Corriere della Sera 12.9.03
LETTERE_AL_CORRIERE
risponde Paolo Mieli
Del Turco, il film di Bellocchio e la guerra di Piero
Piero Fassino ha ingaggiato la sua personale battaglia contro quell'«idra» tutta particolare che è la storia recente del Pci. Lui, meglio di altri, sa che le molte «teste» che la compongono sono tanti rospi difficili da vomitare. Teste che ricrescono anche quando il colpo inferto loro sembra quello definitivo. Prendiamo il Festival di Venezia come metafora di questa «guerra di Piero». Due film italiani in concorso. Uno, «Segreti di Stato», caricatura rivelatrice di un'idea della storia che non sembra morire mai: la strage di Portella della Ginestra opera di una congiura internazionale che metteva insieme Pio XII, la Cia, Iunio Valerio Borghese e la X Mas sotto l'abile regia del furbo ed eterno Giulio Andreotti e del cattivissimo Scelba. Applausi interminabili, segue dibattito.
L'altro, «Buongiorno, notte» che Walter Veltroni giudica «... opera bellissima e coraggiosa», e riconosce a Marco Bellocchio il coraggio di entrare in quel «buco nero» costituito dal rifiuto della letteratura e del cinema di guardare dentro la «bestia terrorista» e la sua genesi ideologica. Applausi interminabili anche a questo film. Al primo però è stato assegnato un informale «Leone d'oro» dei girotondini, con tanto di serata di gala al Sacher Cinema. All'altro, con il rifiuto del premio, una sorta di monito: quel mostro, quel «buco nero» non può essere vomitato tranquillamente ed in pubblico. La burocrazia parastatale che partorisce queste «cosacce» sopravvive a Cinecittà, si esalta nei Festival. Non sopporta, meglio, non tollera, una tensione artistica libera e coraggiosa che esca da questo codice di censura. E' una genia sempre politicamente corretta, attenta ai canoni, alle regole non scritte. Pronta a partorire con tranquilla intolleranza tanti borghesi, giovanotti e nonni, tutti piccoli piccoli, accomunati, però, da una gran voglia di farsi giustizia da sé.
So da che parte stanno Piero Fassino e Walter Veltroni. Ma allora, perché non dirlo? Perché non dire apertamente che quelle considerazioni sul Berlinguer di vent'anni fa vanno tradotte in una battaglia coraggiosa, aperta e senza cedimenti contro la dietrologia d'oggidì?
Ottaviano Del Turco
La Repubblica 12-09-03, pagina 1, sezione PRIMA PAGINA
LA POLEMICA
Il film su Moro e la retorica della trattativa
di MARIO PIRANI
Se un film è tutto politico - e quello di Bellocchio lo è anche quando evoca i sentimenti e le intime emozioni dei protagonisti - esso legittima, oltre ad una valutazione sotto il profilo dello «specifico filmico», per dirla con un grande teorico del cinema, Umberto Barbaro, anche un giudizio politico. A questo aspetto limiterò le mie osservazioni avendo tanti altri, più competenti di me sul piano critico, già scritto ampiamente sul valore di un' opera che legge il delitto Moro secondo l' ottica claustrofobica dei quattro carcerieri-giudici e della innocente vittima sacrificale. Il merito indiscusso di "Buongiorno, notte" sta, a parer mio, nell' aver rifiutato e vanificato la versione dietrologica di quel crimine che aveva viceversa ispirato sia precedenti cinematografici sia una interminabile proliferazione mass-mediologica, cara a una parte non secondaria della sinistra. Secondo questa interpretazione, reiterata quanto priva del minimo elemento di prova, la mano dei brigatisti venne guidata da qualche Grande Vecchio, da Kissinger, da Andreotti, dalla Cia, dai Servizi sovietici e dai nostrani, dal Mossad e chi più ne ha più ne metta, a turno impegnati a manovrare il terrorismo in odio all' incombente «compromesso storico». Tutto, pur di non riconoscere che il brigatismo e la scia di sangue che si lasciò alle spalle, andavano purtroppo ricondotti a quell' album di famiglia, esattamente individuato da Rossana Rossanda, da cui era scaturita una propaggine delle giovani generazioni di sinistra, intossicate dal fallace mito della Liberazione tradita e da altri cascami ideologici, una devianza estremistica parossistica.
I troppi che ne divennero preda credevano giunto il momento di scatenare la lotta armata contro i simboli dello Stato borghese e, ad un tempo, contro "l' opportunismo" della Cgil di Lama, del Pci di Berlinguer, della Dc di Moro. Non per niente si ispiravano a uno slogan esplicitamente anti riformista - «Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia!» - in cui poteva riconoscersi un bacino d' udienza più vasto e variegato degli stessi gruppi terroristici. Or bene, la radiografia di Bellocchio non lascia campo ad equivoci. I quattro di via Montalcini non hanno dietro segreti burattinai, se non i loro compagni e coetanei delle altre colonne e «direzioni strategiche» brigatiste. E sono loro e solo loro i «compagni che sbagliano», figli putativi che disconoscono e mistificano la loro ascendenza, rappresentata nella pellicola dagli anziani partigiani che cantano "Bella ciao". Tesi limpida e coraggiosa, una vera e propria sfida ad un universo politico e culturale aduso a darsi spiegazioni dietrologiche in luogo di quelle logiche. Meno convincente è l' altra caratteristica del film, da molti privilegiata come la più apprezzabile: quella di mostrarci i terroristi nei loro sentimenti, personali emozioni, incubi e sogni contraddittori. Ambigua operazione non perché Mario Moretti, Prospero Gallinari, Germano Maccari e, in primo piano l' ispiratrice dell' opera, Anna Laura Braghetti, non possedessero una loro umanità degna di essere scandagliata e in una certa misura bisognosa di pietas, ma per l' esito raggiunto. Forse occorreva il Dostoevskij de "I demoni" per tracciare un profilo verosimile anche degli odierni nichilisti e non è un caso se quel romanzo, apparso nel 1871, venne definito da Berdjaev, «non dell' epoca contemporanea, ma di quella futura». Comunque non è, neanche in questo caso, la resa estetica che mi induce a qualche perplessità ma il risvolto politico: quei carcerieri, giudici e, al termine, carnefici, finiscono per apparire allo spettatore, sovente ignaro o dimentico, come poveri diavoli, abitati sì da qualche idea balzana, ma pur sempre tormentati da dubbi irrisolti, in bilico tra un privato di buoni cristiani e un operare pratico segnato dalla P38 e dalla mitraglietta Skorpion. Un dramma compassionevole che culmina addirittura nella buona volontà, ancorché frustrata, di liberare il prigioniero, tanto che il sogno della Braghetti in proposito, si traduce nella pellicola in un Aldo Moro che apre la porta dell' appartamento in cui è rinchiuso ed esce a passeggio per le strade di Roma. Il che andrebbe anche bene se allo spettatore venisse in qualche modo fornita una postilla, ricordando che la vivandiera di via Montalcini, la quale oggi con encomiabile sincerità dice di se stessa «da quella persona lì sono lontana anni luce... ero inorridita dall' esecuzione ma è comodo dirlo adesso, a quei tempi non ho agito, ho immaginato di lasciar andare Moro ma non l' ho fatto, ho lasciato che accadesse e sono rimasta nelle Br», ebbene se si rammentasse che quella stessa Braghetti, due anni dopo, partecipò all' agguato sulle scale dell' Università di Roma che costò la vita al professor Vittorio Bachelet, ucciso perché simbolo del Csm di cui era vice presidente, come rivendicarono le Br. Questo gli spettatori non lo sanno. Poco male se il sogno salvifico che conclude idealmente il film - dove non si vede, invece, il momento della uccisione - fosse una licenza della fantasia. Ma invece non è così o solo così: quel Moro «libero», secondo il sogno della brigatista, è una ipotesi politica che viene riproposta, ancora una volta, come una soluzione possibile. Se non si è avverata la responsabilità non è di chi ha rapito, giudicato e ucciso la vittima dopo 55 giorni di sequestro, ma di coloro i quali non hanno accettato il compromesso, lo scambio richiesto dallo stesso Moro nelle sue strazianti lettere (le quali, peraltro, nella loro tragicità avevano una chiave etica opposta a quella delle "Lettere dei condannati a morte della Resistenza", che il film invece impropriamente richiama, come se quei martiri avessero anch' essi impetrato salvezza ai loro carnefici e non, invece, accettato l' estremo sacrificio in nome degli ideali di Patria e libertà). I "colpevoli" veri vengono viceversa rappresentati con le loro facce impietrite. Sono gli uomini della Dc e del Pci, del governo e delle istituzioni: Andreotti e Berlinguer, Ingrao e Zaccagnini, Cossiga e Lama che assistono muti alla messa funebre senza cadavere. E lo stesso Paolo VI compare in sedia gestatoria, simbolo di una liturgia vuota, visto che anche lui si è allineato al fronte della fermezza, quando, qualche fotogramma prima, viene mostrato mentre scrive ai brigatisti chiedendo loro, niente meno, di rilasciare l' ostaggio «senza condizioni». La tesi che il film fa propria non è nuova. Marcò quei giorni drammatici e cupi del ' 78 e trovò la sua espressione sia sul piano politico, da Craxi a Pannella e ai movimenti extra parlamentari, sia sul piano culturale fra quegli intellettuali che si trinceravano dietro la parola d' ordine «né con lo Stato né con le Br». Rivista al giorno d' oggi - ma per taluni anche allora - quell' idea di uno "scambio" che salvasse la vita dello statista rapito può apparire ragionevole mentre la fermezza, rappresentata in primo luogo, ma non solo, dalla Dc e dal Pci, sembrare disumana ragion di Stato. è proprio su questa falsa rappresentazione, psicologicamente suadente, che si è andata, del resto, elaborando la dietrologia del grande complotto, ordito ben più in alto, per assassinare l' incomodo leader del cattolicesimo democratico, il cui atlantismo non era inoltre del tutto inossidabile. Ma la situazione non si presentava affatto come gli "scambisti" preconizzavano. In via Fani la scorta era stata falciata e cinque agenti erano restati sul terreno. Si sarebbero dovuti graziare in partenza gli assassini ed, anzi, liberarne altri, incarcerati per precedenti delitti, in nome della salvezza di un uomo politico? Con quali effetti sui principi generali della Giustizia e sul morale delle forze dell' ordine, duramente impegnate quotidianamente in prima persona? Inoltre riconoscere le Br come interlocutrici di uno Stato arrendevole non sarebbe servito per fermare la spirale di attentati che mieteva vittime tra magistrati, poliziotti, insegnanti, giornalisti, dirigenti politici e sindacali ma solo per avallare, con una conferma clamorosa, l' allucinato teorema terrorista che presupponeva una riscossa rivoluzionaria del proletariato, risvegliato dall' azione di una avanguardia armata e combattente. Una tattica che pur quando adombrò confusamente, durante il rapimento di Moro, un possibile compromesso riduttivo, quale la liberazione di qualche carcerato, non preannunciava alcuna rinuncia alla lotta armata ma continui ricatti per indebolire lo Stato e le istituzioni, demoralizzare l' opinione pubblica, debellare la capacità di tenuta delle forze politiche. Una conferma la avemmo anche noi di Repubblica che, sotto la direzione di Eugenio Scalfari, tenevamo ben salda la linea della fermezza, quando, nel gennaio del 1981, dopo aver ucciso il generale Galvaligi, i terroristi rapirono il magistrato Giovanni D' Urso e lo sequestrarono per 21 giorni, annunciando la sua condanna a morte a meno che il nostro giornale non avesse pubblicato, in prima pagina, un loro lunghissimo e farneticante proclama, specificando persino le caratteristiche tipografiche da osservare. Si levò anche in quella occasione il coro dei propugnatori del cedimento, le tv e radio radicali trasmisero i numeri di telefono del nostro quotidiano e del domicilio del direttore, invitando i lettori a chiamare personalmente per ottenere la stampa, infine la disperata moglie del rapito si rivolse personalmente a Scalfari, sottoposto a una tensione personale lacerante, per ottenerne il placet. Ma il direttore scrisse un editoriale in cui, pur confessando di passare ore tra le più angosciose della sua vita, respingeva il diktat perché, accettandolo, una nuova catena di ricatti avrebbe avuto inizio e, da allora in poi, avremmo avuto organi di informazione «requisiti per ragioni umanitarie, a simboleggiare la potenza dei terroristi e a diffonderne i messaggi». La vicenda fortunatamente si chiuse bene: le Br si accontentarono di vedere la loro prosa su l' Avanti! e Lotta continua, malgrado la loro esigua diffusione, e due giorni dopo liberarono D' Urso. Abbiamo ricordato tutto ciò per dare contezza ai lettori di oggi di quale fosse l' atmosfera e quali dilemmi allora si ponessero, così che il messaggio trasmesso dal film di Bellocchio sia inteso in quello che, almeno a nostro giudizio, ha di buono e di non accettabile. Non solo la corretta interpretazione del passato ci ha, però, spinto ad esprimere la nostra opinione ma anche il convincimento che quei dilemmi, anche se con formulazioni in parte diverse, sono destinati a riprodursi. Il giudizio sul terrorismo, in Italia e nel mondo, seguita purtroppo ad incombere e sarebbe ipocrita non vedere come, anche oggi, la risposta resta sovente incerta e titubante, proprio perché si fatica a coglierne la radice inaccettabile, quali che ne siano le motivazioni: il massacro di uomini e donne innocenti, assunti come «simbolo» o come strumento di ricatto, da parte di gruppi politici e religiosi che si immaginano una realtà illusoria e perseguono deliri di distruzione. Come quei giovani delle Br, raccontati da Marco Bellocchio.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 12 settembre 2003
Il Gazzettino
Il Gazzettino di Venezia Venerdì, 12 Settembre 2003
La rivincita di Bellocchio
Vincitore morale, per molti, della Mostra del Cinema, il film di Marco Bellocchio sul caso Moro "Buongiorno, notte" si sta prendendo la sua rivincita nelle sale, salutato da un pubblico numeroso anche al Giorgione di Venezia, dove prosegue per tutta la settimana (sala A, ore 18/20/22)
(...)
un convegno a Parma
La Gazzetta di Parma 12.9.03
Pubblico e privato in psichiatria Nuovi orizzonti
di Isabella Spagnoli
«Il rapporto pubblico/privato in psichiatria. Organizzazione dei Servizi e strategie di trattamento» è il titolo del convegno che si svolgerà domani e sabato alla aula convegni Unione Industriali (Palazzo Soragna). L'incontro organizzato dalla Società italiana di psichiatria (sezione regionale Emilia Romagna), Villa Maria Luigia e Aiop (Associazione italiana ospedaliera privata) ha avuto il patrocinio di: Regione Emilia Romagna, Comune e Provincia di Parma, Azienda Unità sanitaria locale di Parma, Ordine dei medici di Parma e Unione parmense degli Industriali. Il convegno si inaugurerà domani alle 9 con gli interventi di Cesare Azzali (direttore Unione parmense industriali), Lorenzo Orta (presidente Aiop Emilia Romagna) e Giuliano Turrini (Direttore sanitario ospedale privato accreditato «Villa Maria Luigia»). La giornata di apertura prevede un ricco programma. Saranno numerosi e autorevoli i relatori e moderatori che tratteranno temi quali: «Diritti degli utenti e organizzazione dei servizi», «Trattamento delle situazioni cliniche complesse», «Psichiatria e aree di confine». Dalle 17 alle 18,45, a conclusione della giornata, si svolgerà un Forum che vedrà varie esperienze a confronto. Sabato si inaugurerà la mattina alle 9 parlando di «Residenzialità e percorsi di cura». Seguirà una tavola rotonda a tema: «Il modello di rete in psichiatria: accreditamento e integrazione degli interventi». La chiusura dei lavori è prevista per le 13, 15 circa. Giuliano Turrini spiega la finalità del convegno: «Queste due giornate hanno come primo obiettivo quello di fare il punto della situazione che vede l'integrazione tra erogatori pubblici e privati al servizio di utenti con disturbi psichiatrici. Le realtà pubbliche e private del nostro territorio si completano collaborando in un modello di rete complessivo che mira a offrire servizi sanitari sempre migliori. All'ottica di competizione è subentrato, da qualche anno, il concetto di collaborazione che sta portando ottimi frutti. Durante il convegno verranno esaminate aree specialistiche della psichiatria come disturbi dell' alimentazione, alcologia, e doppia diagnosi che maggiormente hanno beneficiato dei modelli di trattamento integrati fra strutture pubbliche e private. Negli ultimi tre o quattro anni gli accordi fra le diverse realtà stanno migliorando, offrendo percorsi terapeutici e modelli di intervento sempre più efficaci».
Pubblico e privato in psichiatria Nuovi orizzonti
di Isabella Spagnoli
«Il rapporto pubblico/privato in psichiatria. Organizzazione dei Servizi e strategie di trattamento» è il titolo del convegno che si svolgerà domani e sabato alla aula convegni Unione Industriali (Palazzo Soragna). L'incontro organizzato dalla Società italiana di psichiatria (sezione regionale Emilia Romagna), Villa Maria Luigia e Aiop (Associazione italiana ospedaliera privata) ha avuto il patrocinio di: Regione Emilia Romagna, Comune e Provincia di Parma, Azienda Unità sanitaria locale di Parma, Ordine dei medici di Parma e Unione parmense degli Industriali. Il convegno si inaugurerà domani alle 9 con gli interventi di Cesare Azzali (direttore Unione parmense industriali), Lorenzo Orta (presidente Aiop Emilia Romagna) e Giuliano Turrini (Direttore sanitario ospedale privato accreditato «Villa Maria Luigia»). La giornata di apertura prevede un ricco programma. Saranno numerosi e autorevoli i relatori e moderatori che tratteranno temi quali: «Diritti degli utenti e organizzazione dei servizi», «Trattamento delle situazioni cliniche complesse», «Psichiatria e aree di confine». Dalle 17 alle 18,45, a conclusione della giornata, si svolgerà un Forum che vedrà varie esperienze a confronto. Sabato si inaugurerà la mattina alle 9 parlando di «Residenzialità e percorsi di cura». Seguirà una tavola rotonda a tema: «Il modello di rete in psichiatria: accreditamento e integrazione degli interventi». La chiusura dei lavori è prevista per le 13, 15 circa. Giuliano Turrini spiega la finalità del convegno: «Queste due giornate hanno come primo obiettivo quello di fare il punto della situazione che vede l'integrazione tra erogatori pubblici e privati al servizio di utenti con disturbi psichiatrici. Le realtà pubbliche e private del nostro territorio si completano collaborando in un modello di rete complessivo che mira a offrire servizi sanitari sempre migliori. All'ottica di competizione è subentrato, da qualche anno, il concetto di collaborazione che sta portando ottimi frutti. Durante il convegno verranno esaminate aree specialistiche della psichiatria come disturbi dell' alimentazione, alcologia, e doppia diagnosi che maggiormente hanno beneficiato dei modelli di trattamento integrati fra strutture pubbliche e private. Negli ultimi tre o quattro anni gli accordi fra le diverse realtà stanno migliorando, offrendo percorsi terapeutici e modelli di intervento sempre più efficaci».
Vincenzo Cerami a Bobbio
Libertà 12.9.03
FARE CINEMA
Parla lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, ospite dei corsi diretti da Bellocchio
Carpisco l'anima delle immagini
Dal libro al cinema: ciò che conta è la figura del narratore
Sono iniziate ieri a Bobbio, nei chiostri di San Francesco, le riprese per il cortometraggio attorno a cui si impernia l'edizione 2003 di Fare Cinema, il laboratorio diretto da Marco Bellocchio. Dall'ipotesi di lavoro assegnata dal grande regista piacentino - elaborare per immagini La cavallina storna di Giovanni Pascoli - il gruppo degli allievi, coordinato da Daniela Ceselli, ha ricavato una sceneggiatura: il disperato delirio della vedova di un assassinato, che interroga la cavalla “testimone” del delitto per strapparle il nome dell'omicida, visto dagli occhi del figlio-poeta, ancora bambino. Sono arrivati tecnici-docenti di primo piano come Remo Ugolinelli, Corrado Volpicelli, William Santero, Matteo Fago. E' arrivata da Roma la protagonista: la giovane Simona Nobili, un volto importante del teatro di ricerca capitolino che in Buongiorno, notte (l'ultimo, bellissimo film di Bellocchio) ha il ruolo della vicina di casa della vivandiera delle Brigate Rosse. Ed è arrivato un ospite-docente d'eccezione: lo scrittore Vincenzo Cerami, autore di molte delle più belle sceneggiature del cinema italiano degli ultimi 30 anni, che ieri sera al cinema bobbiese Le Grazie è stato protagonista della prima delle Lezioni d'autore della rassegna Incontri con gli autori presentando la proiezione di Salto nel vuoto, film di Bellocchio del 1980 («La mia sceneggiatura preferita - dice Cerami - con quelle di Porte aperte di Gianni Amelio e di La vita è bella di Roberto Benigni»), dopo aver tenuto un'importante lezione sulla sceneggiatura agli allievi di Fare Cinema. Memore della formula affidata da Hitchcock al celebre libro-intervista di François Truffaut «gli ingredienti per la riuscita di un film sono tre: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura». Qual è la cosa più importante per una sceneggiatura? «Occorre ricordare che il racconto deve creare immagini: lo sceneggiatore deve cercare di andare non verso la superficie dell'immagine, ma verso la sua anima, il suo senso profondo». Lei ha iniziato con Pasolini: un buon allenamento in questo senso. «Sì. Feci l'aiuto regista nella cosiddetta Trilogia di Totò e lavorai, senza, firmarla, alla sceneggiatura di Teorema. Ho sempre lavorato a quattro mani coi registi, in un rapporto simbiotico che ha toccato le sue punte con Amelio e Benigni: l'idea di La vita è bella è venuta, letteralmente, a tutt'e due insieme». Mi ha affascinato, nel vostro «Pinocchio» la sua lettura nera, cupa, del libro di Collodi. Perché, secondo lei, il film non ha avuto il successo che ci si attendeva? «Il film è stato danneggiato in Italia da polemiche politiche e dal fatto che Roberto faceva un personaggio “vero” invece di “fare Benigni”. In Usa, dai tagli e dal doppiaggio». Un suo libro, «Consigli a un giovane scrittore», ha avuto una fortuna enorme in libreria ed è stato persino adottato come testo di studio in varie università. A cosa attribuisce questo successo? «Al fatto che affronta ogni tipo di medium letterario: pagina scritta, teatro, cinema, radiofonia. Ricordo a tutti che, al fondo di ciascuna di queste quattro forme, c'è una figura che le unifica: quella del narratore. Dico “narratore” e non “scrittore”, memore della distinzione di Walter Benjamin: narratore è chi compie l'atto primordiale di raccontare una storia. Io dico: “Narro, ergo sum”. E il mio “comandamento” fondamentale è quello di essere artisti prima che scrittori: occorre imparare le regole della “macchina” narrativa, ma prima ancora occorre imparare a guardare le cose da un punto di vista nuovo, vedendo ciò che altri non vedono». Ha mai avuto paura che il suo sguardo potesse essere frainteso? Dal suo primo romanzo, «Un borghese piccolo piccolo» fu tratto un film di cui molti, identificandosi emotivamente col padre-giustiziere interpretato da Alberto Sordi, non compresero il lato grottesco. «Il fatto è che il regista Mario Monicelli voleva realizzare una pellicola ferocemente satirica, mentre Sordi, con tipica reazione da grande attore, fece l'impossibile per “salvare” il suo personaggio, per renderlo credibile fino all'ultimo. Questa tensione è alla base della bellezza di un film che fu la campana a morto della commedia all'italiana: mostrò l'inferno che avevano dentro tutti questi volgari ometti senza qualità che il cinema era abituato a mostrarci come “simpatici”». Sua figlia Aisha è un'attrice già affermata. L'ha incoraggiata a intraprendere questa carriera? «Al contrario: ho fatto il possibile per dissuaderla. E ora che la vedo così brava mi dispiace di averlo fatto, perché avrebbe potuto cominciare prima. Sono orgoglioso che sia stata scelta dal regista Eimuntas Nekrosius per il suo recente Ivanov, perché considero Nekrosius il più grande artista teatrale vivente». A proposito: continua la sua carriera di autore teatrale? «Sì: sta per debuttare il mio Il comico e la spalla con una grande coppia di attori siciliani, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina». Oliviero Marchesi
FARE CINEMA
Parla lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, ospite dei corsi diretti da Bellocchio
Carpisco l'anima delle immagini
Dal libro al cinema: ciò che conta è la figura del narratore
Sono iniziate ieri a Bobbio, nei chiostri di San Francesco, le riprese per il cortometraggio attorno a cui si impernia l'edizione 2003 di Fare Cinema, il laboratorio diretto da Marco Bellocchio. Dall'ipotesi di lavoro assegnata dal grande regista piacentino - elaborare per immagini La cavallina storna di Giovanni Pascoli - il gruppo degli allievi, coordinato da Daniela Ceselli, ha ricavato una sceneggiatura: il disperato delirio della vedova di un assassinato, che interroga la cavalla “testimone” del delitto per strapparle il nome dell'omicida, visto dagli occhi del figlio-poeta, ancora bambino. Sono arrivati tecnici-docenti di primo piano come Remo Ugolinelli, Corrado Volpicelli, William Santero, Matteo Fago. E' arrivata da Roma la protagonista: la giovane Simona Nobili, un volto importante del teatro di ricerca capitolino che in Buongiorno, notte (l'ultimo, bellissimo film di Bellocchio) ha il ruolo della vicina di casa della vivandiera delle Brigate Rosse. Ed è arrivato un ospite-docente d'eccezione: lo scrittore Vincenzo Cerami, autore di molte delle più belle sceneggiature del cinema italiano degli ultimi 30 anni, che ieri sera al cinema bobbiese Le Grazie è stato protagonista della prima delle Lezioni d'autore della rassegna Incontri con gli autori presentando la proiezione di Salto nel vuoto, film di Bellocchio del 1980 («La mia sceneggiatura preferita - dice Cerami - con quelle di Porte aperte di Gianni Amelio e di La vita è bella di Roberto Benigni»), dopo aver tenuto un'importante lezione sulla sceneggiatura agli allievi di Fare Cinema. Memore della formula affidata da Hitchcock al celebre libro-intervista di François Truffaut «gli ingredienti per la riuscita di un film sono tre: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura». Qual è la cosa più importante per una sceneggiatura? «Occorre ricordare che il racconto deve creare immagini: lo sceneggiatore deve cercare di andare non verso la superficie dell'immagine, ma verso la sua anima, il suo senso profondo». Lei ha iniziato con Pasolini: un buon allenamento in questo senso. «Sì. Feci l'aiuto regista nella cosiddetta Trilogia di Totò e lavorai, senza, firmarla, alla sceneggiatura di Teorema. Ho sempre lavorato a quattro mani coi registi, in un rapporto simbiotico che ha toccato le sue punte con Amelio e Benigni: l'idea di La vita è bella è venuta, letteralmente, a tutt'e due insieme». Mi ha affascinato, nel vostro «Pinocchio» la sua lettura nera, cupa, del libro di Collodi. Perché, secondo lei, il film non ha avuto il successo che ci si attendeva? «Il film è stato danneggiato in Italia da polemiche politiche e dal fatto che Roberto faceva un personaggio “vero” invece di “fare Benigni”. In Usa, dai tagli e dal doppiaggio». Un suo libro, «Consigli a un giovane scrittore», ha avuto una fortuna enorme in libreria ed è stato persino adottato come testo di studio in varie università. A cosa attribuisce questo successo? «Al fatto che affronta ogni tipo di medium letterario: pagina scritta, teatro, cinema, radiofonia. Ricordo a tutti che, al fondo di ciascuna di queste quattro forme, c'è una figura che le unifica: quella del narratore. Dico “narratore” e non “scrittore”, memore della distinzione di Walter Benjamin: narratore è chi compie l'atto primordiale di raccontare una storia. Io dico: “Narro, ergo sum”. E il mio “comandamento” fondamentale è quello di essere artisti prima che scrittori: occorre imparare le regole della “macchina” narrativa, ma prima ancora occorre imparare a guardare le cose da un punto di vista nuovo, vedendo ciò che altri non vedono». Ha mai avuto paura che il suo sguardo potesse essere frainteso? Dal suo primo romanzo, «Un borghese piccolo piccolo» fu tratto un film di cui molti, identificandosi emotivamente col padre-giustiziere interpretato da Alberto Sordi, non compresero il lato grottesco. «Il fatto è che il regista Mario Monicelli voleva realizzare una pellicola ferocemente satirica, mentre Sordi, con tipica reazione da grande attore, fece l'impossibile per “salvare” il suo personaggio, per renderlo credibile fino all'ultimo. Questa tensione è alla base della bellezza di un film che fu la campana a morto della commedia all'italiana: mostrò l'inferno che avevano dentro tutti questi volgari ometti senza qualità che il cinema era abituato a mostrarci come “simpatici”». Sua figlia Aisha è un'attrice già affermata. L'ha incoraggiata a intraprendere questa carriera? «Al contrario: ho fatto il possibile per dissuaderla. E ora che la vedo così brava mi dispiace di averlo fatto, perché avrebbe potuto cominciare prima. Sono orgoglioso che sia stata scelta dal regista Eimuntas Nekrosius per il suo recente Ivanov, perché considero Nekrosius il più grande artista teatrale vivente». A proposito: continua la sua carriera di autore teatrale? «Sì: sta per debuttare il mio Il comico e la spalla con una grande coppia di attori siciliani, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina». Oliviero Marchesi
Le Scienze, edizione italiana dello Scientific American
10.09.2003
L’espressione dei geni è stata studiata con una tecnica di reazione a catena della polimerasi
Gli autori di uno studio pubblicato sulla rivista “The Lancet” (http://www.thelancet.com/) forniscono forti prove a sostegno della tesi secondo cui la schizofrenia e il disturbo bipolare avrebbero una causa genetica simile, provocata dall’espressione ridotta di alcuni geni responsabili per la produzione della mielina del sistema nervoso centrale.
