Corriere della Sera 16.4.04
ANTEPRIMA Vent’anni dopo «Bach», Piero Buscaroli rilegge ora la vita e le opere del grande musicista tedesco. Con l’intenzione di correggere «due secoli di falsi»
Povero Beethoven, genio tradito dai critici
di PIERO BUSCAROLI
Anticipiamo un brano tratto dal libro «Beethoven» di Piero Buscaroli (Rizzoli, pagine 1.359, € 45) che sarà in libreria da mercoledì 21 aprile.
Tutt’altro che la festa del 1927, il doppio centenario della nascita correva melenso nel 1970 tra le sfilate dei concerti interrotte dalle scariche d’insulti sparate dalla nuova cultura germanica. Solo contributo di qualche peso rimase De Last Decade, 1817-1827 , di Martin Cooper. Nella recensione del «New York Times» un tale Donald Henahan paragonò l’opera di Beethoven nel suo insieme a un logoro repertorio di devozioni: «neppure gli ultimi lavori trascendentali, le Sonate per pianoforte, i Quartetti, la Missa Solemnis, appaiono più quel supremo fortilizio ch’erano stati per pochi adepti della metafisica musicale. Grazie all’implacabile girare del fonografo e alla radio sua vorace alleata, Beethoven è sbattuto nelle nostre orecchie notte e giorno, la musica che avevamo creduto inesauribile ci appare logora come un vecchio talismano. Grattati via i significati emotivi, le esecuzioni degli specialisti ci piovono addosso condite da salse d’analisi e sentenze, registrate o al vivo, dei chiosatori dei programmi e dei filosofi d’incisione. Un giro dopo l’altro, Beethoven si avvita nella sua tomba a 33 rivoluzioni e 1/3 al minuto. Sempre più difficile è udire le ultime opere, solo un esperto viaggiatore negli stili musicali può immaginarle quali suonarono ai contemporanei. Il Beethoven extramusicale sta morendo. Prima che passi molto tempo, resterà di lui solo la musica. Accade a lui quel che già è accaduto a Monteverdi e Orlando di Lasso. Tutto ciò, naturalmente, può non essere un male...».
Il libro che presento nacque quale malinconico dovere d’una battaglia di retroguardia: del gigante dovevano restare album, cassette, odiosi cumuli di compact. E invece, nei vent’anni che seguirono quel misero centenario, si scatenò imprevisto un paradosso a tal punto immane, che la sua enormità non è ancor ben misurata da quanto avanza della cultura europea. Bastò che un Solgenitsin abbassasse il piccone, e si produsse il crollo, per esaurimento e putrefazione, dell’intera cultura entro cui l’immagine di Beethoven era cresciuta deviata, falsificata. Tutta l’Europa delle idee e delle arti diventava un solo cantiere del revisionismo.
Nella storia delle biografie («Vi è solo biografia!» ammonì Nietzsche) cominciai con Sebastian Bach. E intanto Beethoven figlio della Révolution mutava i connotati, via via che la Révolution finiva nelle pattumiere. Per cominciare la galleria dei falsi: Beethoven non fu mai illuminista; non fu mai giacobino; non fu mai amico dei francesi, cui portò, da quando li vide invasori della Germania, forsennato odio.
Il rifiuto che preparavo contro la sentenzina americana e globalista sulla fine del Beethoven extramusicale divenne la non sperata occasione di restituire il gigante alla sua verità, all’autentica immagine, da due secoli lordata e confusa. Quando mi parve d’aver consolidato d’una muraglia di ristampe la nuova immagine di Bach, intrapresi la revisione di Beethoven quasi dovere naturale. Come aggredissi falsificazioni e sciatterie, il lettore trova fin dai primi passi di questo libro . Maturato e cresciuto lungo un trentennio nel tanfo agonico, epigonale dell’ultima squallida critica, americana e europea, unisce il primitivo proposito, salvare Beethoven dalla nuvola letale dello spirito dell’epoca, con la radiosa opportunità di rivedere, ossia correggere, ossia cancellare due secoli di falsi.
Dopo il Bach del 1985 e La morte di Mozart del 1996, schiero questo libro come terzo e maggiore sforzo nella revisione storica della musica condotta attraverso le biografie. Quanto tempo ancora la scombinata musicologia ufficiale potrà fingere che non esistano, non so e non m’interessa. Sanno i lettori.
***
Che l’invocata, e poi proclamata, scomparsa delle biografie totali produca l’avvento del primo Beethoven veritiero, è uno degli arciparadossi fabbricati dal destino burlone per premiare i solitari che, nell’urto vertiginoso di passati irrisolti e futuri impenetrabili, spiegano indomite vele contro venti e tempeste. Senz’averlo voluto, mi son trovato a scrivere un’altra «nuova immagine», cui auguro ugual favore del Bach che continua a ristamparsi dopo diciannove anni. Se alla «nuova immagine» di Bach toccano ancora distinzioni come quella che mi regalò il «Treffpunkt Kultur» della televisione austriaca che, or sono tre anni, intimò alla bravissima Pia de Simony di ridurre, in un documentario registrato a Bologna nel mio studio, il ruolo concesso a quel Buscaroli inviso ai bonzi luterani della Gesellschaft lipsiense , il lettore può immaginare qual furore prenderà retori e chiacchieroni nell’apprendere che l’autore aveva battezzato Sinfonie allemande quella che per noi è la Nona Sinfonia , ed era una risposta di tedesco al Congresso che lasciava intatta la Francia, rovina della civiltà d’Europa, e divisa la Germania che aveva vinto il distruttore.
Il giorno che nei Quaderni di conversazione, la cui edizione è completa dal 2001, lessi che il 25 Gennaio 1824, a Caroline Unger che gli chiedeva quando si sarebbe eseguita la Nona Sinfonia, di cui doveva cantare la parte del contralto, Beethoven parlò di Anfechtungen , opposizioni, e la ragazza insorse sdegnata gridando «Opposizioni? Ma chi si permette?» (v. pagg. 1.169 segg), collegai il contrasto, ai biografi ignoto, alla Sinfonie allemande . Compresi che solo la lettura critica, nell’ingrato originale tedesco, dell’ignota fonte diventata primaria, una lettura diplomatica e perfin paleografica, avrebbe permesso di riscrivere questa vita in un definitivo gesto revisionista. Le preziose novità rimaste occulte nei Quaderni diventavano secondarie rispetto all’imponente evidenza che il contrasto nasceva da quell’ allemande , sopravvissuto solo per la tenacia di Gustav Nottebohm. Il lettore riporterà facilmente a galla la rete sommersa e potrà misurare perché la «nuova immagine» sia riuscita con Beethoven tanto più faticosa che con Bach. E per la sua posizione, nonostante ogni apparenza, centrale nella società di corte; e per il ruolo, enormemente cresciuto, della storia universale nelle storie personali. E per il trono dominante che nel frattempo la musica aveva occupato sull’assemblea delle «arti sorelle».
***
«La politica è il destino dei moderni», scrisse Napoleone. Se ne è accorto questo autore quando ha intrapreso la riscrittura politica del giovane Beethoven scoprendo che era tutto cancellato e calpestato in una infame devastazione: il patriota tedesco ridotto a balbettante insignificanza, i canti guerrieri scritti per i volontari, cancellati oppure omessi dagli elenchi, nascosti dalle biblioteche che li possedevano. Ha dovuto contendere a unghiate la figura del giovane alla turba giacobina che l’aveva imprigionato; restituire peso e coerenza al costante fierissimo sentimento anti-francese, ridotto a bizzarria d’incostante ingrato. Nessuno aveva voluto misurare quanto fosse concreto e sensato, seppur ristretto ormai a un’esile striscia, il margine di indipendenza che restava tra la bestiale violenza rivoluzionaria diventata invasione, e la nauseante grettezza delle monarchie che, costrette ad allearsi nonostante si odiassero tra loro, le si opposero con meritati disastri.
Lasciando a parte i soliti Goethe e Schiller, che a nulla servono su questo terreno, ho radunato i Seume e Louis Ferdinand, il giovanissimo Körner e Varnhagen von Ense, trattati con badiale fastidio dai biografi mestieranti, per far compagnia a Beethoven in quell’itinerario di speranze assassinate, sentimenti traditi e catastrofi spirituali che prelude allo sdegnato isolamento dell’ultimo decennio. Nessuno degli storici di Beethoven aveva tentato di interpretare con amore e onestà quel tumulto di fresca ingenuissima gioia, che nel lurido nido di vermi dell’infame Congresso, modello mai superato della pace con frode, pochi mesi bastarono a trasformare in delusione, tradimento e pianto. La Germania, le cui forze, quando si unirono, vinsero finalmente il tiranno, si trovò restituita alla confusione e divisione che l’avevano lacerata, dai «trattati» di Münster e Osnabrück in poi. I suoi principi si univano sol per tenerla divisa e, con la complicità d’inglesi e perfino americani, più impotente e sola che la sconfitta Francia. Se un giorno del 1824, a Baden dov’era entrato in un caffè in compagnia di Carl Czerny, gli bastò leggere in un giornale che Walter Scott scriveva una Vita di Napoleone per gridare: «Napoleone! Non lo potevo soffrire, ma ora la penso tutto diverso!», non era lo scatto di bizza incoerente che ripetono certi biografi senza onore e senza sapere, ma il tratto finale di un’ira e di uno sdegno: l’ultimo distacco da quella monarchia infame che tre anni dopo lo ricompenserà disertando i suoi funerali. Senza che nessuno, tra imperatori arciduchi e ministri, immaginasse di lasciarlo a capo di una folla, quale mai s’era vista per la dipartita d’uno di loro: venti o trentamila, quanti in quella Vienna torpida e avvilita si sentivano ancora «i rappresentanti del popolo tedesco», come li chiamò Franz Grillparzer nel suo discorso.
Devi aggiungere, infine, il mutato ruolo reciproco, la rifondata gerarchia delle diverse arti e l’assunzione della musica, proprio per l’opera e la figura di Beethoven, a quel vertice dominante cui, secondo Walter Pater, le altre arti furono costrette da allora a guardare con invidia. Su questo cammino, l’ascesa del mio nuovo restaurato Beethoven sarà ancora più aspra. Dovrà vedersela con una musicografia senile e suicida. Ai divieti innalzati dai Dahlhaus si mescolano ora le lodi e invocazioni al grottesco tentativo abortito di Adorno, di salvare dalla morte, che per tutte e due era fatale, musica e filosofia, con una unione e fusione: puerile, più che innaturale. Da compiersi, infine, nel nome di Beethoven, per cui nulla significava la filosofia, la meno artistica, la meno attraente tra le occupazioni possibili.
Ma non voglio trasformare questa Notizia nell’indispensabile antefatto personale, che il lettore troverà nei primi due capitoli. Sua funzione è introdurre argomenti pratici, cominciando con le avversità cui la mia restituzione di Beethoven dovrà confrontarsi. Delle quali la più minacciosa, come al solito, è quell’abitudine, contesta di paura e pigrizia, che si trova comodo chiamare tradizione. È il rifiuto di abbandonare i cementi calcinati e le tavole marcite della Maginot del falso, in cui continuano a rotolarsi gl’intendenti e i cosiddetti interpreti. Quei tali di cui dicevo dianzi, che ancora non avendo misurato e assimilato la potenza dell’anticiclone che si scatenò una ventina d’anni fa, ancora non hanno capito ch’è tempo di spedire in soffitta il mascherone per richiamare Beethoven all’autenticità che mai poté rivelare: nella sua «unica Opera», per cominciare proprio col suo manifesto ideale, politico, sentimentale.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 16 aprile 2004
dove sono le Nuove Edizioni Romane alla Fiera di Bologna
Komix.it
ZOOlibri, la casa editrice emiliana che si occupa principalmente di produzioni editoriali per bambini e ragazzi, partecipa, insieme ad altri otto coraggiosi, al primo "stand collettivo" tra piccoli editori, esperimento senza precedenti in Italia.
Sotto lo slogan "la prova dei 9", all'interno del padiglione 26 stand B10 della Fiera internazionale del libro per ragazzi di Bologna, e all'interno di Docet in uno spazio ancora da definire, troverete la ZOOlibri in buona compagnia: Città Aperta, Edizioni Corsare, Edizioni E/O, MC Editrice, Nuove Edizioni Romane, Orecchio Acerbo Editore, Sinnos Editrice, Editions du Dromadaire.
(...)
ZOOlibri, la casa editrice emiliana che si occupa principalmente di produzioni editoriali per bambini e ragazzi, partecipa, insieme ad altri otto coraggiosi, al primo "stand collettivo" tra piccoli editori, esperimento senza precedenti in Italia.
Sotto lo slogan "la prova dei 9", all'interno del padiglione 26 stand B10 della Fiera internazionale del libro per ragazzi di Bologna, e all'interno di Docet in uno spazio ancora da definire, troverete la ZOOlibri in buona compagnia: Città Aperta, Edizioni Corsare, Edizioni E/O, MC Editrice, Nuove Edizioni Romane, Orecchio Acerbo Editore, Sinnos Editrice, Editions du Dromadaire.
(...)
sull'iter della riforma della 180
Vita.it 16.4.04
Psichiatria: la riforma alla 180 procede, nonostante i no del governo
La pdl Burani-Naro (forse accorpata anche al testo dell'on.Lucchese) è uscita dal comitato ristretto della Affari Sociali. Anche se Sirchia e Guidi difendono l'integrità della 180
di Benedetta Verrini
Nonostante le fortissime recenti opposizioni del ministro Sirchia e del sottosegretario Guidi alla modifica della legge 180 sulla salute mentale, la proposta di riforma dell'on. Burani Procaccini va avanti per la sua strada. Secondo indiscrezioni non confermate, riportate dalla cooperativa Itaca di Pordenone, la nuova versione del testo in discussione alla Camera, accorperebbe le proposte di legge "Burani-Naro" e "Lucchese".
La proposta di legge è intanto uscita dal Comitato Ristretto ed è approdata alla sede referente della Commissione XII Affari sociali. Sarà di nuovo in discussione martedì 20 aprile.
"L'on. Burani Procaccini pare proprio non prendere nella pur minima considerazione non solo il no netto del sottosegretario alla salute Antonio Guidi, che ha ribadito giorni fa da Cernobbio che la "Burani-Naro" non è una proposta di legge appoggiata dal Governo" si legge in un comunicato di Itaca. "L'onorevole azzurra, di più, non sembra neppure tenere in debito conto l'opinione autorevole di un ministro della Repubblica Italiana, nella fattispecie il ministro alla Salute Girolamo Sirchia, il quale ha ribadito nelle scorse settimane il suo sostegno incondizionato alla legge 180".
Psichiatria: la riforma alla 180 procede, nonostante i no del governo
La pdl Burani-Naro (forse accorpata anche al testo dell'on.Lucchese) è uscita dal comitato ristretto della Affari Sociali. Anche se Sirchia e Guidi difendono l'integrità della 180
di Benedetta Verrini
Nonostante le fortissime recenti opposizioni del ministro Sirchia e del sottosegretario Guidi alla modifica della legge 180 sulla salute mentale, la proposta di riforma dell'on. Burani Procaccini va avanti per la sua strada. Secondo indiscrezioni non confermate, riportate dalla cooperativa Itaca di Pordenone, la nuova versione del testo in discussione alla Camera, accorperebbe le proposte di legge "Burani-Naro" e "Lucchese".
La proposta di legge è intanto uscita dal Comitato Ristretto ed è approdata alla sede referente della Commissione XII Affari sociali. Sarà di nuovo in discussione martedì 20 aprile.
"L'on. Burani Procaccini pare proprio non prendere nella pur minima considerazione non solo il no netto del sottosegretario alla salute Antonio Guidi, che ha ribadito giorni fa da Cernobbio che la "Burani-Naro" non è una proposta di legge appoggiata dal Governo" si legge in un comunicato di Itaca. "L'onorevole azzurra, di più, non sembra neppure tenere in debito conto l'opinione autorevole di un ministro della Repubblica Italiana, nella fattispecie il ministro alla Salute Girolamo Sirchia, il quale ha ribadito nelle scorse settimane il suo sostegno incondizionato alla legge 180".
Cina
Corriere della Sera 16.4.04
L’eccesso d’investimenti fa aumentare i rischi di surriscaldamento economico
Cina a passo di record La crescita sfiora il 10%
Prodi: serve maggiore rispetto delle regole commerciali
di G.R.
Le misure annunciate dal governo di Pechino per raffreddare la crescita non si fanno ancora sentire. Nel primo trimestre 2004 l’economia cinese ha continuato a correre a un ritmo molto superiore a quel più 7% che viene ritenuto «sostenibile»: fra gennaio e marzo il prodotto interno lordo è infatti aumentato addirittura del 9,7% rispetto allo stesso periodo del 2003. Gli investimento fissi sono cresciuti del 43% e di altrettanto le esportazioni. Le vendite al dettaglio sono salite dell’11,1%, la produzione industriale del 19,4%, la liquidità del sistema del 19,2%. Una serie di dati, quelli resi noti ieri da Pechino, che equivalgono a un segnale d’allarme. Il boom infinito rischia di provocare un surriscaldamento dell’economia che potrebbe sfociare in un crollo, con conseguenze destabilizzanti anche negli altri Paesi asiatici. Per ora gli effetti sui prezzi al dettaglio (più 2,8% nel primo trimestre, rispetto agli stessi tre mesi del 2003) appaiono limitati, ma quelli alla produzione hanno già toccato il 3,9% e promettono di accelerare. A preoccupare è soprattutto l’impressionante crescita degli investimenti. «Un ritmo troppo elevato», ha ammesso anche il portavoce dell’ufficio cinese di statistica, Zheng Jingping. Secondo Ben Simpfendorfer, analista di Jp Morgan, «la spesa per investimenti continuerà a crescere così rapidamente per i prossimi sei mesi, e più sale più si rischia una caduta dolorosa». Alcuni economisti vedono in prospettiva problemi di scarsità d’offerta, soprattutto di materie prime, energia, materiali per costruzioni. Dal canto suo, il governo ha ribadito che intende prendere «misure decise» per frenare la corsa economica, scoraggiare l’eccesso di liquidità ed elevare gli standard di sicurezza del credito bancario. «Di certo non basta usare la leva della politica monetaria - ha spiegato alla Bbc Joan Zheng, economista della Jp Morgan di Hong Kong -. Ad un certo punto sarà necessario usare la leva fiscale per riportare gli investimenti a un livello tollerabile».
E dall’esterno crescono anche le pressioni perché la Cina, proprio per frenare la sua crescita economica record, rivaluti lo yuan rispetto al dollaro. In questo senso si è espresso ieri anche il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, in visita a Shanghai. Prodi ha anche criticato il «mancato rispetto» da parte di Pechino di alcuni degli obblighi assunti con l’ingresso nella Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. «Le nuove regole introdotte sul mercato delle costruzioni, per esempio - ha spiegato - rendono quasi impossibile l’accesso alle nostre aziende».
Kataweb News
Pontedera, 15 apr 2004 - 14:46
Piaggio, accordo per 300.000 veicoli l'anno prodotti in Cina
I veicoli Piaggio verranno prodotti in Cina. Questo il risultato dell'accordo siglato oggi da Roberto Colaninno con il gruppo Zongshen. L'intesa prevede la produzione e la commercializzazione, a regime, di oltre 300 mila veicoli l'anno a tecnologia italiana pari a un valore di circa 280-200 milioni di fatturato. Piaggio e Zongshen parteciperanno con quote paritetiche del 45% la Piaggio Forshan Motorcycle, società costituita a suo tempo dal gruppo di Pontedera, con sede a Forshan nella provincia del Guandong. Il restante 10% sarà detenuto dal comune di Foshan.
Virgilio Notizie APCOM 15/04/2004 - 20:15
DIRITTI UMANI/ CINA EVITA PUBBLICA CENSURA DELLA COMMISSIONE ONU
Grazie al sostegno dei Paesi in via di sviluppo
Ginevra, 15 apr. (Ap) - La Cina ha schivato una pubblica censura per la repressione dei dissidenti e degli attivisti democratici da parte della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani.
Il governo di Pechino è riuscito a ottenere il sostegno dei Paesi in via di sviluppo e a utilizzare una mozione procedurale di "non azione" per bloccare una risoluzione della delegazione dell'Onu, formata da 53 nazioni. Per l'undicesima volta la Cina è ricorsa a questa tattica ed è riuscita a evitare un dibattito al meeting annuale della Commissione.
L'ambasciatore cinese Sha Zukang ha dichiarato che non ci sono motivi validi per isolare il suo Paese, che ha un'economia molto più in crescita rispetto ai suoi accusatori. "Per reagire alle loro delusioni e alla loro gelosia, gli Stati Uniti hanno proposto questa risoluzione anti-cinese", ha affermato Sha, "la Cina non è né l'inferno né il Paradiso, ma vive solo un processo teso alla costruzione di una società con standard accettabili di vita".
Secondo l'ambasciatore, gli Usa hanno attaccato Pechino nonostante abbiano loro per primi problemi in materia di diritti umani. Sha ha citato "la famosa brutalità della polizia, la pratica delle discriminazioni razziali e la strage dei civili iracheni".
copyright @ 2004 APCOM
L’eccesso d’investimenti fa aumentare i rischi di surriscaldamento economico
Cina a passo di record La crescita sfiora il 10%
Prodi: serve maggiore rispetto delle regole commerciali
di G.R.
Le misure annunciate dal governo di Pechino per raffreddare la crescita non si fanno ancora sentire. Nel primo trimestre 2004 l’economia cinese ha continuato a correre a un ritmo molto superiore a quel più 7% che viene ritenuto «sostenibile»: fra gennaio e marzo il prodotto interno lordo è infatti aumentato addirittura del 9,7% rispetto allo stesso periodo del 2003. Gli investimento fissi sono cresciuti del 43% e di altrettanto le esportazioni. Le vendite al dettaglio sono salite dell’11,1%, la produzione industriale del 19,4%, la liquidità del sistema del 19,2%. Una serie di dati, quelli resi noti ieri da Pechino, che equivalgono a un segnale d’allarme. Il boom infinito rischia di provocare un surriscaldamento dell’economia che potrebbe sfociare in un crollo, con conseguenze destabilizzanti anche negli altri Paesi asiatici. Per ora gli effetti sui prezzi al dettaglio (più 2,8% nel primo trimestre, rispetto agli stessi tre mesi del 2003) appaiono limitati, ma quelli alla produzione hanno già toccato il 3,9% e promettono di accelerare. A preoccupare è soprattutto l’impressionante crescita degli investimenti. «Un ritmo troppo elevato», ha ammesso anche il portavoce dell’ufficio cinese di statistica, Zheng Jingping. Secondo Ben Simpfendorfer, analista di Jp Morgan, «la spesa per investimenti continuerà a crescere così rapidamente per i prossimi sei mesi, e più sale più si rischia una caduta dolorosa». Alcuni economisti vedono in prospettiva problemi di scarsità d’offerta, soprattutto di materie prime, energia, materiali per costruzioni. Dal canto suo, il governo ha ribadito che intende prendere «misure decise» per frenare la corsa economica, scoraggiare l’eccesso di liquidità ed elevare gli standard di sicurezza del credito bancario. «Di certo non basta usare la leva della politica monetaria - ha spiegato alla Bbc Joan Zheng, economista della Jp Morgan di Hong Kong -. Ad un certo punto sarà necessario usare la leva fiscale per riportare gli investimenti a un livello tollerabile».
E dall’esterno crescono anche le pressioni perché la Cina, proprio per frenare la sua crescita economica record, rivaluti lo yuan rispetto al dollaro. In questo senso si è espresso ieri anche il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, in visita a Shanghai. Prodi ha anche criticato il «mancato rispetto» da parte di Pechino di alcuni degli obblighi assunti con l’ingresso nella Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. «Le nuove regole introdotte sul mercato delle costruzioni, per esempio - ha spiegato - rendono quasi impossibile l’accesso alle nostre aziende».
