domenica 6 luglio 2003

storia delle droghe e del loro uso medico

Galileo, luglio 2003, Dossier
STORIA
Antichi rimedi, moderni tabù
di Claudio Cappuccino

Claudio Cappuccino è studioso di storia delle droghe e membro onorario dell'Associazione per la Cannabis Terapeutica
La maggioranza delle sostanze che oggi chiamiamo "droghe" sono state o sono tuttora dei "farmaci". La distinzione fra droga (1) e farmaco è più basata su un'ideologia etico-politica che su una definizione scientifica. Oggi per esempio la Cannabis e l'eroina condividono il dubbio onore di essere classificate, dalla legge statunitense sulle "sostanze controllate" (2), nello Schedule 1, quello che raggruppa le sostanze dotate di un inaccettabile rischio di dipendenza e di nessuna utilità medica. Lo stesso accade nella maggioranza degli altri Paesi, inclusa l'Italia. Se si considerano la storia e la farmacologia dell'eroina, su cui non posso dilungarmi qui (3), e la vastità degli usi terapeutici oggi seriamente ipotizzabili per la Cannabis (4), non si può non pensare che queste leggi siano state fatte non guardando in faccia la realtà, ma tentando di stravolgerla per scopi che non riguardano né la medicina né la cura dei malati.
In questo articolo cercherò di raccontare con qualche dettaglio la storia dell'uso medico della sostanza storicamente più importante, l'oppio, e di quella attualmente più promettente, la canapa, mentre potrò solo accennare brevemente a quella di altre sostanze non meno cariche di vicissitudini, ma che per varie ragioni devono, sotto l'aspetto medico, essere considerate di secondo piano.
L'oppio
L'oppio agli albori della medicina. Moltissimi reperti fossili dimostrano che il papavero era conosciuto in Europa centro-meridionale già nel Neolitico e nell'Antica età del bronzo (5500-3000 a.C.). Tavolette mediche sumeriche (3000 a.C.), papiri egiziani (papiro Ebers, 1550 a.C.), oltre a bassorilievi, monete e gioielli di varie epoche ritrovati in tutta l'area mediterranea e nel medio-oriente, citano o raffigurano il papavero.
L'oppio è uno dei farmaci principali della medicina fin dai tempi in cui essa si confondeva ancora con la magia e con la religione, e certo uno dei pochissimi che per il loro valore hanno attraversato i millenni fino ai nostri giorni. Ippocrate (V-IV sec. a.C.), negli scritti che gli sono attribuiti, parla ripetutamente dell'oppio, e lo raccomanda come narcotico e contro la dissenteria. Nicandro (II sec. a.C.) è il primo a parlare della theriaka, una miscela di sostanze diverse, sempre contenente oppio, che avrà una lunghissima storia, sopravvivendo addirittura fino al XVIII secolo. Pedanio Dioscoride (I sec. d.C.) è il primo a descrivere la tecnica di estrazione dell'oppio e a presentarne le principali caratteristiche farmacologiche: "Elimina il dolore, calma la tosse, riduce il catarro dei polmoni, blocca i flussi intestinali, e si applica sulla fronte di chi soffre di insonnia. Però, prendendolo in gran quantità, fa male, perché provoca letargia e uccide".
L'oppio nell'Impero romano. Aulo Cornelio Celso, nel De medicina (ca. 30 d.C.), riferisce di circa 250 piante medicinali, tra cui il papavero, raccomandato contro il dolore. Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) dà una descrizione dettagliata delle varietà di papavero e dei loro usi specifici ed è il primo a usare la parola latina opium. Nella Roma del I-II secolo d. C., l'oppio è contemporaneamente farmaco, veleno e antidoto. Sembra che esso - componente essenziale della theriaka e dell'antidoto di Mitridate - fosse diventato di uso comune. Nerone, Tito, Nerva, Traiano, Adriano e Marco Aurelio sono i più famosi degli imperatori romani per cui ne è documentato l'uso. Claudio Galeno (131-200 d.C.), medico di Marco Aurelio, considera l'oppio una panacea o qualcosa di molto simile: "Combatte i veleni e i morsi degli animali velenosi, cura il mal di testa cronico, la vertigine, la sordità, l'epilessia, l'apoplessia, la debolezza della vista, la perdita della voce, l'asma, la tosse di ogni genere, l'emottisi, la difficoltà di respirare, le coliche, il veleno iliaco, l'itterizia, la durezza della milza, i calcoli, i disturbi urinari, le febbri, le idropisie, la lebbra, le malattie delle donne, la melancolia e tutte le pestilenze".
Quando le scienze fiorivano solo fra gli Arabi. Con la decadenza dell'impero romano, la scienza greca sopravvive presso gli Arabi. Nella prima enciclopedia medica araba, il Paradiso della sapienza di Ali Rabban al-Tabari, medico del califfo di Baghdad intorno all'850, c'è una completa trattazione dell'oppio (afiun) come analgesico, calmante della tosse, narcotico, veleno o - in forma di theriaka - antidoto ai veleni. Avicenna (980-1037) - fisico, matematico, filosofo oltre che medico - parla estesamente dell'oppio nel suo famoso Canone ("ottunde la mente, diminuisce la coscienza, ostacola le decisioni razionali, debilita la digestione e da ultimo porta alla morte per l'eccessivo raffreddamento delle funzioni naturali").
Intorno al VII secolo d.C., la produzione dell'oppio è localizzata soprattutto in Medio Oriente lungo la costa del Mediterraneo, dalla Turchia all'Egitto. E con la grande espansione araba dopo la morte di Maometto nel 632, sono proprio i mercanti arabi a portare per primi l'oppio verso l'Asia. In Persia, l'uso dell'oppio è ben documentato a partire dall'VIII secolo, in India e Birmania dal IX. In Cina, intorno al 1000, l'uso dell'oppio come medicina è già diffuso.
Dai secoli bui alla rinascita delle scienze. In Europa, lungo tutto il Medio Evo, restano pochissimi riferimenti scritti all'oppio, che cade in disuso per la diminuzione degli scambi commerciali, l'eclisse delle scienze e soprattutto la condanna della Chiesa cattolica, secondo la quale la malattia e il dolore sono espressioni della volontà di Dio e possono essere evitati solo con la virtù e la preghiera. Solo dopo il 1200 l'oppio ritorna in auge, particolarmente come anestetico in chirurgia (Ugo e Teodorico Borgognoni, John of Arderne).
Allo svizzero Philippus Aureolus von Hohenheim - passato alla storia come Paracelso - spetta forse il maggior merito nella riscoperta scientifica dell'oppio. Curiosissimo ed eternamente inquieto, Paracelso studia e viaggia moltissimo, dalla Spagna alla Svezia, dalla Russia alla Turchia. Mistico, rivoluzionario, iconoclasta, insensibile alle lusinghe del successo, fu contestato in vita e criticato come ciarlatano per secoli. Ma Fielding H. Garrison lo considera "il pensatore più originale del Cinquecento", e William Osler lo chiama "il Lutero della medicina", a simboleggiare la rivolta contro la vacua tradizione. Paracelso include l'oppio in diverse ricette di sedativi e antidolorifici ("I sedativi sono di particolare efficacia quando comprendono l'oppio tebaico") e lo chiama "la pietra dell'immortalità". Probabilmente anche nel suo "laudano" ("Posseggo un segreto, che chiamo laudano, che non ha eguali quando si vuol evitare la morte") l'oppio era l'ingrediente fondamentale.
Più avanti, il grande medico inglese Thomas Sydenham (1624-1689) è l'inventore di un'altra ricetta di laudano che porterà il suo nome e che fino ai tempi delle nostre nonne non mancherà mai nell'armadietto dei farmaci. Secondo lui: "Fra i rimedi che all'Onnipotente è piaciuto dare all'uomo per alleviare le sue sofferenze, nessuno è più universale ed efficace dell'oppio"; "Senza oppio, l'arte di guarire cesserebbe di esistere"; "Questo farmaco è così insostituibile e utile nelle mani del medico esperto e capace che la scienza farmaceutica senza di esso resterebbe imperfetta e vacillante".
Di William Heberden (1710-1801), altro eccellente clinico, è stato recentemente riscoperto un breve saggio sull'oppio, che vale ancora la pena di meditare (5). L'autore fa notare che l'oppio è un farmaco molto sicuro, e che bisogna solo aver l'accortezza di basare sempre la scelta del preparato e della dose sul singolo caso: "Nessuno [...] dovrebbe essere scoraggiato dal dare o dal prendere un oppiaceo, finché diverse preparazioni non sono state provate: e queste prove possono facilmente esser fatte con tale cautela da provocare solo minimi disturbi e nessun pericolo. [...] L'oppio è ben lontano dall'essere la minore delle benedizioni che la Provvidenza ci ha dato per mitigare le varie sofferenze a cui l'umana forma è soggetta. Ci sono farmaci specifici, o cure, per pochi dei nostri mali, mentre l'oppio porta qualche sollievo in tutti".
Dall'isolamento della morfina al proibizionismo. Il vero passo avanti arriva con l'alba del XIX secolo. Friedrich W. A. Sertürner (1783-1841), oscuro aiuto-farmacista, nel 1805 riesce a isolare dall'oppio una sostanza che chiama "lo specifico elemento narcotico dell'oppio". Dal nome di Morfeo, dio dei sogni, lo chiama Morphium. Più tardi si chiamerà morfina.
Da questo momento assisteremo a un consumo di massa degli oppiacei. L'accesso alle cure mediche è ancora un lusso che pochi possono permettersi - il medico costa troppo o semplicemente non c'è - e ci si affida a rimedi ben conosciuti. L'oppio è uno di questi, ed è certamente, se non una cura risolutiva, almeno un farmaco di provata efficacia per mille diverse indicazioni: dolori di ogni genere, diarrea, tosse, TBC, diabete, ansia, depressione, insonnia, alcolismo, "problemi femminili", malaria, gotta e moltissime altre indicazioni. In molti casi, oppio e morfina diventano sostitutivi dell'alcool, dato che i loro effetti sono assai meno visibili e socialmente allarmanti. Persino i bambini vengono spesso tenuti tranquilli con l'oppio (6).
Intorno al 1850, la siringa ipodermica entrerà rapidamente nell'uso comune proprio per la somministrazione di morfina, segnando la più grande rivoluzione nella storia della somministrazione dei farmaci. E nel mondo devastato dalle guerre e disseminato di feriti e mutilati sofferenti, la morfina si guadagnerà l'appellativo di God's own medicine - medicina di Dio.
Solo rare voci si levano inizialmente a protestare contro il vero o supposto "abuso" di oppiacei, e anche queste soprattutto in occasione di qualche clamoroso caso di avvelenamento o delle relativamente rare morti accidentali. Ma ben presto, una serie complessa di circostanze e di avvenimenti internazionali determinerà un diverso atteggiamento dell'opinione pubblica e dei governi. Nei primi anni del Novecento, si definirà quello dell'abuso (o anche solamente "uso") di stupefacenti un problema sociale, degno di una soluzione tanto drastica sulla carta quanto irrealizzabile nella pratica: la proibizione di ogni utilizzo non strettamente medico (7). Purtroppo, il nuovo atteggiamento verso le "droghe", e in particolare verso gli oppiacei, determinerà un profondo cambiamento di opinione fra gli stessi medici, e dopo la svolta proibizionista anche l'uso terapeutico di queste sostanze verrà di fatto estremamente limitato, quando non rifiutato a priori, con conseguenze gravissime per la qualità della vita di milioni di persone gravemente sofferenti.
Solo negli ultimi vent'anni si può dire che la terapia del dolore è ritornata a essere - ma ancora non sempre e non ovunque - il divinum opus di cui parlava Ippocrate 2500 anni fa.
La Cannabis
Dalla Cina al Mediterraneo. La canapa, probabilmente originaria dell'Asia orientale, era nota alla medicina cinese già qualche migliaio di anni fa. Il Pên-t'sao Ching - compendio di nozioni medico-farmaceutiche che si fa tradizionalmente risalire al terzo millennio a.C. (8) - la raccomanda per "disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale", avvertendo che una dose eccessiva "fa vedere demoni". In India, la canapa è citata nell'Atharvaveda (II millennio a.C.) come "pianta che libera dall'ansia", ed è stata in uso nella medicina tradizionale fino ai nostri giorni.
In tempi appena più recenti, la canapa è citata in testi egizi e assiri, ed è ben conosciuta anche dalla medicina greco-romana. Dioscoride (I sec. d.C.) la raccomanda per mal d'orecchi, edemi, itterizia e altri disturbi. Secondo Galeno (II sec. d.C.) essa può servire contro le flatulenze, il mal d'orecchi e il dolore in genere, ma in dose eccessiva "colpisce la testa, immettendovi vapori caldi e intossicanti".
Dall'oblio alla rinascita. In Europa, i suoi usi medici sembrano perdersi, insieme a molte altre cose, durante il Medio Evo. Ma con l'avvento dell'Età moderna e i grandi viaggi di esplorazione, la canapa ritrova i suoi estimatori. Garcia da Orta, medico portoghese in servizio presso il vicerè a Goa, in India, la cita nel suo Colloqui sui semplici e sulle droghe dell'India (1563) come stimolante dell'appetito, sonnifero, tranquillante, afrodisiaco ed euforizzante. E Robert Burton, nel suo Anatomia della melancolia (1621), ne suggerisce l'efficacia in quella che oggi chiameremmo "depressione".
Verso la fine del XVIII secolo, la Cannabis è di nuovo in auge. Nicolas Culpeper, il più importante studioso di piante medicinali del suo tempo, nel Complete Herbal (1814), dà un quadro completo dei suoi possibili usi medici, a partire da quelli indicati da Galeno. Pochi anni dopo, due opere ravvivano l'interesse: un articolo di William Brooke O'Shaughnessy (9), medico irlandese trapiantato in India, e il libro Du hachisch et de l'aliénation mentale (1845) di Jacques-Joseph Moreau de Tours. Secondo O'Shaughnessy, che si basa sulla secolare esperienza indiana, la Cannabis è utile in diverse condizioni: reumatismo acuto e cronico, idrofobia, colera, tetano e convulsioni infantili. Invece, Moreau considera l'hashisch sia uno strumento di indagine della mente, sia un farmaco efficace in varie malattie mentali. Risalgono a questi anni anche le prime ricerche scientifiche italiane sulla Cannabis, riscoperte da Giorgio Samorini (1996).
Un farmaco dai molti usi. Fra il 1840 e il 1900, secondo Robert P. Walton (1938), furono pubblicati più di 100 articoli sugli usi medici della Cannabis. Nel 1854 essa venne inclusa nello U.S. Dispensatory: "L'estratto di canapa è un potente narcotico [...] Si dice che agisca anche come deciso afrodisiaco, che stimoli l'appetito [..] Produce il sonno, riduce gli spasmi, calma l'irrequietezza nervosa, allevia il dolore" (10). Secondo William Osler, uno dei padri della clinica moderna, essa è "probabilmente il rimedio più soddisfacente" per l'emicrania (11).
Nel 1890, John Russell Reynolds riassume su The Lancet trent'anni di esperienza con la Cannabis. La giudica "incomparabile" nell'insonnia senile; utile come analgesico nelle nevralgie, inclusa la nevralgia del trigemino, nonché nella tabe, nell'emicrania e nella dismenorrea; molto efficace negli spasmi muscolari di varia natura (ma non nella vera epilessia); e, invece, di incerto valore nell'asma, nella depressione e nel delirio alcolico (12).
In Italia erano previsti dalla Farmacopea Ufficiale estratto e tintura di Cannabis indica. Secondo Paolo Emilio Alessandri (13) la canapa "usasi nel tetano, nelle nevralgie, isterismo, emicrania, reumatismo, corea, asma, e in molte altre malattie non escluso il cholera, dando però quasi sempre resultati contraddittori". Pietro Mascherpa (14) afferma che essenzialmente si tratta di "un medicamento cerebrale e precisamente un analgesico analogo all'oppio e alla morfina", che può avere più o meno le stesse indicazioni.
Proibire, proibire. La storia medica della Cannabis subisce una drastica svolta quando nel 1937, negli Stati Uniti, essa raggiunse l'oppio, la morfina e la cocaina nella lista delle "droghe proibite". Le nuove norme americane - a cui presto si adeguarono gli altri Paesi - resero estremamente complicata e onerosa per i medici la prescrizione di farmaci a base di Cannabis, e in pochi anni essa cadde completamente in disuso. Non si può negare che questa mossa, in questo momento storico, condizionò tutta la storia successiva della Cannabis, impedendone di fatto non solo l'uso terapeutico, ma anche lo studio con i moderni metodi scientifici.
Il silenzio e l'acquiescenza dei medici non fu generale. Lo stesso Walton, che pure appoggiò la proibizione dell'uso voluttuario della marihuana, scrisse: "Più stretti controlli che rendessero la droga non disponibile per scopi medici e scientifici non sarebbero saggi, dal momento che per essa possono essere sviluppati altri utilizzi, tali da superarne completamente gli svantaggi. La sostanza ha diverse notevoli proprietà e se la sua struttura chimica fosse definita, e varianti sintetiche fossero sviluppate, alcune di esse potrebbero dimostrarsi particolarmente utili, sia come agenti terapeutici che come strumenti per indagini sperimentali" (15).
Nei trent'anni successivi diventano assai rari i lavori sull'uso medico della Cannabis, ed è solo con la fine degli anni Settanta dello scorso secolo che un timido interesse si risveglierà e che, fra mille difficoltà, cominceranno a riapparire studi su Cannabis e cannabinoidi (16).
La volta buona? Dopo altri trent'anni, gli ostacoli sono ancora quasi ovunque gli stessi, ma la mole di conoscenze è comunque cresciuta a velocità impressionante. Si può ormai dire senza paura di sbagliare che la Cannabis, i suoi derivati, e il sistema dei cosiddetti "endocannabinoidi" costituiscono uno dei campi di indagine più promettenti della farmacologia e della clinica. E che di fronte all'accumulo delle evidenze, sarà difficile tenere ancora a lungo in vita gli impedimenti che hanno finora reso difficile lo studio scientifico delle proprietà di questa semplice, naturalissima pianta medicinale.
Altre "droghe"
Coca e cocaina. Pianta magica degli Incas, elemento ancora oggi centrale in tutte le culture andine, la coca non ha avuto grande fortuna medica. La cocaina, tanto lodata come stimolante da Paolo Mantegazza e Sigmund Freud, è storicamente importante come il primo anestetico locale, e ancora oggi alcuni otorinolaringoiatri ne apprezzano l'efficacia anestetica unita a una potente azione vasocostrittrice - due azioni che non si ritrovano combinate in altri farmaci. Salvo qualche applicazione interessante ma discussa (come il Brompton's cocktail, in cui la cocaina era usata per contrastare l'effetto depressivo degli oppioidi nella terapia del dolore), le sue proprietà psicostimolanti sono state apprezzate solo al di fuori della medicina. E solo pochi, isolati studiosi hanno preso in considerazione le interessanti qualità toniche, digestive e nutrizionali dell'infuso di foglie di coca, che i popoli dell'altipiano andino considerano essenziali alla sopravvivenza in alta quota.
Amfetamine. Le amfetamine, stimolanti dagli effetti soggettivamente simili alla cocaina ma molto più prolungati, sono state tranquillamente usate da alcune generazioni di studenti, avvocati, giornalisti, medici, autisti, aviatori, sportivi, ecc. per far fronte a compiti impegnativi e vincere la stanchezza. A lungo liberamente disponibili in farmacia, a bassissimo prezzo, sono state classificate come "stupefacenti" all'inizio degli anni Settanta dello scorso secolo, nel momento in cui, in sottogruppi marginali della cultura giovanile, comparvero nuove e allarmanti modalità d'uso (uso endovenoso di altissimi dosaggi, in binges prolungati per più giorni), con tutta una serie di complicanze mediche e psichiatriche. La proibizione, naturalmente, ridusse praticamente a zero l'uso lecito e (auto)controllato, che era sempre stato di gran lunga prevalente, mentre lasciò forse ancora più spazio all'uso problematico. Oggi le amfetamine hanno pochissime indicazioni mediche (narcolessia, sindrome da deficit di attenzione) e non sono più disponibili in molti Paesi.
LSD e sostanze "psichedeliche". In principio fu il peyote, pianta sacra degli Huicholes e dei Tarahumara messicani, e la mescalina, studiata dagli psichiatri soprattutto come finestra sulla "malattia mentale". Poi fu l'LSD, la cui storia avventurosa è stata oggetto di tanti libri, e che in vent'anni generò innumerevoli articoli scientifici e altrettante vivacissime controversie fra chi lo considerava straordinario strumento di indagine della mente nonché utile coadiuvante nella psicoterapia e nella psicoanalisi, e chi lo vedeva solo come sostanza distruttrice dell'io e disgregatrice della società. Furono poi "scoperti" dalla scienza ufficiale i funghi psilocibinici, usati da sempre dai curanderos messicani; l'ayahuasca e il San Pedro (altro cactus mescalinico), con un simile ruolo in vaste aree del bacino amazzonico (vedi Sapere, febbraio 2002, p. 39); e una serie quasi infinita di altre sostanze diffuse fra le tribù "primitive" di mezzo mondo come strumenti di magia, di religione, ma anche di medicina. Tutte sostanze di cui i medici, gli psichiatri, gli psicologi, gli psicoanalisti e - perché no - i filosofi, i religiosi e i mistici hanno solo cominciato a valutare le sottili, a volte trascendenti potenzialità, fermandosi poi - anche perché obiettivamente impediti dalle leggi - davanti al solco che divide il materiale dallo spirituale, il corpo dall'anima. Cosicché sono rimaste finora senza seguito le esperienze di distacco dal dolore e di accettazione della morte indotte o facilitate dai cosiddetti "psichedelici".
MDA, MMDA, MDMA... Una serie infinita di sigle caratterizza i derivati feniletilamminici "empatogeni" che, grazie alla popolarità come "droghe da discoteca", sono usciti dall'oscurità dei laboratori e dagli studi psichiatrici per diventare consumi di massa fra i tanti. Di alcune di queste sostanze si è sfiorato, molti anni addietro, il potenziale terapeutico in campo psichiatrico. Sostanze che accentuano l'empatia e il desiderio di contatto sia fisico che spirituale - una volta che ne fosse esclusa la neurotossicità oggi paventata - potrebbero persino essere un buon antidoto all'aggressività e alla superficialità usa-e-getta della società dei consumi. Tuttavia, grazie alla forza dei luoghi comuni ormai ben consolidati, sembra per ora molto difficile riportarle nel campo di attenzione della ricerca scientifica.

