lunedì 20 settembre 2004

psicosomatica

Repubblica 20.9.04
È nella mente la medicina del corpo
Infarto, Parkinson, obesità: gli Usa investono sulle cure psicosomatiche
Nelle università americane studi e esperimenti per combattere le malattie senza farmaci
il placebo Fino a poco tempo fa gli esperti lo liquidavano semplicemente come un trionfo dell´autosuggestione
la meditazione Non può curare malattie gravi ma sicuramente fa in modo che molti pazienti si sentano meno oppressi
i limiti Certamente esistono, ma il vantaggio di queste cure è che non possono fare male
Washington l´anno prossimo stanzierà 16 milioni di dollari nella ricerca
L´obiettivo è anche quello di risparmiare in futuro sulle cure di tipo farmacologico
la mappatura Si incomincia a delineare la mappa dei sentieri che collegano le condizioni mentali a quelle mediche
GEOFFREY COWLEY
Herbert Benson, Julie Corliss

Immaginate di essere allergici all´olio dell´albero giapponese della lacca, così allergici che il solo contatto di una foglia sulla vostra pelle provoca un infiammato rash cutaneo. Supponete che uno scienziato, dopo avervi messo una benda sugli occhi, vi comunichi che si accinge a strofinare il vostro braccio destro con una foglia dell´albero giapponese della lacca, e il sinistro con un´innocua foglia di castagno. L´operazione ha inizio e prima ancora che il braccio destro si vada coprendo di chiazze, comincia il prurito, mentre il sinistro non dà problema alcuno. Niente di strano, vero? Almeno finché venite a sapere che è il braccio sinistro - e non il destro, come vi era stato detto - ad essere stato strofinato con la foglia dell´albero cui siete allergici. Immaginate adesso che il morbo di Parkinson abbia ridotto la vostra andatura a un barcollante passo strascicato e che la mano sinistra tremi così tanto da non poter neppure impugnare una penna. Vi rivolgete a uno studio medico nel quale vi sottopongono a un trattamento chirurgico sperimentale, dopo il quale sia la vostra andatura che la vostra presa migliorano in maniera sbalorditiva. Voi siete già pronti a gridare al miracolo, quand´ecco che scoprite che l´operazione è stata simulata: il chirurgo si è limitato a trapanarvi un piccolo foro nel cranio per poi richiuderlo.
Che i pensieri e le emozioni possano influire sulla nostra salute non è certo una novità, ma ora la relazione tra mente e corpo si sta rivelando sempre più interessante, molto più importante e complesso di quanto ciascuno di noi avrebbe potuto supporre. Analizzati con la lente del XXI secolo, l´ansia, l´alienazione e la depressione non sono soltanto stati d´animo, come del resto non sono soltanto emozioni l´amore, la serenità e l´ottimismo. Tutte queste sono condizioni psicologiche che influenzano la nostra salute tanto quanto l´obesità o la perfetta forma fisica. Il cervello, fonte di stati d´animo simili, offre un possibile accesso a innumerevoli altri tessuti e organi: dal cuore all´apparato circolatorio, dal sistema digerente a quello immunitario. La sfida consiste nel delineare la mappa dei sentieri che collegano le condizioni mentali a quelle mediche e nell´imparare a viaggiarci liberamente.
La ricerca è in pieno sviluppo: il quinquennale Integrated Neural Immune Program del governo federale degli Stati Uniti l´anno prossimo investirà 16 milioni di dollari nella ricerca psicosomatica, e le fondazioni private ne spenderanno molti altri. L´"Hip" Usa è una delle principali organizzazioni di assistenza medica che hanno già iniziato a rimborsare i costi sostenuti per le terapie psicosomatiche e "Medicare" rimborsa determinate tecniche di rilassamento praticate dagli psicologi. Gli ospedali, dal canto loro, stanno aprendo cliniche specializzate nella cura contemporanea del corpo e del cervello. Secondo un recente sondaggio del governo, quasi la metà degli americani nel 2002 ha fatto ricorso a qualche terapia psicosomatica associata.
Circa 90 anni fa Walter Cannon, psicologo di Harvard, già ipotizzava che il corpo umano, quando viene sottoposto a una minaccia reagisce con un innalzamento della pressione sanguigna, del battito cardiaco, della tensione muscolare e del ritmo della respirazione. Oggi sappiamo che questa fisiologica "reazione allo stress" coinvolge gli ormoni e alcune sostanze chimiche ad azione infiammatoria che, come sono benefiche in dosi adeguate, così si rivelano pericolosissime in "overdose", potendo scatenare sia un semplice mal di testa che l´infarto del miocardio. Oggi gli esperti ritengono che dal 60 al 90 per cento dei casi tutte le visite mediche interessino sintomi da mettere in relazione allo stress.
Dalle malattie, dunque, alle cure. L´"effetto placebo" è riconosciuto dagli anni Cinquanta, quando il dottor Henry Beecher di Harvard descrisse questo fenomeno per la prima volta. Fino a poco tempo fa, però, gran parte degli esperti lo liquidava come un trionfo dell´auto-suggestione, grazie alla quale gente che continuava ad essere malata (o che non lo era mai stata) di fatto si convinceva di stare meglio. Ora si è invece scoperto che le aspettative personali possono alterare in maniera diretta e sostanziale il decorso della malattia. Si consideri l´esempio del paziente affetto da Parkinson che si è sottoposto a una finta operazione chirurgica: i ricercatori per mezzo della Pet hanno messo a confronto il suo cervello con quello dei pazienti che avevano ricevuto un trattamento effettivo. Come previsto, l´intervento effettivo ha determinato un significativo aumento di dopamina, il neurotrasmettitore di cui è sprovvisto il comune paziente affetto da Parkinson. Anche i pazienti migliorati grazie al placebo, però, sono andati incontro a un simile aumento di dopamina.
Ma i placebo sono soltanto l´inizio: sempre più accertamenti lasciano intuire che qualsiasi tipo di esperienza emotiva tranquillizzante è in grado di migliorare la salute del nostro fisico. Presso la Duke University, i ricercatori hanno scoperto che l´osservanza dei precetti religiosi è associabile a più bassi indici di malattia e di ospedalizzazione. Negli studi condotti su pazienti maschi positivi all´Hiv, i ricercatori dell´Ucla hanno evidenziato che l´ottimismo è associato a un funzionamento più valido delle cellule immunitarie. Infine, una ricerca condotta ad Harvard indica che la "reazione di rilassamento", quella profonda sensazione di calma che ci pervade quando facciamo yoga, preghiamo o pratichiamo semplici esercizi di respirazione profonda, può aiutare a contrastare positivamente gli effetti dello stress cronico.
Possiamo dunque imparare a stare meglio? Questo il quesito fondamentale della medicina psicosomatica, la cui risposta non è un sì incondizionato. Le circostanze stressanti della vita sono talvolta inevitabili e l´eredità e il temperamento fanno sì che alcuni siano più portati allo stress di altri. Ovviamente la preghiera in sé non può sostituire la penicillina o un´adeguata alimentazione. Nonostante tutto ciò, le tecniche psicosomatiche possono migliorare la vita di chiunque. La meditazione non cura il cancro, ma alleviando la paura e mitigando gli effetti collaterali delle terapie, sicuramente fa sì che molti pazienti si sentano meno oppressi. Le malattie indotte dallo stress spesso mettono a dura prova i rimedi convenzionali e quando persistiamo ad assumere pillole hi-tech o a sottoporci a terapie sofisticate, spesso il loro costo può facilmente arrivare a superare i benefici arrecatici. Quali che siano i suoi limiti, la medicina psicosomatica ha comunque il vantaggio di non fare male.
(copiright Newsweek-la Repubblica traduzione di Anna Bissanti)

domenica 19 settembre 2004

donne nella storia
Veronica Franco (1546-1591), poetessa e cortigiana nel XVI secolo

Il Gazzettino di Venezia 19.9.04
Un’esistenza straordinaria, ebbe protettori illustri tra nobili e letterati. Era apprezzata non solo per la sua avvenenza, ma anche per le notevoli capacità artistiche
Poetessa di valore e cortigiana di professione
Espedita Grandesso

Veronica Franco sconvolse il perbenismo del XVI secolo: bella, intelligente e colta, si dava agli uomini per denaro
Quando il Tassini pubblicò una brevissima, ma ben documentata biografia di Veronica Franco, poetessa di valore e cortigiana di professione, si prese un monte di rimproveri da un altro illustre signore, che non voleva ammettere l'attività poco dicibile della poetessa.
Ancora agli inizi del XX secolo, qualcuno non si capacitava che la bella Veronica, oltre che colta e sensibile autrice di poesie, fosse stata una meretrice e s'inventava l'ipotesi peregrina che la Franco si fosse dichiarata cortigiana per un capriccio, magari per rendersi interessante agli occhi del mondo, quasi che intelligenza, cultura e bellezza non bastassero da sole a farla emergere dalla massa di appassionate delle chiacchiere vuote e dei vestiti alla moda.
Veronica nacque in una famiglia cittadinesca, ossia di quelle iscritte nell'Albo d'argento, ma non è detto che la sua famiglia possedesse anche i contanti; è probabile che i Franco che dettero i natali a Veronica abbiano conosciuto dei rovesci di fortuna, dato che il padre, la maritò "giovinetta" con un tale Paolo Panizza. La Franco ebbe anche tre fratelli, ma non sembra abbiano inciso molto sulla sua vita.
Tassini, dopo l'accenno al matrimonio di Veronica, taglia corto e afferma che "l'inesorabile destino trascinolla al libertinaggio".
Non è molto e sarebbe stato più importante sapere perché una ragazza, appena adolescente nel momento delle nozze, quindi senza alcuna esperienza, si sia data "a tamburo battente" niente meno che al libertinaggio. Viene da chiedersi: e il felice consorte, nel frattempo, dov'era? E il padre? E il resto della famiglia? Mistero.
Non chiediamoci dove fosse la madre, Paola Fracassa, perché la troviamo accanto alla figlia nella poco onorevole funzione di "pieza" (garante), pronta a intascare i due scudi per ogni prestazione di Veronica, che era davvero modesta sul prezzo, dato che Paulina Filacanevo pretendeva 30 scudi; Livia Azzalina 25 e solo Elena Rossa si accontentava di mezzo scudo, mentre altre cinque signore accettavano "quel che si vol". È vero che, tra queste, Lauretta Cavalcadora, avendo per garante suo figlio, doveva essere una "nave scuola" per esperienza, ma anche per età.
Malgrado le prese contenute, Veronica Franco, ebbe protettori illustri tra nobili e letterati, molti dei quali, evidentemente, largheggiarono in doni e denari ben oltre la modestissima tariffa che risulta dall'elenco. Veronica fu molto stimata non solo per la sua avvenenza, ma per l'intelligenza e le notevoli capacità artistiche. Ebbe anche sei figli, uno dei quali, Enea, aveva per padre un Tron e un'altro, Achille, un ricco mercante raguseo. Ebbe, però, dei nemici. Qualcuno, infatti, l'accusò presso la Santa Inquisizione di essere ricorsa a sortilegi per ritrovare due oggetti d'argento, che due suoi servitori avevano rubato. Insomma, una cosa da niente, che permise a "chi poteva" di far insabbiare il processo.
Veronica ebbe il suo momento di gloria nel 1574 quando, in un'afosa giornata di luglio, si presentò alla sua porta il giovane re di Francia Enrico III di Valois, di passaggio per Venezia e ospite del doge (o Alvise) Morosini. Al giovane re la colta e sontuosa cortigiana dedicò una raccolta di poesie e un pregevole ritratto, opera di Jacopo Tintoretto.
Col volgere dell'età Veronica Franco desiderò chiudere con il suo mestiere e mettersi in pace con Dio e con la coscienza. Pensò alle molte donne che, per mancanza di mezzi, non potevano abbandonare la prostituzione e ideò quella che sarebbe diventata l'Opera di S. Maria del Soccorso ossia una casa di ospitalità e assistenza non solo per ex prostitute, ma anche per spose maltrattate dai consorti che sarebbero state protette da quelle mura fino a che il marito fosse diventato più ragionevole (e meno manesco).
Il bel progetto della Franco fu accolto con favore da alcune nobildonne e portato a buon fine mentre Veronica era ancora in vita, cioè prima del 22 luglio 1591 in cui morì a soli 45 anni di età.

citato al Lunedì
il sogno, per certi neurologi...

