segnalati da Daniela Venanzi, Annalina Ferrante, Carmine Russo, Daniele Balduzzi e Roberto Martina
Corriere della Sera ed. di Roma 17.3.04
Davanti a una birra, con amici o sconosciuti: per capire e superare i problemi quotidiani
Al pub con lo psicologo
Nei locali notturni, nuova tendenza: le serate di autoanalisi
di Silvia Testa
Perversioni sessuali soft e hard, ansia e anoressia. Basta con i tabù, meglio parlarne, magari davanti ad una birra in un ambiente accogliente. Nasce così l'idea dello «Psicopub», serie di incontri a ingresso libero presso il pub the Druid's Den a Santa Maria Maggiore: per affrontare tematiche a carattere sociologico che riguardano un po' tutti. L’idea è di Aipep (Associazione italiana psicologia e psicoterapia) che ha deciso di portare aspetti importanti della vita sociale quotidiana tra i tavolini di un pub e, dal 2005, nelle librerie: «Abbiamo preso spunto dagli incontri letterari che si svolgono lontano dai salotti - spiega Carlo Cerracchio, presidente di Aipep - vogliamo creare situazioni informali, molto rilassate, dove i partecipanti si sentano a loro agio e discutano spontaneamente con gli psicologi presenti o con chi è seduto al tavolino accanto, di problemi quotidiani come la sessualità e i disturbi alimentari. Sorseggiando una birra si scioglie l'emozione e si raccontano con più facilità esperienze vissute in prima persona o da amici - prosegue Cerracchio - Ai nostri incontri partecipano un po' tutte le fasce d'età, dai ventenni agli ultrasessantenni. Ci sono tanti studenti, psicologi, medici, persone comuni interessate per motivi culturali o personali».
Gli appuntamenti di psicopub sono gratuiti e proseguono fino a giugno (The Druid's Den è in via S.Martino ai Monti 28, 06.48904781) affrontando tematiche come l'arteterapia e la drammatizzazione, tecniche utili per portare alla luce emozioni e lati poco noti della propria personalità, o la sfera dell'amore, l'anoressia e la bulimia, fino ad arrivare al bisogno di assumere condotte sessuali considerate tipiche del sesso opposto.
Incontri di psicologia si sono tenuti più volte anche al Posto delle Fragole (via C. Botta 51, 06.47824868). Il desiderio di comunicare, di raccontarsi disagi e di sentire che non si è soli nell'affrontare disturbi e difficoltà, spinge molti romani ad affrontare sedute collettive. Ben noti, a Roma, sono i seminari di analisi collettiva tenuti dallo psichiatra Massimo Fagioli dietro piazza San Cosimato (via Roma Libera, 23). Spesso i frequentatori al termine degli incontri, si ritrovano nella pizzeria accanto Al Tulipano Nero (via Roma Libera 15, 06.5818309) dove i dibattiti si trasformano in golose conversazioni. Anche il Machiavelli Club (via Machiavelli 49, 06.7001757) ha in programma per la primavera, una serie di incontri per analizzare le problematiche che affrontano ogni giorno i genitori con i figli adolescenti. (www.clubmachiavelli.it).
Repubblica ed. di Roma 18.3.04
Tutti i martedì alle 19 fino all´8 giugno l´Associazione italiana di psicologia organizza serate con seminari di gruppo
Birra e intimità, benvenuti allo psicopub
E nel club di Monti va in scena l´analisi collettiva tra disagi e fantasie
di GIOVANNA VITALE
A Woody Allen sarebbe piaciuta molto quell´atmosfera un po´ così, una cinquantina di sconosciuti che si ritrovano in un pub alla spalle di Santa Maria Maggiore, sigarette e birra doppio malto, a raccontarsi di attrazione e desiderio, fantasie e scambi di coppia, mentre una sessuologa piuttosto giovane spiega che farlo strano non è peccato, anzi, può essere un toccasana a volte, purché non si trasformi in un copione, rituale indispensabile a scatenare l´eccitazione. Sarà perché la sala è troppo piccola, sarà perché c´è tanta di quella gente - dai venti ai settant´anni, piercing e lenti presbiti - che nemmeno gli organizzatori s´aspettavano, sarà che il tema scelto per questo primo incontro legittima pensieri caldi, fatto sta che alle otto della sera la discussione avvampa d´ansia e di brividi («a letto voglio di più, come glielo dico?»), brucia il velo dell´inibizione («lo tradisco, significa che il mio matrimonio è finito?»), sfuma sulla difficoltà di amarsi e stare insieme, condensa la grande paura servita al fast food sentimentale del tempo nostro: l´intimità.
Benvenuti allo psicopub, metà seminario metà analisi di gruppo in un locale irlandese di San Martino ai Monti, dove tutti i martedì l´Aipep (associazione italiana di psicologia e psicoterapia) tiene gratis le sue esplorazioni fra le pieghe del disagio interiore: Giochi proibiti, le perversioni che fanno bene alla coppia è la prima, seguiranno, fino all´8 giugno, Le ragioni del cuore (sulla fenomenologia dell´amore), Pane amaro (su bulimia e anoressia), Anime lontane (sul significato di malinconia e depressione). «La divulgazione è la missione della nostra associazione», spiega il curatore dell´iniziativa, Carlo Cerracchio: «Negli ultimi tempi, però, ci siamo accorti che la fame di informazione sui disturbi della psiche è cresciuta a dismisura: è il motivo per cui abbiamo deciso di ritrovarci, una volta a settimana, in questo pub nel centro della città, a parlare di sessualità e alimentazione, sofferenza e supporto psicologico; una modalità informale per avvicinare la gente a temi che spesso, per diffidenza o paura, si fatica ad affrontare con serenità».
Intanto, nella saletta, qualche sigaretta viene accesa a dispetto del divieto, studentesse prendono appunti fitti; Rossana, specializzanda in psicologia, dice al fidanzato «vedi che bello essere qui, tutti insieme, a confrontarsi su problematiche non facili con una persona preparata, capace di spiegartele». Una comitiva di cinque amici ride di Dario, 25 anni, uno di loro e praticante avvocato, che vuol sapere «sono malato a pretendere alcune cose dalla mia donna?». La psicologa, Anna Cornelio, declina la differenza fra perversioni soft e perversioni hard. Stefano 27 anni, impiegato, abbraccia la sua ragazza e sorride: «È divertente, un modo diverso di passare il tempo, bevi una birra e insieme ascolti discorsi che non ti sarebbe mai venuto in mente di approfondire». Manlio Occhipinti, ginecologo di mezz´età, annuisce: «È suggestivo vedere come uno spunto culturale possa diventare motivo di socializzazione». Manuela, 21 anni, gli dà man forte: «Davvero interessante parlare di questi argomenti al pub, il luogo del nostro divertimento: c´è gente che di solito non lo frequenta, più grande, che ci ha offerto spunti di riflessione insoliti». È d´accordo Luigi Cicerchia, canuto professore di Storia dell´Arte all´università di Perugia: «La disomogeneità è una ricchezza, tanto più in un ambiente come questo: ci si mette subito a proprio agio, non è come in uno studio o a scuola, sembra di stare fra amici, le confidenze vengono fuori più facilmente». Senza considerare, aggiunge la quarantenne Daniela Bonelli, «che al di là delle sedute a pagamento, ci sono pochissime occasioni per confrontarsi sulle dinamiche comportamentali». Tradotto significa: possibilità di incontrarsi e di capirsi. Allo psicopub la prima è garantita, la seconda forse. Daniela e Luigi proseguono la serata insieme, vanno a mangiare una pizza
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 18 marzo 2004
il Rigoletto di Marco Bellocchio
La Gazzetta di parma 18.3.04
LIRICA—La nuova produzione della Fondazione «Arturo Toscanini»
La «prima» di Bellocchio
A Piacenza firma il «Rigoletto» diretto da Neuhold
E' il debutto di Marco Bellocchio nella regia operistica: un "Rigoletto" della novità e della memoria, invero qualcosa di più - e di diverso - dal cronico tentativo di dar corpo all'ambiguo binomio "tradizione-innovazione" nell'opera lirica.
Un capolavoro verdiano dei più conosciuti viene plasmato, sul fronte rappresentativo, dall'intelligenza e dal sentimento di un grande regista di cinema: Bellocchio, infatti, proporrà un personale approccio al "Rigoletto" di Verdi, ricollocato negli anni '50 del Novecento ed emozionalmente inciso dal ricordo di un'infanzia piacentina fatta di borghesia e melodramma, di provincia e di nebbie, di terra e di fiume: in questo caso il Po, che lambisce la città emiliana come il Mincio abbraccia la Mantova di Rigoletto.
Lo spettacolo andrà in scena, a partire da domani, al Teatro Municipale di Piacenza, città natale di Bellocchio. Altre due recite sono in programma il 21 e il 23 marzo.
La scelta di "Rigoletto" è stata dello stesso Bellocchio, il quale, durante la conferenza stampa di ieri pomeriggio a Piacenza, ne ha così spiegata la ragione: «E' un'opera perfetta, equilibrata, e l'italiano di Piave può far ridere ma non è insopportabile. Poi il mio orecchio musicale si è formato su "Caro nome", su "Tutte le feste al tempio", che mia madre canticchiava a voce leggera».
Il regista di film come "Diavolo in corpo", "L'ora di religione" e "Buongiorno, notte" ha aggiunto: «Rigoletto mi ricorda anche la Piacenza della mia prima giovinezza, quella degli anni '50. Una città chiusa, provinciale, avvolta nella nebbia e in un clima politico teso, caratterizzato dalle grandi lotte tra comunisti e democristiani. Leggendo il libretto dell'opera, quelle atmosfere mi sono tornate presenti. Le ingiustizie e i soprusi dei ricchi di allora non sono lontani dal dramma di un poveraccio che diventa buffone per divertire i potenti e campare, la cui sola figlia viene sedotta e uccisa per il piacere di quegli stessi personaggi su cui credeva di trovare sostegno. Gettare un ponte tra la Piacenza della mia infanzia e quel mondo verdiano mi è stato naturale».
Questa produzione di "Rigoletto", realizzata dalla Fondazione Toscanini col teatro Alighieri di Ravenna, è stata affidata all'esperta direzione di Günter Neuhold (nell'ultimo biennio ha vinto due dischi d'oro dell'Awards Academy per la registrazione dei preludi sinfonici wagneriani e per la prima esecuzione mondiale della "Madama Butterfly" nella versione originaria), che salirà sul podio dell'Orchestra Arturo Toscanini dirigendo, oltre al Coro del Teatro Municipale di Piacenza guidato dal m° Corrado Casati, un cast di giovani cantanti, in testa al quale figura uno dei baritoni più affermati della nuova generazione, Alberto Gazale, che interpreterà il ruolo di Rigoletto.
Nei panni di Gilda si esibirà il soprano Gladys Rossi, in quelli del Duca di Mantova il tenore statunitense David Miller. Il basso Riccardo Zanellato darà voce al personaggio di Sparafucile e il mezzosoprano Rossana Rinaldi a quello di Maddalena. Le scene sono di Marco Dentici; le luci di Pasquale Mari; i costumi di Sergio Ballo.
Libertà 18.3.04
Lirica - Presentata ufficialmente ieri la messa in scena dell'opera verdiana del regista bobbiese
Quel “Rigoletto” sarà una sorpresa
Attesa per Bellocchio e il cast. Oggi Bussi in conferenza
di Gian Carlo Andreoli
Presentata ufficialmente la nuova produzione di “Rigoletto”, che sarà in scena domani (alle 20.30 - turno A), domenica (alle 15.30 - fuori abbonamento) e martedì 23 marzo (alle 20.30 - turnoB). E oggi alle 17, nel Ridotto del Municipale, il musicologo e critico musicale Francesco Bussi presenterà l'opera al pubblico.
Ieri l'assessore alla cultura Stefano Pareti ha ricordato la prima volta di “Rigoletto” al Municipale nel lontano 1853, due anni dopo il debutto dell'opera a Venezia, cogliendo la circostanza della prima volta di Marco Bellocchio, sollecitato a impegnarsi nell'opera lirica, dopo la collaborazione per la realizzazione del documentario “Addio del passato”. Con “ Rigoletto” il regista ha avuto modo di evocare persone e luoghi, momenti vissuti, emozioni formative.
«Sono un regista di cinema», ha confermato Bellocchio, «e mi sono accostato all'opera con la consapevolezza della prima volta, ma anche responsabile delle mie scelte. Ho scoperto una complessità e una ricchezza di elementi che mi hanno coinvolto sempre più. Ora che sono trascorse le settimane di prova, ha continuato il regista, a lavoro ultimato, mi piacerebbe ricominciare, sicuro di scoprire altro, sfumature , situazioni interessanti. A fare l'opera lirica ci sono due registi, uno di scena e il direttore d'orchestra. La fortuna è d'aver lavorato in perfetto accordo e la massima disponibilità di tutti».
Al momento della verifica della 3ª produzione, il sovrintendente Gianni Baratta ha tracciato un primo bilancio della nuova gestione e degli impegni presi con la città. Impegni a cui fa riscontro un crescente interesse del pubblico e della critica. Il 24 marzo prossimo, “Requiem”, prodotto dal Teatro Municipale, sarà a Budapest ad inaugurare il festival musicale, mentre “Rigoletto” debutterà a Ravenna.
Gianni Baratta ha inoltre annunciato prossima la presentazione di un progetto finalizzato per la scuola, per facilitare l'ingresso del pubblico giovane al teatro musicale. Al maestro Gunter Neuhold il compito di precisare l'operazione “Rigoletto” nelle soluzioni musicali. Citando altre esperienze con registi provenienti dal cinema, il maestro direttore ha confermato la perfetta intesa con Marco Bellocchio, a trovare un giusto rapporto fra scena e orchestra e voci.
«Le distanze acustiche sono compensate», ha confermato il maestro direttore, «il testo musicale è rispettato, gli acuti ci sono dove e quando debbono essere, la tradizione è mantenuta per ciò che avvantaggia lo spettacolo, restituendo verità al momento drammaturgico».
Chiamati a dire anche i protagonisti, Alberto Gazale, “Rigoletto”, molto interessato a questi apporti di esperienze diverse e sensibilità nuove per rinnovare lo spettacolo lirico; David Miller - Duca di Mantova -, giovane tenore statunitense, con esperienze di teatro musicale a Broadway, che ha ribadito l'importanza di sintonizzare la scena lirica con spettacoli di più largo consumo, come cinema e televisione. Interessante l'apporto dello scenografo Marco Dentici, che ha approntato un impianto scenico complesso, che va via via spogliandosi di elementi, fino alla scena finale conclusiva. Con Dentici, Pasquale Mari collabora con il regista Bellocchio, come datore luci nel cinema. Ricorda la prima esperienza in teatro di prosa, “Macbeth” a Roma. «La sala buia è il contenitore -, dice -, la luce va a scoprire, via via, lo spazio, i personaggi. “Rigoletto” è un dramma della notte, ideale al nostro modo di lavorare , lasciando sempre un margine di indefinito, suggerire più che mostrare».
Il lavoro di scena si completa con i costumi di Sergio Ballo che ha colto il senso del tempo nella caratterizzazione dei personaggi. Colpo di scena finale, come si conviene al miglior teatro, l'annuncio da parte del sovrintendente Gianni Baratta, di una prossima futura collaborazione con il regista Marco Bellocchio.
LIRICA—La nuova produzione della Fondazione «Arturo Toscanini»
La «prima» di Bellocchio
A Piacenza firma il «Rigoletto» diretto da Neuhold
E' il debutto di Marco Bellocchio nella regia operistica: un "Rigoletto" della novità e della memoria, invero qualcosa di più - e di diverso - dal cronico tentativo di dar corpo all'ambiguo binomio "tradizione-innovazione" nell'opera lirica.
Un capolavoro verdiano dei più conosciuti viene plasmato, sul fronte rappresentativo, dall'intelligenza e dal sentimento di un grande regista di cinema: Bellocchio, infatti, proporrà un personale approccio al "Rigoletto" di Verdi, ricollocato negli anni '50 del Novecento ed emozionalmente inciso dal ricordo di un'infanzia piacentina fatta di borghesia e melodramma, di provincia e di nebbie, di terra e di fiume: in questo caso il Po, che lambisce la città emiliana come il Mincio abbraccia la Mantova di Rigoletto.
Lo spettacolo andrà in scena, a partire da domani, al Teatro Municipale di Piacenza, città natale di Bellocchio. Altre due recite sono in programma il 21 e il 23 marzo.
La scelta di "Rigoletto" è stata dello stesso Bellocchio, il quale, durante la conferenza stampa di ieri pomeriggio a Piacenza, ne ha così spiegata la ragione: «E' un'opera perfetta, equilibrata, e l'italiano di Piave può far ridere ma non è insopportabile. Poi il mio orecchio musicale si è formato su "Caro nome", su "Tutte le feste al tempio", che mia madre canticchiava a voce leggera».
Il regista di film come "Diavolo in corpo", "L'ora di religione" e "Buongiorno, notte" ha aggiunto: «Rigoletto mi ricorda anche la Piacenza della mia prima giovinezza, quella degli anni '50. Una città chiusa, provinciale, avvolta nella nebbia e in un clima politico teso, caratterizzato dalle grandi lotte tra comunisti e democristiani. Leggendo il libretto dell'opera, quelle atmosfere mi sono tornate presenti. Le ingiustizie e i soprusi dei ricchi di allora non sono lontani dal dramma di un poveraccio che diventa buffone per divertire i potenti e campare, la cui sola figlia viene sedotta e uccisa per il piacere di quegli stessi personaggi su cui credeva di trovare sostegno. Gettare un ponte tra la Piacenza della mia infanzia e quel mondo verdiano mi è stato naturale».
Questa produzione di "Rigoletto", realizzata dalla Fondazione Toscanini col teatro Alighieri di Ravenna, è stata affidata all'esperta direzione di Günter Neuhold (nell'ultimo biennio ha vinto due dischi d'oro dell'Awards Academy per la registrazione dei preludi sinfonici wagneriani e per la prima esecuzione mondiale della "Madama Butterfly" nella versione originaria), che salirà sul podio dell'Orchestra Arturo Toscanini dirigendo, oltre al Coro del Teatro Municipale di Piacenza guidato dal m° Corrado Casati, un cast di giovani cantanti, in testa al quale figura uno dei baritoni più affermati della nuova generazione, Alberto Gazale, che interpreterà il ruolo di Rigoletto.
Nei panni di Gilda si esibirà il soprano Gladys Rossi, in quelli del Duca di Mantova il tenore statunitense David Miller. Il basso Riccardo Zanellato darà voce al personaggio di Sparafucile e il mezzosoprano Rossana Rinaldi a quello di Maddalena. Le scene sono di Marco Dentici; le luci di Pasquale Mari; i costumi di Sergio Ballo.
Libertà 18.3.04
Lirica - Presentata ufficialmente ieri la messa in scena dell'opera verdiana del regista bobbiese
Quel “Rigoletto” sarà una sorpresa
Attesa per Bellocchio e il cast. Oggi Bussi in conferenza
di Gian Carlo Andreoli
Presentata ufficialmente la nuova produzione di “Rigoletto”, che sarà in scena domani (alle 20.30 - turno A), domenica (alle 15.30 - fuori abbonamento) e martedì 23 marzo (alle 20.30 - turnoB). E oggi alle 17, nel Ridotto del Municipale, il musicologo e critico musicale Francesco Bussi presenterà l'opera al pubblico.
Ieri l'assessore alla cultura Stefano Pareti ha ricordato la prima volta di “Rigoletto” al Municipale nel lontano 1853, due anni dopo il debutto dell'opera a Venezia, cogliendo la circostanza della prima volta di Marco Bellocchio, sollecitato a impegnarsi nell'opera lirica, dopo la collaborazione per la realizzazione del documentario “Addio del passato”. Con “ Rigoletto” il regista ha avuto modo di evocare persone e luoghi, momenti vissuti, emozioni formative.
«Sono un regista di cinema», ha confermato Bellocchio, «e mi sono accostato all'opera con la consapevolezza della prima volta, ma anche responsabile delle mie scelte. Ho scoperto una complessità e una ricchezza di elementi che mi hanno coinvolto sempre più. Ora che sono trascorse le settimane di prova, ha continuato il regista, a lavoro ultimato, mi piacerebbe ricominciare, sicuro di scoprire altro, sfumature , situazioni interessanti. A fare l'opera lirica ci sono due registi, uno di scena e il direttore d'orchestra. La fortuna è d'aver lavorato in perfetto accordo e la massima disponibilità di tutti».
Al momento della verifica della 3ª produzione, il sovrintendente Gianni Baratta ha tracciato un primo bilancio della nuova gestione e degli impegni presi con la città. Impegni a cui fa riscontro un crescente interesse del pubblico e della critica. Il 24 marzo prossimo, “Requiem”, prodotto dal Teatro Municipale, sarà a Budapest ad inaugurare il festival musicale, mentre “Rigoletto” debutterà a Ravenna.
Gianni Baratta ha inoltre annunciato prossima la presentazione di un progetto finalizzato per la scuola, per facilitare l'ingresso del pubblico giovane al teatro musicale. Al maestro Gunter Neuhold il compito di precisare l'operazione “Rigoletto” nelle soluzioni musicali. Citando altre esperienze con registi provenienti dal cinema, il maestro direttore ha confermato la perfetta intesa con Marco Bellocchio, a trovare un giusto rapporto fra scena e orchestra e voci.
«Le distanze acustiche sono compensate», ha confermato il maestro direttore, «il testo musicale è rispettato, gli acuti ci sono dove e quando debbono essere, la tradizione è mantenuta per ciò che avvantaggia lo spettacolo, restituendo verità al momento drammaturgico».
Chiamati a dire anche i protagonisti, Alberto Gazale, “Rigoletto”, molto interessato a questi apporti di esperienze diverse e sensibilità nuove per rinnovare lo spettacolo lirico; David Miller - Duca di Mantova -, giovane tenore statunitense, con esperienze di teatro musicale a Broadway, che ha ribadito l'importanza di sintonizzare la scena lirica con spettacoli di più largo consumo, come cinema e televisione. Interessante l'apporto dello scenografo Marco Dentici, che ha approntato un impianto scenico complesso, che va via via spogliandosi di elementi, fino alla scena finale conclusiva. Con Dentici, Pasquale Mari collabora con il regista Bellocchio, come datore luci nel cinema. Ricorda la prima esperienza in teatro di prosa, “Macbeth” a Roma. «La sala buia è il contenitore -, dice -, la luce va a scoprire, via via, lo spazio, i personaggi. “Rigoletto” è un dramma della notte, ideale al nostro modo di lavorare , lasciando sempre un margine di indefinito, suggerire più che mostrare».
Il lavoro di scena si completa con i costumi di Sergio Ballo che ha colto il senso del tempo nella caratterizzazione dei personaggi. Colpo di scena finale, come si conviene al miglior teatro, l'annuncio da parte del sovrintendente Gianni Baratta, di una prossima futura collaborazione con il regista Marco Bellocchio.
Maya Sansa a Roma
una segnalazione di Francesca Testa e di Sergio Grom
Repubblica ed. di Roma 18.3.04
La Roma di Maya Sansa, la giovane attrice emersa con Bellocchio e Giordana
"La mia meglio gioventù? Nei vicoli di Trastevere"
È al liceo Virgilio che ho imparato ad amare il teatro, perché ci fu un supplente di lettere che iniziò a farci leggere Shakespeare
Qualche volta converso anche in un locale interno di piazza S. Maria in Trastevere. E lì intorno si può passeggiare bene
di RODOLFO DI GIAMMARCO
«Sono nata al Fatebenefratelli, sull´Isola Tiberina. La gioventù l´ho trascorsa con mia madre a Trastevere, prima in casa di mia nonna (che ricordo come casa più di qualunque altro luogo) e poi, tranne una parentesi a Bologna, in abitazioni di amici. Se ci penso, quegli esodi e quelle ospitalità tutte nell´area d´uno stesso quartiere dal volto così popolare mi danno l´idea d´aver vissuto in un villaggio. Un villaggio dove s´incontrano persone in continuazione, dove si va in bicicletta, dove il cielo di Roma ha un rapporto particolare coi palazzi, con le architetture che riflettono sempre in modo strano e intenso la luce. E per me quest´orizzonte s´estende fino alla zona di Via Giulia dove andavo a scuola, al Virgilio. Ci fu un breve periodo di insediamento a Greccio, in campagna, e poi un bel giorno, avrò avuto cinque anni, io e mia madre abbiamo messo piede in una casetta tutta per noi, 18 metri quadrati a San Saba, in Via Giovanni Miani. Sarà stata una sfortuna ma lì, all´epoca, la gente non era molto comunicativa, e mamma non trovò amici sinceri».
«La tappa seguente, quando compii 8 anni, fu una casa che ci comprò nonna: 45 metri a Via delle Mura Ardeatine con un grande terrazzo. Personalmente ci ho trascorso dieci anni, perché poi dai miei 18 ai miei 24 ho avuto per base Londra, dove ho studiato, mi sono formata. Finché un´occasione inaspettata, i provini e una scrittura offertami da Bellocchio nel '98, m´ha fatto tornare in Italia. Mantenendo ancora un piede in Inghilterra, sono andata su e giù, e da marzo del 2000 mi sono ritrasferita a Roma abitando per conto mio al Testaccio, a Monteverde Vecchio (bellissimo quartiere, una scoperta), in casa di amici miei al centro storico e finalmente a Via Monte del Gallo con la quiete di una strada lontana dal chiasso, col portone su una scalinata?».
