venerdì 5 novembre 2004

DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE
con nuove informazioni

La Libreria Amore e Psiche

per gli
"Incontri con i lettori"

è lieta di presentare

l'on.le Fausto Bertinotti

LA NON VIOLENZA

Venerdi 5 Novembre 2004 ore 18,00
Villa Piccolomini – Centro Dionysia
Via Aurelia Antica,164


Ingresso libero

Non ci resta altro che darvi appuntamento a venerdì e augurarvi una buona
serata, un caro saluto a tutti


Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

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anoressia e bulimia a Roma e nel Lazio

Repubblica, edizione di Roma 5.11.04
I dati raccolti dal Centro specializzato in disturbi alimentari del Policlinico Umberto I. Un fenomeno sempre più preoccupante
Aumentano bulimici e anoressici per duecentomila il calvario cibo
Raddoppiati nel Lazio in 2 anni.
Ora lezioni a scuola

Il 15 per cento A soffrire di disturbi dell'alimentazione incontrollata nella regione è il 15%
Malattia sociale. Queste patologie stanno diventando una vera e propria una malattia sociale
Nelle scuole. Sono 60 le scuole che hanno risposto al progetto e al questionario
Seminari. "Molti istituti ci hanno chiesto di organizzare seminari sull'argomento"
WANDA CUSEO

Sono più di 53 mila in tutto il Lazio le persone che richiedono assistenza per problemi di anoressia. I bulimici in cerca di aiuto, invece, sono oltre 132 mila. Mentre a soffrire di disturbi dell´alimentazione incontrollata è il 15 per cento della popolazione del Lazio: circa 796 mila persone che si nutrono in modo sregolato, saziando improvvisi attacchi di fame fuori orario e assumendo eccessive quantità di cibo. Anoressia, bulimia e alimentazione incontrollata sono tutti disturbi della condotta alimentare, sempre più diffusi nella nostra regione.
«È raddoppiato negli ultimi due anni il numero dei pazienti che chiedono assistenza per questo tipo di problemi», spiega la professoressa Emilia Costa, primario del Centro interdipartimentale per i disturbi della condotta alimentare del Policlinico Umberto I, la cui equipe ha raccolto i dati.
«Possiamo dire che queste patologie, in continuo aumento dagli anni Settanta, stanno diventando ora una vera e propria malattia sociale».
È nelle scuole medie e superiori della Capitale, allora, che la professoressa Costa, in collaborazione con l´Associazione Progetto Famiglia DCA (disturbi della condotta alimentare), cerca di fare prevenzione. L´idea è quella di andare nelle scuole e distribuire questionari per mettere i ragazzi davanti al cibo: gli studenti dovranno rispondere a domande che vogliono sondare la loro conoscenza sulle patologie legate all´alimentazione e capire qual è il loro modo di nutrirsi. Sono 60 le scuole che hanno risposto al progetto e in 5 di queste i ragazzi hanno già risposto al questionario.
«Quando avremo visitato tutti gli istituti, le risposte degli studenti verranno elaborate e potremo capire meglio come combattere patologie che colpiscono una fascia di età compresa per lo più tra i 12 e i 25 anni».
Ma, accanto alla distribuzione dei questionari, è già iniziata una vera e propria campagna di informazione e di prevenzione. «Molte scuole ci hanno chiesto di organizzare seminari sull´argomento - continua la professoressa Costa - Alcuni incontri avvengono negli istituti. Altri, ai quali sono invitate le scuole, direttamente nel nostro Centro. un´occasione per spiegare ai giovani, ma anche ai loro genitori, come scoprire, prevenire, curare queste patologie».
Il prossimo seminario è in programma l´11 dicembre. E sarà anche l´occasione per parlare del Centro per i disturbi della condotta alimentare del Policlinico: struttura unica in Italia, «perché offre ai pazienti un percorso di riabilitazione completo, che va dall´assistenza ambulatoriale, al day hospital, fino alla degenza».
Un Centro dove arrivano persone da tutta la penisola, per combattere contro disturbi che spesso possono portare alla morte: «Per l´anoressia la mortalità, per suicidio o per complicazioni somatiche, va dal 10 al 20 per cento. Mentre in chi soffre di disturbi dell´alimentazione incontrollata possono manifestarsi ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari, gravidanze a rischio o addirittura sterilità».

«backstage», il direttore artistico è Giuseppe Eusepi
leggi anche l'invito su "spazi"

Repubblica edizione di Roma 5.11.04
Al Fandago "Dietro le quinte", in tre sale il Med Film e anche una rassegna dedicata all'Asia
Tra backstage e montagne la carica dei cine-festival
E da oggi "Il segreto di Vera Drake"
FRANCO MONTINI

Per gli appassionati di cinema non c´è un attimo di tregua; mentre si susseguono gli arrivi di importanti novità, oggi approda nei cinema il Leone d´oro di Venezia «Il segreto di Vera Drake» di Mike Leigh, sono al via una serie di kermesse specializzate.
Da oggi a domenica al Politecnico Fandango è in programma «Dietro le quinte», ovvero un festival dedicato ai backstage, quei piccoli film promozionali, che raccontano la lavorazione di importanti lungometraggi. Lunedì invece si inaugurano il MedFilm Festival e Montagne in città. Il primo, che si svolgerà, fino al 21 novembre, in cinque diversi sedi (i cinema Capranica e Capranichetta, Villa Medici, Palazzo Venezia e il Museo di Roma in Trastevere) propone un fittissimo calendario di proiezioni, ricco di oltre 200 titoli, fra lungo, medio e cortometraggi. L´attenzione è puntata sulle cinematografie dell´area mediterranea. La produzione nazionale è ampiamente rappresentata con alcuni titoli recentissimi, come «Lavorare con lentezza» di Chiesa. Poi vetrina sul cinema egiziano, che comprende anche una personale del regista Youssef Chahine.
Montagne in città è invece una rassegna di cinema, arricchita da incontri, presentazioni di libri, multivisioni sul tema dell´avventura e in particolare delle imprese alpinistiche. Presso il Complesso di San Michele, fino sabato 13 novembre, saranno illustrate imprese difficili ed estreme, ma anche proposte alla portata di tutti gli appassionati. Così se nella giornata inaugurale Alex Huber parlerà, con l´ausilio di immagini e filmati, dei suoi «Orizzonti vertiali»; martedì Luca Scarnati presenterà il suo libro «Monti delle Tolfa.
Infine alla sala Trevi/Alberto Sordi da martedì 9 a domenica 14 novembre in programma l´Asian Film Festival. In cartellone una personale dedicata a Tsai Ming-Linag, il regista di «Vive l´amour», che sarà ospite del festival; e una sezione documentari che propone, fra gli altri, «S21. The Khmer Rouge killing machine» di Rithy Phan, sconvolgente testimonianza sul genocidio dei Khmer rossi in Cambogia.
Dietro le quinte - Politecnico Fandango - via Tiepolo 13/a - tel. 36004240 MedFilm Festival - varie sedi - tel. 06.85354814 Montagna in città - Complesso di San Michele, via di San Michele 22, tel. 06.3216804 Asian Film Festival - Sala Trevi/Alberto Sordi - vicolo del Puttarello 25 - tel. 06.9059542.

giovedì 4 novembre 2004

cent'anni fa
la prima struttura per bambini «frenastenici»

Eco di Bergamo 4.11.04
Cent'anni fa il primo centro per i piccoli malati psichici
di Mario Ferrari

Cent'anni fa a Vercurago, sorgeva la prima struttura in Italia per la cura dei bambini «frenastenici», affetti da gravi disturbi psichici. Padre e fondatore dell'istituto fu Antonio Gonnelli Cioni, nato a Firenze il 26 dicembre 1853. Questa significativa realtà sorgeva proprio di fronte all'attuale farmacia del paese, sulla statale 639 Lecco-Bergamo. In paese esiste una via dedicata a Antonio Gonnelli Cioni e, per chi osserva con particolare attenzione, è possibile scorgere una vecchia lapide (ormai poco leggibile) che era stata apposta, su proposta della Pro loco Vercurago San Girolamo, dall'Amministrazione comunale, quarant'anni fa, sulla facciata della vecchia ex sede dell'istituto per ricordare l'opera del benemerito. Ancora oggi, la lapide resta una preziosa e unica testimonianza che ricorda l'impegno e l'attività di Gonnelli Cioni e la presenza in Valle San Martino di questa istituzione. La Comunità montana e l'Amministrazione comunale di Vercurago stanno studiando il modo per valorizzare la figura di Gonnelli Cioni (da pubblicazioni a incontri). L'avventura di Cioni a Vercurago ha inizio un secolo fa, l'insegnante da Chiavari si trasferisce a Vercurago con la moglie Antonietta e la figlia Emma. In poco tempo i metodi applicati dal professore non solo funzionano ma addirittura fanno autentici prodigi: basti pensare che dieci anni dopo nell'istituto i piccoli ospiti sono una cinquantina, provenienti da tutta Italia. Ed ecco che da Vercurago il metodo Gonnelli Cioni si fa conoscere rapidamente in tutta Italia e nel mondo, tanto è vero che, dalla Francia all'Inghilterra, dall'Argentina agli Stati Uniti, molti studiosi, specialisti e medici raggiungono il piccolo centro della Valle San Martino per vedere l'istituto. Stampa nazionale e mondiale si occupano dell'attività e del metodo sperimentato da Gonnelli Cioni.

depressione:
qualche bella scossettina?

Yahoo! Salute 4.11.04 Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Una scossa elettrica contro la depressione?
Una piccola stimolazione elettrica potrebbe migliorare qualità di vita e umore di persone affette da gravi forme di depressione
Il Pensiero Scientifico Editore

È successo a quasi 7 pazienti su 10 trattati sperimentalmente presso il Wake Forest University Baptist Medical Center con “terapia elettroconvulsiva” (ECT), ovvero dei piccoli shock somministrati tramite elettrodi applicati al cervello del paziente.
“La qualità della vita e le funzioni del sistema nervoso migliorano nei pazienti trattati con ECT già a due settimane dalla terapia", ha detto il team leader Vaughn McCall.
La sperimentazione, i cui risultati positivi sono apparsi sul British Journal of Psychiatry, potrebbe indurre un ripensamento sulle restrizioni approvate lo scorso anno dal Britain's National Institute of Clinical Excellence (NICE) nell’uso dell’elettrostimolazione facendo riaprire il dialogo tra scienziati che preferiscono rimanere cauti e impedire una terapia di cui non si conoscono i potenziali effetti a lungo termine sulle attività cognitive e sulla memoria. La ECT potrebbe essere usata per quei pazienti con forme gravi di depressione che al momento non possono beneficiare di alcuna terapia sia psichiatrica che farmacologia.
I ricercatori l’hanno testata su 77 pazienti ed hanno misurato il loro stato di salute mentale immediatamente dopo il trattamento oppure dopo due e quattro settimane. Così hanno trovato che nel 66 per cento dei casi i pazienti stanno meglio, hanno una migliore qualità della vita, umore buono, qualità cognitive potenziate.
L’unico neo della ECT registrato è una piccola perdita di memoria autobiografica nei pazienti trattati. I miglioramenti del tono dell’umore e del quadro della malattia si riscontrano da subito e permangono almeno per quattro settimane dalla fine del trattamento, perché questo è stato il tempo massimo di osservazione dei pazienti. Questa terapia dunque potrebbe essere un’ottima alternativa per quei pazienti per i quali ora non c’è modo di curarsi o anche per persone affette da psicosi, catatonia, crisi prolungate nei maniaci depressivi.

Franz Kafka

Repubblica 4.11.04
Una risposta alle questioni che lo avevano torturato
Gli "Aforismi di Zürau" un capolavoro trascurato
Lo scrisse nella campagna boema tra il 1917 e il 1918. Non un vero diario, ma raccontini, apologhi, battute, riflessioni: quei fogli sono di gran lunga il più importante libro di pensiero concepito nel ventesimo secolo Il linguaggio accenna, allude e soprattutto nasconde, come nei mistici
Non aveva bisogno di ricordare le cause della tubercolosi, le insonnie, le tensioni che l'avevano sconvolto
Si sentiva un fallito in tutto, innanzitutto nella letteratura ma anche nella vita privata e in società
Una notte assistette alla sommossa muta e rumorosa del popolo spaventevole dei topi che durò fino al mattino
di PIETRO CITATI

Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1917, Kafka ebbe il primo sbocco di sangue. Erano le quattro del mattino: si svegliò, meravigliandosi della strana quantità di saliva in bocca: la sputò; e, quando si decise ad accendere la luce, vide sul fazzoletto la grande macchia rossa. Pensò che avrebbe continuato così tutta la notte, fino a dissanguarlo lentamente. Si alzò agitato dal letto, andò alla finestra, guardò fuori, girò per la camera, si avvicinò al lavabo, si mise a sedere sul letto - sangue, sempre sangue. Infine cessò quasi all´improvviso; e, subito, visto che era stata emanata la sentenza definitiva ed era inutile discuterla, Kafka si addormentò come non aveva mai dormito negli ultimi tre anni.
Non aveva bisogno di ricordare le cause della tubercolosi: le incessanti insonnie, i mali di testa, le febbri, le spaventose tensioni di nervi, che l´avevano sconvolto nei cinque anni di fidanzamento con Felice. Ormai era abituato a leggere tutti gli eventi della sua vita come una tessitura simbolica, di cui era il centro involontario. Sulla scena della sua esistenza, avevano combattuto tra loro il mondo - Felice ne era la rappresentante - e il suo Io: o due parti del suo Io - quello buono, che voleva sposare Felice, e quello cattivo, che non voleva sposarla. L´io buono era rimasto sconfitto. E ora, debole, stanco, quasi dissanguato, si appoggiava invisibile sulle spalle di lei, e guardava sconfortato il grande uomo cattivo che cominciava a commettere le sue volgarità. Kafka ribadiva: «Io non guarirò mai. Appunto perché non è tubercolosi, che messa su una sedia a sdraio si possa sanare, ma un´arma, la cui estrema necessità rimane fin tanto che io vivo. E tutti e due non possono rimanere in vita».
Il gioco dei simboli conduceva sempre più in alto, verso quell´Altro, quel principio tenebroso-luminoso da cui dipendeva la sua vita. Come in molti interventi dell´Altro, egli sentiva in questo qualcosa di dolce, ma anche di estremamente semplice e grossolano. Era tutto lì, egli pensava? L´intervento divino non era altro che uno sbocco di sangue, una macchia rossa sul fazzoletto? La malattia prendeva ai suoi occhi una strana aria protettiva e materna. «Oggi ho verso la tubercolosi l´atteggiamento che ha il bambino verso le pieghe della gonna materna alla quale si aggrappa». Voleva guarire: ma voleva anche il contrario - scomparire definitivamente, sotto le percosse nascoste inviategli da Dio.
I sintomi della malattia non lo preoccupavano. Scrisse a Max Brod che «quasi non la sentiva». Non aveva febbre, non tossiva molto, non aveva dolori. Aveva il fiato corto - è vero - ma se stava coricato o seduto non se ne accorgeva; e quando camminava o faceva qualche lavoro, lo sopportava facilmente. «Respiro con velocità doppia, ecco tutto, non è un disturbo considerevole. Sono arrivato alla conclusione che la tubercolosi, come ce l´ho io, non è una malattia particolare, un male degno di un nome speciale, ma soltanto una maggiore intensità, per ora non valutabile nella sua importanza, del germe generale della morte». Aumentò di peso: un chilo in una settimana, due chili e mezzo in tre settimane. Scherzava senza letizia sulle diagnosi dei medici. Dopo la prima visita avevano detto che era quasi interamente sano: dopo la seconda che stava persino meglio, poi ci fu un po´ di catarro bronchiale a sinistra, più tardi tubercolosi a destra e a sinistra che però sarebbe guarita a Praga presto e completamente, e infine poteva perfino aspettare, ma soltanto un giorno, un sicuro miglioramento. Aveva l´impressione che gli altri fossero diventati improvvisamente troppo buoni con lui.
Gli sembrava che i medici e gli amici volessero nascondere con le spalle l´angelo della morte, che stava dietro di lui, e poi si tirassero da parte a mano a mano. Egli non aveva paura dell´angelo della morte; e questo era un segno che stava rapidamente abbandonando la vita e le sue seduzioni. Con un´amara ironia accettava la morte, che faceva un passo ogni giorno, nella sua salute apparente. Mentre gli altri vedevano un passato, un presente e un futuro, lui non vedeva più niente: gli pareva di essere qualcosa di buio che correva a precipizio nel buio; e a volte gli sembrava di non essere nemmeno nato. «Se potessi salvarmi come il pipistrello scavando buche, scaverei buche». Max Brod lo rimproverò di essere «felice nell´infelicità». Il rimprovero lo colpì. Quasi con le stesse parole, rispose a Max e a Felice che «essere felici nell´infelicità (che significava anche essere "infelici nella felicità") era stata probabilmente la sentenza impressa in fronte a Caino». Anche lui portava in fronte il segno di Caino? Sia con Max sia con Felice, protestava di no: eppure si accusava di non aver saputo conoscere la felicità che gli era stata affidata, e di godere delle proprie sventure.
* * *
Non gli restava che lasciare Felice. Il 21 settembre, quando lei venne a trovarlo, Kafka ebbe l´impressione che la tubercolosi fosse l´ultima arma che aveva escogitato per torturarla. «Io ho commesso il male per cui viene torturata, e oltre a questo faccio il servente allo strumento di tortura». La allontanò da sé, con un gesto; e come disse qualche giorno dopo, recitò la commedia: «La scena che vedevo... era troppo infernale perché non si sentisse la voglia di venire in aiuto ai presenti con un po´ di musica capace di distrarre». Rivide Felice alla fine di dicembre, a Praga. La accompagnò in lacrime alla stazione: poi andò a trovare Max Brod, in ufficio. Aveva un viso pallido, duro e severo: ma a un tratto si mise a piangere, come non aveva fatto da quando era bambino. Era seduto su una piccola seggiola accanto alla scrivania di Brod, dove di solito sedevano debitori, pensionati e postulanti. Con le lacrime che gli rigavano il volto, mormorò: «Non è spaventoso che questo debba succedere?».
Il 12 settembre era partito per Zürau, nella campagna boema, dove viveva la sorella Ottla: due anni più tardi scrisse che quegli otto mesi passati in un villaggio dove credeva di essersi distaccato da ogni cosa, sotto la tutela della malattia, erano stati il tempo migliore della sua vita. Aveva una camera calda e ariosa, davanti alla quale si estendeva la campagna libera. La casa era tranquilla - sebbene qualche volta rumori lo torturassero anche lì: il suono di un pianoforte, un battitore di legno e uno di metalli. Si sentiva libero come non si era mai sentito: libero dalla famiglia, dal lavoro, da Felice, dalla realtà, dalla letteratura, e in certo modo persino dalle inquietudini del suo futuro, visto che la malattia disegnava con precisione la linea dell´orizzonte. Non aveva prove da affrontare: non doveva subire confronti; Ottla lo portava «sulle sue ali attraverso il mondo difficile». Viveva con lei in un piccolo, buon ménage quotidiano: si assoggettava al suo ritmo con dolcezza, quiete, pazienza, e buona volontà.
Teneva lontani gli amici, che gli avrebbero fatto domande a cui non voleva rispondere. Non amava vedere il padre e la madre. Chiuso in campagna, lontano dalla ferrovia, vicino alla sera che scendeva senza che nessuno o qualcosa le si opponesse, gli sembrava di ripetere il destino di suo zio, il medico di campagna, con la sua ironia sottile, da scapolo o da uccello. Non scriveva più di notte, come quando combatteva con gli incubi di Gregor Samsa. Il suo tempo era avvolto dal silenzio: viveva quasi senza parlare, quasi senza ascoltare parole. Stava coricato vicino alla finestra, leggendo o senza leggere. Viveva benissimo tra gli animali: dava da mangiare alle capre, che gli offrivano il loro muso ebreo. In casa gli avevano costruito una comoda sedia a sdraio, con una vecchia larga poltrona imbottita e due sgabelli davanti; e l´avevano portata in un vasto bacino semicircolare, circondato da una catena di colli. Lui stava lì disteso, «come un re», senza camicia, mentre nessuno poteva vederlo. Ascoltava le voci del mondo sfoltirsi e ammutolirsi: scorgeva un raggio, una striscia di sole, gli pareva di vedere la felicità discesa tra i colli della terra, e avvertiva un totale senso di pienezza. «Non trabocca una goccia, ma non c´è più posto per una goccia».
Non fu soltanto un soggiorno di luce. Una notte, verso la metà di novembre, lo riassalì l´orrore della insidiosa forza animalesca che abitava lui e il mondo. Ogni tanto, nell´autunno, aveva sentito un rosicchiare sommesso: una volta si era alzato tremando ed era andato a vedere. Ma, quella notte, assistette alla sommossa muta e rumorosa del popolo spaventevole dei topi. Alle due venne svegliato da un fruscio presso il letto, e da quel momento non cessò fino al mattino. «Su, per la cassa di carbone, giù dalla cassa del carbone, una corsa lungo la diagonale della camera, cerchi tracciati, legno rosicchiato, sibili leggeri durante il riposo, e intanto sempre il senso del silenzio, del segreto lavorio di un popolo proletario oppresso, al quale appartiene la notte». Il rumore veniva da ogni parte, e di tanto in tanto l´intera tribù saltava giù compatta da qualche mobile. Era smarrito: non osava alzarsi: non osava accendere la luce; tentò soltanto di spaventarli con qualche grido. Aveva paura di quella presenza accanita e subdola: aveva l´impressione che avessero sforacchiato i muri in cento punti, e vi stessero in agguato, signori della tenebra. La mattina non poté alzarsi per la nausea e la tristezza: rimase a letto fino all´una tendendo l´orecchio per sentire che cosa gli instancabili stessero preparando per la notte successiva. Poi prese in camera una gatta. Ma aveva paura anche di lei. Non aveva il coraggio di spogliarsi in sua presenza, di far ginnastica e andare a letto davanti a lei: non tollerava che gli balzasse sulle ginocchia o sporcasse per terra.
A Zürau prese di petto il proprio passato. Aveva fallito in tutto. Sia in città che in famiglia, nella professione, in società, nell´amicizia, nel fidanzamento, in letteratura, - non aveva «dato buona prova», come non era accaduto a nessun altro intorno a lui. Non aveva fatto che rivolgere domande: domande di ogni tipo; domande sempre più tormentose e più alte e ardue, e non aveva mai ricevuto risposta. Adesso non capiva come poteva essersi illuso di fare domande. Non aveva aria dove respirare: non aveva terreno - leggi, abitudini, pensiero, religione, letteratura - sul quale posare i piedi. Tutti i suoi libri - e i frammenti davanti ai quali provava rossore - li aveva scritti nella lingua «del possesso e dei suoi rapporti»: non dello spirito; e ora gli sembrava un mucchio di carta inutile, migliaia di fogli coperti di inchiostro, da gettare via con un gesto, o da affidare a un rogo pietoso. Non aveva mai fatto niente: aveva soltanto «imbiancato un angolo della stanza» dove era impiegato; eppure era spossato, sfinito, perché in qualsiasi istante o occasione o lavoro impiegava tutte le proprie forze. Non aveva mai riposato o dormito. Di tutta la sua vita non gli restava che un atroce senso di vergogna: quasi fosse morto miseramente, o ucciso come il suo Josef K., nel Processo, con la vergogna sopravvissuta alla propria morte.
Ora lì, quasi solo, protetto dalle ali della sorella, con pochi libri, voleva trovare una risposta a tutte le questioni che lo avevano torturato, e che avevano torturato gli uomini, fin da quando Adamo era stato cacciato dal paradiso terrestre. Aveva poco tempo. Voleva cominciare da capo, come se nulla fosse mai stato scritto, come se il tempo, non fosse mai esistito; e con un balzo, simile ai suoi acrobati ardimentosi, saltare a piedi uniti nell´eterno. Nessuno gli copriva le spalle: ma egli lo dimenticava sempre, e tornava a cercare una copertura, perché non poteva «combattere una lotta personale». Come disse a Brod, tentava di acquistare chiarezza sulle cose ultime, mentre l´ebreo occidentale non aveva le idee chiare su nulla. Voleva «sollevare il mondo nel puro, nel vero, nell´immutabile». Non gli interessavano più le verità separate - solo la metafisica, la teologia: Dio, nient´altro che Dio. Negli ultimi anni aveva cercato di arrivare a Dio attraverso il mondo: la realtà degradata, i nessi infimi, la costruzione lacunosa della Muraglia Cinese. Ora, per la prima volta, avrebbe affrontato Dio faccia a faccia, con il puro sforzo del pensiero.
* * *
Il 18 ottobre 1917 Kafka cominciò a scrivere in un cosiddetto quaderno in ottavo, oggi chiamato G. «Paura della notte. Paura della non-notte»; e poi iniziò, fino alla primavera 1918, un secondo quaderno chiamato H. Non erano veri diari: ma aforismi, raccontini, apologhi, battute, riflessioni; quelle forme leggerissime che aveva appreso nel suo recente periodo cinese. Poi, non sappiamo quando, prese a scegliere in quella massa di fogli. Dispose centotré fogli, sciolti, rettangolari, color giallo pallido, ognuno dei quali era numerato in alto con un numero progressivo e conteneva quasi sempre un passo di poche righe. Quei fogli color giallo pallido non avevano titolo: non si chiamavano Aforismi e nemmeno, come decise Max Brod, Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera vita; titolo che avrebbe fatto lievemente sorridere Kafka. Niente: un bianco, perché gli aforismi non avevano un contenuto preciso, o possedevano tutti i contenuti possibili. Come uno scrupoloso artigiano, abolì molti pensieri dei due quaderni: altri li tagliò e scorciò, fino a farli diventare oscurissimi. Spesso si ha l´impressione che volesse semplicemente celare ciò che voleva (o non voleva) dire di segreto. Altre volte, debbo confessare che, dopo aver letto e riletto e pensato, non riesco a capire la ragione di certe inclusioni ed esclusioni. La capiva solo lui - infinitamente più intelligente di noi - nel suo privato, privatissimo regno dei cieli, dove esercita la propria fede-mannaia: «così pesante, così leggera».
E´ la quinta volta che leggo questi centonove (anzi centodiciassette) aforismi, che tutti insieme non comprendono più di tredici o quattordici pagine. Diciassette anni fa dedicai loro, in un libro, una ventina di pagine, che oggi mi lasciano insoddisfatto. Suppongo che se, fra sei anni, li prendessi in mano un´altra volta, proverei gli stessi sentimenti: leggerei, rifletterei, mi interromperei continuamente, andando in cucina a bere un bicchiere d´acqua, a piluccare un grappolo d´uva, o a mangiare pane e parmigiano, per cercare (inutilmente) di rinforzarmi. La prima impressione è di uno sbalordimento intensissimo: il pensiero umano (non il solo pensiero occidentale) non era mai arrivato così in alto e in profondo, in luoghi intentati e inesplorati. Leggendo, ci si sente (è sempre la sensazione migliore) stupidissimi; e insieme si pensa quello che dicevano Giovanni Scoto e i mistici bizantini: se Kafka ha scritto queste frasi, noi uomini apparteniamo a una razza meravigliosa, superiore a quella degli angeli, con le loro grandi e inutili ali rosse e celesti.
Tutto è concentratissimo: tre righe contengono il materiale di un trattato. Tutto è essenzialissimo e enigmaticissimo. Al confronto, Eraclito (che in buona parte fu oscuro perché ci giunse a frammenti) è trasparente come l´acqua di un ruscello greco. Un raggio violentissimo illumina e, al tempo stesso, accieca. Il linguaggio accenna, allude, e sopratutto nasconde, come nei mistici. Se osassi dire una cosa così volgare, i cosiddetti Aforismi di Zürau sono di gran lunga il più importante libro di pensiero concepito nel ventesimo secolo. Ho scritto importante; e subito sento il lieve riso del diligente impiegato dell´Istituto assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori per il regno di Boemia e Praga. «Importante?». Non esistono le cose importanti. Tutte le cose hanno la stessa benedizione: sono nulla e tutto. Intanto gli Aforismi di Zürau ci vengono presentati un´altra volta, nell´eccellente traduzione di Roberto Calasso (Adelphi, pagg. 144, euro 8,50).
(1/ Continua)

anoressia

Repubblica Salute 4.11.04
Il rifiuto del cibo fa sentire potenti
Mezzo milione di adolescenti soffre di anoressia. Si guarisce, ma nei centri specializzati
di Anna Fregonara