NOTE
(1) Mentre nel linguaggio corrente per "droga" si intende una "sostanza soggetta alla legge sugli stupefacenti", il significato tradizionale di "droga" in medicina è quello di "sostanza grezza di origine naturale utilizzata come farmaco". Per cui, in questa accezione, sono "droghe" non solo l'oppio o la Cannabis, ma anche la digitale, la china, la senna, e così via.
(2) Spero venga colta l'involontaria ironia di questa definizione delle sostanze proibite. In realtà, esse sono, proprio grazie a questo tipo di leggi, fra le sostanze meno controllate e controllabili, risultando disponibili per chiunque le desideri ventiquattr'ore su ventiquattro, a ogni angolo di strada, in tutto il mondo, nella totale assenza di ogni verifica di qualità, dose, origine e prezzo.
(3) Vedi Claudio Cappuccino, Dall'oppio all'eroina. Un maledetto imbroglio, cap. 6.
(4) Segnalo a questo proposito il libro di prossima uscita a cura dell'Associazione per la Cannabis Terapeutica: Erba medica. Usi terapeutici della Cannabis, ed. Stampa Alternativa, Roma (per informazioni: http:/www.medicalcannabis.it).
(5) PAULSHOCK B.Z., "William Heberden and opium - some relief to all", N. Engl. J. Med. 308: 53-6, 1983.
(6) Anche nelle campagne italiane si usava un infuso di capsule di papavero (papagna) per far dormire i bambini.
(7) Sulle forze politiche, sociali ed economiche che portarono, fra il XIX e il XX secolo, alla drastica svolta proibizionista rinvio a Cappuccino 1999, cap. 5.
(8) Per la storia antica della Cannabis, si veda Abel (1982). Per la storia medica Walton (1938).
(9) O'SHAUGHNESSY W.B., "On the preparations of the Indian Hemp, or Gunjah", Transactions of the Medical and Physical Society of Bengal 8: 421-61, 1838 (ristampato in Mikuriya 1972, pp. 3-30).
(10) WOOD G.B., BACHE F., The dispensatory of the United States, Lippincott, Brambo & Co., Philadelphia 1854 (citato da Abel 1982, p. 182-3).
(11) OSLER W., MCCRAE T., The principles and practice of medicine (8th ed.), D. Appleton & Co., New York 1916.
13) REYNOLDS J.R., "Therapeutic uses and toxic effects of Cannabis indica", The Lancet 1: 637-8, 1890 (March 22) (ristampato in Mikuriya 1972, p. 145-9).
(14) In: Droghe e piante medicinali (2a ed.), Hoepli, Milano 1915, p. 144.
(15) In: Trattato di farmacologia e farmacognosia, Hoepli, Milano 1949, p. 425-6.
(16) WALTON 1938, p. 151.
(17) Per approfondimenti, GRINSPOON-BAKALAR (2001), Marijuana, medicina proibita e Libro bianco sugli usi terapeutici della Cannabis (http:/www.fuoriluogo.it/quaderni/8/index.htm).

BIBLIOGRAFIA

Storia della canapa:
ABEL E.L., Marihuana: the first twelve thousand years, McGraw-Hill, New York 1982.
GRINSPOON L., BAKALAR J.B., Marijuana, medicina proibita, Editori Riuniti, Roma 2001.
MIKURIYA T.H. (a cura di), Marijuana: medical papers 1839-1972, Medi-Comp Press Oakland 1972.
SAMORINI G., L'erba di Carlo Erba. Per una storia della canapa indiana in Italia (1845-1948), Nautilus, Torino 1996.
WALTON R.P., Marihuana - America's new drug problem, J.B. Lippincott & Co., Philadelphia 1938.

Storia dell'oppio:
BERRIDGE V.-EDWARDS G., Opium and the people: opiate use in 19th-century England, Allen Lane, London 1981.
CAPPUCCINO C., Dall'oppio all'eroina. Un maledetto imbroglio, Cox 18 Books, Milano 1999.
LATIMER D., GOLDBERG J., Fiori nel sangue, C. Ciapanna Editore, Roma 1983.
MERLIN M.D., On the trail of the ancient opium poppy, Fairleigh Dickinson U.P., Rutherford 1984.