È irrequieto e nomade, è saltuario e temperamentale, il rapporto di Maya Sansa con Roma. La pirandelliana Annetta de La balia di Bellocchio, la benzinaia lesbica di Benzina della Stambrini, l´isolana energica de La meglio gioventù di Giordana e la terrorista implicata nel sequestro di Moro in Buongiorno, notte ancora di Bellocchio è una donna di madre italiana e di padre iraniano (conosciuto a 15 anni), una cittadina del mondo dotata di fervore stoico, di sensitività raggiante. Una che ama l´ambiente dello spettacolo grazie a un´educazione teatrale ricevuta proprio nella nostra città. «Sì, è al liceo che ho imparato ad amare il teatro, perché ci fu un supplente di lettere che iniziò a farci leggere Shakespeare e Beckett. E io, appartenente a una generazione che aveva appreso molto da una tv ancora (altri tempi) basata su programmi culturali, avevo fin lì una bella curiosità per gli aspetti visivi dell´arte, una curiosità che s´orientò agli scenari e alla pratica d´un teatro messo in cantiere al posto dell´ora di religione. A 15 anni facevo quest´esperienza di pomeriggio al Virgilio, e s´andava da cose alternative all´Aminta del Tasso. Il passo successivo, a 17 anni, fu il laboratorio di Cristiano Censi e Isabella Del Bianco al Teatro dei Cocci, e lì tutti m´incoraggiarono».
Tanto che fece il grande salto, andò a studiare inglese a Cambridge e s´iscrisse alla Guildhall School of Music and Drama di Londra, dove il corso durava tre anni, e si misurò col Bardo, con Cechov, Ayckbourn, Pinter, sorprendendosi che dall´Italia (grazie all´amico Andrea Di Stefano che l´aveva segnalata al casting) la convocassero mentre stavano cercando il volto adatto per "La balia" di Bellocchio. Andò tutto bene. Saltò 11 settimane del corso londinese. Lavorò sul set di Frascati, a Villa Parisi. Scrupolosa, tornò poi a Londra a frequentare sino al termine l´accademia. E dal marzo 2000 ritornò ad essere romana.
«Mettendo Trastevere al primo posto, le emozioni maggiori me le danno i ponti, l´Isola Tiberina, o anche San Lorenzo, e per certi versi l´Aventino. Roma mi dà gioie e dolori. La conosco girando in motorino solo da tre anni. La riconosco come un luogo d´affezione, come il terreno dove affondano le mie radici. Anche se i miei principali cambiamenti sono avvenuti, per una questione d´età, a Londra». È un misto di passionalità di indole e di pacatezza di modi, Maya Sansa, da far supporre che la "sua" Roma sia poco traducibile in mappe, in svelamenti, in dichiarazioni d´appartenenza. E invece?
«Mi faccia riflettere. Dove vedo più volentieri gli altri? Forse al Bibli: ideale, quieto, accogliente. E lì intorno si può passeggiare bene. Qualche volta converso anche in un locale interno di Piazza Santa Maria in Trastevere. La cultura del mangiare? Non so, forse tradisco Roma. Vado matta per i cibi delicati, per il sushi a Via dei Serpenti, a Via degli Scipioni, e a Via Regina Margherita. Lo so che fa tendenza, ma io ci vado in tuta e scarpe da ginnastica. Mi spiace un po´ constatare che è una faccenda élitaria, che i prezzi non sono sempre accessibili a tutti. Ma ho avuto anche un legame con la tradizione gastronomica: andavo da Augusto a Piazza Renzi in Trastevere, e vado al Ditirambo e al Grappolo d´Oro a vicolo de´ Bovari. Dove vado a fare i miei acquisti? Al mercato sotto casa, che affaccia su Via della Cava Aurelia. Scelgo solo in due bancarelle, vado per simpatia, non guardo i prezzi. Ah, ho un debole: non posso fare a meno delle tisane e delle creme biologiche Neal´s Yard Remedies a Via della Reginetta (anche per fare due passi). Non ho l´ossessione del biologico ma ho gusti leggeri. E allora viva l´Albero del Pane a Via S. Maria del Pianto dalle parti di Via Arenula. Sono pigrissima per l´abbigliamento. Devo chiedere a tanti amici dove andare».
Ma si sente romana, Maya Sansa? «Temevo questa domanda. Ora vado e vengo da Parigi. Da un anno. E ho deciso col mio compagno francese di stare più lì (vicino Montmartre) che qui. Ma le potrei rispondere che adesso ho vissuto in Toscana per il film "Contro natura" di Alessandro Tofanelli dove ero una donna del bosco di San Rossore e riandrò in Toscana per essere una donna anni Trenta sempre proveniente da San Rossore in Una relazione di Carlo Mazzacurati». Eppure questa sensibile attrice col volto solcato da storie lontane ha un fatalismo anche romano, un´ironia anche romana, una smania anche romana.
Repubblica ed. di Roma 18.3.04
La Roma di Maya Sansa, la giovane attrice emersa con Bellocchio e Giordana
"La mia meglio gioventù? Nei vicoli di Trastevere"
È al liceo Virgilio che ho imparato ad amare il teatro, perché ci fu un supplente di lettere che iniziò a farci leggere Shakespeare
Qualche volta converso anche in un locale interno di piazza S. Maria in Trastevere. E lì intorno si può passeggiare bene
di RODOLFO DI GIAMMARCO
«Sono nata al Fatebenefratelli, sull´Isola Tiberina. La gioventù l´ho trascorsa con mia madre a Trastevere, prima in casa di mia nonna (che ricordo come casa più di qualunque altro luogo) e poi, tranne una parentesi a Bologna, in abitazioni di amici. Se ci penso, quegli esodi e quelle ospitalità tutte nell´area d´uno stesso quartiere dal volto così popolare mi danno l´idea d´aver vissuto in un villaggio. Un villaggio dove s´incontrano persone in continuazione, dove si va in bicicletta, dove il cielo di Roma ha un rapporto particolare coi palazzi, con le architetture che riflettono sempre in modo strano e intenso la luce. E per me quest´orizzonte s´estende fino alla zona di Via Giulia dove andavo a scuola, al Virgilio. Ci fu un breve periodo di insediamento a Greccio, in campagna, e poi un bel giorno, avrò avuto cinque anni, io e mia madre abbiamo messo piede in una casetta tutta per noi, 18 metri quadrati a San Saba, in Via Giovanni Miani. Sarà stata una sfortuna ma lì, all´epoca, la gente non era molto comunicativa, e mamma non trovò amici sinceri».
«La tappa seguente, quando compii 8 anni, fu una casa che ci comprò nonna: 45 metri a Via delle Mura Ardeatine con un grande terrazzo. Personalmente ci ho trascorso dieci anni, perché poi dai miei 18 ai miei 24 ho avuto per base Londra, dove ho studiato, mi sono formata. Finché un´occasione inaspettata, i provini e una scrittura offertami da Bellocchio nel '98, m´ha fatto tornare in Italia. Mantenendo ancora un piede in Inghilterra, sono andata su e giù, e da marzo del 2000 mi sono ritrasferita a Roma abitando per conto mio al Testaccio, a Monteverde Vecchio (bellissimo quartiere, una scoperta), in casa di amici miei al centro storico e finalmente a Via Monte del Gallo con la quiete di una strada lontana dal chiasso, col portone su una scalinata?».
È irrequieto e nomade, è saltuario e temperamentale, il rapporto di Maya Sansa con Roma. La pirandelliana Annetta de La balia di Bellocchio, la benzinaia lesbica di Benzina della Stambrini, l´isolana energica de La meglio gioventù di Giordana e la terrorista implicata nel sequestro di Moro in Buongiorno, notte ancora di Bellocchio è una donna di madre italiana e di padre iraniano (conosciuto a 15 anni), una cittadina del mondo dotata di fervore stoico, di sensitività raggiante. Una che ama l´ambiente dello spettacolo grazie a un´educazione teatrale ricevuta proprio nella nostra città. «Sì, è al liceo che ho imparato ad amare il teatro, perché ci fu un supplente di lettere che iniziò a farci leggere Shakespeare e Beckett. E io, appartenente a una generazione che aveva appreso molto da una tv ancora (altri tempi) basata su programmi culturali, avevo fin lì una bella curiosità per gli aspetti visivi dell´arte, una curiosità che s´orientò agli scenari e alla pratica d´un teatro messo in cantiere al posto dell´ora di religione. A 15 anni facevo quest´esperienza di pomeriggio al Virgilio, e s´andava da cose alternative all´Aminta del Tasso. Il passo successivo, a 17 anni, fu il laboratorio di Cristiano Censi e Isabella Del Bianco al Teatro dei Cocci, e lì tutti m´incoraggiarono».
Tanto che fece il grande salto, andò a studiare inglese a Cambridge e s´iscrisse alla Guildhall School of Music and Drama di Londra, dove il corso durava tre anni, e si misurò col Bardo, con Cechov, Ayckbourn, Pinter, sorprendendosi che dall´Italia (grazie all´amico Andrea Di Stefano che l´aveva segnalata al casting) la convocassero mentre stavano cercando il volto adatto per "La balia" di Bellocchio. Andò tutto bene. Saltò 11 settimane del corso londinese. Lavorò sul set di Frascati, a Villa Parisi. Scrupolosa, tornò poi a Londra a frequentare sino al termine l´accademia. E dal marzo 2000 ritornò ad essere romana.
«Mettendo Trastevere al primo posto, le emozioni maggiori me le danno i ponti, l´Isola Tiberina, o anche San Lorenzo, e per certi versi l´Aventino. Roma mi dà gioie e dolori. La conosco girando in motorino solo da tre anni. La riconosco come un luogo d´affezione, come il terreno dove affondano le mie radici. Anche se i miei principali cambiamenti sono avvenuti, per una questione d´età, a Londra». È un misto di passionalità di indole e di pacatezza di modi, Maya Sansa, da far supporre che la "sua" Roma sia poco traducibile in mappe, in svelamenti, in dichiarazioni d´appartenenza. E invece?
«Mi faccia riflettere. Dove vedo più volentieri gli altri? Forse al Bibli: ideale, quieto, accogliente. E lì intorno si può passeggiare bene. Qualche volta converso anche in un locale interno di Piazza Santa Maria in Trastevere. La cultura del mangiare? Non so, forse tradisco Roma. Vado matta per i cibi delicati, per il sushi a Via dei Serpenti, a Via degli Scipioni, e a Via Regina Margherita. Lo so che fa tendenza, ma io ci vado in tuta e scarpe da ginnastica. Mi spiace un po´ constatare che è una faccenda élitaria, che i prezzi non sono sempre accessibili a tutti. Ma ho avuto anche un legame con la tradizione gastronomica: andavo da Augusto a Piazza Renzi in Trastevere, e vado al Ditirambo e al Grappolo d´Oro a vicolo de´ Bovari. Dove vado a fare i miei acquisti? Al mercato sotto casa, che affaccia su Via della Cava Aurelia. Scelgo solo in due bancarelle, vado per simpatia, non guardo i prezzi. Ah, ho un debole: non posso fare a meno delle tisane e delle creme biologiche Neal´s Yard Remedies a Via della Reginetta (anche per fare due passi). Non ho l´ossessione del biologico ma ho gusti leggeri. E allora viva l´Albero del Pane a Via S. Maria del Pianto dalle parti di Via Arenula. Sono pigrissima per l´abbigliamento. Devo chiedere a tanti amici dove andare».
Ma si sente romana, Maya Sansa? «Temevo questa domanda. Ora vado e vengo da Parigi. Da un anno. E ho deciso col mio compagno francese di stare più lì (vicino Montmartre) che qui. Ma le potrei rispondere che adesso ho vissuto in Toscana per il film "Contro natura" di Alessandro Tofanelli dove ero una donna del bosco di San Rossore e riandrò in Toscana per essere una donna anni Trenta sempre proveniente da San Rossore in Una relazione di Carlo Mazzacurati». Eppure questa sensibile attrice col volto solcato da storie lontane ha un fatalismo anche romano, un´ironia anche romana, una smania anche romana.
mercoledì 17 marzo 2004
una intervista di Paolo Izzo
all'autrice di "La sindrome di Eloisa"
Zefiro n.2 del 17/03/04
Un libro che ha fatto discutere per le sue implicazioni sulla vita privata di Freud, sulla sua omosessualità: e i suoi seguaci si interrogano sulla coerenza della teoria freudiana
Sindrome d'amore
Attraverso le epistole di scrittrici e scrittori del passato, Gianna Sarra ci racconta la loto vita privata. Rivelandone i vizi e le virtù.
di Paolo Izzo
Gianna Sarra è poetessa, scrittrice e saggista. La casa editrice Nutrimenti ha da poco pubblicato un suo saggio molto interessante, un volumetto rosso con un cuore nel mezzo e l’apparenza di un romanzo d’amore. Ma “La sindrome di Eloisa” (Nutrimenti, pp. 160 - € 14,00) è soprattutto un’attenta analisi dei rapporti epistolari, a partire da quelli di scrittrici e scrittori famosi. Abbiamo intervistato l’Autrice per farci raccontare di questo viaggio tra le parole, ricco di sorprese e di inattese rivelazioni, con un piacevole sapore di passato.
Nella sua ricerca avrà scoperto i tanti segreti che le lettere d’amore nascondono…
«Prima di tutto ho scoperto con grande stupore che il linguaggio sentimentale, i circuiti cerebrali che sono addetti, diciamo, alla trasmissione di questo genere di rapporti, sono identici da millenni! Per cui una lettera di Ovidio ha lo stesso timbro di quella scritta da un poeta romantico dell’Ottocento, da un Byron per esempio, oppure da una M.me de Sévigné che scrive alla figlia, creando non poco scandalo… È sempre lo stesso linguaggio. Che poi è anche un linguaggio buffo: come ho sottolineato con una poesia di Pessoa, il senso del ridicolo viene totalmente a mancare… Perché sei fuori di te nel momento in cui sei in preda alla passione, alle emozioni, non ti rendi nemmeno conto se l’altro ti corrisponde o meno. E quindi il senso del ridicolo cade. Ma questo è il bello!»
Si va a finire nell’irrazionale… Lei dice “fuori di sé”, ma è anche molto “dentro di sé”, perché è proprio il viaggio nell’inconscio che è speciale.
«Certo. Si vanno a toccare delle corde profonde… L’eros è un fuoco. Scalda, fonde certi metalli, certe giunture che abbiamo irrigidite…»
Riproporre lettere scritte a mano quando adesso esistono le e-mail, i messaggi telefonici: mezzi molto più stringati, che vanno un po’ più dritti al punto. Questo è forse… il buffo?
«Infatti. Ma è stato studiato anche questo: la diversità del linguaggio. Pare che non sia morta del tutto la consuetudine di scrivere lettere, che anzi si stia quasi quasi riprendendo… Comunque sono due tipi di messaggi molto diversi quelli elettronici e quelli… artigianali, a mano.»
Si possono anche scrivere lettere e mandarle via e-mail: il problema è che si perde un po’ la scrittura, questa sequenza di segni tracciati a mano…
«Sì, una traccia. È il segno grafico del corpo. Un centro nervoso che si muove da certe zone del cervello, che passa alla mano, alle dita e da queste alla carta. Per questo ho voluto sottolineare anche gli aspetti della lettera come oggetto erotico: Joyce che diceva alla moglie “mettitela lì, la lettera”!, Oppure chi se la cuciva in tasca, sul cuore, nella tasca interna della giacca… Per non parlare degli ebrei, cui la Bibbia dice “tienimi legata al tuo cuore, tienimi nella tua mente”, che si cuciono dei rotoli di carta intorno ai polsi. Insomma c’è tutta una fisicità che attraverso l’elettronica si perde…»
C’è un altro aspetto che mi piace rilevare. Lei è anche poetessa: non trova che ci siano molte analogie tra lo scrivere lettere d’amore e lo scrivere poesie?
«Infatti! Questo saggio doveva essere di 300 pagine a stampa; ho dovuto fare un editing per renderlo più fruibile. Però nella versione originale c’era un capitolo dedicato a tutte le poesie-lettere, le poesie d’amore che derivano da lettere o che sono scritte in forma di lettere. Ce n’è una di Montale stupenda, “Notizie dall’Amiata”, “Ti scrivo da questa cellula di miele…”. Io stessa ho scritto poesie d’amore in forma di lettera. Oppure può capitare di scrivere una lettera e di accorgersi che sono scappati fuori dei versi: allora questi versi li ritagli e ne fai una poesia!»
«L’atto di scrivere una lettera è destinato al fallimento, a mancare cioè il suo bersaglio – che sarebbe poi l’incontro, nello stesso tempo e luogo, di due persone che si amano: un appuntamento in aria, come dei trapezisti». È un passaggio del suo libro che mi ha molto colpito. Ma cosa intendeva, davvero?
«Lo dicevo a proposito di Kafka, di quando scriveva a Milena che “i fantasmi si bevono i baci dalle lettere”… Come se i messaggi si perdessero in volo… Mi vengono in mente tutte quelle lettere scritte post-mortem: il vedovo di Sylvia Plath che le dedica “Lettere per il compleanno”; la Spaziani che scrive a Emily Dickinson, o Josif Brodskij che ha scritto una bellissima lettera a Orazio. Lettere ai morti, dunque. È perché la comunicazione non è soltanto inter-spaziale, ma anche inter-temporale. Tanto le lettere arrivano sempre! Nel senso che se tu provi un certo genere di emozioni nei confronti di un’altra persona che non ne è al corrente esplicitamente, queste onde arrivano, che siano positive o negative…»
Quindi è come se non ci si aspettasse niente in cambio di una lettera o di una poesia…
«È la cosa più egoista che esista! Nel senso che lo fai perché ti fa piacere. Quando sento dire “Eh, Leopardi, che vita infelice…”. Lui è stato il primo lettore dell’Infinito! Ci rendiamo conto? Cioè lui, nel momento in cui è stato ispirato a scrivere quei versi, se li è goduti per primo! Un conto è la biografia e un conto è la vita: è una gioia grandissima, quando ti arrivano questi versi, perché arrivano come un dono. Per la prosa e la saggistica è diverso, perché non c’è molta gratificazione narcisistica immediata: quando scrivi un saggio devi essere il più possibile oggettivo. Io ho messo molta cura e con tutto ciò mi è stato detto “sei un po’ femminista, perché sembra che qui solo gli uomini sono cattivi, le Eloise si ammalano!”. Insomma, un po’ mi è scappata la mano. Ad ogni modo la prosa è più laboriosa, più faticata; la saggistica addirittura sta in croce, perché ogni pagina, ogni virgola, ogni riferimento deve essere controllato.»
Lei comunque riesce a essere “lirica”. Si vede che viene dalla poesia. Il modo stesso in cui ripropone queste lettere, non interamente, prendendone brani e legandoli a un discorso…
«Questo secondo me è l’aspetto originale del libro, lei ha toccato il tasto giusto: è come una torta a spicchi, dico io; sono andata per temi, per argomenti… Per questo mi è stato detto che ho inventato, ma forse è meglio dire sottolineato, alcune categorie psicologiche: la sindrome di Eloisa, il complesso di Galatea, le piccole Arianne… Le racconto un episodio curioso: io ho un cugino psichiatra a Napoli, non psicologo, medico psichiatra. Si è comprato il libro e lo teneva sulla sua scrivania: arriva un paziente, vede il titolo e dice: “La sindrome di Eloisa… neh, dotto’, ma questa che è, ’n’ata malattia?”.»
A proposito di psichiatri, avrà sicuramente letto il Venerdì di Repubblica, circa un mese fa: parlavano del suo libro e delle sue rivelazioni sull’omosessualità di Freud, dicendo che lo psichiatra Massimo Fagioli ne avrebbe tratto una soddisfazione…
«Ma guardi, secondo me quella è una manipolazione, perché il libro parla di tante altre cose: quello su Freud è solo un paragrafo!»
Però l’hanno sfruttato per citare Fagioli. Che su Quaderni Radicali ha dato una bella risposta, non le pare?
«Sì. Intelligente e rispettosa. Perché lui in sostanza dice questo: “Io ho tutto il rispetto per il cittadino però se viene da me uno che dice sto male perché vivo male questa condizione di omosessualità io lo curo”. Mi piacerebbe incontrare Fagioli, prima o poi, visto che sono stata citata negli stessi articoli…»
In tutta questa storia a lei tocca la parte della “coraggiosa ricercatrice”…
«Io non ho inventato niente, le lettere di Freud sono pubblicate. Ad essere onesti, c’è un libro che si chiama “La mente estatica” (Adelphi, 1989), che raccoglie una serie di saggi di Elvio Fachinelli, il famoso psicanalista morto qualche anno fa. In uno di questi saggi, intitolato “Sorsi di punch al Lete”, c’è tutta la storia del rapporto tra Freud e Fliess! È tutto scritto lì… Che poi Freud era anche sposato, ha avuto dei figli. In un altro capitolo del mio libro parlo anche della sua relazione, anche questa tutta mentale, con Lou Salomé: quindi al massimo parlerei di bisessualità…»
Secondo lei, uno che non ha tanto chiara la propria identità sessuale può, non dico curare, ma almeno capire quella degli altri?
«Ma lei lo sa che quasi tutti gli psicologi o psicanalisti, gli psichiatri, almeno quelli che ho conosciuto io, c’hanno tutti grossissimi problemi? Dev’essere il mito del guaritore ferito, il centauro che avendo una freccia in corpo riusciva a capire le sofferenze degli altri…»
Un mito da sfatare, si potrebbe aggiungere.
Un libro che ha fatto discutere per le sue implicazioni sulla vita privata di Freud, sulla sua omosessualità: e i suoi seguaci si interrogano sulla coerenza della teoria freudiana
Sindrome d'amore
Attraverso le epistole di scrittrici e scrittori del passato, Gianna Sarra ci racconta la loto vita privata. Rivelandone i vizi e le virtù.
di Paolo Izzo
Gianna Sarra è poetessa, scrittrice e saggista. La casa editrice Nutrimenti ha da poco pubblicato un suo saggio molto interessante, un volumetto rosso con un cuore nel mezzo e l’apparenza di un romanzo d’amore. Ma “La sindrome di Eloisa” (Nutrimenti, pp. 160 - € 14,00) è soprattutto un’attenta analisi dei rapporti epistolari, a partire da quelli di scrittrici e scrittori famosi. Abbiamo intervistato l’Autrice per farci raccontare di questo viaggio tra le parole, ricco di sorprese e di inattese rivelazioni, con un piacevole sapore di passato.
Nella sua ricerca avrà scoperto i tanti segreti che le lettere d’amore nascondono…
«Prima di tutto ho scoperto con grande stupore che il linguaggio sentimentale, i circuiti cerebrali che sono addetti, diciamo, alla trasmissione di questo genere di rapporti, sono identici da millenni! Per cui una lettera di Ovidio ha lo stesso timbro di quella scritta da un poeta romantico dell’Ottocento, da un Byron per esempio, oppure da una M.me de Sévigné che scrive alla figlia, creando non poco scandalo… È sempre lo stesso linguaggio. Che poi è anche un linguaggio buffo: come ho sottolineato con una poesia di Pessoa, il senso del ridicolo viene totalmente a mancare… Perché sei fuori di te nel momento in cui sei in preda alla passione, alle emozioni, non ti rendi nemmeno conto se l’altro ti corrisponde o meno. E quindi il senso del ridicolo cade. Ma questo è il bello!»
Si va a finire nell’irrazionale… Lei dice “fuori di sé”, ma è anche molto “dentro di sé”, perché è proprio il viaggio nell’inconscio che è speciale.
«Certo. Si vanno a toccare delle corde profonde… L’eros è un fuoco. Scalda, fonde certi metalli, certe giunture che abbiamo irrigidite…»
Riproporre lettere scritte a mano quando adesso esistono le e-mail, i messaggi telefonici: mezzi molto più stringati, che vanno un po’ più dritti al punto. Questo è forse… il buffo?
«Infatti. Ma è stato studiato anche questo: la diversità del linguaggio. Pare che non sia morta del tutto la consuetudine di scrivere lettere, che anzi si stia quasi quasi riprendendo… Comunque sono due tipi di messaggi molto diversi quelli elettronici e quelli… artigianali, a mano.»
Si possono anche scrivere lettere e mandarle via e-mail: il problema è che si perde un po’ la scrittura, questa sequenza di segni tracciati a mano…
«Sì, una traccia. È il segno grafico del corpo. Un centro nervoso che si muove da certe zone del cervello, che passa alla mano, alle dita e da queste alla carta. Per questo ho voluto sottolineare anche gli aspetti della lettera come oggetto erotico: Joyce che diceva alla moglie “mettitela lì, la lettera”!, Oppure chi se la cuciva in tasca, sul cuore, nella tasca interna della giacca… Per non parlare degli ebrei, cui la Bibbia dice “tienimi legata al tuo cuore, tienimi nella tua mente”, che si cuciono dei rotoli di carta intorno ai polsi. Insomma c’è tutta una fisicità che attraverso l’elettronica si perde…»
C’è un altro aspetto che mi piace rilevare. Lei è anche poetessa: non trova che ci siano molte analogie tra lo scrivere lettere d’amore e lo scrivere poesie?