Eleonora odiava il suo corpo, avrebbe voluto vederlo sparire. Così ha deciso di autodistruggersi, facendo scendere sempre di più la lancetta della bilancia. Anche a costo di morire. A 16 anni pesava 84 chili, a 28 sfiorava i 25. Si accontentava di un cappuccino al giorno o di una mela. Oggi ha 32 anni, pesa 50 chili, sta per laurearsi in Filosofia. Ed è la prova che da questo inferno si può guarire. "L'anoressia è una malattia grave, esplosa negli ultimi 15 anni", dice Maria Gabriella Gentile, direttore del Centro per la cura dei disturbi del comportamento alimentare dell'ospedale Niguarda di Milano, "da quando la magrezza pelle e ossa è proposta come ideale di femminilità e bellezza. Nove volte su dieci colpisce le donne, con un tasso di mortalità 12 volte superiore rispetto alle coetanee".
Il rifiuto di alimentarsi, insieme al disturbo contrario della bulimia, cioè la ricerca compulsiva di cibo, colpisce quasi mezzo milione di italiane, pari al 10 per cento delle 12-25enni, la fascia a rischio. Oggi la malattia affligge però anche quarantenni e bambini di 10-12 anni. "Il fatto più importante, però, è che con terapie mirate curarsi è possibile". I tempi di guarigione sono tanto più brevi quanto più precoce è l'intervento. Quindi, occhio ai campanelli d'allarme. "Sbalzi d'umore, isolamento, ossessione per il proprio aspetto e le calorie, devono mettere sul chi va là", prosegue Gentile, "ai primi sospetti bisogna provare a dialogare di più, senza arrabbiarsi. Capire i motivi di disagio e non banalizzare le richieste con frasi tipo "le cose si sistemeranno da sole" o "così magra non sei bella". Le difficoltà maggiori sono l'assenza di autostima e i problemi di comunicazione affettiva in famiglia". E' impossibile la cura fai-da-te. Se i sospetti diventano certezze, occorre rivolgersi a un istituto specializzato dove viene offerta una terapia multidisciplinare che agisce su corpo e mente, l'unica cura vincente. "Nel nostro centro i pazienti, 50 al giorno da tutta Italia, sono seguiti da un'équipe di nutrizionisti clinici, psicoterapeuti, dietisti, infermieri, che coinvolge i genitori e studia cure personalizzate. Facciamo visite ambulatoriali, day hospital o ricoveri, il tutto al costo del solo ticket".
[...]

"terrorismo" anglo-svedese
...se hai più di trent'anni, pensaci prima d'avere un figlio...

Repubblica Salute 4.11.04
Schizofrenia, più rischi con padre "over 30"

Bambini nati da papà "over 30" hanno qualche rischio in più di diventare schizofrenici in età adulta. Emerge da una ricerca condotta da medici svedesi e britannici e pubblicata sull'edizione on line del British Medical Journal (Bmj).
Questo rischio statistico correlato all'età paterna è stato rilevato esaminando i rapporti medici di circa 712 mila persone nate in Svezia tra il 1973 e il 1980. I ricercatori hanno infatti individuato 639 pazienti ricoverati con sintomi di schizofrenia tra il 1989 e il 2001. Tenendo conto di tutti i possibili fattori che avrebbero potuto influire sul risultato della ricerca, come l'ambiente socioeconomico del paziente, esperienze di psicosi in famiglia, la morte prematura dei genitori, gli esperti hanno rilevato un forte legame statistico tra la schizofrenia e l'età del padre del paziente. Secondo l'indagine, diretta da Finn Rasmussen, professore associato di epidemiologia all'Istituto Karolinska di Stoccolma, oltre il 15 per cento dei casi di schizofrenia esaminati sarebbero dovuti al fatto che i padri dei pazienti avevano più di 30 anni di età al momento della nascita dei figli. Un rischio statisticamente basso, che però cresce con l'aumentare dell'età paterna. Questa evidenza arricchisce quel filone di ricerca che punta a dimostrare che la schizofrenia ereditaria è in parte dovuta alla mutazione che avviene negli spermatozoi con il passare del tempo e che quindi il rischio di sviluppare la malattia sarebbe direttamente proporzionale all'età del genitore.
I medici coinvolti nello studio ritengono che si tratti di un risultato rilevante dato che nei paesi industrializzati si tende a fare figli sempre più tardi. Nel caso di Inghilterra e Galles, ad esempio, è stato notato che nel 1980 l'età media dei papà al momento della nascita dei figli era di 29,2 anni, salita a 32,1 nel 2002. Dunque, se il modello di questa ricerca è corretto, nell'analisi dei dati del 2002 dovrebbero contarsi 720 casi di schizofrenia in più. La schizofrenia è una grave malattia psichiatrica che si manifesta con deliri e allucinazioni. Con gli psicofarmaci si ottiene un controllo della sintomatologia ma non si riesce a curare.

violenza sui bambini: il caso del Veneto

L'Arena, Giovedì 4 Novembre 2004
Il maggior numero di richieste di aiuto è da Treviso, seguita da Padova. Responsabili dei maltrattamenti sono genitori, parenti, insegnanti
Abusi sui bambini, a Verona primi quelli sessuali
Sono il 6,4%. Dal Veneto sono arrivate a Telefono Azzurro 1.500 chiamate in quattro anni

Dal 2000 all’ottobre 2004 Telefono Azzurro ha aiutato più di 1500 bambini e adolescenti del Veneto, e un bambino su tre ha chiesto aiuto perchè vittima di una situazione di abuso o maltrattamento. Il numero maggiore (34,1%) di richieste d’aiuto si registra nella provincia di Treviso, dove il dato è circa il doppio rispetto a Padova, seconda provincia in graduatoria con il 17,3%. Ciò si spiega col fatto che nel capoluogo della Marca è attivo da anni un team di Telefono Azzurro, punto di riferimento diretto e visibile sul territorio , che ha raccolto c irca 327 richieste di aiuto, mentre 1255 sono state gestite dal Centro nazionale di ascolto.
Verona, insieme a Vicenza, è la provincia col maggior numero di casi di abusi sessuali, rispettivamente 6,4% e 6,8%. Venezia e Vicenza sono le province col maggior numero di casi di abusi fisici (rispettivamente il 13,6% e il 13,1%); Rovigo e Padova per quelli psicologici (11,7% e 11,2%); Belluno e Treviso per la trascuratezza (15,8% e 10,7%). Per quel che riguarda gli abusi, i casi di cui si è occupato Telefono Azzurro in Veneto sono stati 360, il 56,45% dei quali riguarda le bambine. Le forme di abuso individuate sono state 403.
Sono le bambine e le ragazze a rivolgersi principalmente agli esperti dell’associazione (57,5%), mentre la fascia d’età più a rischio, e quindi più aiutata, è quella compresa tra 0 e 10 anni (45,5%), seguita dalla fascia tra 11 e 14 anni (25,9%) e dai più grandi, 15-18 anni (18,6%).
La ricerca di Telefono Azzurro sottolinea come la principale causa che spinge un giovane a cercare aiuto vada ricercata nei problemi relazionali. In particolare emergono le difficoltà coi genitori (32,1%) e quelle inerenti la loro separazione (21,7%).
Preoccupanti le percentuali legate alle situazioni di abuso: 11,8% delle consulenze prestate dagli psicologi dell’ associazione riguarda problematiche di abuso fisico e il 10% abuso psicologico, l’ 8,8% le situazioni di trascuratezza e il 5% l’ abuso di tipo sessuale.
A richiedere aiuto sono stati essenzialmente i bambini italiani (91,8%). Molte situazioni risultavano però già note a livello di servizi e agenzie del territorio. Le bambine e le adolescenti sono le principali vittime di abusi sessuali (74,1%,), mentre i maschi lo sono per l’abuso psicologico (53,2%). E i principali responsabili di questi abusi e maltrattamenti sono, nell’84,6% dei casi, componenti della famiglia. Il principale artefice di abusi è il padre (38,7%) poi la madre (34,6%); fratelli, sorelle e parenti incidono rispettivamente per 1,9%, mentre gli insegnanti sono «colpevoli» nel 3% dei casi.

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la chiesa è veramente al passo con i tempi!

AGI.it
MATRIMONIO: CAMBIA LA FORMULA, NON PIU' "PRENDO TE"

(AGI) - CdV, 3 nov. - La novita' piu' eclatante e' il cambiamento della formula storica di consenso "prendo te" in "accolgo te", per mettere in evidenza nel nuovo rito del matrimonio la dimensione del dono, mentre il verbo "prendere" mette in risalto l'azione della persona e oltre tutto sembra quasi insinuare che l'altro sia considerato un oggetto. La chiesa italiana, spiega don Sergio Nicolli, direttore dell'ufficio della Conferenza episcopale italiana (Cei) per la famiglia, "ha deciso di adattare il rito del matrimonio per adeguare la celebrazione del matrimonio ad una teologia e una spiritualita' coniugale che in questi anni e' andata sviluppandosi".
[...]

Repubblica 4.11.04
Al via il 28 novembre le nuove nozze. La Cei: "Nessuno sconvolgimento, ci adattiamo ai tempi"
Sì in Chiesa per cattolici e non
Cerimonie diverse per chi è poco praticante o di altra religione
Matrimoni misti e nuova spiritualità, i motivi che hanno spinto ai ritocchi
Cattolici, musulmani, osservanti e non, ma anche nuovi battezzati: i casi ormai sono tanti

ROMA - Nuove parole per dire sì, un rito più veloce per i cattolici non praticanti, niente comunione per i partner non credenti. Sempre più italiani scelgono per le nozze il rito civile e il matrimonio religioso si rinnova per cercare di riguadagnare gli spazi perduti. Nuove parole, gesti e soprattutto il cambio della formula tradizionale. Va in pensione «io prendo te come legittimo sposo» e entra in scena un più soft «accolgo te... ». Le novità sono state varate ad aprile dall´assemblea generale dei vescovi italiani, saranno presentate da oggi in un incontro di tre giorni organizzato dalla Conferenza episcopale a Grosseto, ed entreranno in vigore dal prossimo 28 novembre.
La chiesa italiana, spiega don Sergio Nicolli, direttore dell´ufficio Cei per la famiglia, «ha deciso di adattare il rito del matrimonio per adeguare la celebrazione del matrimonio ad una teologia e una spiritualità coniugale che in questi anni è andata sviluppandosi».
«Non ci sono - spiega il Servizio informazione religiosa promosso dalla Cei - veri e propri sconvolgimenti, ma alcuni adattamenti». Ad esempio si può iniziare il rito dal fonte battesimale, con il cero del battesimo in mano ai due fidanzati, per testimoniare che il matrimonio è un «sacramento non avulso ma strettamente legato al sacramento del battesimo».
L´aumento dei matrimoni misti (cattolici con protestanti, con musulmani, con non-credenti), le nuove esigenze degli stessi battezzati hanno spinto verso i ritocchi delle formule tradizionali. Per questo la Cei ha pensato a tre cerimonie diverse. Il matrimonio tra due cattolici, praticanti in modo assiduo che hanno seguito i corsi preparatori al matrimonio. Le nozze tra coniugi cattolici in cui uno o entrambi sono poco attivi nella vita di fede. Il matrimonio tra sposi di confessione diversa, cattolico l´uno e non cattolico l´altro. Ecco le differenze. I due cattolici praticanti seguiranno la liturgia di nozze normale e chiuderanno il rito con la comunione. Quando i due sposi sono invece di confessione diversa soltanto il cattolico farà la comunione. Quando uno dei partner è "tiepido" nell´osservanza sarà preferibile una «liturgia della parola», senza la messa tradizionale. «Esisteva anche prima - spiega don Sergio Niccoli - la possibilità di celebrare il matrimonio nella liturgia della parola quando nella coppia, uno dei due non crede oppure appartiene ad altra confessione cristiana». Ora si vuole chiarire che dare la possibilità di celebrare il rito nella liturgia della parola non significa decretare sposi di serie "A" e sposi di serie "B". «È stato pensato di proporre un rito del matrimonio senza l´eucaristia solo per rispettare la sensibilità degli sposi. Spesso sono loro stessi a dire di non aver fatto un determinato cammino di fede e a chiedere di vivere il sacramento del matrimonio solo all´interno della celebrazione della parola. Non è quindi un matrimonio di serie B ma solo una proposta adeguata alla situazione concreta degli sposi».
Altra novità: la più ampia scelta di letture bibliche che gli sposi potranno utilizzare. Si potrà scegliere tra tutti i brani della Bibbia che vengono utilizzati per la catechesi preparatoria del matrimonio.

