Repubblica 15.10.04
Il Premio Nobel sta preparando lo spettacolo sulla figura femminile nella storia con un laboratorio-cantiere.
Debutto all'inizio del 2005
DAL NOSTRO INVIATO
RODOLFO DI GIAMMARCO
Santa Cristina di Gubbio (Perugia) - Parla di pie signore e di etère greche, della madre di Cristo e di Maddalena, di eroine e prostitute del Rinascimento in pittura, di operaie e suffragette, di badesse e attrici, di pulzelle e "medicone", e di streghe e universo femminile emancipato, di sante e scienziate, e dei ruoli oscillanti di cittadine di ieri e di oggi, il cantiere-laboratorio di Dario Fo che prelude a uno spettacolo della primavera 2005 sul tema del Vangelo e le donne. Un po' lezione, un po' work in progress, un po' prove aperte, un po' story-board con i suoi già visibili disegni-scenografia mostrati dal vivo e proiettati su schermo, gli appunti di Fo hanno preso forma nel corso di cinque giornate di inarrestabili racconti e apologhi a base di citazioni, studi e denunce che hanno avuto per pubblico un gruppo di appassionati della scena e della cultura, dando luogo a sedute mattiniere e pomeridiane nella Libera Università di Alcatraz diretta dal figlio Jacopo Fo, coautore di libri ispiratori come "Il libro nero del Cristianesimo" e "Gesù amava le donne".
Dario Fo, in un´epoca che avalla un´emancipazione politically correct della donna, lei lancia il sasso contro censure e omertà, soprattutto se la prende con una de-femminilizzazione del mondo religioso. Come mai si interessa di culto e clero?
«Non si può assistere alla crescita in presenza e in influenza di donne-manager, di registe, di professoresse universitarie, di giudici-donne o di intellettuali sia artiste che professioniste restando poi in silenzio di fronte al fatto che l´unico campo in cui una discriminazione è pesantemente in atto sia quello della religione. Vale ancora la regola invalicabile dettata dai padri della Chiesa, da S. Agostino e S. Tommaso d´Aquino. Per loro la donna non poteva e non può aspirare ad alcun accesso, neanche per fare il chierichetto o il sacrestano, e l´unico ingaggio resta quello di perpetua, a patto d´essere vecchie e bruttine. E pensare che all´inizio del secolo scorso, nel 1908, una tragedia segnò invece una conquista importante, e fu quando 129 lavoratrici morirono nel rogo di una fabbrica di Chicago, bloccate dall´esterno, cui seguì un corteo funebre dove la gente coprì i loro feretri di mimose, un fiore che è diventato il distintivo della festa della donna. Mi colpisce la discriminazione femminile nella comunità del clero perché paradossalmente sono proprio i vangeli canonici e apocrifi, e le iconografie religiose, a dimostrare quanto il ruolo della donna fosse in auge tanto tempo fa».
E lei se la prende con questo oscuramento, che a dire la verità fu anche politico, sociale, artistico?
«Sì, nello spettacolo cerco di riassumere a modo mio, epico e fabulatorio, tutto quest´orizzonte di concause. Il mistero della scomparsa delle oranti, sacerdotesse dei riti arcaici del Mediterraneo raffigurate in vari bassorilievi, si spiega anche con la nascita di un cristianesimo assurto a culto di stato nell´era di Costantino, ma c´è tra l´altro il concilio di Nicea ad accreditare una moralità maschilista. L´operazione censoria però non abolisce le allegorie e gli appuntamenti che ci sono, ben testimoniati, tra Cristo e le donne: l´affollarsi di figure femminili che lo seguirono in Galilea, di cui ci dà conto tra l´altro la "Deposizione" del Pontormo, l´imbattersi con l´indemoniata, con la sordomuta, il rapporto con la Maddalena spiato da tantissimi pittori come Caravaggio, il Correggio o il Parmigianino. Malgrado tutto, nel Medioevo la bambina neonata doveva aspettare 40 giorni per avere l´anima. E il potere aveva fatto quadrato, come l´arte. Non si videro donne recitare. Shakespeare scriveva per false donne, con attori in veste muliebre. Ma c´è ad esempio la badessa Rosvita che per educare le suore scrive commedie comico-grottesche. Il Ruzante butta giù dialoghi per donne, e lì per fortuna si fece largo, nel Veneto, il fenomeno delle prostitute teatranti che la sapevano più lunga delle signore per bene, "pute" che diventavano poetesse, che fecero le modelle per quadri di pregio talvolta acquistati da loro stesse. E a un certo punto, nel '600, il Papa invitava a pranzo queste meretrici d´alto loco. Poi ci sono casi limpidi come quello di Artemisia Gentileschi, e più tardi, in palcoscenico, quello della Andreini. Ma intanto s´è affermata la leggenda di un'Eva puttana e superficiale».
Sarà polemico?
«Beh, l´americano Dan Brown nel "Codice da Vinci" sostiene che Gesù aveva chiesto alla Maddalena e non a Pietro di mettere la prima pietra. Giuditta che mozza la testa a Oloferne è una fantasia che sa di contentino alle donne, come il culto della Madonna che è un po´ un patteggiamento col popolo. In un´indulgenza del 1517, come ricorda Jacopo in un suo libro, l´ecclesiastico che fosse incorso in peccato carnale con qualsiasi donna era assolto con il semplice pagamento di 67 libbre, 12 soldi. Una materia del genere va decantata (ci rivedremo qui ad Alcatraz fra un mese) e poi vorrei trattarla con Franca, che adesso è affaticata e in crisi per una distrazione di fondi ai danni della nostra associazione per i disabili. Chi meglio di lei accanto a me, per questo argomento?».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 15 ottobre 2004
mostri dal Novecento
Foucault, nazismo, freudismo
Repubblica 15.10.04
Ma chi decide sulle nostre vite?
Esce Bíos di Roberto Esposito, lo abbiamo intervistato
Dal nazismo alla democrazia, ecco come è stata declinata
Una parola su cui Foucault aveva riflettuto oggi torna di attualità
ANTONIO GNOLI
Napoli. È da un po' che fra gli addetti ai lavori circola la parola "biopolitica". A dispiegarne la portata fu negli anni Sessanta Michel Foucault. Poi quella parola, che nel corso del Novecento ha avuto varie e drammatiche declinazioni, ha subito un lungo inabissamento, per riemergere in questi anni incerti, quando la politica, con i suoi costrutti teorici, con la sua storia, è sembrata aver perso il proprio baricentro. A Giorgio Agamben va il merito di aver riaperto la questione. Toni Negri ha fornito della biopolitica una lettura militante. Infine Roberto Esposito, con un importante libro che esce in questi giorni da Einaudi - Bíos, sottotitolo Biopolitica e filosofia, (pagg. 214, euro 18,50) - offre la prima importante sistemazione, sia in chiave storica che concettuale.
Allora professor Esposito perché dovremmo credere che la "biopolitica" è oggi un modo per entrare nelle questioni più pertinente di altri?
«Per la semplice ragione che, sempre più spesso, non si vive e non si muore in base a ciò che si fa, ma a ciò che si è biologicamente. Se si pensa a tutta la vicenda delle decapitazioni operate dai terroristi da un lato, e dall´altro alle torture, senza voler stabilire un parallelo fra le due cose, vediamo che oggi si fa politica iscrivendola sui corpi, attraverso il sangue».
Un ruolo non secondario svolgono i media.
«Indubbiamente, quando vediamo le immagini di una decapitazione circolare in internet dobbiamo concludere che sono saltate le tradizionali categorie politiche moderne».
Perché?
«Perché quello che ci si presenta è una combinazione di barbarie premoderna e di postmodernità, di spettacolo di sangue e di circolazione delle immagini sugli schermi di tutto il mondo».
Alcuni studiosi, fra cui lei, fanno coincidere l´esperienza biopolitica con i grandi totalitarismi del Novecento, in particolare con il nazismo.
«Il nazismo è il punto culminante della biopolitica. È l´idea che si tenta di realizzare nei laboratori scientifici, con esperimenti medici, per cui la vita è definibile solo in base a un criterio biologico: cioè con il richiamo al corpo, alla razza e al sangue».
Con quali conseguenze?
«Nel momento in cui il nazismo stabilisce una soglia tra una vita che va salvaguardata integralmente, perché essa riassume i valori massimi, e una vita che può invece essere sacrificata in nome d´una visione ariana, siamo dentro alla tanatopolitica. La conseguenza allora è che la vita si rovescia nel suo contrario, nella morte».
La biopolitica si colloca nel punto in cui le categorie moderne della politica - sovranità, ordine, diritto, libertà - entrano in crisi. È così?
«In un certo senso. Anche se è proprio con Hobbes, cioè con il filosofo che ha dispiegato la politica nei punti alti della modernità, che il problema biopolitico della conservazione della vita viene posto».
Ma non risolto.
«Diciamo che Hobbes risolve la questione in chiave politica, istituendo un grande dispositivo sovrano che implica categorie di diritto individuale, di libertà e rappresentanza. Fra vita e politica c´è ancora la mediazione delle istituzioni».
Ma le sembra davvero ridimensionata questa mediazione?
«Nel Novecento è venuta spesso meno».
A parte i totalitarismi, la politica ha continuato a rivendicare le sue mediazioni. In fondo si parla di diritti individuali, umani, eccetera...
