una segnalazione di Peppe Cancellieri
La Stampa 24 Febbraio 2004
A ROMA IL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ DI PSICOPATOLOGIA
«I segreti di killer e kamikaze»
Studiosi da tutto il mondo per «capire» la violenza
di Daniela Daniele
ROMA. Psichiatri italiani e stranieri si confronteranno, a partire da oggi e per cinque giorni, nel IX congresso della Società italiana di psicopatologia che si tiene nella capitale. «Tra le discipline mediche - osserva Paolo Pancheri, presidente del convegno -, la psichiatria è quella che, più di ogni altra, rappresenta l’area di confine tra il somatico e il sociale, tra il biologico e lo psichico, tra il molecolare e l’interpersonale». Il congresso darà uno spazio rilevante al tema dei rapporti mente-cervello. «I tempi sono maturi - spiegano gli organizzatori - per una “clinica del cervello” dove i confini tra “organico” e “psichico” sono andati sfumando sempre di più, fino a perdere il loro significato». E proprio il rapporto tra struttura cerebrale e correlati intrapsichici è uno degli argomenti di maggior interesse del congresso, soprattutto alla luce dei più recenti dati della ricerca.
Altro tema, purtroppo di sempre maggiore attualità: la violenza. Lo psichiatra è sempre più spesso chiamato a valutare quando comportamenti aggressivi e antisociali debbano essere oggetto di attenzione clinica e si debbano, quindi, ricondurre a psicopatologie. Diverse le relazioni al riguardo. Tra le altre: «Il crimine violento è un disturbo psicopatologico?»; «Il Kamikaze: la follia della normalità»; «Aggressività e ricoveri psichiatrici».
Argomento di grande importanza per comprendere lo sviluppo di certe patologie della psiche è il rapporto tra il disagio psicologico infantile e quello dell’adulto. Fino a poco tempo fa, la psichiatria dell’adulto e quella del bambino hanno operato in compartimenti nettamente separati. Quadri clinici ed esordio in età evolutiva, però, sono di comune riscontro in psichiatria generale e si è visto che la matrice di molti disturbi dell’adulto si ritrova in problemi che hanno avuto il loro inizio nell’età infantile. Verranno anche trattati temi che muovono a emozioni forti, come la morte. Per esempio, il rapporto tra medico e paziente nelle situazioni di fine della vita. O l’eutanasia. Esperti dalla Svizzera e dall’Olanda parleranno dell’esperienza nei loro Paesi.
Cinema e psichiatria, un binomio che è ormai parte della tradizione dei congressi Sopsi. Anche quest’anno, verrà dato ampio spazio all’argomento, mostrando come il cinema sia diventato lo strumento più efficace e potente nella discussione interattiva di casi clinici, nella conoscenza della realtà della psichiatria e nello studio di particolari caratteristiche del funzionamento mentale. «La richiesta di aiuto psicoterapeutico - continua il professor Pancheri - è andata aumentando in ampi strati della popolazione e i farmaci di interesse psichiatrico hanno sempre più un’ampia diffusione, favorita dalla loro sempre maggiore tollerabilità ed efficacia».
In pieno sviluppo anche la ricerca in questo campo che, attualmente, «occupa una posizione di leadership» tra le discipline mediche. «L’importanza della psichiatria nel modo di sentire collettivo - conclude il presidente del congresso - è riflessa dallo spazio crescente dato dai mass media ai problemi psichiatrici che interessano ampie aree della popolazione; anche le leggi che interessano l’assistenza psichiatrica hanno risonanza nazionale».
Yahoo Notizie Martedì 24 Febbraio 2004, 12:09
PSICHIATRIA: DEPRESSO 1 ITALIANO SU 5, SINTOMO E' DOLORE FISICO
(ANSA) - ROMA, 24 FEB - Un dolore fisico che le analisi non riescono a spiegare, dal mal di testa al mal di stomaco. E' il volto nuovo con il quale si rivela la depressione: una patologia in crescita che colpisce un italiano su cinque, in particolare sempre piu' donne e giovani, mentre aumenta in modo preoccupante, sfiorando di otto anni, il lasso di tempo tra l'insorgere del disturbo e il ricorso alle cure.
A lanciare l'allarme sono stati oggi vari psichiatri ed esperti riuniti a Roma per il nono congresso della Società italiana di psicopatologia.
La depressione dunque, hanno affermato gli psichiatri, parla anche con il corpo e il dolore fisico. Da qui l'invito al medico di base a sospettare uno stato depressivo in quei soggetti che denunciano dolori fisici che non trovano una spiegazione nonostante svariate indagini. Ma qual e' la causa del dolore fisico nel soggetto depresso? Gli psichiatri Giovanni Biggio dell'Universita' di Cagliari, Mauro Mauri dell'Universita' di Pisa, Enrico Smeraldi dell'Universita' Vita e Salute di Milano e Riccardo Torta dell'Universita' di Torino hanno spiegato oggi che in questo tipo di soggetti si verifica un calo di due neurotrasmettitori, la noradrenalina e la serotonina, che rivestono un ruolo anche nel controllo del dolore. Riducendosi dunque la loro azione, nel soggetto depresso si amplifica la sensibilita' al dolore fisico. Per questo, hanno sottolineato gli esperti, preziosa e' l'azione della molecola Venlafaxina che ha la proprieta' di andare ad agire contemporaneamente proprio sui due neurotrasmettitori e curando la depressione combatte ed elimina anche il dolore fisico ad essa associato.
In Italia, avvertono gli psichiatri, la depressione e' dunque in aumento e i numeri lo dimostrano: ne soffrono in media 17 italiani su 100 ed ogni anno si verificano 250 casi in piu' ogni 10 mila abitanti. Un italiano su cinque, pero', ha gia' pagato o paga sulla propria pelle il peso della malattia. Ed ancora: due donne ogni uomo soffrono di depressione. Ma c'e' un altro dato che preoccupa gli esperti: il tempo che intercorre fra l'insorgenza della depressione e il ricorso alle cure, che puo' raggiungere anche gli otto anni e nel caso della psicosi i dodici anni. Un ultimo dato: tra quanti soffrono di depressione, la meta' non ha avuto diagnosi, mentre la meta' dei pazienti che pur hanno ricevuto una diagnosi non riceve cure adeguate. (ANSA).
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 24 febbraio 2004
psichiatria americana
e storia della cultura della droga
(sulle orme della cocaina di Freud)
Corriere della Sera 24.2.04
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto
di Cesare Medail
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto a 86 anni nella sua casa di Appleton (Wisconsin). Oggi lo ricorderanno in pochi, soprattutto in Europa; eppure, 50 anni fa Osmond coniò un termine, «psichedelico», che ha segnato più di una generazione e attraversato le culture alternative occidentali. Derivata dal greco «psyché» (anima) e «delôun» (mostrare), la parola indica gli effetti visionari della coscienza dilatata da droghe naturali quali la mescalina o sintetiche quali l’Lsd.
L’importanza culturale, però, di Osmond non sta tanto nei suoi studi prima sulla schizofrenia (notò che dava effetti analoghi a quelli della mescalina) e poi sull’alcolismo (cercò di curarlo con dosi di Lsd), quanto nel fatto che la sua «cavia» fu per qualche tempo Aldous Huxley (1894-1963), con il quale ebbe anche un carteggio rivelatore della cultura che generò le stagioni psichedeliche degli hippy, dei beat , degli stati alterati di coscienza, che ebbero proprio un viatico nei romanzi di Huxley (da Le porte della percezione a Paradiso e inferno).
«Per scandagliare l’inferno o librarsi nei mondi angelici, basta un pizzico di mescalina», scrisse Osmond; e Huxley accettò di fare la cavia, assumendo il fungo e scrivendo: «La maggioranza degli uomini conduce una vita così penosa o così limitata che la smania di trascendere se stessi è un bisogno ineluttabile, forse innato», soprattutto se non si trova più la trascendenza tramite «esercizi spirituali».
Nacque così il rifiuto «psichedelico» della società opulenta, consumista, ipertecnologia e priva di valori, inteso non come fuga del disertore ma come evasione da una prigione: una stagione che si sarebbe esaurita quando, dopo molte catastrofi personali legate all’Lsd, si cominciarono a percorrere altre vie quali la meditazione, lo yoga, i sogni, per cercare le proprie «uscite dal mondo».
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto
di Cesare Medail
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto a 86 anni nella sua casa di Appleton (Wisconsin). Oggi lo ricorderanno in pochi, soprattutto in Europa; eppure, 50 anni fa Osmond coniò un termine, «psichedelico», che ha segnato più di una generazione e attraversato le culture alternative occidentali. Derivata dal greco «psyché» (anima) e «delôun» (mostrare), la parola indica gli effetti visionari della coscienza dilatata da droghe naturali quali la mescalina o sintetiche quali l’Lsd.
L’importanza culturale, però, di Osmond non sta tanto nei suoi studi prima sulla schizofrenia (notò che dava effetti analoghi a quelli della mescalina) e poi sull’alcolismo (cercò di curarlo con dosi di Lsd), quanto nel fatto che la sua «cavia» fu per qualche tempo Aldous Huxley (1894-1963), con il quale ebbe anche un carteggio rivelatore della cultura che generò le stagioni psichedeliche degli hippy, dei beat , degli stati alterati di coscienza, che ebbero proprio un viatico nei romanzi di Huxley (da Le porte della percezione a Paradiso e inferno).
«Per scandagliare l’inferno o librarsi nei mondi angelici, basta un pizzico di mescalina», scrisse Osmond; e Huxley accettò di fare la cavia, assumendo il fungo e scrivendo: «La maggioranza degli uomini conduce una vita così penosa o così limitata che la smania di trascendere se stessi è un bisogno ineluttabile, forse innato», soprattutto se non si trova più la trascendenza tramite «esercizi spirituali».
Nacque così il rifiuto «psichedelico» della società opulenta, consumista, ipertecnologia e priva di valori, inteso non come fuga del disertore ma come evasione da una prigione: una stagione che si sarebbe esaurita quando, dopo molte catastrofi personali legate all’Lsd, si cominciarono a percorrere altre vie quali la meditazione, lo yoga, i sogni, per cercare le proprie «uscite dal mondo».
Cina
Liberazione 24.2.04
Europa e Stati Uniti alle prese con l'esuberante economia cinese. Volano le esportazioni in tutti i settori: dall'acciaio alle Nike copiate, dalle bevande al hig tech
"Made in China", sfida al mercato globale
di Maria R. Calderoni
Tanti tanti tanti tanti tanti piccoli cinesi. Alt. Non dire mai più che la Cina è vicina. Infatti la Cina non è vicina. La Cina è qui. Siamo belli che circondati. Basta guardare. Dati 2001, fonte Ocse: in Italia la Cina esporta bevande e tabacchi, cibo e bestiame, carburanti e lubrificanti, oli animali e vegetali, grassi e cere, prodotti chimici e affini, beni manifatturieri (a volontà), pelli, pelli lavorate e conciate, pellicce, prodotti in gomma sughero e legno, carta e simili, tessili, abbigliamento (a bizzeffe), prodotti minerali e metallici, ed eccetera.
Se non vi dispiace non solo bambole (il 75% della produzione mondiale di giocattoli è cinese, comunque), pantofole, Nike copiate, accendini-sorpresa, pigiami e magliette di ogni marca e seize. Dalla stessa fonte Ocse, si evince appunto che da noi arrivano "made in China" ferro e acciaio, macchinari e attrezzature da trasporto, macchinari specialistici, industriali, da ufficio, per processione dati automatica, per telecomunicazioni, per audioregistrazione, veicoli stradali, attrezzature da trasporto ed eccetera.
Non solo noi. In buona compagnia in Europa (un complessivo 17 per cento di business commerciale) siamo con Francia e Germania (quest'ultima totalizza un 4 per cento di import "giallo"); l'Asia assorbe un 54 per cento, l'America latina il 2,4.
Gli Usa, poi, guarda quelli. Loro toccano il 20,4 per cento (sono dati del 2001, sicuramente oggi sottostimati), un export-import Cina-Usa valutato in 150 miliardi di dollari l'anno. Dati strabilianti (e anche "destabilizzanti", dal punto di vista di certi "falchi"). «Nel 2002, su base annua quindi, le importazioni americane di reggiseni, vestaglie e magliette dalla Cina sono aumentate rispettivamente del 232%, del 540% e del 219%. Cifre che hanno letteralmente provocato grida di dolore da parte di gruppi di interesse nazionali, spingendo i politici a intervenire».
Tutt'altro che semplice, terribili scatole cinesi. Perché «se è vero che il Pentagono tende a vedere la Cina come una minaccia, è anche vero che con la Cina sono in ballo interessi commerciali molto forti: giganti come Boeing, Motorola, Citibank e Wal-Mart detengono infatti sempre più quote del mercato cinese».
Virgolette d'obbligo. Sono righe tratte infatti da Aspenia, il trimestrale edito dall'Aspen Institute, il cui ultimo numero si intitola "Il tempo della Cina" ed è interamente dedicato a decrittare il Macro Fenomeno che di nome fa Repubblica popolare cinese. Un numero anch'esso strabiliante per i dati, le ricerche, le analisi, le tesi che contiene. In sostanza, uno sguardo lungo e spregiudicato sull'ex Pianeta misterioso dell'altra sponda del Pacifico, 4 mila anni di storia, 1 miliardo e 350 milioni di persone - un quinto dell'umanità - il 50 per cento delle quali al di sotto dei 30 anni, Repubblica popolare a partito unico, quello che si chiama ancora (ancora, ancora!) Pcc (Partito comunista cinese).
Un immenso, dinamico ibrido i cui connotati Aspenia tratteggia così: «Una potenza economica globale, il Sistema del capitalismo comunista», una gigantesca nazione dove «pragmatismo politico, "cultura della convenienza", logica dei consumi occidentale incuneata in una struttura socialista fortemente ideologica», fanno della Grande Cina «un Paese politicamente definito "socialismo di mercato alla cinese", e culturalmente "socialismo postmoderno"». Il tutto sotto la guida della "quarta generazione" marxista-leninista con alla testa Hu Jintao.
Sostiene Aspenia.
L'occhio lungo dentro questa Cina ne vede, di cose: belle, brutte, bellissime, bruttissime, abbaglianti, oscure, contraddittorie, fantastiche, potenziali e no, tutte comunque ardue e colossali... Va bene. Gli esperti di prim'ordine che hanno collaborato al numero "cinese" della rivista concordano però, tutti, su un punto, piuttosto essenziale: «L'economia cinese è cresciuta a un tasso annuo dell'8-9% quasi per due decenni, conseguendo, come hanno riconosciuto le Nazioni Unite, il più grande e più rapido successo nella guerra alla povertà della storia dell'umanità».
Un enorme balzo della tigre in meno di quarant'anni, ma ancora insufficiente. Nonostante il record e l'immane sforzo, i poveri-poveri in Cina sono ancora il 10 per cento della popolazione (non meno di 150 milioni). Grandi dislivelli, anche drammatici, caratterizzano ancora le condizioni tra città e aree metropolitane e i territori interni, soprattutto le campagne; e tra regioni e regioni, con non pochi conflitti e tensioni sociali (cui non sarebbe estraneo, secondo gli analisti di Aspenia, un diffuso fenomeno di corruzione, soprattutto nei ranghi della burocrazia di Stato).
Una condizione non difficile da comprendere (e tutt'altro che da sottovalutare, proprio per le implicazioni sociali, umani e culturali che può significare). E possiamo aggiungere - per capire l'ordine di grandezza dei problemi della Cina di oggi, anno 2004 - che sono ancora almeno 700 milioni i contadini in condizione di pura sopravvivenza sull' immensa terra dell'ex Impero celeste.
Ciò semplicemente vuol dire che, nonostante l'enorme balzo della tigre, quasi il 70 per cento della popolazione cinese vive ancora in quelle sterminate aree rurali (o semi-urbanizzate) che sono rimaste indietro (praticamente escluse) dal nuovo standard industriale.
Un enorme problema, con 700 milioni sulla scena...
La Cina - questa la conclusione - resta un paese povero. Una nazione ancora debole (e tutt'altro che militarizzata).
Però una nazione in marcia: a differenza dell'India che «pur avendo un miliardo di abitanti non è riuscita vincere la battaglia contro la povertà», la Cina sta lì a dimostrare che «il fattore cruciale, nel destino dei Paesi, è la politica, non la popolazione».
E' anche errato, erratissimo parlare di "miracolo" cinese. Per il semplice fatto che il miracolo non c'è. Infatti la sbalorditiva transizione cinese è iniziata da oltre vent'anni - Aspenia la data dal 1979 - quando ha preso corso quello che la rivista definisce la "demaoizzazione", con la conseguente apertura al mercato (sia orientale che occidentale).
Il "caso" cinese; come si sa, è sotto esame, grandi dispute sono in corso, soprattutto nel mondo comunista. Ma è un argomento che qui non vogliamo trattare. Ci basta qui raccontare un po' quello che c'è, dentro il "miracolo" lungo vent'anni della Repubblica popolare cinese. Almeno 170 nuove città da 1 milione di abitanti create nell'ultimo ventennio; almeno 400 milioni di cittadini che si possono definire di ceto medio di tipo occidentale (Europa e Usa messi insieme), dei quali oltre 200 milioni decisamente affluenti (ricchi); almeno un milione e mezzo di studenti in ingegneria e materie scientifiche nelle università (sfornati 50 mila ingegneri all'anno, contro i 30 mila in Usa). C'è dentro un insonne e, per forza di cose, mastodontico, fervore di R&S, di Ricerca e Sviluppo; e ci sono dentro numeri da capogiro in fatto di potenzialità.
«Da molti punti di vista, la Cina è destinata a sostituire gli Stati Uniti come nuovo motore della crescita mondiale». E giù una selva di "numeri". Cina odierna come primo consumatore mondiale di materie prime, per esempio il 25 per cento del cotone, soia e acciaio, il 16 dell'alluminio, il 35 del carbone (e da qui al 2030 il consumo di petrolio è destinato ad aumentare del 100%, vale a dire la Cina sarà il primo consumatore mondiale di oro nero, con quel che segue).
Non basta. Secondo i dati industriali (2003), la Cina è stato il più forte produttore «di otto su dodici dei prodotti più diffusi dell'elettronica di consumo, con la produzione di circa la metà della produzione mondiale di lettore Dvd e macchine fotografiche digitali, più di un terzo di drive Dvd-Rom e personal computer; e circa un quarto di cellulari, tv a colori e palmari».
Ancora ancora. «In un suo studio recente, l'Ifc - l'ente della Banca mondiale che finanzia il settore privato - prevede che il valore dell'elettronica della Cina aumenti, di qui al 2005, da 34 a 80 miliardi di dollari. Verrà superata l'Europa (che arriverà a 73 miliardi) e cominceranno a essere insidiate le posizioni di Stati Uniti e Giappone».
E hi-tech e auto alla "cinese". Cellulari passati «in poco più di due trimestri da 190 milioni a 250 milioni, ed erano appena 85 milioni nel 2002; utenti di telefonia fissa da 300 milioni a 350, e due anni e mezzo fa erano poco più di 150 milioni; abbonati a Internet da 35 milioni a 42, erano 10 milioni nel 2000». Inoltre, «da parte sua il settore auto ha sfiorato un incremento dell'85%, dopo un progresso del 20% nel 2001 e del 56 nel 2002».
Telefonini iradiddio, nel solo 2002 ne sono stati venduti 65 milioni (China Mobile è ormai il primo operatore assoluto nel mondo di telefonia mobile per numero di abbonati). E quanto a Internet «si prevede che nel 2005 su 100 navigatori, 30 saranno cinesi (a fronte di 25 europei e 20 americani)».
La Cina è qui. I suoi salari restano bassissimi (anche in pieno boom tecnologico; purtroppo), giusto 1 centesimo di quelli Usa, ad esempio. E per far fronte al dramma della disoccupazione - quella vecchia e quella nuova, quella secolare e quella "moderna" - quella ad esempio arrivata dalle migliaia di fabbriche pubbliche fallite, o tragicamente in perdita, che hanno lasciato sul campo da 3 a 3 milioni e mezzo di senza lavoro - la leadership cinese della "quarta generazione" deve perciò poter camminare in fretta - molto in fretta - se vuole vincere la colossale, ineluttabile sfida.
La sfida di riuscire a creare almeno 20 milioni di posti di lavoro nel giro di pochi anni, praticamente da subito. La sfida di riuscire a creare, per poter proseguire sul cammino di macro sviluppo intrapreso, 300-350 milioni di nuovi posti di lavoro nel giro di 10-15 anni (per la serie la terra trema).
Sostiene Aspenia.
C'è poi da mettere in conto "l'istinto americano". Come unica "Potenza strategica" in grado di tenere testa agli Usa, il gigante Cina è da tempo nel mirino della Casa Bianca. Gli analisti di Aspenia la mettono così: «Gli Stati Uniti, come polo dominante dell'attuale sistema internazionale, hanno un interesse di fondo a che la crescita economica della Cina rallenti (il corsivo è nostro) nei prossimi anni». Magari a prezzo «di una nuova "guerra fredda" che potrebbe, fra l'altro, scaricarsi sul controllo di risorse energetiche di cui la Cina è fortemente carente».
E la leadership cinese della "quarta generazione"?
Lo sa.
Europa e Stati Uniti alle prese con l'esuberante economia cinese. Volano le esportazioni in tutti i settori: dall'acciaio alle Nike copiate, dalle bevande al hig tech
"Made in China", sfida al mercato globale
di Maria R. Calderoni
Tanti tanti tanti tanti tanti piccoli cinesi. Alt. Non dire mai più che la Cina è vicina. Infatti la Cina non è vicina. La Cina è qui. Siamo belli che circondati. Basta guardare. Dati 2001, fonte Ocse: in Italia la Cina esporta bevande e tabacchi, cibo e bestiame, carburanti e lubrificanti, oli animali e vegetali, grassi e cere, prodotti chimici e affini, beni manifatturieri (a volontà), pelli, pelli lavorate e conciate, pellicce, prodotti in gomma sughero e legno, carta e simili, tessili, abbigliamento (a bizzeffe), prodotti minerali e metallici, ed eccetera.