Corriere della Sera 19.9.04
L’ identificazione dell’area «dei sogni» si deve a un gruppo ...

L’ identificazione dell’area «dei sogni» si deve a un gruppo di ricercatori dell’Ospedale Universitario di Zurigo, diretti dal neurologo Claudio Bassetti, che hanno studiato una paziente ipertesa di 73 anni. Lesione strategica
La donna, dopo essere stata vittima di un ictus dell'arteria occipitale, non poteva più sognare, pur riuscendo benissimo a dormire.
La lesione che bloccava i suoi sogni si era verificata nel giro linguale inferiore, una circonvoluzione cerebrale che si trova nella corteccia parieto-occipitale (dietro e lateralmente nel cranio) l'area che controlla le funzioni visive.
Non a caso, la paziente, oltre ai sogni, aveva anche perso altre funzioni correlate alla vista, come la percezione dei colori e parte del campo visivo.
Individuata l'area d'ischemia cerebrale (quella cioè dove era venuto a mancare per un certo tempo l’apporto di sangue), i medici hanno potuto risolvere con un normale trattamento farmacologico questi ultimi problemi nel giro di due giorni.
I sogni, però, a distanza di oltre un anno, non erano ancora tornati.
Fase REM
I ricercatori hanno anche monitorato la donna con un polisomnografo (uno strumento per studiare le onde cerebrali durante il sonno) per sei settimane, ma non hanno riscontrato alcuna interruzione delle fasi del suo sonno e, soprattutto, hanno verificato che era sempre presente un normale sonno REM (da Rapid Eye Movement , cioè movimenti oculari rapidi), quello associato ai sogni, che in genere insorge dopo due ore dall'addormentamento e viene definito "paradosso" perché, pur essendo il più profondo dei cinque stadi che si attraversano ogni notte, all'elettroencefalogramma presenta un’attività con frequenze miste e di basso voltaggio, che ricorda lo stadio di veglia.
Anche se alla paziente svizzera non accadeva mai, l'80 per cento dei soggetti risvegliati durante la fase REM riferisce che stava sognando e questo sonno viene da sempre associato alla produzione onirica.
Lo studio svizzero ha però messo in evidenza che le due attività cerebrali (sonno e sogno) sono controllate da due sistemi differenti.
Sistemi di controllo
«Siamo abituati ad assimilare fra loro questi due processi - puntualizza Pasquale Montagna, professore di Neurologia al Dipartimento di Scienze Neurologiche dell'Università di Bologna, uno dei maggiori studiosi italiani di sonno - ma invece si tratta di due fenomeni apparentemente diversi».
«Si potrebbe considerare il sonno REM come una sorta d'interruttore che, per così dire, "accende" il sogno», prosegue lo specialista. «Secondo accreditati studiosi, l'unica struttura cerebrale capace di sognare non può che essere la corteccia prefrontale. Tuttavia, è noto che l'interruttore del sonno REM si trova nel tronco encefalico, a livello del ponte dorso-laterale (si veda il disegno). E lo studio svizzero mi sembra importante più per quanto ci dice sul sonno REM che non sul sognare, che, adesso, diventano due processi differenti (ma non indipendenti), dove il sonno REM "contiene" e "permette", per così dire, il sogno come processo mentale».
Amnesie oniriche
Già prima di questa ricerca diversi dati clinici indicavano come le lesioni che maggiormente disturbano la produzione dei sogni sono quelle che si verificano nelle aree posteriori del cervello, le parieto-occipitali.
«Ma rimane una domanda da farsi: questi pazienti perdono la capacità di sognare o di ricordare i sogni?» incalza il professor Montagna. «Non è la prima volta che si affronta questo problema».
Due circuiti
«Alla luce dei risultati del gruppo di Zurigo si potrebbe comunque ipotizzare che i sogni abbiano due registi: i circuiti della corteccia prefrontale dove risiedono facoltà intellettive superiori connesse, ad esempio, alla rievocazione dei ricordi, i quali organizzano e regolano l'attività onirica generata un po' disordinatamente dai circuiti della corteccia posteriore che, per la sua specifica funzione, impartisce alle immagini oniriche una connotazione prevalentemente visiva» conclude Montagna.
A ogni buon conto dopo un anno la paziente della Svizzera tedesca ha ricominciato a sognare, ma con non più di un sogno alla settimana (prima la signora sognava, in media, almeno tre-quattro volte alla settimana).
I suoi sogni, comunque, non sono più stati vividi e intensi come prima, un po' come se adesso guardasse la pellicola sbiadita di un vecchio film in bianco e nero….

Il Messaggero 19.9.04
«Freud smentito, si può vivere anche senza sogni»
Scoperta di un gruppo di neurologi: lo stop dell’attività onirica non altera l’equilibrio della mente
di GIOVANNI SCAFURO

ROMA - Dottore, mi scusi: «La vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere?». Ride, divertito, Claudio Bassetti, neurologo dell'ospedale universitario di Zurigo in Svizzera. Forse non conosce Gigi Marzullo, ma coglie ugualmente l'ironia della domanda. Eh, sì perché il sogno è l'elemento portante di una sua recente pubblicazione su Annals of Neurology. Il Sognare, ritenuto, dalla psicanalisi freudiana, elemento fondamentale per liberare le sensibilità represse dell'individuo, sembra non essere così essenziale per garantire l'ottimale equilibrio delle funzioni mentali. Detto in altri termini: si può vivere anche senza sogni. «Insieme al professor Bishop e ad altri - spiega Bassetti - abbiamo studiato il caso di una paziente settantatreenne che, dopo un incidente, aveva subito un improvvisa interruzione del flusso sanguigno nel lobo occipitale del cervello. Tra le varie cose, ne è emersa una che ci ha davvero sorpresi». Per i ricercatori, la cosa più sorprendente è stata quella di constatare che la paziente mantenesse intatte le proprie capacità funzionali mentali, nonostante non registrasse più attività di sogno da oltre un anno! «E' vero - prosegue il neurologo - che inizialmente la signora aveva avuto sia problemi visivi che di deambulazione da un lato. Eppure il sintomo più netto è stata la scomparsa, qualche giorno dopo, dei sogni nel paziente». La signora riferiva di sognare almeno 3 volte a settimana; dopo l'incidente, invece: niente!
Il team guidato da Bassetti ha controllato le onde cerebrali della donna durante il sonno per oltre 6 settimane. Il paziente non ha segnalato di aver mai sognato neanche durante la fase del sonno (Rem), normalmente associata con il sognare, in cui si muove l'occhio più rapidamente. Eppure, con sorpresa dei ricercatori, il paziente mostrava un modello di sonno perfettamente normale. Questo indica - secondo Bassetti - che la fase Rem e il sognare non vanno sempre di pari passo. «La parte del cervello danneggiata - afferma il professor Jim Horne dell'università di Loughborough, nel Regno Unito - il lobo occipitale svolge, probabilmente, un ruolo importante nel sognare. Riteniamo, però, che siano altre zone neurali differenti, il tronco cerebrale ed la zona mediana del cervello, quelle che controllano il sonno Rem». Lo studio, inoltre, dà ulteriori speranze a quei pazienti che smettono di sognare e di avere la fase Rem dopo lunghe assunzioni di farmaci antidepressivi. «Questa gente non è pazza», dice Horne. «E' completamente normale e non ha problemi di memoria». Cosa significa professore: gli esseri umani possono vivere senza sogni? «Non penso che abbiano uno scopo reale, piuttosto ritengo che i sogni sono il ”cinema della mente”. Contribuiscono a mantenere il cervello in allenamento mentre siamo addormentati». Bassetti, tuttavia, è attento a non generalizzare per banalizzare il tema. «Comprendere come i sogni sono generati e che scopo potrebbero avere, sono domande completamente in sospeso a tuttoggi», conclude Bassetti.

FestivalFilosofia di Modena
folle, metafisica e gastronomia

La Stampa 19.9.04
AL «FESTIVAL FILOSOFIA» STUDENTI E INSEGNANTI, IMPIEGATI E CASALINGHE. E AL BAR SI BEVE «LA CICUTA DI SOCRATE»
Modena, la carica di quelli che sanno di non sapere
di Franco Giubilei
Monica Perosino

MODENA. SECONDO giorno del FestivalFilosofia, in piazza Grande Salvatore Natoli parla del divino nel mondo: a migliaia stanno ad ascoltare con un’attenzione che non diresti mai, in tempi in cui il pubblico è apparentemente anestetizzato dalla dittatura televisiva. Eppure eccoli, da tutta Italia sono arrivati studenti, insegnanti, ma anche casalinghe e impiegati decisi a interrogarsi sulle grandi questioni dell’esistenza. «Cerco conferme sul senso della vita, ma in realtà la filosofia serve anche per sognare», dice Federica, che ha 31 anni, è un’educatrice e in questi tre giorni non si è persa un incontro della rassegna modenese. Al festival si viene per imparare a farsi domande anche quando si è arrivati a 70 anni, come Valeria, pensionata con una passione per Ermanno Bencivenga: «Nella vita si muore solo quando non ci si chiede più nulla», sottolinea.
Intanto nelle strade del centro il marketing filosofico è in piena attività: sui banchetti allestiti nelle piazze e nella Biblioteca Civica le mille t-shirt con le frasi celebri dei filosofi sono già esaurite. La più venduta è quella firmata Socrate, «So di non sapere», insieme con quella di Seneca «Ars longa, vita brevis». Oltre agli incontri riscuotono successo anche le iniziative collaterali, come le «Panchine narranti»: nella deliziosa piazza Pomposa artisti, imprenditori, chef, musicisti e persino un principe marocchino raccontano le loro storie ai passanti. Fra i protagonisti il soprano Raina Kabaiwanska, il cuoco Massimo Bottura, il sommergibilista della seconda guerra mondiale Giuseppe Fornasiero e Franco Ceccarelli, ex cantante dell’Equipe 84. Nel frattempo, dalla Stazione Centrale di Modena partono i «Treni col filosofo» diretti a Carpi e Sassuolo, le altre sedi del festival: a bordo i passeggeri hanno chiacchierato con Remo Bodei, Ermanno Bencivenga, Paolo Virno e Luciano De Crescenzo. Oggi toccherà a Umberto Galimberti e a Gianni Vattimo.
Filosofia sui treni, sulle panchine, nelle piazze. Lella Bruzzi, di ritorno dal mercato, ferma la bicicletta di fronte al palco da cui parla Natoli: «Ho sentito casualmente che si affrontava il rapporto fra mondo e Dio, sono rimasta perché di questi argomenti si parla di rado. L’unico problema del festival è che non si riescono a seguire tutti gli appuntamenti, sono troppi...». La filosofia in questi giorni si ascolta, si mangia e si beve: i ristoranti offrono i menù studiati da Tullio Gregory, e in un bar si sono persino inventati i cocktail filosofici. «La cicuta di Socrate» è un amaro con vodka, il «tetrafarmaco» invece è il drink dedicato a Epicuro: quattro ingredienti assicurano che il piacere è a portata di tutti, si legge sulla carta.
Non tutti gli spettatori però sono animati dallo stesso pathos: se per Mara, bergamasca cinquantenne, «questa è l’occasione per riprendere il filo interrotto a scuola: è bellissimo, ascolto e capisco tutto», Francesco preferisce godersi il sole sdraiato sull’acciottolato del Duomo con i compagni di classe. Marco, 16 anni, segue l’intervento di Mario Vegetti su «Cosmo e caos nel Timeo di Platone» e commenta stremato: «Ho tutti i neuroni che scoppiano come popcorn». Anche la quarta edizione del festival – quest’anno dedicata al mondo, dopo la bellezza, la felicità e la vita - mostra che di filosofia c’è ancora bisogno: «Ha sviluppato in me un grande senso critico – spiega Linda, 19 anni, studentessa. – Ero venuta l’anno scorso con la scuola e quest’anno sono tornata». Pietro, 23 anni, aggiunge: «È fondamentale sapere di non sapere e continuare a farsi domande».