Altre droghe e storia generale:
BRECHER E.M. et al., Licit & illicit drugs, Little Brown, Boston 1972.
GRINSPOON L.-BAKALAR J.B., Cocaine. A drug and its social evolution, Basic Books New York 1985.
HOFFMAN A., LSD, il mio bambino difficile, Urra, Milano 1995.
Dossier, luglio 2003 © Galileo

sabato 5 luglio 2003

Chi ha inventato l'elettroshock?

(alcuni stralci dalla rete)
Ugo Cerletti
«Fu grazie ai maiali ed ai macellai che nel 1938 nacque in Italia una nuova "cura" psichiatrica: l' elettroshock. Lo sperimentò e lo introdusse come cura lo psichiatra Ugo Cerletti. Nato a Conegliano Veneto nel 1877, si era laureato a Roma, perfezionando poi i suoi studi ad Heidelberg ed a Monaco. Insegnò a Bari successivamente diresse le cliniche psichiatriche di Montello (Milano), Genova e Roma. Morì, per la cronaca, nel 1963. Negli anni trenta era opinione diffusa che, poiché un epilettico non è mai schizofrenico e viceversa, il provocare delle crisi epilettiche in uno schizofrenico, avrebbe portato costui alla guarigione. Questa idea era sostenuta dall' ungherese Ladislav Von Meduna, che però usava farmaci, non elettricità. Fu lui infatti ad inventare il coma insulinico, al quale seguirono poi altri tipi di shock, come quello cardiazolinico (ottenuto col cardiazol, uno stimolante nervoso e cardiaco,conosciuto chimicamente come pentametilentetrazolo).
Ugo Cerletti invece, evidentemente era portato per l' elettrotecnica, aveva"lavorato" per un certo periodo con l' elettricità sui cani, usando peraltro una tecnica ancora grezza e di scarso successo: applicava infatti
un elettrodo alla testa ed introduceva l' altro nel retto dell'amico dell'uomo e poi dava corrente. Il risultato di questi esperimenti fu per la verità soltanto un gran numero di cani morti per arresto cardiaco. Così Cerletti decise di abbandonare per il momento le ricerche in quella direzione. Ma un giorno, forse mentre cercava di rilassarsi un pò, passando qualche ora in un ambiente sereno, capitò al macello di Roma e vide come venivano trattati i maiali. Gli animali portati lì, percepivano per istinto la morte imminente e si dibattevano e urlavano nel vano tentativo di fuggire e ciò rendeva maledettamente difficile sgozzarli. Si ricorreva così ad una forte scarica elettrica fra le tempie, ottenendo un attacco convulsivo che in genere lasciava gli animali tramortiti. Ma,come notò Cerletti, alcuni non perdevano coscienza e dopo, pur restando in quell'ambiente di urla e sangue, se ne rimanevano quieti e rilassati,pronti a farsi uccidere beatamente. Cerletti fu scientificamente illuminato dal fenomeno e decise di provare la stessa cosa sull' uomo, per vedere se anche gli esseri umani si sarebbero tranquillizzati in questa maniera: corrente elettrica da una tempia all' altra, ecco qual'era la soluzione! E così il 15 Aprile 1938 nasce ufficialmente l' elettroshock. In quel giorno infatti il dottor Ugo Cerletti sottopose il primo essere umano a shock mediante energia elettrica. Si dice che il paziente fosse un ingegnere diventato "barbone", consegnato a Cerletti dalla polizia, che lo aveva trovato in strada in stato confusionale. Cerletti lo sottopose ad un primo trattamento lieve, dopo il quale l' ingegnere accattone lo pregò di smettere. Gli fu applicato allora un secondo shock, molto più violento. Così è stato raccontato, in modo colorito, quel primo esperimento dal prof. Clemente Catalano Nobili dell' Università la Sapienza di Roma, allievo di Cerletti, che ne fu testimone: "Era uno schizofrenico. Sbagliammo, l'uomo si alzò sul lettino con la cuffia in testa e disse: "Pentiti mortale!". Si fece il gelo, poi Cerletti ripetè la prova con più alto dosaggio di energia ed il paziente morì". Non fu proprio quel che si dice un successo, ma si sa, gli inizi sono sempre difficili...e se il buongiorno si vede dal mattino, questo primo risultato fu comunque incoraggiante per la psichiatria italiana del tempo: in effetti la pazzia di quel poveretto era stata curata completamente. Il "trattamento" infatti si diffuse presto e fu applicato in tutto il mondo su decine di migliaia di casi. Molti psichiatri si dedicarono con grande accanimento ad applicare la nuova "cura"».

Elettroshock
«Cerletti battezzò l’intervento con il nome di elettroshock....
Alla fine degli anni ’20 del secolo scorso si erano messi a punto in vari paesi europei trattamenti che provocavano convulsioni o shock allo scopo di ottenere una remissione dei sintomi psicotici.
Von Meduna a Budapest e Müller in Germania avevano promosso la infusione endovenosa di insulina e di cardiazolo.
Lo scopo era quello di provocare una normalizzazione delle funzioni nervose centrali attraverso una fase temporanea di coma (insulina) o di convulsioni (il cardiazolo o metronidazolo).
Il problema era che la soglia tra dose terapeutica e dose tossica rimaneva esigua con un alto rischio per la vita del paziente.
In questo contesto si inserisce il contributo di Ugo Cerletti e della sua equipe romana. Dal 1935 direttore della Clinica dell’Università di Roma, per anni si era occupato di esperimenti sull’applicazione dell’elettricità sui cani. Nel 1936, un suo assistente, Bini, gli fece notare come l’applicazione degli elettrodi alle tempie degli animali potesse permettere una erogazione di elettricità voltaica capace di provocare una fase convulsiva non pericolosa per la vita dell’animale. Nello spazio di tempo di circa due anni, Cerletti e la sua équipe misero a punto un apparecchio capace di erogare 80-100 volt in una frazione di secondo.
Nel 1938 Cerletti decide la prima applicazione su un paziente, un ingegnere 39nne milanese, sofferente da tempo di allucinazioni uditive. Cerletti battezzò l’intervento e la macchina adoperata con il nome di elettroshock».

«L’elettroshock affonda le sue radici ai tempi degli antichi Romani, che curavano il mal di testa appoggiando una torpedine sulla testa della persona sofferente: un rimedio probabilmente poco efficace, come quello di darsi una martellata su un dito per curare il mal di testa.
In questo secolo il pioniere in questo campo è stato un italiano, Ugo Cerletti. In un mattatoio osservò che i macellai usavano una scarica elettrica per provocare nei maiali delle convulsioni epilettiche, allo scopo di renderne poi più facile la macellazione. Ed è essenzialmente questo che l’elettroshock causa negli esseri umani: una convulsione nervosa di lunga durata che provoca danni irreversibili al cervello.
Luciano Bini, l’uomo che ha aiutato Cerletti a sviluppare la prima macchina per l’elettroshock, ha inventato anche un’altra cosa che ha chiamato “terapia di annientamento”. Cerletti ha affermato: “Nel 1942 Bini ha consigliato di ripetere l’elettroshock parecchie volte al giorno su alcuni pazienti, chiamando tale terapia “annientamento”. Questo ha prodotto gravi reazioni di amnesia che sembravano avere un buon risultato negli stati ossessivi, nelle depressioni psicogene e anche in alcuni casi paranoici... La “sindrome di annientamento” é stata paragonata da Cerquetelli e Catalano alla psicopatologia che segue la lobotomia prefrontale».

a Napoli continua il movimento contro l'elettroshock (9)

La Repubblica Napoli 5.7.03
PSICHIATRIA
Dibattito tra medici e politici dopo la reintroduzione
"Controlli nelle cliniche contro l´elettroshock"
di GIUSEPPE DEL BELLO

«Siano Controllate le cliniche private dove il trattamento verrebbe praticato e si vigili sulla situazione psichiatrica». Aula magna affollata (nelle prime tre ore), arriva con quindici giorni di ritardo il dibattito sull´elettroshock. Lo ha moderato ieri un attento Armido Rubino che, in qualità di preside, ha fatto esprimere sostenitori e detrattori della metodica, dopo la vicenda del giovane sottoposto a trattamento elettroconvulsivante, l´elettroshock appunto. Fair play nella prima parte, il dibattito si fa polemico con Francesco Maranta, consigliere regionale di Rifondazione comunista: «Chi non rispetta la certezza dei diritti dei pazienti è un bandito. Vogliamo sapere come e dove sono stati effettuati i trattamenti». Chiamato direttamente in causa, Giovanni Muscettola, l´ordinario della Clinica psichiatrica in cui, dopo 30 anni, si è tornati all´elettroshock, replica citando gli studi riportati su Lancet e difendendo «autonomia e responsabilità del medico». Poi aggiunge: «La decisione è stata presa dopo una lunga discussione tra colleghi. E comunque l´elettroshock non aumenta il rischio mortalità della comune anestesia». Da Sergio Piro che parla di «conquiste della riforma del '78 in pericolo», a Franco Rotelli che prende garbate distanze: «Non ci sto col metodo: abbiamo visto l´uso criminale di questo strumento», più o meno tutti sembrano contrari. A difesa interviene Pasquale Mastronardi, lo specialista che aveva confessato di «aver eseguito migliaia di Tec» in strutture private: «Non faccio i nomi per tutelare la privacy». Ma dall´assessore alla Sanità Rosalba Tufano, arriva la replica: «Li faccia pure i nomi se ci sono: le Asl dal '99 comunicano all´Osservatorio epidemiologico i trattamenti effettuati e le segnalazioni riferiscono solo qualche applicazione all´anno. Un consesso scientifico deve formare i medici del domani e dare risposte non in funzione dei controlli ma su conoscenze scientifiche e deontologiche». L´ultima stoccata è di Enrico de Notaris. Da sempre contrario all´elettroshock. Parte dagli studi poco attendibili: «Così come i trials clinici, sono stati curati dalle stesse persone che praticano la Tec: ovvio che riportino risultati eccellenti». Poi si scaglia contro gli effetti dell´elettroshock che non si limitano alla «sola perdita della memoria per sei mesi», ma che potrebbero risultare comunque devastanti: «Che ne sappiamo delle ripercussioni su altre funzioni, come la capacità emotiva e di programma? Eppoi, i trials americani non vengono criticati da me, ma dagli stessi autori d´Oltreoceano».

felicità: un po' di corrente al giro temporale inferiore e tutto va

La Sicilia 5.7.03
Risate e buonumore? Questione di cervello

Scoperto nel cervello il «centro» del buonumore e delle risate. I ricercatori giapponesi della Kyoto University Medical School, studiando una ventiquattrenne epilettica, avrebbero individuato per caso un'area cerebrale che, quando viene stimolata, fa sentire felici e fa ridere. I ricercatori giapponesi, descrivendo la novità nel «Journal of Neurology», ricordano che si tratta di un esperimento condotto su un unico caso, ma che la scoperta potrebbe essere valida universalmente.
Il team giapponese, guidato dal neurologo Takeshi Satow, era impegnato nello studio preliminare di una giovane epilettica che doveva essere sottoposta a un intervento per ridurre gli attacchi. Per delimitare la zona da trattare chirurgicamente, gli esperti hanno collegato degli elettrodi sul cranio della ragazza. E hanno scoperto che una stimolazione di un secondo su una particolare area del cervello, il giro temporale inferiore, provocava nella paziente una sensazione da lei stessa definita di «allegria». La ragazza riferiva che, contemporaneamente, le era tornata in mente una filastrocca che recitava da bambina. Dopo cinque secondi la giovane era addirittura scoppiata a ridere, con gran sorpresa dei ricercatori. Il giro temporale inferiore è un'area del cervello già collegata da precedenti studi alla memoria e al linguaggio. La sua stimolazione, spiega Satow, potrebbe far «emergere» dai «cassetti» della memorià i ricordi piacevoli, nel caso specifico la canzoncina infantile, e provocare così la sensazione di allegria e buonumore.
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Corriere della Sera 5.7.03
Esperimento in Giappone
Individuata nel cervello l’area della felicità Se stimolata rende allegri
di Margherita De Bac

