarità che useranno in tanti.
«Non c´è dubbio. Ma nel discorso che si sta facendo il progressismo è visto come lo snaturamento del buon senso e abbandono irrazionalistico al sogno della grande trasformazione. E questa opposizione avverrà in modi diversi: su un registro più popolare con Guareschi, più culturalizzato con Prezzolini e per certi versi con Longanesi».
Ma questa idea del buon senso, che è un po´ la faccia popolare della tradizione, non limita il discorso sulla cultura di destra.
«A me viene in mente il ruolo che ha svolto la casa editrice Rusconi negli anni Settanta, la cui speranza almeno nel progetto editoriale fu duplice: cercare di riconquistare a livello popolare il buon senso, ma al tempo stesso far emergere una sorta di contro élite culturale che facesse muro a quella marxista. Tra le scelte editoriali c´era la pubblicazione di Decadenza dell´analfabetismo, un testo raffinato di Bergamín, che richiamava la necessità di non staccarsi dal popolo».
Un ruolo ispiratore alla Rusconi lo svolgerà il filosofo Augusto del Noce che da cattolico tradizionalista cercherà il confronto con la cultura marxista, provando a minare le basi della sua egemonia.
«Anche questo tentativo di Del Noce che per un verso è molto sofisticato dall´altro è indirizzato a un livello più elementare. Secondo me i vari filoni della cultura di destra, a eccezione di alcune frange marginali, partono dal presupposto che il popolo italiano abbia nel fondo conservato un nucleo di valori positivi spendibili sul piano della costruzione della buona società e che solo la febbre ideologica, la catastrofe bellica con annessa guerra civile, abbia finito con il manipolare».
È in gioco uno scontro tra chi deve detenere il potere culturale?
«Sì, ed è la tesi classica che la destra ha sempre avanzato: il marxismo ha occupato larga parte del potere intellettuale e dopo la conquista è partita una strategia di condizionamento ideologico, psicologico, mentale. Di qui il programma di confronto con cui la destra tenta di ridimensionare quel potere intellettuale: non attraverso i vertici, quindi non attraverso la politica, ma attraverso la base».
A quale base sta pensando?
«Ce ne sono di due tipi. Quella cattolica fondata sul recupero di una posizione dottrinaria che guardi verso la direzione religiosa e quella laica che poggia sugli elementi di buon senso che dicevamo prima. E che dovrebbero portare l´individuo a prendere le distanze da chi gli promette il paradiso in terra, il regno ideologico della libertà».
I due piani, popolare ed elitario, proveranno mai a convivere?
«Proveranno agli inizi degli anni Settanta con due riviste: La destra, sponsorizzata dagli ambienti politici missini, ma diretta con forte autonomia da Mario Tedeschi; e Intervento, voluto da una figura del tutto anomala, anche se fiancheggiatrice, come Giovanni Volpe. Entrambe le riviste raduneranno tutto quello che a livello nazionale e internazionale è riconducibile alla cultura di destra».
Qualche nome?
«Compaiono Del Noce e Prezzolini, Eliade e Jünger. L´obiettivo è cercare di arginare quel processo di penetrazione del marxismo nel tessuto collettivo della società italiana».
Non mi pare che ci riusciranno.
«No, anche perché quelle riviste, nate con altri intenti, finiranno con il diventare delle torri d´avorio».
In un´analoga torre d´avorio finì il lavoro editoriale della Rusconi.
«L´esempio più clamoroso fu l´insuccesso, fortissimo dal punto di vista delle vendite, di una collana che si esaurirà dopo pochi libri. Ricordo che esordì con Le serate di San Pietroburgo di de Maistre, poi il saggio sul cattolicesimo di Donoso Cortés e infine La colonna e il fondamento della verità di Florenskij».
Perché libri del genere, pur straordinari, non attecchirono?
«Perché si puntava all´idea che esistesse un pubblico colto da incuriosire e orientare verso una letteratura alternativa a quella progressista, ma non riconducibile a una cultura militante di destra, o nostalgica. E non è un caso che Rusconi riesca meglio dove la polemica culturale è più diretta e accesa».
Ma soprattutto piazza un colpo straordinario: Il signore degli anelli. Una saga che verrà accolta e fatta propria dagli ambienti giovanili della destra fascista. Come mai?
«Perché sono ambienti che si nutrono di suggestioni culturali molto drastiche, che hanno letto Evola e che condividono la proposta di una radicale alterità rispetto al mondo moderno e che quindi non si accontentano di un tradizionalismo estetizzante o religioso, ma vogliono lanciare una proposta politica alternativa».
Ma che cosa è stato questo territorio del neofascismo dal punto di vista culturale?
«È un mondo che deve confrontarsi con il problema della propria assoluta minorità numerica e di prestigio. Che mostra una grande fame di letture e che si abbevera in larga parte a culture straniere. Adora il romanticismo fascista dei Drieu la Rochelle, dei Brasillach, del Céline. Cerca in Jünger, con il quale ha un rapporto difficile, l´idea che il pensiero è qualcosa di aristocratico, e in Eliade o in Guenon una diversa via d´accesso alla tradizione. Si disinteressano del pensiero italiano. A parte Evola, non leggono tutto quello che il corporativismo, il futurismo, il sovversivismo sindacale era stato prodotto dalla cultura fascista. Queste sono cose che interesseranno soprattutto De Felice e i suoi allievi».
Che relazione ha questo mondo con la violenza?
«Il neofascismo è l´affiliazione di un ambiente che aveva referenti diversi, che andavano dallo squadrismo alla produzione culturale di circoli sospesi tra l´ortodossia e la fronda. Nelle sedi missine la separazione era quasi fisica tra quelli che predicavano l´attivismo e l´anticomunismo e quelli che volevano fare corsi di formazione politica, leggendo i testi e non usando le spranghe. Il problema è che l´occhio esterno ha teso a vedere tutto come articolazioni funzionali di un ambiente che aveva un solo progetto».
Ma quel progetto, fra eversione e violenza, si impose nel clima degli anni Settanta.
«È vero, prevalse e mise a tacere ogni possibile alternativa. La conclusione fu che all´esterno l´immagine stereotipata che vinse fu quella di un movimento brutale, violento e incolto».
Non credo che fosse così stereotipata. Pensi, tanto per fare un nome, a Freda e al terrorismo nero.
«Non dimentichiamo che all’estrema sinistra accadeva qualcosa di analogo. Ma io non discuto sul fatto che il neofascismo abbia avuto una componente violenta e inquietante. Dico che non si può ridurla a questa. Il romanzo di Tolkien coincise con lo sviluppo di un certo radicalismo di destra. Da quella saga, giusto o sbagliato che fosse, molti giovani vagheggiarono la costruzione di un mondo comunitario che fosse un´alternativa in grado di salvare l’umanità dalla cultura del progresso che porta al disastro. Quindi, più che il lato bellico, guerriero, quella parte della cultura di destra riconobbe il valore del recupero delle forme di vita estranee alla modernità industrializzata e consumistica».
la guerra americana e noi
una segnalazione di Mario Fiore
il manifesto martedì 13-1-2004
“Guerra cieca”
di GIULIETTO CHIESA
Dunque non solo non c'erano armi di distruzione di massa, ma avevano deciso di fare la guerra all'Iraq prima ancora di porsi il problema se vi fossero. Adesso sappiamo (da un premio Pulitzer del giornalismo, Ron Suskind, che ha raccolto la testimonianza di Paul O'Neill, ex segretario al tesoro Usa) che George W. Bush aveva cominciato a discutere su come fare la guerra «nei primi mesi del 2001». Cioè parecchio prima dell'11 di settembre.
Cioè sappiamo che entrambi gli argomenti (armi di distruzione di massa e connessione con il terrorismo) che sono stati usati per preparare la guerra erano completamente falsi, inventati a priori. Erano i pretesti del lupo che ha deciso di mangiare l'agnello e che, bevendo l'acqua del ruscello a monte, accusa chi gli sta sotto di averla sporcata.
Storia lurida, come luride sono le coscienze di tutti coloro che adesso tacciono. Se i direttori dei giornali e telegiornali che hanno dato credito alle menzogne del clan che ha occupato la Casa Bianca fossero persone decenti, dovrebbero dare alla smentita di oggi lo stesso spazio che diedero a quelle menzogne. Dovrebbero dire, anche, per esempio, che Tony Blair è un truffatore o un truffato (nella migliore - per lui - delle ipotesi) e non un «grande statista». Naturalmente non l'hanno fatto e non lo faranno. Della qual cosa non ci stupiremo perché li conosciamo.
Non resta che usare tutte le forze di cui disponiamo, respingendo la nausea, per tirare le somme. Nella capitale della democrazia mondiale sta succedendo (è già successo) qualche cosa di tremendamente grave. Tanto grave che è difficile applicare ad esso il giudizio e il metro della politica. Noi siamo palesemente di fronte a comportamenti doppiamente criminali ai vertici dell'Amministrazione americana.
Criminali perché organizzarono la guerra per motivi che ancora non rivelano. Criminali perché hanno ingannato consapevolmente gli americani e il mondo intero. Migliore spiegazione del perché rifiutano di accettare un tribunale penale internazionale non potrebbe esserci: ne temono, direttamente e personalmente, le conseguenze.
Le rivelazioni di O'Neill, cioè di persona che è stata per oltre un anno in mezzo a quella banda, gettano luci inquietanti sui detentori del potere e anche sul modo con cui vi sono giunti. E, adesso, anche, di nuovo, sull'intera vicenda dell'11 settembre.
Ecco perché il presidente - si fa per dire - non rivela, a oltre due anni di distanza, il contenuto esatto dei documenti che ricevette ai primi di agosto del 2001. Sappiamo solo, all'incirca, cosa contenevano (la previsione di un attacco sul territorio americano mediante aerei civili), ma non i dettagli. Ed è nei dettagli che si nasconde quel segreto terribile.
Possiamo dubitare di queste rivelazioni? O'Neill è stato messo alla porta dal presidente Bush e potrebbe covare vendetta, ma Suskind ha scritto un libro, «Il prezzo della lealtà», che si basa su «migliaia di documenti, inclusi memorandum privati al presidente e trascrizioni delle riunioni del Consiglio di Sicurezza», tutti fornitigli da O'Neill, tutto materiale verificabile.