Kataweb News
Pontedera, 15 apr 2004 - 14:46
Piaggio, accordo per 300.000 veicoli l'anno prodotti in Cina
I veicoli Piaggio verranno prodotti in Cina. Questo il risultato dell'accordo siglato oggi da Roberto Colaninno con il gruppo Zongshen. L'intesa prevede la produzione e la commercializzazione, a regime, di oltre 300 mila veicoli l'anno a tecnologia italiana pari a un valore di circa 280-200 milioni di fatturato. Piaggio e Zongshen parteciperanno con quote paritetiche del 45% la Piaggio Forshan Motorcycle, società costituita a suo tempo dal gruppo di Pontedera, con sede a Forshan nella provincia del Guandong. Il restante 10% sarà detenuto dal comune di Foshan.
Virgilio Notizie APCOM 15/04/2004 - 20:15
DIRITTI UMANI/ CINA EVITA PUBBLICA CENSURA DELLA COMMISSIONE ONU
Grazie al sostegno dei Paesi in via di sviluppo
Ginevra, 15 apr. (Ap) - La Cina ha schivato una pubblica censura per la repressione dei dissidenti e degli attivisti democratici da parte della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani.
Il governo di Pechino è riuscito a ottenere il sostegno dei Paesi in via di sviluppo e a utilizzare una mozione procedurale di "non azione" per bloccare una risoluzione della delegazione dell'Onu, formata da 53 nazioni. Per l'undicesima volta la Cina è ricorsa a questa tattica ed è riuscita a evitare un dibattito al meeting annuale della Commissione.
L'ambasciatore cinese Sha Zukang ha dichiarato che non ci sono motivi validi per isolare il suo Paese, che ha un'economia molto più in crescita rispetto ai suoi accusatori. "Per reagire alle loro delusioni e alla loro gelosia, gli Stati Uniti hanno proposto questa risoluzione anti-cinese", ha affermato Sha, "la Cina non è né l'inferno né il Paradiso, ma vive solo un processo teso alla costruzione di una società con standard accettabili di vita".
Secondo l'ambasciatore, gli Usa hanno attaccato Pechino nonostante abbiano loro per primi problemi in materia di diritti umani. Sha ha citato "la famosa brutalità della polizia, la pratica delle discriminazioni razziali e la strage dei civili iracheni".
copyright @ 2004 APCOM
le scelte culturali di Repubblica
Oliver Sacks e il valore terapeutico della botanica...
Repubblica 16.4.04
IN MESSICO PER AMORE DELLE FELCI
Anticipiamo alcune pagine da "Diario di Oaxaca" del celebre neurologo
Un aspetto poco noto dello scienziato che ha il talento di un vero scrittore
La civiltà precolombiana distrutta dai conquistadores
Lo straordinario sistema di comunicazione degli Aztechi
Una riunione di appassionati che somigliava a quelle del secolo scorso
Esce oggi "Diario di Oaxaca" di (Feltrinelli/Traveller pagg. 141, euro 12,00) di cui anticipiamo alcuni brani
di OLIVER SACKS
Sono cresciuto negli anni Trenta a Londra, in una casa con un giardino pieno di felci. Mia madre le preferiva alle piante da fiore, e anche se avevamo rose rampicanti, gran parte delle aiuole era stata adibita alla coltivazione delle felci. Avevamo anche una veranda, sempre calda e umida, dove pendeva un´enorme felce barbuta (Polystichum plyblepharum) e dove prosperavano felci sottili e delicate o anche felci tropicali. La domenica, talvolta, mia madre, o una delle sue sorelle, anch´esse appassionate di botanica, mi portavano a Kew Gardens, e fu lì che vidi per la prima volta felci torreggianti, alte dai cinque ai dieci metri, avvolte da fronde, e riproduzioni delle forre hawaiiane o australiane. All´epoca quei posti mi sembravano i più belli che avessi mai visto.
Mia madre e le sue sorelle avevano ereditato l´amore per le felci dal padre, mio nonno, che era arrivato a Londra dalla Russia verso la metà dell´Ottocento, quando in Inghilterra impazzava ancora la pteridomania, la grande mania per le felci dell´epoca vittoriana. Moltissime case, compresa la loro, disponevano di terrari (Wardian cases) pieni delle più svariate specie di felci, talvolta rarissime. Questa moda era già passata intorno al 1870 (anche perché aveva portato all´estinzione di diverse specie), ma mio nonno aveva tenuto i suoi Wardian cases fino alla morte, avvenuta nel 1912.
Le felci mi affascinavano per la loro forma a spirale e per le loro caratteristiche vittoriane (che le facevano somigliare ai coprispalliera di trine e alle tende di merletti della nostra casa). Ma, ancora di più, mi intrigavano per la loro origine antica. Mia madre mi raccontava che il carbone che usavamo per riscaldare la casa era composto prevalentemente di felci compresse o altre piante primitive, e talvolta, rompendone un pezzo, si intravedevano le forme del fossile. Le felci erano sopravvissute, senza subire grandi cambiamenti, per oltre trecento milioni di anni. Altre creature, come i dinosauri, erano scomparse, ma le felci, all´apparenza così fragili e vulnerabili, erano scampate a tutte le vicissitudini, a tutte le estinzioni che la terra aveva conosciuto. Il mio senso di un mondo preistorico, di immensi archi temporali, era stato stimolato per la prima volta dalle felci e dai loro fossili. (...)
Dall´aereo si gode una vista incredibile del Popocatépetl, con il cratere ben visibile, circondato da una catena di picchi innevati. Mi chiedo perché le vette più basse siano ricoperte di neve, mentre il cono vulcanico, più elevato, non lo è; forse, mi dico, il calore che emana dal cono vulcanico, anche quando non è in eruzione, è sufficiente a sciogliere la neve. Circondato com´è da queste magiche, straordinarie vette, si capisce perché gli atzechi avessero stabilito lì, a duemilatrecento metri d´altitudine, la loro capitale, Tenochtitlan.
Il mio vicino (al suo secondo rum e coca, nel quale gli faccio compagnia) mi chiede il motivo del mio viaggio in Messico. Affari? Turismo? «Né l´uno né l´altro», gli rispondo, «una spedizione botanica alla ricerca delle felci». Sembra interessato, e mi parla del suo amore per le felci. «A quanto pare», aggiungo, «Oaxaca ha la più grande varietà di felci del Messico».
Il mio amico è lusingato. «Non vi limiterete alle sole felci, spero?». E incomincia a parlare con eloquenza e passione dell´epoca precolombiana: la straordinaria raffinatezza dei maya in matematica, architettura, astronomia; la scoperta dello zero, che compirono molto tempo prima dei greci; la ricchezza e il simbolismo della loro arte; e gli splendori della capitale, Tenochtitlan, che contava più di duecentomila abitanti. «Più di Londra e di Parigi, più di qualsiasi città dell´epoca, fatta eccezione, forse, per la capitale dell´impero cinese». Parla della forza e della prestanza dei suoi abitanti, racconta di come gli atleti corressero in staffetta per 400 chilometri, senza sosta, da Tenochtitlan al mare e ritorno, per assicurare ogni giorno il pesce fresco alla famiglia reale. Racconta dello straordinario sistema di comunicazione degli aztechi, secondo soltanto a quello degli inca, in Perù. Alcune delle loro conoscenze, alcune delle loro conquiste, continua, hanno un che di sovrumano, come fossero veramente stati figli del sole o esseri venuti da un altro pianeta.
«E poi», conclude in una visione dolorosa del passato che è forse comune a tutti i messicani, «e poi giunse Cortés, con il suo esercito di conquistadores, a portare non solo nuove armi, ma nuove malattie, sconosciute alle popolazioni indigene: vaiolo, tubercolosi, malattie veneree, persino l´innocuo raffreddore. C´erano quindici milioni di aztechi in Messico prima della Conquista, ma nel giro di cinquant´anni ne rimasero solo tre milioni, ridotti in stato di povertà, degrado e schiavitù. Molti trovarono la morte negli scontri armati, ma un numero ancora maggiore dovette soccombere, indifeso, alle malattie importate dal Vecchio Continente. Anche la religione e la cultura locale ne risultarono impoverite e indebolite, sostituite dalle tradizioni e dalla chiesa dei conquistadores. Ma da ciò derivò anche una miscela ricca e fertile, una combinazione genetica fisica e culturale al tempo stesso». Il mio vicino continua a parlare della «doppia natura» e della «doppia cultura» del Messico e dei messicani, la complessità, positiva e negativa, che deriva da questo duplice corso storico. E infine, mentre stiamo atterrando, mi parla delle strutture e delle istituzioni politiche, della loro corruzione e inefficienza, dell´estrema iniquità del sistema sociale di un paese che ha più multimiliardari di qualsiasi altra nazione, tranne gli Usa, ma anche il maggior numero di poveri che vivono in condizioni disperate.
Quando sbarchiamo dall´aereo nella città di Oaxaca, scorgo in attesa nella hall dell´aeroporto John e Carol Mickel, i miei amici del Giardino botanico di New York. John è esperto di felci del Nuovo Mondo, del Messico in particolare. Ha scoperto più di sessanta specie di felci nella sola provincia di Oaxaca, e ha descritto (insieme al suo giovane collega Joseph Beitel) le settecento e più specie della regione nel libro Ptedirophyte Flora of Oaxaca, Mexico. Sa trovare meglio di chiunque altro l´ubicazione talvolta segreta o variabile di ognuna di quelle specie. John è stato a Oaxaca moltissime altre volte dopo il suo primo viaggio, nel 1960, ed è lui che ha organizzato per noi questa spedizione.
Mentre la sua competenza specifica è la tassonomia, la capacità cioè di identificare e classificare le felci risalendo alla loro evoluzione e affinità evolutiva, egli è allo stesso tempo, come tutti i pteridologi, un esperto botanico ed ecologista, poiché non si possono studiare le felci in natura senza tener conto di come e dove crescono, del loro rapporto con le altre piante e gli animali, del loro habitat in generale. Carol, sua moglie, non è una botanica di professione, ma il suo entusiasmo, e i molti anni trascorsi con John, ne hanno fatto un´esperta al pari del marito.
Il mio primo incontro con John e Carol avvenne un sabato mattina del 1993. All´epoca vivevo nel Bronx, nei pressi del Giardino botanico di New York. Quel giorno stavo facendo quattro passi nei paraggi insieme al mio amico Andrew. Entrammo per caso nel vecchio edificio dove ha sede il museo e Andrew, che mi aveva sentito parlare più di una volta in toni entusiastici delle felci, notò un cartello che annunciava una riunione dell´American Fern Society per quel giorno stesso. Il fatto mi incuriosì (non ne avevo mai sentito parlare), così ci incamminammo per il labirinto di corridoi all´interno dell´edificio, finché al piano superiore trovammo la sala in cui si svolgeva l´incontro, cui partecipavano una quarantina di persone. Vi si respirava un´atmosfera vagamente retrò, quasi vittoriana. Si sarebbe potuto trattare benissimo di una riunione di appassionati di botanica degli anni Cinquanta o Settanta dell´Ottocento. John Mickel, appresi in seguito, era uno dei pochi professionisti del gruppo.
Andrew mi sussurrò all´orecchio: «Questo è il genere di persone che fa per te», e come al solito aveva ragione. Non c´era dubbio che fossero le persone giuste, e anche loro sembravano riconoscermi come un appassionato di felci.
Era un gruppo originale, eterogeneo. Si trattava in genere di anziani, pensionati, ma c´erano anche molti giovani sui vent´anni, alcuni dei quali lavoravano nelle serre o nelle sezioni di orticoltura del Giardino botanico. C´era anche qualche professionista, naturalisti o insegnanti; diverse casalinghe e addirittura un conducente di autobus. Alcuni abitavano in città, in appartamenti con vasi alle finestre; altri abitavano in campagna, in case con giardini o perfino serre. Era chiaro che la passione per le felci non teneva conto delle differenze sociali, ma poteva prendere chiunque, a qualsiasi età, e diventare parte essenziale della sua vita. Alcuni, avrei scoperto in seguito, facevano più di cento chilometri in auto per partecipare alle riunioni.
Mi capita spesso di partecipare a congressi di neurologia, ma la sensazione che provavo a quella riunione era totalmente diversa; si respirava un´aria di serena libertà e una mancanza di rivalità che non avevo mai riscontrato in un incontro professionale. Forse grazie a quest´atmosfera tranquilla e accogliente, al comune entusiasmo e alla passione per la botanica, forse perché non sentivo nessun obbligo professionale gravarmi sulle spalle, incominciai a frequentare quelle riunioni in modo regolare, ogni mese. Prima di quell´esperienza non avevo mai fatto parte in modo convinto di nessun gruppo o associazione; ora aspettavo con ansia il primo sabato del mese. Dovevo essere all´estero o veramente malato, per mancare all´appuntamento mensile con l´American Fern Society.
Copyright: Feltrinelli editore Aprile 2004
IN MESSICO PER AMORE DELLE FELCI
Anticipiamo alcune pagine da "Diario di Oaxaca" del celebre neurologo
Un aspetto poco noto dello scienziato che ha il talento di un vero scrittore
La civiltà precolombiana distrutta dai conquistadores
Lo straordinario sistema di comunicazione degli Aztechi
Una riunione di appassionati che somigliava a quelle del secolo scorso
Esce oggi "Diario di Oaxaca" di (Feltrinelli/Traveller pagg. 141, euro 12,00) di cui anticipiamo alcuni brani
di OLIVER SACKS
Sono cresciuto negli anni Trenta a Londra, in una casa con un giardino pieno di felci. Mia madre le preferiva alle piante da fiore, e anche se avevamo rose rampicanti, gran parte delle aiuole era stata adibita alla coltivazione delle felci. Avevamo anche una veranda, sempre calda e umida, dove pendeva un´enorme felce barbuta (Polystichum plyblepharum) e dove prosperavano felci sottili e delicate o anche felci tropicali. La domenica, talvolta, mia madre, o una delle sue sorelle, anch´esse appassionate di botanica, mi portavano a Kew Gardens, e fu lì che vidi per la prima volta felci torreggianti, alte dai cinque ai dieci metri, avvolte da fronde, e riproduzioni delle forre hawaiiane o australiane. All´epoca quei posti mi sembravano i più belli che avessi mai visto.
Mia madre e le sue sorelle avevano ereditato l´amore per le felci dal padre, mio nonno, che era arrivato a Londra dalla Russia verso la metà dell´Ottocento, quando in Inghilterra impazzava ancora la pteridomania, la grande mania per le felci dell´epoca vittoriana. Moltissime case, compresa la loro, disponevano di terrari (Wardian cases) pieni delle più svariate specie di felci, talvolta rarissime. Questa moda era già passata intorno al 1870 (anche perché aveva portato all´estinzione di diverse specie), ma mio nonno aveva tenuto i suoi Wardian cases fino alla morte, avvenuta nel 1912.
Le felci mi affascinavano per la loro forma a spirale e per le loro caratteristiche vittoriane (che le facevano somigliare ai coprispalliera di trine e alle tende di merletti della nostra casa). Ma, ancora di più, mi intrigavano per la loro origine antica. Mia madre mi raccontava che il carbone che usavamo per riscaldare la casa era composto prevalentemente di felci compresse o altre piante primitive, e talvolta, rompendone un pezzo, si intravedevano le forme del fossile. Le felci erano sopravvissute, senza subire grandi cambiamenti, per oltre trecento milioni di anni. Altre creature, come i dinosauri, erano scomparse, ma le felci, all´apparenza così fragili e vulnerabili, erano scampate a tutte le vicissitudini, a tutte le estinzioni che la terra aveva conosciuto. Il mio senso di un mondo preistorico, di immensi archi temporali, era stato stimolato per la prima volta dalle felci e dai loro fossili. (...)
Dall´aereo si gode una vista incredibile del Popocatépetl, con il cratere ben visibile, circondato da una catena di picchi innevati. Mi chiedo perché le vette più basse siano ricoperte di neve, mentre il cono vulcanico, più elevato, non lo è; forse, mi dico, il calore che emana dal cono vulcanico, anche quando non è in eruzione, è sufficiente a sciogliere la neve. Circondato com´è da queste magiche, straordinarie vette, si capisce perché gli atzechi avessero stabilito lì, a duemilatrecento metri d´altitudine, la loro capitale, Tenochtitlan.
Il mio vicino (al suo secondo rum e coca, nel quale gli faccio compagnia) mi chiede il motivo del mio viaggio in Messico. Affari? Turismo? «Né l´uno né l´altro», gli rispondo, «una spedizione botanica alla ricerca delle felci». Sembra interessato, e mi parla del suo amore per le felci. «A quanto pare», aggiungo, «Oaxaca ha la più grande varietà di felci del Messico».
Il mio amico è lusingato. «Non vi limiterete alle sole felci, spero?». E incomincia a parlare con eloquenza e passione dell´epoca precolombiana: la straordinaria raffinatezza dei maya in matematica, architettura, astronomia; la scoperta dello zero, che compirono molto tempo prima dei greci; la ricchezza e il simbolismo della loro arte; e gli splendori della capitale, Tenochtitlan, che contava più di duecentomila abitanti. «Più di Londra e di Parigi, più di qualsiasi città dell´epoca, fatta eccezione, forse, per la capitale dell´impero cinese». Parla della forza e della prestanza dei suoi abitanti, racconta di come gli atleti corressero in staffetta per 400 chilometri, senza sosta, da Tenochtitlan al mare e ritorno, per assicurare ogni giorno il pesce fresco alla famiglia reale. Racconta dello straordinario sistema di comunicazione degli aztechi, secondo soltanto a quello degli inca, in Perù. Alcune delle loro conoscenze, alcune delle loro conquiste, continua, hanno un che di sovrumano, come fossero veramente stati figli del sole o esseri venuti da un altro pianeta.
«E poi», conclude in una visione dolorosa del passato che è forse comune a tutti i messicani, «e poi giunse Cortés, con il suo esercito di conquistadores, a portare non solo nuove armi, ma nuove malattie, sconosciute alle popolazioni indigene: vaiolo, tubercolosi, malattie veneree, persino l´innocuo raffreddore. C´erano quindici milioni di aztechi in Messico prima della Conquista, ma nel giro di cinquant´anni ne rimasero solo tre milioni, ridotti in stato di povertà, degrado e schiavitù. Molti trovarono la morte negli scontri armati, ma un numero ancora maggiore dovette soccombere, indifeso, alle malattie importate dal Vecchio Continente. Anche la religione e la cultura locale ne risultarono impoverite e indebolite, sostituite dalle tradizioni e dalla chiesa dei conquistadores. Ma da ciò derivò anche una miscela ricca e fertile, una combinazione genetica fisica e culturale al tempo stesso». Il mio vicino continua a parlare della «doppia natura» e della «doppia cultura» del Messico e dei messicani, la complessità, positiva e negativa, che deriva da questo duplice corso storico. E infine, mentre stiamo atterrando, mi parla delle strutture e delle istituzioni politiche, della loro corruzione e inefficienza, dell´estrema iniquità del sistema sociale di un paese che ha più multimiliardari di qualsiasi altra nazione, tranne gli Usa, ma anche il maggior numero di poveri che vivono in condizioni disperate.
Quando sbarchiamo dall´aereo nella città di Oaxaca, scorgo in attesa nella hall dell´aeroporto John e Carol Mickel, i miei amici del Giardino botanico di New York. John è esperto di felci del Nuovo Mondo, del Messico in particolare. Ha scoperto più di sessanta specie di felci nella sola provincia di Oaxaca, e ha descritto (insieme al suo giovane collega Joseph Beitel) le settecento e più specie della regione nel libro Ptedirophyte Flora of Oaxaca, Mexico. Sa trovare meglio di chiunque altro l´ubicazione talvolta segreta o variabile di ognuna di quelle specie. John è stato a Oaxaca moltissime altre volte dopo il suo primo viaggio, nel 1960, ed è lui che ha organizzato per noi questa spedizione.
Mentre la sua competenza specifica è la tassonomia, la capacità cioè di identificare e classificare le felci risalendo alla loro evoluzione e affinità evolutiva, egli è allo stesso tempo, come tutti i pteridologi, un esperto botanico ed ecologista, poiché non si possono studiare le felci in natura senza tener conto di come e dove crescono, del loro rapporto con le altre piante e gli animali, del loro habitat in generale. Carol, sua moglie, non è una botanica di professione, ma il suo entusiasmo, e i molti anni trascorsi con John, ne hanno fatto un´esperta al pari del marito.
Il mio primo incontro con John e Carol avvenne un sabato mattina del 1993. All´epoca vivevo nel Bronx, nei pressi del Giardino botanico di New York. Quel giorno stavo facendo quattro passi nei paraggi insieme al mio amico Andrew. Entrammo per caso nel vecchio edificio dove ha sede il museo e Andrew, che mi aveva sentito parlare più di una volta in toni entusiastici delle felci, notò un cartello che annunciava una riunione dell´American Fern Society per quel giorno stesso. Il fatto mi incuriosì (non ne avevo mai sentito parlare), così ci incamminammo per il labirinto di corridoi all´interno dell´edificio, finché al piano superiore trovammo la sala in cui si svolgeva l´incontro, cui partecipavano una quarantina di persone. Vi si respirava un´atmosfera vagamente retrò, quasi vittoriana. Si sarebbe potuto trattare benissimo di una riunione di appassionati di botanica degli anni Cinquanta o Settanta dell´Ottocento. John Mickel, appresi in seguito, era uno dei pochi professionisti del gruppo.
Andrew mi sussurrò all´orecchio: «Questo è il genere di persone che fa per te», e come al solito aveva ragione. Non c´era dubbio che fossero le persone giuste, e anche loro sembravano riconoscermi come un appassionato di felci.
Era un gruppo originale, eterogeneo. Si trattava in genere di anziani, pensionati, ma c´erano anche molti giovani sui vent´anni, alcuni dei quali lavoravano nelle serre o nelle sezioni di orticoltura del Giardino botanico. C´era anche qualche professionista, naturalisti o insegnanti; diverse casalinghe e addirittura un conducente di autobus. Alcuni abitavano in città, in appartamenti con vasi alle finestre; altri abitavano in campagna, in case con giardini o perfino serre. Era chiaro che la passione per le felci non teneva conto delle differenze sociali, ma poteva prendere chiunque, a qualsiasi età, e diventare parte essenziale della sua vita. Alcuni, avrei scoperto in seguito, facevano più di cento chilometri in auto per partecipare alle riunioni.
Mi capita spesso di partecipare a congressi di neurologia, ma la sensazione che provavo a quella riunione era totalmente diversa; si respirava un´aria di serena libertà e una mancanza di rivalità che non avevo mai riscontrato in un incontro professionale. Forse grazie a quest´atmosfera tranquilla e accogliente, al comune entusiasmo e alla passione per la botanica, forse perché non sentivo nessun obbligo professionale gravarmi sulle spalle, incominciai a frequentare quelle riunioni in modo regolare, ogni mese. Prima di quell´esperienza non avevo mai fatto parte in modo convinto di nessun gruppo o associazione; ora aspettavo con ansia il primo sabato del mese. Dovevo essere all´estero o veramente malato, per mancare all´appuntamento mensile con l´American Fern Society.
Copyright: Feltrinelli editore Aprile 2004
farmaci antidepressivi in età pediatrica
Yahoo Notizie Giovedì 15 Aprile 2004, 20:52
Pediatria - Depressione in età pediatrica, gli errori degli studi clinici
Di PediatriaOnline.net
Ricercatori australiani hanno valutato la sicurezza e la tollerabilità dei farmaci antidepressivi nel trattamento della depressione nei pazienti in età pediatrica.
Sono stati esaminati 6 studi clinici, controllati e randomizzati. Il limite di questi studi era rappresentato dalla brevità del periodo di osservazione (follow-up) e dal relativamente basso numero di pazienti trattati.
Dei 93 pazienti in trattamento con Paroxetina, 11 (11,8%) hanno presentato gravi effetti indesiderati contro solo il 2,3% (2/87) del gruppo placebo. Tuttavia, nonostante questi risultati, gli Autori dello studio, Keller et al, hanno concluso:
“La Paroxetina è risultata generalmente ben tollerata in questa popolazione di adolescenti, e la maggior parte delle reazioni avverse non sono risultate gravi.”
