giovedì 6 novembre 2003

"la creazione ansiosa: da Picasso a Bacon":
una mostra di Palazzo Forti a Verona

(ricevuto da Paola D'Ettole)

Il Sole 24ore Domenicale del 2.11.03
Verona
Ansia e crisi, che bellezza!
Da Picasso a Bacon una mostra indaga tensioni e emozioni forti
di Ada Masoero


per ulteriori informazioni clicca QUI

Che cosa hanno in comune James Ensor e Tony Oursler? In apparenza pochissimo se non nulla; in realtà molto. Lo prova una sala della mostra ordinata da Giorgio Cortenova nel suo museo veronese, che in un percorso di quasi 200 opere attraversa l'arte del secolo scorso muovendosi lungo un sentiero trasversale, umbratile e quanto mai coinvolgente: quello tracciato dalla nuova dimensione di estraneità e di spaesamento in cui, sin dall'estremo '800, si trova a vivere l'uomo contemporaneo. Il modello cartesiano di rappresentazione del mondo, di rassicurante limpidezza, crolla infatti sotto i colpi sferrati dal "principio di vita". Dopo Kirkegaard e Nietzsche frana ogni certezza. E, come scrive Cortenova, da allora in poi "l'incubo sotteso al quotidiano" impregna di sé molta parte dell'arte del '900.
La mostra, bella e fortemente ansiogena (ma di un'ansia "positiva", che mette in allarme sensi e mente, e che dunque ci induce a riflettere), è stata divisa dal curatore in sette sezioni dai titoli evocativi, che tuttavia potrebbero anche scindersi e ricomporsi in altro modo, a seconda di chi guidi il gioco. La cifra di tutte le opere esposte è infatti la stessa, ed è nella stragrande maggioranza dei casi di una forza comunicativa che parla da sé. Ma l'intensità del percorso deriva in larga misura anche dagli accostamenti fra opera e opera: la saletta, in cui i teschi e le maschere gessose di Ensor sono posti a confronto con il volto enfiato e sinistramente chiuso in un baule-sarcofago di Tony Oursler, ci rivela molto di più di quanto le opere, separatamente, avrebbero potuto dirci. E così è anche nella sala della sezione dedicata alla "Ferita della materia" (una materia che non è più al servizio dell'artista, pronta a essere plasmata, ma è ormai "autosufficiente", sebbene vulnerata e violentata): qui i rossi e i neri delle plastiche combuste di Burri dialogano, davvero nella stessa lingua, con la materia "lavica" di una scultura di Leoncillo, sorvegliati da due Giudici luciferini di Rouault. E in una saletta lì accanto, Orlan, in un video assai crudo, rinnega la sua stessa identità di persona nella cronaca filmata dell'ennesimo intervento di chirurgia plastica sul suo volto.
Naturalmente i maestri che nel corso dell'ultimo '800 e dell'intero '900 hanno percorso le vie dell'ansia, della frantumazione dell'Io, del quotidiano naufragio esistenziale dell'uomo moderno, ci sono tutti o quasi: c'è Munch, sempre accompagnato dalla Morte; c'è Redon, con i suoi incubi oscuri; c'è Schiele con i suoi corpi lividi in cui Eros si intreccia inscindibilmente a Thanatos; c'è il "necrofilo" Kubin e ci sono Lucien Freud, Louise Bourgeois, con una "bambola" di pezza mutilata, il Picasso di Guernica e Bacon che - come anche Arnulf Rainer - qui rende omaggio a van Gogh, padre di tutti loro. Ci sono Michaux e Wols - con i loro segni frantumati che - e naturalmente i tedeschi (Dix, Grosz, Schad, qui messo felicemente a raffronto con Margherita Manzelli, e Schlichter...). Ecco de Chirico e i suoi nordici "maestri" (Boecklin e Klinger), ed ecco le immagini diversamente allucinatorie di Cagnaccio di San Pietro e di Radziwill, di Gnoli, Estes, Vanessa Beecroft, Deborah Hirsch. La è messa in scena da Lorenzo Viani ma anche da Giacometti, dalla Richier, e dai maestri dell'Art Brut - i veri marginali, malati di mente -, ma nel percorso non mancano le sorprese: come le bellissime e malinconiche (precocemente depresse?) Bambine di Casorati, del 1906, e il "sindonico" Autoritratto di Guarienti; lo spettrale pic-nic di Fred Goldberg e lo splendido video del norvegese Per Maning: un gioco di presenza-assenza di grandissima intensità emotiva.
La creazione ansiosa. Da Picasso a Bacon, Verona, Palazzo Forti, fino all'11 gennaio 2004. Catalogo Palazzo Forti-Marsilio.

ancora sui crocifissi

La Repubblica giovedì 6.11.03
Crocifissi tra la fede e lo Stato laico
di CORRADO AUGIAS


Caro Augias, la questione dei crocifissi nelle aule è scoppiata a livello nazionale, si è cominciato a discuterne! Era uno dei tanti tabù che questa italietta con la i minuscola doveva ancora trovare il coraggio di affrontare. Ho sempre sostenuto la laicità dello Stato; ma non l'ho mai vista nelle scuole. Persino all'università (mi sono laureato l'anno scorso) le aule del Palazzo Liviano (sede di Lettere e filosofia a Padova) hanno un enorme crocifisso con i bracci di un metro per un metro, sopra ogni cattedra. Questa mia lettera vuol essere un grido a favore della rimozione dei crocifissi dai luoghi pubblici. Sono pieno di ammirazione per la Francia, che da cent'anni ritiene scontata la sua laicità. Ma che tristezza sentire parole laiche solo da Rifondazione e Radicali, e che si sia arrivati a questa sentenza per un integralista musulmano! Com'è piccola la nostra Italia!
Claudio Chiancone, Padova

Caro Augias, dovremmo ringraziare il signor Adel Smith per aver dimostrato quanto poco siamo cambiati dai secoli (cosiddetti) bui. Crociate per un simbolo che a quanto pare nessuno si accorge che c'è fino a quando non si vuole toglierlo. Sono atea e insegnante elementare. I miei due figli non sono battezzati, abbiamo voluto lasciarli liberi di scegliere, in qualsiasi momento della vita. La religione secondo me è una cosa intima e delicata. Il "popolo italiano" così poco omogeneo, solidale, coerente a quanto pare ha ancora bisogno di un simbolo per ritrovarsi. Che tristezza. Tolleranza, pace, fratellanza. Parole, parole, parole. Povero Cristo, povero fratello!
Paola Borsio

A seguito delle polemiche sul crocifisso è arrivata una tale quantità di lettere che il solo elenco dei mittenti riempirebbe la rubrica. Per la maggior parte sono del tenore delle due che pubblico. Un dato che, trattandosi di nostri lettori, potrebbe non rispecchiare la generalità degli italiani. L'aspetto più triste mi sembra francamente che quel provvedimento sia scaturito dalla provocazione di un uomo impresentabile come Adel Smith. L'aspetto più umiliante è che in Italia si faccia un tale baccano per problemi che altrove in Europa sono stati risolti alla fine del XVIII secolo. L'aspetto più irritante è che lo stesso Smith potrà a buon diritto chiederci dall'alto di che condanniamo il fanatismo talibano o le leggi religiose contro le adultere in Nigeria.

Anche se le circostanze sono diverse, resta infatti il principio che ogni commistione tra fedi religiose e regole statali è, di per sé, portatore di confusione e di intolleranza. L'aspetto più preoccupante è che un simbolo religioso sia imposto per decreto. Se fossi cattolico credo che vorrei conservare quella croce all'interno della mia coscienza e della mia chiesa, mai chiederei che venisse imposta ad altri per forza di legge. Il documento di un gruppo di associazioni cristiane per la laicità (numerose quelle cattoliche) pochi giorni fa sottolineava (Le Monde, 21 ottobre) come il laicismo sia condizione indispensabile per la crescita del sentimento religioso. Se non si crede alla Francia, soccorre l'esempio degli Stati Uniti, paese nel quale lo Stato non può far entrare manifestazioni e simboli di una qualunque fede nei luoghi pubblici e dove il sentimento religioso è radicato e in aumento.

il cinema di Marco Bellocchio a Ravenna

StradaNove.net
IL CINEMA DI MARCO BELLOCCHIO A RAVENNA
La rassegna è la 5a edizione di un festival cinematografico
dedicato agli autori cinematografici emilianoromagnoli (7-23/11/2003)


RAVENNA, DOPO LE GIORNATE DELLA FICE E IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI CINEMA HORROR RAVENNA Nightmare, torna ad occuparsi di cinema con un'iniziativa su Marco Bellocchio che inizierà venerdì 7 e si concluderà domenica 23 novembre.
La rassegna è la 5a edizione di un festival cinematografico dedicato agli autori cinematografici emilianoromagnoli: il festival, iniziato nel '99 con Michelangelo Antonioni, è organizzato dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura, con la partecipazione della Regione Emilia Romagna ed il contributo della Provincia.

La manifestazione si articola in tre sezioni:

- la rassegna completa dei film e documentari di Bellocchio che verranno proiettati al Cinema Corso e presso la saletta Mesini a partire da venerdì 7 novembre fino a mercoledì 12 novembre (l'ingresso è gratuito). Sabato 8 novembre alle ore 20,30 verrà proiettato il film "Buongiorno notte"; alla fine della proiezione Marco Bellocchio incontrerà il pubblico.

- Convegno di studi, al quale presenzierà il regista, presso la sala convegni di Palazzo Strocchi. Il convegno analizzerà l'opera del regista piacentino nei suoi aspetti più vari: la musica, il rapporto con i classici della letteratura e del teatro, l'impegno politico. Relatori saranno Giacomo Gambetti, Gualtiero De Santi, Giacomo Martini, Tullio Masoni e Roy Menarini.

- A chiusura del convegno, sabato 8 alle ore 13, verrà inaugurata a Santa Maria delle Croci una mostra di oli disegni e storyboard di Marco Bellocchio. La mostra rimarrà aperta fino a domenica 23 novembre(*).

Per informazioni:
0544 482492

(*) la mostra di Parma, intanto, ha chiuso ieri

ancora sul premio di Stresa, il Grinzane, a Marco Bellocchio

Il Riformista 5 Novembre 2003
STRESA. PLEONASMI
Il postino suona troppe volte ma alla fine Bellocchio accetta il premio alla sceneggiatura


Che il postino suoni sempre due volte è un adagio fin troppo scontato nella letteratura e nel cinema. Mai, però, suonerà banale quanto l'assegnazione del primo premio del Grinzane Cinema ad "Ardiente Paciencia" (pubblicato nel 1985) del cileno Antonio Skàrmeta. Vincitore in quanto autore del «romanzo da cui è stata tratta la migliore pellicola», vale a dire "Il Postino" (1994) di Michael Radford, con Massimo Troisi e un'esordiente Maria Grazia Cucinotta. Come dire, buona la seconda, visto che Skàrmeta, opaco filmaker per sua stessa ammissione, aveva realizzato dieci anni prima una versione cinematografica di "Ardiente Paciencia" in proprio, senza grande successo. «La poesia non è di chi la scrive ma di chi la usa», diceva il saggio Neruda.
Sono cortocircuiti - o, meglio, giri a vuoto festivalieri - voluti dallo stesso Giuliano Soria, presidente del "Grinzane Cavour", che ha istituito il "Grinzane Cinema" (conclusosi a Stresa lo scorso primo novembre) per invertire il «rapporto improprio» tra cinema e letteratura. La stragrande maggioranza dei ragazzi, infatti, leggerebbe i libri solo dopo aver visto sullo schermo la trasposizione cinematografica.
Fin qui gli intenti nobili, raggiunti anche brillantemente, visto l'alto numero di studenti che hanno assistito agli incontri con scrittori e registi internazionali, da Vincenzo Cerami a Luis Sepulveda passando per Ermanno Olmi, con tanto di corsi e concorsi per sceneggiatori. Ma in quanto a palmarès ci si potrebbe aspettare qualcosa di più (o semplicemente di meno paludato e retrò) dall'appendice cinematografica del "Grinzane Cavour": la manifestazione letteraria che ha spesso premiato e segnalato in anticipo sui tempi autori poi consacrati al grande pubblico dal Nobel: J.M. Coetzee, Nadine Gordimer, Wole Soyinka, José Saramago, Günther Grass e Vidiadhar S. Naipaul.
«Premi ibridi come questo, tra cinema e letteratura, nascono quando ci sono aziende che non sanno come buttare i soldi - ha ammesso un critico letterario che domani interverrà alla trasferta romana del Grinzane Cavour, in programma alla "Casa delle Letterature", nell'ambito della rassegna I classici del domani - Ben vengano, per carità. Ma spesso non hanno né capo né coda».
Anche con gli altri premi, comunque, la fantasia del "Grinzane Cinema" non ha spiccato il volo. Il «Martini per la critica» a Tullio Kezich, quanto meno, colma un vuoto.
Ma il riconoscimento per la «miglior trasposizione in film tratta da opera letteraria» andato a "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio, tratto da "Il prigioniero" di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, sa di già visto. Un premio tipicamente italiano, nella sua doppia veste consolatoria e ridondante. A dare un tocco di noblesse oblige ci ha pensato poi il presidente della giuria Alain Robbe-Grillet, caposcuola del nouveau roman, teorico dell'irriducibilità delle pagine scritte di un romanzo sul grande schermo.
Se non altro, pur trattandosi, nei fatti, di un premio alla sceneggiatura (che è il sale di qualsiasi trasposizione cinematografica di un'opera letteraria) questa volta Bellocchio l'ha presa meglio di qualche mese fa, quando a Venezia rifiutò di ricevere un premio analogo. Diceva che non ci si riconosceva. Quello di Stresa l'ha ritirato. Repetita iuvant.