Le due malattie psicotiche colpiscono circa il due per cento della popolazione. Ricerche precedenti sulla schizofrenia avevano mostrato anormalità nell’espressione di geni collegati ai lipidi e alla mielina. Gli oligodendrociti producono le guaine di mielina che isolano i neuroni. La mielina contiene all’80 per cento lipidi e al 20 per cento proteine, e consente una conduzione efficiente degli impulsi elettrici lungo l’assone.
Sabine Bahn e colleghi dell’Università di Cambridge, in Inghilterra (http://www.cam.ac.uk/), hanno studiato l’espressione dei geni specifici degli oligodendrociti e associati alla mielinizzazione nella schizofrenia e nel disturbo bipolare. I ricercatori hanno usato tecniche basate sull’mRNA (reazione a catena della polimerasi, o PCR, e analisi con i microarray) per confrontare l’espressione dei geni nei cervelli di alcuni pazienti deceduti: 15 soffrivano di schizofrenia, 15 di disturbo bipolare e 15 costituivano un gruppo di controllo.
Nei pazienti delle due malattie era presente una chiara riduzione dei geni collegati agli oligodendrociti e alla mielina. I cambiamenti nell’espressione dei geni per entrambe le malattie mostravano un alto grado di sovrapposizione. C’era un’alta correlazione fra i risultati ottenuti con l’analisi con i microarray e quelli ottenuti con la PCR quantitativa.
10.09.2003
Come il cervello dei neonati risponde al linguaggio
L’asimmetria fra i lati del cervello è presente fin dalla nascita
Il lato sinistro del cervello di un neonato risponde alle parole proprio come quello di un adulto. Lo afferma uno studio di un team di ricercatori guidato da Jacques Mehler della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA, www.sissa.it) di Trieste, pubblicato sulla versione online della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” (http://www.pnas.org/).
Gli scienziati sanno da tempo che l’emisfero sinistro del cervello di un adulto è predominante nel riconoscimento del linguaggio. Tuttavia, non è chiaro se questa prevalenza è presente dalla nascita o se l’asimmetria è il risultato dell’esposizione al linguaggio durante l’infanzia.
Per verificare la prevalenza dell’emisfero sinistro nei neonati, Mehler e colleghi hanno usato la topografia ottica, un metodo silenzioso e non invasivo per stimare i cambiamenti nel flusso del sangue all’interno del cervello. Gli investigatori hanno registrato la voce di donne che leggevano storie ai loro bambini e hanno poi riprodotto le registrazioni a 12 neonati di 2-5 giorni mentre dormivano.
Il flusso del sangue nel cervello ha mostrato che l’emisfero sinistro dei neonati si attivava più del destro in risposta alle parole registrate. Durante il silenzio o quando le registrazioni venivano riprodotte alla rovescia, invece, il lato sinistro non era prevalente.
I risultati suggeriscono che i bambini umani nascano con aree del cervello già dedicate all’elaborazione del linguaggio.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
L’espressione dei geni è stata studiata con una tecnica di reazione a catena della polimerasi
Gli autori di uno studio pubblicato sulla rivista “The Lancet” (http://www.thelancet.com/) forniscono forti prove a sostegno della tesi secondo cui la schizofrenia e il disturbo bipolare avrebbero una causa genetica simile, provocata dall’espressione ridotta di alcuni geni responsabili per la produzione della mielina del sistema nervoso centrale.
Le due malattie psicotiche colpiscono circa il due per cento della popolazione. Ricerche precedenti sulla schizofrenia avevano mostrato anormalità nell’espressione di geni collegati ai lipidi e alla mielina. Gli oligodendrociti producono le guaine di mielina che isolano i neuroni. La mielina contiene all’80 per cento lipidi e al 20 per cento proteine, e consente una conduzione efficiente degli impulsi elettrici lungo l’assone.
Sabine Bahn e colleghi dell’Università di Cambridge, in Inghilterra (http://www.cam.ac.uk/), hanno studiato l’espressione dei geni specifici degli oligodendrociti e associati alla mielinizzazione nella schizofrenia e nel disturbo bipolare. I ricercatori hanno usato tecniche basate sull’mRNA (reazione a catena della polimerasi, o PCR, e analisi con i microarray) per confrontare l’espressione dei geni nei cervelli di alcuni pazienti deceduti: 15 soffrivano di schizofrenia, 15 di disturbo bipolare e 15 costituivano un gruppo di controllo.
Nei pazienti delle due malattie era presente una chiara riduzione dei geni collegati agli oligodendrociti e alla mielina. I cambiamenti nell’espressione dei geni per entrambe le malattie mostravano un alto grado di sovrapposizione. C’era un’alta correlazione fra i risultati ottenuti con l’analisi con i microarray e quelli ottenuti con la PCR quantitativa.
10.09.2003
Come il cervello dei neonati risponde al linguaggio
L’asimmetria fra i lati del cervello è presente fin dalla nascita
Il lato sinistro del cervello di un neonato risponde alle parole proprio come quello di un adulto. Lo afferma uno studio di un team di ricercatori guidato da Jacques Mehler della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA, www.sissa.it) di Trieste, pubblicato sulla versione online della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” (http://www.pnas.org/).
Gli scienziati sanno da tempo che l’emisfero sinistro del cervello di un adulto è predominante nel riconoscimento del linguaggio. Tuttavia, non è chiaro se questa prevalenza è presente dalla nascita o se l’asimmetria è il risultato dell’esposizione al linguaggio durante l’infanzia.
Per verificare la prevalenza dell’emisfero sinistro nei neonati, Mehler e colleghi hanno usato la topografia ottica, un metodo silenzioso e non invasivo per stimare i cambiamenti nel flusso del sangue all’interno del cervello. Gli investigatori hanno registrato la voce di donne che leggevano storie ai loro bambini e hanno poi riprodotto le registrazioni a 12 neonati di 2-5 giorni mentre dormivano.
Il flusso del sangue nel cervello ha mostrato che l’emisfero sinistro dei neonati si attivava più del destro in risposta alle parole registrate. Durante il silenzio o quando le registrazioni venivano riprodotte alla rovescia, invece, il lato sinistro non era prevalente.
I risultati suggeriscono che i bambini umani nascano con aree del cervello già dedicate all’elaborazione del linguaggio.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
giovedì 11 settembre 2003
dal domenicale del Sole 24ore del 7.9.03
(ricevuti da Paola D'Ettole)
Verdetto travagliato, sconfitto Bellocchio
Emanuela Martini
Un verdetto dignitoso e difendibile ma non particolarmente brillante e illuminato ha concluso la 60 Mostra del cinema di Venezia.
(...)
Il grande sconfitto, naturalmente, è Marco Bellocchio, che con Buongiorno, notte meritava di vincere e che giustamente si è rifiutato di ritirare un premio per il suo contributo alla sceneggiatura del film. Quasi una presa in giro, per l'autore, ma anche per la selezione italiana che, per la prima volta in molti anni, era complessivamente la migliore della mostra.
Mostra del cinema - Il Leone d'oro al film del russo Andrej Zvjagintsev. Un'edizione all'insegna del rimpianto
Com'è malinconica Venezia
di Emanuela Martini
(...)
Forse è necessario, in questo momento, smettere di "fotografare" e fermarsi a riflettere, a ricordare. A sognare, forse. Il sogno e il fantasma del passato, l'indicibile leggerezza di come eravamo e come saremmo potuti diventare, e di come invece ci siamo impastoiati e intristiti crescendo, avviliti da una Storia che non abbiamo saputo controllare, corrono nei due film più attesi di questa Mostra, The Dreamers di Bernardo Bertolucci (fuori concorso) e Buongiorno, notte di Marco Bellocchio (in concorso), avvinti inestricabilmente da una cultura, una generazione, una ribellione comune, e dalla necessità concomitante di guardarsi indietro. In The Dreamers, il Sessantotto agli albori e, prima, la gioia, la libertà, la scoperta, l'amicizia, il sesso, il cinema, la politica, tutti mescolati, confusi insieme, tasselli interdipendenti di un unico, entusiastico amore, per la vita che veniva avanti e, per una volta, poteva essere inventata diversamente, e che finì in una fiammata, ma, come canta Edith Piaf, Je ne regrette rien, e quel sogno resta incancellabile.
In Buongiorno, notte, il dopo, il Settantotto del sequestro e dell'omicidio Moro, la perdita di contatto con i tasselli della realtà concreta, la rincorsa verso l'autodistruzione, il crollo rovinoso dell'ideologia, la chiusura, la prigione, la sterilità, la parola che raggela il cuore, l'angoscia che monta, la malinconia consapevole di un'occasione, di una vita perduta. Ma anche qui, nell'ultima inquadratura, se ne va libero il sogno di un incantesimo spezzato, di una Storia migliore, di una possibilità, in solitudine, di non tradire se stessi. Entrambi film "privatissimi", più simili di quanto non appaia dallo stile e dall'occasione narrativa, dal calore e dal gelo, The Dreamers e Buongiorno, notte ci raccontano i nostri mondi perduti.
(...)
Verdetto travagliato, sconfitto Bellocchio
Emanuela Martini
Un verdetto dignitoso e difendibile ma non particolarmente brillante e illuminato ha concluso la 60 Mostra del cinema di Venezia.
(...)
Il grande sconfitto, naturalmente, è Marco Bellocchio, che con Buongiorno, notte meritava di vincere e che giustamente si è rifiutato di ritirare un premio per il suo contributo alla sceneggiatura del film. Quasi una presa in giro, per l'autore, ma anche per la selezione italiana che, per la prima volta in molti anni, era complessivamente la migliore della mostra.
Mostra del cinema - Il Leone d'oro al film
Com'è malinconica Venezia
di Emanuela Martini
(...)
Forse è necessario, in questo momento, smettere di "fotografare" e fermarsi a riflettere, a ricordare. A sognare, forse. Il sogno e il fantasma del passato, l'indicibile leggerezza di come eravamo e come saremmo potuti diventare, e di come invece ci siamo impastoiati e intristiti crescendo, avviliti da una Storia che non abbiamo saputo controllare, corrono nei due film più attesi di questa Mostra, The Dreamers di Bernardo Bertolucci (fuori concorso) e Buongiorno, notte di Marco Bellocchio (in concorso), avvinti inestricabilmente da una cultura, una generazione, una ribellione comune, e dalla necessità concomitante di guardarsi indietro. In The Dreamers, il Sessantotto agli albori e, prima, la gioia, la libertà, la scoperta, l'amicizia, il sesso, il cinema, la politica, tutti mescolati, confusi insieme, tasselli interdipendenti di un unico, entusiastico amore, per la vita che veniva avanti e, per una volta, poteva essere inventata diversamente, e che finì in una fiammata, ma, come canta Edith Piaf, Je ne regrette rien, e quel sogno resta incancellabile.
In Buongiorno, notte, il dopo, il Settantotto del sequestro e dell'omicidio Moro, la perdita di contatto con i tasselli della realtà concreta, la rincorsa verso l'autodistruzione, il crollo rovinoso dell'ideologia, la chiusura, la prigione, la sterilità, la parola che raggela il cuore, l'angoscia che monta, la malinconia consapevole di un'occasione, di una vita perduta. Ma anche qui, nell'ultima inquadratura, se ne va libero il sogno di un incantesimo spezzato, di una Storia migliore, di una possibilità, in solitudine, di non tradire se stessi. Entrambi film "privatissimi", più simili di quanto non appaia dallo stile e dall'occasione narrativa, dal calore e dal gelo, The Dreamers e Buongiorno, notte ci raccontano i nostri mondi perduti.
(...)
Rudolf Engler
Repubblica 11.9.03
E´ morto Rudolf Engler editore del grande linguista
LO STUDIOSO CHE SALVÒ I TESTI DI SAUSSURE
di TULLIO DE MAURO
Rudolf Engler, lo studioso svizzero editore dei manoscritti di Ferdinand de Saussure, è morto a Worb, presso Berna, il 5 settembre scorso. Era nato il 25 ottobre 1930 a Teufen (San Gallo). Dopo studi a Berna, Parigi e Firenze, si era specializzato in linguistica e filologia romanza, con importanti lavori sulla grammatica italiana del Rinascimento.
Dalla fine degli anni cinquanta aveva cominciato a collaborare con Robert Godel al recupero delle carte manoscritte di Saussure e dei suoi diretti uditori, un lavoro che aveva poi continuato da solo.
Come si sa, il fondamentale Corso di linguistica generale di Saussure apparve postumo, nel 1916, frutto dell´arrangiamento che i primi editori fecero dei rari appunti di Saussure e dei quaderni di appunti dei suoi allievi. A partire dagli anni cinquanta parecchi studiosi, tra cui Emile Benveniste e, in Italia, Mario Lucidi, avevano avanzato dubbi sull´attendibilità del testo vulgato, diventato intanto bibbia e corano della linguistica e antropologia moderne.
Prima Godel, poi soprattutto Engler si dedicarono a una rivisitazione delle fonti manoscritte del Corso. Al procedere dei lavori emergeva una immagine nuova e diversa di Saussure. Il lavoro certosino di Engler ha portato alla grande edizione del Corso in cui il testo tradizionale è affiancato frase per frase dall´indicazione che permette di vedere se la frase è una interpolazione dei primi editori oppure se ha un riscontro, e quale, nelle fonti manoscritte.
L´edizione di Engler e il lavoro interpretativo suo e di altri, hanno rivelato un Saussure soprattutto attento alla lingua nel suo farsi e disfarsi, alla temporalità e socialità della lingua, all´intreccio dei fatti della lingua e del significato con i fatti della vita biologica e della cultura, del pensiero, delle emozioni.
E´ morto Rudolf Engler editore del grande linguista
LO STUDIOSO CHE SALVÒ I TESTI DI SAUSSURE
di TULLIO DE MAURO
Rudolf Engler, lo studioso svizzero editore dei manoscritti di Ferdinand de Saussure, è morto a Worb, presso Berna, il 5 settembre scorso. Era nato il 25 ottobre 1930 a Teufen (San Gallo). Dopo studi a Berna, Parigi e Firenze, si era specializzato in linguistica e filologia romanza, con importanti lavori sulla grammatica italiana del Rinascimento.
Dalla fine degli anni cinquanta aveva cominciato a collaborare con Robert Godel al recupero delle carte manoscritte di Saussure e dei suoi diretti uditori, un lavoro che aveva poi continuato da solo.
Come si sa, il fondamentale Corso di linguistica generale di Saussure apparve postumo, nel 1916, frutto dell´arrangiamento che i primi editori fecero dei rari appunti di Saussure e dei quaderni di appunti dei suoi allievi. A partire dagli anni cinquanta parecchi studiosi, tra cui Emile Benveniste e, in Italia, Mario Lucidi, avevano avanzato dubbi sull´attendibilità del testo vulgato, diventato intanto bibbia e corano della linguistica e antropologia moderne.
Prima Godel, poi soprattutto Engler si dedicarono a una rivisitazione delle fonti manoscritte del Corso. Al procedere dei lavori emergeva una immagine nuova e diversa di Saussure. Il lavoro certosino di Engler ha portato alla grande edizione del Corso in cui il testo tradizionale è affiancato frase per frase dall´indicazione che permette di vedere se la frase è una interpolazione dei primi editori oppure se ha un riscontro, e quale, nelle fonti manoscritte.
L´edizione di Engler e il lavoro interpretativo suo e di altri, hanno rivelato un Saussure soprattutto attento alla lingua nel suo farsi e disfarsi, alla temporalità e socialità della lingua, all´intreccio dei fatti della lingua e del significato con i fatti della vita biologica e della cultura, del pensiero, delle emozioni.
Theodor Wiesegrund Adorno 1903 - 1969
Il Mattino 11.9.03
ANNIVERSARI/ L’11 settembre 1903 nasceva a Francoforte il grande pensatore tedesco
di Corrado Ocone
Giusto cento anni fa, l’11 settembre 1903, nasceva a Francoforte uno dei pensatori più influenti del secolo scorso: Theodor Wiesegrund Adorno. Fondatore, con Max Horkheimer, del celebre Istituto per le scienze sociali della città sul Meno, in fuga dal nazismo in quanto di origine ebraica, dopo aver riparato negli Stati Uniti, Adorno ritornò in patria subito dopo la guerra e insegnò a Francoforte fino al 1968. Un anno dopo morì in Svizzera. Per ricordare Adorno, abbiamo ascoltato le parole di quattro fra i più noti filosofi italiani e, con il loro aiuto, abbiamo provato a costruire un glossario minimo dei concetti chiave del suo pensiero. I nostri interlocutori sono stati: Roberto Esposito dell’Orientale di Napoli, Sebastiano Maffettone della Luiss di Roma, Giacomo Marramao di Roma III e Gianni Vattimo dell’Università di Torino, europarlamentare.
Aforisma. È la forma in cui è scritta una delle più importanti opere di Adorno, i Minima Moralia (1951). «Ci vuole un gran coraggio a parlare filosoficamente degli aspetti minimi e quotidiani se si è uno che si è formato sulla tradizione solida della filosofia tedesca, su Kant e su Hegel. Adorno l’ha avuto: tanto di cappello!» (Maffettone).
Contestazione. «Quando arrivai a Francoforte, dopo la laurea, Adorno era morto da un anno, ma la sua presenza era viva, ingombrante. C’era un gruppo di adorniani di sinistra che utilizzava le categorie di Adorno per criticare il maestro, che in qualche modo accusava di tradimento: come poteva essere contro il movimento, se proprio le categorie di emancipazione e autoliberazione, da lui elaborate, ne davano un’efficace spiegazione teorica? Oggi, quegli adorniani non la pensano più così e hanno imparato a rivalutare le tesi diffidenti di Adorno sul movimento» (Marramao).
Critica. Adorno elaborò la cosiddetta Teoria critica, ancora oggi uno dei paradigmi filosofici più importanti, a cui si richiamano anche molti filosofi contemporanei, a cominciare da Habermas: «La teoria critica della Scuola di Francoforte nasce con Horkheimer ma si perfeziona con Adorno. E tutto il pensiero di Adorno è una critica della ragione che si è affermata in Occidente. Credo che, approdato dalla Foresta nera in quel di San Diego in California, il pensatore tedesco sia rimasto colpito da una vita completamente altra, in cui la dimensione razionale e quella del divertimento erano nettamente scisse. La razionalità americana imponeva una standardizzazione della vita che il nostro non capiva» (Maffettone).
Dialettica. «Per Adorno è negativa, nel senso che per lui, al contrario di Hegel, la conciliazione tra storia e ragione non potrà mai esserci. C’è sempre, come dire, uno scarto. Là dove non arriva la ragione, può però arrivare l’arte: che, in alcuni momenti, può catturare nel finito l’infinito» (Maffettone).
Ebraismo. «È possibile pensare dopo Auschwitz? È stato l’ebreo Adorno a porsi per primo la domanda che tiene banco in filosofia ancora oggi (basti pensare a Derrida o ad Agamben). Ma il rapporto con l’ebraismo di Adorno era laico, il suo approccio tutto sommato razionale. In questo egli, che da un lato era attratto da Benjamin, dall’altro, non poco fraintendendolo, respingeva e diffidava della sua vena messianica» (Marramao).
Estetica. «Adorno cerca nell’arte una parziale e possibile conciliazione, una ”promesse de bonheur” per dirla con Baudelaire. Il tutto non alienato a cui, sulla scia della ragione dialettica di Hegel, egli continua ad aspirare si dà solo nell’arte. Al contrario di Marcuse, l’altro autore guida del ’68 in Germania, il riscatto estetico dell’esistenza è per Adorno ”solo” estetico, non ha un valore che trascende l’ambito dell’arte» (Vattimo).
Filosofia. «Adorno è stato un vero filosofo in quanto ha pensato in modo radicale il nostro mondo occidentale, a cominciare da quelle dinamiche relative all’industria culturale che oggi hanno corso in modo esorbitante e su dimensione globale» (Esposito).
Illuminismo. «Dialettica dell’illuminismo (1947) rimane una grande opera sia perché le sue analisi sull’industria culturale sono ancora valide e illuminanti, sia perché è valido ancora, a mio avviso, l’assunto che porta a vedere come mito e lumi siano parenti e non estranei. La mia relazione al convegno che si svolgerà su Adorno (al Goethe Institut di Roma, dal 16 al 18 ottobre prossimi), si intitolerà "Sole nero": alludo proprio al lato oscuro dell’illuminismo che Adorno ha magistralmente individuato» (Esposito).
Organizzazione totale. «È l’epoca in cui la società occidentale è giunta, con la totale razionalizzazione capitalistica del lavoro e della società. Oggi non vale più la tesi di Hegel secondo cui solo il tutto è il vero. Anzi, il tutto è proprio il falso, perché esclude ormai ogni libertà e possibilità di trasformazione» (Vattimo). Anche il «trasgressivo», dice Adorno, viene presto metabolizzato e diventa parte integrante dell’ordine dominante.
Ragione. «Adorno criticava la ragione occidentale, ma un punto di vista ancora razionale. Egli rimane nonostante tutto un razionalista. La sua mira era diretta contro la ragione strumentale, contro il processo di razionalizzazione tecnico e formale» (Marramao).