«Infatti! Questo saggio doveva essere di 300 pagine a stampa; ho dovuto fare un editing per renderlo più fruibile. Però nella versione originale c’era un capitolo dedicato a tutte le poesie-lettere, le poesie d’amore che derivano da lettere o che sono scritte in forma di lettere. Ce n’è una di Montale stupenda, “Notizie dall’Amiata”, “Ti scrivo da questa cellula di miele…”. Io stessa ho scritto poesie d’amore in forma di lettera. Oppure può capitare di scrivere una lettera e di accorgersi che sono scappati fuori dei versi: allora questi versi li ritagli e ne fai una poesia!»
«L’atto di scrivere una lettera è destinato al fallimento, a mancare cioè il suo bersaglio – che sarebbe poi l’incontro, nello stesso tempo e luogo, di due persone che si amano: un appuntamento in aria, come dei trapezisti». È un passaggio del suo libro che mi ha molto colpito. Ma cosa intendeva, davvero?
«Lo dicevo a proposito di Kafka, di quando scriveva a Milena che “i fantasmi si bevono i baci dalle lettere”… Come se i messaggi si perdessero in volo… Mi vengono in mente tutte quelle lettere scritte post-mortem: il vedovo di Sylvia Plath che le dedica “Lettere per il compleanno”; la Spaziani che scrive a Emily Dickinson, o Josif Brodskij che ha scritto una bellissima lettera a Orazio. Lettere ai morti, dunque. È perché la comunicazione non è soltanto inter-spaziale, ma anche inter-temporale. Tanto le lettere arrivano sempre! Nel senso che se tu provi un certo genere di emozioni nei confronti di un’altra persona che non ne è al corrente esplicitamente, queste onde arrivano, che siano positive o negative…»
Quindi è come se non ci si aspettasse niente in cambio di una lettera o di una poesia…
«È la cosa più egoista che esista! Nel senso che lo fai perché ti fa piacere. Quando sento dire “Eh, Leopardi, che vita infelice…”. Lui è stato il primo lettore dell’Infinito! Ci rendiamo conto? Cioè lui, nel momento in cui è stato ispirato a scrivere quei versi, se li è goduti per primo! Un conto è la biografia e un conto è la vita: è una gioia grandissima, quando ti arrivano questi versi, perché arrivano come un dono. Per la prosa e la saggistica è diverso, perché non c’è molta gratificazione narcisistica immediata: quando scrivi un saggio devi essere il più possibile oggettivo. Io ho messo molta cura e con tutto ciò mi è stato detto “sei un po’ femminista, perché sembra che qui solo gli uomini sono cattivi, le Eloise si ammalano!”. Insomma, un po’ mi è scappata la mano. Ad ogni modo la prosa è più laboriosa, più faticata; la saggistica addirittura sta in croce, perché ogni pagina, ogni virgola, ogni riferimento deve essere controllato.»
Lei comunque riesce a essere “lirica”. Si vede che viene dalla poesia. Il modo stesso in cui ripropone queste lettere, non interamente, prendendone brani e legandoli a un discorso…
«Questo secondo me è l’aspetto originale del libro, lei ha toccato il tasto giusto: è come una torta a spicchi, dico io; sono andata per temi, per argomenti… Per questo mi è stato detto che ho inventato, ma forse è meglio dire sottolineato, alcune categorie psicologiche: la sindrome di Eloisa, il complesso di Galatea, le piccole Arianne… Le racconto un episodio curioso: io ho un cugino psichiatra a Napoli, non psicologo, medico psichiatra. Si è comprato il libro e lo teneva sulla sua scrivania: arriva un paziente, vede il titolo e dice: “La sindrome di Eloisa… neh, dotto’, ma questa che è, ’n’ata malattia?”.»
A proposito di psichiatri, avrà sicuramente letto il Venerdì di Repubblica, circa un mese fa: parlavano del suo libro e delle sue rivelazioni sull’omosessualità di Freud, dicendo che lo psichiatra Massimo Fagioli ne avrebbe tratto una soddisfazione…
«Ma guardi, secondo me quella è una manipolazione, perché il libro parla di tante altre cose: quello su Freud è solo un paragrafo!»
Però l’hanno sfruttato per citare Fagioli. Che su Quaderni Radicali ha dato una bella risposta, non le pare?
«Sì. Intelligente e rispettosa. Perché lui in sostanza dice questo: “Io ho tutto il rispetto per il cittadino però se viene da me uno che dice sto male perché vivo male questa condizione di omosessualità io lo curo”. Mi piacerebbe incontrare Fagioli, prima o poi, visto che sono stata citata negli stessi articoli…»
In tutta questa storia a lei tocca la parte della “coraggiosa ricercatrice”…
«Io non ho inventato niente, le lettere di Freud sono pubblicate. Ad essere onesti, c’è un libro che si chiama “La mente estatica” (Adelphi, 1989), che raccoglie una serie di saggi di Elvio Fachinelli, il famoso psicanalista morto qualche anno fa. In uno di questi saggi, intitolato “Sorsi di punch al Lete”, c’è tutta la storia del rapporto tra Freud e Fliess! È tutto scritto lì… Che poi Freud era anche sposato, ha avuto dei figli. In un altro capitolo del mio libro parlo anche della sua relazione, anche questa tutta mentale, con Lou Salomé: quindi al massimo parlerei di bisessualità…»
Secondo lei, uno che non ha tanto chiara la propria identità sessuale può, non dico curare, ma almeno capire quella degli altri?
«Ma lei lo sa che quasi tutti gli psicologi o psicanalisti, gli psichiatri, almeno quelli che ho conosciuto io, c’hanno tutti grossissimi problemi? Dev’essere il mito del guaritore ferito, il centauro che avendo una freccia in corpo riusciva a capire le sofferenze degli altri…»
Un mito da sfatare, si potrebbe aggiungere.
Marco Bellocchio:
un articolo su di lui di "The Village Voice" di New York, oggi
e sul New York Times
The Village Voice, da New York
March 17 - 23, 2004
Italian Master Marco Bellocchio Raises His Fists to the System
by Jessica Winter
Tribute to Marco Bellocchio
BAMcinématek, March 19 through 28
Steadily productive, fascinatingly erratic, Marco Bellocchio couples a Buñuelian scorn for bourgeois ritual with a Wiseman-like attraction to monolithic institutions and belief systems ready for the wrecking ball. One of the youngest and more leftist sprouts in the bumper crop of new Italian filmmakers in the first half of the '60s (Pasolini, Olmi, Bertolucci, the Tavianis), Bellocchio in the course of 20-some movies has dynamited small-town and socialist politics, the army, Jesuit education, and the Vatican, but he lit the first and biggest fuse under that most sacred foundation of society: the family.
Fists in His Pocket (1965) ruthlessly satirizes a provincial clan variously enervated by epilepsy, blindness, and seething resentment. When the eldest and most functional of the siblings wants to break away and take a flat in town with his fiancée, younger brother Sandro (Lou Castel, in a performance of knotted-rope tautness) contemplates aiding the cause by killing their less convenient relations. Clenched and twitchy, terrifying yet banal, Sandro is clearly meant to personify a nation's fascist hangover. Intensified by Alberto Marrama's stark black-and-white photography and the spooky thrashings of Ennio Morricone's score, Bellocchio's debut stirred 41 members of the center-right Christian Democrat Party to call for its ban as an offense against the Italian family—a charge of some irony, since the 26-year-old director made the movie with money borrowed from his own folks and shot it in mountainous Bobbio, not far from where he grew up.
Bellocchio's subsequent work has, for the most part, gone undistributed in the States. BAM's series preserves this career lacuna, jumping ahead to the spry pathos of 1984's Henry IV (1984), a Pirandello adaptation starring Marcello Mastroianni as a nobleman who believes himself to be king; then leaping again to 1991's The Conviction, a he-said-she-said account of a night spent locked in a museum that leads to sex both semi-coerced and ecstatic. Co-scripted by Bellocchio's psychoanalyst, the movie becomes a philosophical argument designed as a courtroom drama (or vice versa), posing cogent questions on the meaning of consent, power, and pleasure.
Never complacent, Bellocchio in the last few years has taken on a bold range of periods, subject matter, and tones. Set at the turn of the 20th century, The Nanny (1999) mirrors two women sorrowing through separation from their children: the despondent aristocrat who can't feed or bond with her newborn and the illiterate peasant girl who leaves her own son to nurse the rich woman's hungry boy. Patient and affecting, The Nanny nonetheless seems to be missing a last reel, as does My Mother's Smile (2002), in which a cosmopolitan painter reacts with bitter amusement and explosive rage when he learns that his monstrous mama is up for canonization. A full-body bitch-slap to the Roman Catholic church, the movie at least proved that Bellocchio's anger at institutional corruption remains bright and raw. He muted his sometimes declamatory style, however, for Good Morning, Night (2003), a terse, cagey, and mournful account of the Red Brigades kidnapping and murder of former prime minister Aldo Moro, a Christian Democrat, in 1978. (It was recently acquired for U.S. distribution by Wellspring.) Given the countercultural and even anarchic streaks in Bellocchio's early work, the film represents a sober morning-after reckoning of ideals and ideologies past.
Recensione e giudizio del pubblico sul film di Marco Bellocchio dal New York Times
(ricevuto da P. Cancellieri):
New York Times
Buongiorno, Notte
a.k.a. Good Morning, Night
2003 - Italy - Period Film/Docudrama/Political Drama
Reviewed by A. O. Scott
Type: Features
Distributor: Wellspring Media
Starring Roberto Herlitzka, Piergiorgio Bellocchio, Maya Sansa, Paolo Briguglia, Luigi Lo Cascio. Directed by Marco Bellocchio. (NR, 105 minutes)
In his early films, like "Fists in the Pocket" (1965), "China Is Near" (1967) and "In the Name of the Father" (1971), Marco Bellocchio emerged as perhaps the most incisive and passionate cinematic witness to the social, political and spiritual upheavals that convulsed Italy in the 1960's and 70's. His most recent movies, "My Mother's Smile" and "Good Morning, Night," struggle to make sense of the painful and ambiguous legacy of those years. "Good Morning, Night" reimagines the notorious kidnapping and murder of former Prime Minister Aldo Moro by the Red Brigades in 1978, one of the ugliest and most senseless episodes in modern Italian political history and in the annals of the Western European left. Moro was the leader of the center-right Christian Democrats and one of the architects of a power-sharing arrangement with the Italian Communist Party, a historic compromise intended to bring a measure of normalcy to the nation's fractious and chaotic political order. His kidnappers, self-proclaimed proletarian revolutionaries for whom any form of compromise (or of normalcy) was anathema, imagined that their action would incite a full-scale uprising against the state and its institutions. Mr. Bellocchio replays this large-scale ideological melodrama as a quiet domestic tragedy. — A. O. Scott, The New York Times
Average Reader Rating: 4.57 Stars
March 17 - 23, 2004
Italian Master Marco Bellocchio Raises His Fists to the System
by Jessica Winter
Tribute to Marco Bellocchio
BAMcinématek, March 19 through 28
Steadily productive, fascinatingly erratic, Marco Bellocchio couples a Buñuelian scorn for bourgeois ritual with a Wiseman-like attraction to monolithic institutions and belief systems ready for the wrecking ball. One of the youngest and more leftist sprouts in the bumper crop of new Italian filmmakers in the first half of the '60s (Pasolini, Olmi, Bertolucci, the Tavianis), Bellocchio in the course of 20-some movies has dynamited small-town and socialist politics, the army, Jesuit education, and the Vatican, but he lit the first and biggest fuse under that most sacred foundation of society: the family.
Fists in His Pocket (1965) ruthlessly satirizes a provincial clan variously enervated by epilepsy, blindness, and seething resentment. When the eldest and most functional of the siblings wants to break away and take a flat in town with his fiancée, younger brother Sandro (Lou Castel, in a performance of knotted-rope tautness) contemplates aiding the cause by killing their less convenient relations. Clenched and twitchy, terrifying yet banal, Sandro is clearly meant to personify a nation's fascist hangover. Intensified by Alberto Marrama's stark black-and-white photography and the spooky thrashings of Ennio Morricone's score, Bellocchio's debut stirred 41 members of the center-right Christian Democrat Party to call for its ban as an offense against the Italian family—a charge of some irony, since the 26-year-old director made the movie with money borrowed from his own folks and shot it in mountainous Bobbio, not far from where he grew up.
Bellocchio's subsequent work has, for the most part, gone undistributed in the States. BAM's series preserves this career lacuna, jumping ahead to the spry pathos of 1984's Henry IV (1984), a Pirandello adaptation starring Marcello Mastroianni as a nobleman who believes himself to be king; then leaping again to 1991's The Conviction, a he-said-she-said account of a night spent locked in a museum that leads to sex both semi-coerced and ecstatic. Co-scripted by Bellocchio's psychoanalyst, the movie becomes a philosophical argument designed as a courtroom drama (or vice versa), posing cogent questions on the meaning of consent, power, and pleasure.
Never complacent, Bellocchio in the last few years has taken on a bold range of periods, subject matter, and tones. Set at the turn of the 20th century, The Nanny (1999) mirrors two women sorrowing through separation from their children: the despondent aristocrat who can't feed or bond with her newborn and the illiterate peasant girl who leaves her own son to nurse the rich woman's hungry boy. Patient and affecting, The Nanny nonetheless seems to be missing a last reel, as does My Mother's Smile (2002), in which a cosmopolitan painter reacts with bitter amusement and explosive rage when he learns that his monstrous mama is up for canonization. A full-body bitch-slap to the Roman Catholic church, the movie at least proved that Bellocchio's anger at institutional corruption remains bright and raw. He muted his sometimes declamatory style, however, for Good Morning, Night (2003), a terse, cagey, and mournful account of the Red Brigades kidnapping and murder of former prime minister Aldo Moro, a Christian Democrat, in 1978. (It was recently acquired for U.S. distribution by Wellspring.) Given the countercultural and even anarchic streaks in Bellocchio's early work, the film represents a sober morning-after reckoning of ideals and ideologies past.
Recensione e giudizio del pubblico sul film di Marco Bellocchio dal New York Times
(ricevuto da P. Cancellieri):
New York Times
Buongiorno, Notte
a.k.a. Good Morning, Night
2003 - Italy - Period Film/Docudrama/Political Drama
Reviewed by A. O. Scott
Type: Features
Distributor: Wellspring Media
Starring Roberto Herlitzka, Piergiorgio Bellocchio, Maya Sansa, Paolo Briguglia, Luigi Lo Cascio. Directed by Marco Bellocchio. (NR, 105 minutes)
In his early films, like "Fists in the Pocket" (1965), "China Is Near" (1967) and "In the Name of the Father" (1971), Marco Bellocchio emerged as perhaps the most incisive and passionate cinematic witness to the social, political and spiritual upheavals that convulsed Italy in the 1960's and 70's. His most recent movies, "My Mother's Smile" and "Good Morning, Night," struggle to make sense of the painful and ambiguous legacy of those years. "Good Morning, Night" reimagines the notorious kidnapping and murder of former Prime Minister Aldo Moro by the Red Brigades in 1978, one of the ugliest and most senseless episodes in modern Italian political history and in the annals of the Western European left. Moro was the leader of the center-right Christian Democrats and one of the architects of a power-sharing arrangement with the Italian Communist Party, a historic compromise intended to bring a measure of normalcy to the nation's fractious and chaotic political order. His kidnappers, self-proclaimed proletarian revolutionaries for whom any form of compromise (or of normalcy) was anathema, imagined that their action would incite a full-scale uprising against the state and its institutions. Mr. Bellocchio replays this large-scale ideological melodrama as a quiet domestic tragedy. — A. O. Scott, The New York Times
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Leonardo da Vinci:
una esposizione a Genova
Liberazione 17.3.04
Leonardo
uomo d'arte e di scienza
A Genova, un'esposizione dedicata al "Da Vinci, inventore", fino al 28 marzo
di Domenico Gallo
Alla fine del Quattrocento si verificano due avvenimenti destinati a produrre profondi mutamenti nella civiltà occidentale. Si è trattato dell'aprirsi delle rotte atlantiche, scoperte da Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, e il diffondersi della stampa tipografica. Nel giro di pochi decenni, in Europa, si produssero più copie di libri di quante i copisti ne avessero pazientemente riprodotte dai tempi della caduta dell'Impero Romano. Centinaia di migliaia di libri che crearono il clima culturale di enormi potenzialità in cui crebbe l'opera di Leonardo da Vinci. Un genio, sicuramente, e autore universalmente noto di opere d'arte come "La Gioconda" o "Il Cenacolo", ma il cui ruolo all'interno dell'evolversi della cultura europea non è altrettanto conosciuto. Ingegnere e filosofo naturale, pittore e artigiano di bottega, Leonardo si è ostinatamente impegnato nel tentativo di unificare due culture che sembrano votate alla divisione e all'indifferenza. Sapere teorico e operare pratico sono inscindibili in tutta la sua carriera, anche se molti storici hanno aspramente sottovalutato il suo contributo, tanto da affermare che la scienza sarebbe stata la stessa se Leonardo da Vinci non fosse mai esistito. Un genio che non ha lasciato neppure un libro, ma solo quei preziosi codici che raccolgono i suoi appunti, le notazioni spesso curiose, i disegni e i progetti irrealizzabili. Albrecht Dürer, suo contemporaneo, pubblicava invece trattati sulle arti militari, l'ingegneria e il corpo umano. Cosa erano, dunque, le sue creazioni? Giocattoli costruiti per il divertimento dei sovrani, come sostengono gli storici che accusano Leonardo di essersi dedicato all'elaborazione e avere trascurato la realizzazione, o un passo avanti verso un più preciso metodo di rappresentazione e di conoscenza tutto visuale?
Non sono ancora gli anni del microscopio e del telescopio, ma Leonardo è certo immerso in una cultura in cui il vedere e il riprodurre anticipano, e limitatamente sviluppano, quell'approccio straniante che sarà poi la caratteristica innovatrice di Galileo Galilei e della rivoluzione scientifica. La necessità di comprendere intimamente questa magnifica "vasta macchina" che è la natura fa parte di quell'ambizioso progetto razionale a cui, nei secoli successivi, nelle scienze come in politica, nulla è dato per scontato.
A Genova, fino al 28 marzo, nell'ambito degli eventi di "Genova Capitale Europea della Cultura", un'esposizione dedicata a "Leonardo da Vinci - L'inventore" consente di conoscere la sfida di Leonardo, il suo personale approccio ai problemi scientifici e tecnologici del suo tempo. Centocinquanta pezzi esposti, tra riproduzioni di pagine, per lo più tratte dal Codice Atlantico, e ricostruzioni di macchine si affiancano a postazioni multimediali che approfondiscono l'intero contributo leonardesco.
"Lionardo" nasce a Vinci il 15 aprile del 1542. È il figlio illegittimo di un giovane notaio, Ser Piero da Vinci, e di una donna di nome Caterina che, l'anno successivo, si sposa con un fornaciaio dal simpatico nome di Accattabriga. Leonardo viene accolto nella casa paterna, accedendo a una discreta educazione, e quando Ser Piero, diventato notaio di Cosimo de' Medici, si trasferisce a Firenze, segue il padre e viene avviato alla bottega del Verrocchio, dove lavorerà assieme ad allievi come Perugino e Botticelli. La bottega fiorentina di quegli anni è un intersecarsi di cultura, arte e tecnica; lì si produce pittura, scultura, architettura, ingegneria, si fondono campane e armature, si inventano gli apparati per le feste, si realizzano sistemi di saldatura innovativi. Ottica, geometria, chimica, anatomia, meccanica e idraulica fanno parte delle competenze di un artista dell'epoca. A causa della sua formazione esplicitamente tecnica, forse affiancata all'insegnamento in una "scuola d'abaco" (un'istituzione in cui venivano insegnati primi elementi di matematica a scopo commerciale e un po' di testi in volgare), Leonardo comprende, specialmente quando abbandona Firenze per Milano, che deve ampliare la propria cultura. Le sue note riportano che attorno al 1485 possedeva 5 libri, che si incrementarono a 40 nel 1495, fino a diventare 116 nel 1503: un numero enorme per l'epoca, anche per la biblioteca di un uomo colto. Ma la sua indagine della natura sarà sempre particolare, così affidata alle immagini e così poco alle parole, tanto che i suoi progetti macchinali hanno sempre anche una valenza estetica. L'attenzione si concentra sulle mutazioni naturali, traendo da Aristotele l'apparato concettuale che distingue tra la perfezione della sfera celeste e la corruttibilità del mondo terreno, dove elementi come aria, acqua, terra e fuoco sono in costante movimento. Un movimento che non è semplicemente dislocarsi nello spazio ma trasformazione. In questo senso la mostra è ricca di spunti e di conferme. La muscolatura del collo umano è paragonata alla struttura che sorregge un albero di nave in costruzione, l'anatomia umana è comparata a quella animale, definisce il sistema nervoso come un "albero di nervi", studia la putrefazione dei cadaveri e ne calcola i tempi, innesta all'uomo le ali e comprende il paracadute sulla base dei moti naturali delle foglie. Nonostante avesse definito la guerra una "pazzia bestialissima", la sua immaginazione lo porta a progettare una serie di macchine letali come il carro armato, il sottomarino, armi a ripetizione, cannoni raffreddati ad acqua, apparecchiature per l'assedio, gigantesche balestre e catapulte. Invenzioni non realizzate che si affiancano alla bicicletta, all'automobile e a un avveniristico ponte sul Bosforo. Sembra che Leonardo fosse in grado di comprendere quanto fosse ampia la potenzialità di trasformazione della società europea che una nuova visione della conoscenza, e le sue applicazioni, fossero in grado di attuare. In questo senso Leonardo appartiene alla tradizione degli utopisti, che in molti aspetti precorre, pensando a nuove forme della città. Questo eccezionale visionario si spegne in Francia, nel 1519, lasciando tutti i suoi manoscritti, disegni e strumenti all'allievo Francesco Melzi, mentre i dipinti, fra cui la Gioconda, vanno a Giangiacomo Salai, ma la sua eredità intellettuale attende l'opera di Galileo Galilei, di Giordano Bruno e altri, fino ai giorni nostri.
Leonardo
uomo d'arte e di scienza
A Genova, un'esposizione dedicata al "Da Vinci, inventore", fino al 28 marzo
di Domenico Gallo
Alla fine del Quattrocento si verificano due avvenimenti destinati a produrre profondi mutamenti nella civiltà occidentale. Si è trattato dell'aprirsi delle rotte atlantiche, scoperte da Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, e il diffondersi della stampa tipografica. Nel giro di pochi decenni, in Europa, si produssero più copie di libri di quante i copisti ne avessero pazientemente riprodotte dai tempi della caduta dell'Impero Romano. Centinaia di migliaia di libri che crearono il clima culturale di enormi potenzialità in cui crebbe l'opera di Leonardo da Vinci. Un genio, sicuramente, e autore universalmente noto di opere d'arte come "La Gioconda" o "Il Cenacolo", ma il cui ruolo all'interno dell'evolversi della cultura europea non è altrettanto conosciuto. Ingegnere e filosofo naturale, pittore e artigiano di bottega, Leonardo si è ostinatamente impegnato nel tentativo di unificare due culture che sembrano votate alla divisione e all'indifferenza. Sapere teorico e operare pratico sono inscindibili in tutta la sua carriera, anche se molti storici hanno aspramente sottovalutato il suo contributo, tanto da affermare che la scienza sarebbe stata la stessa se Leonardo da Vinci non fosse mai esistito. Un genio che non ha lasciato neppure un libro, ma solo quei preziosi codici che raccolgono i suoi appunti, le notazioni spesso curiose, i disegni e i progetti irrealizzabili. Albrecht Dürer, suo contemporaneo, pubblicava invece trattati sulle arti militari, l'ingegneria e il corpo umano. Cosa erano, dunque, le sue creazioni? Giocattoli costruiti per il divertimento dei sovrani, come sostengono gli storici che accusano Leonardo di essersi dedicato all'elaborazione e avere trascurato la realizzazione, o un passo avanti verso un più preciso metodo di rappresentazione e di conoscenza tutto visuale?
Non sono ancora gli anni del microscopio e del telescopio, ma Leonardo è certo immerso in una cultura in cui il vedere e il riprodurre anticipano, e limitatamente sviluppano, quell'approccio straniante che sarà poi la caratteristica innovatrice di Galileo Galilei e della rivoluzione scientifica. La necessità di comprendere intimamente questa magnifica "vasta macchina" che è la natura fa parte di quell'ambizioso progetto razionale a cui, nei secoli successivi, nelle scienze come in politica, nulla è dato per scontato.
A Genova, fino al 28 marzo, nell'ambito degli eventi di "Genova Capitale Europea della Cultura", un'esposizione dedicata a "Leonardo da Vinci - L'inventore" consente di conoscere la sfida di Leonardo, il suo personale approccio ai problemi scientifici e tecnologici del suo tempo. Centocinquanta pezzi esposti, tra riproduzioni di pagine, per lo più tratte dal Codice Atlantico, e ricostruzioni di macchine si affiancano a postazioni multimediali che approfondiscono l'intero contributo leonardesco.