mercoledì 5 novembre 2003

la scienza secondo Paolo Rossi

L'Unità 05.11.2003
Per una scienza libera
di Paolo Rossi*


Paolo Rossi ne è convinto, non sempre la storia si sviluppa con continuità. Talvolta il suo flusso è puntuato, segnato qui e là da forti discontinuità. Una di queste soluzioni di continuità è rappresentata da quella che lui stesso definisce, non a caso, «la rivoluzione scientifica». La novità, straordinaria nel senso letterale del termine, che nell’ambiente culturale dell’Europa del Seicento hanno introdotto Galileo, Cartesio, Newton. Quella rivoluzione, nei successivi quattrocento anni, ha informato di sé la storia del nostro continente e, poi, del mondo intero.
Paolo Rossi, nato a Urbino e laureatosi con Eugenio Garin, è professore emerito in Storia della filosofia presso l’università di Firenze e storico, tra i maggiori del mondo, della scienza. Quest’anno compie ottant’anni. E domani il suo compleanno sarà omaggiato, come si conviene a un grande studioso, con un convegno a Forlì.
Professor Rossi, perché in polemica con molti «continuisti» lei parla di «rivoluzione scientifica»?
«Vorrei precisare che il termine “rivoluzione scientifica” non l’ho inventato io. Era già in uso da tempo, anche se alcuni lo hanno criticato. Io, al contrario, sono convinto che si debba parlare di “rivoluzione scientifica” perché l’attività di Galileo e di tanti altri filosofi naturali nel Seicento ha rappresentato una forte novità. Come accade, appunto, nelle rivoluzioni. Noi non usiamo la parola come nella tradizione dell’astronomia, per cui rivoluzione è il ritorno al punto di partenza. Noi attribuiamo alla parola il significato che in sede storica ha acquisito dopo la rivoluzione americana e dopo la rivoluzione francese, di rottura con il passato. Per cui se uno elenca i punti di rottura con il passato dell’attività degli scienziati del Seicento ne trova almeno cinque o sei che sono di non ritorno, dove si affacciano nella storia cose nuove. Tra queste cose nuove c’è l’immagine della natura, in cui non c’è più distinzione di essenza tra corpi naturali e artificiali. Un’altra novità è il rapporto che si instaura tra gli studiosi, che formano una sorta di autonoma Repubblica della Scienza, che trascende i confini delle nazioni e dove non esiste l’ipse dixit».
Tra i caratteri fondanti e rivoluzionari della «scienza nuova» c’è dunque la dimensione della comunità dei filosofi naturali che la sostengono? Una dimensione che travalica i confini nazionali e diventa europea?
«Certo, uno dei punti di rottura tra la cultura scientifica del Seicento e la cultura precedente è proprio questa dimensione continentale e tendenzialmente globale. Uno dei filosofi del Seicento che io amo e ho molto studiato, Francis Bacon, conosciuto in Italia come Francesco Bacone, usò a questo proposito un concetto che poi, ai nostri tempi, ha avuto una risonanza straordinaria: il globo intellettuale deve coincidere, al limite, con il globus mundi, ovvero con l’intero globo terracqueo. Fu, quello di Francis Bacon, un modo di anticipare il tema della globalizzazione. Facciamo attenzione a questo concetto. Francis Bacon si era convinto che si fosse affacciato sul proscenio un tipo di cultura che avrebbe condotto il mondo all’unità del sapere. Al medesimo sapere diffuso in tutto il mondo. Lui, naturalmente, si faceva araldo di questa tesi, che era anche una speranza. Le previsione di Francis Bacon si è poi avverata. Non c’è dubbio, infatti, che la globalizzazione è ormai pienamente attuata nel campo del sapere scientifico. Le dirò qualcosa che può sembrare assolutamente banale: ma un ragazzo che intende oggi imparare la genetica si prepara sullo stesso manuale, magari scritto in lingua diversa, sia che studi in un’università africana, sia che studi in un’università giapponese o europea. Voglio dire che non c’è una genetica spagnola diversa da una genetica statunitense. C’è un unico sapere genetico in tutto il mondo. Anche se tutto ciò ci sembra ovvio, a ben vedere costituisce un fatto davvero straordinario. Non è stato sempre così. Prima della rivoluzione scientifica non era così».
Tuttavia la scienza non è uniformemente presente in tutto il mondo. E un giovane africano che intende studiare genetica ha più difficoltà di un giovane giapponese o europeo.
«È vero che la scienza oggi è limitata ad alcune parti del mondo. È vero che ci sono parti del mondo in cui ancora non c’è scienza o non c’è ancora scienza a sufficienza. Ma il processo di globalizzazione del sapere scientifico continuerà ad andare avanti. È un processo che non può essere arrestato».
L’universalità del sapere scientifico è intrinseca alla scienza stessa, è una componente essenziale dell’epistemologia scientifica, o è una costruzione storica, il frutto di una serie fortunata di contingenze? È è possibile immaginare una qualche forma di scienza nazionale, chiusa, locale?
«Direi proprio di no. Non è possibile immaginare una scienza nazionale, chiusa in un luogo. Dei tentativi in tal senso, per la verità, sono stati esperiti. E sono stati esperiti proprio nel XX secolo, nella Germania di Hitler e nell’Unione Sovietica di Stalin, dove c’era, rispettivamente, una fisica ariana che si contrapponeva alla fisica di Einstein - che nel frattempo era emigrato negli Stati Uniti - e c’era una genetica “non borghese”, diversa da quella sviluppata nel resto d’Europa. Questi tentativi di costruire una scienza nazionale o di classe, frutto in genere di interventi esterni alle comunità scientifiche, hanno avuto e avranno sempre, se saranno ritentati, degli effetti assolutamente deleteri. Bloccano lo sviluppo della scienza o di una disciplina scientifica, come è accaduto alla fisica tedesca nel periodo nazista. E come è accaduto alla genetica sovietica, che ha impiegato circa trent’anni per rimettersi al passo».
Lei pensa che un altro dei caratteri innovativi della cultura scientifica sia stata la rivendicazione di autonomia, che nel Seicento era una rivendicazione rispetto al potere religioso e che in seguito si è manifestata anche rispetto ad altri poteri?
«Certo, penso che anche questo sia un punto essenziale. Ed è un punto che non ha a che fare con una scienza particolare, con un teorema, con un esperimento o con una serie di dimostrazioni. Riguarda quella che si chiama “l’immagine della scienza”. Ovvero il problema di cosa sia la scienza e cosa deve essere. Mi lasci ribadire che questa dell’autonomia è un punto importantissimo, decisivo. È il punto dirimente, che rende o non rende la scienza elemento costitutivo di una civiltà. Quando la scienza moderna si è affacciata in Europa è accaduto che dei gruppi di uomini e di donne (poche, dati i tempi) si riunissero fuori dalle università, fuori dai conventi - cioè dai luoghi dove veniva elaborata la cultura - perché avevano esigenze diverse rispetto alle opportunità che offrivano i luoghi del sapere tradizionale. Nei luoghi in cui si riunivano, le Accademie - come la Royal Society o la stessa Accademia dei Lincei - fu stabilito un patto. Un patto ancora una volta banale in apparenza: in questo luogo non si parla né di politica né di religione. Qui restano fuori quegli elementi che sono essenziali nel più grande e drammatico e sanguinoso mondo fuori dalle nostre piccole Accademie. E, inoltre, qui c’è assoluta libertà di parola. Qui non vale l’autorità di chi parla. Qui non vale se uno è famoso oppure no, se ha ottant’anni oppure no. Qui vale solo quello che una persona dice. E ciò che una persona dice può e deve essere discusso da tutti e deve essere provato mediante esperimenti. Sensate esperienze e certe dimostrazioni, sosteneva Galileo Galilei. Faccio notare che questo non è solo un nuovo modo di dar vita a un sapere, ma è un nuovo modo di stare insieme. Che ha a che fare, fortemente, con ciò che noi chiamiamo democrazia. Certo, è una democrazia sperimentata in un mondo piccolo e artificiale. Ma è comunque una grande conquista. E una grande speranza. Una speranza, coltivata da filosofi come Hobbes o come lo stesso Cartesio, che questa democrazia potesse realizzarsi nel “grande mondo”, dove gli uomini hanno una certa propensione a scontrarsi e spesso a scannarsi».
Un altro punto di rottura della «nuova scienza» rispetto al vecchio «mondo di carta», come lo chiamava Galileo, è l’attacco a quello che Lei definisce il «paradigma della segretezza». Il sapere pubblico e trasparente è dunque coessenziale alla cultura scientifica?
«Lei ha toccato il punto importante. Per i fondatori della scienza moderna il sapere non è di pochi ma è, in linea di principio, di tutti. Nella cultura scientifica il segreto è un disvalore. La non comunicazione è un disvalore. La conoscenza scientifica va, per essenza, integralmente comunicata, perché il sapere scientifico è e deve essere praticabile da tutti. Oggi la fisica è, in linea di principio, accessibile a tutti. Chiunque, con più o meno sforzo, può arrivare al sapere fisico. Naturalmente questo non significa che tutti ci arrivino. Ebbene se solo si riflette per un momento sul fatto che per millenni il sapere vero era concepito come segreto, ermetico, accessibile in linea di principio a pochi, allora ci si rende conto che questo è un altro degli elementi che autorizzano a parlare di “rivoluzione scientifica”, di qualcosa di profondamente nuovo che si è affacciato nella storia. C’è, a ben vedere, qualcosa di letteralmente dissacrante nell’affacciarsi di questo sapere integralmente comunicabile a tutti. Perché in questo nuovo sapere non ci sono affermazioni sacre, non ci sono testi sacri. Tutto può e deve essere sottoposto, in linea di principio, a discussione. Nella nuova scienza la comunicazione è un valore. Un altro valore democratico. Tutto questo, non va nascosto, è nato in Europa. E si è diffuso in tutto il mondo. Certo, non sempre la cultura scientifica che ha la comunicazione integrale e quindi la trasparenza democratica come valori si è diffusa in modo che queste convinzioni accompagnassero lo sviluppo dell’intera società. Tuttavia da quattrocento anni c’è un pezzo di società in cui la comunicazione ha più valore della segretezza, in cui il linguaggio deve essere in linea di principio chiaro e accessibile - Descartes diceva che dobbiamo parlare come amici che fanno conversazione tra loro e nella Royal Society si diceva che bisogna parlare più come ai mercanti che come ai filosofi. E questo semplice fatto rende la “rivoluzione scientifica” un esempio costante per l’intera società. Un esempio da non disperdere».