mercoledì 3 novembre 2004

citato al Lunedì
Cancrini sull'Unità del 1 novembre

L'Unità 1.11.04 pag. 27

Luigi Cancrini
Il disagio mentale nella trappola dei pregiudizi

Devo lanciare un allarme. Attenti a quello che accade in termini di salute mentale. Facendo parte di una associazione sono informata su quanto avviene in termini di disagio psichico nel Lazio; è proprio sotto i nostri occhi: il progressivo depauperamento delle strutture pubbliche (Alcune ASL di Roma hanno l'organico ridotto del 50%) e delle strutture del privato sociale che si occupano di cura e di recupero, a favore delle cliniche private con l'inevitabile aumento dei pazienti psichici nelle cliniche e l'ospedalizzazione progressiva e lunga. Come? Per esempio con la firma di un verbale d'intesa con tredici case di cura private con il quale si destinano 800 posti letto per pazienti psichiatrici per i quali si prevedevano cospicui aumenti delle rette giornaliere. Questo, a mio avviso, è il modo per fare entrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta: il manicomio. La cura e il recupero non possono consistere solo nell'andare avanti e indietro con la testa bassa, la sigaretta in mano e nella tasca, spesso, un rosario.
Ho sempre pensato che la legge Basaglia, lo psichiatra che lottò contro l'istituzione manicomiale, sia una delle più coerenti con lo spirito della nostra Costituzione. Allora attenti ai vari tentativi mascherati di cambiarla; se andranno a segno apriranno la strada in modo inarrestabile anche agli ospizi per poveri, portatori di handicap, anziani.
Anna Maria De Angelis


Più leggo lettere come queste e più mi convinco che nell'organizzazione dei servizi psichiatrici è oggi necessario un cambiamento, un salto in avanti di ordine culturale. Il punto della legge Basaglia relativo alla necessità di superare un ordinamento basato sull'idea che la malattia mentale, incurabile, chiedeva alla società di dare solo risposte "custodialistiche" è di fatto acquisito anche da quelli che sono i più critici, oggi, di fronte alle scelte di allora. La presenza di una rete, sul territorio, di centri di salute mentale (a Roma, al tempo in cui la riforma fu approvata, c'era solo un centro di salute mentale che serva l'intera provincia, oggi i centri sono una quarantina), la diffusione enorme degli psicofarmaci e il numero crescente di strutture che si occupano di questi problemi a livello residenziale e ambulatoriale propongono un quadro complesso che non sarebbe compatibile in nessun caso con un ritorno al passato del manicomio. Quello di cui dobbiamo renderci conto, tuttavia, è che quelle veicolate all'interno di tutte queste strutture sono teorie, ipotesi sulla malattia mentale e sulle cure profondamente diverse, che i modelli di intervento che da tali teorie discendono sono spesso inutilmente (e dannosamente) contraddittori, che le amministrazioni si trovano spesso nel momento delle scelte più significative, in balia di tecnici improvvisati e di parte.
Il problema di fondo, a mio avviso, è quello che riguarda il tipo di rapporto che l'operatore della salute mentale tende a stabilire tra il disturbo esibito da un certo paziente in un certo momento della sua vita e le circostanze concrete in cui tale disturbo si manifesta. Convinto del fatto per cui il disturbo (una crisi delirante-allucinatoria, per esempio, l'attacco di panico o l'episodio depressivo) è espressione semplice e diretta di una alterazione biochimica che si attiva criticamente, per ragioni sconosciute e imprevedibili, lo psichiatra biologico di oggi interviene molto rapidamente (dopo aver cioè riconosciuto e considerato i sintomi, senza fare molte altre domande) con i farmaci che più gli sembrano adatti. il mondo dei suoi pazienti si divide, a questo punto, i quello dei "responders" (che rispondono al trattamento) e quello dei no-responders" (detto in inglese sembra più"scientifico") per cui c'è, purtroppo, poco da fare oltre che aumentare o variare dosi e tipologia di farmaci. Organizzata sul modello medico che la ispira, la psichiatria biologica di oggi prevede, coerentemente, dal punto di vista dei ruoli professionali, medici con il camice bianco al vertice dell'organizzazione, psicologi, assistenti sociali e infermieri che lo aiutano aiutando il paziente ad accettare la terapia (a sostenere cioè quella che, sempre in inglese, si chiama oggi "compliance" con la terapia stessa); dal punto di vista delle strutture ambulatoriali per il primo intervento, ospedali e case di cura per le situazioni acute che richiedono dosi alte di farmaco, strutture residenziali protette per i più gravi che non si riprendono.
Sull'altro versante, e in modo oggi vivacemente contrapposto, la psichiatria delle relazioni interpersonali ragiona sul comportamento sintomatico come su una comunicazione complessa. Un enigma da decifrare (l'immagine è di Sigmund Freud) come un sogno, un lapsus, un oracolo o un rebus della settimana enigmistica tenendo conto della storia personale e familiare e del contesto in cui il paziente si muove. Comprendere è, per chi crede in questa seconda possibilità, la base del curare: nei casi più semplici semplicemente aiutando a capire quello che sta succedendo e in quelli più complessi, in cui quello che serve è anche, o soprattutto, "cambiare", aiutando chi sta male a costruire rapporti diversi (la terapia familiare o di contesto) con le persone che per lui/lei sono più importanti. Centrale per chi accetta il primo modello, il ruolo del farmaco (e del medico che lo prescrive) diventa qui un ruolo secondario di sostegno. Indispensabile nella fase acuta perché permette l'accesso ad un rapporto altrimenti impossibile e mai o quasi mai sufficiente da solo, però, perché l'azione del farmaco è inevitabilmente sintomatica, incapace di incidere sulle cause e sulle conseguenze reali del disturbo in atto. Con conseguenze importanti dal punto di vista dell'organizzazione dei servizi, ovviamente, perché quella di cui c'è più bisogno, per i sostenitori di questa seconda visione della psichiatria, è una formazione psicoterapeutica degli operatori, una disponibilità ampia di risposte, nel privato e nel pubblico, basate su questo tipo di competenze. Nei casi più gravi, di strutture basate sull'idea della Comunità Terapeutica invece che delle case di cura; in quelli più difficili da curare sul territorio, di una integrazione forte dei presidi sociali e sanitari.
Difficili da conciliare, queste opposte visioni della psichiatria esistono comunque. In termini di rapporto con la classe sociale dell'utenza per esempio, esse si presentano come assai diversamente rappresentate in un sistema sanitario come il nostro per cui l'aspetto medico è prevalente: chi ha soldi e cultura può scegliere e si rivolge sempre più spesso al modo degli psicoterapeuti: chi non ha soldi e/o non ha letto molti libri è costretto naturalmente, invece, ad accontentarsi dei farmaci. Anche se i tentativi di integrazione sono sempre più frequenti, come è naturale in un mondo che è, comunque, in continua evoluzione.
La cosa di cui sono sempre più convinto è che, alla fine, può essere un po' riduttivo stabilire dei legami diretti fra le categorie della politica e quelle dei modelli teorici a cui ci si ispira organizzando i servizi. Il problema vero, a volte, sembra quello dei tecnici cui ci si rivolge chiedendo consiglio. Con risultati paradossali, a volte, come accade oggi a una destra che chiede solo a San Patrignano (dove i farmaci sono considerati "diabolici") cosa si deve fare con i tossicomani e che chiede solo a psichiatri senza formazione psicoterapeutica (e capaci solo d'usare i farmaci) cosa si deve fare con le persone che soffrono di disturbi psichici.
Quello di cui ci sarebbe bisogno, cara Anna Maria, è di finirla una buona volta con i tecnici "onnipotenti" apparentemente al servizio del politico che vince le elezioni ma al servizio, sostanzialmente, delle lobbies di cui fanno parte. Interdisciplinari e compositi, gli organismi tecnici di consulenza per le politiche sociali e sanitarie dovrebbero funzionare in modo più equilibrato, più autonomo dal potere politico e più serio aiutando chi deve decidere a decidere per il meglio.
Riuscirà l'Ulivo, nei giorni in cui tornerà al governo, a riflettere seriamente su questo tipo di problema? Io spero proprio di sì. La mancanza di un collegamento stabile ed efficace fra i progressi delle conoscenze scientifiche e le decisioni assunte a livello dell'amministrazione dipende soprattutto dalla debolezza delle istituzioni scientifiche di riferimento e dalla incapacità degli amministratori di costruire occasioni di confronto utile fra operatori di diverso orientamento. Si tratta di un problema sempre più evidente e sempre più grave: a livello della psichiatria in modo particolare ma non solo, comunque, a livello della psichiatria.

ha vinto Bush, «questa è l'America, baby!», ma Kerry sarebbe stato meglio?
IL FATTORE DIO

L'Adige 3.11.04
Il fattore Dio
nel voto Usa

(segue dalla prima pagina)
«Per la prima volta ho sentito che Dio è alla Casa Bianca», esclama Tricia, con la voce strozzata dall´emozione. «Dio sia lodato. Grazie che ci hai dato George W. Bush».
Sono quattro milioni, tra gli stati del Sud e del Midwest, gli evangelici della Bible Belt, la cintura della Bibbia. Una macchina da voto travolgente, decisivi col loro appoggio negli swing states, gli stati traballanti dove i due candidati sono alla pari. Per loro questa è la Santa Battaglia, Lepanto contro i Turchi, la Liberazione dall´Egitto. Quello di oggi, per loro, non sarà un voto per eleggere il 44° presidente degli Stati Uniti d´America, ma la difesa suprema dei valori della moralità, nuova crociata del 2000 che Bush, born again, cristiano rinato, ha dichiarato di voler capitanare.
* * *
Mai come in queste elezioni la religione in America è diventata il tema politico cruciale, quello su cui il Paese, ma soprattutto Bush e Kerry, dicono di voler giocare il proprio futuro. Potendo vantare un assai misero carnet di risultati ottenuti, visto che nei suoi quattro anni di presidenza si sono persi un milione e 600 mila posti di lavoro e il bilancio statale è al limite della bancarotta, il presidente Bush ha puntato tutto sull´apocalisse finale, lo scontro tra il Bene e il Male, la difesa dell´America o la sua dissoluzione, il drago dalle sette teste e il sangue dell´Agnello. Non c´è comizio, discorso o appello presidenziale che non trabocchi di citazioni dalla Bibbia, di riferimenti alla città sulla collina, alla luce radiosa e alle tenebre della valle di Josafat.
Non è da meno il candidato democratico John Kerry che in questo ultimo mese s´è fatto almeno tre messe ogni fine settimana, citando dovunque il suo passo preferito, san Giacomo, 2, 14-26, «la fede senza le opere è morta», in risposta all´avversario presidenziale.
Nei suoi discorsi sul futuro dell´America e del mondo, ha ripetuto alla nausea che da piccolo, lui cattolico praticante, ha fatto il chierichetto e anzi, aveva pensato di diventar prete. Poi la politica e la guerra in Vietnam avevano preso il sopravvento, ma sulla sua fede - dice- nessuno può dubitare.
Del resto, tutti i sondaggi di queste settimane lo dicono chiaramente: il 70% degli americani vuole come presidente «un uomo timorato di Dio e di forte fede». Chiunque dei due sarà eletto, questo dovrà fare. «In America il senso religioso è molto forte, è l´elemento che crea comunità», spiega il sociologo di Harvard Robert Putnam, famoso anche in Italia per i suoi studi sulla crisi della cultura civica americana («Bowling alone»). «Negli Stati Uniti ogni significativa riforma, compreso il movimento dei diritti civili o la lotta alla schiavitù, ha avuto profonde radici religiose - afferma Putnam-. Storicamente non c´è sindacato o altra realtà sociale così incisiva nella società americana come le chiese. Certo, questa forza può essere usata in chiave fondamentalista e conservatrice, come è avvenuto negli ultimi vent´anni, o in chiave progressista, come è avvenuto a lungo nei decenni precedenti. Ma la religione resta un forte elemento propulsivo della società e della politica americana».
* * *
Che la carta della fede fosse quella da giocare, Bush l´aveva capito fin dal 1988, quando faceva propaganda per suo padre, e intuì la forza elettorale dei telepredicatori alla Pat Robertson. Alla fine degli anni Settanta l´America, prostrata dalla sconfitta del Vietnam e confusa dal libertarismo sessantottino e femminista, ripiegò sulla fede.
Milioni di americani chiedevano qualcosa di forte in cui credere, dei valori a cui aggrapparsi, e le chiese divennero la consolazione. Fu l´abilità della destra a comprendere che quella massa di "nuovi cristiani" poteva essere politicamente organizzata.
«Mentre i cristiani liberali dormivano, i fondamentalisti hanno costruito la loro potente rete», spiega Robert Edgar, segretario generale del consiglio nazionale delle chiese, che a settembre era a Milano alla settimana ecumenica della Comunità di S.Egidio. «Chiedevano a tutti un dollaro a preghiera. Ma soprattutto chiedevano il loro indirizzo e la lista dei valori in cui credevano. È lì che è nata la falange della destra cristiana».
Così, temi come l´aborto, le cellule staminali, i matrimoni gay e l´eutanasia sono diventati centrali dell´agenda politica, cancellando ogni riferimento a questioni come le politiche sociali, i diritti delle minoranze, i fondi per la salute e l´istruzione, la pena capitale, i morti in guerra, che sono stati volontariamente ignorati dalla campagna elettorale.
Per Kerry un grattacapo mica da poco. Lui, cattolico della cattolica Boston, s´è visto osteggiare perfino dai vescovi cattolici, perlomeno da alcuni, che l´hanno additato come pubblico peccatore, e come tale scomunicato, escluso dalla comunione. «Votare Kerry è un peccato che richiede la confessione» ha tuonato padre Charles Chaput, frate cappuccino e arcivescovo di Denver. E monsignor Bernard Schmitt, vescovo di Wheeling-Charleston, in West Virginia, ha scritto ai suoi parrocchiani per ricordare che votare Kerry «è peccato mortale», visto le sue posizioni liberali sull´aborto e le cellule staminali, subito spalleggiato dall´arcivescovo di St. Louis, Raymond Burk, che ha scomodato il giudizio di Dio come a Sodoma e Gomorra se l´America consentirà il matrimonio dei gay.
Nonostante questo, i cattolici, la chiesa più numerosa d´America, è divisa a metà, con una percentuale di favorevoli a Kerry, maggiore che per Bush. L´ultimo sondaggio Pew ha stabilito che il 41% dei cattolici sono per Bush e il 44% per Kerry. «Forse va ricordato che oltre all´aborto e alla ricerca sulle cellule staminali, c´è anche il tema della guerra e la pena di morte, a cui un cattolico dovrebbe guardare quando va a votare», ha detto chiaro e tondo padre Bryan Hehir, docente di teologia all´università di Harvard. «Per non parlare poi dell´aiuto ai più deboli, ai poveri, ai bambini abbandonati, di cui in America ormai non parla più nessuno».
Proprio per questo le chiese battiste degli afro-americani hanno scelto al 90% di appoggiare Kerry, il democratico. «Se vince Bush, per la comunità nera è la fine», ripete sconsolato il professor Lawrence Bobo, che insegna Sociologia e Storia degli afroamericani ad Harvard. «Negli ultimi quattro anni ha azzerato tutti finanziamenti alle scuole per i neri e agli aiuti sociali per le minoranze. Sta cercando di portarci via anche il voto, con campagne intimidatorie per impedire ai neri di votare. La comunità nera è molto arrabbiata. Molto. Se Bush sarà rieletto, per noi è la fine».
* * *
Eppure, nonostante far quadrare il bilancio familiare sia diventato il problema principale della classe media americana, che negli ultimi quattro anni s´è vista declassare il proprio ruolo per stipendi e sicurezza del lavoro, molti ritengono che mettere fuorilegge l´aborto venga prima che creare nuovi posti di lavoro.
Come gli operai di Cleveland, in Ohio, dove negli ultimi quattro anni s´è perso un posto di lavoro su cinque con il trasferimento all´estero degli stabilimenti della Firestone e della Goodyear, che davanti alle telecamere della televisione hanno confessato: «Bush ci fa del male, è vero. Ma non possiamo votare Kerry: la coscienza morale viene prima di tutto».
Questa è l´America che oggi, il giorno dei Morti, andrà a votare. E se anche le organizzazioni dei cristiani, cosiddetti liberali, si stanno mobilitando per riprendersi il terreno perduto nel nome della giustizia sociale e del sostegno ai derelitti che a migliaia dormono sui marciapiedi delle strade, la parola d´ordine di queste elezioni è una sola: moralità. E Bush l´immorale, che sotto la sua presidenza ha visto aumentare in massa il numero degli aborti perché ha cancellato ogni sussidio per le ragazze madri, ne è il profeta. «Perch Gesù Cristo è il suo più fidato consigliere», ha detto dall´altare un telepredicatore della Florida. E giù tutti a battere le mani. Hallelujah.

