Il Mattino Lunedì 12 Luglio 2004
CONVEGNO A FIRENZE
Quel blackout tra la scienza e la filosofia
«Humanitas. Il paradigma di ”natura umana” tra scienza e filosofia» è il tema di un convegno che si terrà oggi e domani a Firenze, a Villa Ruspoli, promosso dal Cnr e dall’Istituto italiano di Scienze umane. Tra i relatori, Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello, Roberto Esposito, Carlo Ossola, Giacomo Marramao, Salvatore Veca ed Eugenio Mazzarella, di cui pubblichiamo di seguito un intervento.
Eugenio Mazzarella
La filosofia è un blackout. Accendere la luce, o una stentata candela. Forse perché nella luce una volta siamo stati. Forse perché la luce è alle nostre spalle, nel bagliore - che si spegne - del mito: nel distacco dall’animale-mondo di chi si racconta come è nato, dove la luce cieca, abbagliante, di un’appartenenza s’inabissa nel sorgere della coscienza; luce che ricomincia il suo cammino in ciò che resta del lumen naturale, del venire insieme alla luce di tutto ciò che nasce. L’animale sta nella luce, l’uomo vede la luce - e questo è il suo problema. Ne è ancora traccia il racconto dell’Eden, o il passaggio dal sapere dell’anèr philosophos di Eraclito che Heidegger legge come colui che sta nel sophòn, in armonia nell’Uno, con l’Uno Tutto, alla disarmonia dell’òrexis platonica, che anch’essa a quella luce delle origini deve già tornare mentre comincia ad essere filosofia. Da allora il problema sarà come si appartiene al mondo da cui ci si distacca nel modo di un necessario rimanervi che crede di cadervi perché, alla fine, ci si vede restituito. L’uomo è quell’animale che comincia ad andare a tentoni quando ci vede. Il re Edipo ha sempre un occhio di troppo.
A questa sfida dell’ente, che di questo si tratta, la filosofia come sapere ha sempre organizzato la risposta, sospesa tra l’episteme delle scienze ed un sapere riflessivo di sé; ha da sempre organizzato la risposta all’emergenza del fatto che, per qualcuno, che vuole continuare a starvi di fronte, qualcosa c’è, e questo fatto deve rimanere, perché si tratta di nient’altro che il proprio rimanere. Come sapere che si sa, come sapere che viene al sapere, la filosofia questo lo ha fatto talvolta in eccesso, dandosi per scontata nell’ordine della natura o per voluta (liberamente magari, ma voluta) nel piano della creazione - in sostanza proponendo un principio antropico, debole nel secondo caso, forte nel primo, all’opera nel cosmo. Questo principio potrebbe ben essere, nell’una e nell’altra versione, una pia illusione. E l’ontologia del caso, che non vi crede, è nata molto presto. E tuttavia, posto come sia che sia principiato, questo principio - nel modo in cui è principiato, vale a dire difendendo le condizioni interne ed esterne, a contorno, che lo rendono possibile - va difeso. L’essenza di qualcosa è il dispiegarsi delle possibilità custodite nella sua origine. In effetti è il principio che Vico ha forse individuato meglio di altri (e vale tanto per un’ontologia del caso che per un’ontologia della necessità o di una creazione che lasci le cose alla loro legge) - «natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali, sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon cose» -, nella sottolineatura ontologica (natura di cosa come nascimento) dell’essenza di tutto ciò che nasce come funzione evolutiva del suo originario orizzonte «modale», ancorata ad un range non trascendibile di possibilità. E questo vale anche per il modo umano, per quanto aperto e progettuale esso voglia pensarsi.
Se questo è il principio - «dov’è l’inizio per quell’esserci che sa di averlo?: presso se stesso, ma non solo da se stesso, questo è il filo del labirinto» -, un’ontologia della labilità, sia essa per caso o programmata o voluta, allora la filosofia non può sfuggire alla sfida della prescrizione. Anche come fenomenologia, come fenomenologia dell’evento, sapere in ultima istanza solo di ciò che si vede, essa non può limitarsi ad essere descrittiva, ma deve avere il coraggio ermeneutico non solo della «riduzione» eidetica, o della chiarificazione del contesto/destino di una cosa, dell’eidos, dell’idea come svolgimento di una cosa, ma anche della «costituzione» eidetica di una cosa, del suo eidos come programma da assolvere o da mantenere, come qualcosa da tenere in vista - innanzi tutto la propria vita.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 13 luglio 2004
anoressia
Il Messaggero Lunedì 12 Luglio 2004
IN ITALIA
Oltre mezzo milione “litiga” col cibo
ROMA - Sono mezzo milione, in Italia, le persone che soffrono di comportamenti patologici legati al cibo. Che non riescono a smettere di introdurre cibo nell’organismo o che si costringono a digiunare. Più di 140 mila, dicono gli specialisti, «accusano problemi acuti». Che significa essere colpiti da anoressia e bulimia.
Si tratta di disturbi che privilegia il sesso femminile. Accanto ad un uomo si contano dieci donne. Ottantamila le ragazze sotto i 18 anni che convivono con l’anoressia, circa sessantamila con la bulimia. E, spesso, le due patologie si sovrappongono. Ancora numeri per “disegnare” la situazione: sette malati su dieci guariscono. Ma passano mediamente tre o quattro anni prima che un paziente, e i suoi genitori, si decidono a chiedere aiuto ad un medico.
Tra i fattori predisponenti gli esperti individuano una particolare struttura psicologica caratterizzata da bassa autostima, perfezionismo, difficoltà nel rapporto con gli altri e paura dell’autonomia. Ma anche disturbi preesistenti come l’ansia, la depressione, le ossessioni. «Dismisure e conflitti in campo alimentare - scrive nella prefazione del libro “Figlie in lotta con il cibo” lo psichiatra dell’università “La Sapienza” di Roma Massimo Cuzzolaro - mangiare troppo, pentirsi, troppo poco, mai abbastanza poco, sono diventati così una sorta di idioma, terribilmente comune e corrente, attraverso il quale esprimere malessere, infelicità, fatica di vivere».
Il Messaggero Lunedì 12 Luglio 2004
La storia/ Appello di una sedicenne alle famiglie degli adolescenti. Estate, mesi a rischio
«Cari genitori, io anoressica vi rivelo le mie ossessioni»
di GIULIA A.
(...) Ho sedici anni e ho finito il secondo anno del Liceo scientifico. Sono in terapia famigliare e sono seguita da una psichiatra dell’Università La Sapienza.
Ho chiesto a mio padre di aiutarmi a scrivere queste righe e vorrei fossero i genitori - gli adulti - a leggerle, soprattutto dopo aver visto sui giornali la morte di quella ragazza dell'Aurelio che - forse, ma il dubbio è sufficiente - è morta a causa di questo disturbo. E come lei credo tante altre, che magari non muoiono di anoressia, ma certo ne soffrono e si disperano. Perché spesso gli adulti non riescono a vedere l’anoressia nelle proprie figlie.
E’ difficile per voi adulti ammettere che vostra figlia si sta uccidendo. Anche perché noi mettiamo in atto tutta una serie di trucchi e specchi che vi impediscono di vedere. Cerchiamo di essere quelle che “mangiano fuori”, dove non è possibile controllarci. Diventiamo delle brave cuoche in casa, anche se poi non mangiamo i manicaretti che vi proponiamo. E, data la nostra ossessione per il cibo, cerchiamo qualcosa che tenga occupata la mente. Quindi, spesso, andiamo bene, benissimo a scuola. Insomma, sembriamo ragazze perfette. Solo, non mangiamo più.
Che mondo c’è dietro queste ragazze perfette?
Innanzitutto, c’è un Programma. Ce lo facciamo da sole, con due scopi: dimagrire dove vogliamo noi (ed è proprio la parte del corpo che, ai nostri occhi, rimane grassa e quindi il Programma non finisce mai) e controllare il nostro corpo e la nostra mente, sopprimendo la sensazione - che è sempre molto acuta - della fame.
Perché noi sentiamo che non smetteremmo mai di mangiare, se non ci fosse il Programma a mantenerci in riga. E a non farci impazzire: possiamo non mangiare per una giornata intera, ma abbiamo bisogno di giustificare il sacrificio anche con uno sfizio. Così, la vostra ragazza perfetta è anche una capace di mangiare di punto in bianco un grande gelato, un cornetto o qualcosa che vi fa pensare: ecco, non è vero che rifiuta il cibo. Noi invece viviamo sul filo del senso di colpa. Se mangiamo qualcosa al di fuori del Programma il senso di colpa ci fa soffrire e poi digiunare per giorni interi.
Il Programma ci toglie l’idea di noi stesse. Così, ci raccontiamo bugie. I nostri rapporti con gli altri sono rovinati, perché non possiamo andare a cena da amici che ci guardano chiedendo: “perché non mangi?”. E poi siamo così tanto ossessionate dal cibo da non avere più tempo per altro. Al massimo, ci compriamo vestiti.
Che potete fare per noi? Mettetevi in testa che in realtà il cibo è il problema numero Tre.
La prima cosa da fare, è riuscire a entrare in contatto davvero con noi. Con tutte e due le parti di noi, quella anoressica e quella “sana”. Stabilire un dialogo magari parlando di voi, della vostra storia, di come vi sentite.
La seconda, accettare la realtà e aiutare noi a decidere di farci aiutare. Da uno specialista. Perché voi da soli e noi da sole (o solo noi e voi) non ce la potremmo fare. C’è un nodo iniziale, dentro la famiglia, che ci fa scattare l’anoressia ma che dimentichiamo presto. Solo uno specialista - uno psichiatra, non abbiate paura delle parole - può tirarlo fuori e salvarci la vita.
La terza cosa è, appunto, il cibo. Noi controlliamo il corpo, perché ci manca qualcosa, un punto di forza, di equilibrio. Non mangiare è la conseguenza, non la causa. Così, il Programma rende inutile la domanda del genitore: “perché non mangi? E’ così facile”. Non è facile per niente. A me è capitato. Sono stata fortunata. Io e i miei genitori abbiamo fatto assieme i passi uno, due e tre. Così sono tornata al peso forma e ora la mia mente non è più prigioniera del Programma.
IN ITALIA
Oltre mezzo milione “litiga” col cibo
ROMA - Sono mezzo milione, in Italia, le persone che soffrono di comportamenti patologici legati al cibo. Che non riescono a smettere di introdurre cibo nell’organismo o che si costringono a digiunare. Più di 140 mila, dicono gli specialisti, «accusano problemi acuti». Che significa essere colpiti da anoressia e bulimia.
Si tratta di disturbi che privilegia il sesso femminile. Accanto ad un uomo si contano dieci donne. Ottantamila le ragazze sotto i 18 anni che convivono con l’anoressia, circa sessantamila con la bulimia. E, spesso, le due patologie si sovrappongono. Ancora numeri per “disegnare” la situazione: sette malati su dieci guariscono. Ma passano mediamente tre o quattro anni prima che un paziente, e i suoi genitori, si decidono a chiedere aiuto ad un medico.
Tra i fattori predisponenti gli esperti individuano una particolare struttura psicologica caratterizzata da bassa autostima, perfezionismo, difficoltà nel rapporto con gli altri e paura dell’autonomia. Ma anche disturbi preesistenti come l’ansia, la depressione, le ossessioni. «Dismisure e conflitti in campo alimentare - scrive nella prefazione del libro “Figlie in lotta con il cibo” lo psichiatra dell’università “La Sapienza” di Roma Massimo Cuzzolaro - mangiare troppo, pentirsi, troppo poco, mai abbastanza poco, sono diventati così una sorta di idioma, terribilmente comune e corrente, attraverso il quale esprimere malessere, infelicità, fatica di vivere».
Il Messaggero Lunedì 12 Luglio 2004
La storia/ Appello di una sedicenne alle famiglie degli adolescenti. Estate, mesi a rischio
«Cari genitori, io anoressica vi rivelo le mie ossessioni»
di GIULIA A.
(...) Ho sedici anni e ho finito il secondo anno del Liceo scientifico. Sono in terapia famigliare e sono seguita da una psichiatra dell’Università La Sapienza.
Ho chiesto a mio padre di aiutarmi a scrivere queste righe e vorrei fossero i genitori - gli adulti - a leggerle, soprattutto dopo aver visto sui giornali la morte di quella ragazza dell'Aurelio che - forse, ma il dubbio è sufficiente - è morta a causa di questo disturbo. E come lei credo tante altre, che magari non muoiono di anoressia, ma certo ne soffrono e si disperano. Perché spesso gli adulti non riescono a vedere l’anoressia nelle proprie figlie.
E’ difficile per voi adulti ammettere che vostra figlia si sta uccidendo. Anche perché noi mettiamo in atto tutta una serie di trucchi e specchi che vi impediscono di vedere. Cerchiamo di essere quelle che “mangiano fuori”, dove non è possibile controllarci. Diventiamo delle brave cuoche in casa, anche se poi non mangiamo i manicaretti che vi proponiamo. E, data la nostra ossessione per il cibo, cerchiamo qualcosa che tenga occupata la mente. Quindi, spesso, andiamo bene, benissimo a scuola. Insomma, sembriamo ragazze perfette. Solo, non mangiamo più.
Che mondo c’è dietro queste ragazze perfette?
Innanzitutto, c’è un Programma. Ce lo facciamo da sole, con due scopi: dimagrire dove vogliamo noi (ed è proprio la parte del corpo che, ai nostri occhi, rimane grassa e quindi il Programma non finisce mai) e controllare il nostro corpo e la nostra mente, sopprimendo la sensazione - che è sempre molto acuta - della fame.
Perché noi sentiamo che non smetteremmo mai di mangiare, se non ci fosse il Programma a mantenerci in riga. E a non farci impazzire: possiamo non mangiare per una giornata intera, ma abbiamo bisogno di giustificare il sacrificio anche con uno sfizio. Così, la vostra ragazza perfetta è anche una capace di mangiare di punto in bianco un grande gelato, un cornetto o qualcosa che vi fa pensare: ecco, non è vero che rifiuta il cibo. Noi invece viviamo sul filo del senso di colpa. Se mangiamo qualcosa al di fuori del Programma il senso di colpa ci fa soffrire e poi digiunare per giorni interi.
Il Programma ci toglie l’idea di noi stesse. Così, ci raccontiamo bugie. I nostri rapporti con gli altri sono rovinati, perché non possiamo andare a cena da amici che ci guardano chiedendo: “perché non mangi?”. E poi siamo così tanto ossessionate dal cibo da non avere più tempo per altro. Al massimo, ci compriamo vestiti.
Che potete fare per noi? Mettetevi in testa che in realtà il cibo è il problema numero Tre.
La prima cosa da fare, è riuscire a entrare in contatto davvero con noi. Con tutte e due le parti di noi, quella anoressica e quella “sana”. Stabilire un dialogo magari parlando di voi, della vostra storia, di come vi sentite.
La seconda, accettare la realtà e aiutare noi a decidere di farci aiutare. Da uno specialista. Perché voi da soli e noi da sole (o solo noi e voi) non ce la potremmo fare. C’è un nodo iniziale, dentro la famiglia, che ci fa scattare l’anoressia ma che dimentichiamo presto. Solo uno specialista - uno psichiatra, non abbiate paura delle parole - può tirarlo fuori e salvarci la vita.
La terza cosa è, appunto, il cibo. Noi controlliamo il corpo, perché ci manca qualcosa, un punto di forza, di equilibrio. Non mangiare è la conseguenza, non la causa. Così, il Programma rende inutile la domanda del genitore: “perché non mangi? E’ così facile”. Non è facile per niente. A me è capitato. Sono stata fortunata. Io e i miei genitori abbiamo fatto assieme i passi uno, due e tre. Così sono tornata al peso forma e ora la mia mente non è più prigioniera del Programma.
lunedì 12 luglio 2004
Spoleto Scienza
le origini biologiche della «coscienza di essere»
citato al Lunedì
Repubblica 12.7.04
La scoperta del Sé
Così la biologia determina l'identità individuale
Sette giorni di dibattiti sul sistema immunitario come radice di quell'entità misteriosa che è il "self"
di FRANCO PRATTICO
SPOLETO. Fino a domenica prossima, a Spoleto, nel contesto del tradizionale Festival, e in particolare della sedicesima edizione di "Spoleto Scienza" (che come sempre si svolge nell´ex chiesa e nel chiostro di San Nicolò), è in scena la scienza: un parterre ove scienziati, filosofi, artisti e intellettuali di ogni estrazione discuteranno e "rappresenteranno" una simbiosi tra le due culture, quella scientifica che così profondamente segna la nostra epoca e quella più genericamente artistica e umanistica, nel tentativo di superare - con gli stessi strumenti delle discipline rappresentate - la dicotomia che da alcuni secoli lacera, separa e contrappone le due grandi ali in cui si articola la cultura occidentale.
Perciò l´idea guida di questa nuova edizione di Spoleto Scienza, l´iniziativa promossa e gestita dalla Fondazione Sigma Tau, come già l´anno passato è di aprire agli sguardi vergini dei profani i laboratori ove si celebrano i misteri della ricerca, aiutando quindi i visitatori, con l´aiuto degli addetti ai lavori ma anche dei linguaggi dell´arte, a percorrere coi loro sguardi e le loro domande i labirinti del paziente, rigoroso e difficile lavoro del ricercatore, sdrammatizzando e rendendo almeno in superficie accessibile quel lavoro scientifico che è oggi il fondamento stesso della nostra civiltà e che per il grande pubblico è tuttora esoterico e misterioso come quello dei maghi medioevali.
I laboratori quindi come teatri di gesta, ma anche come libro aperto che consenta al profano di "leggere" l´opera scientifica nel suo farsi, tra microscopi, provette, reagenti eccetera, e anche di capire, ove possibile, i segreti del lavoro scientifico. Ci si può così accostare ad esso come a quello dell´artigiano, del meccanico, dell´idraulico, e comunque di chi utilizza strumenti (sia fisici che intellettuali) specialistici, superando quella distanza che ai primordi dell´umanità rendeva sacrale il lavoro del fabbro.
Una "dissacrazione", quindi, per qualche più geloso addetto ai lavori, ma anche un contributo a comprendere e valutare il rigoroso e difficile sforzo di decifrare la natura e il mondo, che a Spoleto si è accompagnato ieri - e si accompagnerà anche sabato prossimo - a una "teatralizzazione" dei testi fondamentali per la ricerca ma incomprensibili al profano come i diari di laboratorio: mi riferisco alla lettura di testi scientifici messi in scena da Massimo Popolizio e con la partecipazione di Elisabetta Piccolomini, Tommaso Cardarelli e Lino Guanciale. Accade così che all´armonia logica della intuizione scientifica e a quella emozionale della creazione artistica si unisca il linguaggio musicale, che tanto deve oltretutto alle matematiche, grazie all´intervento del gruppo Zast. Sulla complessa interazione tra conoscenze e società è incentrato il dibattito curato da Darwin - la nuova rivista di divulgazione di alto livello diretta da Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini - e dedicato appunto alla interazione tra scienza e politica sul terreno della salute.
Ma probabilmente l´epicentro "filosofico" di questa edizione di Spoleto Scienza (introdotta e coordinata da Gilberto Corbellini e Armando Masserenti) è l´ancora in parte misterioso meccanismo che conduce alla nascita dell´identità individuale: il sistema immunitario, radice del "Sé" biologico. Al sistema immunitario sono infatti riservate quattro postazioni, veri e propri laboratori di biologia molecolare, dedicate al complesso linguaggio biochimico dell´immunità (postazioni organizzate e dirette da Alberto Mantovani) e - sabato e domenica prossimi - quelle curate dagli esperti dell´Open Lab di Pavia, sotto la direzione di Carlo Alberto Redi, Maurizio Zuccotti, Silvia Garagna e Gianna Milano, dedicate alla «Ontogenesi dell´individualità biologica». Il sistema immunitario è in effetti una delle meraviglie della biologia. Ed è il sistema che nella sua complessità rende possibile la unicità dell´Io biologico e la sua separazione da un mondo potenzialmente pericoloso, se non ostile. È il singolo organismo che "riconosce se stesso", e si configura come unità a se stante. È questo carattere, così profondamente intrecciato a problemi filosofici ed etici, che rende il dibattito sul sistema immunitario ricco di implicazioni profonde e complesse e che forse aiuterà in queste due settimane il pubblico di Spoleto Scienza a percepire la profondità e l´intreccio tra la ricerca scientifica e la cultura umanistica.
Insomma, nel complesso un approccio esplorativo al gigantesco lavoro che ha condotto in questi anni la biologia alla ricostruzione e al riconoscimento dei processi biochimici che sono il sostrato del sistema immunitario e che, quindi, almeno a livello biologico, conducono alla nascita dell´identità individuale, alla realizzazione di quella invisibile parete che separa ogni organismo dal mondo esterno e lo difende (almeno, finché può) dalle aggressioni degli innumerevoli agenti patogeni che lo insidiano ma che, quando sbaglia, diviene un pericolo per lo stesso organismo a cui funge da sentinella (è il caso delle malattie cosiddette "autoimmuni").
Ma, almeno nel caso della nostra specie, proprio quel sistema potrebbe rappresentare il punto di partenza del singolare processo evolutivo, non solo biologico - perché oltre ad essere organico è anche tra gli esseri umani mentale e psichico - che viene definito «coscienza di essere», prima sede di quella entità ancora misteriosa che viene definita il "self", il Sé, e che probabilmente è ciò che segna in maniera irreversibile ogni sistema vivente. Ciò che chiamiamo identità - e che così efficacemente ci separa dal pericoli del mondo esterno - non esiste infatti fuori dal mondo vivente. Un elettrone, un protone, un neutrone - la sostanza cioè della materia - sono in realtà "innominabili": inesorabilmente privi di specificità individuale. Ogni singolo atomo non ha "carta d´identità" individuale: fa parte d´una "specie" contraddistinta dalla quantità di elettroni del loro guscio o dei nucleoni che ne formano il nucleo. L´individualità appare solo col vivente, che pure è formato a sua volta da atomi e molecole, ognuno dei quali è in sé fungibile e intercambiabile.
Ma, apparso probabilmente ai primordi del mondo vivente, quattro miliardi di anni or sono, insieme alle prime cellule autoreplicanti, il "self" attraversa, parecchie centinaia di milioni di anni or sono, una straordinaria crisi evolutiva, quando le prime colonie di batteri, uniti simbioticamente forse per fare fronte a crisi ambientali, cominciano a specializzare parti del loro corpo collettivo, dando vita a una nuova struttura che è già un primitivo organismo, il cui scopo è l´autoprotezione, la differenziazione di organi autonomi (compresi quelli destinati alla riproduzione) e così via. Appaiono così i primi esseri pluricellulari, destinati a colonizzare il pianeta e armati di sistemi biologici che consentono loro di non venire sopraffatti e dissolti dalle forze che agiscono nel loro ambiente. Nasce il "Sé" biologico, e continua a crescere e raffinarsi seguendo le vicende dell´evoluzione fino a raggiungere - almeno per ora - il suo culmine con la nostra specie, dove ai meccanismi biologici di autodifesa dell´organismo dalle aggressioni esterne si affianca l´autopercezione, la consapevolezza di essere (condivisa probabilmente con altri animali superiori).
Repubblica 12.7.04
La scoperta del Sé
Così la biologia determina l'identità individuale
Sette giorni di dibattiti sul sistema immunitario come radice di quell'entità misteriosa che è il "self"
di FRANCO PRATTICO
SPOLETO. Fino a domenica prossima, a Spoleto, nel contesto del tradizionale Festival, e in particolare della sedicesima edizione di "Spoleto Scienza" (che come sempre si svolge nell´ex chiesa e nel chiostro di San Nicolò), è in scena la scienza: un parterre ove scienziati, filosofi, artisti e intellettuali di ogni estrazione discuteranno e "rappresenteranno" una simbiosi tra le due culture, quella scientifica che così profondamente segna la nostra epoca e quella più genericamente artistica e umanistica, nel tentativo di superare - con gli stessi strumenti delle discipline rappresentate - la dicotomia che da alcuni secoli lacera, separa e contrappone le due grandi ali in cui si articola la cultura occidentale.
Perciò l´idea guida di questa nuova edizione di Spoleto Scienza, l´iniziativa promossa e gestita dalla Fondazione Sigma Tau, come già l´anno passato è di aprire agli sguardi vergini dei profani i laboratori ove si celebrano i misteri della ricerca, aiutando quindi i visitatori, con l´aiuto degli addetti ai lavori ma anche dei linguaggi dell´arte, a percorrere coi loro sguardi e le loro domande i labirinti del paziente, rigoroso e difficile lavoro del ricercatore, sdrammatizzando e rendendo almeno in superficie accessibile quel lavoro scientifico che è oggi il fondamento stesso della nostra civiltà e che per il grande pubblico è tuttora esoterico e misterioso come quello dei maghi medioevali.