Repubblica edizione di Bologna 19.9.04
A Modena ultimo giorno d'un festival basato su un'anima multipla: a lezioni, mostre e dibattiti s'affiancano passatempi
Socrate e gnocco fritto è la sagra degli aforismi
La filosofia servita con cibi e gadget
Chiudono la kermesse Friedman e Maffesoli, Greenaway e Viroli, Galimberti e Vattimo
Il popolare e l´elitario, il serio e il faceto si rincorrono nel "pensatoio" emiliano
ANNA TONELLI

MODENA - Nel chiostro della Biblioteca Delfini vanno a ruba le magliette rosse con gli aforismi di Socrate («So di non sapere») ed Eraclito («Tutto scorre»). In piazza Grande ci si fa incantare dalle parole di Marc Augè, che parla di un mondo migliore tra solitudine e solidarietà. All´Antica Trattoria Cervetta o alla Cucina del Museo si servono tigelle e gnocco fritto con lardo e prosciutto locale.
Tra il serio e il faceto, tra il popolare e l´elitario, il festival di filosofia entra nel suo ultimo giorno di programmazione. Complice un sole estivo, le piazze e i luoghi all´aperto del «pensatoio» emiliano sono affollati dal piccolo esercito di curiosi che cerca stimoli intellettuali - e non - da un universo filosofico declinato nelle sue cento variabili. Chi giunge a Modena (o a Carpi o a Sassuolo) lo fa per ascoltare i bei nomi dell´intellighentia nazionale o straniera, ma pure per visitare le mostre, acquistare qualche libello antico (molto gettonate le operine sull´esistenzialismo), giocare sui test filosofici on line, bere un tè giapponese ascoltando il racconto di un girovago, stupirsi davanti alle mappe e alle carte del passato, portare i bambini a vedere animazioni di un viaggio intorno all´Africa. E, perché no, sedersi a tavola in uno dei trentadue bar-ristoranti-trattorie convenzionati per sperimentare il menù filosofico di Tullio Gregory, che mette a disposizione sei liste ispirate ai sapori del mondo («la terra», «l´aria», «il fuoco», «uno e molteplice», «nature umide», «nulla si distrugge»).
Il vero successo del festival di filosofia - anche quest´anno rinnovato - è dovuto proprio all´anima «multipla» di una kermesse che non si limita soltanto alle lezioni magistrali, ma azzarda anche nuove sperimentazioni come i viaggi filosofici in treno, le panchine riservate alle riflessioni in libertà, gli educational per i bambini. Insieme alla cornice di mostre, spettacoli, concerti, recital e reading, cinema e giochi. Senza però cedere alla facile tentazione di cadere nel clima da sagra paesana.
Le ultime carte del festival vengono riservate oggi alle riflessioni intorno al cosmo, inteso in senso geografico e spaziale, in compagnia di studiosi della globalizzazione e dei confini. Sarà interessante mettere a confronto i paradossi del mondo globalizzato raccontati da Jonathan Friedman (11.30, piazza Grande) con le rappresentazioni dello spazio al cinema tratteggiate dal regista Peter Greenaway (piazza Grande, 17); o ancora riflettere sull´orientalizzazione del mondo con Michel Maffesoli (Carpi, piazzale Re Astolfo, 11.30) o sull´estremo tecnicismo con Umberto Galimberti (Carpi, piazza Martiri, 15); e infine interrogarsi sul patriottismo con Maurizio Viroli (Sassuolo, piazzale della Rosa, 11.30), per concludere con le speranze più o meno deluse di Gianni Vattimo che parlerà della possibilità/necessità di aprirsi al mondo (piazzale della Rosa, 17.30).
Di confine in confine, alla ricerca della propria identità, è necessario fermarsi davanti all´Atlante di Luigi Ghirri che, alla Galleria Civica di Modena, mette in mostra le fotografie di un atlante geografico che, attraverso inquadrature artistiche, restituisce immagini capaci di far viaggiare lo sguardo del visitatore al di là di tutti i confini. Un altro atlante da ammirare è quello di Gianni Valbonesi che, alla biblioteca Poletti, riunisce 50 mappe e carte geografiche tra il ?700 e l´800, in grado di ridisegnare fantasticamente il mondo.
Usciti dai luoghi chiusi, è d´obbligo alzare lo sguardo per farsi sorvegliare dall´installazione sospesa «Il cielo sopra», realizzata dagli studenti dell´Istituto d´arte Venturi. Anche questa è filosofia, la ricerca del perché, del chi c´è sopra di noi.

Cina

Repubblica 19.9.04
IL PERSONAGGIO
Lascia tutti i poteri a Hu Jintao
L'addio di Jiang da Tienanmen al capitalismo
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI

PECHINO. È UNO dei "boia di Tienanmen", responsabile del massacro di centinaia di studenti nel giugno 1989 a Pechino. Ma è anche un uomo di mondo, cosmopolita e innamorato dell´America, non perde occasione per parlare inglese, cita a memoria Mark Twain, ha cantato "Love Me Tender" di Elvis Presley a un pranzo con Bush e ha trascinato in un giro di valzer un´esterrefatta Condoleezza Rice. Questo è Jiang Zemin, 78 anni, che si appresta a cedere anche l´ultimo incarico di potere, cioè la guida delle forze armate che gli consentiva di condizionare il nuovo presidente Hu Jintao.
Jiang Zemin, alla pari del suo padrino politico Deng Xiaoping, passerà alla storia come un personaggio dalle contraddizioni estreme. Se per dodici anni è stato il massimo leader della Cina in uno dei periodi più fortunati per questa nazione, lo deve al peccato originale di un golpe istituzionale. Di fronte al movimento studentesco dell´89 Deng esautorò di fatto gli organi del partito e del parlamento, fece imprigionare il leader riformista Zhao Ziyang (tuttora agli arresti domiciliari), promosse Jiang alla guida del partito e gli diede carta bianca per soffocare nel sangue le aspirazioni democratiche. Lo stesso Jiang però è il leader dei favolosi anni ?90, in cui la Cina è diventata campione mondiale della crescita economica e delle esportazioni, ha superato il Pil di Francia Inghilterra e Italia, ha diffuso un benessere di massa e una modernizzazione senza precedenti storici per un paese di queste dimensioni. Ai suoi successori Jiang ha consegnato una Cina afflitta da diseguaglianze crescenti (la distanza tra ricchi e poveri è ormai superiore all´India), da gravi problemi ambientali, con una libertà di espressione ancora limitata e sistematiche offese ai diritti umani delle minoranze. Ma è anche la Cina che nella produzione di scienziati e ricercatori ha superato l´Europa e si colloca dietro gli Stati Uniti. È una nazione entrata nel terzo millennio convinta che tutto le è possibile, carica di un orgoglio e di un ottimismo che non hanno eguali nel resto del mondo. A Washington da tempo si considera questa Cina come l´altra superpotenza globale del terzo millennio, l´unica possibile rivale dell´America.
Tecnocrate formato nell´Unione sovietica, ex direttore di una fabbrica di auto, legato ai clan politico-economici di Shanghai, Jiang non ha né il carisma né lo spessore strategico di Deng Xiaoping. Ne è stato però un emulo intelligente ed efficace. Con le sue riforme ha dato un altro colpo d´acceleratore all´economia di mercato. Sotto la sua leadership si è diffusa la proprietà privata a tutti i livelli: dalle abitazioni individuali alle grandi imprese. Ha aperto la Cina con una velocità sorprendente alle multinazionali straniere, tanto che oggi questo paese è più aperto e internazionale del Giappone. Ha guidato Pechino verso l´accesso alla World Trade Organization, sanzione istituzionale per l´ingresso di 1,3 miliardi di persone nella sfida dell´economia globale. Ha aperto le frontiere liberalizzando i viaggi all´estero, tanto che oggi ci sono nel mondo più turisti cinesi che giapponesi (21 milioni all´anno). In economia Jiang è talmente "occidentale" che di recente ha accusato il suo successore Hu di non essere abbastanza liberista: per frenare il surriscaldamento della crescita l´attuale governo ha ordinato alle banche di ridurre il credito; un errore, secondo Jiang, che avrebbe preferito l´uso di strumenti di mercato come l´aumento dei tassi.
In politica il bilancio è controverso. Jiang ha consentito per la prima volta nella storia l´iscrizione al partito comunista degli imprenditori privati... come suo figlio, businessman al vertice di varie aziende tra cui il colosso elettronico Grace Semiconductors. La New Left cinese, rappresentata da intellettuali come Wang Hui, sostiene che quella decisione ha sancito la nuova natura del partito comunista, «ormai più vicino agli interessi dei capitalisti che dei lavoratori».
Nelle relazioni internazionali Jiang è considerato un falco, custode dell´intransigenza sulla questione di Taiwan. In realtà seppe ricucire i rapporti con l´Occidente dopo l´isolamento dell´89. Poi gestì con moderazione esemplare due crisi che potevano diventare gravi: il bombardamento Nato dell´ambasciata cinese a Belgrado nel 1999, e l´aereo-spia americano intercettato sui cieli cinesi nell´aprile 2001.
Ma sul suo bilancio politico ciò che pesa di più è proprio l´eredità di Tienanmen. Nella scelta di schiacciare le manifestazioni popolari - contro il parere di un´ala liberal del partito che voleva avviare la Cina verso un´evoluzione simile all´Europa dell´Est - c´è la visione comune a Deng e Jiang secondo cui «la democrazia occidentale non è adatta alla Cina». E´ una interpretazione del confucianesimo che giustifica la presunta vocazione paternalista della società cinese. Via via che la parola comunismo perde significato in un paese ormai più capitalista di noi - in fatto di pensioni e sanità la Cina assomiglia più all´America che all´Italia o alla Germania - il modello ideale di Jiang diventa l´autoritarismo di destra di Singapore. (Secondo il sinologo Bruce Gilley, la Cina di oggi assomiglia più alla Spagna verso la fine del franchismo, che non a un paese socialista). In realtà i cinesi non sono allergici alla democrazia. Lo hanno dimostrato nel passato: nel 1911 con Sun Yat Sen, nel 1949 nella breve fase moderata e pluralista del maoismo. Lo dimostrano oggi a Hong Kong e Taiwan... o nelle elezioni americane, a cui partecipano gli abitanti delle varie Chinatown di New York, San Francisco e Los Angeles.
Il modo in cui avvengono le dimissioni di Jiang segna un progresso per il sistema politico cinese. Il passaggio delle consegne dalla sua generazione a quella dei tecnocrati sessantenni Hu e Wen è il primo ricambio ordinato, senza spargimenti di sangue o arresti. Dai tempi di Mao fino a Tienanmen, le battaglie di successione avvenivano in maniera cruenta e destabilizzante per l´intera società, con incidenti aerei che facevano sparire l´erede al trono o guerre civili come la Rivoluzione culturale dal 1966 al 1976. È un merito postumo di Deng Xiaoping, che designò sia Jiang sia Hu, l´aver organizzato per due generazioni un metodo più civile. Tuttavia questa classe dirigente ha sepolto il suo passato nell´oblio: accusa il Giappone di non aver mai chiesto scusa per le vittime cinesi della seconda guerra mondiale, ma essa stessa si rifiuta di creare un museo sulle vittime della Rivoluzione culturale (proposto da molti intellettuali); né i manuali scolastici raccontano la verità sui 40 milioni di morti di fame per le scelte dissennate di Mao Zedong nel "grande balzo in avanti" del 1958-59.
Alla vigilia del Plenum il presidente Hu ha ribadito che il pluralismo democratico in stile occidentale sarebbe «un vicolo cieco» per la Cina. Per i più ottimisti quella professione di continuità con Jiang Zemin è un atto dovuto. Occorreva agevolare le dimissioni dell´anziano leader e non insospettirlo con strappi politici improvvisi. In almeno una occasione Hu e Wen hanno creato invece l´attesa di un cambiamento vero: nella crisi della Sars all´inizio del 2003 questo governo rinunciò d´un tratto alla censura delle notizie. Dopo mesi di opacità, di colpo il presidente e il primo ministro si fecero vedere negli ospedali in mezzo ai malati e adottarono una trasparenza dell´informazione mai vista prima. In questo Plenum del Comitato centrale, Hu ha fatto circolare un´indagine socio-culturale sui quadri del partito comunista che ne denuncia l´inadeguatezza, li definisce «incapaci di governare situazioni complesse». La lotta alla corruzione interna figura al primo posto nell´agenda ufficiale dei lavori. Il Quotidiano della gioventù comunista descrive una «emergenza sociale», parla di «una perdita di credibilità del partito tra la gente, che può sfociare nell´instabilità». Nell´ultimo decennio abbiamo imparato, anche a nostre spese, quanto la Cina è capace di trasformare la propria economia. Nel dopo-Jiang Zemin, il cambiamento potrebbe non essere più limitato all´industria, alla tecnologia e ai consumi.

buon compleanno, Vittorio!