Marco Bellocchio

Libertà 3 novembre 2004

Successo per Bellocchio al Film Festival di Sydney

(ma il testo dell'articolo è disponibile on line solo per gli abbonati)

Il Messaggero Martedì 2 Novembre 2004
Casa del Cinema, Chiesa e Bellocchio incontrano il pubblico


Oggi e domani alle 15 due incontri alla “Casa del cinema”, a Largo Mastroianni 1 (Villa Borghese, Casina delle Rose). Il primo con il regista Guido Chiesa di cui verrà proiettato il film “Lavorare con lentezza”. Il secondo con Marco Bellocchio, con la proiezione del suo “L’ora di religione”. Ingresso libero fino a esaurmimento posti.

archeologia
Paolo Matthiae: Ebla, «la culla di tutta la nostra civiltà»

La Stampa 03 Novembre 2004
INCONTRO CON L’ARCHEOLOGO CHE QUARANT’ANNI FA RIPORTÒ ALLA LUCE LE ROVINE DI EBLA
Matthiae: scava scava ritroverete l’Altro
«Il nostro lavoro non è solo legato al passato, a ciò che si trova sotto terra. È uno straordinario allenamento alla cultura delle differenze»
di Marco Vallora

DAMASCO. QUARANT’ANNI esatti dalla scoperta di Ebla. E non si direbbe: per lo meno a saggiare la vitalità con cui Paolo Matthiae, l'illustre archeologo della Sapienza di Roma che ha legato il proprio nome al ritrovamento imprevisto di questa antichissima città siriana, nemmeno sospettata dalla dottrina archeologica classica, racconta della sua straordinaria esperienza, come se fosse un'episodio che risale a qualche settimana fa. «E c'è ancora moltissimo da fare, non si smette mai, per carità, non s'interrompe un attimo di lavorare. Le zone da riportare alla luce sono ancora molte». Nessun rimpianto, nessuna recriminazione, persino la burocrazia e le sovvenzioni, i fondi venuti dall'Italia, hanno questa volta insolitamente funzionato: «Sì, non possiamo lamentare nulla, l'importanza di Ebla è stata subito percepita. Ma anche sul sito ho lavorato sempre benissimo, accanto ad amici e colleghi siriani. Non soltanto sul piano tecnico, ma anche per lo spirito straordinario di collaborazione. Direi che questa è una situazione esemplare nei rapporti euro-asiatici, la Siria è indubbiamente un paese di eccezionale equilibrio. Perché non si può negare che questa, del Vicino Oriente, è una zona assai delicata, anche e soprattutto per l'archeologia».
In Siria è diverso. «Ho sempre pensato che la Siria sia stata terra di frontiera e ponte di cultura. Ed è innegabile che in questa terra, dove pure nei secoli sono avvenuti scontri anche feroci, sia esistita sempre una compresenza di credi e di civiltà abbastanza unica. Basta andare al museo di Damasco e leggere l'importantissima testimonianza degli affreschi staccati di Duros Europos, in cui tranquillamente convivono dignitari togati romani con altri personaggi in fogge elegantemente orientali. Per questo, in un momento così delicato, ho trovato assai intelligente, e non turistica, spettacolare, l'iniziativa di Cristina e Riccardo Muti e del Ravenna Festival, non soltanto di portare la musica italiana, qui, nel teatro romano di Bosra e di voler così celebrare i quarant'anni di Ebla. Ma anche di fondere insieme simbolicamente gli esecutori della Scala con quelli siriani, perché qui c'è una vivissima cultura musicale e artistica. La giovane moglie del presidente è molto attenta allo sviluppo culturale del paese, ed è assai presente anche agli sviluppi del cantiere di Ebla».
Che cosa abbia rappresentato per l'archeologia la riscoperta di Ebla è ormai noto, universalmente. Ma che cosa ha significato per la Siria? «Che il ritrovamento abbia davvero cambiato il corso della storia dell'archeologia del secondo dopoguerra non tocca a me dirlo, ormai lo ha riconosciuto l'intero consorzio scientifico. Ma per la storia della Siria è stato un evento davvero decisivo. Perché prima, schiacciata e negletta dalle vicine civiltà imponenti, come l'Egitto e la Mesopotamia, la Siria quasi non aveva un'identità. Poi è venuta fuori questa città, Ebla, già così evoluta e ricca intorno al 2300 a. C. Abbiamo trovato oltre 17.000 tavolette in ottimo stato, che, decrittata ormai la loro sconosciuta scrittura semitica, l'eblaita, ci hanno permesso di conoscere usi e costumi, soprattutto economici, d'una cittadina tanto nevralgica e in una zona così strategica e con legami politico-commerciali tanto importanti. Tutto ciò ha cambiato completamente l’immagine storica della Siria e pure il suo corso moderno. Le ha regalato una nuova identità».
Dunque l'archeologia non ha soltanto un peso specialistico, universitario, ma anche un peso politico. «Uno pensa allo stereotipo del vecchio professore trasognato, fissato, con gli occhi rivolti soltanto al passato e legati a un minimo, circoscritto periodo. Ma non è vero: l'archeologia non è qualcosa di antico, di polveroso, di sepolto nella terra. È un’ottima palestra per insegnarci a pensare insieme, in dialogo fecondo, all'alterità e alla nostra identità. Ritrovi le tue radici, ma riscopri anche il diverso da te: uno straordinario allenamento alla cultura delle differenze».
La distruzione dei Buddha in Afghanistan, gli assalti ai musei di Kabul e di Baghdad. Oggi la politica distrugge più che proteggere. «Io non voglio dare giudizi politici, ma certo quello che è successo in Iraq è allarmante. Uno poteva anche pensare a deturpazioni di monumenti, a ruberie e sciacallaggio nei siti indifendibili, ma che una grande democrazia come l'America non abbia saputo, non sia riuscita a proteggere un museo fondamentale e ben localizzato come quello di Baghdad è davvero inquietante». Che non abbia saputo o voluto? «Ma è questo che è spaventoso, che possa prevalere un calcolo politico su quello culturale. E così questi pezzi unici, per la cultura del mondo, potranno finire soltanto in quelle ricche case di Paesi che non hanno fatto nulla per proteggere quel patrimonio. E poi è impressionante pensare che invece si sia difeso un simbolo vuoto, un edificio astratto come quello del ministero del Petrolio: allora vuol dire davvero che l'economia ha vinto su tutto». Ma il passato mesopotamico, dice Matthiae, non è una prerogativa del popolo iracheno: «Questa è la culla di tutta la nostra civiltà, qui è nata la prima scrittura, qui la trascrizione del primo rigo musicale, qui è vissuta la più antica poetessa della storia e si sono realizzati altri primati, magari meno divertenti, un po' bizzarri, ma comunque essenziali per tutta l'umanità».
Per fortuna in Mesopotamia la guerra non ha sempre avuto effetti devastanti. È il caso dell’incendio che ha reso indistruttibili le tavolette di Ebla: una distruzione protettiva, com'è successo a Pompei. «Sì, è una delle contraddizioni dell'archeologia, di cui la scienza si può avvantaggiare, un po' cinicamente. Quanto più le grandi catastrofi sono state improvvise, non solo Pompei ma per esempio anche Santorini, tanto più il lavoro dell'archeologo è reso interessante e ricco. Chi ha tempo di fuggire lascia solo un guscio vuoto». Ebla ha ancora dei segreti? «Le oltre 17.000 tavolette, compresi i frammenti, sono state trascritte quasi tutte. Ormai conosciamo i contenuti nei minimi dettagli. Si parla molto di economia, ma anche di arte e di musica, dal punto di vista tecnico-pratico. Per esempio si sa che c'erano molti cantori e che prima dell'assalto la città aveva avuto un incremento economico straordinario. Forse questo ha determinato la sua morte».

a Firenze
omaggio a François Truffaut

Repubblica 3.11.04
A Firenze fino al 7 novembre
Omaggio a Truffaut da France Cinéma

FIRENZE - Prosegue a Firenze fino al 7 novembre France Cinéma, la rassegna sulla cinematografia francese con una retrospettiva dedicata quest´anno a François Truffaut: oggi alle 10 presso la Sala dell´Istituto francese verrà proiettato il film "L´argent de poche" del 1976. Ai fratelli Taviani, dei quali è stata presentata copia restaurata di "Un uomo da bruciare" del 1962, è dedicata una mostra che presenta una percorso fotografico attraverso alcuni dei loro film più significativi, da "Padre padrone" a "Luisa Sanfelice".

martedì 2 novembre 2004

un congresso si è svolto a Spoleto
«il discorso della salute»

Il Messaggero Martedì 2 Novembre 2004
Semiologia/ Congresso a Spoleto su malattia e linguaggio
La salute? Basta la parola
di PIETRO M. TRIVELLI

«QUALUNQUE sforzo di darci la salute è vano»: dice Zeno Cosini, controfigura di Italo Svevo. E così si mette la coscienza a posto, nel rovello della doppia malattia, fisica e psichica, scoprendo la vera cura nella scrittura.
Un altro che si curava con le parole era Gesualdo Bufalino. Da quando da giovane si ammalò di tisi, percepiva la malattia quasi come l’incombente presenza - non sempre scomoda - della fine del proprio corpo. «La vita: un menabò della morte»: ecco uno dei suoi più caustici aforismi.
Anche i nomi di Svevo e Bufalino sono stati “parole d’ordine” al XXXII congresso dell’Associazione italiana di Studi semiotici, organizzato nel medievale complesso spoletino di San Nicolò. Accanto ai semiologi, in quattro giorni di dibattito, vi si sono avvicendati antropologi, filosofi, sociologi, psicologi e studiosi di altre scienze umane (con Gianfranco Marrone, presidente dell’Associazione, fra gli altri relatori Alberto Abruzzese, Omar Calabrese, Pino Donghi, Paolo Fabbri, Tullio Seppilli e Ugo Volli).
Filo conduttore del congresso “Il discorso della salute”, fra testi, pratiche e culture: per indagare, appunto, sui meccanismi della comunicazione - parole scritte o dette - che alimentano, ad esempio, il sentimento della paura o del rischio. Laddove proprio le parole, non meno dei gesti, dei “segni”, si prestano a diverse interpretazioni: a cominciare dal significato ambilavente di “farmaco”, che nel termine di origine greca vuol dire medicinale o filtro magico, ma pure veleno. Ambivalenza che, dal punto di vista semiologico, investe lo stesso concetto di salute, intesa come assenza di malattia oppure stato di benessere. E’ quella che Paolo Fabbri chiama “lotta delle definizioni”.
Lo aveva scoperto anche Italo Calvino, nel significato di linguaggio come contagio. «A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale - scriveva Calvino, nelle Lezioni americane - abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola: una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza». Con una speranza: «La letteratura (e forse solo la letteratura) - si consolava Calvino - può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio».
«La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione», dice ancora Zeno-Svevo, nella sua coscienza. Meno sconfortato di Céline che (citato al congresso dal francese Jacques Fontanille), da medico oltre che scrittore, vedeva alla fine della notte, in una scheggia di luce, come non si sia «nemmeno capaci di pensare la morte che siamo».
la convocazione, com'era:
Il XXXII Congresso dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici, dedicato a "Il discorso della salute si terrà a Spoleto (Perugia), presso il Chiostro San Nicolò, dal 29 ottobre all'1 novembre 2004. L'incontro sarà a forte carattere interdisciplinare
Ottobre 2004 - Lo studio dei segni incontra la medicina. E non solo. Anche l'antropologia, la filosofia, la sociologia, l'etnometodologia e la psichiatria sono chiamate in causa per il XXXII Congresso dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici, dedicato a "Il discorso della salute. Testi, pratiche, culture". L'incontro, a forte carattere interdisciplinare, avrà luogo a Spoleto (Perugia), presso il Chiostro San Nicolò, dal 29 ottobre all'1 novembre 2004.
Tra i relatori Alberto Abruzzese, Omar Calabrese, Lucia Corrain, Paolo Fabbri, Isabella Pezzini e Ugo Volli. Non mancheranno ospiti d'oltralpe. Dalla Francia arriveranno Jacques Fontanille, Bruno Remaury, François Jullien, Claudine Herzlich; da Londra Christian Heath e da Zurigo Nunzio La Fauci.
Il Congresso è organizzato in collaborazione con la Fondazione SigmaTau. Ha ottenuto il patrocinio e un contributo della Regione Umbria, della Provincia di Perugia e del Comune di Spoleto, delle Università di Palermo e Perugia, nonché un contributo della Fondazione Cassa di Risparmio e della Credito e Servizi di Spoleto. Hanno inoltre contribuito all'organizzazione la Società italiana di Antropologia della medicina e la Fondazione Angelo Celli.