* Storico della scienza

Erika e Lidia Ravera

Corriere della Sera 5.11.03
Un singolare libro dedicato dalla Ravera all’adolescente di Novi Ligure. A faccia a faccia con lo spettro della violenza
E Lidia disse a Erika: la scrittura ti salverà dai rimorsi
di Gian Mario Benzin


Si ha quasi paura, ad aprire questo libro, Il freddo dentro, di Lidia Ravera: una riflessione sul delitto di Novi Ligure. Paura di sentirsi travolti di nuovo nel gorgo di una tragedia di cui tutti abbiamo già letto troppo e troppo a lungo. Per carità, Erika e Omar ci hanno sconvolti abbastanza da non farci desiderare certo di ripercorrere quelle trame orrende e magari interrogarci e cercare di capire... Ecco il punto. Di questo delitto, in fondo, per quanto eccedente sia stata la massa della informazioni che per mesi ci ha sommersi, non sappiamo nulla, dal momento che non ne conosciamo le motivazioni. «Quello che nessuno sa, che nessuno spera di poter capire, che nessuno ha più voglia di chiedersi, è il perché. Perché l’hai fatto, Erika?», domanda la Ravera.
Ed è proprio da qui, da questa impellente, insostenibile inspiegabilità che il volume prende le mosse. Non è una semplice ricostruzione dei fatti, né una disquisizione psicoanalitica; la scrittrice non indulge al particolare sanguinario e non si compiace di alcuna sicumera esegetica. Non ha potuto incontrare gli assassini, non ha scoop per la cronaca nera. La sua analisi vibra piuttosto di passione umana. L’autrice si indigna, si scaglia, interroga, incalza. Contro l’attuale consegna del silenzio «che allontana il clamore e allevia il fastidio, ma lascia tutte le domande sepolte e insolute». Quasi vergasse di getto la sua "lettera a una bambina (purtroppo) nata", si rivolge a Erika in seconda persona, la chiama, la scuote, le dà della «piccola canaglia ignorante»; il suo è un appello, un’allocuzione continua; a tratti, un’affilata perorazione. «Erika, ascoltami, è orribile. Guardalo. Guarda quella scena. Abbi coraggio». Spaventosa, questa seconda persona, destabilizza il lettore come un terremoto edipico: di colpo, è come se Erika fossimo noi.
Infatti: con la sua prosa scarna e tagliente, e, insieme, con slancio che rasenta la poesia (i frequenti «a capo»), la scrittrice, soprattutto, mette in discussione se stessa (e noi). Tratteggia, sì, gli eventi, le indagini, l’inganno della finta rapina, l’ambiente familiare, la mancanza di ideali e di emozioni, l’incapacità di amare, la noia, il vuoto di quelle esistenze viziate e indifferenti. Ma subito trasforma ogni dato nello spunto di un confronto interiore.
Erika dice che la sua mamma era «bellissima e tranquilla». La Ravera sbigottisce e racconta della propria adolescenza, delle proprie ribellioni, di come credesse invece di odiare sua madre. Erika dice che lei e la mamma erano «uguali». La Ravera scatta: ma allora, «di che cosa ti sei voluta liberare, liberandoti di lei»? Ai suoi tempi, i giovani avevano Grandi Nemici Collettivi, i fascisti, i borghesi, la diccì, il presidente degli Stati Uniti; e oggi? Davvero il fine di quel delitto di coppia era «poter scopare liberamente», vista la libertà di cui tanti adolescenti sono oggi già sazi?
Così, a poco a poco, dal «primo piano» sulla villetta di Novi, il campo s’allarga ad una riflessione generazionale, sull’eternità dei ruoli di genitori e di figli, sull’eternità e la «normalità» del loro conflitto.
L’ultima inquadratura torna invece sul particolare e confida una delusione: la scrittrice voleva incontrare Erika (e non le è stato concesso), per offrirle il proprio corso di scrittura creativa. Perché scrivere è capire. Ed Erika dovrà capire. «Prima riuscirai a farlo, prima sarai libera». Il libro svela, così, da ultimo, il suo volto forse più profondo: un amaro, pudico inno alla parola che illumina e redime.

Il libro: «Il freddo dentro» di Lidia Ravera, editore Rizzoli, pagine 176, € 13,50. In libreria da domani

l'intervista di Ingrao citata al Martedì

La Repubblica 4.11.03
Pietro Ingrao interviene nel dibattito sulle nuove Br aperto su 'Repubblica' da Sergio Segio
La violenza di questi fantasmi ritorna con le guerre sante
l'intervista
di GIUSEPPE D'AVANZO


ROMA - A Pietro Ingrao chiedo che cosa pensa delle Brigate rosse di oggi. «Le dico la verità: non mi interessano molto né la Lioce né gli altri. Per come li vedo io dal chiuso della mia casa, mi appaiono fantasmi, e credo che l' informazione abbia ancora parecchio lavoro da fare per ricostruire i loro percorsi e fissare la loro storia politica. Chi sono? Quali le loro vicende personali? Quali sono le loro fonti ideologiche e quali i libri che hanno sul tavolo? Dove si sono formati? Qual è l'humus che li alimenta?». Ma in attesa di queste storie, di cui comunque qualche brano comincia a emergere, qual è la stata la sua reazione al ritorno, diciamo così, delle Brigate rosse? «Collera. Provo nausea di fronte a questi neo-brigatisti che ammazzano gente innocente e pacifica sulla base di rozzi ideologismi da quattro soldi. Se davvero ci sono prove o anche gravi sospetti che abbiano assassinato D'Antona e Biagi, vanno ammanettati e chiusi in carcere e presto portati in tribunale, anche se non amo né i giudici né il carcere». Lei si chiedeva qual è l'humus che alimenta il nuovo terrorismo o quel che è sopravvissuto del terrorismo degli anni Settanta. Sergio Segio, che fu a capo di Prima Linea, avverte il pericolo che quell' humus oggi possa nascondersi nel movimento e nei settori più radicali del sindacato. Qual è la sua opinione? «Se si vuole sostenere che la Lioce e i suoi compagni sono parte e figli del movimento grandissimo che io ho visto dilagare in tutta Firenze, rispondo seccamente: no. Attenti, può anche darsi che la Lioce e i suoi complici girassero, in quelle ore, nelle vie fiorentine gremite fino all'inverosimile. Ma le centinaia di migliaia di persone che fecero grumo in quelle strade avevano in testa percorsi opposti e altre passioni. Di questo, sono certo...». ... Soltanto perché manifestavano per la pace e contro la guerra? «Non soltanto per questo, che pure conta; ma perché la grande maggioranza di quei manifestanti - moderati o estremisti che fossero - hanno in testa un'altra idea della politica: non credono che la rivoluzione - usiamo questa parola così alta e impegnativa - possa dipendere dal tagliare o meno una o due o dieci teste di economisti, per vicini che essi possano essere al potere». Alcuni - come Marco Revelli, ad esempio - ritengono che la sinistra e anche il movimento debba ancora fare molto per liberarsi dell' idea della politica come forza e, quindi, come violenza. Lo dico in modo brutale: c'è ancora nella sinistra un'idea della politica come "presa del potere", come violenza che può sostenere oggi, anche inconsapevolmente, le azioni dei terroristi e creare una pericolosa via d'uscita per minime porzioni del movimento? E' un'idea con cui la sinistra, dopo gli anni di piombo e addirittura dopo il 1989, non ha saputo fare i conti lasciando nella sua cultura quel sedimento distruttivo che ancora alimenta gli assassini della stella a cinque punte per quanto pochi, disperati e fantasmi essi possano essere. «Non sono d' accordo. Circa il rapporto tra politica, "presa del potere" e violenza, c'è un discorso ben più articolato da fare, e riguarda tutta la storia politica del Novecento, compreso Carl Schmitt. E sulla violenza, la riflessione della sinistra, con tutti i suoi limiti, è cominciata ben prima dell' 89. Io faticai molto ad accettare che i brigatisti rossi degli anni Settanta fossero comunisti». Perché? Lo dichiaravano. «Faticavo perché mi ero formato sulla convinzione che per abbattere il capitalismo, e soprattutto per costruire la nuova società socialista non valesse colpire il singolo, ma colpire il potere costituito e costruirne un altro. E ciò chiedeva un' azione collettiva, anche e soprattutto quando si giungeva all' urto decisivo: a quello che simbolicamente - e avendo in mente i film del grande cinema sovietico - si chiamava il mitico "assalto al palazzo d' inverno". Non mi è mai passato nella mente - anche quando agivo nel pieno della Resistenza italiana - di uccidere Agnelli e, nemmeno nel periodo della cospirazione, di attentare alla vita di Mussolini». E che cosa accadde quando vide "brigatisti" comunisti uccidere in nome della rivoluzione? «Respinsi a lungo, dentro di me, l'ipotesi che fossero veramente "rossi" o rivoluzionari che sbagliavano. Di quegli anni, ho nitido il ricordo di una discussione privata che ebbi con mia moglie. Mi sembra, all'indomani della morte di Mara Cagol. Mia moglie era comunista come me, e come me aveva partecipato alla lotta di Resistenza. Laura ha avuto il fratello incarcerato a Civitavecchia, e amici finiti in manette già prima del 25 luglio. Aveva partecipato alla cospirazione ed era scesa in lotta nella difficile Resistenza romana. Ma non condivideva il mio giudizio. Obiettò subito: "... dici così perché questi "brigatisti" non corrispondono all' immagine dei comunisti che hai nella tua testa. E invece no, si può essere comunisti in vari modi. Tu vedi solo dei comunisti uguali a te..."». E aveva ragione? «Aveva ragione. Io muovevo dalla lezione che avevo assorbito dall' inizio della mia esperienza cospirativa: avevo ostinatamente in testa la lotta di massa, l'azione collettiva della classe. Ricordo la distanza enorme che sentivamo verso le bombe e gli attentati degli anarchici; non solo perché sparavano e uccidevano, ma perché agivano da singoli e colpivano il singolo. E noi invece volevamo colpire la classe capitalista. Durante decenni e decenni di militanza comunista, ripeto, non mi è mai passato in mente il progetto di assassinare Agnelli e nemmeno Mussolini o Hitler. Non era per umanitarismo. Hitler mi appariva un potere collettivo, l'espressione di una classe. Bisognava contrapporre a ciò un altro potere collettivo e solo ciò poteva veramente sconfiggerlo. Questo era il grande compito per cui impegnarsi e attrezzarsi. Il resto per me, allora, era sbagliato e deviante. Mi fu oltremodo chiaro dinanzi alla tragedia di Moro». Quale fu la sua posizione in quei 55 giorni? «Fui sempre contro la trattativa con i "brigatisti"... Non per disciplina rispetto alla decisione del mio partito, ma perché avevo questa idea della politica. Ero presidente della Camera e potevo essere nel mirino anche io. Scrissi una lettera per mia moglie in cui esigevo, se fossi caduto nelle mani dei "brigatisti", di respingere ogni "scambio" che mi riguardasse, anche se io dal carcere brigatista l' avessi invocato, cedendo alla paura della morte. Ricordo quella mattina del marzo '78, quando stava per aprirsi il dibattito difficile sul nuovo governo Andreotti. E invece, alle 9,20 (mi sembra), nel mio ufficio mi giunse come un fulmine la telefonata di Cossiga che mi annunciava il rapimento di Moro e gli assassinii di via Fani. Da quel momento ebbi solo un assillo: che ci fosse presto, al più presto, un governo riconosciuto alla testa del Paese. E perciò, in aula, feci tutto ciò che era nelle mie possibilità per condurre a rapida conclusione quella seduta della Camera che doveva varare il nuovo governo. Ugo La Malfa, per questo, mi rimbrottò». Questa era la sua riflessione, ma come giudica la riflessione collettiva che la sinistra fece di quegli avvenimenti? «Penso che sui "brigatisti" degli anni Settanta ci sia stata a sinistra una riflessione vasta e assai articolata: sulla scia dell' obiettivo "rivoluzionario", e anche sul "leninismo", sull'idea che esso ha del potere e sugli errori fatali che segnarono il suo cammino. E non a caso il tempo dei brigatisti rossi è anche l'epoca in cui comincia a precipitare il collasso dell'Urss, finisce nel fango l'aggressione sovietica all'Afghanistan e riparte l'offensiva vittoriosa del capitalismo occidentale sotto la guida di Reagan e della Thatcher». Il leninismo, per quanto possa sembrare paradossale, è ancora vivo nei documenti delle Br di oggi. Le chiedo: la logica delle guerra può ancora attecchire, far proseliti? Esiste questo pericolo? «Non è certo il "movimento dei movimenti" - per ricorrere qui all' interessante intervista rilasciata a voi domenica da Fausto Bertinotti - a dover rispondere a questa domanda. Non c' è dubbio che il problema delle armi e dell' uccidere in politica torna oggi in una dimensione grave e grande. Ma è un problema che non interpella il "movimento", ma il capo della più grande potenza del mondo, che assume come pubblico obiettivo - e lo proclama e santifica dinanzi al mondo - la strategia della "guerra preventiva". È su questa "santificazione" delle armi come "prevenzione" salvifica e cuore della politica che bisogna riflettere, perché questa strategia riporta sulla cima degli altari la "guerra": questa parola sempre terribile, ma che oggi rimanda e ha a sua disposizione mezzi inauditi, messi alla prova finora solo in parte piccolissima. Questo mi allarma più della Lioce, e riguarda processi e delitti assai più grandi. E forse fornisce a quel pugno di neo-brigatisti pretesti stupidi per le loro povere farneticazioni. Posso anche sbagliarmi, ma queste farneticazioni non inquineranno o infetteranno un movimento che mi sembra abbia compiuto, in anni difficili, il faticoso cammino di un pacifismo, oggi consapevole che l'identificazione della politica con la guerra - nell'era ormai dell' atomica - è stato il disastro del mio secolo».
Pietro Ingrao, 88 anni, leader storico della sinistra, è stato presidente della Camera all'epoca del sequestro Moro.