E quando leggiamo che il presidente - si fa per dire - conduceva le riunioni del suo governo «come un cieco in una congrega di sordi» ci sembra di vedere, noi che non siamo né ciechi né sordi, che la squadra si è scelta un fantoccio ben manovrabile. Un re travicello, un imperatore cui si può ordinare d'incendiare il mondo.
E su questo mondo ci siamo tutti. Ma ritorniamo a chiedere: cosa ci stanno a fare i nostri carabinieri laggiù, in Iraq? Cosa ci stanno a fare a Kabul? Che c'entra la nostra bandiera tricolore con i progetti sconsiderati, immorali e criminali di quel gruppo di sordi guidati da un cieco?
il manifesto martedì 13-1-2004
“Guerra cieca”
di GIULIETTO CHIESA
Dunque non solo non c'erano armi di distruzione di massa, ma avevano deciso di fare la guerra all'Iraq prima ancora di porsi il problema se vi fossero. Adesso sappiamo (da un premio Pulitzer del giornalismo, Ron Suskind, che ha raccolto la testimonianza di Paul O'Neill, ex segretario al tesoro Usa) che George W. Bush aveva cominciato a discutere su come fare la guerra «nei primi mesi del 2001». Cioè parecchio prima dell'11 di settembre.
Cioè sappiamo che entrambi gli argomenti (armi di distruzione di massa e connessione con il terrorismo) che sono stati usati per preparare la guerra erano completamente falsi, inventati a priori. Erano i pretesti del lupo che ha deciso di mangiare l'agnello e che, bevendo l'acqua del ruscello a monte, accusa chi gli sta sotto di averla sporcata.
Storia lurida, come luride sono le coscienze di tutti coloro che adesso tacciono. Se i direttori dei giornali e telegiornali che hanno dato credito alle menzogne del clan che ha occupato la Casa Bianca fossero persone decenti, dovrebbero dare alla smentita di oggi lo stesso spazio che diedero a quelle menzogne. Dovrebbero dire, anche, per esempio, che Tony Blair è un truffatore o un truffato (nella migliore - per lui - delle ipotesi) e non un «grande statista». Naturalmente non l'hanno fatto e non lo faranno. Della qual cosa non ci stupiremo perché li conosciamo.
Non resta che usare tutte le forze di cui disponiamo, respingendo la nausea, per tirare le somme. Nella capitale della democrazia mondiale sta succedendo (è già successo) qualche cosa di tremendamente grave. Tanto grave che è difficile applicare ad esso il giudizio e il metro della politica. Noi siamo palesemente di fronte a comportamenti doppiamente criminali ai vertici dell'Amministrazione americana.
Criminali perché organizzarono la guerra per motivi che ancora non rivelano. Criminali perché hanno ingannato consapevolmente gli americani e il mondo intero. Migliore spiegazione del perché rifiutano di accettare un tribunale penale internazionale non potrebbe esserci: ne temono, direttamente e personalmente, le conseguenze.
Le rivelazioni di O'Neill, cioè di persona che è stata per oltre un anno in mezzo a quella banda, gettano luci inquietanti sui detentori del potere e anche sul modo con cui vi sono giunti. E, adesso, anche, di nuovo, sull'intera vicenda dell'11 settembre.
Ecco perché il presidente - si fa per dire - non rivela, a oltre due anni di distanza, il contenuto esatto dei documenti che ricevette ai primi di agosto del 2001. Sappiamo solo, all'incirca, cosa contenevano (la previsione di un attacco sul territorio americano mediante aerei civili), ma non i dettagli. Ed è nei dettagli che si nasconde quel segreto terribile.
Possiamo dubitare di queste rivelazioni? O'Neill è stato messo alla porta dal presidente Bush e potrebbe covare vendetta, ma Suskind ha scritto un libro, «Il prezzo della lealtà», che si basa su «migliaia di documenti, inclusi memorandum privati al presidente e trascrizioni delle riunioni del Consiglio di Sicurezza», tutti fornitigli da O'Neill, tutto materiale verificabile.
E quando leggiamo che il presidente - si fa per dire - conduceva le riunioni del suo governo «come un cieco in una congrega di sordi» ci sembra di vedere, noi che non siamo né ciechi né sordi, che la squadra si è scelta un fantoccio ben manovrabile. Un re travicello, un imperatore cui si può ordinare d'incendiare il mondo.
E su questo mondo ci siamo tutti. Ma ritorniamo a chiedere: cosa ci stanno a fare i nostri carabinieri laggiù, in Iraq? Cosa ci stanno a fare a Kabul? Che c'entra la nostra bandiera tricolore con i progetti sconsiderati, immorali e criminali di quel gruppo di sordi guidati da un cieco?
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Aiuterà i giapponesi a vincere lo stress quotidiano
A Tokyo c'è la macchina dei sogni
Arriva a Tokyo la macchina che crea sogni e che aiuterà a superare le ansie della vita urbana moderna grazie ai suoi dispositivi sonori e visivi. Prodotta dalla società Takara è grande quanto una macchinetta da caffè americana, sarà in commercio a fine maggio e costerà circa 110 euro.
Questa piccolissima fabbrica di chimere ha cinque funzioni e promette ai giapponesi di Tokyo un sonno migliore e la realizzazione dei loro desideri segreti. Una foto, una musica, una voce e una luce delicata aiuteranno a sognare un po' di amore, avventure, situazioni e fantasie a volte impossibili da vivere nel quotidiano.
La Gazzetta del Mezzogiorno 15.1.04
L'azienda produttrice prevede la vendita di oltre trecento mila esemplari nel primo anno di produzione.
Sogni pilotati con la macchina ad hoc
In Giappone hanno messo a punto un dispositivo che serve a creare le immagini desiderate mentre si dorme per aiutare a superare ansie, angosce, e stress cittadini grazie ad un dolce o avventuroso dormire e un felice risveglio
TOKYO - Dalla fiction alla realtà, dai sogni prodotti dall’inconscio a quelli creati e voluti prima di addomentarsi. A Tokyo, megalopoli urbana che corre, arriva la macchina crea sogni per aiutare a superare ansie, angosce, e stress cittadini grazie ad un dolce o avventuroso dormire e un felice risveglio.
La "macchina dei sogni d’oro" è l’opera di Eiko Matsuda una professoressa di sociologia dell’Università Edogawa di Tokyo, esperta nello studio dei meccanismi del sonno e dei sogni. Prodotta dalla società Takara, la stessa che ha inventato bau-lingual e meov-lingual (traduttori degli umori degli animali) grande quanto una macchinetta da caffè americana, la mini fabbrica dei sogni sarà in commercio a fine maggio e costerà 14.800 yen (circa 110 Euro). Certo i sogni non hanno prezzo ma se a Tokyo il sogno si interpreta come un prozac della vita urbana, questo antidoto contro lo stress costa poco e non è un medicinale.
La macchina ha cinque funzioni: un dispositivo che aiuta l’immaginazione e che in pratica è uno spazio usato per inserire una foto. Il giornale Nikkei di Tokyo, fa vedere una donna che dorme serenamente e che ha messo nella sua macchina la foto di un matrimonio (che sia il suo o uno immaginato non si sa). Una volta inserita la foto, si deve far funzionare il dispositivo olfattivo, che emana odori e profumi adatti ad un dolce dormire. Che siano odori che ricordano un viaggio esotico o un altro episodio della vita vissuta è relativo al sogno che si vuol fare.
C’è poi il terzo dispositivo che invece cura la colonna musicale del sogno. Il sognatore sceglie la melodia o i suoni che più si adeguano al tipo di sogno da vedere. In questa fase il sognatore è già nella fase REM, la fase attiva e di movimento dei sogni. Il quarto dispositivo regola la voce. Quella che nei film si chiama «voice-over». La voce registrata ripete frasi e parole chiave che ricordano momenti felici e sereni. E, dulcis in fundo, la sveglia. Il traumatico risveglio dai sogni d’oro alla realtà stressante di Tokyo non avviene più con la classica sveglia elettronica, ma con una rivoluzionaria sveglia mattutina delicata che avviene grazie ad una luce leggera che esce dalla macchina e che permette - secondo gli studiosi- di continuare a vivere in quel senso di benessere tipico di un bel sogno. «La macchina dei sogni funziona sul serio - ha detto all’Ansa la produttrice della Takara - abbiamo fatto un test e un uomo che sognava di volare è riuscito a realizzare il suo sogno mentre dormiva accanto alla macchina dei sogni. L’esperimento è andato bene anche per un ragazzo che sognava di organizzare una festa con la ragazza dei suoi sogni ed è riuscito a sognarla addirittura all’interno della macchina dei sogni». A Tokyo prevedono la vendita di oltre 300.000 esemplari nel primo anno di produzione e se funziona prevedono anche la vendita della macchina sui mercati mondiali.
a Palermo:
architettura araba e architettura iraniana
la Repubblica edizione di Palermo 15.1.04
L'ARTE DI CONQUISTARE I CONQUISTATORI
di Marcella Croce
Così accadde che con l´arte gli iraniani conquistassero i conquistatori arabi, sempre pronti a prendere a mano larga da tutti i popoli con cui venivano in contatto. L´architettura iraniana era straordinaria sintesi di tutto ciò che avevano costruito precedentemente assiri, babilonesi ed egiziani, ma seppe divenire anche arte autoctona. Furono esportati in Europa e perdurarono poi a lungo nel tempo i suoi elementi innovativi, ad esempio la cupola su base quadrata, che secondo alcuni è nata in Iran, essendo già presente nel III secolo d.C. nei templi zoroastriani del fuoco a Firuzabad, presso Shiraz. Rimase invece per lo più circoscritta ad ambito islamico l´altra grande invenzione iraniana, l´eiwan, la grande loggia a tutta altezza che si erge a metà di ciascun lato dei cortili, aperta su tre lati tra muri portanti e affiancata da tutta una serie di eiwan minori, che in piccolo ne ripetono il disegno. La ritroviamo all´infinito in moschee e caravanserragli, prolunga lo spazio del diwan khane, la sala dell´udienza dove si sedeva il re, nelle madrase (scuole coraniche) ciascun piccolo eiwan introduce a una stanza (hojre) dove ogni maestro, con 3-4 alunni, può trovare un po´ di privacy per le sue lezioni. E l´eiwan non mancò perfino di fare, per il tramite degli arabi, la sua puntuale apparizione nei palazzi della Cuba e della Zisa a Palermo.