"Lionardo" nasce a Vinci il 15 aprile del 1542. È il figlio illegittimo di un giovane notaio, Ser Piero da Vinci, e di una donna di nome Caterina che, l'anno successivo, si sposa con un fornaciaio dal simpatico nome di Accattabriga. Leonardo viene accolto nella casa paterna, accedendo a una discreta educazione, e quando Ser Piero, diventato notaio di Cosimo de' Medici, si trasferisce a Firenze, segue il padre e viene avviato alla bottega del Verrocchio, dove lavorerà assieme ad allievi come Perugino e Botticelli. La bottega fiorentina di quegli anni è un intersecarsi di cultura, arte e tecnica; lì si produce pittura, scultura, architettura, ingegneria, si fondono campane e armature, si inventano gli apparati per le feste, si realizzano sistemi di saldatura innovativi. Ottica, geometria, chimica, anatomia, meccanica e idraulica fanno parte delle competenze di un artista dell'epoca. A causa della sua formazione esplicitamente tecnica, forse affiancata all'insegnamento in una "scuola d'abaco" (un'istituzione in cui venivano insegnati primi elementi di matematica a scopo commerciale e un po' di testi in volgare), Leonardo comprende, specialmente quando abbandona Firenze per Milano, che deve ampliare la propria cultura. Le sue note riportano che attorno al 1485 possedeva 5 libri, che si incrementarono a 40 nel 1495, fino a diventare 116 nel 1503: un numero enorme per l'epoca, anche per la biblioteca di un uomo colto. Ma la sua indagine della natura sarà sempre particolare, così affidata alle immagini e così poco alle parole, tanto che i suoi progetti macchinali hanno sempre anche una valenza estetica. L'attenzione si concentra sulle mutazioni naturali, traendo da Aristotele l'apparato concettuale che distingue tra la perfezione della sfera celeste e la corruttibilità del mondo terreno, dove elementi come aria, acqua, terra e fuoco sono in costante movimento. Un movimento che non è semplicemente dislocarsi nello spazio ma trasformazione. In questo senso la mostra è ricca di spunti e di conferme. La muscolatura del collo umano è paragonata alla struttura che sorregge un albero di nave in costruzione, l'anatomia umana è comparata a quella animale, definisce il sistema nervoso come un "albero di nervi", studia la putrefazione dei cadaveri e ne calcola i tempi, innesta all'uomo le ali e comprende il paracadute sulla base dei moti naturali delle foglie. Nonostante avesse definito la guerra una "pazzia bestialissima", la sua immaginazione lo porta a progettare una serie di macchine letali come il carro armato, il sottomarino, armi a ripetizione, cannoni raffreddati ad acqua, apparecchiature per l'assedio, gigantesche balestre e catapulte. Invenzioni non realizzate che si affiancano alla bicicletta, all'automobile e a un avveniristico ponte sul Bosforo. Sembra che Leonardo fosse in grado di comprendere quanto fosse ampia la potenzialità di trasformazione della società europea che una nuova visione della conoscenza, e le sue applicazioni, fossero in grado di attuare. In questo senso Leonardo appartiene alla tradizione degli utopisti, che in molti aspetti precorre, pensando a nuove forme della città. Questo eccezionale visionario si spegne in Francia, nel 1519, lasciando tutti i suoi manoscritti, disegni e strumenti all'allievo Francesco Melzi, mentre i dipinti, fra cui la Gioconda, vanno a Giangiacomo Salai, ma la sua eredità intellettuale attende l'opera di Galileo Galilei, di Giordano Bruno e altri, fino ai giorni nostri.
martedì 16 marzo 2004
intervista a Marco Bellocchio
GAZZETTA DI PARMA 15.3.04
INTERVISTA—Venerdì sera la «prima» al Municipale di Piacenza
Rigoletto di Bellocchio
C'è anche un nuovo film: «Il regista dei matrimoni»
di Maurizio Schiaretti
Non era un progetto coltivato per chissà quanti anni e finalmente realizzato, anzi in passato quando aveva ricevuto delle proposte simili le aveva cortesemente rifiutate. Ma a Gianni Baratta e alla Fondazione Toscanini, non ha proprio saputo dire di no ed ora, a 64 anni, sta vivendo con un pizzico di trepidazione le ore della vigilia del debutto: venerdì sera (repliche il 21 e 23 marzo) al Municipale di Piacenza infatti andrà in scena Rigoletto diretto da Gunter Neuhold e con regia di Marco Bellocchio.
«Quando mi avevano chiesto di curare la regia di un'opera di Wagner ho detto di no - ricorda il regista piacentino - Non me la sono sentita, è un autore che non conosco bene. Per la verità la mia cultura nel campo lirico è piuttosto lacunosa, ma Verdi è Verdi e le arie di Rigoletto, come Caro nome e Tutte le feste al tempio le sentivo canticchiare da mia madre quand'ero bambino».
Quest'opera gli piace perché «equilibrata» e ha trovato particolarmente eccitante l'esperienza anche perché gli ha consentito di trascorrere qualche settimana a Piacenza, la sua città natale che aveva lasciato quasi mezzo secolo fa.
«Fino a 15 anni ho vissuto a Piacenza, poi sono andato a studiare a Lodi, dai padri barnabiti, e dopo la maturità a Londra. Per fare cinema mi sono stabilito a Roma, dove abito tuttora, e quando torno dalle mie parti non mi fermo mai in città, vado direttamente a Bobbio. E' stato piacevole e curioso ritrovare i luoghi dell'infanzia, anche se sono molto cambiati. Una volta Piacenza era chiusa dentro le sue mura, poi ha cominciato a espandersi all'esterno ed è cambiato anche il modo di vivere. Era una città provinciale, per molti mesi quasi nascosta tra le nebbie padane e nella quale si respirava un clima politico molto teso. Una vita tranquilla, famiglia, scuola e chiesa - non dovevo nemmeno attraversare la strada per completare il percorso - ma minacciata da un pericolo che sembrava farsi ogni giorno più minaccioso, quello dei comunisti che, secondo la propaganda, avrebbero portato via tutto, case, terreni, denaro e avrebbero costretto ad abiurare la fede. Ma ciò non impediva ai giovanotti nei bar di parlare di donne, di vantarsi delle loro conquiste. Io non ho fatto in tempo a partecipare a queste chiacchierate ma ne ricordo l'eco e rileggendo il libretto di Rigoletto mi sono reso conto che le atmosfere di Piave e Verdi sono molto simili a quelle del dopoguerra».
Come, come? Vuoi dire che vedremo un Rigoletto anni '50?
«Ma sì, non c'è una gran differenza tra la corte del Duca di Mantova e la protervia dei ricchi, dei possidenti che erano circondati da impiegati-cortigiani, da piccolo borghesi costretti a fare i buffoni per sopravvivere: ho cercato di costruire un ponte tra quelle due epoche, di mettere a confronto due generazioni di vitelloni. Così, ad esempio, la festa non sarà a corte ma in un albergo di lusso, l'ultima sera di carnevale».
Quel che dici fa crescere e dilatare la curiosità perché rare sono state finora le tue incursioni al di fuori dell'amato e conosciuto terreno del cinema...
«E' la mia prima volta nella lirica mentre ho diretto due spettacoli teatrali, Simone d'Atene con Salvo Randone e Macbeth con Michele Placido, che ricordo sempre con piacere e nei quali, come in questo caso, ho cercato di dare tutto me stesso, di fare le cose nel miglior modo possibile».
Hai avuto difficoltà a lavorare in sintonia con il direttore d'orchestra?
«No, assolutamente. Sono due compiti diversi, dai confini precisi. Io sapevo dove mi sarei dovuto fermare e comunque con Neuhold non ci sono stati problemi: è sempre la partitura a stabilire le regole dell'allestimento».
E con i cantanti? Hai lavorato sulla gestualità, sui movimenti?
«Sì, abbastanza. E devo dire che ho trovato professionisti molto seri, preparati e disponibili: Alberto Gazale è Rigoletto, Gladys Rossi è Gilda e David Miller è il duca di Mantova. Hanno anche il fisico del ruolo e mi dicono che le voci siano molto belle. Mi sarebbe piaciuto lavorare anche più a fondo con loro, battuta per battuta insieme all'orchestra, ma...».
Ma?
«... Ma tre settimane sono troppo poche. Per un film cerco di averne sempre almeno dieci».
A proposito di cinema. Dopo Rigoletto tornerai a Roma?
«Sì, ho un lavoro che mi aspetta, un soggetto di cui ho già scritto diverse versioni. Dovrebbe intitolarsi Il regista dei matrimoni, e racconta di un regista importante che abbandona le riprese dei Promessi sposi e scappa al sud dove conosce uno che i matrimoni li filma per professione. Alla fine, incaricato da un possidente di girare il matrimonio della figlia, il regista manderà a monte le nozze...».
E si ti invitassero a un festival, ci andresti?
«Mah… non so, Certo la delusione di Venezia è stata grande anche se Buongiorno, notte è andato bene nelle sale e ora sta avendo successo in Francia e negli Stati Uniti. Comunque la decisione non potrebbe essere solo mia, un film non appartiene solo al regista. Vedremo...».
Domenica 14 Marzo 2004, 16:47
Raidue: ''Premio Rodolfo Valentino''
Roma, 14 mar. (Adnkronos) - La XXIX edizione del ''Valentino d'Oro'', premio patrocinato dal Presidente della Repubblica, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dalla Regione Puglia e dalla Citta' di Lecce, tornato nella terra d'origine dopo venti anni trascorsi a Los Angeles, New York, Rio de Janeiro, Roma e in altre Capitali europee ha premiato, al teatro Politeama di Lecce nel corso di una serata di gala condotta da Paola Perego, spalleggiata dai simpatici Lillo e Greg, in onda domani alle 23.20, i protagonisti dell'ultima stagione cinematografica. I premi sono andati a: Pupi Avati per ''Il Cuore Altrove''; Marco Bellocchio per ''Buongiorno notte''; Carlo Verdone per ''Ma che colpa abbiamo noi''; Christian De Sica, attore dal talento poliedrico e dalla naturale simpatia; Alessio Boni, autentica rivelazione grazie all'interpretazione de ''La meglio gioventu'''; Stefania Rocca, interprete sensibile di ''Prima dammi un bacio'', Vanessa Incontrada, giovane attrice gia' salita alla ribalta cinematografica internazionale. (Sin/Gs/Adnkronos)
INTERVISTA—Venerdì sera la «prima» al Municipale di Piacenza
Rigoletto di Bellocchio
C'è anche un nuovo film: «Il regista dei matrimoni»
di Maurizio Schiaretti
Non era un progetto coltivato per chissà quanti anni e finalmente realizzato, anzi in passato quando aveva ricevuto delle proposte simili le aveva cortesemente rifiutate. Ma a Gianni Baratta e alla Fondazione Toscanini, non ha proprio saputo dire di no ed ora, a 64 anni, sta vivendo con un pizzico di trepidazione le ore della vigilia del debutto: venerdì sera (repliche il 21 e 23 marzo) al Municipale di Piacenza infatti andrà in scena Rigoletto diretto da Gunter Neuhold e con regia di Marco Bellocchio.
«Quando mi avevano chiesto di curare la regia di un'opera di Wagner ho detto di no - ricorda il regista piacentino - Non me la sono sentita, è un autore che non conosco bene. Per la verità la mia cultura nel campo lirico è piuttosto lacunosa, ma Verdi è Verdi e le arie di Rigoletto, come Caro nome e Tutte le feste al tempio le sentivo canticchiare da mia madre quand'ero bambino».
Quest'opera gli piace perché «equilibrata» e ha trovato particolarmente eccitante l'esperienza anche perché gli ha consentito di trascorrere qualche settimana a Piacenza, la sua città natale che aveva lasciato quasi mezzo secolo fa.
«Fino a 15 anni ho vissuto a Piacenza, poi sono andato a studiare a Lodi, dai padri barnabiti, e dopo la maturità a Londra. Per fare cinema mi sono stabilito a Roma, dove abito tuttora, e quando torno dalle mie parti non mi fermo mai in città, vado direttamente a Bobbio. E' stato piacevole e curioso ritrovare i luoghi dell'infanzia, anche se sono molto cambiati. Una volta Piacenza era chiusa dentro le sue mura, poi ha cominciato a espandersi all'esterno ed è cambiato anche il modo di vivere. Era una città provinciale, per molti mesi quasi nascosta tra le nebbie padane e nella quale si respirava un clima politico molto teso. Una vita tranquilla, famiglia, scuola e chiesa - non dovevo nemmeno attraversare la strada per completare il percorso - ma minacciata da un pericolo che sembrava farsi ogni giorno più minaccioso, quello dei comunisti che, secondo la propaganda, avrebbero portato via tutto, case, terreni, denaro e avrebbero costretto ad abiurare la fede. Ma ciò non impediva ai giovanotti nei bar di parlare di donne, di vantarsi delle loro conquiste. Io non ho fatto in tempo a partecipare a queste chiacchierate ma ne ricordo l'eco e rileggendo il libretto di Rigoletto mi sono reso conto che le atmosfere di Piave e Verdi sono molto simili a quelle del dopoguerra».
Come, come? Vuoi dire che vedremo un Rigoletto anni '50?
«Ma sì, non c'è una gran differenza tra la corte del Duca di Mantova e la protervia dei ricchi, dei possidenti che erano circondati da impiegati-cortigiani, da piccolo borghesi costretti a fare i buffoni per sopravvivere: ho cercato di costruire un ponte tra quelle due epoche, di mettere a confronto due generazioni di vitelloni. Così, ad esempio, la festa non sarà a corte ma in un albergo di lusso, l'ultima sera di carnevale».
Quel che dici fa crescere e dilatare la curiosità perché rare sono state finora le tue incursioni al di fuori dell'amato e conosciuto terreno del cinema...
«E' la mia prima volta nella lirica mentre ho diretto due spettacoli teatrali, Simone d'Atene con Salvo Randone e Macbeth con Michele Placido, che ricordo sempre con piacere e nei quali, come in questo caso, ho cercato di dare tutto me stesso, di fare le cose nel miglior modo possibile».
Hai avuto difficoltà a lavorare in sintonia con il direttore d'orchestra?
«No, assolutamente. Sono due compiti diversi, dai confini precisi. Io sapevo dove mi sarei dovuto fermare e comunque con Neuhold non ci sono stati problemi: è sempre la partitura a stabilire le regole dell'allestimento».
E con i cantanti? Hai lavorato sulla gestualità, sui movimenti?
«Sì, abbastanza. E devo dire che ho trovato professionisti molto seri, preparati e disponibili: Alberto Gazale è Rigoletto, Gladys Rossi è Gilda e David Miller è il duca di Mantova. Hanno anche il fisico del ruolo e mi dicono che le voci siano molto belle. Mi sarebbe piaciuto lavorare anche più a fondo con loro, battuta per battuta insieme all'orchestra, ma...».
Ma?
«... Ma tre settimane sono troppo poche. Per un film cerco di averne sempre almeno dieci».
A proposito di cinema. Dopo Rigoletto tornerai a Roma?
«Sì, ho un lavoro che mi aspetta, un soggetto di cui ho già scritto diverse versioni. Dovrebbe intitolarsi Il regista dei matrimoni, e racconta di un regista importante che abbandona le riprese dei Promessi sposi e scappa al sud dove conosce uno che i matrimoni li filma per professione. Alla fine, incaricato da un possidente di girare il matrimonio della figlia, il regista manderà a monte le nozze...».
E si ti invitassero a un festival, ci andresti?
«Mah… non so, Certo la delusione di Venezia è stata grande anche se Buongiorno, notte è andato bene nelle sale e ora sta avendo successo in Francia e negli Stati Uniti. Comunque la decisione non potrebbe essere solo mia, un film non appartiene solo al regista. Vedremo...».
Domenica 14 Marzo 2004, 16:47
Raidue: ''Premio Rodolfo Valentino''
Roma, 14 mar. (Adnkronos) - La XXIX edizione del ''Valentino d'Oro'', premio patrocinato dal Presidente della Repubblica, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dalla Regione Puglia e dalla Citta' di Lecce, tornato nella terra d'origine dopo venti anni trascorsi a Los Angeles, New York, Rio de Janeiro, Roma e in altre Capitali europee ha premiato, al teatro Politeama di Lecce nel corso di una serata di gala condotta da Paola Perego, spalleggiata dai simpatici Lillo e Greg, in onda domani alle 23.20, i protagonisti dell'ultima stagione cinematografica. I premi sono andati a: Pupi Avati per ''Il Cuore Altrove''; Marco Bellocchio per ''Buongiorno notte''; Carlo Verdone per ''Ma che colpa abbiamo noi''; Christian De Sica, attore dal talento poliedrico e dalla naturale simpatia; Alessio Boni, autentica rivelazione grazie all'interpretazione de ''La meglio gioventu'''; Stefania Rocca, interprete sensibile di ''Prima dammi un bacio'', Vanessa Incontrada, giovane attrice gia' salita alla ribalta cinematografica internazionale. (Sin/Gs/Adnkronos)
Forza Italia e la psichiatria
(non sanno neanche quello che si dicono)
Vita 15.3.04
Psichiatria: il ministro Sirchia difende la 180
Lo ha fatto sabato scorso, a Trieste, spiegando il suo sostegno alla legge e la necessità di attuarla compiutamente, non di modificarla
di Benedetta Verrini
(...) Il ministro della Salute, Girolamo Sichia [di Forza Italia.Ndr], è intervenuto sabato scorso a Trieste, "a sostegno incondizionato della legge 180" spiega una nota della coop sociale Itaca (www.itaca.coopsoc.it). "Una presa di posizione netta ed autorevole quella del ministro" dicono a Itaca, che potrebbe rivelarsi decisiva nei confronti delle proposte di riforma della legge Basaglia, portate avanti a partire dal 2001 in particolar modo dall'on. Burani Procaccini[anch'essa di Forza Italia.Ndr].
"La legge 180 sulla salute mentale, la cosiddetta 'legge Basaglia', ha dato globalmente buoni risultati -ha dichiarato il ministro Sirchia -. Non si tratta tanto di cambiarla, quanto di dar seguito a quel dettato. La legge 180 è stata in parte inattuata. Se ha un difetto, non è tanto nell'impianto, quanto nella sua realizzazione. La parte domiciliare, la parte di prevenzione della patologia conclamata, tutta la riabilitazione territoriale, la rieducazione sono state applicate in maniera disuniforme: meglio in alcune Regioni, male in altre. Quindi lo sforzo che va fatto, è in quella direzione, non tanto nel senso di cambiare la legge che, con piccole modifiche, mi sembra possa andar bene ancora oggi".
Una legge "in parte inattuata" come la maggior parte delle associazioni di familiari e psichiatri italiani dicono da anni. Se uno sforzo va fatto non deve essere "nel senso di cambiare la legge" 180, "quanto nella sua realizzazione". La Basaglia -sottolinea il ministro Sirchia- "mi sembra possa andar bene ancora oggi".
Psichiatria: il ministro Sirchia difende la 180
Lo ha fatto sabato scorso, a Trieste, spiegando il suo sostegno alla legge e la necessità di attuarla compiutamente, non di modificarla
di Benedetta Verrini
(...) Il ministro della Salute, Girolamo Sichia [di Forza Italia.Ndr], è intervenuto sabato scorso a Trieste, "a sostegno incondizionato della legge 180" spiega una nota della coop sociale Itaca (www.itaca.coopsoc.it). "Una presa di posizione netta ed autorevole quella del ministro" dicono a Itaca, che potrebbe rivelarsi decisiva nei confronti delle proposte di riforma della legge Basaglia, portate avanti a partire dal 2001 in particolar modo dall'on. Burani Procaccini[anch'essa di Forza Italia.Ndr].
"La legge 180 sulla salute mentale, la cosiddetta 'legge Basaglia', ha dato globalmente buoni risultati -ha dichiarato il ministro Sirchia -. Non si tratta tanto di cambiarla, quanto di dar seguito a quel dettato. La legge 180 è stata in parte inattuata. Se ha un difetto, non è tanto nell'impianto, quanto nella sua realizzazione. La parte domiciliare, la parte di prevenzione della patologia conclamata, tutta la riabilitazione territoriale, la rieducazione sono state applicate in maniera disuniforme: meglio in alcune Regioni, male in altre. Quindi lo sforzo che va fatto, è in quella direzione, non tanto nel senso di cambiare la legge che, con piccole modifiche, mi sembra possa andar bene ancora oggi".
Una legge "in parte inattuata" come la maggior parte delle associazioni di familiari e psichiatri italiani dicono da anni. Se uno sforzo va fatto non deve essere "nel senso di cambiare la legge" 180, "quanto nella sua realizzazione". La Basaglia -sottolinea il ministro Sirchia- "mi sembra possa andar bene ancora oggi".
Paul Klee a Roma
una segnalazione di Marco Pizzarelli
GRANDI EVENTI CULTURALI:
TUTTO KLEE AL VITTORIANO
(un repertorio di immagini delle opere dell'artista può essere visto a questo indirizzo)
ROMA. Si è aperta sabato 13 al Vittoriano la mostra dedicata a Paul Klee, e continuerà fino al 27 giugno. Da oltre vent'anni Roma non dedicava un'antologica a Klee, tra i grandi maestri del Novecento: ora sarà possibile ammirare 200 opere che ripercorrono l'intera attività dell'artista, dalle grandi tele alle 'miniature' multicolori, dai lavori di grafica ai disegni a china su carta. La mostra, nata sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica e promossa dal Comune, si avvale di un prestigioso comitato scientifico di cui fanno parte i curatori Hans Christoph von Tavel (direttore dell'Istituto Svizzero di Cultura di Roma) e Claudio Strinati, sovrintendente al Polo Museale Romano. "L'arte è l'immagine allegorica della creazione", affermava Paul Klee. Il pittore elvetico, nato nel 1879, fu insolitamente prolifico: solo nel 1939, anno che precede la morte, realizzò 1200 opere. Klee è ricerca per eccellenza e la mostra ne ripercorre le tappe in sette sezioni: gli esordi (le "Invenzioni" del 1903 - 1905); il lavoro sui colori ispirato dal viaggio in Tunisia del 1914; la fase classica de "Il Cavaliere Azzurro"; infine gli ultimi anni, le settanta opere del periodo pre-bellico su cui morte e disfacimento proiettano le loro ombre.
La mostra è aperta da lunedì a giovedì, ore 9.30 - 19.30; venerdì e sabato fino alle 23.30, domenica fino alle 20.30.
Il biglietto costa intero 9 euro, ridotto 6,50 euro.
Per maggiori informazioni, 06-6780664.
GRANDI EVENTI CULTURALI:
TUTTO KLEE AL VITTORIANO
(un repertorio di immagini delle opere dell'artista può essere visto a questo indirizzo)
ROMA. Si è aperta sabato 13 al Vittoriano la mostra dedicata a Paul Klee, e continuerà fino al 27 giugno. Da oltre vent'anni Roma non dedicava un'antologica a Klee, tra i grandi maestri del Novecento: ora sarà possibile ammirare 200 opere che ripercorrono l'intera attività dell'artista, dalle grandi tele alle 'miniature' multicolori, dai lavori di grafica ai disegni a china su carta. La mostra, nata sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica e promossa dal Comune, si avvale di un prestigioso comitato scientifico di cui fanno parte i curatori Hans Christoph von Tavel (direttore dell'Istituto Svizzero di Cultura di Roma) e Claudio Strinati, sovrintendente al Polo Museale Romano. "L'arte è l'immagine allegorica della creazione", affermava Paul Klee. Il pittore elvetico, nato nel 1879, fu insolitamente prolifico: solo nel 1939, anno che precede la morte, realizzò 1200 opere. Klee è ricerca per eccellenza e la mostra ne ripercorre le tappe in sette sezioni: gli esordi (le "Invenzioni" del 1903 - 1905); il lavoro sui colori ispirato dal viaggio in Tunisia del 1914; la fase classica de "Il Cavaliere Azzurro"; infine gli ultimi anni, le settanta opere del periodo pre-bellico su cui morte e disfacimento proiettano le loro ombre.
La mostra è aperta da lunedì a giovedì, ore 9.30 - 19.30; venerdì e sabato fino alle 23.30, domenica fino alle 20.30.
Il biglietto costa intero 9 euro, ridotto 6,50 euro.
Per maggiori informazioni, 06-6780664.
«La ricerca dell'identità»
secondo Vittorio Sgarbi e Sigmund Freud...