Se non vi dispiace non solo bambole (il 75% della produzione mondiale di giocattoli è cinese, comunque), pantofole, Nike copiate, accendini-sorpresa, pigiami e magliette di ogni marca e seize. Dalla stessa fonte Ocse, si evince appunto che da noi arrivano "made in China" ferro e acciaio, macchinari e attrezzature da trasporto, macchinari specialistici, industriali, da ufficio, per processione dati automatica, per telecomunicazioni, per audioregistrazione, veicoli stradali, attrezzature da trasporto ed eccetera.
Non solo noi. In buona compagnia in Europa (un complessivo 17 per cento di business commerciale) siamo con Francia e Germania (quest'ultima totalizza un 4 per cento di import "giallo"); l'Asia assorbe un 54 per cento, l'America latina il 2,4.
Gli Usa, poi, guarda quelli. Loro toccano il 20,4 per cento (sono dati del 2001, sicuramente oggi sottostimati), un export-import Cina-Usa valutato in 150 miliardi di dollari l'anno. Dati strabilianti (e anche "destabilizzanti", dal punto di vista di certi "falchi"). «Nel 2002, su base annua quindi, le importazioni americane di reggiseni, vestaglie e magliette dalla Cina sono aumentate rispettivamente del 232%, del 540% e del 219%. Cifre che hanno letteralmente provocato grida di dolore da parte di gruppi di interesse nazionali, spingendo i politici a intervenire».
Tutt'altro che semplice, terribili scatole cinesi. Perché «se è vero che il Pentagono tende a vedere la Cina come una minaccia, è anche vero che con la Cina sono in ballo interessi commerciali molto forti: giganti come Boeing, Motorola, Citibank e Wal-Mart detengono infatti sempre più quote del mercato cinese».
Virgolette d'obbligo. Sono righe tratte infatti da Aspenia, il trimestrale edito dall'Aspen Institute, il cui ultimo numero si intitola "Il tempo della Cina" ed è interamente dedicato a decrittare il Macro Fenomeno che di nome fa Repubblica popolare cinese. Un numero anch'esso strabiliante per i dati, le ricerche, le analisi, le tesi che contiene. In sostanza, uno sguardo lungo e spregiudicato sull'ex Pianeta misterioso dell'altra sponda del Pacifico, 4 mila anni di storia, 1 miliardo e 350 milioni di persone - un quinto dell'umanità - il 50 per cento delle quali al di sotto dei 30 anni, Repubblica popolare a partito unico, quello che si chiama ancora (ancora, ancora!) Pcc (Partito comunista cinese).
Un immenso, dinamico ibrido i cui connotati Aspenia tratteggia così: «Una potenza economica globale, il Sistema del capitalismo comunista», una gigantesca nazione dove «pragmatismo politico, "cultura della convenienza", logica dei consumi occidentale incuneata in una struttura socialista fortemente ideologica», fanno della Grande Cina «un Paese politicamente definito "socialismo di mercato alla cinese", e culturalmente "socialismo postmoderno"». Il tutto sotto la guida della "quarta generazione" marxista-leninista con alla testa Hu Jintao.
Sostiene Aspenia.
L'occhio lungo dentro questa Cina ne vede, di cose: belle, brutte, bellissime, bruttissime, abbaglianti, oscure, contraddittorie, fantastiche, potenziali e no, tutte comunque ardue e colossali... Va bene. Gli esperti di prim'ordine che hanno collaborato al numero "cinese" della rivista concordano però, tutti, su un punto, piuttosto essenziale: «L'economia cinese è cresciuta a un tasso annuo dell'8-9% quasi per due decenni, conseguendo, come hanno riconosciuto le Nazioni Unite, il più grande e più rapido successo nella guerra alla povertà della storia dell'umanità».
Un enorme balzo della tigre in meno di quarant'anni, ma ancora insufficiente. Nonostante il record e l'immane sforzo, i poveri-poveri in Cina sono ancora il 10 per cento della popolazione (non meno di 150 milioni). Grandi dislivelli, anche drammatici, caratterizzano ancora le condizioni tra città e aree metropolitane e i territori interni, soprattutto le campagne; e tra regioni e regioni, con non pochi conflitti e tensioni sociali (cui non sarebbe estraneo, secondo gli analisti di Aspenia, un diffuso fenomeno di corruzione, soprattutto nei ranghi della burocrazia di Stato).
Una condizione non difficile da comprendere (e tutt'altro che da sottovalutare, proprio per le implicazioni sociali, umani e culturali che può significare). E possiamo aggiungere - per capire l'ordine di grandezza dei problemi della Cina di oggi, anno 2004 - che sono ancora almeno 700 milioni i contadini in condizione di pura sopravvivenza sull' immensa terra dell'ex Impero celeste.
Ciò semplicemente vuol dire che, nonostante l'enorme balzo della tigre, quasi il 70 per cento della popolazione cinese vive ancora in quelle sterminate aree rurali (o semi-urbanizzate) che sono rimaste indietro (praticamente escluse) dal nuovo standard industriale.
Un enorme problema, con 700 milioni sulla scena...
La Cina - questa la conclusione - resta un paese povero. Una nazione ancora debole (e tutt'altro che militarizzata).
Però una nazione in marcia: a differenza dell'India che «pur avendo un miliardo di abitanti non è riuscita vincere la battaglia contro la povertà», la Cina sta lì a dimostrare che «il fattore cruciale, nel destino dei Paesi, è la politica, non la popolazione».
E' anche errato, erratissimo parlare di "miracolo" cinese. Per il semplice fatto che il miracolo non c'è. Infatti la sbalorditiva transizione cinese è iniziata da oltre vent'anni - Aspenia la data dal 1979 - quando ha preso corso quello che la rivista definisce la "demaoizzazione", con la conseguente apertura al mercato (sia orientale che occidentale).
Il "caso" cinese; come si sa, è sotto esame, grandi dispute sono in corso, soprattutto nel mondo comunista. Ma è un argomento che qui non vogliamo trattare. Ci basta qui raccontare un po' quello che c'è, dentro il "miracolo" lungo vent'anni della Repubblica popolare cinese. Almeno 170 nuove città da 1 milione di abitanti create nell'ultimo ventennio; almeno 400 milioni di cittadini che si possono definire di ceto medio di tipo occidentale (Europa e Usa messi insieme), dei quali oltre 200 milioni decisamente affluenti (ricchi); almeno un milione e mezzo di studenti in ingegneria e materie scientifiche nelle università (sfornati 50 mila ingegneri all'anno, contro i 30 mila in Usa). C'è dentro un insonne e, per forza di cose, mastodontico, fervore di R&S, di Ricerca e Sviluppo; e ci sono dentro numeri da capogiro in fatto di potenzialità.
«Da molti punti di vista, la Cina è destinata a sostituire gli Stati Uniti come nuovo motore della crescita mondiale». E giù una selva di "numeri". Cina odierna come primo consumatore mondiale di materie prime, per esempio il 25 per cento del cotone, soia e acciaio, il 16 dell'alluminio, il 35 del carbone (e da qui al 2030 il consumo di petrolio è destinato ad aumentare del 100%, vale a dire la Cina sarà il primo consumatore mondiale di oro nero, con quel che segue).
Non basta. Secondo i dati industriali (2003), la Cina è stato il più forte produttore «di otto su dodici dei prodotti più diffusi dell'elettronica di consumo, con la produzione di circa la metà della produzione mondiale di lettore Dvd e macchine fotografiche digitali, più di un terzo di drive Dvd-Rom e personal computer; e circa un quarto di cellulari, tv a colori e palmari».
Ancora ancora. «In un suo studio recente, l'Ifc - l'ente della Banca mondiale che finanzia il settore privato - prevede che il valore dell'elettronica della Cina aumenti, di qui al 2005, da 34 a 80 miliardi di dollari. Verrà superata l'Europa (che arriverà a 73 miliardi) e cominceranno a essere insidiate le posizioni di Stati Uniti e Giappone».
E hi-tech e auto alla "cinese". Cellulari passati «in poco più di due trimestri da 190 milioni a 250 milioni, ed erano appena 85 milioni nel 2002; utenti di telefonia fissa da 300 milioni a 350, e due anni e mezzo fa erano poco più di 150 milioni; abbonati a Internet da 35 milioni a 42, erano 10 milioni nel 2000». Inoltre, «da parte sua il settore auto ha sfiorato un incremento dell'85%, dopo un progresso del 20% nel 2001 e del 56 nel 2002».
Telefonini iradiddio, nel solo 2002 ne sono stati venduti 65 milioni (China Mobile è ormai il primo operatore assoluto nel mondo di telefonia mobile per numero di abbonati). E quanto a Internet «si prevede che nel 2005 su 100 navigatori, 30 saranno cinesi (a fronte di 25 europei e 20 americani)».
La Cina è qui. I suoi salari restano bassissimi (anche in pieno boom tecnologico; purtroppo), giusto 1 centesimo di quelli Usa, ad esempio. E per far fronte al dramma della disoccupazione - quella vecchia e quella nuova, quella secolare e quella "moderna" - quella ad esempio arrivata dalle migliaia di fabbriche pubbliche fallite, o tragicamente in perdita, che hanno lasciato sul campo da 3 a 3 milioni e mezzo di senza lavoro - la leadership cinese della "quarta generazione" deve perciò poter camminare in fretta - molto in fretta - se vuole vincere la colossale, ineluttabile sfida.
La sfida di riuscire a creare almeno 20 milioni di posti di lavoro nel giro di pochi anni, praticamente da subito. La sfida di riuscire a creare, per poter proseguire sul cammino di macro sviluppo intrapreso, 300-350 milioni di nuovi posti di lavoro nel giro di 10-15 anni (per la serie la terra trema).
Sostiene Aspenia.
C'è poi da mettere in conto "l'istinto americano". Come unica "Potenza strategica" in grado di tenere testa agli Usa, il gigante Cina è da tempo nel mirino della Casa Bianca. Gli analisti di Aspenia la mettono così: «Gli Stati Uniti, come polo dominante dell'attuale sistema internazionale, hanno un interesse di fondo a che la crescita economica della Cina rallenti (il corsivo è nostro) nei prossimi anni». Magari a prezzo «di una nuova "guerra fredda" che potrebbe, fra l'altro, scaricarsi sul controllo di risorse energetiche di cui la Cina è fortemente carente».
E la leadership cinese della "quarta generazione"?
Lo sa.
le donne e gli artisti
Gazzetta di Parma 24.2.04
In «Prestami il volto» di Valeria Palumbo gli amori di Modigliani, Mahler e altri grandi
Donne artisti destino
di Isabella Bonati
Certe fiamme incontrandosi non possono che ardere. Due anime affini divorano un fuoco che svela infinito. E se sono due anime grandi si ha un'alchimia inestinguibile. «Prestami il volto» di Valeria Palumbo (Selene Edizioni) ritrae i burrascosi rapporti tra gli artisti e le loro ispiratrici. Dieci storie di donne, nove storie di uomini (Rosa Bonheur ebbe una donna per compagna), dieci volte Assoluto, dove l'arte si confonde con l'amore e l'amore si fa arte. E l'arte e l'amore sono vita e diventano destino.
Elizabeth Siddal e Dante Gabriel Rossetti, Eva Gonzalès ed Edouard Manet, Gabriele Munter e Vasilij Kandinsky, ma anche la bellissima Alma Mahler, moglie del compositore Gustav Mahler, e Oskar Kokoschka, e Beatrice Hastings, eccessiva, anticonformista, e il livornese Amedeo Modigliani, sono alcune di queste coppie celebri, sodalizi d'anima. E loro, donne dannate, estreme, oltre la norma, inquiete, inarrestabili, artiste muse amanti degli artisti, appartennero a qualcuno, spesso a tanti, a nessuno per davvero, loro, padrone di se stesse. «Le dieci donne che appaiono nei dieci ritratti presentati - afferma l'autrice - non sono state soltanto muse o modelle. E non si sono limitate a prestare le loro fattezze ai loro celebri amanti per poi, al massimo, scaldarne il cuore e il letto. Sono state tutte ottime compagne (ottimo non ha nulla a che vedere con la qualità dei rapporti, quasi sempre tempestosi), prima di tutto perché sono state donne di grande personalità». Spiriti in grado di volare, loro e i loro amanti. Loro, evocatrici dell'arte ed arte creata. L'arte in potenza nelle menti degli artefici, resa atto sulla tela, sublimata in una immagine di donna. Eppure i loro volti hanno fluttuato nell'immortalità e non le loro anime, il loro essere la donna di qualcuno e non semplicemente donna. E non essenzialmente essere. Salvate da un ritratto, da uno sguardo, per il resto nell'oblio. Mai comprese, spesso emarginate, confinate perché donne nel silenzio: «Si può senz'altro pensare che averle scelte come compagne, rivela una notevole sensibilità da parte dei partners. La verità è che quasi tutti si sono dimostrati incapaci di accettare il loro talento e la loro autonomia».
Valeria Palumbo, giornalista e appassionata d'arte, musica e teatro, dopo aver lavorato nella redazione di Capital, è attuale caporedattore attualità del mensile Amica.
Il suo libro restituisce spessore artistico e dignità umana a donne che, vittime del giudizio di ogni tempo, a questo tempo han consegnato l'anima e un ritratto e sono state lacerate dalla pena di non essere comuni. Pena inespiabile. Donne che han pagato il prezzo di se stesse con l'infelicità e talvolta con la vita.
«Sono state, anche a prescindere dalla loro influenza sui loro celebri compagni, personalità da scoprire. Tutte, indistintamente, hanno pagato un prezzo altissimo per essere uscite dagli schemi, per non essere state solo muse». Per essere state delle donne, delle donne eccezionali. «Che noia essere limitati nei gesti quando si è donna!» ha scritto l'indipendente ed esplosiva Rosa Bonheur esaltando «la grande e fiera ambizione per il sesso di cui mi faccio gloria di appartenere e di cui sosterrò l'indipendenza fino all'ultimo giorno. Del resto sono convinta che a noi appartenga l'avvenire». Parole audaci e sovversive? Forse precoci per i tempi. Eppure cosa è cambiato troppo se allora e ancora adesso il genio femminile è una condanna e l'arte di una donna è una follia?
In «Prestami il volto» di Valeria Palumbo gli amori di Modigliani, Mahler e altri grandi
Donne artisti destino
di Isabella Bonati
Certe fiamme incontrandosi non possono che ardere. Due anime affini divorano un fuoco che svela infinito. E se sono due anime grandi si ha un'alchimia inestinguibile. «Prestami il volto» di Valeria Palumbo (Selene Edizioni) ritrae i burrascosi rapporti tra gli artisti e le loro ispiratrici. Dieci storie di donne, nove storie di uomini (Rosa Bonheur ebbe una donna per compagna), dieci volte Assoluto, dove l'arte si confonde con l'amore e l'amore si fa arte. E l'arte e l'amore sono vita e diventano destino.
Elizabeth Siddal e Dante Gabriel Rossetti, Eva Gonzalès ed Edouard Manet, Gabriele Munter e Vasilij Kandinsky, ma anche la bellissima Alma Mahler, moglie del compositore Gustav Mahler, e Oskar Kokoschka, e Beatrice Hastings, eccessiva, anticonformista, e il livornese Amedeo Modigliani, sono alcune di queste coppie celebri, sodalizi d'anima. E loro, donne dannate, estreme, oltre la norma, inquiete, inarrestabili, artiste muse amanti degli artisti, appartennero a qualcuno, spesso a tanti, a nessuno per davvero, loro, padrone di se stesse. «Le dieci donne che appaiono nei dieci ritratti presentati - afferma l'autrice - non sono state soltanto muse o modelle. E non si sono limitate a prestare le loro fattezze ai loro celebri amanti per poi, al massimo, scaldarne il cuore e il letto. Sono state tutte ottime compagne (ottimo non ha nulla a che vedere con la qualità dei rapporti, quasi sempre tempestosi), prima di tutto perché sono state donne di grande personalità». Spiriti in grado di volare, loro e i loro amanti. Loro, evocatrici dell'arte ed arte creata. L'arte in potenza nelle menti degli artefici, resa atto sulla tela, sublimata in una immagine di donna. Eppure i loro volti hanno fluttuato nell'immortalità e non le loro anime, il loro essere la donna di qualcuno e non semplicemente donna. E non essenzialmente essere. Salvate da un ritratto, da uno sguardo, per il resto nell'oblio. Mai comprese, spesso emarginate, confinate perché donne nel silenzio: «Si può senz'altro pensare che averle scelte come compagne, rivela una notevole sensibilità da parte dei partners. La verità è che quasi tutti si sono dimostrati incapaci di accettare il loro talento e la loro autonomia».
Valeria Palumbo, giornalista e appassionata d'arte, musica e teatro, dopo aver lavorato nella redazione di Capital, è attuale caporedattore attualità del mensile Amica.
Il suo libro restituisce spessore artistico e dignità umana a donne che, vittime del giudizio di ogni tempo, a questo tempo han consegnato l'anima e un ritratto e sono state lacerate dalla pena di non essere comuni. Pena inespiabile. Donne che han pagato il prezzo di se stesse con l'infelicità e talvolta con la vita.
«Sono state, anche a prescindere dalla loro influenza sui loro celebri compagni, personalità da scoprire. Tutte, indistintamente, hanno pagato un prezzo altissimo per essere uscite dagli schemi, per non essere state solo muse». Per essere state delle donne, delle donne eccezionali. «Che noia essere limitati nei gesti quando si è donna!» ha scritto l'indipendente ed esplosiva Rosa Bonheur esaltando «la grande e fiera ambizione per il sesso di cui mi faccio gloria di appartenere e di cui sosterrò l'indipendenza fino all'ultimo giorno. Del resto sono convinta che a noi appartenga l'avvenire». Parole audaci e sovversive? Forse precoci per i tempi. Eppure cosa è cambiato troppo se allora e ancora adesso il genio femminile è una condanna e l'arte di una donna è una follia?
Iran: le grotte del sufismo
Repubblica, edizione di Palermo 24.2.04
LE GROTTE DEL SUFISMO
di MARCELLA CROCE
«Qui vicino mio cugino Saadegh si è fatto una grotta». Sulle prime attribuisco a un´improprietà linguistica questa frase sibillina del nostro amico Hassan. La sua bella barba bianca si allarga in un sorriso, noi non lo sappiamo ancora ma queste sue parole preannunciano il nostro primo incontro ravvicinato con un mistico sufi. Che vorrà mai dire «si è fatto una grotta»? Semplicissimo: vuol dire scegliere un posto di proprio gusto su una montagna accessibile a piedi da casa. E cominciare a martellare la roccia per crearsi una grotta personale. Sadeegh ha impiegato circa otto anni per completare la sua, lavorando da solo una decina di ore la settimana in un anfratto del monte Soffeh, la montagna che sovrasta la città iraniana di Isfahan. Non è un eremita, nella sua grotta non ha mai abitato, semplicemente la usa come pied-a-terre, quando vuole sentirsi più vicino al cielo. Trascorre lì buona parte della giornata, da solo o offrendo tè e pasticcini ad amici che come lui cercano di cogliere nella natura l´amore e l´unità del mondo.
L´acqua del monte è stata convogliata in un pratico «rubinetto» esterno e anche in una vasca interna, molto ben rifinita e completa di canalizzazione per un eventuale esubero. La grotta porta tutti i segni del suo piccone, in un angolo Saadegh ha realizzato per i giorni invernali una stufa a legna con relativa canna fumaria, all´esterno ha sistemato una veranda per godersi la frescura dei tramonti estivi. Non è la sua prima grotta. Saadegh (nome di origine araba che vuol dire «sincero») ha 76 anni e di grotte ne ha già «fatte» ben cinque, ma le prime quattro le ha dovute abbandonare. Da tempo immemorabile, l´Islam mistico, che è quello dell´uomo non conformista, non è mai stato visto di buon occhio dai dogmatici. Non a caso il monte si chiama Soffeh: un tempo era sacro ai sufi, in Iran e Turchia detti anche dervisci, che per secoli vi si sono rifugiati ogni qual volta le persecuzioni nei loro riguardi raggiungevano livelli insopportabili.
Suf era la ruvida lana della loro umile veste, che si dice bruciassero una volta raggiunto il massimo e ultimo livello di erfand, il sentiero verso Dio. Straordinaria sintesi di spiritualità e sensualità, il sufismo predicava un percorso interiore che coniugasse amore umano e amore divino, erotismo e unione con il divino. Questi pellegrini della valle d´amore, con le loro parole sconvolgenti, con il loro fervore e la loro eccezionale carica emozionale, hanno saputo produrre alcuni fra i vertici della letteratura mondiale. L´amore umano e mistico fu cantato per secoli dai sufi nei loro famosi e sublimi componimenti poetici.
«L´amore è il loro credo e la loro fede», avrebbe detto Ibn Arabi, grande poeta andaluso; anche i nostri stilnovisti, che amavano autodefinirsi «sudditi d´Amore», non avrebbero faticato molto a trovare con loro delle affinità. Uno dei più famosi poeti sufi fu Mawlana Jalalal-Din, vissuto nel XIII secolo; giacché passò buona parte della sua vita e morì in Turchia, che all´epoca faceva parte dell´impero bizantino, è conosciuto con il nome di Rumi (il romano). A lui è attribuita la famosa frase «quello che per voi è un rumore, per me è musica», e con queste parole si era messo a ballare al ritmo del battito del fabbro sull´incudine. Molti sufi erano veri spiriti enciclopedici, artisti, scienziati e alchimisti: il mistico Razi nell´XI secolo scoprì la formula dell´acido solforico. I sufi, che in Nord Africa sono chiamati anche fakir (poveri), non sono mai stati dei veri asceti. Al contrario dei mistici del Medioevo cristiano, non si sono mai separati completamente dal mondo. Spesso uniti in confraternite (tariqat), per le meditazioni e per le preghiere collettive si riuniscono tuttora in residenze (khanaqa), che in origine erano destinate ad accogliere gli adepti itineranti. Stanno con la gente e lavorano, anzi guadagnare è considerato un dovere, per poter dare il sovrappiù a chi ne ha bisogno: innumerevoli sono le botteghe di artigiani che espongono in bella mostra su una parete l´ascia, simbolo dei dervisci, un tempo famosi anche in Iran per le danze sfrenate con le quali raggiungevano lo stato di trance. Il loro ordine è stato da taluni paragonato a quello dei Templari.