Rovesciamento. «La teoria critica andava rovesciata in prassi: questa l’idea di Adorno e dei suoi allievi di sinistra. Ma Adorno non ha mai avuto il coraggio, secondo gli stessi, di prendere congedo dal congedo della filosofia» (Marramao).
il manifesto 11.9.03
ADORNO
Di fronte a eterni paradossi
L'11 settembre del 1903, a Francoforte, nasceva Theodor Wiesengrund Adorno. L'incontro con la filosofia e quello con la musica furono pressoché contemporanei. Nel 1924 scrisse la sua tesi sulla fenomenologia di Husserl, lo stesso anno - incantato dall'ascolto di frammenti del Wozzeck - avvicinò Alban Berg per seguirlo a Vienna e studiare con lui composizione. Come la musica, pensava Adorno, la filosofia non dovrebbe ridursi a categorie, ma in primo luogo, comporre
di STEFANO PETRUCCIANI
Le molte iniziative che, in questo autunno, celebreranno il centenario della nascita di Adorno (dal convegno che si tiene in questi giorni a Francoforte a quello che si svolgerà a Roma, in ottobre, presso il Goethe Institut), non bastano certo a contrastare l'impressione che, su questo grande esponente del pensiero critico del Novecento, sia caduta negli ultimi anni una cortina di pesante e pressoché totale silenzio. Al successo incontrastato del suo antagonista Heidegger, ha fatto riscontro un oblio quasi completo di colui che è stato senza dubbio l'ingegno più vivo e stimolante tra quelli che si sono raccolti attorno alla Scuola di Francoforte. Sebbene questo oblio sia per molti aspetti ben comprensibile (anche come reazione alla grande diffusione che le tematiche francofortesi avevano avuto negli anni Sessanta e Settanta), esso però ha finito per nascondere quegli elementi in forza dei quali Adorno potrebbe essere un pensatore molto utile anche nella nostra congiuntura; e quindi, forse, un pensatore molto più attuale di quanto non si creda, e di quanto lo scarso interesse di cui gode oggi non faccia sospettare. La singolare attualità di Adorno, la si può trovare proprio nell'atteggiamento intellettuale con il quale egli si pone di fronte al suo presente: la sua prospettiva, infatti, è quella di un filosofo che costruisce un punto di vista critico sul presente pur essendo fermamente convinto che non c'è a portata di mano nessuna concreta via di azione o di trasformazione, e che quindi non si può fare molto di più che attestarsi sulla intransigente forza di resistenza del pensiero critico, della teoria. Perciò si potrebbe dire che l'orizzonte in cui ragiona Adorno mostra non poche affinità con quello nel quale ci troviamo a vivere oggi: all'evidente ingiustizia e irrazionalità degli assetti di potere globalmente vigenti fa riscontro la percezione di una loro quasi fatale immodificabilità, o quantomeno della drammatica sproporzione di qualsiasi tentativo di incidere seriamente su di essi. A questa disperante antinomia Adorno risponde valorizzando al massimo la valenza anche «pratica» che ha l'esercizio critico del pensiero. E proponendo un'idea di filosofia come «critica», che si esercita tanto sui modi di pensare dominanti, quanto sugli ordinamenti sociali che con quelli inestricabilmente si intrecciano. Sul piano più schiettamente filosofico, «speculativo», la centralità della critica (o della «dialettica», che in Adorno con la critica fa tutt'uno) significa in sostanza una cosa molto semplice. Vuol dire che la filosofia fallisce sia quando si illude di cogliere un presunto principio primo, originario, fondante, sottratto alle mediazioni storiche, linguistiche e sociali (basti ricordare la costante polemica di Adorno contro l'Essere di Heidegger), sia quando, sul versante opposto, rinuncia al suo rigore e si riduce, come accadrà nel postmoderno, a mera conversazione, a puro intrattenimento senza principi. La filosofia non può abdicare alle sue esigenze di rigore, ma le può soddisfare solo nell'elemento della critica: attraverso il continuo esercizio di smontaggio delle interpretazioni del mondo ideologiche, limitate e unilaterali, un esercizio attraverso il quale essa accresce la sua e la nostra consapevolezza.
La critica filosofica, però, non è separabile in Adorno dalla critica della società. Mettersi criticamente in relazione con la società, infatti, non vuol dire commisurare le realtà sociali vigenti con un qualche principio o criterio ad esse estraneo. Significa piuttosto misurare i rapporti sociali dati con quelle idee di razionalità e di libertà che essi pretendono di incarnare, e che invece continuamente tradiscono. Decisivo in questo contesto è il concetto (che Adorno rielabora partendo dalla ricca tradizione dialettica di Hegel, Marx, Lukács) della società come «seconda natura», che consente al pensatore francofortese di mettere in risalto una contraddizione di fondo: i rapporti sociali che dovrebbero essere, secondo la filosofia politica contrattualista o nell'ottica della teoria democratica, il risultato delle libere volontà di uomini razionali, si impongono in realtà agli individui come una potenza da essi incontrollabile, che nega la libertà e la spontaneità del singolo, talvolta nei modi brutali del totalitarismo, talaltra in quelli assai più morbidi della persuasione consumistica e mediatica. Perciò, lungi dall'essere un costrutto di libera razionalità, la società rimane una «seconda natura»: i singoli restano in balìa di soverchianti potenze sociali allo stesso modo in cui, nelle epoche antecedenti alla civilizzazione, gli indifesi primitivi erano vittime delle incontrollabili potenze della natura. E' questo il singolare paradosso di una modernità scaturita dall'intreccio, per altri versi straordinariamente fecondo, di tecnica, industria e capitalismo. Da un lato è grazie a queste potenze che gli uomini, oggi, potrebbero essere tutti liberati dalla scarsità materiale e dalla paura (Adorno lo ribadisce infinite volte, e perciò hanno torto marcio coloro che lo hanno considerato un nemico della tecnica e dell'industria); ma dall'altro questa possibilità si sposta sempre più lontano perché i rapporti sociali vigenti continuano a riprodursi, dice Adorno, attraverso l'antagonismo: quasi costituissero una forma sublimata della guerra hobbesiana di tutti contro tutti, dove ognuno è consegnato alla lotta concorrenziale per l'autoconservazione e deve sacrificare al meccanismo dominante ogni spontaneità. Gli uomini restano così sotto il «sortilegio», si liberano dalla paura delle potenze naturali solo per soggiacere più duramente all'angoscia sociale; per dirla con le parole della Dialettica negativa: «La storia umana, il progressivo dominio sulla natura, prosegue quella inconsapevole della natura, mangiare ed essere mangiati».
Ma come si può infrangere il maligno incantesimo? Il pensiero di Adorno non offre risposte preconfezionate, ma non cessa di interrogarsi intorno a questa domanda. Ed è proprio su questo punto che il suo approccio sembra differenziarsi in modo abbastanza rilevante dalla tradizione marxista, nella quale per altri versi Adorno si inscrive. Il principio del dominio, la regola per cui l'uomo è lupo all'altro uomo, che si conserva sublimata nella lotta concorrenziale della società capitalistica, non è per Adorno né il semplice prodotto di un certo ordine economico, che potrebbe essere superato con esso, e neppure qualcosa di cui si possa dire che è radicato nella natura umana (infatti non abbiamo accesso diretto alla natura dell'uomo, ma a ciò che egli è divenuto storicamente). Perciò in qualche misura il sortilegio resta un enigma, quella che Adorno talvolta chiama una «catastrofe irrazionale». Importante, però, è innanzitutto che la condizione di non-libertà venga riconosciuta come tale, e chiamata per nome; così come è decisivo comprendere che nessuna ragione ci costringe a eternarla o assolutizzarla. Proprio in quanto è la critica di ogni assoluto, la dialettica ci insegna che la storia, come il pensiero, è una dimensione aperta: aperta alla minaccia della catastrofe così come all'esito della vera libertà e solidarietà.
Si potrà non essere d'accordo con le tesi che Adorno sostiene, o con le conclusioni cui giunge; gli si dovrebbe però almeno riconoscere il merito di aver posto domande molto serie, che solo una filosofia di piccolo cabotaggio può spensieratamente esorcizzare.
(altri articoli su Adorno sono reperibili su L'Eco di Bergamo, possono, eventualmente essermi richiesti[ndr])
ANNIVERSARI/ L’11 settembre 1903 nasceva a Francoforte il grande pensatore tedesco
di Corrado Ocone
Giusto cento anni fa, l’11 settembre 1903, nasceva a Francoforte uno dei pensatori più influenti del secolo scorso: Theodor Wiesegrund Adorno. Fondatore, con Max Horkheimer, del celebre Istituto per le scienze sociali della città sul Meno, in fuga dal nazismo in quanto di origine ebraica, dopo aver riparato negli Stati Uniti, Adorno ritornò in patria subito dopo la guerra e insegnò a Francoforte fino al 1968. Un anno dopo morì in Svizzera. Per ricordare Adorno, abbiamo ascoltato le parole di quattro fra i più noti filosofi italiani e, con il loro aiuto, abbiamo provato a costruire un glossario minimo dei concetti chiave del suo pensiero. I nostri interlocutori sono stati: Roberto Esposito dell’Orientale di Napoli, Sebastiano Maffettone della Luiss di Roma, Giacomo Marramao di Roma III e Gianni Vattimo dell’Università di Torino, europarlamentare.
Aforisma. È la forma in cui è scritta una delle più importanti opere di Adorno, i Minima Moralia (1951). «Ci vuole un gran coraggio a parlare filosoficamente degli aspetti minimi e quotidiani se si è uno che si è formato sulla tradizione solida della filosofia tedesca, su Kant e su Hegel. Adorno l’ha avuto: tanto di cappello!» (Maffettone).
Contestazione. «Quando arrivai a Francoforte, dopo la laurea, Adorno era morto da un anno, ma la sua presenza era viva, ingombrante. C’era un gruppo di adorniani di sinistra che utilizzava le categorie di Adorno per criticare il maestro, che in qualche modo accusava di tradimento: come poteva essere contro il movimento, se proprio le categorie di emancipazione e autoliberazione, da lui elaborate, ne davano un’efficace spiegazione teorica? Oggi, quegli adorniani non la pensano più così e hanno imparato a rivalutare le tesi diffidenti di Adorno sul movimento» (Marramao).
Critica. Adorno elaborò la cosiddetta Teoria critica, ancora oggi uno dei paradigmi filosofici più importanti, a cui si richiamano anche molti filosofi contemporanei, a cominciare da Habermas: «La teoria critica della Scuola di Francoforte nasce con Horkheimer ma si perfeziona con Adorno. E tutto il pensiero di Adorno è una critica della ragione che si è affermata in Occidente. Credo che, approdato dalla Foresta nera in quel di San Diego in California, il pensatore tedesco sia rimasto colpito da una vita completamente altra, in cui la dimensione razionale e quella del divertimento erano nettamente scisse. La razionalità americana imponeva una standardizzazione della vita che il nostro non capiva» (Maffettone).
Dialettica. «Per Adorno è negativa, nel senso che per lui, al contrario di Hegel, la conciliazione tra storia e ragione non potrà mai esserci. C’è sempre, come dire, uno scarto. Là dove non arriva la ragione, può però arrivare l’arte: che, in alcuni momenti, può catturare nel finito l’infinito» (Maffettone).
Ebraismo. «È possibile pensare dopo Auschwitz? È stato l’ebreo Adorno a porsi per primo la domanda che tiene banco in filosofia ancora oggi (basti pensare a Derrida o ad Agamben). Ma il rapporto con l’ebraismo di Adorno era laico, il suo approccio tutto sommato razionale. In questo egli, che da un lato era attratto da Benjamin, dall’altro, non poco fraintendendolo, respingeva e diffidava della sua vena messianica» (Marramao).
Estetica. «Adorno cerca nell’arte una parziale e possibile conciliazione, una ”promesse de bonheur” per dirla con Baudelaire. Il tutto non alienato a cui, sulla scia della ragione dialettica di Hegel, egli continua ad aspirare si dà solo nell’arte. Al contrario di Marcuse, l’altro autore guida del ’68 in Germania, il riscatto estetico dell’esistenza è per Adorno ”solo” estetico, non ha un valore che trascende l’ambito dell’arte» (Vattimo).
Filosofia. «Adorno è stato un vero filosofo in quanto ha pensato in modo radicale il nostro mondo occidentale, a cominciare da quelle dinamiche relative all’industria culturale che oggi hanno corso in modo esorbitante e su dimensione globale» (Esposito).
Illuminismo. «Dialettica dell’illuminismo (1947) rimane una grande opera sia perché le sue analisi sull’industria culturale sono ancora valide e illuminanti, sia perché è valido ancora, a mio avviso, l’assunto che porta a vedere come mito e lumi siano parenti e non estranei. La mia relazione al convegno che si svolgerà su Adorno (al Goethe Institut di Roma, dal 16 al 18 ottobre prossimi), si intitolerà "Sole nero": alludo proprio al lato oscuro dell’illuminismo che Adorno ha magistralmente individuato» (Esposito).
Organizzazione totale. «È l’epoca in cui la società occidentale è giunta, con la totale razionalizzazione capitalistica del lavoro e della società. Oggi non vale più la tesi di Hegel secondo cui solo il tutto è il vero. Anzi, il tutto è proprio il falso, perché esclude ormai ogni libertà e possibilità di trasformazione» (Vattimo). Anche il «trasgressivo», dice Adorno, viene presto metabolizzato e diventa parte integrante dell’ordine dominante.
Ragione. «Adorno criticava la ragione occidentale, ma un punto di vista ancora razionale. Egli rimane nonostante tutto un razionalista. La sua mira era diretta contro la ragione strumentale, contro il processo di razionalizzazione tecnico e formale» (Marramao).
Rovesciamento. «La teoria critica andava rovesciata in prassi: questa l’idea di Adorno e dei suoi allievi di sinistra. Ma Adorno non ha mai avuto il coraggio, secondo gli stessi, di prendere congedo dal congedo della filosofia» (Marramao).
il manifesto 11.9.03
ADORNO
Di fronte a eterni paradossi
L'11 settembre del 1903, a Francoforte, nasceva Theodor Wiesengrund Adorno. L'incontro con la filosofia e quello con la musica furono pressoché contemporanei. Nel 1924 scrisse la sua tesi sulla fenomenologia di Husserl, lo stesso anno - incantato dall'ascolto di frammenti del Wozzeck - avvicinò Alban Berg per seguirlo a Vienna e studiare con lui composizione. Come la musica, pensava Adorno, la filosofia non dovrebbe ridursi a categorie, ma in primo luogo, comporre
di STEFANO PETRUCCIANI
Le molte iniziative che, in questo autunno, celebreranno il centenario della nascita di Adorno (dal convegno che si tiene in questi giorni a Francoforte a quello che si svolgerà a Roma, in ottobre, presso il Goethe Institut), non bastano certo a contrastare l'impressione che, su questo grande esponente del pensiero critico del Novecento, sia caduta negli ultimi anni una cortina di pesante e pressoché totale silenzio. Al successo incontrastato del suo antagonista Heidegger, ha fatto riscontro un oblio quasi completo di colui che è stato senza dubbio l'ingegno più vivo e stimolante tra quelli che si sono raccolti attorno alla Scuola di Francoforte. Sebbene questo oblio sia per molti aspetti ben comprensibile (anche come reazione alla grande diffusione che le tematiche francofortesi avevano avuto negli anni Sessanta e Settanta), esso però ha finito per nascondere quegli elementi in forza dei quali Adorno potrebbe essere un pensatore molto utile anche nella nostra congiuntura; e quindi, forse, un pensatore molto più attuale di quanto non si creda, e di quanto lo scarso interesse di cui gode oggi non faccia sospettare. La singolare attualità di Adorno, la si può trovare proprio nell'atteggiamento intellettuale con il quale egli si pone di fronte al suo presente: la sua prospettiva, infatti, è quella di un filosofo che costruisce un punto di vista critico sul presente pur essendo fermamente convinto che non c'è a portata di mano nessuna concreta via di azione o di trasformazione, e che quindi non si può fare molto di più che attestarsi sulla intransigente forza di resistenza del pensiero critico, della teoria. Perciò si potrebbe dire che l'orizzonte in cui ragiona Adorno mostra non poche affinità con quello nel quale ci troviamo a vivere oggi: all'evidente ingiustizia e irrazionalità degli assetti di potere globalmente vigenti fa riscontro la percezione di una loro quasi fatale immodificabilità, o quantomeno della drammatica sproporzione di qualsiasi tentativo di incidere seriamente su di essi. A questa disperante antinomia Adorno risponde valorizzando al massimo la valenza anche «pratica» che ha l'esercizio critico del pensiero. E proponendo un'idea di filosofia come «critica», che si esercita tanto sui modi di pensare dominanti, quanto sugli ordinamenti sociali che con quelli inestricabilmente si intrecciano. Sul piano più schiettamente filosofico, «speculativo», la centralità della critica (o della «dialettica», che in Adorno con la critica fa tutt'uno) significa in sostanza una cosa molto semplice. Vuol dire che la filosofia fallisce sia quando si illude di cogliere un presunto principio primo, originario, fondante, sottratto alle mediazioni storiche, linguistiche e sociali (basti ricordare la costante polemica di Adorno contro l'Essere di Heidegger), sia quando, sul versante opposto, rinuncia al suo rigore e si riduce, come accadrà nel postmoderno, a mera conversazione, a puro intrattenimento senza principi. La filosofia non può abdicare alle sue esigenze di rigore, ma le può soddisfare solo nell'elemento della critica: attraverso il continuo esercizio di smontaggio delle interpretazioni del mondo ideologiche, limitate e unilaterali, un esercizio attraverso il quale essa accresce la sua e la nostra consapevolezza.
La critica filosofica, però, non è separabile in Adorno dalla critica della società. Mettersi criticamente in relazione con la società, infatti, non vuol dire commisurare le realtà sociali vigenti con un qualche principio o criterio ad esse estraneo. Significa piuttosto misurare i rapporti sociali dati con quelle idee di razionalità e di libertà che essi pretendono di incarnare, e che invece continuamente tradiscono. Decisivo in questo contesto è il concetto (che Adorno rielabora partendo dalla ricca tradizione dialettica di Hegel, Marx, Lukács) della società come «seconda natura», che consente al pensatore francofortese di mettere in risalto una contraddizione di fondo: i rapporti sociali che dovrebbero essere, secondo la filosofia politica contrattualista o nell'ottica della teoria democratica, il risultato delle libere volontà di uomini razionali, si impongono in realtà agli individui come una potenza da essi incontrollabile, che nega la libertà e la spontaneità del singolo, talvolta nei modi brutali del totalitarismo, talaltra in quelli assai più morbidi della persuasione consumistica e mediatica. Perciò, lungi dall'essere un costrutto di libera razionalità, la società rimane una «seconda natura»: i singoli restano in balìa di soverchianti potenze sociali allo stesso modo in cui, nelle epoche antecedenti alla civilizzazione, gli indifesi primitivi erano vittime delle incontrollabili potenze della natura. E' questo il singolare paradosso di una modernità scaturita dall'intreccio, per altri versi straordinariamente fecondo, di tecnica, industria e capitalismo. Da un lato è grazie a queste potenze che gli uomini, oggi, potrebbero essere tutti liberati dalla scarsità materiale e dalla paura (Adorno lo ribadisce infinite volte, e perciò hanno torto marcio coloro che lo hanno considerato un nemico della tecnica e dell'industria); ma dall'altro questa possibilità si sposta sempre più lontano perché i rapporti sociali vigenti continuano a riprodursi, dice Adorno, attraverso l'antagonismo: quasi costituissero una forma sublimata della guerra hobbesiana di tutti contro tutti, dove ognuno è consegnato alla lotta concorrenziale per l'autoconservazione e deve sacrificare al meccanismo dominante ogni spontaneità. Gli uomini restano così sotto il «sortilegio», si liberano dalla paura delle potenze naturali solo per soggiacere più duramente all'angoscia sociale; per dirla con le parole della Dialettica negativa: «La storia umana, il progressivo dominio sulla natura, prosegue quella inconsapevole della natura, mangiare ed essere mangiati».
Ma come si può infrangere il maligno incantesimo? Il pensiero di Adorno non offre risposte preconfezionate, ma non cessa di interrogarsi intorno a questa domanda. Ed è proprio su questo punto che il suo approccio sembra differenziarsi in modo abbastanza rilevante dalla tradizione marxista, nella quale per altri versi Adorno si inscrive. Il principio del dominio, la regola per cui l'uomo è lupo all'altro uomo, che si conserva sublimata nella lotta concorrenziale della società capitalistica, non è per Adorno né il semplice prodotto di un certo ordine economico, che potrebbe essere superato con esso, e neppure qualcosa di cui si possa dire che è radicato nella natura umana (infatti non abbiamo accesso diretto alla natura dell'uomo, ma a ciò che egli è divenuto storicamente). Perciò in qualche misura il sortilegio resta un enigma, quella che Adorno talvolta chiama una «catastrofe irrazionale». Importante, però, è innanzitutto che la condizione di non-libertà venga riconosciuta come tale, e chiamata per nome; così come è decisivo comprendere che nessuna ragione ci costringe a eternarla o assolutizzarla. Proprio in quanto è la critica di ogni assoluto, la dialettica ci insegna che la storia, come il pensiero, è una dimensione aperta: aperta alla minaccia della catastrofe così come all'esito della vera libertà e solidarietà.
Si potrà non essere d'accordo con le tesi che Adorno sostiene, o con le conclusioni cui giunge; gli si dovrebbe però almeno riconoscere il merito di aver posto domande molto serie, che solo una filosofia di piccolo cabotaggio può spensieratamente esorcizzare.
(altri articoli su Adorno sono reperibili su L'Eco di Bergamo, possono, eventualmente essermi richiesti[ndr])
Franco Battiato
Libertà 11.9.03
FRANCO BATTIATO
Parla il musicista e regista, a Bobbio col suo “Perduto amor”. «Presto un nuovo film»
Io, Moro mancato per Bellocchio
«La musica? Endrigo vale i migliori lieder di Schubert»
di Oliviero Marchesi
Di Buongiorno, notte, il nuovo film di Marco Bellocchio, si sta parlando e scrivendo molto. Finora, però, è circolata solo in sparuti circoli di addetti ai lavori la voce secondo cui la scelta originaria del regista piacentino per la parte di Aldo Moro (poi splendidamente interpretato dall'attore teatrale Roberto Herlitzka) sarebbe caduta - a sorpresa - sul cantante e musicista Franco Battiato. E confermare tutto è il diretto interessato: «E' vero, Bellocchio mi ha chiesto di farmi attore per lui» ci ha detto Battiato, ieri a Bobbio per incontrare gli allievi di Fare Cinema e presentare al cinema Le Grazie (nel secondo appuntamento di Incontri con gli autori, la rassegna “collaterale” al laboratorio diretto dallo stesso Bellocchio nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia) il suo sorprendente debutto dietro la macchina da presa: Perduto amor. Cortesissimo ma in qualche modo distante, l'astemio e vegetariano Battiato si è fatto intervistare da noi su un divano dell'albergo “Piacentino” dopo un (frugale) pranzo in compagnia di Bellocchio. La sua parlata è senza accento, l'elaborata gentilezza dei suoi modi sembra uno schermo verso l'interlocutore, il segno di una riservatezza profonda. Lo sguardo, dietro gli occhiali neri che indossa anche nella penombra del salottino, è mite e sorridente. «Sinceramente non so perché Bellocchio abbia pensato a me per il ruolo di Moro - dice - forse non solo per la figura ma anche per questa mia voce fessa...(Risatina). Rimasi spiazzato ma, certo, quando un regista come Bellocchio ti propone una cosa del genere ci pensi molto prima di rispondergli no. Alla fine rifiutai, a malincuore, perché ero impegnato nel montaggio di Perduto amor e non volevo mettere a repentaglio l'uscita del mio film per recitare nel film di un altro, per bello che fosse».
(...)
FRANCO BATTIATO
Parla il musicista e regista, a Bobbio col suo “Perduto amor”. «Presto un nuovo film»
Io, Moro mancato per Bellocchio
«La musica? Endrigo vale i migliori lieder di Schubert»
di Oliviero Marchesi
Di Buongiorno, notte, il nuovo film di Marco Bellocchio, si sta parlando e scrivendo molto. Finora, però, è circolata solo in sparuti circoli di addetti ai lavori la voce secondo cui la scelta originaria del regista piacentino per la parte di Aldo Moro (poi splendidamente interpretato dall'attore teatrale Roberto Herlitzka) sarebbe caduta - a sorpresa - sul cantante e musicista Franco Battiato. E confermare tutto è il diretto interessato: «E' vero, Bellocchio mi ha chiesto di farmi attore per lui» ci ha detto Battiato, ieri a Bobbio per incontrare gli allievi di Fare Cinema e presentare al cinema Le Grazie (nel secondo appuntamento di Incontri con gli autori, la rassegna “collaterale” al laboratorio diretto dallo stesso Bellocchio nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia) il suo sorprendente debutto dietro la macchina da presa: Perduto amor. Cortesissimo ma in qualche modo distante, l'astemio e vegetariano Battiato si è fatto intervistare da noi su un divano dell'albergo “Piacentino” dopo un (frugale) pranzo in compagnia di Bellocchio. La sua parlata è senza accento, l'elaborata gentilezza dei suoi modi sembra uno schermo verso l'interlocutore, il segno di una riservatezza profonda. Lo sguardo, dietro gli occhiali neri che indossa anche nella penombra del salottino, è mite e sorridente. «Sinceramente non so perché Bellocchio abbia pensato a me per il ruolo di Moro - dice - forse non solo per la figura ma anche per questa mia voce fessa...(Risatina). Rimasi spiazzato ma, certo, quando un regista come Bellocchio ti propone una cosa del genere ci pensi molto prima di rispondergli no. Alla fine rifiutai, a malincuore, perché ero impegnato nel montaggio di Perduto amor e non volevo mettere a repentaglio l'uscita del mio film per recitare nel film di un altro, per bello che fosse».
(...)
Corriere della Sera: Francesco Merlo ne sa di sogni...
Corriere della Sera 11.9.03
Dopo il film di Bellocchio «Buongiorno, notte» presentato a Venezia: le ricostruzioni psicologiche e il ritorno del «doppio Stato»
I sogni finti dei brigatisti e la tragica realtà di Moro
di Francesco Merlo
Dunque di nuovo saremmo scemi, noi che già allora eravamo scemi perché antidemocristiani ma democratici. Dunque ora saremmo scemi perché non capiamo, anzi non sappiamo e neppure immaginiamo quanti bei sogni di libertà facevano, tra un omicidio e l'altro, i criminali delle Brigate rosse. E, scemi come siamo, benché pazientemente ce lo spieghino un film celebratissimo, la Braghetti, la Faranda, il Foglio , e persino l'Unità , ancora oggi non vediamo com'era bello e simbolico e candido il sogno di riscatto e di purezza che la brigatista, carceriera e assassina di Moro, fece poco prima di partecipare alla sua uccisione.