Repubblica 19.9.04
IL PERSONAGGIO
Per i 94 anni di Vittorio Foa gli auguri del capo dello Stato

ROMA - Auguri delle massime cariche istituzionali e politiche a Vittorio Foa per i suoi 94 anni. «Il rigore morale e l´impegno civile a cui hai ispirato la tua vita», gli scrive fra l´altro il presidente Ciampi, «rafforzano nelle giovani generazioni i valori fondamentali di giustizia, di libertà e di solidarietà, patrimonio e risorsa della nostra democrazia». «Su questi valori», aggiunge Walter Veltroni, «si fonda il sentimento di unità nazionale, di pace, di apertura e di solidarietà». Antonio Bassolino ricorda la «vivacità» e la «rettitudine» del grande vecchio della sinistra italiana.

sabato 18 settembre 2004

sul pensiero dei nativi americani

Repubblica 18.9.04
UN INEDITO DI ABY WARBURG SUGLI INDIANI DEI PUEBLO
Il pensiero magico che rispetta la natura
ABY WARBURG

Presso gli Indiani ho osservato due processi paralleli che mostrano in modo evidente la lotta dell´uomo con la natura. Anzitutto la volontà di assoggettare magicamente la natura, attraverso una trasformazione in animali. Inoltre, la capacità di comprendere la natura in una astrazione evidente, in quanto l´aspetto architettonico viene concepito come una totalità oggettivamente coerente e tettonicamente determinata.
Riguardo alla psicologia concernente la volontà di mutarsi in animali, Frank Hamilton Cushing, il pioniere e veterano della battaglia per il discernimento dell´anima indiana, mi ha aperto delle prospettive nuove che mi hanno personalmente entusiasmato ancora prima che iniziassi il mio viaggio. Quest´uomo dalla faccia butterata e dai radi capelli rossi, di età indefinibile, mentre fumava una sigaretta mi raccontò che un giorno un indiano gli aveva chiesto: «Perché l´uomo dovrebbe collocarsi al di sopra degli animali? Guarda l´antilope, essa non è altro che la sua velocità e corre talmente meglio dell´uomo; oppure, osserva l´orso, esso è pura forza. Gli uomini sono soltanto capaci di fare qualche cosa, mentre l´animale è invece capace di esprimere ciò che è, in modo totale».
Per l´uomo primitivo gli animali sono un simbolo magico compiuto di fronte al quale i tentativi degli esseri umani sembrano frammentari ed insufficienti.
All´europeo, degenerato dal suo razionalismo, la cultura primitiva degli Indiani Pueblo si rivela un ausilio doloroso e scomodo, al quale l´uomo europeo non ricorre volentieri. Essa distruggerebbe infatti radicalmente la sua credenza in un idilliaco ed accogliente paese fiabesco come una comune patria originaria prima del peccato originale dell´Illuminismo. Lo sfondo fiabesco nel gioco e nell´arte degli Indiani è il sintomo e la dimostrazione d´un disperato tentativo di creare un ordine nel caos; non è un modo sorridente e comodo di lasciarsi trascinare dal flusso delle cose.
Una bestia favolosa, apparentemente il prodotto più tangibile della fantasia ludica, è allo status nascendi un abstractum elaborato in modo molto arduo. Si tratta di determinare l´estensione di fenomeni che, per il loro carattere elusivo e fluttuante, sono altrimenti inconcepibili. Ne è esempio la danza del serpente di Oraibi.
La regione è un arido deserto. La pioggia non cade che d´agosto, accompagnata da forti temporali. Se essa non giunge, allora tutto il duro lavoro agricolo e la faticosa coltivazione delle piante di un intero anno (mais e pesche) finiscono per risultare vani. Se invece il fulmine appare, allora per un anno la fame è bandita.
La forma serpentina del fulmine, il suo enigmatico movimento, senza ben definito inizio, né fine, la sua pericolosità, lo accomuna al serpente che si caratterizza per un massimo di movimento ed un minimo di superficie d´attacco. Se si tiene in mano il tipo più pericoloso, cioè il serpente a sonagli, come fanno effettivamente gli Indiani, e lo si lascia mordere senza poi ucciderlo, anzi lo si riporta nel deserto, significa che la forza umana ha cercato di comprendere manipolando ciò che sfugge alle tecniche di manipolazione.
La categoria primitiva della forma del pensiero causale è rappresentata dalla filiazione. Essa ci mostra l´enigma di una evidente connessione materiale legata al trauma incomprensibile della separazione delle creature l´una dall´altra. Lo spazio del pensiero astratto tra soggetto ed oggetto ha origine nell´esperienza del taglio del cordone ombelicale.
Il "selvaggio" perplesso di fronte alla natura è come un orfano privo della protezione paterna. Il suo coraggio di sviluppare la causalità si manifesta nella scelta di un animale-padre con il quale stabilisce una affinità elettiva, un animale-padre che gli trasmette quelle capacità di cui egli ha bisogno nella lotta contro la natura, qualità che rispetto all´animale egli individua in se stesso solo in modo debole e disperso. Questo è il fondamento originario del totemismo.
Così, il serpente così tanto temuto cessa di essere terribile se lo si adotta come genitore. A questo proposito bisogna ricordare che nelle comunità dei Pueblo vige il diritto materno. I Pueblo cercano cioè la causa dell´esistenza nell´inconfutabile mater certa. La rappresentazione della causa - e in ciò consiste la conquista scientifica dei cosiddetti selvaggi - è oscillante tra l´uomo e l´animale, e la forma più estrema di tale mutazione si trova appunto nella danza: attraverso la propria musica e - come nella danza del serpente a sonagli - addirittura grazie all´appropriazione dello stesso essere vivente.
Nell´aprile 1896, nella seconda parte del mio viaggio attraverso la regione degli Indiani Pueblo, impiegai due giorni di viaggio in carrozza da Hollbrook per raggiungere la fattoria di Mr. Keam, l´Indian-Trader per gli Indiani Moki, i cui villaggi sono collocati ad est, su tre piattaforme rocciose parallele. L´insediamento situato più a est si chiama Oraibi. Qui, ai piedi della roccia, si era stabilito un missionario, il Signor Voth, la cui moglie, di origine sveva, mi accolse con grande gentilezza. Nel corso della sua pluriennale frequentazione degli Indiani, Voth era riuscito a guadagnare la loro fiducia, anche a scapito della sua vocazione di missionario.
Voth studiava gli Indiani, comprava i loro prodotti ed esercitava un florido commercio con questi oggetti. E dato che questa popolazione aveva in lui una straordinaria fiducia, Voth aveva la possibilità di fotografare le loro danze, fatto questo che i Moki non permettono perché hanno paura che la loro immagine possa essere duplicata. Così mi fu possibile vedere e fotografare, assieme a lui, una danza Humiskachina, una danza cioè per far germogliare il mais. Si trattava di una danza di maschere ove i partecipanti si suddividevano in due gruppi. Il primo, composto da uomini vestiti da donna, era inginocchiato e faceva musica. Di fronte a loro erano allineati i danzatori veri e propri, il cui movimento, un lento girare attorno a se stessi, era accompagnato da un canto monotono e dal crepitio continuo di sonagli e di raganelle di legno. Questo gruppo di uomini, allineato su due file, era orientato verso un piccolo tempio di pietra davanti al quale era stato piantato nel suolo un piccolo albero ornato di penne, dette nakwakoci. Come mi era stato spiegato, una volta compiuto il rituale della danza le penne venivano portate a valle. Se ne possono trovare fissate anche sui baho - propiziatori di preghiera - costituiti da bastoncini di legno.
Durante la danza un indiano senza maschera, con capelli lunghi e completamente vestito, circonda i danzatori cospargendoli di farina.
La maschera è costituita da un rettangolo diviso da una diagonale che forma due triangoli di colore rosso e verde. Lungo la diagonale corrono dei puntini che dovrebbero rappresentare la pioggia. Alla sommità di entrambi i lati spuntano delle punte di legno intagliate a forma di zig-zag, che probabilmente rappresentano il fulmine.
La danza, organizzata in diversi gruppi, dura dalla mattina alla sera. Quando i danzatori accaldati si vogliono togliere la maschera bollente per riposarsi, si ritirano brevemente su uno spuntone di roccia fuori dal villaggio. La danza prosegue fino a notte inoltrata.
Gli Indiani che prendono parte alla danza mascherata Catcina, non rappresentano le divinità, e non sono solo dei sacerdoti. In quanto intermediari demoniaci tra il popolo e le potenze celesti, essi possiedono un potere magico solo quando portano le maschere.
Il loro compito consiste nell´invocare con la danza e la preghiera la pioggia fecondatrice. Nelle aride steppe dell´Arizona e del Nuovo Messico, l´indiano, attraverso le sue preghiere più fervide, evoca il temporale, poiché, se non piove nel mese di agosto - l´unico periodo in cui può giungere la pioggia - il mais non riesce a maturare, e lo spirito maligno della fame si avvicina, portando con sé preoccupazioni e sofferenza nei lungi e duri mesi invernali.

aumentano ancora gli omicidi in famiglia

Repubblica 18.9.04
Rapporto 2004, escalation di mafia

Omicidi in aumento tra le mura di casa

ROMA - In Italia aumentano gli omicidi familiari e raddoppiano quelli legati alla mafia e alla criminalità organizzata. È il dato più significativo del "Rapporto 2004 sull´omicidio volontario in Italia" presentato ieri a Roma dall´Eures, il centro ricerche economiche e sociali. In un anno i delitti in generale sono aumentati del 9,7 per cento, passando dai 600 casi del 2002 ai 658 del 2003. Di questi, quasi la metà, il 45,7 per cento, sono stati compiuti fra le mura domestiche, soprattutto al Nord (la Lombardia è prima nella classifica regionale). Nel 68% dei casi le vittime sono donne, mentre gli assassini sono prevalentemente uomini (82 per cento del totale). Il movente principale è quello passionale (27 per cento dei casi). Anche i regolamenti mafiosi fanno registrare un forte aumento: più 83 per cento rispetto al 2002.

venerdì 17 settembre 2004

linguaggio

La Stampa 17.9.04
Un gruppo di bimbi sordi inventa un nuovo linguaggio
Ricerca degli psicologi della Columbia University

Alunni non udenti di una scuola di Managua (Nicaragua) comunicano con un linguaggio gestuale completamente inventato da loro e sviluppato con sorprendente rapidità negli ultimi 25 anni: è la sorprendente vicenda raccontata questa settimana sulla rivista «Science», che ha come protagonista una comunità scolastica nata negli Anni 70. Il team di Ann Senghas, del Department of Psychology Barnard College della Columbia University, ha scoperto che il modo di comunicare ha caratteristiche comuni a tutte le lingue del mondo: questa sarebbe la prova vivente del fatto che l’uomo nasce con capacità tali da determinare la forma che il linguaggio può assumere. Le caratteristiche di base della lingua emergerebbero in modo innato: non c'è bisogno che i genitori si preoccupino insegnare ai propri figli a parlare, la sola cosa di cui hanno bisogno è la naturale interazione sociale.