I laboratori quindi come teatri di gesta, ma anche come libro aperto che consenta al profano di "leggere" l´opera scientifica nel suo farsi, tra microscopi, provette, reagenti eccetera, e anche di capire, ove possibile, i segreti del lavoro scientifico. Ci si può così accostare ad esso come a quello dell´artigiano, del meccanico, dell´idraulico, e comunque di chi utilizza strumenti (sia fisici che intellettuali) specialistici, superando quella distanza che ai primordi dell´umanità rendeva sacrale il lavoro del fabbro.
Una "dissacrazione", quindi, per qualche più geloso addetto ai lavori, ma anche un contributo a comprendere e valutare il rigoroso e difficile sforzo di decifrare la natura e il mondo, che a Spoleto si è accompagnato ieri - e si accompagnerà anche sabato prossimo - a una "teatralizzazione" dei testi fondamentali per la ricerca ma incomprensibili al profano come i diari di laboratorio: mi riferisco alla lettura di testi scientifici messi in scena da Massimo Popolizio e con la partecipazione di Elisabetta Piccolomini, Tommaso Cardarelli e Lino Guanciale. Accade così che all´armonia logica della intuizione scientifica e a quella emozionale della creazione artistica si unisca il linguaggio musicale, che tanto deve oltretutto alle matematiche, grazie all´intervento del gruppo Zast. Sulla complessa interazione tra conoscenze e società è incentrato il dibattito curato da Darwin - la nuova rivista di divulgazione di alto livello diretta da Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini - e dedicato appunto alla interazione tra scienza e politica sul terreno della salute.
Ma probabilmente l´epicentro "filosofico" di questa edizione di Spoleto Scienza (introdotta e coordinata da Gilberto Corbellini e Armando Masserenti) è l´ancora in parte misterioso meccanismo che conduce alla nascita dell´identità individuale: il sistema immunitario, radice del "Sé" biologico. Al sistema immunitario sono infatti riservate quattro postazioni, veri e propri laboratori di biologia molecolare, dedicate al complesso linguaggio biochimico dell´immunità (postazioni organizzate e dirette da Alberto Mantovani) e - sabato e domenica prossimi - quelle curate dagli esperti dell´Open Lab di Pavia, sotto la direzione di Carlo Alberto Redi, Maurizio Zuccotti, Silvia Garagna e Gianna Milano, dedicate alla «Ontogenesi dell´individualità biologica». Il sistema immunitario è in effetti una delle meraviglie della biologia. Ed è il sistema che nella sua complessità rende possibile la unicità dell´Io biologico e la sua separazione da un mondo potenzialmente pericoloso, se non ostile. È il singolo organismo che "riconosce se stesso", e si configura come unità a se stante. È questo carattere, così profondamente intrecciato a problemi filosofici ed etici, che rende il dibattito sul sistema immunitario ricco di implicazioni profonde e complesse e che forse aiuterà in queste due settimane il pubblico di Spoleto Scienza a percepire la profondità e l´intreccio tra la ricerca scientifica e la cultura umanistica.
Insomma, nel complesso un approccio esplorativo al gigantesco lavoro che ha condotto in questi anni la biologia alla ricostruzione e al riconoscimento dei processi biochimici che sono il sostrato del sistema immunitario e che, quindi, almeno a livello biologico, conducono alla nascita dell´identità individuale, alla realizzazione di quella invisibile parete che separa ogni organismo dal mondo esterno e lo difende (almeno, finché può) dalle aggressioni degli innumerevoli agenti patogeni che lo insidiano ma che, quando sbaglia, diviene un pericolo per lo stesso organismo a cui funge da sentinella (è il caso delle malattie cosiddette "autoimmuni").
Ma, almeno nel caso della nostra specie, proprio quel sistema potrebbe rappresentare il punto di partenza del singolare processo evolutivo, non solo biologico - perché oltre ad essere organico è anche tra gli esseri umani mentale e psichico - che viene definito «coscienza di essere», prima sede di quella entità ancora misteriosa che viene definita il "self", il Sé, e che probabilmente è ciò che segna in maniera irreversibile ogni sistema vivente. Ciò che chiamiamo identità - e che così efficacemente ci separa dal pericoli del mondo esterno - non esiste infatti fuori dal mondo vivente. Un elettrone, un protone, un neutrone - la sostanza cioè della materia - sono in realtà "innominabili": inesorabilmente privi di specificità individuale. Ogni singolo atomo non ha "carta d´identità" individuale: fa parte d´una "specie" contraddistinta dalla quantità di elettroni del loro guscio o dei nucleoni che ne formano il nucleo. L´individualità appare solo col vivente, che pure è formato a sua volta da atomi e molecole, ognuno dei quali è in sé fungibile e intercambiabile.
Ma, apparso probabilmente ai primordi del mondo vivente, quattro miliardi di anni or sono, insieme alle prime cellule autoreplicanti, il "self" attraversa, parecchie centinaia di milioni di anni or sono, una straordinaria crisi evolutiva, quando le prime colonie di batteri, uniti simbioticamente forse per fare fronte a crisi ambientali, cominciano a specializzare parti del loro corpo collettivo, dando vita a una nuova struttura che è già un primitivo organismo, il cui scopo è l´autoprotezione, la differenziazione di organi autonomi (compresi quelli destinati alla riproduzione) e così via. Appaiono così i primi esseri pluricellulari, destinati a colonizzare il pianeta e armati di sistemi biologici che consentono loro di non venire sopraffatti e dissolti dalle forze che agiscono nel loro ambiente. Nasce il "Sé" biologico, e continua a crescere e raffinarsi seguendo le vicende dell´evoluzione fino a raggiungere - almeno per ora - il suo culmine con la nostra specie, dove ai meccanismi biologici di autodifesa dell´organismo dalle aggressioni esterne si affianca l´autopercezione, la consapevolezza di essere (condivisa probabilmente con altri animali superiori).
a Bobbio, Piacenza
sta per aprire "Farecinema" di Marco Bellocchio
Libertà 09/07/2004 12.15.35
A Bobbio parata di big del cinema
Bobbio si appresta a diventare capitale del cinema.
Come ogni anno nel periodo estivo il Laboratorio Farecinema diretto da Marco Bellocchio ininterrottamente dal '97 e organizzato dal Comune e dal Centro Itard di Piacenza, in collaborazione con Regione, Provincia, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Filmalbatros di Roma e Lanterna Magica di Bobbio, convoglia con il suo corso di tecnica cinematografica e con la rassegna collaterale di proiezioni di film e ospitalità di registi e addetti ai lavori, cinefili e appassionati di cinema nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia
Una “migrazione” destinata a ripetersi quest'anno con un livello di iniziative probabilmente mai raggiunto in passato, soprattutto con il potenziamento della rassegna Incontri con gli autori che vedrà sfilare dal 19 al 31 luglio il meglio del cinema italiano.
Ma andiamo per ordine.
Al Laboratorio Farecinema sono più di 70 le iscrizioni pervenute da tutta Italia e dall'estero, a fronte dei 20 posti disponibili.
Questo conferma un momento particolarmente felice per Marco Bellocchio e anche il successo di Farecinema, che è attualmente laboratorio intensivo di cinema fra i più quotati in Italia, grazie alla sua formula particolare, alla qualità di docenti e collaboratori e, anche, al fascino di una città d'arte e cultura come Bobbio.
Le selezioni sono ancora in fase di svolgimento.
Lo staff tecnico che quest'anno affiancherà Marco Bellocchio (regista e direttore artistico della manifestazione) e gli allievi, durante la realizzazione del laboratorio, è composto dalla montatrice Francesca Calvelli, Nastro d'Argento 2002 per il montaggio del film di Danis Tanovic, premio Oscar 2002, No man's land e il Ciak d'oro e il Premio Flaiano per L'ora di religione, oltre che montatrice dei film di Bellocchio da Il sogno della farfalla ad oggi, e collaborazioni con registi quali Michele Placido e Francesca Comencini.
La Calvelli lavora anche con giovani autori emergenti come Stefano Gabrini per Iuri e Dervis Zaim per Fango. Un impegno particolare è stato il montaggio del film collettivo dei 33 registi che documentava i giorni del G8.
Con lei al montaggio la co-docente Emanuela Di Giunta, apprezzata professionista collaboratrice di importanti registi.
Per quanto riguarda la direzione della fotografia Bellocchio si avvarrà di Matteo Fago e di William Santero di Roma e del piacentino Marco Sgorbati, giovani e promettenti operatori della fotografia che si alternano alle tre unità di ripresa.
Marco Sgorbati è stato operatore alla riprese nel recente e apprezzatissimo film Dopo mezzanotte di Davide Ferrario.
Per il suono in presa diretta docenti Remo Ugolinelli e Corrado Volpicelli, che vantano una collaborazione ultratrentennale con gran parte dei grandi nomi del cinema internazionale.
Enrico Pesce invece è l'esperto compositore e consulente per le musiche di molte edizioni del laboratorio, mentre Piergiorgio Bellocchio, attivo sia nei film di Marco Bellocchio che nell'ultimo Radio West, sarà impegnato come attore.
Infine Lucilla Cristaldi e Arianna Rossini sono le due giovani assistenti alla produzione.
L'organizzazione è curata dal settore cultura e turismo del Comune di Bobbio.
Per quanto riguarda gli Incontri con gli autori il calendario delle ospitalità è pressoché definito anche se manca ancora un tassello, anzi un sogno: quello di avere nella giornata conclusiva a Bobbio, il 31 luglio, Ken Loach.
Bellocchio sta provando a portare in Valtrebbia il grande regista inglese.
A Bobbio parata di big del cinema
Bobbio si appresta a diventare capitale del cinema.
Come ogni anno nel periodo estivo il Laboratorio Farecinema diretto da Marco Bellocchio ininterrottamente dal '97 e organizzato dal Comune e dal Centro Itard di Piacenza, in collaborazione con Regione, Provincia, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Filmalbatros di Roma e Lanterna Magica di Bobbio, convoglia con il suo corso di tecnica cinematografica e con la rassegna collaterale di proiezioni di film e ospitalità di registi e addetti ai lavori, cinefili e appassionati di cinema nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia
Una “migrazione” destinata a ripetersi quest'anno con un livello di iniziative probabilmente mai raggiunto in passato, soprattutto con il potenziamento della rassegna Incontri con gli autori che vedrà sfilare dal 19 al 31 luglio il meglio del cinema italiano.
Ma andiamo per ordine.
Al Laboratorio Farecinema sono più di 70 le iscrizioni pervenute da tutta Italia e dall'estero, a fronte dei 20 posti disponibili.
Questo conferma un momento particolarmente felice per Marco Bellocchio e anche il successo di Farecinema, che è attualmente laboratorio intensivo di cinema fra i più quotati in Italia, grazie alla sua formula particolare, alla qualità di docenti e collaboratori e, anche, al fascino di una città d'arte e cultura come Bobbio.
Le selezioni sono ancora in fase di svolgimento.
Lo staff tecnico che quest'anno affiancherà Marco Bellocchio (regista e direttore artistico della manifestazione) e gli allievi, durante la realizzazione del laboratorio, è composto dalla montatrice Francesca Calvelli, Nastro d'Argento 2002 per il montaggio del film di Danis Tanovic, premio Oscar 2002, No man's land e il Ciak d'oro e il Premio Flaiano per L'ora di religione, oltre che montatrice dei film di Bellocchio da Il sogno della farfalla ad oggi, e collaborazioni con registi quali Michele Placido e Francesca Comencini.
La Calvelli lavora anche con giovani autori emergenti come Stefano Gabrini per Iuri e Dervis Zaim per Fango. Un impegno particolare è stato il montaggio del film collettivo dei 33 registi che documentava i giorni del G8.
Con lei al montaggio la co-docente Emanuela Di Giunta, apprezzata professionista collaboratrice di importanti registi.
Per quanto riguarda la direzione della fotografia Bellocchio si avvarrà di Matteo Fago e di William Santero di Roma e del piacentino Marco Sgorbati, giovani e promettenti operatori della fotografia che si alternano alle tre unità di ripresa.
Marco Sgorbati è stato operatore alla riprese nel recente e apprezzatissimo film Dopo mezzanotte di Davide Ferrario.
Per il suono in presa diretta docenti Remo Ugolinelli e Corrado Volpicelli, che vantano una collaborazione ultratrentennale con gran parte dei grandi nomi del cinema internazionale.
Enrico Pesce invece è l'esperto compositore e consulente per le musiche di molte edizioni del laboratorio, mentre Piergiorgio Bellocchio, attivo sia nei film di Marco Bellocchio che nell'ultimo Radio West, sarà impegnato come attore.
Infine Lucilla Cristaldi e Arianna Rossini sono le due giovani assistenti alla produzione.
L'organizzazione è curata dal settore cultura e turismo del Comune di Bobbio.
Per quanto riguarda gli Incontri con gli autori il calendario delle ospitalità è pressoché definito anche se manca ancora un tassello, anzi un sogno: quello di avere nella giornata conclusiva a Bobbio, il 31 luglio, Ken Loach.
Bellocchio sta provando a portare in Valtrebbia il grande regista inglese.
una mostra a Napoli
cinquanta artiste dai paesi islamici
Repubblica, edizione di Napoli 12.7.04
La mostra
Cinquanta artiste dall'Islam
Un evento e una sfida. È questo il senso della mostra dal titolo "Stracciando i veli: donne artiste dal mondo islamico", allestita nella Sala d´Ercole, a Palazzo Reale, da oggi al 15 settembre. Per la prima volta saranno esposte 70 opere di 51 artiste provenienti dai principali paesi islamici. Una mostra in cui la creatività delle donne di paesi musulmani prende corpo oltre il velo, dove l´arte è il mezzo per superare l´incultura dell´indifferenza e dell´imposizione, la negazione e la discriminazione, per affermare una politica di diritti e di partecipazione.
La rassegna è stata organizzata dalla Fondazione Laboratorio Mediterraneo in occasione del suo decennale e anche in virtù della sua recente designazione ad "antenna europea e capofila della rete italiana per il dialogo tra le culture e civilizzazioni". In mostra opere di donne che danno voce alla propria creatività infrangendo stereotipi e pregiudizi della donna "velata". Lo scopo è quello di riaffermare il ruolo delle donne nei processi di pace.
La mostra
Cinquanta artiste dall'Islam
Un evento e una sfida. È questo il senso della mostra dal titolo "Stracciando i veli: donne artiste dal mondo islamico", allestita nella Sala d´Ercole, a Palazzo Reale, da oggi al 15 settembre. Per la prima volta saranno esposte 70 opere di 51 artiste provenienti dai principali paesi islamici. Una mostra in cui la creatività delle donne di paesi musulmani prende corpo oltre il velo, dove l´arte è il mezzo per superare l´incultura dell´indifferenza e dell´imposizione, la negazione e la discriminazione, per affermare una politica di diritti e di partecipazione.
La rassegna è stata organizzata dalla Fondazione Laboratorio Mediterraneo in occasione del suo decennale e anche in virtù della sua recente designazione ad "antenna europea e capofila della rete italiana per il dialogo tra le culture e civilizzazioni". In mostra opere di donne che danno voce alla propria creatività infrangendo stereotipi e pregiudizi della donna "velata". Lo scopo è quello di riaffermare il ruolo delle donne nei processi di pace.
l'Apollo di Prassitele a Cleveland?
L'Apollo di Prassitele risorge a Cleveland
Ma è davvero la celebre statua del maestro?
non si sa da dove viene ma la fattura è finissima
tante copie di marmo custodite nei musei
Il museo della città dell'Ohio ha acquisito il famoso bronzo greco del dio che uccide la lucertola
di SALVATORE SETTIS
Il Cleveland Museum of Art ha appena annunciato una sensazionale new acquisition: una statua greca in bronzo, a grandezza naturale, di un giovinetto, nel quale ogni occhio esperto riconosce a prima vista un´opera celebrata dagli antichi, l´Apollo della Lucertola di Prassitele. Plinio il Vecchio, pur dicendo Prassitele famosissimo per le sculture in marmo, menziona varie sue opere in bronzo, «bellissime; e fra queste un Apollo giovinetto intento a colpire con la freccia una lucertola che striscia furtiva: lo chiamano, appunto, Sauroctonos ("che uccide la lucertola")». Gli fa eco un epigramma di Marziale, che invita il dio-ragazzo alla clemenza: «Risparmia la lucertola che sta strisciando verso di te, ragazzo, non colpirla a tradimento: sappilo, non cerca di meglio che morire per tua mano». Marziale si riferisce certamente a una copia in piccolo, in bronzo "corinzio", il più pregiato (e cioè una lega in cui erano presenti percentuali di argento, e talvolta d´oro, per accrescere la lucentezza della superficie). Perché questo Apollo un po´ discolo dovesse tendere un agguato all´innocua lucertola, non sappiamo, nonostante molti tentativi di interpretazione in chiave simbolica o cultuale; né perché la lucertola bramasse perire per mano del dio. Ma la migliore testimonianza della fama del Sauroctonos presso gli antichi sono le numerose copie, quasi tutte in marmo, che si conservano in musei di tutto il mondo: in uno studio del 2002, Renate Preisshofen ne elenca una trentina fra intere e frammentarie, senza contare derivazioni e varianti magari un po´ infedeli, e qualche riproduzione in piccolo, su monete o gemme. Fu appunto in una gemma che lo riconobbe, sulla base della descrizione di Plinio, il barone Philipp von Stosch (1724); e poco dopo Winckelmann lo identificava in una statua della collezione Borghese (oggi al Louvre); altre copie vennero alla luce lungo il Settecento, e finirono in collezioni prestigiose come quella del cardinale Albani, i Musei Vaticani, Ince Blundell Hall e altre country houses inglesi, di Thomas Hope e Lord Lansdowne.
Questa corsa ad accaparrarsi le copie del Sauroctonos via via che emergevano dalla generosa terra italiana si spiega facilmente. Solo da poco si era capito che, fra le migliaia di statue antiche ritrovate a Roma e altrove, alcune erano più preziose, perché vi si potevano riconoscere, grazie alla descrizione delle fonti antiche (specialmente Plinio), i più famosi capolavori dei massimi scultori antichi. Fidia e Policleto, Lisippo e Prassitele erano ormai solo dei nomi carichi di un millenario prestigio, ma evanescenti e inafferrabili in mancanza di opere note. Fra Sette e Ottocento si comprese invece che quei grandi non avevano lasciato solo il nome scritto nelle pagine di Plinio, di Pausania o di altre "fonti": e che la loro gloria era stata tanta, da indurre i ricchi romani a procurarsene, in manzanza del troppo costoso originale, copie da mettersi in casa. Gli archeologi principiarono allora a stilare accurati elenchi di copie, a misurarle e confrontarle a una a una, cercando di ricostruire l´originale perduto, proprio come da tardi manoscritti il filologo tenta di ricostruire una forma del testo il più vicina possibile a quella di Euripide o di Virgilio. Ricerca tanto più intensa e delicata, quando l´originale perduto era (come è il caso del Sauroctonos) di bronzo, e le copie invece in marmo.
Di bronzi antichi, infatti, non se n´è conservato quasi nessuno: alla fine dell´impero romano e nel medio evo quasi tutti furono fusi per ricavarne metallo per monete, armi ed utensili. E se a Roma qualcuno ne rimase (come il Marco Aurelio e la Lupa), i bronzi greci che popolavano a decine di migliaia città e santuari sparirono tutti nel nulla. Nel 1502 un giovinetto in bronzo, scoperto a Rodi, giunse a Venezia e poi, dopo lungo pellegrinaggio in tutta Europa, a Berlino: ma la vera "resurrezione" dei bronzi greci comincia nel 1896 con la scoperta dell´Auriga di Delfi, e prosegue fino ad oggi con scoperte sempre nuove, spesso avvenute in mare. Queste statue (per esempio i Bronzi di Riace) si sono conservate fino a noi solo perché naufragarono le navi che le trasportavano da un luogo all´altro (spesso da un santuario greco depredato a Roma): e insomma il tragico evento del naufragio (come l´eruzione a Pompei e ad Ercolano) ha finito per regalare a noi posteri minime ma preziose testimonianze di quella gloriosa scultura greca in bronzo, che altrimenti dovremmo accontentarci di immaginare solo da tarde descrizioni e copie. Ma non è accaduto finora che uno dei grandi bronzi greci riscoperti corrisponda puntualmente alla descrizione di una fonte antica (perciò non sappiamo chi è l´autore dell´Auriga di Delfi o dei Bronzi di Riace).
Ecco perché, se l´annuncio che giunge da Cleveland è attendibile, la scoperta sarebbe davvero sensazionale. Si tratterebbe, infatti, del primo originale di un grande maestro greco tornato alla luce, e per così dire "firmato" dalla sua puntuale corrispondenza con le descrizioni antiche e con le copie che ne derivano. Ma è davvero così?
Di un originale di Prassitele riscoperto in mare si è parlato di recente anche in Italia, a proposito del Satiro danzante di Mazara, esposto a Montecitorio in una mostra memorabile: ma si tratta con tutta probabilità di un´eccellente copia romana da originale ellenistico non anteriore al 300 a. C. Anche il Sauroctonos di Cleveland potrebbe essere una copia? L´annuncio del museo non lo esclude del tutto, ma propende nettamente per la diagnosi più ardita: anche se le analisi continuano, in vista di un grande congresso internazionale nell´aprile del 2006, i primi esami della lega bronzea daterebbero il bronzo proprio al IV secolo a. C., l´età di Prassitele. Certo, per quanto si può giudicare dalle fotografie disponibili, la qualità di questo bronzo è altissima, sottile e vibrante appare l´epidermide carezzata dalla luce che definisce ed esalta l´anatomia del corpo adolescente, intensa e come sospesa l´espressione del volto, accurati alcuni dettagli-chiave (come gli inserti in rame per i capezzoli e le labbra). La conservazione è quasi perfetta, anche se mancano parte delle braccia e l´albero su cui si arrampicava la lucertola (che invece è conservata).
Ma da dove viene questo bronzo, che il museo di Cleveland descrive con orgoglio come «di gran lunga la più importante scultura classica entrata in America dopo la II guerra mondiale»? La storia ufficiale è presto detta: le analisi scientifiche, dichiara il museo, «provano che la scultura fu scavata ben prima del 1900». La statua sarebbe stata conservata nel giardino di una villa nella Germania Est, sfuggendo all´attenzione perché considerata opera del Settecento, e dopo la caduta del muro di Berlino sarebbe tornata al proprietario, Ernst-Ulrich Walter, che la vendette qualche anno fa. Storia non impossibile, ma nemmeno troppo plausibile: come poteva restare tanto invisibile una statua di tale qualità proprio in Germania, patria dell´archeologia "filologica" e della storia dell´arte antica? In ogni caso, è un vero peccato che non si conoscano le circostanze e il luogo del ritrovamento: la conoscenza del contesto aiuterebbe enormemente a valutare il significato (e anche l´originalità) della statua. Dove fosse in antico l´originale prassitelico, Plinio non dice. Antonio Corso (autore di una monografia su Prassitele che sta per essere pubblicata dall´Erma di Breschneider) ha osservato che il Sauroctonos è rappresentato sulle monete imperiali di Apollonia al Rindaco e di altre città dell´Anatolia, e dunque forse era lì che stava all´origine la statua. D´altra parte, tutte le copie (alcune anteriori a quelle monete) vengono dall´Italia, e dunque è molto probabile che l´originale fosse stato trasportato a Roma, e sostituito con una copia nella prima età imperiale.
Ma quello di Cleveland sarà l´originale di Prassitele o una copia, magari proprio quella che lo sostituì (diciamo) nel tempio di Apollonia al Rindaco? Davvero non saprei dirlo prima di averlo visto di persona (e delle relative analisi). Non dimentichiamo però che già nel Settecento si era creduto di aver scoperto l´originale Sauroctonos di Prassitele: Winckelmann, entusiasta della qualità della statua Borghese, dichiarò dapprima che doveva essere l´originale anche se di marmo (dunque contro la testimonianza di Plinio), ma si ricredette qualche anno dopo, quando un Sauroctonos di bronzo, di dimensioni ridotte, fu trovato sull´Aventino. Il cardinal Albani si recò personalmente a prendere il preteso Prassitele, raccolse personalmente la statua dallo scavo, e la portò religiosamente, sulle sue braccia, fino alla propria carrozza (ritenuta ora una copia del I secolo d. C., la statua è ancora a Villa Albani). Ma anche a Palazzo Barberini, al principio dell´Ottocento, si mostrava ai visitatori una lucertola di bronzo, indicandola come frammento dell´originale prassitelico. Questo lungo inseguimento è ora finito, e il capolavoro di Prassitele risorge a Cleveland, Ohio? C´è da scommettere che se ne discuterà per molto ancora.