Come ogni buon musulmano, il mistico sufi, cui recentemente ha dato un volto Omar Sharif nel delizioso film "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", si rifà di norma agli insegnamenti di un maestro, e tale strettissimo rapporto si può fare risalire in linea diretta al profeta Maometto e ad Alì, suo cugino e genero, che gli sciiti ritengono suo unico e legittimo erede spirituale.
LE GROTTE DEL SUFISMO
di MARCELLA CROCE
«Qui vicino mio cugino Saadegh si è fatto una grotta». Sulle prime attribuisco a un´improprietà linguistica questa frase sibillina del nostro amico Hassan. La sua bella barba bianca si allarga in un sorriso, noi non lo sappiamo ancora ma queste sue parole preannunciano il nostro primo incontro ravvicinato con un mistico sufi. Che vorrà mai dire «si è fatto una grotta»? Semplicissimo: vuol dire scegliere un posto di proprio gusto su una montagna accessibile a piedi da casa. E cominciare a martellare la roccia per crearsi una grotta personale. Sadeegh ha impiegato circa otto anni per completare la sua, lavorando da solo una decina di ore la settimana in un anfratto del monte Soffeh, la montagna che sovrasta la città iraniana di Isfahan. Non è un eremita, nella sua grotta non ha mai abitato, semplicemente la usa come pied-a-terre, quando vuole sentirsi più vicino al cielo. Trascorre lì buona parte della giornata, da solo o offrendo tè e pasticcini ad amici che come lui cercano di cogliere nella natura l´amore e l´unità del mondo.
L´acqua del monte è stata convogliata in un pratico «rubinetto» esterno e anche in una vasca interna, molto ben rifinita e completa di canalizzazione per un eventuale esubero. La grotta porta tutti i segni del suo piccone, in un angolo Saadegh ha realizzato per i giorni invernali una stufa a legna con relativa canna fumaria, all´esterno ha sistemato una veranda per godersi la frescura dei tramonti estivi. Non è la sua prima grotta. Saadegh (nome di origine araba che vuol dire «sincero») ha 76 anni e di grotte ne ha già «fatte» ben cinque, ma le prime quattro le ha dovute abbandonare. Da tempo immemorabile, l´Islam mistico, che è quello dell´uomo non conformista, non è mai stato visto di buon occhio dai dogmatici. Non a caso il monte si chiama Soffeh: un tempo era sacro ai sufi, in Iran e Turchia detti anche dervisci, che per secoli vi si sono rifugiati ogni qual volta le persecuzioni nei loro riguardi raggiungevano livelli insopportabili.
Suf era la ruvida lana della loro umile veste, che si dice bruciassero una volta raggiunto il massimo e ultimo livello di erfand, il sentiero verso Dio. Straordinaria sintesi di spiritualità e sensualità, il sufismo predicava un percorso interiore che coniugasse amore umano e amore divino, erotismo e unione con il divino. Questi pellegrini della valle d´amore, con le loro parole sconvolgenti, con il loro fervore e la loro eccezionale carica emozionale, hanno saputo produrre alcuni fra i vertici della letteratura mondiale. L´amore umano e mistico fu cantato per secoli dai sufi nei loro famosi e sublimi componimenti poetici.
«L´amore è il loro credo e la loro fede», avrebbe detto Ibn Arabi, grande poeta andaluso; anche i nostri stilnovisti, che amavano autodefinirsi «sudditi d´Amore», non avrebbero faticato molto a trovare con loro delle affinità. Uno dei più famosi poeti sufi fu Mawlana Jalalal-Din, vissuto nel XIII secolo; giacché passò buona parte della sua vita e morì in Turchia, che all´epoca faceva parte dell´impero bizantino, è conosciuto con il nome di Rumi (il romano). A lui è attribuita la famosa frase «quello che per voi è un rumore, per me è musica», e con queste parole si era messo a ballare al ritmo del battito del fabbro sull´incudine. Molti sufi erano veri spiriti enciclopedici, artisti, scienziati e alchimisti: il mistico Razi nell´XI secolo scoprì la formula dell´acido solforico. I sufi, che in Nord Africa sono chiamati anche fakir (poveri), non sono mai stati dei veri asceti. Al contrario dei mistici del Medioevo cristiano, non si sono mai separati completamente dal mondo. Spesso uniti in confraternite (tariqat), per le meditazioni e per le preghiere collettive si riuniscono tuttora in residenze (khanaqa), che in origine erano destinate ad accogliere gli adepti itineranti. Stanno con la gente e lavorano, anzi guadagnare è considerato un dovere, per poter dare il sovrappiù a chi ne ha bisogno: innumerevoli sono le botteghe di artigiani che espongono in bella mostra su una parete l´ascia, simbolo dei dervisci, un tempo famosi anche in Iran per le danze sfrenate con le quali raggiungevano lo stato di trance. Il loro ordine è stato da taluni paragonato a quello dei Templari.
Come ogni buon musulmano, il mistico sufi, cui recentemente ha dato un volto Omar Sharif nel delizioso film "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", si rifà di norma agli insegnamenti di un maestro, e tale strettissimo rapporto si può fare risalire in linea diretta al profeta Maometto e ad Alì, suo cugino e genero, che gli sciiti ritengono suo unico e legittimo erede spirituale.
le statistiche dei suicidi in Toscana
Repubblica 24.2.04
L'ESPERTO
Parla lo statistico Roberto Volpi: "In Toscana invece è superiore, ma diminuisce"
"A Firenze il tasso di suicidi è più basso della media italiana"
Invece a Siena e Grosseto i numeri sono fino a tre volte superiori
La primavera il periodo più a rischio, mentre a dicembre si registrano meno casi
di MARIA CRISTINA CARRATÙ
«Davvero non capisco tutto questo allarme. La verità è che in Toscana, come del resto in Italia, i suicidi sono in costante diminuzione». Roberto Volpi, statistico, consulente del Comune di Firenze e dell´Istituto degli Innocenti, autore di numerosi saggi che, a colpi di dati, sdrammatizzano radicalmente certi ricorrenti allarmi sociali (come la violenza sui minori), va ancora una volta controcorrente. E nonostante l´inanellarsi di suicidi delle ultime settimane, smentisce che ci siano gli elementi per lanciare un allarme «toscano». I suicidi, fa notare l´esperto, secondo le statistiche giudiziarie pubblicate dall´Istat, sono in calo a livello nazionale (dal '97 al 2001 sono passati da 3459 a 2819), con un tasso annuo di 6,6 su 100 mila abitanti (nel 2001), rispetto a cui quello della Toscana (7,4) «è di meno di un punto superiore, e però leggermente inferiore a quello complessivo del nord e del centro Italia, del 7,6». E, quel che più conta, «anch´esso in calo».
A ridimensionare l´allarme, fa notare Volpi, è anche uno sguardo «onesto» alle situazioni locali. A Firenze, per esempio, il tasso è del 5,4, «cioè ancora più basso di quello medio italiano e anche dello stesso toscano», mentre le percentuali più alte, quelle che incidono in negativo sul quadro complessivo regionale, chiamano in causa due aree di cui tutto si direbbe fuorché che fossero a rischio: la provincia di Siena e quella di Grosseto, con tassi di 16-17 suicidi per 100 mila abitanti, circa due volte e mezzo superiori al nazionale, e mentre sono di appena il 4,1 quelli di Prato e di Massa Carrara, le provincie meno a rischio della regione seguite da Pistoia e Firenze. Ancora: dal punto di vista del rapporto fra suicidi ed età, ecco che si scopre che ben il 42% del totale dei suicidi è di ultra sessantacinquenni (il 33% in Italia) fascia di età che pure copre meno del 20% della popolazione totale della regione - e in entrambi i casi, locale e nazionale, il peso degli anziani nei suicidi è doppio rispetto a quello sul totale della popolazione. In compenso, e a sostegno di una interpretazione sdrammatizzante del fenomeno, è molto ridotto in Toscana il tasso di suicidi dei giovani nella fascia di età a più rischio, quella 18-24 anni. «Sarebbe ben più grave» dice Volpi, «che, in un certo ambiente sociale, a suicidarsi fossero più i giovani dei vecchi». Altro dato in contrasto con le analisi più ricorrenti sull´effetto negativo dei periodi di festività, è dicembre il mese in cui ci si suicida di meno, e la primavera il periodo in cui ci si suicida di più.
Conclusione: altro che accusare le città di essere «disumane». Al di là di tanti luoghi comuni, secondo Volpi, «gli ambienti sociali in cui le relazioni umane sono più intense, le occasioni di scambio, gli stimoli e la possibilità di coltivare interessi ed impegni sono maggiori, contribuiscono ad una percezione più positiva della propria esistenza». Là dove, invece, come i casi di Grosseto e Siena confermano, «la vita attiva non è il fattore dominante, il rischio di una percezione negativa è più alto». Bellezze naturali e storiche, insomma, con connessa «vita contemplativa», non sarebbero dunque, secondo l´esperto, un´assicurazione sulla vita: «Dal punto di vista dei fattori di rischio comunemente considerati, a Firenze se ne può certo individuare un´infinità di più che nel resto della Toscana. Eppure, qui c´è anche un´offerta culturale e ricreativa senza eguali, e guarda caso ci si suicida tre volte meno che nelle pacifiche Siena e Grosseto».
L'ESPERTO
Parla lo statistico Roberto Volpi: "In Toscana invece è superiore, ma diminuisce"
"A Firenze il tasso di suicidi è più basso della media italiana"
Invece a Siena e Grosseto i numeri sono fino a tre volte superiori
La primavera il periodo più a rischio, mentre a dicembre si registrano meno casi
di MARIA CRISTINA CARRATÙ
«Davvero non capisco tutto questo allarme. La verità è che in Toscana, come del resto in Italia, i suicidi sono in costante diminuzione». Roberto Volpi, statistico, consulente del Comune di Firenze e dell´Istituto degli Innocenti, autore di numerosi saggi che, a colpi di dati, sdrammatizzano radicalmente certi ricorrenti allarmi sociali (come la violenza sui minori), va ancora una volta controcorrente. E nonostante l´inanellarsi di suicidi delle ultime settimane, smentisce che ci siano gli elementi per lanciare un allarme «toscano». I suicidi, fa notare l´esperto, secondo le statistiche giudiziarie pubblicate dall´Istat, sono in calo a livello nazionale (dal '97 al 2001 sono passati da 3459 a 2819), con un tasso annuo di 6,6 su 100 mila abitanti (nel 2001), rispetto a cui quello della Toscana (7,4) «è di meno di un punto superiore, e però leggermente inferiore a quello complessivo del nord e del centro Italia, del 7,6». E, quel che più conta, «anch´esso in calo».
A ridimensionare l´allarme, fa notare Volpi, è anche uno sguardo «onesto» alle situazioni locali. A Firenze, per esempio, il tasso è del 5,4, «cioè ancora più basso di quello medio italiano e anche dello stesso toscano», mentre le percentuali più alte, quelle che incidono in negativo sul quadro complessivo regionale, chiamano in causa due aree di cui tutto si direbbe fuorché che fossero a rischio: la provincia di Siena e quella di Grosseto, con tassi di 16-17 suicidi per 100 mila abitanti, circa due volte e mezzo superiori al nazionale, e mentre sono di appena il 4,1 quelli di Prato e di Massa Carrara, le provincie meno a rischio della regione seguite da Pistoia e Firenze. Ancora: dal punto di vista del rapporto fra suicidi ed età, ecco che si scopre che ben il 42% del totale dei suicidi è di ultra sessantacinquenni (il 33% in Italia) fascia di età che pure copre meno del 20% della popolazione totale della regione - e in entrambi i casi, locale e nazionale, il peso degli anziani nei suicidi è doppio rispetto a quello sul totale della popolazione. In compenso, e a sostegno di una interpretazione sdrammatizzante del fenomeno, è molto ridotto in Toscana il tasso di suicidi dei giovani nella fascia di età a più rischio, quella 18-24 anni. «Sarebbe ben più grave» dice Volpi, «che, in un certo ambiente sociale, a suicidarsi fossero più i giovani dei vecchi». Altro dato in contrasto con le analisi più ricorrenti sull´effetto negativo dei periodi di festività, è dicembre il mese in cui ci si suicida di meno, e la primavera il periodo in cui ci si suicida di più.
Conclusione: altro che accusare le città di essere «disumane». Al di là di tanti luoghi comuni, secondo Volpi, «gli ambienti sociali in cui le relazioni umane sono più intense, le occasioni di scambio, gli stimoli e la possibilità di coltivare interessi ed impegni sono maggiori, contribuiscono ad una percezione più positiva della propria esistenza». Là dove, invece, come i casi di Grosseto e Siena confermano, «la vita attiva non è il fattore dominante, il rischio di una percezione negativa è più alto». Bellezze naturali e storiche, insomma, con connessa «vita contemplativa», non sarebbero dunque, secondo l´esperto, un´assicurazione sulla vita: «Dal punto di vista dei fattori di rischio comunemente considerati, a Firenze se ne può certo individuare un´infinità di più che nel resto della Toscana. Eppure, qui c´è anche un´offerta culturale e ricreativa senza eguali, e guarda caso ci si suicida tre volte meno che nelle pacifiche Siena e Grosseto».
un'altra rivoluzione fallita:
Giulio Giorello su Pancho Villa e Emiliano Zapata
Gazzetta di Parma 24.2.04
Giulio Giorello parla del saggio «Villa e Zapata» di cui è prefatore
«Due eroi per liberare gli oppressi»
«La rivoluzione fu una decennale Iliade messicana, in cui Villa, Zapata e gli altri giocarono i ruoli ricoperti nel mito da Agamennone, Achille, Ettore ed Enea.» Così scrive lo storico inglese Frank McLynn in «Villa e Zapata, una biografia della rivoluzione messicana» (Il Saggiatore, 508 pagine, 22,00 euro): la prima rivoluzione del XX secolo fu unica per la durata e i fatti di sangue, tanto da avergli suggerito un paragone col poema omerico. Sangue che al momento non fruttò al Messico il benessere e la stabilità politica auspicati, ma pure diede a questo Paese una Costituzione rispettosa dei principi di giustizia sociale. E se il Messico in tutto il Novecento è stato immune da feroci dittature militari, è merito anche di Villa e Zapata, l'Attila del Sud e il Centauro del Nord, sulla cui vita e personalità McLynn ci rivela ogni particolare, compresi molti aneddoti divertenti.
Entrambi combatterono per dare ai «dannati della terra» un migliore tenore di vita, ma la loro rivoluzione, come rileva il filosofo Giulio Giorello nell'introduzione al volume di McLynn, sfociò in uno Stato a partito unico, quel focolaio di corruzione che fu il Partito Rivoluzionario Istituzionale. La grande epopea popolare si spense nel sangue dei suoi eroi inconsapevoli, che avevano preso le armi sotto la spinta delle masse operaie e contadine, ma che da «rivoluzionari di passaggio» si tramutarono in «rivoluzionari permanenti - scrive Giorello, - cioè capaci di collocare nello spazio e nel tempo il loro partito preso per i diritti». Con Giulio Giorello, docente di Filosofia della scienza all'Università di Milano, riepiloghiamo quegli eventi lontani, ma sempre attuali nel Messico che ne è figlio.
«Questa ''biografia della rivoluzione messicana'' - dice Giorello - è stata scritta da uno studioso che si occupa in genere di storia europea. Tra le fonti a cui ha attinto per ricostruire la vita di Francisco Villa detto Pancho e di Emiliano Zapata, Frank McLynn c'è anche una pellicola di Sergio Leone, quel film visionario e barocco che è "Giù la testa", dove un irlandese dell'Ira si trova, con qualche disinvoltura storica, a combattere con Pancho Villa».
Perché le insurrezioni di Villa e Zapata finirono male?
«I due eroi della rivoluzione messicana operavano in due zone diverse del Messico, uno nel Nord e l'altro nel Sud, ed erano portavoce di problemi differenti, che questa biografia, costruita con la tecnica del montaggio cinematografico, rende molto bene. Le loro vicende a un certo punto si intrecciano, i due si incontrano a Città del Messico, ma non riescono a coordinare le loro azioni, e questa fu la debolezza che decretò la fine della loro rivoluzione. Così i vincitori non furono né Villa né Zapata, ma quella borghesia progressista che poi si cacciò nel vicolo cieco della persecuzione dei cattolici, quando i due capi rivoluzionari erano già stati assassinati».
Che cosa ha significato per il Messico la rivolta che infiammò il Paese dal 1910 al 1920?
«E' stata una grandissima esperienza di libertà e di giustizia, pur con tutti i difetti del regime che poi fu realizzato dal Partito Rivoluzionario e nonostante la mummificazione operata dal partito della restaurazione. Bisogna tenere presente che, in modi diversi, Villa e Zapata interpretavano rivendicazioni sociali molto sentite e che il popolo insorse in nome dei diritti e della libertà degli Indios e delle donne, del loro riconoscimento come individui. Non si trattò solo di una presa di coscienza delle masse popolari, per dirla nel linguaggio pre-sessantottino. Fu una vicenda epica».
Se Villa e Zapata fossero stati meno individualisti, avrebbero potuto raggiungere risultati maggiori?
«L'individualismo, certo, fu un ostacolo, così come la concezione troppo localistica della libertà. Una volta stabilite delle isole di libertà nelle zone controllate dagli zapatisti e dai villisti, forse mancò un piano più generale che potesse estendersi all'intero Messico e servire da modello ad altri Paesi dell'America Latina. Questo fu un limite di quella rivoluzione, ma è molto facile criticare Villa e Zapata col senno di poi».
Quanto contribuì al fallimento della loro rivoluzione il sistema corrotto che l'attorniava?
«Alcuni racconti dello scrittore messicano Ignazio Paco Taibo II descrivono magistralmente il clima di corruzione e ristagno che frenò la spinta in avanti verso i traguardi indicati dai due condottieri. Non parlerei, però, di fallimento. Alcune grandi rivoluzioni non sono fallite, ma si sono chiuse: con la restaurazione, come capitò alla rivoluzione inglese con Oliver Cromwell e a quella francese col ritorno dell'Ancien Régime, o con un compromesso che non ha accontentato nessuno, come è stato nel Novecento per la rivoluzione irlandese, i cui strascichi si avvertono ancora oggi nell'Irlanda del Nord. Ma certe esperienze rivoluzionare diventano patrimonio di tutta l'umanità. Villa e Zapata sono rimasti due punti di riferimento non solo per il Messico, ma per tutti coloro che sognano la libertà in ogni angolo del globo. Per certi versi lo direi anche per Che Guevara. C'è una lezione morale nella rivoluzione».
McLynn accosta Villa e Zapata al bandito Giuliano. Che cosa ne pensa?
«Quest'accostamento può suscitare curiosità, ma forse è l'aspetto meno interessante del libro. E' un errore di certa storiografia anglosassone riunire nella categoria del bandito sociale le persone più disparate. Siamo più sul terreno delle leggende romantiche che sulla concreta realtà storica. Villa e Zapata furono due grandi ribelli, ma furono anche dotati di una profonda dimensione umana e intellettuale, non paragonabili col fenomeno del banditismo siciliano».
Ieri Villa e Zapata, oggi il subcomandante Marcos nel Chiapas: perché il Messico è così predisposto alle rivoluzioni?
«Spesso le rivoluzioni non avvengono in Paesi dove la popolazione è ridotta alla pura sopravvivenza, ma in nazioni ricche di contrasti e di tradizioni. Il Messico ha una storia drammatica fin dalla conquista spagnola, per il complicato processo di liberazione e per la vicinanza degli Stati Uniti, tutti fattori che Frank McLynn ha bene analizzato. La rivoluzione è stata figlia di questa storia complessa e non semplicemente di una situazione di abbandono, della grandezza del Messico e non di un'endemica miseria».
La rivolta in corso da tanti anni nel Chiapas si riallaccia a quella di Zapata?
«Marcos ha nei riguardi degli Indios la stessa sollecitudine verso le loro difficoltà che aveva Zapata. Dicendo così, non intendo sminuire la figura dell'altro eroe della rivoluzione messicana, Villa, di cui sono rimasti famosi il coraggio, la spregiudicatezza, l'attenzione per i diritti dei più umili, il rispetto per la donna, e ciò malgrado la forma apparentemente rude di democrazia agraria armata, realizzata dai suoi uomini nelle zone da loro controllate».
Giulio Giorello parla del saggio «Villa e Zapata» di cui è prefatore
«Due eroi per liberare gli oppressi»
«La rivoluzione fu una decennale Iliade messicana, in cui Villa, Zapata e gli altri giocarono i ruoli ricoperti nel mito da Agamennone, Achille, Ettore ed Enea.» Così scrive lo storico inglese Frank McLynn in «Villa e Zapata, una biografia della rivoluzione messicana» (Il Saggiatore, 508 pagine, 22,00 euro): la prima rivoluzione del XX secolo fu unica per la durata e i fatti di sangue, tanto da avergli suggerito un paragone col poema omerico. Sangue che al momento non fruttò al Messico il benessere e la stabilità politica auspicati, ma pure diede a questo Paese una Costituzione rispettosa dei principi di giustizia sociale. E se il Messico in tutto il Novecento è stato immune da feroci dittature militari, è merito anche di Villa e Zapata, l'Attila del Sud e il Centauro del Nord, sulla cui vita e personalità McLynn ci rivela ogni particolare, compresi molti aneddoti divertenti.