«Ma l´effetto è sempre più ridotto. In realtà in tutto il mondo i punti caldi della politica stanno a ridosso immediato della vita. Non solo o semplicemente nel rapporto tanatopolitico di vita e morte, vita e guerra, ma anche alla base della questione sanitaria, della fame nel mondo, dello sviluppo della qualità della vita. Oggi ritengo che l´unica vera forma di legittimazione nella politica sia data proprio dalla vita».
L´impressione però è che la biopolitica serva più a spiegare le decisioni negative della politica che non quelle positive.
«È vero solo in parte. È vero, per esempio, se si valuta la posizione del migrante. Le grandi operazioni di polizia internazionale guardano al migrante come a una figura senza identità giuridica, fornita solo della sua nuda vita. Non è vero, se si pensa che larga parte dei discorsi politici hanno al centro la conservazione e la sicurezza biologica della vita».
Proverei a insistere su questo punto. Non sono tanto sicuro che le grandi questioni che la politica deve affrontare siano svolte senza l'ausilio e la mediazione delle grandi istituzioni.
«Riflettevo su ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Ora, a parte alcune notazioni che riguardano il rilevamento delle impronte, un provvedimento chiaramente biopolitico determinato anche da uno stato di necessità, pensi alle prossime presidenziali. Ebbene, è indubbio che i gruppi sociali ed etnici - ispano-americani, irlandesi, italiani - hanno sempre più peso rispetto alle istituzioni dello Stato. La politica in Occidente si fa sempre più in base a caratterizzazioni etnico-sociali. E sempre meno utilizzando il rapporto tra cittadini e Stato. La società e lo Stato si intrecciano, si accavallano, si confondono. Così come sotto un altro profilo, pace e guerra, polizia e apparato militare, lasciano cadere o ridimensionano quelle distinzioni che costituivano la spina dorsale della modernità».
Mentre lei accennava al rilievo che oggi rivestono i gruppi etnico-sociali, veniva in mente quella scena originaria, fra gli altri descritta da Freud in Totem e Tabù, nella quale il potere è visto nascere come una congiura dei figli contro il padre. Trova che lì ci sia un elemento biopolitico?
«Ritengo di sì. Le due categorie di fratellanza e di paternità cadono in un ambito biologico. Ora, quella scena originaria è interpretata da alcuni in chiave laica: finisce il regime sovrano dei padri e nasce la democrazia dei fratelli. Personalmente la vedrei in maniera più problematica».
In che senso?
«Quei fratelli oltre a uccidere il padre, lo divorano e con ciò lo incorporano. Questo vuol dire che la democrazia nasce introiettando un elemento bio e tanatopolitico. I valori morali che ne conseguono nascono dal complesso di colpa determinato da quella uccisione e da quel divoramento. Questo significa anche che tutta la scena democratica, della quale si parla come una fonte che si autolegittima, è qualcosa che ha in sé un fondo oscuro».
Qui si giunge a un punto essenziale: la biopolitica mostra l'elemento negativo insito nella democrazia.
«Più che mostrarci gli elementi negativi, ci fa vedere le faglie interne alla democrazia. Se la democrazia è usata in senso formalistico, la biopolitica decostruisce quel formalismo. E ci dice: guardate, quegli individui che rappresentano una testa e un voto sono una scena che nasconde un´altra scena più forte, attraversata dai conflitti e dai rapporti di forza. Da un lato, la biopolitica non nega la democrazia ma la decostruisce, dall´altro essa assegna alla democrazia il suo ruolo più importante: la legittimazione non delle forme ma della vita».
È una idea di democrazia che va ben oltre l´universo dei valori che conosciamo e pratichiamo.
«E perché? Non è detto che la democrazia debba essere necessariamente un metodo astratto di gestione o di distribuzione del potere. Anzi, la biopolitica ci dice che la democrazia funziona solo se si riferisce effettivamente ai contenuti di vita, al modo di essere di persone costituite da corpi e da carne, oltre che dalla possibilità astratta di votare per un partito o per un presidente».
Ma chi decide sulle nostre vite?
Esce Bíos di Roberto Esposito, lo abbiamo intervistato
Dal nazismo alla democrazia, ecco come è stata declinata
Una parola su cui Foucault aveva riflettuto oggi torna di attualità
ANTONIO GNOLI
Napoli. È da un po' che fra gli addetti ai lavori circola la parola "biopolitica". A dispiegarne la portata fu negli anni Sessanta Michel Foucault. Poi quella parola, che nel corso del Novecento ha avuto varie e drammatiche declinazioni, ha subito un lungo inabissamento, per riemergere in questi anni incerti, quando la politica, con i suoi costrutti teorici, con la sua storia, è sembrata aver perso il proprio baricentro. A Giorgio Agamben va il merito di aver riaperto la questione. Toni Negri ha fornito della biopolitica una lettura militante. Infine Roberto Esposito, con un importante libro che esce in questi giorni da Einaudi - Bíos, sottotitolo Biopolitica e filosofia, (pagg. 214, euro 18,50) - offre la prima importante sistemazione, sia in chiave storica che concettuale.
Allora professor Esposito perché dovremmo credere che la "biopolitica" è oggi un modo per entrare nelle questioni più pertinente di altri?
«Per la semplice ragione che, sempre più spesso, non si vive e non si muore in base a ciò che si fa, ma a ciò che si è biologicamente. Se si pensa a tutta la vicenda delle decapitazioni operate dai terroristi da un lato, e dall´altro alle torture, senza voler stabilire un parallelo fra le due cose, vediamo che oggi si fa politica iscrivendola sui corpi, attraverso il sangue».
Un ruolo non secondario svolgono i media.
«Indubbiamente, quando vediamo le immagini di una decapitazione circolare in internet dobbiamo concludere che sono saltate le tradizionali categorie politiche moderne».
Perché?
«Perché quello che ci si presenta è una combinazione di barbarie premoderna e di postmodernità, di spettacolo di sangue e di circolazione delle immagini sugli schermi di tutto il mondo».
Alcuni studiosi, fra cui lei, fanno coincidere l´esperienza biopolitica con i grandi totalitarismi del Novecento, in particolare con il nazismo.
«Il nazismo è il punto culminante della biopolitica. È l´idea che si tenta di realizzare nei laboratori scientifici, con esperimenti medici, per cui la vita è definibile solo in base a un criterio biologico: cioè con il richiamo al corpo, alla razza e al sangue».
Con quali conseguenze?
«Nel momento in cui il nazismo stabilisce una soglia tra una vita che va salvaguardata integralmente, perché essa riassume i valori massimi, e una vita che può invece essere sacrificata in nome d´una visione ariana, siamo dentro alla tanatopolitica. La conseguenza allora è che la vita si rovescia nel suo contrario, nella morte».
La biopolitica si colloca nel punto in cui le categorie moderne della politica - sovranità, ordine, diritto, libertà - entrano in crisi. È così?
«In un certo senso. Anche se è proprio con Hobbes, cioè con il filosofo che ha dispiegato la politica nei punti alti della modernità, che il problema biopolitico della conservazione della vita viene posto».
Ma non risolto.
«Diciamo che Hobbes risolve la questione in chiave politica, istituendo un grande dispositivo sovrano che implica categorie di diritto individuale, di libertà e rappresentanza. Fra vita e politica c´è ancora la mediazione delle istituzioni».
Ma le sembra davvero ridimensionata questa mediazione?
«Nel Novecento è venuta spesso meno».
A parte i totalitarismi, la politica ha continuato a rivendicare le sue mediazioni. In fondo si parla di diritti individuali, umani, eccetera...
«Ma l´effetto è sempre più ridotto. In realtà in tutto il mondo i punti caldi della politica stanno a ridosso immediato della vita. Non solo o semplicemente nel rapporto tanatopolitico di vita e morte, vita e guerra, ma anche alla base della questione sanitaria, della fame nel mondo, dello sviluppo della qualità della vita. Oggi ritengo che l´unica vera forma di legittimazione nella politica sia data proprio dalla vita».
L´impressione però è che la biopolitica serva più a spiegare le decisioni negative della politica che non quelle positive.
«È vero solo in parte. È vero, per esempio, se si valuta la posizione del migrante. Le grandi operazioni di polizia internazionale guardano al migrante come a una figura senza identità giuridica, fornita solo della sua nuda vita. Non è vero, se si pensa che larga parte dei discorsi politici hanno al centro la conservazione e la sicurezza biologica della vita».
Proverei a insistere su questo punto. Non sono tanto sicuro che le grandi questioni che la politica deve affrontare siano svolte senza l'ausilio e la mediazione delle grandi istituzioni.
«Riflettevo su ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Ora, a parte alcune notazioni che riguardano il rilevamento delle impronte, un provvedimento chiaramente biopolitico determinato anche da uno stato di necessità, pensi alle prossime presidenziali. Ebbene, è indubbio che i gruppi sociali ed etnici - ispano-americani, irlandesi, italiani - hanno sempre più peso rispetto alle istituzioni dello Stato. La politica in Occidente si fa sempre più in base a caratterizzazioni etnico-sociali. E sempre meno utilizzando il rapporto tra cittadini e Stato. La società e lo Stato si intrecciano, si accavallano, si confondono. Così come sotto un altro profilo, pace e guerra, polizia e apparato militare, lasciano cadere o ridimensionano quelle distinzioni che costituivano la spina dorsale della modernità».