Ma è davvero la celebre statua del maestro?
non si sa da dove viene ma la fattura è finissima
tante copie di marmo custodite nei musei
Il museo della città dell'Ohio ha acquisito il famoso bronzo greco del dio che uccide la lucertola
di SALVATORE SETTIS
Il Cleveland Museum of Art ha appena annunciato una sensazionale new acquisition: una statua greca in bronzo, a grandezza naturale, di un giovinetto, nel quale ogni occhio esperto riconosce a prima vista un´opera celebrata dagli antichi, l´Apollo della Lucertola di Prassitele. Plinio il Vecchio, pur dicendo Prassitele famosissimo per le sculture in marmo, menziona varie sue opere in bronzo, «bellissime; e fra queste un Apollo giovinetto intento a colpire con la freccia una lucertola che striscia furtiva: lo chiamano, appunto, Sauroctonos ("che uccide la lucertola")». Gli fa eco un epigramma di Marziale, che invita il dio-ragazzo alla clemenza: «Risparmia la lucertola che sta strisciando verso di te, ragazzo, non colpirla a tradimento: sappilo, non cerca di meglio che morire per tua mano». Marziale si riferisce certamente a una copia in piccolo, in bronzo "corinzio", il più pregiato (e cioè una lega in cui erano presenti percentuali di argento, e talvolta d´oro, per accrescere la lucentezza della superficie). Perché questo Apollo un po´ discolo dovesse tendere un agguato all´innocua lucertola, non sappiamo, nonostante molti tentativi di interpretazione in chiave simbolica o cultuale; né perché la lucertola bramasse perire per mano del dio. Ma la migliore testimonianza della fama del Sauroctonos presso gli antichi sono le numerose copie, quasi tutte in marmo, che si conservano in musei di tutto il mondo: in uno studio del 2002, Renate Preisshofen ne elenca una trentina fra intere e frammentarie, senza contare derivazioni e varianti magari un po´ infedeli, e qualche riproduzione in piccolo, su monete o gemme. Fu appunto in una gemma che lo riconobbe, sulla base della descrizione di Plinio, il barone Philipp von Stosch (1724); e poco dopo Winckelmann lo identificava in una statua della collezione Borghese (oggi al Louvre); altre copie vennero alla luce lungo il Settecento, e finirono in collezioni prestigiose come quella del cardinale Albani, i Musei Vaticani, Ince Blundell Hall e altre country houses inglesi, di Thomas Hope e Lord Lansdowne.
Questa corsa ad accaparrarsi le copie del Sauroctonos via via che emergevano dalla generosa terra italiana si spiega facilmente. Solo da poco si era capito che, fra le migliaia di statue antiche ritrovate a Roma e altrove, alcune erano più preziose, perché vi si potevano riconoscere, grazie alla descrizione delle fonti antiche (specialmente Plinio), i più famosi capolavori dei massimi scultori antichi. Fidia e Policleto, Lisippo e Prassitele erano ormai solo dei nomi carichi di un millenario prestigio, ma evanescenti e inafferrabili in mancanza di opere note. Fra Sette e Ottocento si comprese invece che quei grandi non avevano lasciato solo il nome scritto nelle pagine di Plinio, di Pausania o di altre "fonti": e che la loro gloria era stata tanta, da indurre i ricchi romani a procurarsene, in manzanza del troppo costoso originale, copie da mettersi in casa. Gli archeologi principiarono allora a stilare accurati elenchi di copie, a misurarle e confrontarle a una a una, cercando di ricostruire l´originale perduto, proprio come da tardi manoscritti il filologo tenta di ricostruire una forma del testo il più vicina possibile a quella di Euripide o di Virgilio. Ricerca tanto più intensa e delicata, quando l´originale perduto era (come è il caso del Sauroctonos) di bronzo, e le copie invece in marmo.
Di bronzi antichi, infatti, non se n´è conservato quasi nessuno: alla fine dell´impero romano e nel medio evo quasi tutti furono fusi per ricavarne metallo per monete, armi ed utensili. E se a Roma qualcuno ne rimase (come il Marco Aurelio e la Lupa), i bronzi greci che popolavano a decine di migliaia città e santuari sparirono tutti nel nulla. Nel 1502 un giovinetto in bronzo, scoperto a Rodi, giunse a Venezia e poi, dopo lungo pellegrinaggio in tutta Europa, a Berlino: ma la vera "resurrezione" dei bronzi greci comincia nel 1896 con la scoperta dell´Auriga di Delfi, e prosegue fino ad oggi con scoperte sempre nuove, spesso avvenute in mare. Queste statue (per esempio i Bronzi di Riace) si sono conservate fino a noi solo perché naufragarono le navi che le trasportavano da un luogo all´altro (spesso da un santuario greco depredato a Roma): e insomma il tragico evento del naufragio (come l´eruzione a Pompei e ad Ercolano) ha finito per regalare a noi posteri minime ma preziose testimonianze di quella gloriosa scultura greca in bronzo, che altrimenti dovremmo accontentarci di immaginare solo da tarde descrizioni e copie. Ma non è accaduto finora che uno dei grandi bronzi greci riscoperti corrisponda puntualmente alla descrizione di una fonte antica (perciò non sappiamo chi è l´autore dell´Auriga di Delfi o dei Bronzi di Riace).
Ecco perché, se l´annuncio che giunge da Cleveland è attendibile, la scoperta sarebbe davvero sensazionale. Si tratterebbe, infatti, del primo originale di un grande maestro greco tornato alla luce, e per così dire "firmato" dalla sua puntuale corrispondenza con le descrizioni antiche e con le copie che ne derivano. Ma è davvero così?
Di un originale di Prassitele riscoperto in mare si è parlato di recente anche in Italia, a proposito del Satiro danzante di Mazara, esposto a Montecitorio in una mostra memorabile: ma si tratta con tutta probabilità di un´eccellente copia romana da originale ellenistico non anteriore al 300 a. C. Anche il Sauroctonos di Cleveland potrebbe essere una copia? L´annuncio del museo non lo esclude del tutto, ma propende nettamente per la diagnosi più ardita: anche se le analisi continuano, in vista di un grande congresso internazionale nell´aprile del 2006, i primi esami della lega bronzea daterebbero il bronzo proprio al IV secolo a. C., l´età di Prassitele. Certo, per quanto si può giudicare dalle fotografie disponibili, la qualità di questo bronzo è altissima, sottile e vibrante appare l´epidermide carezzata dalla luce che definisce ed esalta l´anatomia del corpo adolescente, intensa e come sospesa l´espressione del volto, accurati alcuni dettagli-chiave (come gli inserti in rame per i capezzoli e le labbra). La conservazione è quasi perfetta, anche se mancano parte delle braccia e l´albero su cui si arrampicava la lucertola (che invece è conservata).
Ma da dove viene questo bronzo, che il museo di Cleveland descrive con orgoglio come «di gran lunga la più importante scultura classica entrata in America dopo la II guerra mondiale»? La storia ufficiale è presto detta: le analisi scientifiche, dichiara il museo, «provano che la scultura fu scavata ben prima del 1900». La statua sarebbe stata conservata nel giardino di una villa nella Germania Est, sfuggendo all´attenzione perché considerata opera del Settecento, e dopo la caduta del muro di Berlino sarebbe tornata al proprietario, Ernst-Ulrich Walter, che la vendette qualche anno fa. Storia non impossibile, ma nemmeno troppo plausibile: come poteva restare tanto invisibile una statua di tale qualità proprio in Germania, patria dell´archeologia "filologica" e della storia dell´arte antica? In ogni caso, è un vero peccato che non si conoscano le circostanze e il luogo del ritrovamento: la conoscenza del contesto aiuterebbe enormemente a valutare il significato (e anche l´originalità) della statua. Dove fosse in antico l´originale prassitelico, Plinio non dice. Antonio Corso (autore di una monografia su Prassitele che sta per essere pubblicata dall´Erma di Breschneider) ha osservato che il Sauroctonos è rappresentato sulle monete imperiali di Apollonia al Rindaco e di altre città dell´Anatolia, e dunque forse era lì che stava all´origine la statua. D´altra parte, tutte le copie (alcune anteriori a quelle monete) vengono dall´Italia, e dunque è molto probabile che l´originale fosse stato trasportato a Roma, e sostituito con una copia nella prima età imperiale.
Ma quello di Cleveland sarà l´originale di Prassitele o una copia, magari proprio quella che lo sostituì (diciamo) nel tempio di Apollonia al Rindaco? Davvero non saprei dirlo prima di averlo visto di persona (e delle relative analisi). Non dimentichiamo però che già nel Settecento si era creduto di aver scoperto l´originale Sauroctonos di Prassitele: Winckelmann, entusiasta della qualità della statua Borghese, dichiarò dapprima che doveva essere l´originale anche se di marmo (dunque contro la testimonianza di Plinio), ma si ricredette qualche anno dopo, quando un Sauroctonos di bronzo, di dimensioni ridotte, fu trovato sull´Aventino. Il cardinal Albani si recò personalmente a prendere il preteso Prassitele, raccolse personalmente la statua dallo scavo, e la portò religiosamente, sulle sue braccia, fino alla propria carrozza (ritenuta ora una copia del I secolo d. C., la statua è ancora a Villa Albani). Ma anche a Palazzo Barberini, al principio dell´Ottocento, si mostrava ai visitatori una lucertola di bronzo, indicandola come frammento dell´originale prassitelico. Questo lungo inseguimento è ora finito, e il capolavoro di Prassitele risorge a Cleveland, Ohio? C´è da scommettere che se ne discuterà per molto ancora.
domenica 11 luglio 2004
un convegno a FIRENZE
«il paradigma di "natura umana" tra scienza e filosofia»
Repubblica, edizione di Firenze 11.7.04
Convegno a Villa Ruspoli
"Natura umana" tra scienza e filosofia
Domani e martedì nell´Aula rossa di Villa Ruspoli, in piazza Indipendenza 9 a Firenze, si terrà il convegno «Humanitas - il paradigma di "natura umana" tra scienza e filosofia», organizzato dall´Istituto italiano di studi umanistici. L´apertura dei lavori, alle 10, sarà di Aldo Schiavone. Seguiranno interventi di Roberto de Mattei, Edoardo Boncinelli, Giulio Giorrello, Luigi Lombardi Vallauri, Roberto Esposito, Carlo Ossola, Claudio Leonardi, Giacomo Marramao. Martedì, sempre dalle 10, sarà la volta di Salvatore Veca, Carlo Galli, Eugenio Mazzarella, Roberto Marchesini.
Convegno a Villa Ruspoli
"Natura umana" tra scienza e filosofia
Domani e martedì nell´Aula rossa di Villa Ruspoli, in piazza Indipendenza 9 a Firenze, si terrà il convegno «Humanitas - il paradigma di "natura umana" tra scienza e filosofia», organizzato dall´Istituto italiano di studi umanistici. L´apertura dei lavori, alle 10, sarà di Aldo Schiavone. Seguiranno interventi di Roberto de Mattei, Edoardo Boncinelli, Giulio Giorrello, Luigi Lombardi Vallauri, Roberto Esposito, Carlo Ossola, Claudio Leonardi, Giacomo Marramao. Martedì, sempre dalle 10, sarà la volta di Salvatore Veca, Carlo Galli, Eugenio Mazzarella, Roberto Marchesini.
Manoel De Oliveira a Lecce
Repubblica, edizione di Bari 11.7.04
Il portoghese, 96 anni, in Salento per il festival Negroamaro
Il regista De Oliveira a Lecce "Questa terra è da raccontare"
Il segreto della longevità forse è legato a mia moglie con la quale sono sposato da oltre sessant´anni
È una città antica che dalle sue architetture lascia facilmente trasparire la qualità della vita che offre
di ANTONELLA GAETA
LECCE - Del tempo che porta non si coglie il principio. Manoel De Oliveira è un secolo di filosofia, immagini, pensiero. Aristotele, Bunuel, Deleuze. Parla e i saperi si intrecciano. Il più delle volte sono diventati cinema perché delle arti è la «sintesi perfetta». Il regista portoghese, 96 anni il prossimo dicembre è arrivato a Lecce nella notte, «con una gran fame». Gli è sembrata subito «una città antica che lascia facilmente trasparire dalle sue architetture la qualità del vita che è in grado di offrire. Poco inquinamento, il mare vicino e un ottimo cibo». Al suo fianco c´era Marisa Paredes, tra le muse impertinenti e drammatiche di Almodovar e Marco Abbondanza, direttore del festival "Sete sois sete luas" che si gemella con il Negroamaro della Provincia e approda, per la prima volta a Lecce con le sue produzioni.
Nelle stesse ore a Tricase sono arrivate ieri anche Laura Morante e Maria De Medeiros per l´omaggio poetico al Nobel Saramago. Con la mostra di Fausto Giaccone dedicata alla rivoluzione dei Garofani, la consegna del Premio Lo straniero curato dal critico Goffredo Fofi e da Edoardo Winspeare e la rappresentazione della pièce diretta da De Oliveira, "Mario, ovvero me stesso, l´Altro", il piccolo centro è diventato un "aleph" multilingue di matrice ecumenicamente lusitana. Prima, nell´incontro a Lecce, dialogato in lingua portoghese da De Oliveira e spagnola da Paredes, la sensazione di incontro non babelico è stata la medesima. La grande attrice ha riconosciuto che «stupenda è la possibilità di andare per il mondo» e di «essere più felice qui, in mezzo a persone che apprezzano il suo lavoro, piuttosto che a Hollywood».
A una comune origine di portoghesi, spagnoli e italiani si è appellato De Oliveira, «in attesa di una più compiuta unione europea». Quando di lui, il critico Fofi nel presentarlo ha raffermato di trovarsi al cospetto di un grande maestro capace tra pochi al mondo di rinnovare il linguaggio cinematografico ha contestato che «non è poi così grande dal momento che la sua altezza supera di poco il metro e settanta». Grande lo è stato (ed è) veramente. Quando ha deciso di rallentare i tempi del cinema, di rendere profondo ogni gesto dei suoi attori e di estenuare il senso del movimento. Non sono facili i suoi film, né ha voluto che lo fossero. L´ultimo, "Un film parlato" è proprio un abbraccio a tutti noi mediterranei. Il ritmo incredibile delle sue produzioni è di una pellicola all´anno. Ne ha già pronta un´altra, "Il quinto impero", che va all´origine della sconfitta portoghese all´epoca di Carlo V, quando l´utopia di unione del principe Sebastiano perì nel sangue. «Anche agli Europei di calcio abbiamo perso, del resto» scherza. E a chi gli chiede come si fa a vivere tanto a lungo risponde: «Se sapessi ciò che fa la vita lunga potrei dare la ricetta a tutto il mondo. Forse il segreto è legato a mia moglie con la quale sono sposato da oltre 60 anni». Domani si rimette in viaggio, destinazione isole di Medeiros. Il dodici luglio, come ogni anno.
Il portoghese, 96 anni, in Salento per il festival Negroamaro
Il regista De Oliveira a Lecce "Questa terra è da raccontare"
Il segreto della longevità forse è legato a mia moglie con la quale sono sposato da oltre sessant´anni
È una città antica che dalle sue architetture lascia facilmente trasparire la qualità della vita che offre
di ANTONELLA GAETA
LECCE - Del tempo che porta non si coglie il principio. Manoel De Oliveira è un secolo di filosofia, immagini, pensiero. Aristotele, Bunuel, Deleuze. Parla e i saperi si intrecciano. Il più delle volte sono diventati cinema perché delle arti è la «sintesi perfetta». Il regista portoghese, 96 anni il prossimo dicembre è arrivato a Lecce nella notte, «con una gran fame». Gli è sembrata subito «una città antica che lascia facilmente trasparire dalle sue architetture la qualità del vita che è in grado di offrire. Poco inquinamento, il mare vicino e un ottimo cibo». Al suo fianco c´era Marisa Paredes, tra le muse impertinenti e drammatiche di Almodovar e Marco Abbondanza, direttore del festival "Sete sois sete luas" che si gemella con il Negroamaro della Provincia e approda, per la prima volta a Lecce con le sue produzioni.
Nelle stesse ore a Tricase sono arrivate ieri anche Laura Morante e Maria De Medeiros per l´omaggio poetico al Nobel Saramago. Con la mostra di Fausto Giaccone dedicata alla rivoluzione dei Garofani, la consegna del Premio Lo straniero curato dal critico Goffredo Fofi e da Edoardo Winspeare e la rappresentazione della pièce diretta da De Oliveira, "Mario, ovvero me stesso, l´Altro", il piccolo centro è diventato un "aleph" multilingue di matrice ecumenicamente lusitana. Prima, nell´incontro a Lecce, dialogato in lingua portoghese da De Oliveira e spagnola da Paredes, la sensazione di incontro non babelico è stata la medesima. La grande attrice ha riconosciuto che «stupenda è la possibilità di andare per il mondo» e di «essere più felice qui, in mezzo a persone che apprezzano il suo lavoro, piuttosto che a Hollywood».
A una comune origine di portoghesi, spagnoli e italiani si è appellato De Oliveira, «in attesa di una più compiuta unione europea». Quando di lui, il critico Fofi nel presentarlo ha raffermato di trovarsi al cospetto di un grande maestro capace tra pochi al mondo di rinnovare il linguaggio cinematografico ha contestato che «non è poi così grande dal momento che la sua altezza supera di poco il metro e settanta». Grande lo è stato (ed è) veramente. Quando ha deciso di rallentare i tempi del cinema, di rendere profondo ogni gesto dei suoi attori e di estenuare il senso del movimento. Non sono facili i suoi film, né ha voluto che lo fossero. L´ultimo, "Un film parlato" è proprio un abbraccio a tutti noi mediterranei. Il ritmo incredibile delle sue produzioni è di una pellicola all´anno. Ne ha già pronta un´altra, "Il quinto impero", che va all´origine della sconfitta portoghese all´epoca di Carlo V, quando l´utopia di unione del principe Sebastiano perì nel sangue. «Anche agli Europei di calcio abbiamo perso, del resto» scherza. E a chi gli chiede come si fa a vivere tanto a lungo risponde: «Se sapessi ciò che fa la vita lunga potrei dare la ricetta a tutto il mondo. Forse il segreto è legato a mia moglie con la quale sono sposato da oltre 60 anni». Domani si rimette in viaggio, destinazione isole di Medeiros. Il dodici luglio, come ogni anno.
Luciano Canfora
Alcibiade
Corriere della Sera 11.7.04
La Storia fatta con i se
Ipotesi sul condottiero: come sarebbe cambiato il destino dell'Occidente sotto la sua guida
Alcibiade fosse tornato e avesse salvato Socrate
Atene non richiamò dall'esilio lo stratega nonostante l'appello di Aristofane
Così fu inevitabile la caduta della città. E venne segnata la sorte del filosofo
di LUCIANO CANFORA
Finale delle Rane di Aristofane. Gennaio del 405 a.C., alla festa delle Lenee. Il pubblico è tutto ateniese, perciò i commediografi parlano ancor più volentieri di politica e il pubblico apprezza. Quando Aristofane ha lavorato alla commedia, nei mesi precedenti, erano ancora nell'aria l'esultanza per la vittoria alle isole Arginuse e però anche lo sgomento per l'allucinante processo montato dal perfido Teramene contro i generali vittoriosi. Comunque, mentre l'impero va in pezzi, Atene torna a vincere sul mare. Una domanda è nella testa di tutti: e se facessimo rientrare Alcibiade? Aristofane se ne fa interprete. Alcibiade però non fu richiamato e pochi mesi più tardi Atene avrebbe capitolato. L'ultimo atto era stata un'altra, disastrosa, battaglia navale, quella di Egospotami (agosto 405), combattuta dagli Ateniesi nelle condizioni peggiori e sotto la guida di capi non tutti leali, forse addirittura collusi col nemico.
Alcibiade è il grande assente. Una scena, certo veridica, lo rappresenta ad Egospotami, dove - poco prima del disastro -, pur esule, si fa ricevere dai capi suoi concittadini e li scongiura di non accettare battaglia. E però viene scacciato con la tracotante ingiunzione: «Puoi andare, ora comandiamo noi!».
Aristofane ci aveva tentato. Aveva posto il bruciante problema davanti all'intera città. Nessuna assemblea politica era così affollata come il teatro: dalla scena, Aristofane parlava ad assai più gente che un qualunque politico. Quale la sua trovata? Nelle Rane si svolge, ambientato nel regno dei morti, uno scontro tra Eschilo ed Euripide - l'antico e il moderno - di fronte a un arbitro d'eccezione, il dio del teatro, Dioniso. Si susseguono varie prove, l'ultima è la domanda rivolta a entrambi: che fare con Alcibiade? Eschilo è favorevole a farlo rientrare. E questo equivale a un suggerimento esplicito. Ma, nonostante il successo strepitoso della commedia, non bastò. Il «popolo sovrano», come spettatore applaudiva Aristofane e consentiva con lui, ma come assemblea deliberante avrebbe trascinato il grande esule dinanzi a qualche tribunale.
Perché non lo vollero? Era caduto una prima volta dieci anni prima, nel 415, perché l'avevano incastrato in uno scandalo a sfondo religioso (difficile dire che fosse veramente innocente). Aveva appena portato la città, dapprima incerta e riluttante, alla decisione audacissima di attaccare Siracusa e ampliare l'impero ateniese a Occidente. Lo trascinarono in tribunale mentre era già in mare. Lui non si fece processare, e - da esule - fece alla sua città tutto il male possibile. Mise in ginocchio Atene, ma fu lui stesso a risollevarla, fino alla seconda e definitiva sua caduta (407 a.C.) da cui non valse a risollevarlo neanche la clamorosa, e all'apparenza vincente, iniziativa dell'autore delle Rane .
Non è insensato chiedersi cosa sarebbe accaduto se il bellissimo, spregiudicatissimo e geniale Alcibiade non fosse stato a suo tempo intercettato da un micidiale e squallido processo. In realtà la sua guerra-lampo contro Siracusa poteva aver successo. Così come ebbe successo la riscossa, irresistibile, nella guerra navale, che gli fruttò un trionfale rientro, cui pose fine un incidente provocato da un suo smanioso ufficiale. Il che causò la sua seconda caduta.
E poiché cadde due volte, due sono gli scenarî da ipotizzare: uno maggiore e uno minore. Vediamo il primo. Vincendo contro Siracusa nel 415 a.C. Atene avrebbe esteso verso Occidente il suo impero. Dopo di che, il dominio sulla Sicilia orientale l'avrebbe portata allo scontro con i Punici aspiranti anch'essi al controllo dell'isola. Non è mistero che, tra i progetti che Alcibiade aveva in serbo, c'era anche un attacco a Cartagine. In tal caso, quel successo che - alla metà del secolo - era mancato a Pericle, contro la Persia in Egitto, l'avrebbe conseguito lui, suo nipote, all'altro estremo della sponda meridionale del Mediterraneo. E così la storia stessa dell'Occidente avrebbe rischiato di prendere un'altra piega. In uno scenario del genere sarebbero addirittura venute meno le premesse dello scontro che, centocinquant'anni dopo, terrà in bilico l'intero Occidente: lo scontro romano-cartaginese. Si sa che, al tempo di Augusto, alcuni storici romani si ponevano la domanda perché mai Alessandro Magno non avesse tentato di marciare verso Ovest (Livio sostenne un po' goffamente che i Romani comunque lo avrebbero sconfitto).
Si può dire insomma che Alcibiade avrebbe compiuto, a Occidente, l'impresa cui invece Alessandro nemmeno aspirò. Avrebbe assunto in patria la «tirannide» dopo la vittoria? È probabile che questo pensiero non lo abbia mai abbandonato. Ma non era così ingenuo da voler ferire i suoi Ateniesi proprio là dove la loro sensibilità era più reattiva. Pericle era stato per decenni un «principe elettivo»; lui, coronato di trionfi, avrebbe fatto altrettanto. E invece tutto questo crollò. Un qualche politico di terza fila volle coinvolgere il grande condottiero in uno scandalo, la cui repressione dava soddisfazione al perbenismo dell'Ateniese medio. E il sogno occidentale di Atene svanì.
Atene subì colpi su colpi. Eppure non cadde. Ritornato, Alcibiade sembrò ristabilire le sorti della città che stava correndo senza freni a precipizio verso il baratro. Rientrò da «salvatore». Ma grazie alle mai sopite invidie, al primo insuccesso fu rimosso.
Aristofane fa dire a Eschilo che «il cucciolo del leone» (così designa Alcibiade) era l'unico in grado di salvare ancora la città dalla disfatta. È probabile. Avrebbe impedito dieci anni di dispotismo spartano su tutta la Grecia. Avrebbe risparmiato ad Atene la ferocia dei «Trenta tiranni». Senofonte non avrebbe raggiunto Ciro in Asia per scampare ai postumi della guerra civile. (Non avremmo l' Anabasi ). E nemmeno Socrate avrebbe pagato con la vita le sue compromettenti amicizie politiche. E forse, senza un tale martire, il pensiero occidentale avrebbe preso un'altra piega.