Diwan (da cui il nostro "divano") era l´ufficio addetto all´organizzazione tributaria, ma era anche uno strumento musicale e oggi la parola è usata principalmente per denotare una raccolta di poesie. Solo gli iraniani avrebbero potuto trovare un denominatore comune fra musica, poesia e affari, solo in Iran aspetti della vita così contrastanti avrebbero potuto essere ospitati in leggiadra combinazione e delicato equilibrio in uno stesso luogo: c´è chi pensa che l´assonanza fra eiwan e diwan non sia casuale. In origine gli arabi, rozzi uomini del deserto, non costruivano moschee particolarmente belle, ma, a contatto con l´architettura iraniana, in cui la raffinata decorazione predomina incontrastata, ne rimasero affascinati; esattamente come sarebbe poi avvenuto in Europa fra protestanti e cattolici, frequenti diatribe scoppiarono fra gli amanti della semplicità e i fautori della bellezza come riflesso della magnificenza divina. All´origine era il mattone stesso l´elemento decorativo principe della moschea iraniana come avvenne nella grande Moschea del Venerdì di Isfahan, dove è presente un vero campionario di tutti gli innumerevoli tipi di cupola esistenti.
A partire dal XVII secolo, durante il periodo safavide, che corrisponde anche cronologicamente al siglo de oro della grande arte barocca europea, fu invece il colore a farla da padrone, e all´inizio una delle corsie privilegiate da percorrere per avvicinarsi al cielo divenne rigorosamente il blu: non a caso sia in spagnolo che in portoghese le mattonelle si chiamano azulejos, il che la dice lunga sull´influenza islamica in questi due paesi. In seguito venne aggiunto anche il giallo e il verdino, intramezzati poi, nelle moschee costruite durante il periodo dei Cagiari, con numerosi tocchi di rosa fucsia, di gran moda nel XIX secolo. Gli sciiti, molto attaccati ai loro idoli preislamici, furono per molto tempo restii ad applicare rigorosamente le norme che vietavano la rappresentazione della figura umana negli edifici religiosi. In compenso si sbizzarrirono nelle raffinate decorazioni floreali che si susseguono sulle pareti delle loro moschee-giardino, che si intrecciano negli infiniti girali detti eslimi (dalla stessa radice di Islam, che vuol dire "sottomissione"), che non a caso sono spesso identiche a quelli del cosiddetto "albero della vita", recentemente messo in luce sul portico quattrocentesco della Cattedrale di Palermo. Nella grande maggioranza dei casi il disegno è dipinto su mattonelle smaltate, ma non di rado, ad esempio nella splendida moschea di Yadz, si tratta di moarragh, veri e propri intarsi, che, con una tecnica e un effetto molto simili a quelli dei contemporanei marmi mischi siciliani, pazientemente, pezzo per pezzo vanno componendo le forme che ricoprono intere altissime pareti, nel trionfo di una bellezza leggiadra e potente.
L'ARTE DI CONQUISTARE I CONQUISTATORI
di Marcella Croce
Così accadde che con l´arte gli iraniani conquistassero i conquistatori arabi, sempre pronti a prendere a mano larga da tutti i popoli con cui venivano in contatto. L´architettura iraniana era straordinaria sintesi di tutto ciò che avevano costruito precedentemente assiri, babilonesi ed egiziani, ma seppe divenire anche arte autoctona. Furono esportati in Europa e perdurarono poi a lungo nel tempo i suoi elementi innovativi, ad esempio la cupola su base quadrata, che secondo alcuni è nata in Iran, essendo già presente nel III secolo d.C. nei templi zoroastriani del fuoco a Firuzabad, presso Shiraz. Rimase invece per lo più circoscritta ad ambito islamico l´altra grande invenzione iraniana, l´eiwan, la grande loggia a tutta altezza che si erge a metà di ciascun lato dei cortili, aperta su tre lati tra muri portanti e affiancata da tutta una serie di eiwan minori, che in piccolo ne ripetono il disegno. La ritroviamo all´infinito in moschee e caravanserragli, prolunga lo spazio del diwan khane, la sala dell´udienza dove si sedeva il re, nelle madrase (scuole coraniche) ciascun piccolo eiwan introduce a una stanza (hojre) dove ogni maestro, con 3-4 alunni, può trovare un po´ di privacy per le sue lezioni. E l´eiwan non mancò perfino di fare, per il tramite degli arabi, la sua puntuale apparizione nei palazzi della Cuba e della Zisa a Palermo.
Diwan (da cui il nostro "divano") era l´ufficio addetto all´organizzazione tributaria, ma era anche uno strumento musicale e oggi la parola è usata principalmente per denotare una raccolta di poesie. Solo gli iraniani avrebbero potuto trovare un denominatore comune fra musica, poesia e affari, solo in Iran aspetti della vita così contrastanti avrebbero potuto essere ospitati in leggiadra combinazione e delicato equilibrio in uno stesso luogo: c´è chi pensa che l´assonanza fra eiwan e diwan non sia casuale. In origine gli arabi, rozzi uomini del deserto, non costruivano moschee particolarmente belle, ma, a contatto con l´architettura iraniana, in cui la raffinata decorazione predomina incontrastata, ne rimasero affascinati; esattamente come sarebbe poi avvenuto in Europa fra protestanti e cattolici, frequenti diatribe scoppiarono fra gli amanti della semplicità e i fautori della bellezza come riflesso della magnificenza divina. All´origine era il mattone stesso l´elemento decorativo principe della moschea iraniana come avvenne nella grande Moschea del Venerdì di Isfahan, dove è presente un vero campionario di tutti gli innumerevoli tipi di cupola esistenti.
A partire dal XVII secolo, durante il periodo safavide, che corrisponde anche cronologicamente al siglo de oro della grande arte barocca europea, fu invece il colore a farla da padrone, e all´inizio una delle corsie privilegiate da percorrere per avvicinarsi al cielo divenne rigorosamente il blu: non a caso sia in spagnolo che in portoghese le mattonelle si chiamano azulejos, il che la dice lunga sull´influenza islamica in questi due paesi. In seguito venne aggiunto anche il giallo e il verdino, intramezzati poi, nelle moschee costruite durante il periodo dei Cagiari, con numerosi tocchi di rosa fucsia, di gran moda nel XIX secolo. Gli sciiti, molto attaccati ai loro idoli preislamici, furono per molto tempo restii ad applicare rigorosamente le norme che vietavano la rappresentazione della figura umana negli edifici religiosi. In compenso si sbizzarrirono nelle raffinate decorazioni floreali che si susseguono sulle pareti delle loro moschee-giardino, che si intrecciano negli infiniti girali detti eslimi (dalla stessa radice di Islam, che vuol dire "sottomissione"), che non a caso sono spesso identiche a quelli del cosiddetto "albero della vita", recentemente messo in luce sul portico quattrocentesco della Cattedrale di Palermo. Nella grande maggioranza dei casi il disegno è dipinto su mattonelle smaltate, ma non di rado, ad esempio nella splendida moschea di Yadz, si tratta di moarragh, veri e propri intarsi, che, con una tecnica e un effetto molto simili a quelli dei contemporanei marmi mischi siciliani, pazientemente, pezzo per pezzo vanno componendo le forme che ricoprono intere altissime pareti, nel trionfo di una bellezza leggiadra e potente.
sul "Renzo e Lucia" di Francesca Archibugi, in tv
Corriere dela Sera 15.1.04
La più triste parodia manzoniana
di ALDO GRASSO
Fra le molte e differenti parodie dei Promessi sposiquesta è certo la meno riuscita: triste, esangue, pavida, perbenista, deturpata da psicologie e sociologie. Al confronto, quella del Quartetto Cetra («Al Paradise», 1985), con Albano e Romina nelle vesti di Renzo e Lucia, pare un capolavoro irraggiungibile, per capacità di rilettura e sapienza nel cogliere tutti gli effetti scenici sparsi a piene mani da Alessandro Manzoni nel suo celebre «bal pour le pauvres», e nell’indovinare le sublimi note di regia distribuite fra le righe del romanzo. Nel film Renzo e Lucia di Francesca Archibugi, scritto con Francesco Scardamaglia e Nicola Lusardi (Canale 5, martedì e mercoledì, ore 21.10) c’è invece tutta la modestia del cinema italiano nell’uscire dai canoni della commedia e affrontare la qualità rara e preziosa che regge il romanzo, l’umorismo. In un’aura intimista e pretenziosa, l’Archibugi non si accorge che il suo Don Rodrigo (Stefano Dionisi) è in cura da Paolo Crepet e che la sua Lucia (Michela Macalli) non si perde un intervento di Raffaele Morelli (altrimenti non direbbe battute come: «Quell’uomo mi fa pena», riferita a Don Rodrigo da cui è irresistibilmente attratta) e che al suo Renzo manca solo la divisa della Protezione Civile. Lasciamo perdere la questione della lingua (o tutti parlano l’italiano convenzionale del doppiaggio o è ridicolo mescolare tante inflessioni regionali), ma ridurre tutta la storia a una questione di «te la do, non te la do» (questa l’unica ossessione di «Lucia è partita» nei confronti di Don Rodrigo), di lavoro minorile, di «ragiunat» brianzoli trasformati in signorotti dell’epoca è abbastanza avvilente. Fino all’ultimo abbiamo invano atteso una lacrima sul Griso, come segno di pentimento.
La più triste parodia manzoniana
di ALDO GRASSO
Fra le molte e differenti parodie dei Promessi sposiquesta è certo la meno riuscita: triste, esangue, pavida, perbenista, deturpata da psicologie e sociologie. Al confronto, quella del Quartetto Cetra («Al Paradise», 1985), con Albano e Romina nelle vesti di Renzo e Lucia, pare un capolavoro irraggiungibile, per capacità di rilettura e sapienza nel cogliere tutti gli effetti scenici sparsi a piene mani da Alessandro Manzoni nel suo celebre «bal pour le pauvres», e nell’indovinare le sublimi note di regia distribuite fra le righe del romanzo. Nel film Renzo e Lucia di Francesca Archibugi, scritto con Francesco Scardamaglia e Nicola Lusardi (Canale 5, martedì e mercoledì, ore 21.10) c’è invece tutta la modestia del cinema italiano nell’uscire dai canoni della commedia e affrontare la qualità rara e preziosa che regge il romanzo, l’umorismo. In un’aura intimista e pretenziosa, l’Archibugi non si accorge che il suo Don Rodrigo (Stefano Dionisi) è in cura da Paolo Crepet e che la sua Lucia (Michela Macalli) non si perde un intervento di Raffaele Morelli (altrimenti non direbbe battute come: «Quell’uomo mi fa pena», riferita a Don Rodrigo da cui è irresistibilmente attratta) e che al suo Renzo manca solo la divisa della Protezione Civile. Lasciamo perdere la questione della lingua (o tutti parlano l’italiano convenzionale del doppiaggio o è ridicolo mescolare tante inflessioni regionali), ma ridurre tutta la storia a una questione di «te la do, non te la do» (questa l’unica ossessione di «Lucia è partita» nei confronti di Don Rodrigo), di lavoro minorile, di «ragiunat» brianzoli trasformati in signorotti dell’epoca è abbastanza avvilente. Fino all’ultimo abbiamo invano atteso una lacrima sul Griso, come segno di pentimento.
gli angloamericani non hanno il monopolio delle baggianate
però sono sempre loro a valorizzarle e a diffonderle
Il Tempo 15.1.02
L’attrazione erotica, un calcolo matematico La mente maschile misura il volume del corpo femminile e anche il suo stato di salute e fertilità In base alla scoperta dei ricercatori cinesi l’uomo valuta esteticamente una donna servendosi di una formula numerica
Gio.Sca.
