lunedì 15 settembre 2003

***la lettera di Marco Bellocchio in prima pagina sulla Repubblica del 15.9.03

(segnalato da Simona Facchini - l'articolo di Mario Pirani, a cui questa lettera si riferisce - è disponibile in questo blog, qui sotto, alla data del 12.9)

La Repubblica 15.9.03 PRIMA PAGINA
IL CORAGGIO DI ANDARE OLTRE LA STORIA

Un film sceglie un punto di vista uno sguardo: può anche omettere
Ma sulle Br ho un'idea precisa in "Buongiorno notte": si dice che infatti sono "folli e stupide"
di MARCO BELLOCCHIO

Il successo di un film nelle sale non fa giustizia delle critiche, certo. Sono due circostanze distinte, camminano su strade separate. "Buongiorno, notte" gode dell´attenzione del pubblico, e - insieme - suscita apprezzamenti e critiche che mi sembrano, in questo caso, aver rotto i fronti tradizionali. Contro "L'ora di religione" il mondo cattolico si schierò in modo omogeneo, compatto. Sul film che narra degli ultimi giorni di Aldo Moro destra centro e sinistra politiche hanno reagito in modo non scontato né prevedibile: i blocchi, mi pare, sono scomparsi. Si è detto: è un film indulgente coi terroristi. La premessa è: a cinema politico, giudizio politico. Non nego che il mio film sia politico, tuttavia non ho inteso sposare alcuna tesi. Mi sono orientato leggendo, ricordando. Poi - con un salto nel vuoto, a rischio - ho seguito il mio istinto. Capisco che a Mario Pirani interessi fare delle riflessioni di tipo politico sulla linea della fermezza. Ho un´opinione personale al riguardo, e sebbene non credo che conti molto la espongo: anche in situazioni disperate metterei al primo posto il valore della vita di un uomo.
Ho letto che i terroristi dovrebbero nascondersi, sparire: sparire forse come topi? Farsi frati? Erano e sono esseri umani: non sono io chi deve dare un giudizio sulla sincerità dei loro racconti sui fatti di allora, né sulle loro parole di adesso. Mi sono ispirato a un libro con grande libertà. Sento che Adriana Faranda dice: ha capito di noi cose che noi stessi non avevamo capito [cfr l'intervista dell'Unità a Adriana Faranda, più sotto in questo blog. ndr]. Non posso sapere se sia vero, trovo però qualcosa che accomuna le parole dei terroristi (Faranda, Braghetti, Morucci) e quelle di Giovanni Moro [c.s. ndr]: la non aderenza alla verità storica restituisce una verità più profonda. Moro ha detto, più o meno: non importa se i dettagli sono attendibili, la figura di mio padre somiglia all´uomo che era, anzi "per infedeltà" l'approfondisce. È questo, il punto: l'elaborazione artistica deve riconoscersi la libertà di rappresentare. Si è anche detto, poi: è un film indulgente con Moro. Non tiene conto del clima di quegli anni, del fatto per esempio che una parte del Paese plaudì apertamente all'omicidio. Non mi sembra: nell'economia del film c'è la televisione, un personaggio molto rilevante, una presenza costante nel covo che ha la funzione di mescolare la realtà storica con la finzione cinematografica. La tv restituisce forte la realtà: dai volti pallidi e impotenti dei politici dell'epoca, per esempio, Pirani desume un mio giudizio sulla storia. Poi: un film sceglie un punto di vista, uno sguardo. Può omettere anche molto della cronaca. Andreotti dice che il Vaticano era pronto a pagare il riscatto. Ho letto nei testi su cui ho lavorato per la sceneggiatura che i brigatisti dicono che avrebbero rifiutato il denaro. C'era un´offerta di 50 miliardi che sarebbe passata dal Vaticano. In una prima stesura del film c´era una scena in cui il Mariano che somiglia a Moretti dice: «Non possiamo monetizzare la trattativa». Volevano un riconoscimento politico, non i soldi. Nel film di tutto questo resta appena traccia, l'idea da molti studiosi argomentata che Andreotti abbia suggerito al Santo Padre la versione «liberatelo senza condizioni» è rimasta nella scena in cui il papa riceve un foglietto. Quand'anche ci fosse stata la possibilità di pagare un riscatto, credo, non sarebbe stata quella la via per la salvezza di Moro. Ho fatto un film: chi va a vederlo credo cerchi e forse trovi un'emozione, un coinvolgimento. Non un ragionamento storico politico. Ho sentito dire che mi sarei rassegnato, invecchiando, a un revisionismo buonista: non butto più mia madre in un burrone, sto dalla parte del padre. Non mi sento affatto un riconciliato, invece. Non credo che il problema sia perdonare, o riscrivere la storia dicendo che non c'erano né buoni né cattivi. Ho un'idea molto precisa, piuttosto: nel film delle Br si dice "folli e stupide", è una definizione in cui credo. Moro, nella sua moderazione democristiana, aveva una percezione della realtà molto più nitida, concreta, umana della loro. Ero nettamente contro le Br allora, lo sono oggi che il terrorismo è fuori dalla storia. Non per questo ho scelto il partito dei padri che vanno eternamente assolti e subiti: certo non credo più come forse a 25 anni che buttare la madre da un burrone possa essere la soluzione, ma credo in una dimensione di rifiuto che preveda il rispetto della legalità. Questo, molto in scala ridotta, vale anche per quello strano premio che mi hanno assegnato a Venezia. Rispetto le regole del concorso, non ho buttato il premio in Laguna. Mi sono riconosciuto la libertà di un rifiuto, però. In questo caso, neanche di un gran rifiuto: solo la libertà di festeggiare a Roma il film con tanti amici, la sera della premiazione. Senza offendere nessuno.

***la recensione di Buongiorno, notte sul Domenicale del Sole 24ore del 14.9.03

(ricevuto da Elio)

il Sole 24 Ore - Domenicale - 14 settembre 2003
‹‹Buongiorno, notte›› di Marco Bellocchio è un viaggio nelle motivazioni di una generazione in rivolta
Moro, un padre da uccidere
di Roberto Escobar


‹‹Sarebbero capaci di uccidere la loro madre››, dice Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio) a Chiara (la brava Maya Sansa). Il soggetto di questa frase terribile sono i complici di Chiara, che da settimane tengono prigioniero Aldo Moro (Roberto Herlitzka). Proprio questo fa l’Alessandro di I pugni in tasca (1965): uccide la propria madre, e con lei taglia le proprie radici. In quel suo primo e grande film Marco Bellocchio raccontava la rivolta di una generazione, e insieme metteva in scena quella che, allora, si usava chiamare dissoluzione della società borghese. Lo faceva, ancora, attraverso la metafora della malattia di una famiglia, e anzi della famiglia, che di quella società sembrava all’esprit du temps l’istituzione più avvelenata.

Sono dunque tristi eredi di Alessandro i terroristi che Bellocchio osserva in Buongiorno, notte (Italia, 2003, 105’)? Non è forse il padre quello che processano e uccidono, processando e uccidendo Moro? La domanda segna, almeno in parte, il cuore e il valore del film. Li segna nel suo lato biografico, e li segna anche in quello più strettamente cinematografico. Se Bellocchio può scrivere e girare un’opera tanto leggera e diretta, e insieme tanto profonda e tenera, lo deve alla rabbia espressiva d’allora, a quella sua affilata crudeltà di immagini.

In questo senso, I pugni in tasca si "compie" oggi, quarant’anni dopo. Oggi, infatti, la sua antica rabbia crudele è arrivata a maturità. Era esteriore, urlata e perentoria come uno slogan, e s’è fatta interiore, quieta, meditata. Alla furia apodittica della verità ha sostituito la fatica e il coraggio del discorso, della parola e dell’immagine che attraversano le esperienze, e che se ne lasciano volentieri mutare. C’è però qualcosa che da allora non è cambiato, in Buongiorno, notte, e che il tempo ha reso anzi più sicuro, più; netto. Lo sguardo di Bellocchio ha ancora la stessa crudele sincerità del suo Alessandro, solo alleggerita e resa più intelligente da una nuova – e certo a lungo cercata – capacità di riflessione, di apertura alla molteplice complessità della vita.

Nel 1965, Alessandro faceva di quello sguardo uno strumento di morte, che dirigeva contro se stesso mentre lo dirigeva contro le proprie radici. Film dopo film, Bellocchio è arrivato a farne uno strumento di vita. Ma lo ha fatto non rinnegandone la memoria. Al contrario, le ha tenuto fede, e in questo modo ha tenuto fede a se stesso. In Buongiomo, notte, la metafora di I pugni in tasca – che, in quanto cinema, non è realtà, ma immaginazione –, quella metafora dunque s’è sciolta e manifestata proprio in uno sguardo: in quello finalmente trepido e commosso di Chiara alla fine del film.

Certo, quella metafora si è sciolta e manifestata anche nello sguardo ben diverso dei suoi complici (e di lei stessa, nella prima parte di Buongiorno, notte). Uno sguardo di ghiaccio, il loro: rigido, morto. Nelle loro biografie s’è appunto sciolta e manifestata una delle possibilità contenute nella rabbia e nella ribellione di Alessandro: la verità e lo slogan hanno ucciso il piacere e il coraggio del discorso, uccidendo così la loro intelligenza politica, oltre che morale. Serrati in una corazza ideologica e psicologica, quegli uomini possono uccidere la loro vittima solo perché essi stessi, i persecutori, sono morti, incapaci di ascoltare e, dunque, di comprendere e parlare. Così capita a ogni assassino in buona coscienza, a qualunque slogan affidi il proprio diritto storico a uccidere.

Chiara, invece, si trova a scegliere fra la morte e la vita. Non a caso, quando i complici giungono con il loro prigioniero, lei è materialmente presa fra due opposte possibilità: obbedire e cedere al suo ruolo di carceriera e assassina, oppure lasciarsi vincere dalla vita e prestare attenzione al figlio che una vicina le ha lasciato in custodia. In questa urgenza concreta, la macchina da presa la segue e la scruta, ponendo appunto "materialmente" la questione morale e individuale che la donna si deciderà poi ad assumere su di sé, soffrendola. La sua decisione avrà l’autonomia e la ricchezza umana e morale che mancano ai suoi complici.

Certo, tutto questo non è reale, ma immaginario. D’altra parte Bellocchio non è uno storico, ma un autore (il suo film, tra l’altro, ha il titolo di una sceneggiatura scritta da Ernesto). E dagli autori ci attendiamo ben più della realtà: ci attendiamo la capacità di illuminare mondi possibili, ma non per questo meno profondi. In ogni caso, quando – alla fine del film, e contro ogni realtà – Moro esce vivo dalla prigione, a noi piace immaginare che, giovane e crudelmente sincero come tanto tempo fa, Alessandro sorrida con lui.

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Luigi Paini:

La meglio gioventù ha trovato sul suo cammino l’orrore del terrorismo. Ne è stata lacerata, perdendo per sempre l’innocenza. L’utopia si è fatta incubo, con il dolore inflitto agli innocenti, in nome di un’ideologia nata come sogno di liberazione, naufragata nei lugubri riti di esseri demoniaci, autospossessati della propria soggettività.

Destino crudele, che ha disseminato l’Italia di stragi. Destino assurdo che pochi, prima di Marco Bellocchio, hanno avuto il coraggio di guardare in modo così profondo. Buongiorno, notte: il verso di Emily Dickinson (che suona in realtà "Buongiorno, mezzanotte") incarna l’atroce contraddizione della luce e del buio, della speranza e del male irreparabile. E sono gli occhi di una donna, la giovane bibliotecaria Chiara (Maya Sansa), quelli scelti dal regista per farci osservare e partecipare all’orrore del sequestro di Aldo Moro.

Chiara è una delle carceriere del presidente della Democrazia cristiana, una normalissima ragazza che, per motivi tortuosi e alla fine insondabili, ha scelto la lotta armata. Chiara e i suoi compagni sono diventati dei mostri, dei demoni, eppure non se ne rendono conto. Certi di avere un compito storico da portare avanti, proseguono senza indugi nel loro sciagurato cammino. Ma Chiara comincia ad avere dei dubbi. Qualcosa di confuso, che appare soprattutto nei sogni, dove si mischiano epopee rivoluzionarie, ricordi infantili e barlumi di lucidità; qualcosa di viscerale, che si manifesta con le lacrime quando Moro legge il suo disperato messaggio a Paolo VI.