Entrambi combatterono per dare ai «dannati della terra» un migliore tenore di vita, ma la loro rivoluzione, come rileva il filosofo Giulio Giorello nell'introduzione al volume di McLynn, sfociò in uno Stato a partito unico, quel focolaio di corruzione che fu il Partito Rivoluzionario Istituzionale. La grande epopea popolare si spense nel sangue dei suoi eroi inconsapevoli, che avevano preso le armi sotto la spinta delle masse operaie e contadine, ma che da «rivoluzionari di passaggio» si tramutarono in «rivoluzionari permanenti - scrive Giorello, - cioè capaci di collocare nello spazio e nel tempo il loro partito preso per i diritti». Con Giulio Giorello, docente di Filosofia della scienza all'Università di Milano, riepiloghiamo quegli eventi lontani, ma sempre attuali nel Messico che ne è figlio.
«Questa ''biografia della rivoluzione messicana'' - dice Giorello - è stata scritta da uno studioso che si occupa in genere di storia europea. Tra le fonti a cui ha attinto per ricostruire la vita di Francisco Villa detto Pancho e di Emiliano Zapata, Frank McLynn c'è anche una pellicola di Sergio Leone, quel film visionario e barocco che è "Giù la testa", dove un irlandese dell'Ira si trova, con qualche disinvoltura storica, a combattere con Pancho Villa».
Perché le insurrezioni di Villa e Zapata finirono male?
«I due eroi della rivoluzione messicana operavano in due zone diverse del Messico, uno nel Nord e l'altro nel Sud, ed erano portavoce di problemi differenti, che questa biografia, costruita con la tecnica del montaggio cinematografico, rende molto bene. Le loro vicende a un certo punto si intrecciano, i due si incontrano a Città del Messico, ma non riescono a coordinare le loro azioni, e questa fu la debolezza che decretò la fine della loro rivoluzione. Così i vincitori non furono né Villa né Zapata, ma quella borghesia progressista che poi si cacciò nel vicolo cieco della persecuzione dei cattolici, quando i due capi rivoluzionari erano già stati assassinati».
Che cosa ha significato per il Messico la rivolta che infiammò il Paese dal 1910 al 1920?
«E' stata una grandissima esperienza di libertà e di giustizia, pur con tutti i difetti del regime che poi fu realizzato dal Partito Rivoluzionario e nonostante la mummificazione operata dal partito della restaurazione. Bisogna tenere presente che, in modi diversi, Villa e Zapata interpretavano rivendicazioni sociali molto sentite e che il popolo insorse in nome dei diritti e della libertà degli Indios e delle donne, del loro riconoscimento come individui. Non si trattò solo di una presa di coscienza delle masse popolari, per dirla nel linguaggio pre-sessantottino. Fu una vicenda epica».
Se Villa e Zapata fossero stati meno individualisti, avrebbero potuto raggiungere risultati maggiori?
«L'individualismo, certo, fu un ostacolo, così come la concezione troppo localistica della libertà. Una volta stabilite delle isole di libertà nelle zone controllate dagli zapatisti e dai villisti, forse mancò un piano più generale che potesse estendersi all'intero Messico e servire da modello ad altri Paesi dell'America Latina. Questo fu un limite di quella rivoluzione, ma è molto facile criticare Villa e Zapata col senno di poi».
Quanto contribuì al fallimento della loro rivoluzione il sistema corrotto che l'attorniava?
«Alcuni racconti dello scrittore messicano Ignazio Paco Taibo II descrivono magistralmente il clima di corruzione e ristagno che frenò la spinta in avanti verso i traguardi indicati dai due condottieri. Non parlerei, però, di fallimento. Alcune grandi rivoluzioni non sono fallite, ma si sono chiuse: con la restaurazione, come capitò alla rivoluzione inglese con Oliver Cromwell e a quella francese col ritorno dell'Ancien Régime, o con un compromesso che non ha accontentato nessuno, come è stato nel Novecento per la rivoluzione irlandese, i cui strascichi si avvertono ancora oggi nell'Irlanda del Nord. Ma certe esperienze rivoluzionare diventano patrimonio di tutta l'umanità. Villa e Zapata sono rimasti due punti di riferimento non solo per il Messico, ma per tutti coloro che sognano la libertà in ogni angolo del globo. Per certi versi lo direi anche per Che Guevara. C'è una lezione morale nella rivoluzione».
McLynn accosta Villa e Zapata al bandito Giuliano. Che cosa ne pensa?
«Quest'accostamento può suscitare curiosità, ma forse è l'aspetto meno interessante del libro. E' un errore di certa storiografia anglosassone riunire nella categoria del bandito sociale le persone più disparate. Siamo più sul terreno delle leggende romantiche che sulla concreta realtà storica. Villa e Zapata furono due grandi ribelli, ma furono anche dotati di una profonda dimensione umana e intellettuale, non paragonabili col fenomeno del banditismo siciliano».
Ieri Villa e Zapata, oggi il subcomandante Marcos nel Chiapas: perché il Messico è così predisposto alle rivoluzioni?
«Spesso le rivoluzioni non avvengono in Paesi dove la popolazione è ridotta alla pura sopravvivenza, ma in nazioni ricche di contrasti e di tradizioni. Il Messico ha una storia drammatica fin dalla conquista spagnola, per il complicato processo di liberazione e per la vicinanza degli Stati Uniti, tutti fattori che Frank McLynn ha bene analizzato. La rivoluzione è stata figlia di questa storia complessa e non semplicemente di una situazione di abbandono, della grandezza del Messico e non di un'endemica miseria».
La rivolta in corso da tanti anni nel Chiapas si riallaccia a quella di Zapata?
«Marcos ha nei riguardi degli Indios la stessa sollecitudine verso le loro difficoltà che aveva Zapata. Dicendo così, non intendo sminuire la figura dell'altro eroe della rivoluzione messicana, Villa, di cui sono rimasti famosi il coraggio, la spregiudicatezza, l'attenzione per i diritti dei più umili, il rispetto per la donna, e ciò malgrado la forma apparentemente rude di democrazia agraria armata, realizzata dai suoi uomini nelle zone da loro controllate».
lunedì 23 febbraio 2004
lunedì 23.2 su RaiTre:
una lezione di Dario Fo su Caravaggio
Repubblica 23.2.04
LA LEZIONE
Franca Rame e Dario Fo stasera su RaiTre
"Caravaggio dipinse la vita del suo tempo"
"Sulle sue tele restava impresso quel che tutti all'epoca, cercavano di coprire"
di ANNA BANDETTINI
MILANO - Passare da Berlusconi a Caravaggio deve essere stata una boccata d´ossigeno, un rifarsi la mente. «In verità lo scopo resta lo stesso: raccontare qualcosa senza fermarsi alla superficie, cercare di scovarne gli aspetti tenuti nascosti, fare controinformazione», spiegano Dario Fo e Franca Rame che, infaticabili, tra una trionfale tappa e l´altra del loro "Anomalo bicefalo", lo spettacolo sulla carriera politica-economica-giudiziaria di Berlusconi (chiuderà grandiosamente la tournée il 7 marzo a Milano in una seratona al Filaforum organizzata con i girotondi), lo scorso dicembre misero in scena all´Auditorium di Roma per sole due serate, davanti a quattromila persone, una lezione-spettacolo, Caravaggio ai tempi del Caravaggio, che sullo stimolo della mostra virtuale sul pittore ospite a Roma a Castel Sant´Angelo, raccontava l´artista nei suoi quadri e nel Seicento. Quella lezione viene ora presentata da RaiTre, stasera con la regia di Felice Cappa, in una di quelle belle occasioni che fanno dimenticare l´impoverimento culturale della tv purtroppo solo alle 23.20. In scena il Nobel e Franca Rame teatralizzano la vita del Caravaggio come già avevano fatto anni fa con Leonardo: davanti agli spettatori 87 gigantografie di quadri, molto materiale storico e documentario e l´inserto di alcuni pezzi di teatro, a cominciare dal bellissimo monologo Maria alla Croce recitato da Franca per sottolineare quanto legame ci fosse tra Caravaggio e le sacre rappresentazioni in volgare della tradizione popolare lombarda.
Il "grande pittore realista ricco però di invenzioni fanstatiche" che ci raccontano è l´uomo pieno di contraddizioni, è l´artista che ha imparato la lezione della grande tradizione pittorica lombarda dal Correggio in poi, è il pittore in cattivi rapporti con il conformismo della Roma della Controriforma e con il partito spagnolo della curia romana «che ogni giorno faceva esecuzioni in piazza e il fine settimana tanto per gradire mandava al rogo qualche sedicente eretico». In questo clima, ci dicono Fo e Rame, Caravaggio era uno che non le mandava a dire. «Nei soggetti religiosi dei suoi quadri metteva figure e temi del suo tempo e non era un pittore piegato alla semplice devozione come mostriamo con vari esempi. La sua grandezza sta anche in questo: che dipingeva la vita che ai suoi tempi tutti cercavano di coprire».
_____________________________
da leggere:
Anna Maria Panzera, Caravaggio e Giordano Bruno fra nuova arte e nuova scienza. La bellezza dell'artefice. 1994 - Fratelli Palombi editori
Fiora Bellini e Riccardo Bassani, Caravaggio assassino, La carriera di un «valenthuomo» fazioso nella Roma della Controriforma. 1994 - Donzelli Editore
LA LEZIONE
Franca Rame e Dario Fo stasera su RaiTre
"Caravaggio dipinse la vita del suo tempo"
"Sulle sue tele restava impresso quel che tutti all'epoca, cercavano di coprire"
di ANNA BANDETTINI
MILANO - Passare da Berlusconi a Caravaggio deve essere stata una boccata d´ossigeno, un rifarsi la mente. «In verità lo scopo resta lo stesso: raccontare qualcosa senza fermarsi alla superficie, cercare di scovarne gli aspetti tenuti nascosti, fare controinformazione», spiegano Dario Fo e Franca Rame che, infaticabili, tra una trionfale tappa e l´altra del loro "Anomalo bicefalo", lo spettacolo sulla carriera politica-economica-giudiziaria di Berlusconi (chiuderà grandiosamente la tournée il 7 marzo a Milano in una seratona al Filaforum organizzata con i girotondi), lo scorso dicembre misero in scena all´Auditorium di Roma per sole due serate, davanti a quattromila persone, una lezione-spettacolo, Caravaggio ai tempi del Caravaggio, che sullo stimolo della mostra virtuale sul pittore ospite a Roma a Castel Sant´Angelo, raccontava l´artista nei suoi quadri e nel Seicento. Quella lezione viene ora presentata da RaiTre, stasera con la regia di Felice Cappa, in una di quelle belle occasioni che fanno dimenticare l´impoverimento culturale della tv purtroppo solo alle 23.20. In scena il Nobel e Franca Rame teatralizzano la vita del Caravaggio come già avevano fatto anni fa con Leonardo: davanti agli spettatori 87 gigantografie di quadri, molto materiale storico e documentario e l´inserto di alcuni pezzi di teatro, a cominciare dal bellissimo monologo Maria alla Croce recitato da Franca per sottolineare quanto legame ci fosse tra Caravaggio e le sacre rappresentazioni in volgare della tradizione popolare lombarda.
Il "grande pittore realista ricco però di invenzioni fanstatiche" che ci raccontano è l´uomo pieno di contraddizioni, è l´artista che ha imparato la lezione della grande tradizione pittorica lombarda dal Correggio in poi, è il pittore in cattivi rapporti con il conformismo della Roma della Controriforma e con il partito spagnolo della curia romana «che ogni giorno faceva esecuzioni in piazza e il fine settimana tanto per gradire mandava al rogo qualche sedicente eretico». In questo clima, ci dicono Fo e Rame, Caravaggio era uno che non le mandava a dire. «Nei soggetti religiosi dei suoi quadri metteva figure e temi del suo tempo e non era un pittore piegato alla semplice devozione come mostriamo con vari esempi. La sua grandezza sta anche in questo: che dipingeva la vita che ai suoi tempi tutti cercavano di coprire».
da leggere:
Anna Maria Panzera, Caravaggio e Giordano Bruno fra nuova arte e nuova scienza. La bellezza dell'artefice. 1994 - Fratelli Palombi editori
Fiora Bellini e Riccardo Bassani, Caravaggio assassino, La carriera di un «valenthuomo» fazioso nella Roma della Controriforma. 1994 - Donzelli Editore
storie dell'uomo:
la paleopatologia
Corriere della Sera 23.2.04
IL PALEOPATOLOGO
di Paolo Conti
PISA - Prima notizia: Cangrande I della Scala, signore di Verona riesumato venti giorni fa e sottoposto a mille esami Tac inclusa, non morì improvvisamente a 38 anni dopo aver bevuto da una fonte di Treviso appena conquistata, come si disse nel 1329 sospettando veleni. Probabilmente se ne andò all’altro mondo per una epatite acuta forse dovuta (per ora è solo un’ipotesi) al buon vino veneto, che notoriamente va giù come l’acqua: ce lo sveleranno a ottobre in una mostra al museo di Castelvecchio di Verona. Seconda notizia: alla fine dell’estate avremo un’idea abbastanza chiara delle abitudini igienico-alimentari e delle cause della morte di cinquanta membri della famiglia dei Medici di Firenze, da Giovanni delle Bande Nere all’Elettrice Palatina Maria Ludovica che lasciò in eredità al popolo fiorentino la collezione degli Uffizi ed evitò la dispersione di un inestimabile tesoro della cultura europea.
Il tutto transiterà sulla disordinata scrivania di Gino Fornaciari, 58 anni, paleopatologo dell’Università di Pisa, da un quarto di secolo specializzato in una scienza tutta particolare: l’esame dei corpi di personaggi del passato, importanti o anonimi che siano. Fornaciari è un tipo pelato, basso e autoironico («1.60, ho la stessa statura di Gregorio VII...»), doverosamente positivista e materialista visto l’oggetto di studio: «Emozione nel maneggiare un re, un santo? Direi estremo interesse scientifico. Se questa è un’emozione, allora sì, mi emoziono. Timore di disturbare il sonno di un morto? No, perché è senza vita e si tratta di un reperto: da trattare col dovuto riguardo, ma è un reperto...».
Il laboratorio di Fornaciari e dei suoi soli cinque collaboratori è ospitato, come spesso accade in Italia ai nostri centri di ricerca molto stimati all’estero ma sconosciuti in patria, in un angusto ambiente stipato di casse etichettate, tipo «Crani / Torino, piazza San Giovanni» (spiegazione: «Era una fossa comune di soldati del primo ’400 scoperta due anni fa, qui la calotta è scoperchiata da un colpo di spadone...»). Sui tavoli, due vassoi colmi di femori, tibie, pezzi di falangi. Il professore insegna Paleopatologia e Storia della medicina ma ha alle spalle 15 anni di responsabilità dell’obitorio pisano e ha una regola: «C’è uno scopo scientifico e uno culturale. Capire come quegli individui vivevano e morivano per ricostruire l’ambiente umano, intellettuale di un’epoca». Niente curiosità morbose ma esami di tossicologia, endoscopia, istologia, radiologia e Tac possibili perché l’incarico di Fornaciari fa parte del dipartimento di Oncologia.
La sua memoria gronda incontri straordinari. Al 1981 risale la «recognizione» (il termine scientifico dell’impresa) sul corpo di Sant’Antonio da Padova voluta dai frati: «Individuo giovane, sui 35 anni, longilineo e più alto della media della sua epoca, tipicamente atlanto-mediterraneo, abbastanza muscoloso, però si capiva che era uno da scrivania». Nel 1984 toccò a papa Gregorio VII: «Mi aspettavo un tipo alto, ascetico, magro visto che si trattava di un monaco. Invece era basso come me, tarchiato, corpulento, dotato di una vigorosa muscolatura anche nel braccio destro. Più che di aspersorio, da giovane lavorò di spada...». Un po’ come Giulio II della Rovere, il papa condottiero? «Ecco, uno così». Poi ci fu Zita da Lucca, santa del 13° secolo, esaminata nel 1988, fonte di grande ammirazione estetica da addetti ai lavori: «Bellissima mummia naturale, perfettamente conservata. Camminava scalza e i suoi piedi avevano gli stessi calli che fino a poco temo fa erano caratteristici delle nostre contadine. Viveva in cucina e in un ambiente chiuso, così ho trovato i polmoni affetti da antracosi, ovvero erano pieni di carbone».
Tra il 1983 e il 1987 (quando Fornaciari aveva ancora i suoi capelli) ci fu l’avventura delle tombe aragonesi di Napoli nella cappella palatina di San Domenico Maggiore: «La soprintendenza scoprì che nel soppalco della Sacrestia le quaranta casse di sovrani, principi del sangue e membri della corte contenevano mummie ben conservate. Non sapevano bene come muoversi e ci convocarono. Anche nella sepoltura il protocollo era rispettato: nel piano alto e al centro i re, poi i principi e più sotto gli altri a seconda dell’importanza». Fornaciari e i suoi misero insieme una immensa banca dati sulle malattie dell’epoca: «Ferrante I morì di adenocarcinoma del colon. Altri principi erano affetti da malattie infettive: tubercolosi, per esempio. Una nobildonna era sifilitica». Risatina del professore: «Misi in allarme l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché in una mummia riscontrai il vaiolo. Lo annunciai. Mi mandarono degli anticorpi che legarono col virus. Temettero che potesse essere ancora vitale, si impaurirono perché le vaccinazioni erano sospese dal 1986. Invece il Dna del virus era frammentato, incapace di agire. Ho spedito alcuni campioni a Mosca e negli Stati Uniti, ad Atlanta». Nel 1994 diagnosticò una scoliosi da violoncello al sommo musicista Luigi Boccherini. Ha svelato anche un giallo storico, quello legato a Enrico VII re di Germania, morto forse suicida a Martirano, in Calabria, nel 1242: «Era difficile spiegarsi perché suo padre Federico II lo avesse tenuto prigioniero fino alla morte. E’ vero, Enrico VII aveva tentato di spodestarlo ed era stato sconfitto. Ma Federico era generoso, capace di perdonare. Perché non il primogenito? Esaminando lo scheletro abbiamo capito. Enrico era malato di lebbra, contratta probabilmente nella Crociata in Terra Santa, e la sua più che una prigionia era un isolamento protetto».
E adesso la grande scommessa medicea, 49 salme da esaminare, per 36 sarà una novità assoluta perché 13 erano già state studiate nel 1948: «Ho convinto il sovrintendente Antonio Paolucci, uomo di grande intelligenza e intuizione. Primi sondaggi in primavera, poi da luglio a tappe forzate. Per ora non toccheremo i sarcofagi più antichi perché c’è di mezzo Michelangelo». C’è da capire perché molti Medici fossero afflitti dalla gotta, secondo le voci del passato. O da riesaminare la tubercolosi di Eleonora da Toledo, che da secoli ci scruta altera dalla tela del Bronzino, e l’obesità dell’ultimo maschio, il debole Giangastone. Ci vorranno molti soldi, almeno 400 mila euro. Per ora Fornaciari può contare sulla sovrintendenza fiorentina, le università di Pisa, Firenze, Long Island di New York, del Minnesota, sulla Mgm specializzata in biotecnologia, l’ospedale di Pisa, il comune di Firenze. Ma il cammino economico è lungo. Qualcuno, speriamo, si farà vivo. Fornaciari ride ancora: «Lo so, ci vuole un amatore del genere». Giusto. Non tutti palpitano per una mummia nuda.
IL PALEOPATOLOGO
di Paolo Conti
PISA - Prima notizia: Cangrande I della Scala, signore di Verona riesumato venti giorni fa e sottoposto a mille esami Tac inclusa, non morì improvvisamente a 38 anni dopo aver bevuto da una fonte di Treviso appena conquistata, come si disse nel 1329 sospettando veleni. Probabilmente se ne andò all’altro mondo per una epatite acuta forse dovuta (per ora è solo un’ipotesi) al buon vino veneto, che notoriamente va giù come l’acqua: ce lo sveleranno a ottobre in una mostra al museo di Castelvecchio di Verona. Seconda notizia: alla fine dell’estate avremo un’idea abbastanza chiara delle abitudini igienico-alimentari e delle cause della morte di cinquanta membri della famiglia dei Medici di Firenze, da Giovanni delle Bande Nere all’Elettrice Palatina Maria Ludovica che lasciò in eredità al popolo fiorentino la collezione degli Uffizi ed evitò la dispersione di un inestimabile tesoro della cultura europea.
Il tutto transiterà sulla disordinata scrivania di Gino Fornaciari, 58 anni, paleopatologo dell’Università di Pisa, da un quarto di secolo specializzato in una scienza tutta particolare: l’esame dei corpi di personaggi del passato, importanti o anonimi che siano. Fornaciari è un tipo pelato, basso e autoironico («1.60, ho la stessa statura di Gregorio VII...»), doverosamente positivista e materialista visto l’oggetto di studio: «Emozione nel maneggiare un re, un santo? Direi estremo interesse scientifico. Se questa è un’emozione, allora sì, mi emoziono. Timore di disturbare il sonno di un morto? No, perché è senza vita e si tratta di un reperto: da trattare col dovuto riguardo, ma è un reperto...».
Il laboratorio di Fornaciari e dei suoi soli cinque collaboratori è ospitato, come spesso accade in Italia ai nostri centri di ricerca molto stimati all’estero ma sconosciuti in patria, in un angusto ambiente stipato di casse etichettate, tipo «Crani / Torino, piazza San Giovanni» (spiegazione: «Era una fossa comune di soldati del primo ’400 scoperta due anni fa, qui la calotta è scoperchiata da un colpo di spadone...»). Sui tavoli, due vassoi colmi di femori, tibie, pezzi di falangi. Il professore insegna Paleopatologia e Storia della medicina ma ha alle spalle 15 anni di responsabilità dell’obitorio pisano e ha una regola: «C’è uno scopo scientifico e uno culturale. Capire come quegli individui vivevano e morivano per ricostruire l’ambiente umano, intellettuale di un’epoca». Niente curiosità morbose ma esami di tossicologia, endoscopia, istologia, radiologia e Tac possibili perché l’incarico di Fornaciari fa parte del dipartimento di Oncologia.