L’ATTRAZIONE fisica si basa su una formula numerica. Insospettabilmente è stato infatti scoperto che mentre gli occhi di un uomo giudicano, la sua mente è in grado di calcolare in modo inconscio ma, secondo quanto sostengono i ricercatori, preciso il volume del corpo (in metri cubi) diviso per il quadrato dell’altezza (misurata in metri) dell’oggetto del suo interesse. Il calcolo non è fine a se stesso o al solo giudizio estetico ma capace di stimare il livello di salute, la fertilità di una donna, quindi legato all’obiettivo primario della sopravvivenza della specie.
Almeno è questo, secondo quanto riportato sulla rivista Proceedings of the Royal Society London B, il laborioso calcolo battezzato VHI, cioè indice volume-altezza, che racchiude il segreto dell’attrazione al femminile.
Il suo genitore, Jintu Fan dell’Università Politecnico di Hong Kong presso Kowloon, ci è arrivato testando degli uomini di fronte a pià di 50 modelli in 3D di donne di varie proporzioni, ma mantiene il riserbo circa il numero perfetto per questa formula. Gli uomini dovevano stimare da uno a nove il livello di attrazione suscitato dai modelli. Raccolti i dati Fan ha trovato che l’equazione che meglio vi si adatta è proprio quella del VHI.
Il nuovo valore indicato dal VHI manderebbe dunque in pensione l’indice di massa corporea (BMI), più semplice da calcolare, cioè il rapporto tra peso in chili e altezza in metri al quadrato, utile ai medici per capire se una persona è in sovrappeso o no.
L’indice di massa corporea era stato infatti introdotto da Piers Cornelissen della Newcastle University proprio come una misura del grado di attrazione del corpo femminile ma ora è molto usato per valutare la salute degli individui e decidere se ci sono chili di troppo.
Il nuovo e pià complicato indice tuttavia, ribadisce Fan, ha qualcosa in più, in quanto tiene conto di tutto quello che passa per la mente di un osservatore che sta con gli occhi sgranati di fronte alla sua donna da sogno. In pratica cià significa che tiene conto di tutte quelle proporzioni che istintivamente trasmettono l’idea di bellezza femminile, non semplicemente di peso e altezza ma per esempio della lunghezza delle gambe in proporzione a quella del resto del corpo.
BMI o VHI, quel che conta secondo Cornelissen intervenuto a commentare la notizia, è che questi indici in via indiretta misurano lo stato di salute e fertilità della donna ed è questo che l’uomo cerca inconsciamente di valutare per ragioni di sopravvivenza della specie. Ma qual è allora il valore ideale di VHI per un’avvenente fanciulla? I ricercatori cinesi si dimenticano di indicarlo. Però informano, con dovizia, che il mito della coscialunga è superato: quello che conta è l’altezza complessiva della fanciulla.
«Anche se - precisano gli scienziati - un bel paio d'occhi, o una chioma folta, fa ancora la differenza». «La predilezione per le forme - hanno concluso i ricercatori - sembra legata ad una componente istintiva di differenziazione tra maschio e femmina, e quindi della capacità di essere più fertile di quest’ultima».
L’attrazione erotica, un calcolo matematico La mente maschile misura il volume del corpo femminile e anche il suo stato di salute e fertilità In base alla scoperta dei ricercatori cinesi l’uomo valuta esteticamente una donna servendosi di una formula numerica
Gio.Sca.
L’ATTRAZIONE fisica si basa su una formula numerica. Insospettabilmente è stato infatti scoperto che mentre gli occhi di un uomo giudicano, la sua mente è in grado di calcolare in modo inconscio ma, secondo quanto sostengono i ricercatori, preciso il volume del corpo (in metri cubi) diviso per il quadrato dell’altezza (misurata in metri) dell’oggetto del suo interesse. Il calcolo non è fine a se stesso o al solo giudizio estetico ma capace di stimare il livello di salute, la fertilità di una donna, quindi legato all’obiettivo primario della sopravvivenza della specie.
Almeno è questo, secondo quanto riportato sulla rivista Proceedings of the Royal Society London B, il laborioso calcolo battezzato VHI, cioè indice volume-altezza, che racchiude il segreto dell’attrazione al femminile.
Il suo genitore, Jintu Fan dell’Università Politecnico di Hong Kong presso Kowloon, ci è arrivato testando degli uomini di fronte a pià di 50 modelli in 3D di donne di varie proporzioni, ma mantiene il riserbo circa il numero perfetto per questa formula. Gli uomini dovevano stimare da uno a nove il livello di attrazione suscitato dai modelli. Raccolti i dati Fan ha trovato che l’equazione che meglio vi si adatta è proprio quella del VHI.
Il nuovo valore indicato dal VHI manderebbe dunque in pensione l’indice di massa corporea (BMI), più semplice da calcolare, cioè il rapporto tra peso in chili e altezza in metri al quadrato, utile ai medici per capire se una persona è in sovrappeso o no.
L’indice di massa corporea era stato infatti introdotto da Piers Cornelissen della Newcastle University proprio come una misura del grado di attrazione del corpo femminile ma ora è molto usato per valutare la salute degli individui e decidere se ci sono chili di troppo.
Il nuovo e pià complicato indice tuttavia, ribadisce Fan, ha qualcosa in più, in quanto tiene conto di tutto quello che passa per la mente di un osservatore che sta con gli occhi sgranati di fronte alla sua donna da sogno. In pratica cià significa che tiene conto di tutte quelle proporzioni che istintivamente trasmettono l’idea di bellezza femminile, non semplicemente di peso e altezza ma per esempio della lunghezza delle gambe in proporzione a quella del resto del corpo.
BMI o VHI, quel che conta secondo Cornelissen intervenuto a commentare la notizia, è che questi indici in via indiretta misurano lo stato di salute e fertilità della donna ed è questo che l’uomo cerca inconsciamente di valutare per ragioni di sopravvivenza della specie. Ma qual è allora il valore ideale di VHI per un’avvenente fanciulla? I ricercatori cinesi si dimenticano di indicarlo. Però informano, con dovizia, che il mito della coscialunga è superato: quello che conta è l’altezza complessiva della fanciulla.
«Anche se - precisano gli scienziati - un bel paio d'occhi, o una chioma folta, fa ancora la differenza». «La predilezione per le forme - hanno concluso i ricercatori - sembra legata ad una componente istintiva di differenziazione tra maschio e femmina, e quindi della capacità di essere più fertile di quest’ultima».
a Lecce:
una mostra fotografica sulla cultura indiana
La Repubblica 15.1.04 cronaca di Bari
LA MOSTRA
Suggestioni indiane fra dei, santi e adepti
Inaugurata a Lecce "Kumbha Mela" un viaggio fotografico nelle feste indù
di TITTI TUMMINO
Le antiche suggestioni dell´India e dei suoi rituali sacri raccontati attraverso cento fotografie. È stata inaugurata ieri al convento dei Teatini di Lecce, la mostra "Kumbha Mela: dei, santi, uomini a convegno nella più grande festa hindù", dedicata alla celebrazione del mito della lotta fra i demoni e gli dei per la conquista del nettare dell´immortalità. Le foto sono opera di Rosa Maria Cimino, docente di archeologia e storia dell´arte indiana all´Ateneo salentino, ma anche profonda conoscitrice del Paese asiatico per avervi a lungo soggiornato. Al vernissage ha presenziato l´ambasciatore indiano in Italia, Himachal Som, accompagnato dal rettore, Oronzo Limone, dal preside della facoltà dei Beni culturali, Marcello Guaitoli e dal direttore del Dipartimento di arti e storia, Benedetto Vetere. La mostra, organizzata dall´Istituto italiano per l´Africa e l´Oriente di Roma insieme con la facoltà salentina e all´assessorato comunale alla Cultura, rimarrà allestita fino al 29 febbraio (visite tutti i giorni, 10-13 e 16,30-19).
Le cento foto che compongono l´esposizione sono state scattate da Rosa Maria Cimino nel corso di tre festività indiane alle quali ha partecipato: due ad Allahabad (1989 e 1995) e una ad Haridvar (1999). Il Kumbha Mela si tiene ogni dodici anni proprio in questo periodo, in una delle quattro città sante e richiama milioni di fedeli - nei giorni più sacri si arriva anche a un flusso di trenta milioni di persone - provenienti da tutte le regioni dell´India. Grazie a una fortunata congiunzione astrale e alle acque purificatrici del Gange e della Yamuna che scorrono ad Allahabad e ad Haridvar, o di altri fiumi sacri per le città di Nasik e Ujjain, i pellegrini "lavano" i loro peccati, accorciando così il tempo delle loro vite future. Ogni comunità religiosa, ma anche singoli maestri, costruiscono il proprio ashram (monastero) per ospitare gli adepti o farne di nuovi: tutti possono dormire e mangiare gratis ovunque.
Lo spettacolo di questa massa umana variopinta è superbo, come anche estremamente interessante è il contatto con i numerosissimi maestri, veri centri di attrazione per l´aspetto bizzarro e i comportamenti spesso stravaganti: i naga, considerati i più santi, alle processioni sacre si presentano completamente nudi; i sadhu, che scelgono come pratica spirituale di stare sempre in piedi, si appoggiano su altalene per dormire e riposare; altri ancora assumono l´aspetto e il comportamento di scimmie; maestri molto venerati fanno apparire oggetti dal nulla, mentre altri materializzano altrove se stessi. Personaggi, colori e suggestioni che rivivono nelle foto della Cimino, al di là dell´astruso e spesso difficile simbolismo. In occasione della mostra, che approda a Lecce dopo varie tappe nelle principali città d´Italia, è stato organizzato un ricco cartellone di eventi, spettacoli di danze indiane e conferenze sull´induismo.