Bellocchio scava impietosamente, ci fa penetrare in quell’appartamento in cui si consuma il delitto, riapre ferite e domande dolorose. Con la lucidità dei Pugni in tasca, con il disincanto di L’ora di religione, con il rimpianto di un giorno che si è fatto vincere dalla notte.

il processo Franzoni

Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione 15.9.03
«Processate la Franzoni»
Domani l'ora della verità


TORINO — Domani ad Aosta, a un anno e otto mesi dall'omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, il delitto di Cogne approderà in tribunale per l'udienza preliminare. Il gup Eugenio Gramola dovrà stabilire se rinviare a giudizio Anna Maria Franzoni, la madre del bimbo ucciso, indagata per omicidio volontario aggravato. Sarà un'udienza tecnica: la Franzoni non dovrebbe essere presente, mentre in aula si affronteranno il suo legale, l'avvocato Carlo Taormina, e l'accusa, rappresentata dal pm Pasquale Longarini.
Accusa e difesa
Il caso di Cogne comincia la mattina del 30 gennaio 2002, quando in una villetta del paesino valdostano viene ucciso il piccolo Samuele, 3 anni, figlio di un consigliere comunale di Cogne, Stefano Lorenzi, e di Anna Maria Franzoni. Il bimbo viene trovato in camera dei genitori, steso sul letto, ferito alla testa con 17 colpi. A dare l'allarme è la madre, rientrata in casa dopo aver accompagnato l'altro figlio, Davide, alla fermata dello scuolabus. Annamaria Franzoni chiama il 118 e chiede subito aiuto a una vicina di casa, Daniela Ferrod, e al medico del paese, la psichiatra Ada Satragni, che presta i primi soccorsi a Samuele.
I carabinieri e il pm Stefania Cugge, con il procuratore capo di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo, cominciano a sentire parenti e vicini. Dopo qualche giorno la procura incarica il Ris di Parma di compiere i rilievi scientifici sul luogo del delitto. La famiglia Lorenzi nomina come legale l'ex vicepresidente del Csm, il torinese Carlo Federico Grosso. Sarà lui il primo difensore della Franzoni che, il 14 marzo, su ordine del gip di Aosta, Fabrizio Gandini, viene arrestata per l'omicidio e portata nel carcere di Torino. La difesa fa ricorso al tribunale del riesame che, il 30 marzo, annulla l'ordinanza del gip, non ritenendo sussistenti i gravi indizi e ordina di scarcerare la donna.
Ma la procura di Aosta ricorre in Cassazione e il 10 giugno la prima sezione della Suprema Corte annulla la decisione del riesame di Torino, rimandando il caso a un altro collegio giudicante che, il 4 ottobre, legittima l'arresto. La Franzoni resta però libera, in attesa che la Cassazione si pronunci sul ricorso presentato dalla difesa assunta, intanto, dall'avvocato Taormina. Nel frattempo, voci poi confermate in una trasmissione tv parlano di una nuova gravidanza della Franzoni che, il 26 gennaio scorso,partorisce il terzo figlio, Gioele.
«Capace d'intendere»
Pochi giorni dopo, il 10 febbraio, il gip Gandini revoca l'ordinanza di custodia ritenendo superate le esigenze cautelari e il 3 luglio arriva dalla procura la richiesta di rinvio a giudizio per la Franzoni che, nel corso dell'inchiesta, è stata sottoposta a perizia psichiatrica e giudicata capace di intendere e di volere.
In questi mesi la battaglia, anche mediatica, fra accusa e difesa non si è mai fermata. Da un lato le tesi dei carabinieri del Ris, usate dalla procura come elemento d'accusa; dall'altro quelle della difesa, affidate all'Istituto europeo di Medicina legale e Scienze forensi, che avrebbero raggiunto risultati opposti. I punti su cui le due parti si scontrano sono l'orario del delitto, il pigiama e gli zoccoli della Franzoni, la posizione dell'assassino e il numero di colpi inferti con un'arma che non è mai stata trovata.
r. i.

domenica 14 settembre 2003

La Provincia

La Provincia 14.9.03
RECENSIONI / CINEMA
Profondo
Brigatisti e Moro: tutti prigionieri nel «covo» di Roma
di Bernardino Marinoni


Buongiorno, notte: il titolo bellissimo è l’adattamento di un verso di Emily Dickinson citato nel film di Marco Bellocchio da uno dei pochissimi personaggi estranei al drappello dei carcerieri di Aldo Moro nei 55 giorni di via Gradoli, pressoché assoluta unità di luogo e di tempo dell’opera. Non il caso Moro, con eventuali dinamiche e misteri dietologici, ma Aldo Moro attraverso lo sguardo dei terroristi in una rifrazione agghiacciante perché rivela, da una parte e dall’altra, le persone piuttosto che i simboli che rappresentano o ritengono di rappresentare. Per questo il film si sgancia dalle preoccupazioni documentarie, salvo voci e immagini di telegiornali, senza però sacrificare la verosimiglianza della casa-prigione, divenuta tale per tutti, il prigioniero e i suoi custodi: non solo l’assillo strenuo della clandestinità, ma soprattutto l’incrinatura delle certezze di combattenti della rivoluzione che vedono i miti infrangersi nella violenza di un omicidio cui non sanno sottrarsi. Il sospetto prossimo alla consapevolezza del fallimento è depositato nel film negli occhi della sola donna del gruppo di brigatisti: Maya Sansa l’interpreta occultando appena lo sgomento di una visione nuova e diversa di immagini di trionfalismi rivoluzionari mentre sulle sequenze di Rossellini che Bellocchio cita le lettere di Moro si sovrappongono a quelle dei condannati a morte della Resistenza. L’emozione è un istante di rara intensità in un film che procede con una precisione quasi paradossale tra personaggi che sono reali e immaginari nello stesso tempo, dove una proiezione di Moro si aggira nell’appartamento, fuori dal loculo drappeggiato con la stella a cinque punte, con le minute premure di un padre, di un nonno. Per qualche attimo desideri convergenti in quella prigione prendono la consistenza del cinema, che è quella dei sogni, mentre la grottesca velleità dei proclami di giustizia proletaria manifesta la follia incistata nel covo dei terroristi, nel chiuso di un appartamento incupito, plumbeo giusto come quegli anni. E’ il film di Bellocchio a farvi una sua luce con la chiarezza dell’errore ancora prima e forse più dell’orrore dell’assassinio di Moro, di cui la tv mostra i funerali mentre Roberto Herlitzka, che interpreta lo statista con un’adesione del tutto umana lo lascia andare solo e stupito appena accelerando il passo sulla musica di Schubert in un mattino immaginario di libertà.

La Provincia Pavese 14.9.03
Primavisione: Bellocchio aiuta a riflettere
"Buongiorno notte": pellicola emozionante con un grande Roberto Herlitzka


PAVIA. I giorni della prigionia di Aldo Moro e del dubbio sulla necessità dello Stato di trattare o meno con i terroristi, visti dalla parte dei sequestratori, con un occhio al malessere e all'inquietudine interiore di quegli anni.
In Buongiorno, notte Marco Bellocchio riesce a rievocare quell'episodio oscuro, raccontando il fallimento di una disperata ideologia e parlando dei singoli che, senza saperlo, contribuirono a costruirla, oppure la subirono. E la politica? Rimane ai margini. Come le facce di quei notabili Dc che assistono alle esequie dello statista, restando muti interlocutori della Storia. Un film teso, emozionante, illuminante, di lineare semplicità e sottilmente complesso, interpretato con vibratile lucidità da Maya Sansa e da un grande Roberto Herlitzka.
(...)

***l'Unità: dalla parte di Marco Bellocchio

(l'articolo di Francesco Merlo a cui Palandri qui di seguito si riferisce è disponibile in questo blog, più sotto, alla data dell'11.9.03)

L'Unità 14.9.03
La confusione di Merlo e la storia dei nostri anni nel film di Bellocchio
di Enrico Palandri


L’attacco di Francesco Merlo al film di Bellocchio sul Corriere della Sera di giovedì scorso è uno dei sintomi della fatica che facciamo tutti a organizzare degli schieramenti ampi, davvero politici, che si occupino della cosa pubblica e quindi lascino in pace le esigenze identitarie delle miriadi di gruppi che compongono la società italiana di oggi Prigioniero del «tutto è politica» sessantottino Merlo legge il film come un volantino di propaganda di quegli anni e non lo vede. Che i brigatisti siano descritti da Bellocchio come paranoidi isolati, sull'orlo di una catastrofe personale e storica e che il personaggio più positivo e amabile sia Moro non conta nulla. A Bellocchio viene attribuita una intenzione apologetica del terrorismo e questo è tutto ciò che conta. Ma dove la vede? Non so se ad esempio Merlo davvero fraintenda la sequenza in cui Stalin sorride a una parata ginnica, che Bellocchìo usa magnificamente per illustrare la propaganda anacronistica e un po' delirante che finisce nel brigatismo. Il senso del film è tutt'altro, rivolto al padre, alle drammatiche fratture di quegli anni che mettevano su sponde politicamente opposte tante famiglie italiane, sebbene per fortuna non sempre con le stesse tragiche conseguenze. Diversi dei leader politici presenti al funerale di Moro avevano in quegli anni i figli schierati contro. Bellocchio si è rivolto con molta misura e coraggio a questo nodo per raccontarlo e tentare di scioglierlo. Non con la politica, che mostrò allora e mostra ancora oggi tutti i suoi limiti. Con l'arte del racconto, che può scegliere per protagonista un Raskolnikov che è uno studente che ammazza la propria padrona di casa o una povera illusa come Emma Bovary e farne dei capolavori. Se per alcuni è troppo difficile da capire o poco chiaro a me dispiace perché è il sintomo di quanto sia degradata in Italia l'arte del racconto e la ragione per cui sono inguardabili per il loro semplicismo tanti dei film che escono oggi.
Ma forse Merlo non ha frainteso, ha voluto sbandierare quell'unità nazionale che si è opposta al terrorismo e che per un po' di anni ha risparmiato a tutti noi di misurarci con la povertà etica della politica dì oggi. Confortarsi sentendosi dalla parte della ragione di allora. Siamo stati tutti contenti, a destra e sinistra, di non esserci infilati in quel tunnel, ci si è chiesti poco se e quale luce ci fosse fuori. Attribuendo al film di Bellocchio intenzioni che gli sono estranee Merlo fa un po' quello che fa Berlusconi con il centrosinistra, tinteggia di comunismo con la pretesa di chiarire, mentre al contrario aumenta la confusione. E questo è un guaio diffuso, lo stesso che porta il primo ministro a difendere Mussolini, o dall'altra parte alcuni (per fortuna minoritari) a sinistra a richiamarsi al comunismo rimuovendo il fallimento storico dell'Europa orientale. Misurarci con quel che siamo stati, sforzarsi di raddrizzare ciò che non è raddrizzabile, chiedere alla storia una giustificazione quando al contrario, la storia è ciò che mostra sempre i limiti del nostro agire. Con il senno di poi siamo tutti intelligenti. e tutti, senza quel senno, siamo stati cretini. Alcuni colpevoli, altri meno (nessuno dai tempi di Caino innocente); certamente impreparati. Einmal ist keinmal. I terroristi di allora, che a differenza di altre generazioni che si sono ritrovate a uccidere in una guerra civile, hanno pagato a lungo i loro errori con la galera si sono credo quasi tutti allontanati dalle tragiche scelte dì quegli anni. Viviamo oggi in un mondo compIetamente diverso, che ha polverizzato le questioni nazionaliste sotto la globalizzazione e dissolto la lotta di classe in conflitti molto più complessi di quelli previsti da Marx. A parte il fatto che nel film di Bellocchio nostalgie di questo genere non ci sono affitto, gli erano estranee credo allora come oggi.

***Marco Bellocchio: lunghi e calorosi applausi a Toronto e successo nelle sale italiane


Corriere della Sera 14.9.03
«Buongiorno, notte» a Toronto Lunghi applausi per Bellocchio


TORONTO - Lunghi e calorosi applausi hanno salutato Marco Bellocchio al Festival di Toronto dopo la proiezione di Buongiorno, notte alla sua prima trasferta all'estero dopo la Mostra di Venezia. Il successo del regista, accompagnato dalla protagonista Maya Sansa, potrebbe schiudere alla pellicola le porte di una distribuzione internazionale.

Repubblica 14.9.03
"Buongiorno, notte"
Bellocchio a Toronto
applausi al suo film

TORONTO Un lungo e caloroso applauso ha salutato al Festival di Toronto Marco Bellocchio dopo la proiezione di Buongiorno, notte, alla sua prima trasferta all'estero dopo Venezia. Un successo per il regista italiano, che potrebbe aprire al film le porte di una distribuzione internazionale. Buongiorno, notte ha avuto ottime recensioni, record d'affluenza di pubblico, attenzione degli operatori nordamericani.

il Messaggero 14.9.03
Applausi a Toronto per “Buongiorno, notte” di Bellocchio


TORONTO - Straordinario calore e intensa emozione per Buongiorno, notte , il film di Marco Bellocchio che è stato presentato ieri al Festival di Toronto. Nonostante i dubbi sorti a Venezia circa la comprensibilità della drammatica vicenda del rapimento di Aldo Moro dal punto di vista di spettatori che poco conoscono storia e realtà italiana, il film ha avuto una reazione di straordinario impatto che pone delle solide basi per un suo fortunato destino commerciale fuori dai confini nazionali.

Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno 14.9.03
Toronto applaude Bellocchio


TORONTO — Incomprensibile ai non italiani? Il motivo per cui "Buongiorno, notte" non sarebbe stato premiato con grandi riconoscimenti ai Venezia, pare smentito dalla calda accoglienza riservata al film di Bellocchio dal 28° Festival di Toronto. (...)

il Tempo 14.9.06
TORONTO – Un lungo e caloroso applauso ha salutato al Festival di Toronto Marco Bellocchio dopo la proiezione ...