E chissà dopo la morte di Moro cosa ancora sognò, prima di commettere gli altri delitti, questa stessa signora Braghetti, che ora fa la scrittrice ed è l’ispiratrice del film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte , che noi a Venezia non avremmo premiato neppure se ci fosse piaciuto, perché non se ne può più dei pazzi che devono anche avere ragione, di queste anime aride che non sognano ma delirano, visto che i sogni veri sono privati e solo i mostri non hanno privato ma ambientano le loro visioni sulla panchina di Lenin o sulla locomotiva proletaria, e nel sonno vedono la faccia di Stalin e sentono il coro dell’Aida, Schubert e i Pink Floyd. Questi sono sogni? Chissà come ci resterebbero male Fellini e Buñuel... In somma non ne possiamo più di questa psicologia degli assassini, che avrebbe bisogno più di un infermiere che di un regista cinematografico. D’altra parte siamo scemi anche perché non ci convince che sarebbe bastata una scoppoletta a fermarli, e che gli assassini di Moro non erano mostri ma mostriciattoli sognatori, e che anzi c’era una delicatezza nascosta in loro, come un fiore nel corpo di una iena, e che il vero mostro stava invece altrove, nel sottofondo dello Stato, nel doppio Stato che con una mano combatteva e con l’altra proteggeva le brigate rosse, come ha raccontato Adriana Faranda al Giornale e all’ Unità : «Ancora mi chiedo perché non ci hanno mai preso. Eravamo l’anello debole, abbiamo consegnato decine di lettere, eravamo così vulnerabili e non capisco perché non ci prendevano». Insomma, erano, in fondo in fondo, tutti buoni i protagonisti di quei terribili giorni di morte. Tutti buoni, ci suggerisce questa ricostruzione psicanalitica, tranne il Papa, Andreotti e il Pci. E’ come se ci fosse una stessa tensione che corre tra la Faranda di allora e alcuni giornali di oggi, tra i quali incredibilmente l’ Unità , ovviamente di ora e non certo di allora, che fu il giornale della fermezza dello Stato (tutto intero), quello del compromesso storico, quello che fece giganteggiare sul piedistallo della democrazia e della civiltà un leader politico discutibile come Aldo Moro. E va bene che siamo in tempi di moralismo politico semplificatorio che, a testa bassa, non sopporta le mediazioni e le articolazioni complesse, ma davvero non si capisce perché i brigatisti debbano parlare così tanto, visto che l’unica cosa che san no fare in più di noi è ammazzare qualcuno, e dunque forse dovrebbero ascoltare noi piuttosto che parlare a noi. Si afferma invece una specie di sottocultura che li rende protagonisti, e che accoglie le loro foto segnaletiche non nelle stanze del Museo Pitrè, quello dei briganti siciliani, ma nei dibattiti della vita civile. Chissà dunque cosa sognò Maria Laura Braghetti prima di uccidere ancora, due anni dopo l’assassinio di Moro. Chissà come fu onirica la sua notte il 12 febbraio 1980, poche ora prima che ammazzasse come un cane il professore Vittorio Bachelet in un altro di quei vigliacchi agguati che ovviamente n on sono agguati e criminalità ma rivoluzione, lotta di classe, ideologia, religione. E chissà com’erano dolci le kapò naziste quando sognavano nel loro letto, tra una tortura e l’altra. Spiace doverlo dire con crudezza ma se fossero dignitosi, Maria Laura Braghetti, Adriana Faranda, Valerio Morucci e tutti - ma proprio tutti - gli altri brigatisti, tutti assassini in libertà, dovrebbero farsi dimenticare, piuttosto che partecipare al dibattito sull’ingegneria istituzionale, sul regime che fu e su quello che avrebbe potuto essere. E se fossimo dignitosi noi, che bene abbiamo fatto a liberarli per civiltà giuridica e per generosità sociale, ora li relegheremmo in un obitorio culturale. Non è dignitoso, non è educativo, non è giusto e non è nemmeno interessante che proprio loro ci vengano a raccontare come e perché la morte di Moro ha cambiato l’Italia. In piena sintonia con i sogni della Braghetti e con le tesi della Faranda, un fondo dell’autorevole, e solitamente ragionevole, compagno Bruno Ugolini sull’ Unità («Moro, e se lo avessero liberato?»), ci ha spiegato che «con Moro vivo, Berlusconi Previti e Bossi non sarebbero comparsi all’improvviso a fare il bello e il cattivo tempo in questo paese». L’astuzia del doppio Stato insomma ha usato la Faranda per rifilarci Berlusconi e Previti. Quale Letta e quale Ferrara!, ora finalmente sappiamo con chi prendercela: con la Faranda, con l’ingenuità della Faranda, povera donna. Anche l’ Unità di oggi avrebbe dunque voluto salvare Moro, trattare con le Br di allora, fermare il secondo Stato, lo Stato della fermezza, vale a dire il Pci? L’ Unità di oggi contro l’ Unità di ieri? Lilliput contro Berlinguer? Inutile chiedere in quale ideologia sognatrice si siano dissolti i drammi umani e familiari, reali e duraturi dei cinque proletari della scorta di Moro. In cambio di quale chiacchiera politologica e per quale aberrante ragione si potrebbe dimenticare il sangue di quella mattina? Un poco meno visionari di Ugolini, i brigatisti si sono limitati a farfugliare che se avessero restituito Moro ai suoi familiari invece di ucciderlo, non ci sarebbe stato bisogno di attendere l a caduta del muro di Berlino, le inchieste di tangentopoli, il referendum di Mario Segni e tutto il resto per liberare l’Italia. Ma liberarla da che cosa? Non è vero che in quel covo Moro e i suoi assassini erano prigionieri di una stessa miseria nazionale. Moro era un uomo che faceva politica, che non trattava la classe operaia con i cannoni di Bava Beccaris o con le milizie padronali, era un interlocutore anche dei ceti poveri, un interlocutore politico e non un sequestratore o un bombardiere. La figura di Moro, morte compresa, appartiene alla storia della politica italiana. Quella dei suoi assassini alla criminologia che, grazie a Dio, non è più razzismo lombrosiano. E infatti il presunto regime non ha fucilato i brigatisti, li ha sottratti anche all’ergastolo, e non riserva ai loro cervelli la conservazione in formalina. Ma tutti questi microfoni e cineprese, questo compiacerli, e tutto questo sdolcinarli e somministrarceli in un dibattito psicopolitico che, va detto chiaro, non interessa a nessuno, salvo a qualche allievo di Freud e di Lombroso, sono altrettanto aberranti, forse persino peggio della formalina.
Dopo il film di Bellocchio «Buongiorno, notte» presentato a Venezia: le ricostruzioni psicologiche e il ritorno del «doppio Stato»
I sogni finti dei brigatisti e la tragica realtà di Moro
di Francesco Merlo
Dunque di nuovo saremmo scemi, noi che già allora eravamo scemi perché antidemocristiani ma democratici. Dunque ora saremmo scemi perché non capiamo, anzi non sappiamo e neppure immaginiamo quanti bei sogni di libertà facevano, tra un omicidio e l'altro, i criminali delle Brigate rosse. E, scemi come siamo, benché pazientemente ce lo spieghino un film celebratissimo, la Braghetti, la Faranda, il Foglio , e persino l'Unità , ancora oggi non vediamo com'era bello e simbolico e candido il sogno di riscatto e di purezza che la brigatista, carceriera e assassina di Moro, fece poco prima di partecipare alla sua uccisione.
E chissà dopo la morte di Moro cosa ancora sognò, prima di commettere gli altri delitti, questa stessa signora Braghetti, che ora fa la scrittrice ed è l’ispiratrice del film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte , che noi a Venezia non avremmo premiato neppure se ci fosse piaciuto, perché non se ne può più dei pazzi che devono anche avere ragione, di queste anime aride che non sognano ma delirano, visto che i sogni veri sono privati e solo i mostri non hanno privato ma ambientano le loro visioni sulla panchina di Lenin o sulla locomotiva proletaria, e nel sonno vedono la faccia di Stalin e sentono il coro dell’Aida, Schubert e i Pink Floyd. Questi sono sogni? Chissà come ci resterebbero male Fellini e Buñuel... In somma non ne possiamo più di questa psicologia degli assassini, che avrebbe bisogno più di un infermiere che di un regista cinematografico. D’altra parte siamo scemi anche perché non ci convince che sarebbe bastata una scoppoletta a fermarli, e che gli assassini di Moro non erano mostri ma mostriciattoli sognatori, e che anzi c’era una delicatezza nascosta in loro, come un fiore nel corpo di una iena, e che il vero mostro stava invece altrove, nel sottofondo dello Stato, nel doppio Stato che con una mano combatteva e con l’altra proteggeva le brigate rosse, come ha raccontato Adriana Faranda al Giornale e all’ Unità : «Ancora mi chiedo perché non ci hanno mai preso. Eravamo l’anello debole, abbiamo consegnato decine di lettere, eravamo così vulnerabili e non capisco perché non ci prendevano». Insomma, erano, in fondo in fondo, tutti buoni i protagonisti di quei terribili giorni di morte. Tutti buoni, ci suggerisce questa ricostruzione psicanalitica, tranne il Papa, Andreotti e il Pci. E’ come se ci fosse una stessa tensione che corre tra la Faranda di allora e alcuni giornali di oggi, tra i quali incredibilmente l’ Unità , ovviamente di ora e non certo di allora, che fu il giornale della fermezza dello Stato (tutto intero), quello del compromesso storico, quello che fece giganteggiare sul piedistallo della democrazia e della civiltà un leader politico discutibile come Aldo Moro. E va bene che siamo in tempi di moralismo politico semplificatorio che, a testa bassa, non sopporta le mediazioni e le articolazioni complesse, ma davvero non si capisce perché i brigatisti debbano parlare così tanto, visto che l’unica cosa che san no fare in più di noi è ammazzare qualcuno, e dunque forse dovrebbero ascoltare noi piuttosto che parlare a noi. Si afferma invece una specie di sottocultura che li rende protagonisti, e che accoglie le loro foto segnaletiche non nelle stanze del Museo Pitrè, quello dei briganti siciliani, ma nei dibattiti della vita civile. Chissà dunque cosa sognò Maria Laura Braghetti prima di uccidere ancora, due anni dopo l’assassinio di Moro. Chissà come fu onirica la sua notte il 12 febbraio 1980, poche ora prima che ammazzasse come un cane il professore Vittorio Bachelet in un altro di quei vigliacchi agguati che ovviamente n on sono agguati e criminalità ma rivoluzione, lotta di classe, ideologia, religione. E chissà com’erano dolci le kapò naziste quando sognavano nel loro letto, tra una tortura e l’altra. Spiace doverlo dire con crudezza ma se fossero dignitosi, Maria Laura Braghetti, Adriana Faranda, Valerio Morucci e tutti - ma proprio tutti - gli altri brigatisti, tutti assassini in libertà, dovrebbero farsi dimenticare, piuttosto che partecipare al dibattito sull’ingegneria istituzionale, sul regime che fu e su quello che avrebbe potuto essere. E se fossimo dignitosi noi, che bene abbiamo fatto a liberarli per civiltà giuridica e per generosità sociale, ora li relegheremmo in un obitorio culturale. Non è dignitoso, non è educativo, non è giusto e non è nemmeno interessante che proprio loro ci vengano a raccontare come e perché la morte di Moro ha cambiato l’Italia. In piena sintonia con i sogni della Braghetti e con le tesi della Faranda, un fondo dell’autorevole, e solitamente ragionevole, compagno Bruno Ugolini sull’ Unità («Moro, e se lo avessero liberato?»), ci ha spiegato che «con Moro vivo, Berlusconi Previti e Bossi non sarebbero comparsi all’improvviso a fare il bello e il cattivo tempo in questo paese». L’astuzia del doppio Stato insomma ha usato la Faranda per rifilarci Berlusconi e Previti. Quale Letta e quale Ferrara!, ora finalmente sappiamo con chi prendercela: con la Faranda, con l’ingenuità della Faranda, povera donna. Anche l’ Unità di oggi avrebbe dunque voluto salvare Moro, trattare con le Br di allora, fermare il secondo Stato, lo Stato della fermezza, vale a dire il Pci? L’ Unità di oggi contro l’ Unità di ieri? Lilliput contro Berlinguer? Inutile chiedere in quale ideologia sognatrice si siano dissolti i drammi umani e familiari, reali e duraturi dei cinque proletari della scorta di Moro. In cambio di quale chiacchiera politologica e per quale aberrante ragione si potrebbe dimenticare il sangue di quella mattina? Un poco meno visionari di Ugolini, i brigatisti si sono limitati a farfugliare che se avessero restituito Moro ai suoi familiari invece di ucciderlo, non ci sarebbe stato bisogno di attendere l a caduta del muro di Berlino, le inchieste di tangentopoli, il referendum di Mario Segni e tutto il resto per liberare l’Italia. Ma liberarla da che cosa? Non è vero che in quel covo Moro e i suoi assassini erano prigionieri di una stessa miseria nazionale. Moro era un uomo che faceva politica, che non trattava la classe operaia con i cannoni di Bava Beccaris o con le milizie padronali, era un interlocutore anche dei ceti poveri, un interlocutore politico e non un sequestratore o un bombardiere. La figura di Moro, morte compresa, appartiene alla storia della politica italiana. Quella dei suoi assassini alla criminologia che, grazie a Dio, non è più razzismo lombrosiano. E infatti il presunto regime non ha fucilato i brigatisti, li ha sottratti anche all’ergastolo, e non riserva ai loro cervelli la conservazione in formalina. Ma tutti questi microfoni e cineprese, questo compiacerli, e tutto questo sdolcinarli e somministrarceli in un dibattito psicopolitico che, va detto chiaro, non interessa a nessuno, salvo a qualche allievo di Freud e di Lombroso, sono altrettanto aberranti, forse persino peggio della formalina.
Repubblica on line
Repubblica on line GIOVEDÌ, 11 SETTEMBRE 2003
Caso Moro: "Buongiorno, notte" e bentornata ferita della memoria
Per tutta una generazione che è cresciuta nella rassicurante famiglia dell´ideologia, quei 55 giorni del 1978 - la traiettoria che lega nello spazio e nel tempo l´asfalto di via Fani e la Renault rossa di via Caetani - sono una lunga linea d´ombra e la morte di Aldo Moro una cesura irrimediabile: non a caso, forse, proprio un regista simbolo della rivolta come Marco Bellocchio, l´autore dei "Pugni in tasca", ne ha elaborato il lutto e, ritrovando gli stessi accenti di genuina laicità che abbiamo amato ne "L´ora di religione", ci ha restituito la memoria di quella tragedia.
Opera claustrofobica e intimista, filtrata dal punto di vista di una giovane brigatista, "Buongiorno, notte" alterna i riti della quotidianità e l´intensità di pochi magici dialoghi; Bellocchio respinge le tentazioni dietrologiche che percorrevano "Il caso Moro" di Giuseppe Ferrara e "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli, ed evitando i complottismi ricostruisce il meccanismo di un delirio astratto che produce concreta violenza.
Se nel ruolo dei brigatisti Luigi Lo Cascio e Maya Sansa sono eccellenti conferme, Roberto Herlitzka interpreta lo statista, così legato nell´immaginario cinefilo alla figura di Gian Maria Volonté, con toni più sobri ma altrettanto ispirati: l´altro epilogo di questo film notturno, nella dimensione del sogno, ha il suo volto felice e luminoso.
Il film di Bellocchio
sarà premiato dalla gente
lettera di Ines Di Giacinto
digiacintoines@virgilio.it
Personalmente , non ho ancora visto "Buongiorno, notte", ma da quello che ho sentito dire e che si può percepire dagli spezzoni di film mostrati dalle numerose pubbli¬cità, non ne dubito, anzi sono sicura che sia bellissimo. Sicuramente ne è convinto anche Bellocchio, che però in questo momento dimentica la gran premiazione della critica e del pubblico scagliandosi sul mancato Leone D'Oro della Mostra del Cinema di Venezia andato a un altrettanto meritevole film russo. Forse quando la rabbia sarà passata il registra si accorgerà della massima gratificazione: essere premiato dalla gente. E poi se ci si riflette due minuti... Potrebbe accadere come a volte accade a Sanremo, no? La canzone che vince vende meno di altri.
Caso Moro: "Buongiorno, notte" e bentornata ferita della memoria
Per tutta una generazione che è cresciuta nella rassicurante famiglia dell´ideologia, quei 55 giorni del 1978 - la traiettoria che lega nello spazio e nel tempo l´asfalto di via Fani e la Renault rossa di via Caetani - sono una lunga linea d´ombra e la morte di Aldo Moro una cesura irrimediabile: non a caso, forse, proprio un regista simbolo della rivolta come Marco Bellocchio, l´autore dei "Pugni in tasca", ne ha elaborato il lutto e, ritrovando gli stessi accenti di genuina laicità che abbiamo amato ne "L´ora di religione", ci ha restituito la memoria di quella tragedia.
Opera claustrofobica e intimista, filtrata dal punto di vista di una giovane brigatista, "Buongiorno, notte" alterna i riti della quotidianità e l´intensità di pochi magici dialoghi; Bellocchio respinge le tentazioni dietrologiche che percorrevano "Il caso Moro" di Giuseppe Ferrara e "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli, ed evitando i complottismi ricostruisce il meccanismo di un delirio astratto che produce concreta violenza.
Se nel ruolo dei brigatisti Luigi Lo Cascio e Maya Sansa sono eccellenti conferme, Roberto Herlitzka interpreta lo statista, così legato nell´immaginario cinefilo alla figura di Gian Maria Volonté, con toni più sobri ma altrettanto ispirati: l´altro epilogo di questo film notturno, nella dimensione del sogno, ha il suo volto felice e luminoso.
Il film di Bellocchio
sarà premiato dalla gente
lettera di Ines Di Giacinto
digiacintoines@virgilio.it
Personalmente , non ho ancora visto "Buongiorno, notte", ma da quello che ho sentito dire e che si può percepire dagli spezzoni di film mostrati dalle numerose pubbli¬cità, non ne dubito, anzi sono sicura che sia bellissimo. Sicuramente ne è convinto anche Bellocchio, che però in questo momento dimentica la gran premiazione della critica e del pubblico scagliandosi sul mancato Leone D'Oro della Mostra del Cinema di Venezia andato a un altrettanto meritevole film russo. Forse quando la rabbia sarà passata il registra si accorgerà della massima gratificazione: essere premiato dalla gente. E poi se ci si riflette due minuti... Potrebbe accadere come a volte accade a Sanremo, no? La canzone che vince vende meno di altri.
mercoledì 10 settembre 2003
sull'Unità il commento di Adriana Faranda a Buongiorno, notte
l'Unità 10.9.03
Il caso Moro e il film Buongiorno, notte
Faranda, ex br: «Mi chiedo perché non ci hanno mai preso...»
di Federica Fantozzi
C’è una scena di Buongiorno, notte in cui le due vite di Maya Sansa-Anna Laura Braghetti, bibliotecaria di giorno e brigatísta di notte, si sfiorano, collidono e implodono all'interno dell'esile corpo di colei che le conduce. Accade quando un collega ignaro le descrive come in una sceneggiatura ha immaginato i carcerieri del presidente della Dc: «Fra loro c'è una donna, giovane, come te. È divisa, lacerata, non sa cosa volere. Denunciare i suoi compagni le parrebbe un tradimento troppo grosso, ma neppure riesce a condividere fino in fondo quanto sta accadendo».
Adriana Faranda, sdraiata sul divano, fuma una sigaretta dopo l'altra. Fissa lo schermo dove solo gli occhi vitrei di Sansa-Braghetti, uno scatto delle gambe, una frazione di sguardo in fuga, ne testimoniano il corto circuito interiore. Quella frase la colpisce: «Anch'io mi sentivo così. Divisa fra la rigidità dello Stato e la disciplina dell'organizzazione». Un «senso di claustrofobia», prosegue Faranda, che il film rende appíeno. È un film notturno, di interni del «covo», di atmosfere cupe e dialoghi mozzi: prigioniero Aldo Moro; prigionieri della loro scelta anche i quattro carcerierì (la Braghetti - al cui libro si è ispirato Bellocchio - Maccari, Gallinari e Moretti) e quanti altri erano a parte del sequestro.
All'epoca Adriana Faranda era, insieme al suo uomo Valerio Morucci, alla guida della colonna romana delle Br. Nota alle cronache come «la donna con la Skorpion» nell'operazione ebbe un ruolo di supporto logistico. 0ggi è libera dopo aver scontato 15 anni, più due di libertà condizionale. Dall'esperienza della lotta armata si è dissociata, non pentita: ha riflettuto, cioè, senza far nomi. Sia lei che Morucci si opposero all'esecuzione dell'ostaggio, ruppero con le Br e furono condannati a morte. E adesso? Si definisce una «convertita al dialogo», ma soprattutto una «spretata»: «Non ho cercato un'altra chiesa. Quelle che vedo in giro non mi sembrano poi tanto meglio» taglia corto. Dal televisore - al secondo piano della casa in cui vive con il compagno francese e i due enormi, pelosissimi cani Ginevra e Pico - arriva la voce bassa di Roberto Herlitzka nella parte di Moro. Lo statista Dc sa di avere di fronte dei fanatici, il ruolo che il regista gli attribuisce è quello di un padre confessore: «Sono cristiano, ma con le crociate abbiamo finito da secoli, l'ultima stregavenne bruciata in Svizzera». Faranda annuisce e chiude il cerchio: «Per noi la lotta armata era una religione, le Br una chiesa».
Ha acconsentito, dopo molte esitazioni, a guardare una videocassetta del film. A notte fonda, con la terrazza spalancata sul lago silenzioso e illuminato dalla luna. Niente cinema: «Non mi piace l'idea deì brigatisti che vanno a rivedersi sullo schermo, c'è una questione di opportunità». Si è astenuta dal Caso Moro di Ferrara e da Piazza delle Cinque Lune di Martinelli. Qui è un po' diverso. Tre anni fa Bellocchio avrebbe voluto i diritti cinematografici della sua autobiografia. Lei non ha ceduto e non lo rimpiange, anche se il film le piace: «È toccante, Anna Laura ne esce bene. Ma lei era così: una persona sensibile». Questo fa il film: umanizza i terroristi, restituisce ì volti di assassini tormentati dai dubbi e privi di argomentazioni, piccoli anche nelle domande, schiacciati dalla fede pacata di Moro.
A toccare Faranda è poi un'altra scena: Sansa-Braghetti aspetta nell'appartamento il ritorno del commando; suonano, ma è una vicina che le mette in braccio il figlio neonato; poco dopo, arriveranno i tre con l'ostaggio. Dice «Questa contemporaneità è un momento intenso. Una metafora forse facile ma certo attinente alla sensibilità femminile». L'uomo inerme come un infante? «La goffaggine di Anna Laura nel tenere il bambino è pari all'incapacità di rapportarsi a Moro. In entrambi i casi le mancano gli strumenti».
«C'era molta angoscia - ricorda ancora Faranda - Quante Anna Laura fra noi, contrarie ma incapaci di opporsi, sarebbero emerse se solo si fosse trovato il linguaggio giusto. Perché se per una cosa non si trovavano motivazioni razionali, tanto valeva non dirla. Eravamo stretti nella camicia di forza dell'ideologia». Giá, il linguaggio, che doveva essere polifico e non umanitario, perché guai a vedere Moro come un uomo anziché il simbolo dei potere. Eppure, la consapevolezza crescente di essere soli. «Non trovavamo consenso neppure nell'acqua in cui nuotavamo - dice Faranda - nelle assemblee universitarie ci chiedevano di liberarlo». Era Moretti a informarla durante le riunioni periodiche della colonna romana. Moro scriveva lettere su lettere, rendendosi intanto conto che sarebbero state vane: «Ne scrisse una trentina. Agli amici potenti che lo avevano scaricato. A sua moglie Noretta, una lettera bellissima e sconvolgente. Ci sconvolse vedere il suo stile involuto divenire così semplice, essenziale». Lei le portava «al solito posto», una chiesa, dove le raccoglieva un ex militante di Potere Operaio, Lanfranco Pace: «Una, addirittura, la lasciai sotto casa di Andreotti, tanto per toccargli il naso». Pace era in contatto con i socialisti «gli unici disponibili a trattare». Faranda ricorda che nessuno mai li seguì né li intercettò: «Eppure all'università bastava chiedere chi fossero i brigatisti, lo sapevano in molti. Mi chiedo perché non ci hanno mai preso. Ci hanno lasciato fare? Non sono in grado di darmi una risposta, ma è una riflessione che ho fatto». Moretti poteva essere un infiltrato? «Non lo credo, è la tesi di Franceschini ma per me sono sciocchezze. Si è fatto 20 anni di galera. No, Moro lo abbiamo ucciso noi, non i servizi».
Buongiorno, notte si avvia alla fine. Moretti e gli altri sono delusi, dal prigioniero non hanno avuto conferma dell'esistenza del Sim, l'ipotetico Stato Imperialista delle Multinazionali, né di altro: «Era elusivo, sfuggente. Non riuscivano a incastrarlo. Li portava in giro dove voleva».
Herhtzka-Moro scrive al Papa affinché interceda per lui. Chiede ai suoi carcerieri di esprimere un giudizio su quello scritto, se sia convincente o meno. Sansa-Braghetti ascolta e piange. «L'ha commossa?« spera Moro. «No - è la crudele risposta - E una lettera debole e rassegnata. Ma forse va bene così, tanto deve leggerla un vecchio». Di nuovo l'ostacolo della lingua, ma affiora la frustrazione: «Anna Laura avrebbe voluto sentire parole diverse, più forti, più incisive». Parole in grado di salvare quell'uomo condannato da inarrestabili meccanismi a orologeria attivati da loro stessi.
Eppure, il messaggio di Paolo VI non fu privo di conseguenze: «Raggiunse molti di noi come uno shock. Io fui colpita da due cose. Anzitutto si rivolgeva agli “uomini delle Brigate Rosse", partiva da quegli stessi valori di umanità da cui ci eravamo mossi noi, prima di diventare una versione in sedicesimo dello Stato-nemico. E poi la richiesta di liberarlo senza contropartita». Lì scatta il dissenso: «Proprio quello sarebbe stato un atto di forza. Noi lo avevamo preso, noi potevamo ucciderlo, noi decidevamo di lasciarlo andare Moro vivo avrebbe messo in crisi lo Stato e, forse, anche le Br», Nonostante il no della coppia, le colonne brigatiste confermano la sentenza della «giustizia proletaria»: «Fu una decisione presa a maggioranza, Morettì non fu giudice ultimo». Faranda era già quasi fuori dalle logiche che l'avevano armata.