LA MOSTRA
Suggestioni indiane fra dei, santi e adepti
Inaugurata a Lecce "Kumbha Mela" un viaggio fotografico nelle feste indù
di TITTI TUMMINO
Le antiche suggestioni dell´India e dei suoi rituali sacri raccontati attraverso cento fotografie. È stata inaugurata ieri al convento dei Teatini di Lecce, la mostra "Kumbha Mela: dei, santi, uomini a convegno nella più grande festa hindù", dedicata alla celebrazione del mito della lotta fra i demoni e gli dei per la conquista del nettare dell´immortalità. Le foto sono opera di Rosa Maria Cimino, docente di archeologia e storia dell´arte indiana all´Ateneo salentino, ma anche profonda conoscitrice del Paese asiatico per avervi a lungo soggiornato. Al vernissage ha presenziato l´ambasciatore indiano in Italia, Himachal Som, accompagnato dal rettore, Oronzo Limone, dal preside della facoltà dei Beni culturali, Marcello Guaitoli e dal direttore del Dipartimento di arti e storia, Benedetto Vetere. La mostra, organizzata dall´Istituto italiano per l´Africa e l´Oriente di Roma insieme con la facoltà salentina e all´assessorato comunale alla Cultura, rimarrà allestita fino al 29 febbraio (visite tutti i giorni, 10-13 e 16,30-19).
Le cento foto che compongono l´esposizione sono state scattate da Rosa Maria Cimino nel corso di tre festività indiane alle quali ha partecipato: due ad Allahabad (1989 e 1995) e una ad Haridvar (1999). Il Kumbha Mela si tiene ogni dodici anni proprio in questo periodo, in una delle quattro città sante e richiama milioni di fedeli - nei giorni più sacri si arriva anche a un flusso di trenta milioni di persone - provenienti da tutte le regioni dell´India. Grazie a una fortunata congiunzione astrale e alle acque purificatrici del Gange e della Yamuna che scorrono ad Allahabad e ad Haridvar, o di altri fiumi sacri per le città di Nasik e Ujjain, i pellegrini "lavano" i loro peccati, accorciando così il tempo delle loro vite future. Ogni comunità religiosa, ma anche singoli maestri, costruiscono il proprio ashram (monastero) per ospitare gli adepti o farne di nuovi: tutti possono dormire e mangiare gratis ovunque.
Lo spettacolo di questa massa umana variopinta è superbo, come anche estremamente interessante è il contatto con i numerosissimi maestri, veri centri di attrazione per l´aspetto bizzarro e i comportamenti spesso stravaganti: i naga, considerati i più santi, alle processioni sacre si presentano completamente nudi; i sadhu, che scelgono come pratica spirituale di stare sempre in piedi, si appoggiano su altalene per dormire e riposare; altri ancora assumono l´aspetto e il comportamento di scimmie; maestri molto venerati fanno apparire oggetti dal nulla, mentre altri materializzano altrove se stessi. Personaggi, colori e suggestioni che rivivono nelle foto della Cimino, al di là dell´astruso e spesso difficile simbolismo. In occasione della mostra, che approda a Lecce dopo varie tappe nelle principali città d´Italia, è stato organizzato un ricco cartellone di eventi, spettacoli di danze indiane e conferenze sull´induismo.
mercoledì 14 gennaio 2004
Sergio Givone,
sulla bellezza e "l'orrore del bello senza vita"
La Repubblica 14.1.04
TRA RELIGIONE E POLITICA SI È INSERITA L'ESTETICA
BACIATI DALLA GRAZIA, IL TOCCO MAGICO DELL'ARTE
di SERGIO GIVONE
Se di qualcuno o di qualcosa dico che è "grazioso", non gli sto facendo un gran complimento. Anzi. Del concetto estetico di grazia resta ben poco. In origine esso alludeva al fatto che bellezza e verità sono tutt'uno e sono realtà vivente. Ma ora?
Leopardi, capace come nessun altro di scorgere nei mutamenti della lingua i mutamenti del pensiero, sosteneva che "grazioso", in tempo che ha fatto indigestione di bellezza, è diventato sinonimo di gusto estenuato ed ipereccitabile. «E forse la massima parte delle cose che oggi si hanno per graziose, e lo sono, non debbono questa qualità che alla svogliatura di questo secolo».
Discorso chiuso, dunque? Al contrario. Secondo Leopardi è proprio la grazia a risolvere il contrasto di natura e cultura, istinto e ragione. C'è una bellezza che è tutta razionale: è armonia, proporzione, perfetta disposizione delle parti. E c'è una bellezza che è creatività, invenzione, manifestazione di forze profonde. Benché in certe epoche storiche, come nella nostra, la bellezza naturale sia oscurata dalla bellezza artificiale, essa tuttavia è custodita dalla natura e da lì muove il mondo, attingendo a una potenza misteriosa che non dà ragione di sé, ma è gratuita, è «per grazia».
Con ciò Leopardi si rifaceva alla tradizione classica. All'interno della quale si era sviluppata un'estetica della grazia che Plotino avrebbe trasmesso all'occidente cristiano. Chiedeva Plotino: chi è così cieco da non vedere quant'è bello il fuoco? E chi è così pazzo da negare che sia bella la stella del mattino? Ma la stella del mattino e il fuoco sono corpi astrali, dunque non sono composti di parti. Questo significa che la bellezza che si manifesta in essi non può essere «governata dal numero»: dove non ci sono parti non ci sono leggi matematiche che regolino il rapporto fra le parti stesse. E allora? La risposta di Plotino era che la bellezza, prima di essere espressione di un ordine oggettivo, è rivelazione della vita stessa di Dio: che è libertà, gratuità, in una parola grazia.
Idea, questa, destinata a segnare l'intera estetica occidentale - salvo che il processo di secolarizzazione avrebbe progressivamente immiserito il suo significato. Ha ragione Leopardi: se ancora parliamo di grazia, è solo per via di una certa «svogliatura». Eppure Leopardi ha ragione anche nel ricordare che la storia di questo concetto è antica e tutt'altro che finita. Se il Settecento ne aveva dato una versione fortemente riduttiva, il romanticismo lo rilancerà ben oltre l'orizzonte di provenienza.
E oggi? Secolarizzazione ed estetizzazione sono in fondo la stessa cosa. La grazia secolarizzata è la grazia ridotta a fatto estetico e identificata con quel "grazioso" di pronto consumo che è il bello senza verità né profondità né anima. Ci sono oggi artisti che si fanno complici di questo processo all'insegna di una ossessiva smania di bellezza, per cui solo il bello è degno di esistere (e intanto il brutto trionfa). E c'è chi ci gioca, chi si adatta, chi si lascia incantare.
Ma c'è anche chi si oppone. Ed è l'arte come resistenza all'orrore del bello senza vita. Dove va quest'arte, con furia e con disperazione iconoclasta, se non verso la grazia sprofondata nel cuore del mondo?
TRA RELIGIONE E POLITICA SI È INSERITA L'ESTETICA
BACIATI DALLA GRAZIA, IL TOCCO MAGICO DELL'ARTE
di SERGIO GIVONE
Se di qualcuno o di qualcosa dico che è "grazioso", non gli sto facendo un gran complimento. Anzi. Del concetto estetico di grazia resta ben poco. In origine esso alludeva al fatto che bellezza e verità sono tutt'uno e sono realtà vivente. Ma ora?
Leopardi, capace come nessun altro di scorgere nei mutamenti della lingua i mutamenti del pensiero, sosteneva che "grazioso", in tempo che ha fatto indigestione di bellezza, è diventato sinonimo di gusto estenuato ed ipereccitabile. «E forse la massima parte delle cose che oggi si hanno per graziose, e lo sono, non debbono questa qualità che alla svogliatura di questo secolo».
Discorso chiuso, dunque? Al contrario. Secondo Leopardi è proprio la grazia a risolvere il contrasto di natura e cultura, istinto e ragione. C'è una bellezza che è tutta razionale: è armonia, proporzione, perfetta disposizione delle parti. E c'è una bellezza che è creatività, invenzione, manifestazione di forze profonde. Benché in certe epoche storiche, come nella nostra, la bellezza naturale sia oscurata dalla bellezza artificiale, essa tuttavia è custodita dalla natura e da lì muove il mondo, attingendo a una potenza misteriosa che non dà ragione di sé, ma è gratuita, è «per grazia».
Con ciò Leopardi si rifaceva alla tradizione classica. All'interno della quale si era sviluppata un'estetica della grazia che Plotino avrebbe trasmesso all'occidente cristiano. Chiedeva Plotino: chi è così cieco da non vedere quant'è bello il fuoco? E chi è così pazzo da negare che sia bella la stella del mattino? Ma la stella del mattino e il fuoco sono corpi astrali, dunque non sono composti di parti. Questo significa che la bellezza che si manifesta in essi non può essere «governata dal numero»: dove non ci sono parti non ci sono leggi matematiche che regolino il rapporto fra le parti stesse. E allora? La risposta di Plotino era che la bellezza, prima di essere espressione di un ordine oggettivo, è rivelazione della vita stessa di Dio: che è libertà, gratuità, in una parola grazia.
Idea, questa, destinata a segnare l'intera estetica occidentale - salvo che il processo di secolarizzazione avrebbe progressivamente immiserito il suo significato. Ha ragione Leopardi: se ancora parliamo di grazia, è solo per via di una certa «svogliatura». Eppure Leopardi ha ragione anche nel ricordare che la storia di questo concetto è antica e tutt'altro che finita. Se il Settecento ne aveva dato una versione fortemente riduttiva, il romanticismo lo rilancerà ben oltre l'orizzonte di provenienza.
E oggi? Secolarizzazione ed estetizzazione sono in fondo la stessa cosa. La grazia secolarizzata è la grazia ridotta a fatto estetico e identificata con quel "grazioso" di pronto consumo che è il bello senza verità né profondità né anima. Ci sono oggi artisti che si fanno complici di questo processo all'insegna di una ossessiva smania di bellezza, per cui solo il bello è degno di esistere (e intanto il brutto trionfa). E c'è chi ci gioca, chi si adatta, chi si lascia incantare.