... di «Buongiorno, notte», alla sua prima trasferta all'estero dopo la Mostra del Cinema di Venezia.
Un successo per il regista italiano, accompagnato alla Roy Thompson Hall dalla protagonista Maya Sansa e dal produttore Sergio Pelone, che potrebbe schiudere alla pellicola le porte di una distribuzione internazionale. Il cinema italiano (giunto in Canada grazie al sostegno di Italia Cinema, Anica, Mifed, Ice e Consolato Italiano) è stato ben accolto all'edizione 2003 del Toronto International Film Festival diretto da Piers Handing: ottime recensioni, record di affluenza di pubblico, attenzione degli operatori nordamericani.

Alto Adige
Bellocchio a Toronto accolto con calore


E' lo straordinario calore e l'intensa emozione suscitata dalla presentazione di "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio al pubblico internazionale l'immagine su cui si chiude virtualmente al 28/a edizione del Festival di Toronto che ha allineato quasi 400 film in 10 giorni.

The Boston Globe 14.9.03
(...)
By contrast, "Good Morning, Night" discovers a hidden world of crime and repentance in the middle of daily life. Directed by Italian master Marco Bellocchio, the film imagines what might have occurred when Prime Minister Aldo Moro was kidnapped and ultimately murdered by Red Brigade anarchists in 1978. Rarely leaving the apartment where Moro was held captive, "Night" dissects the fatally misguided idealism of the kidnappers, focusing on one young woman who too late discovers her and her prisoner's common humanity.
(...)

BOXOFFICE

Corriere della Sera 13.9.03
SPETTACOLI

Il mancato Leone a Venezia è stata la miglior promozione per Bellocchio (1 milione di euro in 6 giorni), dietro ai due kolossal Usa di stagione.

Il Messaggero 13.9.03
(...)
Su tutti, il grande successo che sta riscuotendo il film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte che, già da giovedì scorso, al sesto giorno di programmazione, aveva superato il milione di euro di incasso piazzandosi al terzo posto nella top ten subito dopo La maledizione della prima luna e Hulk. In pochi giorni, il film sul rapimento Moro è passato da una quota di mercato dell’8 per cento a quella del 10,5 tanto da indurre la distributrice “01” a passare dalle 170 alle 210 copie attuali.

***Giovanni Bachelet

La Repubblica 14.9.03 Pagina 16 - Commenti
Bellocchio, i br convertiti e la vittoria di mio padre
di GIOVANNI BACHELET


Quando in una vetrina mi cade l´occhio sul libro di un terrorista di chiara fama, provo sentimenti simili a quelli espressi negli ultimi giorni da autorevoli e severi commenti a Buongiorno, notte. Provo la stessa costernazione di Nanni Moretti, quando, nel film La seconda volta di Mimmo Calopresti, rileggeva ingrugnato, esercitandosi al vogatore, la frase «ucciderne uno per educarne cento». In quegli anni ´70, non per tutti formidabili, molti si limitavano a scrivere questa frase sui muri (cosí come altri canticchiavano senza malizia «Lotta, lotta di lunga durata, lotta di popolo armato... »). Ma un piccolo nucleo, poche decine di persone in tutta Italia, cominciò purtroppo a metterla in pratica, mentre altrettanti, nel frattempo, avevano cominciato a mettere bombe e candelotti di dinamite qua e là. I Nar li misero anche sotto l´ufficio di mio padre, pochi mesi prima che fosse ucciso dalle Brigate Rosse.
Oltre alla libera ispirazione ad uno di questi libri (la cui autrice, come è stato ricordato, fu successivamente coinvolta nell´attentato a mio padre), anche il regista non m´ispirava grandi entusiasmi. Anzi, per la verità, aveva conquistato la mia antipatia fin da quando, a ventun´anni, avevo visto il suo film Matti da slegare. A me il suo matto che usciva dal manicomio, convinto che preti e padroni (non la propria malattia mentale) fossero la vera causa di tutti i guai, suoi e del mondo, sembrava più matto e pericoloso di prima. Ma allora dirlo non era molto di moda.
Se nonostante queste premesse il film è riuscito a conquistarmi, vuol dire che identici ingredienti - musiche, locomotive, falci e martelli, facce dei carnefici e formidabile umanità di Moro - parlano in modo diverso a diversi spettatori. Io, per esempio, non ci ho trovato attenuanti per i terroristi, ma, al contrario, aggravanti: l´effetto devastante dell´ideologia e della certezza di aver ragione, fino allo sradicamento della razionalità comune, dell´affetto (scena del neonato), della capacità di vedere, negli altri, uomini e non cose o simboli. Fino alla patologia mentale. Formidabile, in proposito, l´autocitazione (autocritica?) proprio di Matti da slegare, nascosta nelle brevi parole di Tina Anselmi sull´allora nuovissima legge Basaglia. Ho riconosciuto, insomma, percorsi intellettuali ed esistenziali pericolosissimi per sé e per gli altri, e mi è parsa molto utile la ricostruzione di alcuni passaggi chiave, affinché domani, anche davanti ad ingiustizie vere o in nome di un mondo meno ingiusto, i figli tengano gli occhi aperti, e sappiano evitarli.
Nel film qualcuno potrebbe addirittura leggere, controluce, valori cristiani (autentici, depurati dalle crociate e dalla caccia alle streghe, come suggerisce ad un certo punto Moro) e valori civili: luci capaci di proiettarsi, da quella cella, anche sull´oggi, a fronte non solo delle BR e del loro marxismo-leninismo onirico, ma anche di un intero assetto nazionale e internazionale che, 25 anni fa, era ormai al tramonto, senza però che molti di noi, allora, se ne avvedessero. Forse se ne avvedeva Moro, che io consideravo un grande eroe della democrazia, ben prima che fosse rapito e ucciso.
Non so se Bellocchio volesse suscitare questi pensieri. Forse ciò che consente di avere reazioni anche molto diverse a seconda del punto di vista, è la sua scelta di mettere in primo piano il dato esistenziale, psicologico e a volte onirico; poi un background d´epoca (e molti altri ingredienti di qualità eccellente); e solo sullo sfondo, un po´ sfocati dal tempo ma autentici, non sovrapposti ad alcuna tesi precostituita, il giallo e i dilemmi dell´epoca. Cosí i due poli del film sono da un lato fatti e commenti che tutti hanno avuto sotto gli occhi (telegiornali e giornali), e dall´altro i fatti e i luoghi di quei tremendi 55 giorni, che, invece, nessuno ha visto e tutti hanno dovuto immaginare. Questo polo narrativo - la vita del prigioniero e dei suoi carcerieri-carnefici, che è in primo piano - sfugge brillantemente al rischio (e alla noia) di ricostruzioni minuziose di luoghi e spostamenti, di polemiche e verità processuali, scegliendo di abbandonare dichiaratamente la vera storia dei carcerieri in favore di una storia semplificata, romanzata e incrociata a sogni. Ma proprio per questo sfugge, a mio avviso, sia alla categoria del "giustificazionismo" che al «partito delle trattative», cui qualcuno lo ha associato.
Grazie a questa scelta originale ogni spettatore, come in uno specchio un po´ opaco e deformante, trova nel film qualcosa di diverso e personale. Chi all´epoca avesse avuto granitiche certezze è costretto, venticinque anni dopo, a ripensare e dubitare, sia che fosse a favore, sia che fosse contro le trattative. Perfino Andreotti, il Pci e il Papa, ci fanno, a ben vedere, una figura non troppo malvagia.
Inizialmente il discorso di Andreotti, con l´appello anche alle famiglie, suona falso e disprezzabile agli ascoltatori brigatisti, riuniti davanti alla televisione; ma poi, a più riprese, il film stesso suggerisce che quell´appello avrebbe potuto davvero colpire nel segno, raggiungendo qualcuno dei carcerieri. Lo testimonia il rapporto della protagonista con la zia, con la famiglia, con il loro comunismo all´antica, sano e ruspante (anch´esso immaginario, condito di una quanto mai improbabile commistione con la preghiera e la religiosità popolare, che ricompare, a tavola, nell´ultimo sogno).
Lama e Berlinguer definiscono in televisione deliranti e aberranti le mosse delle Brigate Rosse e li paragonano ai nazisti; ma in fondo, alla fine, la stessa protagonista comincia a interiorizzare questo giudizio del Pci e dei sindacati, sovrapponendo nei propri sogni, che si fanno sempre più ripensamenti, le ultime lettere di Moro a quelle dei condannati a morte della resistenza.
Certo nella realtà storica delle Br gli effetti visibili di qualche ripensamento sono cominciati, purtroppo, dopo diversi anni e dopo molti altri delitti, come qualcuno ha puntigliosamente ricordato. Non sembra realistico retrodatarli al rapimento, anche se del cammino dei sogni e dei pensieri nessuno può essere sicuro. Ma l´ultimo sogno, l´ultima musica, il doppio finale fanno comprendere e volentieri accettare questa e molte altre licenze storiche: la scena del prigioniero che esce e se ne va in una sottile pioggerella conquista lo spettatore in modo struggente. La donna del gruppo ha addormentato gli altri carcerieri e ha lasciato che il prigioniero uscisse, che tornasse libero senza condizioni: ha fatto quel che aveva implorato il Papa, quel che tanti italiani in buona fede avevano effettivamente sognato in quei 55 giorni. Che per qualche ex-brigatista questa conversione alla democrazia e all´umanità sia avvenuta davvero, anche se molti anni dopo, è sempre una grande vittoria del bene sul male. Anche Moro e mio padre, forse, ne sorriderebbero compiaciuti.

Marco Bellocchio: ovazioni a Toronto e il laboratorio di Bobbio

Libertà 14.9.03
“Corti” in visione, c'è talento tra i giovani allievi
A Bobbio serata su lavori della “scuola” di Bellocchio. Per il regista ovazioni a Toronto
di Manuel Monteverdi


Mentre il regista Marco Bellocchio, ieri a Toronto è stato accolto da vere e proprie ovazioni dopo la proiezione di Buongiorno, notte in chiusura del Festival cinematografico canadese, prosegue a Bobbio il progetto “Fare Cinema”: non una semplice rassegna di ottime pellicole italiane, di ieri e di oggi ma, soprattutto, un laboratorio cinematografico in cui allievi provenienti da tutta Italia approfondiscono quelle conoscenze tecniche della settima arte che potrebbero trasformarli in accreditati registi. Proprio in quest'ottica si è consumata la quarta serata bobbiese di “scuola”, nel corso della quale si sono avvicendati sei cortometraggi frutto, in gran parte, del prolifico lavoro svolto negli ultimi due anni di corso. Ha aperto la serata A un millimetro dal cuore di Iole Natoli, un mediometraggio (circa 28' di durata) strutturato su flashback, che racconta l'incontro improvviso e passionale di un uomo e una donna. La Natoli, presente in sala, ha ricordato le collaborazioni - come segretaria di edizione - con Ettore Scola e lo stesso Bellocchio (qui in una particina di attore), dai quali ha appreso le nozioni cinematografiche necessarie alla realizzazione della sua opera prima. L'amore, seppur travagliato, è anche il tema di Manfrina, corto di Katjuscia Fantini, nel quale la telecamera pedina una coppia in rotta di collisione: lui non lavora, lei ne detesta l'inerzia del vivere ma, tra mille sfoghi e incomprensioni, i due continuano ad amarsi. Tocco molto raffinato e femminile. Va rilevato che proprio la Fantini ha preso parte al progetto “Sicurezza stradale” (a cui hanno collaborato il Comune di Piacenza, quello di Modena, la Città di Bobbio, Borgonovo Valtidone e Ziano) dirigendo Mentre tu aspetti, beffardo crocevia di destini umani: una ragazzina, il giorno del compleanno, attende l'arrivo della madre; quest'ultima, alla guida di un'auto, si scontra con un motorino guidato da un adolescente. I due hanno una cosa in comune: stanno cercando il regalo per la stessa persona. Decisamente “sui generis” Local Habitation di Luca Giberti, un monologo da interpretare come suggestiva riflessione filosofica sulla scienza e sul suo rapporto con il genere umano; quasi agli antipodi Dove sei di Jacqueline Valenti, cortometraggio muto, ambientato a Bobbio e avvolto da un raffinato bianco e nero, che richiama il nostro cinema neorealista del secondo dopoguerra. Davvero stupefacenti, infine, le pellicole di Sonia Giardina e Massimo D'Orzi. La Giardina ha realizzato un documentario intitolato Fantasmagorie e miti dei passages coperti parigini, una lezione di storia francese - narrata da una voce fuori campo - che parte da uno scorcio cittadino come quello delle “passeggiate” di Parigi e arriva alla ricostruzione storico-sociale di una nazione; i passages tornano indietro nel tempo e vivono le proprie vicende fino ad arrivare ai giorni nostri come luoghi delle rivoluzioni, delle cospirazioni, del progresso e come “acquari umani” abitati da giocatori, delinquenti e prostitute seppur contraddittoriamente abbelliti da café, librerie e teatri. Anche Massimo D'Orzi ha scelto il connotato storico per La rosa più bella del nostro giardino, un viaggio tra le macerie della ex Jugoslavia, ripreso quasi interamente in soggettiva e intervallato da frammenti cinematografici del passato: da Trono di sangue di Akira Kurosawa a Germania anno zero di Roberto Rossellini, per passare attraverso tre classici di Tarkovskij come Andrei Rubliov, Stalker e L'infanzia di Ivan. Fusione tra documentario, dramma e neorealismo, a rimarcare la follia della guerra, la cupidigia dell'uomo e la speranza come unico effimero rimedio alla disperazione.