Sette giovani sono stati ricoverati in ospedale mentre stavano assumendo Paroxetina.
Dei 189 pazienti con Sertralina, il 9% (17) ha interrotto lo studio a causa del presentarsi di reazioni avverse contro solo il 3% (5/184) del gruppo placebo.
Non sono stati pubblicati i dettagli di queste reazioni avverse. Nonostante questi dati, gli Autori dello studio Wagner et al, hanno concluso:
“La Sertralina rappresenta un efficace, sicuro e ben tollerato trattamento di breve termine per bambini ed adolescenti.”
(BMJ 2004 Xagena)
Pediatria - Depressione in età pediatrica, gli errori degli studi clinici
Di PediatriaOnline.net
Ricercatori australiani hanno valutato la sicurezza e la tollerabilità dei farmaci antidepressivi nel trattamento della depressione nei pazienti in età pediatrica.
Sono stati esaminati 6 studi clinici, controllati e randomizzati. Il limite di questi studi era rappresentato dalla brevità del periodo di osservazione (follow-up) e dal relativamente basso numero di pazienti trattati.
Dei 93 pazienti in trattamento con Paroxetina, 11 (11,8%) hanno presentato gravi effetti indesiderati contro solo il 2,3% (2/87) del gruppo placebo. Tuttavia, nonostante questi risultati, gli Autori dello studio, Keller et al, hanno concluso:
“La Paroxetina è risultata generalmente ben tollerata in questa popolazione di adolescenti, e la maggior parte delle reazioni avverse non sono risultate gravi.”
Sette giovani sono stati ricoverati in ospedale mentre stavano assumendo Paroxetina.
Dei 189 pazienti con Sertralina, il 9% (17) ha interrotto lo studio a causa del presentarsi di reazioni avverse contro solo il 3% (5/184) del gruppo placebo.
Non sono stati pubblicati i dettagli di queste reazioni avverse. Nonostante questi dati, gli Autori dello studio Wagner et al, hanno concluso:
“La Sertralina rappresenta un efficace, sicuro e ben tollerato trattamento di breve termine per bambini ed adolescenti.”
(BMJ 2004 Xagena)
lo stress
Libertà 16.4.04
Lo stress, uno stimolo necessario ad affrontare la vita, ma se resta a piccole dosi
Il delicato equilibrio della sfera psichica
di Rosanna Cesena
Lo stress, di per sé, non è una malattia; anzi preso a piccole dosi è uno stimolo necessario alla vita; esiste però un limite di resistenza, strettamente individuale, oltrepassato il quale esso diventa nocivo. Spesso si associa lo stress all'esaurimento delle energie, all'affaticamento mentale e fisico, all'ansia, a volte, addirittura come causa primaria di molte malattie e disfunzioni, considerandolo un elemento esclusivamente negativo, dimenticando che esso può assumere un ruolo fondamentale per la creazione e lo sviluppo di idee e progetti nuovi. Lo stress rappresenta anche una componente normale e necessaria della nostra esistenza che può trasformarsi in energia creativa e produrre effetti positivi. Invece, come stato di tensione, lo stress può facilmente sfuggire al nostro controllo, disturbare il nostro equilibrio, trasformandosi in un fattore negativo e pericoloso. L'equilibrio della sfera psichica degli esseri umani è stato paragonato a quello dinamico della fisica; gli stati d'ansia si susseguono agli stati di calma interiore, all'agitazione può seguire l'apatia, all'eccitazione momenti di depressione, in una continua oscillazione rispetto alla condizione ideale ed impossibile di equilibrio statico. Oggi, viviamo in una società che ci impone spesso di mantenere comportamenti controllati e che crea uno stato di conflitto interiore a volte incontrollabile. In queste situazioni diventa difficile gestire e mantenere il proprio equilibrio psicofisico, tanto da provocare ferite emotive e conseguenze dannose per il nostro organismo. L'equilibrio, in sintesi, è una vera e propria arte vitale, difficile da mantenere: equilibrio psichico e fisico sono strettamente interconnessi e qualunque deterioramento di uno si ripercuote, marcatamente sull'altro (mens sana in corpore sano). Si devono al ricercatore canadese Hans Selye le prime sistematiche descrizioni degli eventi stressanti. Occorre, quindi, distinguere lo stress fisiologico (eustress), funzionale all'incremento della capacità di adattamento del soggetto di fronte a mutamenti ambientali, da uno stress patologico (distress) che provoca l'annientamento dell'individuo, il quale, soccombe al mutamento. Lo stress fisiologico attiva una risposta facilmente reversibile e non quantitativamente eccessiva, mentre quello patologico, viceversa, induce una risposta irreversibile, in quanto sproporzionata e troppo prolungata nel tempo rispetto alle effettive risorse dell'organismo atte a sostenerlo. Selye dimostrò che qualunque stressor, cioè il fattore che induce stress, attiva una risposta fisiologica ben determinata, stereotipata e costante, di tipo neuroendocrino e si traduce nella pronta attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che comporta rilascio di ormoni che collaborano con il sistema nervoso simpatico allo scopo di stimolare l'organismo. Quando la stimolazione simpatica non è sufficiente, intervengono le surrenali. Il doppio meccanismo costituisce un fattore di sicurezza e sostituzione reciproca. Le surrenali, quindi, hanno il compito di riequilibrare lo sforzo continuo che il corpo esercita per adattarsi alle situazioni più svariate (stanchezza, superlavoro, stress emozionali o sentimentali, infezioni o malattie in genere). Di conseguenza, si inducono importanti modificazioni nei processi metabolici che portano all'aumento della glicemia, della gittata e frequenza cardiaca e del flusso venoso e tali effetti sono mediati da alfa o beta recettori. A seguito di uno stressor (fame, sete, freddo, scossa elettrica, paura, rumore, rabbia, dolore, intenso lavoro fisico e psichico ecc.), l'organismo reagisce per poter avere a disposizione una ingente quantità di energia a breve termine. Selye definì questa prima risposta come "fase di allarme". Se il fattore persiste, l'organismo entra nella "fase di adattamento", nella quale si produce il massimo sforzo in termini di attivazione neuroendocrina per far fronte alla rottura dell'equilibrio che l'evento stressante ha comportato. Se lo stato di equilibrio non si ricompone e quindi l'adattamento non si verifica, l'organismo soccombe; questa fase è detta "di esaurimento". Nelle situazioni di emergenza (emorragie, ipotermia, ipoglicemia, ipossia, ustioni o sforzo fisico intenso e protratto) si verifica un aumento della liberazione di catecolamine; la midollare surrenale è attivata particolarmente nelle condizioni di stress emozionali e la secrezione aumenta anche oltre 10 volte il lavoro a riposo.
Lo stress, uno stimolo necessario ad affrontare la vita, ma se resta a piccole dosi
Il delicato equilibrio della sfera psichica
di Rosanna Cesena
Lo stress, di per sé, non è una malattia; anzi preso a piccole dosi è uno stimolo necessario alla vita; esiste però un limite di resistenza, strettamente individuale, oltrepassato il quale esso diventa nocivo. Spesso si associa lo stress all'esaurimento delle energie, all'affaticamento mentale e fisico, all'ansia, a volte, addirittura come causa primaria di molte malattie e disfunzioni, considerandolo un elemento esclusivamente negativo, dimenticando che esso può assumere un ruolo fondamentale per la creazione e lo sviluppo di idee e progetti nuovi. Lo stress rappresenta anche una componente normale e necessaria della nostra esistenza che può trasformarsi in energia creativa e produrre effetti positivi. Invece, come stato di tensione, lo stress può facilmente sfuggire al nostro controllo, disturbare il nostro equilibrio, trasformandosi in un fattore negativo e pericoloso. L'equilibrio della sfera psichica degli esseri umani è stato paragonato a quello dinamico della fisica; gli stati d'ansia si susseguono agli stati di calma interiore, all'agitazione può seguire l'apatia, all'eccitazione momenti di depressione, in una continua oscillazione rispetto alla condizione ideale ed impossibile di equilibrio statico. Oggi, viviamo in una società che ci impone spesso di mantenere comportamenti controllati e che crea uno stato di conflitto interiore a volte incontrollabile. In queste situazioni diventa difficile gestire e mantenere il proprio equilibrio psicofisico, tanto da provocare ferite emotive e conseguenze dannose per il nostro organismo. L'equilibrio, in sintesi, è una vera e propria arte vitale, difficile da mantenere: equilibrio psichico e fisico sono strettamente interconnessi e qualunque deterioramento di uno si ripercuote, marcatamente sull'altro (mens sana in corpore sano). Si devono al ricercatore canadese Hans Selye le prime sistematiche descrizioni degli eventi stressanti. Occorre, quindi, distinguere lo stress fisiologico (eustress), funzionale all'incremento della capacità di adattamento del soggetto di fronte a mutamenti ambientali, da uno stress patologico (distress) che provoca l'annientamento dell'individuo, il quale, soccombe al mutamento. Lo stress fisiologico attiva una risposta facilmente reversibile e non quantitativamente eccessiva, mentre quello patologico, viceversa, induce una risposta irreversibile, in quanto sproporzionata e troppo prolungata nel tempo rispetto alle effettive risorse dell'organismo atte a sostenerlo. Selye dimostrò che qualunque stressor, cioè il fattore che induce stress, attiva una risposta fisiologica ben determinata, stereotipata e costante, di tipo neuroendocrino e si traduce nella pronta attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che comporta rilascio di ormoni che collaborano con il sistema nervoso simpatico allo scopo di stimolare l'organismo. Quando la stimolazione simpatica non è sufficiente, intervengono le surrenali. Il doppio meccanismo costituisce un fattore di sicurezza e sostituzione reciproca. Le surrenali, quindi, hanno il compito di riequilibrare lo sforzo continuo che il corpo esercita per adattarsi alle situazioni più svariate (stanchezza, superlavoro, stress emozionali o sentimentali, infezioni o malattie in genere). Di conseguenza, si inducono importanti modificazioni nei processi metabolici che portano all'aumento della glicemia, della gittata e frequenza cardiaca e del flusso venoso e tali effetti sono mediati da alfa o beta recettori. A seguito di uno stressor (fame, sete, freddo, scossa elettrica, paura, rumore, rabbia, dolore, intenso lavoro fisico e psichico ecc.), l'organismo reagisce per poter avere a disposizione una ingente quantità di energia a breve termine. Selye definì questa prima risposta come "fase di allarme". Se il fattore persiste, l'organismo entra nella "fase di adattamento", nella quale si produce il massimo sforzo in termini di attivazione neuroendocrina per far fronte alla rottura dell'equilibrio che l'evento stressante ha comportato. Se lo stato di equilibrio non si ricompone e quindi l'adattamento non si verifica, l'organismo soccombe; questa fase è detta "di esaurimento". Nelle situazioni di emergenza (emorragie, ipotermia, ipoglicemia, ipossia, ustioni o sforzo fisico intenso e protratto) si verifica un aumento della liberazione di catecolamine; la midollare surrenale è attivata particolarmente nelle condizioni di stress emozionali e la secrezione aumenta anche oltre 10 volte il lavoro a riposo.
giovedì 15 aprile 2004
la trasmissione di INSIDER
con ANNELORE HOMBERG
con ANNELORE HOMBERG
VENERDI 9 APRILE DALLE ORE 19.30
con ospite in studio la psichiatra e psicoterapeuta
ANNELORE HOMBERG
è disponibile
con il titolo "La storia della piccola Maria"
al seguente indirizzo: www.nessuno.tv/site/it/insider/archivio_puntate3.asp
due articoli di Simona Maggiorelli:
gli Aztechi e Alighiero Boetti
Europa 10 aprile 2004
Gli Aztechi in mostra a Palazzo Ruspoli a Roma
di Simona Maggiorelli
La religione, la scienza , la scrittura, come strumento divino nelle mani di pochi. Ingegnose architetture urbane e possenti immagini di templi sugli altopiani del Messico centrale. Nell’arte azteca il segno di una natura sovrastante e incontrastabile che ha potere assoluto di vita e di morte sugli esseri umani. Un potere che il popolo azteco cercava di mitigare attraverso continue offerte di statue votive e riti apotropaici. Ma è anche vero che nel percorso della mostra romana s’incontra la rotonda bellezza di statue della fertilità e la morbidezza di conchiglie scolpite nella dura pietra. Colpisce che l’esaltazione della vita e della bellezza in terracotte policrome sia sempre accompagnata dall’immagine di coltelli di ossidiana per disumani sacrifici di prigionieri. Ossa incise e dipinte, di uomini, donne, fatti prigionieri e sacrificati. E l’assoluto orrore di occhi spalancati e fissi su un orizzonte misterioso e oltremondano. Uno sguardo atterrito che promana ininterrotto dalle monumentali statue in pietra disseminate nelle sette sezioni di Palazzo Ruspoli a Roma dove, fino al 18 luglio è allestita la mostra I tesori degli Aztechi. Una rassegna , curata dal direttore del Museo Nacional de Antropologìa di Città del Messico Felipe Olguìn con Carla Alfano, che riunisce nel palazzo romano della Fondazione Memmo 350 reperti provenienti dal museo di Città del Messico e dal sito archeologico del Templo Mayor, la più grande piramide della capitale azteca, Tenochtitlan ( “luogo del fico d’india, dai frutti abbondanti che sorgono su una pietra”) rasa al suolo nel giro di tre mesi dai conquistadores spagnoli nel 1521. Un tempio scoperto alla fine degli anni ’70, sotto un quartiere popolare di città del Messico, e da cui provengono una quarantina di pezzi- statue, oggetti sacri, calendari, codici scolpiti- scampati alla devastazione degli uomini di Cortès e ai successivi roghi dei missionari; reperti di recente riportati alla luce grazie a una serie di nuove campagne di scavi. Frammenti di una civiltà azteca, che fino al XVI secolo era rimasta chiusa, senza scambi con popoli di diversa cultura. Una cultura che la mostra romana ci racconta rimasta intonsa, fedele a se stessa, con sviluppo quasi circolare dello stesso stile artistico attraverso i due secoli di vita e di storia degli Aztechi, dal 1300 al secondo decennio del 1500, quando, nonostante una lunga tradizione militare e la fama di popolo sanguinario che aveva sottomesso gran parte delle altre popolazioni autoctone, furono rapidamente sterminati dalle armi e dalle malattie virali portate dagli europei.
Europa 10.4.04
La retrospettiva di Alighiero Boetti a Bergamo
di Simona Maggiorelli
Con la sua riflessione sul dialogo e sulla complessità del rapporto con altro, con la sua appassionata esplorazione delle culture diverse da quella del logos occidentale, l’opera di Alighiero Boetti, si presenta oggi con una forza di straordinaria attualità. A dieci anni dalla sua scomparsa la Galleria di Arte Contemporanea di Bergamo gli dedica una personale composta da un centinaio di opere, alcune delle quali inedite. Quasi tutto, s’intitola la rassegna, aperta fino al 18 luglio. Una retrospettiva che il direttore della Galleria bergamasca, Giacinto Di Pietrantonio, ha voluto ordinata cronologicamente, per ripercorrere e poter seguire passo dopo passo l’evoluzione dell’artista nell’arco di trent’anni, dall’arte povera degli anni 60 fino alle sperimentazioni degli anni 90. Al centro, il tema del superamento dei confini e il ruolo della comunicazione nella civiltà della riproduzione di massa, a cui Boetti opponeva l’utilizzo di tecniche artistiche sempre nuove e cangianti, tanto da far pensare di trovarsi davanti alle realizzazioni di artisti diversi. Così ecco i giochi di grafismi, le esplosioni di colore, ma anche gli inediti incontri fra pittura e video, scultura e installazione, che anticipavano già negli anni 80 quello che sarebbe stato poi il boom dell’interdisciplinarità e della multimedialità del decennio successivo. Fulcro della retrospettiva e, in parte anche origine del titolo della mostra, una serie di arazzi colorati, densi di immagini, intitolati semplicemente Tutto e commissionati ad artigiani afgani durante il lungo periodo in cui Boetti visse in Afghanistan. E poi grandi opere a parete, che tentano di rendere l’emozione del volo e la scoperta di paesaggi sterminati, opere di grande libertà e leggerezza. Accanto ai disegni dei primi anni sessanta e ai primi esperimenti con materiali industriali di recupero - da Zig Zag e Mimetico a Niente da vedere, niente da nascondere del 1969 che esplorano la serialità delle forme, l’ordine, il disordine, il rapporto fra intero e frammento - fino al Fregio della Biennale di Venezia del 1990 , alle intense esplorazioni del colore di opere come Storia naturale della moltiplicazione, Cimento dell'armonia e dell'invenzione, preziosi arazzi come mappe e testi ricamati, ma anche grandi lavori tracciati a biro, e in tecniche miste su carta, con lettere. Alla forma classica di un dizionario, si rifà il catalogo della mostra, organizzato per lemmi e voci (in totale 52), redatte da critici come Angela Vattese e il direttore della Biennale Francesco Bonami, ma anche da antropologi come Marc Augé studioso dei non luoghi e poeti come Nanni Balestrini. Da settembre prossimo fino a fine anno, la mostra sarà alla Fondazione Proa di Buenos Aires.
Gli Aztechi in mostra a Palazzo Ruspoli a Roma
di Simona Maggiorelli
La religione, la scienza , la scrittura, come strumento divino nelle mani di pochi. Ingegnose architetture urbane e possenti immagini di templi sugli altopiani del Messico centrale. Nell’arte azteca il segno di una natura sovrastante e incontrastabile che ha potere assoluto di vita e di morte sugli esseri umani. Un potere che il popolo azteco cercava di mitigare attraverso continue offerte di statue votive e riti apotropaici. Ma è anche vero che nel percorso della mostra romana s’incontra la rotonda bellezza di statue della fertilità e la morbidezza di conchiglie scolpite nella dura pietra. Colpisce che l’esaltazione della vita e della bellezza in terracotte policrome sia sempre accompagnata dall’immagine di coltelli di ossidiana per disumani sacrifici di prigionieri. Ossa incise e dipinte, di uomini, donne, fatti prigionieri e sacrificati. E l’assoluto orrore di occhi spalancati e fissi su un orizzonte misterioso e oltremondano. Uno sguardo atterrito che promana ininterrotto dalle monumentali statue in pietra disseminate nelle sette sezioni di Palazzo Ruspoli a Roma dove, fino al 18 luglio è allestita la mostra I tesori degli Aztechi. Una rassegna , curata dal direttore del Museo Nacional de Antropologìa di Città del Messico Felipe Olguìn con Carla Alfano, che riunisce nel palazzo romano della Fondazione Memmo 350 reperti provenienti dal museo di Città del Messico e dal sito archeologico del Templo Mayor, la più grande piramide della capitale azteca, Tenochtitlan ( “luogo del fico d’india, dai frutti abbondanti che sorgono su una pietra”) rasa al suolo nel giro di tre mesi dai conquistadores spagnoli nel 1521. Un tempio scoperto alla fine degli anni ’70, sotto un quartiere popolare di città del Messico, e da cui provengono una quarantina di pezzi- statue, oggetti sacri, calendari, codici scolpiti- scampati alla devastazione degli uomini di Cortès e ai successivi roghi dei missionari; reperti di recente riportati alla luce grazie a una serie di nuove campagne di scavi. Frammenti di una civiltà azteca, che fino al XVI secolo era rimasta chiusa, senza scambi con popoli di diversa cultura. Una cultura che la mostra romana ci racconta rimasta intonsa, fedele a se stessa, con sviluppo quasi circolare dello stesso stile artistico attraverso i due secoli di vita e di storia degli Aztechi, dal 1300 al secondo decennio del 1500, quando, nonostante una lunga tradizione militare e la fama di popolo sanguinario che aveva sottomesso gran parte delle altre popolazioni autoctone, furono rapidamente sterminati dalle armi e dalle malattie virali portate dagli europei.
Europa 10.4.04
La retrospettiva di Alighiero Boetti a Bergamo
di Simona Maggiorelli
Con la sua riflessione sul dialogo e sulla complessità del rapporto con altro, con la sua appassionata esplorazione delle culture diverse da quella del logos occidentale, l’opera di Alighiero Boetti, si presenta oggi con una forza di straordinaria attualità. A dieci anni dalla sua scomparsa la Galleria di Arte Contemporanea di Bergamo gli dedica una personale composta da un centinaio di opere, alcune delle quali inedite. Quasi tutto, s’intitola la rassegna, aperta fino al 18 luglio. Una retrospettiva che il direttore della Galleria bergamasca, Giacinto Di Pietrantonio, ha voluto ordinata cronologicamente, per ripercorrere e poter seguire passo dopo passo l’evoluzione dell’artista nell’arco di trent’anni, dall’arte povera degli anni 60 fino alle sperimentazioni degli anni 90. Al centro, il tema del superamento dei confini e il ruolo della comunicazione nella civiltà della riproduzione di massa, a cui Boetti opponeva l’utilizzo di tecniche artistiche sempre nuove e cangianti, tanto da far pensare di trovarsi davanti alle realizzazioni di artisti diversi. Così ecco i giochi di grafismi, le esplosioni di colore, ma anche gli inediti incontri fra pittura e video, scultura e installazione, che anticipavano già negli anni 80 quello che sarebbe stato poi il boom dell’interdisciplinarità e della multimedialità del decennio successivo. Fulcro della retrospettiva e, in parte anche origine del titolo della mostra, una serie di arazzi colorati, densi di immagini, intitolati semplicemente Tutto e commissionati ad artigiani afgani durante il lungo periodo in cui Boetti visse in Afghanistan. E poi grandi opere a parete, che tentano di rendere l’emozione del volo e la scoperta di paesaggi sterminati, opere di grande libertà e leggerezza. Accanto ai disegni dei primi anni sessanta e ai primi esperimenti con materiali industriali di recupero - da Zig Zag e Mimetico a Niente da vedere, niente da nascondere del 1969 che esplorano la serialità delle forme, l’ordine, il disordine, il rapporto fra intero e frammento - fino al Fregio della Biennale di Venezia del 1990 , alle intense esplorazioni del colore di opere come Storia naturale della moltiplicazione, Cimento dell'armonia e dell'invenzione, preziosi arazzi come mappe e testi ricamati, ma anche grandi lavori tracciati a biro, e in tecniche miste su carta, con lettere. Alla forma classica di un dizionario, si rifà il catalogo della mostra, organizzato per lemmi e voci (in totale 52), redatte da critici come Angela Vattese e il direttore della Biennale Francesco Bonami, ma anche da antropologi come Marc Augé studioso dei non luoghi e poeti come Nanni Balestrini. Da settembre prossimo fino a fine anno, la mostra sarà alla Fondazione Proa di Buenos Aires.
Antonio Montellanico recensisce
UM FILME FALADO di Manoel De Oliveira
ricevuto da Carmine Russo
www.succoacido.it
SUCCOUìK
il settimanale di Succoacido primaverile n.19
*Cinema
UM FILME FALADO - UN FILM PARLATO
di Manoel De Oliveira, con Leonor Silveira, John Malkovich, Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli, Irene Papas.
POR 2004
di Antonio Montellanico
Ogni nuovo film di Manoel De Oliveira è un piacere al cui richiamo è impossibile sottrarsi.
A novantacinque anni il vegliardo portoghese gode di una intuitività ed un'inventiva straordinarie e oggi colpisce come, ricostruendo il suo percorso, ciascun film finisca per sembrare un tassello dell'ipotetica partita a domino giocata lungo un'intera carriera; ogni pezzo porta gli elementi numerici del precedente, indispensabili per continuare e già inutili per i successivi sviluppi del gioco.
Per De Oliveira è necessario di volta in volta rimettere in discussione il proprio fare cinema e condurlo come un'indagine filosofica intorno all'uomo, che solo nell'esplorazione continua delle fratture coscienziali dell'esistenza - galassia caotica in espansione - può trovare nuove espressioni.
Filtrare il segno, l'essenza di ciò che il cinema è in grado di riprodurre della nostra realtà; l'esteriorità delle circostanze all'apparenza sempre serene, conduce ai tumulti interni e lo sguardo elegantemente rivolto alla parte racchiusa delle immagini, risale di tanto in tanto la superficie delle cose.