Ma c'è anche chi si oppone. Ed è l'arte come resistenza all'orrore del bello senza vita. Dove va quest'arte, con furia e con disperazione iconoclasta, se non verso la grazia sprofondata nel cuore del mondo?
dal Paese dove l'Islam ebbe inizio
una segnalazione di Licia Pastore
La Repubblica 14.1.04
Si stanno anche epurando i testi scolastici dallislamismo più aggressivo
Il governo annuncia le prime elezioni per i consigli comunali di alcune città
Riad, il sogno di modernità della monarchia saudita
La patria dell'Islam è stretta tra riforme e difesa dei dogmi
DAL NOSTRO INVIATO
GUIDO RAMPOLDI
Con la bolgia irachena e l'esercito americano alle porte, la dinastia dei Saud non può mancare questo appuntamento cruciale con la storia. Da pochi mesi è perfino tollerata una stampa critica con l'assolutismo ma le leve del potere rimangono nelle mani della famiglia reale.
A centinaia di imam esagitati è stata revocata la licenza di predicare. Altri invece provengono dalla sterminata famiglia reale, quattromila discendenti diretti di re Abdulaziz e trentamila parenti acquisiti. Un pullman li ha prelevati sotto il grandioso portale del complesso regio e li portati al palazzo dove il Reggente tiene la Majlist, termine beduino per "riunione". Dal tempo del primo regno saudita (1744-1818) la coreografia della Majlist s'è adeguata ai tempi, e la tenda bianca della tradizione oggi è una sala bianca che ha l'aspetto d'un lussuoso cineclub, con sei file di poltroncine dirimpetto alla scrivania dove il Reggente riceve. Quand'è il suo turno ciascuno dei presenti va a sedersi su una sediola bassa davanti al principe, gli consegna un incartamento e parlotta con lui per spiegargli il proprio caso, a bassa voce, trattandosi di questioni private. Malgrado alcuni si sorreggano su un bastone, il Reggente, col pizzo così nero che sembra laccato, non guarisce gli infermi come i re europei del Duecento; ma può aiutare la madre d'un condannato a morte a salvare il figlio dalla spada, risolvere la disputa per un pascolo, sanare l'ingiustizia commessa dallo Stato o da un principe. La sera la sonnolenta tv saudita dedica alla Majlist cinque minuti senza commento, con l'Eroica di Beethoven per sottofondo. Seguono scene da due mondi non sempre separati: una moschea in preghiera, una lunga sequenza di volti sauditi e yemeniti, i ricercati per terrorismo.
Ci sono due modi di guardare a queste udienze reali di cui l'Europa ha perso memoria. Il modo ovvio suggerisce l'idea d'un assolutismo ormai fossile, superato dalla storia e destinato ad essere travolto dal popolo che aspira alla democrazia. E così intendono l'Arabia saudita alcuni pensatoi neo-cons americani, nelle cui fosche profezie Riad comincia a sospettare un programma d'azione. Irriformabile, la monarchia sarebbe avviata a trascinare la nazione nel proprio crollo; in quel caso il regno, conclude un'analisi che circola al Pentagono (l'ha prodotta la cerchia di Richard Perle), dovrà essere tripartito: a ovest la liberale Gedda, a sud la conservatrice Riad, a est i pozzi petroliferi e la minoranza sciita, verosimilmente sotto protezione statunitense. Se si può tripartire l'Iraq, una proposta di cui a Washington si discute, perché non l'Arabia saudita? Vista però con occhi indigeni la Majslit non rimanda ad una Versailles saudita, con la corte che balla il minuetto mentre i sanculotti si accalcano ai cancelli, ma ai metodi informali d'un capo beduino che comanda non tanto per diritto divino, quanto perché sa ascoltare e guidare la tribù. Così era nella tradizione cui la vetusta casa reale sta tornando, con anni di ritardo ma anche con giovanile audacia. Reggente e fratelli ministri stanno patrocinando trasformazioni impensabili fino a ieri, ci ripetono anche i più impazienti - principi liberali, politologi specializzati nelle università statunitensi e donne stufe del rigido segregazionismo saudita. In pochi mesi la stampa è diventata così spregiudicata che adesso il liberale al-Watan può permettersi di paragonare il fondamentalismo al maccartismo, smentire su materie religiose uno dei più prestigiosi teologi islamici, dedicare paginate alla questione femminile. Il governo annuncia le prime elezioni, sia pure soltanto per la metà dei consigli comunali di 14 città; e procede alla revisione di testi scolastici tuttora pervasi da un islamismo aggressivo. Infine e soprattutto: in dicembre alla Mecca, per la prima volta l'integralismo saudita ha accettato di discutere con liberali, donne, mussulmani sufi e minoranza sciita. Tuttora la sua ala più dura considera sufi e sciiti dei ripugnanti eretici, i liberali la quinta colonna degli infedeli, e le donne che reclamano diritti delle svergognate da consegnare alla Muttawa, la polizia coranica. Una delle dieci donne invitate alla Mecca, Hend al-Khuthaila, pedagogista della King Saud University, s'era preparata ad uno scontro duro con i religiosi wahabiti. Ma quelli l'hanno sorpresa per la flemma con cui hanno accolto la sua veemente arringa per i diritti delle donne. L'indomani l'al-Khutaila è stata avvertita da un amico di quanto andava dicendo un estremista influente: "Quella ha bisogno di due pallottole, e c'è già chi sta provvedendo". Allora s'è trasferita per alcuni giorni in una casa sicura; ma i primi ad esprimerle solidarietà, ci racconta, sono stati i religiosi incontrati alla Mecca. Adesso è convinta che sia possibile trovare un accordo con gli islamisti per riformare l'Arabia saudita, però "dentro il nostro contesto culturale".
Il Reggente aveva organizzato la riunione attraverso il suo Centro per il Dialogo nazionale. "Abbiate pazienza", ha ripetuto tre volte quando gli è stata consegnata la petizione riformista approvata quasi all'unanimità dai sessanta convenuti. Così è stato chiaro che nel prossimo futuro le 17 riforme richieste (tra l'altro: diritti per minoranze e donne, riforma dell'istruzione, sindacati, elezioni) saranno realizzate solo gradualmente e all'inizio in forma parziale. Ma ugualmente l'incontro della Mecca è un punto di svolta, per i motivi che ci spiegano alcuni tra i partecipanti. Dopo secoli i religiosi sunniti hanno perso il monopolio della verità (Fawzia al-Bakr, docente universitaria: "Dove prima vigeva solo l'alternativo tra dio e l'inferno, ora si accetta che l'Islam possa avere interpretazioni diverse", anch'esse legittime). Inoltre "gli argomenti di cui abbiamo discusso ne trascinano a cascata altri, tuttora non sfiorati, e la mentalità riformista si espande" (Sultan al Bazie, imprenditore). Il dialogo della Mecca introduce principi che spartiscono con quanto le democrazie occidentali conoscono come pluralismo, diritti umani, Stato di diritto liberale. Non sembra più impossibile una lenta convergenza verso un terreno condiviso. E poiché tutto questo avviene nel Paese della Mecca, il tempio verso il quale ogni giorno pregano 1300 milioni di musulmani, l'evoluzione saudita potrebbe sprigionare un islam dialogante, disarmando i profeti occidentali o musulmani dello "scontro tra civiltà". Le ricadute sarebbero enormi. Ma la potente teologia sunnita accetterà la direzione verso cui dirige la monarchia?
In dicembre l'ala più dura ha contrattaccato sul terreno cruciale, l'istruzione. Una commissione governativa sta epurando i libri di testo dai passaggi insultanti verso ebrei, cristiani e musulmani non-sunniti. La Shura, un Consiglio di nomina reale, ha approvato una legge che capovolge il metodo d'insegnamento (Abdulaziz Mansour, capo-dipartimento del ministero dell'Educazione, "al momento il docente parla senza mai fermarsi per paura di perdere il controllo della classe. In futuro dovrà interagire con i suoi alunni per formarne lo spirito critico"). Tutto questo suona intollerabile alle orecchie dei 156 teologi e predicatori firmatari d'un appello alla mobilitazione dei genitori contro "la cospirazione delle forze internazionali degli infedeli", palesatasi nel progetto di riforma scolastica, quella "grave concessione al nemico". Parte dei 156 sono noti per scritti violenti e sermoni spiritati che omettono di condannare il ricorso alla "guerra santa" contro gli infedeli. Molti sono di scuola salafita, la fazione più intransigente dell'arcigno e puritano Islam saudita, noto agli occidentali col nome che gli imposero gli ottomani: wahabismo. Rappresentano una rete ben organizzata, anche attraverso Internet; godono della fama d'uomini pii; e hanno un certo seguito nelle schiere di laureati delle accademie islamiche (uno studente universitario su quattro negli anni Novanta) che oggi sono insegnanti, predicatori nelle ventimila moschee, giudici nelle corti della sharia e poliziotti del Dipartimento per la prevenzione del vizio e la propalazione della virtù. Ma come ha confermato la reazione veemente dei principali giornali sauditi, oggi una parte crescente dell'opinione pubblica non è più disposta a riconoscere in questi o altri dotti l'incontestabile fonte della Vera Fede. "Le parole e le opere del Profeta - ha scritto al-Watan, demolendo il manifesto integralista - provano che l'Islam non ha mai ordinato ai mussulmani un atteggiamento aggressivo" verso i non musulmani.
Invece il grosso della corporazione religiosa ha dato un assenso preventivo alla svolta saudita nel gran consulto di teologi sunniti convocato dal Reggente in estate, sul tema: come l'Islam deve interagire col mondo. Uno dei più influenti tra quei pensatori era il conservatore (moderato, precisa) Abdurrahman al Madrudi, viceministro per gli Affari islamici. Dice: "L'Arabia saudita sta cercando un nuovo volto, una nuova era". Un nuovo Islam? No, l'Islam resta quello di sempre: ma va separato dagli equivoci prodotti dalle scuole radicali, e da costumi sociali non prescritti dal Corano. Un equivoco, spiega, è la "guerra santa": il Corano rifiuta le guerre d'aggressione. I costumi sociali, revocabili se così vuole la popolazione, sono ad esempio la polizia coranica e molte tra le infinite proibizioni rovesciate sulle donne. È Islam la decapitazione o la lapidazioni degli adulteri. Ma nella pratica i requisiti richiesti dalla Sharia (quattro testimoni che abbiano assistito alla penetrazione, la confessione della colpevole reiterata tre volte a distanza di tempo) rendono impossibile comminare la condanna, infatti non più applicata.