Alcibiade (450-404 a.C.) crebbe in casa di Pericle e divenne seguace di Socrate. Valoroso combattente, nel 422 entrò in politica promettendo grandezza ad Atene. Perciò spinse la sua città a fare lega con Argo contro Sparta, che venne sconfitta a Mantinea (418). Con un piano di espansione in Occidente, decise la spedizione contro Siracusa, ma venne accusato di sacrilegio. Salpò comunque. Richiamato per il processo, disertò. Andò a Sparta e divenne lo stratega anti ateniese, coprendosi di successi. Entrato in urto con il re spartano, fu chiamato dagli ateniesi della flotta di Samo e ottenne due vittorie contro Sparta, ad Abido (411) e a Cizico (410). Venne richiamato ad Atene (407) e assunse il comando delle navi. Ma, accusato di una sconfitta della flotta, andò in esilio. Fu ucciso in Frigia dai sicari di Farnabazo su istigazione di Sparta.
La Storia fatta con i se
Ipotesi sul condottiero: come sarebbe cambiato il destino dell'Occidente sotto la sua guida
Alcibiade fosse tornato e avesse salvato Socrate
Atene non richiamò dall'esilio lo stratega nonostante l'appello di Aristofane
Così fu inevitabile la caduta della città. E venne segnata la sorte del filosofo
di LUCIANO CANFORA
Finale delle Rane di Aristofane. Gennaio del 405 a.C., alla festa delle Lenee. Il pubblico è tutto ateniese, perciò i commediografi parlano ancor più volentieri di politica e il pubblico apprezza. Quando Aristofane ha lavorato alla commedia, nei mesi precedenti, erano ancora nell'aria l'esultanza per la vittoria alle isole Arginuse e però anche lo sgomento per l'allucinante processo montato dal perfido Teramene contro i generali vittoriosi. Comunque, mentre l'impero va in pezzi, Atene torna a vincere sul mare. Una domanda è nella testa di tutti: e se facessimo rientrare Alcibiade? Aristofane se ne fa interprete. Alcibiade però non fu richiamato e pochi mesi più tardi Atene avrebbe capitolato. L'ultimo atto era stata un'altra, disastrosa, battaglia navale, quella di Egospotami (agosto 405), combattuta dagli Ateniesi nelle condizioni peggiori e sotto la guida di capi non tutti leali, forse addirittura collusi col nemico.
Alcibiade è il grande assente. Una scena, certo veridica, lo rappresenta ad Egospotami, dove - poco prima del disastro -, pur esule, si fa ricevere dai capi suoi concittadini e li scongiura di non accettare battaglia. E però viene scacciato con la tracotante ingiunzione: «Puoi andare, ora comandiamo noi!».
Aristofane ci aveva tentato. Aveva posto il bruciante problema davanti all'intera città. Nessuna assemblea politica era così affollata come il teatro: dalla scena, Aristofane parlava ad assai più gente che un qualunque politico. Quale la sua trovata? Nelle Rane si svolge, ambientato nel regno dei morti, uno scontro tra Eschilo ed Euripide - l'antico e il moderno - di fronte a un arbitro d'eccezione, il dio del teatro, Dioniso. Si susseguono varie prove, l'ultima è la domanda rivolta a entrambi: che fare con Alcibiade? Eschilo è favorevole a farlo rientrare. E questo equivale a un suggerimento esplicito. Ma, nonostante il successo strepitoso della commedia, non bastò. Il «popolo sovrano», come spettatore applaudiva Aristofane e consentiva con lui, ma come assemblea deliberante avrebbe trascinato il grande esule dinanzi a qualche tribunale.
Perché non lo vollero? Era caduto una prima volta dieci anni prima, nel 415, perché l'avevano incastrato in uno scandalo a sfondo religioso (difficile dire che fosse veramente innocente). Aveva appena portato la città, dapprima incerta e riluttante, alla decisione audacissima di attaccare Siracusa e ampliare l'impero ateniese a Occidente. Lo trascinarono in tribunale mentre era già in mare. Lui non si fece processare, e - da esule - fece alla sua città tutto il male possibile. Mise in ginocchio Atene, ma fu lui stesso a risollevarla, fino alla seconda e definitiva sua caduta (407 a.C.) da cui non valse a risollevarlo neanche la clamorosa, e all'apparenza vincente, iniziativa dell'autore delle Rane .
Non è insensato chiedersi cosa sarebbe accaduto se il bellissimo, spregiudicatissimo e geniale Alcibiade non fosse stato a suo tempo intercettato da un micidiale e squallido processo. In realtà la sua guerra-lampo contro Siracusa poteva aver successo. Così come ebbe successo la riscossa, irresistibile, nella guerra navale, che gli fruttò un trionfale rientro, cui pose fine un incidente provocato da un suo smanioso ufficiale. Il che causò la sua seconda caduta.
E poiché cadde due volte, due sono gli scenarî da ipotizzare: uno maggiore e uno minore. Vediamo il primo. Vincendo contro Siracusa nel 415 a.C. Atene avrebbe esteso verso Occidente il suo impero. Dopo di che, il dominio sulla Sicilia orientale l'avrebbe portata allo scontro con i Punici aspiranti anch'essi al controllo dell'isola. Non è mistero che, tra i progetti che Alcibiade aveva in serbo, c'era anche un attacco a Cartagine. In tal caso, quel successo che - alla metà del secolo - era mancato a Pericle, contro la Persia in Egitto, l'avrebbe conseguito lui, suo nipote, all'altro estremo della sponda meridionale del Mediterraneo. E così la storia stessa dell'Occidente avrebbe rischiato di prendere un'altra piega. In uno scenario del genere sarebbero addirittura venute meno le premesse dello scontro che, centocinquant'anni dopo, terrà in bilico l'intero Occidente: lo scontro romano-cartaginese. Si sa che, al tempo di Augusto, alcuni storici romani si ponevano la domanda perché mai Alessandro Magno non avesse tentato di marciare verso Ovest (Livio sostenne un po' goffamente che i Romani comunque lo avrebbero sconfitto).
Si può dire insomma che Alcibiade avrebbe compiuto, a Occidente, l'impresa cui invece Alessandro nemmeno aspirò. Avrebbe assunto in patria la «tirannide» dopo la vittoria? È probabile che questo pensiero non lo abbia mai abbandonato. Ma non era così ingenuo da voler ferire i suoi Ateniesi proprio là dove la loro sensibilità era più reattiva. Pericle era stato per decenni un «principe elettivo»; lui, coronato di trionfi, avrebbe fatto altrettanto. E invece tutto questo crollò. Un qualche politico di terza fila volle coinvolgere il grande condottiero in uno scandalo, la cui repressione dava soddisfazione al perbenismo dell'Ateniese medio. E il sogno occidentale di Atene svanì.
Atene subì colpi su colpi. Eppure non cadde. Ritornato, Alcibiade sembrò ristabilire le sorti della città che stava correndo senza freni a precipizio verso il baratro. Rientrò da «salvatore». Ma grazie alle mai sopite invidie, al primo insuccesso fu rimosso.
Aristofane fa dire a Eschilo che «il cucciolo del leone» (così designa Alcibiade) era l'unico in grado di salvare ancora la città dalla disfatta. È probabile. Avrebbe impedito dieci anni di dispotismo spartano su tutta la Grecia. Avrebbe risparmiato ad Atene la ferocia dei «Trenta tiranni». Senofonte non avrebbe raggiunto Ciro in Asia per scampare ai postumi della guerra civile. (Non avremmo l' Anabasi ). E nemmeno Socrate avrebbe pagato con la vita le sue compromettenti amicizie politiche. E forse, senza un tale martire, il pensiero occidentale avrebbe preso un'altra piega.
Alcibiade (450-404 a.C.) crebbe in casa di Pericle e divenne seguace di Socrate. Valoroso combattente, nel 422 entrò in politica promettendo grandezza ad Atene. Perciò spinse la sua città a fare lega con Argo contro Sparta, che venne sconfitta a Mantinea (418). Con un piano di espansione in Occidente, decise la spedizione contro Siracusa, ma venne accusato di sacrilegio. Salpò comunque. Richiamato per il processo, disertò. Andò a Sparta e divenne lo stratega anti ateniese, coprendosi di successi. Entrato in urto con il re spartano, fu chiamato dagli ateniesi della flotta di Samo e ottenne due vittorie contro Sparta, ad Abido (411) e a Cizico (410). Venne richiamato ad Atene (407) e assunse il comando delle navi. Ma, accusato di una sconfitta della flotta, andò in esilio. Fu ucciso in Frigia dai sicari di Farnabazo su istigazione di Sparta.
archeologia
una nuova guida alla Roma archeologica
Repubblica, edizione di Roma 11.7.04
Curata da La Regina. In sei percorsi la città antica
Arriva la guida per scoprire la Roma archeologica
Esce in questi giorni in libreria la "Guida archeologica di Roma". Una pubblicazione "Electa" aggiornata da Adriano La Regina, che interessa l´area archeologica centrale della capitale dove si concentrano le più cospicue testimonianze monumentali di Roma antica. Dai Fori con le basiliche, alle biblioteche e tribunali, ai mercati e le sfarzose dimore imperiali, fino ai luoghi sacri. La guida accompagna il turista attraverso sei percorsi tematici: il Foro Romano, il Palatino, il Campidoglio e i musei capitolini, i Fori Imperiali, la Valle del Colosseo e la Domus Aurea. E con l´aiuto di piantine dei percorsi e mappe a colori realizzate sotto la supervisione del sovrintendente archeologico, fornisce una descrizione scientifica dei monumenti. Il volume è inoltre arricchito da piccoli box che illustrano aspetti particolari e curiosi della civiltà romana, schede di approfondimento e antiche immagini.
Curata da La Regina. In sei percorsi la città antica
Arriva la guida per scoprire la Roma archeologica
Esce in questi giorni in libreria la "Guida archeologica di Roma". Una pubblicazione "Electa" aggiornata da Adriano La Regina, che interessa l´area archeologica centrale della capitale dove si concentrano le più cospicue testimonianze monumentali di Roma antica. Dai Fori con le basiliche, alle biblioteche e tribunali, ai mercati e le sfarzose dimore imperiali, fino ai luoghi sacri. La guida accompagna il turista attraverso sei percorsi tematici: il Foro Romano, il Palatino, il Campidoglio e i musei capitolini, i Fori Imperiali, la Valle del Colosseo e la Domus Aurea. E con l´aiuto di piantine dei percorsi e mappe a colori realizzate sotto la supervisione del sovrintendente archeologico, fornisce una descrizione scientifica dei monumenti. Il volume è inoltre arricchito da piccoli box che illustrano aspetti particolari e curiosi della civiltà romana, schede di approfondimento e antiche immagini.
Cina
La Stampa 11.7.04
«La Cina ha fame di petrolio
Il pianeta cerca altre risorse»
di Roberto Ippolito
Il mondo cammina. E proprio questo preoccupa. E’ il paradosso che affiora dalla conferenza internazionale sul «nuovo ciclo dell’economia globale» promosso a Firenze dall’Aspen, l’associazione attenta all’integrazione atlantica.
(...) La fame di energia è fortissima nella lanciatissima Cina: il boom la divora.
(...) Allarme energia, dunque. E soprattutto allarme petrolio. Questo almeno è il messaggio che viene dalla conferenza dell’Aspen. Un messaggio che invita a riflettere anche se esistono previsioni di segno diverso secondo le quali, invece, il greggio sarà ancora abbondante a lungo.
In ogni caso la Cina consumerà tanta energia. «Credo che il rifornimento di petrolio e di risorse sarà importante per la continuazione della crescita cinese» avverte Fan Gang, direttore del Centro economico di ricerca nazionale di Pechino. Fan Gang stima che il prodotto interno lordo della Cina continuerà ad aumentare «a ritmi dell’8-9% nel 2005 e a ritmi altrettanto sostenuti nei prossimi cinque-dieci anni».
(...) Fan Gang osserva che un eventuale limite alla disponibilità di petrolio si porrebbe «per tutto il mondo e non solo per la Cina; quindi bisogna pensare ad altre risorse».
La Cina come il resto del mondo, pertanto. Proprio per questo motivo Morse considera inadeguata la sua integrazione nel sistema di regole internazionali per gli scambi petroliferi. Senza un miglioramento, sostiene, «ci troveremo di fronte a un’altra crisi petrolifera»: la mancata integrazione finirebbe «per impoverirci tutti».
Fan Gang vede però il suo paese in cammino positivamente sulla scena internazionale, anche grazie all’adesione alla Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio: «Oggi la Cina è molto più sensibile al tema dell’integrazione internazionale rispetto a qualche anno fa».
RaiNet News Scienze
Nel 2007 la prima missione
La Cina e' pronta a conquistare la Luna
Nell'ottobre del 2003 Pechino aveva inviato il suo primo uomo nello spazio. In 90 minuti ha compiuto l'intero giro del pianeta
Dopo aver inviato il suo primo astronauta in orbita, è la Luna il prossimo obiettivo dell'ambizioso programma spaziale di Pechino, secondo quanto ha rivelato in una intervista alla Bbc il capo dell'agenzia spaziale cinese, Sun Laiyan.
Il 15 ottobre dello scorso anno la Cina invio' in orbita il suo primo astronauta. La missione duro' appena 90 minuti: la 'Shenzhou' - letteralmente 'Nave Divina' - ebbe modo di compiere un giro intorno alla Terra e l'impresa e' staa trasmessa in diretta dalla tv cinese.
La Cina e' il terzo Paese a mandare un uomo in orbita, dopo la Russia, che nel 1961 mando' Yuri Gagarin a fare un giro del pianeta per 108 minuti, e dopo gli Stati Uniti che in seguito alla misione del 'Vostok 1' mandarono Alan Shepard per 15 minuti in volo suborbitale.
Un altro importante obiettivo sarà quello di costruire una stazione spaziale permanente, simile a quella internazionale già in orbita attorno alla Terra. Per questo progetto, Sun Laiyan non ha fornito una scala dei tempi.
Tra mito e scienza la Cina ha realizzato anche un sogno vecchio di millenni: tutti i cinesi conoscono la leggenda di Chang-O, la bellissima donna che prese una 'magica medicina' per volare sulla Luna e diventarne la divinità residente; così come tutti conoscono la storia di Wan Hu, il funzionario imperiale che nel 14esimo secolo tentò di volare mettendo una sedia sopra a 47 canne di bambù piene di esplosivo e morì nel tentativo. 'Oggi - come ha detto l'agenzia Xinhua - quel sogno è diventato una splendente realta'.
«La Cina ha fame di petrolio
Il pianeta cerca altre risorse»
di Roberto Ippolito
Il mondo cammina. E proprio questo preoccupa. E’ il paradosso che affiora dalla conferenza internazionale sul «nuovo ciclo dell’economia globale» promosso a Firenze dall’Aspen, l’associazione attenta all’integrazione atlantica.
(...) La fame di energia è fortissima nella lanciatissima Cina: il boom la divora.
(...) Allarme energia, dunque. E soprattutto allarme petrolio. Questo almeno è il messaggio che viene dalla conferenza dell’Aspen. Un messaggio che invita a riflettere anche se esistono previsioni di segno diverso secondo le quali, invece, il greggio sarà ancora abbondante a lungo.
In ogni caso la Cina consumerà tanta energia. «Credo che il rifornimento di petrolio e di risorse sarà importante per la continuazione della crescita cinese» avverte Fan Gang, direttore del Centro economico di ricerca nazionale di Pechino. Fan Gang stima che il prodotto interno lordo della Cina continuerà ad aumentare «a ritmi dell’8-9% nel 2005 e a ritmi altrettanto sostenuti nei prossimi cinque-dieci anni».
(...) Fan Gang osserva che un eventuale limite alla disponibilità di petrolio si porrebbe «per tutto il mondo e non solo per la Cina; quindi bisogna pensare ad altre risorse».
La Cina come il resto del mondo, pertanto. Proprio per questo motivo Morse considera inadeguata la sua integrazione nel sistema di regole internazionali per gli scambi petroliferi. Senza un miglioramento, sostiene, «ci troveremo di fronte a un’altra crisi petrolifera»: la mancata integrazione finirebbe «per impoverirci tutti».
Fan Gang vede però il suo paese in cammino positivamente sulla scena internazionale, anche grazie all’adesione alla Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio: «Oggi la Cina è molto più sensibile al tema dell’integrazione internazionale rispetto a qualche anno fa».
RaiNet News Scienze
Nel 2007 la prima missione
La Cina e' pronta a conquistare la Luna
Nell'ottobre del 2003 Pechino aveva inviato il suo primo uomo nello spazio. In 90 minuti ha compiuto l'intero giro del pianeta
Dopo aver inviato il suo primo astronauta in orbita, è la Luna il prossimo obiettivo dell'ambizioso programma spaziale di Pechino, secondo quanto ha rivelato in una intervista alla Bbc il capo dell'agenzia spaziale cinese, Sun Laiyan.
Il 15 ottobre dello scorso anno la Cina invio' in orbita il suo primo astronauta. La missione duro' appena 90 minuti: la 'Shenzhou' - letteralmente 'Nave Divina' - ebbe modo di compiere un giro intorno alla Terra e l'impresa e' staa trasmessa in diretta dalla tv cinese.
La Cina e' il terzo Paese a mandare un uomo in orbita, dopo la Russia, che nel 1961 mando' Yuri Gagarin a fare un giro del pianeta per 108 minuti, e dopo gli Stati Uniti che in seguito alla misione del 'Vostok 1' mandarono Alan Shepard per 15 minuti in volo suborbitale.
Un altro importante obiettivo sarà quello di costruire una stazione spaziale permanente, simile a quella internazionale già in orbita attorno alla Terra. Per questo progetto, Sun Laiyan non ha fornito una scala dei tempi.
Tra mito e scienza la Cina ha realizzato anche un sogno vecchio di millenni: tutti i cinesi conoscono la leggenda di Chang-O, la bellissima donna che prese una 'magica medicina' per volare sulla Luna e diventarne la divinità residente; così come tutti conoscono la storia di Wan Hu, il funzionario imperiale che nel 14esimo secolo tentò di volare mettendo una sedia sopra a 47 canne di bambù piene di esplosivo e morì nel tentativo. 'Oggi - come ha detto l'agenzia Xinhua - quel sogno è diventato una splendente realta'.
depressione e farmaci
Yahoo! Notizie - Venerdì 9 Luglio 2004, 10:14
Depressione maggiore nei bambini e negli adolescenti: gli antidepressivi SSRI-SNRI sono sicuri?
Di Psichiatria.org
(Xagena - Psichiatria) - L’Expert Working Group del CSM (Committee on Safety of Medicines) inglese ha completato la revisione riguardante la sicurezza e l’efficacia degli antidepressivi della classe SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) e della classe SNRI (inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina) nel trattamento dei disturbi depressivi maggiori in età pediatrica.
Sulla base dei dati disponibili il CSM ha giudicato non favorevole l’utilizzo della Sertralina, del Citalopram e dell’Escitalopram, mentre la Fluvoxamina è risultata non valutabile.
Solo la Fluoxetina (Prozac) ha dimostrato in studi clinici di avere un rapporto rischio/beneficio favorevole per il trattamento dei disturbi depressivi maggiori nei soggetti di età inferiore ai 18 anni.
La Paroxetina, la Venlafaxina, la Sertralina, il Citalopram e l’Escitalopram sono controindicati nei bambini e negli adolescenti con depressione maggiore.
I pazienti in trattamento con questi farmaci, che presentano una buona risposta, dovrebbero completare il ciclo di trattamento.
La terapia con farmaci SSRI-SNRI non dovrebbe essere interrotta bruscamente.
E’ consigliata una riduzione graduale del dosaggio, soprattutto per la Venlafaxina e per la Paroxetina. ( Xagena )
Fonte: MHRA
Yahoo! Notizie Venerdì 9 Luglio 2004, 15:21
Canada: monitoraggio dei pazienti che assumono Clozapina
Di PsichiatriaOnline.net
(Xagena - Psichiatria) - In Canada è stata inviata una “Dear Health Care Professional”, in cui il Marketed Health Products Directorate ( MHPD ) ed il Theroapeutic Products Directorate ( TPD ) informano di importanti revisioni nella monografia di prodotto riguardante l’antipsicotico Clozapina (Leponex; Clozaril).
A causa del rilevante rischio di agranulocitosi, i pazienti trattati con Clozapina dovranno essere iscritti in speciali registri.
I pazienti dovranno sottoporsi regolarmente a test ematologici in modo da monitorare la loro conta leucocitaria e la conta dei neutrofili.(Xagena)
Depressione maggiore nei bambini e negli adolescenti: gli antidepressivi SSRI-SNRI sono sicuri?
Di Psichiatria.org
(Xagena - Psichiatria) - L’Expert Working Group del CSM (Committee on Safety of Medicines) inglese ha completato la revisione riguardante la sicurezza e l’efficacia degli antidepressivi della classe SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) e della classe SNRI (inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina) nel trattamento dei disturbi depressivi maggiori in età pediatrica.
Sulla base dei dati disponibili il CSM ha giudicato non favorevole l’utilizzo della Sertralina, del Citalopram e dell’Escitalopram, mentre la Fluvoxamina è risultata non valutabile.
Solo la Fluoxetina (Prozac) ha dimostrato in studi clinici di avere un rapporto rischio/beneficio favorevole per il trattamento dei disturbi depressivi maggiori nei soggetti di età inferiore ai 18 anni.
La Paroxetina, la Venlafaxina, la Sertralina, il Citalopram e l’Escitalopram sono controindicati nei bambini e negli adolescenti con depressione maggiore.
I pazienti in trattamento con questi farmaci, che presentano una buona risposta, dovrebbero completare il ciclo di trattamento.
La terapia con farmaci SSRI-SNRI non dovrebbe essere interrotta bruscamente.
E’ consigliata una riduzione graduale del dosaggio, soprattutto per la Venlafaxina e per la Paroxetina. ( Xagena )
Fonte: MHRA
Yahoo! Notizie Venerdì 9 Luglio 2004, 15:21
Canada: monitoraggio dei pazienti che assumono Clozapina
Di PsichiatriaOnline.net
(Xagena - Psichiatria) - In Canada è stata inviata una “Dear Health Care Professional”, in cui il Marketed Health Products Directorate ( MHPD ) ed il Theroapeutic Products Directorate ( TPD ) informano di importanti revisioni nella monografia di prodotto riguardante l’antipsicotico Clozapina (Leponex; Clozaril).
A causa del rilevante rischio di agranulocitosi, i pazienti trattati con Clozapina dovranno essere iscritti in speciali registri.
I pazienti dovranno sottoporsi regolarmente a test ematologici in modo da monitorare la loro conta leucocitaria e la conta dei neutrofili.(Xagena)
horror
Galimberti su La Repubblica delle Donne
una segnalazione di Antonella Pozzi
La Repubblica delle Donne 10.7.04
Lettere
Prigionieri del sesso
Scrive Jan Morris in Enigma: "Vestito come sono con i jeans e un maglione, non so proprio a quale sesso i poliziotti crederanno che io appartenga, e devo prepararmi a rispondere in base alla loro decisione.
Tendo l'orecchio per sentire se usano "signore" o "signora", e decidere di conseguenzala mia linea di condotta"
di Umberto Galimberti
"Ecco perché i transessuali hanno fretta".
Buongiorno, sono un ragazzo transessuale, per la precisione un Ftm (Female to Male, da femmina a maschio), e scrivo spinto dalla voglia di fare conoscere a tutti la nostra esistenza e la nostra realtà di difficoltà e disagio. Essere Ftm significa essere nati in un corpo sbagliato; si è biologicamente di sesso femminile ma l'identità di genere intrapsichica è sin dalla prima infanzia quella maschile. Per dirla in parole semplici: siamo dei maschi, dei ragazzi, degli uomini imprigionati per uno scherzetto della natura in un corpo di femmina, di ragazza, di donna. È una discordanza tra sesso e psiche e nulla ha a che vedere con difetti/malformazioni/ambiguità fisiche. Il nostro corpo è perfettamente normale e sano, l'unico GIGANTESCO problema è che non corrisponde a ciò che noi "sentiamo/sappiamo di essere dentro".
Nel periodo di tempo (che purtroppo spesso si protrae per alcuni anni) che intercorre dall'inizio della terapia ormonale, e il cambio definitivo di nome e sesso sui documenti, noi ci troviamo in una condizione di "pseudo-clandestinità", di "non-esistenza", in quanto finalmente appariamo anche all'esterno in tutto e per tutto dei maschi, ma i nostri documenti riportano ancora dati anagrafici femminili. Non è difficile capire quanti e quali problemi ciò comporti. Si va dalla difficoltà/impossibilità di trovare lavoro, a cose più banali, di tutti i giorni: cambiare un assegno in banca, espatriare o viaggiare in aereo, pernottare in albergo, pagare con la carta di credito. Tutte queste situazioni di vita ordinaria per noi sono fonte non solo di grande disagio e violazione della privacy, ma spesso anche di contestazioni/rifiuti/accertamenti sulla nostra vera identità. Un tale con la faccia da Mario che si presenta al check-point in aeroporto o allo sportello di una banca esibendo un documento intestato a Valentina, capite bene che come minimo desta sospetto e allarme.