(c) 1998-2002 - LIBERTA'

Roberto Herlitzka

Corriere della Sera 14.9.03
«Scopro il successo a 65 anni grazie al film su Aldo Moro»
Herlitzka: a teatro tante delusioni, ora la gente mi chiede autografi
di Giuseppina Manin


Scoprirsi famoso a 65 anni. Quando le rughe tracciano solchi impietosi, quando i capelli sono ormai bianchi. «Beh, per me questo non è proprio un problema: il mio viso è sempre stato scavato da ombre, segnato come in un disegno a carboncino», scherza Roberto Herlitzka, che, con quella faccia un po' così, austera, nobile, dolente, anomala come il suo cognome (è nato a Torino da famiglia cecoslovacca) ha dovuto fare i conti per tutta la vita. «In un teatro dove sempre più detta legge l'intrattenimento, il botteghino, io non sono mai stato corteggiato dagli impresari. Che a quelli come me preferiscono veline e comici televisivi. Pazienza. Un tempo questo mi amareggiava un po', ormai non più. Il teatro di consumo non mi ha mai interessato, ho sempre fatto scelte improntate alla qualità, alla ricerca. Il mio divertimento è il testo, i miei complici registi non convenzionali, da Orazio Costa, il mio maestro, a Gabriele Lavia, da Peter Stein ad Antonio Calenda. Per questo sono come sono: meno ricco, meno celebre di altri, ma forse più libero e felice».
E ora, che si ritrova travolto da improvviso successo per aver interpretato Moro in Buongiorno, notte di Bellocchio?
«Un certo effetto lo fa. Sono arrivato alla Mostra del Cinema quasi in incognito, sono ripartito con la gente che mi fermava per strada a chiedermi autografi. Confesso: è una grande gioia. In fondo si fa l'attore per questo, per piacere agli altri. Il narcisismo è la molla di questo mestiere. Certo, poi si trasforma in altro, in voglia di comunicare, di trasmettere emozioni. Ma se alla fine la platea non ti applaude...»
Insomma, questo film l'ha trasformata in star...
«Non scherziamo, per diventare un divo ci vuole altro... No, non mi illudo. Pensare "è fatta" alla mia età sarebbe sciocco. Non lo dico per modestia, non lo sono. Conosco il mio valore ma non intendo certo cambiar vita ora. Ma se le lodi per il film di Bellocchio mi porteranno altre buone occasioni, al cinema o in scena, non mi tirerò indietro».
Domani intanto torna in teatro, a Benevento debutterà con un «Otello» molto particolare...
«Infatti si intitola "ExOtello", da "Otello". Un esperimento drammaturgico che avevo già tentato con un "ExAmleto". Grandi ruoli che non ho mai potuto interpretare. L'amoroso, colui che seduce le donne, non sono io. Come Otello non sarei credibile, la mia faccia mi condanna a Iago. Ma come Iago posso ripercorre tutta la storia, evocare i fantasmi degli altri personaggi, Otello, Desdemona... Alla fine del dramma Shakespeare lo condanna a una "lunga tortura che non uccide", a rivivere in eterno il suo tormento. E allora, da dentro un carcere foderato di specchi che lo costringono ad aversi sempre davanti, ecco che quell'artefice del male, ormai vecchio, ricostruisce i complessi meccanismi che l'hanno portato, tra odio e amore, a tanto misfatto».
Da un carcere all'altro, da quello di Aldo Moro a quello di Iago...
«E prima ce n'è stato un terzo. In un testo di Claudio Magris, "La Mostra", avevo impersonato il pittore triestino Vito Timmel, finito in manicomio. In fondo, a fare il prigioniero mi sento a mio agio. Lo sono anch'io del mio lavoro, una passione totale e totalizzante. Questo mestiere non sarebbe sopportabile altrimenti».
Ha avuto paura a calarsi nei panni difficili di Moro?
«Ne ho sentito tutto il peso. Per fortuna al mio fianco avevo Bellocchio. E' stato un lungo lavoro di sottrazione, che mi ha fatto anche ripensare alla nostra storia. Quello statista, allora così criticato, quegli altri suoi colleghi che appaiono alla fine, visti oggi, a confronto con l'attuale classe politica, sembrano dei giganti. Moro aveva un altissimo senso dello stato».
Lei ha avuto altre avventure cinematografiche. E a sorpresa, tra i suoi film, ce n' è anche uno a luci quasi rosse...
«Già, Il corpo dell'anima . Qualcuno l'ha visto così, ma era un film d'autore, di Piscicelli. Sono felicissimo d'averlo fatto, un'occasione rara per uno come me. C'era molta ironia in quell'anziano professore, studioso di Santa Teresa d'Avila che si lascia iniziare al sesso da una disinibita domestica. E poi da allora, nel mio quartiere hanno cominciato a guardarmi con occhi diversi».
Nelle sfide lei non si tira mai indietro?
«Anzi, mi divertono molto. Tra un po' diventerò donna. Anzi madre. Una novantenne, nazista incallita, vampira verso la figlia che, inorridita, se la ritrova davanti dopo anni. Un testo tratto da "Lasciami andare, madre" di Helga Schneider, la regia sarà della Wertmuller. Eh sì, il teatro come la vita è sempre pieno di sorprese».

Repubblica 14.9.03
Herlitzka stasera a Benevento
"Per Bellocchio Monicelli poteva pensare all´ex aequo
di Giulio Baffi


NAPOLI - «Se ripenso al film di Bellocchio mi convinco che in teatro si agisce su tragedie fantastiche, immaginarie, su personaggi inventati su cui si può anche scherzare, quando invece l´eroe tragico è vero non ci possono essere licenze, invenzioni o tradimenti». Roberto Herlitzka, autore e protagonista, stasera mette in scena in prima nazionale a Benevento Città Spettacolo, il suo ExOtello, affidando a Jago riflessioni e rimorsi.
Soddisfatto della sua partecipazione a Buongiorno, notte?
«Un´esperienza molto bella, ho sentito profondamente questa tragedia che a suo tempo mi aveva colpito moltissimo e certo l´emozione che provai allora mi è servita, ma la guida di Bellocchio è stata fondamentale, direi ispiratrice».
Eppure il film non è stato apprezzato come si pensava.
«Perché? Mi sembra sia un film amatissimo, a giudicare almeno dall´entusiasmo del pubblico, non solo di Venezia ma anche a Roma e in altre città. Una risposta assolutamente eccezionale. È raro che un film oggi scateni questo entusiasmo. Certo c´è stata la delusione di Venezia, e c´è poco da dire. Il film non è andato bene a Monicelli, ma tutti hanno diritto ad avere le proprie idee».
Le è sembrato ci fosse una forzatura?
«Assolutamente sì. Si potevano premiare entrambi i film; esistono gli ex-aequo naturalmente, esistono premi prestigiosi che potevano essere assegnati. Invece ne è uscita fuori una scortesia, un premio modesto accompagnato dalla dichiarazione di Monicelli che ha detto che il film non meritava neanche quel piccolo riconoscimento. È evidente che a Venezia c´era un´antipatia nei confronti del film».
Il pubblico invece...
«I giovani che l´hanno visto a Venezia hanno dato ben tre premi a Bellocchio. Questo significa che ha saputo parlare anche a una generazione che non ha vissuto quei giorni tanto tragici».
Seleziona le scelte artistiche tanto al cinema quanto a teatro?
«Sono nato e anche un po´ cresciuto come attore di teatro, il cinema mi piace enormemente, ne ho fatto saltuariamente però, e in film di non grande circuito. Ma che devo fare? Non mi chiamano. Non dico che accetterei qualunque cosa, ma non ho avuto molte occasioni di rifiutare film di grande richiamo».
Dopo il successo di Buongiorno, notte magari sarà più richiesto.
«Magari, ma devono sbrigarsi: non sono mica un giovane attore».
E il teatro?
«Anche lì sono anomalo. Non che io mi senta discriminato, ma è un fatto che sono stato molto più presente con compagnie di teatro off. Tutto sommato la mia storia non è poi così diversa nei due campi. Sarà anche per la disponibilità a avventure teatrali che altri snobberebbero. Non ho avuto però grandi offerte dai teatri ufficiali c´è voluto Peter Sein con Zio Vania o lo Stabile di Trieste diretto da Calenda».

sabato 13 settembre 2003

***l'Espresso n. 38, in edicola: l'intervista a Marco Bellocchio

(ricevuto da Tonino Scrimenti - **Tonino** http://www.clochard.net)

Buongiorno Marco
II successo di oggi. L'isolamento di ieri. Militanza politica e psicoanalisi.
Autoritratto di regista contro. Che finalmente ha conquistato il pubblico
colloquio con Marco Bellocchio di Alessandra Mammì


Marco Bellocchio ha vinto. Ha vinto tutto, tranne il Leone d'Oro. Ha vinto a Venezia travolto dalla commozione del pubblico e dalla standing ovation di giornalisti di tutto il mondo in conferenza stampa (cosa mai vista). Ha vinto in sala mordendo ai fianchi con le sue 170 copie di "Buongiorno, notte", l'incredibile "Hulk" che di copie, come si conviene a un colosso, ne aveva in giro almeno 400. Ha vinto conquistando anche chi ai tempi del sequestro Moro non era neanche nato e che al Lido gli ha regalato tutti e tre i premi delle giurie giovani. Ma soprattutto ha vinto su se stesso e sulla sua vocazione di regista stimato, ma isolato, appartato e complesso, denso e contraddittorio. Un autore di nicchia, insomma. «Un regista che ha scelto la strada più difficile priva di soddisfazioni spettacolari. Un cinema marginale rispetto ai circuiti commerciali, ma centrale rispetto ai rapporti fra gli uomini. Un cinema della penombra». Anno 1997: si chiude così il saggio di Sandro Bernardi nel "Castorino". Ma ora, superato il millennio, il biografo è smentito e il regista della penombra è accecato dalle luci dei riflettori.
Ecco raccontata da lui stesso, storia e trasformazione di un uomo che a sessant'anni si è rivelato al grande pubblico, è in piena e nuova giovinezza creativa e soprattutto non ha tradito né rinnegato niente del suo percorso.

Signor Bellocchio, che lei non vinca un festival non è una novità, ma le calche davanti alle sale per vedere un suo film non si erano mai viste.Come sta vivendo questa consacrazione?
« E' vero, non ho mai vinto un festival. E se non ho vinto neanche questo, credo la spiegazione più semplice sia che ai giurati il film non è piaciuto. Al momento delle giustificazioni o delle condoglianze mi è stato detto che era troppo italiano e difficile per i giurati stranieri. Strano, perché il film ora è invitato al Festival di Toronto, poi a New York e Londra».

La sta premiando il pubblico. Come lo spiega?
«In molti si avvicinano dicendomi che hanno pianto. Mi stupisce, non era nelle mie intenzioni farli piangere. Questa non è una love story. Un ex operaio di 55 anni ora sindacalista, mi ha detto che allora, all'annuncio del sequestro in fabbrica scoppiò un applauso. Ma ora vedendo il mio film non riusciva a trattenere le lacrime. Certamente la generazione nel fuoco è quella dei quaranta, cinquantenni. La loro commozione è comprensibile. Mi è più difficile invece spiegare l'entusiasmo dei giovani. Forse hanno capito che questo non è solo un film politico. È un film sull'assassinio di un padre. Ed è un film che dice come la separazione da un padre non passi attraverso il parricidio. Bisogna trovar la forza di riconoscerne l'esistenza per poi prendere la propria strada».

Oggi "Buongiorno, notte", all'inizio "I pugni in tasca". Di questo si è detto che è un film liberatorio, dell'altro che prefigurò il '68. Che rapporto c'è per lei tra i due film?
«Nei "Pugni intasca" il padre è assente e la liberazione è sinistramente accompagnata dalla necessità di assassinare la madre e il fratello. C'è la provocazione, la necessità di distruggere. Il film è dei '65 e fu detto che prefigurò il '68. Ma agli inizi quello fu un movimento pacifico, di resistenza passiva con i poliziotti che trascinavano via studenti inermi. Probabilmente anche allora l'interpretazione fu troppo politica. In "Buongiorno, notte" il padre è tornato, è presente, ha capacità umana. Liberatorio è riprendere la figura del padre, farla ricomparire per poi separarsene».

Ma a parte le spiegazioni politiche o psicoanalitiche, resta il fatto che lei è cambiato. È diventato più generoso verso il pubblico.
«Sento di avere raggiunto una maggiore libertà. Ho seguito delle immagini, più che delle tesi. Quando mi è stato chiesto di fare il film ho avuto dei dubbi. Ho capito che potevo farlo solo quando ho cominciato a vedere dei movimenti in un appartamento. Questa costruzione di immagini è una leggerezza conquistata a partire dalla "Balia"».