IV Festivalfilosofia
...dal 2000

Corriere della Sera 17.9.04
I filosofi tornano a invadere le strade di Modena, Carpi e ...

I filosofi tornano a invadere le strade di Modena, Carpi e Sassuolo. Si apre oggi il IV Festival della filosofia, dedicato quest’anno al tema «il mondo». In tre giorni - la manifestazione si concluderà domenica 19 - sono previsti oltre 150 incontri, 40 lezioni magistrali e dibattiti, 16 mostre. Agli appuntamenti in piazza o alle «conversazioni da panchina» con gente comune e appassionati, alcuni studiosi di fama mondiale: dall’antropologo Marc Augé all’africanista Jean-Loup Arselle, dal regista Peter Greenaway a Jonathan Friedman. Numerosi anche gli interventi dei pensatori italiani come Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Remo Bodei e Gianni Vattimo. La manifestazione, che nel 2003 ha fatto registrare 75mila presenze, è diventata «un momento d’identità per le nostre città, grazie alla sua impronta molto originale, un momento vissuto collettivamente» - ha sottolineato Giorgio Pighi, sindaco di Modena.

La Stampa 17.9.04
INCONTRI, IDEE, SPETTACOLI: SI APRE IL FESTIVAL DI FILOSOFIA
Da che mondo non è più mondo
In Occidente ha vinto l’arroganza del realismo
ma possiamo ritrovare la libertà di sogni e utopie
Ermanno Bencivenga

CHE cosa si dice quando si dice «mondo»? Quando, per esempio, uomini e donne «di mondo» spiegano come va il mondo e come si sta al mondo; quando chi non è al passo con la loro concezione «realistica» dei fatti è accusato di colpevole ignoranza e di infantile idealismo; quando per confutare «favole» e «sogni» si evoca l'immagine rigorosa e impietosa della «scienza»?
Sullo sfondo di queste arroganti dichiarazioni ci sono quattro presupposti filosofici (di stampo realista) che hanno dominato il campo per l'intero corso della civiltà occidentale, violando e tacitando ogni voce alternativa. Primo, tutto ciò che esiste ha una struttura e proprietà definite, è quel che è e non un'altra cosa, e rispecchiarne fedelmente proprietà e struttura è il compito della conoscenza. Secondo, il mondo è unico, è un universo. Quando parliamo di altri mondi possibili, parliamo di ipotesi, finzioni o idee nella mente di Dio; poi sarà meglio tornare con i piedi per terra e fare i conti con la sola vera realtà. Terzo, il mondo è regolato da leggi deterministiche, che sanciscono l'inflessibile procedere degli eventi e consentono a chi ne è al corrente di prevedere con assoluta certezza il futuro. Quarto, il mondo ha una natura materiale e chi non le mostra sufficiente rispetto si farà male, perché la materia è dura e impenetrabile e se ci sbatti contro ti provoca lividi e ferite.
I presupposti del realismo hanno avuto profonde conseguenze politiche: di quella politica dell'esperienza e della comunicazione di cui gli stanchi riti della politica istituzionale non sono che risapute, volgari drammatizzazioni. Una volta installatisi nell'immaginario popolare, essi hanno chiuso il discorso sul mondo, riducendolo a un ambiente inerte ed estraneo, sordo ai nostri richiami, inaccessibile al dialogo, sensibile solo all'esercizio brutale del potere. In tale ambiente, la nostra stessa umanità è stata costretta a una condizione sempre più precaria e arrischiata: anche noi siamo parte del mondo, quindi in un mondo di oggetti privi di vita anche noi facciamo fatica a non diventare entità inanimate, a difendere la credibilità di un nostro presunto stato eccezionale. Non solo rocce e fiumi sono manipolabili a piacere, ma lo sono in misura crescente anche le cellule vegetali e animali, i nostri organi di percezione, le nostre preferenze e le nostre emozioni, i nostri vizi e le nostre virtù. Presto non sapremo più distinguerci da un robot ben congegnato.
La versione più recente del realismo ha avuto origine non più di quattro secoli fa. Negli anni '80 del Cinquecento Giordano Bruno stava ancora elaborando l'ultima grande cosmologia animista, in cui culminava un periodo (quello rinascimentale) che aveva visto un ribollire di proposte audaci e fantasiose, attacchi furibondi a ogni autorità, il crollo delle vecchie categorie e il lampeggiare vigoroso di infinite, sorprendenti possibilità. Il Seicento si apre, significativamente, con il rogo di Bruno, e di lì a poco comincia a costituirsi, intorno alla "nuova scienza", una nuova struttura di potere. Bacone consiglia di torturare la natura per estrarne i segreti; Galileo la "legge" come un modello geometrico; Cartesio, Spinoza e Leibniz l'assimilano sempre più a un orologio, ai giochi d'acqua di una fontana, a una marionetta. E da scienziati e filosofi questa visione meccanicistica filtra nei discorsi e nelle aspettative dei profani, convalidando la spocchia con cui vengono irrise le «ideologie», messi in fuga gli «utopisti».
Si tratta, però, di una visione che fa acqua da tutte le parti, e a suggerirlo non sono mistici di retroguardia o santoni new age; i segnali vengono dal cuore stesso di quella scienza che del realismo rappresenta la giustificazione (o l'alibi) più frequente. Vengono dalla meccanica quantistica, che da un secolo ormai è la teoria fisica fondamentale. Ogni corpo, afferma la dottrina dei quanti, è in ogni momento non in un singolo stato ma in una sovrapposizione di stati distinti, ciascuno dotato di un suo valore (o coefficiente). Un elettrone, per esempio, non ha velocità x e posizione y; ha invece (diciamo) 3/8 di velocità x1, 1/8 di velocità x2, ... e 1/3 di posizione y1, 1/3 di posizione y2, ... Quindi, primo, tutti i corpi esistenti al mondo, e il mondo nel suo complesso, non sono strutture definite: sono quel che sono e anche un’altra cosa - indefinite altre cose, tutte contemporaneamente. Secondo, il mondo non è unico: il possibile ne fa parte, è presente e attivo, anzi ha un preciso coefficiente di presenza e di attività. Il mondo è fatto non di oggetti inerti ma di mondi, di opzioni diverse che non cessano mai di esercitare il loro positivo influsso.
E non è finita. Quando un corpo viene osservato, recita sempre la meccanica quantistica, esso immediatamente "collassa" da una sovrapposizione di stati a uno stato definito, in modo non deterministico ma casuale. Quando viene osservato da chi? Da una mente umana? Da un topo (l'esempio è di Einstein)? Da un altro corpo qualsiasi? La teoria non risponde; non esiste per ora nessuna soluzione per questo "paradosso della misura". Il quale però, mentre nega il determinismo, invita anche a pensare (e alcuni fisici ci hanno effettivamente pensato - fra loro David Bohm) a un mondo in cui circola costantemente informazione, in cui le particelle e i loro composti comunicano costantemente, in cui l'anima non è isolata nella riserva indiana di un qualche regno dei cieli. Un mondo che, infine, ha ben poco di materiale, perché le componenti ultime della materia sono «oggetti» privi di massa, distinti l'uno dall'altro solo in base alla loro organizzazione formale. Diceva Werner Heisenberg che «gli atomi non sono cose». Non lo sono, cioè, nel modo in cui il realismo intende le cose. Sono vivi, attivi, non cessano mai di riqualificarsi e ridefinirsi.
L'esito del realismo è quello di limitare la nostra libertà. Se quando «veniamo al mondo» i giochi sono già tutti fatti e dobbiamo solo prenderne atto, se dappertutto troviamo i paletti di una realtà fissa e precostituita, allora conviene piegarsi a tale realtà e magari cercare di trarne un piccolo profitto personale. Ma questa è solo propaganda: il mondo viene al mondo in ogni istante, nasce in ogni istante da scelte e interazioni libere che a un occhio determinista non possono che apparire casuali. Ciò vale per le particelle elementari e, dovremmo rendercene conto, anche per la nostra esistenza individuale e sociale. E dovremmo renderci conto che a farci male non è un'ottusa materia ma la nostra incapacità di comunicare fra noi, e con tutto il resto dell'essere.

un racconto di Paolo Izzo

Variazioni sul tema
di Paolo Izzo

Nonostante gli ostacoli che presunti moralizzatori e conservatori di ogni tipo mettono sulla sua strada, la medicina avanza perentoria. E malattie che fino a qualche tempo fa erano giudicate incurabili, trovano una soluzione definitiva, come nel caso del bambino talassemico

Certezze

Il laboratorio pullulava di infermieri; un andirivieni caotico e mirato allo stesso tempo. Le diverse lingue si mischiavano, talvolta senza comprendersi. Ma gli sguardi dicevano le stesse cose e viaggiavano alla velocità della luce.
Quando arrivò il medico le voci si attenuarono fino ad ammutolire e persino i rumori sembrarono ovattarsi. Dalle mani dell'uomo, rivolte all'insù, gocciolava acqua pulita; la sua fronte era piana, come se i pensieri riconoscessero la strada senza bisogno di solcare la pelle. Qualcuno pensò che il ragazzo addormentato sul tavolo operatorio aveva la stessa espressione dell'uomo che stava per operarlo; come se una speranza-certezza li accomunasse.
Interrogato dagli occhi calmi del chirurgo, l'anestesista fece un deciso cenno di assenso; tutte le luci furono spente eccetto il riflettore puntato sul torso scoperto del giovane; il ronzio delle telecamere che collegavano il mondo con la sala operatoria fu interrotto da un'unica parola: bisturi. E una linea rossa precisissima unì l'ombelico al centro del petto. Il primo intervento di quel genere nella storia della medicina era appena cominciato.
Quattro ore dopo, una folla di giornalisti ammirati accolse il dottore, che si fermò in mezzo a loro emettendo un breve sospiro. Era come se nessuno sapesse cosa chiedergli, come se ne avessero soggezione; poi uno di loro trovò il coraggio e domandò la prima cosa che gli venne in mente: Professore, perché ha cominciato dall'ombelico?. Perché è il nucleo della nascita, fu la risposta che nessuno lì per lì comprese.
Soltanto il ragazzo, che piano piano riemergeva dal sonno, avrebbe capito il senso di quelle parole. Quando fu uscito completamente dall'anestesia, nonostante cominciasse ad avvertire il bruciore dell'incisione, fece un largo sorriso ai parenti che gli stringevano le mani e che lo scrutavano dai lati del letto: sapeva di essere guarito per sempre da una malattia che tutti, fino a quel giorno, avevano ritenuto cronica, incurabile. Dentro di sé, calda come magma di vulcano, custodiva l'evidenza della guarigione ed egli sentiva di aver ritrovato quella nascita che un giorno, chissà come, aveva perduto.