Perché non è tanto ciò che si vede, quanto quello che rimane fuori dall'inquadratura ad interessare De Oliveira. Um Filme Falado, questo il programmatico titolo del suo nuovo lavoro, è un film fatto solo di parole e luoghi silenziosamente combinati tra loro ed immersi in quella magica, inesorabile lentezza compositiva ormai propria del regista. Una donna parte insieme alla figlia per ricongiungersi al marito. Una lunga crociera che da Lisbona si sposta di città in città, toccando Marsiglia, Napoli, Atene, Il Cairo e lo stretto di Suez, è la giustificazione di un percorso nel Tempo e nello Spazio, attraverso le orme dell'epopea mediterranea, dove ciascun luogo è presenza fantasmatica che parla dell'immobilità delle cose, dell'ineluttabilità della morte nelle culture. Miti e leggende, monumenti ed antichi simulacri di civiltà in rovina diventano il simbolo dell'urgente necessità di una moltiplicazione della parola che sia capace di creare nuovi immaginari. Mondi, altri luoghi, nuove parole. Una nemesi positiva di Babele, dove la diversità multiforme del linguaggio verbale è il simbolo di un accrescimento di senso continuo -l'ultimo possibile, sembra suggerire il regista - capace (forse) di riscattare quella bellissima inscindibilità simbiotica tra il pensiero, l'immagine e la parola che sembra ormai essere perduta all'alba del mondo.
I racconti preziosi della madre alla figlia ricostruiscono un tempo della Storia orale dove le civiltà rivivono in un limbo sospeso tra la realtà dei fatti e la fantasia degli uomini che a quegli stessi fatti hanno attribuito altri significati. Leggende immaginarie che persistono più della memoria, in lotta con il senso di un passato che sfugge. Un viaggio nel quale più si va avanti e più ci si accorge di non vedere nulla, per ritornare alla nebbia del porto di Lisbona, cioè all'immaginazione oltre l'immagine. E forse è questo il significato più autentico di un film il cui percorso sembra quasi il processo creativo del sogno e della speranza; una nave solca le acque calme dell'oceano, muovendosi da occidente ad oriente... tra l'ingenuità curiosa nelle domande della bimba Maria Joana e l'ammaliante musicalità nei racconti della madre Rosa Maria.
Ma Um Filme Falado è anche la riflessione acuta su un passato che non ha vera identità e che non ci dirà mai nulla sul futuro. Duemila anni di storia sulle menzogne non dette dai ruderi... le mummificazioni di un antico splendore. Il presente allora appare inconoscibile, minacciato com'è dal terrorismo - la parola vuota, utopica e dunque distruttiva - dall'integralismo che sembra intenzionato a cancellare per sempre le possibili convergenze tra le culture. E se Viaggio all'Inizio del Mondo era un pellegrinaggio nella dimensione intima dei luoghi della memoria, Um Filme Falado è il nuovo pezzo del domino che porta alle radici primordiali del pensiero tutto; De Oliveira provoca con la solita ironia caustica quella lingua greca, riferimento cardine del logos occidentale e matrice di tutti gli idiomi, che finisce per essere parlata ora solo in Grecia e per di più in una nuova forma che nei simboli e nell'articolazione verbale non ha nulla in comune con la lingua madre.
Al tavolo del comandante, tre donne tracciano un bilancio tra delusioni passate, incertezze e speranze future. Tre donne giocano a "parlare" in greco, francese, inglese ed italiano con una perfetta comunicazione sincretica. Ma è un scambio inutile il loro, il linguaggio vuoto di chi continua a sperare in qualcosa di nuovo senza mai rinnegare nulla del passato. Quello di De Oliveira è difatti un discorso estremamente raffinato, che getta una prospettiva inquietante sull'impossibilità di un rapporto con la Storia alimentato da una curiosità sana e dalla libertà di un rifiuto costruttivo nei confronti dell'ottusità occidentale (madre e figlia stanno bene da sole e rinunciano al primo invito al tavolo del comandante!).
Un guizzo istrionico e disperato nel finale, ribalterà tutte le prospettive: va abbandonata la nave... la nave dei folli, dei fatui e dei superbi. Una bomba esplode mandando tutti a rifugiarsi sull'antica zattera della Ragione. Il messaggio sfiduciato (o delinquente?) di chi non si fa più illusioni perché sa che si salveranno sempre "gli stessi".
E sono una madre e la sua bimba di otto anni, donne autentiche, a rimanere le uniche depositarie della lingua dei navigatori che scoprirono le terre sconosciute...
www.succoacido.it
SUCCOUìK
il settimanale di Succoacido primaverile n.19
*Cinema
UM FILME FALADO - UN FILM PARLATO
di Manoel De Oliveira, con Leonor Silveira, John Malkovich, Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli, Irene Papas.
POR 2004
di Antonio Montellanico
Ogni nuovo film di Manoel De Oliveira è un piacere al cui richiamo è impossibile sottrarsi.
A novantacinque anni il vegliardo portoghese gode di una intuitività ed un'inventiva straordinarie e oggi colpisce come, ricostruendo il suo percorso, ciascun film finisca per sembrare un tassello dell'ipotetica partita a domino giocata lungo un'intera carriera; ogni pezzo porta gli elementi numerici del precedente, indispensabili per continuare e già inutili per i successivi sviluppi del gioco.
Per De Oliveira è necessario di volta in volta rimettere in discussione il proprio fare cinema e condurlo come un'indagine filosofica intorno all'uomo, che solo nell'esplorazione continua delle fratture coscienziali dell'esistenza - galassia caotica in espansione - può trovare nuove espressioni.
Filtrare il segno, l'essenza di ciò che il cinema è in grado di riprodurre della nostra realtà; l'esteriorità delle circostanze all'apparenza sempre serene, conduce ai tumulti interni e lo sguardo elegantemente rivolto alla parte racchiusa delle immagini, risale di tanto in tanto la superficie delle cose.
Perché non è tanto ciò che si vede, quanto quello che rimane fuori dall'inquadratura ad interessare De Oliveira. Um Filme Falado, questo il programmatico titolo del suo nuovo lavoro, è un film fatto solo di parole e luoghi silenziosamente combinati tra loro ed immersi in quella magica, inesorabile lentezza compositiva ormai propria del regista. Una donna parte insieme alla figlia per ricongiungersi al marito. Una lunga crociera che da Lisbona si sposta di città in città, toccando Marsiglia, Napoli, Atene, Il Cairo e lo stretto di Suez, è la giustificazione di un percorso nel Tempo e nello Spazio, attraverso le orme dell'epopea mediterranea, dove ciascun luogo è presenza fantasmatica che parla dell'immobilità delle cose, dell'ineluttabilità della morte nelle culture. Miti e leggende, monumenti ed antichi simulacri di civiltà in rovina diventano il simbolo dell'urgente necessità di una moltiplicazione della parola che sia capace di creare nuovi immaginari. Mondi, altri luoghi, nuove parole. Una nemesi positiva di Babele, dove la diversità multiforme del linguaggio verbale è il simbolo di un accrescimento di senso continuo -l'ultimo possibile, sembra suggerire il regista - capace (forse) di riscattare quella bellissima inscindibilità simbiotica tra il pensiero, l'immagine e la parola che sembra ormai essere perduta all'alba del mondo.
I racconti preziosi della madre alla figlia ricostruiscono un tempo della Storia orale dove le civiltà rivivono in un limbo sospeso tra la realtà dei fatti e la fantasia degli uomini che a quegli stessi fatti hanno attribuito altri significati. Leggende immaginarie che persistono più della memoria, in lotta con il senso di un passato che sfugge. Un viaggio nel quale più si va avanti e più ci si accorge di non vedere nulla, per ritornare alla nebbia del porto di Lisbona, cioè all'immaginazione oltre l'immagine. E forse è questo il significato più autentico di un film il cui percorso sembra quasi il processo creativo del sogno e della speranza; una nave solca le acque calme dell'oceano, muovendosi da occidente ad oriente... tra l'ingenuità curiosa nelle domande della bimba Maria Joana e l'ammaliante musicalità nei racconti della madre Rosa Maria.
Ma Um Filme Falado è anche la riflessione acuta su un passato che non ha vera identità e che non ci dirà mai nulla sul futuro. Duemila anni di storia sulle menzogne non dette dai ruderi... le mummificazioni di un antico splendore. Il presente allora appare inconoscibile, minacciato com'è dal terrorismo - la parola vuota, utopica e dunque distruttiva - dall'integralismo che sembra intenzionato a cancellare per sempre le possibili convergenze tra le culture. E se Viaggio all'Inizio del Mondo era un pellegrinaggio nella dimensione intima dei luoghi della memoria, Um Filme Falado è il nuovo pezzo del domino che porta alle radici primordiali del pensiero tutto; De Oliveira provoca con la solita ironia caustica quella lingua greca, riferimento cardine del logos occidentale e matrice di tutti gli idiomi, che finisce per essere parlata ora solo in Grecia e per di più in una nuova forma che nei simboli e nell'articolazione verbale non ha nulla in comune con la lingua madre.
Al tavolo del comandante, tre donne tracciano un bilancio tra delusioni passate, incertezze e speranze future. Tre donne giocano a "parlare" in greco, francese, inglese ed italiano con una perfetta comunicazione sincretica. Ma è un scambio inutile il loro, il linguaggio vuoto di chi continua a sperare in qualcosa di nuovo senza mai rinnegare nulla del passato. Quello di De Oliveira è difatti un discorso estremamente raffinato, che getta una prospettiva inquietante sull'impossibilità di un rapporto con la Storia alimentato da una curiosità sana e dalla libertà di un rifiuto costruttivo nei confronti dell'ottusità occidentale (madre e figlia stanno bene da sole e rinunciano al primo invito al tavolo del comandante!).
Un guizzo istrionico e disperato nel finale, ribalterà tutte le prospettive: va abbandonata la nave... la nave dei folli, dei fatui e dei superbi. Una bomba esplode mandando tutti a rifugiarsi sull'antica zattera della Ragione. Il messaggio sfiduciato (o delinquente?) di chi non si fa più illusioni perché sa che si salveranno sempre "gli stessi".
E sono una madre e la sua bimba di otto anni, donne autentiche, a rimanere le uniche depositarie della lingua dei navigatori che scoprirono le terre sconosciute...
cinema cinese a Ischia
ricevuto da P. Cancellieri
IL GOLFO, Quotidiano di Ischia e Procida 14-4-2004
Annunciato all'Hotel della Regina Isabella la seconda edizione del "Festival
Ischia Global 2004": il cinema cinese alla conquista dell'estate ischitana
di Gianluca Castagna
Il cinema inteso nella sua globalità. Una forma d'arte che riassume - abbracciandole - altre forme d'arte. Pensare ai festival come ad un nuovo modello di sviluppo che ne rivaluti la funzione di luoghi di ricerca strategica nell'interesse di tutti settori dell'audiovisivo. Scoprire cinematografie lontane, non solo geograficamente, ma anche culturalmente; rendere possibile la sinergia tra mercati lontanissimi eppure inevitabilmente destinati a incontrarsi - ma non annullarsi - in quel dato di fatto che è il "villaggio globale". Non è tutto. Rilanciare lo spettacolo cinematografico nei mesi più difficili per l'industria, valorizzare le risorse attualmente disponibili, riportare Lacco Ameno e l'intera isola d'Ischia al suo passato legato al grande cinema internazionale. Dopo il successo della prima edizione, L'Ischia Global Film e Music Fest cerca a mente fredda di consolidare il suo format, di rendere più definiti i contorni di un'idea, di trovare, in altre parole, la sua identità. Che poi è la cosa di cui, più di ogni altra, ha bisogno un festival. L'impresa, inutile negarlo, è ardua. Mentre continua a crescere in tutto il mondo il numero delle manifestazioni culturali, si fa strada e si percepisce - negli addetti ai lavori - una diffusa sensazione di disagio, forse perfino di irritante disorientamento. Qualcosa che assomiglia al sospetto dell'inutilità dei festival. Con che spirito, dunque, l'Accademia Internazionale Arte Ischia si appresta a varare, dall'11 al 16 luglio prossimi, la seconda edizione dell'Ischia Global Film e Music Fest? Se ne è discusso lunedì scorso all'Hotel della Regina Isabella, dove Giancarlo Carriero, presidente dell'Accademia e "patron" dell'albergo più prestigioso dell'isola d'Ischia, ha anticipato alcune tra le novità della prossima kermesse estiva. "Il clima di entusiasmo registrato l'anno passato è un segnale di fiducia e di grande ottimismo verso quello che non temo di definire come un "piccolo miracolo". Abbiamo lavorato bene" precisa Carriero, "e quest'anno ci impegneremo ancora di più per consolidare i successi raggiunti". Oltre all' evento-vetrina, all' "effimero-fatto-bene" (che è pure materia prima di cui ogni festival si nutre), urge trovare argomenti, contenuti e idee che possano interessare, appassionare e coinvolgere. In altre parole, "sostanza" che possa vincere e convincere. E quest'anno il Festival, come anticipato sulle pagine di questo giornale da Pascal Vicedomini (direttore artistico della manifestazione), parlerà cinese. L'Ischia Global 2004 apre dunque un'importante finestra produttiva sulla Cina, un paese per certi versi ancora misterioso ma destinato a diventare l'Interlocutore Numero Uno per l'altro Grande Soggetto della comunità internazionale, e cioè gli Stati Uniti. "In questo periodo tutti parlano della Cina" sostiene Carriero, "e io stesso ricordo che l'Avvocato Gianni Agnelli, ospite abituale del Regina Isabella, mi diceva che se avesse avuto vent'anni oggi, sarebbe andato a studiare in Cina per capire quale direzione avrebbe preso il nostro futuro ". Dopo il fenomeno Bollywood, è la volta perciò della cinematografia e della cultura cinese. Assieme alla professoressa Annamaria Palermo e agli amici dell'Istituto Orientale di Napoli verranno approfonditi gli aspetti più rilevanti di una civiltà ancora sconosciuta al vasto pubblico occidentale. Al Museo Angelo Rizzoli, ad esempio, verrà allestita una mostra per ricordare lo studioso Mario Ricci, che della Cina fece la sua ragione di vita. "Trasformeremo Villa Arbusto in una piccola Chinatown" aggiunge il manager campano, "anche grazie alle ambientazioni e ai costumi estratti da una produzione multimediale che la Rai e il produttore Mario Cotone stanno preparando sull'opera del padre gesuita nel paese della grande muraglia". Della Cina ha parlato anche Dong Mei, giovanissima attrice ormai trapiantata nel nostro paese da anni e madrina della manifestazione, ma soprattutto Mauritz de Hadeln, "creatore" del Festival di Berlino e direttore dell'ultima Mostra d'arte cinematografica di Venezia. Hadeln ha ricordato l'affermazione del regista Zang Yimou e dell'attrice Gong Li proprio nella capitale tedesca, e si è soffermato sulla grande ricchezza e complessità di un cinema che ha ancora molto da dire (basti pensare che il cinema di Hong Kong è completamente diverso da quello "taiwanese", quello continentale è diverso da quello dei "transfughi di lusso" in America - gente come Wayne Wang, Joan Chen, John Woo e soprattutto Ang Lee, il regista de "La tigre e il dragone"). Il giornalista Tonino Pinto ha invece anticipato che a Ischia verrà festeggiato Jack Valenti, presidente della Motion pictures (l'associazione degli industriali cinematografici statunitensi) e testimone di quarant'anni di cinema e cultura americana. Nel corso della prima presentazione del Festival (che verrà presentato più compiutamente alla stampa il prossimo 22 aprile a Roma) sono intervenuti anche Ricky Tognazzi e Simona Izzo, i quali in mattinata avevano consegnato l'Ischia Music Award al cantautore pugliese Bungaro per la canzone "Occhi belli", tratta dalla colonna sonora del film "Io no". Sarà capace l'isola d'Ischia di accogliere e sostenere adeguatamente una manifestazione così ambiziosa? Sapranno gli operatori (pubblici e privati) coglierne l'importanza e valutarne appieno il grosso potenziale pubblicitario? Al di là dell'enorme sforzo economico profuso dalla famiglia Carriero, al di là dei vaticini e delle belle parole, delle disponibilità intermittenti e delle dichiarazioni d'intenti, basterebbe, tanto per cominciare, che l'Ischia Global Fest trovasse interlocutori isolani disposti a crederci per davvero. Laddove è la miopia a regnar sovrana, sarebbe già un miracolo.
redazione@ilgolfo.it
IL GOLFO, Quotidiano di Ischia e Procida 14-4-2004
Annunciato all'Hotel della Regina Isabella la seconda edizione del "Festival
Ischia Global 2004": il cinema cinese alla conquista dell'estate ischitana
di Gianluca Castagna
Il cinema inteso nella sua globalità. Una forma d'arte che riassume - abbracciandole - altre forme d'arte. Pensare ai festival come ad un nuovo modello di sviluppo che ne rivaluti la funzione di luoghi di ricerca strategica nell'interesse di tutti settori dell'audiovisivo. Scoprire cinematografie lontane, non solo geograficamente, ma anche culturalmente; rendere possibile la sinergia tra mercati lontanissimi eppure inevitabilmente destinati a incontrarsi - ma non annullarsi - in quel dato di fatto che è il "villaggio globale". Non è tutto. Rilanciare lo spettacolo cinematografico nei mesi più difficili per l'industria, valorizzare le risorse attualmente disponibili, riportare Lacco Ameno e l'intera isola d'Ischia al suo passato legato al grande cinema internazionale. Dopo il successo della prima edizione, L'Ischia Global Film e Music Fest cerca a mente fredda di consolidare il suo format, di rendere più definiti i contorni di un'idea, di trovare, in altre parole, la sua identità. Che poi è la cosa di cui, più di ogni altra, ha bisogno un festival. L'impresa, inutile negarlo, è ardua. Mentre continua a crescere in tutto il mondo il numero delle manifestazioni culturali, si fa strada e si percepisce - negli addetti ai lavori - una diffusa sensazione di disagio, forse perfino di irritante disorientamento. Qualcosa che assomiglia al sospetto dell'inutilità dei festival. Con che spirito, dunque, l'Accademia Internazionale Arte Ischia si appresta a varare, dall'11 al 16 luglio prossimi, la seconda edizione dell'Ischia Global Film e Music Fest? Se ne è discusso lunedì scorso all'Hotel della Regina Isabella, dove Giancarlo Carriero, presidente dell'Accademia e "patron" dell'albergo più prestigioso dell'isola d'Ischia, ha anticipato alcune tra le novità della prossima kermesse estiva. "Il clima di entusiasmo registrato l'anno passato è un segnale di fiducia e di grande ottimismo verso quello che non temo di definire come un "piccolo miracolo". Abbiamo lavorato bene" precisa Carriero, "e quest'anno ci impegneremo ancora di più per consolidare i successi raggiunti". Oltre all' evento-vetrina, all' "effimero-fatto-bene" (che è pure materia prima di cui ogni festival si nutre), urge trovare argomenti, contenuti e idee che possano interessare, appassionare e coinvolgere. In altre parole, "sostanza" che possa vincere e convincere. E quest'anno il Festival, come anticipato sulle pagine di questo giornale da Pascal Vicedomini (direttore artistico della manifestazione), parlerà cinese. L'Ischia Global 2004 apre dunque un'importante finestra produttiva sulla Cina, un paese per certi versi ancora misterioso ma destinato a diventare l'Interlocutore Numero Uno per l'altro Grande Soggetto della comunità internazionale, e cioè gli Stati Uniti. "In questo periodo tutti parlano della Cina" sostiene Carriero, "e io stesso ricordo che l'Avvocato Gianni Agnelli, ospite abituale del Regina Isabella, mi diceva che se avesse avuto vent'anni oggi, sarebbe andato a studiare in Cina per capire quale direzione avrebbe preso il nostro futuro ". Dopo il fenomeno Bollywood, è la volta perciò della cinematografia e della cultura cinese. Assieme alla professoressa Annamaria Palermo e agli amici dell'Istituto Orientale di Napoli verranno approfonditi gli aspetti più rilevanti di una civiltà ancora sconosciuta al vasto pubblico occidentale. Al Museo Angelo Rizzoli, ad esempio, verrà allestita una mostra per ricordare lo studioso Mario Ricci, che della Cina fece la sua ragione di vita. "Trasformeremo Villa Arbusto in una piccola Chinatown" aggiunge il manager campano, "anche grazie alle ambientazioni e ai costumi estratti da una produzione multimediale che la Rai e il produttore Mario Cotone stanno preparando sull'opera del padre gesuita nel paese della grande muraglia". Della Cina ha parlato anche Dong Mei, giovanissima attrice ormai trapiantata nel nostro paese da anni e madrina della manifestazione, ma soprattutto Mauritz de Hadeln, "creatore" del Festival di Berlino e direttore dell'ultima Mostra d'arte cinematografica di Venezia. Hadeln ha ricordato l'affermazione del regista Zang Yimou e dell'attrice Gong Li proprio nella capitale tedesca, e si è soffermato sulla grande ricchezza e complessità di un cinema che ha ancora molto da dire (basti pensare che il cinema di Hong Kong è completamente diverso da quello "taiwanese", quello continentale è diverso da quello dei "transfughi di lusso" in America - gente come Wayne Wang, Joan Chen, John Woo e soprattutto Ang Lee, il regista de "La tigre e il dragone"). Il giornalista Tonino Pinto ha invece anticipato che a Ischia verrà festeggiato Jack Valenti, presidente della Motion pictures (l'associazione degli industriali cinematografici statunitensi) e testimone di quarant'anni di cinema e cultura americana. Nel corso della prima presentazione del Festival (che verrà presentato più compiutamente alla stampa il prossimo 22 aprile a Roma) sono intervenuti anche Ricky Tognazzi e Simona Izzo, i quali in mattinata avevano consegnato l'Ischia Music Award al cantautore pugliese Bungaro per la canzone "Occhi belli", tratta dalla colonna sonora del film "Io no". Sarà capace l'isola d'Ischia di accogliere e sostenere adeguatamente una manifestazione così ambiziosa? Sapranno gli operatori (pubblici e privati) coglierne l'importanza e valutarne appieno il grosso potenziale pubblicitario? Al di là dell'enorme sforzo economico profuso dalla famiglia Carriero, al di là dei vaticini e delle belle parole, delle disponibilità intermittenti e delle dichiarazioni d'intenti, basterebbe, tanto per cominciare, che l'Ischia Global Fest trovasse interlocutori isolani disposti a crederci per davvero. Laddove è la miopia a regnar sovrana, sarebbe già un miracolo.
redazione@ilgolfo.it
Marco Bellocchio a Tokyo
ricevuto da P. Cancellieri
ADN Kronos
CINEMA:
FESTIVAL E RASSEGNA A TOKYO PER FILM ITALIANI
Roma, 14 apr. (Adnkronos) - Doppio appuntamento a Tokyo per il nuovo cinema italiano. Dal 29 aprile al 4 maggio la rassegna organizzata da Audiovisual Industry Promotion-Filmitalia e in programma nella Asahi Hall situata nel cuore di Tokyo, durante la "Settimana d'Oro" del cinema italiano. Per quanto riguarda invece il festival (giunto alla IV edizione) verranno presentati 10 film della nuova produzione. Per i registi che accompagneranno le loro opere (tra gli altri Avati, Bellocchio, Giordana, Ozpetek, Placido e Virzì) potrebbe rivelarsi anche un'importante occasione per accordi di distribuzione nel continente asiatico, il Giappone è infatti il secondo mercato mondiale dopo quello nordamericano. (Nik/Pe/Adnkronos)
ADN Kronos
CINEMA:
FESTIVAL E RASSEGNA A TOKYO PER FILM ITALIANI
Roma, 14 apr. (Adnkronos) - Doppio appuntamento a Tokyo per il nuovo cinema italiano. Dal 29 aprile al 4 maggio la rassegna organizzata da Audiovisual Industry Promotion-Filmitalia e in programma nella Asahi Hall situata nel cuore di Tokyo, durante la "Settimana d'Oro" del cinema italiano. Per quanto riguarda invece il festival (giunto alla IV edizione) verranno presentati 10 film della nuova produzione. Per i registi che accompagneranno le loro opere (tra gli altri Avati, Bellocchio, Giordana, Ozpetek, Placido e Virzì) potrebbe rivelarsi anche un'importante occasione per accordi di distribuzione nel continente asiatico, il Giappone è infatti il secondo mercato mondiale dopo quello nordamericano. (Nik/Pe/Adnkronos)
il punto di vista del soggetto in letteratura
secondo Cesare Segre
Corriere della Sera 15.4.04
ELZEVIRO Trame e personaggi
Le buone azioni di don Chisciotte
di CESARE SEGRE(*)
Persone e azioni costituiscono senza dubbio lo scheletro di ogni narrazione. E i critici non possono fare a meno di descrivere i caratteri dei personaggi, osservando il loro riflettersi nelle azioni compiute. Ma il problema del rapporto fra personaggio e azione ha un rilievo teorico. Si tratta di precisare se la natura del personaggio sia quella che si può dedurre dalle sue azioni o se le azioni siano un risultato, ma non obbligatorio, delle particolarità di carattere del personaggio. Aristotele, nella sua Poetica , fu il primo a porre in modo radicale il problema. Alludo alle pagine dedicate alla tragedia, che nella Grecia del tempo era giunta al massimo fulgore. Ed eccolo a dichiarare che «fra tutti gli elementi dell'azione, cioè caratteri, racconto, linguaggio, canto e pensiero, la composizione dei fatti è capitale, perché la tragedia è imitazione non di uomini, ma di un’azione. (...) Quindi gli attori non svolgono l'azione scenica per riprodurre i caratteri, ma attraverso le azioni assumono i caratteri». E proseguiva: «Se un autore allinea discorsi ricchi di psicologia e ben costruiti per il linguaggio e il pensiero, non riuscirà ad attuare quello che doveva essere il compito della tragedia, ma ci riesce molto meglio quella tragedia che, anche impiegandone di peggiori, pure possiede una trama narrativa e una struttura composta di fatti».