sinistra
il punto sulla nuova costruzione

Liberazione 2.11.04
Agilulfo, Gurdulù e la sinistra d'alternativa
di Rina Gagliardi

In uno dei più celebri romanzi brevi di Italo Calvino, il protagonista - il Cavaliere Agilulfo - in realtà non esisteva, ma riusciva ad esistere grazie ad un immane sforzo di volontà. Era il «Cavaliere inesistente», uno dei maggiori tributi letterari al ruolo, se vogliamo dirla così, della soggettività nella storia - il suo "antagonista", Gurdulù, a sua volta esisteva sì, ma non sapeva di esistere e quindi tendeva a confondere se stesso con ogni cosa in cui si imbatteva. Ecco, il parallelo non è del tutto proprio. Ma è quello che mi viene in mente a proposito di un tema centrale nel nostro dibattito: la sinistra alternativa. Essa, in un senso preciso, esiste: è un concreto arcipelago politico e sociale (partiti, movimento, sindacati, associazioni, giornali, culture critiche e così via) che non solo converge su alcune discriminanti generali, come il no alla guerra e al neoliberismo, ma che spesso si ritrova insieme su battaglie comuni, nelle piazze, nel parlamento, in alcuni luoghi significativi del conflitto sociale. In un altro e ancor più preciso senso, essa non esiste: ovvero, è divisa, frammentata, autoconcorrenziale al proprio interno, priva di ogni solida fisionomia organizzativa, esposta ai venti delle contingenze e delle "fasi". Questa soggettività diffusa e articolata dovrebbe oggi compiere un salto di qualità nella sua esistenza: vorrebbe superare in avanti, vale a dire, il duplice paradosso di Agilulfo e Gurdulù.
Del resto, non si tratta soltanto di un pio desiderio: a volerlo e a proporlo sono in molti, in "alto e in basso", nel popolo come nei vertici. Il suo leader politico più autorevole, Fausto Bertinotti, non ha escluso la disponibilità di Rifondazione comunista a lavorare per costruire un nuovo contenitore dove le disiecta membra dell'arcipelago alternativo possano "confluire" senza rinunce identitarie e senza spiriti annessionistici. Il suo leader storico più prestigioso, Pietro Ingrao, ha significativamente aggiunto: è tempo di unirsi davvero, evitando ammucchiate "balorde", ma anche facendo presto, perchè i progetti, anzi i buoni propositi politici rischiano di consumarsi o di arrotolarsi su se stessi, se non si realizzano in tempi "giusti".
Un concetto condiviso, pur sulla base di un diverso impianto analitico, da Alberto Asor Rosa, un altro degli intellettuali che godono a sinistra di grande autorevolezza e che ha prospettato una prossima assemblea generale per cominciare a passare dal pensiero all'azione. A sua volta, Aldo Tortorella, sul manifesto di domenica, ha rilancia l'idea di una «costituente di idee e di pratiche», in una discussione che parta anche «dai molti vizi comuni».
Sorge allora la domanda, anzi sorgono tre domande: perchè, a tutt'oggi, questa proposta, così "logica", così necessaria e in fondo così condivisa, marcia nella realtà a ritmi così lenti? Quali sono gli ostacoli effettivi che essa ha incontrato e continua a incontrare sulla sua strada? E che cosa si potrebbe fare per superarli davvero?
Al primo quesito, la risposta è tanto ovvia da apparire banale: la costruzione di un nuovo soggetto politico, per quanto matura, auspicata e perfino desiderata, è un processo di straordinaria complessità. Un processo doloroso, si potrebbe dire, perchè comunque implica una vera pars destruens, la volontà cioè di mettersi in gioco, a rischio, a repentaglio. Anche la più piccola delle aggregazioni attuali, dunque, resiste nella pratica, se non nella teoria, a disporsi su di un cammino dall'esito non chiaro, che potrebbe essere fatto più di rinunce che di "guadagni". Questa resistenza dei corpi a scomporsi e a ricomporsi in una nuova avventura "biologico-politica", potremmo dire, ha un concreto fondamento materialistico: non è determinata soltanto da fattori, pur presentissimi, quali conservatorismo, inerzia, gelosia di gruppo, indisponibilità dei gruppi dirigenti (comunque definiti) a lasciarsi mettere da parte. Le identità diverse e distinte - partitiche, comunitarie, locali, "lobbystiche" - sono insomma a loro volta il risultato di storie complesse, spesso ricche e gloriose: ogni sintesi, ogni pretesa sintetica, rischia di venir percepita come un "taglio", quantomeno di una parte di sè, e come una privazione di autonomia. Tutte queste singolarità possono unirsi, come abbiamo visto, nel «movimento dei movimenti», soprattutto al momento del suo stato nascente, perchè si tratta, appunto, di un movimento - sede multidimensionale per definizione e natura profonda, al contrario della più piccola "istituzione".
E qui veniamo al primo, al più grande degli ostacoli posti sul futuro della sinistra alternativa così come alla nostra ricerca: la crisi della politica tradizionale. Essa è così profonda che avvolge l'intero sistema politico: anche la sinistra di governo ne soffre le conseguenze, come si capisce dall'accidentato cammino del progetto di partito riformista. Nel nostro caso, però, il problema è ancor meno rinviabile: una nuova sinistra, che assuma il tema della trasformazione sociale come proprio tratto costitutivo, che scelga un pacifismo radicale e non banalmente "neocampista", che si dia alla fin fine la prospettiva di un'alternativa di società, non può nascere al di fuori di una capacità collettiva di rifondazione della politica e dell'agire politico.
Per questa ragione di fondo alcuni dei percorsi finora tratteggiati non funzionano. Non bastano le convergenze, pur reali, di contenuto e di proposta generale. Nè servono le fusioni dei gruppi dirigenti, le fughe organizzativistiche, o astratte proposizioni di "regole". Quel che serve (come ha detto più volte il segretario di Rifondazione comunista) è l'avvio di una vera e propria rifondazione della politica: se si vuol salvare il meglio del '900, cioè l'idea del partito di massa, della politica diffusa, della partecipazione, non si può prescindere da un impegno che metta al primo posto, insieme al progetto trasformativo, la lotta alla degenerazione burocratica, routiniera, personalistica della politica stessa. Compresa la ricostruzione di una dimensione etica, distinta ma connessa con la "grande riforma" del mondo. E quel che forse è essenziale (come ha detto e scritto varie volte Lidia Menapace) è la volontà e la capacità di praticare un nuovo sistema di relazioni politiche tra eguali e diversi. Un sistema complesso come il corpo umano, capace di tenere insieme l'unità e la singolarità "assoluta" delle sue componenti.
Infine, ma non ultimo, l'ostacolo da superare, nel senso di metterlo anzitutto a fuoco, è il rapporto tra la sinistra alternativa e e la dimensione del governo. Tema non strategicamente centrale, ma politicamente imprescindibile: si tratta di definire (se possibile in termini non solo contingenti) la concretezza di una prassi di trasformazione che accetti di misurarsi fino in fondo con la grande scala, oltre che con la piccola scala, nell'era della crisi strategica del "riformismo debole". E che si costituisca in principio attivo contro il pericolo (a mio parere incombente) della "definitiva" 'americanizzazione" della politica - quella per cui, come accade non da oggi negli Usa, tra sinistra e politica, tra politiche alternative e istituzioni è (inter) rotto ogni canale di comunicazione, ogni reciproca permeabilità. Temi, a loro volta, che qui ci limitiamo ad enunciare, ma che non possono in alcun modo essere esorcizzati. Nè da Agilulfo nè da Gurdulù

Cogne

Repubblica 2.11.04
La procura di Torino sospetta che tracce di sangue nella casa siano posteriori al delitto di Samuele
"Hanno fabbricato prove false" indagati i Lorenzi e i loro periti
Cogne, l'accusa è calunnia. Il vicino Ulisse Guichardaz parte lesa
La "controinchiesta" dell'avvocato Carlo Taormina si sarebbe rivelata un boomerang. Perquisite ieri le abitazioni dei tre consulenti
di MEO PONTE

TORINO - Sono durate sino a tarda sera le perquisizioni della polizia e dei carabinieri di Torino nelle case-studio di Enrico Manfredi, Claudia Sferra e Giuseppe Gelsomino, il team di investigatori della difesa di Annamaria Franzoni che da accusatori sono ora diventati accusati. Si è infatti trasformata un boomerang la "controinchiesta" sull´omicidio di Cogne sbandierata per mesi dall´avvocato Carlo Taormina.
Le prove «alternative», quelle che secondo il legale erano clamorosamente sfuggite ai carabinieri del Ris e alla Procura di Aosta e che avrebbero dovuto scagionare Annamaria Franzoni, condannata a trent´anni per l´assassinio del figlio Samuele, hanno guadagnato alla madre di Cogne una nuova accusa: quella di calunnia. Con lei sono accusati dello stesso reato il marito Stefano Lorenzi, i consulenti medico-legali dell´avvocato Taormina, Enrico Manfredi e Claudia Sferra e l´investigatore privato Giuseppe Gelsomino.
È la nuova sconcertante svolta nel caso Cogne, arrivata dopo che l´11 ottobre i tre periti, nominati dalla procura di Aosta per esaminare le nuove «prove» presentate dalla difesa di Annamaria Franzoni (un´impronta digitale trovata sulla porta della camera da letto dove fu ucciso il piccola Samuele e diciotto macchie di sangue scoperte in garage), avevano depositato le loro conclusioni, spiegando che sia l´impronta che le tracce erano successive al delitto e forse sistemate di proposito.
In particolare l´impronta digitale era risultata non appartenere a nessuno delle ventisette persone entrate nello chalet di Montroz la mattina del delitto, e tanto meno ai consulenti delle difesa che giuravano di aver scoperto i nuovi indizi in un sopralluogo effettuato a sorpresa la notte tra il 27 e il 28 luglio scorso. Sarebbe stata applicata dopo l´esame al luminol effettuato da Manfredi e Sferra. Il fascicolo aperto dalla procura di Aosta su questa parte d´inchiesta è stato quindi trasmesso alla procura di Torino, dopo l´iscrizione nel registro degli indagati per il reato di calunnia di Annamaria Franzoni e suo marito Stefano Lorenzi.
I magistrati torinesi, i sostituti Annamaria Loreto e Giuseppe Ferrando, coordinati dal procuratore capo Marcello Maddalena e dal suo aggiunto Maurizio Laudi, hanno fatto il resto indagando con la stessa accusa i due consulenti e l´investigatore privato Giuseppe Gelsomino, autore del dossier contro Ulisse Guichardaz, il guardiaparco di Cogne, ripetutamente indicato dalla difesa della Franzoni come il vero assassino di Cogne. Alla calunnia si è aggiunta anche la frode processuale.
Ieri pomeriggio le minuziose perquisizioni nella abitazione dei tre, i cui telefoni erano da settimane sotto intercettazione, in cerca di una traccia della manipolazione degli indizi. Stefano Lorenzi e la moglie sono invece indagati per aver firmato l´esposto in cui erano raccolte le accuse contro Guichardaz consegnato il 30 luglio dall´avvocato Taormina alla procura generale di Torino.
Questi ultimi clamorosi sviluppi segnano un ribaltamento delle posizioni: Ulisse Guichardaz, sottoposto per mesi ad un insinuante linciaggio mediatico, perdinato e controllato, è ora finalmente riconosciuto come parte lesa. Gli accertamenti dei carabinieri di Aosta hanno stabilito che gli «indizi» raccolti dall´investigatore Gelsomino erano un cumulo di idiozie.
«Spero che tutto questo serva per arrivare alla verità» ha commentato serafica Annamaria Franzoni. Contro la sua condanna a trent´anni per l´omicidio del figlio sabato scorso i suoi avvocati hanno presentato la richiesta di appello.