Venticinque anni dopo le è difficile deporre un ultimo interrogativo che somiglia a uno scudo: «Se solo lo Stato avesse trattato Lo hanno fatto per tutti tranne che per lui. Bastava liberare qualche detenuto, anche al di fuori della lista che avevamo redatto. 0 anche, senza rilasciare nessuno, chiudere le carceri speciali. 0 dare un segnale qualunque di voler intavolare una trattativa, che avrebbe spaccato il fronte dell'intransigenza brigatìsta... ». La linea della fermezza, che l'opera di Bellocchio ritrae senza padri, oggi appare una linea Maginot delle colpe e dei rimorsi collettivi e individuali. Buongiorno, notte è finito. Resta il sapore di una seduta di analisi retrospettiva: «Questo filmè più facile da capire per noi che per gli spettatori estranei, Noi ne possediamo il linguaggio, le chiavi di lettura». E i ricordi.
Il caso Moro e il film Buongiorno, notte
Faranda, ex br: «Mi chiedo perché non ci hanno mai preso...»
di Federica Fantozzi
C’è una scena di Buongiorno, notte in cui le due vite di Maya Sansa-Anna Laura Braghetti, bibliotecaria di giorno e brigatísta di notte, si sfiorano, collidono e implodono all'interno dell'esile corpo di colei che le conduce. Accade quando un collega ignaro le descrive come in una sceneggiatura ha immaginato i carcerieri del presidente della Dc: «Fra loro c'è una donna, giovane, come te. È divisa, lacerata, non sa cosa volere. Denunciare i suoi compagni le parrebbe un tradimento troppo grosso, ma neppure riesce a condividere fino in fondo quanto sta accadendo».
Adriana Faranda, sdraiata sul divano, fuma una sigaretta dopo l'altra. Fissa lo schermo dove solo gli occhi vitrei di Sansa-Braghetti, uno scatto delle gambe, una frazione di sguardo in fuga, ne testimoniano il corto circuito interiore. Quella frase la colpisce: «Anch'io mi sentivo così. Divisa fra la rigidità dello Stato e la disciplina dell'organizzazione». Un «senso di claustrofobia», prosegue Faranda, che il film rende appíeno. È un film notturno, di interni del «covo», di atmosfere cupe e dialoghi mozzi: prigioniero Aldo Moro; prigionieri della loro scelta anche i quattro carcerierì (la Braghetti - al cui libro si è ispirato Bellocchio - Maccari, Gallinari e Moretti) e quanti altri erano a parte del sequestro.
All'epoca Adriana Faranda era, insieme al suo uomo Valerio Morucci, alla guida della colonna romana delle Br. Nota alle cronache come «la donna con la Skorpion» nell'operazione ebbe un ruolo di supporto logistico. 0ggi è libera dopo aver scontato 15 anni, più due di libertà condizionale. Dall'esperienza della lotta armata si è dissociata, non pentita: ha riflettuto, cioè, senza far nomi. Sia lei che Morucci si opposero all'esecuzione dell'ostaggio, ruppero con le Br e furono condannati a morte. E adesso? Si definisce una «convertita al dialogo», ma soprattutto una «spretata»: «Non ho cercato un'altra chiesa. Quelle che vedo in giro non mi sembrano poi tanto meglio» taglia corto. Dal televisore - al secondo piano della casa in cui vive con il compagno francese e i due enormi, pelosissimi cani Ginevra e Pico - arriva la voce bassa di Roberto Herlitzka nella parte di Moro. Lo statista Dc sa di avere di fronte dei fanatici, il ruolo che il regista gli attribuisce è quello di un padre confessore: «Sono cristiano, ma con le crociate abbiamo finito da secoli, l'ultima stregavenne bruciata in Svizzera». Faranda annuisce e chiude il cerchio: «Per noi la lotta armata era una religione, le Br una chiesa».
Ha acconsentito, dopo molte esitazioni, a guardare una videocassetta del film. A notte fonda, con la terrazza spalancata sul lago silenzioso e illuminato dalla luna. Niente cinema: «Non mi piace l'idea deì brigatisti che vanno a rivedersi sullo schermo, c'è una questione di opportunità». Si è astenuta dal Caso Moro di Ferrara e da Piazza delle Cinque Lune di Martinelli. Qui è un po' diverso. Tre anni fa Bellocchio avrebbe voluto i diritti cinematografici della sua autobiografia. Lei non ha ceduto e non lo rimpiange, anche se il film le piace: «È toccante, Anna Laura ne esce bene. Ma lei era così: una persona sensibile». Questo fa il film: umanizza i terroristi, restituisce ì volti di assassini tormentati dai dubbi e privi di argomentazioni, piccoli anche nelle domande, schiacciati dalla fede pacata di Moro.
A toccare Faranda è poi un'altra scena: Sansa-Braghetti aspetta nell'appartamento il ritorno del commando; suonano, ma è una vicina che le mette in braccio il figlio neonato; poco dopo, arriveranno i tre con l'ostaggio. Dice «Questa contemporaneità è un momento intenso. Una metafora forse facile ma certo attinente alla sensibilità femminile». L'uomo inerme come un infante? «La goffaggine di Anna Laura nel tenere il bambino è pari all'incapacità di rapportarsi a Moro. In entrambi i casi le mancano gli strumenti».
«C'era molta angoscia - ricorda ancora Faranda - Quante Anna Laura fra noi, contrarie ma incapaci di opporsi, sarebbero emerse se solo si fosse trovato il linguaggio giusto. Perché se per una cosa non si trovavano motivazioni razionali, tanto valeva non dirla. Eravamo stretti nella camicia di forza dell'ideologia». Giá, il linguaggio, che doveva essere polifico e non umanitario, perché guai a vedere Moro come un uomo anziché il simbolo dei potere. Eppure, la consapevolezza crescente di essere soli. «Non trovavamo consenso neppure nell'acqua in cui nuotavamo - dice Faranda - nelle assemblee universitarie ci chiedevano di liberarlo». Era Moretti a informarla durante le riunioni periodiche della colonna romana. Moro scriveva lettere su lettere, rendendosi intanto conto che sarebbero state vane: «Ne scrisse una trentina. Agli amici potenti che lo avevano scaricato. A sua moglie Noretta, una lettera bellissima e sconvolgente. Ci sconvolse vedere il suo stile involuto divenire così semplice, essenziale». Lei le portava «al solito posto», una chiesa, dove le raccoglieva un ex militante di Potere Operaio, Lanfranco Pace: «Una, addirittura, la lasciai sotto casa di Andreotti, tanto per toccargli il naso». Pace era in contatto con i socialisti «gli unici disponibili a trattare». Faranda ricorda che nessuno mai li seguì né li intercettò: «Eppure all'università bastava chiedere chi fossero i brigatisti, lo sapevano in molti. Mi chiedo perché non ci hanno mai preso. Ci hanno lasciato fare? Non sono in grado di darmi una risposta, ma è una riflessione che ho fatto». Moretti poteva essere un infiltrato? «Non lo credo, è la tesi di Franceschini ma per me sono sciocchezze. Si è fatto 20 anni di galera. No, Moro lo abbiamo ucciso noi, non i servizi».
Buongiorno, notte si avvia alla fine. Moretti e gli altri sono delusi, dal prigioniero non hanno avuto conferma dell'esistenza del Sim, l'ipotetico Stato Imperialista delle Multinazionali, né di altro: «Era elusivo, sfuggente. Non riuscivano a incastrarlo. Li portava in giro dove voleva».
Herhtzka-Moro scrive al Papa affinché interceda per lui. Chiede ai suoi carcerieri di esprimere un giudizio su quello scritto, se sia convincente o meno. Sansa-Braghetti ascolta e piange. «L'ha commossa?« spera Moro. «No - è la crudele risposta - E una lettera debole e rassegnata. Ma forse va bene così, tanto deve leggerla un vecchio». Di nuovo l'ostacolo della lingua, ma affiora la frustrazione: «Anna Laura avrebbe voluto sentire parole diverse, più forti, più incisive». Parole in grado di salvare quell'uomo condannato da inarrestabili meccanismi a orologeria attivati da loro stessi.
Eppure, il messaggio di Paolo VI non fu privo di conseguenze: «Raggiunse molti di noi come uno shock. Io fui colpita da due cose. Anzitutto si rivolgeva agli “uomini delle Brigate Rosse", partiva da quegli stessi valori di umanità da cui ci eravamo mossi noi, prima di diventare una versione in sedicesimo dello Stato-nemico. E poi la richiesta di liberarlo senza contropartita». Lì scatta il dissenso: «Proprio quello sarebbe stato un atto di forza. Noi lo avevamo preso, noi potevamo ucciderlo, noi decidevamo di lasciarlo andare Moro vivo avrebbe messo in crisi lo Stato e, forse, anche le Br», Nonostante il no della coppia, le colonne brigatiste confermano la sentenza della «giustizia proletaria»: «Fu una decisione presa a maggioranza, Morettì non fu giudice ultimo». Faranda era già quasi fuori dalle logiche che l'avevano armata.
Venticinque anni dopo le è difficile deporre un ultimo interrogativo che somiglia a uno scudo: «Se solo lo Stato avesse trattato Lo hanno fatto per tutti tranne che per lui. Bastava liberare qualche detenuto, anche al di fuori della lista che avevamo redatto. 0 anche, senza rilasciare nessuno, chiudere le carceri speciali. 0 dare un segnale qualunque di voler intavolare una trattativa, che avrebbe spaccato il fronte dell'intransigenza brigatìsta... ». La linea della fermezza, che l'opera di Bellocchio ritrae senza padri, oggi appare una linea Maginot delle colpe e dei rimorsi collettivi e individuali. Buongiorno, notte è finito. Resta il sapore di una seduta di analisi retrospettiva: «Questo filmè più facile da capire per noi che per gli spettatori estranei, Noi ne possediamo il linguaggio, le chiavi di lettura». E i ricordi.
l'anima
La Stampa Tuttoscienze 10.9.03
L’anima è una rete di neuroni? Si cerca la nostra «scatola nera»
UN CONVEGNO INTERNAZIONALE A PRAGA HA LASCIATO SULLE LORO POSIZIONI SIA I FAUTORI DEL DUALISMO CARTESIANO SIA QUELLI INCLINI ALL’UNITARISMO
Francesco Monaco (*)
IL film «21 grammi» a Venezia ha riproposto antiche domande. Esiste l'anima? Se c'è, dove si trova? Mettendo da parte ogni considerazione filosofica o religiosa, il presupposto per ogni tipo di spiegazione scientifica della coscienza è che la risposta a domande come queste si trovi scritta nell'anatomia e nella fisiologia del cervello. Oggi esistono tecnologie, come la tomografia a emissione di positroni o la risonanza magnetica funzionale, che forniscono informazioni sull'attività delle diverse aree cerebrali in risposta alle varie attività mentali compiute dal soggetto in esame: rievocazione di ricordi, calcoli mentali, pensieri, emozioni... Un'altra sorgente di dati sulle basi neuronali dell'attività cosciente è lo studio delle alterazioni della coscienza in risposta alle patologie che colpiscono il cervello (traumi, epilessie, malattie neurodegenerative). La nascita di una vera e propria neurologia della coscienza si deve a un evento fortuito. Nel 1848, in una miniera nella regione del Vermont, nel Nordamerica, in seguito all'esplosione accidentale di una carica di dinamite, una sbarra d'acciaio attraversò il cranio di un minatore, perforando parte del lobo frontale del suo cervello. Il minatore, che si chiamava Phineas Gage, miracolosamente sopravvisse, e non riportò conseguenza alcuna del suo del terribile incidente, ad eccezione di un inspiegabile mutamento di carattere. Da operaio onesto e rispettabile, Gage era diventato un soggetto perfido e inaffidabile, quel che si dice un'altra persona. Phineas Gage è considerato il primo caso di correlazione tra danno cerebrale e alterazione del comportamento sociale. Oltre un secolo più tardi, nel 1994 Antonio Damasio, direttore del Dipartimento di Neurologia dello Iowa Medical Center, riesumò lo scheletro di Gage e ricostruì al computer l'esatta traiettoria compiuta dalla sbarra d'acciaio attraverso il cranio dello sfortunato minatore. Damasio scoprì che le lesioni erano limitate a una ristretta porzione del lobo frontale del cervello, denominata corteccia prefrontale, e pubblicò i risultati dei suoi studi su «Science». A questo articolo seguì un libro, che divenne presto un best-seller tradotto in 17 lingue, dall'esplicito titolo "L'errore di Cartesio". In esso Damasio sferra un pesante attacco al dualismo cartesiano mente-cervello, proponendo di sostituire al comune modo di dire "io ho un cervello", la più corretta espressione "io sono un cervello". Francis Crick, il Premio Nobel che quarant’anni fa descrisse la struttura a doppia elica del DNA, ha di recente pubblicato un articolo su «Nature Neuroscience» in cui ribadisce con assoluta convinzione la sua "ipotesi sconvolgente" (già espressa nel 1994) circa la natura puramente biologica dell'anima. Per Crick "tutti i nostri stati interiori, gioie e dolori, memorie ed ambizioni, persino la nostra identità personale e la stessa volontà, non sono altro che il comportamento di una vasta assemblea di cellule nervose". Naturalmente Crick si presenta alla "battaglia sulla coscienza" con credenziali impressionanti, dopo anni di esperimenti condotti sia sugli animali che sull'uomo. In particolare, egli ha concentrato i suoi studi sulla corteccia visiva e su come diventiamo coscienti di ciò che vediamo. Quindi che i nostri occhi siano "finestre per la nostra anima" non è per Crick solo un aforisma. Un'altra finestra aperta sul funzionamento del cervello e sulla coscienza è l'epilessia, malattia della quale erano affetti anche alcuni dei pazienti studiati da Crick. Le crisi epilettiche che insorgono in certe aree cerebrali - ad esempio, i lobi temporali - danno luogo ad alterazioni qualitative dello stato di coscienza, che vanno dagli episodi di déjà-vu (sensazione, talvolta presente anche in soggetti sani, di aver già vissuto il momento che si sta vivendo) a veri e propri stati sognanti con esperienze mentali complesse. Non di rado queste ultime assumono tratti a sfondo mistico-religioso: basti pensare alle sensazioni estatiche di "perfetta armonia" di Dostoevskij, autobiograficamente descritte nel protagonista del romanzo "L'idiota", il principe Misckin. D'altra parte, è possibile, mediante stimolazione elettrica di alcune aree cerebrali (come l'amigdala), scatenare in soggetti sani gli stessi sentimenti di allegria o tristezza, paura o rabbia o altri ancora, simili alle crisi dei citati pazienti con epilessia, ad origine nella stessa sede. In luglio a Praga nel convegno internazionale "Verso una scienza della coscienza" un centinaio di neuroscienziati, psicologi, filosofi, fisici ed esperti di intelligenza artificiale hanno presentato i risultati delle proprie ricerche sulla coscienza. Il dibattito è stato, come sempre in questi casi, molto acceso, ma alla fine ognuno è rimasto ancorato alle proprie posizioni, spesso "fideistiche". E’ difficile dire se sia veramente possibile "registrare" un'esperienza soggettiva, in altre parole fotografare un'emozione, identificare il circuito nervoso di un senso di colpa, localizzare le aree cerebrali del sentimento d'amore. Forse noi non riusciremo mai a "prendere l'anima", ovvero ad estrarre qualcosa di circoscritto - la "scatola nera" - grande contenitore di tutti i misteri del nostro "io". Ma sapere come funziona ci potrebbe aiutare a curarla.
(*)Università del Piemonte Orientale, Novara
L’anima è una rete di neuroni? Si cerca la nostra «scatola nera»
UN CONVEGNO INTERNAZIONALE A PRAGA HA LASCIATO SULLE LORO POSIZIONI SIA I FAUTORI DEL DUALISMO CARTESIANO SIA QUELLI INCLINI ALL’UNITARISMO
Francesco Monaco (*)
IL film «21 grammi» a Venezia ha riproposto antiche domande. Esiste l'anima? Se c'è, dove si trova? Mettendo da parte ogni considerazione filosofica o religiosa, il presupposto per ogni tipo di spiegazione scientifica della coscienza è che la risposta a domande come queste si trovi scritta nell'anatomia e nella fisiologia del cervello. Oggi esistono tecnologie, come la tomografia a emissione di positroni o la risonanza magnetica funzionale, che forniscono informazioni sull'attività delle diverse aree cerebrali in risposta alle varie attività mentali compiute dal soggetto in esame: rievocazione di ricordi, calcoli mentali, pensieri, emozioni... Un'altra sorgente di dati sulle basi neuronali dell'attività cosciente è lo studio delle alterazioni della coscienza in risposta alle patologie che colpiscono il cervello (traumi, epilessie, malattie neurodegenerative). La nascita di una vera e propria neurologia della coscienza si deve a un evento fortuito. Nel 1848, in una miniera nella regione del Vermont, nel Nordamerica, in seguito all'esplosione accidentale di una carica di dinamite, una sbarra d'acciaio attraversò il cranio di un minatore, perforando parte del lobo frontale del suo cervello. Il minatore, che si chiamava Phineas Gage, miracolosamente sopravvisse, e non riportò conseguenza alcuna del suo del terribile incidente, ad eccezione di un inspiegabile mutamento di carattere. Da operaio onesto e rispettabile, Gage era diventato un soggetto perfido e inaffidabile, quel che si dice un'altra persona. Phineas Gage è considerato il primo caso di correlazione tra danno cerebrale e alterazione del comportamento sociale. Oltre un secolo più tardi, nel 1994 Antonio Damasio, direttore del Dipartimento di Neurologia dello Iowa Medical Center, riesumò lo scheletro di Gage e ricostruì al computer l'esatta traiettoria compiuta dalla sbarra d'acciaio attraverso il cranio dello sfortunato minatore. Damasio scoprì che le lesioni erano limitate a una ristretta porzione del lobo frontale del cervello, denominata corteccia prefrontale, e pubblicò i risultati dei suoi studi su «Science». A questo articolo seguì un libro, che divenne presto un best-seller tradotto in 17 lingue, dall'esplicito titolo "L'errore di Cartesio". In esso Damasio sferra un pesante attacco al dualismo cartesiano mente-cervello, proponendo di sostituire al comune modo di dire "io ho un cervello", la più corretta espressione "io sono un cervello". Francis Crick, il Premio Nobel che quarant’anni fa descrisse la struttura a doppia elica del DNA, ha di recente pubblicato un articolo su «Nature Neuroscience» in cui ribadisce con assoluta convinzione la sua "ipotesi sconvolgente" (già espressa nel 1994) circa la natura puramente biologica dell'anima. Per Crick "tutti i nostri stati interiori, gioie e dolori, memorie ed ambizioni, persino la nostra identità personale e la stessa volontà, non sono altro che il comportamento di una vasta assemblea di cellule nervose". Naturalmente Crick si presenta alla "battaglia sulla coscienza" con credenziali impressionanti, dopo anni di esperimenti condotti sia sugli animali che sull'uomo. In particolare, egli ha concentrato i suoi studi sulla corteccia visiva e su come diventiamo coscienti di ciò che vediamo. Quindi che i nostri occhi siano "finestre per la nostra anima" non è per Crick solo un aforisma. Un'altra finestra aperta sul funzionamento del cervello e sulla coscienza è l'epilessia, malattia della quale erano affetti anche alcuni dei pazienti studiati da Crick. Le crisi epilettiche che insorgono in certe aree cerebrali - ad esempio, i lobi temporali - danno luogo ad alterazioni qualitative dello stato di coscienza, che vanno dagli episodi di déjà-vu (sensazione, talvolta presente anche in soggetti sani, di aver già vissuto il momento che si sta vivendo) a veri e propri stati sognanti con esperienze mentali complesse. Non di rado queste ultime assumono tratti a sfondo mistico-religioso: basti pensare alle sensazioni estatiche di "perfetta armonia" di Dostoevskij, autobiograficamente descritte nel protagonista del romanzo "L'idiota", il principe Misckin. D'altra parte, è possibile, mediante stimolazione elettrica di alcune aree cerebrali (come l'amigdala), scatenare in soggetti sani gli stessi sentimenti di allegria o tristezza, paura o rabbia o altri ancora, simili alle crisi dei citati pazienti con epilessia, ad origine nella stessa sede. In luglio a Praga nel convegno internazionale "Verso una scienza della coscienza" un centinaio di neuroscienziati, psicologi, filosofi, fisici ed esperti di intelligenza artificiale hanno presentato i risultati delle proprie ricerche sulla coscienza. Il dibattito è stato, come sempre in questi casi, molto acceso, ma alla fine ognuno è rimasto ancorato alle proprie posizioni, spesso "fideistiche". E’ difficile dire se sia veramente possibile "registrare" un'esperienza soggettiva, in altre parole fotografare un'emozione, identificare il circuito nervoso di un senso di colpa, localizzare le aree cerebrali del sentimento d'amore. Forse noi non riusciremo mai a "prendere l'anima", ovvero ad estrarre qualcosa di circoscritto - la "scatola nera" - grande contenitore di tutti i misteri del nostro "io". Ma sapere come funziona ci potrebbe aiutare a curarla.
(*)Università del Piemonte Orientale, Novara
Claudio Galeno, 129-200 (ca) d.C. e la melanconia
il manifesto 10.9.03
Sangue e anima della melanconia secondo Galeno
Brillantemente curato e introdotto da Franco Voltaggio, è uscito presso l'editore Nino Aragno il Trattato sulla bile nera del grande medico Claudio Galeno. un prezioso fossile della cultura occidentale, basato sulla considerazione per cui «l'umore melanconico è generato nel corpo dell'uomo», e nessuno ne è immune
di YURIJ CASTELFRANCHI
Sentimento fra i più complessi a descriversi, malattia dell'anima e musa dell'artista, da secoli la melanconia è inquilina della letteratura, dell'arte, del pensiero scientifico occidentale. La salutava Giacomo Leopardi nello Zibaldone come «l'amica della verità, la luce per discoprirla, la meno soggetta a errare». La vedeva sorella della noia, e assieme le dichiarava alleate del pensare e del sentire poetico. Scriveva: «non è propria de' tempi nostri altra poesia che la malinconica». E se la noia leopardiana trovava in Francia un equivalente nell'ennui di Baudelaire, per i romantici inglesi diveniva invece spleen, la milza. Come a chiudere un cerchio sentimentale antichissimo, fra noia e melanconia, radicato nell'immaginario occidentale: perché la milza, secoli prima, era stata per i medici greci prima e romani poi organo di passaggio di quella melàine chole, atra bile, l'umor nero responsabile del misterioso affetto melanconico. Uscito di recente per i tipi di Nino Aragno Editore (pp.126, E.10,00) il Trattato sulla bile nera ci restituisce - arricchito da un'illuminante introduzione del curatore, Franco Voltaggio - il breve testo che Galeno di Pergamo, celeberrimo medico d'epoca imperiale, dedicò a tale bizzarro ospite della milza e dell'anima. Il libro è interessante non solo di per sé ma anche nella sua connotazione di piccolo fossile della cultura occidentale: ci mostra, infatti, parte delle profonde radici dell'immaginario legato alla melanconia.
Claudio Galeno (nato a Pergamo, in Asia Minore, attorno al 129 d.C., morto forse a Roma verso il 200) era stato destinato dagli dei, secondo una leggenda voluta dal padre Nikon (che fu, per inciso, grande architetto) ad essere medico. Fu forse il più celebre del mondo antico dopo Ippocrate, tanto che gli vennero attribuiti - spesso a torto - oltre quattrocento scritti (ne sopravvivono un centinaio). Medico dei gladiatori di Pergamo, si trasferì poi a Roma entrando nelle grazie di Marco Aurelio, grande imperatore melanconico.
Brevissimo trattato, il Perí Melàine Chole (De atra bile nella versione latina) è scritto da Galeno per ricapitolare la propria teoria degli umori (evoluzione di quella di tradizione ippocratica) e attaccare quanti lo avevano frainteso o fatto obiezioni. Voleva l'antica prospettiva tetradica che quattro fossero gli elementi fondamentali (aria, acqua, terra, fuoco), quattro le «qualità» primarie (secco, umido, freddo, caldo). Quattro, di conseguenza - pensò Ippocrate e con lui molti altri - dovevano essere gli «umori» (chymoi), le sostanze base che componevano un organismo: il sangue (che aveva per sito privilegiato il cuore), la bile gialla (contenuta nella cistifellea), la bile nera (che passava attraverso la milza) e il flegma (secrezione biancastra che aveva come sede privilegiata il cervello). Polibo, genero di Ippocrate, spiegò come l'uomo, mirabile miscela di sostanze, era in salute quando i quattro umori si trovavano «ben temperati», miscelati in uno stato di armoniosa krasis. La patologia, al contrario, corrispondeva al dissolversi in parti separate («discrasia») di tale miscela: la separazione o l'eccessiva presenza di uno piuttosto che un altro degli umori corrispondeva a un tipo di malattia anziché un altro.
Galeno riprende e approfondisce tale dottrina e, concentrandosi sulla bile nera, tenta di mostrare come la separazione di questa nel corpo, l'«umor melancolico», possa causare malanni svariati, dalla melanconia all'antrace o l'elefantiasi. Lo fa richiamandosi all'autorità del maestro Ippocrate, cui dedica forse l'omaggio massimo per un greco, l'epiteto, antico di secoli, dei valorosi: anèr kalòs te kai agathòs, uomo «bello e buono», immacolato nel fisico come nella virtù. Ma rivendica anche, con discreta dose di narcisismo, i propri contributi originali, che molti contemporanei avevano messo in discussione definendo Galeno un «medico a parole» (e sottolineando come fosse fuggito da Roma, nel 166, appena giunta la notizia della peste).