il documentario su "Buongiorno, notte" a Firenze

La Repubblica, edizione di Firenze, MERCOLEDÌ, 05 NOVEMBRE 2003 Pagina XIII
STATION TO STATION
Acid jazz con Taylor Bellocchio secondo Incerti


una intervista al regista, Stefano Incerti, leggibile anche in un post precedente e segnalata da Annalina Ferrante e Carmine Russo è disponibile in originale QUI


la superstar dell´organo Hammond è di nuovo tra noi: James Taylor è ospite stasera di «Station to Station» alla Leopolda (ore 22, ingresso libero) con il suo Quartet che in realtà annovera ben più di quattro musicisti, ma è una vera e propria big band all´insegna del funk e dell´acid jazz. La formazione ha 18 album alle spalle e alcuni classici rivisitati di colonne sonore anni Sessanta e Settanta come Mission Impossible e Starsky & Hutch. A seguire, Ninfa dj che, dopo una militanza in cultband come Gli Avvoltoi e Gli sciacalli si è data alla consolle confezionando compilation vintage di gran successo come Mo´plen, Ninfadelica e La Douce Party che hanno gettato le basi dello spaghetti lounge. Alle 20, proiezione di "Stessa rabbia stessa primavera" di Stefano Incerti: più che un backstage dell'ultimo film di Bellocchio "Buongiorno notte", dedicato al sequestro Moro, è un ritratto del regista tra vita, cinema e politica.

da La Stampa di lunedì 3.11.03

(segnalato da Annalina Ferrante)

LA STAMPA, 3 NOVEMBRE 2003
PAROLAIO
di Pierluigi Battista


BUONANOTTE, GIORNO. Mai darsi la colpa. Mai ammettere i propri errori, debolezze, insufficienze, inadeguatezze. Mai riconoscere di aver fabbricato un prodotto mediocre e di essersi meritato un eventuale insuccesso. E invece immaginare complotti, cospirazioni, conventicole da parte degli altri, tutti malvagi. Il regista Renzo Martinelli, per esempio. Artefice di film di ottima fattura, come Vajont per esempio, Martinelli ha da poco fatto uscire un film sul caso Moro, Piazza delle cinque lune, imbottito di banalità dietrologiche. Un insuccesso. Sempre sul caso Moro è invece uscito il film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte, problematico, stimolante, intelligente, curioso, che invece ha fatto molto scalpore. Come mai questa differenza di trattamento? Martinelli, riferisce l’Unità, ha in mente una risposta: il film di Bellocchio «è stato straordinariamente sostenuto dai media». E dunque ecco la domanda maliziosa e insinuante del regista: «Perché quel silenzio e poi tanto sostegno?». Già, perché? La domanda di Martinelli induce a pensare che la colpa sia dei media che hanno sostenuto il film rivale e penalizzato il proprio. Un grande complotto, appunto, per azzittire una voce come al solito scomoda, come sempre fuori dal coro, come è ovvio controcorrente. E se invece il film di Bellocchio fosse, semplicemente, più bello e fatto meglio?

IERI E OGGI. Effettivamente Giampaolo Pansa, che ha ricevuto una gragnuola di colpi bassi semplicemente per aver scritto, infrangendo un tabù, un libro urticante come Il sangue dei vinti, dovrebbe spiegare perché in un passato nemmeno tanto lontano lui non era stato tanto solidale con chi, avendo scoperchiato un capitolo imbarazzante del dopo 25 aprile, subì un trattamento non proprio gradevole. Ha scritto infatti sul Foglio Otello Montanari, il partigiano di Reggio Emilia che nel ‘90 esortò i testimoni ancora vivi del «triangolo della morte» a raccontare tutta la verità («chi sa, parli»), che in quell’occasione Pansa iniziò un articolo sull’Espresso: «Ma sì, diciamolo: questo Otello Montanari, il comunista che ha scatenato il terremoto di Reggio Emilia è un’ottima persona, però si è comportato da fesso d’oro». E poi: «Senza rendersi conto che maneggiava dinamite, ha fatto scoppiare dentro il suo partito una bomba micidiale e adesso il traballante edificio del Pci rischia di sprofondare tra nuove macerie. Dio scampi e liberi il Pci da dirigenti così ingenui visto che la Cosa di Occhetto, se nascerà, dovrà camminare lungo un percorso di guerra frequentato da lupi». Davvero c’era bisogno di tanto sarcasmo? E non bisognerebbe chiedere scusa a un partigiano che, in fondo, stava semplicemente raccontando la verità senza badare al cui prodest?
ROSA IN PUGNO. Dai radicali, trasgressivi ma serissimi, era difficile aspettarselo. E invece, mentre il partito celebra il suo congresso, sul Foglio si dà conto di punzecchiature goliardiche e battutacce da osteria. Si scrive infatti che «Daniele Capezzone rilancerà i rapporti con i neocon americani (che i più critici nel partito, sbuffando, chiamano neocoions)». «Neocoions»? Radicalmente e sbuffando: non avrebbero potuto trovare un’altra definizione?
DIRITTI D’AUTORE. Guerra di attribuzione a sinistra. Sulla scia delle polemiche che hanno accompagnato l’uscita del nuovo libro di Ferdinando Adornato, si è voluto riesumare una battuta nata all’indomani della uscita di un altro libro di Adornato Oltre la sinistra. Infatti, la leggenda vuole, e la accredita anche Gianfranco Morra su Libero, che «quando Adornato gli mandò il libro, Massimo D’Alema gli scrisse: “Caro Ferdinando, oltre la sinistra non c’è che la destra”». Ora, si dà il caso che sull’ultimo numero di Sette, Rina Gagliardi di Liberazione è intervenuta sull’ultima fatica di Adornato ricordando di avere scritto tanti anni fa che «oltre la sinistra non c’è che la destra». Scripta manent e infatti la Gagliardi scrisse proprio così. Ma allora, D’Alema rubò la battuta alla Gagliardi? O la Gagliardi regalò generosamente la battuta da lei coniata a D’Alema? Urge commissione parlamentare d’inchiesta, possibilmente bipartisan, oltre la sinistra e pure la destra.
CENSURA. In un articolo uscito su Repubblica e dedicato alla terribile carestia «artificiale» con cui Stalin volle punire e sterminare i contadini di Ucraina, Paolo Rumiz ricorda che su questo terribile tema ci sia stata una potente autocensura che ha impedito di studiare quell’episodio in cui morirono milioni di persone, tra cui un’infinità di bambini. E Rumiz ricorda: qualche anno fa «il capolavoro di Robert Conquest - Harvest of Sorrow (Raccolto di dolore) - già tradotto in italiano, non fu mai pubblicato “per cause non del tutto chiare” e solo oggi viene recuperato da Liberal Libri». Ora, è già uno scandalo che un capolavoro di Conquest sia stato censurato e nascosto. Ma quali sarebbero queste «cause non del tutto chiare»? Cosa è accaduto esattamente?
LUI. Nessuna traccia di egotismo, egocentrismo, egolatria, narcisismo, autoesaltazione, negli esempi addotti da Massimo Fini in un editoriale su Linea a proposito dell’odio diffuso nella lotta politica italiana. Scrive Fini: «in passato ci sono state polemiche personali violentissime (mi ricordo tra le altre quelle fra Papini ed Emilio Cecchi o fra Flaiano e Brera o fra Giorgio Bocca e me». Me.

sulla Cina
citato un antico film di Marco Bellocchio

Repubblica 5.11.03
Come è possibile che un paese comunista dia vita a una forma di capitalismo sfrenato?
Mao è sempre sugli altari, ma a trionfare sono le risorte idee di Confucio

UN PAESE VITALE E CONTRADDITTORIO MINACCIA L´OCCIDENTE?
dal nostro inviato Bernardo Valli


PECHINO. LA CINA suscita da secoli, a fasi alterne, una straordinaria varietà di sentimenti: rispetto, timore, affetto, rifiuto, ammirazione, sospetto. Accende facilmente le passioni occidentali. Le preziose esperienze individuali, come gli inevitabili giudizi generici, sfiorano appena, il più delle volte, una realtà ampia e composita.
Anche ai nostri giorni, come nel millennio scorso, assistiamo all'entusiasmo di chi scopre la Cina, ne esalta gli straordinari progressi e vi vede un immenso, appetitoso mercato; e al contempo assistiamo alla paura di chi la vorrebbe invece isolare, perché sleale concorrente dei nostri prodotti e imminente potenza mondiale di cui diffidare. È rituale lo spettacolo dell'imprenditore occidentale che, sulle sponde del fiume Huangpu, davanti ai grattacieli di Pudong, a Shanghai, o all'ombra del ritratto di Mao Zedong, a Pechino, si abbandona a un incondizionato elogio del miracolo cinese. Ed è altrettanto rituale la denuncia assoluta, senza appello, delle violazioni dei diritti dell'uomo e delle disuguaglianze economiche, in particolare tra città e campagne. Disparità attribuite al connubio tra il carattere totalitario del comunismo ufficiale e il liberismo del rampante capitalismo reale. L'equazione è insolita: è il primo, il comunismo politico, a promuovere il nuovo corso economico, a favorire l'esatto opposto della sua ideologia originaria.
Per illustrare l´atteggiamento occidentale verso la Cina, un rispettabile sinologo, Jonathan D. Spence, cita come esemplare il colloquio tra Kublai Khan e Marco Polo immaginato da Italo Calvino in "Le Città Invisibili". Dopo avere ascoltato le straordinarie descrizioni del viaggiatore veneziano, il capo mongolo diventato imperatore cinese gli chiede se una volta ritornato in patria ripeterà alla sua gente i racconti di quel che ha visto. Marco Polo non risponde direttamente alla domanda. Dice che serve a poco parlare, perché tanto chi ascolta recepisce soltanto le parole che si aspetta. Chi comanda è l'orecchio, non la voce. Questo vale spesso anche per la Cina d´oggi. Ognuno vi legge quel che vuole.
La Cina può apparire, in verità, enigmatica, e, al tempo stesso, molto più a portata di mano, più decifrabile, di quando Marco Bellocchio la definiva tale nel titolo di un suo film, rimasto emblematico dell´epoca maoista: La Cina è vicina. Oggi è senz'altro più vicina di quanto sia mai stata, ma non per questo ci risparmia le sorprese. Ci lascia perplessi o affascinati. Spesso in bilico tra questi due stati d'animo. La metamorfosi del regime è senza precedenti. È una trasformazione da collocare anzitutto nel tempo per capirne l´eccezionalità. Essa si svolge con successo, ed è tutt'altro che finita. Il galoppo trionfale continua, travolgendo i pronostici negativi di legioni di esperti, più di dieci anni dopo il crollo del comunismo nell'Unione Sovietica e nell'Europa orientale. Prosegue senza frenare lo slancio un quarto di secolo dopo lo storico terzo plenum dell´undicesimo Comitato Centrale, che dette il via al nuovo corso. Il plenum che, alla fine del 1978, sotto l'impulso di Deng Xiaoping, riconobbe di fatto il fallimento del sistema economico maoista (il Grande Timoniere era morto da appena due anni) e la necessità di lasciare un certo margine di iniziativa al libero mercato, attraverso riforme economiche rivelatesi di un'audacia mai vista in un paese che si dichiara ancora con solennità marxista-leninista.
La Cina resta infatti una Repubblica popolare in cui le redini del potere sono nelle mani di un partito comunista che si identifica ufficialmente in una ideologia e funziona attraverso strutture in larga parte ereditate da Lenin e da Stalin. Il Paese si modernizza a una velocità che mozza il fiato, sviluppa sempre di più l'economia di mercato, importa capitali e metodi di gestione occidentali, cambia i paesaggi urbani ispirandosi ai modelli americani, e a questi stessi modelli adegua non trascurabili aspetti della vita quotidiana, ma conserva un sistema politico che figura già nella storia come un fallimento. Si definiscono ancora comunisti paesi come la Corea del Nord, il Vietnam e Cuba. Ma, pur essendo assai diversi tra di loro, non mi sembra che essi abbiano, in quanto tali, un futuro radioso. La situazione del Vietnam non è certo paragonabile a quella disperata, angosciosa, della Corea del Nord. Nulla è tuttavia comparabile alla crescita economica cinese, cominciata negli anni Ottanta; e al conseguente miglioramento del livello di vita della popolazione, nonostante lo scarto sempre più ampio tra città e campagna. Uno scarto, in favore delle città, che sottolinea il rovesciamento provocato dal nuovo corso rispetto al maoismo originale, che enfatizzava il ruolo della campagna.
Oggi è come se ci fossero due Cine: quella urbana in piena espansione e quella contadina alle sue porte, nell'attesa di usufruire un giorno dei vantaggi che le sono negati. Molte restrizioni che impedivano la mobilità sono state formalmente abolite. Adesso milioni di persone si spostano da una provincia all´altra. Ma gli ostacoli indiretti che impediscono o frenano l'inurbamento della popolazione rurale (in cui si valuta a trecento milioni il numero dei disoccupati) sono tuttora numerosi: ad esempio la mancanza di abitazioni, l´esclusione da ogni forma di assistenza, l'alto costo per ottenere i permessi di lavoro e di residenza ("huku"), l´impossibilità di ottenere crediti.... In un regime nato da una rivoluzione che aveva come obiettivo l'uguaglianza, le disuguaglianze sono profonde. Vi sono uomini e donne ammessi con pieni diritti nella città; ve ne sono altri che vi vivono in modo precario, senza diritti, a titolo provvisorio; ed altri ancora, la stragrande maggioranza, che sono tenuti ai margini. Esclusi. La riserva di mano d'opera è immensa. Quel che un giorno potrebbe essere il detonatore di una rivolta sociale, tra città e campagne, oggi rappresenta un incalcolabile vantaggio per i meccanismi produttivi. Non c'è mercato del lavoro più flessibile di quello cinese. Ma va anche ricordato che nell'ultimo quarto di secolo, da quando il comunismo cinese, pur restando "leninista", ha imboccato la strada di un suo specifico capitalismo, circa quattrocento milioni di cinesi sono stati strappati alla povertà o alla miseria. Poco meno di uno su tre.
Il ritratto di Mao Zedong domina sempre la piazza della Pace Celeste, la Tienanmen, dove sorge anche il mausoleo in cui si trova il suo corpo imbalsamato, ma il pensiero emergente, anzi che riemerge, è un altro. È quello che si ispira a Confucio: il filosofo della tradizione, della saggezza e dell´obbedienza, che Mao, cercando di dominare la storia, strappò dalla profondità dei secoli per avere un rivale degno della propria grandezza. Un rivale-simbolo dell´antica Cina da abbattere. Mao è sempre sugli altari ma a trionfare è l'essenza delle risorte idee di Confucio. Del quale non ci sono immagini sulle mura della Città proibita.
I riti e il linguaggio del partito comunista restano, immutabili, come se fossero un ancoraggio. Fanno pensare a quello che era un tempo il latino nella Chiesa cattolica. Non si tratta soltanto di una fedeltà alle origini. Se quei riti cessassero forse crollerebbe il partito stesso. La loro sopravvivenza non impedisce di praticare una politica, soprattutto economica, che va nella direzione opposta. Più che una contraddizione può apparire una prova di saggezza. L'Unione Sovietica è naufragata perché tentò una riforma politica che spezzò la sua spina dorsale, il partito. Fu un suicidio. La Cina riforma invece l'economia ma non tocca il partito. Il cui potere tuttavia cambia sotto la pressione dell´economia. La sua influenza sulla società non è infatti più quella di un tempo. Non interviene più, non è più onnipresente, nella vita quotidiana degli individui. I quali non sono più ossessionati dai suoi controlli. Possono ignorarlo, e concentrarsi sui propri affari, e trovare dei mezzi di sussistenza fuori dai circuiti ufficiali. Questo non significa che possono ignorare del tutto lo Stato-Partito, poiché la burocrazia resta onnipresente e senza una protezione o una mancia è difficile ottenere i permessi indispensabili. Ma in generale si può sfuggire alla vita politica. Benché il sistema giudiziario si sia sviluppato e modernizzato, non esiste nessuna istituzione giuridica che possa avere un ruolo di freno, o di contrappeso, al potere dello Stato-Partito.
Aldilà dei condizionamenti della nostra logica, possiamo scoprire anche noi un chiaro filo conduttore, una coerenza, in quelli che a noi sembrano enigmi e paradossi. Non è forse il partito una dinastia che sceglie e cambia strategia, nell´interesse dell´impero? E lo fa senza rinnegare le proprie origini: che sono quelle di una rivoluzione anzitutto nazionale. I riti? Quelli imperiali, nella Città proibita non cambiavano mai, o molto di rado.