La sua memoria gronda incontri straordinari. Al 1981 risale la «recognizione» (il termine scientifico dell’impresa) sul corpo di Sant’Antonio da Padova voluta dai frati: «Individuo giovane, sui 35 anni, longilineo e più alto della media della sua epoca, tipicamente atlanto-mediterraneo, abbastanza muscoloso, però si capiva che era uno da scrivania». Nel 1984 toccò a papa Gregorio VII: «Mi aspettavo un tipo alto, ascetico, magro visto che si trattava di un monaco. Invece era basso come me, tarchiato, corpulento, dotato di una vigorosa muscolatura anche nel braccio destro. Più che di aspersorio, da giovane lavorò di spada...». Un po’ come Giulio II della Rovere, il papa condottiero? «Ecco, uno così». Poi ci fu Zita da Lucca, santa del 13° secolo, esaminata nel 1988, fonte di grande ammirazione estetica da addetti ai lavori: «Bellissima mummia naturale, perfettamente conservata. Camminava scalza e i suoi piedi avevano gli stessi calli che fino a poco temo fa erano caratteristici delle nostre contadine. Viveva in cucina e in un ambiente chiuso, così ho trovato i polmoni affetti da antracosi, ovvero erano pieni di carbone».
Tra il 1983 e il 1987 (quando Fornaciari aveva ancora i suoi capelli) ci fu l’avventura delle tombe aragonesi di Napoli nella cappella palatina di San Domenico Maggiore: «La soprintendenza scoprì che nel soppalco della Sacrestia le quaranta casse di sovrani, principi del sangue e membri della corte contenevano mummie ben conservate. Non sapevano bene come muoversi e ci convocarono. Anche nella sepoltura il protocollo era rispettato: nel piano alto e al centro i re, poi i principi e più sotto gli altri a seconda dell’importanza». Fornaciari e i suoi misero insieme una immensa banca dati sulle malattie dell’epoca: «Ferrante I morì di adenocarcinoma del colon. Altri principi erano affetti da malattie infettive: tubercolosi, per esempio. Una nobildonna era sifilitica». Risatina del professore: «Misi in allarme l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché in una mummia riscontrai il vaiolo. Lo annunciai. Mi mandarono degli anticorpi che legarono col virus. Temettero che potesse essere ancora vitale, si impaurirono perché le vaccinazioni erano sospese dal 1986. Invece il Dna del virus era frammentato, incapace di agire. Ho spedito alcuni campioni a Mosca e negli Stati Uniti, ad Atlanta». Nel 1994 diagnosticò una scoliosi da violoncello al sommo musicista Luigi Boccherini. Ha svelato anche un giallo storico, quello legato a Enrico VII re di Germania, morto forse suicida a Martirano, in Calabria, nel 1242: «Era difficile spiegarsi perché suo padre Federico II lo avesse tenuto prigioniero fino alla morte. E’ vero, Enrico VII aveva tentato di spodestarlo ed era stato sconfitto. Ma Federico era generoso, capace di perdonare. Perché non il primogenito? Esaminando lo scheletro abbiamo capito. Enrico era malato di lebbra, contratta probabilmente nella Crociata in Terra Santa, e la sua più che una prigionia era un isolamento protetto».
E adesso la grande scommessa medicea, 49 salme da esaminare, per 36 sarà una novità assoluta perché 13 erano già state studiate nel 1948: «Ho convinto il sovrintendente Antonio Paolucci, uomo di grande intelligenza e intuizione. Primi sondaggi in primavera, poi da luglio a tappe forzate. Per ora non toccheremo i sarcofagi più antichi perché c’è di mezzo Michelangelo». C’è da capire perché molti Medici fossero afflitti dalla gotta, secondo le voci del passato. O da riesaminare la tubercolosi di Eleonora da Toledo, che da secoli ci scruta altera dalla tela del Bronzino, e l’obesità dell’ultimo maschio, il debole Giangastone. Ci vorranno molti soldi, almeno 400 mila euro. Per ora Fornaciari può contare sulla sovrintendenza fiorentina, le università di Pisa, Firenze, Long Island di New York, del Minnesota, sulla Mgm specializzata in biotecnologia, l’ospedale di Pisa, il comune di Firenze. Ma il cammino economico è lungo. Qualcuno, speriamo, si farà vivo. Fornaciari ride ancora: «Lo so, ci vuole un amatore del genere». Giusto. Non tutti palpitano per una mummia nuda.
Edipo e la sanità mentale
una segnalazione di Paolo Izzo
Repubblica 23.2.04
Sofocle riletto dall´attore con la collaborazione e regia di Sergio Fantoni
L'Edipo di Gioele Dix ritrova la sanità mentale
Alla fine si sbarazza dei complessi attribuitigli da Freud Cento minuti di risate
FRANCO QUADRI
Non credo che sarà il monologo a salvare il teatro riportandolo alle sue origini, ma certo il dilagare dell´affabulazione non è solo una moda che, sostituendo il racconto dei testi all´azione, soddisfa esigenze politiche ed economiche. Del resto sono partite così intere generazioni di comici, basti ricordare il Dario Fo radiofonico che rifaceva la Storia; e qualche grande s´è divertito a smontare e rimontare a vista i classici, come Brook in un suo "Amleto". Ora Gioele Dix, dopo essersi trovato a suo agio frugando tra le pieghe della Bibbia, si butta su "Edipo re", con la collaborazione di Sergio Fantoni, coautore e regista: ma non contento di raccontarne la vicenda, la rivive, travasandola nell´attualità. Interpreta infatti un intellettuale in crisi rinchiuso in una clinica avveniristica dove, tra esercizi di step sui pedali e "bagni etruschi" in piscina, rimedita maniacalmente la storia di quel prototipo umano ossessionato dai complessi di colpa e ne ricostruisce la figura e le avventure all´infermiera inglese incarnata da Luisa Massidda con stupori da finta ingenua, coinvolgendola fino ad affibbiarle la parte di Giocasta.
Partendo dalle parole di Sofocle, tra pareti di specchio, sullo sfondo di un cielo magrittiano e di uno scultoreo busto grecizzante, Dix si appropria del suo personaggio calandolo nella quotidianità, come un globetrotter rincorso dai ragazzini che gridano «Edipo sei un mito!»; ne segue le peripezie e si sdoppia, facendolo dialogare con Creonte e col romanzesco Tiresia, ognuno con un suo dialetto caricaturale, cita Lord Jim, fa un giallo del confronto tra i due pastori toscanizzati che svelano la doppia identità del protagonista e, dopo che la madre-moglie, vista come una autentica passione, s´è impiccata, cambia radicalmente il finale: l´Edipo di oggi non si acceca né se ne va ramingo ma, dopo tanto macerarsi, rifiuta la responsabilità di atti compiuti in piena innocenza, manda a farsi fottere i complessi attribuitigli dal professor Freud e rientra risanato nel proprio io. Così la rilettura, oltre a informare un pubblico abbastanza sorpreso, riesce anche a dare un lieto fine alla tragedia, dopo aver fatto ridere con Sofocle per cento minuti, non disdegnando la facilità ma senza umiliare l´intelligenza.
Repubblica 23.2.04
Sofocle riletto dall´attore con la collaborazione e regia di Sergio Fantoni
L'Edipo di Gioele Dix ritrova la sanità mentale
Alla fine si sbarazza dei complessi attribuitigli da Freud Cento minuti di risate
FRANCO QUADRI
Non credo che sarà il monologo a salvare il teatro riportandolo alle sue origini, ma certo il dilagare dell´affabulazione non è solo una moda che, sostituendo il racconto dei testi all´azione, soddisfa esigenze politiche ed economiche. Del resto sono partite così intere generazioni di comici, basti ricordare il Dario Fo radiofonico che rifaceva la Storia; e qualche grande s´è divertito a smontare e rimontare a vista i classici, come Brook in un suo "Amleto". Ora Gioele Dix, dopo essersi trovato a suo agio frugando tra le pieghe della Bibbia, si butta su "Edipo re", con la collaborazione di Sergio Fantoni, coautore e regista: ma non contento di raccontarne la vicenda, la rivive, travasandola nell´attualità. Interpreta infatti un intellettuale in crisi rinchiuso in una clinica avveniristica dove, tra esercizi di step sui pedali e "bagni etruschi" in piscina, rimedita maniacalmente la storia di quel prototipo umano ossessionato dai complessi di colpa e ne ricostruisce la figura e le avventure all´infermiera inglese incarnata da Luisa Massidda con stupori da finta ingenua, coinvolgendola fino ad affibbiarle la parte di Giocasta.
Partendo dalle parole di Sofocle, tra pareti di specchio, sullo sfondo di un cielo magrittiano e di uno scultoreo busto grecizzante, Dix si appropria del suo personaggio calandolo nella quotidianità, come un globetrotter rincorso dai ragazzini che gridano «Edipo sei un mito!»; ne segue le peripezie e si sdoppia, facendolo dialogare con Creonte e col romanzesco Tiresia, ognuno con un suo dialetto caricaturale, cita Lord Jim, fa un giallo del confronto tra i due pastori toscanizzati che svelano la doppia identità del protagonista e, dopo che la madre-moglie, vista come una autentica passione, s´è impiccata, cambia radicalmente il finale: l´Edipo di oggi non si acceca né se ne va ramingo ma, dopo tanto macerarsi, rifiuta la responsabilità di atti compiuti in piena innocenza, manda a farsi fottere i complessi attribuitigli dal professor Freud e rientra risanato nel proprio io. Così la rilettura, oltre a informare un pubblico abbastanza sorpreso, riesce anche a dare un lieto fine alla tragedia, dopo aver fatto ridere con Sofocle per cento minuti, non disdegnando la facilità ma senza umiliare l´intelligenza.
«l'intelligenza delle emozioni»
Il Messaggero Domenica 22 Febbraio 2004
Ma la ragione non basta
di ROBERTO BERTINETTI
MA DAVVERO è solo grazie alla ragione che l'uomo può comprendere se stesso e la realtà, come teorizzato dal pensiero illuminista? No, replica Martha Nussbaum che ha scritto un imponente saggio ("L'intelligenza delle emozioni", il Mulino, 868 pagine, 45 euro), in libreria da martedì in Italia, per provare che l'amore, la paura, la vergogna, la compassione e l'ansia non soltanto condizionano in maniera assai profonda l'esperienza quotidiana di ciascun individuo ma addirittura rappresentano una strategia di conoscenza. Sbaglia, dunque, chi rinnega l'importanza delle emozioni o ritiene la loro presenza un elemento di disturbo in analisi che andrebbero, invece, condotte "a freddo". Al contrario, sottolinea la studiosa americana, le emozioni contribuiscono a disegnare il paesaggio della nostra vita spirituale e sociale allo stesso modo della ragione. E, dunque, non si può prescindere da esse se si vuole interpretare in maniera corretta l'agire umano e proporre un contributo davvero innovativo nell'ambito della filosofia morale.
Per dimostrare la validità della sua ipotesi Martha Nussbaum compie un lungo viaggio che prende avvio dalla Grecia classica e si conclude nella Dublino di inizio Novecento ritratta da Joyce, chiama in causa l'antropologia e l'estetica, la letteratura e la scienza, cita gli autori dei grandi capolavori narrativi europei e il dibattito sull'etica di cui sono stati protagonisti nel corso dei secoli Platone, Aristotele, Rousseau, Kant e Nietzsche.
Diviso in tre parti, il libro discute in primo luogo le emozioni suscitate dal dolore e dal lutto, poi affronta il tema delle emozioni che segnano la vita pubblica e la politica e, infine, mette a fuoco il ruolo assegnato all'amore dal pensiero greco, cristiano e romantico, di cui la studiosa segue la traccia nei dialoghi socratici, nelle pagine di Dante, Proust, Whitman, Joyce e nelle partiture di Mahler.
Nussbaum conclude la sua complessa e affascinante analisi affermando che una teoria complessiva dell'agire umano non può prescindere dall'importanza delle emozioni. Che, precisa, giocano un ruolo fondamentale nell'indagine compiuta da ciascun individuo per tentare di stabilire ciò che è bene o giusto e possono offrire un contributo decisivo.
Ma la ragione non basta
di ROBERTO BERTINETTI
MA DAVVERO è solo grazie alla ragione che l'uomo può comprendere se stesso e la realtà, come teorizzato dal pensiero illuminista? No, replica Martha Nussbaum che ha scritto un imponente saggio ("L'intelligenza delle emozioni", il Mulino, 868 pagine, 45 euro), in libreria da martedì in Italia, per provare che l'amore, la paura, la vergogna, la compassione e l'ansia non soltanto condizionano in maniera assai profonda l'esperienza quotidiana di ciascun individuo ma addirittura rappresentano una strategia di conoscenza. Sbaglia, dunque, chi rinnega l'importanza delle emozioni o ritiene la loro presenza un elemento di disturbo in analisi che andrebbero, invece, condotte "a freddo". Al contrario, sottolinea la studiosa americana, le emozioni contribuiscono a disegnare il paesaggio della nostra vita spirituale e sociale allo stesso modo della ragione. E, dunque, non si può prescindere da esse se si vuole interpretare in maniera corretta l'agire umano e proporre un contributo davvero innovativo nell'ambito della filosofia morale.
Per dimostrare la validità della sua ipotesi Martha Nussbaum compie un lungo viaggio che prende avvio dalla Grecia classica e si conclude nella Dublino di inizio Novecento ritratta da Joyce, chiama in causa l'antropologia e l'estetica, la letteratura e la scienza, cita gli autori dei grandi capolavori narrativi europei e il dibattito sull'etica di cui sono stati protagonisti nel corso dei secoli Platone, Aristotele, Rousseau, Kant e Nietzsche.
Diviso in tre parti, il libro discute in primo luogo le emozioni suscitate dal dolore e dal lutto, poi affronta il tema delle emozioni che segnano la vita pubblica e la politica e, infine, mette a fuoco il ruolo assegnato all'amore dal pensiero greco, cristiano e romantico, di cui la studiosa segue la traccia nei dialoghi socratici, nelle pagine di Dante, Proust, Whitman, Joyce e nelle partiture di Mahler.
Nussbaum conclude la sua complessa e affascinante analisi affermando che una teoria complessiva dell'agire umano non può prescindere dall'importanza delle emozioni. Che, precisa, giocano un ruolo fondamentale nell'indagine compiuta da ciascun individuo per tentare di stabilire ciò che è bene o giusto e possono offrire un contributo decisivo.
domenica 22 febbraio 2004
tribunali ecclesiastici:
la crisi della famiglia allarma le autorità cattoliche
Repubblica 22.2.04
IL CASO
Démariage: il fenomeno che preoccupa la Chiesa
In aumento le nozze annullate dalla Sacra Rota
di STEFANO CASELLI
Si chiama démariage la parola che più preoccupa la Chiesa torinese. «Un fenomeno che la sociologia francese ha indicato con questo termine intraducibile ma efficace di démariage: il matrimonio vissuto come un'esperienza soggettiva, in base alla quale scioglierlo o romperlo appartiene alla coscienza individuale» ha spiegato il sociologo Luigi Berzano, nell'insolita sede del seminario maggiore dell'Arcidiocesi, all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico, presente l'arcivescovo di Torino, Severino Poletto.
Il matrimonio in Piemonte è sempre più «precario», aumentano gli annullamenti dei matrimoni religiosi e le unioni «libere» a discapito delle unioni tradizionali. I dati parlano chiaro: nel 2003 gli annullamenti concessi dal Tribunale sono stati 142 su un totale di 171 cause «decise» a fronte di 94 annullamenti accettati nel 2002, 91 nel 2001, 134 nel 2000. Nel 2003, sempre considerando le cause portate a termine, risulta che a 29 coppie non è stato riconosciuto l'annullamento. Tra le cause per le quali è stato dato l'assenso ad annullare il vincolo del matrimonio, ci sono la «simulazione per esclusione positiva dell'indissolubilità del vincolo» (57 casi), la «simulazione per esclusione del bonum prolis» (52 casi), l'«incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio» (30), il «difetto di descrizione e giudizio» (29). Tre i casi in cui il matrimonio è risultato essere stato celebrato «per violenza o timori gravi» e un caso in cui si parla di matrimonio «ottenuto con dolo».
La maggior parte dei matrimoni annullati riguardano coppie insieme per un periodo che va dai 5 ai 10 anni, ma 31 casi parlano di matrimoni durati meno di un anno mentre 23 coppie erano sposate da oltre 10 anni. Chi chiede l'annullamento sono soprattutto impiegati (60), liberi professionisti (36), operai (29).
La Stampa 22 Febbraio 2004
Il disagio matrimoniale
approda al Tribunale Ecclesiastico
«Nel 2003 si sono affacciate ai nostri uffici numerose, complesse situazioni di disagio matrimoniale», ha detto il canonico Giovanni Carlo Carbonero, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico regionale, alla cerimonia di apertura dell'anno giudiziario, ieri nel salone del Seminario Maggiore, presente il cardinale Severino Poletto. «In tre cause di primo grado provenienti da Piemonte e Valle d'Aosta è emersa l'"inconsumazione"», ha detto facendo il bilancio dell'anno appena concluso. «Alcuni matrimoni - ha detto - hanno avuto breve durata, da un mese a pochissimi mesi, preceduti da lunghi fidanzamenti». Il Tribunale ha esaminato situazioni di omosessualità e di deviazioni sessuali. In un caso il matrimonio religioso, durato un mese, aveva seguito il matrimonio civile e quello "dharmico", in una setta. In un altro caso, era stato ottenuto con l'"inganno". Cinque volte la richiesta di annullamento è stata avanzata perché il matrimonio era stato celebrato "per effetto di timore grave". Ancora: «Tra le cause decise nel 2003 in posizione dominante appare il gruppo dei "difetti volontari del consenso", le cosiddette "simulazioni", quando si contrae il matrimonio escludendo l'indissolubilità o la finalità procreativa o l'impegno alla fedeltà o la dignità sacramentale». Esito negativo hanno avuto il 17% delle cause presentate. Le cause di primo grado pendenti il 31 dicembre erano 322, 171 quelle decise nel corso dell'anno (79 di torinesi), presentate in maggioranza da impiegati (60), liberi professionisti (36), operai (29), commercianti e artigiani (18). La durata delle convivenze: 31 meno di un anno e 42 tra 5 e 10 anni. Tra le 171 cause decise, in 140 casi non c'erano figli. Il fidanzamento in 60 casi era durato 1-2 anni, in 50 da 5 a 10 anni.
Dopo la relazione del sociologo don Luigi Berzano dell'Università di Torino sulle forme familiari attuali (la "famiglia ricostituita", con figli che possono fare riferimento a due coppie di genitori, ha avuto ampio spazio nelle riflessioni), dal pubblico lo psichiatra Paolo Berruti ha richiamato l'attenzione sul disagio delle persone che - «incolpevoli vittime di un divorzio e non più ammesse ai sacramenti, coltivano devastanti sensi di colpa».
La Stampa 22 Febbraio 2004
IN LIGURIA NEL 2003 CI SONO STATE 184 DOMANDE DI NULLITA’ DI MATRIMONIO CON UNA CRESCITA DI 30 CASI RISPETTO AL 2002
Nozze in frantumi: famiglie in crisi
La severa analisi di mons. Rigoni
di Paolo Lingua
GENOVA. La crisi della famiglia è stata al centro della relazione del Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale, monsignor Paolo Rigon, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che s’è svolta ieri mattina presso la Sala Quadrivium, dopo la messa concelebrata dal cardinale Tarcisio Bertone nella adiacente chiesa di Santa Marta. Mons. Rigon ha subito annunciato che nel 2003 sono aumentate le cause di nullità dei matrimoni (184, 30 in più rispetto al 2002: tutte si sono agigunte alle 269 già pendenti). Ad Albenga sono state istruite 24 cause provenenti da quella Diocesi e da quella di Ventimiglia.
Mons. Rigoni ha detto che la situazione della giurisprudenza civile conferma lo stato d’allarme, dal momento che nel 2003 grosso modo sullo stesso territorio sono state promosse circa 5000 cause di annullamento. Il dato consolidato è che circa la metà dei matrimoni appare destinato alla crisi. «Si sta ampliando la voragine delle coppie irregolari», ha detto il Vicario nella sua relazione. «Anche perchè - ha proseguito - la maggior parte delle separazioni avviene nei primi tre-quattro mesi di matrimonio e non oltre i due-tre anni».
Tornando ai tribunali ecclesiastici, mons. Rigon ha spiegato che delle nuove 184 domande di nullità «103 cause sono poste da donne e 81 da uomini». Nel contesto le sentenze di nullità - in primo grado (in appello opera il tribunale della Lombardia) ci sono state 163 sentenze, delle quali solo 10 hanno visto respinta l’istanza. In secondo grado (appello per la Lombardia) ci sono state 142 sentenze che hanno confermato le decisioni di primo grado. Tra i motivi di nullità delle sentenze della Liguria, per 90 casi s’è trattato di problematiche neurologiche e neropsichiche; per 39 casi l’esclusione dei figli; per 25 casi l’esclusione della indissolubilità.
Il Vicario Giudiziale s’è poi lasciato andare a una complessa analisi, dal punto di vista è ovvio del magistero della Chiesa, dello stato della famiglia al giorno d’oggi. Per mons. Rigon, le separazioni in serie danno vita a una «famiglia sfasciata» o comunque «irregolare» (sempre per la Chiesa). Da qui, alcune considerazioni: «La famiglia non è più trasmissione di valori, anzi spesso è incentivazione alla diseducazione», «la famiglia non è più santuario dell’amore, ma scuola di violenza»: per violenza, si indicano alcuni comportamenti: consumismo esasperato, aborto come mezzo contraccettivo, competitività assurda in ogni campo, rimozione del concetto di autorità. La famiglia non è educazione alla fede ma scuola di indifferenza». Infine, mons. Rigon ha esaminato alcuni aspetti vistosi della «scristianizzazione» dell’attuale vita civile.