Il grosso della corporazione religiosa si muove su due direzioni. Da una parte asseconda il riformismo e l'offensiva governativa contro i predicatori più esagitati, a centinaia dei quali ? stata revocata la licenza per predicare. Dall'altra frena, e pare riuscita a silurare il progetto per ampliare l'orario delle materie scientifiche a danno delle materie religiose, oggi un quarto dell'insegnamento complessivo. Così il Reggente deve far dialogare attori diversissimi, dai liberali al complicato arcipelago religioso. Anche i liberali concedono che riforme affrettate potrebbero allarmare una società assai conservatrice, in parte incline a simpatizzare con bin Laden fin quando non s'è ritrovato il terrorismo in casa (le stragi di maggio e novembre 2003). Il problema è trovare la velocità ottimale del nuovo corso. Nel 1951 il re chiuse un giornale che si batteva per l'istruzione delle bambine con un decreto motivato così: "È troppo presto"; ma dieci anno dopo mandò l'esercito a proteggere le prime scuole femminili dai lapidatori. Nel 1991 Fawzia al-Bakr partecipò al corteo delle donne-automobiliste che reclamavano la possibilità di guidare. "Era troppo presto", ammette oggi (il risultato fu un decreto reale e una fatwa che tuttora proibiscono quel diritto elementare). Ma se il riformismo fosse troppo lento, "molta gente perderà la speranza", ci dice la figura trainante del liberalismo saudita, il principe Abdullah bin Faisal, presidente della società per la privatizzazioni. Con la bolgia irachena ai confini e le ideuzze neocons in circolazione, la dinastia dei Saud non può permettersi di fallire questo appuntamento cruciale con la storia.
La Repubblica 14.1.04
Si stanno anche epurando i testi scolastici dallislamismo più aggressivo
Il governo annuncia le prime elezioni per i consigli comunali di alcune città
Riad, il sogno di modernità della monarchia saudita
La patria dell'Islam è stretta tra riforme e difesa dei dogmi
DAL NOSTRO INVIATO
GUIDO RAMPOLDI
Con la bolgia irachena e l'esercito americano alle porte, la dinastia dei Saud non può mancare questo appuntamento cruciale con la storia. Da pochi mesi è perfino tollerata una stampa critica con l'assolutismo ma le leve del potere rimangono nelle mani della famiglia reale.
A centinaia di imam esagitati è stata revocata la licenza di predicare. Altri invece provengono dalla sterminata famiglia reale, quattromila discendenti diretti di re Abdulaziz e trentamila parenti acquisiti. Un pullman li ha prelevati sotto il grandioso portale del complesso regio e li portati al palazzo dove il Reggente tiene la Majlist, termine beduino per "riunione". Dal tempo del primo regno saudita (1744-1818) la coreografia della Majlist s'è adeguata ai tempi, e la tenda bianca della tradizione oggi è una sala bianca che ha l'aspetto d'un lussuoso cineclub, con sei file di poltroncine dirimpetto alla scrivania dove il Reggente riceve. Quand'è il suo turno ciascuno dei presenti va a sedersi su una sediola bassa davanti al principe, gli consegna un incartamento e parlotta con lui per spiegargli il proprio caso, a bassa voce, trattandosi di questioni private. Malgrado alcuni si sorreggano su un bastone, il Reggente, col pizzo così nero che sembra laccato, non guarisce gli infermi come i re europei del Duecento; ma può aiutare la madre d'un condannato a morte a salvare il figlio dalla spada, risolvere la disputa per un pascolo, sanare l'ingiustizia commessa dallo Stato o da un principe. La sera la sonnolenta tv saudita dedica alla Majlist cinque minuti senza commento, con l'Eroica di Beethoven per sottofondo. Seguono scene da due mondi non sempre separati: una moschea in preghiera, una lunga sequenza di volti sauditi e yemeniti, i ricercati per terrorismo.
Ci sono due modi di guardare a queste udienze reali di cui l'Europa ha perso memoria. Il modo ovvio suggerisce l'idea d'un assolutismo ormai fossile, superato dalla storia e destinato ad essere travolto dal popolo che aspira alla democrazia. E così intendono l'Arabia saudita alcuni pensatoi neo-cons americani, nelle cui fosche profezie Riad comincia a sospettare un programma d'azione. Irriformabile, la monarchia sarebbe avviata a trascinare la nazione nel proprio crollo; in quel caso il regno, conclude un'analisi che circola al Pentagono (l'ha prodotta la cerchia di Richard Perle), dovrà essere tripartito: a ovest la liberale Gedda, a sud la conservatrice Riad, a est i pozzi petroliferi e la minoranza sciita, verosimilmente sotto protezione statunitense. Se si può tripartire l'Iraq, una proposta di cui a Washington si discute, perché non l'Arabia saudita? Vista però con occhi indigeni la Majslit non rimanda ad una Versailles saudita, con la corte che balla il minuetto mentre i sanculotti si accalcano ai cancelli, ma ai metodi informali d'un capo beduino che comanda non tanto per diritto divino, quanto perché sa ascoltare e guidare la tribù. Così era nella tradizione cui la vetusta casa reale sta tornando, con anni di ritardo ma anche con giovanile audacia. Reggente e fratelli ministri stanno patrocinando trasformazioni impensabili fino a ieri, ci ripetono anche i più impazienti - principi liberali, politologi specializzati nelle università statunitensi e donne stufe del rigido segregazionismo saudita. In pochi mesi la stampa è diventata così spregiudicata che adesso il liberale al-Watan può permettersi di paragonare il fondamentalismo al maccartismo, smentire su materie religiose uno dei più prestigiosi teologi islamici, dedicare paginate alla questione femminile. Il governo annuncia le prime elezioni, sia pure soltanto per la metà dei consigli comunali di 14 città; e procede alla revisione di testi scolastici tuttora pervasi da un islamismo aggressivo. Infine e soprattutto: in dicembre alla Mecca, per la prima volta l'integralismo saudita ha accettato di discutere con liberali, donne, mussulmani sufi e minoranza sciita. Tuttora la sua ala più dura considera sufi e sciiti dei ripugnanti eretici, i liberali la quinta colonna degli infedeli, e le donne che reclamano diritti delle svergognate da consegnare alla Muttawa, la polizia coranica. Una delle dieci donne invitate alla Mecca, Hend al-Khuthaila, pedagogista della King Saud University, s'era preparata ad uno scontro duro con i religiosi wahabiti. Ma quelli l'hanno sorpresa per la flemma con cui hanno accolto la sua veemente arringa per i diritti delle donne. L'indomani l'al-Khutaila è stata avvertita da un amico di quanto andava dicendo un estremista influente: "Quella ha bisogno di due pallottole, e c'è già chi sta provvedendo". Allora s'è trasferita per alcuni giorni in una casa sicura; ma i primi ad esprimerle solidarietà, ci racconta, sono stati i religiosi incontrati alla Mecca. Adesso è convinta che sia possibile trovare un accordo con gli islamisti per riformare l'Arabia saudita, però "dentro il nostro contesto culturale".
Il Reggente aveva organizzato la riunione attraverso il suo Centro per il Dialogo nazionale. "Abbiate pazienza", ha ripetuto tre volte quando gli è stata consegnata la petizione riformista approvata quasi all'unanimità dai sessanta convenuti. Così è stato chiaro che nel prossimo futuro le 17 riforme richieste (tra l'altro: diritti per minoranze e donne, riforma dell'istruzione, sindacati, elezioni) saranno realizzate solo gradualmente e all'inizio in forma parziale. Ma ugualmente l'incontro della Mecca è un punto di svolta, per i motivi che ci spiegano alcuni tra i partecipanti. Dopo secoli i religiosi sunniti hanno perso il monopolio della verità (Fawzia al-Bakr, docente universitaria: "Dove prima vigeva solo l'alternativo tra dio e l'inferno, ora si accetta che l'Islam possa avere interpretazioni diverse", anch'esse legittime). Inoltre "gli argomenti di cui abbiamo discusso ne trascinano a cascata altri, tuttora non sfiorati, e la mentalità riformista si espande" (Sultan al Bazie, imprenditore). Il dialogo della Mecca introduce principi che spartiscono con quanto le democrazie occidentali conoscono come pluralismo, diritti umani, Stato di diritto liberale. Non sembra più impossibile una lenta convergenza verso un terreno condiviso. E poiché tutto questo avviene nel Paese della Mecca, il tempio verso il quale ogni giorno pregano 1300 milioni di musulmani, l'evoluzione saudita potrebbe sprigionare un islam dialogante, disarmando i profeti occidentali o musulmani dello "scontro tra civiltà". Le ricadute sarebbero enormi. Ma la potente teologia sunnita accetterà la direzione verso cui dirige la monarchia?
In dicembre l'ala più dura ha contrattaccato sul terreno cruciale, l'istruzione. Una commissione governativa sta epurando i libri di testo dai passaggi insultanti verso ebrei, cristiani e musulmani non-sunniti. La Shura, un Consiglio di nomina reale, ha approvato una legge che capovolge il metodo d'insegnamento (Abdulaziz Mansour, capo-dipartimento del ministero dell'Educazione, "al momento il docente parla senza mai fermarsi per paura di perdere il controllo della classe. In futuro dovrà interagire con i suoi alunni per formarne lo spirito critico"). Tutto questo suona intollerabile alle orecchie dei 156 teologi e predicatori firmatari d'un appello alla mobilitazione dei genitori contro "la cospirazione delle forze internazionali degli infedeli", palesatasi nel progetto di riforma scolastica, quella "grave concessione al nemico". Parte dei 156 sono noti per scritti violenti e sermoni spiritati che omettono di condannare il ricorso alla "guerra santa" contro gli infedeli. Molti sono di scuola salafita, la fazione più intransigente dell'arcigno e puritano Islam saudita, noto agli occidentali col nome che gli imposero gli ottomani: wahabismo. Rappresentano una rete ben organizzata, anche attraverso Internet; godono della fama d'uomini pii; e hanno un certo seguito nelle schiere di laureati delle accademie islamiche (uno studente universitario su quattro negli anni Novanta) che oggi sono insegnanti, predicatori nelle ventimila moschee, giudici nelle corti della sharia e poliziotti del Dipartimento per la prevenzione del vizio e la propalazione della virtù. Ma come ha confermato la reazione veemente dei principali giornali sauditi, oggi una parte crescente dell'opinione pubblica non è più disposta a riconoscere in questi o altri dotti l'incontestabile fonte della Vera Fede. "Le parole e le opere del Profeta - ha scritto al-Watan, demolendo il manifesto integralista - provano che l'Islam non ha mai ordinato ai mussulmani un atteggiamento aggressivo" verso i non musulmani.