Naturalmente, la terminologia, l'etiologia, i metodi di Galeno sono profondamente diversi da quelli tipici della medicina moderna. Considerato da molti, sino a tutto il Medioevo, come il più grande dei medici, Galeno cadde in disgrazia durante il Rinascimento per colpa di un clamoroso errore sulla circolazione del sangue. La rivoluzionaria, orgogliosa rivalutazione dell'agire da «vili mechanici», del saper fare pratico, dello sperimentare con le mani, del dissezionare e ridisegnare tipici del Rinascimento, fecero sì che Vesalio e i suoi seguaci presto scoprissero l'inesistenza dei fori che Galeno aveva detto di vedere nel setto interventricolare e la cui inesistenza sembrava cestinare l'intera teoria galenica della circolazione sanguigna. «Galenismo» passò a significare - scrive Voltaggio nell'introduzione - «medicina incentrata su idee preconcette e sprezzante di ogni genere di validazione empirica». Ma già nell'800 Galeno fu rivalutato come grandissimo fisiologo e pensatore. E il testo curato da Voltaggio dà luce al fascino e all'attualità di alcune idee del medico di Pergamo. Per esempio, la continuità fra uomo e animale, entrambi creati da un demiurgo affinché i loro corpi e il loro metabolismo fossero adatti ai rispettivi climi e usi di vita: studiare l'animale, sembra sottintendere Galeno, permette di osservare caratteristiche che, mutatis mutandis, ci aiutino a capire l'uomo. Non solo: anche se «per la medicina antica» - scrive Voltaggio nell'introduzione - «la melanconia è un male contrassegnato da delirio, spunti ansiosi e una vivace agitazione psico-motoria», mentre per la psichiatria moderna «è una sindrome mentale assai impegnativa», con forti contiguità con la depressione, «caratterizzata da angoscia, perdita dell'autostima ed aura intensamente stuporosa, tale da indurre il soggetto alla totale inazione», in entrambi i mondi culturali tratto peculiare della melanconia è «l'incapacità di accettare e di accettarsi».
E in Galeno come in Leopardi, in Shakespeare come in Pessoa, sembra possibile rintracciare un filo rosso che lega al sentire melanconico una parte importante della creazione artistica e del sentire umano. Galeno difende l'idea che la bile nera sia contenuta, seppure invisibile, anche nei corpi sani. Scrive: «certamente il corpo non possiede alcun organo che contenga la bile nera così come il fegato, in una sua vescica (la cistifellea) contiene la bile gialla, ma cadono nel ridicolo quanti credono che questa sia una prova dell'assoluta mancanza dell'umore melanconico nei corpi perfettamente sani». E altrove: «tutte queste cose attestano che l'umore melanconico è generato nel corpo dell'uomo». Ancora più interessanti i pochi indizi che Galeno lascia trasparire sulla cura della melanconia. Occorre «purgare il sangue» con l'elleboro, dice Galeno raccontando il mito delle figlie di Preto, fatte impazzire da Dioniso per averne osteggiato il culto. Ma, fra le righe, il medico dice assai di più. Perché a curare le pretidi, nota Voltaggio (che traccia una piccola ma puntuale storia della melanconia) fu Melampo. E Melampo era il fondatore di quel culto di Dioniso che le donne non riuscivano a sopportare: «il vero presidio terapeutico delle Pretidi» - sottolinea Voltaggio - «non fu il farmaco, ma la persona medesima di Melampo, in definitiva il culto dionisiaco stesso. Accettarono il culto e ritrovarono la pace delle loro anima [...] la melanconia [...] quale risanatrice di se stessa». Di nuovo, ci par di intravedere il filo rosso dello spleen letterario: innumerevoli autori hanno visto nella creazione poetica e artistica una sorta di cura dell'esistere. Frutto della melanconia, certa letteratura cicatrizza la melanconia.
Impreziosito dal testo a fronte in greco, Sulla bile nera ci pare allora interessante antidoto alle melanconie di fine estate. E ci racconta, fra le righe, il mirabile mistero - descritto da Galeno stesso in un altro, formidabile testo: il De usu partium - di come «in siffatta melma di sangue e di umori [il corpo umano], abiti tuttavia un'intelligenza».
Sangue e anima della melanconia secondo Galeno
Brillantemente curato e introdotto da Franco Voltaggio, è uscito presso l'editore Nino Aragno il Trattato sulla bile nera del grande medico Claudio Galeno. un prezioso fossile della cultura occidentale, basato sulla considerazione per cui «l'umore melanconico è generato nel corpo dell'uomo», e nessuno ne è immune
di YURIJ CASTELFRANCHI
Sentimento fra i più complessi a descriversi, malattia dell'anima e musa dell'artista, da secoli la melanconia è inquilina della letteratura, dell'arte, del pensiero scientifico occidentale. La salutava Giacomo Leopardi nello Zibaldone come «l'amica della verità, la luce per discoprirla, la meno soggetta a errare». La vedeva sorella della noia, e assieme le dichiarava alleate del pensare e del sentire poetico. Scriveva: «non è propria de' tempi nostri altra poesia che la malinconica». E se la noia leopardiana trovava in Francia un equivalente nell'ennui di Baudelaire, per i romantici inglesi diveniva invece spleen, la milza. Come a chiudere un cerchio sentimentale antichissimo, fra noia e melanconia, radicato nell'immaginario occidentale: perché la milza, secoli prima, era stata per i medici greci prima e romani poi organo di passaggio di quella melàine chole, atra bile, l'umor nero responsabile del misterioso affetto melanconico. Uscito di recente per i tipi di Nino Aragno Editore (pp.126, E.10,00) il Trattato sulla bile nera ci restituisce - arricchito da un'illuminante introduzione del curatore, Franco Voltaggio - il breve testo che Galeno di Pergamo, celeberrimo medico d'epoca imperiale, dedicò a tale bizzarro ospite della milza e dell'anima. Il libro è interessante non solo di per sé ma anche nella sua connotazione di piccolo fossile della cultura occidentale: ci mostra, infatti, parte delle profonde radici dell'immaginario legato alla melanconia.
Claudio Galeno (nato a Pergamo, in Asia Minore, attorno al 129 d.C., morto forse a Roma verso il 200) era stato destinato dagli dei, secondo una leggenda voluta dal padre Nikon (che fu, per inciso, grande architetto) ad essere medico. Fu forse il più celebre del mondo antico dopo Ippocrate, tanto che gli vennero attribuiti - spesso a torto - oltre quattrocento scritti (ne sopravvivono un centinaio). Medico dei gladiatori di Pergamo, si trasferì poi a Roma entrando nelle grazie di Marco Aurelio, grande imperatore melanconico.
Brevissimo trattato, il Perí Melàine Chole (De atra bile nella versione latina) è scritto da Galeno per ricapitolare la propria teoria degli umori (evoluzione di quella di tradizione ippocratica) e attaccare quanti lo avevano frainteso o fatto obiezioni. Voleva l'antica prospettiva tetradica che quattro fossero gli elementi fondamentali (aria, acqua, terra, fuoco), quattro le «qualità» primarie (secco, umido, freddo, caldo). Quattro, di conseguenza - pensò Ippocrate e con lui molti altri - dovevano essere gli «umori» (chymoi), le sostanze base che componevano un organismo: il sangue (che aveva per sito privilegiato il cuore), la bile gialla (contenuta nella cistifellea), la bile nera (che passava attraverso la milza) e il flegma (secrezione biancastra che aveva come sede privilegiata il cervello). Polibo, genero di Ippocrate, spiegò come l'uomo, mirabile miscela di sostanze, era in salute quando i quattro umori si trovavano «ben temperati», miscelati in uno stato di armoniosa krasis. La patologia, al contrario, corrispondeva al dissolversi in parti separate («discrasia») di tale miscela: la separazione o l'eccessiva presenza di uno piuttosto che un altro degli umori corrispondeva a un tipo di malattia anziché un altro.
Galeno riprende e approfondisce tale dottrina e, concentrandosi sulla bile nera, tenta di mostrare come la separazione di questa nel corpo, l'«umor melancolico», possa causare malanni svariati, dalla melanconia all'antrace o l'elefantiasi. Lo fa richiamandosi all'autorità del maestro Ippocrate, cui dedica forse l'omaggio massimo per un greco, l'epiteto, antico di secoli, dei valorosi: anèr kalòs te kai agathòs, uomo «bello e buono», immacolato nel fisico come nella virtù. Ma rivendica anche, con discreta dose di narcisismo, i propri contributi originali, che molti contemporanei avevano messo in discussione definendo Galeno un «medico a parole» (e sottolineando come fosse fuggito da Roma, nel 166, appena giunta la notizia della peste).
Naturalmente, la terminologia, l'etiologia, i metodi di Galeno sono profondamente diversi da quelli tipici della medicina moderna. Considerato da molti, sino a tutto il Medioevo, come il più grande dei medici, Galeno cadde in disgrazia durante il Rinascimento per colpa di un clamoroso errore sulla circolazione del sangue. La rivoluzionaria, orgogliosa rivalutazione dell'agire da «vili mechanici», del saper fare pratico, dello sperimentare con le mani, del dissezionare e ridisegnare tipici del Rinascimento, fecero sì che Vesalio e i suoi seguaci presto scoprissero l'inesistenza dei fori che Galeno aveva detto di vedere nel setto interventricolare e la cui inesistenza sembrava cestinare l'intera teoria galenica della circolazione sanguigna. «Galenismo» passò a significare - scrive Voltaggio nell'introduzione - «medicina incentrata su idee preconcette e sprezzante di ogni genere di validazione empirica». Ma già nell'800 Galeno fu rivalutato come grandissimo fisiologo e pensatore. E il testo curato da Voltaggio dà luce al fascino e all'attualità di alcune idee del medico di Pergamo. Per esempio, la continuità fra uomo e animale, entrambi creati da un demiurgo affinché i loro corpi e il loro metabolismo fossero adatti ai rispettivi climi e usi di vita: studiare l'animale, sembra sottintendere Galeno, permette di osservare caratteristiche che, mutatis mutandis, ci aiutino a capire l'uomo. Non solo: anche se «per la medicina antica» - scrive Voltaggio nell'introduzione - «la melanconia è un male contrassegnato da delirio, spunti ansiosi e una vivace agitazione psico-motoria», mentre per la psichiatria moderna «è una sindrome mentale assai impegnativa», con forti contiguità con la depressione, «caratterizzata da angoscia, perdita dell'autostima ed aura intensamente stuporosa, tale da indurre il soggetto alla totale inazione», in entrambi i mondi culturali tratto peculiare della melanconia è «l'incapacità di accettare e di accettarsi».
E in Galeno come in Leopardi, in Shakespeare come in Pessoa, sembra possibile rintracciare un filo rosso che lega al sentire melanconico una parte importante della creazione artistica e del sentire umano. Galeno difende l'idea che la bile nera sia contenuta, seppure invisibile, anche nei corpi sani. Scrive: «certamente il corpo non possiede alcun organo che contenga la bile nera così come il fegato, in una sua vescica (la cistifellea) contiene la bile gialla, ma cadono nel ridicolo quanti credono che questa sia una prova dell'assoluta mancanza dell'umore melanconico nei corpi perfettamente sani». E altrove: «tutte queste cose attestano che l'umore melanconico è generato nel corpo dell'uomo». Ancora più interessanti i pochi indizi che Galeno lascia trasparire sulla cura della melanconia. Occorre «purgare il sangue» con l'elleboro, dice Galeno raccontando il mito delle figlie di Preto, fatte impazzire da Dioniso per averne osteggiato il culto. Ma, fra le righe, il medico dice assai di più. Perché a curare le pretidi, nota Voltaggio (che traccia una piccola ma puntuale storia della melanconia) fu Melampo. E Melampo era il fondatore di quel culto di Dioniso che le donne non riuscivano a sopportare: «il vero presidio terapeutico delle Pretidi» - sottolinea Voltaggio - «non fu il farmaco, ma la persona medesima di Melampo, in definitiva il culto dionisiaco stesso. Accettarono il culto e ritrovarono la pace delle loro anima [...] la melanconia [...] quale risanatrice di se stessa». Di nuovo, ci par di intravedere il filo rosso dello spleen letterario: innumerevoli autori hanno visto nella creazione poetica e artistica una sorta di cura dell'esistere. Frutto della melanconia, certa letteratura cicatrizza la melanconia.
Impreziosito dal testo a fronte in greco, Sulla bile nera ci pare allora interessante antidoto alle melanconie di fine estate. E ci racconta, fra le righe, il mirabile mistero - descritto da Galeno stesso in un altro, formidabile testo: il De usu partium - di come «in siffatta melma di sangue e di umori [il corpo umano], abiti tuttavia un'intelligenza».
Maria Fida Moro, Falco Accame, Ferdinando Imposimato, Walter Veltroni
Il Gazzettino 10.9.03 Mercoledì, 10 Settembre 2003
«Tanto più sono forti i legami ...
«Tanto più sono forti i legami di affetto che ci legano a qualcosa che amiamo, tanto più risulta intollerabile l'indebita intrusione nella sfera intima, quella privata appunto che appartiene a chi l'ha vissuta. Arrogarsi a qualsiasi titolo il diritto di irrompere nella vite altrui e di farne scempio non è il massimo esempio di umanità. Farne scempio è per esempio far veder cose che sono "false" come se fossero vere». Parole come pietre. Sono quelle che Maria Fida Moro scrive nella lettera aperta a Marco Bellocchio, regista di "Buongiorno, notte", il film che ha riaperto il caso Moro dopo il passaggio sugli schermi "ingrati" del Lido di Venezia. «Lei lo sa - scrive la figlia dello statista democristiano - di che colore era la vestaglia di papà? Ci ha mai mangiato insieme? E' andato al cinema con lui? Ha viaggiato con lui? Gli ha mai visto mimare gli articoli di Fortebraccio o sedare le dispute o far ridere a crepapelle tutti i presenti? È questa approssimazione che mi ferisce e mi dà dolore, un dolore davvero insopportabile».A raccogliere il grido di dolore di Maria Fida Moro è stato ieri Falco Accame, presidente dell'Anavafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolati nelle forze armate e famiglie dei caduti). «Marco Bellocchio - dichiara Accame - chieda scusa ai familiari delle vittime dell'eccidio di via Fani che non ha ascoltato. Il giudizio senza appello della figlia di Moro sul film deve far riflettere. La tragica vicenda non può essere trattata come una fiction tratta da un copione scritto da una brigatista più o meno pentita che sembra si preoccupi più della fuga di un cardellino dalla gabbia che dalla spietata uccisione dei cinque agenti della scorta».
Ma non mancano i consensi politici. «So per certo che Moro poteva essere salvato e che si è fatto di tutto per farlo morire», dice per esempio Ferdinando Imposimato, giudice istruttore dei processo Moro uno, bis e ter, che si compiace con Marco Bellocchio «perché il suo film "Buongiorno, notte" affronta con serietà questo tema. Andrò a vederlo sicuramente».
«Sono 25 anni che mi occupo del caso Moro - ha spiegato Imposimato -, esattamente dal 17 maggio del 1978: fui chiamato come giudice istruttore dopo il sequestro, quando Moro era già morto. E già questa è un'anomalia. E sono stato io il primo ad aver scoperto la prigione di via Montalcino (dove è ambientato il film di Bellocchio, ndr)».
A favore della "verità" del film di Bellocchio si schiera il sindaco di Roma Walter Veltroni: «È un'opera bellissima e coraggiosa, che fa parlare Moro con grande coraggio linguistico e dice anche grandi verità ad esempio sulle lettere dello statista, che erano vere, sul suo martirio e sulla responsabilità ideologica che c'era dietro al terrorismo».
«Il terrorismo - ha concluso Veltroni - è stato il nostro Vietnam, ma la cultura ha finora avuto poco coraggio di guardare all'interno di questo buco nero. Sull'argomento ci sono stati pochi film ed altrettanto poche opere letterarie. Bellocchio ha avuto il coraggio di entrare in quel buco nero, con un grande film ed una grande testimonianza civile».
«Tanto più sono forti i legami ...
«Tanto più sono forti i legami di affetto che ci legano a qualcosa che amiamo, tanto più risulta intollerabile l'indebita intrusione nella sfera intima, quella privata appunto che appartiene a chi l'ha vissuta. Arrogarsi a qualsiasi titolo il diritto di irrompere nella vite altrui e di farne scempio non è il massimo esempio di umanità. Farne scempio è per esempio far veder cose che sono "false" come se fossero vere». Parole come pietre. Sono quelle che Maria Fida Moro scrive nella lettera aperta a Marco Bellocchio, regista di "Buongiorno, notte", il film che ha riaperto il caso Moro dopo il passaggio sugli schermi "ingrati" del Lido di Venezia. «Lei lo sa - scrive la figlia dello statista democristiano - di che colore era la vestaglia di papà? Ci ha mai mangiato insieme? E' andato al cinema con lui? Ha viaggiato con lui? Gli ha mai visto mimare gli articoli di Fortebraccio o sedare le dispute o far ridere a crepapelle tutti i presenti? È questa approssimazione che mi ferisce e mi dà dolore, un dolore davvero insopportabile».A raccogliere il grido di dolore di Maria Fida Moro è stato ieri Falco Accame, presidente dell'Anavafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolati nelle forze armate e famiglie dei caduti). «Marco Bellocchio - dichiara Accame - chieda scusa ai familiari delle vittime dell'eccidio di via Fani che non ha ascoltato. Il giudizio senza appello della figlia di Moro sul film deve far riflettere. La tragica vicenda non può essere trattata come una fiction tratta da un copione scritto da una brigatista più o meno pentita che sembra si preoccupi più della fuga di un cardellino dalla gabbia che dalla spietata uccisione dei cinque agenti della scorta».
Ma non mancano i consensi politici. «So per certo che Moro poteva essere salvato e che si è fatto di tutto per farlo morire», dice per esempio Ferdinando Imposimato, giudice istruttore dei processo Moro uno, bis e ter, che si compiace con Marco Bellocchio «perché il suo film "Buongiorno, notte" affronta con serietà questo tema. Andrò a vederlo sicuramente».
«Sono 25 anni che mi occupo del caso Moro - ha spiegato Imposimato -, esattamente dal 17 maggio del 1978: fui chiamato come giudice istruttore dopo il sequestro, quando Moro era già morto. E già questa è un'anomalia. E sono stato io il primo ad aver scoperto la prigione di via Montalcino (dove è ambientato il film di Bellocchio, ndr)».
A favore della "verità" del film di Bellocchio si schiera il sindaco di Roma Walter Veltroni: «È un'opera bellissima e coraggiosa, che fa parlare Moro con grande coraggio linguistico e dice anche grandi verità ad esempio sulle lettere dello statista, che erano vere, sul suo martirio e sulla responsabilità ideologica che c'era dietro al terrorismo».
«Il terrorismo - ha concluso Veltroni - è stato il nostro Vietnam, ma la cultura ha finora avuto poco coraggio di guardare all'interno di questo buco nero. Sull'argomento ci sono stati pochi film ed altrettanto poche opere letterarie. Bellocchio ha avuto il coraggio di entrare in quel buco nero, con un grande film ed una grande testimonianza civile».
L'Unità e "Citto" Maselli
L'unità 9.09.2003
Rosso veneziano: la 60. Mostra
Citto Maselli e il film di Bellocchio
di red
Citto Maselli ha spedito una e-mail all’Unità on line assai polemica. Prende a pretesto la rubrica S’ode a Venezia, di Bruno Ugolini. Il breve scritto (Il Leone e la Memoria) accennava alla possibilità che cineasti etichettati come "ultrasinistra" avessero condizionato il verdetto della giuria e la bocciatura del film di Bellocchio, considerato un’offesa alla storia e alla memoria del Pci. Il corsivo sosteneva che il film individuava nei brigatisti (e non negli avversari della trattativa) i colpevoli della tragica fine di Aldo Moro. Citto Maselli, evidentemente, ha interpretato tale riflessione come un'accusa diretta a lui e si è indignato.
La lettera di Maselli
Caro direttore,
mi doveva capitare di ritrovare in un sito internet di un giornale come è oggi l’Unità un pezzo di stampo esemplarmente zdanoviano per cui osare criticare, in un bellissimo film com’è l’ultimo di Marco Bellocchio, il semplicismo di alcune simbologie ed equivalenze significa stare dalla parte delle brigate rosse.
Non c’è nulla di quel pezzo che meriti una risposta. Mi sono iscritto al partito comunista italiano il sei giugno del 1944 e vi sono rimasto ininterrottamente fino al suo scioglimento. Prima, durante la Resistenza, militavo nell’unione studenti italiani (USI). Dopo, essendo rimasto comunista, nel partito della rifondazione comunista. Stupendamente definito da Bruno Ugolini “ultrasinistra”. Proprio come ai vecchi tempi.
Citto Maselli
P.S. nell’articolo cui mi riferisco naturalmente non sono nominato. Anche questo è come ai vecchi tempi. E proprio come a quei tempi si viene accusati di ispirare articoli di altri su altri giornali. Guarda caso
Citto Maselli
La risposta di Ugolini
Riepiloghiamo. Il Riformista pubblica uno strano articolo di un giornalista del quotidiano berlusconiano Il Giornale. Lo scritto protesta per due film politici dati a Venezia (Bertolucci e Bellocchio), considerati entrambi contro la memoria del Pci e della sua storia. Non essendo convinto che l’autore sia un cultore della memoria comunista, ipotizzo, in poche righe, che una tale interpretazione sia stata suggerita da altri (sconosciuti). Ora risponde, indignato, Citto Maselli, non chiamato in causa. Mi spiace. L’importante, comunque, è che quel film rimanga per tutti “bellissimo” e non una pretesa offesa alla memoria comunista.
Bruno Ugolini
il 5.9.03, Bruno Ugolini aveva scritto (sempre su l'Unità)
05.09.2003
Bellocchio bipartisan
di Bruno Ugolini
Una cosa mai vista. Mentre fuori imperversa lo scontro politico con Silvio Berlusconi in preda a non si sa quali fumi, qui, nelle ariose sale del palazzo del Cinema, spira un vento “bipartisan”. Il film di Marco Bellocchio “Buon giorno notte” è piaciuto a tutti, al “Foglio” che invoca un Leone d’oro, a “Il Riformista” che si appella naturalmente agli ambienti “più svelti e curiosi” (Bondi? Bossi?) del centrodestra, affinché adottino il film, a “Il Giornale” che intitola “Buon giorno notte, arriva la luce”. Non parliamo, naturalmente, de “L’Unità” o del “Corriere della sera”. Un peana. Finalmente uniti destra, sinistra e centro.
(...)
la risposta del Riformista
11 Settembre 2003
Divergenze parallele su Bellocchio
La provocatoria lettera di Luca Telese sul Riformista di sabato scorso, «Un festival revisionista contro la storia del Pci» (Venezia), ha provocato reazioni inaspettate. Certo, di provocazione si trattava e dunque poco male. Ma a dire il vero, nella sua lunga «lettera-avviso ai riformisti», Telese ci avvisava soltanto del fatto che, per salvare la memoria del Pci, bisognava «respingere sia la dietrologia complottarda (Benvenuti, ndr) sia il politicamente corretto (Bertolucci, ndr) che l'umanesimo catto-brigatista (Bellocchio, ndr): salvare Andreotti e Berlinguer».
Ma ecco che il giorno stesso, sul sito internet dell'Unità, Bruno Ugolini citava lo «strano pezzo sul Riformista dello svelto Luca Telese» per levare il suo alto monito: «Nessuno osi... presentarsi come il rappresentante della storia e della memoria del Pci. Il partito di Berlinguer spese contro le Br anche la vita dei suoi militanti...».
Ora forse vi chiederete cosa c'entri una simile invettiva con un articolo che invitava, per l'appunto, a «salvare Berlinguer e Andreotti» (cioè la linea della fermezza e della solidarietà nazionale), per «salvare la propria memoria». Ma il bello doveva ancora venire, e infatti è venuto ieri nella lettera di Citto Maselli al sito dell'Unità: «Caro direttore, mi doveva capitare di ritrovare in un sito internet di un giornale come l'Unità un pezzo di stampo zdanoviano per cui criticare, in un bellissimo film com'è quello di Marco Bellocchio, il semplicismo di alcune simbologie ed equivalenze significa stare dalla parte delle brigate rosse...». Poscritto: «Nell'articolo non sono nominato. Anche questo è come ai vecchi tempi. E proprio come ai vecchi tempi si viene accusati di ispirare articoli di altri su altri giornali. Guarda caso». Chiude la polemica la replica di Ugolini: «Riepiloghiamo. il Riformista pubblica uno strano articolo di un giornalista del quotidiano berlusconiano il Giornale... Non essendo convinto che l'autore sia un cultore della memoria comunista, ipotizzo, in poche righe, che una tale interpretazione sia stata suggerita da altri (sconosciuti). Ora risponde, indignato, Citto Maselli, non chiamato in causa. Mi spiace...».
Spiace anche a noi. Ma soprattutto ci viene il sospetto che Ugolini non abbia letto con attenzione il «pezzo» in questione, o meglio, che ne abbia letto soltanto un pezzo. E che il pezzo in questione sia il seguente: «Ieri persino l'Unità baciava la pantofola di Bellocchio, persino il compagno Bruno Ugolini si chiedeva come sarebbe stata bella l'Italia se si fosse realizzato il sogno di Laura Braghetti-Bellocchio, una trattativa che lo liberasse». Un pezzo, quello del «compagno Bruno Ugolini», non proprio in linea con la linea della fermezza (berlingueriana), difesa invece sul Riformista dal «giornalista del quotidiano berlusconiano». Ugolini si chiede chi lo abbia ispirato (Gelli? D'Alema? Berlusconi stesso?), noi chi abbia ispirato lui.
Rosso veneziano: la 60. Mostra
Citto Maselli e il film di Bellocchio
di red
Citto Maselli ha spedito una e-mail all’Unità on line assai polemica. Prende a pretesto la rubrica S’ode a Venezia, di Bruno Ugolini. Il breve scritto (Il Leone e la Memoria) accennava alla possibilità che cineasti etichettati come "ultrasinistra" avessero condizionato il verdetto della giuria e la bocciatura del film di Bellocchio, considerato un’offesa alla storia e alla memoria del Pci. Il corsivo sosteneva che il film individuava nei brigatisti (e non negli avversari della trattativa) i colpevoli della tragica fine di Aldo Moro. Citto Maselli, evidentemente, ha interpretato tale riflessione come un'accusa diretta a lui e si è indignato.
La lettera di Maselli
Caro direttore,
mi doveva capitare di ritrovare in un sito internet di un giornale come è oggi l’Unità un pezzo di stampo esemplarmente zdanoviano per cui osare criticare, in un bellissimo film com’è l’ultimo di Marco Bellocchio, il semplicismo di alcune simbologie ed equivalenze significa stare dalla parte delle brigate rosse.