Quest'impostazione dinamica pare eccessiva. Eppure sarà ripresa dal famoso folclorista Vladimir Ja. Propp, nel 1928. Propp, in base allo studio delle fiabe di magia russe, concludeva che il personaggio ha interesse solo in quanto soggetto dell’azione. E sulla sua scia si misero i narratologi francesi, da Barthes a Bremond (quest’ultimo con interessanti attenuazioni). Il termine «funzione», per indicare un'azione in rapporto con la sua incidenza sulla trama, entrò nell'uso.
Propp non aveva torto nel caso delle fiabe da lui esaminate, perché in queste il personaggio si esaurisce davvero nel suo ruolo ufficiale (re, principessa, eroe) e in quello funzionale, cioè nella o nelle funzioni che compie. Ma il personaggio letterario (chiamato in inglese e in tedesco, non a caso, character ) ha uno spessore ben diverso, come somma di qualità e istinti e desideri e affetti. E se esaminiamo qualsiasi grande romanzo sino all'Ottocento (col Novecento la consistenza del personaggio incomincia a impallidire), ci accorgiamo che la fisionomia etica e caratteriale dei personaggi è altrettanto importante per il lettore che la loro azione. Ci accorgiamo soprattutto che la complessa conformazione del personaggio non è rispecchiata per intero dalla narrazione, che non si limita certo a dimostrare il rapporto fra il carattere del personaggio e il suo comportamento. In breve, c'è nella natura del personaggio un'eccedenza riguardo al suo manifestarsi nell'azione. L'azione d'altra parte non si limita a confermare i tratti caratteristici del personaggio, anzi ne realizza spesso mutamenti o svolgimenti imprevedibili. Anche nell’azione c'è dunque un’eccedenza; e si può ritenere che essa costituisca l'interesse della trama.
In più, la struttura personaggio cambia a contatto con la realtà e con lo scorrere del tempo e un romanzo narra spesso questi mutamenti attraverso la lotta del personaggio per affermarsi o prendere coscienza di sé. Importante è proprio, pare, che le azioni compiute dal personaggio non siano considerate in un rapporto obbligativo rispetto al soggetto che le compie; cioè che sussista quella libertà d'azione che è anche la continua, gratificante sorpresa del lettore.
C'è da aggiungere che la pluralità dei punti di vista non permette una definizione univoca delle azioni. Quando don Chisciotte si lancia a spron battuto contro i mulini a vento, è perché ritiene che siano dei giganti. Noi non possiamo sintetizzare l'episodio dicendo: «Don Chisciotte si lancia contro i mulini a vento», perché trascureremmo il punto di vista del protagonista, che sarebbe invece: «Don Chisciotte si lancia su uno dei giganti». Ma don Chisciotte sa anche conciliare le sue fantasie con la realtà e dichiara alla fine che è stato un mago a trasformare i giganti in mulini a vento: che sarebbe un terzo punto di vista.
I punti di vista, poi, possono spostarsi fino a capovolgersi. Quando, dopo uno dei rari duelli fortunati di don Chisciotte, il poco fantasioso Sancio reclama dal suo padrone l'isola promessa, si porta, lui sì, in una dimensione cavalleresca; mentre don Chisciotte, il pazzo don Chisciotte, adotta una prospettiva del tutto realistica: «Questa avventura e altre simili avventure non sono da isole, ma semplici avventure da strada e non vi si guadagna altro che di riportar a casa la testa rotta e un orecchio di meno».
Privilegiare l'azione narrativa a scapito del personaggio si rivela, già con questo esperimento, improvvido.
(*) Cesare Segre è professore di Filologia romanza nell'Università di Pavia e Accademico nazionale dei Lincei
ELZEVIRO Trame e personaggi
Le buone azioni di don Chisciotte
di CESARE SEGRE(*)
Persone e azioni costituiscono senza dubbio lo scheletro di ogni narrazione. E i critici non possono fare a meno di descrivere i caratteri dei personaggi, osservando il loro riflettersi nelle azioni compiute. Ma il problema del rapporto fra personaggio e azione ha un rilievo teorico. Si tratta di precisare se la natura del personaggio sia quella che si può dedurre dalle sue azioni o se le azioni siano un risultato, ma non obbligatorio, delle particolarità di carattere del personaggio. Aristotele, nella sua Poetica , fu il primo a porre in modo radicale il problema. Alludo alle pagine dedicate alla tragedia, che nella Grecia del tempo era giunta al massimo fulgore. Ed eccolo a dichiarare che «fra tutti gli elementi dell'azione, cioè caratteri, racconto, linguaggio, canto e pensiero, la composizione dei fatti è capitale, perché la tragedia è imitazione non di uomini, ma di un’azione. (...) Quindi gli attori non svolgono l'azione scenica per riprodurre i caratteri, ma attraverso le azioni assumono i caratteri». E proseguiva: «Se un autore allinea discorsi ricchi di psicologia e ben costruiti per il linguaggio e il pensiero, non riuscirà ad attuare quello che doveva essere il compito della tragedia, ma ci riesce molto meglio quella tragedia che, anche impiegandone di peggiori, pure possiede una trama narrativa e una struttura composta di fatti».
Quest'impostazione dinamica pare eccessiva. Eppure sarà ripresa dal famoso folclorista Vladimir Ja. Propp, nel 1928. Propp, in base allo studio delle fiabe di magia russe, concludeva che il personaggio ha interesse solo in quanto soggetto dell’azione. E sulla sua scia si misero i narratologi francesi, da Barthes a Bremond (quest’ultimo con interessanti attenuazioni). Il termine «funzione», per indicare un'azione in rapporto con la sua incidenza sulla trama, entrò nell'uso.
Propp non aveva torto nel caso delle fiabe da lui esaminate, perché in queste il personaggio si esaurisce davvero nel suo ruolo ufficiale (re, principessa, eroe) e in quello funzionale, cioè nella o nelle funzioni che compie. Ma il personaggio letterario (chiamato in inglese e in tedesco, non a caso, character ) ha uno spessore ben diverso, come somma di qualità e istinti e desideri e affetti. E se esaminiamo qualsiasi grande romanzo sino all'Ottocento (col Novecento la consistenza del personaggio incomincia a impallidire), ci accorgiamo che la fisionomia etica e caratteriale dei personaggi è altrettanto importante per il lettore che la loro azione. Ci accorgiamo soprattutto che la complessa conformazione del personaggio non è rispecchiata per intero dalla narrazione, che non si limita certo a dimostrare il rapporto fra il carattere del personaggio e il suo comportamento. In breve, c'è nella natura del personaggio un'eccedenza riguardo al suo manifestarsi nell'azione. L'azione d'altra parte non si limita a confermare i tratti caratteristici del personaggio, anzi ne realizza spesso mutamenti o svolgimenti imprevedibili. Anche nell’azione c'è dunque un’eccedenza; e si può ritenere che essa costituisca l'interesse della trama.
In più, la struttura personaggio cambia a contatto con la realtà e con lo scorrere del tempo e un romanzo narra spesso questi mutamenti attraverso la lotta del personaggio per affermarsi o prendere coscienza di sé. Importante è proprio, pare, che le azioni compiute dal personaggio non siano considerate in un rapporto obbligativo rispetto al soggetto che le compie; cioè che sussista quella libertà d'azione che è anche la continua, gratificante sorpresa del lettore.
C'è da aggiungere che la pluralità dei punti di vista non permette una definizione univoca delle azioni. Quando don Chisciotte si lancia a spron battuto contro i mulini a vento, è perché ritiene che siano dei giganti. Noi non possiamo sintetizzare l'episodio dicendo: «Don Chisciotte si lancia contro i mulini a vento», perché trascureremmo il punto di vista del protagonista, che sarebbe invece: «Don Chisciotte si lancia su uno dei giganti». Ma don Chisciotte sa anche conciliare le sue fantasie con la realtà e dichiara alla fine che è stato un mago a trasformare i giganti in mulini a vento: che sarebbe un terzo punto di vista.
I punti di vista, poi, possono spostarsi fino a capovolgersi. Quando, dopo uno dei rari duelli fortunati di don Chisciotte, il poco fantasioso Sancio reclama dal suo padrone l'isola promessa, si porta, lui sì, in una dimensione cavalleresca; mentre don Chisciotte, il pazzo don Chisciotte, adotta una prospettiva del tutto realistica: «Questa avventura e altre simili avventure non sono da isole, ma semplici avventure da strada e non vi si guadagna altro che di riportar a casa la testa rotta e un orecchio di meno».
Privilegiare l'azione narrativa a scapito del personaggio si rivela, già con questo esperimento, improvvido.
(*) Cesare Segre è professore di Filologia romanza nell'Università di Pavia e Accademico nazionale dei Lincei
psichiatria australiana
Repubblica 15.4.04
Sentenza dal tribunale dei minori
Sydney, tredicenne autorizzata a cambiare sesso
"Alex si sente in trappola" Parte la terapia ormonale
ROMA - In un giudizio senza precedenti in Australia che sta suscitando molte polemiche, il tribunale dei minori di Sydney ha permesso a una ragazzina di 13 anni, che vuole diventare maschio, di iniziare il trattamento per il cambiamento di sesso e di "correggere" il certificato di nascita. Il giudice capo del tribunale, Alastair Nicholson, ha dichiarato che la decisione è nell´interesse della ragazza che ha vissuto da maschio sin dall´infanzia e «soffre in maniera vera in un corpo che sente alieno e che la disgusta». La ragazza, conosciuta solo come Alex, potrà tuttavia sottoporsi al trattamento ormonale solo quando avrà raggiunto i 16 anni, ed alle operazioni chirurgiche dopo i 18 anni.
Alex viene trattata come ragazzo, si è sempre vestita da maschio e usa i gabinetti maschili. Non ha tuttavia cromosomi maschili e possiede organi riproduttivi e livelli ormonali tipici di una ragazza adolescente. La causa era stata avviata per conto di Alex da un dipartimento statale di welfare. Uno psichiatra ha dichiarato al tribunale che Alex vive in stato di angoscia e ha spesso pensato al suicidio perché si sente intrappolata in un corpo femminile. Nettamente contrario al verdetto è il consulente di etica medica Nicholas Tonti-Filippini, che lo ha definito «irresponsabile» e ha chiesto l´intervento di un tribunale di più alto grado.
Adnkronos Salute, Sydney, 14 aprile 2004
(...) Inevitabili le polemiche. Da un lato bioeticisti, dall'altro psicologi e psichiatri. I primi contrari a interventi ''che non hanno risolto il problema dell'identita' neppure nelle persone adulte'', i secondi convinti che si tratti di una ''decisione lungimirante, visto il carico di stress psicologico che 'Alex' sarebbe altrimenti costretto a sopportare''. (Chs/Adnkronos Salute)
Sentenza dal tribunale dei minori
Sydney, tredicenne autorizzata a cambiare sesso
"Alex si sente in trappola" Parte la terapia ormonale
ROMA - In un giudizio senza precedenti in Australia che sta suscitando molte polemiche, il tribunale dei minori di Sydney ha permesso a una ragazzina di 13 anni, che vuole diventare maschio, di iniziare il trattamento per il cambiamento di sesso e di "correggere" il certificato di nascita. Il giudice capo del tribunale, Alastair Nicholson, ha dichiarato che la decisione è nell´interesse della ragazza che ha vissuto da maschio sin dall´infanzia e «soffre in maniera vera in un corpo che sente alieno e che la disgusta». La ragazza, conosciuta solo come Alex, potrà tuttavia sottoporsi al trattamento ormonale solo quando avrà raggiunto i 16 anni, ed alle operazioni chirurgiche dopo i 18 anni.
Alex viene trattata come ragazzo, si è sempre vestita da maschio e usa i gabinetti maschili. Non ha tuttavia cromosomi maschili e possiede organi riproduttivi e livelli ormonali tipici di una ragazza adolescente. La causa era stata avviata per conto di Alex da un dipartimento statale di welfare. Uno psichiatra ha dichiarato al tribunale che Alex vive in stato di angoscia e ha spesso pensato al suicidio perché si sente intrappolata in un corpo femminile. Nettamente contrario al verdetto è il consulente di etica medica Nicholas Tonti-Filippini, che lo ha definito «irresponsabile» e ha chiesto l´intervento di un tribunale di più alto grado.
Adnkronos Salute, Sydney, 14 aprile 2004
(...) Inevitabili le polemiche. Da un lato bioeticisti, dall'altro psicologi e psichiatri. I primi contrari a interventi ''che non hanno risolto il problema dell'identita' neppure nelle persone adulte'', i secondi convinti che si tratti di una ''decisione lungimirante, visto il carico di stress psicologico che 'Alex' sarebbe altrimenti costretto a sopportare''. (Chs/Adnkronos Salute)
il David
nemo propheta in patria
Come era ormai previsto da tempo, il David per il migliore attore non protagonista (per Buongiorno notte di Marco Bellocchio) è stato assegnato mercoledì sera a Roberto Herlitzka, nella serata presentata da Pippo Baudo. Il film di Marco Bellocchio non ha avuto alcun altro tipo di riconoscimento.
la malattia mentale nel mondo
La Stampa 15 Aprile 2004
MATTI
più che mai
di Michele Ainis
ALLA fine del Medioevo uno strano battello veleggiava lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi: il Narrenschiff, la nave dei folli descritta da Foucault nella sua Storia della follia nell'età classica. Quel battello rappresenta l'emblema d'una condizione umana poi sperimentata dai malati di mente per i secoli a venire: cacciati dalle città, isolati e reclusi in uno spazio dove l'occhio dei sani non arriva. Uno spazio dove è lecita ogni forma di violenza, giacché il pazzo è per definizione un criminale, un pericolo per la comunità civile. E va perciò segregato in manicomio, incatenato su una branda, picchiato, vilipeso, giacché per lui non valgono i diritti che il sano può accampare.
Un retaggio dei secoli più bui? Un'antica colpa ormai cancellata dalla civiltà giuridica moderna? Non proprio, e non del tutto. E in questo senso l'esperienza italiana suona quantomai eloquente. Nel maggio 1978, sull'onda del movimento per la riforma psichiatrica guidato da Franco Basaglia, il Parlamento varò la «180». Una legge rivoluzionaria, che chiuse ufficialmente i manicomi (ve n'erano 144, e all'epoca ospitavano 150.000 persone), restituendo ai malati di mente la propria dignità perduta. Ma una legge poi tradita nella prassi, svuotata come una mummia egizia. E infatti subito dopo la sua entrata in vigore le regioni cominciarono a ritardarne l'attuazione, a frapporvi ostacoli; sorsero innumerevoli conflitti tra la polizia municipale e i presìdi ospedalieri circa la competenza a disporre il trattamento sanitario obbligatorio; ma soprattutto non venne mai predisposta dallo Stato l'assistenza psichiatrica prescritta dalla legge, sicché i malati di mente vennero infine scaricati sul groppone delle loro famiglie. Con la conseguenza che alla data del 2001 - secondo la fotografia scattata dal ministero della salute - mancavano quasi 8.000 operatori rispetto al fabbisogno, rendendo di fatto impraticabili le cure a domicilio sulle quali s'impernia la legge voluta da Basaglia. E con l'ulteriore conseguenza che a finire sotto accusa è stata in ultimo la legge, anziché la sua distorta applicazione: oltre 50 iniziative di modifica presentate negli ultimi vent'anni, con l'intenzione nemmeno troppo dissimulata di riaprire i manicomi.
Ma del resto la voglia di camicie forzate e manicomi cresce in tutto il mondo. Nel Regno Unito dapprima i governi conservatori, in un clima di guerra al servizio pubblico, hanno smantellato gli ospedali psichiatrici tagliandone drasticamente le risorse; in seguito il governo Blair ha puntato l'indice sul Mental Health Act del 1983, per riformarlo in modo da rinchiudere chiunque soffra d'un disturbo della personalità anche se non abbia mai commesso crimini. In Ucraina nel 1990 è stata istituita una speciale commissione nell'ambito dell'Ukrainan Psychiatric Association, col mandato d'assistere i degenti delle strutture psichiatriche che lamentino abusi e violazioni di diritti: fino al 1993 i casi denunziati erano alcune dozzine l'anno, sono diventati 400 nel 1996, e da allora continuano a salire. In Bulgaria i malati di mente vengono ricoverati in istituti di Stato e soggetti a condizioni crudeli e degradanti; e così per esempio nell'istituto femminile di Sanadinovo (chiuso solo nel 2002) le pazienti troppo esuberanti venivano segregate in una gabbia formata da due muri di mattoni e da sbarre e fil di ferro negli altri due lati, come ha potuto constatare un delegato di Amnesty International, che ne ha vista una di 3 metri per 1,5 con dentro 6 donne in precarie condizioni fisiche. In Slovenia il campo delle malattie mentali non ha ricevuto una precisa regolamentazione normativa, col risultato che i ricoverati sono privi di diritti. Né più né meno di quanto accade in India, o nei paesi dell'America centrale, dove secondo il World Health Report 2001 dell'Organizzazione mondiale della sanità i degenti degli ospedali psichiatrici vivono segregati in spazi angusti, all'interno d'edifici fatiscenti, trascorrendo il tempo in pigiama o addirittura nudi su stuoie spesso coperte di feci, e vengono regolarmente malmenati dai custodi. In Russia un terzo dei detenuti (305.000 su un totale di 962.000 reclusi) soffre di malattie mentali, sicché le carceri da correttive sono diventate curative, come ha dichiarato nel maggio 2002 Yuri Kalinin, viceministro alla giustizia. Senza dire dei manicomi giudiziari: alla data del 31 maggio 2001 quelli italiani accoglievano (si fa per dire) 1.265 persone, la metà delle quali prosciolte dal reato di cui erano accusate. In un manicomio criminale si sa quando si entra, ma non quando (e se) sarà possibile respirare di nuovo l'aria aperta; lì dentro può capitare di morire senza che nessuno se ne accorga, com'è accaduto a Giovanni Bonomo, il cui decesso (nel febbraio 2002) è stato scoperto solo due giorni dopo dalla moglie, e per un puro caso.
L'orrore, insomma, è planetario, come chiunque può vedere collegandosi al sito www.witness.org, che documenta gli abusi perpetrati in 50 paesi diversi. Eppure non è che al popolo dei folli manchi la protezione del diritto, almeno sulla carta. Nel 1991 l'Assemblea generale dell'Onu ha adottato una risoluzione per la «Protezione delle persone che soffrono di malattie mentali e il miglioramento delle cure per la salute mentale»: vi si trovano elencati 25 principi, fra i quali il rispetto della privacy, il divieto di discriminazioni, l'istituzione di garanti contro il pericolo di soprusi nelle strutture di ricovero, il diritto all'assistenza sanitaria, alla riabilitazione, a un vitto decente, allo svago, alla comunicazione, e vari altri ancora. Dichiarazioni puntualmente ribadite nelle varie carte dei diritti del malato, ma altrettanto puntualmente smentite nella prassi.
C'è un fallimento normativo, infatti, nel destino di chiunque soffra di disordini mentali; lo stesso fallimento contro cui si è infranto il sogno di Basaglia. Nell'ottobre del 2002, un quarto di secolo dopo il varo della legge che ancora reca la sua firma, il sottosegretario Guidi ne ha restituito un quadro sconsolante: i manicomi dovrebbero essere chiusi, ma in realtà hanno soltanto cambiato nome. Per il 49% sono collocati fuori, lontano dai centri abitati, come il Narrenschiff di Foucault. E in queste strutture inaccessibili e remote di notte non ci sono medici: succede nel 92% dei casi. È successo anche a San Gregorio Magno, dove in una notte del 2001 morirono bruciate 19 persone, tutte anziane e malate di mente. Succede quando la morte è volontaria, dato che in manicomio ci s'ammazza 50 volte più che fuori, senza che vi sia qualcuno ad impedirlo. O altrimenti succede perché nei manicomi (negli «ospedali psichiatrici») italiani si continuano ad usare cinghie, camicie di forza, strumenti di coercizione che almeno formalmente sarebbero proibiti, ma che vengono tuttavia impiegati perlomeno nel 4% di queste strutture.
A conti fatti l'unico diritto all'eguaglianza che i pazzi possono concretamente esercitare è quello che li oppone al boia: accade in America, la patria delle libertà, dove infatti nell'ultimo quarto di secolo sono stati giustiziati almeno 36 ritardati mentali, secondo la denuncia di Amnesty International. Magra consolazione, tuttavia. Anche perché i folli, i «disturbati», sono assai più di quanto ci s'aspetta. 10 milioni in Italia, oltre 450 milioni di persone adulte in tutto il mondo, soffrono di disagi psichici, secondo i dati dell'Oms. Gli schizofrenici sono 24 milioni, gli epilettici il doppio (50 milioni). Significa che i disturbi mentali coprono il 12% del carico globale di malattia, una quota superiore a quella del cancro, della malaria e della tubercolosi messi insieme. Significa altresì che una persona su 4 subisce un qualche disturbo mentale nel corso della propria esistenza. E infatti la depressione oggi rappresenta il principale fattore di disabilità; in Italia colpisce l'8% d'uomini e donne; entro il 2020 è destinata a diventare la seconda malattia più debilitante. Sempre in Italia, si stima una popolazione di 8.066.000 persone con disturbi affettivi; 349.000 soffrono di psicosi non affettive; 1.244.000 hanno disturbi da somatizzazione; in 7.943.000 soffrono di crisi d'ansia; 767.000 lamentano disturbi del sonno; 377.000 hanno disturbi alimentari; 49.000 si portano addosso malattie psicosessuali; 229.000 soffrono di disturbi dell'infanzia e dell'adolescenza; almeno in 500.000 sono stati colpiti da una patologia psichica grave.