martedì 4 novembre 2003

la videcassetta dell'incontro con Marco Bellocchio
del 29.10.03 all'Università di Roma

(informazione ricevuta da Annalina Ferrante)

E' possibile prenotare la videocassetta dell'incontro
con Marco Bellocchio alla "Sapienza"
sul sito:
 www.mawivideo.it

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a Firenze
«Stessa rabbia stessa primavera» di Stefano Incerti
sul film di Marco Bellocchio

La Repubblica edizione di Firenze, martedì 4 ovembre 2003, Pagina XI

nel post qui sotto si può leggere il testo di un'intervista al regista del film, disponiile anche in rete QUI

alla Leopolda per STATION TO STATION, il megaprogetto realizzato dall´assessorato all´istruzione del Comune di Firenze e da Controradio in collaborazione con La Repubblica,

alle ore 20 di domani, mercoledì 5, sarà proiettato
«Stessa rabbia stessa primavera» di Stefano Incerti
,
un film che analizza le motivazioni che hanno spinto Marco Bellocchio a realizzare «Buongiorno Notte» esattamente 25 anni dopo il sequestro Moro.

 

STATION TO STATION
Leopolda, parte la grande festa fra arte e impegno
Alla fabbrica della creatività

Per cinque sere concerti e dj, un suk no global, eventi, installazioni. E birra a prezzi popolari
di Fulvio Paloscia


Una pista per skateboard lunga 25 metri che riproduce una vera e propria strada: ovviamente abbondano gli ostacoli da evitare con acrobazie spericolate. Un pannello lungo 60 metri che i ragazzi dell'associazione «Art & Heart» stanno aerografando da ieri: riproduce un cielo illuminato dalla luna e solcato da saette, farà da sfondo al «Suk della solidarietà», la minifiera del volontariato e dell'impegno sociale che ospiterà tra gli altri Indymedia, ben noto gruppo di mediattivisti no-global. Uno spazio espositivo lungo 50 metri e largo 15 ad uso e consumo di giovani artisti, e che avrà come scenografia pareti di gigantesche proiezioni. Benvenuti, da stasera a sabato 8 alla Leopolda a Porta al Prato per «Station to Station» il megaprogetto realizzato dall´assessorato all´istruzione del Comune di Firenze e da Controradio in collaborazione con La Repubblica, che fotografa la nuova creatività fiorentina e che cerca di bissare il successo dello scorso anno (80 mila persone). Lo fa mettendo insieme cose diversissime, come l'arte e l'impegno umanitario: accostamento tutt'altro che peregrino visto che le mille manifestazioni della creatività giovanile, pur nella loro corroborante diversità, possono essere unificate proprio dal desiderio di comunicare, colmando sempre di più il divario tra la vita (quella quotidiana compresa) e il prodotto artistico. Tra gli artisti che hanno aderito all'invito, lanciato da «ExTemporanea», di mettere in mostra le loro installazioni c'è Daniel Verio, che attraverso speciali algoritmi modificherà suoni e immagini captati in diretta all'interno della Leopolda; i fratelli Pieralli lavoreranno invece con il corpo: il loro, e quello di chi, tra il pubblico, vorrà contribuire; Ugo Zatini, in arte Ziqqurat, trasformerà uno storico dipinto in un orwelliano Grande Fratello che spierà, attraverso un sistema di telecamere, i visitatori in un ironico gioco di voyeurismo. Per i rockettari, oltre i concerti, da segnalare il primo incontro ravvicinato con le etichette indipendenti fiorentine e toscane dopo la crisi degli anni Novanta: accanto a nomi ormai storici come Santeria, Materiali Sonori, Wide spiccano la Stout, che ha tra i suoi soci l'ex Scisma Paolo Benvegnù; Cucca Raccha, specializzata in reggae; Homesleep, autentica fucina che ha sotto contratto band di culto della scena italiana come Giardini di Mirò e Yuppi Flu. Le etichette convocate non solo metteranno in mostra le loro produzioni, ma raccoglieranno materiale per rimpinguare i cataloghi: rock band fiorentine, fatevi sotto. Last but not least, il bar dove si svende birra a 3 euro (prezzo superconcorrenziale) e cenare (con piatti freddi) costa pochissimo di più. Lo gestisce l´associazione «Insieme» che con i proventi della scorsa edizione ha costruito un pozzo nel Senegal. Apertura cancelli ore 17. Ingresso libero.

un'intervista di Stefano Incerti
autore di «Stessa rabbia stessa primavera»

(segnaazione di Annalina Ferrante e di Carmine Russo)

TAM TAM CINEMA Mercoledì 3 Settembre 2003

BELLOCCHIO: STESSA RABBIA, STESSA PRIMAVERA
Stefano Incerti / regista
intervista di Miriam Tola


per vedere l'articolo originale, cliccare QUI


Stessa rabbia, stessa primavera: è rubato ad una canzone di De Andrè il titolo scelto da Stefano Incerti per il suo documentario su Marco Bellocchio e il suo Buongiorno, notte. Domani nei Nuovi Territori di Venezia 60, più che un backstage, è un ritratto del regista tra vita, cinema e politica.
La produzione è di Sergio Pelone per Filmalbatros e Dario Formisano per Elleu Multimedia, marchio che distribuirà il dvd.

Raccontaci l’impatto con il set di “Buongiorno notte”.

La regia del documentario mi è stata affidata 2 settimane prima dell’inizio delle riprese del film. Per muovermi con più dicrezione sul set ho girato solo con una Sony 150. E’ stata la mia prima volta con il digitale e la leggerezza del mezzo mi ha addirittura permesso di stare tra Bellocchio e gli attori. Nei teatri di posa di Cinecittà, trasformati nel covo brigatista, c’era quella serenità che solo una sceneggiatura solida può dare. Mi ha colpito il grande silenzio ma, soprattutto quella sorta di seduta psicoanalitica voluta da Bellocchio prima del ciak. Momenti di confronto in cui dar vita ad un percorso collettivo.

Di quali altri materiali è composto il documentario?

Ci sono immagini di repertorio provenienti dall’archivio Rai e dall’Archivio del Movimento Operaio e Democratico che offrono uno spaccato dell’Italia degli anni 60/70: dagli operai al lavoro agli scontri di piazza. Poi frammenti di film di Bellocchio, tratti dalle pellicole più legate a Buongiorno, notte come I pugni in tasca e L’ora di religione. L'ossatura è fornita da un’intervista che ho realizzato con lui a Valle Giulia, là dove è cominciato il ’68 romano. Mi sono preparato rivendendo tutta La notte della Repubblica di Zavoli e leggendo alcuni libri tra cui quelli di Giorgio Galli sul partito armato. Anche qualcosa su Bellocchio: il catalogo curato da Paola Malanga per la retrospettiva di Locarno del 1998, il Castoro scritto nello stesso anno da Sandro Bernardi. Dalle mia scaletta di domande ho tenuto fuori temi come la psicoanalisi e la follia, cruciali nel cinema di Bellocchio ma non direttamente connessi con Buongiorno, notte.

Dall’intervista emergono le molle che hanno spinto Bellocchio a girare “Buongiorno, notte"?

Emerge l’interesse per il personaggio femminile, ispirato ad Anna Laura Braghetti. Bellocchio non voleva ricostruire il caso Moro né ambiva a raccontare un’epoca. Al centro di tutto c’è lo sguardo verso i rapporti, intimi e misteriosi, tra prigioniero e carcerieri. L’altro elemento chiave è il legame con il padre: in qualche modo, attraverso il film e il personaggio di Aldo Moro, Bellocchio ha recuperato il rapporto con la figura di suo padre, a lungo rimossa.

Il verso di De André da cui hai preso il titolo si riferisce al ’68. Perché l’hai scelto?

Perché il documentario parte dalle immagini del ’68, la stagione che Bellocchio ha, in un certo senso, anticipato con I pugni in tasca. Poi la frase Stessa rabbia, stessa primavera è la sintesi perfetta del suo cinema: la rabbia è quella che attraversa tutte le sue pellicole, la primavera rimanda alla straordinaria giovinezza che continua ad esprimere.

Bertolucci ha detto che la morte di Moro coincide con la fine del sogno. Per Bellocchio il sogno si è mai riacceso?