Gazzetta del Sud 16.3.04
DA TIZIANO A DE CHIRICO
Esposizione curata da Vittorio Sgarbi, al polo culturale Sant'Agostino di Ascoli Piceno
dal 4 aprile al 27 giugno
«La ricerca dell'identità», cinque secoli di ritratti
di Franco Geraci
«La ricerca dell' identità, da Tiziano a de Chirico» è il titolo di una mostra curata da Vittorio Sgarbi, in programma al polo culturale Sant'Agostino di Ascoli Piceno dal 4 aprile al 27 giugno. Si tratta – riferisce il critico – di un'evoluzione delle rassegne precedenti di Cagliari e di Palermo ed è il tentativo di esaminare nell'arte il momento in cui le figure ritratte non sono solo un'immagine, ma svelano uno scandaglio interiore e l'anima nel volto, con un riferimento all'analisi della psiche studiata da Freud a inizio Novecento. Nella mostra, affinché l'indagine assuma un significato storico, lo spaccato temporale si allarga a cinque secoli e quindi non soltanto agli anni che corrispondono alle ricerche del padre della psicanalisi. l'esposizione si incentra su opere e artisti italiani dal '500 ad oggi. L'analisi si svolge attraverso la ritrattistica, intesa non come produzione di immagine anche ufficiale, ma come ritratto psicologico. Nello specifico delle opere, si sottolineano aggiunte di grande rilievo, con lavori di Leandro Bassano, Pier Leone Ghezzi, Augusto Mussini, Osvaldo Licini, che completano il panorama della già ricca esposizione di Tiziano, Jacopino del Conte, Passerotti, Carracci, Ribera, Preti, Voet, Mola, Fra Galgario, Solimena, Pitocchetto. Il Novecento, secolo di Freud, il periodo dove la proiezione di incubi e sogni, l'interpretazione di ansie ed inquietudini, mostrano la condizione dell'uomo nella metafora dell'assenza degli spazi vuoti e desolati, è rappresentato anche da lavori di Boccioni, De Chirico, Viani, Sironi, Scipione, Guttuso, Ligabue, Pirandello. O anche da artisti non molto conosciuti, ma comunque da scoprire, come Micaelles, Villani, Buratti, ed altri inclini alla visione esistenziale come Gnoli, Ferroni, Music, Sughi, Guarienti, Fioravanti. L'organizzazione della mostra è di Tekne, il coordinamento generale di Gilberto Algranti. La rassegna è corredata da un catalogo edito da Skira.
DA TIZIANO A DE CHIRICO
Esposizione curata da Vittorio Sgarbi, al polo culturale Sant'Agostino di Ascoli Piceno
dal 4 aprile al 27 giugno
«La ricerca dell'identità», cinque secoli di ritratti
di Franco Geraci
«La ricerca dell' identità, da Tiziano a de Chirico» è il titolo di una mostra curata da Vittorio Sgarbi, in programma al polo culturale Sant'Agostino di Ascoli Piceno dal 4 aprile al 27 giugno. Si tratta – riferisce il critico – di un'evoluzione delle rassegne precedenti di Cagliari e di Palermo ed è il tentativo di esaminare nell'arte il momento in cui le figure ritratte non sono solo un'immagine, ma svelano uno scandaglio interiore e l'anima nel volto, con un riferimento all'analisi della psiche studiata da Freud a inizio Novecento. Nella mostra, affinché l'indagine assuma un significato storico, lo spaccato temporale si allarga a cinque secoli e quindi non soltanto agli anni che corrispondono alle ricerche del padre della psicanalisi. l'esposizione si incentra su opere e artisti italiani dal '500 ad oggi. L'analisi si svolge attraverso la ritrattistica, intesa non come produzione di immagine anche ufficiale, ma come ritratto psicologico. Nello specifico delle opere, si sottolineano aggiunte di grande rilievo, con lavori di Leandro Bassano, Pier Leone Ghezzi, Augusto Mussini, Osvaldo Licini, che completano il panorama della già ricca esposizione di Tiziano, Jacopino del Conte, Passerotti, Carracci, Ribera, Preti, Voet, Mola, Fra Galgario, Solimena, Pitocchetto. Il Novecento, secolo di Freud, il periodo dove la proiezione di incubi e sogni, l'interpretazione di ansie ed inquietudini, mostrano la condizione dell'uomo nella metafora dell'assenza degli spazi vuoti e desolati, è rappresentato anche da lavori di Boccioni, De Chirico, Viani, Sironi, Scipione, Guttuso, Ligabue, Pirandello. O anche da artisti non molto conosciuti, ma comunque da scoprire, come Micaelles, Villani, Buratti, ed altri inclini alla visione esistenziale come Gnoli, Ferroni, Music, Sughi, Guarienti, Fioravanti. L'organizzazione della mostra è di Tekne, il coordinamento generale di Gilberto Algranti. La rassegna è corredata da un catalogo edito da Skira.
Cina
Repubblica 16.3.04
La Shanghai di oggi ricorda l'euforia speculativa che la California conobbe alla fine degli Anni Novanta
Cina, nel futuro della finanza il mistero della Grande Borsa
"Gli investitori accorrono da tutto il mondo per comprare il miracolo cinese"
Tante però le analogie con la febbre della New Economy: "Per un affare, cento mine"
di FEDERICO RAMPINI
SHANGHAI - La camera 1624 dell´Hilton di Shanghai ha lo stesso ospite da tredici anni. L´avvocato d´affari Norman Givant di Berkeley vi posò la valigia per soggiornare pochi mesi e non l´ha più lasciata. Givant è un pioniere nell´assistere le imprese occidentali che investono in Cina. Arrivò quando il leader comunista Deng Xiaoping rilanciava Shanghai: il centro dell´esperimento capitalista che doveva salvare la Cina dall´isolamento internazionale dopo la Piazza Tienanmen. Da allora, divenuto socio di uno dei più grandi studi legali americani, Givant è stato travolto dal successo al punto da non avere tempo di cercar casa («con i soldi che gli ho dato - brontola - dovrei possedere tutto l´Hilton»). E´ la persona giusta per affrontare una questione delicata: il profumo di bolla speculativa che aleggia su questa città, e ricorda l´euforìa finanziaria che vedemmo nascere in California alla fine degli anni 90.
«Tutti gli investitori del mondo accorrono per comprare un pezzo del miracolo cinese prima che sia tardi - osserva l´avvocato californiano - ma un quarto delle aziende quotate a Shanghai sono in perdita. Non è una Borsa dove metterei i miei risparmi. Il finanziere americano Warren Buffett, che di solito non sbaglia, sei mesi fa ha comprato azioni della China Petrochemicals e per ora ci ha solo perso. George Soros sostiene che il mondo è troppo esposto in investimenti cinesi. Se mi guardo attorno, per ogni opportunità d´oro vedo cento mine vaganti». Le analogie con la febbre della New Economy sono palpabili. La più grande società cinese che ha fatto il suo ingresso in Borsa negli ultimi mesi - una compagnia assicurativa - ha ricevuto prenotazioni 130 volte superiori ai titoli in vendita. Tre siti Internet quotati al Nasdaq hanno triplicato il loro valore negli ultimi dodici mesi e sono tutti cinesi: Sina.com, Sohu.com e NetEase.com. Drogato dagli acquisti dei cinesi d´oltremare che tornano a comprar case nella madrepatria, il prezzo del metro quadro a Shanghai vola. Per calmare la speculazione immobiliare la banca centrale annuncia un nuovo limite sul credito: d´ora in avanti i palazzinari potranno farsi prestare dalle banche «solo»...il 70% del capitale investito.
Victor G.H. Ho, avvocato d´affari del China Practice Group, non è meno severo del suo concorrente americano. «Noi cinesi siamo speculatori nati - dice - e il nostro mercato è poco trasparente. In passato la maggior parte delle aziende che approdavano alla quotazione in Borsa lo facevano non perché erano le più sane ma perché erano a corto di soldi e avevano gli appoggi politici. Lo Stato privatizza ciò che non rende, usa la Borsa come un sostituto delle tasse. Il mercato funziona se ispira fiducia e la fiducia si costruisce con le regole. Qui un arbitro imparziale non esiste, i giudici sono spesso militari in pensione, inesperti o peggio».
Al numero 315 della strada Zhong Shan sono ricevuto da Zhang Wei, una specie di Cuccia cinese che fa e disfa la geografia di questo capitalismo nascente. Gestisce una merchant bank dalle strategie arcane - come la vecchia Mediobanca - che al tempo stesso è una sorta di Gepi, la holding di Stato in cui i nostri governi democristiani infilavano aziende pubbliche decotte. Questa cosa si chiama Shanghai United Assets and Equity Exchange. Fuori dalla porta di Zhang Wei c´è la fila dei manager di multinazionali straniere che vogliono comprarsi pezzi dell´industria cinese in dismissione. «Ho chiuso un affare con la francese Alcatel - dice - le abbiamo venduto il 51% della Shanghai Bell, l´azienda telefonica municipale, socio di minoranza resta il governo locale». Gli investitori stranieri, quando comprano aziende pubbliche inefficienti, per ristrutturarle arrivano a offrire 5.000 dollari di buonuscita ad ogni lavoratore: una fortuna.
Tante volte nella storia la Cina è stata l´oggetto del desiderio del capitalismo occidentale. L´ultima infatuazione risale a 12 anni fa: allora nasceva una «bolla» cinese il cui ricordo è annebbiato da quel che è accaduto dopo, la crisi asiatica del ?97 e la febbre della New Economy. 9 ottobre 1992: la Brilliance China Automotive - una holding con sede alle Bermuda proprietaria di un´azienda di Stato per la produzione di minibus - faceva il suo ingresso a Wall Street. L´indomani le sue azioni andavano talmente a ruba che il volume di scambi era secondo solo alla Ford. Febbraio 1993, un´altra casa automobilistica cinese veniva collocata a Hong Kong: la domanda delle sue azioni era 657 volte l´offerta.
Nella bolla cinese dei primi anni 90 molti stranieri hanno lasciato le penne, ma stavolta la posta in gioco è più importante. La stabilità politica del paese dipende dalla crescita. Il premier Wen avverte i rischi di surriscaldamento dell´economia, ma il pericolo più immediato è un altro: se si guasta il giocattolo di Shanghai, questa macchina che ha garantito una crescita del Pil del 9% all´anno, come reagirà la middle class che assapora un benessere di tipo occidentale? 200 milioni di consumatori medioalti, i privilegiati delle metropoli costiere, sono la prima constituency su cui poggia la nuova legittimità dei leader e del loro esperimento liberista. Una recessione sarebbe più dura per gli 800 milioni di contadini, ma è il ceto medio di Shanghai, quello che legge inglese e naviga su Internet, che rischia di cercare sfogo nel «cattivo esempio» di Hong Kong, nelle sue manifestazioni di protesta e nella sua sete di democrazia.
La febbre finanziaria genera crisi improvvise, tuttavia questo boom poggia su un´economia reale più robusta di un decennio fa. Lo testimonia l´impazzimento mondiale del trasporto marittimo, i porti congestionati e gli armatori a corto di navi per l´impennata (+35% in un anno) del traffico di merci dalla Cina e per la Cina. Lo dimostra lo spessore del mercato interno: un televisore per ogni famiglia cinese, un frigo e una lavatrice in quattro case su cinque, un Dvd e un condizionatore d´aria nel 50% delle famiglie, il 20% col personal computer, 70 milioni navigano online, 200 milioni hanno cable-tv e telefonino. «La bolla può scoppiare e si possono perdere tanti soldi - conclude Ho - ma questo ormai è il paese dove gli investitori occidentali saranno condannati a ritornare sempre».
(3 - FINE)
La Shanghai di oggi ricorda l'euforia speculativa che la California conobbe alla fine degli Anni Novanta
Cina, nel futuro della finanza il mistero della Grande Borsa
"Gli investitori accorrono da tutto il mondo per comprare il miracolo cinese"
Tante però le analogie con la febbre della New Economy: "Per un affare, cento mine"
di FEDERICO RAMPINI
SHANGHAI - La camera 1624 dell´Hilton di Shanghai ha lo stesso ospite da tredici anni. L´avvocato d´affari Norman Givant di Berkeley vi posò la valigia per soggiornare pochi mesi e non l´ha più lasciata. Givant è un pioniere nell´assistere le imprese occidentali che investono in Cina. Arrivò quando il leader comunista Deng Xiaoping rilanciava Shanghai: il centro dell´esperimento capitalista che doveva salvare la Cina dall´isolamento internazionale dopo la Piazza Tienanmen. Da allora, divenuto socio di uno dei più grandi studi legali americani, Givant è stato travolto dal successo al punto da non avere tempo di cercar casa («con i soldi che gli ho dato - brontola - dovrei possedere tutto l´Hilton»). E´ la persona giusta per affrontare una questione delicata: il profumo di bolla speculativa che aleggia su questa città, e ricorda l´euforìa finanziaria che vedemmo nascere in California alla fine degli anni 90.
«Tutti gli investitori del mondo accorrono per comprare un pezzo del miracolo cinese prima che sia tardi - osserva l´avvocato californiano - ma un quarto delle aziende quotate a Shanghai sono in perdita. Non è una Borsa dove metterei i miei risparmi. Il finanziere americano Warren Buffett, che di solito non sbaglia, sei mesi fa ha comprato azioni della China Petrochemicals e per ora ci ha solo perso. George Soros sostiene che il mondo è troppo esposto in investimenti cinesi. Se mi guardo attorno, per ogni opportunità d´oro vedo cento mine vaganti». Le analogie con la febbre della New Economy sono palpabili. La più grande società cinese che ha fatto il suo ingresso in Borsa negli ultimi mesi - una compagnia assicurativa - ha ricevuto prenotazioni 130 volte superiori ai titoli in vendita. Tre siti Internet quotati al Nasdaq hanno triplicato il loro valore negli ultimi dodici mesi e sono tutti cinesi: Sina.com, Sohu.com e NetEase.com. Drogato dagli acquisti dei cinesi d´oltremare che tornano a comprar case nella madrepatria, il prezzo del metro quadro a Shanghai vola. Per calmare la speculazione immobiliare la banca centrale annuncia un nuovo limite sul credito: d´ora in avanti i palazzinari potranno farsi prestare dalle banche «solo»...il 70% del capitale investito.
Victor G.H. Ho, avvocato d´affari del China Practice Group, non è meno severo del suo concorrente americano. «Noi cinesi siamo speculatori nati - dice - e il nostro mercato è poco trasparente. In passato la maggior parte delle aziende che approdavano alla quotazione in Borsa lo facevano non perché erano le più sane ma perché erano a corto di soldi e avevano gli appoggi politici. Lo Stato privatizza ciò che non rende, usa la Borsa come un sostituto delle tasse. Il mercato funziona se ispira fiducia e la fiducia si costruisce con le regole. Qui un arbitro imparziale non esiste, i giudici sono spesso militari in pensione, inesperti o peggio».
Al numero 315 della strada Zhong Shan sono ricevuto da Zhang Wei, una specie di Cuccia cinese che fa e disfa la geografia di questo capitalismo nascente. Gestisce una merchant bank dalle strategie arcane - come la vecchia Mediobanca - che al tempo stesso è una sorta di Gepi, la holding di Stato in cui i nostri governi democristiani infilavano aziende pubbliche decotte. Questa cosa si chiama Shanghai United Assets and Equity Exchange. Fuori dalla porta di Zhang Wei c´è la fila dei manager di multinazionali straniere che vogliono comprarsi pezzi dell´industria cinese in dismissione. «Ho chiuso un affare con la francese Alcatel - dice - le abbiamo venduto il 51% della Shanghai Bell, l´azienda telefonica municipale, socio di minoranza resta il governo locale». Gli investitori stranieri, quando comprano aziende pubbliche inefficienti, per ristrutturarle arrivano a offrire 5.000 dollari di buonuscita ad ogni lavoratore: una fortuna.
Tante volte nella storia la Cina è stata l´oggetto del desiderio del capitalismo occidentale. L´ultima infatuazione risale a 12 anni fa: allora nasceva una «bolla» cinese il cui ricordo è annebbiato da quel che è accaduto dopo, la crisi asiatica del ?97 e la febbre della New Economy. 9 ottobre 1992: la Brilliance China Automotive - una holding con sede alle Bermuda proprietaria di un´azienda di Stato per la produzione di minibus - faceva il suo ingresso a Wall Street. L´indomani le sue azioni andavano talmente a ruba che il volume di scambi era secondo solo alla Ford. Febbraio 1993, un´altra casa automobilistica cinese veniva collocata a Hong Kong: la domanda delle sue azioni era 657 volte l´offerta.
Nella bolla cinese dei primi anni 90 molti stranieri hanno lasciato le penne, ma stavolta la posta in gioco è più importante. La stabilità politica del paese dipende dalla crescita. Il premier Wen avverte i rischi di surriscaldamento dell´economia, ma il pericolo più immediato è un altro: se si guasta il giocattolo di Shanghai, questa macchina che ha garantito una crescita del Pil del 9% all´anno, come reagirà la middle class che assapora un benessere di tipo occidentale? 200 milioni di consumatori medioalti, i privilegiati delle metropoli costiere, sono la prima constituency su cui poggia la nuova legittimità dei leader e del loro esperimento liberista. Una recessione sarebbe più dura per gli 800 milioni di contadini, ma è il ceto medio di Shanghai, quello che legge inglese e naviga su Internet, che rischia di cercare sfogo nel «cattivo esempio» di Hong Kong, nelle sue manifestazioni di protesta e nella sua sete di democrazia.
La febbre finanziaria genera crisi improvvise, tuttavia questo boom poggia su un´economia reale più robusta di un decennio fa. Lo testimonia l´impazzimento mondiale del trasporto marittimo, i porti congestionati e gli armatori a corto di navi per l´impennata (+35% in un anno) del traffico di merci dalla Cina e per la Cina. Lo dimostra lo spessore del mercato interno: un televisore per ogni famiglia cinese, un frigo e una lavatrice in quattro case su cinque, un Dvd e un condizionatore d´aria nel 50% delle famiglie, il 20% col personal computer, 70 milioni navigano online, 200 milioni hanno cable-tv e telefonino. «La bolla può scoppiare e si possono perdere tanti soldi - conclude Ho - ma questo ormai è il paese dove gli investitori occidentali saranno condannati a ritornare sempre».
(3 - FINE)
gli esordi di Ungaretti
La Stampa Tuttolibri 13.3.04
L’ufficiale sul Carso scoprì Ungaretti
di Gianpiero Chirico
INIZIA sul Carso messo a ferro e fuoco, l'avventura dell'uomo di penna naufragato nel «porto sepolto»; l'amicizia tra un poeta da scoprire e un generale pigmalione si apre su un'età, quella della Grande Guerra del 1915-’18, che segna la nascita alla poesia di Ungaretti, soldato di trincea, assegnato al fronte, nella brigata Brescia, 19° reggimento, compagnia comandata dal tenente Francesco Giangreco, siciliano. Giangreco è un ufficiale inflessibile e un uomo incline alla cultura: sin dal primo momento capisce che quel giovane è diverso dagli altri. Tutto inizia quando un suo sottoufficiale ritiene opportuno riferire su alcuni episodi che si ripetono con una certa frequenza. Racconta di un soldato assente e assorto che più di una volta ha attirato le schioppettate austriache a causa della sua mania di accendere un fiammifero o una lampada tascabile per annotare misteriose parole su fogli di carta. La storia la racconta Antonio Brancaforte, già docente di filosofia all'Università di Catania, (IBN), che ha raccolto la testimonianza del generale Giangreco, suo suocero, prima che morisse. Il tenente Giangreco incuriosito dal foglio matricolare del ventisettenne soldato dalle origini italo-egiziane e formazione francese, lo fa chiamare e ne rileva l'intelligenza: il fante Ungaretti parla di «impulsi incoercibili a fissare immagini affioranti da oscure profondità». Ungaretti rischia la corte marziale e la fucilazione: i commilitoni del poeta lo credono una spia per l'atteggiamento, per il suo silenzio, per la sua diversità. Il tenente decide di non farlo processare per spionaggio, così come segnalato dai subalterni. E' l'inizio di un'amicizia e di uno scambio di idee. Il tenente ha trovato un interlocutore, anche se non capisce la poesia rivoluzionaria dell'allora sconosciuto Ungaretti, il quale ha solo pubblicato qualche lirica sulla rivista fiorentina Lacerba, spregiudicata e combattiva, che sulla testata riporta un verso programmatico di Cecco d'Ascoli: «Qui non si canta al mondo delle rane».
Giangreco prende anche la decisione di toglierlo dalla trincea e lo assegna ai servizi nelle retrovie, dove può svolgere solo mansioni d'ufficio. Questo non impedisce, comunque, ad Ungaretti di partecipare, quando è proprio necessario, ad azioni di guerra, ma gli concede il tempo per coltivare i propri interessi.
Il giovane può adesso accendere tutte le luci che vuole e scrivere lontano dalla trincea. Senza rendersene conto l'ufficiale aveva predisposto quelle condizioni ottimali per favorire la nascita di un poeta. Giangreco confidò anche di essere stato il primo ad ascoltare la stesura di «Stasera». Al fronte, nelle gelide notti del Carso, Ungaretti leggeva e il tenente ascoltava: «Balaustra di brezza per appoggiare la mia malinconia stasera», una versione che sarebbe diventata altrimenti: «Balaustra di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia». I versi ascoltati dal tenente vengono pubblicati in una plaquette di ottanta copie a cura di un altro amico letterato e militare per caso, Ettore Serra, dal titolo emblematico di Il porto sepolto del 1916: fu lo stesso Giangreco a far incontrare i due.
Ungaretti ha conosciuto diversi scrittori che lo hanno educato al gusto per l'avanguardia, come Mallarmé, Laforgue, Apollinaire, Fort, Léger, Soffici, Papini, Prezzolini, Braque e Serra. Ma è Giangreco, sconosciuto ufficiale di fanteria, silenziosa figura di amico, a incoraggiare il poeta: semplicemente levandogli la baionetta e mettendogli nelle mani la penna. Ha capito forse prima di tutti qual è la natura che anima l'uomo Ungaretti. Che infischiandosene della guerra e delle fucilate, sentiva di dover accendere fiammiferi per «, come scriverà nella Vita d'uomo edita da Mondadori nel 1974. Quale influenza ebbe il Giangreco su Ungaretti? La risposta è nelle stesse confessioni di Ungaretti. «Sono nato poeta in trincea». In guerra dice di «aver trovato il linguaggio: poche parole piene di significato che dessero la mia situazione di quel momento. Quest'uomo solo in mezzo ad altri uomini soli, in un paese nudo, terribile, di pietra, e che sentivano, tutti questi uomini, ciascuno singolarmente la propria fragilità». Del carteggio Giangreco-Ungaretti non rimangono che due lettere; una del 1942, l'altra del 1963. La prima è una risposta a una lettera di facilitazioni per la nomina a membro della Reale Accademia d'Italia. La seconda è invece lo stanco rifiuto del poeta all'invito di recarsi nuovamente sul Carso. Forse senza quell'uomo il poeta avrebbe avuto maggiori probabilità di morire nella roulette della guerra.
L’ufficiale sul Carso scoprì Ungaretti
di Gianpiero Chirico
INIZIA sul Carso messo a ferro e fuoco, l'avventura dell'uomo di penna naufragato nel «porto sepolto»; l'amicizia tra un poeta da scoprire e un generale pigmalione si apre su un'età, quella della Grande Guerra del 1915-’18, che segna la nascita alla poesia di Ungaretti, soldato di trincea, assegnato al fronte, nella brigata Brescia, 19° reggimento, compagnia comandata dal tenente Francesco Giangreco, siciliano. Giangreco è un ufficiale inflessibile e un uomo incline alla cultura: sin dal primo momento capisce che quel giovane è diverso dagli altri. Tutto inizia quando un suo sottoufficiale ritiene opportuno riferire su alcuni episodi che si ripetono con una certa frequenza. Racconta di un soldato assente e assorto che più di una volta ha attirato le schioppettate austriache a causa della sua mania di accendere un fiammifero o una lampada tascabile per annotare misteriose parole su fogli di carta. La storia la racconta Antonio Brancaforte, già docente di filosofia all'Università di Catania, (IBN), che ha raccolto la testimonianza del generale Giangreco, suo suocero, prima che morisse. Il tenente Giangreco incuriosito dal foglio matricolare del ventisettenne soldato dalle origini italo-egiziane e formazione francese, lo fa chiamare e ne rileva l'intelligenza: il fante Ungaretti parla di «impulsi incoercibili a fissare immagini affioranti da oscure profondità». Ungaretti rischia la corte marziale e la fucilazione: i commilitoni del poeta lo credono una spia per l'atteggiamento, per il suo silenzio, per la sua diversità. Il tenente decide di non farlo processare per spionaggio, così come segnalato dai subalterni. E' l'inizio di un'amicizia e di uno scambio di idee. Il tenente ha trovato un interlocutore, anche se non capisce la poesia rivoluzionaria dell'allora sconosciuto Ungaretti, il quale ha solo pubblicato qualche lirica sulla rivista fiorentina Lacerba, spregiudicata e combattiva, che sulla testata riporta un verso programmatico di Cecco d'Ascoli: «Qui non si canta al mondo delle rane».
Giangreco prende anche la decisione di toglierlo dalla trincea e lo assegna ai servizi nelle retrovie, dove può svolgere solo mansioni d'ufficio. Questo non impedisce, comunque, ad Ungaretti di partecipare, quando è proprio necessario, ad azioni di guerra, ma gli concede il tempo per coltivare i propri interessi.
Il giovane può adesso accendere tutte le luci che vuole e scrivere lontano dalla trincea. Senza rendersene conto l'ufficiale aveva predisposto quelle condizioni ottimali per favorire la nascita di un poeta. Giangreco confidò anche di essere stato il primo ad ascoltare la stesura di «Stasera». Al fronte, nelle gelide notti del Carso, Ungaretti leggeva e il tenente ascoltava: «Balaustra di brezza per appoggiare la mia malinconia stasera», una versione che sarebbe diventata altrimenti: «Balaustra di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia». I versi ascoltati dal tenente vengono pubblicati in una plaquette di ottanta copie a cura di un altro amico letterato e militare per caso, Ettore Serra, dal titolo emblematico di Il porto sepolto del 1916: fu lo stesso Giangreco a far incontrare i due.