ROMA - Non dipende dal tempo, dal piede che poggiamo per primo sul pavimento quando scendiamo dal letto o dai programmi più o meno allettanti che ci aspettano. L’umore, forse, fa capo a determinate aree cerebrali con sede nell’emisfero sinistro (quello cattivo) e nel destro (quello buono). Teoria sempre inseguita dai ricercatori che da almeno quarant’anni tentano di suffragarla. Un passo avanti in questa direzione è lo studio di un gruppo giapponese, pubblicato tra le lettere del Journal of Neurology , rivista di livello medio alto nel settore. Il neurologo Takeshi Satow e i colleghi hanno individuato per caso una zona del cervello, emisfero destro, che se stimolata ci rende allegri e suscettibili alle risate. Se così fosse potremmo pensare alla messa a punto di pillole della felicità o di interventi non farmacologici che hanno la capacità di restituire la gioia chi l’ha perduta per malattia, vedi i depressi.
Per ora è solo un sogno. Come avvertono gli autori: «È un esperimento condotto su un unico caso, ma non escludiamo di poterlo riprodurre». Ad essere di sicuro dotata di una centralina del buonumore è una ventiquattrenne giapponese, colpita da epilessia. Per ridurre gli attacchi è stata sottoposta a un intervento chirurgico. Nel delimitare preventivamente la zona da operare, i medici hanno collegato degli elettrodi sul cranio della paziente. Hanno visto che bastava stimolare per un secondo un particolare punto, situato nel giro inferiore dell’emisfero destro, per accendere una sensazione di allegria. Dopo 5 secondi di stimolazioni la giovane ha cominciato a ridere a crepapelle. Poi ha raccontato che durante l’esperimento le è tornata in mente una filastrocca imparata quando era piccola. Da bambina quelle strofe la divertivano un mondo. Il giro temporale inferiore è un’area collegata a funzioni importanti, il linguaggio e la memoria. Satow ipotizza che stuzzicandola si potrebbe far riemergere ricordi piacevoli e quindi provocare il buonumore.
Carlo Caltagirone, direttore scientifico dell’Istituto scientifico per la riabilitazione Santa Lucia, dà credito alla ricerca i cui risultati potrebbero sulle prime apparire fantasiosi: «Un solo caso suscita perplessità, però dobbiamo ricordare che molti dati in letteratura fanno ipotizzare che l’umore, i comportamenti emozionali, abbiano una base cerebrale. Vecchio filone di studi meritevoli di essere ripresi. Si potrebbe pensare a interventi più efficaci e non farmacologici sui disturbi dell’umore di origine psichiatrica». È stato osservato che pazienti con lesioni in una certa area dell’emisfero sinistro sono predisposti alla tristezza. Quelli con problemi all’emisfero destro tradiscono al contrario un comportamento fatuo, gioioso.

magia, matematica... e Shakespeare

La Repubblica 5.7.03
SCIENZA, TEATRO E MAGIA DEL '500 INGLESE IN UN LIBRO DI YATES
MATEMATICI ANZI, MAGHI
John Dee apostolo eretico dei numeri
Shakespeare fu il tramite dei germi neoplatonici
di FRANCO PRATTICO

C´è un sospetto che a molti bacchettoni dell´accademia scientifica può apparire blasfemo o quanto meno fastidioso; che cioè le radici del moderno approccio matematico e scientifico al reale siano nate, più che da una improvvisa esplosione di razionalità, dall´oscuro, ambiguo terreno della magia cinquecentesca, dell´esoterismo, della cabala, dell´ermetismo neoplatonico rinascimentale. E´ un sospetto che un dotto libro di Frances A. Yates (la storica britannica autrice del celebre Giordano Bruno e la tradizione ermetica), dedicato in gran parte al contesto ideale e culturale da cui tra il Cinque e il Seicento nacque in Inghilterra il teatro elisabettiano (l´humus che vide splendere il fulgore di Shakespeare) rafforza e in un certo senso documenta (Theatrum Orbis, edizione italiana a cura di Tiziana Provvidera, che ne ha anche scritto una acuta prefazione, Aragno editore, pagg. 368, euro 20).
Fino al tardo '500 l´Inghilterra si era tenuta insularmente immune dai contaminanti germi neoplatonici che allignavano nell´Europa continentale, dall´Italia alla Francia, principalmente, ma anche nel mondo germanico, in Polonia, etc., serbando così la sua «purezza» medioevale. Ma le idee traversano i mari e quando trovano il terreno adatto allignano e illuminano, magari tramite fantasma, anche le tenebrose mura di Elsinore, quando Amleto ammonisce Orazio con la celebre frase: «Vi sono più cose in cielo e in terra, di quante se ne sognano nella vostra filosofia». E il tramite di questa invasione è proprio il teatro, «specchio del mondo», e anche del cielo, persino come struttura architettonica, oltre che poetica e filosofica e caposaldo di quella «arte della memoria» che contrassegna gran parte della Rinascita e che ha nel teatro appunto il suo agone naturale. Appunto al teatro è dedicata questa fatica della Yates. In particolare al teatro di Shakespeare, il grande "Globe Theatre", la cui struttura architettonica rispecchiava - secondo la ricostruzione della Yates - nella stessa geometria sua e del palcoscenico, poi ricopiata da altri teatri dell´epoca - il «teatro del mondo», la corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo. E lo strumento che consente di porre in relazione l´edificio e il suo significato cosmologico, è la matematica, le leggi di armonia e proporzionalità esposte da Vitruvio nel De architettura e codificate successivamente da Alberti. L´accesso al mondo dei significati cosmologici e divini è garantito solo dal numero e dalle sue leggi: torna in ballo Luca Pacioli e il «de divina proportione», almeno nella lettura magico-cabalistica che ne fanno gli esoterici rinascimentali, al di là delle meraviglie estetiche della sezione aurea.
Esponente di questa tendenza e apostolo di una rinascita degli studi matematici in Inghilterra fu un singolare personaggio, John Dee, uomo di vastissima cultura ed interessi, autore di una celebre prefazione nota allora in tutta Europa all´edizione inglese degli Elementi di Euclide, che diverrà una specie di manifesto della nuova scienza, e assertore della necessità di introdurre le matematiche e la geometria nelle arti meccaniche e nell´architettura, ma demonizzato e deriso dai suoi contemporanei e conterranei, fino all´Ottocento, come stregone e folle ciarlatano, e persino - cosa capitale nell´Inghilterra seicentesca! - papista ed eretico anche per i suoi blasfemi interessi matematici, e per la convinzione, espressa apertamente, che il numero sia la misura e il peso dell´universo: «lo stesso contare - spiega la Yates - gli stessi principi di numero, peso e misura vanno rintracciati (secondo Dee) nell´uomo (oltre che nell´Universo) perché l´uomo rappresenta un "microcosmo" o mondo inferiore».
La fama di stregone Dee se la guadagnò proprio tramite teatro, quando in una rappresentazione al Trinity College fece, con trucchi meccanici, «volare» a vista uno scarabeo... Ma la commistione tra interessi scientifici e matematici ed esoterici - che del resto erano ben manifesti in un altro rinascimentale inglese, di poco successivo a Dee, Robert Fludd, medico paracelsiano e, pare, affiliato ai Rosacroce - erano il carattere dell´epoca, e i suoi interessi matematici non trattennero Dee - morto in tarda età e in estrema povertà - dall´affidare alla fine a un «diario spirituale» la cronaca dei suoi tentativi di evocare gli angeli. Il che non impedisce alla Yates di paragonarlo addirittura a Newton: la religiosità di Dee, scrive «era la religione di un matematico che credeva che la creazione divina fosse sostenuta da forze magiche. Se sostituiamo la meccanica alla magia quale forza operativa utilizzata dal Creatore, la religione di Dee non appare poi così distante da quella di Isac Newton». E la storica britannica ammonisce: «Il pensiero di un uomo dovrebbe ...essere considerato a 360 gradi, includendo non solo quegli aspetti che un contemporaneo può ammirare, ma anche quelli che può trovare senz´altro ostici». E la sua insistenza sulla matematica come chiave di volta per la comprensione del mondo, lo rende senz´altro ben più efficace, secondo la storica britannica, del postero Francis Bacon, perché - sottolinea giustamente la curatrice citando la stessa Yates - «la prefazione matematica di Dee (agli Elementi di Euclide) è più importante dell´Advancement of learning di Bacon, pubblicato trentadue anni più tardi, perché Dee capì pienamente e sottolineò l´importanza capitale degli studi matematici per lo sviluppo della scienza, mentre, come tutti sanno, Bacon sottovalutò l´importanza della matematica» e perciò «il suo metodo non ottenne risultati importanti in ambito scientifico».
Per Dee comunque il teatro («speculum orbis», specchio del mondo) è il tramite materiale, il luogo ove lo spirituale e il materiale, la vicenda celeste e quella umana, si compenetrano: rapporto che, obbedendo all´insegnamento di Vitruvio, è esprimibile solo utilizzando rigorosamente le regole matematiche e geometriche, che del divino sono espressione. Un concetto che Fudd, di poco più giovane, riprenderà nel suo monumentale Utriusque Cosmi Historia, tra le cui tavole appare tra l´altro una raffigurazione di un palcoscenico che la Yeats attribuisce al Globe shakespeariano. Palcoscenico che oltre ad essere il luogo ove si rappresentano e sviluppano le passioni umane, costituisce altresì il «teatro del mondo», «una rappresentazione del cosmo in cui l´uomo...decolla nel mondo dell´allegoria morale».

Machiavelli e Constant

La Stampa Tuttolibri 5.7.03
La politica è potere ma senza etica perde

ETERNO, inossidabile Machiavelli! Più lo si studia, più non soltanto si impara sul mondo degli umani (a cominciare dalla loro dimensione politica, naturalmente), più si ha voglia di studiarlo, certi di scoprire nuovi risvolti, nuove sfumature, nuovi impulsi a quella che per Aristotele era "la più architettonica" delle arti, ossia la politica, che tutte le comprendeva sotto di sé. Quasi come se cambiando i tempi, i regimi, i leader, i costumi politici il Segretario Fiorentino ci fornisse di volta in volta chiavi di comprensione utili, e spesso straordinariamente sagaci. Dunque, quando vediamo un nuovo titolo su Machiavelli - come quello di Ugo Dotti, storico della letteratura e della cultura italiana - non dovremmo sbigottire, né sbuffare, ma pazientemente riprendere in mano il filo rosso che ci lega a questo autentico gigante del pensiero. Rivoluzionario, lo chiama, fin dal titolo, Dotti; e cerca di argomentare l'assunto, peraltro non nuovo, in quest'opera che grandi novità non apporta alla conoscenza del pensiero dell'autore del Principe, ma che in modo piano, qua e là persino aneddotico (anche se non sempre efficace stilisticamente e persuasivo nei nessi), ne ricostruisce l'intera trama, in relazione alla vita e ai tempi. Una biografia esempio di buona divulgazione, con qualche semplificazione di troppo, in chiave marxista, che, nondimeno, dati i tempi, può anche non dispiacere al lettore aduso a letture magari più raffinate ma spesso disincarnate, totalmente affidate all'ermeneutica o alla fenomenologia. La tesi di fondo dell'autore è comunque condivisibile: Machiavelli non è quel "suasore del male che tanti critici… hanno cercato per secoli di avvalorare". E, in tal senso, collocandosi perfettamente nella sua epoca, epoca di trapasso verso l'assolutismo degli Stati, la sua dottrina politica ha avuto di mira davvero il bene comune, che appunto in quell'epoca non può che essere il bene del principe, e accanto a lui, dei sudditi e in definitiva dello Stato stesso. Ma non all'insegna di una mera apologetica della forza, bensì delle comuni, civili libertà. Della libertà fece la sua ragione di vita un personaggio che non è paragonabile a Machiavelli per altezza di pensiero o per il ruolo occupato nella teoria politica, ma non perciò meno degno di attenzione: anzi il suo caso è per certi versi opposto: tanto il Fiorentino è stato studiato e, bene o male, è universalmente conosciuto, quanto costui, lo svizzero francese (nato nel 1767 a Losanna, dove la famiglia protestante si era rifugiata dalla vicina Francia, dove sarebbe morto, a Parigi, nel 1830), Benjamin Constant, è generalmente sottovalutato e oggetto di un'attenzione modesta, benché, nei due secoli che ci separano da lui, egli sia spesso citato, ma, appunto, poco o nulla conosciuto al di fuori della cerchia degli specialisti. Citato come teorico della libertà dei moderni (la difesa gelosa delle prerogative individuali, le libertà "private") contro quelle degli antichi (la partecipazione alla cosa pubblica): dimenticando troppo spesso che Constant tenne alle seconde non meno che alle prime. Ci pensa ora a rimetter le cose a posto, in un libro inconsueto, il bulgaro-francese Tzevatan Todorov, filosofo, sociologo, storico. Opera interessante quanto discutibile, del resto; nel ridisegnare la biografia politico-intellettuale (ma senza escludere il continuo errare di paese in paese, di donna in donna, spesso facendo coesistere amori diversi…: ne seppe qualcosa la più celebre delle sue compagne di vita e d'intelletto, Madame de Staël, da cui Benjamin ebbe anche una figlia, Albertine), di questo personaggio affascinante, Todorov ne sostiene a spada tratta la coerenza: la sua fisionomia politica viene additata esplicitamente come attuale e necessaria. Ossia, diversamente da Montesquieu, liberale classico, e da Rousseau, teorico "esagerato" di una democrazia per forza di cose razionale, Constant rappresenta la sintesi perfetta delle due istanze, incarnando la democrazia liberale, respingendo tanto l'idea moderata di Montesquieu della pura legittimità del potere, quanto l'idea estremistica di Rousseau della illimitata sovranità del popolo. Altri sarebbero stati, in vero, gli sviluppi del pensiero politico, specie dopo la pubblicazione, nel 1835-40, della Democrazia in America di Aléxis de Tocqueville, opera da cui si sarebbe cominciato a discutere delle patologie della politica e dei limiti intrinseci alla democrazia (su queste tematiche, materiali utili sono raccolti nel bel volume di saggi Patologie della politica, curato da Maria Donzelli e Regina Pozzi, in riferimento soprattutto ai dibattiti otto-novecenteschi). Constant non è un gigante della teoria politica come Tocqueville o come Machiavelli; eppure da lui ci giungono molti preziosi insegnamenti. Todorov insiste, per esempio, sul nesso religione-morale-politica (quanto lontani da Machiavelli!) e sul significato e l'importanza dell'impegno politico (egli stesso fu deputato più volte e visse una vita tutta all'insegna della politicità). Come non essere colpiti da affermazioni come questa che Constant fa in relazione alla scomparsa della religione (ossia della morale) dalla vita pubblica? Quando ciò accade, egli dice, "tutti i legami vengono spezzati; il diritto non esiste più; il dovere sparisce con il diritto; si scatena la forza; lo spergiuro fa della società uno stato permanente di guerra e di inganno". Una perorazione di politica etica, dunque, che ben potrebbe entrare nel repertorio del tedesco Ekkehart Krippendorf, un bizzarro libro pieno di suggestioni, posto che si abbia la forza di districare un groviglio storicamente azzardato e filosoficamente certo poco lineare. Ma che importa? Krippendorf, seguendo il libero svolgimento del pensiero, mettendo insieme reminiscenze e studi, passioni personali e esigenze necessariamente universali, ci invita a "un'altra politica", quella che tiene insieme, addirittura non solo Socrate e Mozart, presenti in sottotitolo, ma a loro modo, personaggi assai diversi, e non sempre interni al mondo politico come siamo abituati a conoscerlo: così Goethe e Rosa Luxemburg, Gandhi e Hannah Arendt, Verdi e Kant. Sono numerosi gli artisti che entrano in questo discorso, e non a caso: per l'autore l'arte è politica nella misura in cui propone un atteggiamento rispetto alla realtà: alternativo all'idea classicamente machiavelliana della politica come scienza del potere. Una perorazione di una politica etica in quanto non solo fondata su princìpi morali, ma in quanto soprattutto sganciata da fini di potere. Ma è pensabile una siffatta politica? Per trovare risposte, siamo costretti a ridiscendere dal cielo delle grandi figure esemplari tra le quali Krippendorf ci conduce con uno slalom piacevolmente disordinato, al più maleodorante panorama della politica terrestre, come è praticata, e come i politologi cercano di studiarla raccogliendo dati e provando a teorizzarne l'intima "ragione". Con la preziosa avvertenza - che ci regala un originale politologo italiano, Silvano Belligni, dotato di ruvida (auto)ironia - per cui questa è una scienza "dispersa e schizofrenica" in preda a "un irriducibile relativismo concettuale", possiamo cercare nel libro di Belligni qualche frammento per meglio capire i piani e le mosse dell'agire politico. Non si può qui entrare nel merito del suo tentativo di reductio (a cinque fondamentali idee); basti osservare che da questo suo lavoro, accademico ma non troppo, emerge la poliedrica ricchezza della politica, e nel contempo l'insufficienza di qualsivoglia paradigma per reggerne le sorti e afferrarne il filo conduttore. Come dire, insomma, che c'è una politica per ogni stagione; la piccola politica ordinaria, della distribuzione delle risorse fondata su calcoli di convenienza e la grande politica dei periodi critici e delle età collettive, dominate dagli eroi e dai demiurghi, dai conflitti e dalla sopraffazione dei deboli da parte dei forti; insomma, la politica come cooperazione e la politica come scontro. Due paradigmi diversi, ma che, a ben vedere, si tengono sempre l'un l'altro, come la realtà di questi tempi tragici ci mostrano nelle strette di mano dei signori del mondo che fino a un attimo prima si sono fatti la guerra, e fondano la loro ricerca di consenso interno proprio sull'antagonismo con "l'altro" e la costruzione di logiche di "identità" nazionali, vere o presunte. Qui però lo scienziato politico si ferma, e ci lascia liberi di esprimere le nostre opzioni, e anche, vivaddio, le nostre sacrosante ire e la nostra appassionata aspirazione ad un mondo senza cesari (piccoli o grandi che siano), senza menzogna e ingiustizia, dunque, senza guerra. Anche studiare e lottare "per un altro mondo possibile" è politica, e Machiavelli sarebbe d'accordo con noi.