Non c’è nulla di quel pezzo che meriti una risposta. Mi sono iscritto al partito comunista italiano il sei giugno del 1944 e vi sono rimasto ininterrottamente fino al suo scioglimento. Prima, durante la Resistenza, militavo nell’unione studenti italiani (USI). Dopo, essendo rimasto comunista, nel partito della rifondazione comunista. Stupendamente definito da Bruno Ugolini “ultrasinistra”. Proprio come ai vecchi tempi.
Citto Maselli
P.S. nell’articolo cui mi riferisco naturalmente non sono nominato. Anche questo è come ai vecchi tempi. E proprio come a quei tempi si viene accusati di ispirare articoli di altri su altri giornali. Guarda caso
Citto Maselli
La risposta di Ugolini
Riepiloghiamo. Il Riformista pubblica uno strano articolo di un giornalista del quotidiano berlusconiano Il Giornale. Lo scritto protesta per due film politici dati a Venezia (Bertolucci e Bellocchio), considerati entrambi contro la memoria del Pci e della sua storia. Non essendo convinto che l’autore sia un cultore della memoria comunista, ipotizzo, in poche righe, che una tale interpretazione sia stata suggerita da altri (sconosciuti). Ora risponde, indignato, Citto Maselli, non chiamato in causa. Mi spiace. L’importante, comunque, è che quel film rimanga per tutti “bellissimo” e non una pretesa offesa alla memoria comunista.
Bruno Ugolini
il 5.9.03, Bruno Ugolini aveva scritto (sempre su l'Unità)
05.09.2003
Bellocchio bipartisan
di Bruno Ugolini
Una cosa mai vista. Mentre fuori imperversa lo scontro politico con Silvio Berlusconi in preda a non si sa quali fumi, qui, nelle ariose sale del palazzo del Cinema, spira un vento “bipartisan”. Il film di Marco Bellocchio “Buon giorno notte” è piaciuto a tutti, al “Foglio” che invoca un Leone d’oro, a “Il Riformista” che si appella naturalmente agli ambienti “più svelti e curiosi” (Bondi? Bossi?) del centrodestra, affinché adottino il film, a “Il Giornale” che intitola “Buon giorno notte, arriva la luce”. Non parliamo, naturalmente, de “L’Unità” o del “Corriere della sera”. Un peana. Finalmente uniti destra, sinistra e centro.
(...)
la risposta del Riformista
11 Settembre 2003
Divergenze parallele su Bellocchio
La provocatoria lettera di Luca Telese sul Riformista di sabato scorso, «Un festival revisionista contro la storia del Pci» (Venezia), ha provocato reazioni inaspettate. Certo, di provocazione si trattava e dunque poco male. Ma a dire il vero, nella sua lunga «lettera-avviso ai riformisti», Telese ci avvisava soltanto del fatto che, per salvare la memoria del Pci, bisognava «respingere sia la dietrologia complottarda (Benvenuti, ndr) sia il politicamente corretto (Bertolucci, ndr) che l'umanesimo catto-brigatista (Bellocchio, ndr): salvare Andreotti e Berlinguer».
Ma ecco che il giorno stesso, sul sito internet dell'Unità, Bruno Ugolini citava lo «strano pezzo sul Riformista dello svelto Luca Telese» per levare il suo alto monito: «Nessuno osi... presentarsi come il rappresentante della storia e della memoria del Pci. Il partito di Berlinguer spese contro le Br anche la vita dei suoi militanti...».
Ora forse vi chiederete cosa c'entri una simile invettiva con un articolo che invitava, per l'appunto, a «salvare Berlinguer e Andreotti» (cioè la linea della fermezza e della solidarietà nazionale), per «salvare la propria memoria». Ma il bello doveva ancora venire, e infatti è venuto ieri nella lettera di Citto Maselli al sito dell'Unità: «Caro direttore, mi doveva capitare di ritrovare in un sito internet di un giornale come l'Unità un pezzo di stampo zdanoviano per cui criticare, in un bellissimo film com'è quello di Marco Bellocchio, il semplicismo di alcune simbologie ed equivalenze significa stare dalla parte delle brigate rosse...». Poscritto: «Nell'articolo non sono nominato. Anche questo è come ai vecchi tempi. E proprio come ai vecchi tempi si viene accusati di ispirare articoli di altri su altri giornali. Guarda caso». Chiude la polemica la replica di Ugolini: «Riepiloghiamo. il Riformista pubblica uno strano articolo di un giornalista del quotidiano berlusconiano il Giornale... Non essendo convinto che l'autore sia un cultore della memoria comunista, ipotizzo, in poche righe, che una tale interpretazione sia stata suggerita da altri (sconosciuti). Ora risponde, indignato, Citto Maselli, non chiamato in causa. Mi spiace...».
Spiace anche a noi. Ma soprattutto ci viene il sospetto che Ugolini non abbia letto con attenzione il «pezzo» in questione, o meglio, che ne abbia letto soltanto un pezzo. E che il pezzo in questione sia il seguente: «Ieri persino l'Unità baciava la pantofola di Bellocchio, persino il compagno Bruno Ugolini si chiedeva come sarebbe stata bella l'Italia se si fosse realizzato il sogno di Laura Braghetti-Bellocchio, una trattativa che lo liberasse». Un pezzo, quello del «compagno Bruno Ugolini», non proprio in linea con la linea della fermezza (berlingueriana), difesa invece sul Riformista dal «giornalista del quotidiano berlusconiano». Ugolini si chiede chi lo abbia ispirato (Gelli? D'Alema? Berlusconi stesso?), noi chi abbia ispirato lui.
La Stampa
La Stampa 10 Settembre 2003
DOPO IL FESTIVAL DI VENEZIA
Il cinema torna a respirare
di Edoardo Bruno
VENEZIA ha confermato la ripresa del cinema italiano con «Il ritorno di Cagliostro», «Dreamers» e «Buongiorno notte». Assieme a «La Meglio gioventù» di Marco Tullio Giordana finalmente si sente di nuovo il respiro, l’imprevedibile regolarità di un cinema destinato a parlare e a «estendere lo sguardo in lontananza», nella accezione indicata da Montesquieu che esaltava lo sguardo come ideale di nitidezza legato alla ragione. Nelle parole di un filosofo che ha vissuto gli ultimi anni della sua esistenza in una cecità quasi assoluta, sentiamo il richiamo alla essenza stessa di una visione, come quella del cinema, che fa del buio il suo habitat naturale in cui si potenzia, tra memoria e utopia, la forza emotiva di una espressività.
Non a caso l’impegno politico che ha segnato le stagioni migliori del nostro neorealismo si ritrova nei film di punta della selezione italiana. (...)
Ma è la cisti introdotta da Bellocchio in «Buongiorno Notte» nello spessore del vetro che chiude il segreto dell'assassinio di Moro a supportare la fantasia e la finzione. Lo sguardo osserva il non visto, la preparazione geometrica dell’appartamento, le porte, le librerie e il trasporto, dopo il sequestro di Moro dentro una cassa, e immagina il non pensato del dubbio e della intransigenza di un gesto cui non è più possibile sottrarsi.(...)
Finalmente di nuovo il cinema si stringe all’utopia, rilegge la storia con le immagini di Vertov e di Rossellini come ipotesi di una epica cinematografica che va oltre l’enunciato, elemento di speranza nel buio che attraversiamo.
DOPO IL FESTIVAL DI VENEZIA
Il cinema torna a respirare
di Edoardo Bruno
VENEZIA ha confermato la ripresa del cinema italiano con «Il ritorno di Cagliostro», «Dreamers» e «Buongiorno notte». Assieme a «La Meglio gioventù» di Marco Tullio Giordana finalmente si sente di nuovo il respiro, l’imprevedibile regolarità di un cinema destinato a parlare e a «estendere lo sguardo in lontananza», nella accezione indicata da Montesquieu che esaltava lo sguardo come ideale di nitidezza legato alla ragione. Nelle parole di un filosofo che ha vissuto gli ultimi anni della sua esistenza in una cecità quasi assoluta, sentiamo il richiamo alla essenza stessa di una visione, come quella del cinema, che fa del buio il suo habitat naturale in cui si potenzia, tra memoria e utopia, la forza emotiva di una espressività.
Non a caso l’impegno politico che ha segnato le stagioni migliori del nostro neorealismo si ritrova nei film di punta della selezione italiana. (...)
Ma è la cisti introdotta da Bellocchio in «Buongiorno Notte» nello spessore del vetro che chiude il segreto dell'assassinio di Moro a supportare la fantasia e la finzione. Lo sguardo osserva il non visto, la preparazione geometrica dell’appartamento, le porte, le librerie e il trasporto, dopo il sequestro di Moro dentro una cassa, e immagina il non pensato del dubbio e della intransigenza di un gesto cui non è più possibile sottrarsi.(...)
Finalmente di nuovo il cinema si stringe all’utopia, rilegge la storia con le immagini di Vertov e di Rossellini come ipotesi di una epica cinematografica che va oltre l’enunciato, elemento di speranza nel buio che attraversiamo.
Gazzetta del Mezzogiorno
Gazzetta del Mezzogiorno 10.9.03
«Buongiorno, notte», ottimi incassi. (...)
Bellocchio tallona i “pirati” e Hulk
ROMA – Come prevedibile i pirati guidati da Johnny Depp in «La maledizione della prima luna» sbancano anche il botteghino italiano, seguiti dall'altro blockbuster «Hulk» che perde il primo posto ed è secondo; ma al terzo c'è subito «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio che, dopo le polemiche di Venezia, incassa nei cinema circa 700 mila euro. Il film sulla prigionia di Aldo Moro è, secondo il rilevamento Cinetel, secondo come media per sala: ha incassato infatti 4.090 euro per ogni schermo (163) contro i 2.818 di Hulk (che però è fuori in oltre 400 sale).
«Buongiorno, notte», ottimi incassi. (...)
Bellocchio tallona i “pirati” e Hulk
ROMA – Come prevedibile i pirati guidati da Johnny Depp in «La maledizione della prima luna» sbancano anche il botteghino italiano, seguiti dall'altro blockbuster «Hulk» che perde il primo posto ed è secondo; ma al terzo c'è subito «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio che, dopo le polemiche di Venezia, incassa nei cinema circa 700 mila euro. Il film sulla prigionia di Aldo Moro è, secondo il rilevamento Cinetel, secondo come media per sala: ha incassato infatti 4.090 euro per ogni schermo (163) contro i 2.818 di Hulk (che però è fuori in oltre 400 sale).
Liberazione: una lettera al giornale di Maria Fida Moro
Liberazione 10.9.03
"Buongiorno notte"
Quando finirà l'agonia di Moro?
Caro direttore, alcune brevi riflessioni a margine del film di Marco Bellocchio. Quando, a ragion di logica, dovrebbe terminare l'agonia di Aldo Moro e con la sua la nostra? Sono passati 25 anni ed ancora l'unico modo di nominare questa persona buona e mite è riassaporare i 55 malefici giorni coronati da una morte atroce quanto ingiusta. E' violenza pura nei confronti di quanti erano veramente legati a lui da profondo affetto. In questa maniera è impossibile metabolizzare il dolore perché c'è sempre qualcosa o qualcuno che ti ricorderà quell'agonia e quella morte. E non mi si venga a dire che si tratta di libertà di espressione perché non è così. Anche per le sconvolgenti immagini del corpo di mio padre sul tavolo dell'obitorio si è invocata la libertà. Ma quale libertà quella in nome della quale sono morti in tanti o quella di uccidere, vituperare, approfittarsi dei vinti, cancellare con la violenza ogni speranza e perfino la pietà? Dico - e ci credo profondamente - che un conto è ricordare una persona pubblica nella sfera pubblica un altro conto è far passare proprie illazioni per fatti reali, ricostruire un'intimità che non si conosce e non si conoscerà mai. Tutti hanno la facoltà di scrivere libri, fare film, pronunciare parole, costruire itinerari della memoria, ma ribadisco che - a mio avviso - non ne avrebbero il diritto. Non mi importa che sia bella e ben fatta l'opera che ne deriva se invade la sfera intima, privata, confidenziale non è più un'azione giusta. E poi c'è un certo gusto del macabro che accompagna da sempre questa vicenda cioè un abominio insanabile nella storia del nostro paese, una macchia di sangue incancellabile perché totalmente ingiusta. Il sangue innocente non si lava con le lacrime e con i films, ma unicamente attraverso l'amore e dove, santo cielo, si è nascosto l'amore?!
"Buongiorno notte"
Quando finirà l'agonia di Moro?
Caro direttore, alcune brevi riflessioni a margine del film di Marco Bellocchio. Quando, a ragion di logica, dovrebbe terminare l'agonia di Aldo Moro e con la sua la nostra? Sono passati 25 anni ed ancora l'unico modo di nominare questa persona buona e mite è riassaporare i 55 malefici giorni coronati da una morte atroce quanto ingiusta. E' violenza pura nei confronti di quanti erano veramente legati a lui da profondo affetto. In questa maniera è impossibile metabolizzare il dolore perché c'è sempre qualcosa o qualcuno che ti ricorderà quell'agonia e quella morte. E non mi si venga a dire che si tratta di libertà di espressione perché non è così. Anche per le sconvolgenti immagini del corpo di mio padre sul tavolo dell'obitorio si è invocata la libertà. Ma quale libertà quella in nome della quale sono morti in tanti o quella di uccidere, vituperare, approfittarsi dei vinti, cancellare con la violenza ogni speranza e perfino la pietà? Dico - e ci credo profondamente - che un conto è ricordare una persona pubblica nella sfera pubblica un altro conto è far passare proprie illazioni per fatti reali, ricostruire un'intimità che non si conosce e non si conoscerà mai. Tutti hanno la facoltà di scrivere libri, fare film, pronunciare parole, costruire itinerari della memoria, ma ribadisco che - a mio avviso - non ne avrebbero il diritto. Non mi importa che sia bella e ben fatta l'opera che ne deriva se invade la sfera intima, privata, confidenziale non è più un'azione giusta. E poi c'è un certo gusto del macabro che accompagna da sempre questa vicenda cioè un abominio insanabile nella storia del nostro paese, una macchia di sangue incancellabile perché totalmente ingiusta. Il sangue innocente non si lava con le lacrime e con i films, ma unicamente attraverso l'amore e dove, santo cielo, si è nascosto l'amore?!
Michele Serra su Repubblica e Adriana Faranda su indymedia.org
Repubblica 10.9.03
L´AMACA
MICHELE SERRA
LEGGO cronache e commenti sul "caso Bellocchio" tentando (vanamente) di capire come mai il regista abbia tanto patito per il verdetto di Venezia, e come mai la Rai, produttrice del film, abbia goffamente appesantito una situazione già imbarazzante minacciando di disertare le prossime edizioni della Mostra.
Il cinema d´arte, come ben sa Bellocchio e come dovrebbe sapere persino la Rai, è un rischio commerciale e intellettuale. Lo si fa perché si è artisti veri, come Bellocchio, o perché si ha un ruolo istituzionale nella cultura pubblica, come la Rai. I premi, le onorificenze e i titoloni di giornale sono solo un optional, specie quando, come è accaduto al bel film di Bellocchio, si è già premiati dal pubblico e dalla critica, massima gratificazione possibile.
Se capita che una giuria preferisca un altro film, tra l´altro non volgare e non qualunque, non si vede dove stia lo scandalo. Anzi: al tempo che fu (e Bellocchio c´era) dei premi e delle medaglie importava assai poco, e quasi se ne diffidava, con l´orgoglioso e sano snobismo di chi sa di valere indipendentemente dalle occasioni mondane e dalle cerimonie di premiazione.
indymedia.org 10.9.03
Adriana Faranda e caso Moro: "Come è possibile che non ci abbiano arrestato?"
by durden Wednesday September 10, 2003 at 08:10 PM
Adriana Faranda e caso Moro: "Come è possibile che non ci abbiano arrestato?"
AL CINEMA CON L’EX BRIGATISTA ADRIANA FARANDA
“COME E’ POSSIBILE CHE NON SIANO RIUSCITI AD ARRESTARCI?”
“MORO LIBERO AVREBBE FATTO PIU’ DANNI CHE MORO MORTO”
"Forse potevano prenderci. Non posso avere una certezza, ma è una domanda che oggi mi faccio. Come è possibile che non siano riusciti ad arrestarci? Nel movimento, o all'Università di Roma, molti sapevano dove eravamo, chi eravamo. I nostri contatti con la famiglia Moro erano sotto gli occhi di molti, i nostri interlocutori noti agli inquirenti". Adriana Faranda guarda la scena in cui Roberto Herlitska-Aldo Moro scrive le minute delle sue lettere, osserva i giochi di sguardi tra carceriere e prigioniero. Valuta le parole, i tic, i dettagli. E poi quasi sobbalza per la scena in cui la terrorista Maya Sansa-Annalaura Braghetti litiga con un suo amico che le parla del dilemma di una terrorista che arriva a perdere le sue certezze.
Alla fine, quando il film è finito, scuote la testa: "Per me è bellissimo. E' incredibile come Bellocchio sia riuscito a calarsi nella nostra psicologia, nel clima di quel tempo e a scavare una verità più profonda di quella esteriore. Non mi stupisce che uno straniero possa non averlo capito: la sceneggiatura è così immersa dentro il nostro stato d'animo, che in ogni immagine racconta qualcosa, forse più agli ex brigatisti che agli altri. Lo è al punto che spiega anche a noi cose che non avevamo capito, o che abbiamo capito dopo, o che non abbiamo ancora capito nemmeno oggi. Bellocchio ha messo le Br sul lettino dello psicanalista".
Adriana Faranda, venticinque anni dopo via Fani. Adriana Faranda davanti a Buongiono notte, il film che ha infiammato Venezia. Di quella pagina di storia italiana lei è stata protagonista. Dirigente Br di primo piano, unica a dissociarsi - con Valerio Morucci - sulla condanna a morte. Ma non per questo si sente meno in causa, al contrario: si riconosce anche lei nel meccanismo descritto dal regista.
Non è stata facile convincerla a parlare: fino ad oggi aveva schivato tutte le richieste di intervista sul film. La conosco bene da anni, ho lavorato spesso insieme al suo compagno, Gerald Bruneau, francese, uno dei più famosi e fantasiosi fotografi che oggi lavorino in Italia. Malgrado questo, la sua riluttanza a vedere insieme Buongiorno notte era molto forte: "La brigatista in sala per il film sui brigatisti non mi pare una buona idea. E’ una scelta inopportuna". Sono tornato alla carica con una cassetta strappata alla produzione: "E se lo vedessimo a casa tua?". Ma i dubbi restavano: "Temo il clichè della frase rituale, l'ex br racconta…. Accade due o tre volte l'anno e poi ripetiamo sempre le stesse cose: stereotipate, tranquillizzanti per tutti, verità comode anche per noi". Eppure è stato proprio il film di Bellocchio a far sì che questa analisi impietosa non si ripetesse. Sono andato con una collega a Martignano, nella casetta di campagna dove la Faranda lavora discretamente, lontana dai riflettori e da Roma: fa la fotografa, si occupa di un progetto di solidarietà con l'Iraq, ha due cani enormi. Dopo il film abbiamo parlato, fino alle quattro del mattino. Adriana è diversa da molti altri ex br, e tende a raccontare le cose come le ha vissute allora.
Spiega i suoi ragionamenti a distanza di un quarto di secolo, ma documenta sia le cose che si sono rivelate giuste che quelle sbagliate, sia le ipotesi centrate che quelle ormai inverosimili, se non deliranti. Ripercorre le decisioni più drammatiche, la dinamica del sequestro vista da "dentro", distingue l'analisi sul piano "politico", "umano" e "storico": "tre livelli: che - spiega - si sono intrecciati, ma sono sempre rimasti divisi. Non nasconde le sue zone d'ombra, proprio lei che ha fatto 15 anni di carcere senza pentirsi. Dice cose nuove rispetto a quelle che ha scritto nel suo libro, e inizia con una piccola "rivelazione" sul film.
Bellocchio spiega che nel personaggio ispirato alla Braghetti e recitato da Maya Sansa ha messo anche cose di altri protagonisti e di sé. Ma stupisce che l’attrice abbia nel film la linea di opposizione all'esecuzione che fu tua e di Valerio Morucci. E’ una forzatura?
"Tre anni fa Marco venne da me a chiedermi se poteva adoperare il mio libro, “Nell'anno della tigre”, scritto con Silvana Mazzocchi, come palinsesto della sua sceneggiatura, come poi ha fatto con Il prigioniero di Annalaura. Mi poneva solo una condizioni: l'assoluta liberta di scrittura. Avrebbe adoperato la formula "liberamente tratto" e pensava ad un titolo che evocasse direttamente la mia storia".
Chissà, "Adriana F."… Eri onorata e hai risposto sì?
"Ero turbata e ho risposto no".
Come mai?
"Confesso, la richiesta di assoluta libertà creativa mi spaventava: la mia storia è abbastanza drammatica e complessa in sé. E sinceramente non pensavo che potesse fare uno scavo di questo tipo. Oggi ritrovo nella sceneggiatura molti dei problemi di cui abbiamo discusso all'epoca nel lavoro di Marco. E sono colpita dalla forza del film. Tutto è semplificato, ma reso con grande efficacia. Soprattutto il nodo per me più importante".
Quale?
"La metafora della nostra claustrofobia. E' vero: eravamo tutti chiusi in quell'appartamento. Tutte le Br imprigionate con Moro, asfittiche, chiuse e cieche, prive di legami con il modo reale. E’ rappresentato per la prima volta, quel nostro senso di angoscia".
Sono verosimili i dialoghi?
"Non realistici: ma la loro scarnezza evoca bene la povertà di un dibattito chiuso nella camicia di forza dell'ideologia. E’ bellissimo quel gioco di sguardi separati dalla spioncino e imprigionati in un silenzio pregno di emozioni che allude alla ricerca di un dialogo allora impossibile".
Un punto decisivo è il dramma di Maya Sansa-Braghetti, contraria alla condanna ma incapace di opporsi. Ma era verosimile, data la ferrea disciplina interna?
"Nelle Br c'era una sorta di scissione. Per capire quei processi bisogna pensare cos'è la clandestinità. Io nella vita normale posso dirti, "Andiamo a Roma perchè è bello". Ma in quel contesto bisognava motivarlo sul piano di una razionale convenienza e su quello politico-dottrinario. E’ impensabile che Annalaura dicesse: salviamo Moro perchè è un uomo: o si traduceva in una linea politica, oppure era come non dirlo".
E tu come lo dicesti?
"C'erano motivazioni che hanno senso ancora oggi e altre che si rivelarono infondate. Dicevamo che una esecuzione avrebbe autorizzato lo Stato a una rappresaglia sui detenuti, come in Germania. Lo temevo, non accadde. Poi spiegavamo che liberare Moro sarebbe stata la nostra più grande prova di forza. Citavo la convenzione di Ginevra: un conto era assassinare un "bersaglio" in azione di guerriglia, come dicevamo allora, un altro assassinare un prigioniero nutrito, lavato, vestito per due mesi".
Non è una ricostruzione ex-post, troppo edulcorata questa?
"Nel documento con cui siamo usciti dalla Br usiamo per la prima volta la parola "terrorismo": fece scandalo, anche nel movimento, era la parola dei nostri avversari. Ma non voglio nemmeno idealizzarci, far credere che fosse solo una logica umanitaria, la nostra: era anche un problema politico. Dicevo: partivamo per fare la guerra di classe e finiamo sequestratori. Eravamo nati per abbattere lo stato, siamo diventati come lui. Non è facile da spiegare, oggi".
Le Br di Bellocchio vacillano nelle loro certezze dopo il messaggio del Papa, è verosimile?
"Altro che: ricordo un impatto molto forte tra i compagni, un turbamento vero. Fu il momento in cui l'idea della condanna a morte fu maggiormente in discussione".
Ma come? Paolo VI aveva detto: liberatelo senza contropartite, e Bellocchio immagina che fosse una formula suggerita da Andreotti...
"Si, ma anche qui bisogna pesare le parole: il Papa si rivolgeva a noi dicendo: "Uomini" delle Br. Uomini, chiaro? Era un forte ribaltamento del lessico ufficiale, quello per cui eravamo solo assassini. Partiva da quegli stessi valori di umanità da cui ci eravamo mossi noi, prima di diventare una versione in sedicesimo dello Stato-nemico. Sarebbe bastato poco di più per far vacillare un'organizzazione che, come giustamente mostra Bellocchio, era sull'orlo del cedimento per le dinamiche che Moro aveva innescato. Anche il personaggio di Moretti-Lo Cascio ("capo" dei sequestratori, ndr.), pur nella sua feroce determinazione, dubita. E io sono convinto che sia vero, Mario era così. Bastava un gesto, anche slegato dalle nostre richieste, chessò, un cambiamento nelle condizioni di detenzione dei politici... se ci fosse stato, le persone come Annalaura avrebbero avuto la forza di opporsi, invece di vivere solo il dramma interiore che Bellocchio racconta benissimo, con l'associazione simbolica tra lettera di addio di Moro alla moglie Noretta, e le lettere dei condannati a morte della Resistenza".
E’ credibile una brigatista che associa le SS naziste alle sue Br? Due anni dopo la stessa Braghetti che dubita ucciderà Bachelet!
"Sì, io credo al dramma di Annalaura, la conosco. C'è quella frase, nel film, che un amico (Paolo Briguglia), le dice: "Non vuoi uccidere Moro ma non puoi opporti, non puoi chiamare la polizia, puoi solo impazzire... Questa condizione l’ho vissuta: sei un né-né, ti si rompe qualcosa dentro, ma non puoi passare dall'altra parte, tradire i tuoi compagni. Nel film il Moro di Bellocchio dice: "Anche la vostra è una religione". Verissimo, eravamo come una chiesa: e se non abiuri non esci dalla chiesa".
Devo chiederlo in maniera più netta. Avevate pianificato il sequestro, era il vostro atto più importante: le parole di Moro potevano farvi piangere?