"Epidemiologia e Psichiatria Sociale"...
come nasce la psicosi

Yahoo!Salute 16.9.04
Come nasce la psicosi
Il Pensiero Scientifico Editore

Quali fattori favoriscono il passaggio dallo stato di "aumentato rischio" allo stadio di psicosi conclamata? Quanto influisce il malessere fisico in chi soffre di disturbi mentali? Quali elementi condizionano gli esiti sociali delle psicosi? Questi gli interessanti interrogativi trattati dai tre editoriali pubblicati nell'ultimo numero di "Epidemiologia e Psichiatria Sociale".
La psicosi, una condizione psicologica caratterizzata dalla perdita di contatto con la realtà, è un disturbo globale della personalità, con gravi alterazioni nelle idee, nell'affettività e nella volontà.
I lavori presentati nell'autorevole rivista diretta da Michele Tansella, non solo costituiscono un eccellente aggiornamento delle evidenze disponibili sui fattori di rischio per le psicosi, ma anche un'interessante interpretazione del ruolo che questi possono svolgere nella pratica clinica quotidiana.
In The transition to psychosis: risk factors and brain changes, Stephen Wood e coautori discutono le evidenze a disposizione riguardanti i fattori neurologici che favoriscono il passaggio dallo stato di "aumentato rischio" allo stadio di psicosi conclamata. In particolare sottolineano la presenza sia di deficit cognitivi delle funzioni prefrontali, sia di anomalie della struttura cerebrale a livello di corteccia orbitofrontale e paraippocampale nelle persone destinate a sviluppare la psicosi conclamata.
Chiara Samele, in Factor leading to poor physical health in people with psychosis, si occupa invece della salute fisica nei pazienti con psicosi. L'autrice discute non solo la portata del fenomeno, ma anche la sua identificazione, gestione e prevenzione, fornendo specifiche raccomandazioni su come migliorarla. L'argomento trattato riveste una particolare rilevanza in ambito di assistenza psichiatrica: la scarsa salute fisica e la condizione di malessere, infatti, sono spesso associati ai disturbi mentali maggiori.
Nell'editoriale di Vittorio Di Michele e Francesca Bolino, Le variabili predittive dell'esito nelle psicosi, sono presentate, infine, le evidenze disponibili sui diversi fattori che hanno conseguenze sull'outcome sociale delle psicosi e sul loro potenziale ruolo in un approccio terapeutico integrato. Particolarmente interessante l'inclusione della "teoria della mente" e in generale della cognizione sociale, tra i fattori rilevanti nel determinare gli outcome sociali e la discussione sul ruolo che rivestono nei programmi di riabilitazione.

Bibliografia. Tansella M, Dazzan P. Factors affecting onset and course of psychoses. Epidemiol Psichiatr Soc 2004; 13(3): 135-6. Wood SJ, Yücel M, Yung A, et al. The transition to psychosis: risk factors and brain changes. Epidemiol Psichiatr Soc 2004; 13(3): 137-40. Samele C. Factors to poor physical health in people with psychosis. Epidemiol Psichiatr Soc 2004; 13(3): 141-5. Di Michele V, Bolino F. Le variabili predittive dell?esito nelle psicosi. Epidemiol Psichiatr Soc 2004; 13(3): 146-151.

Festivalfilosofia e Festivaletteratura
intervista al prof. Giorello

L'Eco di Bergamo 16.9.04
I miti, a volte ritornano. Con la loro verità
Giorello: sono egualmente fondamentali per comprendere il senso dell'esistenza umana È il momento della filosofia: a Modena i grandi pensatori. E il pubblico fa la fila
Giulio Brotti

Da qualche tempo, la filosofia sembra esercitare un crescente appeal nei confronti del pubblico: mentre si avvicina la IV edizione del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, in programma da domani a domenica, si scopre che a un altro appuntamento, il Festivaletteratura che si è svolto la scorsa settimana a Mantova, gli incontri con filosofi e pensatori in senso lato sono stati tra i più gettonati – con lunghe code, al termine, per la richiesta di autografi e dediche. Ha avuto un grande successo, ad esempio, Giulio Giorello, docente di Filosofia della Scienza alla Statale di Milano, che a Mantova ha presentato il suo ultimo libro Prometeo, Ulisse, Gilgameš. Figure del mito (Raffaello Cortina Editore, pp. 250, 19,80 euro): «Un volume nato – ci spiega – da tre lezioni che avevo tenuto, nel dicembre del 1998, nella sede veneziana dell'Istituto italiano per gli studi filosofici. Ero stato chiamato nelle vesti di outsider, in quanto filosofo della scienza, per parlare di una cosa che secondo l'opinione comune farebbe a pugni con lo spirito scientifico: il mito, appunto».
La sua idea è, invece, che i grandi miti non si riducano a «favole»?
«Nel corso del tempo, la filosofia ha cercato di liquidare il mito, non solo dichiarandolo insensato, ma anche in modo più sottile: affermando che conterrebbe delle verità “razionali”, ma in una veste ancora inadeguata, una veste che la filosofia avrebbe avuto il compito di perfezionare. Io, invece, sono convinto che il significato di ciò che i greci chiamavano mythos non si riduca a questo, che esso esprima una verità diversa, non filosofica, ma ugualmente fondamentale, sull'esistenza umana».
Nel suo libro, lei sottolinea il debito che molti scrittori moderni, da Shelley a Joyce, hanno contratto nei confronti di alcune grandi figure mitiche.
«Però, non nel senso che queste figure sarebbero a nostra disposizione, come un repertorio cui potremmo liberamente attingere. Mi pare piuttosto che siamo noi ad appartenere a Prometeo, a Ulisse, a Gilgameš, che ritornano nel corso dei secoli, senza però mai ripetersi, e anzi gettando una luce sempre nuova sul significato della condizione umana. Esistono delle profonde analogie fra questi tre personaggi: Prometeo, il gigante che ruba il fuoco a Efesto per donarlo agli uomini (e che Zeus condanna a un supplizio orribile, facendolo legare al Caucaso e inviando un'aquila a divorargli il fegato), è in effetti un dio, particolarmente sapiente, visto che il suo nome significa “capace di pensare le cose prima che accadano”. Ulisse è curioso, indagatore e, stando a un verso del V libro dell'Odissea, avrebbe potuto accedere al dono divino dell'immortalità, se avesse deciso di restare accanto alla ninfa Calipso. Quanto a Gilgameš, ricordo che mia madre, quand'ero bambino, mi narrava le gesta di questo eroe mesopotamico: un personaggio di cui ci viene detto “che vide e conobbe ogni cosa”; per due terzi dio e per un terzo mortale, invincibile in battaglia, ma destinato alla fine a morire, come tutti noi».
Riguardo a Prometeo: nella tragedia greca alla fine viene perdonato da Zeus. Il Prometeo della letteratura moderna, invece, è una specie di di pensatore giacobino, e a riconciliarsi con la divinità non ci pensa proprio...
«Il cambiamento risale al 1820, l'anno in cui il poeta inglese Percy Bysshe Shelley pubblicò il suo Prometheus Unbound , che traduciamo con “Prometeo liberato”, o “scatenato”. Shelley immagina che questo gigante benefattore dell'umanità alla fine abbia la meglio su Giove, simboleggiando la capacità del genere umano di affrancarsi dalla superstizione e dalle tirannidi presenti quaggiù, sulla terra. Con lo “scatenamento” di Prometeo l'uomo – scrive Shelley – “resta libero, senza scettro, non circoscritto - solo umano:\ uguale, senza classi, senza tribù e nazioni,\ esente da timore, culto, grado”».
Non è che la moglie di Shelley, Mary, l'autrice di Frankenstein, fosse un po' meno ottimista del marito sulle sorti future dell'umanità e della scienza?
«Credo che tra Mary Wollstonecraft Godwin, sposata Shelley, e suo marito, esistesse un gioco ironico di rimandi e allusioni, anche sul piano letterario. Frankenstein è un romanzo di una modernità straordinaria, in cui, sulle prime, i panni di Prometeo sembrano indossati da Victor Frankenstein, lo scienziato che sogna di infrangere la barriera della morte, di poter riportare alla vita un cadavere. Ma proseguendo la lettura, scopriamo che il vero titano è proprio lui, the monster , la sua “creatura”, destinata a entrare in conflitto con i pregiudizi del mondo circostante, fino a volersi vendicare di colui che l'ha chiamata alla vita, senza preoccuparsi delle conseguenze».
Con l'ultima parte del suo libro, dedicata a Gilgameš, risaliamo all'epopea forse più antica nella storia dell'umanità.
«Gilgameš è il protagonista di molte saghe dell'antica Mesopotamia: egli fa esperienza della morte quando il suo amico Enkidu muore di consunzione tra le braccia. “Per sei giorni e sette notti ho pianto su di lui – egli afferma –, né ho permesso che fosse seppellito,\ fino a che un verme non è uscito dalle sue narici.\ Io ho avuto paura della morte,\ ho cominciato a tremare e ho vagato nella steppa”. In seguito, Gilgameš apprende che una particolare pianta acquatica potrebbe davvero conferirgli l'immortalità. Egli si immerge sul fondo di un fiume, la recupera, ma poi si ricorda di essere un re: da sovrano onesto, decide di portare questo farmaco prodigioso nella sua città, Uruk, perché gli anziani possano cibarsene e ringiovanire. Intanto, per un attimo, lascia incustodita la pianta: un serpente l'addenta e fugge, lasciando l'eroe solo con la sua disperazione».
Dunque, la conclusione di questo mito è che gli esseri umani debbano accettare l'ineluttabile?
«Però, quando Gilgameš fa ritorno a Uruk, ormai rassegnato al suo destino, i sudditi gli rendono grandissimi onori. Non si direbbe che questo sia il ritorno di un uomo sconfitto su tutta la linea, anzi».
Un'ultima domanda. A prescindere dal loro fascino, non dovremmo provare anche un po' di diffidenza per i miti, dopo l'uso che se ne è fatto da un secolo a questo parte?
«Qualcuno, nel corso del Novecento, ha voluto celebrare il mito della razza, e sappiamo bene che cosa ne è seguito. Io però credo che si tratti, in questo caso e in altri analoghi, di una mitologia spuria, un semplice apparato d'immagini messo al servizio di un'ideologia totalitaria. Così, sottoscrivo l'opinione di Edgar Morin, quando afferma che “un buon mito è il rimedio migliore contro le cattive mitologie”. Un buon mito, che il mio amato Shelley descriveva come “un'ombra proveniente dal futuro”: e cioè, un sogno non regressivo, che non ci porti a rinunciare al presente in nome del passato».

Il nuovo libro su Prometeo

«Coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi [...] su ogni dettaglio, [...] senza uscire dal loro linguaggio di immagini”. La lezione di Calvino esorta a concedere al mito il tempo delle sue figure. So bene che la parola mitica suona diversa dal verbo filosofico. Perciò quest'ultimo ha sempre cercato di liquidarla, consegnandola all'insignificanza oppure garantendone il significato. Nell'uno come nell'altro caso, ha tentato di ridurla a formulazione esemplare, a tipo ideale. Eppure, quella parola non ha mai cessato di trasformare i luoghi che attraversa, di plasmare le maschere che incontra, di dettare i metodi della propria espressione.
Prometeo libera la roccia cui è incatenato, Ulisse viaggia attraverso i suoi nomi, Gilgameš si realizza nello spettacolo delle sue mura. Si tratti di un dio, di un uomo o di un essere in parte dio e in parte uomo, le figure del mito calcano la scena del mondo, diverse e pur sempre identiche nel loro “discorso”. Non si risolvono in un repertorio cui possiamo liberamente attingere. Piuttosto, dispongono del loro (e del nostro) destino, provocando la loro (e la nostra) metamorfosi. La scrittura del mito appare allora esercizio di trasfigurazione, anche di quella materia che a prima vista “mitica” non sembra.
Così, si dichiara prometeica la filosofia della natura da Isaac Newton a Erasmus Darwin – nel doppio scatenamento del Titano offerto da Percy Bysshe e da Mary Wollstonecraft Shelley; si popola di “bloody men” (ma anche “women”) la Dublino di James Joyce, tra chiacchiere, inganni ed eroici furori, mentre un'improbabile Fenice spicca il volo su vetri infranti e muratura crollante; e il monito di Utanapištim, ossia di colui che unico ha avuto in dono l'immortalità, rivela a un Ezra Pound vittima di molte prigioni la forza emancipatrice dei “Cantos”.
I coniugi Shelley (talvolta così congiunti da essere interscambiabili), Joyce e Pound non rappresentano in questo volume gli esiti ultimi di antiche narrazioni; bensì costituiscono, sia pure in forme diverse, l'occasione di un “discorso” di e su Prometeo, Ulisse e Gilgameš. L'autore del “Prometheus Unbound” e l'autrice di “Frankenstein” sapevano bene come il dio complice e vittima di Zeus provenisse da un passato di cui in parte si era perduta memoria e come la loro riscrittura non fosse che l'anello di una catena che già in Eschilo, se non addirittura in Esiodo, aveva smarrito alcuni dei suoi motivi originari – salvo averne acquistati di nuovi nel tracciare il confine non sempre netto tra mortali e immortali, tra giusto e ingiusto, tra natura e artificio.
(tratto da Giulio Giorello, «Prometeo, Ulisse, Gilgameš. Figure del mito», per gentile concessione di Raffaello Cortina Editore. Il saggio sarà in libreria dal 20 settembre)

Numeri da Superbowl, ma è Aristotele
G. B.