Non si riconosce più nella definizione di regista duro, contorto e difficile?
«Guardando all'indietro nel mio lavoro, trovo periodi intermittenti. Periodi di successo e periodi di crisi. Fu un successo "La Cina è vicina", ma poi arriva "Nel nome del padre", che pure amo molto, ma che è un film difficile, ideologico. Fu un successo "Marcia trionfale", ma poi mi sono appartato con il "Gabbiano" e il "Salto nel vuoto". Con "Gli occhi, la bocca" ho fatto addirittura un passo falso».

Perché un passo falso?
«Era un film doloroso, parlava del suicidio di mio fratello gemello. Non avrei mai dovuto riprendere il protagonista dei "Pugni in tasca" Lou Castel, anche se è un ottimo attore e ottima persona. "I pugni in tasca" bisognava lasciarlo dov'era. Aveva ragione Vincenzo Cerami che firmò la sceneggiatura del film. Lui voleva per quel ruolo Benigni a Troisi. Voleva introdurre un elemento grottesco in tanta tragedia. Ma io ero troppo coinvolto e ho fatto male a non dargli retta».

Isolato, appartato. Eppure lei ha avuto momenti di militanza politica, ha partecipato ai "Quaderni Piacentini" ha firmato con Silvano Agosti film militanti come "Matti da slegare".
«Sempre a modo mio. Il rapporto con i "Quaderni" e con mio fratello più grande Piergiorgio è stato fondamentale per la mia formazione culturale. Andavo alle loro riunioni, ero amico di Grazia Cherchi e Goffredo Fofi, vivevo con loro. Ma la mossa diversa è stata quella di allontanarmi dal Nord e trasferirmi a Roma. La cosa non fu vista bene. Allora Roma era guardata con sospetto dall'inattaccabile moralismo dei "Quaderni" che non perdonava neanche a Pasolini di scrivere sul "Corriere della Sera", "il giornale dei Padroni". Roma era luogo di intellettuali troppo compromessi con il potere. Per me fu invece un momento di apertura. Mi ero iscritto al Centro Sperimentale avevo rapporti con registi internazionali, ero nel mezzo di una realtà in movimento. Ma anche lì finii per trovarmi in qualche modo isolato».

Come mai?
«C'era un grande entusiasmo per la Nouvelle Vague. Godard era un nume. Ricordo che Bernardo Bertolucci confessò di essersi addirittura sentito male per l'emozione quando lo incontrò. Io a Godard ho sempre preferito Bresson. Guardavo con ammirazione il più classico cinema francese, il realismo americano, Antonioni e Visconti».

E "I pugni in tasca" come arriva?
«Ero appunto isolato e lasciai Roma per Londra. Ma anche lì vivevo a modo mio. C'erano i Beatles e i Rolling Stones? Non me ne sono neanche accorto. Andavo all'Albert Hall e ricordo un concerto di un giovanissimo Pollini. Tornato in Italia volevo a tutti i costi sapere chi fossi. Non volevo seguire la trafila di fare il terzo, secondo e poi primo assistente alla regia. Se ero un regista dovevo tare un film altrimenti tornare alla pittura, cambiare mestiere. Avevo scritto il film e cominciai a cercare i soldi. Naturalmente non li ho trovati. Chi nell'Italia anni Sessanta poteva finanziare un film che parlava dell'assassinio di un fratello e di una madre cieca? Chiesi aiuto a Piergiorgio, che disapprovava completamente il progetto, ma che per amor fraterno decise di sostenermi. Così l'ho autoprodotto: un po' di soldi di famiglia e un mutuo della Banca Commerciale ottenuto grazie a lui.

E fu un successo travolgente.
«Anche troppo. Il film esplose, fece il giro del mondo, e io ne fui completamente disorientato. In qualche modo ne uscii più appartato di prima. Non entrai né allora né mai nella grande famiglia del cinema italiano ed è troppo tardi per farlo adesso».

A isolarla ancora di più non ha contributo il suo rapporto con la psicoanalisi e Massimo Fagioli?
«Molti di quelli che parlano male di Fagioli non hanno mai letto i suoi libri. Io non rinnego l'eccezionalità di quella ricerca a cui oggi fanno riferimento psichiatri di tutto il mondo. Ai tempi del "Diavolo in corpo" si parlò di un Bellocchio sopraffatto da Fagioli. "L'espresso" mi dedicò addirittura una copertina dal titolo "II diavolo in testa". Se oggi sono quello che sono è anche grazie a un'esperienza che, come vedete, non mi ha né soffocato né distrutto».

A proposito del premio mancato, Bertolucci ha detto: «Siamo due vecchi elefanti feriti». Condivide?
«Bernardo parla così. È un poeta. Ma nell'aggettivo ferito sinceramente non mi riconosco. Mi ha commosso però la sua solidarietà. Vuol dire che ora abbiamo altre cose a cui pensare piuttosto che polemizzare fra noi ».

E il sostantivo elefante?
«Lo accetto. Ma solo nell'accezione di un animale molto, molto longevo»

un articolo di Livia Profeti

clorofilla.it 9.9.03
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3258
La ribellione riuscita di Marco Bellocchio
di Livia Profeti


Roma - Buongiorno, notte non ha vinto il Leone d'oro. Una sorpresa che ha fatto notizia e che ha suscitato un mare di polemiche addirittura bipartisan. Il film infatti, fenomeno quasi unico, aveva messo d'accordo un po' tutti riscuotendo uno straordinario successo sia di critica che di pubblico.

Questo successo però non ha minimamente scalfito i due componenti italiani in giuria, il presidente Mario Monicelli e l’attore Stefano Accorsi che hanno difeso il loro giudizio giustificandolo con il motivo in fondo più ovvio, ovvero che a loro il film non era poi piaciuto granché, anzi, secondo Monicelli, forse Bellocchio non meritava nemmeno il premio di quart’ordine che, a questo punto chissà perché, gli è stato assegnato.

Può anche darsi che Monicelli e Accorsi abbiano alle spalle un’esperienza e una cultura cinematografica di livello immensamente superiore a quella della stragrande maggioranza degli altri critici, e una sensibilità non comparabile con la gente comune che affolla le proiezioni del film. E’ possibile però un legittimo sospetto, ossia che, al contrario, i due giurati non siano stati affatto all’altezza del loro compito.

Cose che accadono in Italia, dove non si riesce a difendere l’industria cinematografica nostrana nemmeno quando effettivamente se lo merita, e forse non è il caso di meravigliarsene più di tanto, mentre è opportuno segnalare che Buongiorno, notte a Venezia è stato insignito di altri premi quali Cinemavvenire di Gillo Pontecorvo e Leoncino d’oro. Riconoscimenti che non sono proprio da buttar via, visto che sono assegnati da giurie di giovani cinefili.

I ragazzi, ben più dell’esperto presidente di giuria, sono stati in grado di cogliere l’importanza di questo film, di intuirne l’attualità “globale” che va ben oltre il fatto manifesto di occuparsi di una storia italiana di trenta anni fa, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse nel 1978. Il grande interesse del pubblico, l’apprezzamento dei giovani, l’appellativo di “capolavoro” da parte della critica spingono a cercare di comprendere il perché questa ultima fatica di Marco Bellocchio abbia raccolto così tanti e variegati consensi.

Curzio Maltese, su La Repubblica del 5 settembre in un articolo dal titolo Quando il cinema riscopre la memoria, sostiene che «nel bellissimo film di Bellocchio … non c’è nulla di quello che ci s’aspetta». Pochissimi o nulli i tentativi di ricostruzione dei fatti, nessun giudizio politico o morale, «eppure il film di Bellocchio è un fenomeno politico importante».

Secondo il famoso editorialista quell’evento del ’78 ha segnato una «cesura nella cultura italiana»: dall’impegno politico e civile di impronta neorealistica al ripiegamento intimista delle storie personali e private. Dopo di allora, se il cinema si è ancora occupato di storie “italiane”, lo ha fatto rappresentando situazioni sociali antecedenti a quegli anni, «quasi che nelle radici dell’Italia contemporanea fosse calata una nebbia o un tabù».

Anche la produzione di Bellocchio è esemplare da questo punto di vista: dalla fine degli anni Settanta, esplicitamente con Salto nel vuoto, «comincia un’altra vita artistica. La politica smette di essere il terreno di ricerca della libertà». Il regista simbolo del ’68 si mette alla ricerca di un altro tipo di libertà, ed oggi, dopo quasi trent’anni, torna a rappresentare un fatto politico e sociale cruciale della storia italiana, ma ora lui «non è certo più il regista de I pugni in tasca».

Il clima ambiguo dell’epoca, la perdita del rapporto con la realtà dei presunti rivoluzionari, sono resi senza la preoccupazione del «politicamente corretto» del film di M. T. Giordana, La meglio gioventù, «ma piuttosto con la dolorosa consapevolezza di chi l’ombra della follia l’ha sfiorata e sofferta, vista nascere e crescere nelle fabbriche, negli uffici, nel compagno di studi, moderna malapianta di un’antica ossessione religiosa».

Per Curzio Maltese questo film dice che il suo regista non ha dimenticato un passato, e nemmeno lo ripropone come se non fosse, appunto, “passato”, bensì lo ha dolorosamente elaborato e per questo può separarsene. Il ribelle per antonomasia del cinema italiano questa volta porta sullo schermo il rifiuto ad un destino politico e sociale che per età e storia pur gli apparterrebbe: il suicidio di una generazione che, come dice sorprendentemente nel film l’interprete dello statista Dc, era più religiosa dei cattolici moderni, perché martire come gli antichi cristiani, forse ancor di più.

Ma non solo. Nella carrellata finale sui volti dei politici dell’epoca e nella rappresentazione rituale di Paolo VI che dispensa la sua benedizione non ci sono dubbi: ben poche scene cinematografiche sono in grado di rappresentare tanta gelida freddezza e ipocrisia. Il regista rifiuta la schizofrenia di una lotta armata che ha perso il rapporto con la realtà sociale ma contemporaneamente non si è certo convertito, non si è venduto al potere. Rimane un ribelle, ma ha liberato Moro. Alla rivolta fallita di quella generazione Bellocchio risponde con una ribellione riuscita. Non uccidere colui che cristologicamente sin dall’inizio “doveva” morire significa compiere il «vero atto rivoluzionario» attraverso il quale la porta del passato «si è chiusa per sempre».

Da un diverso punto di vista il figlio dello statista Dc, Giovanni Moro, ha dichiarato che «questo è un caso in cui la creazione artistica è stata capace d’accrescere la conoscenza della realtà». E questo, a sorpresa, è accaduto pur senza riportare alcun fatto che più o meno già non si conoscesse. Un fatto artistico «accresce la conoscenza della realtà» e contemporaneamente è «un fenomeno politico importante». Arte, conoscenza, fenomeno politico, mai sinora le tre cose erano state insieme.

Stando ai commenti Bellocchio è riuscito a realizzare un film che, pur utilizzando gli strumenti rigorosamente artistici della fantasia e dell’immaginazione, riesce a fornire elementi di “verità” rispetto ad un determinato evento storico, ed in tal modo diventa un fenomeno politico, ovvero esso stesso un evento che incide sulla realtà. Cerchiamo di tentare una prima analisi di come ciò sia possibile. Innanzitutto il film, pur occupandosi di un evento realmente accaduto, non è fotografia dei fatti, della realtà storica più o meno presunta, ma tende a fornire una rappresentazione colma di “senso”, ovvero di ciò che è umanamente significativo e importante.

Le immagini girate dal regista e quelle “reali” di repertorio si susseguono quasi senza distinzione, in un sapiente e misterioso montaggio dove la realtà assume i contorni della fantasia e la fantasia sembra reale. I telegiornali, le interviste, i funerali di Moro, perdono il loro originario carattere fotografico per acquistare una qualità comunicativa diversa, quella tipica delle rappresentazioni artistiche.

Alle scene inconsce - i sogni della brigatista Chiara che inventano una storia diversa da come si svolsero i fatti - lo spettatore può lasciarsi andare senza paura di perdere il rapporto con la realtà. La fantasia del regista diventa generosa: comunica la possibilità di un suo movimento attivo e vitale che può sopravvivere alla violenza dei fatti, la sua possibilità di non rimanerne schiava. Chi assiste può non rimanere inchiodato ad un destino immodificabile. Può sperare.

E’ forse la speranza il «fenomeno politico importante» di cui parla Curzio Maltese? Non so. E’ certo però che questo film ci comunica in qualche modo che è possibile ribellarsi senza morire e senza uccidere, e potrebbe essere questo il significato “universale” che affascina i giovani che amano questo film anche se parla di un passato che storicamente non hanno vissuto.

Marco Bellocchio, fratello di una generazione ribelle sfociata nella follia e nel suicidio, secondo Curzio Maltese ha sfiorato quella stessa follia, ma l’ha scartata, alla ricerca di un altro tipo di libertà. Il regista, in un’altra intervista, ha dichiarato che all’epoca dei fatti «stava mettendo in discussione se stesso, passando dall’analisi individuale a quella collettiva».