"Moro aveva una sua lingua che stupì da subito Moretti. Eravamo partiti per processarlo, e non riuscivamo ad incastrarlo. Moretti ci diceva: "E' elusivo, sfugge il confronto, mi porta in giro...". Questa diversità ci scosse. Ma la lettera di Moro alla moglie fu uno choc: quella lingua bizantina diventasse improvvisamente così diretta, toccante... è una cosa che ti stupisce, e può spaccarti il cuore. Su me, su molti di noi ebbe questo effetto".
Non era fino a poco prima il capo del Sim, il fantomatico Sistema internazionale delle multinazionali caro al brigatese?
"Sì, ma di questo Sim non emerse traccia negli interrogatori, e il fatto ci deluse molto. Saltò fuori Gladio, che non era poca cosa. Ma non era il legame politico economico che era alla base della nostra teoria,. E invece usciva la carica umana di quest'uomo, che noi vedevamo scaricato da tutti i suoi amici, dal sistema in cui aveva creduto. Lo pensavamo l'uomo-chiave del potere, e dopo non potevamo non vederlo come vittima di quello stesso potere. Ecco perchè molto freddamente usavo l'argomentazione - politica, non umanitaria - che a quel sistema Moro libero avrebbe fatto più danni che Moro morto".
Eri nel vertice che decise. Ma chi decise? Pare incredibile che si scelse solo in base dei resoconti di Moretti e dei carcerieri. Quale fu il meccanismo?
"Si sondarono le colonne e seppi che la maggioranza dell'organizzazione era per l'esecuzione: non sapevo quante Annalaura ci fossero, contrarie ma disciplinate. A Roma ci opponemmo solo in due".
Si decise col.... "maggioritario"?
"Se aiuta a capire... a maggioranza sì: il parere delle colonne fu unanime, ma nessuno ha mai saputo in quanti si opposero".
La tua riflessione sul mancato arresto prende spunto da uno dei sogni della brigatista nel film, quello in cui lei e Moro stanno uscendo dalla porta di casa e la trovano piantonata da un plotone di agenti che li bloccano....
"Immagine straordinaria. Marco rappresenta così il paradosso delle forze dell'ordine che non riuscivano trovare Moro, e che per lui non lo volevano trovare. Io oggi sono sicura che persone come Cossiga, si adoperarono al massimo delle loro possibilità. Certo, di lettere di Moro io e Valerio ne abbiamo recapitate decine. Una l'abbiamo messa persino davanti a casa di Giulio Andreotti, a Corso Vittorio Emanuele, perchè giocavano d'azzardo, perchè volevamo... "toccargli il naso". Ma i nostri destinatari erano sorvegliati, erano sempre gli stessi, il segretario di Moro e i suoi collaboratori più stretti. la procedura si ripeteva sempre... ecco, io vedo quella scena del film e penso. Come è possibile che non ci abbiano preso?".
Lo pensavi anche allora?
"No, non lucidamente, ci credevamo invincibili. Certo, quando incontravamo Lanfranco Pace gli facevamo fare cento giri, ma come è possibile che nessuno lo pedinasse? Prima del sequestro fecero irruzione nella mia vecchia casa dove e sapevano che ero nel direttivo, o come si chiamava. Possibile non sapessero chi fossero gli altri? Ad esempio Roberto Seghetti che non era nemmeno latitante? Certo, forse non era automatico arrivare fino a Moro, ma fino a noi sì: eravamo noi l'anello debole della struttura clandestina".
Non ti posso non fare la domanda più importante. Ti pare possibile che Moretti potesse essere un infiltrato?
"No".
Ne sei così sicura? E' incredibile quanto potere ha avuto. Quanto peso ha avuto in quelle scelte...
"Questa storia la sostiene Alberto Franceschini, ed ha una radice chiara: dividere un prima e un dopo. Le Bierre buone dei vecchi tempi e quelle cattive del sequestro. Le Br che non uccidono e quelle che non uccidono... a me pare una sciocchezza . E poi Moretti si sarebbe fatto vent'anni di carcere per custodire questo segreto? Perchè mai? Con quale contropartita? L'avessero messo fuori avrei potuto capire. No, la verità invece è una, e una sola, purtroppo: e la risposta sta nel film".
In che senso?
"Perchè come ti spiega Bellocchio, quel delitto è nato è cresciuto dentro le bierre: sostenuto da una logica ferrea, dentro la nostra visione del modo, il nostro modo di pensare e agire, le nostre scelte. I condizionamenti esterni ci possono essere stati e come vedi sono la prima a non escluderli. Ma nessun infiltrato da solo avrebbe potuto fare tutto questo. Moro lo abbiamo ucciso noi, mica i servizi".
In questi anni hai mantenuto un rapporto stretto con la figlia dell'uomo che hai sequestrato, come è possibile?
"Preferirei non parlarne troppo. Ma Maria Fida ha avuto un coraggio incredibile allacciando questo rapporto con noi quando ancora eravamo in carcere: quando veniva a trovarci subì critiche spietate, soprattutto dai familiari delle vittime della scorta".
E se davvero Moro avesse fatto quella passeggiata da uomo libero, come volevate tu e Morucci?
"Sarebbe stata un'altra storia. La trattativa avrebbe messo in crisi il regime che volevamo abbattere, ma anche le Br. Io di questo oggi resto convinta".
Non ho ancora capito se, per restare nella metafora ecclesiale, Adriana Faranda sia una "convertita" o una "spretata"....
"Spretata perché non ho più e non cerco un'altra chiesa, e quelle che vedo oggi, in giro, non mi paiono meglio. Sono riconvertita alle ragioni del dialogo. Ma sopratutto sono tornata al primato del diritto alla vita. Allora ero accecata dalle certezze, e che ora non vedo più una linea netta di demarcazione tra bene e male, dove io sto dalla parte del bene e gli altri al di là del confine".
L´AMACA
MICHELE SERRA
LEGGO cronache e commenti sul "caso Bellocchio" tentando (vanamente) di capire come mai il regista abbia tanto patito per il verdetto di Venezia, e come mai la Rai, produttrice del film, abbia goffamente appesantito una situazione già imbarazzante minacciando di disertare le prossime edizioni della Mostra.
Il cinema d´arte, come ben sa Bellocchio e come dovrebbe sapere persino la Rai, è un rischio commerciale e intellettuale. Lo si fa perché si è artisti veri, come Bellocchio, o perché si ha un ruolo istituzionale nella cultura pubblica, come la Rai. I premi, le onorificenze e i titoloni di giornale sono solo un optional, specie quando, come è accaduto al bel film di Bellocchio, si è già premiati dal pubblico e dalla critica, massima gratificazione possibile.
Se capita che una giuria preferisca un altro film, tra l´altro non volgare e non qualunque, non si vede dove stia lo scandalo. Anzi: al tempo che fu (e Bellocchio c´era) dei premi e delle medaglie importava assai poco, e quasi se ne diffidava, con l´orgoglioso e sano snobismo di chi sa di valere indipendentemente dalle occasioni mondane e dalle cerimonie di premiazione.
indymedia.org 10.9.03
Adriana Faranda e caso Moro: "Come è possibile che non ci abbiano arrestato?"
by durden Wednesday September 10, 2003 at 08:10 PM
Adriana Faranda e caso Moro: "Come è possibile che non ci abbiano arrestato?"
AL CINEMA CON L’EX BRIGATISTA ADRIANA FARANDA
“COME E’ POSSIBILE CHE NON SIANO RIUSCITI AD ARRESTARCI?”
“MORO LIBERO AVREBBE FATTO PIU’ DANNI CHE MORO MORTO”
"Forse potevano prenderci. Non posso avere una certezza, ma è una domanda che oggi mi faccio. Come è possibile che non siano riusciti ad arrestarci? Nel movimento, o all'Università di Roma, molti sapevano dove eravamo, chi eravamo. I nostri contatti con la famiglia Moro erano sotto gli occhi di molti, i nostri interlocutori noti agli inquirenti". Adriana Faranda guarda la scena in cui Roberto Herlitska-Aldo Moro scrive le minute delle sue lettere, osserva i giochi di sguardi tra carceriere e prigioniero. Valuta le parole, i tic, i dettagli. E poi quasi sobbalza per la scena in cui la terrorista Maya Sansa-Annalaura Braghetti litiga con un suo amico che le parla del dilemma di una terrorista che arriva a perdere le sue certezze.
Alla fine, quando il film è finito, scuote la testa: "Per me è bellissimo. E' incredibile come Bellocchio sia riuscito a calarsi nella nostra psicologia, nel clima di quel tempo e a scavare una verità più profonda di quella esteriore. Non mi stupisce che uno straniero possa non averlo capito: la sceneggiatura è così immersa dentro il nostro stato d'animo, che in ogni immagine racconta qualcosa, forse più agli ex brigatisti che agli altri. Lo è al punto che spiega anche a noi cose che non avevamo capito, o che abbiamo capito dopo, o che non abbiamo ancora capito nemmeno oggi. Bellocchio ha messo le Br sul lettino dello psicanalista".
Adriana Faranda, venticinque anni dopo via Fani. Adriana Faranda davanti a Buongiono notte, il film che ha infiammato Venezia. Di quella pagina di storia italiana lei è stata protagonista. Dirigente Br di primo piano, unica a dissociarsi - con Valerio Morucci - sulla condanna a morte. Ma non per questo si sente meno in causa, al contrario: si riconosce anche lei nel meccanismo descritto dal regista.
Non è stata facile convincerla a parlare: fino ad oggi aveva schivato tutte le richieste di intervista sul film. La conosco bene da anni, ho lavorato spesso insieme al suo compagno, Gerald Bruneau, francese, uno dei più famosi e fantasiosi fotografi che oggi lavorino in Italia. Malgrado questo, la sua riluttanza a vedere insieme Buongiorno notte era molto forte: "La brigatista in sala per il film sui brigatisti non mi pare una buona idea. E’ una scelta inopportuna". Sono tornato alla carica con una cassetta strappata alla produzione: "E se lo vedessimo a casa tua?". Ma i dubbi restavano: "Temo il clichè della frase rituale, l'ex br racconta…. Accade due o tre volte l'anno e poi ripetiamo sempre le stesse cose: stereotipate, tranquillizzanti per tutti, verità comode anche per noi". Eppure è stato proprio il film di Bellocchio a far sì che questa analisi impietosa non si ripetesse. Sono andato con una collega a Martignano, nella casetta di campagna dove la Faranda lavora discretamente, lontana dai riflettori e da Roma: fa la fotografa, si occupa di un progetto di solidarietà con l'Iraq, ha due cani enormi. Dopo il film abbiamo parlato, fino alle quattro del mattino. Adriana è diversa da molti altri ex br, e tende a raccontare le cose come le ha vissute allora.
Spiega i suoi ragionamenti a distanza di un quarto di secolo, ma documenta sia le cose che si sono rivelate giuste che quelle sbagliate, sia le ipotesi centrate che quelle ormai inverosimili, se non deliranti. Ripercorre le decisioni più drammatiche, la dinamica del sequestro vista da "dentro", distingue l'analisi sul piano "politico", "umano" e "storico": "tre livelli: che - spiega - si sono intrecciati, ma sono sempre rimasti divisi. Non nasconde le sue zone d'ombra, proprio lei che ha fatto 15 anni di carcere senza pentirsi. Dice cose nuove rispetto a quelle che ha scritto nel suo libro, e inizia con una piccola "rivelazione" sul film.
Bellocchio spiega che nel personaggio ispirato alla Braghetti e recitato da Maya Sansa ha messo anche cose di altri protagonisti e di sé. Ma stupisce che l’attrice abbia nel film la linea di opposizione all'esecuzione che fu tua e di Valerio Morucci. E’ una forzatura?
"Tre anni fa Marco venne da me a chiedermi se poteva adoperare il mio libro, “Nell'anno della tigre”, scritto con Silvana Mazzocchi, come palinsesto della sua sceneggiatura, come poi ha fatto con Il prigioniero di Annalaura. Mi poneva solo una condizioni: l'assoluta liberta di scrittura. Avrebbe adoperato la formula "liberamente tratto" e pensava ad un titolo che evocasse direttamente la mia storia".
Chissà, "Adriana F."… Eri onorata e hai risposto sì?
"Ero turbata e ho risposto no".
Come mai?
"Confesso, la richiesta di assoluta libertà creativa mi spaventava: la mia storia è abbastanza drammatica e complessa in sé. E sinceramente non pensavo che potesse fare uno scavo di questo tipo. Oggi ritrovo nella sceneggiatura molti dei problemi di cui abbiamo discusso all'epoca nel lavoro di Marco. E sono colpita dalla forza del film. Tutto è semplificato, ma reso con grande efficacia. Soprattutto il nodo per me più importante".
Quale?
"La metafora della nostra claustrofobia. E' vero: eravamo tutti chiusi in quell'appartamento. Tutte le Br imprigionate con Moro, asfittiche, chiuse e cieche, prive di legami con il modo reale. E’ rappresentato per la prima volta, quel nostro senso di angoscia".
Sono verosimili i dialoghi?
"Non realistici: ma la loro scarnezza evoca bene la povertà di un dibattito chiuso nella camicia di forza dell'ideologia. E’ bellissimo quel gioco di sguardi separati dalla spioncino e imprigionati in un silenzio pregno di emozioni che allude alla ricerca di un dialogo allora impossibile".
Un punto decisivo è il dramma di Maya Sansa-Braghetti, contraria alla condanna ma incapace di opporsi. Ma era verosimile, data la ferrea disciplina interna?
"Nelle Br c'era una sorta di scissione. Per capire quei processi bisogna pensare cos'è la clandestinità. Io nella vita normale posso dirti, "Andiamo a Roma perchè è bello". Ma in quel contesto bisognava motivarlo sul piano di una razionale convenienza e su quello politico-dottrinario. E’ impensabile che Annalaura dicesse: salviamo Moro perchè è un uomo: o si traduceva in una linea politica, oppure era come non dirlo".
E tu come lo dicesti?
"C'erano motivazioni che hanno senso ancora oggi e altre che si rivelarono infondate. Dicevamo che una esecuzione avrebbe autorizzato lo Stato a una rappresaglia sui detenuti, come in Germania. Lo temevo, non accadde. Poi spiegavamo che liberare Moro sarebbe stata la nostra più grande prova di forza. Citavo la convenzione di Ginevra: un conto era assassinare un "bersaglio" in azione di guerriglia, come dicevamo allora, un altro assassinare un prigioniero nutrito, lavato, vestito per due mesi".
Non è una ricostruzione ex-post, troppo edulcorata questa?
"Nel documento con cui siamo usciti dalla Br usiamo per la prima volta la parola "terrorismo": fece scandalo, anche nel movimento, era la parola dei nostri avversari. Ma non voglio nemmeno idealizzarci, far credere che fosse solo una logica umanitaria, la nostra: era anche un problema politico. Dicevo: partivamo per fare la guerra di classe e finiamo sequestratori. Eravamo nati per abbattere lo stato, siamo diventati come lui. Non è facile da spiegare, oggi".
Le Br di Bellocchio vacillano nelle loro certezze dopo il messaggio del Papa, è verosimile?
"Altro che: ricordo un impatto molto forte tra i compagni, un turbamento vero. Fu il momento in cui l'idea della condanna a morte fu maggiormente in discussione".
Ma come? Paolo VI aveva detto: liberatelo senza contropartite, e Bellocchio immagina che fosse una formula suggerita da Andreotti...
"Si, ma anche qui bisogna pesare le parole: il Papa si rivolgeva a noi dicendo: "Uomini" delle Br. Uomini, chiaro? Era un forte ribaltamento del lessico ufficiale, quello per cui eravamo solo assassini. Partiva da quegli stessi valori di umanità da cui ci eravamo mossi noi, prima di diventare una versione in sedicesimo dello Stato-nemico. Sarebbe bastato poco di più per far vacillare un'organizzazione che, come giustamente mostra Bellocchio, era sull'orlo del cedimento per le dinamiche che Moro aveva innescato. Anche il personaggio di Moretti-Lo Cascio ("capo" dei sequestratori, ndr.), pur nella sua feroce determinazione, dubita. E io sono convinto che sia vero, Mario era così. Bastava un gesto, anche slegato dalle nostre richieste, chessò, un cambiamento nelle condizioni di detenzione dei politici... se ci fosse stato, le persone come Annalaura avrebbero avuto la forza di opporsi, invece di vivere solo il dramma interiore che Bellocchio racconta benissimo, con l'associazione simbolica tra lettera di addio di Moro alla moglie Noretta, e le lettere dei condannati a morte della Resistenza".
E’ credibile una brigatista che associa le SS naziste alle sue Br? Due anni dopo la stessa Braghetti che dubita ucciderà Bachelet!
"Sì, io credo al dramma di Annalaura, la conosco. C'è quella frase, nel film, che un amico (Paolo Briguglia), le dice: "Non vuoi uccidere Moro ma non puoi opporti, non puoi chiamare la polizia, puoi solo impazzire... Questa condizione l’ho vissuta: sei un né-né, ti si rompe qualcosa dentro, ma non puoi passare dall'altra parte, tradire i tuoi compagni. Nel film il Moro di Bellocchio dice: "Anche la vostra è una religione". Verissimo, eravamo come una chiesa: e se non abiuri non esci dalla chiesa".
Devo chiederlo in maniera più netta. Avevate pianificato il sequestro, era il vostro atto più importante: le parole di Moro potevano farvi piangere?
"Moro aveva una sua lingua che stupì da subito Moretti. Eravamo partiti per processarlo, e non riuscivamo ad incastrarlo. Moretti ci diceva: "E' elusivo, sfugge il confronto, mi porta in giro...". Questa diversità ci scosse. Ma la lettera di Moro alla moglie fu uno choc: quella lingua bizantina diventasse improvvisamente così diretta, toccante... è una cosa che ti stupisce, e può spaccarti il cuore. Su me, su molti di noi ebbe questo effetto".
Non era fino a poco prima il capo del Sim, il fantomatico Sistema internazionale delle multinazionali caro al brigatese?
"Sì, ma di questo Sim non emerse traccia negli interrogatori, e il fatto ci deluse molto. Saltò fuori Gladio, che non era poca cosa. Ma non era il legame politico economico che era alla base della nostra teoria,. E invece usciva la carica umana di quest'uomo, che noi vedevamo scaricato da tutti i suoi amici, dal sistema in cui aveva creduto. Lo pensavamo l'uomo-chiave del potere, e dopo non potevamo non vederlo come vittima di quello stesso potere. Ecco perchè molto freddamente usavo l'argomentazione - politica, non umanitaria - che a quel sistema Moro libero avrebbe fatto più danni che Moro morto".
Eri nel vertice che decise. Ma chi decise? Pare incredibile che si scelse solo in base dei resoconti di Moretti e dei carcerieri. Quale fu il meccanismo?
"Si sondarono le colonne e seppi che la maggioranza dell'organizzazione era per l'esecuzione: non sapevo quante Annalaura ci fossero, contrarie ma disciplinate. A Roma ci opponemmo solo in due".
Si decise col.... "maggioritario"?
"Se aiuta a capire... a maggioranza sì: il parere delle colonne fu unanime, ma nessuno ha mai saputo in quanti si opposero".
La tua riflessione sul mancato arresto prende spunto da uno dei sogni della brigatista nel film, quello in cui lei e Moro stanno uscendo dalla porta di casa e la trovano piantonata da un plotone di agenti che li bloccano....
"Immagine straordinaria. Marco rappresenta così il paradosso delle forze dell'ordine che non riuscivano trovare Moro, e che per lui non lo volevano trovare. Io oggi sono sicura che persone come Cossiga, si adoperarono al massimo delle loro possibilità. Certo, di lettere di Moro io e Valerio ne abbiamo recapitate decine. Una l'abbiamo messa persino davanti a casa di Giulio Andreotti, a Corso Vittorio Emanuele, perchè giocavano d'azzardo, perchè volevamo... "toccargli il naso". Ma i nostri destinatari erano sorvegliati, erano sempre gli stessi, il segretario di Moro e i suoi collaboratori più stretti. la procedura si ripeteva sempre... ecco, io vedo quella scena del film e penso. Come è possibile che non ci abbiano preso?".
Lo pensavi anche allora?
"No, non lucidamente, ci credevamo invincibili. Certo, quando incontravamo Lanfranco Pace gli facevamo fare cento giri, ma come è possibile che nessuno lo pedinasse? Prima del sequestro fecero irruzione nella mia vecchia casa dove e sapevano che ero nel direttivo, o come si chiamava. Possibile non sapessero chi fossero gli altri? Ad esempio Roberto Seghetti che non era nemmeno latitante? Certo, forse non era automatico arrivare fino a Moro, ma fino a noi sì: eravamo noi l'anello debole della struttura clandestina".
Non ti posso non fare la domanda più importante. Ti pare possibile che Moretti potesse essere un infiltrato?
"No".
Ne sei così sicura? E' incredibile quanto potere ha avuto. Quanto peso ha avuto in quelle scelte...
"Questa storia la sostiene Alberto Franceschini, ed ha una radice chiara: dividere un prima e un dopo. Le Bierre buone dei vecchi tempi e quelle cattive del sequestro. Le Br che non uccidono e quelle che non uccidono... a me pare una sciocchezza . E poi Moretti si sarebbe fatto vent'anni di carcere per custodire questo segreto? Perchè mai? Con quale contropartita? L'avessero messo fuori avrei potuto capire. No, la verità invece è una, e una sola, purtroppo: e la risposta sta nel film".
In che senso?
"Perchè come ti spiega Bellocchio, quel delitto è nato è cresciuto dentro le bierre: sostenuto da una logica ferrea, dentro la nostra visione del modo, il nostro modo di pensare e agire, le nostre scelte. I condizionamenti esterni ci possono essere stati e come vedi sono la prima a non escluderli. Ma nessun infiltrato da solo avrebbe potuto fare tutto questo. Moro lo abbiamo ucciso noi, mica i servizi".
In questi anni hai mantenuto un rapporto stretto con la figlia dell'uomo che hai sequestrato, come è possibile?
"Preferirei non parlarne troppo. Ma Maria Fida ha avuto un coraggio incredibile allacciando questo rapporto con noi quando ancora eravamo in carcere: quando veniva a trovarci subì critiche spietate, soprattutto dai familiari delle vittime della scorta".
E se davvero Moro avesse fatto quella passeggiata da uomo libero, come volevate tu e Morucci?
"Sarebbe stata un'altra storia. La trattativa avrebbe messo in crisi il regime che volevamo abbattere, ma anche le Br. Io di questo oggi resto convinta".
Non ho ancora capito se, per restare nella metafora ecclesiale, Adriana Faranda sia una "convertita" o una "spretata"....
"Spretata perché non ho più e non cerco un'altra chiesa, e quelle che vedo oggi, in giro, non mi paiono meglio. Sono riconvertita alle ragioni del dialogo. Ma sopratutto sono tornata al primato del diritto alla vita. Allora ero accecata dalle certezze, e che ora non vedo più una linea netta di demarcazione tra bene e male, dove io sto dalla parte del bene e gli altri al di là del confine".
Libertà: il lavoro di Marco Bellocchio a Bobbio, e ancora sul film
Libertà 10.9.03
BOBBIO. Il regista piacentino ha aperto i corsi di “Farecinema”, scelta caduta sulla “Cavallina storna”
Bellocchio: ora un “corto” su Pascoli
«Venezia? Mi conforta il successo di “Buongiorno, notte”»
di Oliviero Marchesi
«Nella torre il silenzio era già alto/sussurravano i pioppi del Rio Salto...». I versi familiari di La cavallina storna di Giovanni Pascoli sono stati il sorprendente “compito” (con tanto di testo in fotocopia) assegnato da Marco Bellocchio ai 20 allievi dell'edizione 2003 di FareCinema come soggetto di partenza per il cortometraggio a realizzazione collettiva su cui ogni anno si impernia il laboratorio che il grande cineasta piacentino tiene nella sua amata Bobbio. Una scelta che ieri, al primo giorno di laboratorio, ha seminato stupore tra gli studenti di FareCinema, anche se qualcuno ha osservato che la poesia pascoliana, come il recentissimo Buongiorno, notte di Bellocchio, parla pur sempre dell'assassinio di una figura paterna... ). I giovani allievi ieri si sono divisi in tre gruppi per elaborare ipotesi di sceneggiatura di cui nel pomeriggio hanno discusso con Bellocchio e un'altra docente del corso, la sceneggiatrice Daniela Ceselli. Dopo il brainstorming, il regista ha avuto con noi una breve conversazione. Come mai la scelta di una poesia “da scuola elementare” per il soggetto del “corto” di quest'anno? «Sono memorie radicate nel mondo dell'infanzia, un mondo mentale che è sempre stato una grande ispirazione per me. Volevo una poesia che, per ricordi scolastici, fosse familiare a tutti. Avevo pensato anche a un'ode di Manzoni che amo molto, Il cinque maggio, la cui trasposizione filmica presentava però grandi difficoltà. Alla fine la scelta è caduta su La cavallina storna perché questa lirica - come Pascoli in generale - è molto cinematografica. Evoca, visivamente, scene e locations: la stalla, il luogo del delitto...». Parliamo di «Buongiorno, notte», il suo bellissimo film sul caso Moro presentato a Venezia: una delle cose che più colpiscono è l'assenza dei luoghi “storici” di quella tragedia: al loro posto c'è il buio di un “dramma da camera” essenzialmente ambientato in una stanza. «In effetti non ho voluto ricostruire la storia di quell' affaire: da un punto di vista squisitamente storico il mio può essere senz'altro considerato un film discutibile. Al di là degli stimoli esterni - la commissione da parte della Rai, la lettura del libro della brigatista Braghetti - ho voluto ricercare la verità umana, interiore di una situazione tragica come fu quella». La mancata vittoria a Venezia è stata aspramente contestata dai critici italiani e dalla Rai. Il successo che il film sta riscuotendo nelle sale le ha un po' addolcito questa amarezza? «Beh, amarezza... - Bellocchio sorride - Di certo questo successo mi fa un grande piacere: un regista lavora perché la sua opera sia vista. E magari i numeri delle sale faranno sì che un autore commercialmente “fragile” come sono sempre stato io potrà presentarsi la prossima volta ai produttori da una posizione di maggior forza». Dopo l'incontro con Bellocchio, per gli allievi c'è la “lezione” di un altro ospite importante: il produttore Marco Müller, già direttore di memorabili edizioni del Festival di Locarno, già mente di Fabrica Cinema(...)
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