Mentre lei accennava al rilievo che oggi rivestono i gruppi etnico-sociali, veniva in mente quella scena originaria, fra gli altri descritta da Freud in Totem e Tabù, nella quale il potere è visto nascere come una congiura dei figli contro il padre. Trova che lì ci sia un elemento biopolitico?
«Ritengo di sì. Le due categorie di fratellanza e di paternità cadono in un ambito biologico. Ora, quella scena originaria è interpretata da alcuni in chiave laica: finisce il regime sovrano dei padri e nasce la democrazia dei fratelli. Personalmente la vedrei in maniera più problematica».
In che senso?
«Quei fratelli oltre a uccidere il padre, lo divorano e con ciò lo incorporano. Questo vuol dire che la democrazia nasce introiettando un elemento bio e tanatopolitico. I valori morali che ne conseguono nascono dal complesso di colpa determinato da quella uccisione e da quel divoramento. Questo significa anche che tutta la scena democratica, della quale si parla come una fonte che si autolegittima, è qualcosa che ha in sé un fondo oscuro».
Qui si giunge a un punto essenziale: la biopolitica mostra l'elemento negativo insito nella democrazia.
«Più che mostrarci gli elementi negativi, ci fa vedere le faglie interne alla democrazia. Se la democrazia è usata in senso formalistico, la biopolitica decostruisce quel formalismo. E ci dice: guardate, quegli individui che rappresentano una testa e un voto sono una scena che nasconde un´altra scena più forte, attraversata dai conflitti e dai rapporti di forza. Da un lato, la biopolitica non nega la democrazia ma la decostruisce, dall´altro essa assegna alla democrazia il suo ruolo più importante: la legittimazione non delle forme ma della vita».
È una idea di democrazia che va ben oltre l´universo dei valori che conosciamo e pratichiamo.
«E perché? Non è detto che la democrazia debba essere necessariamente un metodo astratto di gestione o di distribuzione del potere. Anzi, la biopolitica ci dice che la democrazia funziona solo se si riferisce effettivamente ai contenuti di vita, al modo di essere di persone costituite da corpi e da carne, oltre che dalla possibilità astratta di votare per un partito o per un presidente».
festival di storia
Repubblica 15.10.04
Due rassegne sul '900
Se la storia diventa un festival
SIMONETTA FIORI
C'è un paradosso nel proliferare di festival di storia proprio nel momento di maggior inquietudine per lo storico della contemporaneità. Una difficoltà in cui versa la stessa disciplina, che vede polverizzarsi le sue antiche roccheforti accademiche. Messa ai margini anche da un immaginario giovanile appiattito sul presente, la storia riaffiora nei media, in una nutrita produzione saggistica e nel fervore dei convegni. Due gli appuntamenti ravvicinati. Il primo comincia oggi a Grottaferrata, su iniziativa di un comitato scientifico che annovera Giuliano Procacci, Giovanni Sabbatucci, Roberto Gualtieri, Agostino Giovagnoli e Federico Romero (Varchi. Festival della storia in-contemporanea). La seconda rassegna s´apre mercoledì a Roma, a cura di Mirella Serri, ed è dedicata a un tema tragicamente attuale come la guerra (Novant´anni di guerre dagli spari di Sarajevo alla guerra santa): se però nelle passate edizioni era un salone del libro storico, quest´anno si limiterà ai dibattiti, rinunciando alle caratteristiche di fiera dell´editoria.
Due festival che fatalmente vertono su temi analoghi, dai conflitti mondiali ai totalitarismi del Novecento, dalle guerre civili in Europa ai dilemmi contemporanei legati all´Islam. Argomenti in parte dettati dall´attualità, oppure nodi irrisolti del più recente passato (la strategia della tensione o l´affaire Moro), o temi più lontani ora alimentati da un più facile accesso alle fonti documentarie: è il caso ? nel festival romano ? dello spionaggio sotto il fascismo, studiato da Mauro Canali e da Mimmo Franzinelli, o dei campi di Stalin, su cui stanno per uscire nelle edizioni di Bruno Mondadori lo straordinario lavoro del fotografo polacco Tomasz Kinzy, Gulag, e il volume curato da Gabriele Nissim Storie di uomini giusti nel Gulag. Ma anche terreni su cui s´esercita un uso pubblico della storia sempre più spericolato, fino a tradursi in quella che Giovanni De Luna - nella nuova edizione di La passione e la ragione (Bruno Mondadori) - definisce "la liberalizzazione selvaggia del mercato della memoria". Tra i periodi storici più esposti è il ventennio nero. Sulle sue innumerevoli letture si sofferma Emilio Gentile nel recente libretto Il fascismo in tre capitoli (Laterza), che sarà presentato a Grottaferrata. La questione del fascismo, come quella del comunismo e del totalitarismo, non è solo argomento storiografico, come può esserlo il feudalesimo. «E quando l´interpretazione di un fenomeno storico coinvolge il significato dell´esistenza, i problemi sono più numerosi delle risposte degli storici».
Rimane il paradosso dell´esplosione mediatica d´una disciplina minacciata da più parti. I festival potrebbero servire proprio a questo: a mediare tra la complessità del discorso storico e il senso comune appiattito sugli stereotipi delle vulgate.
Due rassegne sul '900
Se la storia diventa un festival
SIMONETTA FIORI
C'è un paradosso nel proliferare di festival di storia proprio nel momento di maggior inquietudine per lo storico della contemporaneità. Una difficoltà in cui versa la stessa disciplina, che vede polverizzarsi le sue antiche roccheforti accademiche. Messa ai margini anche da un immaginario giovanile appiattito sul presente, la storia riaffiora nei media, in una nutrita produzione saggistica e nel fervore dei convegni. Due gli appuntamenti ravvicinati. Il primo comincia oggi a Grottaferrata, su iniziativa di un comitato scientifico che annovera Giuliano Procacci, Giovanni Sabbatucci, Roberto Gualtieri, Agostino Giovagnoli e Federico Romero (Varchi. Festival della storia in-contemporanea). La seconda rassegna s´apre mercoledì a Roma, a cura di Mirella Serri, ed è dedicata a un tema tragicamente attuale come la guerra (Novant´anni di guerre dagli spari di Sarajevo alla guerra santa): se però nelle passate edizioni era un salone del libro storico, quest´anno si limiterà ai dibattiti, rinunciando alle caratteristiche di fiera dell´editoria.
Due festival che fatalmente vertono su temi analoghi, dai conflitti mondiali ai totalitarismi del Novecento, dalle guerre civili in Europa ai dilemmi contemporanei legati all´Islam. Argomenti in parte dettati dall´attualità, oppure nodi irrisolti del più recente passato (la strategia della tensione o l´affaire Moro), o temi più lontani ora alimentati da un più facile accesso alle fonti documentarie: è il caso ? nel festival romano ? dello spionaggio sotto il fascismo, studiato da Mauro Canali e da Mimmo Franzinelli, o dei campi di Stalin, su cui stanno per uscire nelle edizioni di Bruno Mondadori lo straordinario lavoro del fotografo polacco Tomasz Kinzy, Gulag, e il volume curato da Gabriele Nissim Storie di uomini giusti nel Gulag. Ma anche terreni su cui s´esercita un uso pubblico della storia sempre più spericolato, fino a tradursi in quella che Giovanni De Luna - nella nuova edizione di La passione e la ragione (Bruno Mondadori) - definisce "la liberalizzazione selvaggia del mercato della memoria". Tra i periodi storici più esposti è il ventennio nero. Sulle sue innumerevoli letture si sofferma Emilio Gentile nel recente libretto Il fascismo in tre capitoli (Laterza), che sarà presentato a Grottaferrata. La questione del fascismo, come quella del comunismo e del totalitarismo, non è solo argomento storiografico, come può esserlo il feudalesimo. «E quando l´interpretazione di un fenomeno storico coinvolge il significato dell´esistenza, i problemi sono più numerosi delle risposte degli storici».
Rimane il paradosso dell´esplosione mediatica d´una disciplina minacciata da più parti. I festival potrebbero servire proprio a questo: a mediare tra la complessità del discorso storico e il senso comune appiattito sugli stereotipi delle vulgate.
un "nuovo orientamento della sessualità":
nessuna sessualità!
Repubblica 15.10.04
In Gran Bretagna fa scalpore una ricerca pubblicata da "New Scientist". "È una nuova categoria sociale che rivendica i propri diritti"
Il Quarto Sesso: astinenti e felici
La carica degli "asexual". Gli scienziati: la libido cala per scelta
Su Internet le loro confessioni: "L'erotismo per me è come l'algebra, capisco che cos'è ma non mi interessa"
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Cè una nuova categoria da aggiungere alla variegata fauna delle disposizioni sessuali: dopo gli eterosessuali, gli omosessuali, i transessuali, ora è il turno degli asessuali. Ovvero di quelli che non fanno sesso, non l´hanno mai fatto o come minimo preferirebbero non farne: non perché non trovano un partner di gradimento, non per convinzione religiosa o morale, e nemmeno per qualche difetto fisico, ma semplicemente perché non ne hanno voglia. Perché proprio il sesso non li eccita, non li attira, non desta in loro il minimo interesse. Mentre, viceversa, l´astinenza è la condizione che li rende, o renderebbe, felici.