storia delle donne

Il Giornale di Brescia 5.7.03
Per amore di Cartesio, contro Cartesio
IL SEICENTO FU TEATRO DI UNA RIVOLUZIONE FEMMINILE ANTE LITTERAM
Le donne e la filosofia
La principessa Palatina Elisabetta di Boemia (Nea)
Cristina di Lorena
Maria Mataluno

Il Novecento è stato il secolo delle donne; ma le radici della sua unica rivoluzione incruenta affondano nel Seicento. Il secolo del Barocco e del metodo sperimentale, della rivoluzione copernicana e della Controriforma fu anche quello in cui per la prima volta le donne si inserirono da protagoniste nel dibattito letterario, filosofico e scientifico. Riforma e Controriforma avevano dato un grande impulso all’alfabetizzazione, che cattolici e protestanti consideravano premessa indispensabile per un’evangelizzazione universale. I pedagogisti presero così a occuparsi anche dell’educazione delle fanciulle, che finalmente non dovevano imparare solo quello che era necessario per diventare una buona moglie, ma apprendere anche nozioni di letteratura e storia dell’arte, matematica e filosofia. Fu così che, a poco a poco, persino un mondo maschilista come quello della filosofia naturale vinse i suoi pregiudizi e alcuni grandi pensatori si degnarono di discutere con le menti femminili più brillanti le grandi questioni della filosofia. Numerosi furono gli scambi epistolari intrecciatisi tra filosofi e donne di cultura nel corso del Seicento, come quello tra Galileo Galilei e Cristina di Lorena, destinataria di una delle celebri Lettere copernicane dell’astronomo pisano. Figlia di Carlo III, duca di Lorena, e moglie del Granduca di Toscana Ferdinando I, Cristina era giunta a Firenze nel 1589 e insieme al marito aveva avviato una politica di rigore morale ispirata ai principi della Controriforma, favorendo i rapporti diplomatici tra Firenze e la Santa Sede e fondando numerosi monasteri e conventi. Una linea a cui rimase fedele anche quando, nel 1620, ormai vedova e morto il figlio Cosimo II, assunse con la nuora Maria Maddalena d’Austria la reggenza per il nipote Ferdinando II. Ma i suoi interessi non si limitavano alla politica: appassionata di scienza e filosofia, intrattenne costanti rapporti col mondo scientifico toscano, tanto che Antonio Santucci le dedicò una ruota perpetua da lui realizzata. Un giorno la Granduchessa chiese a Benedetto Castelli come fosse possibile conciliare la teoria copernicana del movimento della Terra con l’episodio biblico in cui Giosuè ordina al sole di fermarsi; quando Castelli riferì la conversazione a Galilei, questi, già nel mirino dell’Inquisizione, decise di indirizzare a Cristina la sua più celebre difesa della teoria eliocentrica: non c’è contrasto tra scienza e fede, le scrisse, poiché sia le leggi di natura sia le parole della Scrittura provengono da Dio. Dal momento però che la teoria copernicana è stata verificata dall’osservazione sperimentale, si deve dedurre che le Scritture non vadano interpretate alla lettera, ma come allegorie. «Ho sognato Elisabetta di Boemia. / Ho sognato il dubbio e la certezza. / Ho sognato il giorno di ieri. Forse non ebbi ieri, forse non sono nato. / Forse sogno d’aver sognato. / Sento un po’ di freddo, un po’ di paura. / Sul Danubio è ferma la notte. / Continuerò a sognare Cartesio e la fede dei suoi padri». La poesia Cartesio di Jorge Luis Borges è l’introduzione migliore alla figura della principessa palatina Elisabetta di Boemia. Nata a Heidelberg nel 1618 e morta nel 1680, Elisabetta era celebre per la sua passione per lo studio: si racconta che leggeva fino a notte fonda, assisteva a dissezioni anatomiche e ad esperimenti scientifici. Ma la sua fama è legata soprattutto allo scambio epistolare che intrattenne, dal maggio 1643 al dicembre 1649, con René Descartes, e che secondo Eugenio Garin costituisce «l’antefatto, lo sfondo e il commento» dell’ultima opera pubblicata da Descartes, il Trattato sulle passioni. Dopo aver letto le Meditazioni metafisiche e le Regulae del filosofo francese, Elisabetta si era resa conto che il rigido dualismo a cui Cartesio aveva ridotto la realtà - costituita da sostanza estesa (res extensa) e sostanza pensante (res cogitans), da materia e anima razionale - rendeva difficile spiegare il rapporto, nell’uomo, tra l’anima immateriale e il corpo. Perciò nella prima lettera che gli indirizzò, il 16 maggio 1643, chiese a Descartes di spiegarle «come l’anima dell’uomo può determinare gli spiriti del corpo per le azioni volontarie (non essendo che una sostanza pensante)». Sembra infatti, continuava Elisabetta, che ogni movimento avvenga per la spinta impressa da un corpo a un altro corpo e dipenda dalla forma e dal peso del motore. Ma ciò presuppone che sia quest’ultimo che il corpo mosso siano estesi, ovvero dotati di materia, e questo è incompatibile con l’idea cartesiana di un’anima assolutamente immateriale. Con questa obiezione Elisabetta aveva messo in luce una delle maggiori aporie del sistema filosofico cartesiano. Ancor più puntigliosa del demone maligno che instillò in Descartes il suo proverbiale dubbio metodico, Elisabetta seppe cogliere alcune incongruenze anche nell’etica cartesiana. Nella lettera del 21 luglio 1645 il filosofo propose alla principessa alcune riflessioni in margine al De vita beata di Seneca, incentrate sulla natura della virtù e sulla capacità della ragione di dominare le passioni; ma Elisabetta, col senso pratico che la distingueva, respinse l’idea che l’anima, in quanto separata dal corpo, potesse raggiungere la beatitudine col solo esercizio della volontà: «Vi sono infatti delle malattie - rispose a Cartesio - che tolgono il potere di ragionare, e quindi anche quello di godere di una soddisfazione ragionevole; altre ancora diminuiscono le forze e impediscono di seguire le massime formate dal buonsenso, esponendo l’uomo più moderato a lasciarsi trascinare dalle passioni». Elisabetta non fu la sola donna a essere stimolata alla ricerca dal pensiero di Descartes: basta pensare alla regina Cristina di Svezia, che addirittura volle Cartesio come insegnante di filosofia. Tra le cosiddette «filosofe cartesiane» si annoverano anche studiose come Lady Damaris Masham, che fu allieva di Locke, Sofia di Hannover e Sofia Carolina (sorella e nipote di Elisabetta di Boemia), che furono collaboratrici e protettrici di Leibniz, e soprattutto l’inglese Anne Finch Conway. Donna dai vasti interessi scientifici, Lady Conway stabilì dal 1650 un lungo sodalizio intellettuale col principale esponente della Scuola di Cambridge, Henry More. Nel tentativo di conciliare le osservazioni empiriche delle scienze naturali con la filosofia morale e la metafisica, Lady Conway oppose al meccanicismo allora dominante una concezione della natura in cui accanto ai principi della chimica e della fisica agiscono delle forze vitali e nella quale la materia ha come suoi elementi primi non più gli atomi ma le monadi. Proprio quelle monadi che ritroviamo nell’immaginifica e rivoluzionaria visione del mondo di Leibniz, a cui arrivarono tramite il medico e filosofo Francis Mercury van Helmont, che per un certo periodo studiò con More e la Conway.

venerdì 4 luglio 2003

elettroshock a Napoli (8) e Schopenhauer

La Repubblica Napoli 4.7.03
PSICHIATRIA
Elettroshock, la condanna dei medici

«Negli ultimi 20 anni nei servizi di salute mentale dell´Asl Na 1 non è stata mai prescritta e tantomeno direttamente praticata ad alcun paziente la Tec, la terapia elettroconvulsivante». E´ quanto è emerso da una riunione di tutti i direttori delle 10 unità operative di salute mentale del dipartimento Asl. «Una pratica - si legge in una nota - considerata di fatto desueta, poco compatibile con la riforma del '78».
Oggi, dopo le polemiche sull´elettrochock dei giorni scorsi, assemblea pubblica, alle 10 nell´Aula Magna del Nuovo Policlinico. Modera Armido Rubino. Interventi di Giovanni Muscettola, Sergio Piro, Enrico de Notaris.