Di certo c’è in lui un profondo disincanto verso la politica. Ma nell’intervista evoca il risveglio dei movimenti, i ragazzi del G8 senza dimenticare le componenti cattoliche.

l'immagine proposta da "La condanna"
per pochi giorni al Quirinale e a Venezia

Giornale di Brescia 4.11.03
Torna in Italia dalla Russia
MADONNA LITTA IL DOLCE ENIGMA DI LEONARDO
di Fausto Lorenzi


per vedere l'immagine della Madonna Litta cliccare QUI

Nel 1865 il conte milanese Antonio Litta, erede dei Visconti e dei Belgioioso, offrì la sua collezione all’Ermitage di San Pietroburgo. Lo stesso direttore del Museo imperiale, Stepan Gedeonov, venne a Milano, dove acquistò per lo zar Alessandro II quattro dipinti per 100 mila franchi: tra questi la Madonna col Bambino attribuita a Leonardo da Vinci, che da quel momento venne chiamata La Madonna Litta. Per i russi, questa piccola Madonna (42x33 cm, olio e tempera su tavola, trasferita su tela con notevoli danni) che allatta dolcemente il Bambino, in piedi, come s’alzasse a mostrarlo e offrirlo a chi guarda, sullo sfondo d’un paesaggio incorniciato da due finestre ad arco, è diventato una sacra icona, tanto che fu subito esposta alla fine della Seconda guerra mondiale, come inno al risorgere della vita. E in molte case sta riprodotta, come le icone più venerande, e come quelle è diventata parte dell’identità del popolo. Ora è già arrivata in Italia, su un aereo militare, come dono temporaneo del premier Putin che viene in questi giorni in visita ufficiale. Protetta da una speciale teca, sarà esposta gratis al pubblico al Quirinale (sala delle Bandiere), dal 7/11 al 10/12, quindi passerà al Palazzo Ducale (sala del Mappamondo) di Venezia, dal 15/12 al 15/1 (là sarà omaggio al risorgere del teatro della Fenice dalle ceneri, quasi a evocare un potere taumaturgico dell’arte. In più, sarebbe proprio la Madonna che allatta di Leonardo che Marcantonio Michiel vide nel 1543 a Venezia in casa Contarini). C’entrano, con la venuta in Italia, anche i buoni uffici di Banca Intesa, presieduta dal bresciano Nanni Bazoli, che all’Ermitage ha sponsorizzato il restauro delle sale della pittura veneta. Ci si aspetta che possa ripetersi l’emozionante calca che accompagnò 5 anni fa la Dama con l’ermellino dal Museo di Cracovia. Se per la Dama si voleva incrociare lo sguardo più bello del mondo, qui ci si vorrà commuovere per la dolcezza mite e malinconica con cui la Madre si mangia con gli occhi il suo Bambino. Ma per la maggior parte degli storici d’Occidente, fin dall’800, questa Madonna datata al 1490 circa, tra i primi ritratti di trequarti della nostra pittura, sarebbe stata concepita da Leonardo, ma eseguita da un allievo, pur con correzioni del maestro, tanto che grandi specialisti di Leonardo, da Pietro Marani a David Allan Brown, anche in studi recentissimi la escludono dalle autografie. Il prototipo è nella Testa di giovane donna del Louvre, studio di profilo di intimismo dolce e musicale, ma anche di meditazione sul nesso tra castità e sapienza; e fors’anche in un disegno a Francoforte. Dopo gli studi delle Vergini, per l’Adorazione dei magi degli Uffizi e per la Vergine delle rocce del Louvre (primo dipinto commissionato a Milano nel 1483 al maestro), dove il tema sacro già diventava riflessione sul legame tra madre e figlio, qui la fermezza delle proporzioni offre il lato matematico, fiorentino dell’impianto, ma la grazia tattile infusa dalla posa nella luce naturale rivela tutta la nuova invenzione lombarda, nello stesso sfumare dell’incidenza luminosa dal volto armonico alla grazia già ombrosa del busto che accoglie quel luminosissimo Bambino che s’aggrappa con tutto il corpo al seno, ma volge l’occhio di beato languore allo spettatore. Proprio certa durezza del chiaroscuro, che in altri ritratti coevi (dalla Dama con l’Ermellino al Musico dell’Ambrosiana milanese) è sciolto, quasi bagnato nell’irradiazione di luce e ombra vere, come emanazione o respiro morbido, induce molti studiosi a fare i nomi di leonardeschi (il più accreditato è ora Marco d’Oggiono, e prima lo Zenale, il De Predis, il Boltraffio.). Ma per la conservatrice dell’Ermitage Tatiana Kustodieva e per Carlo Pedretti, che in America cura il Centro studi leonardeschi, non c’è dubbio: per quest’ultimo, anzi, la tavola sarebbe stata tagliata, dall’originale figura intera. Leonardo fu il primo a porsi il problema dei sentimenti (lui diceva i moti dell’animo) che condizionano le espressioni del corpo. L’abbia direttamente dipinta lui, o un suo formidabile seguace, resta la conferma di come di Leonardo sia stato dirompente soprattutto il disegno della mente, in questo avvicinare in un’inedita intimità d’affetti le inclinazioni dell’anima al corpo e al mondo naturale. È questo che conta davvero, non il cercare a tutti i costi una firma.

lettere a Liberazione sull'affaire dei crocefissi

Liberazione 4.11.03
Il "no" al Crocifisso è fissato nella Costituzione
Quanti massacri commessi in suo nome


No al fanatismo delle religioni
Egregio direttore, una questione che riguarda il principio supremo della laicità dello Stato e quindi la stessa garanzia della vita democratica non può essere risolta per via di maggioranze, infatti se anche il 100% degli italiani fosse cattolico lo Stato non potrebbe farsi propagatore della confessione della chiesa romana e del suo simbolo. Come hanno abbondantemente ricordato diverse sentenze della Corte Costituzionale, nonché della Corte di Cassazione. Se decidessimo a maggioranza che il simbolo da esporre fosse quello dell'ebraismo, o degli atei o dei musulmani, o quant'altro, lo Stato repubblicano, laico, democratico, sarebbe tenuto ad ottemperare? Certamente no. Vale il principio garantito dall'art. 1 della Costituzione, quando afferma che «la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Solo la Costituzione, infatti, è la garanzia della libertà di tutti, senza che si venga costretti ad appartenenze che di tutti non sono affatto. Solo dalla garanzia del diritto di ognuno a veder tutelata la propria libertà di coscienza scaturisce la pace. L'alternativa sarebbe il fanatismo della fede, e le guerre e gli stermini che proprio in nome della croce, il clero cristiano, dai primi secoli, fino ai giorni nostri ha perpetrato.
Maria Mantello Associazione "Giordano Bruno"

Imposizioni sfociate nella violenza
Caro direttore, il cattolicesimo non è più religione di Stato. La mia solidarietà va al giudice Mario Montanaro che non ha fatto altro che interpretare quello che viene chiamato il concordato tra Repubblica italiana e Santa Sede (1984, Craxi) dove c'è la possibilità di appendere il crocifisso e non l'obbligo. E' vergognoso che ci si appelli al Regio Decreto n. 965 del 24 Aprile (che all'art. 118 dice che «ogni istituto ha la bandiera nazionale ed ogni aula l'immagine del crocifisso ed il ritratto del Re») o ad un generico simbolo dei valori nazionali e della cultura cristiana. Non dimentichiamo che i valori a cui fanno appello sono gli stessi che hanno portato nei secoli passati a massacrare milioni di anime da salvare in giro per il mondo (si pensi alle crociate o all'America latina). Inoltre la cultura cristiana è il frutto di imposizioni sfociate anche nella violenza (si pensi alla Santa Inquisizione). Capisco che ci sono le elezioni europee e che i voti dei cattolici contino, ma di fronte a questa idolatria ed interferenza da parte dei vescovi è vergognoso che anche parte della sinistra laica abbia criticato l'operato di questo giudice.
Angelo Marongiu Bergamo

Strane coincidenze
Caro direttore, le soluzioni trovate da varie autorità sono del tutto provvisorie, perché sarà il giudice di merito a decidere su tutta la vicenda tra pochi giorni, e non dirimono alcun dubbio. Infatti, se tale giudice poteva revocare o modificare l'ordinanza dove stanno i motivi d'urgenza con cui l'avvocatura di uno Stato che definisce se stesso laico, sconfessionale, imparziale, pluralista - per sue leggi e sua giurisprudenza - ha ottenuto la sospensione? Ancora, un ufficiale che rifiuta di eseguire un titolo esecutivo è possibile di denuncia per omissione di atti d'ufficio. Ancora, perché proprio ora il rinvio a giudizio per Adel Smith per uno dei delitti contro la religione dello Stato (art. 402-406 del codice penale), quando l'accordo tra Stato italiano e Vaticano del 18.2.84 abolisce il concetto di religione cattolica come unica religione dello Stato e quando la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale totale dell'art. 402 e la parziale degli altri articoli? Sembra un film già visto, ad esempio come l'incriminazione di Action "proprio" all'indomani della manifestazione del 4 ottobre. In ogni caso il principio dell'autonomia e indipendenza della magistratura va rispettato e il giudice di merito dovrà decidere in tutta serenità, senza autorevoli interferenze. Stiamo veramente chiedendo il minimo dei loro doveri alle nostre ciarliere autorità. ma ce lo concederanno?
Pasquale Vilardo Roma

No alle superstizioni sì alla cultura scientifica
Caro direttore, nonostante Croce, Ciampi e Fini io non mi dico cristiano, e con me almeno 10 milioni di italiani, che possono farlo prima di tutto perché nessun cristiano ha mai dimostrato in modo democratico quello che afferma. La maggior parte dei cristiani il proprio credo lo impone con la violenza - si pensi al genocidio dei popoli dell'intero continente americano - o con sottili minacce psicologiche. Possiamo dirci non cristiani semplicemente perché lo diciamo. I richiami alla "storia" o al "noi" dimostrano forse che è venuta l'ora di portare l'Italia in Europa non solo con l'Euro ma anche con la cultura scientifica, di emancipare certe masse da superstizioni, o almeno da dargli l'opportunità di dirsi "non cristiani" senza poi sentirsi inaccettate da Ciampi e Fini e dalla comunità in cui vivono. Far leva sull'esclusione sociale è un'azione ignobile che qualifica chi la mette in atto.
Massimo D'Angeli via e-mail

[...]

Umberto Veronesi

(una segnalazione di Sergio Grom)

Corriere della Sera 4.11.03
Veronesi: «Anche Ogm e staminali strumenti del nuovo illuminismo»
Parla l’oncologo italiano più famoso nel mondo: «Combatto il dolore perché allontana da Dio Non ho nulla da obiettare a quel che detta la coscienza, ma mi fa male il rifiuto della razionalità»

Umberto Veronesi è nato nel 1925 a Milano. E’ sposato con una pediatra ed è padre di 7 figli
Ha scoperto la sua «vocazione» a 18 anni: colpito in guerra da una mina, si appassionò alla medicina durante la degenza in ospedale


INCONTRI IN ITALIA / Il grande medico, Milano e la necessità di un «nuovo illuminismo»
Veronesi: combatto il dolore, allontana da Dio
di ALDO CAZZULLO