Ecco perché il pregiudizio - lo «stigma» - che circonda i folli, gli instabili, i depressi, suona doppiamente ingiusto. È una maledizione sociale che trasforma le vittime in carnefici, gli aggrediti in aggressori, quando il più delle volte ad essere violenti siamo noi, i sani, i ricchi, i benpensanti. Accetteremmo la stessa situazione se lo stigma colpisse chi soffre di cancro o d'infarto? Eppure negli Stati Uniti, secondo un rapporto reso nel 2001 dalla National Depressive and Maniac-Depressive Association, il 69% dei malati di mente è vittima di diagnosi errate, che spesso si ripetono per due, tre, anche per cinque volte. Eppure la metà delle persone affette da malattie mentali, intervistate nel corso di un'indagine britannica, ha denunziato un trattamento inadeguato da parte dei servizi sanitari, e una percentuale altrettanto notevole ha ammesso d'aver subito molestie fisiche e verbali. Eppure lo stigma genera discriminazione nell'ambiente di lavoro, rende difficile trovare un'abitazione, accedere alle cure o più semplicemente allacciare rapporti sociali. Da vari studi condotti nel dopoguerra in Usa emerge che solo il 13% dei datori di lavoro ha dichiarato d'aver assunto una persona che soffra di disturbi psichiatrici, mentre un quarto ha ammesso a chiare lettere che non lo avrebbe fatto mai. Una percentuale che in Grecia tocca il 40%, e che altrove sale ancora. Così come sale la nostra intolleranza, figlia legittima (ahimè) dell'ignoranza.
micheleainis@tin.it
MATTI
più che mai
di Michele Ainis
ALLA fine del Medioevo uno strano battello veleggiava lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi: il Narrenschiff, la nave dei folli descritta da Foucault nella sua Storia della follia nell'età classica. Quel battello rappresenta l'emblema d'una condizione umana poi sperimentata dai malati di mente per i secoli a venire: cacciati dalle città, isolati e reclusi in uno spazio dove l'occhio dei sani non arriva. Uno spazio dove è lecita ogni forma di violenza, giacché il pazzo è per definizione un criminale, un pericolo per la comunità civile. E va perciò segregato in manicomio, incatenato su una branda, picchiato, vilipeso, giacché per lui non valgono i diritti che il sano può accampare.
Un retaggio dei secoli più bui? Un'antica colpa ormai cancellata dalla civiltà giuridica moderna? Non proprio, e non del tutto. E in questo senso l'esperienza italiana suona quantomai eloquente. Nel maggio 1978, sull'onda del movimento per la riforma psichiatrica guidato da Franco Basaglia, il Parlamento varò la «180». Una legge rivoluzionaria, che chiuse ufficialmente i manicomi (ve n'erano 144, e all'epoca ospitavano 150.000 persone), restituendo ai malati di mente la propria dignità perduta. Ma una legge poi tradita nella prassi, svuotata come una mummia egizia. E infatti subito dopo la sua entrata in vigore le regioni cominciarono a ritardarne l'attuazione, a frapporvi ostacoli; sorsero innumerevoli conflitti tra la polizia municipale e i presìdi ospedalieri circa la competenza a disporre il trattamento sanitario obbligatorio; ma soprattutto non venne mai predisposta dallo Stato l'assistenza psichiatrica prescritta dalla legge, sicché i malati di mente vennero infine scaricati sul groppone delle loro famiglie. Con la conseguenza che alla data del 2001 - secondo la fotografia scattata dal ministero della salute - mancavano quasi 8.000 operatori rispetto al fabbisogno, rendendo di fatto impraticabili le cure a domicilio sulle quali s'impernia la legge voluta da Basaglia. E con l'ulteriore conseguenza che a finire sotto accusa è stata in ultimo la legge, anziché la sua distorta applicazione: oltre 50 iniziative di modifica presentate negli ultimi vent'anni, con l'intenzione nemmeno troppo dissimulata di riaprire i manicomi.
Ma del resto la voglia di camicie forzate e manicomi cresce in tutto il mondo. Nel Regno Unito dapprima i governi conservatori, in un clima di guerra al servizio pubblico, hanno smantellato gli ospedali psichiatrici tagliandone drasticamente le risorse; in seguito il governo Blair ha puntato l'indice sul Mental Health Act del 1983, per riformarlo in modo da rinchiudere chiunque soffra d'un disturbo della personalità anche se non abbia mai commesso crimini. In Ucraina nel 1990 è stata istituita una speciale commissione nell'ambito dell'Ukrainan Psychiatric Association, col mandato d'assistere i degenti delle strutture psichiatriche che lamentino abusi e violazioni di diritti: fino al 1993 i casi denunziati erano alcune dozzine l'anno, sono diventati 400 nel 1996, e da allora continuano a salire. In Bulgaria i malati di mente vengono ricoverati in istituti di Stato e soggetti a condizioni crudeli e degradanti; e così per esempio nell'istituto femminile di Sanadinovo (chiuso solo nel 2002) le pazienti troppo esuberanti venivano segregate in una gabbia formata da due muri di mattoni e da sbarre e fil di ferro negli altri due lati, come ha potuto constatare un delegato di Amnesty International, che ne ha vista una di 3 metri per 1,5 con dentro 6 donne in precarie condizioni fisiche. In Slovenia il campo delle malattie mentali non ha ricevuto una precisa regolamentazione normativa, col risultato che i ricoverati sono privi di diritti. Né più né meno di quanto accade in India, o nei paesi dell'America centrale, dove secondo il World Health Report 2001 dell'Organizzazione mondiale della sanità i degenti degli ospedali psichiatrici vivono segregati in spazi angusti, all'interno d'edifici fatiscenti, trascorrendo il tempo in pigiama o addirittura nudi su stuoie spesso coperte di feci, e vengono regolarmente malmenati dai custodi. In Russia un terzo dei detenuti (305.000 su un totale di 962.000 reclusi) soffre di malattie mentali, sicché le carceri da correttive sono diventate curative, come ha dichiarato nel maggio 2002 Yuri Kalinin, viceministro alla giustizia. Senza dire dei manicomi giudiziari: alla data del 31 maggio 2001 quelli italiani accoglievano (si fa per dire) 1.265 persone, la metà delle quali prosciolte dal reato di cui erano accusate. In un manicomio criminale si sa quando si entra, ma non quando (e se) sarà possibile respirare di nuovo l'aria aperta; lì dentro può capitare di morire senza che nessuno se ne accorga, com'è accaduto a Giovanni Bonomo, il cui decesso (nel febbraio 2002) è stato scoperto solo due giorni dopo dalla moglie, e per un puro caso.
L'orrore, insomma, è planetario, come chiunque può vedere collegandosi al sito www.witness.org, che documenta gli abusi perpetrati in 50 paesi diversi. Eppure non è che al popolo dei folli manchi la protezione del diritto, almeno sulla carta. Nel 1991 l'Assemblea generale dell'Onu ha adottato una risoluzione per la «Protezione delle persone che soffrono di malattie mentali e il miglioramento delle cure per la salute mentale»: vi si trovano elencati 25 principi, fra i quali il rispetto della privacy, il divieto di discriminazioni, l'istituzione di garanti contro il pericolo di soprusi nelle strutture di ricovero, il diritto all'assistenza sanitaria, alla riabilitazione, a un vitto decente, allo svago, alla comunicazione, e vari altri ancora. Dichiarazioni puntualmente ribadite nelle varie carte dei diritti del malato, ma altrettanto puntualmente smentite nella prassi.
C'è un fallimento normativo, infatti, nel destino di chiunque soffra di disordini mentali; lo stesso fallimento contro cui si è infranto il sogno di Basaglia. Nell'ottobre del 2002, un quarto di secolo dopo il varo della legge che ancora reca la sua firma, il sottosegretario Guidi ne ha restituito un quadro sconsolante: i manicomi dovrebbero essere chiusi, ma in realtà hanno soltanto cambiato nome. Per il 49% sono collocati fuori, lontano dai centri abitati, come il Narrenschiff di Foucault. E in queste strutture inaccessibili e remote di notte non ci sono medici: succede nel 92% dei casi. È successo anche a San Gregorio Magno, dove in una notte del 2001 morirono bruciate 19 persone, tutte anziane e malate di mente. Succede quando la morte è volontaria, dato che in manicomio ci s'ammazza 50 volte più che fuori, senza che vi sia qualcuno ad impedirlo. O altrimenti succede perché nei manicomi (negli «ospedali psichiatrici») italiani si continuano ad usare cinghie, camicie di forza, strumenti di coercizione che almeno formalmente sarebbero proibiti, ma che vengono tuttavia impiegati perlomeno nel 4% di queste strutture.
A conti fatti l'unico diritto all'eguaglianza che i pazzi possono concretamente esercitare è quello che li oppone al boia: accade in America, la patria delle libertà, dove infatti nell'ultimo quarto di secolo sono stati giustiziati almeno 36 ritardati mentali, secondo la denuncia di Amnesty International. Magra consolazione, tuttavia. Anche perché i folli, i «disturbati», sono assai più di quanto ci s'aspetta. 10 milioni in Italia, oltre 450 milioni di persone adulte in tutto il mondo, soffrono di disagi psichici, secondo i dati dell'Oms. Gli schizofrenici sono 24 milioni, gli epilettici il doppio (50 milioni). Significa che i disturbi mentali coprono il 12% del carico globale di malattia, una quota superiore a quella del cancro, della malaria e della tubercolosi messi insieme. Significa altresì che una persona su 4 subisce un qualche disturbo mentale nel corso della propria esistenza. E infatti la depressione oggi rappresenta il principale fattore di disabilità; in Italia colpisce l'8% d'uomini e donne; entro il 2020 è destinata a diventare la seconda malattia più debilitante. Sempre in Italia, si stima una popolazione di 8.066.000 persone con disturbi affettivi; 349.000 soffrono di psicosi non affettive; 1.244.000 hanno disturbi da somatizzazione; in 7.943.000 soffrono di crisi d'ansia; 767.000 lamentano disturbi del sonno; 377.000 hanno disturbi alimentari; 49.000 si portano addosso malattie psicosessuali; 229.000 soffrono di disturbi dell'infanzia e dell'adolescenza; almeno in 500.000 sono stati colpiti da una patologia psichica grave.
Ecco perché il pregiudizio - lo «stigma» - che circonda i folli, gli instabili, i depressi, suona doppiamente ingiusto. È una maledizione sociale che trasforma le vittime in carnefici, gli aggrediti in aggressori, quando il più delle volte ad essere violenti siamo noi, i sani, i ricchi, i benpensanti. Accetteremmo la stessa situazione se lo stigma colpisse chi soffre di cancro o d'infarto? Eppure negli Stati Uniti, secondo un rapporto reso nel 2001 dalla National Depressive and Maniac-Depressive Association, il 69% dei malati di mente è vittima di diagnosi errate, che spesso si ripetono per due, tre, anche per cinque volte. Eppure la metà delle persone affette da malattie mentali, intervistate nel corso di un'indagine britannica, ha denunziato un trattamento inadeguato da parte dei servizi sanitari, e una percentuale altrettanto notevole ha ammesso d'aver subito molestie fisiche e verbali. Eppure lo stigma genera discriminazione nell'ambiente di lavoro, rende difficile trovare un'abitazione, accedere alle cure o più semplicemente allacciare rapporti sociali. Da vari studi condotti nel dopoguerra in Usa emerge che solo il 13% dei datori di lavoro ha dichiarato d'aver assunto una persona che soffra di disturbi psichiatrici, mentre un quarto ha ammesso a chiare lettere che non lo avrebbe fatto mai. Una percentuale che in Grecia tocca il 40%, e che altrove sale ancora. Così come sale la nostra intolleranza, figlia legittima (ahimè) dell'ignoranza.
micheleainis@tin.it
Guido Ceronetti: i miti
La Stampa 15.4.04
Guido Ceronetti
E se fossero state verità viventi, attuali sempre, messaggi degli Dei agli uomini, quelli che abbiamo rimosso perfettamente, riducendoli a miti, che nelle nostre lingue significano semplicemente prodotti d’immaginazione, verità poetiche, dunque il contrario di quel che consideriamo obbligatoriamente vero? E’ tanto se accettiamo come verità il mito che è stato accolto dalla psicanalisi con valore di simbolo e come definizione psicologica. Uno degli esempi classici di questo capovolgimento del senso del mito per metterlo a disposizione della mentalità appiattita dalle correnti positivistiche, idealistiche e nichilistiche del pensiero contemporaneo ce lo dà il povero Edipo. Appena si dice Edipo la mente, anche la più rozza, associa il nome ai sogni d’incesto con la madre e agli atti incestuosi di figli maschi con la loro mamma descritti dagli analisti. Ma il vero Edipo sarebbe caduto dalle nuvole: questa volgarizzazione triviale del suo mito gli farebbe alzare il bastone bianco. I filologi sanno bene che Edipo è altro, e molto di più, ma per renderlo tollerabile al linguaggio, alla comprensione d’oggi, di massa e televisione, Edipo dev’essere identificato con chi, nelle cronache, violenta la madre e poi va in discoteca a riderne con le anfetamine.
Mi domando - cercando infaticabilmente, anche se il mio passo non è più da maratoneta, mani e fili per tirarmi fuori dal labirinto della storia, al di là di quel che appare e dei fatti bruti - se nei lontani miti non sia contenuta qualche spiegazione per niente rigettabile o da collocare nei magazzini culturali (loculi per una quantità di sepolti vivi), di quanto abbiamo visto e vediamo accadere sotto i nostri occhi, e rispondo di sì, può venirne un aiuto, una consolazione... E neppure mi sento solo in questo: se tante ondate di ricerca, di pensiero rivelativo battono con voracità contro le mura ipotetiche, invisibili e sommerse di Atlantide significa che Atlantide è Qualcosa e che ci possiamo sentire cittadini di Atlantide anche alla Magliana, alle Vallette, alla Bovisa o nel Bronx peggiore, per corrispondenze di destino, perché il mito atlantideo s’incastra con le confuse linee del nostro tracciato esistenziale. Gli abitanti di Atlantide, raggiunta una mai vista potenza tecnologica, perirono tuffati in un oceano di crimini, ubriachi di potenza e incapaci di districarsi dalle spire dei loro misfatti, in un’aria appestata... Non importa collocare Atlantide dove affondò il Titanic o nel triangolo delle Bermude: è qui, è il nostro brodo quotidiano, i suoi giornali sono i nostri da novanta centesimi, le sue mura sono le nostre case...
E come mai si corrispondono perfettamente le età brahmaniche del mito indiano e le età esiodee nelle Opere e i Giorni? Ellade e Gange? Infrolliti, accecati dalla fissazione al tempo lineare, abbiamo trasferito la verità del tempo ciclico nelle bare culturali - ma guarda, il tempo ciclico non è morto! Esiodo visse otto secoli prima della nostra éra, e spartiva le età del mondo in aurea, argentea, bronzea, eroica e ferrea. E qui commenta: «Mai io avrei voluto trovarmi con la quinta stirpe di uomini: ma o morire prima o nascere dopo. Ora infatti è la stirpe di ferro: né mai di giorno cesseranno di distruggersi per la fatica e per la pena, né mai di notte: e gli Dei daranno pensieri luttuosi, e Zeus distruggerà anche questa razza di umani, quando ai nati biancheggeranno le tempie...».
I cicli dei vati indiani sono quattro: satya (oro), treta (argento), dvapara (bronzo), kali (ferro). Insieme formano un mahayuga, un Grande Ciclo. L’epoca contemporanea, che nei calcoli dell’India non è limitata agli ultimi due secoli, o all’ultimo, è di fine-kaliyuga, il punto terminale di un Ciclo, immensa, incalcolabile voragine di tempo. E vivere in kaliyuga finale non è un’allegria, mentre la potenza di Atlantide che abbiamo costruito per dominare la fatica, il male e la morte ci sta sgranocchiando e calpestando con denti e zampe di infuocato drago.
Ed è altrettanto vero, visto in questa cruda luce, quanto Dostoevskij dice nell’Idiota: che la bellezza salverà il mondo. Non lo salva dalla sua finale degenerazione e disgregazione etico-fisica, ma come sogno. Il sogno immortale della Bellezza genera Età dell’Oro, ne anticipa, ne presagisce la presenza nell’Invisibile, è un faro che mai si spegne, un farmaco contro la paura.
Guido Ceronetti
E se fossero state verità viventi, attuali sempre, messaggi degli Dei agli uomini, quelli che abbiamo rimosso perfettamente, riducendoli a miti, che nelle nostre lingue significano semplicemente prodotti d’immaginazione, verità poetiche, dunque il contrario di quel che consideriamo obbligatoriamente vero? E’ tanto se accettiamo come verità il mito che è stato accolto dalla psicanalisi con valore di simbolo e come definizione psicologica. Uno degli esempi classici di questo capovolgimento del senso del mito per metterlo a disposizione della mentalità appiattita dalle correnti positivistiche, idealistiche e nichilistiche del pensiero contemporaneo ce lo dà il povero Edipo. Appena si dice Edipo la mente, anche la più rozza, associa il nome ai sogni d’incesto con la madre e agli atti incestuosi di figli maschi con la loro mamma descritti dagli analisti. Ma il vero Edipo sarebbe caduto dalle nuvole: questa volgarizzazione triviale del suo mito gli farebbe alzare il bastone bianco. I filologi sanno bene che Edipo è altro, e molto di più, ma per renderlo tollerabile al linguaggio, alla comprensione d’oggi, di massa e televisione, Edipo dev’essere identificato con chi, nelle cronache, violenta la madre e poi va in discoteca a riderne con le anfetamine.
Mi domando - cercando infaticabilmente, anche se il mio passo non è più da maratoneta, mani e fili per tirarmi fuori dal labirinto della storia, al di là di quel che appare e dei fatti bruti - se nei lontani miti non sia contenuta qualche spiegazione per niente rigettabile o da collocare nei magazzini culturali (loculi per una quantità di sepolti vivi), di quanto abbiamo visto e vediamo accadere sotto i nostri occhi, e rispondo di sì, può venirne un aiuto, una consolazione... E neppure mi sento solo in questo: se tante ondate di ricerca, di pensiero rivelativo battono con voracità contro le mura ipotetiche, invisibili e sommerse di Atlantide significa che Atlantide è Qualcosa e che ci possiamo sentire cittadini di Atlantide anche alla Magliana, alle Vallette, alla Bovisa o nel Bronx peggiore, per corrispondenze di destino, perché il mito atlantideo s’incastra con le confuse linee del nostro tracciato esistenziale. Gli abitanti di Atlantide, raggiunta una mai vista potenza tecnologica, perirono tuffati in un oceano di crimini, ubriachi di potenza e incapaci di districarsi dalle spire dei loro misfatti, in un’aria appestata... Non importa collocare Atlantide dove affondò il Titanic o nel triangolo delle Bermude: è qui, è il nostro brodo quotidiano, i suoi giornali sono i nostri da novanta centesimi, le sue mura sono le nostre case...
E come mai si corrispondono perfettamente le età brahmaniche del mito indiano e le età esiodee nelle Opere e i Giorni? Ellade e Gange? Infrolliti, accecati dalla fissazione al tempo lineare, abbiamo trasferito la verità del tempo ciclico nelle bare culturali - ma guarda, il tempo ciclico non è morto! Esiodo visse otto secoli prima della nostra éra, e spartiva le età del mondo in aurea, argentea, bronzea, eroica e ferrea. E qui commenta: «Mai io avrei voluto trovarmi con la quinta stirpe di uomini: ma o morire prima o nascere dopo. Ora infatti è la stirpe di ferro: né mai di giorno cesseranno di distruggersi per la fatica e per la pena, né mai di notte: e gli Dei daranno pensieri luttuosi, e Zeus distruggerà anche questa razza di umani, quando ai nati biancheggeranno le tempie...».
I cicli dei vati indiani sono quattro: satya (oro), treta (argento), dvapara (bronzo), kali (ferro). Insieme formano un mahayuga, un Grande Ciclo. L’epoca contemporanea, che nei calcoli dell’India non è limitata agli ultimi due secoli, o all’ultimo, è di fine-kaliyuga, il punto terminale di un Ciclo, immensa, incalcolabile voragine di tempo. E vivere in kaliyuga finale non è un’allegria, mentre la potenza di Atlantide che abbiamo costruito per dominare la fatica, il male e la morte ci sta sgranocchiando e calpestando con denti e zampe di infuocato drago.
Ed è altrettanto vero, visto in questa cruda luce, quanto Dostoevskij dice nell’Idiota: che la bellezza salverà il mondo. Non lo salva dalla sua finale degenerazione e disgregazione etico-fisica, ma come sogno. Il sogno immortale della Bellezza genera Età dell’Oro, ne anticipa, ne presagisce la presenza nell’Invisibile, è un faro che mai si spegne, un farmaco contro la paura.
anche in Francia:
vogliono curare la schizofrenia con lo studio dei topi...
ANSA.it
NEI TOPI RESI APATICI C'E' IL SEGRETO DELLA SCHIZOFRENIA
ROMA - Sono diventati apatici e indifferenti, non difendono il loro territorio, non preparano il nido ne' curano i piccoli, ma promettono di aprire la strada ad una rivoluzione nella cura della schizofrenia: sono i topi geneticamente modificati e trasformati nel modello ideale per scoprire le cause di questa malattia. Su di essi sembrano avere effetti molto positivi molecole finora note per i loro effetti anticancro.
I ricercatori francesi del laboratorio di Biologia del Commissariato per l'energia atomica (CEA) di Grenoble, diretto da Didier Job, contano di essere presto in grado di poter trasferire nell'uomo quanto stanno sperimentando nei topi resi apatici: grazie a topi come questi potranno essere individuate nuove classi di farmaci in grado di combattere in modo efficace la schizofrenia. Sarebbe una vera e propria rivoluzione, dopo la scoperta dei farmaci neurolettici, avvenuta negli anni '50. Ancora oggi questi farmaci sono la migliore arma disponibile contro questa malattia psichiatrica, che colpisce l'1% della popolazione.
I topi che potrebbero lasciare un segno nella storia della psichiatria sono in apparenza identici ai loro simili curiosi e vivaci, ma nel loro patrimonio genetico e' stato spento il gene addetto alla produzione di una proteina chiamata ''Stop'', una sorta di interruttore molecolare della curiosita'.
Per avere un'idea dell'importanza di questa proteina, e' sufficiente osservare il comportamento di un topo normale: un maschio abituato a vivere da solo in una gabbia non esitera' nemmeno un istante ad aggredire senza risparmio di colpi un altro maschio introdotto nella stessa gabbia. Un comportamento certamente poco ospitale, ma perfettamente coerente con il codice sociale dei topi, che non ammette in alcun modo che un maschio lasci impunemente penetrare un estraneo nel suo territorio.
Ma se un topo privato del gene che controlla la produzione della proteina Stop viene sottoposto allo stesso test, lascia che l'intruso invada il suo territorio senza mostrare alcuna reazione. La biologa collaboratrice di Didier Job, Annie Andrieux, che studia i topi apatici da quasi dieci anni, li descrive come topi ansiosi, che cambiano spesso attivita' e che, rispetto ai loro simili sani, dormono meno e si muovono di piu'. Ma nonostante questa apparente attivita', sono sostanzialmente apatici e indifferenti. Le femmine in attesa dei cuccioli, per esempio, non si danno da fare a preparare il nido e continuano a ignorare la prole anche dopo la nascita dei piccoli, al punto da non curarli e fino a lasciarli morire. Nulla riesce a scuoterli dalla loro indifferenza: ne' la vista di un oggetto nuovo, capace di risvegliare la curiosita' di qualsiasi altro roditore, ne' un'eventuale minaccia. Nemmeno il freddo li spinge a cercare un nido o un qualsiasi rifugio in cui riscaldarsi.
Perche' e' importante studiare topi come questi? I ricercatori li considerano il modello animale piu' vicino alla schizofrenia che colpisce l'uomo. Sono simili sia per l'atteggiamento psicologico, sia perche' i meccanismi biologici associati alla malattia riprodotta nei topi sono confrontabili con quelli osservati nei pazienti umani.
Vale a dire che, nei topi come l'uomo, le connessioni tra i neuroni (chiamate sinapsi) non hanno la plasticita' necessaria per affrontare compiti complessi come l'apprendimento e la memorizzazione. A rafforzare la somiglianza tra la malattia negli animali e quella umana c'e' anche il fatto che gli stessi farmaci neurolettici utilizzati per curare la schizofrenia nell'uomo hanno effetti analoghi nei topi geneticamente modificati: trattati con questi farmaci fin dalla nascita, i topi apatici smettono di essere tali e si occupano sia della loro sopravvivenza sia dei loro piccoli.