Ungaretti ha conosciuto diversi scrittori che lo hanno educato al gusto per l'avanguardia, come Mallarmé, Laforgue, Apollinaire, Fort, Léger, Soffici, Papini, Prezzolini, Braque e Serra. Ma è Giangreco, sconosciuto ufficiale di fanteria, silenziosa figura di amico, a incoraggiare il poeta: semplicemente levandogli la baionetta e mettendogli nelle mani la penna. Ha capito forse prima di tutti qual è la natura che anima l'uomo Ungaretti. Che infischiandosene della guerra e delle fucilate, sentiva di dover accendere fiammiferi per «, come scriverà nella Vita d'uomo edita da Mondadori nel 1974. Quale influenza ebbe il Giangreco su Ungaretti? La risposta è nelle stesse confessioni di Ungaretti. «Sono nato poeta in trincea». In guerra dice di «aver trovato il linguaggio: poche parole piene di significato che dessero la mia situazione di quel momento. Quest'uomo solo in mezzo ad altri uomini soli, in un paese nudo, terribile, di pietra, e che sentivano, tutti questi uomini, ciascuno singolarmente la propria fragilità». Del carteggio Giangreco-Ungaretti non rimangono che due lettere; una del 1942, l'altra del 1963. La prima è una risposta a una lettera di facilitazioni per la nomina a membro della Reale Accademia d'Italia. La seconda è invece lo stanco rifiuto del poeta all'invito di recarsi nuovamente sul Carso. Forse senza quell'uomo il poeta avrebbe avuto maggiori probabilità di morire nella roulette della guerra.
il cervello dei primati e nuove scoperte archeologiche in Perù
da Le Scienze (ed.it. dello "Scientific American")
Le Scienze da "Scientific American" 13.03.2004
Il cervello dei primati
La corteccia frontale è la sede del ragionamento
In uno studio sui cervelli dei primati, alcuni ricercatori del California Institute of Technology di Pasadena hanno scoperto che tutti i primati, dall'uomo alle scimmie, possiedono una corteccia frontale insolitamente larga se confrontata alle dimensioni generali del cervello. Si tratta della parte del cervello usata dagli esseri umani per il pensiero superiore e il ragionamento. "Più il cervello di un primate è grande, - spiega Eliot Bush, uno degli autori dello studio - più la corteccia frontale sarà sproporzionata".
Pur non spiegando veramente cosa separi gli uomini dagli altri animali, la ricerca suggerisce però che quello che rende uomini e scimmie differenti dagli altri mammiferi è insito nel loro patrimonio comune di primati. Un confronto con i carnivori, l'ordine che include leoni, tigri e cani, mostra che questi ultimi non possiedono una corteccia frontale ugualmente grande. Ciò spiegherebbe perché un piccolo gatto domestico di due chili è intelligente tanto quanto un leone di quaranta chili.
Secondo Bush, però, i risultati pubblicati sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences" non confermano le teorie secondo cui il comportamento umano dipenda in parte da una corteccia frontale eccessivamente grande rispetto al resto del cervello. Quello che conta, infatti, non è la proporzione fra questa regione e il cervello, ma le sue dimensioni. I lemuri e altri piccoli primati hanno una proporzione maggiore ma un cervello più piccolo, e dunque anche una corteccia frontale piccola, mentre gli uomini e le scimmie più grandi hanno un cervello più grande e, anche se la proporzione è meno elevata, la corteccia frontale finisce con essere molto grande.
Le Scienze da "Scientific American"
Nuove mummie Inca in Perù
L'area fa parte di uno dei maggiori siti funebri dell'emisfero occidentale
Dozzine di mummie risalenti a più di 500 anni fa sono state scoperte lungo il percorso di una futura autostrada nei dintorni di Lima, la capitale del Peru, nei pressi di un antico cimitero Inca. Gli archeologi hanno dissepolto 26 involucri sepolcrali, ciascuno contenente una o più mummie di adulti e bambini, che risalgono al periodo compreso fra il 1472 e il 1532. Nel 1533, gli Inca vennero sconfitti dai conquistatori spagnoli.
"Quest'area - ha dichiarato all'agenzia Reuters l'archeologo Guillermo Cock, esperto di culture andine e incaricato dalla municipalità di Lima di perlustrare la regione alla ricerca di artefatti prima di cominciare la costruzione della strada - fa parte del cimitero di Puruchuco-Huaquerones, il più grande cimitero Inca del Perù e uno dei maggiori dell'emisfero occidentale". Gli archeologi non conoscono ancora il numero esatto di mummie del sito, in quanto molti involucri non sono ancora stati aperti e altri sono tuttora parzialmente sepolti. Alcuni erano già rotti e mostrano teschi e mummie ricurve con tessuti legati al corpo e offerte nelle mani.
Secondo gli esperti, vi sono evidenti segni di rituali precedenti le sepolture. Ci sono infatti resti di mais, fagioli, foglie di coca e vasi. Le autorità hanno dichiarato che, nonostante la scoperta, la costruzione della strada proseguirà come previsto.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Il cervello dei primati
La corteccia frontale è la sede del ragionamento
In uno studio sui cervelli dei primati, alcuni ricercatori del California Institute of Technology di Pasadena hanno scoperto che tutti i primati, dall'uomo alle scimmie, possiedono una corteccia frontale insolitamente larga se confrontata alle dimensioni generali del cervello. Si tratta della parte del cervello usata dagli esseri umani per il pensiero superiore e il ragionamento. "Più il cervello di un primate è grande, - spiega Eliot Bush, uno degli autori dello studio - più la corteccia frontale sarà sproporzionata".
Pur non spiegando veramente cosa separi gli uomini dagli altri animali, la ricerca suggerisce però che quello che rende uomini e scimmie differenti dagli altri mammiferi è insito nel loro patrimonio comune di primati. Un confronto con i carnivori, l'ordine che include leoni, tigri e cani, mostra che questi ultimi non possiedono una corteccia frontale ugualmente grande. Ciò spiegherebbe perché un piccolo gatto domestico di due chili è intelligente tanto quanto un leone di quaranta chili.
Secondo Bush, però, i risultati pubblicati sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences" non confermano le teorie secondo cui il comportamento umano dipenda in parte da una corteccia frontale eccessivamente grande rispetto al resto del cervello. Quello che conta, infatti, non è la proporzione fra questa regione e il cervello, ma le sue dimensioni. I lemuri e altri piccoli primati hanno una proporzione maggiore ma un cervello più piccolo, e dunque anche una corteccia frontale piccola, mentre gli uomini e le scimmie più grandi hanno un cervello più grande e, anche se la proporzione è meno elevata, la corteccia frontale finisce con essere molto grande.
Le Scienze da "Scientific American"
Nuove mummie Inca in Perù
L'area fa parte di uno dei maggiori siti funebri dell'emisfero occidentale
Dozzine di mummie risalenti a più di 500 anni fa sono state scoperte lungo il percorso di una futura autostrada nei dintorni di Lima, la capitale del Peru, nei pressi di un antico cimitero Inca. Gli archeologi hanno dissepolto 26 involucri sepolcrali, ciascuno contenente una o più mummie di adulti e bambini, che risalgono al periodo compreso fra il 1472 e il 1532. Nel 1533, gli Inca vennero sconfitti dai conquistatori spagnoli.
"Quest'area - ha dichiarato all'agenzia Reuters l'archeologo Guillermo Cock, esperto di culture andine e incaricato dalla municipalità di Lima di perlustrare la regione alla ricerca di artefatti prima di cominciare la costruzione della strada - fa parte del cimitero di Puruchuco-Huaquerones, il più grande cimitero Inca del Perù e uno dei maggiori dell'emisfero occidentale". Gli archeologi non conoscono ancora il numero esatto di mummie del sito, in quanto molti involucri non sono ancora stati aperti e altri sono tuttora parzialmente sepolti. Alcuni erano già rotti e mostrano teschi e mummie ricurve con tessuti legati al corpo e offerte nelle mani.
Secondo gli esperti, vi sono evidenti segni di rituali precedenti le sepolture. Ci sono infatti resti di mais, fagioli, foglie di coca e vasi. Le autorità hanno dichiarato che, nonostante la scoperta, la costruzione della strada proseguirà come previsto.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
lunedì 15 marzo 2004
una recensione
di Paolo Izzo
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=655
"Via dall'Inferno"
Quest'anno ho celebrato l'8 marzo a modo mio; non ho voluto considerarlo un giorno di festa, semmai appunto una celebrazione. Ogni anno si ripropone questo conflitto interiore per chi, come me, festeggerebbe e festeggia le donne tutti i giorni dell'anno. Per tanti, invece, è questa l'occasione per regalare fiori e cioccolatini, per esaltare l'operato del gentil sesso nel mondo del lavoro, per enumerare le conquiste delle donne nel campo dei diritti civili... Bei gesti e belle parole, che cadono per terra come i pallini gialli delle mimose allo scoccare della mezzanotte: a festa finita, la donna è di nuovo l'essere inferiore e 'pericoloso' che da sempre è stata considerata, complice la società razionale con i suoi maestri sedicenti maschi.
Per celebrare la donna, dunque, ho scelto di leggere "Via dall'inferno" di Samira Bellil (Fazi Editore 2004, pp. 208), il racconto autobiografico di una ragazza che è stata vittima di tre stupri in età adolescenziale. La storia di Samira si svolge quasi tutta nella periferia parigina, ma è bene dimenticare da subito la pittoresca 'banlieue' a modello Pennac, quella Belleville allegra e solidale dove le persone si aiutano tra loro e l'eventuale degrado è sinonimo dell'arte di arrangiarsi. Samira, algerina di terza generazione, ha vissuto per quindici anni come una dei tanti immigrati che popolano le cosiddette 'cité' - ovvero, come reciterebbe un dizionario, quegli "agglomerati di case popolari alle porte della metropoli". 'Ha vissuto', ripeto, ma rileggendo mi sembra ci sia una incongruenza in queste parole, poiché non è di una vita che si parla in "Via dall'inferno" ma di un incubo dal quale poche donne hanno avuto la vitalità e il coraggio necessari per risvegliarsi.
A quattordici anni Samira subisce la prima violenza sessuale di gruppo: un capobanda di quartiere ha deciso che lei debba essere 'punita' per la sua sfrontatezza, per la sua vivacità e ne fa una preda da condividere con gli amici. Sembra la trama di una finzione cinematografica, ma quella che invece è un'agghiacciante realtà rappresenta soltanto l'inizio per l'adolescente «teppistella della cité», così come lei stessa si definisce nel libro. Il passaparola è veloce come quello per segnalare un negozio che ha buoni prezzi o la pasticceria che offre i dolci migliori e Samira viene presto additata come una prostituta, come una poco di buono, su cui 'sfogarsi' senza ritegno, soprattutto perché la ragazza non ha un fratello maggiore che possa proteggerla... Nemmeno i genitori indifferenti, assenti, le offrono aiuto, ma anzi fanno coro con la pletora di malelingue del quartiere. Braccata a stretto giro, la ragazza viene presto violentata una seconda volta. E a nulla le serve provare a scappare, né andare in vacanza: nella terra di origine, l'Algeria, dove la madre la porta per tentare un recupero della situazione, una terza tragica 'giostra' la vedrà di nuovo vittima.
Insomma, non c'è pace per questa ragazza, né nella democratica Europa, né in Algeria: la sua colpa è quella di essere donna e di voler vivere senza tenere gli occhi bassi, senza lasciare l'ultima parola agli uomini, senza rimanere in casa a cucire calzette... Arriveranno le denunce, i processi, le condanne a carico dei violentatori. Ma sembra che nulla riesca davvero a cancellare l'ombra che grava sulla reputazione di Samira, la cui rinascita è resa ancor più difficile perché deve scontrarsi con l'omertà, con la vigliaccheria, con l'isolamento di cui è vittima.
Ecco quindi una storia al femminile, raccontata in prima persona dalla giovane Samira, oggi trentenne attivista dei movimenti di difesa delle donne, la cui uscita dall'inferno è il frutto di un duro lavoro, di anni di psicoterapia e di questo sforzo definitivo rappresentato dal libro-denuncia che Fazi ha pubblicato nel mese di febbraio. Raccontare per denunciare, scrivere per vivere. L'incredulità del lettore avveduto si trasformerà come in un crescendo nella rabbia pura, anche se non molla mai la speranza, come al cinema, di leggere nei titoli di coda che i fatti narrati sono frutto dell'immaginazione; speranza negata dalla postfazione della Bellil, dove si legge: «...tutto quello che ho scritto in questo libro corrisponde scrupolosamente alla realtà. Non ho esagerato niente».
Per gli altri, complici impuniti di queste vicende, rimane soltanto quella frasetta terribile a fior di labbra, vera onta nei confronti delle donne, che suona vigliaccamente così: 'se l'è meritato'...
Buon 8 marzo, Samira!
"Via dall'inferno"
di Samira Bellil
Fazi, febbraio 2004, pp. 208
Paolo Izzo
l'intervista di Paolo Izzo a Massimo Fagioli sarà pubblicata anche sul prossimo numero della rivista "Quaderni Radicali", a giorni in libreria; inoltre il 17 marzo dovrebbe uscire su "Zefiro" una sua intervista a Gianna Sarra, l'autrice de "La sindrome di Eloisa".
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=655
"Via dall'Inferno"
Quest'anno ho celebrato l'8 marzo a modo mio; non ho voluto considerarlo un giorno di festa, semmai appunto una celebrazione. Ogni anno si ripropone questo conflitto interiore per chi, come me, festeggerebbe e festeggia le donne tutti i giorni dell'anno. Per tanti, invece, è questa l'occasione per regalare fiori e cioccolatini, per esaltare l'operato del gentil sesso nel mondo del lavoro, per enumerare le conquiste delle donne nel campo dei diritti civili... Bei gesti e belle parole, che cadono per terra come i pallini gialli delle mimose allo scoccare della mezzanotte: a festa finita, la donna è di nuovo l'essere inferiore e 'pericoloso' che da sempre è stata considerata, complice la società razionale con i suoi maestri sedicenti maschi.
Per celebrare la donna, dunque, ho scelto di leggere "Via dall'inferno" di Samira Bellil (Fazi Editore 2004, pp. 208), il racconto autobiografico di una ragazza che è stata vittima di tre stupri in età adolescenziale. La storia di Samira si svolge quasi tutta nella periferia parigina, ma è bene dimenticare da subito la pittoresca 'banlieue' a modello Pennac, quella Belleville allegra e solidale dove le persone si aiutano tra loro e l'eventuale degrado è sinonimo dell'arte di arrangiarsi. Samira, algerina di terza generazione, ha vissuto per quindici anni come una dei tanti immigrati che popolano le cosiddette 'cité' - ovvero, come reciterebbe un dizionario, quegli "agglomerati di case popolari alle porte della metropoli". 'Ha vissuto', ripeto, ma rileggendo mi sembra ci sia una incongruenza in queste parole, poiché non è di una vita che si parla in "Via dall'inferno" ma di un incubo dal quale poche donne hanno avuto la vitalità e il coraggio necessari per risvegliarsi.
A quattordici anni Samira subisce la prima violenza sessuale di gruppo: un capobanda di quartiere ha deciso che lei debba essere 'punita' per la sua sfrontatezza, per la sua vivacità e ne fa una preda da condividere con gli amici. Sembra la trama di una finzione cinematografica, ma quella che invece è un'agghiacciante realtà rappresenta soltanto l'inizio per l'adolescente «teppistella della cité», così come lei stessa si definisce nel libro. Il passaparola è veloce come quello per segnalare un negozio che ha buoni prezzi o la pasticceria che offre i dolci migliori e Samira viene presto additata come una prostituta, come una poco di buono, su cui 'sfogarsi' senza ritegno, soprattutto perché la ragazza non ha un fratello maggiore che possa proteggerla... Nemmeno i genitori indifferenti, assenti, le offrono aiuto, ma anzi fanno coro con la pletora di malelingue del quartiere. Braccata a stretto giro, la ragazza viene presto violentata una seconda volta. E a nulla le serve provare a scappare, né andare in vacanza: nella terra di origine, l'Algeria, dove la madre la porta per tentare un recupero della situazione, una terza tragica 'giostra' la vedrà di nuovo vittima.
Insomma, non c'è pace per questa ragazza, né nella democratica Europa, né in Algeria: la sua colpa è quella di essere donna e di voler vivere senza tenere gli occhi bassi, senza lasciare l'ultima parola agli uomini, senza rimanere in casa a cucire calzette... Arriveranno le denunce, i processi, le condanne a carico dei violentatori. Ma sembra che nulla riesca davvero a cancellare l'ombra che grava sulla reputazione di Samira, la cui rinascita è resa ancor più difficile perché deve scontrarsi con l'omertà, con la vigliaccheria, con l'isolamento di cui è vittima.
Ecco quindi una storia al femminile, raccontata in prima persona dalla giovane Samira, oggi trentenne attivista dei movimenti di difesa delle donne, la cui uscita dall'inferno è il frutto di un duro lavoro, di anni di psicoterapia e di questo sforzo definitivo rappresentato dal libro-denuncia che Fazi ha pubblicato nel mese di febbraio. Raccontare per denunciare, scrivere per vivere. L'incredulità del lettore avveduto si trasformerà come in un crescendo nella rabbia pura, anche se non molla mai la speranza, come al cinema, di leggere nei titoli di coda che i fatti narrati sono frutto dell'immaginazione; speranza negata dalla postfazione della Bellil, dove si legge: «...tutto quello che ho scritto in questo libro corrisponde scrupolosamente alla realtà. Non ho esagerato niente».
Per gli altri, complici impuniti di queste vicende, rimane soltanto quella frasetta terribile a fior di labbra, vera onta nei confronti delle donne, che suona vigliaccamente così: 'se l'è meritato'...
Buon 8 marzo, Samira!
"Via dall'inferno"
di Samira Bellil
Fazi, febbraio 2004, pp. 208
Paolo Izzo
l'intervista di Paolo Izzo a Massimo Fagioli sarà pubblicata anche sul prossimo numero della rivista "Quaderni Radicali", a giorni in libreria; inoltre il 17 marzo dovrebbe uscire su "Zefiro" una sua intervista a Gianna Sarra, l'autrice de "La sindrome di Eloisa".
depressione
una segnalazione di Roberto Martina
Messaggero Veneto 12.3.04
La depressione è femminile, colpisce una donna su quattro
ROMA. La depressione colpisce un uomo su otto tra i 30 e i 65 anni e una donna su quattro, il 20% degli anziani oltre i 65 anni, il 35% delle coppie dopo sette anni di matrimonio, ma anche giovani e i giovanissimi, maschi e femmine: il 7% di quelli che hanno tra i 17 e i 29 anni, e il 4 tra i 6 e i 16 anni. É quanto è stato ricordato ieri sera a Milano per la presentazione del libro Stress, depressione, attacchi di panico: imparare a guarire scritto da Renzo Rocca e Giorgio Stendoro, due studiosi italiani che lavorano negli Stati Uniti e sono docenti ordinari della Scuola di specializzazione in psicoterapia con la procedura immaginativa. «Uno dei limiti della medicina - scrive nell'introduzione Nicola Mantano, docente di medicina interna all'università degli studi di Milano - è quello di considerare spesso lo stato della malattia organica come qualcosa di esclusivamente fisico, in cui di volta in volta occorre "riparare" il danno molecolare, cellulare, tissutale con interventi farmacologici e/o chirurgici: non si considera però l'importanza che riveste in questo processo di ricostruzione, la capacità di ciascuno di aiutarsi a guarire». «Ciò - prosegue il cattedratico - non ha nulla a che vedere con la self medicine o la autoguarigione, ma solo quella consapevolezza di se stessi e del proprio stato psicofisico che ciascun clinico dovrebbe sforzarsi a far crescere nel paziente. Ogni clinico sa quanto sia importante stare in ascolto del malato, entrare in empatia con lui, raccogliere le sue ansie e trasformare le sue energie bloccate dalla paura in un processo attivo a sostegno della guarigione».
Messaggero Veneto 12.3.04
La depressione è femminile, colpisce una donna su quattro
ROMA. La depressione colpisce un uomo su otto tra i 30 e i 65 anni e una donna su quattro, il 20% degli anziani oltre i 65 anni, il 35% delle coppie dopo sette anni di matrimonio, ma anche giovani e i giovanissimi, maschi e femmine: il 7% di quelli che hanno tra i 17 e i 29 anni, e il 4 tra i 6 e i 16 anni. É quanto è stato ricordato ieri sera a Milano per la presentazione del libro Stress, depressione, attacchi di panico: imparare a guarire scritto da Renzo Rocca e Giorgio Stendoro, due studiosi italiani che lavorano negli Stati Uniti e sono docenti ordinari della Scuola di specializzazione in psicoterapia con la procedura immaginativa. «Uno dei limiti della medicina - scrive nell'introduzione Nicola Mantano, docente di medicina interna all'università degli studi di Milano - è quello di considerare spesso lo stato della malattia organica come qualcosa di esclusivamente fisico, in cui di volta in volta occorre "riparare" il danno molecolare, cellulare, tissutale con interventi farmacologici e/o chirurgici: non si considera però l'importanza che riveste in questo processo di ricostruzione, la capacità di ciascuno di aiutarsi a guarire». «Ciò - prosegue il cattedratico - non ha nulla a che vedere con la self medicine o la autoguarigione, ma solo quella consapevolezza di se stessi e del proprio stato psicofisico che ciascun clinico dovrebbe sforzarsi a far crescere nel paziente. Ogni clinico sa quanto sia importante stare in ascolto del malato, entrare in empatia con lui, raccogliere le sue ansie e trasformare le sue energie bloccate dalla paura in un processo attivo a sostegno della guarigione».
giovedì 11 marzo 2004
Marco Bellocchio:
A NEW YORK!
A NEW YORK!
Repubblica 11.3.04
NEGLI USA
Ed esce "Buongiorno, notte"
Rassegna omaggio a New York
NEW YORK - Marco Bellocchio è al centro di una serie di celebrazioni americane, che vanno da una importante retrospettiva al Brooklyn Academy of Music organizzata da Cinecittà e dall´Istituto Italiano di Cultura, alla prossima uscita su dvd dei "Pugni in tasca" per la Criterion Collection, alla distribuzione nelle sale di "Buongiorno, notte", acquistato dalla Wellspring, che ha portato in passato in America i film di Rohmer e Truffaut. Sono due anni consecutivi che Bellocchio viene scelto a rappresentare il cinema italiano nel New York Film Festival e sia nel caso dell´"Ora di religione" che di "Buongiorno, notte" le presentazioni hanno ottenuto un esito eccellente. In occasione della retrospettiva, i curatori del Brooklyn Academy hanno ripubblicato una serie di articoli, usciti in America sui film passati e recenti del regista, che celebrano l´ammirazione per il «magnifico talento visionario» e l´originalità della «voce più incisiva e appassionata che ha raccontato gli sconvolgimenti politici, culturali e spirituali avvenuti recentemente in Italia» ("New York Times"). (a.m.)
NEGLI USA
Ed esce "Buongiorno, notte"
Rassegna omaggio a New York
NEW YORK - Marco Bellocchio è al centro di una serie di celebrazioni americane, che vanno da una importante retrospettiva al Brooklyn Academy of Music organizzata da Cinecittà e dall´Istituto Italiano di Cultura, alla prossima uscita su dvd dei "Pugni in tasca" per la Criterion Collection, alla distribuzione nelle sale di "Buongiorno, notte", acquistato dalla Wellspring, che ha portato in passato in America i film di Rohmer e Truffaut. Sono due anni consecutivi che Bellocchio viene scelto a rappresentare il cinema italiano nel New York Film Festival e sia nel caso dell´"Ora di religione" che di "Buongiorno, notte" le presentazioni hanno ottenuto un esito eccellente. In occasione della retrospettiva, i curatori del Brooklyn Academy hanno ripubblicato una serie di articoli, usciti in America sui film passati e recenti del regista, che celebrano l´ammirazione per il «magnifico talento visionario» e l´originalità della «voce più incisiva e appassionata che ha raccontato gli sconvolgimenti politici, culturali e spirituali avvenuti recentemente in Italia» ("New York Times"). (a.m.)