«Gli asessuali ci sono sempre stati, ma adesso cominciano a venire allo scoperto», annuncia il settimanale britannico "New Scientist". Nel numero ieri in edicola, l´autorevole rivista scientifica intervista David Jay, 22enne ideatore di un sito sull´asessualità, www.asexuality.org, che in pochi mesi ha raccolto oltre 1200 adesioni. Il periodico pubblica anche uno studio effettuato su un campione di 18 mila adulti, uomini e donne, da cui risulta che almeno l´1 per cento si identifica con la seguente affermazione: «Non mi sono mai sentito sessualmente attratto da nessuno».
L´uno per cento può sembrare poco, ma gli autori della ricerca sostengono il contrario. «Innanzi tutto, in un mondo condizionato dal sesso come il nostro, è probabile che non tutti gli asessuali si siano sentiti pronti a dichiararsi», afferma il dottor Anthony Bogaert, lo psicologo della St. Brock University che ha preparato il rapporto.
«In secondo luogo la percentuale di coloro che si riconoscono omosessuali è del 3 per cento, per cui se gli asessuali di fatto arrivano all´1,5 o al 2 per cento significa che sono numerosi quasi quanto i gay, cioè quanto una minoranza considerevole e degna di attenzione. In terzo luogo ci sono adulti che hanno rapporti sessuali, ma solo perché si sentono obbligati a farlo dal proprio partner o dalle pressioni sociali, e ne farebbero volentieri a meno. Appartengono anch´essi, perlomeno potenzialmente, alla categoria degli asessuali».
Il sondaggio cita tre ragioni che spingono a scegliere una vita senza sesso:
1) traumi sofferti durante l´infanzia; 2) stress causato dal lavoro o dalla famiglia; 3) eccessivo bombardamento di sesso sui media, in tivù, nella pubblicità, che in alcuni soggetti può provocare rigetto anziché desiderio.
Una quarta possibile motivazione, genetica, la forniscono gli studi sugli animali: il 3 per cento dei montoni e il 12 per cento dei topi o di altri roditori rifiuta rapporti sessuali con partner di qualunque sesso. E si tratta di mammiferi, come l´uomo.
«Sento un´estraneità nei confronti del sesso analoga a quella che proverei se qualcuno mi proponesse di andare a vivere su Marte», confida un asessuale al "New Scientist". «È come l´algebra, capisco cos´è, ma non mi interessa», confessa un altro. L´obiettivo non è arrivare vergini al matrimonio, bensì restarlo per sempre. «Asessualità», proclama il sito fondato da David Jay. «Non è più soltanto per le amebe»
In Gran Bretagna fa scalpore una ricerca pubblicata da "New Scientist". "È una nuova categoria sociale che rivendica i propri diritti"
Il Quarto Sesso: astinenti e felici
La carica degli "asexual". Gli scienziati: la libido cala per scelta
Su Internet le loro confessioni: "L'erotismo per me è come l'algebra, capisco che cos'è ma non mi interessa"
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Cè una nuova categoria da aggiungere alla variegata fauna delle disposizioni sessuali: dopo gli eterosessuali, gli omosessuali, i transessuali, ora è il turno degli asessuali. Ovvero di quelli che non fanno sesso, non l´hanno mai fatto o come minimo preferirebbero non farne: non perché non trovano un partner di gradimento, non per convinzione religiosa o morale, e nemmeno per qualche difetto fisico, ma semplicemente perché non ne hanno voglia. Perché proprio il sesso non li eccita, non li attira, non desta in loro il minimo interesse. Mentre, viceversa, l´astinenza è la condizione che li rende, o renderebbe, felici.
«Gli asessuali ci sono sempre stati, ma adesso cominciano a venire allo scoperto», annuncia il settimanale britannico "New Scientist". Nel numero ieri in edicola, l´autorevole rivista scientifica intervista David Jay, 22enne ideatore di un sito sull´asessualità, www.asexuality.org, che in pochi mesi ha raccolto oltre 1200 adesioni. Il periodico pubblica anche uno studio effettuato su un campione di 18 mila adulti, uomini e donne, da cui risulta che almeno l´1 per cento si identifica con la seguente affermazione: «Non mi sono mai sentito sessualmente attratto da nessuno».
L´uno per cento può sembrare poco, ma gli autori della ricerca sostengono il contrario. «Innanzi tutto, in un mondo condizionato dal sesso come il nostro, è probabile che non tutti gli asessuali si siano sentiti pronti a dichiararsi», afferma il dottor Anthony Bogaert, lo psicologo della St. Brock University che ha preparato il rapporto.
«In secondo luogo la percentuale di coloro che si riconoscono omosessuali è del 3 per cento, per cui se gli asessuali di fatto arrivano all´1,5 o al 2 per cento significa che sono numerosi quasi quanto i gay, cioè quanto una minoranza considerevole e degna di attenzione. In terzo luogo ci sono adulti che hanno rapporti sessuali, ma solo perché si sentono obbligati a farlo dal proprio partner o dalle pressioni sociali, e ne farebbero volentieri a meno. Appartengono anch´essi, perlomeno potenzialmente, alla categoria degli asessuali».
Il sondaggio cita tre ragioni che spingono a scegliere una vita senza sesso:
1) traumi sofferti durante l´infanzia; 2) stress causato dal lavoro o dalla famiglia; 3) eccessivo bombardamento di sesso sui media, in tivù, nella pubblicità, che in alcuni soggetti può provocare rigetto anziché desiderio.
Una quarta possibile motivazione, genetica, la forniscono gli studi sugli animali: il 3 per cento dei montoni e il 12 per cento dei topi o di altri roditori rifiuta rapporti sessuali con partner di qualunque sesso. E si tratta di mammiferi, come l´uomo.
«Sento un´estraneità nei confronti del sesso analoga a quella che proverei se qualcuno mi proponesse di andare a vivere su Marte», confida un asessuale al "New Scientist". «È come l´algebra, capisco cos´è, ma non mi interessa», confessa un altro. L´obiettivo non è arrivare vergini al matrimonio, bensì restarlo per sempre. «Asessualità», proclama il sito fondato da David Jay. «Non è più soltanto per le amebe»
la destra cristiana
Repubblica 15.10.04
LA DESTRA CHE SCEGLIE LA STRADA CLERICALE
di EZIO MAURO
Andata in minoranza nel pigro appagamento del dopoguerra anche nel sentimento degli italiani (il popolo che per decenni veniva definito "naturalmente cristiano") la Chiesa cattolica in questi giorni non crederà ai suoi occhi, pur abituati a ben altre rivelazioni. Dal mondo che si definisce liberale, o addirittura laico, dalle tribune per lungo tempo indifferenti dei giornali borghesi, dagli ideologi di una destra che era nata nel mercato e nel secolo, arriva improvvisa e compatta una grande genuflessione pubblica ai precetti morali del cattolicesimo, una sorta di inedito Giubileo liberale in ritardo, ma certamente spettacolare. Per ora incompleto, dal punto di vista del rito, perché senza mea culpa. La colpa è come sempre degli altri, naturalmente. In questo caso dell´Europa e della sua vera anima nichilista, la sinistra socialdemocratica.
E´ bene non scambiare la causa con l´effetto, per capire cosa sta succedendo in questo Paese complicato, dove ancora una volta sta nascendo qualcosa di nuovo: il laico clericale, figura tutta italiana, moderno per rendita culturale, status e ruolo, tradizionale per il bozzolo di valori in cui sta scegliendo di rinchiudersi. Rocco Buttiglione, infatti, è il pretesto perfetto, la figura chiave che spalanca la porta di un fenomeno in incubazione da tempo, irrilevante politicamente, interessantissimo invece per ciò che rivela nel consolidarsi e trasformarsi della nuova mappa di egemonia culturale che circonda la destra italiana, e attraverso di essa la società e il Paese.
Il caso Buttiglione è presto definito. Il filosofo cattolico, imprestato alla politica ormai da molti anni ma non convertito ad un professionismo politico opportunistico ed incolore, ha testimoniato in un´intervista al Paìs e poi nell´audizione al Parlamento europeo come commissario Ue le sue personali convinzioni di cattolico sui gay, sulla famiglia e sulle donne: precisando che per lui vale la distinzione kantiana tra la sfera della morale e la sfera del diritto.
La commissione del Parlamento europeo ha badato meno a Kant che a Buttiglione, e lo ha bocciato due volte.
Il presidente Barroso lo ha riconfermato. Il filosofo ha taciuto. Ma aveva ormai agito come pietra dello scandalo, e lo scandalo è scoppiato.
Tutta la destra italiana ha infatti reagito come se l´Europa avesse dichiarato guerra al cattolicesimo, Silvio Berlusconi ha parlato di "oscurantismo", Ernesto Galli Della Loggia ha accusato Bruxelles ("grigia" e "triste", esattamente come Pym Fortuyn dipingeva l´Europa, e come spesso la definisce la "Padania") di aver messo al bando in un colpo solo i tratti fondamentali dell´antropologia "dell´intero monoteismo". Causa ed effetto qui sono davvero rovesciati: non conta nulla che un commissario in pectore giudichi l´omosessualità "immorale", usi dalla tribuna politica di Bruxelles la categoria di "peccato" per i gay, e aggiunga che la famiglia esiste "per permettere alla donna di avere figli e di essere protetta dal marito". Conta soltanto che i parlamentari siano rimasti colpiti da queste affermazioni, e abbiano ritenuto di non volere un commissario che dichiara in partenza di dover ogni volta mediare tra le sue nette convinzioni morali e una prassi politica a cui è pronto a subordinarsi, anche se pensa il contrario.