La soluzione a tutto ciò ci sarebbe: velocizzare e snellire il percorso burocratico e legale (che contempla l'ottenimento di ben due sentenze, la prima di autorizzazione agli interventi e la seconda di cambio anagrafico dei documenti) che comporta forti esborsi economici e gravose quanto ingiustificate e dolorose perdite di tempo (si parla di anni!).
Scrivo questo in risposta al giudice che ieri, rinviando a un mio amico l'udienza per il cambio dei documenti alla fine di settembre (ben sei mesi!) in seguito all'opposizione del PM (non presente in aula), che pretende che il medico che ha effettuato gli interventi chirurgici venga a giurare in tribunale, sostenendo che la cartella clinica prodotta dal richiedente potrebbe essere falsificata (ma come? Si mette in dubbio la validità di un documento ufficiale emesso da un ospedale pubblico? Proprio ora che è sempre più possibile ricorrere all'autocertificazione negli ambiti più vari), ha detto con l'aria di rimprovero: "Non capisco tutta questa fretta che avete voi transessuali".
Forse questa mia lettera servirà a illuminarlo.
Mattia
Speriamo. E questa è anche la ragione per cui pubblico la sua lettera. Per schiodare il cervello dei più che quando sentono "transessualità" pensano "perversione" e spingono i transessuali ai margini della città, ai suoi bordi. E questo per effetto di quel bieco materialismo che assume come zoccolo duro dell'identità la determinazione chiara e precisa dell'orientamento sessuale, senza neppure il sospetto che nessuno di noi è "per natura" relegato in un sesso. L'ambivalenza sessuale, l'attività e la passività sono scritte come differenza nel corpo di ogni soggetto e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Ma questa ambivalenza sessuale profonda deve essere ridotta, perché altrimenti sfuggirebbe all'organizzazione genitale e all'ordine sociale. Tutto il lavoro ideologico consiste allora nel disperdere questa realtà irriducibile, per ridurla alla grande distinzione del maschile" e del "femminile", intesi come due sessi pieni, assolutamente distinti e opposti l'uno all'altro.
Risolta la differenza dei sessi nella differenza degli organi sessuali, il corpo, consegnato alla sua anatomia, rimuove la sua originaria ambivalenza erogena, per iscriversi in quello statuto sessuale che, se da un lato gli consente di entrare senza fraintendimenti nell'ordine sociale, è pur sempre una forma di segregazione, una definizione, vantaggiosa per il controllo sociale, ma devastante per la vita individuale, costretta a negare, per esigenze sociali, una parte profonda di sé. E questo vale sia per i transessuali che cambiano genere, sia per le persone che stanno chiuse e difese in un unico genere come in un bunker.
Spero che la sua lettera aiuti molti, se non a comprendere i transessuali, a riconoscere che l'ambivalenza sessuale è un tratto comune di ciascuno di noi. Rifiutarla è un'amputazione della propria psiche, e questa volta davvero devastante più di quanto, agli occhi della gente ben identificata nella sua sessualità, non sia il cambiamento dei segni somatici a cui i transessuali si sottopongono.
La Repubblica delle Donne 10.7.04
Lettere
Prigionieri del sesso
Scrive Jan Morris in Enigma: "Vestito come sono con i jeans e un maglione, non so proprio a quale sesso i poliziotti crederanno che io appartenga, e devo prepararmi a rispondere in base alla loro decisione.
Tendo l'orecchio per sentire se usano "signore" o "signora", e decidere di conseguenzala mia linea di condotta"
di Umberto Galimberti
"Ecco perché i transessuali hanno fretta".
Buongiorno, sono un ragazzo transessuale, per la precisione un Ftm (Female to Male, da femmina a maschio), e scrivo spinto dalla voglia di fare conoscere a tutti la nostra esistenza e la nostra realtà di difficoltà e disagio. Essere Ftm significa essere nati in un corpo sbagliato; si è biologicamente di sesso femminile ma l'identità di genere intrapsichica è sin dalla prima infanzia quella maschile. Per dirla in parole semplici: siamo dei maschi, dei ragazzi, degli uomini imprigionati per uno scherzetto della natura in un corpo di femmina, di ragazza, di donna. È una discordanza tra sesso e psiche e nulla ha a che vedere con difetti/malformazioni/ambiguità fisiche. Il nostro corpo è perfettamente normale e sano, l'unico GIGANTESCO problema è che non corrisponde a ciò che noi "sentiamo/sappiamo di essere dentro".
Nel periodo di tempo (che purtroppo spesso si protrae per alcuni anni) che intercorre dall'inizio della terapia ormonale, e il cambio definitivo di nome e sesso sui documenti, noi ci troviamo in una condizione di "pseudo-clandestinità", di "non-esistenza", in quanto finalmente appariamo anche all'esterno in tutto e per tutto dei maschi, ma i nostri documenti riportano ancora dati anagrafici femminili. Non è difficile capire quanti e quali problemi ciò comporti. Si va dalla difficoltà/impossibilità di trovare lavoro, a cose più banali, di tutti i giorni: cambiare un assegno in banca, espatriare o viaggiare in aereo, pernottare in albergo, pagare con la carta di credito. Tutte queste situazioni di vita ordinaria per noi sono fonte non solo di grande disagio e violazione della privacy, ma spesso anche di contestazioni/rifiuti/accertamenti sulla nostra vera identità. Un tale con la faccia da Mario che si presenta al check-point in aeroporto o allo sportello di una banca esibendo un documento intestato a Valentina, capite bene che come minimo desta sospetto e allarme.
La soluzione a tutto ciò ci sarebbe: velocizzare e snellire il percorso burocratico e legale (che contempla l'ottenimento di ben due sentenze, la prima di autorizzazione agli interventi e la seconda di cambio anagrafico dei documenti) che comporta forti esborsi economici e gravose quanto ingiustificate e dolorose perdite di tempo (si parla di anni!).
Scrivo questo in risposta al giudice che ieri, rinviando a un mio amico l'udienza per il cambio dei documenti alla fine di settembre (ben sei mesi!) in seguito all'opposizione del PM (non presente in aula), che pretende che il medico che ha effettuato gli interventi chirurgici venga a giurare in tribunale, sostenendo che la cartella clinica prodotta dal richiedente potrebbe essere falsificata (ma come? Si mette in dubbio la validità di un documento ufficiale emesso da un ospedale pubblico? Proprio ora che è sempre più possibile ricorrere all'autocertificazione negli ambiti più vari), ha detto con l'aria di rimprovero: "Non capisco tutta questa fretta che avete voi transessuali".
Forse questa mia lettera servirà a illuminarlo.
Mattia
Speriamo. E questa è anche la ragione per cui pubblico la sua lettera. Per schiodare il cervello dei più che quando sentono "transessualità" pensano "perversione" e spingono i transessuali ai margini della città, ai suoi bordi. E questo per effetto di quel bieco materialismo che assume come zoccolo duro dell'identità la determinazione chiara e precisa dell'orientamento sessuale, senza neppure il sospetto che nessuno di noi è "per natura" relegato in un sesso. L'ambivalenza sessuale, l'attività e la passività sono scritte come differenza nel corpo di ogni soggetto e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Ma questa ambivalenza sessuale profonda deve essere ridotta, perché altrimenti sfuggirebbe all'organizzazione genitale e all'ordine sociale. Tutto il lavoro ideologico consiste allora nel disperdere questa realtà irriducibile, per ridurla alla grande distinzione del maschile" e del "femminile", intesi come due sessi pieni, assolutamente distinti e opposti l'uno all'altro.
Risolta la differenza dei sessi nella differenza degli organi sessuali, il corpo, consegnato alla sua anatomia, rimuove la sua originaria ambivalenza erogena, per iscriversi in quello statuto sessuale che, se da un lato gli consente di entrare senza fraintendimenti nell'ordine sociale, è pur sempre una forma di segregazione, una definizione, vantaggiosa per il controllo sociale, ma devastante per la vita individuale, costretta a negare, per esigenze sociali, una parte profonda di sé. E questo vale sia per i transessuali che cambiano genere, sia per le persone che stanno chiuse e difese in un unico genere come in un bunker.
Spero che la sua lettera aiuti molti, se non a comprendere i transessuali, a riconoscere che l'ambivalenza sessuale è un tratto comune di ciascuno di noi. Rifiutarla è un'amputazione della propria psiche, e questa volta davvero devastante più di quanto, agli occhi della gente ben identificata nella sua sessualità, non sia il cambiamento dei segni somatici a cui i transessuali si sottopongono.
sabato 10 luglio 2004
un convegno a Lisbona
neurobiologia delle emozioni...
Il Messaggero 10.7.04
Scienza/ A Lisbona convegno dei maggiori ricercatori europei sulla neurobiologia delle emozioni
Amore? Fa rima con cervello
Sono sempre più numerose le indagini cognitive sui sentimenti
di FABRIZIO MICHETTI
L’IO e il suo cervello : sotto questo titolo sono trascritti i dialoghi che Karl Popper e John Eccles intrecciarono a metà degli anni Settanta nella quiete di Villa Serbelloni sul lago di Como. Questo rimane certo un tentativo fra i più alti per l’incontro fra la filosofia dell’io e la biologia del cervello; ma da quelle pagine emerge la consapevolezza del filosofo e del neurobiologo che l’enigma del rapporto fra mente e cervello rimaneva ben lontano dall’essere risolto, se mai fosse risolvibile.
Eppure, come accade nelle fasi cruciali dei processi culturali, il tema del rapporto mente-cervello viene ora riproposto con frequenza sempre maggiore, quasi con urgenza. L’impressione è che il desiderio di incontro, se non di riconciliazione, tra gli studiosi di entrambi i versanti sia ormai forte. A metà dello scorso novembre a Roma il Centro Italiano di Psicologia Analitica ha promosso il convegno “Psicologia analitica e teorie della mente. Complessi, affetti, neuroscienze”, e poco prima, a Pisa, a conclusione del convegno della Società Italiana di Neuroscienze, una tavola rotonda sul tema “Psicanalisi e neuroscienze: elementi di conflittualità e di integrazione” aveva fatto trovare insieme neurobiologi e psicoanalisti. Forse ha giocato un ruolo la crescente penetrazione che gli studi sulle funzioni cerebrali hanno nella cultura generale: sono continue le nuove acquisizioni circa il modo in cui, l’una dopo l’altra, le attività quotidiane della nostra vita, le nostre emozioni, vengono tradotte nel linguaggio delle cellule nervose. Non sono sfuggite nemmeno le esperienze mistiche, l’estetica; è di questi giorni la pubblicazione della ricerca che indica le basi neurobiologiche per gli sconvolgimenti mentali che talvolta accompagnano il sentimento d’amore, e certo non è per caso che oggi a Lisbona il Convegno della Federazione della Società Europee di Neuroscienze si apra con una relazione di Antonio Damasio sul tema “Neurobiologia delle emozioni”: giorno dopo giorno, le neuroscienze si candidano al ruolo di ponte naturale fra cultura scientifica e umanistica.
E dal versante degli studiosi della psiche, è ormai attiva a Londra, con sede presso il Centro Anna Freud, la Società Internazionale di Neuropsicoanalisi, che ha dato vita alla sua rivista scientifica ufficiale Neuro-psychoanalysis , il cui programma editoriale dichiara l’intenzione di “costruire ponti tra psicoanalisi, neuroscienze, scienze cognitive e psichiatria biologica”. Proprio a Roma, a settembre, questa società scientifica promuoverà un convegno sul tema “Negazione, difese e narcisismo: prospettive neuropsicoanalitiche sull’emisfero destro”. In fondo, si sottolinea sempre più spesso, lo stesso Sigmund Freud aveva una formazione biologica, e all’inizio della sua carriera si dedicò a studi di fisiologia, anatomia e zoologia. Nel suo scritto Progetto per una psicologia scientifica cercava basi biologiche per le sue teorie psicologiche. Il tentativo fu poi abbandonato, nella espressa consapevolezza che le conoscenze scientifiche sul cervello erano allora troppo limitate.
Oggi il quadro sembra cambiato. Grazie a tecniche sofisticate anche di uso clinico, come la risonanza magnetica funzionale, che proprio lo scorso anno ha consegnato il premio Nobel per la medicina a Paul Lauterbur e Peter Mansfield, è ormai possibile seguire momento per momento il coinvolgimento dei diversi sistemi funzionali del cervello durante varie attività mentali. E gli psicoanalisti appaiono attratti da concetti derivati dalla indagine scientifica sperimentale delle funzioni cerebrali, come la memoria implicita. A questa forma di memoria, di cui non siamo consapevoli, vengono attribuite tra l’altro le esperienze vissute nelle prime fasi della vita. Ne sarebbero responsabili strutture cerebrali già attive nei primissimi anni dello sviluppo, quando non sono ancora mature le strutture che presiedono alla memoria esplicita, consapevole, quella che offre ad ognuno di noi una autobiografia. Questo - si è detto - potrebbe avere rilievo per lo studio dell’inconscio. E si fa anche strada l’idea unificante che qualunque stimolo agisca sul nostro cervello, un farmaco, una situazione ambientale, ma anche le parole di un genitore, di un amico, dello psicoterapeuta, si traduce momento per momento in modificazioni chimiche e talvolta anche microstrutturali nel nostro cervello. Ecco un passaggio comune per l’effetto di psicofarmaci e per il colloquio psicoterapeutico. Insomma, sono ormai tanti i tasselli che sembrano ricomporsi nel puzzl e; ma è ancora difficile prevedere se i fenomeni neurobiologici, catturabili dal metodo scientifico dell’esperimento misurabile, e gli eventi mentali, originati e conclusi nella sfuggente sfera del nostro vissuto, sono davvero destinati a trovare un’unica chiave comune che ne apra le porte.
Scienza/ A Lisbona convegno dei maggiori ricercatori europei sulla neurobiologia delle emozioni
Amore? Fa rima con cervello
Sono sempre più numerose le indagini cognitive sui sentimenti
di FABRIZIO MICHETTI
L’IO e il suo cervello : sotto questo titolo sono trascritti i dialoghi che Karl Popper e John Eccles intrecciarono a metà degli anni Settanta nella quiete di Villa Serbelloni sul lago di Como. Questo rimane certo un tentativo fra i più alti per l’incontro fra la filosofia dell’io e la biologia del cervello; ma da quelle pagine emerge la consapevolezza del filosofo e del neurobiologo che l’enigma del rapporto fra mente e cervello rimaneva ben lontano dall’essere risolto, se mai fosse risolvibile.
Eppure, come accade nelle fasi cruciali dei processi culturali, il tema del rapporto mente-cervello viene ora riproposto con frequenza sempre maggiore, quasi con urgenza. L’impressione è che il desiderio di incontro, se non di riconciliazione, tra gli studiosi di entrambi i versanti sia ormai forte. A metà dello scorso novembre a Roma il Centro Italiano di Psicologia Analitica ha promosso il convegno “Psicologia analitica e teorie della mente. Complessi, affetti, neuroscienze”, e poco prima, a Pisa, a conclusione del convegno della Società Italiana di Neuroscienze, una tavola rotonda sul tema “Psicanalisi e neuroscienze: elementi di conflittualità e di integrazione” aveva fatto trovare insieme neurobiologi e psicoanalisti. Forse ha giocato un ruolo la crescente penetrazione che gli studi sulle funzioni cerebrali hanno nella cultura generale: sono continue le nuove acquisizioni circa il modo in cui, l’una dopo l’altra, le attività quotidiane della nostra vita, le nostre emozioni, vengono tradotte nel linguaggio delle cellule nervose. Non sono sfuggite nemmeno le esperienze mistiche, l’estetica; è di questi giorni la pubblicazione della ricerca che indica le basi neurobiologiche per gli sconvolgimenti mentali che talvolta accompagnano il sentimento d’amore, e certo non è per caso che oggi a Lisbona il Convegno della Federazione della Società Europee di Neuroscienze si apra con una relazione di Antonio Damasio sul tema “Neurobiologia delle emozioni”: giorno dopo giorno, le neuroscienze si candidano al ruolo di ponte naturale fra cultura scientifica e umanistica.
E dal versante degli studiosi della psiche, è ormai attiva a Londra, con sede presso il Centro Anna Freud, la Società Internazionale di Neuropsicoanalisi, che ha dato vita alla sua rivista scientifica ufficiale Neuro-psychoanalysis , il cui programma editoriale dichiara l’intenzione di “costruire ponti tra psicoanalisi, neuroscienze, scienze cognitive e psichiatria biologica”. Proprio a Roma, a settembre, questa società scientifica promuoverà un convegno sul tema “Negazione, difese e narcisismo: prospettive neuropsicoanalitiche sull’emisfero destro”. In fondo, si sottolinea sempre più spesso, lo stesso Sigmund Freud aveva una formazione biologica, e all’inizio della sua carriera si dedicò a studi di fisiologia, anatomia e zoologia. Nel suo scritto Progetto per una psicologia scientifica cercava basi biologiche per le sue teorie psicologiche. Il tentativo fu poi abbandonato, nella espressa consapevolezza che le conoscenze scientifiche sul cervello erano allora troppo limitate.
Oggi il quadro sembra cambiato. Grazie a tecniche sofisticate anche di uso clinico, come la risonanza magnetica funzionale, che proprio lo scorso anno ha consegnato il premio Nobel per la medicina a Paul Lauterbur e Peter Mansfield, è ormai possibile seguire momento per momento il coinvolgimento dei diversi sistemi funzionali del cervello durante varie attività mentali. E gli psicoanalisti appaiono attratti da concetti derivati dalla indagine scientifica sperimentale delle funzioni cerebrali, come la memoria implicita. A questa forma di memoria, di cui non siamo consapevoli, vengono attribuite tra l’altro le esperienze vissute nelle prime fasi della vita. Ne sarebbero responsabili strutture cerebrali già attive nei primissimi anni dello sviluppo, quando non sono ancora mature le strutture che presiedono alla memoria esplicita, consapevole, quella che offre ad ognuno di noi una autobiografia. Questo - si è detto - potrebbe avere rilievo per lo studio dell’inconscio. E si fa anche strada l’idea unificante che qualunque stimolo agisca sul nostro cervello, un farmaco, una situazione ambientale, ma anche le parole di un genitore, di un amico, dello psicoterapeuta, si traduce momento per momento in modificazioni chimiche e talvolta anche microstrutturali nel nostro cervello. Ecco un passaggio comune per l’effetto di psicofarmaci e per il colloquio psicoterapeutico. Insomma, sono ormai tanti i tasselli che sembrano ricomporsi nel puzzl e; ma è ancora difficile prevedere se i fenomeni neurobiologici, catturabili dal metodo scientifico dell’esperimento misurabile, e gli eventi mentali, originati e conclusi nella sfuggente sfera del nostro vissuto, sono davvero destinati a trovare un’unica chiave comune che ne apra le porte.
Antonio Gramsci
La Stampa 10.7.04
1911-1922: TORNANO GLI SCRITTI TORINESI DI ANTONIO GRAMSCI
Avanti popolo c’è da studiare
Socialismo e fabbriche, donne e letteratura
l’unico obiettivo è istruire i lavoratori:
«Abbiamo bisogno della vostra intelligenza»
di Angelo d’Orsi
SOCIALISTA che impartisce lezioni di liberalismo ai liberali, marxista umanista e antidogmatico, leader nemico della retorica e politico concreto, persona attenta agli altri e ispiratrice discreta del loro agire, Gramsci alla fine della guerra - tra i 27 anni e i 28 anni - è un dirigente socialista pienamente riconosciuto a livello locale; ma a lui si incomincia a guardare con attenzione anche al di fuori di Torino. Egli appare diversissimo tanto dai politici di professione quanto dagli intellettuali canonici (accademici o militanti), sia dagli imbonitori di partito sia dagli uomini degli apparati sindacali. Parla in modo calmo, con una piccola voce che esce dal suo corpo malformato, provato dalla malattia; e tuttavia quella voce flebile e quella bassa statura non gli impediscono di imporsi. Anche per la capacità di affrontare temi che all’epoca sono assai poco usuali nella propaganda socialista: per esempio la questione femminile. Ecco la testimonianza di Rita Montagnana: «Ricordo la prima conferenza di Gramsci al circolo del Borgo (San Paolo) a Torino: parlava lentamente, senza enfasi retorica, senza parole grosse. Incominciò a spiegarci perché in Italia come in Spagna - più che in altri paesi d’Europa - anche la donna lavoratrice fosse arretrata e lontana dalla vita politica e sociale. Ci parlò della donna del Meridione che, per le sue condizioni di vita, poteva essere paragonata a quella musulmana. Ragioni di sviluppo economico e l’influenza della religione opponevano tante difficoltà a che le donne italiane venissero alla lotta e all’organizzazione di classe e al movimento rivoluzionario. Ci parlò della donna della piccola e media borghesia considerata generalmente dal marito come un gingillo e ricordo che citò il dramma di Ibsen Casa di bambola tratteggiando in modo semplice e concreto la miseria morale delle donne, anche di quelle borghesi, in regime capitalistico. Gramsci trasse poi dalla sua analisi la conclusione che era necessario creare delle organizzazioni femminili indipendenti nelle quali le donne lavoratrici, vincendo la propria timidezza, si sarebbero abituate a parlare nelle riunioni, si sarebbero interessate di questioni sociali politiche, avrebbero sviluppato il loro spirito di iniziativa e imparato a dirigere».
La dura esperienza umana e politica della Torino che l’accolse con freddezza, e quella successiva della guerra, pur vissuta in città, da civile, ma combattendo molte battaglie politiche e culturali, l’interrotto «garzonato universitario», l’incontro con i compagni socialisti, la conoscenza del mondo operaio e dell’organizzazione capitalistica della fabbrica, l’intensa attività giornalistica, l'inserimento in una rete di rapporti stabili con persone... Tutto ciò ha contribuito a cambiare largamente la psicologia di colui che si sentiva un esiliato e ora è un giovane «capo», riconosciuto e anche amato. «Nino» insomma non somiglia più «al giovane timido, tutto raggomitolato in sé dei primi anni torinesi». Anche la sua salute è migliorata, e la sua personalità si impone per autorevolezza agli amici, ai compagni, ai famigliari, con i quali incomincia a dar prova di una vena di pedagogo che insegna innanzi tutto un principio, quello della responsabilità personale, che sempre più col tempo diverrà una specie di chiodo fisso nella sua mente. Scrive per esempio al fratello Carlo, ancora in zona di guerra, ad armistizio ormai raggiunto: «I miei auguri per la promozione. Ricordati che essa ti impone dei doveri e delle responsabilità. Ogni cosa che imprendiamo a fare nella vita, dobbiamo cercare di adempierla nel modo più perfetto. I tuoi obblighi sono accresciuti, non diminuiti: devi studiare, supplire con la buona volontà e col lavoro all’inesperienza della tua giovinezza e degli studi interrotti. Questi doveri tanto più devi sentirli vivamente in quanto ne va della sicurezza e della vita di altri uomini, affidati alla tua capacità e alla tua competenza». Intanto, rientrati dal fronte i vecchi compagni di università (Tasca, Terracini, Togliatti), tutti socialisti come lui, e qualcuno - Angelo Tasca - prima di lui, riparte l’idea di una rivista; rispetto a prima, la grande novità è rappresentata dalla Rivoluzione sovietica; e dal dibattito internazionale, che non è puramente teorico, sulla possibilità della rivoluzione nell’Occidente capitalistico, ma anche sui modi e le vie per «aggiornare» la dottrina marxiana, senza cadere nel revisionismo riformistico. «L’Ordine Nuovo», «rassegna settimanale di cultura socialista», esce in un’occasione eccellente per farsi conoscere: il primo maggio; l’anno è il 1919. Gramsci figura come «segretario di redazione», ma, come unanimemente riconoscono tutte le testimonianze, sarà molto di più: l’autentico animatore di una piccola impresa che colloca Torino in una dimensione internazionale, in fondo non lontana dalle discussioni che gruppi di giovani marxisti imprendono in varie località e situazioni, di qua e di là dell’Atlantico. L’idea iniziale è quella della necessità per il proletariato di costruirsi una propria cultura, base essenziale per lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria; ma essa non esclude, anzi include, preventivamente, l’acquisizione di strumenti più ampi e generali, ivi comprese le maggiori tradizioni culturali che hanno preceduto l’avvento della classe operaia sulla scena mondiale, a cominciare dall’insieme di manifestazioni (scientifiche, artistiche, letterarie...) che possono essere riassunte nella formula della grande «civiltà borghese». In Gramsci è chiaro che la rivoluzione, più che un atto, costituisce un processo; e che alla base di tale processo ci debba essere lo sforzo di acquisizione di consapevolezza politica, e dunque di preparazione culturale, delle classi lavoratrici. Di qui dunque l’importanza decisiva dello sforzo volto ad aiutare un proletariato a istruirsi («istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza», è una delle scritte che occhieggiano sulla testata del settimanale), e più in generale della battaglia delle idee, del lavoro pedagogico e culturale, che procurerà agli «ordinovisti», come incominciano presto ad essere chiamati, le accuse di «culturalismo». Specialmente Tasca subirà tale accusa, in particolare da parte del gruppo di giovani socialisti napoletani che si ritrovano intorno alla rivista «Il Soviet», e al suo leader Amadeo Bordiga. Lo stesso Gramsci, a distanza di oltre un anno dalla fondazione della rivista, ne traccerà un bilancio critico che, in termini francamente eccessivi, riduce le prime settimane della pubblicazione a un modesto zibaldone culturale, animato da buoni quanto vaghi proponimenti; nulla di più, insomma, secondo la ricostruzione autocritica troppo severa del suo animatore, che «il prodotto di un mediocre intellettualismo».