Il Giornale di Vicenza 4.3.03
Saggio curato da Volpi
L’Io e il mondo Ecco i "segreti" di Schopenhauer
L’arte di conoscere se stessi
di Alfonso Cariolato

Forse "conoscere se stessi" è possibile soltanto attraverso un qualche disprezzo nei confronti del divenire o, meglio, della dispersione che ad esso può accompagnarsi. Così Eraclito poteva dire: "Ho indagato me stesso", mostrando come il fluire perenne delle cose non sia che "vuoto, ingannevole e piatto" (come scriveva il giovane Nietzsche), se non sorretto dalla saggezza che ne sa comprendere il logos profondo. Chi si accinge a conoscere se stesso, allora, è animato da un'acuta consapevolezza della missione di cui si sente investito, per la quale è disposto anche a sacrificare ciò che per gli altri uomini appare irrinunciabile. Con un movimento paradossale, il saggio va contro la natura e il mondo per offrire le proprie forze "al servizio dell'umanità", che pure per "cinque sesti" non è (a suo avviso) che da disprezzare. Ma per far questo deve costantemente rivolgersi "a se stesso" ( eis heautón , riprendendo Marco Aurelio) più che per conoscersi, per confermarsi nella giustezza della sua condotta e trovare nei pensieri e nelle citazioni da altri libri fors'anche una sorta di consolazione mirante a rafforzare, in ultima analisi, le proprie verità.
L'arte di conoscere se stessi di Arthur Schopenhauer (a cura di Franco Volpi, Adelphi, Milano, 2003) è un esempio di tale libro "privato", scritto per se stesso da un pensatore che, al modo di Platone, fa della separazione tra eternità e temporalità e fra "coscienza migliore" e "coscienza empirica" la chiave per comprendere l'esistenza. Un filosofo che, riprendendo Kant, fa sua la distinzione tra fenomeno e cosa in sé, reinterpretandola in maniera decisamente radicale. Diversamente da Platone e Kant, infatti, Schopenhauer pone come principio del mondo la pulsione cieca ed irrazionale della volontà, alla quale ci si deve sottrarre mediante la noluntas , vale a dire l'annichilimento della stessa volontà che ci costituisce: «Non più volontà, non più rappresentazione, non più mondo». È a partire da se stesso, dunque, da questo "tesoro" che serba in sé e che si tratta soltanto di "portare alla luce", che Schopenhauer legge la propria esistenza, il suo isolamento, la sua misantropia, l'ambivalenza nei confronti del matrimonio, il suo non essere compreso dai "bipedes" (com'egli chiama gli altri uomini), la sua esigenza di disporre di tempo libero e il suo disprezzo verso la "società comune".
«Non appena ho cominciato a pensare, mi sono sentito diviso dal mondo» scrive Schopenhauer in maniera particolarmente incisiva, ribadendo come la filosofia sia per lui conoscenza di ciò che è profondo e che per questo non può che distinguersi dal sapere del mondo. E questa divisione diventa una specie di marchio di autenticità che giustifica la rinuncia ad una vita come le altre e, nello stesso tempo, assicura alla propria saggezza una sorta di immortalità. Ma forse questo continuo insistere e ritornare su questa esigenza e lo stesso tono perentorio e secco attraverso cui viene negato ogni ripensamento circa la possibilità di un commercio meno aspro con il mondo, lasciano trasparire qualcosa. In fondo, q uesti fogli scritti a partire dal 1821 avrebbero dovuto essere distrutti, secondo la volontà dell'autore, dopo la sua morte. O almeno così dichiarò Wilhelm von Gwinner, l'esecutore testamentario, che poi li copiò senza citarli nella sua biografia di Schopenhauer da dove furono recuperati attraverso un paziente lavoro filologico volto a separare ciò che era di von Gwinner da ciò che era di Schopenhauer.
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giovedì 3 luglio 2003

"si prega di chiudere gli occhi"

Chiudere il baule dei ricordi
per rimuovere sofferenza e dolore
di Roberta Giommi

Per molte persone il lavoro della psicoterapia è rappresentato dalla memoria, dall’affiorare dei ricordi dolorosi e nascosti, dallo svelamento del trauma che era stato cancellato per difendersi dal dolore o dall’orrore, e che da questo luogo lontano, ha prodotto segretamente patologia.
Attualmente il lavoro di ricerca delle risposte e delle soluzioni può invece essere rappresentato dalla capacità di chiudere luoghi e pensieri che danneggiano la capacità di essere sereni e di vivere il futuro. Si procede nella prima seduta attraverso un ascolto neutro che permette alle persone di raccontare la loro storia come è ora organizzata dentro la testa, invitando a raccontare a modo proprio, senza essere preoccupati da verità oggettive.
La prima narrazione rappresenta il personale punto di vista, le evidenziazioni che ogni persona sente come importanti, lo stile ed il tono emotivo dei rapporti raccontati. Solo dopo questa fase si cerca insieme di ricostruire la storia, di evidenziare anche altri momenti, di costruire dei nuovi organizzatori della narrazione, che permettano di modificare la prospettiva.
In fase successiva si cerca di creare un disancoraggio tra la memoria opprimente del dolore e dei torti e la costruzione di pensieri nuovi. La visita della memoria serve a collocare in senso cronologico i tempi dove il malessere si è prodotto ed è in questa seconda fase che inizia la costruzione dei nuovi progetti. Il tuffo nel passato viene usato come modo per distanziarlo dal presente, per renderlo definitivamente alle spalle, per capire che la vita è andata avanti, che ci sono handicap che hanno trovato una soluzione, che spesso il dolore e la malattia psicologica hanno prodotto risorse. C’è un momento della terapia in cui si ordinano i contenuti della memoria, si ristruttura la loro importanza e si chiude il baule dei ricordi.
Simbolicamente i ricordi non saranno autorizzati a condizionare il presente: separarsi dalle memorie dolorose, capire che è lecito dimenticare e guardare avanti, è una fase fondamentale della guarigione. Non si può lasciare la nostra vita nelle mani del persecutore, delle persone e degli eventi che hanno costruito le tracce del nostro dolore. C’è un momento della terapia in cui si aprono le mani e si lasciano cadere i pensieri e le persone che ci imprigionano al nostro passato. Un momento in cui si libera il cuore dalla pesantezza di presenze che lo hanno occupato senza regalare salute.
* Istituto internazionale di Sessuologia, Firenze
(www.irfsessuologia.org)

SAD

La Repubblica Salute 3.7.03
Il "disturbo affettivo stagionale" colpisce d’inverno
ruolo della luce

Una grigia giornata di dicembre può provocare in tutti un po’ di malinconia, ma per alcune persone l’arrivo dell’inverno segna l’appuntamento con la depressione. I sintomi iniziano con l’autunno, quando le giornate cominciano ad accorciarsi, raggiungono l’apice in gennaio e febbraio per poi scomparire con la primavera. E’ il disturbo affettivo stagionale (SAD). Colpisce soprattutto le donne ed è caratterizzato da sintomi depressivi atipici: aumento dell’appetito e del peso, stanchezza cronica e tante ore passate a dormire. In molti casi il disagio è tale da limitare le normali attività sociali e professionali.
Le cause non sono conosciute, ma si ritiene che il disturbo affettivo stagionale possa essere favorito dalla conseguenze sulla biochimica cerebrale della minore esposizione alla luce solare nei mesi invernali. La terapia consiste nell’esposizione alla luce (fototerapia).

bulimia

Il Corriere della Sera 3.7.03
Bulimia, nascono gli «Overeaters Anonimo»

La notizia è di pochi giorni fa: in Messico, un club vacanze esclusivo, ha rivoluzionato gli arredi per accogliere la sempre più numerosa clientela oversize: sedie e letti rinforzati, porte più ampie, vasche su misura. Ma un conto sono le persone che la natura ha voluto corpulente, un conto è il preoccupante aumento di obesità patologica. Le persone che non hanno un rapporto equilibrato con il cibo vivono un vero dramma che annienta tutto: la quotidianità, il piacere della vita, le relazioni con gli altri. Chi vive questa condizione non aspira a una poltrona più comoda, ma a una vita tranquilla. Il cibo diventa come il vino per l’alcolista: l'amico-nemico, cercato ma odiato. La dipendenza è simile, come simile è la distruzione che crea. Per questo è nato, sul modello degli Alcolisti Anonimi, «Overeater Anonimous» (via Vignoli 35, tel. 02.40.78.803), gruppo di aiuto per le persone con problemi compulsivi verso il cibo (non solo oversize quindi, ma anche anoressici e bulimici). «Il programma si basa su dodici passi - racconta Stefania, responsabile dei rapporti con l’esterno di OA - da seguire poco per volta, fino ad arrivare all’astinenza. Non dal cibo in generale, è ovvio, ma da quegli alimenti che vengono individuati come staffette di partenza del meccanismo dell'abbuffata. Poi si passa al recupero. La frequenza agli incontri settimanali - precisa - non esclude la psicoterapia o le visite specialistiche, che incoraggiamo quando ne vediamo la necessità». Il lavoro di gruppo è, comunque, terapeutico e dà risultati, tanto da aver attirato l’anno scorso, a Roma e a Milano dove ci sono più gruppi, l'attenzione di medici e psicologi che dopo aver frequentato alcune riunioni hanno espresso parere favorevole. (Marta Ghezzi)

depressione post partum

La Repubblica Salute 3.7.03
E dopo il parto arriva molto spesso il "baby blues"

Crisi di pianto, irritabilità, malinconia, stanchezza, ansia nei confronti del bambino: è il "baby blues". Insorge pochi giorni dopo il parto e ne soffre oltre il 70% delle mamme e scompare spontaneamente nell’arco di poche settimane.
Per alcune donne, invece, al parto segue un grave episodio depressivo. L’insorgenza è in genere brusca (nelle prime quattro settimane dopo il parto) ma può anche avvenire più tardivamente (entro un anno dalla nascita). Ansia, attacchi di panico, insonnia, irritabilità, disturbi dell’appetito, pensieri negativi di malattia e di morte, comportamenti ossessivi, confusione mentale, sono i sintomi più comuni. La mamma, spesso molto giovane o piuttosto attempata, tende a chiudersi in se stessa, prova ostilità per il partner e vive con angoscia il rapporto con il proprio bambino. Raramente diventa una psicosi con disorientamento, agitazione, rallentamento psicomotorio e impulsi infanticidi.

180

La Repubblica Salute, 3.7.03
Non usate i "matti" come arma politica
di Guglielmo Pepe

Può un delitto far tornare indietro il paese di trent’anni? Perché ogni volta che avviene una dolorosa tragedia, con protagonista una persona mentalmente squilibrata, riemergono atteggiamenti forcaioli? Per rispondere a queste domande, bisognerebbe scavare a fondo su alcuni lati oscuri della società e della cultura italiana, quelli dove non esistono parole come perdono, riscatto, riabilitazione, bensì punizione, repressione, costrizione. Luoghi nei quali non esiste politica e cultura dell’accoglienza, ma rifiuto della diversità, della malattia, ghettizzazione.
Così, periodicamente, rileggiamo provocazioni del tipo "ritorniamo a legare i matti" (credendo che in tal modo scomparirebbero le ansie, le paure, i problemi delle famiglie dei mentalmente disturbati). Oppure si mettono sotto accusa le Asl, psicologi e psichiatri che vi lavorano, che "abbandonano" i pazienti, che non li seguono, che li lasciano al loro destino. O, ancora, si spara a zero contro la legge 180, quella voluta da un uomo di valore, Franco Basaglia, e che ha segnato una svolta radicale nella gestione dei disturbi psichiatrici, eliminando per sempre i manicomi.
L’esperienza applicata grazie alla legge, racconta invece che il mondo del malato di mente ha avuto una incredibile trasformazione. E racconta altresì che migliaia e migliaia di persone sono tornate a vivere, grazie alla possibilità di confrontarsi con gli altri, di affrontare la comunità, di misurarsi con le difficoltà che presenta (anche per chi è "sano") la società moderna. Ciò non toglie nulla alle giuste rimostranze dei parenti che devono farsi carico di chi ha problemi gravissimi. Per le famiglie è "un inferno" e il loro grido di dolore merita di essere ascoltato con attenzione e riguardo. Ciò che disturba è il tentativo di strumentalizzazione politica delle tragedie famigliari: avviene con i "drogati", avviene con i "matti".
A noi comunque piace il confronto delle idee, la verifica delle situazioni, i cambiamenti. Perciò potete leggere (alle pagine 28 e 29) una "zoomata" sulla 180 e il dibattito che l’accompagna, con l’opinione di chi vorrebbe riformare la legge e il racconto di un’esperienza milanese che sicuramente piacerebbe a Basaglia.

psicofarmaci, "una società senza emozioni"

Il Gazzettino di Venezia Giovedì, 3 Luglio 2003
Arriva sugli schermi una pellicola ambientata in una società dove i sentimenti sono annullati da un medicinale
"Equilibrium", il futuro senza emozioni

Lo psichiatra: «Somiglia molto alla realtà. 12 milioni di italiani prendono psicofarmaci»
Roma. Una società senza dolore, senza né alti né bassi emotivi e dove tutta l'umanità è, grazie a un farmaco, in perfetta anodina calma. È "Equilibrium", il thriller di Kurt Wimmer (sceneggiatore di "La regola del sospetto") ambientato nel futuro.
Solo futuro? C'è chi dice, come lo psichiatra Raffaele Morelli: «attenzione è quello che già accade oggi».
Ecco la trama del film intepretato da Christian Bale, Emily Watson e Taye Diggs e che sarà nelle sale l'11 luglio distribuito da Buena Vista: nella nazione chiamata Libria, regna la più rassicurante pace fra gli uomini. Le regole del sistema libriano sono semplici: chi è felice, verrà arrestato, ma anche chi piange è perseguibile dalla legge come chi legge un libro o contempla un dipinto. A Libria tutto questo è possibile perché i cittadini assumono una dose quotidiana di un potente medicinale che blocca completamente i loro sentimenti e che dà a tutti lo stesso, fittizio, equilibrio.
Chi non obbedisce viene eliminato. Ma quando al funzionario governativo John Preston (Christian Bale) accade di "saltare" la sua dose quotidiana e scoprire all'improvviso un nuovo mondo di sensazioni sconosciute non sarà più possibile mantenere l'ordine e sarà l'inizio della lotta per una nuova libertà.
«Assomiglia molto al mondo di oggi - sottolinea ancora Morelli - dove 12 milioni di italiani prendono psicofarmaci e 4 sono totalmente dipendenti da questi. Siamo una cultura drogata dai farmaci - continua il direttore di "Psicosomatica" - stiamo diventando tutti atarassici anche perché ognuno cerca di diventare una fotocopia dell'altro». Non va meglio per Morelli sul fronte dell'estetica: «700 donne all'anno si sottopongono al lifting e tutto nel segno dell'uniformità per la voglia di apparire».
Per lo psichiatra, infine, «non sappiamo più stare con noi stessi, ci stordiamo continuamente, mentre, al contrario, le emozioni vanno vissute fino in fondo per maturare e crescere. Ora si parla - conclude Morelli - anche di farmaci capaci di alleviare le pene d'amore o dal fatto di essere stati abbandonati: sarebbe la fine, un modo per diventare davvero tutti zombi».