Nella seconda parte della sua analisi, il Vicario Giudiziale ha esaminato quelle che lui ha definito «cause meno evidenti» delle crisi matrimoniali, tra le quali spicca in particolare la immaturità psicologica e affettiva dei giovani (90 casi di richiesta di nullità su 163, come s’è detto prima) che comporta una serie complessa di fragilità e di limiti della volontà. In parole povere, si accede al matrimonio «fragili e impreparati»: la minima difficoltà infrange un legame che, di fatto, non era mai esistito. La Chiesa, anche per un preciso input del Pontefice, intende quindi impegnarsi ad affrontare con i futuri sposi la questione della maturità e delle reali intenzioni e motivazioni da accertarsi, in qualche modo, prima del matrimonio religioso, anche se, sempre secondo mons. Rigoni, gli stessi problemi emergono dinanzi ai tribunali civili.
IL CASO
Démariage: il fenomeno che preoccupa la Chiesa
In aumento le nozze annullate dalla Sacra Rota
di STEFANO CASELLI
Si chiama démariage la parola che più preoccupa la Chiesa torinese. «Un fenomeno che la sociologia francese ha indicato con questo termine intraducibile ma efficace di démariage: il matrimonio vissuto come un'esperienza soggettiva, in base alla quale scioglierlo o romperlo appartiene alla coscienza individuale» ha spiegato il sociologo Luigi Berzano, nell'insolita sede del seminario maggiore dell'Arcidiocesi, all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico, presente l'arcivescovo di Torino, Severino Poletto.
Il matrimonio in Piemonte è sempre più «precario», aumentano gli annullamenti dei matrimoni religiosi e le unioni «libere» a discapito delle unioni tradizionali. I dati parlano chiaro: nel 2003 gli annullamenti concessi dal Tribunale sono stati 142 su un totale di 171 cause «decise» a fronte di 94 annullamenti accettati nel 2002, 91 nel 2001, 134 nel 2000. Nel 2003, sempre considerando le cause portate a termine, risulta che a 29 coppie non è stato riconosciuto l'annullamento. Tra le cause per le quali è stato dato l'assenso ad annullare il vincolo del matrimonio, ci sono la «simulazione per esclusione positiva dell'indissolubilità del vincolo» (57 casi), la «simulazione per esclusione del bonum prolis» (52 casi), l'«incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio» (30), il «difetto di descrizione e giudizio» (29). Tre i casi in cui il matrimonio è risultato essere stato celebrato «per violenza o timori gravi» e un caso in cui si parla di matrimonio «ottenuto con dolo».
La maggior parte dei matrimoni annullati riguardano coppie insieme per un periodo che va dai 5 ai 10 anni, ma 31 casi parlano di matrimoni durati meno di un anno mentre 23 coppie erano sposate da oltre 10 anni. Chi chiede l'annullamento sono soprattutto impiegati (60), liberi professionisti (36), operai (29).
La Stampa 22 Febbraio 2004
Il disagio matrimoniale
approda al Tribunale Ecclesiastico
«Nel 2003 si sono affacciate ai nostri uffici numerose, complesse situazioni di disagio matrimoniale», ha detto il canonico Giovanni Carlo Carbonero, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico regionale, alla cerimonia di apertura dell'anno giudiziario, ieri nel salone del Seminario Maggiore, presente il cardinale Severino Poletto. «In tre cause di primo grado provenienti da Piemonte e Valle d'Aosta è emersa l'"inconsumazione"», ha detto facendo il bilancio dell'anno appena concluso. «Alcuni matrimoni - ha detto - hanno avuto breve durata, da un mese a pochissimi mesi, preceduti da lunghi fidanzamenti». Il Tribunale ha esaminato situazioni di omosessualità e di deviazioni sessuali. In un caso il matrimonio religioso, durato un mese, aveva seguito il matrimonio civile e quello "dharmico", in una setta. In un altro caso, era stato ottenuto con l'"inganno". Cinque volte la richiesta di annullamento è stata avanzata perché il matrimonio era stato celebrato "per effetto di timore grave". Ancora: «Tra le cause decise nel 2003 in posizione dominante appare il gruppo dei "difetti volontari del consenso", le cosiddette "simulazioni", quando si contrae il matrimonio escludendo l'indissolubilità o la finalità procreativa o l'impegno alla fedeltà o la dignità sacramentale». Esito negativo hanno avuto il 17% delle cause presentate. Le cause di primo grado pendenti il 31 dicembre erano 322, 171 quelle decise nel corso dell'anno (79 di torinesi), presentate in maggioranza da impiegati (60), liberi professionisti (36), operai (29), commercianti e artigiani (18). La durata delle convivenze: 31 meno di un anno e 42 tra 5 e 10 anni. Tra le 171 cause decise, in 140 casi non c'erano figli. Il fidanzamento in 60 casi era durato 1-2 anni, in 50 da 5 a 10 anni.
Dopo la relazione del sociologo don Luigi Berzano dell'Università di Torino sulle forme familiari attuali (la "famiglia ricostituita", con figli che possono fare riferimento a due coppie di genitori, ha avuto ampio spazio nelle riflessioni), dal pubblico lo psichiatra Paolo Berruti ha richiamato l'attenzione sul disagio delle persone che - «incolpevoli vittime di un divorzio e non più ammesse ai sacramenti, coltivano devastanti sensi di colpa».
La Stampa 22 Febbraio 2004
IN LIGURIA NEL 2003 CI SONO STATE 184 DOMANDE DI NULLITA’ DI MATRIMONIO CON UNA CRESCITA DI 30 CASI RISPETTO AL 2002
Nozze in frantumi: famiglie in crisi
La severa analisi di mons. Rigoni
di Paolo Lingua
GENOVA. La crisi della famiglia è stata al centro della relazione del Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale, monsignor Paolo Rigon, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che s’è svolta ieri mattina presso la Sala Quadrivium, dopo la messa concelebrata dal cardinale Tarcisio Bertone nella adiacente chiesa di Santa Marta. Mons. Rigon ha subito annunciato che nel 2003 sono aumentate le cause di nullità dei matrimoni (184, 30 in più rispetto al 2002: tutte si sono agigunte alle 269 già pendenti). Ad Albenga sono state istruite 24 cause provenenti da quella Diocesi e da quella di Ventimiglia.
Mons. Rigoni ha detto che la situazione della giurisprudenza civile conferma lo stato d’allarme, dal momento che nel 2003 grosso modo sullo stesso territorio sono state promosse circa 5000 cause di annullamento. Il dato consolidato è che circa la metà dei matrimoni appare destinato alla crisi. «Si sta ampliando la voragine delle coppie irregolari», ha detto il Vicario nella sua relazione. «Anche perchè - ha proseguito - la maggior parte delle separazioni avviene nei primi tre-quattro mesi di matrimonio e non oltre i due-tre anni».
Tornando ai tribunali ecclesiastici, mons. Rigon ha spiegato che delle nuove 184 domande di nullità «103 cause sono poste da donne e 81 da uomini». Nel contesto le sentenze di nullità - in primo grado (in appello opera il tribunale della Lombardia) ci sono state 163 sentenze, delle quali solo 10 hanno visto respinta l’istanza. In secondo grado (appello per la Lombardia) ci sono state 142 sentenze che hanno confermato le decisioni di primo grado. Tra i motivi di nullità delle sentenze della Liguria, per 90 casi s’è trattato di problematiche neurologiche e neropsichiche; per 39 casi l’esclusione dei figli; per 25 casi l’esclusione della indissolubilità.
Il Vicario Giudiziale s’è poi lasciato andare a una complessa analisi, dal punto di vista è ovvio del magistero della Chiesa, dello stato della famiglia al giorno d’oggi. Per mons. Rigon, le separazioni in serie danno vita a una «famiglia sfasciata» o comunque «irregolare» (sempre per la Chiesa). Da qui, alcune considerazioni: «La famiglia non è più trasmissione di valori, anzi spesso è incentivazione alla diseducazione», «la famiglia non è più santuario dell’amore, ma scuola di violenza»: per violenza, si indicano alcuni comportamenti: consumismo esasperato, aborto come mezzo contraccettivo, competitività assurda in ogni campo, rimozione del concetto di autorità. La famiglia non è educazione alla fede ma scuola di indifferenza». Infine, mons. Rigon ha esaminato alcuni aspetti vistosi della «scristianizzazione» dell’attuale vita civile.
Nella seconda parte della sua analisi, il Vicario Giudiziale ha esaminato quelle che lui ha definito «cause meno evidenti» delle crisi matrimoniali, tra le quali spicca in particolare la immaturità psicologica e affettiva dei giovani (90 casi di richiesta di nullità su 163, come s’è detto prima) che comporta una serie complessa di fragilità e di limiti della volontà. In parole povere, si accede al matrimonio «fragili e impreparati»: la minima difficoltà infrange un legame che, di fatto, non era mai esistito. La Chiesa, anche per un preciso input del Pontefice, intende quindi impegnarsi ad affrontare con i futuri sposi la questione della maturità e delle reali intenzioni e motivazioni da accertarsi, in qualche modo, prima del matrimonio religioso, anche se, sempre secondo mons. Rigoni, gli stessi problemi emergono dinanzi ai tribunali civili.
concordato preventivo
ricevuto da clorofilla.it 22.2.04
Fisco, medici: «Siamo stufi di essere trattati da sottocategoria»
I medici non concordano
I problemi legati all'obbligo di fattura per i camici bianchi e l'eventuale adesione al concordato fiscale. Questo il tema principale del dialogo avviato dalla Federazione degli ordini dei medici e degli odontoiatri e l'amministrazione finanziaria sul nuovo strumento del concordato preventivo biennale, rivolto a tutte le categorie dei professionisti italiani. Il presidente della Fnomceo, Giuseppe Del Barone, e il consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, Giuseppe Vitaletti, insieme con Giuseppe Renzo, presidente delle Commissioni Fnomceo per gli iscritti degli odontoiatri, si sono confrontati durante il convegno organizzato nella capitale dall'Ordine dei commercialisti di Roma sul concordato preventivo. "E' stato affrontato l'aspetto (che nel testo finale della legge sul concordato permane per i professionisti) di rilasciare fatture che, di fatto, si traduce in un'ingiustificata difformità di trattamento tra professionisti e gli altri soggetti interessati al concordato preventivo biennale". E' stato sottolineato, inoltre, che "nei confronti di medici l'obbligo di fatturazione comporta la necessaria indicazione di dati sensibili che creano ulteriori problemi rispetto alla legge sulla privacy". Vitaletti ha assicurato il personale impegno per un incontro tra rappresentanti della Fnomceo e il ministro Tremonti in modo che le istanze dei camici bianchi siano accolte entro tempi che consentano ai medici di aderire al concordato. (22/02/2004 11.41.41)
Concordato preventivo 2003-2004:
soddisfazione dell’Andi per le dichiarazioni di Vitaletti
http://www.clorofilla.it/comunicato.asp?comunicato=12123
COMUNICATO STAMPA
L’ANDI SALUTA CON SODDISFAZIONE LE DICHIARAZIONI DEL PROF. GIUSEPPE VITALETTI, CONSIGLIERE ECONOMICO DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, ESPRESSE NEL CORSO DEL CONVEGNO SUL CONCORDATO PREVENTIVO 2003-2004, PROMOSSO DALL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI DI ROMA. L’ASSOCIAZIONE, COSI’ COME PERALTRO SOSTENUTO IN PRECEDENTI INCONTRI, SVILUPPATI DALLA FEDERAZIONE E CONDIVISI DALL’ASSOCIAZIONE, CONCORDA SULLE QUESTIONI FONDAMENTALI DELLA SEMPLIFICAZIONE DELLA FATTURAZIONE E DI UNA MAGGIORE TUTELA DELLA PRIVACY, CONDIZIONI QUESTE, CHE SCATURISCONO DA UNA ATTENTA LETTURA E dal PERFEZIONAMENTO DELLO STRUMENTO DEL CONCORDATO. IL RISULTATO CHE SI PUÒ RAGGIUNGERE E’ FRUTTO DI UNA COSTANTE E INTENSA ATTIVITÀ DELL’ASSOCIAZIONE A FAVORE DELLA CATEGORIA, PER UNA MIGLIORE TUTELA DEI DIRITTI DEL PAZIENTE E PER LA SEMPLIFICAZIONE BUROCRATICA.
Roma, 21 febbraio 2004
Ufficio stampa 3392349324
Fisco, medici: «Siamo stufi di essere trattati da sottocategoria»
I medici non concordano
I problemi legati all'obbligo di fattura per i camici bianchi e l'eventuale adesione al concordato fiscale. Questo il tema principale del dialogo avviato dalla Federazione degli ordini dei medici e degli odontoiatri e l'amministrazione finanziaria sul nuovo strumento del concordato preventivo biennale, rivolto a tutte le categorie dei professionisti italiani. Il presidente della Fnomceo, Giuseppe Del Barone, e il consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, Giuseppe Vitaletti, insieme con Giuseppe Renzo, presidente delle Commissioni Fnomceo per gli iscritti degli odontoiatri, si sono confrontati durante il convegno organizzato nella capitale dall'Ordine dei commercialisti di Roma sul concordato preventivo. "E' stato affrontato l'aspetto (che nel testo finale della legge sul concordato permane per i professionisti) di rilasciare fatture che, di fatto, si traduce in un'ingiustificata difformità di trattamento tra professionisti e gli altri soggetti interessati al concordato preventivo biennale". E' stato sottolineato, inoltre, che "nei confronti di medici l'obbligo di fatturazione comporta la necessaria indicazione di dati sensibili che creano ulteriori problemi rispetto alla legge sulla privacy". Vitaletti ha assicurato il personale impegno per un incontro tra rappresentanti della Fnomceo e il ministro Tremonti in modo che le istanze dei camici bianchi siano accolte entro tempi che consentano ai medici di aderire al concordato. (22/02/2004 11.41.41)
Concordato preventivo 2003-2004:
soddisfazione dell’Andi per le dichiarazioni di Vitaletti
http://www.clorofilla.it/comunicato.asp?comunicato=12123
COMUNICATO STAMPA
L’ANDI SALUTA CON SODDISFAZIONE LE DICHIARAZIONI DEL PROF. GIUSEPPE VITALETTI, CONSIGLIERE ECONOMICO DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, ESPRESSE NEL CORSO DEL CONVEGNO SUL CONCORDATO PREVENTIVO 2003-2004, PROMOSSO DALL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI DI ROMA. L’ASSOCIAZIONE, COSI’ COME PERALTRO SOSTENUTO IN PRECEDENTI INCONTRI, SVILUPPATI DALLA FEDERAZIONE E CONDIVISI DALL’ASSOCIAZIONE, CONCORDA SULLE QUESTIONI FONDAMENTALI DELLA SEMPLIFICAZIONE DELLA FATTURAZIONE E DI UNA MAGGIORE TUTELA DELLA PRIVACY, CONDIZIONI QUESTE, CHE SCATURISCONO DA UNA ATTENTA LETTURA E dal PERFEZIONAMENTO DELLO STRUMENTO DEL CONCORDATO. IL RISULTATO CHE SI PUÒ RAGGIUNGERE E’ FRUTTO DI UNA COSTANTE E INTENSA ATTIVITÀ DELL’ASSOCIAZIONE A FAVORE DELLA CATEGORIA, PER UNA MIGLIORE TUTELA DEI DIRITTI DEL PAZIENTE E PER LA SEMPLIFICAZIONE BUROCRATICA.
Roma, 21 febbraio 2004
Ufficio stampa 3392349324
sabato 21 febbraio 2004
Edoardo Boncinelli sull'identificazione
Corriere della Sera 21.2.04
Studio inglese: se una persona cara sta male si «accendono» in noi gli stessi neuroni
La tua sofferenza è la mia: lo dicono i nostri cervelli
di EDOARDO BONCINELLI
«Condoglianze, congratulazioni, complimenti, compartecipazioni di nozze»: espressioni quotidiane che corrispondono a una ritualità sociale o a un vivido coinvolgimento emotivo. Espressioni quotidiane che hanno, sembra appurato oggi, una base biologica, che trovano una complicità nel nostro cervello e che tradiscono meccanismi d'identificazione e d'empatia vecchi come ... il dolore stesso o la gioia. Uno studio condotto all'University College di Londra da Tania Singer e il suo gruppo mostra chiaramente che osservare una persona cara che soffre stimola in noi l'accensione delle stesse aree cerebrali che si accendono quando noi stessi soffriamo. Una notizia scientifica semplice e lineare che ci fa toccare con mano quanto siamo vicini a comprendere in termini squisitamente biologici qualcosa della nostra interiorità, personale e condivisa.
A un addetto ai lavori la notizia non giunge totalmente inattesa, anche se certamente gradita, per almeno due motivi. Si sa da tempo, infatti, che compiere un’azione e immaginare di compierla attivano almeno in parte le stesse aree cerebrali. Si sa inoltre che nel cervello esistono specifici gruppi di cellule, dette neuroni specchio, che si attivano sia quando compiamo un’azione che quando la vediamo compiere da un altro. Fa piacere rilevare che nella scoperta dell’esistenza dei neuroni specchio, nella scimmia e nell’uomo, ha giocato un ruolo chiave un gruppo di ricerca di Parma condotto dal nostro Giacomo Rizzolatti e che nel delineare i contorni del primo tipo di fenomeni sono coinvolti vari gruppi italiani tra i quali quello che fa capo a Raffaella Rumiati della Sissa di Trieste. Disponiamo insomma, e non da ieri, di tutti i meccanismi necessari per immedesimarci con successo negli altri e per poter partecipare in parte delle loro sensazioni e dei loro stati d’animo.
Se noi riusciamo a capire qualcosa degli altri e, quindi, anche a comunicare con loro, è perché possediamo una facoltà mentale astratta chiamata non molto felicemente teoria della mente. Si sa infatti che ciascuno di noi è in grado di farsi un’idea, una teoria appunto, di quello che sta passando per la testa di un altro e che ci permette di «capire» almeno approssimativamente gli altri nelle diverse circostanze della vita. Le basi cerebrali di questa facoltà sono ancora poco note e quest’ultima serie di esperimenti potrebbe aiutarci a districare questa ennesima matassa.
E’ chiaro però che non stiamo parlando solo di aspetti conoscitivi. Una compartecipazione emotiva, anche avulsa da una piena presa di coscienza, è alla base di un enorme numero di fenomeni individuali che hanno uno sfondo sociale, dall’emulazione alla pietà, dalla convivialità alle più varie manifestazioni di altruismo, dal cameratismo all’impegno sociale. Quante spade o quante dita pronte sul grilletto di un’arma sono state bloccate da un attimo di esitazione, da un brivido di umana partecipazione e di empatia! Come se uno cercasse di immaginare quanto male può fare la sua azione. Non solo su chi la subisce, ma anche su chi gli è vicino e da questo dolore sarà colpito solo di riflesso. Siamo animali talvolta feroci, ma potenzialmente compartecipi.
Nell’uomo su tutto questo si vanno a sovrapporre e finiscono per interferire conoscenze e convinzioni a volte anche molto astratte che non agiscono, o non agiscono primariamente, nei nostri cugini animali. Nell’esperimento di cui stiamo parlando la persona della quale si osservano le reazioni non vede direttamente la sofferenza dell’altro, ma «sa» che sta soffrendo soltanto attraverso l’osservazione di una fredda lancetta di uno strumento. In questa maniera sono stati eliminati gli aspetti di pura immedesimazione emotiva per portare in primo piano l’aspetto conoscitivo di un’astratta capacità di immaginare e di compartecipare.
Questo risultato dimostra quanto artificiosa sia la contrapposizione tra mente e capacità di risolvere problemi da una parte ed emotività e affettività dall’altra. Non ci può essere emotività senza componenti conoscitive, così come non ci può essere razionalità senza una colorazione emotiva. Non riusciremo mai probabilmente a capire fino in fondo le basi naturali degli stati di coscienza individuali, ma ci andremo sempre più vicini, vicini quanto basta per dirci fratelli. Con piena consapevolezza.
Studio inglese: se una persona cara sta male si «accendono» in noi gli stessi neuroni
La tua sofferenza è la mia: lo dicono i nostri cervelli
di EDOARDO BONCINELLI
«Condoglianze, congratulazioni, complimenti, compartecipazioni di nozze»: espressioni quotidiane che corrispondono a una ritualità sociale o a un vivido coinvolgimento emotivo. Espressioni quotidiane che hanno, sembra appurato oggi, una base biologica, che trovano una complicità nel nostro cervello e che tradiscono meccanismi d'identificazione e d'empatia vecchi come ... il dolore stesso o la gioia. Uno studio condotto all'University College di Londra da Tania Singer e il suo gruppo mostra chiaramente che osservare una persona cara che soffre stimola in noi l'accensione delle stesse aree cerebrali che si accendono quando noi stessi soffriamo. Una notizia scientifica semplice e lineare che ci fa toccare con mano quanto siamo vicini a comprendere in termini squisitamente biologici qualcosa della nostra interiorità, personale e condivisa.
A un addetto ai lavori la notizia non giunge totalmente inattesa, anche se certamente gradita, per almeno due motivi. Si sa da tempo, infatti, che compiere un’azione e immaginare di compierla attivano almeno in parte le stesse aree cerebrali. Si sa inoltre che nel cervello esistono specifici gruppi di cellule, dette neuroni specchio, che si attivano sia quando compiamo un’azione che quando la vediamo compiere da un altro. Fa piacere rilevare che nella scoperta dell’esistenza dei neuroni specchio, nella scimmia e nell’uomo, ha giocato un ruolo chiave un gruppo di ricerca di Parma condotto dal nostro Giacomo Rizzolatti e che nel delineare i contorni del primo tipo di fenomeni sono coinvolti vari gruppi italiani tra i quali quello che fa capo a Raffaella Rumiati della Sissa di Trieste. Disponiamo insomma, e non da ieri, di tutti i meccanismi necessari per immedesimarci con successo negli altri e per poter partecipare in parte delle loro sensazioni e dei loro stati d’animo.