1911-1922: TORNANO GLI SCRITTI TORINESI DI ANTONIO GRAMSCI
Avanti popolo c’è da studiare
Socialismo e fabbriche, donne e letteratura
l’unico obiettivo è istruire i lavoratori:
«Abbiamo bisogno della vostra intelligenza»
di Angelo d’Orsi
SOCIALISTA che impartisce lezioni di liberalismo ai liberali, marxista umanista e antidogmatico, leader nemico della retorica e politico concreto, persona attenta agli altri e ispiratrice discreta del loro agire, Gramsci alla fine della guerra - tra i 27 anni e i 28 anni - è un dirigente socialista pienamente riconosciuto a livello locale; ma a lui si incomincia a guardare con attenzione anche al di fuori di Torino. Egli appare diversissimo tanto dai politici di professione quanto dagli intellettuali canonici (accademici o militanti), sia dagli imbonitori di partito sia dagli uomini degli apparati sindacali. Parla in modo calmo, con una piccola voce che esce dal suo corpo malformato, provato dalla malattia; e tuttavia quella voce flebile e quella bassa statura non gli impediscono di imporsi. Anche per la capacità di affrontare temi che all’epoca sono assai poco usuali nella propaganda socialista: per esempio la questione femminile. Ecco la testimonianza di Rita Montagnana: «Ricordo la prima conferenza di Gramsci al circolo del Borgo (San Paolo) a Torino: parlava lentamente, senza enfasi retorica, senza parole grosse. Incominciò a spiegarci perché in Italia come in Spagna - più che in altri paesi d’Europa - anche la donna lavoratrice fosse arretrata e lontana dalla vita politica e sociale. Ci parlò della donna del Meridione che, per le sue condizioni di vita, poteva essere paragonata a quella musulmana. Ragioni di sviluppo economico e l’influenza della religione opponevano tante difficoltà a che le donne italiane venissero alla lotta e all’organizzazione di classe e al movimento rivoluzionario. Ci parlò della donna della piccola e media borghesia considerata generalmente dal marito come un gingillo e ricordo che citò il dramma di Ibsen Casa di bambola tratteggiando in modo semplice e concreto la miseria morale delle donne, anche di quelle borghesi, in regime capitalistico. Gramsci trasse poi dalla sua analisi la conclusione che era necessario creare delle organizzazioni femminili indipendenti nelle quali le donne lavoratrici, vincendo la propria timidezza, si sarebbero abituate a parlare nelle riunioni, si sarebbero interessate di questioni sociali politiche, avrebbero sviluppato il loro spirito di iniziativa e imparato a dirigere».
La dura esperienza umana e politica della Torino che l’accolse con freddezza, e quella successiva della guerra, pur vissuta in città, da civile, ma combattendo molte battaglie politiche e culturali, l’interrotto «garzonato universitario», l’incontro con i compagni socialisti, la conoscenza del mondo operaio e dell’organizzazione capitalistica della fabbrica, l’intensa attività giornalistica, l'inserimento in una rete di rapporti stabili con persone... Tutto ciò ha contribuito a cambiare largamente la psicologia di colui che si sentiva un esiliato e ora è un giovane «capo», riconosciuto e anche amato. «Nino» insomma non somiglia più «al giovane timido, tutto raggomitolato in sé dei primi anni torinesi». Anche la sua salute è migliorata, e la sua personalità si impone per autorevolezza agli amici, ai compagni, ai famigliari, con i quali incomincia a dar prova di una vena di pedagogo che insegna innanzi tutto un principio, quello della responsabilità personale, che sempre più col tempo diverrà una specie di chiodo fisso nella sua mente. Scrive per esempio al fratello Carlo, ancora in zona di guerra, ad armistizio ormai raggiunto: «I miei auguri per la promozione. Ricordati che essa ti impone dei doveri e delle responsabilità. Ogni cosa che imprendiamo a fare nella vita, dobbiamo cercare di adempierla nel modo più perfetto. I tuoi obblighi sono accresciuti, non diminuiti: devi studiare, supplire con la buona volontà e col lavoro all’inesperienza della tua giovinezza e degli studi interrotti. Questi doveri tanto più devi sentirli vivamente in quanto ne va della sicurezza e della vita di altri uomini, affidati alla tua capacità e alla tua competenza». Intanto, rientrati dal fronte i vecchi compagni di università (Tasca, Terracini, Togliatti), tutti socialisti come lui, e qualcuno - Angelo Tasca - prima di lui, riparte l’idea di una rivista; rispetto a prima, la grande novità è rappresentata dalla Rivoluzione sovietica; e dal dibattito internazionale, che non è puramente teorico, sulla possibilità della rivoluzione nell’Occidente capitalistico, ma anche sui modi e le vie per «aggiornare» la dottrina marxiana, senza cadere nel revisionismo riformistico. «L’Ordine Nuovo», «rassegna settimanale di cultura socialista», esce in un’occasione eccellente per farsi conoscere: il primo maggio; l’anno è il 1919. Gramsci figura come «segretario di redazione», ma, come unanimemente riconoscono tutte le testimonianze, sarà molto di più: l’autentico animatore di una piccola impresa che colloca Torino in una dimensione internazionale, in fondo non lontana dalle discussioni che gruppi di giovani marxisti imprendono in varie località e situazioni, di qua e di là dell’Atlantico. L’idea iniziale è quella della necessità per il proletariato di costruirsi una propria cultura, base essenziale per lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria; ma essa non esclude, anzi include, preventivamente, l’acquisizione di strumenti più ampi e generali, ivi comprese le maggiori tradizioni culturali che hanno preceduto l’avvento della classe operaia sulla scena mondiale, a cominciare dall’insieme di manifestazioni (scientifiche, artistiche, letterarie...) che possono essere riassunte nella formula della grande «civiltà borghese». In Gramsci è chiaro che la rivoluzione, più che un atto, costituisce un processo; e che alla base di tale processo ci debba essere lo sforzo di acquisizione di consapevolezza politica, e dunque di preparazione culturale, delle classi lavoratrici. Di qui dunque l’importanza decisiva dello sforzo volto ad aiutare un proletariato a istruirsi («istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza», è una delle scritte che occhieggiano sulla testata del settimanale), e più in generale della battaglia delle idee, del lavoro pedagogico e culturale, che procurerà agli «ordinovisti», come incominciano presto ad essere chiamati, le accuse di «culturalismo». Specialmente Tasca subirà tale accusa, in particolare da parte del gruppo di giovani socialisti napoletani che si ritrovano intorno alla rivista «Il Soviet», e al suo leader Amadeo Bordiga. Lo stesso Gramsci, a distanza di oltre un anno dalla fondazione della rivista, ne traccerà un bilancio critico che, in termini francamente eccessivi, riduce le prime settimane della pubblicazione a un modesto zibaldone culturale, animato da buoni quanto vaghi proponimenti; nulla di più, insomma, secondo la ricostruzione autocritica troppo severa del suo animatore, che «il prodotto di un mediocre intellettualismo».
autismo e matematica
Repubblica 10.7.04
CHRISTOPH E LA MAGIA DEI NUMERI
intervista a Mark Haddon
Un bestseller internazionale che parla di autismo e di matematica
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
ROMA. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon (Einaudi) è uno dei successi editoriali dell´anno. Il romanzo, tradotto in decine di lingue, è narrato in prima persona da un ragazzo autistico che guarda il mondo sotto la specie della matematica, al punto da numerare i capitoli del suo libro secondo la successione dei numeri primi.
Che sembri esserci un legame tra autismo e matematica, è ben noto: ad esempio, in L´uomo che scambiò sua moglie per un cappello Oliver Sacks descrive due gemelli autistici che giocavano a scambiarsi grandi numeri primi. E i sintomi della sindrome di Asperger, di cui soffre il protagonista del romanzo di Haddon, sono tipici della caricatura dei matematici: più interessati alle cose che alle persone, poco comunicativi, ossessivi, asociali, maniacali, osservatori, classificatori e iperrazionalisti.
In realtà, più che ai matematici veri e propri questi sintomi sembrano applicarsi agli ingegneri, agli informatici e ai ragionieri: a quelle categorie di persone, cioè, che riducono la realtà a numeri e regole. E infatti, alcune indagini statistiche hanno rivelato un´anormale presenza di ingegneri (il 25%, due volte e mezzo superiore alla norma) nelle famiglie con storie di autismo. E lo stesso Bill Gates rivela sintomi da sindrome di Asperger, dall´eccezionale memoria infantile all´ipnotico dondolamento sulla sedia.
Abbiamo discusso di questi argomenti con Mark Haddon in occasione della consegna del premio Serono al suo libro.
L´aspetto più immediato del suo libro è che esso si presenta come un racconto in prima persona fatto da un ragazzo autistico. Che esperienza ha nel campo?
«Ho lavorato a lungo con ragazzi portatori di vari handicap, e ripensandoci mi accorgo che qualcuno di loro era probabilmente autistico, anche se all´epoca nessuno li definiva cosí. Da allora l´argomento dell´handicap mi ha sempre interessato molto, soprattutto il fatto che gli invalidi non conducono vite molto diverse dagli altri: hanno gli stessi problemi di soldi, di famiglia, della lavatrice che si rompe, dei vicini troppo rumorosi ...»
Ma a scuola vengono spesso segregati.
«Non in quella dove ho lavorato io, che era in realtà un parco giochi rivolto a bambini di tutti i generi. C´erano portatori di handicap, ma erano mescolati con gli altri, e spesso neppure noi insegnanti conoscevamo le loro problematiche. Questa è stata una lezione fondamentale, per me: se vuoi conoscere una persona devi parlarci, non basta guardare l´etichetta che porta».
Perché ha pensato a un romanzo proprio sull´autismo?
«In realtà, il mio unico scopo era di buttare giù una paginetta che fosse cosí emozionante da convincere il lettore a proseguire nella lettura. La prima immagine che mi è venuta in mente, quella da cui è partita la narrazione, è il cane stecchito in un giardino, trafitto da un forcone. Non me ne vogliano i cinofili, ma trovo quell´immagine molto divertente. E ho pensato che sarebbe stata molto più divertente se fossi riuscito a esprimerla con un tono di voce molto neutro, senza tracce di emozione. Non avevo ancora finito di scrivere il primo capitolo, che già mi domandavo: "Ma la voce narrante, di chi è?"».
In altre parole, la scelta dell´autismo è stata accidentale?
«Sí, e ne sono felice. Perché se avessi voluto scrivere un libro sull´autismo in particolare, o sulla disabilità in generale, sarebbe stato pessimo e nessuno l´avrebbe letto».
E il protagonista è basato su qualcuno in particolare, o è invece una sua invenzione?
«In effetti non ho mai incontrato nessuno che assomigliasse a Christopher. E nessuno dei bambini dai quali ho tratto ispirazione è disabile. Ho descritto il personaggio mettendo insieme abitudini, comportamenti e schemi mentali di una serie di persone che ho veramente conosciuto: famigliari o amici, che singolarmente non sono certamente autistici, anche se messi insieme lo diventano. Per questo Christopher appare strano o bizzarro, anche se poi molta gente ci ritrova alcuni tratti di suo padre o di suo fratello».
Leggendo il libro si percepisce una duplice angoscia: quella del ragazzo che soffre, e quella dei suoi genitori che soffrono per lui e a causa sua. Che effetto ha avuto su di lei questa angoscia, nel periodo in cui l´ha immaginata e descritta?
«Ogni scrittore finisce sempre per identificarsi con il suo personaggio, qualunque esso sia, ma alla fine della giornata ce lo si toglie di dosso, come se fosse un vecchio maglione. La stessa cosa succedeva con Christopher, anche se tutto sommato era piuttosto rassicurante mettersi nei suoi panni, entrare nel suo mondo e pensare i suoi pensieri. Un lettore mi ha detto che non gli sarebbe piaciuto vivere come Christopher per tutta la vita, ma per una settimana non sarebbe stato male non doversi preoccuparsi delle reazioni del prossimo, e prendersi una vacanza dal mondo e dagli altri».
Perché, però, rappresentare l´esperienza di un ragazzo autistico attraverso la prospettiva della matematica?
«La verità, molto semplice, è che io adoro la matematica e i suoi enigmi. E siccome non è facile per uno scrittore far sfoggio della sua matematica, appena c´è stata la possibilità non me la sono lasciata scappare! Anche se da sola la matematica non sarebbe stata sufficiente, e ho dovuto costruire una trama che ancorasse il lettore alle pagine del libro».
Ci sono però vari studi che collegano autismo e matematica, nelle due direzioni: la matematica come possibile salvezza dalla malattia, ma anche come suo possibile detonatore.
«Qualcuno ha descritto il mio libro come un romanzo che ha per protagonista un ragazzo con la mente matematica, che per caso è anche autistico. Un mio amico matematico, invece, mi ha detto che il protagonista è semplicemente un giovane matematico con qualche leggero problema comportamentale. Secondo lui, la conclusione del libro dovrebbe essere che Christopher, dopo la laurea, intraprende una carriera universitaria, dove vivrà circondato da colleghi non troppo diversi da lui ...»
Però a me sembra che il libro presenti una visione un po´ parodistica della matematica: le regole meccaniche che, entro certi limiti, permettono a Christopher di sopravvivere, descrivono più il modo di procedere dei computer che quello dei matematici.
«La cosa imbarazzante è che molte delle opinioni di Christopher sono anche le mie! Anch´io sono affascinato dalla scienza, e la considero lo strumento per vedere il mondo e capire il senso delle cose. Quando avevo sette o otto anni, mi chiedevo spesso se l´universo fosse finito o infinito, e ancor oggi questo genere di cose mi trasmette quel senso di mistero che altri riescono a trovare soltanto nella religione».
In ogni caso, Christopher pensa soltanto in maniera formale. I veri ragionamenti, invece, e soprattutto quelli matematici, sono ben più complessi delle loro caricature formali.
«Si tratta dei pensieri di un ragazzo di quindici anni, che ha necessariamente una visione riduttiva del mondo. Ma anche noi adulti organizziamo la nostra vita sulla base di un´infinità di piccole regole, di cui spesso non siamo consci perché fanno parte della nostra quotidianità, come una sorta di tappezzeria della nostra vita. Alcuni trovano divertente il libro proprio perché Christopher è conscio delle regole della sua vita e di quella degli altri, e a volte riesce a osservarle con distacco, fino ad ammettere che alcune sono ben strane».
Quali sono, precisamente, le caratteristiche della sindrome di Asperger di cui soffre il ragazzo?
«E´ una forma di autismo ad alta funzionalità, che permette un buon livello di vita perché presenta un alto livello intellettivo, pur unito a una grande incapacità relazione. Ma non vorrei entrare nei dettagli, in parte perché non è il mio campo, e in parte perché sembra essere molto difficile categorizzare con precisione questo genere di malattia».
Ho fatto questa domanda perché, leggendo il libro, mi è sembrato che il ragazzo soffrisse piuttosto, o anche, di ebefrenia: dell´incapacità, cioè, di capire il linguaggio in maniera metaforica, prendendo tutto in maniera letterale. Un problema di comunicazione molto specifico, che si limita all´uso del linguaggio ed esclude completamente il metalinguaggio.
«Questo è veramente uno dei paradossi fondamentali del libro. Christopher dovrebbe essere un pessimo narratore, proprio perché capisce soltanto il significato letterale di ciò che gli viene detto, non comprende le emozioni, e gli sfugge sempre il quadro completo di ciò che gli sta attorno. Ma come scrittore ho notato una cosa interessante: che di fronte a un narratore di questo genere, al lettore rimane molto spazio per l´interpretazione. E infatti, alcuni hanno riso dalla prima pagina all´ultima, e altri hanno pianto: ciò che conta è come leggiamo, o non leggiamo, ciò che sta scritto».
CHRISTOPH E LA MAGIA DEI NUMERI
intervista a Mark Haddon
Un bestseller internazionale che parla di autismo e di matematica
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
ROMA. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon (Einaudi) è uno dei successi editoriali dell´anno. Il romanzo, tradotto in decine di lingue, è narrato in prima persona da un ragazzo autistico che guarda il mondo sotto la specie della matematica, al punto da numerare i capitoli del suo libro secondo la successione dei numeri primi.
Che sembri esserci un legame tra autismo e matematica, è ben noto: ad esempio, in L´uomo che scambiò sua moglie per un cappello Oliver Sacks descrive due gemelli autistici che giocavano a scambiarsi grandi numeri primi. E i sintomi della sindrome di Asperger, di cui soffre il protagonista del romanzo di Haddon, sono tipici della caricatura dei matematici: più interessati alle cose che alle persone, poco comunicativi, ossessivi, asociali, maniacali, osservatori, classificatori e iperrazionalisti.
In realtà, più che ai matematici veri e propri questi sintomi sembrano applicarsi agli ingegneri, agli informatici e ai ragionieri: a quelle categorie di persone, cioè, che riducono la realtà a numeri e regole. E infatti, alcune indagini statistiche hanno rivelato un´anormale presenza di ingegneri (il 25%, due volte e mezzo superiore alla norma) nelle famiglie con storie di autismo. E lo stesso Bill Gates rivela sintomi da sindrome di Asperger, dall´eccezionale memoria infantile all´ipnotico dondolamento sulla sedia.
Abbiamo discusso di questi argomenti con Mark Haddon in occasione della consegna del premio Serono al suo libro.
L´aspetto più immediato del suo libro è che esso si presenta come un racconto in prima persona fatto da un ragazzo autistico. Che esperienza ha nel campo?
«Ho lavorato a lungo con ragazzi portatori di vari handicap, e ripensandoci mi accorgo che qualcuno di loro era probabilmente autistico, anche se all´epoca nessuno li definiva cosí. Da allora l´argomento dell´handicap mi ha sempre interessato molto, soprattutto il fatto che gli invalidi non conducono vite molto diverse dagli altri: hanno gli stessi problemi di soldi, di famiglia, della lavatrice che si rompe, dei vicini troppo rumorosi ...»
Ma a scuola vengono spesso segregati.
«Non in quella dove ho lavorato io, che era in realtà un parco giochi rivolto a bambini di tutti i generi. C´erano portatori di handicap, ma erano mescolati con gli altri, e spesso neppure noi insegnanti conoscevamo le loro problematiche. Questa è stata una lezione fondamentale, per me: se vuoi conoscere una persona devi parlarci, non basta guardare l´etichetta che porta».
Perché ha pensato a un romanzo proprio sull´autismo?
«In realtà, il mio unico scopo era di buttare giù una paginetta che fosse cosí emozionante da convincere il lettore a proseguire nella lettura. La prima immagine che mi è venuta in mente, quella da cui è partita la narrazione, è il cane stecchito in un giardino, trafitto da un forcone. Non me ne vogliano i cinofili, ma trovo quell´immagine molto divertente. E ho pensato che sarebbe stata molto più divertente se fossi riuscito a esprimerla con un tono di voce molto neutro, senza tracce di emozione. Non avevo ancora finito di scrivere il primo capitolo, che già mi domandavo: "Ma la voce narrante, di chi è?"».
In altre parole, la scelta dell´autismo è stata accidentale?
«Sí, e ne sono felice. Perché se avessi voluto scrivere un libro sull´autismo in particolare, o sulla disabilità in generale, sarebbe stato pessimo e nessuno l´avrebbe letto».
E il protagonista è basato su qualcuno in particolare, o è invece una sua invenzione?
«In effetti non ho mai incontrato nessuno che assomigliasse a Christopher. E nessuno dei bambini dai quali ho tratto ispirazione è disabile. Ho descritto il personaggio mettendo insieme abitudini, comportamenti e schemi mentali di una serie di persone che ho veramente conosciuto: famigliari o amici, che singolarmente non sono certamente autistici, anche se messi insieme lo diventano. Per questo Christopher appare strano o bizzarro, anche se poi molta gente ci ritrova alcuni tratti di suo padre o di suo fratello».
Leggendo il libro si percepisce una duplice angoscia: quella del ragazzo che soffre, e quella dei suoi genitori che soffrono per lui e a causa sua. Che effetto ha avuto su di lei questa angoscia, nel periodo in cui l´ha immaginata e descritta?
«Ogni scrittore finisce sempre per identificarsi con il suo personaggio, qualunque esso sia, ma alla fine della giornata ce lo si toglie di dosso, come se fosse un vecchio maglione. La stessa cosa succedeva con Christopher, anche se tutto sommato era piuttosto rassicurante mettersi nei suoi panni, entrare nel suo mondo e pensare i suoi pensieri. Un lettore mi ha detto che non gli sarebbe piaciuto vivere come Christopher per tutta la vita, ma per una settimana non sarebbe stato male non doversi preoccuparsi delle reazioni del prossimo, e prendersi una vacanza dal mondo e dagli altri».
Perché, però, rappresentare l´esperienza di un ragazzo autistico attraverso la prospettiva della matematica?
«La verità, molto semplice, è che io adoro la matematica e i suoi enigmi. E siccome non è facile per uno scrittore far sfoggio della sua matematica, appena c´è stata la possibilità non me la sono lasciata scappare! Anche se da sola la matematica non sarebbe stata sufficiente, e ho dovuto costruire una trama che ancorasse il lettore alle pagine del libro».
Ci sono però vari studi che collegano autismo e matematica, nelle due direzioni: la matematica come possibile salvezza dalla malattia, ma anche come suo possibile detonatore.
«Qualcuno ha descritto il mio libro come un romanzo che ha per protagonista un ragazzo con la mente matematica, che per caso è anche autistico. Un mio amico matematico, invece, mi ha detto che il protagonista è semplicemente un giovane matematico con qualche leggero problema comportamentale. Secondo lui, la conclusione del libro dovrebbe essere che Christopher, dopo la laurea, intraprende una carriera universitaria, dove vivrà circondato da colleghi non troppo diversi da lui ...»
Però a me sembra che il libro presenti una visione un po´ parodistica della matematica: le regole meccaniche che, entro certi limiti, permettono a Christopher di sopravvivere, descrivono più il modo di procedere dei computer che quello dei matematici.
«La cosa imbarazzante è che molte delle opinioni di Christopher sono anche le mie! Anch´io sono affascinato dalla scienza, e la considero lo strumento per vedere il mondo e capire il senso delle cose. Quando avevo sette o otto anni, mi chiedevo spesso se l´universo fosse finito o infinito, e ancor oggi questo genere di cose mi trasmette quel senso di mistero che altri riescono a trovare soltanto nella religione».
In ogni caso, Christopher pensa soltanto in maniera formale. I veri ragionamenti, invece, e soprattutto quelli matematici, sono ben più complessi delle loro caricature formali.
«Si tratta dei pensieri di un ragazzo di quindici anni, che ha necessariamente una visione riduttiva del mondo. Ma anche noi adulti organizziamo la nostra vita sulla base di un´infinità di piccole regole, di cui spesso non siamo consci perché fanno parte della nostra quotidianità, come una sorta di tappezzeria della nostra vita. Alcuni trovano divertente il libro proprio perché Christopher è conscio delle regole della sua vita e di quella degli altri, e a volte riesce a osservarle con distacco, fino ad ammettere che alcune sono ben strane».
Quali sono, precisamente, le caratteristiche della sindrome di Asperger di cui soffre il ragazzo?
«E´ una forma di autismo ad alta funzionalità, che permette un buon livello di vita perché presenta un alto livello intellettivo, pur unito a una grande incapacità relazione. Ma non vorrei entrare nei dettagli, in parte perché non è il mio campo, e in parte perché sembra essere molto difficile categorizzare con precisione questo genere di malattia».
Ho fatto questa domanda perché, leggendo il libro, mi è sembrato che il ragazzo soffrisse piuttosto, o anche, di ebefrenia: dell´incapacità, cioè, di capire il linguaggio in maniera metaforica, prendendo tutto in maniera letterale. Un problema di comunicazione molto specifico, che si limita all´uso del linguaggio ed esclude completamente il metalinguaggio.