Da un’analisi individuale a quella collettiva. L’aggettivo “collettiva” ci suggerisce un luogo in cui l’inconscio ha abbandonato il confessionale di freudiana memoria - dove riceveva l’assoluzione per i propri peccati intrapsichici - e si è esposto ad un’interpretazione pubblica, alla ricerca collettiva su se stesso e sui suoi rapporti con il mondo. Non cosciente che si libera dalla bugia che lo voleva chiuso in se stesso, da nascondere come il male di biblica memoria, e si rivela fondato sul rapporto: sociale, storico, politico, in una parola interumano.

Sarebbe interessante chiedere a Marco Bellocchio il significato di questa quasi trentennale esperienza per la sua «ricerca di libertà», evidentemente riuscita, o quanto eventualmente abbia influito sulla possibilità dimostrata in questo suo ultimo film di coniugare con tanta leggerezza pubblico e privato, storia sociale e storia personale (il film è dedicato al padre).

Al regista i complimenti per questo film bellissimo, a noi gli auguri che, come auspica Maltese, con esso si apra per il cinema italiano un «passaggio verso un futuro diverso» nel quale arte, conoscenza, affetti e politica possano stare finalmente insieme. Sarebbe veramente un importante fenomeno.(martedì 9 settembre 2003)

proteste interessate

L'Avvenire, quotidiano della CEI 13.9.03
IL CASO
Gli atei a caccia di moschee
Non solo la «piovra cattolica», ma anche il «calamaro islamico»... Il raduno anticlericale di Modena addita il suo nuovo nemico
di Roberto Beretta


Contro la «piovra vaticana», ma anche contro il «calamaro islamico». Evidentemente non gradiscono il fritto misto, gli atei italiani, però hanno il pregio di parlar chiaro: «Nel centro-nord del mondo la fanno da padroni i preti cristiani, nel sud-est del mondo l'egemonia è in mano ai preti islamici». E loro, salomonicamente, stanno contro gli uni e contro gli altri. Alla pari. Tuttavia l'11 settembre qualche effetto deve averlo avuto, nei gruppi di agnostici e d'anticlericali della Penisola, se domani a Modena - nell'annuale incontro del settore, organizzato dall'«Associazione per lo sbattezzo» di Fano - si terrà appunto un dibattito su «Movimenti ed anticlericalismo, assemblea sulla sudditanza/indipendenza dei movimenti radicali di massa nei confronti della piovra vaticana del nord-ovest e del calamaro islamico del sud-est». Ma allora gli atei dello Stivale hanno aperto il «secondo fronte»! Il nemico dichiarato non è più soltanto la Chiesa cattolica, col potere della sua gerarchia e l'odiato concordato, ma anche l'islam; non solo i cardinali, ma pure gli ayatollah... In effetti, sulla prima pagina dell'ultimo numero del pittoresco e militante foglio anticlericale Il peccato, campeggia una significativa vignetta: tre macigni schiacciano una malcapitata fedele in ginocchio; uno reca inciso il nome di Allah, il secondo quello di Dio e l'ultimo è intitolato a Jahvé. I macigni sono uguali: segno che per gli agnostici italiani i tre grandi monoteismi sono ormai bersagli della stessa grandezza? Risponde per prima Chiara Gazzola, presidente dell'«Associazione per lo sbattezzo»: «Il nostro gruppo esiste da vent'anni e certo agisce contro il potere della Chiesa cattolica, però anche verso i musulmani mantiene lo stesso atteggiamento. Attenti: noi non ce l'abbiamo con le religioni in sé, ma esprimiamo dissenso contro tutte le Chiese in quanto centri di potere; perciò un'attenzione nei confronti dell'islamismo l'abbiamo sempre avuta. Per anni, ad esempio, abbiamo gestito l'Osservatorio delle donne contro gli integralismi». Va be': ma siete più contro Al Qaeda, contro Saddam oppure contro Bush? «Siamo contro tutte le autorità. Certo, l'autoritarismo islamico è un grosso rischio, però mi sembra che la paura dell'avanzata musulmana in Occidente sia diffusa soprattutto dalla Chiesa, che ha timore di perdere l'egemonia». Intanto, però, gli anticlericali l'anno scorso si sono beccati minacce di querela da Adel Smith, l'esponente islamico che bandì in tv una crociata contro i crocifissi, per presunte offese rilevate nel loro sito Internet: «Smith aveva chiesto di venire da noi a parlare. Dipende - abbiamo risposto -; se al crocifisso vuole sostituire altri simboli, religiosi o anche atei, non siamo d'accordo». Anche Romano Oss, dell'Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), trova naturale la "svolta islamica" dei gruppi anticlericali: «È giusto che ci si opponga a tutte le confessioni, non solo ai cattolici. Infatti siamo contrari a qualunque integralismo, a ogni mescolanza tra Stato e religioni. Però per noi l'islam non rappresenta un particolare pericolo: crediamo infatti che la nostra organizzazione civile sia abbastanza solida per contrastare certi fondamentalismi». Chiarisce ancor meglio Giorgio Villella, che dell'Uaar è segretario: «No, non abbiamo paura dell'islam; anzi, secondo noi è meglio che in Italia ci siano più religioni forti, perché se non altro c'è più libertà per tutti e meno clericalismo, meno potere politico della Chiesa. Così si spezza il monopolio cattolico, che da noi ha già troppi privilegi». Quindi preferite Benladen ai vescovi? «In Benladen si sente ancora l'odio contro i crociati, perché le guerre moderne hanno una forte motivazione religiosa; e questo rafforza la nostra convinzione che sarebbe meglio se le religioni non avessero potere politico. Però, se abitassi in un Paese islamico, ce l'avrei moltissimo coi musulmani, perché il clericalismo islamico è molto superiore a quello della Chiesa oggi; i mullah sono indietro di 200 anni rispetto ai preti». Beh, è già qualcosa... Ma non vi sembra una contraddizione che gli anticlericali combattano l'islam, una delle poche religioni senza clero? «A me non pare. Anzi, mi sembra che nell'islam ci siano fior di ministri del culto professionisti», obietta Walter Siri, anche lui dell'«Associazione per lo sbattezzo». Ma vi fanno più paura gli ayatollah o i cardinali? «Allo stesso livello, entrambi sono espressioni di un totalitarismo filosofico e ideologico. Certo, ci sono forme più o meno sfumate di esprimerlo: e devo riconoscere che oggi la secolarizzazione ha condotto la Chiesa a più miti consigli. Però gli estremisti cattolici ci sono ancora». L'11 settembre ha cambiato qualcosa per gli atei? «Non certo il giudizio sulle religioni e in particolari sui cleri. Dell'islam cominciamo a occuparci oggi in maniera più precisa perché nel nostro Paese ci sono milioni di persone che provengono da quella cultura». Più per l'immigrazione che per il terrorismo, dunque... «Sì, il terrorismo è un confronto tra Stati rispetto al quale non siamo tifosi né dell'uno né dell'altro. Non siamo né con Bush, né con Saddam; ma neanche con Benladen». Ma davvero non c'è differenza tra islam e cattolici? Chi è il nemico più pericoloso? «I nemici sono tanti. Tutte le religioni monoteiste, essendo fortemente strutturate, sono pericolose per le società in cui si esprimono». E in Italia, adesso, temete più l'islam o i cattolici? «I cattolici. Soprattutto quelli di destra»

Marco Bellocchio a Bobbio

Libertà 13.9.03
Spettacoli
Fare cinema “Salto nel vuoto”: un film di grande ispirazione
Cerami lo esalta ma per Bellocchio «è semplicemente un vecchio lavoro»
di Manuel Monteverdi


Il cinema “Le Grazie” di Bobbio, giunto alla terza serata della rassegna didattica Fare Cinema, torna indietro nel tempo e regala agli spettatori Salto nel vuoto di Marco Bellocchio, bobbiese che ha unito indissolubilmente il proprio nome e la propria immagine di regista a questa rassegna. Salto nel vuoto è un lungometraggio del 1980 che valse la Palma d'oro a Cannes ai due interpreti, gli straordinari Anouk Aimeè e Michel Piccoli, costruito sulla sceneggiatura dello scrittore Vincenzo Cerami, presente in sala e protagonista del dibattito post-proiezione. Mentre Bellocchio sembra quasi sminuire il proprio lavoro ritenendolo, semplicemente, «un vecchio film» e aggiungendo di non avere molto da dire su di esso, forse per «falso pudore o per ipocrisia»; Vincenzo Cerami lo incensa, a ragione, definendolo come una pellicola «di grande valore e forza» dopo la quale - scherza Cerami - «ho iniziato ad occuparmi di film comici». Un opera che «appartiene a una categoria in estinzione, in cui emergono i volti, gli occhi che sfuggono, che sono spietati ma anche spaventati»; un cinema di osservazione microscopica e impietosa, che si prende i giusti momenti di significativa, anzi necessaria, lentezza. «Uno dei film più ispirati di Bellocchio», di cui lo stesso Cerami ha ricordato, facendo un rapido flashback, la passione artistica profusa in quei tardi anni '70. Sempre lo sceneggiatore, imbeccato dal pubblico, ammette di non avere mai pensato di mettersi dietro la macchina da presa, preferendo di gran lunga la penna: «Ho un desiderio furioso di raccontare storie in tutti i linguaggi ma scrivere è più difficile di girare e, per ciò, lo preferisco». Poi aggiunge: «Marco è il più grande regista italiano almeno per quanto riguarda la direzione degli attori, per la quale bisogna avere una sensibilità molto profonda; il segreto è vivere con passione la realtà in cui ci troviamo e cercare di raccontarla nelle sue pieghe più segrete». Il pubblico di Bobbio è soprattutto curioso di scoprire il rapporto che si cela tra uno script e la regia, così Cerami, che tra le varie collaborazioni cinematografiche vanta nomi come Gianni Amelio e Roberto Benigni, sintetizza: «La macchina da presa rappresenta la tappa finale del percorso della scrittura»; una inquadratura improvvisata, secondo lo scrittore, può spiegare tante cose, più di quanto pagine di sceneggiatura possano fare. A chi fa domande sulla ricerca e sullo studio degli ambienti interni, tanto angusti da aderire ai personaggi delle opere di Bellocchio per finire a interagire con essi, Cerami risponde: «L'ambiente, come in questo film, può reggere l'intero impianto narrativo». E Bellocchio ammette: «Quando si scrive una sceneggiatura non si sa dove si va a finire. In Salto nel vuoto abbiamo capito che la mappa topografica dell'ambiente ci sembrava funzionale al racconto. E, in questo senso, è impossibile non richiamare Buongiorno notte, fresco di Festival di Venezia: «Abbiamo cercato un interno che fosse simile all'appartamento in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro; non l'abbiamo trovato e, così, lo abbiamo ricostruito. Ma non mi è mai capitato di sapere prima delle riprese quale sarebbe stato l'ambiente, nemmeno quando ho girato I pugni in tasca, proprio a Bobbio». Si parla dello statista della Democrazia Cristiana e si capisce che il riferimento all'ultimo film di Bellocchio non è casuale; quando un astante gli notare che con Salto nel vuoto si percepisce quella carità che si avverte anche di fronte a Buongiorno, notte, la risposta è minimale ma assolutamente chiara: «Ho iniziato a girare il film nel '79, l'anno successivo alla tragedia…». In fin dei conti è questo il bello del cinema, un'infinita serie di sequenze tra due poli destinati ad incontrarsi come fossero un magico anello.

venerdì 12 settembre 2003

diverso parere, e qualcos'altro...

La Gazzetta del Mezzogiorno (Bari) 12.9.03
Cocente delusione il film di Bellocchio su Moro

Ho visto il film di Bellocchio «Buongiorno notte» sul sequestro dell'on. Aldo Moro e ne ho avuto una cocete delusione. È questo il film così osannato dalla stampa in occasione del Festiva del Cinema di Venezia da ritenerlo meritevole del «Leone d'oro»? È questo il film del regista assiduo frequentatore di seminari oceanici di un noto psicanalista a Roma negli Anni '80/'90? È questo il film che, giunto dopo tanti anni da un evento che ha sconvolto psicologicamente, emotivamente e politicamente il nostro Paese, avrebbe potuto essere l'occasione per una serena e matura riflessione su quegli anni?
Ho assistito ad un film esile, niente affatto emozionante, perfino noioso. Bellissimi invece gli articoli che parlano del film; l'ultimo in ordine di tempo che ho letto è quello, pubblicato sulla Gazzetta di martedì 9, dell'amico Pino Pisicchio che con linguaggio forbito ed immaginifico ha elogiato in maniera così appassionata e convincente l'ultima fatica di Bellocchio, da farmi dubitare che si trattasse della stessa insipida pellicola da me vista domenica scorsa.
A pensarci bene, forse mi ha infastidito vedere la dura e cruda realtà di quegli anni di follia ideologica? Ma erano davvero così come li rappresenta Bellocchio i brigatisti che hanno assassinato Moro? Sprovveduti, superficiali, infantili... È quel manipolo di ragazzi che ha tenuto in scacco lo Stato per tanti anni, rapinando, uccidendo, terrorizzando un intero Paese e traumatizzando un'intera generazione? Non è che siamo davanti al solito tentativo, così frequente nella patria del revisionismo, di ridimensionare la gravità e la tragicità di quel movimento, edulcorando tutto in una visione buonista e confidando nella paterna comprensione e nel perdono cristiano?
Quando il recupero della dimensione umana e psicologica di Hitler?
Giuliana Perrotta
Bari


Chi ha visto il film e vuole discutere ci scriva: questa è in fondo la terra di Moro. Una materia molto emotiva e opinabile, come dimostrano gli articoli sul film che lei giudica molto più belli del film.