Arte
Monet a Brescia

Da “Europa” del 30 ottobre Claude Monet attrazione fatale
Al Santa Giulia di Brescia fino al 20 marzo
di Simona Maggiorelli

Un bagno di verde e d’azzurro, in acque calme, fra riflessi di luce, in angoli riparati dalle fronde. E’ la quieta e avvolgente visione di Claude Monet che, fino al 20 marzo, si dipana nella nuova mostra di Marco Goldin nel complesso di Santa Giulia a Brescia. Sulle pareti delle otto sale del museo un continuum di scorci e di viste sul fiume: l’amatissima Senna. Uno sguardo costante su una natura apparentemente immobile, sempre uguale a se stessa, quello del grande maestro impressionista che, più dei suoi colleghi Renoir, Pissarro, Sisley e Caillebotte, seppe trasformare la pittura di paesaggio, da trascrizione oggettiva della realtà che si propone allo sguardo secondo le regole della mimesis, in visione intima e personale. Arrivando a farne la trascrizione del proprio vissuto interiore rispetto al passaggio. Un elemento panico, una magnifica ossessione per paesaggi acquatici e riflessi che, come dirà lo stesso Monet già avanti negli anni “è una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio”, catturandolo in una irrinunciabile sfida nel “riuscire a rendere ciò che sento”. Un’ossessione che durerà fin quasi alla morte del pittore avvenuta nel 1926 a 86 anni. Un’attrazione fatale che la mostra bresciana ripercorre come una sorta di viaggio, raccontandone la genesi in un ampio capitolo iniziale che squaderna dieci dipinti di Corot e Daubigny come punto di partenza dell’impressionismo sul tema della Senna, per arrivare poi all’ultimo viaggio a Pourville in Normandia dove Monet, compie l’ultimo passaggio: dalla pittura impressionista en plain air ,che egli stesso aveva contribuito a inventare, al ritorno nel chiuso dell’atelier, come luogo riparato dove continuare a distillare la propria visione. Dalla Normandia, dove non aveva potuto ritrovare gli amici del suo primo viaggio, (Paul Graff e sua moglie, gli albergatori che lo avevano accolto dodici anni prima nel frattempo erano morti), Monet se ne partì con una serie di tele non finite che rappresentavano scogliere a picco sul mare, scorci di acque in tempesta, cangianti sotto i riflessi della luce e battute dal vento. Tele che, solo una volta rientrato nel suo buen retiro di Giverny, Monet riuscì a completare, con quel particolarissimo stile di rarefazione, quasi si direbbe, di erosione e progressiva dissoluzione della visione, che caratterizzò i suoi ultimi anni, quando la sua pittura appariva sempre più come un dolce e lento inabissarsi in un mare avvolto da una sottile nebbia, appannato, sempre più pallido e evanescente. A questa evoluzione finale e sottilmente inquietante dello sguardo del maestro francese la mostra Monet. I luoghi della pittura. La Senna, le ninfee, dedica ampio spazio, con prestiti da collezioni pubbliche e private , da ogni parte del mondo. Ma più che il mare, come recita il sottotitolo della mostra, è la Senna l’indiscussa protagonista dell’immaginario di Monet. Lungo la Senna il pittore trascorse gran parte della sua vita e il fiume gli ispirò quasi trecento dipinti. A cominciare dagli anni Sessanta, quando Monet faceva i suoi primi esercizi di pittura alla Grenouillère, “lo stagno delle rane”, un ristorante con spiaggia sulla Senna, dove per la prima volta sviluppava una pittura fatta di rapidi tratti e puntini per catturare la luce, lo scintillio dell’atmosfera, il movimento dell’acqua, i gesti dei bagnanti. (Esperimenti che la mostra bresciana documenta, tra l’altro, facendo venire da Forth Worth il primo dipinto accettato dal Salon del 1865). Erano quadri squillanti di colori, vivaci bozzetti di costume che raccontavano i giorni di festa della borghesia parigina, ma ancora molto tradizionali, legati a uno sguardo esteriore. Alle ultime visioni della Senna, invece, Monet chiede molto di più, chiede di andare oltre la cronaca, la descrizione (ormai esisteva la fotografia), per restituire sulla tela una visione interiore di fronte al paesaggio, un sentire che era sempre più di rallentata malinconia, qualcuno direbbe, di sottile depressione. “Ho sempre avuto orrore delle teorie - scriverà Monet nel 1926 in una lettera a Evan Charteries - Non ho altro merito che aver dipinto direttamente dalla natura cercando di rendere le mie impressioni di fronte agli effetti più fuggevoli. E mi dispiace di essere stato all’origine del nome che è stato dato a un gruppo di artisti che per la maggior parte non avevano nulla di impressionista”. Ma questo sarà materia per un’altra mostra del prolifico Goldin che, da qui al 2008, ha in programma una tetralogia di iniziative bresciane, fra le quali svetta un interessante confronto fra Gauguin e Van Gogh e un viaggio nell’universo coloristico dei Fauves e dell’espressionismo.

in attesa dell'incontro del 5 novembre
Le 15 tesi di Fausto Bertinotti

ringraziando Dimitri Nicolau

Partito della Rifondazione Comunista
15 TESI PER IL CONGRESSO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
contributo di Fausto Bertinotti

__Uno__

La vera novità di questo inizio secolo è la nascita di nuovi dei movimenti e la loro capacità di connettersi in un percorso collettivo. Essa ha parlato al mondo di una nuova possibilità di trasformazione.
La capacità di Rifondazione Comunista è stata quella di capire la natura di questi nuovi movimenti e di predisporsi a raccogliere le risorse da essi sprigionate per proporsi, assieme a una modificazione della propria politica, di contribuire alla costruzione di una idea generale di riforma della politica e del suo rapporto con i protagonisti sociali.
Allo stesso tempo, con una connessione non solo temporale, è emerso in maniera sempre più dirompente il fallimento della globalizzazione capitalistica.
L’una e l’altra ripropongono oggettivamente come attuale il tema della trasformazione della società capitalistica.
Questo tema è posto anche soggettivamente dalla crescita della consapevolezza dei movimenti e si può racchiudere nella formula dei social forum “un altro mondo è possibile”. Il problema è dunque posto ma non è risolto.
E’ aperto anche un altro scenario, quello dell’incrudelimento della crisi economica e sociale e del precipitare della guerra in uno scontro di civiltà.
L’incertezza domina il nostro tempo.
L’alternativa “socialismo o barbarie” non è fuori da questo tempo.

__Due__

In Italia il PRC viene da un’importante affermazione nelle elezioni europee e amministrative. E’ stato premiato il suo progetto politico complessivo: scelta strategica di internità al movimento, proposta politica di apertura sia al campo complessivo delle opposizioni politiche e sociali sia come costruzione della sinistra di alternativa, innovazione della politica e del soggetto della politica, innovazione di cultura e teoria politica del movimento operaio. Questa accumulazione, che deve essere considerata come patrimonio acquisito da tutto il partito, è ora la base per un ulteriore sviluppo della rifondazione.
Questo successo si è realizzato in una situazione in cui è esplosa la crisi del tentativo di dare una stabile risposta di destra alla instabilità del sistema politico italiano, tentativo imperniato sul quel fenomeno complesso di natura neo-conservatrice cui è stato dato il nome di “berlusconismo”. A questa crisi concorrono sia motivazioni oggettive (le grandi tendenze internazionali del fallimento della globalizzazione capitalistica) sia la spinta della crescita dei movimenti. In esse si è consumato il fallimento specifico del progetto berlusconiano.
Anche in Italia si dischiude una fase politica e sociale del tutto nuova, per affrontare la quale non basta rimuovere Berlusconi, ma anzi bisogna affrontare le cause di fondo che l’hanno portato al successo. Il problema è la costruzione di un’alternativa di società: si tratta di riscrivere la costituzione materiale del paese dopo la devastazione neoliberista.

__Tre__

Intanto, il neoliberismo in crisi come impianto ideologico e modello generale di politica economica e sociale cerca una nuova strada per riproporsi e per impedire il dispiegamento di una nuova politica. La nuova versione del neoliberismo si nasconde dietro il “realismo” della sopravvivenza dell’impresa. Dismesse le grandi promesse, si propone lo stato di necessità. Si chiede il riconoscimento delle crisi come oggettive e delle necessità imposte dalla competizione internazionale come indiscutibili. L’obiettivo è ridisegnare al ribasso il sistema dei diritti, delle condizioni di lavoro e di salario con il ricatto oggettivo della competitività.
Si tratta di un attacco insidioso perché si mimetizza dentro una realtà concreta quanto apparente, in cui prende corpo un ricatto sui lavoratori che punta a mettere in scacco la politica e a rovesciare il ruolo del sindacato nella contrattazione del peggioramento della condizione dei lavoratori e dell’occupazione. Per questa via, che vorrebbe risalire dall’impresa fino all’intero sistema delle relazioni sociali e della legislazione sul lavoro e lo stato sociale, il primo obiettivo è l’abbattimento del contratto nazionale di lavoro.
Questa offensiva è la base materiale su cui poggia l’ipotesi politica neocentrista, quella di una uscita morbida dalla crisi delle destre e del berlusconismo senza mettere in discussione l’ispirazione di fondo delle politiche neoliberiste.

__Quattro__

A questa nuova offensiva neoliberista, che si propone di assumere il carattere di una proposta complessiva e si dispone a coinvolgere uno spettro ampio di forze moderate sia in campo politico che sindacale, non si può rispondere efficacemente in maniera difensiva o per singoli pezzi isolati.
La sconfitta di questa ipotesi richiede un salto di qualità dell’opposizione politica e sociale. Di questo nuovo compito devono farsi protagonisti l’articolato campo della sinistre interessate al progetto di alternativa, le organizzazioni sindacali che hanno progettato e praticato una nuova autonomia dal governo e dalla Confindustria, i movimenti e le realtà di lotta espresse nei conflitti di lavoro e sul territorio.
E’ necessario che l’insieme di questi soggetti produca una iniziativa unitaria che dia corpo e visibilità a un progetto di unificazione dei movimenti. E’ necessario lavorare a un progetto complessivo di movimento per la riforma della società italiana. Per questo scopo occorre lavorare alla costruzione di un incontro delle esperienze critiche e di lotta del mondo del lavoro, delle città e dei territori. Solo dalla connessione con il movimento dei movimenti, col movimento per la pace, con le esperienze di conflitti sociali e di lavoro può nascere l’opposizione efficace e l’alternativa alla nuova sfida liberista e la rinascita, qui e ora, della politica.

__Cinque__

Si è aperta una fase di assoluta instabilità. La politica è attraversata da due tendenze opposte: una sua possibile rinascita o la sua eclissi. La democrazia vive una crisi profonda, nella quale può essere cancellata la stessa nozione di sovranità popolare. Possiamo avere davanti a noi un futuro senza democrazia. La fase politica continua ad essere caratterizzata, nel mondo, in Europa, in Italia, da questa crisi aperta a tutte e due gli esiti. Le medesime elezioni europee hanno mostrato, accanto a una crescita dell’opposizione ai governi, il manifestarsi di un malessere profondo e una sfiducia nei sistemi politici. Questa crisi non investe solo le istituzioni ma coinvolge anche le masse, attraversate contemporaneamente da istanze di riappropriazione della politica e da pulsioni verso una fuoriuscita da essa, una sorta di esodo da una politica a sua volta separatasi dalla vita quotidiana..

__Sei__

Il grande e terribile 900 ha visto realizzarsi attraverso la lotta di classe l’ingresso delle masse nella politica e, in questo corso, si sono prodotte grandi esperienze di emancipazione, le più grandi fino ad ora conosciute. Contemporaneamente, però, il 900 è stato il secolo in cui si sono consumate tragedie inenarrabili (le guerre mondiali, i fascismi e i nazismi fino all’orrore di Auschwitz).
Il movimento operaio è stato il grande protagonista del secolo ma è stato sconfitto in primo luogo per il fallimento laddove si è costituito in stato nelle società post-rivoluzionarie nelle quali le istanze di liberazione per cui era nato si sono anche rovesciate in forme di oppressione drammatica.
La critica allo stalinismo non è, quindi, semplicemente la critica alle degenerazioni di quei sistemi ma al nucleo duro che ha determinato quell’esito ed è per questo motivo il punto irrinunciabile per la costruzione di una nuova idea del comunismo e del modo di costruirlo.
Ora, le esperienze di movimento, le nuove pratiche sociali e le riflessioni che sono avanzate con esse consentono la costruzione di una critica al potere, che, anche attraverso la scelta della nonviolenza come guida dell’agire collettivo qui ed ora, contribuisce alla ricerca di una nuova idea e pratica della politica come processo attuale di trasformazione e di liberazione.
E’ così venuta all’ordine del giorno la possibilità di una uscita da sinistra dalla sconfitta del 900 e dalla crisi del movimento operaio. Si può lavorare allora alla costruzione di un nuovo movimento operaio.
La rifondazione comunista, orizzonte della nostra ricerca e sperimentazione, trova in questa sfida la sua ragione.

__Sette__

La contesa si è fatta drammatica. Lo stato di guerra permanente è covato dalla natura medesima della globalizzazione capitalistica. Al contrario di quanto promesso, ovvero la dissoluzione dei conflitti, essa produce instabilità attraverso l’acutizzazione delle disuguaglianze mondiali, la concentrazione delle ricchezze e l’esasperazione dei conflitti. Invece della crescita promessa, essa produce crisi. Persino la competizione diventa distruttiva. La guerra preventiva è il sistema con il quale si cerca una soluzione imperiale a questa instabilità. Ma il risultato è quello di produrre nuove e più profonde instabilità a cui si risponde con ulteriore inasprimento della guerra secondo la dottrina della guerra permanente.
La guerra alimenta il terrorismo, che è figlio e fratello della guerra. Questo terrorismo si presenta come progetto elaborato nell’autonomia del politico ed è, come la guerra, nostro avversario irriducibile repulsivo per i mezzi che utilizza e per i fini che propugna.
La guerra imperiale dell’amministrazione Bush è una guerra infinita e indefinita. L’Iraq ne è il banco di prova. Il suo sviluppo sarebbe la guerra di civiltà.

__Otto__

La pace è il terreno di rinascita della politica perché esprime l’esigenza primaria del nostro tempo. La pace va perseguita non semplicemente come assenza di guerra ma come costruzione di un nuovo mondo che, spezzando il dominio imperiale, disegna nuovi assetti del mondo fondati sull’autonomia e il dialogo, su diverse relazioni sociali e culturali. E’ non solo sbagliato ma illusorio pensare alla costruzione di questo nuovo assetto come parzialmente è accaduto nel passato ovvero con la creazione di un equilibrio basato sulla forza delle armi.
La leva fondamentale per questa impresa è il nuovo movimento per la pace, come forza disarmata e di disarmo, come altra potenza mondiale scesa in campo per contestare la guerra e la sua logica e costruire un’alternativa di civiltà .
Questa grande novità mette in luce l’esigenza della costruzione di una nuova soggettività politica organizzata che interpreti e faccia incidere nelle relazioni economiche, sociali e statuali questa nuova istanza Qui c’è il terreno fondante dell’altra Europa in cui la scoperta di questa missione faccia rileggere le sue radici per realizzare un modello economico, sociale e culturale alternativo al neoliberismo e alla guerra. Su questo potrebbe poggiarsi l’autonomia e l’indipendenza dell’Europa dagli U.S.A.
Il Partito della Sinistra Europea, di cui siamo tra i promotori e fondatori, vuole essere uno strumento per perseguire questo obiettivo.