Se noi riusciamo a capire qualcosa degli altri e, quindi, anche a comunicare con loro, è perché possediamo una facoltà mentale astratta chiamata non molto felicemente teoria della mente. Si sa infatti che ciascuno di noi è in grado di farsi un’idea, una teoria appunto, di quello che sta passando per la testa di un altro e che ci permette di «capire» almeno approssimativamente gli altri nelle diverse circostanze della vita. Le basi cerebrali di questa facoltà sono ancora poco note e quest’ultima serie di esperimenti potrebbe aiutarci a districare questa ennesima matassa.
E’ chiaro però che non stiamo parlando solo di aspetti conoscitivi. Una compartecipazione emotiva, anche avulsa da una piena presa di coscienza, è alla base di un enorme numero di fenomeni individuali che hanno uno sfondo sociale, dall’emulazione alla pietà, dalla convivialità alle più varie manifestazioni di altruismo, dal cameratismo all’impegno sociale. Quante spade o quante dita pronte sul grilletto di un’arma sono state bloccate da un attimo di esitazione, da un brivido di umana partecipazione e di empatia! Come se uno cercasse di immaginare quanto male può fare la sua azione. Non solo su chi la subisce, ma anche su chi gli è vicino e da questo dolore sarà colpito solo di riflesso. Siamo animali talvolta feroci, ma potenzialmente compartecipi.
Nell’uomo su tutto questo si vanno a sovrapporre e finiscono per interferire conoscenze e convinzioni a volte anche molto astratte che non agiscono, o non agiscono primariamente, nei nostri cugini animali. Nell’esperimento di cui stiamo parlando la persona della quale si osservano le reazioni non vede direttamente la sofferenza dell’altro, ma «sa» che sta soffrendo soltanto attraverso l’osservazione di una fredda lancetta di uno strumento. In questa maniera sono stati eliminati gli aspetti di pura immedesimazione emotiva per portare in primo piano l’aspetto conoscitivo di un’astratta capacità di immaginare e di compartecipare.
Questo risultato dimostra quanto artificiosa sia la contrapposizione tra mente e capacità di risolvere problemi da una parte ed emotività e affettività dall’altra. Non ci può essere emotività senza componenti conoscitive, così come non ci può essere razionalità senza una colorazione emotiva. Non riusciremo mai probabilmente a capire fino in fondo le basi naturali degli stati di coscienza individuali, ma ci andremo sempre più vicini, vicini quanto basta per dirci fratelli. Con piena consapevolezza.
Chaplin musicista
Corriere della Sera 21.2.04
OLIMPICO / Timothy Brock dirige «Il Circo» e «Luci della città»
Gli amori infelici di Charlie Chaplin: i film con le colonne sonore dal vivo
Per l’Accademia Filarmonica la riscoperta di due capolavori cinematografici del Novecento
Charlie Chaplin oltre che regista e attore è stato un grande musicista che ha composto le colonne sonore di due suoi celebri film, «Il circo» e «Luci della città». I due spartiti saranno proposti al Teatro Olimpico per la stagione dell' Accademia Filarmonica Romana per accompagnare le proiezioni: martedì e giovedì si vedrà «Luci della città», mercoledì e sabato «Il circo». Per entrambi l'Orchestra Città Aperta diretta da Timothy Brock eseguirà dal vivo le musiche di Chaplin. Gli spettacoli sono organizzati in collaborazione con l'Istituzione Universitaria dei Concerti, la Società Aquilana dei Concerti e l'Association Chaplin di Parigi. L'importanza delle figura di Charlie Chaplin nella storia del cinema e in quella della cultura del Novecento in genere è incalcolabile. Chaplin ha sempre ideato e realizzato da solo le proprie opere accentrando su di sè le funzioni di soggettista, sceneggiatore, regista, interprete e di compositore delle musiche.
«The Circus» (1928) si svolge nell'ambiente del circo equestre dove Charlie, al solito perseguitato dalla polizia, si trova a lavorare. La trama, imperniata sull'amore per una giovane acrobata (Merna Kennedy) la quale finisce per rivelarsi innamorata di un altro, consente a Chaplin di sfruttare al massimo le virtù mimiche e l’antica esperienza scenica. Nato come film muto, il lavoro ebbe la colonna sonora composta espressamente da Chaplin per una riedizione del 1969.
«City Lights» (1931) frutto di un lavoro esteso e accurato (la preparazione durò tre anni) venne anch'esso concepito come film muto, ma l'avvento del sonoro (cui Chaplin fu in realtà molto contrario) era imminente. Il film ebbe dunque un accompagnamento musicale e presentava alcuni intelligenti effetti sonori (i rumori incomprensibili al posto dei discorsi alla cerimonia d'inaugurazione del monumento; il fischietto che, inghiottito da Charlie, gli cagiona un comico singhiozzo). Nella trama il vagabondo s'innamora di una fioraia cieca (Virginia Cherrill) e salva dal suicidio un eccentrico miliardario ubriaco. Da costui (che lo riconosce solo se si trova in stato di ebbrezza) egli riesce ad avere il denaro necessario per la cura che può far acquistare la vista alla ragazza. Ma la cieca, divenuta vedente, non lo riconosce e poi rimane attonita di fronte a una realtà così diversa dal suo sogno.
TEATRO OLIMPICO di Roma
per la Filarmonica,
piazza Gentile da Fabriano 17,
da martedì alle 20,30, tel. 06.3265991
OLIMPICO / Timothy Brock dirige «Il Circo» e «Luci della città»
Gli amori infelici di Charlie Chaplin: i film con le colonne sonore dal vivo
Per l’Accademia Filarmonica la riscoperta di due capolavori cinematografici del Novecento
Charlie Chaplin oltre che regista e attore è stato un grande musicista che ha composto le colonne sonore di due suoi celebri film, «Il circo» e «Luci della città». I due spartiti saranno proposti al Teatro Olimpico per la stagione dell' Accademia Filarmonica Romana per accompagnare le proiezioni: martedì e giovedì si vedrà «Luci della città», mercoledì e sabato «Il circo». Per entrambi l'Orchestra Città Aperta diretta da Timothy Brock eseguirà dal vivo le musiche di Chaplin. Gli spettacoli sono organizzati in collaborazione con l'Istituzione Universitaria dei Concerti, la Società Aquilana dei Concerti e l'Association Chaplin di Parigi. L'importanza delle figura di Charlie Chaplin nella storia del cinema e in quella della cultura del Novecento in genere è incalcolabile. Chaplin ha sempre ideato e realizzato da solo le proprie opere accentrando su di sè le funzioni di soggettista, sceneggiatore, regista, interprete e di compositore delle musiche.
«The Circus» (1928) si svolge nell'ambiente del circo equestre dove Charlie, al solito perseguitato dalla polizia, si trova a lavorare. La trama, imperniata sull'amore per una giovane acrobata (Merna Kennedy) la quale finisce per rivelarsi innamorata di un altro, consente a Chaplin di sfruttare al massimo le virtù mimiche e l’antica esperienza scenica. Nato come film muto, il lavoro ebbe la colonna sonora composta espressamente da Chaplin per una riedizione del 1969.
«City Lights» (1931) frutto di un lavoro esteso e accurato (la preparazione durò tre anni) venne anch'esso concepito come film muto, ma l'avvento del sonoro (cui Chaplin fu in realtà molto contrario) era imminente. Il film ebbe dunque un accompagnamento musicale e presentava alcuni intelligenti effetti sonori (i rumori incomprensibili al posto dei discorsi alla cerimonia d'inaugurazione del monumento; il fischietto che, inghiottito da Charlie, gli cagiona un comico singhiozzo). Nella trama il vagabondo s'innamora di una fioraia cieca (Virginia Cherrill) e salva dal suicidio un eccentrico miliardario ubriaco. Da costui (che lo riconosce solo se si trova in stato di ebbrezza) egli riesce ad avere il denaro necessario per la cura che può far acquistare la vista alla ragazza. Ma la cieca, divenuta vedente, non lo riconosce e poi rimane attonita di fronte a una realtà così diversa dal suo sogno.
TEATRO OLIMPICO di Roma
per la Filarmonica,
piazza Gentile da Fabriano 17,
da martedì alle 20,30, tel. 06.3265991
una donna negata all'origine della vera storia
della scoperta della struttura del Dna
La Stampa Tuttolibri 21.2.04
A Rosy la pazza rubarono il Nobel
Fu lei, Rosalind Franklin, a pensare per prima la struttura del Dna, poi elaborata da Wilkins, Watson e Crick: «bravissima, benché donna», pagò caro il suo carattere intrattabile
di Marina Verna
DETESTAVA essere chiamata Rosy - il suo nome era Rosalind e lei imperiosamente lo scandiva Ros-lind. Invece è passata alla storia come Rosy la pazza, la dark lady del Dipartimento di biofisica del King’s College di Londra, la scienziata accecata dall’arroganza che le impediva di discutere con chi avrebbe potuto rompere i suoi schemi di pensiero. Adesso una documentata biografia della giornalista inglese Brenda Maddox, "Rosalind Franklin, la donna che scoprì la struttura del Dna", le restituisce il posto che si merita nella storia della scienza, accanto ai «padri» del Dna Wilkins, Watson e Crick. Che, quando nel 1962 ottennero il Nobel, non sentirono il bisogno di menzionarla nei discorsi ufficiali. Lei era morta di cancro quattro anni prima e i Nobel non si assegnano postumi. E’ probabile che non lo avrebbe comunque avuto, perché nell’ambiente scientifico era mal tollerata. Quando, esasperata dalla guerriglia quotidiana con i colleghi, lasciò il King’s College, Wilkins scrisse a un amico: «La nostra dark lady ci lascerà la prossima settimana. Via libera!». Rosalind aveva una mente di prim’ordine, era diligente e tenace, votata a null’altro che alla scienza, senza alcuna indulgenza per gli sciocchi e con una profonda avversione per qualunque forma di trasporto emotivo. Aveva 15 anni quando decise che sarebbe diventata una scienziata. Che fosse un talento precoce l’aveva rivelato a sei quando, in vacanza in Cornovaglia con la famiglia, passava il tempo facendo esercizi di aritmetica. «E’ paurosamente intelligente», commentò un familiare, preoccupato di che cosa avrebbe potuto fare delle sue qualità una ragazza di buona famiglia nata nell’Inghilterra Anni 20. A 16 anni fa la sua scelta definitiva: va a Cambridge a studiare chimica, fisica e matematica pura. Negli Anni 30 le donne sono ancora una singolarità nell’istituzione, anche se il diritto a frequentarla era stato conquistato già nell’800. Il massimo del complimento era «bravissima, benché donna». Lei ragiona come un uomo, in particolare possiede quel requisito essenziale della professione di scienziato che è la capacità di pensare in tre dimensioni. Non si fida invece di quella prerogativa squisitamente femminile che è l’intuito. E sarà questa diffidenza a farle perdere la gara dell’elica. C’è ancora la guerra quando abbozza sul quaderno degli appunti una struttura elicoidale e a fianco scrive: «La base geometrica dell’eredità?». E’ assolutamente la prima a pensarlo, ma la sua testa di uomo la perde: non si fida dell’intuizione, vuole verificare. Non si arrende all’intuito neppure quando - e siamo alla fine degli Anni 40 - scatta la celebre fotografia ai raggi X numero 51, la prova incredibilmente chiara che il Dna è un’elica. Rosalind è ricca di famiglia - proviene dall’ambiente angloebraico dei grandi banchieri - ma passerà tutta la vita a cercare fondi di ricerca su una sponda e l’altra dell’Atlantico, senza mai approdare alla stabilità di una cattedra universitaria. Vive la vita nomade del ricercatore - Londra, Cambridge e Parigi sono le stazioni del suo peregrinare - per lo più in camere d’affitto, dove sorprende gli ospiti con la sua abilità in cucina, della quale dà una spiegazione scientifica: è semplicemente chimica applicata. Arriva al King’s College - il luogo dove si compie il suo destino - nel 1951 e si dedica alla struttura cristallina delle molecole biologiche. Le eliche sono nell’aria: le studiano a Londra, ma anche al Cavendish Laboratory di Cambridge e al Caltech di Pasadena. Rosalind è sottostimata, la qualità dei suoi lavori precedenti è ampiamente sconosciuta. Nel mondo scientifico si spettegola sul suo caratteraccio e i suoi litigi con i colleghi: «Collaborare io? Come osano interpretare i miei dati al posto mio!». Mentre lei se la vedeva con Wilkins a Londra, a Cambridge lavoravano sul Dna Crick e Watson, «quella coppia di bricconi», come li definì proprio Wilkins. I bricconi non solo invasero il terreno di ricerca di Rosalind - una scorrettezza bell’e buona - ma le rubarono quell’idea di struttura elicoidale che lei aveva esposto in un seminario senza pronunciare la fatidica parola «elica» perché il concetto era ancora troppo vago per i suoi standard scientifici. E’ così che, arrampicandosi sulle sue spalle inconsapevoli, Watson e Crick fanno il salto intuitivo e ricostruiscono la struttura a doppia elica del Dna. Per bruciare i colleghi sul tempo, mandano subito una lettera a Nature ma, ammesso che lo volessero, non possono menzionare i lavori di Rosalind, perché non li aveva ancora pubblicati. Lei non protesta, anche perché considerava l’elica poco più di un’ipotesi. Solo in anni molto recenti Watson e Crick riconoscono che il contributo di Rosalind era stato «essenziale». Da cinque anni il suo ritratto è esposto alla National Portrait Gallery di Londra accanto a quelli di Wilkins, Watson e Crick. E un’ala dell’amato-odiato King’s College porta il suo nome.
A Rosy la pazza rubarono il Nobel
Fu lei, Rosalind Franklin, a pensare per prima la struttura del Dna, poi elaborata da Wilkins, Watson e Crick: «bravissima, benché donna», pagò caro il suo carattere intrattabile
di Marina Verna
DETESTAVA essere chiamata Rosy - il suo nome era Rosalind e lei imperiosamente lo scandiva Ros-lind. Invece è passata alla storia come Rosy la pazza, la dark lady del Dipartimento di biofisica del King’s College di Londra, la scienziata accecata dall’arroganza che le impediva di discutere con chi avrebbe potuto rompere i suoi schemi di pensiero. Adesso una documentata biografia della giornalista inglese Brenda Maddox, "Rosalind Franklin, la donna che scoprì la struttura del Dna", le restituisce il posto che si merita nella storia della scienza, accanto ai «padri» del Dna Wilkins, Watson e Crick. Che, quando nel 1962 ottennero il Nobel, non sentirono il bisogno di menzionarla nei discorsi ufficiali. Lei era morta di cancro quattro anni prima e i Nobel non si assegnano postumi. E’ probabile che non lo avrebbe comunque avuto, perché nell’ambiente scientifico era mal tollerata. Quando, esasperata dalla guerriglia quotidiana con i colleghi, lasciò il King’s College, Wilkins scrisse a un amico: «La nostra dark lady ci lascerà la prossima settimana. Via libera!». Rosalind aveva una mente di prim’ordine, era diligente e tenace, votata a null’altro che alla scienza, senza alcuna indulgenza per gli sciocchi e con una profonda avversione per qualunque forma di trasporto emotivo. Aveva 15 anni quando decise che sarebbe diventata una scienziata. Che fosse un talento precoce l’aveva rivelato a sei quando, in vacanza in Cornovaglia con la famiglia, passava il tempo facendo esercizi di aritmetica. «E’ paurosamente intelligente», commentò un familiare, preoccupato di che cosa avrebbe potuto fare delle sue qualità una ragazza di buona famiglia nata nell’Inghilterra Anni 20. A 16 anni fa la sua scelta definitiva: va a Cambridge a studiare chimica, fisica e matematica pura. Negli Anni 30 le donne sono ancora una singolarità nell’istituzione, anche se il diritto a frequentarla era stato conquistato già nell’800. Il massimo del complimento era «bravissima, benché donna». Lei ragiona come un uomo, in particolare possiede quel requisito essenziale della professione di scienziato che è la capacità di pensare in tre dimensioni. Non si fida invece di quella prerogativa squisitamente femminile che è l’intuito. E sarà questa diffidenza a farle perdere la gara dell’elica. C’è ancora la guerra quando abbozza sul quaderno degli appunti una struttura elicoidale e a fianco scrive: «La base geometrica dell’eredità?». E’ assolutamente la prima a pensarlo, ma la sua testa di uomo la perde: non si fida dell’intuizione, vuole verificare. Non si arrende all’intuito neppure quando - e siamo alla fine degli Anni 40 - scatta la celebre fotografia ai raggi X numero 51, la prova incredibilmente chiara che il Dna è un’elica. Rosalind è ricca di famiglia - proviene dall’ambiente angloebraico dei grandi banchieri - ma passerà tutta la vita a cercare fondi di ricerca su una sponda e l’altra dell’Atlantico, senza mai approdare alla stabilità di una cattedra universitaria. Vive la vita nomade del ricercatore - Londra, Cambridge e Parigi sono le stazioni del suo peregrinare - per lo più in camere d’affitto, dove sorprende gli ospiti con la sua abilità in cucina, della quale dà una spiegazione scientifica: è semplicemente chimica applicata. Arriva al King’s College - il luogo dove si compie il suo destino - nel 1951 e si dedica alla struttura cristallina delle molecole biologiche. Le eliche sono nell’aria: le studiano a Londra, ma anche al Cavendish Laboratory di Cambridge e al Caltech di Pasadena. Rosalind è sottostimata, la qualità dei suoi lavori precedenti è ampiamente sconosciuta. Nel mondo scientifico si spettegola sul suo caratteraccio e i suoi litigi con i colleghi: «Collaborare io? Come osano interpretare i miei dati al posto mio!». Mentre lei se la vedeva con Wilkins a Londra, a Cambridge lavoravano sul Dna Crick e Watson, «quella coppia di bricconi», come li definì proprio Wilkins. I bricconi non solo invasero il terreno di ricerca di Rosalind - una scorrettezza bell’e buona - ma le rubarono quell’idea di struttura elicoidale che lei aveva esposto in un seminario senza pronunciare la fatidica parola «elica» perché il concetto era ancora troppo vago per i suoi standard scientifici. E’ così che, arrampicandosi sulle sue spalle inconsapevoli, Watson e Crick fanno il salto intuitivo e ricostruiscono la struttura a doppia elica del Dna. Per bruciare i colleghi sul tempo, mandano subito una lettera a Nature ma, ammesso che lo volessero, non possono menzionare i lavori di Rosalind, perché non li aveva ancora pubblicati. Lei non protesta, anche perché considerava l’elica poco più di un’ipotesi. Solo in anni molto recenti Watson e Crick riconoscono che il contributo di Rosalind era stato «essenziale». Da cinque anni il suo ritratto è esposto alla National Portrait Gallery di Londra accanto a quelli di Wilkins, Watson e Crick. E un’ala dell’amato-odiato King’s College porta il suo nome.
un convegno a Roma
il prof. Massimo Ammanniti sul primo anno di vita
Libertà 21.2.04
Esperti sull'infanzia: «E' importante il primo anno di vita»
Roma La famiglia è cambiata: su 22 milioni di nuclei familiari il 45% è fatto di mamma, papà uno o due figli; il 24% di coppie senza figli; il 21% di single; il 10% di un solo genitore. Ci si sposa poi sempre meno: i matrimoni religiosi o civili sono scesi dai 492 mila del 1982 ai 270 mila del 2000, anche se si vive insieme. E questi grossi mutamenti impongono un diverso ed innovativo approccio al neonato, al bambino, all'adolescente. E' quanto emerso dal convegno internazionale promosso dalla Provincia di Roma sull'esperienza europea della rete “Icare”, il progetto della Cee sulle politiche più adeguate alla qualità della vita delle famiglie. «Il primo anno di vita è il momento più importante e direi fondamentale per il neonato: è questo il baricentro della futura personalità», ha detto Massimo Ammanniti, docente di psicologia dell'Università “La Sapienza” di Roma. Parlare quindi di aiuto e sostegno alla famiglia, impone un cambiamento radicale nel modo di considerare il neonato. «Neanche Freud ha mai teorizzato nè pensato al neonato come essere sociale - aggiunge Ammanniti - Fin dalla nascita il neonato ha una struttura molto più complessa di quanto pensasse Freud: il neonato è fin dai primi giorni di vita un essere sociale che si relaziona, che stabilisce relazioni affettive con gli altri». Insomma una svolta culturale epocale rispetto all'assunto freudiano del “bambino polimorfo perverso”? «Oggi disponiamo di ricerche, strumenti, conoscenze che Freud non ha mai avuto - risponde Ammanniti - Questo è il capovolgimento della teoria freudiana alla luce delle nuove conoscenze: possiamo con certezza dire che il neonato sogna perchè è registrabile la sua attività Rem, quella fase del sonno in cui si sogna». Negli Usa ci sono studi specifici sulla vita neonatale: l'obiettivo è individuare - ha proseguito Ammanniti - la relazione affettiva più adeguata. Le affermazioni di Ammanniti sono state apprezzate dal vasto pubblico di psicologi, pediatri, assistenti e operatori sociali che dedicano il loro tempo e la loro attività a neonati e bambini.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Esperti sull'infanzia: «E' importante il primo anno di vita»
Roma La famiglia è cambiata: su 22 milioni di nuclei familiari il 45% è fatto di mamma, papà uno o due figli; il 24% di coppie senza figli; il 21% di single; il 10% di un solo genitore. Ci si sposa poi sempre meno: i matrimoni religiosi o civili sono scesi dai 492 mila del 1982 ai 270 mila del 2000, anche se si vive insieme. E questi grossi mutamenti impongono un diverso ed innovativo approccio al neonato, al bambino, all'adolescente. E' quanto emerso dal convegno internazionale promosso dalla Provincia di Roma sull'esperienza europea della rete “Icare”, il progetto della Cee sulle politiche più adeguate alla qualità della vita delle famiglie. «Il primo anno di vita è il momento più importante e direi fondamentale per il neonato: è questo il baricentro della futura personalità», ha detto Massimo Ammanniti, docente di psicologia dell'Università “La Sapienza” di Roma. Parlare quindi di aiuto e sostegno alla famiglia, impone un cambiamento radicale nel modo di considerare il neonato. «Neanche Freud ha mai teorizzato nè pensato al neonato come essere sociale - aggiunge Ammanniti - Fin dalla nascita il neonato ha una struttura molto più complessa di quanto pensasse Freud: il neonato è fin dai primi giorni di vita un essere sociale che si relaziona, che stabilisce relazioni affettive con gli altri». Insomma una svolta culturale epocale rispetto all'assunto freudiano del “bambino polimorfo perverso”? «Oggi disponiamo di ricerche, strumenti, conoscenze che Freud non ha mai avuto - risponde Ammanniti - Questo è il capovolgimento della teoria freudiana alla luce delle nuove conoscenze: possiamo con certezza dire che il neonato sogna perchè è registrabile la sua attività Rem, quella fase del sonno in cui si sogna». Negli Usa ci sono studi specifici sulla vita neonatale: l'obiettivo è individuare - ha proseguito Ammanniti - la relazione affettiva più adeguata. Le affermazioni di Ammanniti sono state apprezzate dal vasto pubblico di psicologi, pediatri, assistenti e operatori sociali che dedicano il loro tempo e la loro attività a neonati e bambini.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
depressione
Repubblica "21.2.04
Gli esperti: adolescenti a rischio
"Un italiano su dieci soffre di depressione"
ROMA - Cresce l'allarme depressione: ne soffrono cinque milioni di italiani (l?8% degli uomini e il 15% delle donne). In aumento anche il numero di adolescenti colpiti (il 27,5 per cento del totale). Le cifre sono state fornite ieri a Roma dal presidente dell'associazione Strade, Antonio Picano. Il costo sociale della malattia è altissimo: 15 miliardi di euro all'anno. Gli esperti hanno sottolineato che dalla depressione si può guarire, anche se solo un paziente su tre decide di curarsi.