psichiatria: l'OMS sulla situazione in Italia

La Repubblica Salute 3.7.03
PSICHIATRA , IL NODO DELLA RIFORMA RIMANE IL RIFIUTO DEL SOSTEGNO MEDICO
"Rapporto Oms molto duro sull’assistenza"
di Tonino Cantelmi
*
L’ultimo Rapporto sulla Salute Mentale nel Mondo elaborato dall’OMS è davvero duro verso l’Italia. Eppure sembra che nessuno se ne sia accorto. (…) Di fatto, benché la maggior parte dei Paesi occidentali abbia cambiato negli ultimi anni la legislazione che regola l’assistenza psichiatrica, nessuno ha imitato tout court i nostri modelli. Ma cosa dice il Rapporto 2001 dell’OMS a proposito dell’Italia? Dice testualmente: «I pochi dati di cui si dispone sembrano indicare che sulle famiglie ricade il peso di una serie di cure che prima erano a carico delle strutture psichiatriche ospedaliere». Ecco il punto, negato da pervasive ideologie: alle famiglie, secondo l’OMS, è stato assegnato un carico insostenibile (…).
L’OMS però sostiene, a proposito dell’Italia, molte altre cose, che una certa veteropsichiatria finge di ignorare: «Inchieste recenti hanno mostrato che, nonostante l’introduzione di nuovi servizi, i malati difficilmente ricevono una farmacoterapia ottimale e che le terapie psicosociali scientificamente convalidate non sono ripartite equamente tra i servizi per la sanità mentale» (…). In altri termini dovrebbe finire la stagione dell’improvvisazione spacciata per creatività: è necessario adeguare la prassi terapeutica agli straordinari progressi delle neuroscienze e adeguare gli interventi a standard verificabili. «Nei casi di schizofrenia», prosegue il rapporto, «solo 1’8% delle famiglie beneficia di interventi psicoeducativi, nonostante questi ultimi siano considerati fondamentali per il trattamento della patologia in questione». Sorprendente! Solo 8 famiglie su cento ricevono un trattamento adeguato (…).
E’ assolutamente ineludibile la necessità di promuovere un reale miglioramento delle prestazioni erogate dai servizi attraverso forme di intervento che siano sottoposte a valutazioni di processo (cioè come vengono fatti gli interventi) e di esito (cioè quali risultati danno). Insomma i "malati" (come giustamente li chiama l’OMS, mentre in Italia abilmente cerchiamo eufemismi confusivi) (…) e le loro famiglie hanno il diritto di accedere non a cure "creative" ma a cure che corrispondano ai progressi ed alle conoscenze attuali. Infine nel Rapporto leggiamo una affermazione davvero gravissima per l’Italia: «I benefici ed i vantaggi per i malati che hanno seguito questo nuovo sistema sembrano potersi attribuire più alle cure delle famiglie che alle offerte dei servizi». E’ una dichiarazione che scardina ogni posizione conservatrice: i benefici ed i vantaggi eventualmente conseguiti dai malati non sono da attribuirsi alle offerte dei servizi ma alle cure delle famiglie! Da più parti è stato detto che il Rapporto promuove l’Italia. E’ l’ennesima falsificazione. (…) «Una legge che prevede una riforma non dovrà solamente stabilire degli orientamenti (come per l’Italia), ma dovrà essere normativa, vale a dire definire dei criteri minimi di assistenza, realizzare dei sistemi stabili di monitoraggio..., creare dei meccanismi centrali di verifica, controllo e comparazione della qualità dei servizi». Il Parlamento italiano sarà chiamato ad esprimersi su questi temi (…).
*Psichiatra, Univ. Gregoriana, Roma; Pres. Ass. It. Psicologi e Psichiatri Cattolici; Dir. Sc. Spec. Psicoterapia Cognitiva Interpersonale

La Repubblica Salute 3.7.03
QUATTRO PROPOSTE

Una "legge di assistenza psichiatrica ideale", secondo l’Oms, la nostra amataodiata 180, denominata Basaglia dallo psichiatra triestino che più di altri la volle: a 25 anni dall’approvazione è al centro di 4 proposte di revisione (BuraniProcaccini, testo base, Cè, Cento, Moroni). Polemiche mai sopite e ora legate al concetto di "obbligatorietà della cura", che ha a che fare con i diritti della persona e con i drammi familiari legati al rifiuto del malato a proseguire le terapie dopo il previsto "Trattamento d’urgenza" (Tso). Il testo Burani, rielaborato ad aprile, permette cure "a chi non sia in grado di rendersi conto anche temporaneamente del suo stato di malattia", ospedalizzazione e interventi su richiesta di familiari (accertata da specialisti). Tutto fermo da novembre, in Commissione parlamentare. E l’Arap, l’associazione che dall’’81 vuole la riforma, ha proposto a Roma un confronto europeo sui "trattamenti coercitivi del trattamento psichiatrico". Risultato: nuova legge e lotta allo stigma in Gran Bretagna, dibattito in Francia (drastico taglio di letti per i ricoveri), disomogeneità dei servizi nei lander tedeschi, questione dei diritti con la nuova Costituzione in Finlandia. E se il ministro della Salute Girolamo Sirchia, nel suo intervento, ha parlato di "battaglia ideologica che fa perdere di vista l’oggettività" e del bisogno di investire (ma dove trovare i soldi? ndr.), Luisa Zardini, presidente Arap, ha chiesto "strutture" e "assistenza alle famiglie". Mentre sul trionfalismo pro180 con "bollo" Oms s’è abbattuto il "provocatorio" intervento del professor Tonino Cantelmi (qui sopra).
Né è passato inosservato il saluto dell’associazione triestina dei familiari, a sottolineare che nella patria di Basaglia le cose non funzionano. Proprio lì dove le esperienze, sotto la guida di Giuseppe Dell’Acqua, sono più avanzate e aperte al dialogo con i familiari in chiave anticustodialista. Ultimo sforzo il "Manuale per i familiari" (Fuori come va? Famiglie e persone con schizofrenia; Editori Riuniti). Muri, più che steccati ideologici.
(maurizio paganelli)

depressione

La Repubblica Salute 3.7.03

DEPRESSIONE
Il difficile compito del camice bianco: capire di quale forma si tratta e trovare la cura appropriata
di Claudia Felici
*
La paziente è tornata in studio anche oggi. Nell’ultimo mese è venuta spesso, lamentando stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e una certa difficoltà a dormire. Tutti gli esami effettuati sono risultati nella norma, e apparentemente la signora non ha patologie. «Non sto bene per niente, non riesco a dormire e la mattina non vorrei mai alzarmi. A dire la verità non ho voglia di fare niente, anche le cose che di solito faccio volentieri mi sembrano faticosissime. Tutti mi dicono che devo reagire, ma io non ne sono capace»!
Molte persone soffrono di disturbi dell’umore e di depressione. Non tutti, però, si rivolgono al medico, sentendosi in colpa per i sentimenti che provano o temendo di essere etichettati come "malati di mente". Altri invece presentano una serie di disturbi vaghi e mal definibili, (astenia, dolori muscolari, disturbi addominali o respiratori, cefalea…) che costringono il medico ad avviare lunghe indagini cliniche per escludere malattie organiche.
Nell’incontro con il paziente si percepisce una grande sofferenza: l’atteggiamento è dimesso, sconsolato, il tono della voce monocorde, la mimica facciale ridotta, il pianto improvviso. L’umore è depresso, il morale a terra. Domina l’infelicità, la malinconia, il senso di colpa. Non ci sono progetti per il futuro e la vita di tutti giorni appare troppo pesante per essere vissuta. Il paziente ha perso l’energia vitale, non prova più piacere nel fare le cose che un tempo lo gratificavano, è sempre più isolato, distante dal partner, dai familiari e dagli amici. Si sente stanco senza motivo, già dal primo mattino, tanto che il letto è visto come un miraggio per tutta la giornata. Il sonno, però, è molto disturbato e il risveglio è precoce e accompagnato da pensieri dolorosi. Non è raro che il paziente riferisca di pensare spesso alla morte, a volte invocandola come unico rimedio alla propria sofferenza.
E’ molto importante che il medico ascolti attentamente e con tranquillità il paziente, cercando di favorire la comunicazione e indagando, con delicatezza, su eventuali propositi di suicidio. La consapevolezza di essere compreso aiuta il paziente ad aprirsi ed è il primo passo per accettare la diagnosi di depressione, senza viverla come sinonimo di follia o come una colpa.
Le cause della depressione non sono ancora del tutto conosciute. Sono molti i fattori che concorrono nel determinarla: predisposizione genetica, modificazioni chimiche della neurotrasmissione, fattori socioambientali, vissuti psicologici.
Le donne si ammalano più facilmente degli uomini (circa tre volte più frequentemente), probabilmente a causa di una complessa interazione tra fattori ormonali, psichici e sociali.
Anche negli anziani la depressione è un evento molto frequente (15% degli ultra 65enni), ma difficile da diagnosticare, per la difficoltà e il pudore a riferire sintomi di disagio affettivo e psichico. La depressione non fa parte del normale processo di invecchiamento e la sua insorgenza provoca un notevole peggioramento della qualità della vita e delle altre patologie concomitanti. Quando viene diagnosticata va tempestivamente trattata con dosi adeguate di farmaci, anche in presenza di gravi malattie croniche.
Il trattamento delle depressione si basa fondamentalmente sull’utilizzo di farmaci antidepressivi e sulla psicoterapia.
La terapia farmacologia non è indispensabile in tutte le circostanze. Depressione e ansia sono reazioni fisiologiche di adattamento che, se mantenute entro limiti accettabili di intensità e durata, non risultano dannose. In molte situazioni, quindi, risulta più utile e corretto aiutare il paziente a portare alla luce i motivi del suo malessere e a parlarne liberamente.
* Medico di base, Asl E, Roma

I tipi più diffusi?
Reattiva, maggiore e "pessimismo"
La patologia è una questione di intensità dei sintomi

Come in tutte le malattie che riguardano la mente e l’affettività, non è sempre possibile distinguere tra normalità e patologia, e nell’ambito della stessa condizione si possono presentare diversi livelli di gravità. Il medico di famiglia e lo psichiatra, attraverso gli strumenti di cui dispongono, devono comunque cercare di raggiungere una diagnosi il più possibile precisa, per poter instaurare una conseguente terapia appropriata.
Il disturbo depressivo maggiore consiste in uno o più periodi caratterizzati dalla contemporanea presenza, durante un arco di almeno due settimane, di umore depresso o perdita di interesse e di capacità di provare piacere, insieme con una significativa perdita di peso, aumento o diminuzione dell’appetito, insonnia o ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio, mancanza di energia, sentimenti di colpa eccessivi o inappropriati, ridotta capacità di concentrazione, pensieri ricorrenti di morte. Il trattamento consiste sia nella terapia farmacologica che nella psicoterapia
Il disturbo depressivo maggiore deve essere accuratamente distinto dai disturbi depressivi bipolari (maniacale, ipomaniacale, ciclotimico) nei quali alle fasi depressive si alternano periodi di innalzamento abnorme dell’umore. I segnali caratteristici sono iperattività, disinibizione, perdita delle capacità critiche, con gravi conseguenze anche sul piano sociale. Queste forme particolari (a volte causate anche da malattie organiche o da farmaci e droghe), richiedono un trattamento complesso e specialistico. Anche in questo caso la distinzione con le oscillazioni dell’umore a cui tutti andiamo soggetti non passa attraverso una linea netta e precisa ma è solo una questione di intensità dei comportamenti.
La distimia invece è caratterizzata dal perdurare della sintomatologia depressiva, in forma lieve, continuativamente da almeno due anni, senza che si sia verificato un vero o proprio episodio depressivo maggiore. E’ un quadro di minore gravità ma caratterizzato da maggiore cronicità rispetto al disturbo depressivo maggiore. Spesso si manifesta già durante l’infanzia e l’adolescenza e molte persone non si rivolgono mai al medico, perché non sanno che il loro cattivo umore, il pessimismo, la tristezza di cui soffrono sono causati da una malattia curabile.
Una condizione comune è costituita dal disturbo dell’adattamento con umore depresso. E’ un episodio depressivo di entità lieve o moderata, conseguente ad un evento scatenante (licenziamento, pensionamento, separazione, o un sovraccarico di lavoro). La reazione depressiva può essere di breve durata ed estinguersi nel giro di pochi mesi oppure può evolvere verso una forma cronica, che deve essere trattata farmacologicamente o con la psicoterapia.
Il lutto non complicato, invece, è una comune reazione alla perdita di una persona cara. Una intensa fase depressiva è presente frequentemente, ma il paziente la vive come un evento normale, rivolgendosi la medico solitamente per alleviare i disturbi associati all’insonnia, alla diminuzione dell’appetito. Normalmente non dura più di due mesi e non necessita di terapia, ma anche in questo caso, il quadro può evolvere verso una forma depressiva più importante.
La depressione può essere associata ad altre malattie del sistema nervoso. La si riscontra frequentemente nel morbo di Parkinson e nella malattia di Alzheimer. A volte il sintomo depressivo precede, anche di anni, la comparsa del quadro caratteristico di queste malattie. Molte malattie sistemiche possono causare depressione: neoplasie (cerebrali e del pancreas), le infezioni del sistema nervoso centrale, la sclerosi multipla, le malattie della tiroide (sia ipotiroidismo che ipertiroidismo), le malattie delle ghiandole surrenaliche, il diabete. Queste condizioni devono essere sempre sospettate, soprattutto quando la depressione insorge improvvisamente, nei soggetti non più giovani. Non va dimenticato che il disturbo depressivo può essere dovuto, soprattutto nei pazienti più giovani, ad abuso di alcol o di droghe. Anche molti farmaci, quali i cortisonici, alcuni diuretici, antiipertensivi e preparati ormonali possono provocare episodi depressivi.