Ottaviano Del Turco sul Corsera, Mario Pirani su Repubblica

Corriere della Sera 12.9.03
LETTERE_AL_CORRIERE
risponde Paolo Mieli
Del Turco, il film di Bellocchio e la guerra di Piero


Piero Fassino ha ingaggiato la sua personale battaglia contro quell'«idra» tutta particolare che è la storia recente del Pci. Lui, meglio di altri, sa che le molte «teste» che la compongono sono tanti rospi difficili da vomitare. Teste che ricrescono anche quando il colpo inferto loro sembra quello definitivo. Prendiamo il Festival di Venezia come metafora di questa «guerra di Piero». Due film italiani in concorso. Uno, «Segreti di Stato», caricatura rivelatrice di un'idea della storia che non sembra morire mai: la strage di Portella della Ginestra opera di una congiura internazionale che metteva insieme Pio XII, la Cia, Iunio Valerio Borghese e la X Mas sotto l'abile regia del furbo ed eterno Giulio Andreotti e del cattivissimo Scelba. Applausi interminabili, segue dibattito.
L'altro, «Buongiorno, notte» che Walter Veltroni giudica «... opera bellissima e coraggiosa», e riconosce a Marco Bellocchio il coraggio di entrare in quel «buco nero» costituito dal rifiuto della letteratura e del cinema di guardare dentro la «bestia terrorista» e la sua genesi ideologica. Applausi interminabili anche a questo film. Al primo però è stato assegnato un informale «Leone d'oro» dei girotondini, con tanto di serata di gala al Sacher Cinema. All'altro, con il rifiuto del premio, una sorta di monito: quel mostro, quel «buco nero» non può essere vomitato tranquillamente ed in pubblico. La burocrazia parastatale che partorisce queste «cosacce» sopravvive a Cinecittà, si esalta nei Festival. Non sopporta, meglio, non tollera, una tensione artistica libera e coraggiosa che esca da questo codice di censura. E' una genia sempre politicamente corretta, attenta ai canoni, alle regole non scritte. Pronta a partorire con tranquilla intolleranza tanti borghesi, giovanotti e nonni, tutti piccoli piccoli, accomunati, però, da una gran voglia di farsi giustizia da sé.
So da che parte stanno Piero Fassino e Walter Veltroni. Ma allora, perché non dirlo? Perché non dire apertamente che quelle considerazioni sul Berlinguer di vent'anni fa vanno tradotte in una battaglia coraggiosa, aperta e senza cedimenti contro la dietrologia d'oggidì?
Ottaviano Del Turco

La Repubblica 12-09-03, pagina 1, sezione PRIMA PAGINA
LA POLEMICA
Il film su Moro e la retorica della trattativa
di MARIO PIRANI


Se un film è tutto politico - e quello di Bellocchio lo è anche quando evoca i sentimenti e le intime emozioni dei protagonisti - esso legittima, oltre ad una valutazione sotto il profilo dello «specifico filmico», per dirla con un grande teorico del cinema, Umberto Barbaro, anche un giudizio politico. A questo aspetto limiterò le mie osservazioni avendo tanti altri, più competenti di me sul piano critico, già scritto ampiamente sul valore di un' opera che legge il delitto Moro secondo l' ottica claustrofobica dei quattro carcerieri-giudici e della innocente vittima sacrificale. Il merito indiscusso di "Buongiorno, notte" sta, a parer mio, nell' aver rifiutato e vanificato la versione dietrologica di quel crimine che aveva viceversa ispirato sia precedenti cinematografici sia una interminabile proliferazione mass-mediologica, cara a una parte non secondaria della sinistra. Secondo questa interpretazione, reiterata quanto priva del minimo elemento di prova, la mano dei brigatisti venne guidata da qualche Grande Vecchio, da Kissinger, da Andreotti, dalla Cia, dai Servizi sovietici e dai nostrani, dal Mossad e chi più ne ha più ne metta, a turno impegnati a manovrare il terrorismo in odio all' incombente «compromesso storico». Tutto, pur di non riconoscere che il brigatismo e la scia di sangue che si lasciò alle spalle, andavano purtroppo ricondotti a quell' album di famiglia, esattamente individuato da Rossana Rossanda, da cui era scaturita una propaggine delle giovani generazioni di sinistra, intossicate dal fallace mito della Liberazione tradita e da altri cascami ideologici, una devianza estremistica parossistica.
I troppi che ne divennero preda credevano giunto il momento di scatenare la lotta armata contro i simboli dello Stato borghese e, ad un tempo, contro "l' opportunismo" della Cgil di Lama, del Pci di Berlinguer, della Dc di Moro. Non per niente si ispiravano a uno slogan esplicitamente anti riformista - «Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia!» - in cui poteva riconoscersi un bacino d' udienza più vasto e variegato degli stessi gruppi terroristici. Or bene, la radiografia di Bellocchio non lascia campo ad equivoci. I quattro di via Montalcini non hanno dietro segreti burattinai, se non i loro compagni e coetanei delle altre colonne e «direzioni strategiche» brigatiste. E sono loro e solo loro i «compagni che sbagliano», figli putativi che disconoscono e mistificano la loro ascendenza, rappresentata nella pellicola dagli anziani partigiani che cantano "Bella ciao". Tesi limpida e coraggiosa, una vera e propria sfida ad un universo politico e culturale aduso a darsi spiegazioni dietrologiche in luogo di quelle logiche. Meno convincente è l' altra caratteristica del film, da molti privilegiata come la più apprezzabile: quella di mostrarci i terroristi nei loro sentimenti, personali emozioni, incubi e sogni contraddittori. Ambigua operazione non perché Mario Moretti, Prospero Gallinari, Germano Maccari e, in primo piano l' ispiratrice dell' opera, Anna Laura Braghetti, non possedessero una loro umanità degna di essere scandagliata e in una certa misura bisognosa di pietas, ma per l' esito raggiunto. Forse occorreva il Dostoevskij de "I demoni" per tracciare un profilo verosimile anche degli odierni nichilisti e non è un caso se quel romanzo, apparso nel 1871, venne definito da Berdjaev, «non dell' epoca contemporanea, ma di quella futura». Comunque non è, neanche in questo caso, la resa estetica che mi induce a qualche perplessità ma il risvolto politico: quei carcerieri, giudici e, al termine, carnefici, finiscono per apparire allo spettatore, sovente ignaro o dimentico, come poveri diavoli, abitati sì da qualche idea balzana, ma pur sempre tormentati da dubbi irrisolti, in bilico tra un privato di buoni cristiani e un operare pratico segnato dalla P38 e dalla mitraglietta Skorpion. Un dramma compassionevole che culmina addirittura nella buona volontà, ancorché frustrata, di liberare il prigioniero, tanto che il sogno della Braghetti in proposito, si traduce nella pellicola in un Aldo Moro che apre la porta dell' appartamento in cui è rinchiuso ed esce a passeggio per le strade di Roma. Il che andrebbe anche bene se allo spettatore venisse in qualche modo fornita una postilla, ricordando che la vivandiera di via Montalcini, la quale oggi con encomiabile sincerità dice di se stessa «da quella persona lì sono lontana anni luce... ero inorridita dall' esecuzione ma è comodo dirlo adesso, a quei tempi non ho agito, ho immaginato di lasciar andare Moro ma non l' ho fatto, ho lasciato che accadesse e sono rimasta nelle Br», ebbene se si rammentasse che quella stessa Braghetti, due anni dopo, partecipò all' agguato sulle scale dell' Università di Roma che costò la vita al professor Vittorio Bachelet, ucciso perché simbolo del Csm di cui era vice presidente, come rivendicarono le Br. Questo gli spettatori non lo sanno. Poco male se il sogno salvifico che conclude idealmente il film - dove non si vede, invece, il momento della uccisione - fosse una licenza della fantasia. Ma invece non è così o solo così: quel Moro «libero», secondo il sogno della brigatista, è una ipotesi politica che viene riproposta, ancora una volta, come una soluzione possibile. Se non si è avverata la responsabilità non è di chi ha rapito, giudicato e ucciso la vittima dopo 55 giorni di sequestro, ma di coloro i quali non hanno accettato il compromesso, lo scambio richiesto dallo stesso Moro nelle sue strazianti lettere (le quali, peraltro, nella loro tragicità avevano una chiave etica opposta a quella delle "Lettere dei condannati a morte della Resistenza", che il film invece impropriamente richiama, come se quei martiri avessero anch' essi impetrato salvezza ai loro carnefici e non, invece, accettato l' estremo sacrificio in nome degli ideali di Patria e libertà). I "colpevoli" veri vengono viceversa rappresentati con le loro facce impietrite. Sono gli uomini della Dc e del Pci, del governo e delle istituzioni: Andreotti e Berlinguer, Ingrao e Zaccagnini, Cossiga e Lama che assistono muti alla messa funebre senza cadavere. E lo stesso Paolo VI compare in sedia gestatoria, simbolo di una liturgia vuota, visto che anche lui si è allineato al fronte della fermezza, quando, qualche fotogramma prima, viene mostrato mentre scrive ai brigatisti chiedendo loro, niente meno, di rilasciare l' ostaggio «senza condizioni». La tesi che il film fa propria non è nuova. Marcò quei giorni drammatici e cupi del ' 78 e trovò la sua espressione sia sul piano politico, da Craxi a Pannella e ai movimenti extra parlamentari, sia sul piano culturale fra quegli intellettuali che si trinceravano dietro la parola d' ordine «né con lo Stato né con le Br». Rivista al giorno d' oggi - ma per taluni anche allora - quell' idea di uno "scambio" che salvasse la vita dello statista rapito può apparire ragionevole mentre la fermezza, rappresentata in primo luogo, ma non solo, dalla Dc e dal Pci, sembrare disumana ragion di Stato. è proprio su questa falsa rappresentazione, psicologicamente suadente, che si è andata, del resto, elaborando la dietrologia del grande complotto, ordito ben più in alto, per assassinare l' incomodo leader del cattolicesimo democratico, il cui atlantismo non era inoltre del tutto inossidabile. Ma la situazione non si presentava affatto come gli "scambisti" preconizzavano. In via Fani la scorta era stata falciata e cinque agenti erano restati sul terreno. Si sarebbero dovuti graziare in partenza gli assassini ed, anzi, liberarne altri, incarcerati per precedenti delitti, in nome della salvezza di un uomo politico? Con quali effetti sui principi generali della Giustizia e sul morale delle forze dell' ordine, duramente impegnate quotidianamente in prima persona? Inoltre riconoscere le Br come interlocutrici di uno Stato arrendevole non sarebbe servito per fermare la spirale di attentati che mieteva vittime tra magistrati, poliziotti, insegnanti, giornalisti, dirigenti politici e sindacali ma solo per avallare, con una conferma clamorosa, l' allucinato teorema terrorista che presupponeva una riscossa rivoluzionaria del proletariato, risvegliato dall' azione di una avanguardia armata e combattente. Una tattica che pur quando adombrò confusamente, durante il rapimento di Moro, un possibile compromesso riduttivo, quale la liberazione di qualche carcerato, non preannunciava alcuna rinuncia alla lotta armata ma continui ricatti per indebolire lo Stato e le istituzioni, demoralizzare l' opinione pubblica, debellare la capacità di tenuta delle forze politiche. Una conferma la avemmo anche noi di Repubblica che, sotto la direzione di Eugenio Scalfari, tenevamo ben salda la linea della fermezza, quando, nel gennaio del 1981, dopo aver ucciso il generale Galvaligi, i terroristi rapirono il magistrato Giovanni D' Urso e lo sequestrarono per 21 giorni, annunciando la sua condanna a morte a meno che il nostro giornale non avesse pubblicato, in prima pagina, un loro lunghissimo e farneticante proclama, specificando persino le caratteristiche tipografiche da osservare. Si levò anche in quella occasione il coro dei propugnatori del cedimento, le tv e radio radicali trasmisero i numeri di telefono del nostro quotidiano e del domicilio del direttore, invitando i lettori a chiamare personalmente per ottenere la stampa, infine la disperata moglie del rapito si rivolse personalmente a Scalfari, sottoposto a una tensione personale lacerante, per ottenerne il placet. Ma il direttore scrisse un editoriale in cui, pur confessando di passare ore tra le più angosciose della sua vita, respingeva il diktat perché, accettandolo, una nuova catena di ricatti avrebbe avuto inizio e, da allora in poi, avremmo avuto organi di informazione «requisiti per ragioni umanitarie, a simboleggiare la potenza dei terroristi e a diffonderne i messaggi». La vicenda fortunatamente si chiuse bene: le Br si accontentarono di vedere la loro prosa su l' Avanti! e Lotta continua, malgrado la loro esigua diffusione, e due giorni dopo liberarono D' Urso. Abbiamo ricordato tutto ciò per dare contezza ai lettori di oggi di quale fosse l' atmosfera e quali dilemmi allora si ponessero, così che il messaggio trasmesso dal film di Bellocchio sia inteso in quello che, almeno a nostro giudizio, ha di buono e di non accettabile. Non solo la corretta interpretazione del passato ci ha, però, spinto ad esprimere la nostra opinione ma anche il convincimento che quei dilemmi, anche se con formulazioni in parte diverse, sono destinati a riprodursi. Il giudizio sul terrorismo, in Italia e nel mondo, seguita purtroppo ad incombere e sarebbe ipocrita non vedere come, anche oggi, la risposta resta sovente incerta e titubante, proprio perché si fatica a coglierne la radice inaccettabile, quali che ne siano le motivazioni: il massacro di uomini e donne innocenti, assunti come «simbolo» o come strumento di ricatto, da parte di gruppi politici e religiosi che si immaginano una realtà illusoria e perseguono deliri di distruzione. Come quei giovani delle Br, raccontati da Marco Bellocchio.