Marco Bellocchio e il suo nuovo Rigoletto /2
Repubblica 11.3.04
Il regista cinematografico debutta nella lirica mettendo in scena l'opera verdiana al teatro di Piacenza, la sua città. La "prima" il 19 marzo
"Il mio Rigoletto tra i vitelloni anni 50"
l'ambientazione Provocazione? No, sposto i personaggi nei miei ricordi
l'opera è perfetta, equilibrata, il mio orecchio si è formato lì
di NATALIA ASPESI
PIACENZA - Prima o poi i registi cinematografici arrivano all´opera, e l´evento diventa una specie di medaglia solenne nella loro carriera, una sfida, un gioco, una pausa per riflettere sul loro mestiere. Tocca adesso a Marco Bellocchio che per la prima volta affronta l´adorato Verdi per le celebrazioni del bicentenario del bel teatro municipale della sua città, dove è nato 64 anni fa e ha vissuto sino ai 15 anni. «Verdi per forza, qui, si sa, sono tutti verdiani e io stesso non potrei avventurarmi nella musica di altri compositori. Nel mio documentario "Addio del passato" c´era qualche battuta su questa nostra passione, sul contrasto molto giocoso tra Piacenza e Parma per impossessarsi del Maestro, e qui gli si attribuisce una sostanziale piacentinità, per quel suo carattere chiuso, riservato, parsimonioso». Il Rigoletto l´ha scelto lui, «perchè è un´opera perfetta, equilibrata, anche breve, e l´italiano di Piave può far ridere ma non è insopportabile. Poi il mio orecchio musicale si è formato, dopo gli inni in chiesa, su "Caro nome", su "Tutte le feste al tempio", che mia madre canticchiava leggera». All´opera non lo portavano, «perché noi eravamo una famiglia di benessere recente, mio padre era avvocato ma veniva dalla campagna, non avevamo insomma il palco come le famiglie aristocratiche o antiche. Però l´opera la seguivo al cinema, c´era sempre nei primi anni ?50 un film su Verdi, o su Puccini».
Ha diretto, in teatro, spettacoli che definisce «medi, non mediocri», un "Simone d´Atene" con Salvo Randone, un "Macbeth" con Michele Placido, ma questa è la sua prima opera. «E´ un lavoro che mi ha consentito di riprendere i fili con la mia città, dove non sarei mai tornato solo per passeggiare sul corso o sedermi in un bar. Ed è una esperienza nuova, una rinascita. Qui le competenze sono doppie, del direttore d´orchestra e del regista, anche se forse il regista alla fine ha più responsabilità. Certo è molto diverso che col cinema: per un film riesco a strappare dieci settimane di lavorazione, qui le tre stabilite mi sembravano assurdamente brevi, ma mi ci sto adattando. Mi è difficile mettermi nei panni dello spettatore, decidere a quale distanza creare la scena, mi mancano molto i primi piani. Temevo anche di non riuscire a superare la gestualità convenzionale dei cantanti, e invece ci stiamo riuscendo, sino a un certo punto».
Però i cantanti sono giovani e belli (Alberto Gazale, Rigoletto, Gladys Rossi, Gilda, David Miller, il duca di Mantova) e anche il direttore, Gunter Neuholt, è giovane e disponibile. Non ha fiatato per esempio su un Rigoletto ambientato negli anni ?50, con un Duca di Mantova elegante come Amedeo Nazzari e una Gilda immaginata come una commessina alla Brunella Bovo. Dentro a un grande albergo di stile mussoliniano, ci sarà una gran festa di Carnevale alla Fellini, si ballerà il valzer. Ci sarà anche un lieve riferimento a "L´ora di religione" con la presenza di una Madonna simile a quella che i frati di San Sisto vendettero al re di Polonia. «Non è una bizzarria né una provocazione, ho ricordi adolescenti di una Piacenza molto provinciale e chiusa, con vari tipi di vitelloni appostati in diversi bar. Io ci passavo davanti e sentivo i loro discorsi, parlavano di conquiste femminili e di verginità, allora fondamentale virtù delle donne e roccaforte da espugnare. C´era sempre il più ricco e il più bello, e quello che per entrare nel gruppo si faceva servo, buffone».
C´erano quindi le Gilde e i duchi di Mantova e i Rigoletti, in quella Piacenza del dopoguerra come nell´opera ambientata nel XVI secolo. «Ricordo le due fazioni contrapposte, i bianchi e i rossi, i cattolici e i comunisti. Riempivano le piazze, si scontravano, mio fratello Piergiorgio, più grande di me, nel ?48 andava con i ragazzi dell´Azione cattolica ad attaccare manifesti, a prelevare le suore di clausura per portarle a votare. Mio padre era stato un fascista molto riservato, mia madre era molto religiosa, mia nonna era terrorizzata dai comunisti e quando vinsero i democristiani pianse di felicità. Nelle scuole arrivavano preti e frati a incitare a un´eventuale guerra civile se mai il Pci avesse vinto le elezioni. Io studiavo dai barnabiti e ci spaventavano a morte: forse per quello, anni dopo e per pochi mesi, mi iscrissi all´Unione dei comunisti marxisti leninisti».
Il Rigoletto andrà in scena per tre sere, il 19, 21 e 23 marzo, poi Bellocchio tornerà a casa, a Roma, a rioccuparsi di cinema. Intanto, il suo ultimo film, il Leone d´Oro mancato alla Mostra di Venezia, "Buongiorno notte", sta avendo molto successo in Francia e andrà anche negli Stati Uniti. «Ormai sono passati mesi, ma allora mi era spiaciuto davvero molto. È chiaro che un riconoscimento ufficiale gli avrebbe facilitato la strada. Poi è andato bene. Alla fine sarà anche un´operazione commerciale positiva, pagheremo tutti i debiti. Mi fa piacere il riconoscimento che i francesi danno non solo al mio film ma anche a quelli di Giordana e di Bertolucci, per aver saputo affrontare in modo nuovo i nostri anni difficili, mentre loro ancora non l´hanno fatto». In un prossimo film tornerà «sulla dimensione rivoluzionaria, con radici cattoliche, della politica, non sul terrorismo. Anche sul presente voglio fare un film, su quel disastro che è Berlusconi, su cosa è la sinistra oggi». Intanto ha già il titolo del prossimo copione "Il regista dei matrimoni", storia di un regista importante che dovrebbe girare una reinterpretazione dei "Promessi sposi", ma non ce la fa e scappa in un paesino del sud: dove incontra un vero regista di matrimoni, quelli che filmano gli sposi a pagamento. Un ricco signore chiede al regista importante lo stesso servizio e lui lo farà riuscendo a mandare a monte le nozze previste e facendo fuggire Lucia Mondella con don Rodrigo. Autobiografico? «In parte sì, ma sarà una storia grottesca, simbolica, sul momento di angoscia in cui si decide di sposarsi senza necessità, solo per rientrare nell´ordine».
Il regista cinematografico debutta nella lirica mettendo in scena l'opera verdiana al teatro di Piacenza, la sua città. La "prima" il 19 marzo
"Il mio Rigoletto tra i vitelloni anni 50"
l'ambientazione Provocazione? No, sposto i personaggi nei miei ricordi
l'opera è perfetta, equilibrata, il mio orecchio si è formato lì
di NATALIA ASPESI
PIACENZA - Prima o poi i registi cinematografici arrivano all´opera, e l´evento diventa una specie di medaglia solenne nella loro carriera, una sfida, un gioco, una pausa per riflettere sul loro mestiere. Tocca adesso a Marco Bellocchio che per la prima volta affronta l´adorato Verdi per le celebrazioni del bicentenario del bel teatro municipale della sua città, dove è nato 64 anni fa e ha vissuto sino ai 15 anni. «Verdi per forza, qui, si sa, sono tutti verdiani e io stesso non potrei avventurarmi nella musica di altri compositori. Nel mio documentario "Addio del passato" c´era qualche battuta su questa nostra passione, sul contrasto molto giocoso tra Piacenza e Parma per impossessarsi del Maestro, e qui gli si attribuisce una sostanziale piacentinità, per quel suo carattere chiuso, riservato, parsimonioso». Il Rigoletto l´ha scelto lui, «perchè è un´opera perfetta, equilibrata, anche breve, e l´italiano di Piave può far ridere ma non è insopportabile. Poi il mio orecchio musicale si è formato, dopo gli inni in chiesa, su "Caro nome", su "Tutte le feste al tempio", che mia madre canticchiava leggera». All´opera non lo portavano, «perché noi eravamo una famiglia di benessere recente, mio padre era avvocato ma veniva dalla campagna, non avevamo insomma il palco come le famiglie aristocratiche o antiche. Però l´opera la seguivo al cinema, c´era sempre nei primi anni ?50 un film su Verdi, o su Puccini».
Ha diretto, in teatro, spettacoli che definisce «medi, non mediocri», un "Simone d´Atene" con Salvo Randone, un "Macbeth" con Michele Placido, ma questa è la sua prima opera. «E´ un lavoro che mi ha consentito di riprendere i fili con la mia città, dove non sarei mai tornato solo per passeggiare sul corso o sedermi in un bar. Ed è una esperienza nuova, una rinascita. Qui le competenze sono doppie, del direttore d´orchestra e del regista, anche se forse il regista alla fine ha più responsabilità. Certo è molto diverso che col cinema: per un film riesco a strappare dieci settimane di lavorazione, qui le tre stabilite mi sembravano assurdamente brevi, ma mi ci sto adattando. Mi è difficile mettermi nei panni dello spettatore, decidere a quale distanza creare la scena, mi mancano molto i primi piani. Temevo anche di non riuscire a superare la gestualità convenzionale dei cantanti, e invece ci stiamo riuscendo, sino a un certo punto».
Però i cantanti sono giovani e belli (Alberto Gazale, Rigoletto, Gladys Rossi, Gilda, David Miller, il duca di Mantova) e anche il direttore, Gunter Neuholt, è giovane e disponibile. Non ha fiatato per esempio su un Rigoletto ambientato negli anni ?50, con un Duca di Mantova elegante come Amedeo Nazzari e una Gilda immaginata come una commessina alla Brunella Bovo. Dentro a un grande albergo di stile mussoliniano, ci sarà una gran festa di Carnevale alla Fellini, si ballerà il valzer. Ci sarà anche un lieve riferimento a "L´ora di religione" con la presenza di una Madonna simile a quella che i frati di San Sisto vendettero al re di Polonia. «Non è una bizzarria né una provocazione, ho ricordi adolescenti di una Piacenza molto provinciale e chiusa, con vari tipi di vitelloni appostati in diversi bar. Io ci passavo davanti e sentivo i loro discorsi, parlavano di conquiste femminili e di verginità, allora fondamentale virtù delle donne e roccaforte da espugnare. C´era sempre il più ricco e il più bello, e quello che per entrare nel gruppo si faceva servo, buffone».
C´erano quindi le Gilde e i duchi di Mantova e i Rigoletti, in quella Piacenza del dopoguerra come nell´opera ambientata nel XVI secolo. «Ricordo le due fazioni contrapposte, i bianchi e i rossi, i cattolici e i comunisti. Riempivano le piazze, si scontravano, mio fratello Piergiorgio, più grande di me, nel ?48 andava con i ragazzi dell´Azione cattolica ad attaccare manifesti, a prelevare le suore di clausura per portarle a votare. Mio padre era stato un fascista molto riservato, mia madre era molto religiosa, mia nonna era terrorizzata dai comunisti e quando vinsero i democristiani pianse di felicità. Nelle scuole arrivavano preti e frati a incitare a un´eventuale guerra civile se mai il Pci avesse vinto le elezioni. Io studiavo dai barnabiti e ci spaventavano a morte: forse per quello, anni dopo e per pochi mesi, mi iscrissi all´Unione dei comunisti marxisti leninisti».
Il Rigoletto andrà in scena per tre sere, il 19, 21 e 23 marzo, poi Bellocchio tornerà a casa, a Roma, a rioccuparsi di cinema. Intanto, il suo ultimo film, il Leone d´Oro mancato alla Mostra di Venezia, "Buongiorno notte", sta avendo molto successo in Francia e andrà anche negli Stati Uniti. «Ormai sono passati mesi, ma allora mi era spiaciuto davvero molto. È chiaro che un riconoscimento ufficiale gli avrebbe facilitato la strada. Poi è andato bene. Alla fine sarà anche un´operazione commerciale positiva, pagheremo tutti i debiti. Mi fa piacere il riconoscimento che i francesi danno non solo al mio film ma anche a quelli di Giordana e di Bertolucci, per aver saputo affrontare in modo nuovo i nostri anni difficili, mentre loro ancora non l´hanno fatto». In un prossimo film tornerà «sulla dimensione rivoluzionaria, con radici cattoliche, della politica, non sul terrorismo. Anche sul presente voglio fare un film, su quel disastro che è Berlusconi, su cosa è la sinistra oggi». Intanto ha già il titolo del prossimo copione "Il regista dei matrimoni", storia di un regista importante che dovrebbe girare una reinterpretazione dei "Promessi sposi", ma non ce la fa e scappa in un paesino del sud: dove incontra un vero regista di matrimoni, quelli che filmano gli sposi a pagamento. Un ricco signore chiede al regista importante lo stesso servizio e lui lo farà riuscendo a mandare a monte le nozze previste e facendo fuggire Lucia Mondella con don Rodrigo. Autobiografico? «In parte sì, ma sarà una storia grottesca, simbolica, sul momento di angoscia in cui si decide di sposarsi senza necessità, solo per rientrare nell´ordine».
Marco Bellocchio e il suo nuovo Rigoletto
Correre della Sera 11.3.04
Bellocchio, dopo il caso Moro un Rigoletto storico-politico
Il regista debutta nella lirica con l’opera di Verdi: «Sullo sfondo le tensioni a Piacenza negli anni ’50»
di Giuseppina Manin
La prima Gilda che ricorda aveva le fattezze di sua madre. «Lei amava l’opera, ci andava spesso. Poi a casa accennava le arie... Tutte le feste al tempio , Caro nome , erano le sue preferite». Forse l’amore per il melodramma di Marco Bellocchio è nato lì, in quei momenti di tenerezza domestica. Certo non occorre scomodare Freud per capire perché il celebre regista ha scelto, per il suo debutto lirico, proprio Rigoletto. «E’ l’opera della mia fanciullezza, una storia a forti tinte, una musica trascinante. L’impatto emotivo era inevitabile», spiega lui in una pausa delle prove a Piacenza, la sua città, dove, al Teatro Municipale, lo spettacolo andrà in scena il 19 marzo (repliche il 21 e il 23) con l’Orchestra della Fondazione Toscanini diretta da Gunter Neuhold. Nel cast Alberto Gazale (Rigoletto), Gladys Rossi (Gilda), David Miller (il Duca), Riccardo Zanellato (Sparafucile). «Rigoletto - prosegue Bellocchio - non mi ricordava solo la mia educazione lirica ma anche la mia Piacenza d’allora, anni Cinquanta. Una città molto provinciale, molto isolata, molto chiusa. Avvolta nei nebbioni della bassa e in un clima politico molto teso. Era il momento delle grandi lotte tra comunisti e democristiani. La paura serpeggiava tra i possidenti del posto, terrorizzati di perdere tutto. I "rossi", assicuravano, avrebbero espropriato le terre, portato via le case, sottratto i bambini alle famiglie, obbligato i credenti a rinunciare alla fede...»
Uno scenario a fosche tinte che ora Bellocchio fa rivivere come sfondo per l’opera verdiana, ambientata proprio in quegli anni piacentini. Dopo l’Italia del caso Moro raccontata nell’applauditissimo Buongiorno notte , un’altra personalissima esplorazione nella nostra storia del Novecento.
«Sfogliando il libretto, quelle atmosfere, quelle angosce inculcate allora, mi sono tornate davanti. Le ingiustizie e la protervia di quei ricchi padani nei confronti di una classe di piccoli borghesi, impiegatucci, artigiani, non sono troppo lontane dal dramma di un poveraccio, buffone per divertire i potenti e sbarcare il lunario, la cui unica figlia viene sedotta e poi ammazzata per il piacere crudele di quegli stessi potenti su cui lui credeva di trovar appoggio. Un dramma dell’800 credibile anche in quegli anni. Gettare un ponte tra la Piacenza della mia infanzia e quel mondo a forti tinte verdiano, per me è stato naturale».
Così il Duca di Mantova qui somiglierà, svela il regista, a «un Vitellone di Fellini, bello e arrogante» e la festa mascherata del primo atto, anziché in una corte secentesca, si svolgerà «in uno di quegli alberghi di finto lusso anni ’50, tutto lampadarioni, marmi, vetri colorati». E a rendere più evidenti le allusioni, una tv potrebbe rimandare immagini in bianco e nero dell’epoca. Ma su questo Bellocchio non ha ancora deciso. Come ancora non è certo, ma probabile sì, un altro Rigoletto per il cinema. Con Muti come direttore.
Di certo, ancora una volta la musica di Verdi lo riporta alle sue radici. Dopo Addio al passato , il filmato sulla Traviata trasformato in omaggio alla sua città, adesso è Rigoletto a spingerlo di nuovo verso la piacentinità, categoria dello spirito con cui continua a fare i conti dai tempi de I pugni in tasca , il suo primo film. «La lirica compariva già lì - ricorda -. Lou Castel moriva cantando Sempre libera . Ne La Cina è vicina invece Glauco Mauri intonava Dormirò so l nel manto da Don Carlos ». Arie che Bellocchio conosce benissimo. «Da ragazzo avevo una discreta voce tenorile. Poi invece, con la crescita, la voce è cambiata. Le porte del canto mi si sono chiuse e anche quelle della recitazione. A quel punto non mi restava che fare il regista».
LA CARRIERA
il personaggio
REGISTA Studi filosofici
Marco Bellocchio è nato a Piacenza il 9 novembre 1939. Studia Filosofia a Milano e nel 1959 si trasferisce a Roma per frequentare il Centro sperimentale di cinematografia. Studia cinema anche a Londra
LA FILMOGRAFIA
Dal 1965 a oggi
Nel 1965 il suo esordio con I pugni in tasca . Poi arrivano, tra gli altri, La Cina è vicina (1967), Nel nome del padre (1972), Diavolo in corpo (1986), La balia (1999), L’ora di religione (2002). Il suo ultimo film è stato Buongiorno, notte sul caso Moro
Bellocchio, dopo il caso Moro un Rigoletto storico-politico
Il regista debutta nella lirica con l’opera di Verdi: «Sullo sfondo le tensioni a Piacenza negli anni ’50»
di Giuseppina Manin
La prima Gilda che ricorda aveva le fattezze di sua madre. «Lei amava l’opera, ci andava spesso. Poi a casa accennava le arie... Tutte le feste al tempio , Caro nome , erano le sue preferite». Forse l’amore per il melodramma di Marco Bellocchio è nato lì, in quei momenti di tenerezza domestica. Certo non occorre scomodare Freud per capire perché il celebre regista ha scelto, per il suo debutto lirico, proprio Rigoletto. «E’ l’opera della mia fanciullezza, una storia a forti tinte, una musica trascinante. L’impatto emotivo era inevitabile», spiega lui in una pausa delle prove a Piacenza, la sua città, dove, al Teatro Municipale, lo spettacolo andrà in scena il 19 marzo (repliche il 21 e il 23) con l’Orchestra della Fondazione Toscanini diretta da Gunter Neuhold. Nel cast Alberto Gazale (Rigoletto), Gladys Rossi (Gilda), David Miller (il Duca), Riccardo Zanellato (Sparafucile). «Rigoletto - prosegue Bellocchio - non mi ricordava solo la mia educazione lirica ma anche la mia Piacenza d’allora, anni Cinquanta. Una città molto provinciale, molto isolata, molto chiusa. Avvolta nei nebbioni della bassa e in un clima politico molto teso. Era il momento delle grandi lotte tra comunisti e democristiani. La paura serpeggiava tra i possidenti del posto, terrorizzati di perdere tutto. I "rossi", assicuravano, avrebbero espropriato le terre, portato via le case, sottratto i bambini alle famiglie, obbligato i credenti a rinunciare alla fede...»
Uno scenario a fosche tinte che ora Bellocchio fa rivivere come sfondo per l’opera verdiana, ambientata proprio in quegli anni piacentini. Dopo l’Italia del caso Moro raccontata nell’applauditissimo Buongiorno notte , un’altra personalissima esplorazione nella nostra storia del Novecento.
«Sfogliando il libretto, quelle atmosfere, quelle angosce inculcate allora, mi sono tornate davanti. Le ingiustizie e la protervia di quei ricchi padani nei confronti di una classe di piccoli borghesi, impiegatucci, artigiani, non sono troppo lontane dal dramma di un poveraccio, buffone per divertire i potenti e sbarcare il lunario, la cui unica figlia viene sedotta e poi ammazzata per il piacere crudele di quegli stessi potenti su cui lui credeva di trovar appoggio. Un dramma dell’800 credibile anche in quegli anni. Gettare un ponte tra la Piacenza della mia infanzia e quel mondo a forti tinte verdiano, per me è stato naturale».
Così il Duca di Mantova qui somiglierà, svela il regista, a «un Vitellone di Fellini, bello e arrogante» e la festa mascherata del primo atto, anziché in una corte secentesca, si svolgerà «in uno di quegli alberghi di finto lusso anni ’50, tutto lampadarioni, marmi, vetri colorati». E a rendere più evidenti le allusioni, una tv potrebbe rimandare immagini in bianco e nero dell’epoca. Ma su questo Bellocchio non ha ancora deciso. Come ancora non è certo, ma probabile sì, un altro Rigoletto per il cinema. Con Muti come direttore.
Di certo, ancora una volta la musica di Verdi lo riporta alle sue radici. Dopo Addio al passato , il filmato sulla Traviata trasformato in omaggio alla sua città, adesso è Rigoletto a spingerlo di nuovo verso la piacentinità, categoria dello spirito con cui continua a fare i conti dai tempi de I pugni in tasca , il suo primo film. «La lirica compariva già lì - ricorda -. Lou Castel moriva cantando Sempre libera . Ne La Cina è vicina invece Glauco Mauri intonava Dormirò so l nel manto da Don Carlos ». Arie che Bellocchio conosce benissimo. «Da ragazzo avevo una discreta voce tenorile. Poi invece, con la crescita, la voce è cambiata. Le porte del canto mi si sono chiuse e anche quelle della recitazione. A quel punto non mi restava che fare il regista».
LA CARRIERA
il personaggio
REGISTA Studi filosofici
Marco Bellocchio è nato a Piacenza il 9 novembre 1939. Studia Filosofia a Milano e nel 1959 si trasferisce a Roma per frequentare il Centro sperimentale di cinematografia. Studia cinema anche a Londra
LA FILMOGRAFIA
Dal 1965 a oggi
Nel 1965 il suo esordio con I pugni in tasca . Poi arrivano, tra gli altri, La Cina è vicina (1967), Nel nome del padre (1972), Diavolo in corpo (1986), La balia (1999), L’ora di religione (2002). Il suo ultimo film è stato Buongiorno, notte sul caso Moro
mercoledì 10 marzo 2004
Sandro Botticelli e Filippino Lippi
i nuovi Uffizi e la crisi del 1498
Repubblica - Firenze 10.3.04
La mostra e la storia
Firenze: aprono in contemporanea la mostra evento e il centro commerciale all´uscita del grande museo
I due volti della capitale dell´arte
Dalla Serenità all´inquietudine la mutazione di un´epoca
Tra la grazia inquieta di Botticelli e il duty-free degli Uffizi
di ANTONIO PAOLUCCI
L´autore è il soprintendente del polo museale fiorentino ed ex ministro dei Beni culturali
A Palazzo Strozzi nell´ultima sala della mostra dedicata a Botticelli e Filippino Lippi due quadri si fronteggiano ed è un confronto che turba e commuove. In questa sala la storia della nostra città stringe in emblema il suo acme drammatico. Perché qui stanno, l´uno di fronte all´altro, il "Martirio del Savonarola" e la "Natività mistica" di Botticelli.
23 maggio 1498, in un dipinto celebre conservato al Bargello, c´è la testimonianza minuziosamente documentaria di quel giorno terribile. Ecco Piazza della Signoria, pavimentata di cotto in quegli anni, la mole scura di Palazzo Vecchio e, al centro, il rogo destinato a fra Girolamo e ai suoi due compagni. Quel rogo bruciò a lungo e ancora oggi brucia nella coscienza cristiana di Firenze. La risposta di Botticelli al 23 maggio 1498 è, due anni dopo, la "Natività mistica"di Londra. Guardiamola bene e da vicino questa tragica Natività popolata di angeli e di diavoli. La lettura interpretativa dell´insolito Presepio la troviamo scritta nell´epigrafe in greco che sovrasta la capanna della Natività. Tradotta suona così: "Questa immagine io, Alessandro, l´ho dipinta alla fine dell´anno 1500, nelle agitazioni d´Italia, durante il compimento dell´undecimo di Giovanni, nella seconda afflizione dell´Apocalisse, nella liberazione del diavolo per tre anni e mezzo, dopo di che esso sarà incatenato secondo il dodicesimo e lo vedremo come in questo dipinto". Il riferimento scritturale è all´Apocalisse di San Giovanni e a quel formidabile passo che parla della Vergine e del Diavolo che tenta di divorare il Bambino appena nato.
Dopo atroce battaglia la bestia immonda verrà sconfitta e precipitata sulla terra mentre il nato della Vergine sarà rapito verso la gloria di Dio e verso il suo trono. Così Giovanni nella visione che ebbe in Patmos.
Sandro Botticelli (negli anni calamitosi che vedono l´invasione d´Italia da parte delle armate straniere, la morte per rogo del venerato profeta e la corruzione dilagante dentro la Chiesa) immagina la Natività come ultima epifania di Cristo. Gli angeli cantano le lodi del Salvatore e abbracciano i giusti coronati di ulivo. I diavoli, trapassati dai loro stessi forconi, a pancia all´aria come rospi, appaiono definitivamente sconfitti. Una tensione febbrile come da allucinazione o da incubo, attraverso la scena.
Il pittore della "Nascita di Venere" e della "Primavera" usa le risorse del suo stile per darci l´immagine del Natale più drammatico nella storia dell´arte italiana. E´ un Natale aperto sugli orrori della profezia. Nella Firenze tragica dell´anno 1500 Sandro Botticelli contempla gli abissi vertiginosi della fine del mondo.