Repubblica - ed. di Napoli
MA NON CHIAMATELA DEPRESSIONE
di SERGIO PIRO
Una donna, ormai avanti negli anni, deve affrontare la prospettiva di finire i suoi giorni in un istituto per vecchi. Non vi è altra possibilità di assistenza per lei e per suo marito, ancor più vecchio: così dovranno "andarsi a chiudere" insieme. La donna passa alcuni giorni in solitudine. Poi dà corrette istruzioni al portiere, si apparta e si tira alla tempia un colpo di pistola.
La voce corrente sul fatto è: era una malata, una depressa, se avesse preso le pillole di zic-zac non si sarebbe uccisa. Con questo viene negato l'orrore di un'esistenza che vede aprirsi una via obbligata che conduce al gerontocomio e di qui alla tomba.
Ma in un caso come questo la depressione è il chiudersi della vita, non una oscura malattia neurologica; qui la depressione riprende il suo diritto a costituirsi, insieme all'allegria e alla gioia, come insostituibile dimensione dell'accadere umano. Quel colpo di pistola è, probabilmente, una scelta lucida e legittima, non il sintomo di una malattia mentale.
Il suicidio ha significati profondamente diversi nelle culture che si sono succedute nella storia dell'umanità e che sono oggi compresenti nelle diverse contrade della terra. Nella civiltà europea multimillenaria con le sue radici preindoeuropee, indoeuropee, pagane, la tematica del suicidio va più chiaramente delineando in età classica (greca, romana, celtica): in quel mondo il suicidio non compare come sintomo, ma come decisione: sovente la decisione di un saggio per salvare la sua libertà, la sua integrità morale, la sua coerenza; altre volte il consenso al destino o una superiore ironia (Petronio); molto più raramente il senso di colpa o l'incontro con la punizione.
La nostra epoca considera invece il suicidio come una malattia, seguendo in questo e però svilendo la tradizione cristiana che fa del suicidio in primo luogo un peccato contro Dio. Circolano infatti una serie di proposizione fuorvianti: non occorre un'analisi scientifica per comprenderne la falsità e la tendenziosità. Nella mentalità corrente, alimentata dai mass-media, propagata per luoghi comuni e fortemente potenziata dall?industria globalizzata degli psicofarmaci, il suicidio è un sintomo di malattia mentale; la malattia prevalente è la depressione e sono depressi quasi tutti quelli che si suicidano; chi si suicida è un depresso; tutti i depressi debbono prendere gli antidepressivi.
No: il suicidio solo minoritariamente (dal 10 al 20 per cento a seconda delle statistiche) è segno di patologia mentale; la depressione è una normale reazione alle vicende dell'accadere e solo in piccola percentuale fa parte delle patologie mentali. Il suicida ha diritto al rispetto delle sue scelte che non possono essere nè negate, nè svalutate e considerate come pazzia. E per i vecchi il diritto a porre fine alla proprie sofferenze può creare disaccordo (dei credenti per esempio), ma non deve esprimere aborrimento.
Per chi è molto vecchio, questa libertà di scegliere è una garanzia di umanità.
Yahoo Notizie 21.2.04
PSICHIATRIA: DEPRESSIONE, IN ARRIVO CURE PIU' SEMPLICI
(ANSA) - ROMA, 21 FEB - Cure piu' semplici ed egualmente efficaci per molti malati di depressione che tendono ad abbandonare le medicine. Le ha annunciate il professor Maurizio Fava, psichiatra alla Harvard Medical School di Boston, in questi giorni in Italia per il congresso di psicopatologia. Quasi il 50% dei malati di depressione lascia nei primi due mesi le cure - ha spiegato Fava - e non rispetta le indicazioni mediche''. Tra pochi giorni, ha spiegato l'esperto, sara' reso disponibile anche in Italia un farmaco antidepressivo che ha la particolarita' di dissolversi in bocca.
La nuova formulazione del farmaco (a base di mirtazapina) è già in uso negli Stati Uniti e nei principali paesi europei ed è stata sviluppata allo scopo di favorire una maggiore adesione alla terapia.
Il fenomeno dell'abbandono delle terapie antidepressive, sembra essere generalizzato e interessare diverse malattie: secondo una vasta ricerca condotta dalla Boston Consulting Group su 13.553 pazienti cronici la depressione risulta tra le patologie che registrano una minore adesione al trattamento, con una percentuale di mancato rispetto delle prescrizioni mediche, che puo' arrivare fino al 50%.
''Almeno 4 pazienti su 10 - ha aggiunto Fava - pensano al suicidio e la depressione è il fattore di rischio più significativo''.
La depressione si conferma sempre più come la malattia dei nostri tempi e sembra destinata soprattutto nei paesi industrializzati a crescere anche per effetto del progressivo invecchiamento della popolazione. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanita', sono infatti circa 121 milioni le persone nel mondo che soffrono di depressione. Quanto all Italia la depressione colpisce circa il 18% della popolazione (20% donne, 12% uomini), con un incremento significativo per coloro che hanno piu' di 65 anni. (ANSA).
Repubblica Salute
Psicopatologia della vita quotidiana
"Psicopatologia della vita quotidiana nel XXI secolo": un titolo impegnativo per il convegno che si è svolto a fine gennaio a Roma (ospedale Forlanini) e promosso dalla Società Italiana di Psichiatria (Lazio), l’Irep (Psicoterapia Psicanalitica), Isp (Studio Psicoterapie), Dipartimento Salute Mentale Asl D di Roma. Dal fanatismo kamikaze allo stress, depressione, sport, corpo, coppia, cinema e psiche.
La Gazzetta del Sud 21.2.04
E secondo un sondaggio è in costante aumento il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche
ALLARME DEPRESSIONE, NE SOFFRONO CINQUE MILIONI DI ITALIANI
di s.s..
ROMA – Per comprendere meglio il «pianeta depressione» in Italia occorre un'agenzia nazionale della salute mentale con priorità per la depressione, una patologia che colpisce il 15% delle donne e l'8% degli uomini. Complessivamente sono circa cinque milioni gli italiani depressi, una malattia biologica dovuta alla prolungata esposizione allo stress, con una forte componente genetica. Il costo sociale è elevatissimo pari a quindici miliardi di euro ogni anno (1% del Pil). È la seconda malattia più diffusa dopo le malattie cardiovascolari. La fotografia della depressione è stata scattata dal presidente di Strade (l'associazione onlus), lo psichiatra Antonio Picano dell'azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma durante un convegno dove è stato presentato il «progetto 3%» mirato a un quartiere di Roma (50 mila abitanti) per il trattamento delle patologie depressive, un network e un progetto in tre anni per arrivare a trattamenti mirati sui pazienti depressi. «I pazienti hanno spesso sintomi che non sono riconosciuti come depressione e vengono trattati impropriamente con ansiolitici, occorre quindi intercettarli e curarli come depressi e monitorare coloro che si rivolgono eccessivamente al medico di famiglia e al pronto soccorso», ha detto Picano, sottolineando che il 20% di tutti i ricoveri ospedalieri sono dovuti proprio alla depressione. Sulla depressione è stato presentato un progetto di legge Burani-Naro che prevede la differenziazione del trattamenti dei vari pazienti con malattie psichiche. Intanto, è in costante crescita il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche. Tra il 2000 e il 2002 i casi registrati, che vedono come autori coniugi, conviventi ed ex-partner, sono aumentati del 19,6%. Nel 2003, le vittime in Italia sono state 96, il 4,2% in più rispetto all'anno precedente. Sono questi i dati forniti dall'Eures, nel corso della presentazione del calendario delle donne 2004, dedicato a Marie Trintignant, l'attrice morta nell'estate scorsa dopo essere stata picchiata dal compagno. Mentre gli omicidi in famiglia diminuiscono (-10,9% nella totalità, -2,9% quelli che vedono vittime donne, ma avvenuti in relazioni familiari ma non di coppia), la crisi riguarda particolarmente i rapporti tra mogli e mariti. I moventi principali dei novantadue casi avvenuti nel 2002 sono risultati essere quelli passionali causati da separazioni sofferte (43,5%), assieme a liti e dissapori (25%). Autori dei delitti sono coniugi o conviventi (64,1%), partner o amanti (16,3%), ex non rassegnati alla rottura dell'unione (15,2%). Le regioni italiane più colpite dal fenomeno sono quelle settentrionali (54,3%), mentre nel Sud si è registrato il 28,3% di casi. Le vittime sono per lo più donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni (30,4%).
Gli esperti: adolescenti a rischio
"Un italiano su dieci soffre di depressione"
ROMA - Cresce l'allarme depressione: ne soffrono cinque milioni di italiani (l?8% degli uomini e il 15% delle donne). In aumento anche il numero di adolescenti colpiti (il 27,5 per cento del totale). Le cifre sono state fornite ieri a Roma dal presidente dell'associazione Strade, Antonio Picano. Il costo sociale della malattia è altissimo: 15 miliardi di euro all'anno. Gli esperti hanno sottolineato che dalla depressione si può guarire, anche se solo un paziente su tre decide di curarsi.
Repubblica - ed. di Napoli
MA NON CHIAMATELA DEPRESSIONE
di SERGIO PIRO
Una donna, ormai avanti negli anni, deve affrontare la prospettiva di finire i suoi giorni in un istituto per vecchi. Non vi è altra possibilità di assistenza per lei e per suo marito, ancor più vecchio: così dovranno "andarsi a chiudere" insieme. La donna passa alcuni giorni in solitudine. Poi dà corrette istruzioni al portiere, si apparta e si tira alla tempia un colpo di pistola.
La voce corrente sul fatto è: era una malata, una depressa, se avesse preso le pillole di zic-zac non si sarebbe uccisa. Con questo viene negato l'orrore di un'esistenza che vede aprirsi una via obbligata che conduce al gerontocomio e di qui alla tomba.
Ma in un caso come questo la depressione è il chiudersi della vita, non una oscura malattia neurologica; qui la depressione riprende il suo diritto a costituirsi, insieme all'allegria e alla gioia, come insostituibile dimensione dell'accadere umano. Quel colpo di pistola è, probabilmente, una scelta lucida e legittima, non il sintomo di una malattia mentale.
Il suicidio ha significati profondamente diversi nelle culture che si sono succedute nella storia dell'umanità e che sono oggi compresenti nelle diverse contrade della terra. Nella civiltà europea multimillenaria con le sue radici preindoeuropee, indoeuropee, pagane, la tematica del suicidio va più chiaramente delineando in età classica (greca, romana, celtica): in quel mondo il suicidio non compare come sintomo, ma come decisione: sovente la decisione di un saggio per salvare la sua libertà, la sua integrità morale, la sua coerenza; altre volte il consenso al destino o una superiore ironia (Petronio); molto più raramente il senso di colpa o l'incontro con la punizione.
La nostra epoca considera invece il suicidio come una malattia, seguendo in questo e però svilendo la tradizione cristiana che fa del suicidio in primo luogo un peccato contro Dio. Circolano infatti una serie di proposizione fuorvianti: non occorre un'analisi scientifica per comprenderne la falsità e la tendenziosità. Nella mentalità corrente, alimentata dai mass-media, propagata per luoghi comuni e fortemente potenziata dall?industria globalizzata degli psicofarmaci, il suicidio è un sintomo di malattia mentale; la malattia prevalente è la depressione e sono depressi quasi tutti quelli che si suicidano; chi si suicida è un depresso; tutti i depressi debbono prendere gli antidepressivi.
No: il suicidio solo minoritariamente (dal 10 al 20 per cento a seconda delle statistiche) è segno di patologia mentale; la depressione è una normale reazione alle vicende dell'accadere e solo in piccola percentuale fa parte delle patologie mentali. Il suicida ha diritto al rispetto delle sue scelte che non possono essere nè negate, nè svalutate e considerate come pazzia. E per i vecchi il diritto a porre fine alla proprie sofferenze può creare disaccordo (dei credenti per esempio), ma non deve esprimere aborrimento.
Per chi è molto vecchio, questa libertà di scegliere è una garanzia di umanità.
Yahoo Notizie 21.2.04
PSICHIATRIA: DEPRESSIONE, IN ARRIVO CURE PIU' SEMPLICI
(ANSA) - ROMA, 21 FEB - Cure piu' semplici ed egualmente efficaci per molti malati di depressione che tendono ad abbandonare le medicine. Le ha annunciate il professor Maurizio Fava, psichiatra alla Harvard Medical School di Boston, in questi giorni in Italia per il congresso di psicopatologia. Quasi il 50% dei malati di depressione lascia nei primi due mesi le cure - ha spiegato Fava - e non rispetta le indicazioni mediche''. Tra pochi giorni, ha spiegato l'esperto, sara' reso disponibile anche in Italia un farmaco antidepressivo che ha la particolarita' di dissolversi in bocca.
La nuova formulazione del farmaco (a base di mirtazapina) è già in uso negli Stati Uniti e nei principali paesi europei ed è stata sviluppata allo scopo di favorire una maggiore adesione alla terapia.
Il fenomeno dell'abbandono delle terapie antidepressive, sembra essere generalizzato e interessare diverse malattie: secondo una vasta ricerca condotta dalla Boston Consulting Group su 13.553 pazienti cronici la depressione risulta tra le patologie che registrano una minore adesione al trattamento, con una percentuale di mancato rispetto delle prescrizioni mediche, che puo' arrivare fino al 50%.
''Almeno 4 pazienti su 10 - ha aggiunto Fava - pensano al suicidio e la depressione è il fattore di rischio più significativo''.
La depressione si conferma sempre più come la malattia dei nostri tempi e sembra destinata soprattutto nei paesi industrializzati a crescere anche per effetto del progressivo invecchiamento della popolazione. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanita', sono infatti circa 121 milioni le persone nel mondo che soffrono di depressione. Quanto all Italia la depressione colpisce circa il 18% della popolazione (20% donne, 12% uomini), con un incremento significativo per coloro che hanno piu' di 65 anni. (ANSA).
Repubblica Salute
Psicopatologia della vita quotidiana
"Psicopatologia della vita quotidiana nel XXI secolo": un titolo impegnativo per il convegno che si è svolto a fine gennaio a Roma (ospedale Forlanini) e promosso dalla Società Italiana di Psichiatria (Lazio), l’Irep (Psicoterapia Psicanalitica), Isp (Studio Psicoterapie), Dipartimento Salute Mentale Asl D di Roma. Dal fanatismo kamikaze allo stress, depressione, sport, corpo, coppia, cinema e psiche.
La Gazzetta del Sud 21.2.04
E secondo un sondaggio è in costante aumento il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche
ALLARME DEPRESSIONE, NE SOFFRONO CINQUE MILIONI DI ITALIANI
di s.s..
ROMA – Per comprendere meglio il «pianeta depressione» in Italia occorre un'agenzia nazionale della salute mentale con priorità per la depressione, una patologia che colpisce il 15% delle donne e l'8% degli uomini. Complessivamente sono circa cinque milioni gli italiani depressi, una malattia biologica dovuta alla prolungata esposizione allo stress, con una forte componente genetica. Il costo sociale è elevatissimo pari a quindici miliardi di euro ogni anno (1% del Pil). È la seconda malattia più diffusa dopo le malattie cardiovascolari. La fotografia della depressione è stata scattata dal presidente di Strade (l'associazione onlus), lo psichiatra Antonio Picano dell'azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma durante un convegno dove è stato presentato il «progetto 3%» mirato a un quartiere di Roma (50 mila abitanti) per il trattamento delle patologie depressive, un network e un progetto in tre anni per arrivare a trattamenti mirati sui pazienti depressi. «I pazienti hanno spesso sintomi che non sono riconosciuti come depressione e vengono trattati impropriamente con ansiolitici, occorre quindi intercettarli e curarli come depressi e monitorare coloro che si rivolgono eccessivamente al medico di famiglia e al pronto soccorso», ha detto Picano, sottolineando che il 20% di tutti i ricoveri ospedalieri sono dovuti proprio alla depressione. Sulla depressione è stato presentato un progetto di legge Burani-Naro che prevede la differenziazione del trattamenti dei vari pazienti con malattie psichiche. Intanto, è in costante crescita il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche. Tra il 2000 e il 2002 i casi registrati, che vedono come autori coniugi, conviventi ed ex-partner, sono aumentati del 19,6%. Nel 2003, le vittime in Italia sono state 96, il 4,2% in più rispetto all'anno precedente. Sono questi i dati forniti dall'Eures, nel corso della presentazione del calendario delle donne 2004, dedicato a Marie Trintignant, l'attrice morta nell'estate scorsa dopo essere stata picchiata dal compagno. Mentre gli omicidi in famiglia diminuiscono (-10,9% nella totalità, -2,9% quelli che vedono vittime donne, ma avvenuti in relazioni familiari ma non di coppia), la crisi riguarda particolarmente i rapporti tra mogli e mariti. I moventi principali dei novantadue casi avvenuti nel 2002 sono risultati essere quelli passionali causati da separazioni sofferte (43,5%), assieme a liti e dissapori (25%). Autori dei delitti sono coniugi o conviventi (64,1%), partner o amanti (16,3%), ex non rassegnati alla rottura dell'unione (15,2%). Le regioni italiane più colpite dal fenomeno sono quelle settentrionali (54,3%), mentre nel Sud si è registrato il 28,3% di casi. Le vittime sono per lo più donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni (30,4%).
Marco Bellocchio
Libertà 21.2.04
Bobbio
Riparte il terzo anno dell'università dei genitori con Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro
Quest'anno l'apertura vedrà un avvenimento unico nel suo genere. Si tratta di un evento di apertura con due personalità particolarmente significative: Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro interverranno sul difficile mestiere di fare i genitori. La serata si terrà il 9 marzo alle ore 21 nel cinema “Le Grazie” di Bobbio. Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, attualmente collaboratore del Corriere della Sera, ha scritto importanti libri di psicopedagogia, in particolare “Talis pater” sul ruolo del padre, edito da Rizzoli e ristampato più volte.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Bobbio
Riparte il terzo anno dell'università dei genitori con Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro
Quest'anno l'apertura vedrà un avvenimento unico nel suo genere. Si tratta di un evento di apertura con due personalità particolarmente significative: Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro interverranno sul difficile mestiere di fare i genitori. La serata si terrà il 9 marzo alle ore 21 nel cinema “Le Grazie” di Bobbio. Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, attualmente collaboratore del Corriere della Sera, ha scritto importanti libri di psicopedagogia, in particolare “Talis pater” sul ruolo del padre, edito da Rizzoli e ristampato più volte.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Cina
Kataweb News
Pechino, 21 feb 2004 - 12:05
Cina, nel 2005 nuova missione spaziale
Nel 2005 la Cina ha annunciata che manderà due astronauti in una missione che durerà tra i cinque ed i sette giorni. Lo ha detto Wang Yongqing, uno dei dirigenti del programma spaziale cinese, alla televisione di stato CCTV.
Nell'ottobre del 2003 il colonnello dell' aeronautica Yang Liwei è stato messo in orbita nella "Shenzhou V" ed ha girato per 14 volte intorno alla Terra prima di atterare nel deserto della Mongolia. Il viaggio di Yang, che nel frattempo è diventato un eroe nazionale, è durato 21 ore.
Pechino, 21 feb 2004 - 12:05
Cina, nel 2005 nuova missione spaziale
Nel 2005 la Cina ha annunciata che manderà due astronauti in una missione che durerà tra i cinque ed i sette giorni. Lo ha detto Wang Yongqing, uno dei dirigenti del programma spaziale cinese, alla televisione di stato CCTV.
Nell'ottobre del 2003 il colonnello dell' aeronautica Yang Liwei è stato messo in orbita nella "Shenzhou V" ed ha girato per 14 volte intorno alla Terra prima di atterare nel deserto della Mongolia. Il viaggio di Yang, che nel frattempo è diventato un eroe nazionale, è durato 21 ore.
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