Prima di tutto, le cifre: 31mila presenze alla prima edizione, quella del 2001, lievitate a quota 51mila e 75mila nelle due successive. Numeri da Superbowl, direbbero negli Stati Uniti. Quanta gente verrà a Modena, allora, tra domani e domenica prossimi, per partecipare alla quarta edizione del Festivalfilosofia, intitolata «Sul mondo»?
Un po' più giovane di un altro festival benemerito – quello della letteratura di Mantova –, la rassegna modenese promette di stupire ancora, richiamando anche quest'anno nelle aule e nelle piazze del capoluogo, di Carpi e di Sassuolo, un pubblico entusiasta, vivace, colto (non necessariamente nell'accezione libresca del termine). Perché, evidentemente, non è essenziale aver mandato a memoria la Metafisica di Aristotele, o conoscere l'opera omnia di Schopenhauer, per potersi appassionare ai dibattiti e alle «lezioni magistrali» proposte dal Festivalfilosofia (realizzato dalla Fondazione Collegio San Carlo, dai tre comuni interessati, dalla Provincia, e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena): lo testimonia il ricordo delle folle eterogenee che partecipavano agli incontri delle scorse edizioni, talvolta sotto un sole a picco, con una buona percentuale di liceali convenuti per scelta propria, una tantum, e non perché coartati dai loro professori.
Il programma dell'edizione 2004, consultabile nel sito internet www.festivalfilosofia.it, comprende più di cento appuntamenti, quasi tutti gratuiti: si potranno ascoltare, tra gli altri, Massimo Cacciari (in una lezione dal titolo «Sistema mondo»), Enrico Berti («L'immagine aristotelica del mondo e la sua fortuna nella storia»), l'antropologo Marc Augé («Il mondo di domani tra solitudine e solidarietà»), lo studioso della globalizzazione Jonathan Friedman («I veri paradossi della globalizzazione»), mentre un regista particolarmente amato (e anche detestato, per la verità) a livello internazionale, il pirotecnico Peter Greenaway, parlerà domenica pomeriggio sul tema «Rappresentare lo spazio. Cinema e architettura».
Come contorno, tutta una serie di incontri letterari, cinematografici, musicali (con un omaggio a Jimi Hendrix nel 34° della morte).

mondi tolemaici:
sull'Io e la sua incertezza

Una metafora tra Cartesio e Kafka
Il Giornale di Brescia 16.9.04
L’«IO» DIMEZZATO NELLA CASA DELLA FILOSOFIA
Ilario Bertoletti

Le metafore, in quanto figure retoriche, hanno il potere di veicolare pensieri, idee. In forma indiretta, trasportano orizzonti di senso da un continente del sapere ad un altro. Proprio grazie a questa creatività linguistica le metafore abbondano nei libri di narrativa. Ma esse assumono una particolare rilevanza quando compaiono in un genere letterario quale la filosofia, che si vorrebbe costruita da soli concetti. L’intera storia della filosofia è dominata da metafore - basti il rimando alla metafora della caverna in Platone, alla kantiana «rivoluzione copernicana», all’hegeliano cammino dello Spirito, alla marxiana talpa che scava nella storia, o all’immagine della scala del sapere da abbandonare in Wittgenstein. Quasi che nelle metafore presenti nei testi filosofici si celasse un nodo speculativo che non può essere pienamente espresso dai soli concetti. Soffermiamoci su una metafora che compare nell’opera che inaugura l’età moderna, il Discorso sul metodo di Cartesio. Nella terza parte, dopo aver posto in discussione l’intera tradizione scolastica, Cartesio afferma: «Non è sufficiente prima di cominciare a ricostruire la casa in cui si abita, limitarsi ad abbatterla e a provvedersi di materiali e di architetti, e averne inoltre tracciato con cura il progetto, ma è pure necessario essersene procurata un’altra, in cui si possa alloggiare comodamente per il periodo dei lavori». Una metafora architettonica che permette a Cartesio di avanzare le sue idee di una morale provvisoria, in grado di orientarlo nel tentativo di ricostruzione su nuove basi dell’intero edificio della metafisica. In queste pagine risuonano certamente echi della tradizione stoica, ma importante è il valore rivelativo della metafora: per addentrarsi nelle regioni del dubbio metodico e iperbolico, che giunge a pensare l’ipotesi di un genio maligno in luogo di Dio, è necessario assicurarsi un luogo sicuro per non smarrirsi - un metodo premiato dalla scoperta del carattere indubitabile dell’esistenza del soggetto («io penso, dunque sono») in quanto fondamento ultimo del sapere. Non a caso Hegel amava ricordare che con Cartesio la filosofia ripete il grido di Colombo appena giunto in America: «Terra Terra». Nonostante l’importanza, questa metafora è stata abbandonata nel corso della filosofia: se ne può ritrovare una labile traccia in un epistemologo contemporaneo, Otto Neurath, il quale paragonava il nostro sapere ad una barca in mezzo al mare, i cui pezzi vanno cambiati durante la stessa navigazione - come a rappresentare il carattere ipotetico-congetturale della scienza novecentesca. Ma quel che è sorprendente è il ritorno della metafora cartesiana in Kafka. Infatti, in uno dei suoi frammenti possiamo leggere: «Come uno che ha una casa non sicura e vuol costruirsene accanto una sicura, se possibile con il materiale della vecchia. Però è un brutto affare se, mentre sta costruendo, la sua forza viene meno e ora invece di una casa non sicura ma completa ne ha una semidistrutta e una fatta a metà, quindi nulla. Quel che segue è follia, una specie di danza cosacca fra le due case, durante la quale il cosacco con i tacchi dei suoi stivali raschia e svelle la terra finché sotto di lui si forma la sua fossa». Non è la trascrizione, rovesciata di senso, del passo cartesiano? Quel che là era il progetto di fondazione, qui è il segno di una impotenza. Ogni progetto resta a metà, incompiuto. Al posto della scoperta di una certezza indubitabile, la costruzione inconsapevole della propria fossa. Il riapparire in Kafka di questa metafora, lungi dall’essere un alcunché di casuale, ha una ragione storico-teoretica. Kafka non rappresenta, infatti, chi più d’ogni altro pensatore segna la fine del sogno cartesiano della soggettività come fondamento trasparente a se stesso? Il soggetto in Kafka è dimidiato, scisso in sé, lacerato da aporie. Le peripezie di Josef K. e K. (nel Processo e nel Castello) ne sono la spia. Ma il luogo dove più Kafka si fa interprete di questa stessa metafora è in un breve racconto intitolato Egli. Qui il soggetto non può più definirsi, come in Cartesio, un «io», ma può nominarsi solo alla terza persona: «egli». Estraneo a se stesso, «Egli vive nella diaspora» irretito in contraddizioni, al punto che «il proprio osso frontale gli taglia la strada; egli si batte la fronte contro la propria fronte fino a sanguinare». Non è questo il destino del soggetto nel Novecento e che Kafka ha più di ogni altro narrativamente registrato con asciutto disin-canto? Il ritorno in Kafka della metafora cartesiana è forse il segno che in lui trova il compimento la storia moderna della soggettività. Un umano per il quale non risuonano più le parole: «Terra Terra», ma quelle che l’agrimensore K. ode nel suo vano approssimarsi al Castello: «Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla». Al più restano le macerie - frammenti di un paesaggio e di un mondo nei quali si rifrangono i frammenti di ciò che resta dell’identità dell’individuo. Parlano d’altro le più radicali e profonde esperienze dell’arte e della filosofia contemporanea? Come se dovessimo ormai parlare, in senso teoreticamente normativo, di un prima e dopo Kafka, così come nei manuali si parla di un prima e dopo Cartesio.

a Firenze:
a proposito di creatività

Il Mattino 16.9.04
A FIRENZE LA MOSTRA SUI NOBEL

Le beautiful minds,
quando la creatività arriva al successo
Giovanni Nardi

Se si potesse assegnare il premio Nobel a umanisti e scienziati del passato anche remoto, e comunque deceduti prima della nascita del riconoscimento (il 1901), chi scegliereste? Per la fisica, Galileo oppure Keplero? Per la medicina, Ippocrate o Pasteur? Per la chimica, Lavoisier o Mendeleev? Per la letteratura, Omero, Dante o Shakespeare? Per l'economia, Gutenberg o Marx? L'alternativa non è ad excludendum perché si possono scegliere anche personaggi diversi: il sondaggio è proposto dall'Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, in occasione della mostra «Beautiful Minds. Premi Nobel. Un secolo di creatività», a Palazzo Strozzi, Firenze, da oggi al 2 gennaio 2005.
La mostra fiorentina è la prima in Europa e sarà l'unica in Italia. Sta girando tutto il mondo e da noi si è arricchita di due sezioni. Una riguardante i 19 premi Nobel italiani (il 2,5 per cento del totale, che è di 758) con due particolari ambienti creativi: l'Istituto di fisica di via Panisperna, a Roma, dove operò tra gli altri Enrico Fermi, e la scuola di Giuseppe Levi a Torino, dove si formarono i futuri Nobel Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi-Montalcini; l'altra sull'ultima parte della vita di Alfred Nobel a Sanremo, dove morì il 10 dicembre 1896. Tra i Nobel italiani ricordiamo Guglielmo Marconi (1909), Enrico Fermi (1938); per la medicina Renato Dulbecco (1975), Rita Levi Montalcini (1986); per la letteratura Giosué Carducci (1906), Grazia Deledda (1927), Luigi Pirandello (1934), Eugenio Montale (1975) e Dario Fo (1997); per l'economia Franco Modigliani (1985).
La mostra, inaugurata ieri dal ministro Giuliano Urbani con l'intervento del presidente della Fondazione Nobel Bengt Samuelsson (Nobel per la medicina 1982), del direttore del museo Nobel Svante Lindqvist, e di Umberto Eco che ha tenuto la prolusione sulla «combinatoria della creatività», si basa soprattutto su un'idea: la creatività. Ma quali sono gli elementi più importanti del processo creativo: la competenza e l'intelligenza degli individui o l'ambiente in cui il loro lavoro si svolge? L'esposizione del centenario è stata definita dal curatore Olov Amelin come un parco di divertimento intellettuale articolato in diversi padiglioni, nei quali il visitatore può sostare secondo il proprio gusto. Il colore dominante è il nero, come l'inchiostro, simbolo della parola scritta: la nota frettolosa dello scienziato nel protocollo di laboratorio, la correzione o l'aggiunta marginale nell'autografo di uno scrittore, o le parole coraggiose di impegno per la libertà e la giustizia di un attivista della pace. Una trentina di brevi film sono dedicati ad esempio a Marie Curie, Nelson Mandela, Wilhelm Conrad Röntgen, Amartya Sen, Isaac Bashevis Singer. Ci sono poi dieci filmati più lunghi, in cui sono presentati l'Istituto di immunologia di Basilea, la Copenhagen di Niels Bohr, la vita accademica e studentesca nei college di Cambridge, la scuola vicino a Calcutta fondata da Rabindranath Tagore. Tra gli oggetti più curiosi, un paio di scarpe di Selma Lagerlöf e il cappello di Wole Soyinka.