Ma come è potuto accadere la grande mutazione?
Come si è passati dall´eros felice delle spalliere per il matrimonio Pucci, dalla "Venere" e dalla "Primavera" degli Uffizi, alle inquietudini apocalittiche della "Natività mistica", al dramma religioso del "Compianto" del Poldi Pezzoli?
Come si arriva, partendo dalla "Pallade e il Centauro" alle Madonne bellissime e tuttavia inquiete e malinconiche, gli occhi bassi presaghi del dramma del mondo?
Come si spiega il sublime isterismo femminile che abita le architetture smaglianti della "Calunnia"?
C´è stato un tempo che ha visto il primato dell´eleganza intellettuale, dell´estetismo vissuto e praticato come codice di comportamento ed elitario segno di appartenenza.
Poi quel tempo è trascolorato nel disagio spirituale, nell´eclisse degli ideali umanistici, nel tramonto del sogno intellettuale che aveva reso splendida e mai più uguagliata nella storia l´età di Lorenzo de´ Medici.
Tutto questo avvenne in questa città nel giro di appena vent´anni. Si è trattato della metamorfosi artistica e culturale più affascinante e più sconcertante nella storia dell´arte italiana. I sessanta quadri di Botticelli e di Filippino radunati in Palazzo Strozzi dai musei d´Europa e d´America e assicurati per mille miliardi di lire, quella metamorfosi intendono testimoniare.
La mostra e la storia
Firenze: aprono in contemporanea la mostra evento e il centro commerciale all´uscita del grande museo
I due volti della capitale dell´arte
Dalla Serenità all´inquietudine la mutazione di un´epoca
Tra la grazia inquieta di Botticelli e il duty-free degli Uffizi
di ANTONIO PAOLUCCI
L´autore è il soprintendente del polo museale fiorentino ed ex ministro dei Beni culturali
A Palazzo Strozzi nell´ultima sala della mostra dedicata a Botticelli e Filippino Lippi due quadri si fronteggiano ed è un confronto che turba e commuove. In questa sala la storia della nostra città stringe in emblema il suo acme drammatico. Perché qui stanno, l´uno di fronte all´altro, il "Martirio del Savonarola" e la "Natività mistica" di Botticelli.
23 maggio 1498, in un dipinto celebre conservato al Bargello, c´è la testimonianza minuziosamente documentaria di quel giorno terribile. Ecco Piazza della Signoria, pavimentata di cotto in quegli anni, la mole scura di Palazzo Vecchio e, al centro, il rogo destinato a fra Girolamo e ai suoi due compagni. Quel rogo bruciò a lungo e ancora oggi brucia nella coscienza cristiana di Firenze. La risposta di Botticelli al 23 maggio 1498 è, due anni dopo, la "Natività mistica"di Londra. Guardiamola bene e da vicino questa tragica Natività popolata di angeli e di diavoli. La lettura interpretativa dell´insolito Presepio la troviamo scritta nell´epigrafe in greco che sovrasta la capanna della Natività. Tradotta suona così: "Questa immagine io, Alessandro, l´ho dipinta alla fine dell´anno 1500, nelle agitazioni d´Italia, durante il compimento dell´undecimo di Giovanni, nella seconda afflizione dell´Apocalisse, nella liberazione del diavolo per tre anni e mezzo, dopo di che esso sarà incatenato secondo il dodicesimo e lo vedremo come in questo dipinto". Il riferimento scritturale è all´Apocalisse di San Giovanni e a quel formidabile passo che parla della Vergine e del Diavolo che tenta di divorare il Bambino appena nato.
Dopo atroce battaglia la bestia immonda verrà sconfitta e precipitata sulla terra mentre il nato della Vergine sarà rapito verso la gloria di Dio e verso il suo trono. Così Giovanni nella visione che ebbe in Patmos.
Sandro Botticelli (negli anni calamitosi che vedono l´invasione d´Italia da parte delle armate straniere, la morte per rogo del venerato profeta e la corruzione dilagante dentro la Chiesa) immagina la Natività come ultima epifania di Cristo. Gli angeli cantano le lodi del Salvatore e abbracciano i giusti coronati di ulivo. I diavoli, trapassati dai loro stessi forconi, a pancia all´aria come rospi, appaiono definitivamente sconfitti. Una tensione febbrile come da allucinazione o da incubo, attraverso la scena.
Il pittore della "Nascita di Venere" e della "Primavera" usa le risorse del suo stile per darci l´immagine del Natale più drammatico nella storia dell´arte italiana. E´ un Natale aperto sugli orrori della profezia. Nella Firenze tragica dell´anno 1500 Sandro Botticelli contempla gli abissi vertiginosi della fine del mondo.
Ma come è potuto accadere la grande mutazione?
Come si è passati dall´eros felice delle spalliere per il matrimonio Pucci, dalla "Venere" e dalla "Primavera" degli Uffizi, alle inquietudini apocalittiche della "Natività mistica", al dramma religioso del "Compianto" del Poldi Pezzoli?
Come si arriva, partendo dalla "Pallade e il Centauro" alle Madonne bellissime e tuttavia inquiete e malinconiche, gli occhi bassi presaghi del dramma del mondo?
Come si spiega il sublime isterismo femminile che abita le architetture smaglianti della "Calunnia"?
C´è stato un tempo che ha visto il primato dell´eleganza intellettuale, dell´estetismo vissuto e praticato come codice di comportamento ed elitario segno di appartenenza.
Poi quel tempo è trascolorato nel disagio spirituale, nell´eclisse degli ideali umanistici, nel tramonto del sogno intellettuale che aveva reso splendida e mai più uguagliata nella storia l´età di Lorenzo de´ Medici.
Tutto questo avvenne in questa città nel giro di appena vent´anni. Si è trattato della metamorfosi artistica e culturale più affascinante e più sconcertante nella storia dell´arte italiana. I sessanta quadri di Botticelli e di Filippino radunati in Palazzo Strozzi dai musei d´Europa e d´America e assicurati per mille miliardi di lire, quella metamorfosi intendono testimoniare.
dopo l'articolo sul Venerdì con l'immagine di Massimo Fagioli
puntualmente Luciana Sica!
puntualmente Luciana Sica!
Repubblica 6.3.04
SE LEI AMA UN GAY
psicanalisi e sesso
Che rapporto si instaura fra una donna e un omosessuale? Sullo sfondo c'è la crisi del modello maschile. Ne parla Vittorio Lingiardi
I rapporti fra Dora Carrington e Lytton Strachey, fra la Callas Visconti e Pasolini
Un tema trattato dalla sociologia, ma non dalla letteratura psicanalitica
di LUCIANA SICA
«Diversi come due gocce d´acqua», il verso di una poesia di Wislawa Szymborska ("Taccuino d´amore", Scheiwiller) è stato scelto come titolo per un saggio molto curioso sui rapporti tra donne eterosessuali e uomini gay. Appare nel volume su "Il sesso" ed è firmato da Vittorio Lingiardi, quarantatré anni, psichiatra e psicoanalista di formazione junghiana, professore di Psicopatologia generale alla "Sapienza" di Roma, autore di diversi libri tra cui "Compagni d´amore" (sottotitolo "da Ganimede a Batman", Cortina).
Nelle prime tre righe si trovano due osservazioni di Freud: «la psicoanalisi non è chiamata a risolvere il problema dell'omosessualità» e «la psicoanalisi non è in grado di sciogliere l´enigma della femminilità». Due citazioni celebri, ma in questo caso un punto di partenza obbligato. Se infatti i gay costituiscono un problema e le donne rappresentano un enigma in comune avranno "qualcosa" che non solo rimanda a una dimensione misteriosa, ma che può senz´altro indurli a una qualche complicità.
Il tema, a prima vista solo bizzarro, fors´anche superfluo, è invece molto interessante per le sue molte implicazioni - non solo "di costume" ma anche di natura squisitamente teorica. Tanto più che si tratta di un tema frequentato a tratti dalla sociologia, ma quasi totalmente disertato dalla letteratura psicoanalitica, e che quindi si presta a una riflessione originale e non alla solita riproposizione di tesi più o meno brillantemente rimasticate.
Lo sguardo di Lingiardi sul rapporto donne-gay ha il merito di essere appassionato, pieno di curiosità ma anche molto libero, del tutto privo di eccessi celebrativi, seppure lontanissimo da un´inclinazione patologizzante. Nel suo saggio intanto ricorrono alcune coppie eccentriche di un passato più o meno recente (Dora Carrington e Lytton Strachey, Marguerite Duras e Yann Andréa, Robert Mapplethorpe e Patty Smith, i legami della Callas con Pasolini e Visconti) e anche le storie inventate da quella fabbrica di sogni che è il cinema, da "Riflessi in un occhio d´oro" (Huston, 1967) a "Una giornata particolare" (Scola, 1977), da "Il matrimonio del mio migliore amico" (Hogan, 1997) a "Le fate ignoranti" (Ozpetek, 2001).
Dice Lingiardi: «Oggi la donna e l´omosessuale si incontrano sul terreno della crisi del modello maschile. Quello che una volta era un sodalizio privato, impalpabile, quasi una sfida isolata, di natura "intellettuale", alla Bloomsbury, oggi è un fenomeno dotato di una larga visibilità sociale. La dinamica è relativamente semplice quando in gioco c´è solo l´amicizia, ma si fa più complicata quando la coppia si trova a maneggiare le "forze altamente esplosive" di un´imprevista attrazione sessuale o anche dell´innamoramento. Allora sì che i partner diventano dei veri outsider, esploratori di un terreno relazionale che non è stato ancora mappato».
Professor Lingiardi, lei scrive che, al di là delle sue facili parodie, il legame tra donne eterosessuali e uomini gay rappresenta una condizione queer, cioè strana, sghemba, in cui l´identità dell´oggetto del desiderio è calata nel contesto della differenza di genere. Può dirlo in modo più chiaro?
«Intanto direi che oggi i modi di amare e di declinare il genere, i modi di costruire relazioni non sono più tipizzabili in strutture rigide evolutivamente e psicosessualmente, ma sono il risultato di un interazionismo che è intrapsichico, interpersonale, sociale, culturale, ambientale e anche casuale. È comunque sullo sfondo della crisi del patriarcato e dei ruoli di genere tradizionali che le donne e i gay esplorano nuove possibilità di relazione, percorsi non convenzionali dell´affettività e dell´erotismo. Con più o meno consapevolezza sfidano gli ideali consolidati di mascolinità e femminilità anche se, paradossalmente, possono anche confermarli e riprodurli, bloccando l´espressione di altri desideri o favorendo l´inclinazione a misoginie e omofobie internalizzate».
È possibile riassumere la tipologia "donna e gay"?
«Un po´ schematicamente, faccio ricorso ad alcuni principi ordinatori. Ci sono le coppie tradizionali, spesso sposate, che cercano d´ignorare, nascondere o modificare l´orientamento omosessuale dell´uomo; le coppie di amici, non legate da una relazione sessuale ma neppure prive di una qualche forma di amorevolezza; le coppie queer dove la relazione ha un carattere apertamente romantico e può o meno includere la sessualità, il matrimonio, l´essere genitori? Più complessa sarebbe la ricostruzione di un punto di vista femminile».
Ma la domanda è d´obbligo: per quali ragioni una donna è attratta da un gay?
«Segnalerei alcune dinamiche basilari: l´adozione intesa come accudimento, maternage; la fragilità, cioè la paura di una relazione troppo coinvolgente sul piano fisico e mentale e dunque una difficoltà a riconoscere la propria identità e i propri desideri; l´intellettualità, la ricerca di una relazione centrata appunto sulla relazione intellettuale, sul gioco, sull´ironia; il privilegio, nel senso dell´esclusività, dell´essere "l´unica donna"; il rifugio, come bisogno di protezione e riparo da angosce di violazione e penetrazione; la salvazione, il desiderio di "convertire" l´omosessuale; infine lo sconfinamento, e cioè la sovversione dell´ordine binario maschio-femmina, il piacere di sperimentare relazioni che mettono in discussione i tradizionali ruoli sessuali, tenendo conto che i soggetti di questa "coppia improbabile" vivono il loro essere "etero e "gay" al di fuori del loro contesto di appartenenza senz´altro più rassicurante. Sono questi gli aspetti che a me interessano di più».
Perché?
«Perché è interessante studiare, attraverso le diverse gradazioni affettive ed erotiche del dialogo tra donne e gay - amicizia, companionship, innamoramento, amore, coppia - il contributo creativo di questa "figura letteraria" alla contaminazione dei ruoli di genere e dei percorsi obbligati delle relazioni. Stiamo parlando di due soggetti di "minorità" con un elemento che però li tiene in comune: il non essere identificati con quello che sempre ha espresso il potere patriarcale. Si tratta di persone che sono "rifiuti" ma nello stesso tempo, soprattutto quando stabiliscono una relazione consapevole, rappresentano un "rifiuto"».
L´ultimo numero dell´International Journal of Psychoanalysis, contiene un lavoro firmato da lei e da Paola Capozzi, una psichiatra di orientamento freudiano, ordinaria della Società psicoanalitica italiana. E´ una collaborazione interessante, tanto più che il titolo dell´articolo è "L´atteggiamento degli psicoanalisti nei confronti dell´omosessualità in Italia: una ricerca empirica"? Senza entrare nei dettagli, ci sono ancora analisti che patologizzano i "diversi"?
«Rappresentano una minoranza, ma non così inconsistente. In linea generale, l´omosessualità non è più considerata una fissazione nello sviluppo, un´immaturità evolutiva, ma una delle possibili identità sessuali. E difficilmente, in stanza d´analisi, scatta ancora quel meccanismo per cui "ah, sei omosessuale, allora vuol dire che?", come invece accade per molte patologie. La domanda più importante non è più "perché questo è omosessuale?", così come del resto non ci si chiede "perché questo è eterosessuale?"» Cristopher Bollas ha detto una cosa importante: la categorizzazione dell´omosessualità assomiglia a un genocidio culturale. E così la pensava anche Foucault quando accusava la psicoanalisi di aver inventato la tipologia psicologica dell´omosessuale: con quella storia, quelle relazioni, quelle problematiche. Una visione che oggi tende ad essere superata, seppure tra molte contraddizioni».
stessa pagina, ancora Luciana Sica, con una foto di Sigmund Freud:
IL LIBRO
QUANTO È DIFFUSA LA BISESSUALITÀ
PSICOANALISTI junghiani ma anche freudiani, e poi filosofi, biologi, pedagogisti, letterati indagano su un tema di sicuro appeal, ma con un rigore che esclude i lettori a caccia di improbabili emozioni: "Il sesso" (Cortina, pagg. 306, euro 21). È il titolo di un volume, ricco di punti di vista anche molto diversi, firmato da un gruppo eterogeneo di autori, tutti di valore, come Luigi Aversa e Bruno Callieri, Alberto Clivio e Umberto Galimberti, la Kaplan e Roy Schafer, Carlo Sini e Giuseppe Squitieri. Il libro si compone di due parti: nella prima il sesso è collegato alla cultura, in particolare alla filosofia, nella seconda alla clinica psicologica. Il volume è introdotto da Paolo Francesco Pieri, didatta del Centro di psicologia analitica, curatore del "Dizionario junghiano" (Bollati Boringhieri), professore di Psicologia dinamica a Firenze. È lui a dire, con qualche spregiudicatezza: «Se il sesso è affrancato dall´idea della procreazione, non si capisce perché si debba fare solo tra un uomo e una donna. Non a caso la bisessualità è molto più estesa di quanto si possa immaginare, anche se ovviamente i gusti sessuali non possono essere scelti dall´Io come un abito alla moda ma sono decisamente condizionati dal Sé, dall´intera complessiva personalità degli individui».
Lu. Si.
SE LEI AMA UN GAY
psicanalisi e sesso
Che rapporto si instaura fra una donna e un omosessuale? Sullo sfondo c'è la crisi del modello maschile. Ne parla Vittorio Lingiardi
I rapporti fra Dora Carrington e Lytton Strachey, fra la Callas Visconti e Pasolini
Un tema trattato dalla sociologia, ma non dalla letteratura psicanalitica
di LUCIANA SICA
«Diversi come due gocce d´acqua», il verso di una poesia di Wislawa Szymborska ("Taccuino d´amore", Scheiwiller) è stato scelto come titolo per un saggio molto curioso sui rapporti tra donne eterosessuali e uomini gay. Appare nel volume su "Il sesso" ed è firmato da Vittorio Lingiardi, quarantatré anni, psichiatra e psicoanalista di formazione junghiana, professore di Psicopatologia generale alla "Sapienza" di Roma, autore di diversi libri tra cui "Compagni d´amore" (sottotitolo "da Ganimede a Batman", Cortina).
Nelle prime tre righe si trovano due osservazioni di Freud: «la psicoanalisi non è chiamata a risolvere il problema dell'omosessualità» e «la psicoanalisi non è in grado di sciogliere l´enigma della femminilità». Due citazioni celebri, ma in questo caso un punto di partenza obbligato. Se infatti i gay costituiscono un problema e le donne rappresentano un enigma in comune avranno "qualcosa" che non solo rimanda a una dimensione misteriosa, ma che può senz´altro indurli a una qualche complicità.
Il tema, a prima vista solo bizzarro, fors´anche superfluo, è invece molto interessante per le sue molte implicazioni - non solo "di costume" ma anche di natura squisitamente teorica. Tanto più che si tratta di un tema frequentato a tratti dalla sociologia, ma quasi totalmente disertato dalla letteratura psicoanalitica, e che quindi si presta a una riflessione originale e non alla solita riproposizione di tesi più o meno brillantemente rimasticate.
Lo sguardo di Lingiardi sul rapporto donne-gay ha il merito di essere appassionato, pieno di curiosità ma anche molto libero, del tutto privo di eccessi celebrativi, seppure lontanissimo da un´inclinazione patologizzante. Nel suo saggio intanto ricorrono alcune coppie eccentriche di un passato più o meno recente (Dora Carrington e Lytton Strachey, Marguerite Duras e Yann Andréa, Robert Mapplethorpe e Patty Smith, i legami della Callas con Pasolini e Visconti) e anche le storie inventate da quella fabbrica di sogni che è il cinema, da "Riflessi in un occhio d´oro" (Huston, 1967) a "Una giornata particolare" (Scola, 1977), da "Il matrimonio del mio migliore amico" (Hogan, 1997) a "Le fate ignoranti" (Ozpetek, 2001).
Dice Lingiardi: «Oggi la donna e l´omosessuale si incontrano sul terreno della crisi del modello maschile. Quello che una volta era un sodalizio privato, impalpabile, quasi una sfida isolata, di natura "intellettuale", alla Bloomsbury, oggi è un fenomeno dotato di una larga visibilità sociale. La dinamica è relativamente semplice quando in gioco c´è solo l´amicizia, ma si fa più complicata quando la coppia si trova a maneggiare le "forze altamente esplosive" di un´imprevista attrazione sessuale o anche dell´innamoramento. Allora sì che i partner diventano dei veri outsider, esploratori di un terreno relazionale che non è stato ancora mappato».
Professor Lingiardi, lei scrive che, al di là delle sue facili parodie, il legame tra donne eterosessuali e uomini gay rappresenta una condizione queer, cioè strana, sghemba, in cui l´identità dell´oggetto del desiderio è calata nel contesto della differenza di genere. Può dirlo in modo più chiaro?
«Intanto direi che oggi i modi di amare e di declinare il genere, i modi di costruire relazioni non sono più tipizzabili in strutture rigide evolutivamente e psicosessualmente, ma sono il risultato di un interazionismo che è intrapsichico, interpersonale, sociale, culturale, ambientale e anche casuale. È comunque sullo sfondo della crisi del patriarcato e dei ruoli di genere tradizionali che le donne e i gay esplorano nuove possibilità di relazione, percorsi non convenzionali dell´affettività e dell´erotismo. Con più o meno consapevolezza sfidano gli ideali consolidati di mascolinità e femminilità anche se, paradossalmente, possono anche confermarli e riprodurli, bloccando l´espressione di altri desideri o favorendo l´inclinazione a misoginie e omofobie internalizzate».
È possibile riassumere la tipologia "donna e gay"?
«Un po´ schematicamente, faccio ricorso ad alcuni principi ordinatori. Ci sono le coppie tradizionali, spesso sposate, che cercano d´ignorare, nascondere o modificare l´orientamento omosessuale dell´uomo; le coppie di amici, non legate da una relazione sessuale ma neppure prive di una qualche forma di amorevolezza; le coppie queer dove la relazione ha un carattere apertamente romantico e può o meno includere la sessualità, il matrimonio, l´essere genitori? Più complessa sarebbe la ricostruzione di un punto di vista femminile».
Ma la domanda è d´obbligo: per quali ragioni una donna è attratta da un gay?
«Segnalerei alcune dinamiche basilari: l´adozione intesa come accudimento, maternage; la fragilità, cioè la paura di una relazione troppo coinvolgente sul piano fisico e mentale e dunque una difficoltà a riconoscere la propria identità e i propri desideri; l´intellettualità, la ricerca di una relazione centrata appunto sulla relazione intellettuale, sul gioco, sull´ironia; il privilegio, nel senso dell´esclusività, dell´essere "l´unica donna"; il rifugio, come bisogno di protezione e riparo da angosce di violazione e penetrazione; la salvazione, il desiderio di "convertire" l´omosessuale; infine lo sconfinamento, e cioè la sovversione dell´ordine binario maschio-femmina, il piacere di sperimentare relazioni che mettono in discussione i tradizionali ruoli sessuali, tenendo conto che i soggetti di questa "coppia improbabile" vivono il loro essere "etero e "gay" al di fuori del loro contesto di appartenenza senz´altro più rassicurante. Sono questi gli aspetti che a me interessano di più».
Perché?
«Perché è interessante studiare, attraverso le diverse gradazioni affettive ed erotiche del dialogo tra donne e gay - amicizia, companionship, innamoramento, amore, coppia - il contributo creativo di questa "figura letteraria" alla contaminazione dei ruoli di genere e dei percorsi obbligati delle relazioni. Stiamo parlando di due soggetti di "minorità" con un elemento che però li tiene in comune: il non essere identificati con quello che sempre ha espresso il potere patriarcale. Si tratta di persone che sono "rifiuti" ma nello stesso tempo, soprattutto quando stabiliscono una relazione consapevole, rappresentano un "rifiuto"».
L´ultimo numero dell´International Journal of Psychoanalysis, contiene un lavoro firmato da lei e da Paola Capozzi, una psichiatra di orientamento freudiano, ordinaria della Società psicoanalitica italiana. E´ una collaborazione interessante, tanto più che il titolo dell´articolo è "L´atteggiamento degli psicoanalisti nei confronti dell´omosessualità in Italia: una ricerca empirica"? Senza entrare nei dettagli, ci sono ancora analisti che patologizzano i "diversi"?
«Rappresentano una minoranza, ma non così inconsistente. In linea generale, l´omosessualità non è più considerata una fissazione nello sviluppo, un´immaturità evolutiva, ma una delle possibili identità sessuali. E difficilmente, in stanza d´analisi, scatta ancora quel meccanismo per cui "ah, sei omosessuale, allora vuol dire che?", come invece accade per molte patologie. La domanda più importante non è più "perché questo è omosessuale?", così come del resto non ci si chiede "perché questo è eterosessuale?"» Cristopher Bollas ha detto una cosa importante: la categorizzazione dell´omosessualità assomiglia a un genocidio culturale. E così la pensava anche Foucault quando accusava la psicoanalisi di aver inventato la tipologia psicologica dell´omosessuale: con quella storia, quelle relazioni, quelle problematiche. Una visione che oggi tende ad essere superata, seppure tra molte contraddizioni».
stessa pagina, ancora Luciana Sica, con una foto di Sigmund Freud:
IL LIBRO
QUANTO È DIFFUSA LA BISESSUALITÀ
PSICOANALISTI junghiani ma anche freudiani, e poi filosofi, biologi, pedagogisti, letterati indagano su un tema di sicuro appeal, ma con un rigore che esclude i lettori a caccia di improbabili emozioni: "Il sesso" (Cortina, pagg. 306, euro 21). È il titolo di un volume, ricco di punti di vista anche molto diversi, firmato da un gruppo eterogeneo di autori, tutti di valore, come Luigi Aversa e Bruno Callieri, Alberto Clivio e Umberto Galimberti, la Kaplan e Roy Schafer, Carlo Sini e Giuseppe Squitieri. Il libro si compone di due parti: nella prima il sesso è collegato alla cultura, in particolare alla filosofia, nella seconda alla clinica psicologica. Il volume è introdotto da Paolo Francesco Pieri, didatta del Centro di psicologia analitica, curatore del "Dizionario junghiano" (Bollati Boringhieri), professore di Psicologia dinamica a Firenze. È lui a dire, con qualche spregiudicatezza: «Se il sesso è affrancato dall´idea della procreazione, non si capisce perché si debba fare solo tra un uomo e una donna. Non a caso la bisessualità è molto più estesa di quanto si possa immaginare, anche se ovviamente i gusti sessuali non possono essere scelti dall´Io come un abito alla moda ma sono decisamente condizionati dal Sé, dall´intera complessiva personalità degli individui».
Lu. Si.
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