Annie Andrieux e Didier Job hanno inoltre scoperto che nei topi resi apatici la carenza della proteina Stop puo' essere, in certa misura, controbilanciata da alcune molecole oggi utilizzate come farmaci anticancro. Somministrate ai topi geneticamente modificati, queste molecole sono riuscite a migliorarne il comportamento in un modo che i ricercatori definiscono ''spettacolare''. Secondo Annie Andrieux i nuovi farmaci ''funzionano meglio dei tradizionali neurolettici''. I test negli animali sono cosi' positivi che i ricercatori sono convinti che i risultati possano essere estrapolabili anche all'uomo, tanto che i due ricercatori di Grenoble hanno depositato un brevetto e sono in cerca di un partner fra le aziende farmaceutiche.
NEI TOPI RESI APATICI C'E' IL SEGRETO DELLA SCHIZOFRENIA
ROMA - Sono diventati apatici e indifferenti, non difendono il loro territorio, non preparano il nido ne' curano i piccoli, ma promettono di aprire la strada ad una rivoluzione nella cura della schizofrenia: sono i topi geneticamente modificati e trasformati nel modello ideale per scoprire le cause di questa malattia. Su di essi sembrano avere effetti molto positivi molecole finora note per i loro effetti anticancro.
I ricercatori francesi del laboratorio di Biologia del Commissariato per l'energia atomica (CEA) di Grenoble, diretto da Didier Job, contano di essere presto in grado di poter trasferire nell'uomo quanto stanno sperimentando nei topi resi apatici: grazie a topi come questi potranno essere individuate nuove classi di farmaci in grado di combattere in modo efficace la schizofrenia. Sarebbe una vera e propria rivoluzione, dopo la scoperta dei farmaci neurolettici, avvenuta negli anni '50. Ancora oggi questi farmaci sono la migliore arma disponibile contro questa malattia psichiatrica, che colpisce l'1% della popolazione.
I topi che potrebbero lasciare un segno nella storia della psichiatria sono in apparenza identici ai loro simili curiosi e vivaci, ma nel loro patrimonio genetico e' stato spento il gene addetto alla produzione di una proteina chiamata ''Stop'', una sorta di interruttore molecolare della curiosita'.
Per avere un'idea dell'importanza di questa proteina, e' sufficiente osservare il comportamento di un topo normale: un maschio abituato a vivere da solo in una gabbia non esitera' nemmeno un istante ad aggredire senza risparmio di colpi un altro maschio introdotto nella stessa gabbia. Un comportamento certamente poco ospitale, ma perfettamente coerente con il codice sociale dei topi, che non ammette in alcun modo che un maschio lasci impunemente penetrare un estraneo nel suo territorio.
Ma se un topo privato del gene che controlla la produzione della proteina Stop viene sottoposto allo stesso test, lascia che l'intruso invada il suo territorio senza mostrare alcuna reazione. La biologa collaboratrice di Didier Job, Annie Andrieux, che studia i topi apatici da quasi dieci anni, li descrive come topi ansiosi, che cambiano spesso attivita' e che, rispetto ai loro simili sani, dormono meno e si muovono di piu'. Ma nonostante questa apparente attivita', sono sostanzialmente apatici e indifferenti. Le femmine in attesa dei cuccioli, per esempio, non si danno da fare a preparare il nido e continuano a ignorare la prole anche dopo la nascita dei piccoli, al punto da non curarli e fino a lasciarli morire. Nulla riesce a scuoterli dalla loro indifferenza: ne' la vista di un oggetto nuovo, capace di risvegliare la curiosita' di qualsiasi altro roditore, ne' un'eventuale minaccia. Nemmeno il freddo li spinge a cercare un nido o un qualsiasi rifugio in cui riscaldarsi.
Perche' e' importante studiare topi come questi? I ricercatori li considerano il modello animale piu' vicino alla schizofrenia che colpisce l'uomo. Sono simili sia per l'atteggiamento psicologico, sia perche' i meccanismi biologici associati alla malattia riprodotta nei topi sono confrontabili con quelli osservati nei pazienti umani.
Vale a dire che, nei topi come l'uomo, le connessioni tra i neuroni (chiamate sinapsi) non hanno la plasticita' necessaria per affrontare compiti complessi come l'apprendimento e la memorizzazione. A rafforzare la somiglianza tra la malattia negli animali e quella umana c'e' anche il fatto che gli stessi farmaci neurolettici utilizzati per curare la schizofrenia nell'uomo hanno effetti analoghi nei topi geneticamente modificati: trattati con questi farmaci fin dalla nascita, i topi apatici smettono di essere tali e si occupano sia della loro sopravvivenza sia dei loro piccoli.
Annie Andrieux e Didier Job hanno inoltre scoperto che nei topi resi apatici la carenza della proteina Stop puo' essere, in certa misura, controbilanciata da alcune molecole oggi utilizzate come farmaci anticancro. Somministrate ai topi geneticamente modificati, queste molecole sono riuscite a migliorarne il comportamento in un modo che i ricercatori definiscono ''spettacolare''. Secondo Annie Andrieux i nuovi farmaci ''funzionano meglio dei tradizionali neurolettici''. I test negli animali sono cosi' positivi che i ricercatori sono convinti che i risultati possano essere estrapolabili anche all'uomo, tanto che i due ricercatori di Grenoble hanno depositato un brevetto e sono in cerca di un partner fra le aziende farmaceutiche.
mercoledì 14 aprile 2004
una lettera
una segnalazione di Paolo Izzo
Lettere alla Repubblica 14.4.04
Bimbi troppo vivaci?
Arriva lo psicofarmaco
Margherita Pellegrino
Segrate (Milano)
Ho letto che la Commissione del Farmaco ha ammesso al rimborso il Ritalin, che viene usato per il trattamento dell'Attention Deficit Hyperactivity Disorder, cioè disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività. Sono un'insegnante, e ho avuto tra le mani il questionario distribuito nelle scuole grazie al quale viene stabilito se l'alunno è affetto da Adhd. Le domande a cui noi insegnanti dovevamo rispondere erano: "Non riesce a concentrarsi, non mantiene a lungo l'attenzione?"; "Si distrae facilmente?"; "Non riesce a stare fermo seduto?"; "È irrequieto, iperattivo?"; "Non porta a termine i giochi?". Sono preoccupata. Ma dove hanno vissuto finora gli psichiatri che hanno scritto il questionario, su Marte? Perché i bambini, i comportamenti di cui sopra, da che mondo è mondo li hanno sempre avuti. Qualsiasi insegnante sa che ci sono alunni che quando non capiscono qualcosa, si distraggono, si alzano e fanno qualcos'altro. Di bambini vivaci, ora definiti "iperattivi", nelle scuole italiane ce ne sono sempre stati. I bambini che trent'anni fa gli psichiatri avrebbero etichettato come affetti da "deficit di attenzione e iperattività" oggi sono artisti, operai, politici, insegnanti, commercianti, giornalisti, gente che manda avanti la società. Capisco che gli psichiatri devono procacciarsi nuovi clienti e le case farmaceutiche trovare a chi vendere psicofarmaci, ma per favore, che stiano lontani dai bambini.
Lettere alla Repubblica 14.4.04
Bimbi troppo vivaci?
Arriva lo psicofarmaco
Margherita Pellegrino
Segrate (Milano)
Ho letto che la Commissione del Farmaco ha ammesso al rimborso il Ritalin, che viene usato per il trattamento dell'Attention Deficit Hyperactivity Disorder, cioè disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività. Sono un'insegnante, e ho avuto tra le mani il questionario distribuito nelle scuole grazie al quale viene stabilito se l'alunno è affetto da Adhd. Le domande a cui noi insegnanti dovevamo rispondere erano: "Non riesce a concentrarsi, non mantiene a lungo l'attenzione?"; "Si distrae facilmente?"; "Non riesce a stare fermo seduto?"; "È irrequieto, iperattivo?"; "Non porta a termine i giochi?". Sono preoccupata. Ma dove hanno vissuto finora gli psichiatri che hanno scritto il questionario, su Marte? Perché i bambini, i comportamenti di cui sopra, da che mondo è mondo li hanno sempre avuti. Qualsiasi insegnante sa che ci sono alunni che quando non capiscono qualcosa, si distraggono, si alzano e fanno qualcos'altro. Di bambini vivaci, ora definiti "iperattivi", nelle scuole italiane ce ne sono sempre stati. I bambini che trent'anni fa gli psichiatri avrebbero etichettato come affetti da "deficit di attenzione e iperattività" oggi sono artisti, operai, politici, insegnanti, commercianti, giornalisti, gente che manda avanti la società. Capisco che gli psichiatri devono procacciarsi nuovi clienti e le case farmaceutiche trovare a chi vendere psicofarmaci, ma per favore, che stiano lontani dai bambini.
neuroscienze americane: lobi e genialità
Eco di Bergamo 14.4.04
Il lampo di genio si accende nel lobo destro del cervello
Il lampo di genio è di casa nel cervello ed ora è stata localizzata l'area in cui si accende la famosa lampadina, quella che ha portato alcuni grandi della scienza a invenzioni o scoperte importantissime, e che aiuta tutti noi a risolvere in un batter d'occhio grattacapi impossibili.
La lampadina si trova nel lobo temporale destro, svelano sulla rivista PLoS Biology Mark Jung-Beeman ed Edward Bowden delle Northwestern University e John Kounios della Drexel University, dove, senza che noi ce ne rendiamo conto, le informazioni a disposizione per risolvere un certo dilemma sono rielaborate in modo nuovo e la nostra confusione prende forma d'un tratto trasformandosi nella soluzione agognata. A noi arriva solo il risultato intuitivo, come se venisse da lontano, improvviso. Secondo gli scienziati la scoperta è importante non solo perchè aiuta a collocare i centri nervosi dell'intuizione ma anche perchè la natura di quest'area potrebbe essere alla base delle differenze individuali nell'intuito. «Per tanto tempo si è detto che l'intuizione è qualcosa di diverso dal risolvere linearmente un problema - ha commentato Jung-Beeman - noi crediamo questa sia la prima ricerca che mostri differenze nei meccanismi neurali che conducono a scoperte decisive».
La scoperta delle basi neurali dell'intuizione deriva da una doppia serie di esperimenti condotti dagli scienziati su alcune persone che dovevano risolvere dei «dispettosi» giochi di parole creati ad hoc per risvegliare il loro intuito. Dovevano leggere tre parole e pensarne una quarta che con tutte e tre potesse formare un vocabolo composto. E dovevano dire quando sentivano che l'intuizione fosse andata loro in aiuto, quando no. Nel frattempo gli scienziati misuravano l'attività cerebrale dei soggetti con la risonanza magnetica funzionale, una specie di telecamera che «spia» il cervello in funzione e rileva le aree in attività. Così hanno visto che in concomitanza con il saltar fuori di soluzioni intuitive una ristretta parte del lobo temporale destro, il «giro temporale anteriore superiore», è più attiva rispetto a quando la soluzione viene senza accendere la lampadina.
In un secondo tempo invece hanno usato un elettroencefalogramma per vedere a che tipo di onde elettriche corrispondesse l'uso dell'intuito. Circa un terzo di secondo prima che la lampadina si accenda l'apparecchio registra, un fortissimo aumento di onde nella banda gamma, cioè ad alta frequenza, proprio nell'area scoperta con la risonanza. Queste onde riflettono la messa in atto di un processo di elaborazione cognitiva complessa. Inoltre in un'altra regione, la corteccia posteriore destra, circa un secondo e mezzo prima dell'arrivo della soluzione intuitiva si ha un forte aumento di onde a bassa frequenza, o in banda alfa, legate a stato di rilassamento o riposo della mente. Queste cessano proprio quando iniziano dall'altra parte le gamma, precisano gli esperti, facendo pensare che ci sia un momento in cui il cervello si svuota spianando la via all'intuito, come se a un certo punto noi chiudessimo gli occhi e semplicemente aspettassimo l'arrivo da lontano della risposta a lungo cercata.
Quando tentiamo di ricordare una cosa, un nome, oppure quando cerchiamo la soluzione a un problema complesso, dopo aver provato in mille modi per ore, ci arrendiamo, arrivando ad un momento di impasse. Dopodiché, se siamo abbastanza intuitivi, la nebbia in un instante si dirada e, voilà, ecco la soluzione.
Il lampo di genio si accende nel lobo destro del cervello
Il lampo di genio è di casa nel cervello ed ora è stata localizzata l'area in cui si accende la famosa lampadina, quella che ha portato alcuni grandi della scienza a invenzioni o scoperte importantissime, e che aiuta tutti noi a risolvere in un batter d'occhio grattacapi impossibili.
La lampadina si trova nel lobo temporale destro, svelano sulla rivista PLoS Biology Mark Jung-Beeman ed Edward Bowden delle Northwestern University e John Kounios della Drexel University, dove, senza che noi ce ne rendiamo conto, le informazioni a disposizione per risolvere un certo dilemma sono rielaborate in modo nuovo e la nostra confusione prende forma d'un tratto trasformandosi nella soluzione agognata. A noi arriva solo il risultato intuitivo, come se venisse da lontano, improvviso. Secondo gli scienziati la scoperta è importante non solo perchè aiuta a collocare i centri nervosi dell'intuizione ma anche perchè la natura di quest'area potrebbe essere alla base delle differenze individuali nell'intuito. «Per tanto tempo si è detto che l'intuizione è qualcosa di diverso dal risolvere linearmente un problema - ha commentato Jung-Beeman - noi crediamo questa sia la prima ricerca che mostri differenze nei meccanismi neurali che conducono a scoperte decisive».
La scoperta delle basi neurali dell'intuizione deriva da una doppia serie di esperimenti condotti dagli scienziati su alcune persone che dovevano risolvere dei «dispettosi» giochi di parole creati ad hoc per risvegliare il loro intuito. Dovevano leggere tre parole e pensarne una quarta che con tutte e tre potesse formare un vocabolo composto. E dovevano dire quando sentivano che l'intuizione fosse andata loro in aiuto, quando no. Nel frattempo gli scienziati misuravano l'attività cerebrale dei soggetti con la risonanza magnetica funzionale, una specie di telecamera che «spia» il cervello in funzione e rileva le aree in attività. Così hanno visto che in concomitanza con il saltar fuori di soluzioni intuitive una ristretta parte del lobo temporale destro, il «giro temporale anteriore superiore», è più attiva rispetto a quando la soluzione viene senza accendere la lampadina.
In un secondo tempo invece hanno usato un elettroencefalogramma per vedere a che tipo di onde elettriche corrispondesse l'uso dell'intuito. Circa un terzo di secondo prima che la lampadina si accenda l'apparecchio registra, un fortissimo aumento di onde nella banda gamma, cioè ad alta frequenza, proprio nell'area scoperta con la risonanza. Queste onde riflettono la messa in atto di un processo di elaborazione cognitiva complessa. Inoltre in un'altra regione, la corteccia posteriore destra, circa un secondo e mezzo prima dell'arrivo della soluzione intuitiva si ha un forte aumento di onde a bassa frequenza, o in banda alfa, legate a stato di rilassamento o riposo della mente. Queste cessano proprio quando iniziano dall'altra parte le gamma, precisano gli esperti, facendo pensare che ci sia un momento in cui il cervello si svuota spianando la via all'intuito, come se a un certo punto noi chiudessimo gli occhi e semplicemente aspettassimo l'arrivo da lontano della risposta a lungo cercata.
Quando tentiamo di ricordare una cosa, un nome, oppure quando cerchiamo la soluzione a un problema complesso, dopo aver provato in mille modi per ore, ci arrendiamo, arrivando ad un momento di impasse. Dopodiché, se siamo abbastanza intuitivi, la nebbia in un instante si dirada e, voilà, ecco la soluzione.
attacchi di panico
Gazzetta di Parma 14.4.04
Il problema viene analizzato in un saggio di Francesco Rovetto, docente del nostro Ateneo
Baratri di paura
Attacchi di panico, una patologia che può essere vinta
di Francesca Avanzini
La prima volta ti coglie del tutto di sorpresa: stai percorrendo a piedi la strada di casa, oppure, pigiato in metropolitana, vedi scorrere le note stazioni, quando la gola ti si chiude, ti sembra di non riuscire più a respirare e il cuore prende a batterti furiosamente. Tutto quanto intorno a te subisce una vaga distorsione, la gente sembra fissarti con stupore o, peggio, con riprovazione, ci siamo, pensi, sto per impazzire, adesso cado, svengo, mi metto a straparlare.
Così, alla prima fermata - non la tua - scendi a precipizio e ti lanci su per le scale come inseguito da un dobermann in cerca di aria, di salvezza. E man mano che il cuore si quieta e la mente si snebbia, ti chiedi con preoccupazione che cosa ti sia successo, se una minaccia di infarto, le avvisaglie di un ictus o i prodromi della pazzia.
Niente di tutto questo, è «solo» panico, un disturbo che colpisce un numero sempre maggiore di persone e che, se dimostra una lieve preferenza per le donne, non trascura uomini grandi e grossi all'apparenza timorosi di niente. Per tutti questi la vita diventa a poco a poco un percorso a ostacoli, anzi, a imbuto, perché a forza di evitare situazioni - la metropolitana, l'autobus, i luoghi aperti o affollati, l'autostrada - ci si riduce rannicchiati nell'ultimo angolo di casa. E neanche lì si è sicuri al cento per cento: l'attacco di panico può infatti cogliere subdolo proprio nell'attimo in cui, per vari motivi, non è possibile comunicare con nessuno. Oltre al fatto che il cervello di chi soffre di panico si mette in trappola da sé, sempre all'erta a spiare i minimi sintomi del corpo e a interpretarli in senso catastrofico o ad anticipare sensazioni sgradevoli.
Ad avere, in poche parole, paura della paura. Ma come uscire dal circolo vizioso? Esiste una cura, un rimedio una soluzione? E che origine ha il panico? Come può una reazione come la paura, così vitale per la sopravvivenza, incepparsi e diventare abnorme, scattare anche quando niente nell'ambiente circostante la giustifica?
A questa e a numerosissime altre domande risponde il volume «Panico» (collana Psicologia McGraw-Hill, pagg.578, euro 32), scritto da Francesco Rovetto, docente di Psicologia Clinica presso l'Università di Parma, che si è avvalso della collaborazione di un manipolo di illustri colleghi psicologi e psicoterapeuti per fornire una panoramica a 360 gradi del fenomeno panico e delle sue implicazioni.
Ma prima di addentrasi in una qualunque descrizione del libro, occorre premettere che non si tratta di un manuale di auto-aiuto - anche se nel cap.10 viene fornita una lista di libri di self help che affrontano il problema non solo dal punto di vista pratico ma anche da quello più largamente esistenziale del panico come condizione umana - e nemmeno di facile divulgazione.
Si tratta di un saggio documentatissimo ed esauriente, rivolto in particolar modo (ma non solo) a esperti del settore, che riserva al problema un approccio scientifico e che, in 20 capitoli, affronta ogni possibile aspetto del panico, dall'origine risalente in genere a esperienze infantili di abbandono, alla recrudescenza in occasione di recenti abbandoni, al manifestarsi in seguito a particolare stress, assunzione di farmaci e sostanze o talvolta persino in caso di dieta. La buona notizia, però, è che dal panico si guarisce con molta più frequenza di quanto ci si potrebbe aspettare, grazie a terapie mirate che prevedono a seconda dei casi l'uso di psicoterapia, la «riprogrammazione» in senso meno angoscioso delle proprie aspettative e sensazioni e anche l'uso di farmaci.
Nel libro vengono presi in esame i più recenti metodi curativi, dall'approccio cognitivo a quello psicoanalitico, all'ipnosi, ai gruppi di auto aiuto e persino all'uso di Internet e della realtà virtuale, vengono forniti esempi di test atti a valutare e misurare il panico e stralci di sedute con pazienti afflitti dal problema.
Inutile dunque rimpiangere tempi in cui si era tutti più vicini e solidali, in cui grandi teorie o religioni si facevano carico di ogni bisogno umano e consolavano dalle paure: anche quei tempi, a ben guardare, non erano esenti da terrori magari espressi in altri modi. E se si può sempre tentare di riallacciare rapporti umani più caldi, niente impedisce nel frattempo di curarsi con gli ultimi ritrovati della scienza.
Gazzetta di Parma 14.4.04
Parla l'autore del volume. Lo studioso insegna psicologia clinica
Vivere col fiato sospeso
«Ma la guarigione è completa nell'ottanta per cento dei casi»
di F. A.
Per prima cosa si vorrebbe sapere se di panico si guarisce, e se la guarigione è certa. «Nell'ottanta per cento dei casi la guarigione è completa», conferma il professor Rovetto, «se in questo si include anche un certo numero di soggetti, diciamo un 20%, per i quali permane un leggero stato ansioso, ma le cui condizioni di vita sono largamente accettabili. Persone che magari, all'occasione, preferiranno far guidare la macchina ad altri o che prenderanno l'aereo con qualche apprensione, ma che sostanzialmente non hanno limiti nella loro vita. Incide poi anche il carattere, c'è chi nasce fifone e chi spavaldo, e su questo dato di base non si può intervenire».
Mentre il restante 20% è irrecuperabile…
«Esistono anche persone che non vogliono guarire perché, ad esempio, senza problemi si ritengono persone da poco, o altre per cui l'attacco di panico è strumentale. Lo studente che è troppo spaventato davanti agli esami universitari, finché non li affronta può ritenersi uno da 30 e lode, affrontandoli potrebbe scoprire di essere da 28... C'è una forte immagine di sé in tanti casi. La malattia è a volte anche un equilibrio utile. La moglie molto possessiva può trovare comodo che il marito la accompagni ovunque, al supermarket come dal parrucchiere, e viceversa al marito molto geloso può far comodo una moglie murata in casa. C'è poi chi non guarisce per cause organiche. L'attacco di panico è piuttosto comune tra i diabetici, può essere causato da ipotensione ortostatica o da altri disturbi ancora. L'asma ad esempio è una delle patologie più facilmente associabili al disturbo da panico».
Escluse le cause organiche, si potrebbe pensare che il panico colpisca individui particolarmente timidi o introversi?
«Più che di timidezza si tratta di rigidità. Il panico capita a persone perfezioniste, che vogliono avere tutto sotto controllo. Non fanno prorompere le emozioni, sono spesso bloccate anche sul piano affettivo o relazionale, così l'attacco di panico è l'unica occasione per sentirsi vivi. Non accettano rischi, mentre vivere significa rischiare. Tutto è a rischio, persino ogni gravidanza, a ben pensarci».
Ha a che fare, tutto questo, con quella modalità «tutto o niente» di cui si parla nel libro?
«Questi pazienti non accettano le sfumature. Per esempio, o stanno bene o stanno male, anzi malissimo, così bisogna insegnar loro a convivere con i piccoli problemi che tutti hanno quotidianamente. Non è detto che un po' di vertigini degenerino necessariamente in panico, o che se si sbaglia un dettaglio tutto vada a monte».
Eppure una volta la gente non sembrava afflitta da questi problemi. O forse c'erano ma si esprimevano in altri modi?
«Un tempo si aveva paura di cose concrete, perché si vedeva un leone. Ora si ha terrore di cose simboliche, e questo estende il dominio della paura. Una volta poi i destini erano rigidamente codificati, il figlio del contadino non poteva aspirare a molto altro che a fare il contadino, e la figlia del conte non poteva certo pensare ad aprire una pasticceria. Ora si è soli di fronte alle scelte, di fronte al baratro. Il panico è una malattia di solitudine e di libertà, tanto che l'attacco di panico potrebbe definirsi un attacco acuto di solitudine».
Non avrà per caso a che fare con la depressione, il grande ombrello sotto il quale si rifugiano tutti i malesseri moderni?