Eppure è il cardinal Ratzinger a parlare di "schizofrenia"e di "finzione difesa dallo Stato" quando discutendo il rapporto tra verità e libertà cita il caso del Pontefice Massimo romano C. Aurelio Cotta, che in pubblico rappresentava la religione pagana ed era addirittura garante dell´osservanza scrupolosa dei riti del culto statale e in privato, come rivela Cicerone, ammetteva di temere "che gli dei non esistano affatto".
Perché dunque parlare di Europa anticristiana, quando la stessa commissione in cui fatica ad entrare Buttiglione è stata guidata per cinque anni da un cattolico come Romano Prodi? Perché non ammettere che la distinzione tra privato e politico fatta da Buttiglione è senz´altro sincera (come io credo decisamente) ma è anche complicata, visto che se i convincimenti morali hanno diritto ad ogni rispetto, anche le leggi meritano altrettanto. Sappiamo tutti che è il cristianesimo che ha tolto allo Stato la sua sacralità, separando Dio da Cesare, ammettendo di poter pregare per l´imperatore, ma rifiutando di offrirgli sacrifici sacri. Ma d´altra parte il cristianesimo ha sempre sostenuto di non essere solo un sentimento soggettivo, piuttosto - cito ancora il cardinal Ratzinger - "una verità che è proclamata in ambito pubblico, che pone per la società delle norme e che, in una certa misura, è vincolante anche per lo Stato e per i potenti di questo mondo".
La realtà è dunque più complicata di quanto i toni da crociata gridino, e Buttiglione probabilmente lo sa perché è un cattolico convinto, così come lo sanno i cattolici liberali alla Cossiga e i cattolici democratici che hanno fatto per cinquant´anni la parte di Cesare in questo Paese, continuando a credere in Dio. C´è dunque da pensare che la reazione della destra italiana e dei liberali a lei contigui abbia un significato più ampio, che bisogna cercare di capire.
Io credo che quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi dimostri una forte difficoltà della destra politica italiana e un nuovo tentativo di riorganizzazione di quel campo da parte della destra culturale. E´ la terza fase. Nella prima, si è provveduto a destrutturare la cornice valoriale della Repubblica, con gli attacchi alla Costituzione, alle sue istituzioni, a quel tanto di Resistenza che è la fonte italiana di legittimazione del nuovo Stato democratico, e non lo rende octroyée, alle culture fondative, come l´azionismo. Nella seconda, la spada vittoriosa di Berlusconi, conquistato il potere, avrebbe dovuto fondare una moderna cultura di destra, in un Paese che non l´ha mai avuta nella sua lunga stagione democristiana: questa sarebbe stata l´operazione più ambiziosa del Cavaliere e l´unica davvero immortale, perché avrebbe creato qualcosa non ad personam, ma capace di succedergli. E avrebbe messo il sigillo perfetto e definitivo ad un´operazione politica tecnicamente rivoluzionaria, perché fondatrice insieme di nuove istituzioni, di una nuova Costituzione, di un potere prima sconosciuto, e di una cultura che dia unità e coerenza alle pulsioni sparse e alle passioni contraddittorie della destra italiana.
Il fatto è che la seconda fase è mancata. Il rivoluzionario governa come un doroteo ideologico, sia pure con velleità titaniche interrotte da squarci inediti di moderatismo guerriero. E´ chiaro che il Cavaliere degli ossimori (mezzo Letta, mezzo Ferrara) non può fondare nessuna nuova cultura, e fatica anche a balbettare le litanie democristiane che sta evidentemente imparando a memoria. Dunque ecco la terza fase, obbligata: per mantenere quell´egemonia culturale instaurata da Berlusconi attraverso la breccia aperta dal revisionismo, bisogna ancorare la destra ad un pensiero forte, che affondi nella tradizione italiana e agisca come elemento dell´identità nazionale.
Nel momento in cui i grandi temi dell´etica, della procreazione, della famiglia entrano al centro della discussione pubblica, le leggi morali della Chiesa sono il pensiero forte dietro cui si rifugia la destra. Non è, bisogna sottolinearlo, la ripetizione dello schema divisorio della Prima Repubblica, con la destra che si rinchiude nella tradizione, mentre la sinistra si accampa nella modernità. Anzi: come si teorizza apertamente in America (Neuhaus), la nuova cultura cattolica di destra può sfidare apertamente la laicità denunciandone il declino parallelo allo statalismo, può ridurre il cattolicesimo democratico a ceto politico, e può proporsi come interprete di un senso comune del moderno e del post-moderno.
In Italia, la "conversione senza Dio", tutta politica, dei liberali e della destra ai precetti morali della Chiesa rivela innanzitutto un´impotenza quasi dichiarata. Le loro culture di origine giungono con ogni evidenza all´appuntamento con questa fase spaventate e spodestate, direi estenuate. Il liberalismo di destra è stato sfidato per un decennio nei suoi valori dall´anomalia berlusconiana, ed è diventato un paradosso strumentale. La destra berlusconiana sta peggio, e proprio la guerra rivela come rischi ogni giorno più scopertamente di scambiare l´ideologia per una cultura, rimanendovi imprigionata.
La morale cristiana (mai la predicazione sociale dei Vescovi, mai la denuncia del Papa sulla guerra) diventa così un bene-rifugio da utilizzare in questi tempi di carestia culturale, ancorando la destra ad un baricentro di valori per Berlusconi eccentrico ma non contraddittorio, per il Paese riconoscibile. E´ una realpolitik strumentale, che senza dirlo assume le posizioni proprie della Cei radicalizzandole. Il Cardinal Ruini si limita a dire, con qualche ragione, che la qualità della vita cui oggi la gente aspira per molti aspetti coincide con la tradizionale posizione cristiana "non a caso a lungo avvertita come senso comune nella società europea". La destra clericale sostiene invece, da un lato, che il cattolicesimo è fuori corso in Europa perché è fuori dal senso comune dominante, sostituito dalla nuova religione del politicamente corretto e dall´adorazione pagana della sinistra per i diritti subentrati ai valori; ma dall´altro lato si muove e opera con un´idea del cristianesimo come seconda "natura" italiana, che può dunque essere trasgredito e rinnegato solo da leggi in qualche modo contro natura, quindi contestabili alla radice.
E´ un nuovo integralismo cristiano del tutto inedito, semplicemente perché è senza Dio. Si tratta infatti di una sorta di cristianesimo senza Cristo, di una conversione senza fede, della falsa adorazione di un tabernacolo che si pensa vuoto, e di cui per calcolo di fase si cavalcano i precetti. I veri cattolici integrali, quelli per i quali il cristianesimo è un "avvenimento" che si è compiuto nel tempo e nello spazio, concretamente, hanno sempre avversato la sua riduzione a filosofia, morale, cultura e galateo pratico di precetti senz´anima. I teologi, addirittura, definirebbero questo moderno paganesimo di una religione atea come una riedizione del pelagismo. Ma tant´è, l´ultimo miracolo del berlusconismo è in atto, ed è questo. Manca soltanto un nuovo Papa non pastore né nocchiero né profeta, bensì guerriero: il gregge è pronto.
LA DESTRA CHE SCEGLIE LA STRADA CLERICALE
di EZIO MAURO
Andata in minoranza nel pigro appagamento del dopoguerra anche nel sentimento degli italiani (il popolo che per decenni veniva definito "naturalmente cristiano") la Chiesa cattolica in questi giorni non crederà ai suoi occhi, pur abituati a ben altre rivelazioni. Dal mondo che si definisce liberale, o addirittura laico, dalle tribune per lungo tempo indifferenti dei giornali borghesi, dagli ideologi di una destra che era nata nel mercato e nel secolo, arriva improvvisa e compatta una grande genuflessione pubblica ai precetti morali del cattolicesimo, una sorta di inedito Giubileo liberale in ritardo, ma certamente spettacolare. Per ora incompleto, dal punto di vista del rito, perché senza mea culpa. La colpa è come sempre degli altri, naturalmente. In questo caso dell´Europa e della sua vera anima nichilista, la sinistra socialdemocratica.
E´ bene non scambiare la causa con l´effetto, per capire cosa sta succedendo in questo Paese complicato, dove ancora una volta sta nascendo qualcosa di nuovo: il laico clericale, figura tutta italiana, moderno per rendita culturale, status e ruolo, tradizionale per il bozzolo di valori in cui sta scegliendo di rinchiudersi. Rocco Buttiglione, infatti, è il pretesto perfetto, la figura chiave che spalanca la porta di un fenomeno in incubazione da tempo, irrilevante politicamente, interessantissimo invece per ciò che rivela nel consolidarsi e trasformarsi della nuova mappa di egemonia culturale che circonda la destra italiana, e attraverso di essa la società e il Paese.
Il caso Buttiglione è presto definito. Il filosofo cattolico, imprestato alla politica ormai da molti anni ma non convertito ad un professionismo politico opportunistico ed incolore, ha testimoniato in un´intervista al Paìs e poi nell´audizione al Parlamento europeo come commissario Ue le sue personali convinzioni di cattolico sui gay, sulla famiglia e sulle donne: precisando che per lui vale la distinzione kantiana tra la sfera della morale e la sfera del diritto.