Cina

Repubblica 17.9.04
I "giovani" contro Jiang Zemin l'ultima sfida della nuova Cina
Battaglia al Plenum del Pc, in piazza i poveri delle province
L'ex presidente ed ex leader del partito mantiene ancora il controllo dell´esercito
La figlia di Deng Xiaoping: "Questa gerontocrazia è un simbolo feudale"
Finché il "grande vecchio" mantiene la sua influenza, il premier Hu Jintao ha un potere dimezzato e le sue riforme politiche ristagnano
A differenza dell'89 non è più l'élite urbana a manifestare, ma la gente delle periferie, flagellata dalla disoccupazione e dalla corruzione
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI

PECHINO - «Da anni viaggiamo liberamente in Occidente. Navighiamo su Internet come voi. Un terzo dei miei studenti hanno una tale preparazione da conquistarsi delle scholarship americane, borse di studio per un master o un dottorato negli Stati Uniti. Eppure se vogliamo sapere che cosa stanno discutendo in queste ore i nostri governanti dobbiamo andare a cercare voci e indiscrezioni sui siti online dei mass media stranieri. È umiliante». Si capisce lo sfogo del professor Liu Xi, economista dell´università di Shanghai. La Cina ha ormai 150 milioni di consumatori dal reddito medio-alto. Ha il record mondiale del numero di telefonini. Manda 21 milioni di turisti all´estero ogni anno. Le sue città sono selve di grattacieli e di shopping mall che potrebbero essere a Londra e Los Angeles, Sidney e Vancouver. Per il primo Gran Prix di Formula Uno a Shanghai vanno a ruba biglietti sul mercato nero a 500 euro. Eppure da ieri Pechino mette in scena il rito arcaico di una politica che sembra lontana da una società moderna e cosmopolita. I luoghi-simbolo del potere come Piazza Tiananmen sono blindati dalla polizia. Migliaia di manifestanti sono stati arrestati nelle ultime settimane per impedire che turbassero questa liturgia che si chiama Quarto Plenum del XVI Comitato centrale del Partito comunista: il vertice a porte chiuse che da ieri a domenica riunisce 198 alti gerarchi dentro l´hotel Jinxi nella zona occidentale della capitale.
Dietro i cordoni di polizia e le tende spesse dell´albergo, questo Plenum è uno scontro di potere di fronte al quale neppure la generazione-Internet può restare indifferente. Nonostante la mancanza di trasparenza del partito, qualche voce meno conformista ha rivelato quel che sta accadendo. Sono state le due figlie di Deng Xiaoping, il leader comunista morto nel 1997 che avviò la rivoluzione capitalistica cinese, ad aver rotto il silenzio. Con due interviste insolitamente esplicite, le signore Rong e Lin hanno invitato il grande vecchio Jiang Zemin a farsi da parte, seguendo la lezione di Deng che denunciò il sistema del potere a vita come una delle piaghe del paese. «Questa gerontocrazia è un simbolo feudale», dice la Deng Rong. Il problema dunque è lui: Jiang Zemin, già pupillo prediletto di Deng che appoggiò la sterzata autoritaria contro le manifestazioni studentesche di Piazza Tiananmen nel 1989.
Settantottenne, leader del partito fino al novembre 2002 e presidente della repubblica fino al marzo 2003, Jiang ha ceduto queste due cariche a Hu Jintao, 61 anni, ex ingegnere idroelettrico che rappresenta la nuova generazione di tecnocrati meno implicati nel massacro dell´89. Ma Jiang si è tenuto un terzo ruolo: la presidenza della commissione militare che gli dà il controllo sull´esercito, una voce decisiva in politica estera, un ruolo "da falco" su dossier scottanti come Hong Kong e Taiwan. Mentre resiste contro chi lo sospinge verso l´uscita, Jiang manovra per tramandare l´influenza sui militari al suo favorito Zeng Qinghong. Finché Jiang e i suoi controllano l´esercito, Hu ha un potere dimezzato e le sue riforme politiche ristagnano.
Di quali riforme ci sia bisogno, lo sanno quei 30.000 cinesi che nelle ultime due settimane sono accorsi a Pechino per usare il Plenum come il palcoscenico delle loro lamentele. Sono stati arrestati, malmenati dalla polizia coi manganelli elettrici, radunati in uno stadio e rispediti col foglio di via nelle loro provincie. È una triste scena che si ripete ad ogni vertice di partito. Nonostante l´obiettivo proclamato da anni di costruire uno Stato di diritto, con regole certe e una giustizia equa, i tribunali sono incapaci di difendere i cittadini dai soprusi dei capipartito locali o dalle ruberie dei nuovi capitalisti (due figure che a volte coincidono). Lavoratori immigrati derubati del salario, contadini espropriati della terra senza compensazione, inquilini defraudati: una volta esauriti i ricorsi, l´ultima speranza è venire a Pechino a invocare giustizia come ai tempi dell´Imperatore. «Mi hanno demolito la casa, volevo parlare ai leader», ha detto il 48enne Zhang Zhenxin, uno dei pochi ad essere arrivato fino alle vicinanze dell´hotel Jingxi prima di essere catturato e portato in commissariato. A differenza che nell´89 per ora non è l´élite urbana che protesta, non è scontenta la generazione-Internet, tra gli arrestati non ci sono gli studenti di Liu Xi con le scholarship per andare in America: a loro il partito ha riservato i maggiori benefici della crescita, e fin qui il contratto sociale li soddisfa. Il nuovo malcontento viene dalla periferia, dalla "seconda Cina" dove la disoccupazione spinge decine di milioni a emigrare ogni anno verso le ricche metropoli costiere; la Cina delle "ayi" (donne delle pulizie) contadine che vendono i propri servizi alle donne del ceto medio urbano: schiave a tempo pieno per cinquanta euro al mese. E il primo motivo delle lamentele è proprio il partito: si stima che la corruzione pesi per il 20% del Pil cinese all´anno.
I vertici sono costretti a riconoscere la gravità del problema corruzione. Ha detto ieri con pudore l´agenzia stampa ufficiale Xinhua: «Per la prima volta un Plenum del Comitato centrale mette in cima alla sua agenda la capacità di governo del partito». Ye Duchu, autorevole teorico della Scuola centrale di partito che forma la nomenklatura, osa essere più chiaro: «Il primo punto è l´auto-purificazione del partito. Il secondo è la costruzione del sistema giudiziario. Il terzo è mettere in pratica politiche di governo nell´interesse dei cittadini». Ma le grandi campagne lanciate periodicamente contro la corruzione sono condannate a dare risultati deludenti finché resiste il dogma del partito unico: senza ricambio, senza alternanza, senza elezioni democratiche, l´impunità dei capi conosce rare eccezioni. Finora il presidente Hu Jintao non dà segno di voler discutere quel dogma. Anzi. Proprio alla vigilia del Plenum, in un discorso televisivo che è stato interpretato anche come un segnale di debolezza nei confronti di Jiang Zemin, Hu ha escluso ogni evoluzione futura verso il pluralismo: «La storia indica che copiare indiscriminatamente i sistemi politici occidentali è un vicolo cieco per la Cina».
Sembrano lontani i giorni del 1989 in cui - sotto la pressione del movimento studentesco e degli eventi dell´Europa dell´Est - Zhao Ziyang diceva che «la democrazia è una tendenza universale» e lo stesso Deng ammetteva che «un giorno anche la Cina avrà delle elezioni a suffragio universale». Deng poi fece la scelta opposta, puntò su un modello autoritario per la transizione accelerata all´economia di mercato. Il dibattito sulla democrazia non è più così appariscente ma questo non vuol dire che sia morto. La recente vicenda di Hong Kong, dove la Cina ha "giocato" alle elezioni semi-democratiche, sia pure in un laboratorio su scala ridotta, può suscitare riflessioni nuove.
Intanto i pensatori liberal si accontenterebbero di tappe graduali. Le dimissioni di Jiang sono una di queste. «Deng Xiaoping - dice il noto intellettuale di Shanghai Zhu Xue Qin - nominò ben due generazioni di successori. Fu lui a designare sia Jiang Zemin, sia Hu Jintao. In questo modo Jiang fu deprivato di un diritto autocratico tipico di ogni leader comunista, quello di scegliere lui il proprio successore. Deng cercò di indicare la strada di successioni ordinate, nel rispetto di alcune regole del gioco, per evitare che ogni ricambio generazione fosse accompagnato da paralisi, poi da faide laceranti con effetti drammatici. Questo è il momento della prova».

USA:
antidepressivi: la FDA fa il dover suo!

una segnalazione di Francesco Troccoli
da Repubblica

Washington - Un'etichetta speciale, con una cornice nera sulla confezione, simile a quella dei pacchetti di sigarette, anche per gli antidepressivi. È quanto ha richiesto la Food and Drug Administration al governo dopo aver esaminato uno studio britannico sull'uso degli antidepressivi nei bambini. Nei piccoli pazienti aumenterebbero i rischi di comportamenti o pensieri suicidi di una percentuale doppia rispetto alla media.

che fine ha fatto Clorofilla?

Stamparomana (giornale delsindacato unitario dei giornalisti del
Lazio e Molise)

Quando di necessità si fa virtù. Il Restomancia.

Ed è subito boom di tovagliette informative
Pino di Maula

Impazzire. Oppure scrivere. Poco importa su cosa o per chi quando non hai più lavoro. Bisogna farlo e basta. In solitudine. Per se stessi. Per non “dare di matto”. Per strapparsi dal quel divano di casa che sembra pretendere un rivestimento nuovo. Non più in stoffa ma in vera pelle umana.
Correva l’estate 2003 quando l’amministratore unico pone l’intera redazione di fronte alla scelta di rinunciare per iscritto al pregresso di molti mesi di lavoro o fare le valigie!. Al simpatico out out del manager si contrappongono discorsi sulla deontologia professionale, codici civili e penali, si tirano in ballo diritti e consuetudini che regolano l’attività professionale. Ma lui niente, se ne “fotte” di tutte quelle “menate tipiche dei giornalisti che si danno arie da giornalisti”. A lui basta un ragazzotto disponile per poter vestire i panni dell’editore. Di marchette. Della testata on line si può far invece a meno. Si chiude dunque. Si torna a casa. Sul divano che aspetta per avvolgerti nella malinconia. E sulle prime sembra riuscirci. Ansia e colite nervose stringono d’assedio. Ma c’è ancora quel pc portatile in casa. E’ collegato in Rete. Serviva di notte per pubblicare l’ultimora. Possibilmente prima che lo facessero gli altri. Quelli con l’articolo 1 in tasca. Quelli fortunati che non dovevano dimostrare nulla. Altri tempi. Altre invidie. Ora non c’è più niente da battere su quei tasti. Se non puoi pubblicare non ha senso intervistare il soldato dissidente il pacifista o il ricercatore nottambulo.
Ecco allora lentamente prendere forma un viaggio contorto tra immaginario, storia e cronaca nera di un gruppo di giornalisti vittima, non è ben chiaro, se delle proprie nevrosi o di qualche non bene identificato potere occulto che li perseguita a causa delle loro inchieste impertinenti. Le pubblicavano su un giornale concepito per fare da “coperto d’intrattenimento” sui tavoli di osterie e pub alternativi. Una veste grafica a prova di macchia dunque. E per questo era molto richiesto. Il Restomancia.
Fin qui la trama del romanzo che dopo una scrittura estiva disperatissima trova la parola fine e inizia a girare tra amici e colleghi che dispensano consigli con aggiunte e correzioni. Siamo in pieno 2004 e il divano fa sentire di nuovo il suo canto triste. L’unico modo per sottrarsi era mettere in pratica quanto nel libro era stato una pura invenzione letteraria. Ecco allora le corse al Tribunale per registrare la testata. La ricerca del grafico e dello stampatore di fiducia. Nasce così la buffa creatura. Chiamatela free press da tavola o mensile in formato tovaglietta o - come dicono gli esperti - new media cartaceo. Comunque sia, è il primo in Europa (ma non si hanno notizie neanche d’oltreoceano, ma dire “nel mondo” suona spaccone). L’unico – recita lo slogan pubblicitario – che serve tra le posate notizie agrodolci a misura di palato per stuzzicare il cervello. Con testi e fumetti d’autore. Disponibile in 900mila copie Il Restomancia scivola sulle tavole di circa 4mila esercizi pubblici italiani come un qualsiasi giornale. E con in più solo un pizzico di sale e buon umore. Nasce così la nuova tovaglietta d’informazione indipendente. Mentre a fine agosto va in scena “Vorrei ma non posso”, il numero 0 del romanzo illustrato. E a settembre è la volta di Bimbinforma. La notizia questa volta s’indossa. Su t-shirt per piccini che non te lo mandano a dire…