«Giobbe è più impaziente di quanto si creda. E Dio alla fine riconosce la sua ragione». Umberto Veronesi è un grande lettore della Bibbia. Coltiva fin dalla giovinezza studi teologici. Il suo testo prediletto è l'Ecclesiaste. Ma, forse per la sua pratica con la sofferenza, ha meditato a lungo sul libro di Giobbe. Ed è convinto che l'interpretazione più diffusa sia da rovesciare: «Giobbe non accetta la sofferenza ingiusta, l'imperscrutabilità del potere divino. Vi si ribella. E Dio non lo condanna». «Anzi - dice il professore -, Dio premia Giobbe e redarguisce i tre amici che vedevano nella sua sofferenza l’espiazione di qualche colpa ignota».
Da quel passo della Bibbia Umberto Veronesi, 78 anni, 7 figli, l’oncologo europeo più noto al mondo, ha tratto un insegnamento che non è stato estraneo alla sua storia di scienziato e gli fornisce ora una chiave di lettura del presente. «La sofferenza è stata considerata per secoli una forza purificatrice, un fattore di redenzione. Osservare per una vita la sofferenza degli altri, però, mi ha condotto alla conclusione opposta. Il dolore allontana da Dio. Il malato terminale è del tutto concentrato su se stesso. Il male lo induce a dimenticare il bisogno della divinità, lo distrae, lo impegna in ogni momento. E’ un cattivo consigliere. Va prevenuto, lenito con ogni mezzo disponibile, se possibile sconfitto. E la premessa di questa battaglia è ripristinare il primato della ragione».
Il professore cerca tra le carte dello studio, nell’Istituto europeo di oncologia di cui è fondatore. Ritrova il testo della «lectio» tenuta il 19 maggio scorso all’università di Milano, che gli ha conferito la laurea honoris causa in biotecnologie mediche. «Vede? Nella prima pagina sono citati Beccaria, i fratelli Verri, Cattaneo, che oggi è ricordato solo per il federalismo ma che confidava nella scienza al punto da legare l’evoluzione politica italiana al progresso scientifico. Per questo sono rimasto molto colpito dall’editoriale con cui Stefano Folli ha indicato la necessità di un "nuovo illuminismo". Oggi pare quasi che l’illuminismo sia considerato morto, che il pensiero razionale debba cedere alla superstizione, al miracolismo, a valori esclusivamente soprannaturali. Questo atteggiamento è frutto di un’ideologia. Di un pregiudizio negativo, incentrato sull’intangibilità della natura, che rappresenterebbe il bene assoluto, mentre le biotecnologie sono additate come il male. Siamo di fronte a un errore, che non ha neppure giustificazioni dottrinarie. Nella natura vige la legge del più forte, e anche la cultura cristiana lo riconosce; penso ad esempio alle riflessioni di Miegge sulla brutalità della natura. L’evoluzione stessa è frutto del caso. Per questo l’uomo da sempre interviene sulla natura, la cambia, la migliora. Ora abbiamo mezzi per intervenire meglio che in passato. Dobbiamo elaborare un pensiero che ci aiuti a usare questi mezzi».
Il razionalismo propugnato da Veronesi non è in contrapposizione alla cultura cattolica. Il professore non rinnega le sue convinzioni laiche, frutto, oltre che dello studio, dell’esperienza. Racconta ad esempio di non ritenere che la morte sia un passaggio più lieve per i credenti; di aver avuto a volte l’impressione contraria, che i non credenti siano i più preparati alla fine, i più consapevoli del dovere di cedere il posto alle nuove vite.
Ma non nasconde l’interesse e l’apertura verso il mondo cattolico. C’è un sacerdote che ha contato molto nella sua vita. Non si considera affatto un anticlericale. Né intende polemizzare con il «neoguelfismo» manifestatosi di recente in Parlamento. Avverte però un pericolo: «Tutta la discussione sulla bioetica e sulle biotecnologie avviene in chiave difensiva. Il pregiudizio è che le novità siano pericolose e occorra mettersene al riparo. In questo modo straordinarie opportunità come gli Ogm e le cellule staminali diventano fobie. Non ho nulla da obiettare a quel che detta la coscienza, provo rispetto e amore per il pensiero religioso. Mi dispiace però l’opzione antiscientifica. Il rifiuto della razionalità. La negazione dell’illuminismo».
Il luogo naturale per progettare il futuro e far crescere le nuove idee appare a Veronesi la città dov’è nato e si è affermato, Milano. Il professore avverte anche qui i segni dei vizi italiani, un certo conservatorismo, la tentazione familista e oligarchica; eppure la sua visione della metropoli è positiva, e le prospettive gli sembrano ancora migliori. «A Milano il cattolicesimo ha venature gianseniste. Da sempre i grandi capitalisti coltivano una coscienza sociale. Non è morta la lezione di Eustachio Degola, l’abate che influenzò anche Manzoni, per cui le grandi fortune dipendono dal merito ma anche dalla grazia divina, che va in qualche forma ripagata. Si spiega anche così il mecenatismo milanese». Ci sono nuovi progetti per il professore. Come l’ospedale modello pensato insieme con Renzo Piano, non più caserma ma luogo di accoglienza. E come la cittadella della salute, con una serie di centri europei per la cardiologia, l’oncologia, le malattie mentali, la neonatologia, la ricerca. Quando si trattò di realizzare l’Istituto europeo di oncologia, Veronesi si rivolse a un altro personaggio simbolo del mondo laico milanese, Enrico Cuccia.
«Ma Cuccia - ricorda - era un uomo molto religioso. Di una religiosità critica, capace di accettare il pensiero dissidente. Con lui ho avuto lunghe discussioni sulla fede, sull’anima». Veronesi coltiva un’idea socratica dell’anima - vista come psiche, come pensiero - che non appartiene solo al mondo pagano. In questa chiave, spiega, si può considerare l’anima immortale: «Anche teologi dell’età medievale e rinascimentale, come Pomponazzi, accostavano l’anima al pensiero. E oggi la Chiesa acconsente all’espianto degli organi da uomini ancora vivi ma di cui l’encefalogramma piatto indica che hanno perso il pensiero. Di noi restano le idee. E il patrimonio genetico, che trasmettiamo ai nostri figli. E’ lì la vita eterna, almeno per me. La ricerca del divino riguarda tutti, anche me. Ho cercato di approfondire le varie confessioni, e questo approccio, come nota Mircea Eliade, predispone allo scetticismo, in quanto ci si imbatte in dieci diverse religioni, ognuna convinta di possedere la verità. Ma non sono insensibile alle suggestioni della teologia della crisi di Karl Barth: se Dio si è allontanato, ha comunque lasciato una parte di sé tra noi. E’ quella che andiamo cercando».
Dell’anno trascorso come ministro ha un buon ricordo. «Mi hanno impressionato l’efficienza e la preparazione dell’alta burocrazia, che di fatto guida l’amministrazione del Paese. Nei primi giorni i direttori generali erano disorientati, non erano abituati a un ministro che arrivava alle 8 del mattino. Si sono adeguati fin da subito, e hanno lavorato molto bene. Non ho pregiudizi nei confronti della politica. Vi ho trovato passione, non ho mai visto segni di corruzione, neppure di quella intellettuale. Non mi appartiene però l’attitudine del politico a dire non quel che pensa ma quel che è utile alla sua parte. Mi rendo conto che si tratta di una necessità. Ma non fa parte della mia natura».
Continua, il professore, a esercitare un potere da cui non ci si può dimettere, quello del medico verso il paziente.
«Il nostro lavoro è fatto di almeno tre componenti. Quella scientifica. Quella creativa, che influenza anche la chirurgia, una forma di artigianato se non di arte. E quella magica. Il medico esercita una sorta di potere magico sul paziente. Può alleviare, oltre alla sofferenza del corpo, quella della psiche. Ha tra i suoi doveri, oltre alla verità, l’ottimismo. Sono affascinato dalla fantasia, ne sento la forza sulle arti che mi appassionano e talvolta pratico, la musica, la pittura, la poesia. Non rinuncio alla ragione. Non devo, e non posso».

Marco Bellocchio: l'intervista a Vanity Fair

da VANITY FAIR, VANITYINTERVISTA
LA SERENITÀ È UN DONO TARDIVO

A 54 anni ha scoperto una vitalità mai conosciuta grazie alla figlia Elena. E ora, dieci anni dopo, sente di aver raggiunto un buon equilibrio. Niente male per un regista tormentato come lui, da sempre in psicanalisi.

Nel 1965, a soli 26 anni, Marco Bellocchio debutta come regista con "I pugni in tasca" di cui è anche sceneggiatore. È subito trionfo: la critica lo osanna come un genio

CON LO SGUARDO AL FUTURO: Marco Bellocchio, 64 anni, ha girato nella sua carriera ventuno film. Dopo il successo, e le polemiche per la mancata vittoria di "Buongiorno, notte" al Festival di Venezia, sta già lavorando a una nuova opera, "Il regista dimatrimoni"

«Ho vissuto oltre la metà di quello che ci tocca. Quindi intendo vivere bene quello che resta»


di Paola Jacobbi


A Parma, un infido motto campanilista sentenzia: "di quelli di Piacenza possiamo fare senza". Be', del piacentino Marco Bellocchio è difficile che il cinema italiano possa fare a meno. Amato, odiato, incompreso o venerato. Considerato perduto nelle brume della psicanalisi ai tempi del Diavolo in corpo e, adesso, con Buongiorno, notte, esaltato con il furore delle grandi cause. Questo signore, che compie 64 anni il 9 novembre, resta un personaggio capace di dividere come pochi.
Alle sue spalle, meno di trenta film e quasi quarant'anni di polemiche, fin dall'esordio, nel 1965, con I pugni in tasca. Adesso, mentre la pellicola sul caso Moro continua la sua buona performance al botteghino ed è invitato a molti festival, Bellocchio scrive il prossimo film, Il regista di matrimoni. Lavora prevalentemente di mattina, dei giornali legge la prima pagina, e poi salta a quelle della cultura e degli spettacoli, un vero intellettuale. Ammette di non essere disciplinato, ma si sforza di diventarlo. Il volto severo e bello, anche se avaro di sorrisi, ha scritto sulla pelle una dichiarazione d'indipendenza, artistica e personale. Non dev'essere facile avere a che fare tutti i giorni con uno così. «Bisognerebbe chiederlo a Francesca (Calvelli, 41 anni, da una decina compagna del regista e montatrice dei suoi ultimi cinque film, ndr). Comunqe sì, sì, sono un compagno difficile», risponde Bellocchio. «Ogni uomo e ogni donna hanno una loro inafferrabilità, ma nei rapporti di coppia si tende a voler possedere tutto dell'altro e questo già crea dei problemi. In più, un artista ha una sua specifica, ulteriore, inafferrabilità».
Si considera un partner disattento?
«In certi momenti, probabilmente sì. Quando sono perso dietro ai miei progetti, capita che chi mi è accanto si senta frustrato, escluso»
Come si fa perdonare?»
«Cerco di usare l'intelligenza. E poi sono sicuro di essere una persona buona. Posso essere assente, ma mai in modo cattivo»
Con Francesca lavora: questo arricchisce il rapporto o aumenta i conflitti?»
«Discutiamo molto, ma la collaborazione creativa prevale. Ho ricevuto molti complimenti per l'uso delle musiche dei Pink Floyd in Buongiorno, notte: quello è stato un suggerimento di Francesca»
Lavora anche con suo figlio Piergiorgio, che in Buongiorno, notte interpreta un terrorista.
«Con Piergiorgio ci sono stati alti e bassi. Ha cominciato a lavorare con me fin da piccolo (faceva capolino, a sei anni, in Salto nel vuoto. Poi ha assunto troppe responsabilità nella società di produzione, per colpa mia, che l'ho caricato di impegni. Così, adesso, come produttori lavoriamo ognuno per conto proprio. Le cose vanno molto meglio. Gli ho chiesto di esserci in Buongiorno, notte, lui ha accettato ed è andata benissimo. C'è sempre qualche polemica, anche con lui. Ma è una litigiosità sana».
I Bellocchio sono un grande clan familiare. Che cosa fate a Natale?
«Alcuni stanno a Milano, altri a Piacenza, io a Roma con la mia compagna. Piergiorgio passa le feste con sua madre. Non c'è la tradizione delle riunioni di famiglia».
Si è parlato di una "rinascita" artistica, dal film La balia in poi. Coincide con l'arrivo di Elena, la sua bambina.
Quasi. Elena è stata una sorpresa, una presenza non premeditata. Avevo già 54 anni, quello con lei è un rapporto vivificante, anche se adesso la vedo già andare per conto suo. È assetata di sapere, fa domande a raffica, usa parole di cui non conosce il significato: per lei è tutto una novità. Comunque non saprei dire se a causa di Elena o delle stagioni della vita, in questi anni sono diventato più sicuro e più sereno. Non rincoglionito, come ha scritto il critico Goffredo Fofi, sia chiaro. Piuttosto, con l'età, sento una maggiore urgenza di fare, costruire».
«Il tempo che passa le fa paura?»
«Si sente che gli anni scarseggiano, si teme il degrado fisico e mentale. C'è la consapevolezza di aver vissuto oltre la metà di quello che ci tocca. Quindi, ho ferma intenzione di vivere bene quello che resta».
Tentazioni di conversioni religiose?
«Neanche per sogno. Qualche sacerdote ha voluto vedere nel film L'ora di religione un mio avvicinamento al sacro, ma ne sono lontanissimo. Io mi sento legato al mondo, al presente, al concreto della libertà moderna, quindi la dimensione della fede, l'aspirare al trascendente, sono tutte cose che mi sono profondamente estranee. Wim Wenders si è convertito, va a Messa regolarmente e il fatto mi ha molto stupito. Per quanto mi riguarda, l'idea di saltare nell'aldilà non mi sfiora neanche».
Lei, che ha diretto film militanti come La Cina è vicina, è ancora di sinistra?
«Mi è più facile dire quello che non sono: non sono fascista, non sono berlusconiano, non sono in favore del capitalismo. Resta il fatto che credere, come molti della mia generazione hanno fatto, nella rivoluzione e nell'instaurazione della dittatura del proletariato si è dimostrato sbagliato e catastrofico».
In Italia la sinistra continua a perdere. Crede che sconti anche una certa contiguità culturale con il mondo dei terroristi che ha raccontato in Buongiorno, notte?
«Tra la sinistra istituzionale e i terroristi vi era una separazione radicale, ma resta il fatto che quei terroristi partivano da una formazione che aveva delle analogie. Quindi, sì, tragedie come quella di Aldo Moro hanno pesato anche sulla sinistra ufficiale, quella dei partiti».
Ripensando a quegli anni, si ha anche la sensazione che la prevalenza della politica avesse cancellato il principio del piacere: più si pensava alla rivoluzione, meno ci si divertiva.
«Nel mondo, estremo e malato, dei terroristi che descrivo in Buongiorno, notte questo veniva addirittura teorizzato. C'era una dimensione fanatico-religiosa che portava all'annullamento del corpo, la stessa sessualità si riduceva alla masturbazione con un giornaletto porno nella convinzione che solo così si sarebbe stati più concentrati nel progettare delitti e castighi. Erano passati dieci anni dal movimento liberatorio del '68, dove anche la promiscuità sessuale era rivoluzionaria. Alla fine degli anni Settanta, invece, non a caso, insieme con il terrorismo è esploso il fenomeno della droga: una forma di asessualità nirvanica, una risposta malata al desiderio di perdere il contatto con la realtà».
È ancora in analisi?
«Sì, frequento ancora, anche se non in modo regolare, le sedute di psicanalisi collettiva di Massimo Fagioli. So che una parte della cultura italiana mi ha considerato, per anni, perduto, stritolato nlle mani di questa persona. Ma i fatti della mia vita dimostrano il contrario. Fagioli non è un guru, è un terapeuta di alta scuola. C'è stato un momento in cui l'analisi ha coinciso cn il mio lavoro cinematografico. Oggi non è più così. Ma non ho niente da rinnegare, anzi. Credo che quell'esperienza mi abbia permesso di essere quello che soo adesso e che tanto viene apprezzato dagli stessi che mi definivano plagiato».
È vero che lei voleva fare l'attore, ma non ce l'ha fatta perché ha una voce stridula?
«È vero, ma è anche vero che Vittorio Gassman non aveva una gran voce all'inizio eppure per anni l'ha coltivata. Parlava, urlava, studiava, rompeva le scatole a tutti per imporsi e diventare quello che è diventato. Se anch'io avessi avuto la passione, quel cavolo che vogliamo, il sacro fuoco di stare in scena, mi sarei applicato. Invece, ho capito presto che mi interessava di più lavorare nell'ombra».
Sua nipote Violetta Bellocchio ha detto che nella vostra famiglia "c'è senso dell'umorismo su un fondo di cupezza". È d'accordo?
«Sono stato molto cupo, da giovane. Sono anche stato violentemente sarcastico e derisorio più che ironico. Oggi per come io mi batto in questa vita, i margini di cupezza sono diminuiti, ma anche quelli del sarcasmo. È un problema di percentuali: forse l'equilibrio è vicino».