«Questo è veramente uno dei paradossi fondamentali del libro. Christopher dovrebbe essere un pessimo narratore, proprio perché capisce soltanto il significato letterale di ciò che gli viene detto, non comprende le emozioni, e gli sfugge sempre il quadro completo di ciò che gli sta attorno. Ma come scrittore ho notato una cosa interessante: che di fronte a un narratore di questo genere, al lettore rimane molto spazio per l´interpretazione. E infatti, alcuni hanno riso dalla prima pagina all´ultima, e altri hanno pianto: ciò che conta è come leggiamo, o non leggiamo, ciò che sta scritto».
neuroscienze a congresso sull'autismo
Galileo Magazine 10.7.04
AUTISMO
Stregati da un ormone
di Johann Rossi Mason
Il cervello rimane l'organo umano più misterioso. Complice anche la barriera emato-encefalica, il "muro" che lo separa dal resto dell'organismo che solo alcune sostanze riescono a valicare e all'interno del quale non è più possibile misurare la concentrazione delle sostanze che vi circolano. Così come l'organo, anche le malattie a esso correlate sono di difficile definizione. Di molte di esse si conoscono le manifestazioni e i sintomi, ma non le cause scatenanti. Di alcune di queste si è parlato durante il 4° Congresso Internazionale "Genetics and Regeneration in Neuroscience" che si è svolto a Terni dal 27 al 30 giugno scorso, organizzato dalla Fondazione Agarini.
Prima fra tutte l'autismo, una patologia quantitativamente importante quanto l'Alzheimer che necessita di una assistenza sanitaria 'long-life' con costi sociali da capogiro. Dal 1980 al 2000 gli studi su questa malattia sono quadruplicati e hanno permesso di formulare un quadro più preciso, anche se incompleto. Si ipotizzano cause ambientali: vaccini, tossine, fattori autoimmuni, neurologici. Dal punto di vista anatomico è stata osservata una eccessiva proliferazione dei neuroni con un aumento della materia bianca e grigia, sovradimensionamento del cranio probabilmente a causa del mancato 'pruning' a due anni (il fenomeno di eliminazione dei neuroni in sovrannumero).
Alla fisiologia del cervello guarda anche Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health, branca dei National Institute of Health statunitensi, che nelle persone affette da autismo ha ipotizzato un malfunzionamento dei due peptidi prodotti nell'ipotalamo e attualmente indagati come i maggiori responsabili della costruzione dei legami sociali: ossitocina e vasopressina.
Che relazione c'è tra i due peptidi e la capacità di stare in mezzo ad altri esseri umani? "Studi sui mammiferi" ha spiegato Insel a Terni "hanno dimostrato che l'ossitocina ha un ruolo primario sia nell'attaccamento che nel riconoscimento sociale. In maniera più ampia sembra che l'OT sovrintenda a tutti i legami di attaccamento, da quello madre-figlio a quello con il partner (infatti è secreta abbondantemente durante il rapporto sessuale) sino a quello con il gruppo di appartenenza. Si è notata inoltre una distribuzione diversa dei vari recettori nel cervello a seconda delle specie e il pattern di espressione del recettore ha un corrispondente preciso nel comportamento: quindi si trovano maggiori recettori nelle specie che per esempio accudiscono i figli dopo la nascita e in quelli che vivono in branco rispetto ai 'solitari'. La secrezione di ossitocina e vasopressina è associata a sensazioni di ricompensa, un circolo virtuoso di gratificazione reciproca". Tanto per fare un esempio al momento del parto sia la madre che il figlio sono 'ubriachi' di ossitocina e questo favorisce il cosiddetto 'bonding', il legame di attaccamento primario, che si manifesta nei primi attimi di vita.
Altresì è stato osservato che l'ossitocina viene secreta durante un massaggio e nel neonato, durante le coccole e i toccamenti della madre. E proprio a proposito di coccole una recente ricerca su Nature Neuroscience sembrerebbe aver dimostrato che le coccole durante la primissima infanzia sarebbero in grado di proteggere il bebè dallo stress per il resto della vita. I ricercatori della McGill University di Montreal, in Canada, suggeriscono la capacità delle carezze di plasmare i geni, in particolare quello che codifica il recettore dei glucocorticoidi. Forse un costante afflusso di ormoni antistress nel cervello giovane, innescherebbe un meccanismo protettivo e gratificante che agirebbe come difesa dagli stress futuri, tramite 'buone sinapsi'. I ricercatori invece sostengono che l'ambiente e i comportamenti possano intervenire sui geni in modo che l'influenzamento sia a due vie, mentre sino ad oggi era stato sostenuto che i geni influenzassero il comportamento e non potesse avvenire il contrario.
Anche alcune ricercatrici del Cnr hanno tentato di svelare il meccanismo psicobiologico alla base del bonding misurando le sostanze coinvolte. E hanno verificato che nel momento in cui tra madre e figlio scatta il primo sguardo e quindi si gettano le basi di un legame esclusivo, nel cervello si verifica una vera esplosione di oppiacei endogeni, di cui fanno parte anche le endorfine e che hanno come corrispondente in natura oppio, morfina ed eroina. Questo spiegherebbe in parte la forma di 'dipendenza' che il neonato ha dalla propria madre e come sia per lui esasperante affrontare il distacco da essa. Mentre si riteneva che la dipendenza del neonato dalla madre fosse solo una necessità per garantirsi la sopravvivenza (cibo e protezione), sembra che la deprivazione dalla madre provochi una vera e propria crisi di astinenza.
E' stato creato in laboratorio un modello animale che non reagisce agli oppiacei e che, di fronte alla separazione dalla madre, mostrano indifferenza, al contrario di ciò che accade nei topolini normali che piangono disperatamente e a lungo se la madre non accorre ai loro richiami. Questo non fa che riportarci all'autismo. La scoperta infatti è una indicazione sperimentale che nei bambini autistici l'indifferenza sociale sia legata proprio a un cattivo funzionamento degli oppiacei naturali.
Magazine, 16 luglio 2004 © Galileo
AUTISMO
Stregati da un ormone
di Johann Rossi Mason
Il cervello rimane l'organo umano più misterioso. Complice anche la barriera emato-encefalica, il "muro" che lo separa dal resto dell'organismo che solo alcune sostanze riescono a valicare e all'interno del quale non è più possibile misurare la concentrazione delle sostanze che vi circolano. Così come l'organo, anche le malattie a esso correlate sono di difficile definizione. Di molte di esse si conoscono le manifestazioni e i sintomi, ma non le cause scatenanti. Di alcune di queste si è parlato durante il 4° Congresso Internazionale "Genetics and Regeneration in Neuroscience" che si è svolto a Terni dal 27 al 30 giugno scorso, organizzato dalla Fondazione Agarini.
Prima fra tutte l'autismo, una patologia quantitativamente importante quanto l'Alzheimer che necessita di una assistenza sanitaria 'long-life' con costi sociali da capogiro. Dal 1980 al 2000 gli studi su questa malattia sono quadruplicati e hanno permesso di formulare un quadro più preciso, anche se incompleto. Si ipotizzano cause ambientali: vaccini, tossine, fattori autoimmuni, neurologici. Dal punto di vista anatomico è stata osservata una eccessiva proliferazione dei neuroni con un aumento della materia bianca e grigia, sovradimensionamento del cranio probabilmente a causa del mancato 'pruning' a due anni (il fenomeno di eliminazione dei neuroni in sovrannumero).
Alla fisiologia del cervello guarda anche Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health, branca dei National Institute of Health statunitensi, che nelle persone affette da autismo ha ipotizzato un malfunzionamento dei due peptidi prodotti nell'ipotalamo e attualmente indagati come i maggiori responsabili della costruzione dei legami sociali: ossitocina e vasopressina.
Che relazione c'è tra i due peptidi e la capacità di stare in mezzo ad altri esseri umani? "Studi sui mammiferi" ha spiegato Insel a Terni "hanno dimostrato che l'ossitocina ha un ruolo primario sia nell'attaccamento che nel riconoscimento sociale. In maniera più ampia sembra che l'OT sovrintenda a tutti i legami di attaccamento, da quello madre-figlio a quello con il partner (infatti è secreta abbondantemente durante il rapporto sessuale) sino a quello con il gruppo di appartenenza. Si è notata inoltre una distribuzione diversa dei vari recettori nel cervello a seconda delle specie e il pattern di espressione del recettore ha un corrispondente preciso nel comportamento: quindi si trovano maggiori recettori nelle specie che per esempio accudiscono i figli dopo la nascita e in quelli che vivono in branco rispetto ai 'solitari'. La secrezione di ossitocina e vasopressina è associata a sensazioni di ricompensa, un circolo virtuoso di gratificazione reciproca". Tanto per fare un esempio al momento del parto sia la madre che il figlio sono 'ubriachi' di ossitocina e questo favorisce il cosiddetto 'bonding', il legame di attaccamento primario, che si manifesta nei primi attimi di vita.
Altresì è stato osservato che l'ossitocina viene secreta durante un massaggio e nel neonato, durante le coccole e i toccamenti della madre. E proprio a proposito di coccole una recente ricerca su Nature Neuroscience sembrerebbe aver dimostrato che le coccole durante la primissima infanzia sarebbero in grado di proteggere il bebè dallo stress per il resto della vita. I ricercatori della McGill University di Montreal, in Canada, suggeriscono la capacità delle carezze di plasmare i geni, in particolare quello che codifica il recettore dei glucocorticoidi. Forse un costante afflusso di ormoni antistress nel cervello giovane, innescherebbe un meccanismo protettivo e gratificante che agirebbe come difesa dagli stress futuri, tramite 'buone sinapsi'. I ricercatori invece sostengono che l'ambiente e i comportamenti possano intervenire sui geni in modo che l'influenzamento sia a due vie, mentre sino ad oggi era stato sostenuto che i geni influenzassero il comportamento e non potesse avvenire il contrario.
Anche alcune ricercatrici del Cnr hanno tentato di svelare il meccanismo psicobiologico alla base del bonding misurando le sostanze coinvolte. E hanno verificato che nel momento in cui tra madre e figlio scatta il primo sguardo e quindi si gettano le basi di un legame esclusivo, nel cervello si verifica una vera esplosione di oppiacei endogeni, di cui fanno parte anche le endorfine e che hanno come corrispondente in natura oppio, morfina ed eroina. Questo spiegherebbe in parte la forma di 'dipendenza' che il neonato ha dalla propria madre e come sia per lui esasperante affrontare il distacco da essa. Mentre si riteneva che la dipendenza del neonato dalla madre fosse solo una necessità per garantirsi la sopravvivenza (cibo e protezione), sembra che la deprivazione dalla madre provochi una vera e propria crisi di astinenza.
E' stato creato in laboratorio un modello animale che non reagisce agli oppiacei e che, di fronte alla separazione dalla madre, mostrano indifferenza, al contrario di ciò che accade nei topolini normali che piangono disperatamente e a lungo se la madre non accorre ai loro richiami. Questo non fa che riportarci all'autismo. La scoperta infatti è una indicazione sperimentale che nei bambini autistici l'indifferenza sociale sia legata proprio a un cattivo funzionamento degli oppiacei naturali.
Magazine, 16 luglio 2004 © Galileo
un inedito di Joyce
Repubblica 10.7.04
Scritta nel 1909 alla moglie, è stata venduta a Londra per 350.000 euro
la lettera più erotica di James Joyce
Ma gli eredi dello scrittore si oppongono alla divulgazione
di ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA. L´hanno descritta come «l´anello mancante nella più scandalosa corrispondenza erotica della letteratura moderna» e «l´equivalente del sesso telefonico all´inizio del ventesimo secolo». Ora si può aggiungere una terza definizione: la lettera più pagata di tutti i tempi. Questa settimana, a Londra, il martello di Sotheby´s ha aggiudicato a un anonimo acquirente una missiva scritta da James Joyce alla moglie Nora per la cifra record di 240 mila sterline, circa 365 mila euro. La celebre casa d´aste aveva attributo al «lotto numero 201» di una vendita di manoscritti del grande scrittore un prezzo di partenza assai più basso, 50-60 mila sterline; ma l´interesse tra le quattrocento persone presenti in sala e il pubblico che inviava offerte per telefono ha superato ogni aspettativa. Considerato che si tratta di appena tre paginette vergate a mano, chi se ne è impossessato ha pagato per ogni parola molto più di colui che mezz´ora più tardi ha acquistato una copia della prima edizione de L´Ulisse, regalata da Joyce al fratello Stanislaus, con dedica dell´autore.
La corrispondenza «erotica» risale al periodo in cui Joyce e la moglie furono separati: lui a Dublino, lei a Trieste, dove era rimasta insieme ai due figli della coppia. Nora gli scriveva, sostengono i biografi, per «tenerlo lontano dalle prostitute»; lui riversava sulla moglie la passione sessuale che avrebbe poi trasferito sulle pagine di Ulisse nel personaggio, ispirato a Nora, di Molly Bloom. Ma dalla fitta corrispondenza mancava un tassello: la lettera datata primo dicembre 1909, una risposta di Joyce a precedenti «seduzioni» di Nora. Era rimasta infilata dentro un libro nella biblioteca di Stanislaus Joyce, è stata ritrovata recentemente e così è finita all´asta, probabilmente per volere dei discendenti di Stanislaus, la cui vedova, Nelly Joyce, aveva venduto gran parte della corrispondenza alla Cornell University nel 1957.
L´operazione ha tuttavia suscitato le proteste degli eredi legali di Joyce, il nipote Stephen e la moglie Solange, che hanno minacciato di fare causa e costretto Sotheby a rivelare soltanto qualche frase della lettera. Il misterioso acquirente, non si sa se un collezionista privato o un museo, dovrà osservare analoghe restrizioni e non potrà mostrarne il contenuto in pubblico. «Siamo dispiaciuti, e lo sarebbe anche Joyce», afferma Solange. «Queste sono lettere private, e tali dovrebbero restare. Quello che Joyce voleva rendere di dominio pubblico erano i suoi romanzi e racconti. Tutto il resto non deve venire divulgato. E secondo la legge siamo noi ad avere il copyright su qualunque cosa abbia scritto, fosse anche una lista della spesa»
stessa pagina
COME SI RIVOLGE ALLA CONSORTE CHE L'AVEVA INIZIATO AI GIOCHI SESSUALI
Cara Nora, sei la mia puttana
E. F.
LONDRA - «Signora Joyce, via Vincenzo Scuussa 8, Trieste (Austria)», si legge sulla busta. Il timbro è «Dublino», la data «2 december 1909». Joyce comincia chiamando Nora «la mia puttana dagli occhi strani» e finisce, tre pagine e quattrocento parole più avanti, firmandosi «che il cielo perdoni la mia pazzia, Jim». E´ un´ode alla più sfrenata passione erotica, in cui lo scrittore riconosce «l´ingovernabile lussuria» che sente per la moglie. In uno dei passaggi rivelati da Sotheby´s, Joyce afferma l´intenzione di soddisfare il proprio desiderio sessuale e quello di Nora «in una varietà di accoppiamenti, di posizioni e di circostanze», ciascuno dei quali riflette «gusti, predilezioni e ossessioni». In seguito lo scrittore si sofferma sulle parti del corpo di Nora e sul suo abbigliamento, esprime la convizione che, «essendo diventati partner nell´amore spirituale», ora debbano condividere fino in fondo anche una «complicità onanistica». Il senso e lo scopo della corrispondenza: eccitarsi a vicenda, portarsi vicendevolmente a un orgasmo, nonostante la distanza.
Come nella vita, anche nelle lettere è Nora che prende l´iniziativa, rivela Brenda Maddox, autrice di una biografia della moglie dello scrittore. «Fu lei a infilargli la mano nei calzoni il 16 giugno 1904», nel loro primo incontro, in cui come Joyce annotò più tardi «mi hai reso un uomo». Fu lei a sussurrargli «le prime oscenità, pochi mesi dopo, quando fuggirono insieme a Trieste», e ancora lei a introdurre un elemento erotico nelle loro lettere. Joyce, secondo gli eredi legali dei diritti d´autore, chiese a Nora di distruggere le lettere, ma lei non lo fece.
Scritta nel 1909 alla moglie, è stata venduta a Londra per 350.000 euro
la lettera più erotica di James Joyce
Ma gli eredi dello scrittore si oppongono alla divulgazione
di ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA. L´hanno descritta come «l´anello mancante nella più scandalosa corrispondenza erotica della letteratura moderna» e «l´equivalente del sesso telefonico all´inizio del ventesimo secolo». Ora si può aggiungere una terza definizione: la lettera più pagata di tutti i tempi. Questa settimana, a Londra, il martello di Sotheby´s ha aggiudicato a un anonimo acquirente una missiva scritta da James Joyce alla moglie Nora per la cifra record di 240 mila sterline, circa 365 mila euro. La celebre casa d´aste aveva attributo al «lotto numero 201» di una vendita di manoscritti del grande scrittore un prezzo di partenza assai più basso, 50-60 mila sterline; ma l´interesse tra le quattrocento persone presenti in sala e il pubblico che inviava offerte per telefono ha superato ogni aspettativa. Considerato che si tratta di appena tre paginette vergate a mano, chi se ne è impossessato ha pagato per ogni parola molto più di colui che mezz´ora più tardi ha acquistato una copia della prima edizione de L´Ulisse, regalata da Joyce al fratello Stanislaus, con dedica dell´autore.
La corrispondenza «erotica» risale al periodo in cui Joyce e la moglie furono separati: lui a Dublino, lei a Trieste, dove era rimasta insieme ai due figli della coppia. Nora gli scriveva, sostengono i biografi, per «tenerlo lontano dalle prostitute»; lui riversava sulla moglie la passione sessuale che avrebbe poi trasferito sulle pagine di Ulisse nel personaggio, ispirato a Nora, di Molly Bloom. Ma dalla fitta corrispondenza mancava un tassello: la lettera datata primo dicembre 1909, una risposta di Joyce a precedenti «seduzioni» di Nora. Era rimasta infilata dentro un libro nella biblioteca di Stanislaus Joyce, è stata ritrovata recentemente e così è finita all´asta, probabilmente per volere dei discendenti di Stanislaus, la cui vedova, Nelly Joyce, aveva venduto gran parte della corrispondenza alla Cornell University nel 1957.
L´operazione ha tuttavia suscitato le proteste degli eredi legali di Joyce, il nipote Stephen e la moglie Solange, che hanno minacciato di fare causa e costretto Sotheby a rivelare soltanto qualche frase della lettera. Il misterioso acquirente, non si sa se un collezionista privato o un museo, dovrà osservare analoghe restrizioni e non potrà mostrarne il contenuto in pubblico. «Siamo dispiaciuti, e lo sarebbe anche Joyce», afferma Solange. «Queste sono lettere private, e tali dovrebbero restare. Quello che Joyce voleva rendere di dominio pubblico erano i suoi romanzi e racconti. Tutto il resto non deve venire divulgato. E secondo la legge siamo noi ad avere il copyright su qualunque cosa abbia scritto, fosse anche una lista della spesa»
stessa pagina
COME SI RIVOLGE ALLA CONSORTE CHE L'AVEVA INIZIATO AI GIOCHI SESSUALI
Cara Nora, sei la mia puttana
E. F.
LONDRA - «Signora Joyce, via Vincenzo Scuussa 8, Trieste (Austria)», si legge sulla busta. Il timbro è «Dublino», la data «2 december 1909». Joyce comincia chiamando Nora «la mia puttana dagli occhi strani» e finisce, tre pagine e quattrocento parole più avanti, firmandosi «che il cielo perdoni la mia pazzia, Jim». E´ un´ode alla più sfrenata passione erotica, in cui lo scrittore riconosce «l´ingovernabile lussuria» che sente per la moglie. In uno dei passaggi rivelati da Sotheby´s, Joyce afferma l´intenzione di soddisfare il proprio desiderio sessuale e quello di Nora «in una varietà di accoppiamenti, di posizioni e di circostanze», ciascuno dei quali riflette «gusti, predilezioni e ossessioni». In seguito lo scrittore si sofferma sulle parti del corpo di Nora e sul suo abbigliamento, esprime la convizione che, «essendo diventati partner nell´amore spirituale», ora debbano condividere fino in fondo anche una «complicità onanistica». Il senso e lo scopo della corrispondenza: eccitarsi a vicenda, portarsi vicendevolmente a un orgasmo, nonostante la distanza.
Come nella vita, anche nelle lettere è Nora che prende l´iniziativa, rivela Brenda Maddox, autrice di una biografia della moglie dello scrittore. «Fu lei a infilargli la mano nei calzoni il 16 giugno 1904», nel loro primo incontro, in cui come Joyce annotò più tardi «mi hai reso un uomo». Fu lei a sussurrargli «le prime oscenità, pochi mesi dopo, quando fuggirono insieme a Trieste», e ancora lei a introdurre un elemento erotico nelle loro lettere. Joyce, secondo gli eredi legali dei diritti d´autore, chiese a Nora di distruggere le lettere, ma lei non lo fece.
giunto al suo quarto anno
il solito «festival della filosofia»
a Modena in settembre
Repubblica 10.7.04
A MODENA IN SETTEMBRE
tre giorni dedicati al pensiero Con Cacciari e Greenaway
MODENA - Per il quarto anno consecutivo, i comuni di Modena, Carpi e Sassuolo si preparano ad ospitare per tre giorni, dal 17 al 19 settembre prossimi, il "Festival della Filosofia", la manifestazione promossa dalla fondazione Collegio San Carlo che l´anno scorso ha visto la partecipazione di 75mila persone. Numerosi gli appuntamenti che in quest´edizione ruotano attorno al tema "mondo": dalle lezioni dei maestri del pensiero contemporaneo alla letteratura, passando attraverso il teatro e una rassegna cinematografica, intitolata "Isole Oceani e Stretti di mare". Tra i nomi che hanno già dato conferma della loro presenza alla rassegna ci sono quelli dei filosofi Jean-Luc Marion e John Tomlinson, degli antropologi Marc Augé e Jonathan Friedman, del regista Peter Greenaway, dell´africanista Jean-Loup Amselle e degli italiani Gianni Vattimo, Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Remo Bodei, Umberto Galimberti, Ermanno Bencivenga e Salvatore Natoli. Dopo l´iniziativa dell´anno scorso, tornano le cene filosofiche ideate dall´accademico dei Lincei Tullio Gregory. In occasione del fine settimana filosofico, saranno allestite la mostra fotografica "Atlante" di Luigi Ghirri, l´esposizione di mappe e cartine geografiche curata da Gianni Valbonesi e sarà organizzato un programma su misura per i ragazzi con spettacoli, letture e visite guidate al planetario.
A MODENA IN SETTEMBRE
tre giorni dedicati al pensiero Con Cacciari e Greenaway
MODENA - Per il quarto anno consecutivo, i comuni di Modena, Carpi e Sassuolo si preparano ad ospitare per tre giorni, dal 17 al 19 settembre prossimi, il "Festival della Filosofia", la manifestazione promossa dalla fondazione Collegio San Carlo che l´anno scorso ha visto la partecipazione di 75mila persone. Numerosi gli appuntamenti che in quest´edizione ruotano attorno al tema "mondo": dalle lezioni dei maestri del pensiero contemporaneo alla letteratura, passando attraverso il teatro e una rassegna cinematografica, intitolata "Isole Oceani e Stretti di mare". Tra i nomi che hanno già dato conferma della loro presenza alla rassegna ci sono quelli dei filosofi Jean-Luc Marion e John Tomlinson, degli antropologi Marc Augé e Jonathan Friedman, del regista Peter Greenaway, dell´africanista Jean-Loup Amselle e degli italiani Gianni Vattimo, Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Remo Bodei, Umberto Galimberti, Ermanno Bencivenga e Salvatore Natoli. Dopo l´iniziativa dell´anno scorso, tornano le cene filosofiche ideate dall´accademico dei Lincei Tullio Gregory. In occasione del fine settimana filosofico, saranno allestite la mostra fotografica "Atlante" di Luigi Ghirri, l´esposizione di mappe e cartine geografiche curata da Gianni Valbonesi e sarà organizzato un programma su misura per i ragazzi con spettacoli, letture e visite guidate al planetario.
uno studio sulla democrazia antica
Repubblica edizione di Napoli 10.7.04
LE IDEE
Il governo delle masse e la libertà
di MARCO LOMBARDI
È un libro meditato, difficile e sostanzioso, che il suo autore vorrebbe farci credere di aver scritto quasi per caso, onorando meri obblighi didattici. Impossibile seguirlo su questa strada. Certo Gennaro Carillo, autore di "Katechein. Uno studio sulla democrazia antica" (Editoriale Scientifica, 204 pagine, 14,50 euro) insegna "Storia delle dottrine politiche" al Suor Orsola Benincasa ed è un fenomenale affabulatore, gettonatissimo da pletore di studenti. Un ragazzone di trentasei anni fenomenalmente colto, all´anagrafre accademica allievo di Francesco De Sanctis, convinto che tutto l´importante in Occidente è successo tra 2500 e 2300 anni fa. Non è un caso che Carillo abbia dedicato un bellissimo saggio, qualche anno fa, a Vico, che nell´angusta ma intellettualmente operosissima Napoli di tre secoli fa dialogò, tra gli altri, da pari a pari con Platone. La critica di quest´ultimo alla democrazia, un must della filosofia politica occidentale, è l´attuale interesse di Carillo: questo volume ne è una sorta di ouverture.