__Nove__

La costruzione del nuovo soggetto della trasformazione è il tema cruciale per l’uscita da sinistra dalla crisi della politica e dalla crisi del movimento operaio.
Questo impegno chiede lo spostamento del baricentro della politica dalle istituzioni e dalle forze politiche alla società e ai movimenti, cioè dalla rappresentanza alla organizzazione diretta della vita e delle relazioni sociali.
La cifra di fondo che caratterizza la natura della globalizzazione neoliberista è la precarietà. La precarietà si fa condizione generale che informa i tempi di lavoro e i tempi di vita, i rapporti di produzione e le relazioni sociali e che penetra fino al tentativo di modificare il vivente.
I mutamenti imposti, da un lato dalla rivoluzione restauratrice del nuovo capitalismo sul lavoro e, sul versante opposto, la natura dei nuovi movimenti, propongono una nuova alleanza tra le esperienze che chiedono la liberazione del lavoro salariato (il conflitto di lavoro) e le esperienze che chiedono la liberazione dal lavoro salariato (la costruzione di beni comuni sottratti alla mercificazione, la costruzione e realizzazione di relazioni e attività sottratte, seppure parzialmente, al mercato, la valorizzazione dell’ambiente e dei legami con le storie dei territori).
Questa nuova alleanza consentirebbe l’ingresso, quali elementi decisivi nella costruzione dell’alternativa, delle culture ed delle esperienze critiche.
L’ecologismo tesse una critica ai modelli “sviluppisti” anche nella versione moderata che parla di “sviluppo sostenibile”. Il femminismo è il contributo fondamentale per una idea della società e dei rapporti sociali fondati sulla valorizzazione della differenza e della persona e sulla contestazione del sessismo e del dominio scientista sui corpi e il vivente. Il pacifismo e le mille pratiche della nonviolenza si configurano come costruzione di una rete di relazioni che contestano il dominio del profitto e del potere.
Questa ricerca teorica, questo lavoro politico nel profondo della società e nella realizzazione di esperienze originali costituiscono la base fondamentale per la costruzione di una sinistra di alternativa che in Italia veda impegnate tutte quelle forze, ovunque collocate, che sono interessate a questa ricerca. E’ venuto il tempo di un suo nuovo protagonismo in Italia e in Europa.

__Dieci__

Il quadro di questa ricerca è la costruzione della democrazia della partecipazione e del conflitto. Non è un caso che proprio il carattere progressivo della Costituzione italiana è sotto attacco. Questo attacco prende varie forme: si cancella nella pratica l’articolo 11 della Costituzione, si riduce il tema dei migranti, decisivo per l’assetto della società futura, a problema di ordine pubblico, si parla di cancellare il carattere antifascista della Repubblica, si minano i caratteri fondamentali dell’unitarietà delle prestazioni sociali e dell’esigibilità dei diritti sul territorio nazionale, si svuota il Parlamento. In sostanza si vuole affermare un’idea della democrazia dimezzata, funzionale al modello neoliberista, interna al dominio del mercato, dunque inerte e, al fine, inutile.
La costruzione di una democrazia partecipata in cui si possa trasformare la critica dei movimenti in una alternativa politica e programmatica di sinistra è la sfida fondamentale di fronte a noi.
La democrazia, come forza propulsiva di partecipazione e la pace, come costruzione di nuove relazioni sociali e statuali, sono al primo posto nella rinascita, qui e ora, di un processo di trasformazione della società capitalistica .

__Undici__

Il problema della partecipazione al governo di una forza antagonista in un Paese europeo va collocata in questo quadro.
Anche la critica alla presa del potere e al potere medesimo non è senza conseguenze rispetto al modo di concepire il governo e la collocazione di governo. Nella nostra strategia, il governo non è una scelta di valore ma una variabile dipendente dalla fase. Il governo, cioè, non è l’obiettivo o lo sbocco della politica di alternativa ma può essere un passaggio necessario
In Italia la sua necessità nasce da una precisa congiuntura politica: l’esigenza improrogabile di sconfiggere il governo Berlusconi e costruire ad esso una alternativa.
Per questo oggi assumiamo l’obiettivo di una coalizione di forze per dare vita a una alternativa programmatica di governo in cui il PRC e le forze della sinistra di alternativa nel loro complesso siano presenti da protagonisti. Chiamiamo questa coalizione democratica per definirne così il suo primo scopo: costruire democrazia e partecipazione.
La costruzione della democrazia partecipata non è solo una questione di metodo, essa, è il primo contenuto di un programma riformatore. L’autonomia dei soggetti critici o socialmente attivi non è più solo una prerogativa di tutela dei movimenti e delle organizzazioni sociali dalla loro alienazione, essa è oggi diventata il possibile motore dell’intero processo riformatore e perciò deve diventare un fondamentale punto programmatico dell’alternativa di governo. Questa è la prima riforma necessaria: quella della politica e della stessa concezione del governo. Della stessa riforma è parte rilevante la conquista di un’autonomia strategica della sinistra di alternativa e, con essa, del PRC dal governo di cui pure sia possibile far parte per il livello dell’accordo programmatico conseguito tra tutte le forze che oggi sono all’opposizione del governo Berlusconi.
Per farlo il PRC e la sinistra di alternativa debbono saper passare anche per l’esperienza di governo in funzione della crescita qualitativa dei movimenti e della possibilità di dispiegare una più vasta, complessa e lunga azione politica nella società per la realizzazione del più ambizioso programma di fase.
L’obiettivo di questo nostro impegno è la sconfitta della legge del pendolo secondo la quale quando le sinistre sono all’opposizione suscitano speranze e attese che vengono disattese quando assumono il governo, determinando così la sfiducia nella politica da parte di larghe masse e creando le condizioni per il ritorno delle forze conservatrici.

__Dodici__

Un programma di governo deve, in questa fase, avere come caratteristica fondamentale quella di rappresentare una rottura di continuità con le politiche del governo Berlusconi, di costituirne un’alternativa reale e di aprire una strada nella quale l’autonomia dei movimenti e del conflitto di classe possa conquistare nuovi spazi di trasformazione della società.
Tre sono le linee guida attorno a cui organizzare un programma di alternativa, che gia dal suo avvio deve trasmettere al Paese un messaggio univoco e una sollecitazione alla mobilitazione di tutte le energie riformatrici. La prima è la collocazione internazionale del paese per la pace contro la guerra e il terrore, a partire dall’impegno per il ritiro delle truppe italiane, per fermare la guerra in Iraq e per costruire un’Europa di pace nel mondo e di cooperazione tra nord e sud e di dialogo tra le religioni e le civiltà. In secondo luogo, in Italia le politiche del governo Berlusconi e la crisi nella coesione sociale che hanno prodotto, sono un ostacolo impedente il cambiamento e l’avvio di un nuovo corso. L’azione di bonifica sul terreno civile, economico e sociale è perciò un impegno ineludibile. L’abrogazione della legge 30, della legge Bossi-Fini, della legge Moratti da un lato e di quella della fecondazione assistita dall’altro, danno chiaramente il senso della necessità e della forza di questa operazione politica e della sua necessità. Infine, la qualificazione di un programma che voglia avere l’ambizione di dar corpo alle aspettative di cambiamento che sono maturate nella società avviene sul terreno del nuovo assetto da dare al Paese affinché possa progettare il suo futuro. Sono le grandi riforme di rottura col ciclo neoliberista, le riforme che aprono la strada ad un’innovazione del modello generale di organizzazione della società. Esse possono essere individuate attorno a quattro grandi assi: la valorizzazione del lavoro e una redistribuzione del reddito a favore del salario, degli stipendi e delle pensioni, l’introduzione di un salario sociale e una politica di attacco alla rendita; la conquista, la qualificazione e l’estensione di diritti individuali e collettivi tali da configurare una nuova cittadinanza sociale universale, il rispetto della persona e un sistema di garanzia e di tutela per tutti e tutte; la costituzione di beni comuni da sottrarre alla logica del mercato mediante la valorizzazione pubblica dell’ambiente, del territorio e della cultura; la costituzione di un nuovo intervento pubblico nell’economia dalla programmazione all’organizzazione di fattori per l’innovazione del modello economico e sociale.

__Tredici__

Il programma dell’alternativa di società non è riducibile ad un programma di governo neppure al più avanzato. Esso deve essere pensato come ad un programma di fase, deve poggiarsi su un discorso sul capitalismo italiano all’interno di quello europeo: il discorso su un declino e su una classe dirigente dimissionaria rispetto alla progettazione di futuro che ricorre alle diverse lezioni del neoliberismo come galleggiamenti sulle crisi ad estremo adattamento ad esse. Il programma di fase è la messa a fuoco delle visioni dell’altra Europa e, in esso, dell’altra Italia, una visione di come la prefiguriamo tra 10-15 anni all’interno di quell’altro mondo possibile che il movimento di cambiamento ha intravisto. Il programma in questo senso generale di costruzione di alternativa di società non risiede solo (eppure sappiamo quanto è già difficile) nelle fissazioni di discriminanti programmatiche per una alternativa di governo alle destre, essa richiede l’elaborazione di un progetto politico e la costruzione di un processo per la trasformazione in cui il rapporto con lo sviluppo dei movimenti è la leva principale seppure non sufficiente.
Questa è la ricerca che abbiamo intrapreso. Quello che proponiamo fin d’ora è l’orizzonte di questo cammino.
Il suo punto di avvio può essere l’orizzonte del programma di fase delle forze del cambiamento per l’Europa intera e per ciascuno dei suoi Paesi, che deve assumere, in questa fase dello sviluppo capitalistico, un’ambizione alta, quello dell’uguaglianza. Esso si deve concretizzare in un’immediata rottura e inversione rispetto alla tendenza, caratteristica di questo nuovo ciclo capitalistico, all’aumento delle disuguaglianze per configurare una tappa impegnativa di avvicinamento all’uguaglianza tra le persone e di mutamento di fondo del rapporto tra le classi. Due obiettivi strategici debbono dar corpo a questa prospettiva: la conquista della piena occupazione e la conquista di una cittadinanza universale per tutte e tutti, sia nativi che migranti. Quest’ultima deve poggiare sulla messa in opera di un quadro di diritti sociali, civili e culturali esigibili e di altrettanto esigibili accessi garantiti per ognuno ai beni comuni: un nuovo stato sociale sopranazionale.
Il lavoro salariato, in tutte le forme in cui oggi si presenta sia storiche che inedite, dovrebbe poter guadagnare in esso, e all’interno di una tendenza alla mondializzazione dei conflitti di classe, un nuovo statuto di democrazia, di potere e di libertà. Le lavoratrici e i lavoratori dovrebbero poter guadagnare, contro la tendenza degli ultimi due decenni, una nuova tappa nel processo di liberazione, attraverso la valorizzazione delle componenti cognitive e creative, dirette e indirette oggi contenute nel lavoro e la generalizzazione, seppur in diversi gradi, di quelle dirette. E’ necessario perseguire la conquista di elementi d’autogoverno sulle prestazioni lavorative e sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita. E’ necessario conquistare, contro la flessibilità, elementi di “rigidità” per la soddisfazione dei propri bisogni individuali e collettivi da cui far scaturire nuove forme di controllo sociale e di democrazia diretta e partecipata. Questa ricerca sul campo delle lotte come quella del soggetto della trasformazione, il nuovo movimento operaio, sono le possibili levatrici della sinistra di alternativa in Italia e in Europa.

__Quattordici__

La sinistra di alternativa si costruisce col fare e sul fare, fuori da ogni tentazione di cercare la soluzione in un qualche assemblaggio dei ceti politici dei partiti che stanno alla sinistra del listone. Altro è il quadro delle soggettività da cui muovere e altra deve essere l’ambizione politica. Proponiamo la nascita di luoghi in cui far crescere esperienze comuni di lavoro politico continuativo: comitati, circoli, associazioni, organizzazioni autogestite in tutte le realtà diffuse del Paese e nei luoghi del conflitto e della sperimentazione sociale. Proponiamo l’autoconvocazione di un’assise nazionale in cui quelle esperienze si confrontino. Un’assemblea che chiami a se quanti si riconoscono in questa esigenza e che hanno sperimentato percorsi di movimento che sono venuti facendosi comuni: partiti, loro componenti, sindacati, espressioni di movimento, di governo locale partecipato, associazioni, comitati, singoli per collegarsi tra loro in un reciproco e paritario riconoscimento, nella definizione di un percorso condiviso di azione unitaria e per la definizione di un progetto politico comune. Proponiamo la convocazione aperta e condivisa dell’assemblea costituente della sinistra alternativa. I tempi sono maturi ma non infiniti. Occorre organizzare le disponibilità e le volontà in una scelta da parte di tutti gli interessati. Noi siamo pronti a compierle.

__Quindici__

Rifondazione Comunista è interlocutore fondamentale di questo progetto e ne è tra i protagonisti. Ciò è reso possibile non solo dalla sua forza militante ed elettorale, dalla sua presenza articolata e capillare nella società. In primo luogo è dovuto alla sua internità ai conflitti e alla capacità di cogliere la grande novità dei movimenti di questo secolo e al rapporto sviluppato con essi sapendo innovare la propria cultura e la proposta politica.
In anni difficili , nei quali sembrava espunta dall’orizzonte delle possibilità ogni ipotesi di trasformazione, Rifondazione Comunista ha tenuto aperta una ricerca e una azione politica e culturale. Con la costruzione della sinistra di alternativa è possibile andare oltre e riaprire la politica a un processo generale di trasformazione sociale, in cui essa possa tornare protagonista..
Non è in gioco l’esistenza di Rifondazione Comunista e la sua autonomia politica e culturale che rimane per l’oggi e il domani. E’ in gioco invece la possibilità di compiere tutti assieme un balzo, un vero salto di qualità., così come abbiamo cominciato a fare in Europa con la fondazione del Partito della Sinistra Europea.
Per questo una vera e profonda riforma del partito nel senso dell’apertura e della sperimentazione di nuove forme aggregative e di relazione è tema fondamentale del percorso della rifondazione. In molti possiamo condividere questa sfida.