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un laboratorio per musicisti a Roma

Saint Louis College of Music
www.slmc.it


Giovedì 6 novembre ore 15.00 in Via Cimarra 19/B

Incontro ad accesso libero con Tony Carnevale per la presentazione del

Laboratorio di Ideazione e Produzione Applicata
(già “Laboratorio di applicazioni industriali della musica”)


Sviluppo delle capacità creative e relazionali in ambito professionale: ideazione, composizione, arrangiamento, pre-produzione midi/audio, produzione (registrazione, mix e mastering) nella moderna industria multimediale.

Due parole per riassumere la storia del laboratorio in oggetto.
Molte cose sono cambiate da quando – era il 2001 - è iniziata questa avventura didattica presso il Conservatorio L. Refice di Frosinone, che ha accolto con lungimiranza questa proposta: il laboratorio è andato sempre più trasformandosi in direzione di un vero e proprio centro di produzione musicale caratterizzato da un grande fermento di idee e da una gran voglia di realizzarle.
Si è creato un solido gruppo di partecipanti che ha sviluppato collaborazioni anche – ed era uno degli obiettivi – al di fuori delle aule del Conservatorio; sono stati realizzati circa una trentina di progetti originali, alcuni dei quali hanno trovato applicazione nell’industria multimediale trasformandosi da progetti di studio in veri e propri “lavori” (vincendo anche dei premi).
Un importante istituto artistico-culturale nazionale ha risposto - nel 2002 e nel 2003 - alla richiesta di contribuire allo sviluppo di queste iniziative, concedendo delle “borse di studio” da utilizzare per la realizzazione di progetti musicali nati all’interno del laboratorio stesso, per permettere cioè la realizzazione di tali progetti in un vero e proprio studio di produzione, dando la possibilità di raggiungere un altro degli obiettivi: eliminare le distanze tra il mondo “teorico” della didattica ed il mondo “pratico” del lavoro.
Il terzo ciclo di attività, che si è svolto presso la sede della Artonica 96, ha permesso di consolidare innanzitutto il metodo: il cardine del laboratorio è rappresentato dalla produzione musicale di progetti originali dei partecipanti, seguendo un percorso che parte dall’idea ed arriva alla definitiva realizzazione su master, cosa che permette di affrontare tutte le fasi della lavorazione e le relative tecniche che si sono sviluppate in questi ultimi anni nell’ambito dell’industria musicale.


Tra i vari argomenti trattati (e supportati da intensa attività pratica) vale la pena ricordare:

- aspetti formali e sintattici della composizione industriale, relativamente ai progetti proposti dai partecipanti ma anche in senso analitico generale
- tecnica e pratica di arrangiamento ed orchestrazione moderna
- uso delle tecnologie e dei software più in uso nella moderna industria musicale
- problematiche connesse alle diverse applicazioni della musica, con specifici approfondimenti su cinema, televisione, discografia, danza.
- aspetti pratici e psicologici della prassi professionale


Da rilevare la piena riuscita del metodo collettivo: ogni partecipante discute con tutti gli altri il proprio progetto durante la realizzazione dello stesso, traendone stimolazioni e suggerimenti (ovviamente guidati dal docente), spesso arrivando a vere e proprie collaborazioni che si sono sviluppate, come già detto, anche al di fuori della sede didattica.
E’ importantissimo sottolineare il carattere interdisciplinare del laboratorio che tende ad utilizzare, per la realizzazione dei progetti in esso sviluppati, le risorse interne della scuola in cui ha sede, permettendo agli allievi degli altri corsi di sviluppare anche un’esperienza di produzione musicale vera a propria.

Un prospetto tecnico degli argomenti per offrire maggiori dettagli:

- Aspetti creativi della composizione: l’ideazione del progetto
- Ascolto analitico e commento di lavori musicali applicati
- Rapporto tra musica e immagine, musica e movimento
- Tecniche di composizione: strutture e stili, dalla semplice “song” (testi compresi) al sinfonismo moderno.
- Tecniche di arrangiamento, orchestrazione e pre-produzione: strutturazione di parti ritmiche, strumentali e vocali in vari stili, stesura delle stesse al computer, editing e stampa.
- Midi e computer: gestione creativa di software e generatori di suono.
- Tecniche di registrazione: ripresa microfonica di strumenti e voci, registrazione analogica e digitale, Editing.
- Elementi di fonica ed elaborazione del suono
- Aspetti tecnici e organizzativi di una produzione musicale: dall’ideazione alla realizzazione di un Master, pianificazione ed ottimizzazione del lavoro.
- Aspetti tecnici e psicologici del rapporto con le varie figure professionali dell’industria multimediale
- Aspetti legali dell’attività musicale: il diritto d’autore, i diritti degli artisti interpreti esecutori, le Royalties, i contratti etc.


E’ opportuno precisare che tutto ciò è indicativo in quanto il vero fulcro del laboratorio è comunque il rapporto di continua stimolazione che viene a crearsi tra i partecipanti sotto la guida del docente.

- Frequenza: quindicinale
- Durata: 5 ore per ogni incontro (gli incontri sono collettivi)
- Giorno: da concordare
- Numero massimo di allievi: 10 effettivi + eventuali uditori (partecipano come gli altri ma non propongono un proprio progetto originale). Sarà necessario un colloquio di ammissione nel quale sarà valutato un lavoro originale presentato dall’allievo, preferibilmente su supporto audio (CD o altro), oppure su carta.


Il Laboratorio è diretto da Tony Carnevale: per eventuali informazioni visitate il sito http://digilander.libero.it/artonica

Contattare: Saint Louis College of Music – tel 06 4870017

lunedì 3 novembre 2003

psicologia forense: l'Università di Torino ha avuto un'idea...

La Repubblica ed. di Torino 3.10.03 Pagina II
Si aprono le iscrizioni per un corso unico in Italia che prepara veri specialisti del Foro
Nasce lo psicologo legale
Un master per gli esperti della macchina della verità
di Ottavia Giustetti


George W. Bush e Al Gore si sottoposero alla macchina della verità in campagna elettorale per dimostrare che ciò che promettevano agli americani era vero. Il secondo vinse il test e non le elezioni ma entrambi con il loro show soddisfecero un recondito desidero umano, quello di possedere uno strumento scientifico infallibile capace di smascherare chi sta mentendo. Così anche il lavoro di avvocati e giudici sarebbe rivoluzionato se la macchina della verità potesse entrare nelle aule dei tribunali e rivelare le segrete intenzioni degli assassini. In qualche stato Usa è così. In Italia invece il dibattito è aperto ma nel frattempo l´apparecchio è approdato all´Università di Torino, alla facoltà di Psicologia dove proprio in questi giorni si sono aperte le iscrizioni al primo master universitario di secondo livello in psicologia forense.
Se il genere cinematografico del legal thriller non passa mai di moda e anzi, arricchisce sempre di nuovi affascinanti particolari l'immaginario dei giovani aspiranti avvocati e giudici, la realtà dei processi italiani è ben diversa e lo si nota facilmente entrando in un'aula di tribunale. Le fluenti arringhe dei bellocci attori americani è talvolta rimpiazzata da imbarazzanti balbettii dell'avvocato difensore, gli interrogatori del pubblico ministero sono solo la brutta copia di quello sfoggio di abilità retorica cui ci ha abituato il grande schermo e le convincenti arringhe che concludono i processi fanno acqua da tutte le parti. Ma non solo: è nata in questi anni l'esigenza di formare in Italia specialisti del Foro (avvocati, psicologi, criminologi, magistrati e periti) con competenze aggiornate e innovative accanto a quelle tradizionali. Per far fronte alle nuove sfide, all'adattamento delle tradizionali competenze, come richiesto dal processo penale moderno, l'Università di Torino, con la cattedra di Psicologia giuridica del professor Gugliemo Gulotta, ha dato vita a questo master unico nel suo genere in Italia.
La cronaca quotidiana evidenzia un mutamento continuo della tendenza criminale: ha già una propria letteratura il cyber crime, è in aumento il numero di ragazzi, sempre più giovani, coinvolti in assassini brutali, dilaga il fenomeno delle baby gang di pari passo con la crescita del disagio giovanile. E poi ancora aumenta l'esigenza di comprendere una realtà in evoluzione: il dramma silenzioso delle violenze psicologiche in famiglia; il malessere nelle condizioni di mobbing e molestie sul lavoro; la pedofilia e la difficile gestione dei conflitti nei casi di divorzio e affidamento dei figli. La figura dello psicologo è chiamata a intervenire con competenze sempre più specialistiche nel campo forense e agli avvocati e ai giudici e è richiesta una crescente competenza in materia psicologica.
Nell'arco di un anno di lezioni, concentrate nei fine settimana, professori ordinari e associati oltre a numerosi professionisti del foro metteranno a disposizione gli strumenti utili per affrontare l´evoluzione del processo moderno. Il master è strutturato in 500 ore di attività formativa di cui 300 ore di didattica e 200 ore di lezioni interattive, di studio individuale guidato e con l'assistenza di tutor. Particolarmente efficaci alcune metodologie di apprendimento che prevedono il coinvolgimento diretto dei partecipanti, come l'utilizzo di una stanza con specchio unidirezionale simile a quella dei più avvincenti thriller cinematografici, esercitazioni con la macchina della verità e simulazioni di processi videoregistrate.

alla libreria AMORE E PSICHE
in visione la cassetta della lezione
di Marco Bellocchio

La cassetta della lezione di Marco Bellocchio
alla Facoltà di lettere di Roma di Mercoledì 29 ottobre
è visibile a richiesta in libreria


presso la libreria è anche disponibile la sesta edizione di
BAMBINO DONNA E TRASFORMAZIONE DELL'UOMO
di Massimo Fagioli


via s. caterina da siena, 61 - Roma
info: 06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
vi ricordiamo i nostri orari:
lun. 15-20
mart-dom. 10-20

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...per chi non è a Roma
l'audio è disponibile anche sul web


Il solo audio (2h 25') della medesima lezione
di MARCO BELLOCCHIO
si può ascoltare anche in rete
sul sito di mawivideo.it


dove si trovano anche le immagini dell'AFFRESCO di Massimo Fagioli
e la registrazione di tutte le precedenti emissioni audio e video

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