La commissione del Parlamento europeo ha badato meno a Kant che a Buttiglione, e lo ha bocciato due volte.
Il presidente Barroso lo ha riconfermato. Il filosofo ha taciuto. Ma aveva ormai agito come pietra dello scandalo, e lo scandalo è scoppiato.
Tutta la destra italiana ha infatti reagito come se l´Europa avesse dichiarato guerra al cattolicesimo, Silvio Berlusconi ha parlato di "oscurantismo", Ernesto Galli Della Loggia ha accusato Bruxelles ("grigia" e "triste", esattamente come Pym Fortuyn dipingeva l´Europa, e come spesso la definisce la "Padania") di aver messo al bando in un colpo solo i tratti fondamentali dell´antropologia "dell´intero monoteismo". Causa ed effetto qui sono davvero rovesciati: non conta nulla che un commissario in pectore giudichi l´omosessualità "immorale", usi dalla tribuna politica di Bruxelles la categoria di "peccato" per i gay, e aggiunga che la famiglia esiste "per permettere alla donna di avere figli e di essere protetta dal marito". Conta soltanto che i parlamentari siano rimasti colpiti da queste affermazioni, e abbiano ritenuto di non volere un commissario che dichiara in partenza di dover ogni volta mediare tra le sue nette convinzioni morali e una prassi politica a cui è pronto a subordinarsi, anche se pensa il contrario.
Eppure è il cardinal Ratzinger a parlare di "schizofrenia"e di "finzione difesa dallo Stato" quando discutendo il rapporto tra verità e libertà cita il caso del Pontefice Massimo romano C. Aurelio Cotta, che in pubblico rappresentava la religione pagana ed era addirittura garante dell´osservanza scrupolosa dei riti del culto statale e in privato, come rivela Cicerone, ammetteva di temere "che gli dei non esistano affatto".
Perché dunque parlare di Europa anticristiana, quando la stessa commissione in cui fatica ad entrare Buttiglione è stata guidata per cinque anni da un cattolico come Romano Prodi? Perché non ammettere che la distinzione tra privato e politico fatta da Buttiglione è senz´altro sincera (come io credo decisamente) ma è anche complicata, visto che se i convincimenti morali hanno diritto ad ogni rispetto, anche le leggi meritano altrettanto. Sappiamo tutti che è il cristianesimo che ha tolto allo Stato la sua sacralità, separando Dio da Cesare, ammettendo di poter pregare per l´imperatore, ma rifiutando di offrirgli sacrifici sacri. Ma d´altra parte il cristianesimo ha sempre sostenuto di non essere solo un sentimento soggettivo, piuttosto - cito ancora il cardinal Ratzinger - "una verità che è proclamata in ambito pubblico, che pone per la società delle norme e che, in una certa misura, è vincolante anche per lo Stato e per i potenti di questo mondo".
La realtà è dunque più complicata di quanto i toni da crociata gridino, e Buttiglione probabilmente lo sa perché è un cattolico convinto, così come lo sanno i cattolici liberali alla Cossiga e i cattolici democratici che hanno fatto per cinquant´anni la parte di Cesare in questo Paese, continuando a credere in Dio. C´è dunque da pensare che la reazione della destra italiana e dei liberali a lei contigui abbia un significato più ampio, che bisogna cercare di capire.
Io credo che quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi dimostri una forte difficoltà della destra politica italiana e un nuovo tentativo di riorganizzazione di quel campo da parte della destra culturale. E´ la terza fase. Nella prima, si è provveduto a destrutturare la cornice valoriale della Repubblica, con gli attacchi alla Costituzione, alle sue istituzioni, a quel tanto di Resistenza che è la fonte italiana di legittimazione del nuovo Stato democratico, e non lo rende octroyée, alle culture fondative, come l´azionismo. Nella seconda, la spada vittoriosa di Berlusconi, conquistato il potere, avrebbe dovuto fondare una moderna cultura di destra, in un Paese che non l´ha mai avuta nella sua lunga stagione democristiana: questa sarebbe stata l´operazione più ambiziosa del Cavaliere e l´unica davvero immortale, perché avrebbe creato qualcosa non ad personam, ma capace di succedergli. E avrebbe messo il sigillo perfetto e definitivo ad un´operazione politica tecnicamente rivoluzionaria, perché fondatrice insieme di nuove istituzioni, di una nuova Costituzione, di un potere prima sconosciuto, e di una cultura che dia unità e coerenza alle pulsioni sparse e alle passioni contraddittorie della destra italiana.
Il fatto è che la seconda fase è mancata. Il rivoluzionario governa come un doroteo ideologico, sia pure con velleità titaniche interrotte da squarci inediti di moderatismo guerriero. E´ chiaro che il Cavaliere degli ossimori (mezzo Letta, mezzo Ferrara) non può fondare nessuna nuova cultura, e fatica anche a balbettare le litanie democristiane che sta evidentemente imparando a memoria. Dunque ecco la terza fase, obbligata: per mantenere quell´egemonia culturale instaurata da Berlusconi attraverso la breccia aperta dal revisionismo, bisogna ancorare la destra ad un pensiero forte, che affondi nella tradizione italiana e agisca come elemento dell´identità nazionale.
Nel momento in cui i grandi temi dell´etica, della procreazione, della famiglia entrano al centro della discussione pubblica, le leggi morali della Chiesa sono il pensiero forte dietro cui si rifugia la destra. Non è, bisogna sottolinearlo, la ripetizione dello schema divisorio della Prima Repubblica, con la destra che si rinchiude nella tradizione, mentre la sinistra si accampa nella modernità. Anzi: come si teorizza apertamente in America (Neuhaus), la nuova cultura cattolica di destra può sfidare apertamente la laicità denunciandone il declino parallelo allo statalismo, può ridurre il cattolicesimo democratico a ceto politico, e può proporsi come interprete di un senso comune del moderno e del post-moderno.
In Italia, la "conversione senza Dio", tutta politica, dei liberali e della destra ai precetti morali della Chiesa rivela innanzitutto un´impotenza quasi dichiarata. Le loro culture di origine giungono con ogni evidenza all´appuntamento con questa fase spaventate e spodestate, direi estenuate. Il liberalismo di destra è stato sfidato per un decennio nei suoi valori dall´anomalia berlusconiana, ed è diventato un paradosso strumentale. La destra berlusconiana sta peggio, e proprio la guerra rivela come rischi ogni giorno più scopertamente di scambiare l´ideologia per una cultura, rimanendovi imprigionata.
La morale cristiana (mai la predicazione sociale dei Vescovi, mai la denuncia del Papa sulla guerra) diventa così un bene-rifugio da utilizzare in questi tempi di carestia culturale, ancorando la destra ad un baricentro di valori per Berlusconi eccentrico ma non contraddittorio, per il Paese riconoscibile. E´ una realpolitik strumentale, che senza dirlo assume le posizioni proprie della Cei radicalizzandole. Il Cardinal Ruini si limita a dire, con qualche ragione, che la qualità della vita cui oggi la gente aspira per molti aspetti coincide con la tradizionale posizione cristiana "non a caso a lungo avvertita come senso comune nella società europea". La destra clericale sostiene invece, da un lato, che il cattolicesimo è fuori corso in Europa perché è fuori dal senso comune dominante, sostituito dalla nuova religione del politicamente corretto e dall´adorazione pagana della sinistra per i diritti subentrati ai valori; ma dall´altro lato si muove e opera con un´idea del cristianesimo come seconda "natura" italiana, che può dunque essere trasgredito e rinnegato solo da leggi in qualche modo contro natura, quindi contestabili alla radice.
E´ un nuovo integralismo cristiano del tutto inedito, semplicemente perché è senza Dio. Si tratta infatti di una sorta di cristianesimo senza Cristo, di una conversione senza fede, della falsa adorazione di un tabernacolo che si pensa vuoto, e di cui per calcolo di fase si cavalcano i precetti. I veri cattolici integrali, quelli per i quali il cristianesimo è un "avvenimento" che si è compiuto nel tempo e nello spazio, concretamente, hanno sempre avversato la sua riduzione a filosofia, morale, cultura e galateo pratico di precetti senz´anima. I teologi, addirittura, definirebbero questo moderno paganesimo di una religione atea come una riedizione del pelagismo. Ma tant´è, l´ultimo miracolo del berlusconismo è in atto, ed è questo. Manca soltanto un nuovo Papa non pastore né nocchiero né profeta, bensì guerriero: il gregge è pronto.
giovedì 14 ottobre 2004
la religione americana
Il Gazzettino 14.10.04
NEW YORK - È legittimo mettere una copia dei dieci comandamenti in un'aula di tribunale o un monumento che raffigura le tavole della legge nella piazza pubblica che sta tra parlamento e corte statali? Oppure è un simbolo innegabilmente religioso che viola la separazione tra stato e chiesa?