Erodoto, Tucidide e la commedia attica sono i luoghi nei quali Carillo si addentra. Dialogo costante con i testi, quindi, e bibliografia selezionatissima: un modo intelligente per farli respirare e consentir loro di sprigionare tutti i conturbanti aromi concettuali, impedendo alla letteratura secondaria quel terribile effetto di soffocamento e di conseguente depauperamento, per chi legge, delle capacità di attenzione.
Il cuore dell´argomentazione è, probabilmente, il seguente: «motivo conduttore della ricerca è l´atto di frenare, il katechein del titolo. Un verbo che evoca passioni imperiose da domare, eccessi di motilità da imbrigliare: il grido (lo phtoggos) di Ifigenia sull´altare del sacrificio (Eschilo, Agamennone, vv.236-237); il passo nervoso di giovenca (schirtema moschou) con il quale Polissena va incontro alla morte, sacrificata vergine per compiacere lo spettro di Achille (Euripide, Ecuba, v.526); le lacrime (i dakrya) di Critone davanti a Socrate morente (Platone, Fedone, 117d2-3). Nelle pagine che seguono il katechein denota un problema costante della democrazia antica, costante almeno quanto il metechein ("la partecipazione") agli affari della polis: la necessità di contenere la moltitudine (il plethos: la maggior parte) entro una giusta misura. Con questo non voglio avanzare, esagerando, la congettura che nel katechein si condensi il problema centrale della democrazia classica (centrale soprattutto per i critici della politeia democratica). Il conflitto di valori tra katechein e metechein e le sue possibili soluzioni rappresentano un aspetto, uno soltanto, di un problema senz´altro più ampio e complesso; tuttavia mi sembra difficile negarne la rilevanza per la storia del pensiero politico».
Tradotto e parafrasato in lingua italiana del XXI secolo: gli antichi dobbiamo studiarli, perché, pur non essendo come noi, risultandoci, anzi, sideralmente lontani e altri, hanno perciò la possibilità di farci riflettere criticamente sul nostro presente: fosse solo per quel loro lessico, che ha modellato il nostro modo di pensare e di agire. Con robusta fantasia interpretativa possiamo cercarvi già abbozzata quella critica alle degenerazioni della democrazia, sviluppata nell´Ottocento, secondo un´angolatura liberale - per loro, naturalmente, improponibile - da Tocqueville. Quasi superfluo sottolineare che questo, oggi, è il problema dei problemi. Dall´America ai Quartieri spagnoli, il disciplinamento della potenza disgregatrice delle masse, senza rinunciare alla libertà, è il banco di prova per la bontà dell´autogoverno e per la capacità dei suoi rappresentanti di agire con efficacia, senza tradirne lo spirito e le garanzie. Altro tema attualissimo, alla luce di quanto sta succedendo in Medio Oriente; un tema sul quale soprattutto a sinistra varrebbe la pena di riflettere più compiutamente.
Conclusioni della traduzione e della parafrasi interamente mie, naturalmente, ché alla acribia e all´avalutatività dello studioso Carillo poco si addicono, in tale esemplificata presentazione. Il suo volume si raccomanda anche per un altro, forse ugualmente, importante motivo, questa volta esprimibile in forma di speranza: che la filosofia, qui a Napoli, si riprenda quell´aggettivo civile che, soprattutto nel Settecento, con essa faceva tutt´uno. Il discorso è lungo, complicato, leggermente doloroso, e, magari, varrà la pena, una prossima volta, di articolarlo più compiutamente. Dopo anni di abbuffate neo-storicistiche e di imbandigioni nichilistico-heidegerrian-decostruzioniste, è forse venuto il tempo di discorsi meno teoreticamente svolazzanti e alla moda, ma, sicuramente, più utili per afferrare il tempo in cui si vive. Una filosofia che, da lontano o da vicino, aiuti a comprendere i nostri nuovi quadri concettuali, può di nuovo onorevolmente assolvere a quel suo ruolo in «soccorso de´ governi» che, ancora nel Settecento, costituì il suo più prezioso e non dimenticato biglietto da visita.
Non so se al vichiano Carillo questo Settecento così marcatamente, sfacciatamente illuministico piaccia; ma lo spirito del suo libro va in quella direzione, nel modo compiuto che non può farcelo assolutamente considerare il truciolo di bottega di un artigiano in altre, apparentemente più serie, faccende affaccendato.
LE IDEE
Il governo delle masse e la libertà
di MARCO LOMBARDI
È un libro meditato, difficile e sostanzioso, che il suo autore vorrebbe farci credere di aver scritto quasi per caso, onorando meri obblighi didattici. Impossibile seguirlo su questa strada. Certo Gennaro Carillo, autore di "Katechein. Uno studio sulla democrazia antica" (Editoriale Scientifica, 204 pagine, 14,50 euro) insegna "Storia delle dottrine politiche" al Suor Orsola Benincasa ed è un fenomenale affabulatore, gettonatissimo da pletore di studenti. Un ragazzone di trentasei anni fenomenalmente colto, all´anagrafre accademica allievo di Francesco De Sanctis, convinto che tutto l´importante in Occidente è successo tra 2500 e 2300 anni fa. Non è un caso che Carillo abbia dedicato un bellissimo saggio, qualche anno fa, a Vico, che nell´angusta ma intellettualmente operosissima Napoli di tre secoli fa dialogò, tra gli altri, da pari a pari con Platone. La critica di quest´ultimo alla democrazia, un must della filosofia politica occidentale, è l´attuale interesse di Carillo: questo volume ne è una sorta di ouverture.
Erodoto, Tucidide e la commedia attica sono i luoghi nei quali Carillo si addentra. Dialogo costante con i testi, quindi, e bibliografia selezionatissima: un modo intelligente per farli respirare e consentir loro di sprigionare tutti i conturbanti aromi concettuali, impedendo alla letteratura secondaria quel terribile effetto di soffocamento e di conseguente depauperamento, per chi legge, delle capacità di attenzione.
Il cuore dell´argomentazione è, probabilmente, il seguente: «motivo conduttore della ricerca è l´atto di frenare, il katechein del titolo. Un verbo che evoca passioni imperiose da domare, eccessi di motilità da imbrigliare: il grido (lo phtoggos) di Ifigenia sull´altare del sacrificio (Eschilo, Agamennone, vv.236-237); il passo nervoso di giovenca (schirtema moschou) con il quale Polissena va incontro alla morte, sacrificata vergine per compiacere lo spettro di Achille (Euripide, Ecuba, v.526); le lacrime (i dakrya) di Critone davanti a Socrate morente (Platone, Fedone, 117d2-3). Nelle pagine che seguono il katechein denota un problema costante della democrazia antica, costante almeno quanto il metechein ("la partecipazione") agli affari della polis: la necessità di contenere la moltitudine (il plethos: la maggior parte) entro una giusta misura. Con questo non voglio avanzare, esagerando, la congettura che nel katechein si condensi il problema centrale della democrazia classica (centrale soprattutto per i critici della politeia democratica). Il conflitto di valori tra katechein e metechein e le sue possibili soluzioni rappresentano un aspetto, uno soltanto, di un problema senz´altro più ampio e complesso; tuttavia mi sembra difficile negarne la rilevanza per la storia del pensiero politico».
Tradotto e parafrasato in lingua italiana del XXI secolo: gli antichi dobbiamo studiarli, perché, pur non essendo come noi, risultandoci, anzi, sideralmente lontani e altri, hanno perciò la possibilità di farci riflettere criticamente sul nostro presente: fosse solo per quel loro lessico, che ha modellato il nostro modo di pensare e di agire. Con robusta fantasia interpretativa possiamo cercarvi già abbozzata quella critica alle degenerazioni della democrazia, sviluppata nell´Ottocento, secondo un´angolatura liberale - per loro, naturalmente, improponibile - da Tocqueville. Quasi superfluo sottolineare che questo, oggi, è il problema dei problemi. Dall´America ai Quartieri spagnoli, il disciplinamento della potenza disgregatrice delle masse, senza rinunciare alla libertà, è il banco di prova per la bontà dell´autogoverno e per la capacità dei suoi rappresentanti di agire con efficacia, senza tradirne lo spirito e le garanzie. Altro tema attualissimo, alla luce di quanto sta succedendo in Medio Oriente; un tema sul quale soprattutto a sinistra varrebbe la pena di riflettere più compiutamente.
Conclusioni della traduzione e della parafrasi interamente mie, naturalmente, ché alla acribia e all´avalutatività dello studioso Carillo poco si addicono, in tale esemplificata presentazione. Il suo volume si raccomanda anche per un altro, forse ugualmente, importante motivo, questa volta esprimibile in forma di speranza: che la filosofia, qui a Napoli, si riprenda quell´aggettivo civile che, soprattutto nel Settecento, con essa faceva tutt´uno. Il discorso è lungo, complicato, leggermente doloroso, e, magari, varrà la pena, una prossima volta, di articolarlo più compiutamente. Dopo anni di abbuffate neo-storicistiche e di imbandigioni nichilistico-heidegerrian-decostruzioniste, è forse venuto il tempo di discorsi meno teoreticamente svolazzanti e alla moda, ma, sicuramente, più utili per afferrare il tempo in cui si vive. Una filosofia che, da lontano o da vicino, aiuti a comprendere i nostri nuovi quadri concettuali, può di nuovo onorevolmente assolvere a quel suo ruolo in «soccorso de´ governi» che, ancora nel Settecento, costituì il suo più prezioso e non dimenticato biglietto da visita.
Non so se al vichiano Carillo questo Settecento così marcatamente, sfacciatamente illuministico piaccia; ma lo spirito del suo libro va in quella direzione, nel modo compiuto che non può farcelo assolutamente considerare il truciolo di bottega di un artigiano in altre, apparentemente più serie, faccende affaccendato.
neuroscienze
ogni giorno ce n'é almeno uno di articoli così...
Virgilio Notizie 10.7.04
SCIENZE/IL SEGRETO DEL BUONUMORE? E' NEL DNA, SECONDO RICERCA USA
09/07/2004 - 16:25
Scoperto meccanismo della 'propensione' ad ansia e depressione
Milano, 09 lug. (Apcom) - Per la prima volta un gruppo di scienziati del Massachusetts General Hospital di Boston è riuscito a scoprire il meccanismo genetico che potrebbe spiegare come mai alcune persone sono più soggette di altre alla depressione cronica, all'ansia e altri disturbi psichiatrici. La chiave di volta - e questa non è una novità - sta tutta nella serotonina. Una sostanza che viene prodotta naturalmente dal cervello e che è strettamente legata all'umore e alle emozioni. Finora gli psichiatri usavano mettere in ordine il livello di serotonina dei propri pazienti attraverso farmaci antidepressivi come il famoso Prozac.
Il problema è che questo tipo di medicinali dà risultati apprezzabili solo nel 30-40 per cento dei casi. Ora la scoperta nel Dna di alcuni topi di una certa variante genetica responsabile della regolazione del livello di serotonina - spiegano sul numero di oggi della rivista "Science" gli autori della scoperta - potrebbe aprire la strada a cure davvero efficaci per tutti. Non è stato ancora provato che differenze genetiche simili a quelle riscontrate nei topi siano presenti anche negli esseri umani, avverte Marc G. Caron professore di biologia cellulare alla Duke University, "Ma speriamo che il risultato dei nostri studi ci dia un suggerimento, un indizio per capire quali possano essere potenziali differenze negli individui". Nelle persone sane la serotonina, soprannominata la "madre del buonumore", agisce in coppia con un altro neurotrasmettitore, la dopamina.
Il risultato è un equilibrio chimico in grado di mantenere umore e comportamento relativamente stabili. Quando però questo equilibrio manca, gli antidepressivi rallentano il tasso di re-assorbimento della seratonina, in modo stia attiva più a lungo. Ora la sfida degli scienziati è quella di arrivare a cure tagliate su misura per la mente di ciascun paziente.
copyright @ 2004 APCOM
SCIENZE/IL SEGRETO DEL BUONUMORE? E' NEL DNA, SECONDO RICERCA USA
09/07/2004 - 16:25
Scoperto meccanismo della 'propensione' ad ansia e depressione
Milano, 09 lug. (Apcom) - Per la prima volta un gruppo di scienziati del Massachusetts General Hospital di Boston è riuscito a scoprire il meccanismo genetico che potrebbe spiegare come mai alcune persone sono più soggette di altre alla depressione cronica, all'ansia e altri disturbi psichiatrici. La chiave di volta - e questa non è una novità - sta tutta nella serotonina. Una sostanza che viene prodotta naturalmente dal cervello e che è strettamente legata all'umore e alle emozioni. Finora gli psichiatri usavano mettere in ordine il livello di serotonina dei propri pazienti attraverso farmaci antidepressivi come il famoso Prozac.
Il problema è che questo tipo di medicinali dà risultati apprezzabili solo nel 30-40 per cento dei casi. Ora la scoperta nel Dna di alcuni topi di una certa variante genetica responsabile della regolazione del livello di serotonina - spiegano sul numero di oggi della rivista "Science" gli autori della scoperta - potrebbe aprire la strada a cure davvero efficaci per tutti. Non è stato ancora provato che differenze genetiche simili a quelle riscontrate nei topi siano presenti anche negli esseri umani, avverte Marc G. Caron professore di biologia cellulare alla Duke University, "Ma speriamo che il risultato dei nostri studi ci dia un suggerimento, un indizio per capire quali possano essere potenziali differenze negli individui". Nelle persone sane la serotonina, soprannominata la "madre del buonumore", agisce in coppia con un altro neurotrasmettitore, la dopamina.
Il risultato è un equilibrio chimico in grado di mantenere umore e comportamento relativamente stabili. Quando però questo equilibrio manca, gli antidepressivi rallentano il tasso di re-assorbimento della seratonina, in modo stia attiva più a lungo. Ora la sfida degli scienziati è quella di arrivare a cure tagliate su misura per la mente di ciascun paziente.
copyright @ 2004 APCOM
venerdì 9 luglio 2004
suicidi giovanili in USA
Le Scienze 7.07.2004
Suicidi giovanili
Anche fattori neurobiologici possono contribuire al fenomeno
Un enzima noto per influenzare lo stato d'animo presenterebbe un calo di attività nel cervello dei giovani che commettono suicidio. Lo sostiene un articolo pubblicato sul numero di luglio 2004 della rivista "Archives of General Psychiatry".
Secondo gli autori dello studio, ogni anno nei soli Stati Uniti muoiono per suicidio - la seconda causa di morte fra i teenager - circa 30.000 persone. Anche se i fattori psicologici e psicosociali associati a questi eventi sono da tempo oggetto di studio, si sa ben poco a proposito dei fattori neurobiologici che potrebbero contribuire al fenomeno.
Ghanshyam N. Pandey dell'Università dell’Illinois di Chicago e colleghi hanno studiato un enzima nel cervello chiamato proteina chinasi C (PKC), associato a disturbi dell'umore e già target di alcuni psicofarmaci. Per stabilire se ci fosse qualche legame fra le variazioni di attività di PKC e i suicidi giovanili, i ricercatori hanno esaminato i cervelli di 17 vittime di suicidi confrontandoli con quelli di 17 teenager privi di malattie psichiatriche e deceduti per altri motivi.
I risultati hanno mostrato che, rispetto ai soggetti di controllo, in determinate aree cerebrali delle vittime di suicidio l'attività di PKC risultava significativamente diminuita.
Suicidi giovanili
Anche fattori neurobiologici possono contribuire al fenomeno
Un enzima noto per influenzare lo stato d'animo presenterebbe un calo di attività nel cervello dei giovani che commettono suicidio. Lo sostiene un articolo pubblicato sul numero di luglio 2004 della rivista "Archives of General Psychiatry".
Secondo gli autori dello studio, ogni anno nei soli Stati Uniti muoiono per suicidio - la seconda causa di morte fra i teenager - circa 30.000 persone. Anche se i fattori psicologici e psicosociali associati a questi eventi sono da tempo oggetto di studio, si sa ben poco a proposito dei fattori neurobiologici che potrebbero contribuire al fenomeno.
Ghanshyam N. Pandey dell'Università dell’Illinois di Chicago e colleghi hanno studiato un enzima nel cervello chiamato proteina chinasi C (PKC), associato a disturbi dell'umore e già target di alcuni psicofarmaci. Per stabilire se ci fosse qualche legame fra le variazioni di attività di PKC e i suicidi giovanili, i ricercatori hanno esaminato i cervelli di 17 vittime di suicidi confrontandoli con quelli di 17 teenager privi di malattie psichiatriche e deceduti per altri motivi.
I risultati hanno mostrato che, rispetto ai soggetti di controllo, in determinate aree cerebrali delle vittime di suicidio l'attività di PKC risultava significativamente diminuita.
Napoli
«la legge Basaglia abrogata di fatto»
Repubblica 8.7.04 edizione di Napoli
La legge Basaglia abrogata di fatto
di Sergio Piro
In America i bambini mentalmente disturbati vengono messi in carcere, perché i genitori non hanno i soldi per curarli. A Napoli i malati mentali in fase di ritorno alla convivenza e alla vita non possono essere accolti in via Fornelli (Rampe Brancaccio), perché si tratta di un quartiere "bene"; dovranno andare perciò a Pianura o a Soccavo che non sono quartieri "bene" e sono lontani dal competente centro di salute mentale di Chiaia-Posillipo; ma anche in questa sede non viene dato loro una casa bensì un istituto (detto s.i.r.) dove nulla è di loro proprietà, dove per l´uso di qualunque cosa occorre chiedere il permesso, dove la porta è chiusa o viene chiusa a doppia mandata al calare del sole, dove gli psicofarmaci sostituiscono la gioia di un sereno abitare insieme, dove inerzia o falsa ripetitiva riabilitazione annegano nella noia l´esistenza degli "ospiti", dove la camicia di forza è sempre in sospeso agguato per persone che solo la disinformazione collettiva (voluta) confonde con le crisi acute con pericolosità sociale o con la stramberia fastidiosa e molesta. Su tutto ciò il centro di salute mentale di Chiaia-Posillipo ha sempre espresso una dura protesta.
Al Vomero molti sono fortemente indignati perché l´asilo privato di un importante esponente politico ha sostituito il centro di salute mentale di via Morghen, forse commettendo anche abusi edilizi. La democrazia occidentale è bella ed è giusta: magari l´esponente politico avrà danno e riprovazione, forse dovrà dimettersi. Tuttavia il centro di salute mentale non è più a via Morghen, ma è stato sbattuto via al di là di Colli Aminei con soluzioni precarissime e dispersione di molti pazienti: questo rimarrà cosí.
Vi sono nei paesi occidentali, detti democratici, leggi che nessuno osa ritrattare e nessuno vuole applicare. I timidi tentativi del governo attuale di eliminare la legge 180 del 13 maggio 1978, nota come Legge Basaglia, non hanno avuto alcun successo, non perché non fosse intensamente auspicata, ma prevalentemente perché non ve ne era più bisogno. Quella legge è stata abrogata di fatto.
Essa prevedeva infatti dei mutamenti complessi delle istituzioni della cura della sofferenza detta psichica (a partire dal loro inserimento nella sanità) e delle trasformazioni radicali nella pratica di trattamento, nella cura, nella restituzione al mondo: le prime erano necessarie acché le seconde potessero realizzarsi. Ma le prime sono state realizzate in tutto il paese, le seconde no. I malati mentali non sono più prigionieri in manicomio, ma in piccoli istituti periferici; i malati mentali non sono più soggetti a essere legati come salami, sommersi di psicofarmaci ottundenti o di elettroshock in manicomio, bensì nei reparti psichiatrici ospedalieri degli psichiatri "democratici"; i malati mentali non sono più abbandonati in un territorio senza presidi di cura, bensì respinti, trattati frettolosamente, prenotati venti giorni dopo, ignorati la notte (e talora avviati al privato) dai centri di salute mentale territoriali.
Pallidi yuppies vestiti di scuro, con teste rasate e idee economico-politiche del 1830, fantasmi dell´era in cui il berlusconismo e il bassolinismo sembravano cose serie, accusano di romanticismo rivoluzionario, di retrogrado estremismo infantile, di distacco dalla realtà, tutti coloro che si battono affinché le grandi riforme italiane degli anni Settanta non siano abbandonate e tradite nella loro esigenza di essere praticate. Ma questa orgia reazionaria e lobbistica, datata anni Novanta, non si rende conto che il completo asservimento dell´area una volta progressista agli interessi economici di un ceto politico dominante e unitario ha necessariamente spostato altrove la maturazione lenta ma irreversibile e "pratica" di una coscienza antagonistica e intensamente democratica, mirata esclusivamente ai fatti: a questa coscienza e solo a questa sono legati la cura diffusa della sofferenza malamente detta mentale, il rispetto totale dei diritti dei cittadini sofferenti, la gioia di operare per il recupero di intelligenze e talenti e non per la loro definitiva soppressione.
La legge Basaglia abrogata di fatto
di Sergio Piro
In America i bambini mentalmente disturbati vengono messi in carcere, perché i genitori non hanno i soldi per curarli. A Napoli i malati mentali in fase di ritorno alla convivenza e alla vita non possono essere accolti in via Fornelli (Rampe Brancaccio), perché si tratta di un quartiere "bene"; dovranno andare perciò a Pianura o a Soccavo che non sono quartieri "bene" e sono lontani dal competente centro di salute mentale di Chiaia-Posillipo; ma anche in questa sede non viene dato loro una casa bensì un istituto (detto s.i.r.) dove nulla è di loro proprietà, dove per l´uso di qualunque cosa occorre chiedere il permesso, dove la porta è chiusa o viene chiusa a doppia mandata al calare del sole, dove gli psicofarmaci sostituiscono la gioia di un sereno abitare insieme, dove inerzia o falsa ripetitiva riabilitazione annegano nella noia l´esistenza degli "ospiti", dove la camicia di forza è sempre in sospeso agguato per persone che solo la disinformazione collettiva (voluta) confonde con le crisi acute con pericolosità sociale o con la stramberia fastidiosa e molesta. Su tutto ciò il centro di salute mentale di Chiaia-Posillipo ha sempre espresso una dura protesta.
Al Vomero molti sono fortemente indignati perché l´asilo privato di un importante esponente politico ha sostituito il centro di salute mentale di via Morghen, forse commettendo anche abusi edilizi. La democrazia occidentale è bella ed è giusta: magari l´esponente politico avrà danno e riprovazione, forse dovrà dimettersi. Tuttavia il centro di salute mentale non è più a via Morghen, ma è stato sbattuto via al di là di Colli Aminei con soluzioni precarissime e dispersione di molti pazienti: questo rimarrà cosí.
Vi sono nei paesi occidentali, detti democratici, leggi che nessuno osa ritrattare e nessuno vuole applicare. I timidi tentativi del governo attuale di eliminare la legge 180 del 13 maggio 1978, nota come Legge Basaglia, non hanno avuto alcun successo, non perché non fosse intensamente auspicata, ma prevalentemente perché non ve ne era più bisogno. Quella legge è stata abrogata di fatto.
Essa prevedeva infatti dei mutamenti complessi delle istituzioni della cura della sofferenza detta psichica (a partire dal loro inserimento nella sanità) e delle trasformazioni radicali nella pratica di trattamento, nella cura, nella restituzione al mondo: le prime erano necessarie acché le seconde potessero realizzarsi. Ma le prime sono state realizzate in tutto il paese, le seconde no. I malati mentali non sono più prigionieri in manicomio, ma in piccoli istituti periferici; i malati mentali non sono più soggetti a essere legati come salami, sommersi di psicofarmaci ottundenti o di elettroshock in manicomio, bensì nei reparti psichiatrici ospedalieri degli psichiatri "democratici"; i malati mentali non sono più abbandonati in un territorio senza presidi di cura, bensì respinti, trattati frettolosamente, prenotati venti giorni dopo, ignorati la notte (e talora avviati al privato) dai centri di salute mentale territoriali.
Pallidi yuppies vestiti di scuro, con teste rasate e idee economico-politiche del 1830, fantasmi dell´era in cui il berlusconismo e il bassolinismo sembravano cose serie, accusano di romanticismo rivoluzionario, di retrogrado estremismo infantile, di distacco dalla realtà, tutti coloro che si battono affinché le grandi riforme italiane degli anni Settanta non siano abbandonate e tradite nella loro esigenza di essere praticate. Ma questa orgia reazionaria e lobbistica, datata anni Novanta, non si rende conto che il completo asservimento dell´area una volta progressista agli interessi economici di un ceto politico dominante e unitario ha necessariamente spostato altrove la maturazione lenta ma irreversibile e "pratica" di una coscienza antagonistica e intensamente democratica, mirata esclusivamente ai fatti: a questa coscienza e solo a questa sono legati la cura diffusa della sofferenza malamente detta mentale, il rispetto totale dei diritti dei cittadini sofferenti, la gioia di operare per il recupero di intelligenze e talenti e non per la loro definitiva soppressione.
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