Joseph Ratzinger

Corriere della Sera 3.7.03
CULTURA
SCENARI Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede illustra le prospettive della Chiesa nei suoi rapporti con le civiltà
Figli di Abramo, non dell’Europa
di Dario Fertili

E venne il tempo del cristianesimo globale. Benché non usi esplicitamente questo termine, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, avvia di fatto una fase nuova nella vita della Chiesa, quasi una svolta sotto il segno dell’universalismo. Il tutto con l’uscita di un libro che certo verrà molto discusso: Fede, verità e tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo . Il saggio propone un’interpretazione fortemente evolutiva del ruolo della Chiesa; non è difficile rendersene conto, del resto, quando ci si accosta al capitolo centrale che qui anticipiamo. La novità è presente già nella domanda fortemente evocativa scelta come titolo del brano: «Il cristianesimo è una religione europea?». Qui infatti si ritrova il punto chiave, l’argomentazione intorno alla quale il cardinale non si stanca d’insistere: che cioè il cristianesimo non finisce con l’Europa e tanto meno (è la logica conseguenza) con la battaglia per la nuova carta costituzionale, ancora in corso all’interno dell’Unione. Certo, si può ed è giusto battersi per ottenere un riconoscimento politico del ruolo esercitato da Chiesa e cultura religiosa nel gettare le fondamenta e determinare l’unità del continente. Ratzinger però guarda oltre, in direzione del terzo millennio e delle sfide globali che il cristianesimo inevitabilmente sarà chiamato ad affrontare. Individuare le sue origini nell’Asia Minore, nel punto d’incrocio dei tre continenti che coincisero con il mondo antico, significa riconoscerlo fin d’ora come una religione superiore non solo alle varie etnie e lingue, ma alla stessa civiltà occidentale.
Questo è dunque il punto di vista del prefetto della Congregazione, cioè il custode dell’ortodossia cattolica (erede moderno del Sant’Uffizio o, se si guarda al passato lontano, di quella che fu l’Inquisizione). Essenziale, in questo quadro, la definizione del messaggio cristiano come rottura e choc culturale: nessuno nasce cristiano - afferma il cardinale Ratzinger - nemmeno in un mondo cristiano e da genitori cristiani. La fede dunque «viene da fuori» e determina sempre una frattura. Non si potrebbe immaginare un distacco più netto dalle filosofie laiche, progressiste o conservatrici, che dominano oggi l’Occidente; ma anche dalle religioni concorrenti che in altri continenti contendono a palmo a palmo e spesso ricorrendo alla repressione e alla violenza, il terreno delle coscienze alle chiese cristiane. Qui sta il valore dell’annuncio sfida di Ratzinger: nella rivendicazione di un’irriducibile diversità, condizione indispensabile per affrontare l’età globale con una speranza di successo.

Grecia: la culla del pensiero

La Gazzetta di Parma 3.7.03
Torna in libreria «Paideia», capolavoro filosofico-filologico di Werner Jaeger (Bompiani)
La culla del pensiero
E dalla Grecia nacquero l'Europa e l'Occidente
di Giuseppe Marchetti

Le recenti polemiche sulla formulazione della Costituzione Europea, hanno fatto riemergere una delle più antiche e illustri discussioni circa la formazione umana, culturale, religiosa e politica del continente. Giscard d'Estaing, Jean-Luc Dehaene e Giuliano Amato hanno concepito e scritto un testo che, pur tenendo conto delle molteplici derivazioni dell'uomo europeo, non contemplerebbe - a detta del Vaticano e dei cattolici - cenni precisi e cospicui circa le radici cristiane del continente nel suo sviluppo storico e culturale. Giscard d'Estaing, Dehaene, Amato e gli altri costituenti avrebbero sottovalutato e sottaciuto l'apporto determinante della religione cristiana per indicare, invece, nelle idee dell'Illuminismo, di pretta marca francese, una delle componenti basilari del pensiero europeo.
Ha voluto il caso che, proprio nei giorni medesimi di questa polemica - che non si è ancora placata e che chissà per quanto tempo ancora durerà sempre alimentata dai contrasti che s'annidano fra idee laiche e idee religiose - arrivasse in libreria la ristampa di un'opera fondamentale della filosofia e filologia moderne, Paideia. La formazione dell'uomo greco di Werner Jaeger, edita da Bompiani nella ormai celebre collana «Il Pensiero occidentale» diretta da Giovanni Reale, che ha anche ampiamente introdotto questo testo smisurato tradotto da Luigi Emery e Alessandro Setti con indici curati da Alberto Bellanti.
Paideia - sulle pagine della quale si sono fermate nella seconda metà del Novecento intere generazioni di studiosi - apparve per la prima volta alla fine della seconda grande guerra a Berlino e poi a New York, e subito fu salutato e valutato come uno dei più vasti e decisivi contributi della filosofia e della storia contemporanea. Werner Jaeger, che era nato in Romani nel 1888 e che morì a Boston nel 1961, ha speso in quest'opera dalle vastissime dimensioni un tesoro di idee, proposte, interrogazioni, deduzioni, osservazioni, analisi e ipotesi di lettura e d'interpretazione, arrivando così a costruire una storia dell'uomo greco che risponde pienamente alla vocazione europea del vecchio continente e che _ per quanto si riferisce all'attuale Costituzione giscardiana _ smentisce in buona parte sia chi vorrebbe attribuire al cristianesimo le radici del pensiero europeo, sia chi, invece, le vede tutte inserite e vivificate nelle idee dell'illuminismo soltanto (che ebbe, come si sa, diversissime facce, e che perciò fu si francese in origine, ma anche milanese, napoletano, berlinese e russo).
Scrive senza tema di smentita Jaeger: «Un posto speciale spetta alla grecità. I Greci, considerati dal presente, rappresentano rispetto ai grandi popoli storici dell'Oriente un progresso radicale, un nuovo grado in tutto ciò che concerne la vita dell'uomo nella comunità. Questa è impostata presso i Greci, su fondamenti affatto nuovi. Per quanto altamente si apprezzi l'importanza artistica, religiosa e politica dei popoli anteriori, la storia di ciò che possiamo chiamare cultura, nel nostro senso consapevole, non comincia che coi Greci».
Parole chiare e semplici, sicure e meditate, che derivano da questa lettura totale e in profondità di un universo che comprende Omero e Esiodo, Solone, Teognide e Pindaro, i grandi tragici, Aristofane, Socrate, Platone, Senofonte, Aristotele, Isocrate e Demostene. Però, anche fatto questo elenco, non s'è detto ancora nulla o ben poco della bellezza e intensità narrativa di queste pagine che in qualche modo proseguono il loro itinerario in un'altra grande opera di Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca (1961) nella quale lo studioso tedesco immetteva l'analisi e i riscontri da lui fatti circa l'influenza di Platone e Aristotele sui grandi padri della Chiesa d'Occidente. Influenza che - scriveva Jaeger - «ha provocato una specie di neoclassicismo cristiano, che è più di un fatto puramente formale».
S'andava completando così quel progetto culturale del «terzo umanesimo» che in Germania in pieno Novecento ha fatto pensare ad una forte componente ideologica e politica. «Ma in verità - osserva Reale - il terzo umanesimo di Jaeger non ha nulla a che vedere con l'ideologia. Esso si colloca molto al di sopra dell'ideologia, almeno nel senso in cui oggi viene intesa in modo radicalmente riduttivistico, in ottica di genesi marxista». C'è molto, infatti, di più e di meglio, in Paideia; c'è lo sforzo pienamente riuscito di recuperare la dimensione del pensiero nel suo farsi, nel suo essere e nel suo manifestarsi. Con una lingua piana, precisa, mai falsamente dotta, Jaeger racconta e documenta il palpito del pensiero che come lo spirito spira dove e come vuole. Reale racconta: «A chi gli chiedeva perché dipingesse così lentamente, Zeusi rispose: Perché dipingo l'eterno».
Anche Jaeger cerca di rimeditare l'immenso influsso dell'uomo greco, del suo pensiero, della sua cultura e della sua politica sull'intero mondo occidentale: influsso dal quale derivarono poi, come sappiamo, un'infinità di circostanze ora qui lentamente ma pervicacemente seguite, descritte, analizzate e vissute le une dentro le altre lungo un corso di secoli e millenni che pare l'eternità stessa con il proprio imperscrutabile alternarsi di chiarezze e di torbidità di suggestioni e di contraddizioni, di glorie e di meschinità.
Da Sparta e Atene in pace e in guerra e dai personaggi che popolano questa dimensione dell'umanesimo classico, Jaeger trasse, come scrive Reale «una forza educativa che ha caratterizzato l'Occidente a partire dai Romani», e poi «più volte rinata con continue trasformazioni e col sorgere di nuove culture».
Dunque, qui stanno le radici di quella Costituzione europea che oggi si tenta di scrivere e che verrà firmata a Roma l'anno prossimo.

Emanuele Severino

L'Eco di Bergamo 3.7.03
Fede e ragione, prove tecniche di dialogo
EMANUELE SEVERINO

La sua opera intende mettere in questione la fede nel divenire entro cui l'Occidente si muove. Nato a Brescia nel 1929, Severino si è laureato a Pavia nel 1950 con Gustavo Bontadini, grazie a una tesi su «Heidegger e la metafisica». Docente in Filosofia teoretica e Filosofia morale, dal 1970 ha insegnato a Venezia, e oggi è docente all'Università del San Raffaele. Tra le sue opere più note, «Il destino della tecnica», «Essenza del nichilismo», «La gloria»
di Giulio Brotti.
MILANO È andato in scena uno spettacolo inusuale martedì sera a Palazzo Isimbardi, a Milano, nell'ambito della rassegna culturale «La Milanesiana»: Giovanni Reale, docente di storia della filosofia antica all'Università Cattolica, ed Emanuele Severino, docente di filosofia all'Università San Raffaele, hanno preso parte a un vero botta e risposta sul tema «Con Dio, senza Dio», moderato da Armando Torno, in cui sono tornate alla ribalta - contro la moda «minimalistica» oggi imperante - due grandi protagoniste della storia dell'Occidente, la «fede» e la «ragione» (necessariamente tra virgolette, viste le stratificazioni semantiche, i rapporti ora di prossimità e ora di feroce inimicizia che queste due dimensioni hanno assunto nel corso dei secoli).
Severino, certamente uno dei pensatori più originali nel panorama contemporaneo, ha ripresentato le sue tesi più note: ad esempio, che quella tra la fede cristiana e l'ateismo resterebbe una falsa antinomia, tra due posizioni apparentemente diverse, e in realtà comunque prigioniere del più grande «errore» della cultura occidentale. Questa concepisce il mondo nella sua totalità «come uno sporgere provvisoriamente dal nulla», ritiene che le cose che lo popolano (esseri umani inclusi) si originino dal niente e al niente poi sarebbero destinate a tornare (prospettiva catastrofica, madre di tutte le paure, contro la quale la fede in una provvidenza divina o nel potere salvifico della tecnica avrebbe un potere di rassicurazione oggigiorno sempre più scarso). Non dalla «fede», comunque intesa, ma dalla conoscenza filosofica verrebbe allora l'unica possibilità di salvezza: con la conversione tutta intellettuale all'evidenza originaria per cui il nulla «non è proprio nulla», semplicemente non è, e dunque la «nascita» e la «morte» delle cose rappresenterebbero solo due estremi di un'orbita, un gioco di apparizioni e nascondimenti che non comporterebbe la distruzione di alcunché.
Da posizioni evidentemente diverse, Giovanni Reale ha letto il testo di un suo saggio inedito, Senza Dio non si comprende il valore assoluto dell'uomo come persona : idea di fondo, che il concetto della «sacralità» di ogni essere umano sia di origine biblica e, particolarmente, un portato del cristianesimo, per cui l'«io» di ogni uomo sarebbe da sempre destinatario dell'amore di un «Tu» divino. «Proprio su questo punto - ha proseguito Reale - si dà una differenza abissale tra la fede e le elaborazioni anche più grandiose della semplice ragione umana
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