Gianna Pontecorboli
Dopo venticinque anni di silenzio sui temi religiosi, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso ora di prendere in considerazione una disputa che ricorda da vicino quella del crocefisso nelle classi delle scuole pubbliche italiane. I nove giudici che compongono la Corte dovranno decidere nei prossimi mesi chi ha ragione tra due stati che, messi di fronte al problema, hanno preso direzioni opposte. In Texas, infatti, il parlamento locale ha ricevuto in dono dal Fraternal Order of Eagles, un gruppo religioso, una pesante statua con l'iscrizione dei dieci comandamenti e ha deciso di sistemarla nel parco che sta di fronte alla Corte Suprema del Texas, a Austin. Quando un senzatetto locale, Thomas Van Orden, si è rivolto al tribunale per far togliere la statua i giudici gli hanno dato torto. «I dieci comandamenti - hanno stabilito - hanno sia un messaggio religioso che un messaggio secolare. Simboleggiano un giusto governo tra gente libera». In Kentucky, un analogo tribunale non ha invece appoggiato i rappresentanti di due contee, che avevano deciso di appendere delle copie dei dieci comandamenti nelle aule della corte locale e ha ordinato loro di appendere ai muri anche la Magna Carta e la dichiarazione di indipendenza americana. «Specialmente in una corte, la gente non deve sentirsi diversa perchè non partecipa alla visione religiosa prevalente» ha sostenuto l'Associazione per le libertà civili del Kentucky. Adesso, la Corte Suprema dovrà ascoltare gli argomenti delle parti in primavera e probabilmente decidere entro l'estate prossima. La questione, però, rischia di far riaffiorare delle polemiche mai sopite. Già nel 1980, infatti, i nove giudici avevano deciso di far togliere le copie dei dieci comandamenti dalle aule scolastiche. In Alabama, lo scorso anno, il presidente della Corte Suprema statale, Roy Moore, aveva clamorosamente sfidato l'ordine federale di rimuovere un analogo monumento. Per la sua ribellione, Moore ha perso il lavoro ma i suoi sostenitori non hanno perso tempo, ieri, a cantare vittoria. «Dio risponde alle preghiere» ha dichiarato Jimmie Green, un ex giudice del Kentucky che ha rifiutato di togliere personalmente dal muro del suo corridoio il testo delle tavole della legge, «non c'e' ragione migliore per andare in galera che difendere un documento sacro».
NEW YORK - È legittimo mettere una copia dei dieci comandamenti in un'aula di tribunale o un monumento che raffigura le tavole della legge nella piazza pubblica che sta tra parlamento e corte statali? Oppure è un simbolo innegabilmente religioso che viola la separazione tra stato e chiesa?
Gianna Pontecorboli
Dopo venticinque anni di silenzio sui temi religiosi, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso ora di prendere in considerazione una disputa che ricorda da vicino quella del crocefisso nelle classi delle scuole pubbliche italiane. I nove giudici che compongono la Corte dovranno decidere nei prossimi mesi chi ha ragione tra due stati che, messi di fronte al problema, hanno preso direzioni opposte. In Texas, infatti, il parlamento locale ha ricevuto in dono dal Fraternal Order of Eagles, un gruppo religioso, una pesante statua con l'iscrizione dei dieci comandamenti e ha deciso di sistemarla nel parco che sta di fronte alla Corte Suprema del Texas, a Austin. Quando un senzatetto locale, Thomas Van Orden, si è rivolto al tribunale per far togliere la statua i giudici gli hanno dato torto. «I dieci comandamenti - hanno stabilito - hanno sia un messaggio religioso che un messaggio secolare. Simboleggiano un giusto governo tra gente libera». In Kentucky, un analogo tribunale non ha invece appoggiato i rappresentanti di due contee, che avevano deciso di appendere delle copie dei dieci comandamenti nelle aule della corte locale e ha ordinato loro di appendere ai muri anche la Magna Carta e la dichiarazione di indipendenza americana. «Specialmente in una corte, la gente non deve sentirsi diversa perchè non partecipa alla visione religiosa prevalente» ha sostenuto l'Associazione per le libertà civili del Kentucky. Adesso, la Corte Suprema dovrà ascoltare gli argomenti delle parti in primavera e probabilmente decidere entro l'estate prossima. La questione, però, rischia di far riaffiorare delle polemiche mai sopite. Già nel 1980, infatti, i nove giudici avevano deciso di far togliere le copie dei dieci comandamenti dalle aule scolastiche. In Alabama, lo scorso anno, il presidente della Corte Suprema statale, Roy Moore, aveva clamorosamente sfidato l'ordine federale di rimuovere un analogo monumento. Per la sua ribellione, Moore ha perso il lavoro ma i suoi sostenitori non hanno perso tempo, ieri, a cantare vittoria. «Dio risponde alle preghiere» ha dichiarato Jimmie Green, un ex giudice del Kentucky che ha rifiutato di togliere personalmente dal muro del suo corridoio il testo delle tavole della legge, «non c'e' ragione migliore per andare in galera che difendere un documento sacro».
la cultura ungherese in mostra a Roma
...e uno sterminio annullato
Liberazione 14.10.04
Un olocausto dimenticato
Aperta a Roma una mostra d'arte per ricordare lo sterminio degli ebrei ungheresi. Una tragedia per anni ignorata dalla stessa nazione magiara
Il ricordo di Charles Farkas, figlio di Istvàn, uno degli artisti più rappresentativi, scomparso durante la detenzione: «Non abbiamo mai voluto riconoscere le nostre colpe e le abbiamo attribuite ai tedeschi. In Bulgaria invece la popolazione fermò i nazisti e gli ebrei si salvarono»
di Vittorio Bonanni
«Iquadri che possiamo vedere in questa esposizione sono nati negli anni più bui della storia dell'Ungheria. In quegli anni, quando nei confronti di ebrei ungheresi furono commessi peccati terribili da altri ungheresi: li umiliavano nella loro dignità umana, li hanno privati dei loro beni, hanno tolto loro gli appartamenti, i loro oggetti di valore, i loro negozi, li costringevano nel ghetto, li hanno deportati nei campi di lavoro, e nei campi di annientamento della Germania o li hanno uccisi in Ungheria.» Questa denuncia è del filosofo magiaro Zoltàn Endreffy, esponente dell'associazione Pax Romana che si occupa del dialogo interreligioso. Lo studioso ha ricordato lunedì scorso il massacro degli ebrei ungheresi (di settecentomila che erano ne sopravvissero solo duecentomila) durante la presentazione della mostra "L'Olocausto nell'arte ungherese", visibile a Roma fino al 5 novembre presso l'Accademia d'Ungheria a Palazzo Falconieri, al quale ha fatto seguito il giorno seguente la conferenza di carattere storico "Olocausto sessant'anni dopo".
E' stata proprio questa ricorrenza, appunto i sessant'anni, a spingere l'Accademia ha realizzare questa serie di iniziative che vede comunque nell'esposizione di dipinti, disegni e sculture realizzati da artisti magiari tra il 1938 e il 1946 il momento certamente più significativo e toccante.
I quadri esposti non sono solo una testimonianza di tempi terribili. Sono anche il prodotto di un momento artistico importante, quell'arte figurativa ungherese i cui esponenti, nel 1938-39, furono deportati, costretti ai lavori forzati o semplicemente annientati, come Imre Amos, definito il "Chagall magiaro" o Istvàn Farkas, pittore esistenzialista di spicco fra le due guerre, un artista che conobbe un grande successo internazionale. Il figlio Charles era presente all'inaugurazione: «Io stesso sono stato in un campo di lavoro tedesco in Jugoslavia - dice Charles Farkas - da dove sono scappato.» «Molti artisti rappresentati qui - dice l'ideatore della fondazione Farkas parlando dell'esposizione - hanno realizzato dei disegni proprio durante la detenzione nei campi e in qualche modo sono riusciti a portarli fuori. I quadri esposti sono comunque di diversi periodi: si parte dal 1938, quando venne promulgata la prima legge razziale in Ungheria, fino ai giorni nostri, perché ci sono degli artisti che hanno trasformato in quadri dei ricordi, delle impressioni.» Questa mostra è importante perché «da noi non c'è stata una catarsi come in Germania. Gli ungheresi non hanno mai voluto riconoscere le loro colpe. E invece se è successo quello che è successo la colpa è degli stessi ungheresi, perché, per esempio, in Bulgaria, dove i tedeschi volevano fare la stessa cosa, la popolazione disse che non potevano imporre le loro leggi. E infatti gli ebrei bulgari sono stati salvati.»
Come dicevamo Istvàn Farkas è stato un grande pittore, che conobbe in Francia successo e fama, soprattutto negli anni '20-'30. Il figlio lo ricorda così: «Io sono stato con mio padre fino all'età di sette-otto anni perché poi i miei genitori si sono separati. Ci vedevamo uno o due volte la settimana e passavamo l'estate con lui. Noi siamo nati a Parigi perché lui svolgeva prevalentemente la sua attività lì e tenne aperto il suo studio fino al 1939, prima dello scoppio della guerra.» Farkas comprò anche una casa lungo le sponde del lago Balaton, in Ungheria, dove andava per dipingere. «Ora è diventata un museo - dice Charles - ed è divenuta la sede della Fondazione Istvàn Farkas, presente anche negli Stati Uniti.»