«Se il panico si associa con un momento di depressione i sintomi vengono ingigantiti, e spesso occorre uno stato di depressione per scatenarlo».
Il problema viene analizzato in un saggio di Francesco Rovetto, docente del nostro Ateneo
Baratri di paura
Attacchi di panico, una patologia che può essere vinta
di Francesca Avanzini
La prima volta ti coglie del tutto di sorpresa: stai percorrendo a piedi la strada di casa, oppure, pigiato in metropolitana, vedi scorrere le note stazioni, quando la gola ti si chiude, ti sembra di non riuscire più a respirare e il cuore prende a batterti furiosamente. Tutto quanto intorno a te subisce una vaga distorsione, la gente sembra fissarti con stupore o, peggio, con riprovazione, ci siamo, pensi, sto per impazzire, adesso cado, svengo, mi metto a straparlare.
Così, alla prima fermata - non la tua - scendi a precipizio e ti lanci su per le scale come inseguito da un dobermann in cerca di aria, di salvezza. E man mano che il cuore si quieta e la mente si snebbia, ti chiedi con preoccupazione che cosa ti sia successo, se una minaccia di infarto, le avvisaglie di un ictus o i prodromi della pazzia.
Niente di tutto questo, è «solo» panico, un disturbo che colpisce un numero sempre maggiore di persone e che, se dimostra una lieve preferenza per le donne, non trascura uomini grandi e grossi all'apparenza timorosi di niente. Per tutti questi la vita diventa a poco a poco un percorso a ostacoli, anzi, a imbuto, perché a forza di evitare situazioni - la metropolitana, l'autobus, i luoghi aperti o affollati, l'autostrada - ci si riduce rannicchiati nell'ultimo angolo di casa. E neanche lì si è sicuri al cento per cento: l'attacco di panico può infatti cogliere subdolo proprio nell'attimo in cui, per vari motivi, non è possibile comunicare con nessuno. Oltre al fatto che il cervello di chi soffre di panico si mette in trappola da sé, sempre all'erta a spiare i minimi sintomi del corpo e a interpretarli in senso catastrofico o ad anticipare sensazioni sgradevoli.
Ad avere, in poche parole, paura della paura. Ma come uscire dal circolo vizioso? Esiste una cura, un rimedio una soluzione? E che origine ha il panico? Come può una reazione come la paura, così vitale per la sopravvivenza, incepparsi e diventare abnorme, scattare anche quando niente nell'ambiente circostante la giustifica?
A questa e a numerosissime altre domande risponde il volume «Panico» (collana Psicologia McGraw-Hill, pagg.578, euro 32), scritto da Francesco Rovetto, docente di Psicologia Clinica presso l'Università di Parma, che si è avvalso della collaborazione di un manipolo di illustri colleghi psicologi e psicoterapeuti per fornire una panoramica a 360 gradi del fenomeno panico e delle sue implicazioni.
Ma prima di addentrasi in una qualunque descrizione del libro, occorre premettere che non si tratta di un manuale di auto-aiuto - anche se nel cap.10 viene fornita una lista di libri di self help che affrontano il problema non solo dal punto di vista pratico ma anche da quello più largamente esistenziale del panico come condizione umana - e nemmeno di facile divulgazione.
Si tratta di un saggio documentatissimo ed esauriente, rivolto in particolar modo (ma non solo) a esperti del settore, che riserva al problema un approccio scientifico e che, in 20 capitoli, affronta ogni possibile aspetto del panico, dall'origine risalente in genere a esperienze infantili di abbandono, alla recrudescenza in occasione di recenti abbandoni, al manifestarsi in seguito a particolare stress, assunzione di farmaci e sostanze o talvolta persino in caso di dieta. La buona notizia, però, è che dal panico si guarisce con molta più frequenza di quanto ci si potrebbe aspettare, grazie a terapie mirate che prevedono a seconda dei casi l'uso di psicoterapia, la «riprogrammazione» in senso meno angoscioso delle proprie aspettative e sensazioni e anche l'uso di farmaci.
Nel libro vengono presi in esame i più recenti metodi curativi, dall'approccio cognitivo a quello psicoanalitico, all'ipnosi, ai gruppi di auto aiuto e persino all'uso di Internet e della realtà virtuale, vengono forniti esempi di test atti a valutare e misurare il panico e stralci di sedute con pazienti afflitti dal problema.
Inutile dunque rimpiangere tempi in cui si era tutti più vicini e solidali, in cui grandi teorie o religioni si facevano carico di ogni bisogno umano e consolavano dalle paure: anche quei tempi, a ben guardare, non erano esenti da terrori magari espressi in altri modi. E se si può sempre tentare di riallacciare rapporti umani più caldi, niente impedisce nel frattempo di curarsi con gli ultimi ritrovati della scienza.
Gazzetta di Parma 14.4.04
Parla l'autore del volume. Lo studioso insegna psicologia clinica
Vivere col fiato sospeso
«Ma la guarigione è completa nell'ottanta per cento dei casi»
di F. A.
Per prima cosa si vorrebbe sapere se di panico si guarisce, e se la guarigione è certa. «Nell'ottanta per cento dei casi la guarigione è completa», conferma il professor Rovetto, «se in questo si include anche un certo numero di soggetti, diciamo un 20%, per i quali permane un leggero stato ansioso, ma le cui condizioni di vita sono largamente accettabili. Persone che magari, all'occasione, preferiranno far guidare la macchina ad altri o che prenderanno l'aereo con qualche apprensione, ma che sostanzialmente non hanno limiti nella loro vita. Incide poi anche il carattere, c'è chi nasce fifone e chi spavaldo, e su questo dato di base non si può intervenire».
Mentre il restante 20% è irrecuperabile…
«Esistono anche persone che non vogliono guarire perché, ad esempio, senza problemi si ritengono persone da poco, o altre per cui l'attacco di panico è strumentale. Lo studente che è troppo spaventato davanti agli esami universitari, finché non li affronta può ritenersi uno da 30 e lode, affrontandoli potrebbe scoprire di essere da 28... C'è una forte immagine di sé in tanti casi. La malattia è a volte anche un equilibrio utile. La moglie molto possessiva può trovare comodo che il marito la accompagni ovunque, al supermarket come dal parrucchiere, e viceversa al marito molto geloso può far comodo una moglie murata in casa. C'è poi chi non guarisce per cause organiche. L'attacco di panico è piuttosto comune tra i diabetici, può essere causato da ipotensione ortostatica o da altri disturbi ancora. L'asma ad esempio è una delle patologie più facilmente associabili al disturbo da panico».
Escluse le cause organiche, si potrebbe pensare che il panico colpisca individui particolarmente timidi o introversi?
«Più che di timidezza si tratta di rigidità. Il panico capita a persone perfezioniste, che vogliono avere tutto sotto controllo. Non fanno prorompere le emozioni, sono spesso bloccate anche sul piano affettivo o relazionale, così l'attacco di panico è l'unica occasione per sentirsi vivi. Non accettano rischi, mentre vivere significa rischiare. Tutto è a rischio, persino ogni gravidanza, a ben pensarci».
Ha a che fare, tutto questo, con quella modalità «tutto o niente» di cui si parla nel libro?
«Questi pazienti non accettano le sfumature. Per esempio, o stanno bene o stanno male, anzi malissimo, così bisogna insegnar loro a convivere con i piccoli problemi che tutti hanno quotidianamente. Non è detto che un po' di vertigini degenerino necessariamente in panico, o che se si sbaglia un dettaglio tutto vada a monte».
Eppure una volta la gente non sembrava afflitta da questi problemi. O forse c'erano ma si esprimevano in altri modi?
«Un tempo si aveva paura di cose concrete, perché si vedeva un leone. Ora si ha terrore di cose simboliche, e questo estende il dominio della paura. Una volta poi i destini erano rigidamente codificati, il figlio del contadino non poteva aspirare a molto altro che a fare il contadino, e la figlia del conte non poteva certo pensare ad aprire una pasticceria. Ora si è soli di fronte alle scelte, di fronte al baratro. Il panico è una malattia di solitudine e di libertà, tanto che l'attacco di panico potrebbe definirsi un attacco acuto di solitudine».
Non avrà per caso a che fare con la depressione, il grande ombrello sotto il quale si rifugiano tutti i malesseri moderni?
«Se il panico si associa con un momento di depressione i sintomi vengono ingigantiti, e spesso occorre uno stato di depressione per scatenarlo».
Vittorio Storaro: le immagini
L'Arena 14.4.04
Incontro con l’autore della fotografia, a Verona per la sua mostra di immagini in occasione del festival «Schermi d’Amore»: «La posizione giusta davanti ad un’opera è la propria»
Vittorio Storaro: sono un visionario
«Vedo le cose al di fuori di ciò che mi è di fronte». Il micro e macro cosmo
di Simone Azzoni
Verona . S'aggira nella mostra «Scrivere con la Luce», a Verona alla Gran Guardia in anteprima mondiale fino al 6 maggio, in occasione del festival «Schermi d’Amore» che si terrà dal 16 al 25 aprile. Sembra un turista pignolo e attento ma è l'autore della fotografia Vittorio Storaro, tre premi Oscar per Apocalypse Now , L'ultimo imperatore e Reds . Cento immagini fotografiche selezionate da oltre quaranta film della sua carriera. Sono su cavalletti disegnati dalla figlia Francesca. - Perché non ha utilizzato i muri?
«Per stabilire un continuum con la pittura. La fotografia ha portato avanti infatti la visione attraverso la captazione delle immagini, ha proseguito cioè gli intenti grafici sul piano moderno. La radice è la stessa, per mostrarla ho pure incollato le foto su supporti pittorici».
- Perché usa la parola visionario parlando di sé?
«Visionario è il nome del cavalletto che è fatto a forma di "V". Ma visionario è qualcuno che prevede, qualcuno che ha una visione, che vede al di là di ciò che gli è posto di fronte e che potrebbe toccar con la mano, lo tocca con la preveggenza, fantasia e immaginazione. Non chiudo mai ciò che si vede in un punto, ma scelgo un proseguimento, un vedere attraverso. Non dò mai un termine. Mi piace dire che sono colui che vede le cose al di fuori di ciò che mi è di fronte. Chi si esprime con l'espressione visiva deve dover essere un visionario».
- Ma lei a quale punto di vista ci costringe. Dov'è chi guarda le sue inquadrature? Coincide con lei che le ha girate? È dentro l'immagine? Dov'è?
«Non so se c'è un punto di vista che deve coincidere con il punto di vista dell'autore. Platone diceva che la visione è un incontro tra l'immagine riflessa dell'oggetto e l'energia che esce dagli occhi che s'incontra. Sono due forze e da quest'incontro nasce una vibrazione che va a stampare questa visione nell'occhio dell'umano. C'è l'immagine riflessa dai corpi ma anche la nostra fantasia, la nostra psicologia, il nostro essere. Di fronte alla stessa immagine io e lei vediamo due cose diverse. Luci, colori li vediamo in modo individuale e personale, diamo a loro simboli personali. La posizione giusta davanti ad un'opera è dunque la propria. L'ultimo co-autore dell'opera cinematografica è lo spettatore diceva Bertolucci».
- Quali dei mezzi tecnici che lei utilizza, quali forme della disciplina fotografica diventano contenuto?
«Credo di utilizzare soprattutto il confronto tra la figura e il dettaglio. Il micro e il macro cosmo. Ma guardi non sono un buon fotografo. Io sono stato educato ad esprimermi in un tempo ed in una successione di immagine, ho bisogno di due immagini per potermi esprimere. Anche in questa mostra le immagini sono legate ad un dialogo, ad un conflitto tra due punti diversi, tra foto e cinema. Rapporti tra caratteri, parti del corpo e paesaggio, devo poter mettere in movimento e in dialogo una cosa con un'altra».
- Cosa c'è prima e dopo una immagine fissata dalla macchina da presa, dove va la realtà?
«Problema che tutti abbiamo come artisti. Viviamo la creazione e non la via reale, tendiamo a fissare le cose in un prodotto artistico. La vita che abbiamo di fronte tendiamo ad interpretarla. Usiamo l'inconscio perché esso si esprime con simboli e quindi con essi troviamo le risposte alle nostre domande. Così cerco un equilibrio tra due elementi opposti, corpi diversi. I momenti vanno vissuti non è importante se riusciamo a fissarli».
- Parla di equilibri. Qual è l'equilibrio tra la luce e l'ombra? Che lei usa in chiave metaforica...
«La penombra se lei mi chiede della vita in cui stiamo vivendo. Il tutto e il nulla, l'uomo e la donna, il conscio e l'inconscio. Nella vita filosofica dovrebbe essere l'illuminazione dell'ombra, chiarire le nostre domande, silenzi e dubbi. Nella vita artistica sono i colori, i figli della luce e dell'ombra. Con tutta luce c'è il bianco quando manca c'è il nero».
- La definizione di espressionista della luce le dà fastidio?
«No, perché marca in modo forte il conflitto tra luce e ombra per poterla far divenire espressione, che dica qualcosa di molto preciso, una denuncia di uno stato di disarmonia, di qualcosa che tramite lo scontro può cambiare uno stato della vita».
Incontro con l’autore della fotografia, a Verona per la sua mostra di immagini in occasione del festival «Schermi d’Amore»: «La posizione giusta davanti ad un’opera è la propria»
Vittorio Storaro: sono un visionario
«Vedo le cose al di fuori di ciò che mi è di fronte». Il micro e macro cosmo
di Simone Azzoni
Verona . S'aggira nella mostra «Scrivere con la Luce», a Verona alla Gran Guardia in anteprima mondiale fino al 6 maggio, in occasione del festival «Schermi d’Amore» che si terrà dal 16 al 25 aprile. Sembra un turista pignolo e attento ma è l'autore della fotografia Vittorio Storaro, tre premi Oscar per Apocalypse Now , L'ultimo imperatore e Reds . Cento immagini fotografiche selezionate da oltre quaranta film della sua carriera. Sono su cavalletti disegnati dalla figlia Francesca. - Perché non ha utilizzato i muri?
«Per stabilire un continuum con la pittura. La fotografia ha portato avanti infatti la visione attraverso la captazione delle immagini, ha proseguito cioè gli intenti grafici sul piano moderno. La radice è la stessa, per mostrarla ho pure incollato le foto su supporti pittorici».
- Perché usa la parola visionario parlando di sé?
«Visionario è il nome del cavalletto che è fatto a forma di "V". Ma visionario è qualcuno che prevede, qualcuno che ha una visione, che vede al di là di ciò che gli è posto di fronte e che potrebbe toccar con la mano, lo tocca con la preveggenza, fantasia e immaginazione. Non chiudo mai ciò che si vede in un punto, ma scelgo un proseguimento, un vedere attraverso. Non dò mai un termine. Mi piace dire che sono colui che vede le cose al di fuori di ciò che mi è di fronte. Chi si esprime con l'espressione visiva deve dover essere un visionario».
- Ma lei a quale punto di vista ci costringe. Dov'è chi guarda le sue inquadrature? Coincide con lei che le ha girate? È dentro l'immagine? Dov'è?
«Non so se c'è un punto di vista che deve coincidere con il punto di vista dell'autore. Platone diceva che la visione è un incontro tra l'immagine riflessa dell'oggetto e l'energia che esce dagli occhi che s'incontra. Sono due forze e da quest'incontro nasce una vibrazione che va a stampare questa visione nell'occhio dell'umano. C'è l'immagine riflessa dai corpi ma anche la nostra fantasia, la nostra psicologia, il nostro essere. Di fronte alla stessa immagine io e lei vediamo due cose diverse. Luci, colori li vediamo in modo individuale e personale, diamo a loro simboli personali. La posizione giusta davanti ad un'opera è dunque la propria. L'ultimo co-autore dell'opera cinematografica è lo spettatore diceva Bertolucci».
- Quali dei mezzi tecnici che lei utilizza, quali forme della disciplina fotografica diventano contenuto?
«Credo di utilizzare soprattutto il confronto tra la figura e il dettaglio. Il micro e il macro cosmo. Ma guardi non sono un buon fotografo. Io sono stato educato ad esprimermi in un tempo ed in una successione di immagine, ho bisogno di due immagini per potermi esprimere. Anche in questa mostra le immagini sono legate ad un dialogo, ad un conflitto tra due punti diversi, tra foto e cinema. Rapporti tra caratteri, parti del corpo e paesaggio, devo poter mettere in movimento e in dialogo una cosa con un'altra».
- Cosa c'è prima e dopo una immagine fissata dalla macchina da presa, dove va la realtà?
«Problema che tutti abbiamo come artisti. Viviamo la creazione e non la via reale, tendiamo a fissare le cose in un prodotto artistico. La vita che abbiamo di fronte tendiamo ad interpretarla. Usiamo l'inconscio perché esso si esprime con simboli e quindi con essi troviamo le risposte alle nostre domande. Così cerco un equilibrio tra due elementi opposti, corpi diversi. I momenti vanno vissuti non è importante se riusciamo a fissarli».
- Parla di equilibri. Qual è l'equilibrio tra la luce e l'ombra? Che lei usa in chiave metaforica...
«La penombra se lei mi chiede della vita in cui stiamo vivendo. Il tutto e il nulla, l'uomo e la donna, il conscio e l'inconscio. Nella vita filosofica dovrebbe essere l'illuminazione dell'ombra, chiarire le nostre domande, silenzi e dubbi. Nella vita artistica sono i colori, i figli della luce e dell'ombra. Con tutta luce c'è il bianco quando manca c'è il nero».
- La definizione di espressionista della luce le dà fastidio?
«No, perché marca in modo forte il conflitto tra luce e ombra per poterla far divenire espressione, che dica qualcosa di molto preciso, una denuncia di uno stato di disarmonia, di qualcosa che tramite lo scontro può cambiare uno stato della vita».
quasi un minore di 14 anni su 10, in Italia, è costretto a lavorare
(nel mondo 1 su 6)
Corriere della Sera 14.4.04
Il 57% nel commercio, il 30% nell'artigianato e l'11% nell'edilizia
Cgil: in Italia lavorano 400 mila minori
In 40 mila per più di otto ore. Nel mondo lavora un bambino su 6, da noi quasi 1 su 10. Per l'Istat invece sono solo uno su 30
ROMA - Sono 400 mila in Italia i minori che lavorano. Un piccolo esercito tra i 7 e i 14 anni che vengono impiegati nei lavori più diversi: il 57% nel commercio, il 30% nell'artigianato e l'11% nell'edilizia ma anche nella cura della famiglia per lavori stagionali o continuativi. Tra i 400 mila minori sono inclusi i bambini figli di immigrati e i circa 30-35 mila minori non accompagnati entrati clandestinamente in Italia. Sono 70 mila gli adolescenti che lavorano più di quattro ore al giorno. Di questi almeno 40 mila ne lavorano almeno più di otto ore. È questa la fotografia presentata oggi dall'Ires e dalla Cgil sul lavoro minorile in Italia.
UN BAMBINO SU SEI - Una fotografia impietosa che si rispecchia nei dati mondiali forniti dall'Ilo e dall'Ipec secondo cui sono 250 milioni i bambini che lavorano, come a dire un bambino su sei (127 milioni in Asia, 61 milioni in Africa e Medio Oriente e 5 milioni nei Paesi industrializzati ed Est Europa), 73 milioni dei quali non hanno ancora compiuto 10 anni.
In Italia i minori compresi tra 7 e 14 anni sono complessivamente 4,5 milioni ma 1,7 milioni vivono sotto la soglia di povertà. Di questi, dunque, 360-400 mila, l'8-9%, sono coinvolti in forme di lavoro precoce. Un dato che stride con quello ufficiale dell'Istat secondo cui sono 144 mila (il 3,2%) i minori che lavorano.
I piccoli sono impiegati nel 50% in aiuti familiari; nel 32% in lavori stagionali e nel 17,5% dei casi (70 mila) in lavori continuativi. Di questi ultimi circa 40 mila (oltre il 50%) lavora per 8 ore o più al giorno per una retribuzione che si attesta tra i 200 e i 500 euro al mese. Per gli altri l'orario di lavoro oscilla tra meno di 4 ore (l'11%) e le 4-7 ore (il 23%). A Milano, Roma e Napoli l'Ires ne ha censiti 26 mila su 846.640 minori, di cui il 3,7% è al di sotto dei 13 anni e l'11,6% ha 14 anni.
FENOMENO IN CRESCITA - Secondo il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, il lavoro minorile in Italia «è destinato a crescere», per tre motivi: «aumento delle aree di povertà e di emarginazione; aumento del lavoro irregolare e clandestino, soprattutto degli immigrati; dispersione e abbandono scolastico, fenomeni in aumento». A quest'ultimo proposito l'Ires ricorda che in base alle leggi vigenti chi non rispetta l'obbligo della frequenza scolastica dei figli non va più in carcere, ma è punito con una multa di 67 mila lire.
Secondo la Cgil, che riassume in 15 punti le cose da fare per invertire la tendenza, «gli investimenti necessari per affrontare i problemi dei minori che lavorano sono pari a un punto percentuale del pil».
Il 57% nel commercio, il 30% nell'artigianato e l'11% nell'edilizia
Cgil: in Italia lavorano 400 mila minori
In 40 mila per più di otto ore. Nel mondo lavora un bambino su 6, da noi quasi 1 su 10. Per l'Istat invece sono solo uno su 30
ROMA - Sono 400 mila in Italia i minori che lavorano. Un piccolo esercito tra i 7 e i 14 anni che vengono impiegati nei lavori più diversi: il 57% nel commercio, il 30% nell'artigianato e l'11% nell'edilizia ma anche nella cura della famiglia per lavori stagionali o continuativi. Tra i 400 mila minori sono inclusi i bambini figli di immigrati e i circa 30-35 mila minori non accompagnati entrati clandestinamente in Italia. Sono 70 mila gli adolescenti che lavorano più di quattro ore al giorno. Di questi almeno 40 mila ne lavorano almeno più di otto ore. È questa la fotografia presentata oggi dall'Ires e dalla Cgil sul lavoro minorile in Italia.
UN BAMBINO SU SEI - Una fotografia impietosa che si rispecchia nei dati mondiali forniti dall'Ilo e dall'Ipec secondo cui sono 250 milioni i bambini che lavorano, come a dire un bambino su sei (127 milioni in Asia, 61 milioni in Africa e Medio Oriente e 5 milioni nei Paesi industrializzati ed Est Europa), 73 milioni dei quali non hanno ancora compiuto 10 anni.
In Italia i minori compresi tra 7 e 14 anni sono complessivamente 4,5 milioni ma 1,7 milioni vivono sotto la soglia di povertà. Di questi, dunque, 360-400 mila, l'8-9%, sono coinvolti in forme di lavoro precoce. Un dato che stride con quello ufficiale dell'Istat secondo cui sono 144 mila (il 3,2%) i minori che lavorano.
I piccoli sono impiegati nel 50% in aiuti familiari; nel 32% in lavori stagionali e nel 17,5% dei casi (70 mila) in lavori continuativi. Di questi ultimi circa 40 mila (oltre il 50%) lavora per 8 ore o più al giorno per una retribuzione che si attesta tra i 200 e i 500 euro al mese. Per gli altri l'orario di lavoro oscilla tra meno di 4 ore (l'11%) e le 4-7 ore (il 23%). A Milano, Roma e Napoli l'Ires ne ha censiti 26 mila su 846.640 minori, di cui il 3,7% è al di sotto dei 13 anni e l'11,6% ha 14 anni.
FENOMENO IN CRESCITA - Secondo il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, il lavoro minorile in Italia «è destinato a crescere», per tre motivi: «aumento delle aree di povertà e di emarginazione; aumento del lavoro irregolare e clandestino, soprattutto degli immigrati; dispersione e abbandono scolastico, fenomeni in aumento». A quest'ultimo proposito l'Ires ricorda che in base alle leggi vigenti chi non rispetta l'obbligo della frequenza scolastica dei figli non va più in carcere, ma è punito con una multa di 67 mila lire.
Secondo la Cgil, che riassume in 15 punti le cose da fare per invertire la tendenza, «gli investimenti necessari per affrontare i problemi dei minori che lavorano sono pari a un punto percentuale del pil».
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