Invece il grosso della corporazione religiosa ha dato un assenso preventivo alla svolta saudita nel gran consulto di teologi sunniti convocato dal Reggente in estate, sul tema: come l'Islam deve interagire col mondo. Uno dei più influenti tra quei pensatori era il conservatore (moderato, precisa) Abdurrahman al Madrudi, viceministro per gli Affari islamici. Dice: "L'Arabia saudita sta cercando un nuovo volto, una nuova era". Un nuovo Islam? No, l'Islam resta quello di sempre: ma va separato dagli equivoci prodotti dalle scuole radicali, e da costumi sociali non prescritti dal Corano. Un equivoco, spiega, è la "guerra santa": il Corano rifiuta le guerre d'aggressione. I costumi sociali, revocabili se così vuole la popolazione, sono ad esempio la polizia coranica e molte tra le infinite proibizioni rovesciate sulle donne. È Islam la decapitazione o la lapidazioni degli adulteri. Ma nella pratica i requisiti richiesti dalla Sharia (quattro testimoni che abbiano assistito alla penetrazione, la confessione della colpevole reiterata tre volte a distanza di tempo) rendono impossibile comminare la condanna, infatti non più applicata.
Il grosso della corporazione religiosa si muove su due direzioni. Da una parte asseconda il riformismo e l'offensiva governativa contro i predicatori più esagitati, a centinaia dei quali ? stata revocata la licenza per predicare. Dall'altra frena, e pare riuscita a silurare il progetto per ampliare l'orario delle materie scientifiche a danno delle materie religiose, oggi un quarto dell'insegnamento complessivo. Così il Reggente deve far dialogare attori diversissimi, dai liberali al complicato arcipelago religioso. Anche i liberali concedono che riforme affrettate potrebbero allarmare una società assai conservatrice, in parte incline a simpatizzare con bin Laden fin quando non s'è ritrovato il terrorismo in casa (le stragi di maggio e novembre 2003). Il problema è trovare la velocità ottimale del nuovo corso. Nel 1951 il re chiuse un giornale che si batteva per l'istruzione delle bambine con un decreto motivato così: "È troppo presto"; ma dieci anno dopo mandò l'esercito a proteggere le prime scuole femminili dai lapidatori. Nel 1991 Fawzia al-Bakr partecipò al corteo delle donne-automobiliste che reclamavano la possibilità di guidare. "Era troppo presto", ammette oggi (il risultato fu un decreto reale e una fatwa che tuttora proibiscono quel diritto elementare). Ma se il riformismo fosse troppo lento, "molta gente perderà la speranza", ci dice la figura trainante del liberalismo saudita, il principe Abdullah bin Faisal, presidente della società per la privatizzazioni. Con la bolgia irachena ai confini e le ideuzze neocons in circolazione, la dinastia dei Saud non può permettersi di fallire questo appuntamento cruciale con la storia.
da Le Scienze:
origine della vita e un gene che modificherebbe il cervello
Le Scienze 12.01.04
La vita nacque da un minerale?
La colemanite avrebbe convertito molecole organiche interstellari in ribosio
Un team di ricercatori dell'Università della Florida avrebbe individuato in determinati minerali la chiave di alcuni dei processi iniziali che hanno formato la vita sulla Terra. In particolare, un minerale contenente borace, chiamato colemanite, può contribuire a convertire le molecole organiche trovate nelle nubi di polvere interstellare in uno zucchero, il ribosio, che fa parte del materiale genetico noto come RNA. Lo studio, pubblicato sul numero del 9 gennaio della rivista "Science", rappresenta un passo avanti verso la soluzione del mistero dell'origine della vita.
Steven Benner, Alonso Ricardo, Matthew Carrigan e Alison Olcott si sono basati su un celebre esperimento effettuato 50 anni or sono da Stanley Miller. Nel 1953, Miller mostrò che scariche elettriche in un'atmosfera primitiva producevano aminoacidi, i mattoncini che costituiscono le proteine. L'esperimento di Miller, però, non riuscì a identificare gli zuccheri necessari per il materiale genetico.
"Il ribosio - spiega Benner - può essere formato da precursori interstellari in condizioni prebiotiche. Ma questo zucchero è troppo instabile per sopravvivere nelle condizioni di Miller, che infatti sostenne che il primo materiale genetico non avrebbe potuto contenere ribosio o altri zuccheri a causa della loro instabilità".
Benner e colleghi hanno scoperto che alcuni composti esistenti nella polvere interstellare, come la formaldeide, possono formare ribosio e altri zuccheri se trattati in presenza di materiali di base come calce o, meglio ancora, colemanite.
Le Scienze 13.01.04
Il gene che modifica il cervello
L'apprendimento e l'esperienza alterano la struttura cerebrale
Alcuni biologi dell'Università della California di San Diego e della Johns Hopkins University di Baltimora hanno scoperto un gene che svolge un ruolo fondamentale nei cambiamenti nel cervello in risposta all'esperienza sensoriale. La scoperta potrebbe fornire nuovi indizi a proposito di alcuni tipi di disturbi dell'apprendimento.
Dopo la nascita, l'esperienza e l'apprendimento modificano in modo notevole l'architettura del cervello. La struttura di singoli neuroni, o cellule nervose, cambia per far posto a nuove connessioni. I neuroscienziati ritengono che questi cambiamenti strutturali comincino quando i neuroni vengono attivati, provocando un flusso di ioni di calcio all'interno delle cellule e alterando l'attività dei geni.
In uno studio pubblicato sul numero del 9 gennaio della rivista "Science", il biologo Arnivan Ghosh e colleghi presentano la scoperta del primo gene, CREST, che media i cambiamenti nella struttura dei neuroni in risposta al calcio.
"Abbiamo scoperto il gene CREST - spiega Ghosh - usando un nuovo metodo sviluppato per identificare i geni che vengono attivati in presenza di calcio. Il cervello di topi privi di CREST sembra del tutto normale alla nascita, ma non si sviluppa in modo normale in risposta all'esperienza sensoriale. Questo è quello che capita anche negli esseri umani con alcuni disturbi dell'apprendimento: i bambini sembrano inizialmente normali, ma all'età di due o tre anni diventa chiaro che non sono in grado di acquisire nuove conoscenze".
Attualmente i ricercatori stanno cercando di determinare quale gene è l'obiettivo di CREST. Ghosh sospetta che CREST possa attivare la produzione di sostanze chimiche, note come fattori di crescita, che hanno un effetto stimolatorio sullo sviluppo cellulare.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
La vita nacque da un minerale?
La colemanite avrebbe convertito molecole organiche interstellari in ribosio
Un team di ricercatori dell'Università della Florida avrebbe individuato in determinati minerali la chiave di alcuni dei processi iniziali che hanno formato la vita sulla Terra. In particolare, un minerale contenente borace, chiamato colemanite, può contribuire a convertire le molecole organiche trovate nelle nubi di polvere interstellare in uno zucchero, il ribosio, che fa parte del materiale genetico noto come RNA. Lo studio, pubblicato sul numero del 9 gennaio della rivista "Science", rappresenta un passo avanti verso la soluzione del mistero dell'origine della vita.
Steven Benner, Alonso Ricardo, Matthew Carrigan e Alison Olcott si sono basati su un celebre esperimento effettuato 50 anni or sono da Stanley Miller. Nel 1953, Miller mostrò che scariche elettriche in un'atmosfera primitiva producevano aminoacidi, i mattoncini che costituiscono le proteine. L'esperimento di Miller, però, non riuscì a identificare gli zuccheri necessari per il materiale genetico.
"Il ribosio - spiega Benner - può essere formato da precursori interstellari in condizioni prebiotiche. Ma questo zucchero è troppo instabile per sopravvivere nelle condizioni di Miller, che infatti sostenne che il primo materiale genetico non avrebbe potuto contenere ribosio o altri zuccheri a causa della loro instabilità".
Benner e colleghi hanno scoperto che alcuni composti esistenti nella polvere interstellare, come la formaldeide, possono formare ribosio e altri zuccheri se trattati in presenza di materiali di base come calce o, meglio ancora, colemanite.
Le Scienze 13.01.04
Il gene che modifica il cervello
L'apprendimento e l'esperienza alterano la struttura cerebrale
Alcuni biologi dell'Università della California di San Diego e della Johns Hopkins University di Baltimora hanno scoperto un gene che svolge un ruolo fondamentale nei cambiamenti nel cervello in risposta all'esperienza sensoriale. La scoperta potrebbe fornire nuovi indizi a proposito di alcuni tipi di disturbi dell'apprendimento.
Dopo la nascita, l'esperienza e l'apprendimento modificano in modo notevole l'architettura del cervello. La struttura di singoli neuroni, o cellule nervose, cambia per far posto a nuove connessioni. I neuroscienziati ritengono che questi cambiamenti strutturali comincino quando i neuroni vengono attivati, provocando un flusso di ioni di calcio all'interno delle cellule e alterando l'attività dei geni.
In uno studio pubblicato sul numero del 9 gennaio della rivista "Science", il biologo Arnivan Ghosh e colleghi presentano la scoperta del primo gene, CREST, che media i cambiamenti nella struttura dei neuroni in risposta al calcio.
"Abbiamo scoperto il gene CREST - spiega Ghosh - usando un nuovo metodo sviluppato per identificare i geni che vengono attivati in presenza di calcio. Il cervello di topi privi di CREST sembra del tutto normale alla nascita, ma non si sviluppa in modo normale in risposta all'esperienza sensoriale. Questo è quello che capita anche negli esseri umani con alcuni disturbi dell'apprendimento: i bambini sembrano inizialmente normali, ma all'età di due o tre anni diventa chiaro che non sono in grado di acquisire nuove conoscenze".
Attualmente i ricercatori stanno cercando di determinare quale gene è l'obiettivo di CREST. Ghosh sospetta che CREST possa attivare la produzione di sostanze chimiche, note come fattori di crescita, che hanno un effetto stimolatorio sullo sviluppo cellulare.
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