Il Gazzettino


Il Gazzettino di Venezia Venerdì, 12 Settembre 2003
La rivincita di Bellocchio

Vincitore morale, per molti, della Mostra del Cinema, il film di Marco Bellocchio sul caso Moro "Buongiorno, notte" si sta prendendo la sua rivincita nelle sale, salutato da un pubblico numeroso anche al Giorgione di Venezia, dove prosegue per tutta la settimana (sala A, ore 18/20/22)
(...)

un convegno a Parma

La Gazzetta di Parma 12.9.03
Pubblico e privato in psichiatria Nuovi orizzonti
di Isabella Spagnoli


«Il rapporto pubblico/privato in psichiatria. Organizzazione dei Servizi e strategie di trattamento» è il titolo del convegno che si svolgerà domani e sabato alla aula convegni Unione Industriali (Palazzo Soragna). L'incontro organizzato dalla Società italiana di psichiatria (sezione regionale Emilia Romagna), Villa Maria Luigia e Aiop (Associazione italiana ospedaliera privata) ha avuto il patrocinio di: Regione Emilia Romagna, Comune e Provincia di Parma, Azienda Unità sanitaria locale di Parma, Ordine dei medici di Parma e Unione parmense degli Industriali. Il convegno si inaugurerà domani alle 9 con gli interventi di Cesare Azzali (direttore Unione parmense industriali), Lorenzo Orta (presidente Aiop Emilia Romagna) e Giuliano Turrini (Direttore sanitario ospedale privato accreditato «Villa Maria Luigia»). La giornata di apertura prevede un ricco programma. Saranno numerosi e autorevoli i relatori e moderatori che tratteranno temi quali: «Diritti degli utenti e organizzazione dei servizi», «Trattamento delle situazioni cliniche complesse», «Psichiatria e aree di confine». Dalle 17 alle 18,45, a conclusione della giornata, si svolgerà un Forum che vedrà varie esperienze a confronto. Sabato si inaugurerà la mattina alle 9 parlando di «Residenzialità e percorsi di cura». Seguirà una tavola rotonda a tema: «Il modello di rete in psichiatria: accreditamento e integrazione degli interventi». La chiusura dei lavori è prevista per le 13, 15 circa. Giuliano Turrini spiega la finalità del convegno: «Queste due giornate hanno come primo obiettivo quello di fare il punto della situazione che vede l'integrazione tra erogatori pubblici e privati al servizio di utenti con disturbi psichiatrici. Le realtà pubbliche e private del nostro territorio si completano collaborando in un modello di rete complessivo che mira a offrire servizi sanitari sempre migliori. All'ottica di competizione è subentrato, da qualche anno, il concetto di collaborazione che sta portando ottimi frutti. Durante il convegno verranno esaminate aree specialistiche della psichiatria come disturbi dell' alimentazione, alcologia, e doppia diagnosi che maggiormente hanno beneficiato dei modelli di trattamento integrati fra strutture pubbliche e private. Negli ultimi tre o quattro anni gli accordi fra le diverse realtà stanno migliorando, offrendo percorsi terapeutici e modelli di intervento sempre più efficaci».

Vincenzo Cerami a Bobbio

Libertà 12.9.03
FARE CINEMA
Parla lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, ospite dei corsi diretti da Bellocchio
Carpisco l'anima delle immagini
Dal libro al cinema: ciò che conta è la figura del narratore


Sono iniziate ieri a Bobbio, nei chiostri di San Francesco, le riprese per il cortometraggio attorno a cui si impernia l'edizione 2003 di Fare Cinema, il laboratorio diretto da Marco Bellocchio. Dall'ipotesi di lavoro assegnata dal grande regista piacentino - elaborare per immagini La cavallina storna di Giovanni Pascoli - il gruppo degli allievi, coordinato da Daniela Ceselli, ha ricavato una sceneggiatura: il disperato delirio della vedova di un assassinato, che interroga la cavalla “testimone” del delitto per strapparle il nome dell'omicida, visto dagli occhi del figlio-poeta, ancora bambino. Sono arrivati tecnici-docenti di primo piano come Remo Ugolinelli, Corrado Volpicelli, William Santero, Matteo Fago. E' arrivata da Roma la protagonista: la giovane Simona Nobili, un volto importante del teatro di ricerca capitolino che in Buongiorno, notte (l'ultimo, bellissimo film di Bellocchio) ha il ruolo della vicina di casa della vivandiera delle Brigate Rosse. Ed è arrivato un ospite-docente d'eccezione: lo scrittore Vincenzo Cerami, autore di molte delle più belle sceneggiature del cinema italiano degli ultimi 30 anni, che ieri sera al cinema bobbiese Le Grazie è stato protagonista della prima delle Lezioni d'autore della rassegna Incontri con gli autori presentando la proiezione di Salto nel vuoto, film di Bellocchio del 1980 («La mia sceneggiatura preferita - dice Cerami - con quelle di Porte aperte di Gianni Amelio e di La vita è bella di Roberto Benigni»), dopo aver tenuto un'importante lezione sulla sceneggiatura agli allievi di Fare Cinema. Memore della formula affidata da Hitchcock al celebre libro-intervista di François Truffaut «gli ingredienti per la riuscita di un film sono tre: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura». Qual è la cosa più importante per una sceneggiatura? «Occorre ricordare che il racconto deve creare immagini: lo sceneggiatore deve cercare di andare non verso la superficie dell'immagine, ma verso la sua anima, il suo senso profondo». Lei ha iniziato con Pasolini: un buon allenamento in questo senso. «Sì. Feci l'aiuto regista nella cosiddetta Trilogia di Totò e lavorai, senza, firmarla, alla sceneggiatura di Teorema. Ho sempre lavorato a quattro mani coi registi, in un rapporto simbiotico che ha toccato le sue punte con Amelio e Benigni: l'idea di La vita è bella è venuta, letteralmente, a tutt'e due insieme». Mi ha affascinato, nel vostro «Pinocchio» la sua lettura nera, cupa, del libro di Collodi. Perché, secondo lei, il film non ha avuto il successo che ci si attendeva? «Il film è stato danneggiato in Italia da polemiche politiche e dal fatto che Roberto faceva un personaggio “vero” invece di “fare Benigni”. In Usa, dai tagli e dal doppiaggio». Un suo libro, «Consigli a un giovane scrittore», ha avuto una fortuna enorme in libreria ed è stato persino adottato come testo di studio in varie università. A cosa attribuisce questo successo? «Al fatto che affronta ogni tipo di medium letterario: pagina scritta, teatro, cinema, radiofonia. Ricordo a tutti che, al fondo di ciascuna di queste quattro forme, c'è una figura che le unifica: quella del narratore. Dico “narratore” e non “scrittore”, memore della distinzione di Walter Benjamin: narratore è chi compie l'atto primordiale di raccontare una storia. Io dico: “Narro, ergo sum”. E il mio “comandamento” fondamentale è quello di essere artisti prima che scrittori: occorre imparare le regole della “macchina” narrativa, ma prima ancora occorre imparare a guardare le cose da un punto di vista nuovo, vedendo ciò che altri non vedono». Ha mai avuto paura che il suo sguardo potesse essere frainteso? Dal suo primo romanzo, «Un borghese piccolo piccolo» fu tratto un film di cui molti, identificandosi emotivamente col padre-giustiziere interpretato da Alberto Sordi, non compresero il lato grottesco. «Il fatto è che il regista Mario Monicelli voleva realizzare una pellicola ferocemente satirica, mentre Sordi, con tipica reazione da grande attore, fece l'impossibile per “salvare” il suo personaggio, per renderlo credibile fino all'ultimo. Questa tensione è alla base della bellezza di un film che fu la campana a morto della commedia all'italiana: mostrò l'inferno che avevano dentro tutti questi volgari ometti senza qualità che il cinema era abituato a mostrarci come “simpatici”». Sua figlia Aisha è un'attrice già affermata. L'ha incoraggiata a intraprendere questa carriera? «Al contrario: ho fatto il possibile per dissuaderla. E ora che la vedo così brava mi dispiace di averlo fatto, perché avrebbe potuto cominciare prima. Sono orgoglioso che sia stata scelta dal regista Eimuntas Nekrosius per il suo recente Ivanov, perché considero Nekrosius il più grande artista teatrale vivente». A proposito: continua la sua carriera di autore teatrale? «Sì: sta per debuttare il mio Il comico e la spalla con una grande coppia di attori siciliani, Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina». Oliviero Marchesi

Le Scienze, edizione italiana dello Scientific American

10.09.2003
L’espressione dei geni è stata studiata con una tecnica di reazione a catena della polimerasi

Gli autori di uno studio pubblicato sulla rivista “The Lancet” (http://www.thelancet.com/) forniscono forti prove a sostegno della tesi secondo cui la schizofrenia e il disturbo bipolare avrebbero una causa genetica simile, provocata dall’espressione ridotta di alcuni geni responsabili per la produzione della mielina del sistema nervoso centrale.
Le due malattie psicotiche colpiscono circa il due per cento della popolazione. Ricerche precedenti sulla schizofrenia avevano mostrato anormalità nell’espressione di geni collegati ai lipidi e alla mielina. Gli oligodendrociti producono le guaine di mielina che isolano i neuroni. La mielina contiene all’80 per cento lipidi e al 20 per cento proteine, e consente una conduzione efficiente degli impulsi elettrici lungo l’assone.
Sabine Bahn e colleghi dell’Università di Cambridge, in Inghilterra (http://www.cam.ac.uk/), hanno studiato l’espressione dei geni specifici degli oligodendrociti e associati alla mielinizzazione nella schizofrenia e nel disturbo bipolare. I ricercatori hanno usato tecniche basate sull’mRNA (reazione a catena della polimerasi, o PCR, e analisi con i microarray) per confrontare l’espressione dei geni nei cervelli di alcuni pazienti deceduti: 15 soffrivano di schizofrenia, 15 di disturbo bipolare e 15 costituivano un gruppo di controllo.
Nei pazienti delle due malattie era presente una chiara riduzione dei geni collegati agli oligodendrociti e alla mielina. I cambiamenti nell’espressione dei geni per entrambe le malattie mostravano un alto grado di sovrapposizione. C’era un’alta correlazione fra i risultati ottenuti con l’analisi con i microarray e quelli ottenuti con la PCR quantitativa.

10.09.2003
Come il cervello dei neonati risponde al linguaggio
L’asimmetria fra i lati del cervello è presente fin dalla nascita


Il lato sinistro del cervello di un neonato risponde alle parole proprio come quello di un adulto. Lo afferma uno studio di un team di ricercatori guidato da Jacques Mehler della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA, www.sissa.it) di Trieste, pubblicato sulla versione online della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” (http://www.pnas.org/).
Gli scienziati sanno da tempo che l’emisfero sinistro del cervello di un adulto è predominante nel riconoscimento del linguaggio. Tuttavia, non è chiaro se questa prevalenza è presente dalla nascita o se l’asimmetria è il risultato dell’esposizione al linguaggio durante l’infanzia.
Per verificare la prevalenza dell’emisfero sinistro nei neonati, Mehler e colleghi hanno usato la topografia ottica, un metodo silenzioso e non invasivo per stimare i cambiamenti nel flusso del sangue all’interno del cervello. Gli investigatori hanno registrato la voce di donne che leggevano storie ai loro bambini e hanno poi riprodotto le registrazioni a 12 neonati di 2-5 giorni mentre dormivano.
Il flusso del sangue nel cervello ha mostrato che l’emisfero sinistro dei neonati si attivava più del destro in risposta alle parole registrate. Durante il silenzio o quando le registrazioni venivano riprodotte alla rovescia, invece, il lato sinistro non era prevalente.
I risultati suggeriscono che i bambini umani nascano con aree del cervello già dedicate all’elaborazione del linguaggio.

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