Questa iniziativa dell'Accademia d'Ungheria si inserisce in un contesto di revisione di un periodo storico praticamente rimosso per decenni dalla nazione magiara: «Finora - dice Katalin S. Nagy, storico dell'arte - non è avvenuta la revisione collettiva del periodo 1938-1945. Nel 1946/47 hanno organizzato alcune mostre in memoria dei martiri, ma dopo decenni di silenzio è arrivata l'ora per gli storici ungheresi di far vedere, riscoprire, i valori delle opere d'artisti ebrei ungheresi.»
Cinema
Due tempi all'inferno
Per ricordare lo sterminio degli ebrei ungheresi la manifestazione organizzata dall'Accademia d'Ungheria ha previsto anche la proiezione del film "Due tempi all'inferno" di Zoltàn Fàbri, realizzato nel 1961. E' ambientato nella primavera del 1944, quando in un campo di lavoro in Ucraina gli ufficiali tedeschi costrinsero i prigionieri ungheresi, indeboliti sia nel corpo che nello spirito, a giocare una partita di calcio in occasione del compleanno di Hitler. L'epilogo è drammatico: gli ungheresi, malgrado tutto, vincono ma pagano a caro prezzo la loro affermazione e il loro entusiasmo. Vengono infatti uccisi sullo stesso campo di calcio. L'autore (1917-1994), è stato uno dei rappresentanti di spicco del cinema ungherese. Il film "Due tempi all'inferno" è giudicato uno dei suoi lavori migliori. Nel 1981 la trama del suo film venne ripresa da John Huston, nel film "Fuga per la vittoria", dove però la storia ha un lieto fine. Nella versione americana vi hanno lavorato attori come Michael Caine, Sylvester Stallone, Max von Sydow e Pelé.
Un olocausto dimenticato
Aperta a Roma una mostra d'arte per ricordare lo sterminio degli ebrei ungheresi. Una tragedia per anni ignorata dalla stessa nazione magiara
Il ricordo di Charles Farkas, figlio di Istvàn, uno degli artisti più rappresentativi, scomparso durante la detenzione: «Non abbiamo mai voluto riconoscere le nostre colpe e le abbiamo attribuite ai tedeschi. In Bulgaria invece la popolazione fermò i nazisti e gli ebrei si salvarono»
di Vittorio Bonanni
«Iquadri che possiamo vedere in questa esposizione sono nati negli anni più bui della storia dell'Ungheria. In quegli anni, quando nei confronti di ebrei ungheresi furono commessi peccati terribili da altri ungheresi: li umiliavano nella loro dignità umana, li hanno privati dei loro beni, hanno tolto loro gli appartamenti, i loro oggetti di valore, i loro negozi, li costringevano nel ghetto, li hanno deportati nei campi di lavoro, e nei campi di annientamento della Germania o li hanno uccisi in Ungheria.» Questa denuncia è del filosofo magiaro Zoltàn Endreffy, esponente dell'associazione Pax Romana che si occupa del dialogo interreligioso. Lo studioso ha ricordato lunedì scorso il massacro degli ebrei ungheresi (di settecentomila che erano ne sopravvissero solo duecentomila) durante la presentazione della mostra "L'Olocausto nell'arte ungherese", visibile a Roma fino al 5 novembre presso l'Accademia d'Ungheria a Palazzo Falconieri, al quale ha fatto seguito il giorno seguente la conferenza di carattere storico "Olocausto sessant'anni dopo".
E' stata proprio questa ricorrenza, appunto i sessant'anni, a spingere l'Accademia ha realizzare questa serie di iniziative che vede comunque nell'esposizione di dipinti, disegni e sculture realizzati da artisti magiari tra il 1938 e il 1946 il momento certamente più significativo e toccante.
I quadri esposti non sono solo una testimonianza di tempi terribili. Sono anche il prodotto di un momento artistico importante, quell'arte figurativa ungherese i cui esponenti, nel 1938-39, furono deportati, costretti ai lavori forzati o semplicemente annientati, come Imre Amos, definito il "Chagall magiaro" o Istvàn Farkas, pittore esistenzialista di spicco fra le due guerre, un artista che conobbe un grande successo internazionale. Il figlio Charles era presente all'inaugurazione: «Io stesso sono stato in un campo di lavoro tedesco in Jugoslavia - dice Charles Farkas - da dove sono scappato.» «Molti artisti rappresentati qui - dice l'ideatore della fondazione Farkas parlando dell'esposizione - hanno realizzato dei disegni proprio durante la detenzione nei campi e in qualche modo sono riusciti a portarli fuori. I quadri esposti sono comunque di diversi periodi: si parte dal 1938, quando venne promulgata la prima legge razziale in Ungheria, fino ai giorni nostri, perché ci sono degli artisti che hanno trasformato in quadri dei ricordi, delle impressioni.» Questa mostra è importante perché «da noi non c'è stata una catarsi come in Germania. Gli ungheresi non hanno mai voluto riconoscere le loro colpe. E invece se è successo quello che è successo la colpa è degli stessi ungheresi, perché, per esempio, in Bulgaria, dove i tedeschi volevano fare la stessa cosa, la popolazione disse che non potevano imporre le loro leggi. E infatti gli ebrei bulgari sono stati salvati.»
Come dicevamo Istvàn Farkas è stato un grande pittore, che conobbe in Francia successo e fama, soprattutto negli anni '20-'30. Il figlio lo ricorda così: «Io sono stato con mio padre fino all'età di sette-otto anni perché poi i miei genitori si sono separati. Ci vedevamo uno o due volte la settimana e passavamo l'estate con lui. Noi siamo nati a Parigi perché lui svolgeva prevalentemente la sua attività lì e tenne aperto il suo studio fino al 1939, prima dello scoppio della guerra.» Farkas comprò anche una casa lungo le sponde del lago Balaton, in Ungheria, dove andava per dipingere. «Ora è diventata un museo - dice Charles - ed è divenuta la sede della Fondazione Istvàn Farkas, presente anche negli Stati Uniti.»
Questa iniziativa dell'Accademia d'Ungheria si inserisce in un contesto di revisione di un periodo storico praticamente rimosso per decenni dalla nazione magiara: «Finora - dice Katalin S. Nagy, storico dell'arte - non è avvenuta la revisione collettiva del periodo 1938-1945. Nel 1946/47 hanno organizzato alcune mostre in memoria dei martiri, ma dopo decenni di silenzio è arrivata l'ora per gli storici ungheresi di far vedere, riscoprire, i valori delle opere d'artisti ebrei ungheresi.»
Cinema
Due tempi all'inferno
Per ricordare lo sterminio degli ebrei ungheresi la manifestazione organizzata dall'Accademia d'Ungheria ha previsto anche la proiezione del film "Due tempi all'inferno" di Zoltàn Fàbri, realizzato nel 1961. E' ambientato nella primavera del 1944, quando in un campo di lavoro in Ucraina gli ufficiali tedeschi costrinsero i prigionieri ungheresi, indeboliti sia nel corpo che nello spirito, a giocare una partita di calcio in occasione del compleanno di Hitler. L'epilogo è drammatico: gli ungheresi, malgrado tutto, vincono ma pagano a caro prezzo la loro affermazione e il loro entusiasmo. Vengono infatti uccisi sullo stesso campo di calcio. L'autore (1917-1994), è stato uno dei rappresentanti di spicco del cinema ungherese. Il film "Due tempi all'inferno" è giudicato uno dei suoi lavori migliori. Nel 1981 la trama del suo film venne ripresa da John Huston, nel film "Fuga per la vittoria", dove però la storia ha un lieto fine. Nella versione americana vi hanno lavorato attori come Michael Caine, Sylvester Stallone, Max von Sydow e Pelé.
Adonis, il poeta, sui monoteismi
Liberazione 14.10.04
Intervista al poeta siriano Adonis, che ieri ha inaugurato il RomaPoesia 2004
«Nell'uso politico della religione, l'origine di tanti orrori»
«Naturalmente rispetto la fede del singolo individuo. Ma parlando dal punto di vista storico, il monoteismo ha creato dittature, guerre, razzismo e tutto quello che è contro l'essere umano».
Ha scelto di farsi chiamare Adonis, come un dio ellenico, in realtà il suo nome è Ali Ahmad Sa'id Isbir, per tutti comunque è uno dei più grandi poeti arabi contemporanei, oltre che esponente di spicco della cultura internazionale. Da qualche tempo è in odore di premio Nobel per la letteratura, ma di questo non sembra curarsi troppo, gli basta scrivere, pubblicare le sue raccolte di versi e continuare a dare scandalo con le sue posizioni di grande apertura, persuaso - oggi come negli anni '50 quando fondò la rivista "Shi'r" - della necessità di affermare valori essenziali universalmente condivisi. La sua rivisitazione dei miti, della storia e della cultura araba attraverso un nuovo approccio metodologico lo ha portato a diventare un punto di riferimento per le generazioni più giovani ma anche un autore inviso ai fondamentalisti.
Nato nel 1930 nel villaggio di Qassabin in Siria, Adonis ha studiato e si è laureato all'università di Damasco, ha lavorato a Beirut e da qualche tempo vive a Parigi. Di ritorno dalla Buchmesse di Francoforte, da tre giorni si trova in Italia, dove ha partecipato al festival "Mediterranea", organizzato dalla Provincia di Roma insieme al suo amico di sempre, il grande poeta israeliano Natan Zach, con cui ieri sera ha aperto anche l'ottava edizione del "RomaPoesia - Festival della parola", organizzato anche quest'anno dall'assessorato alla Cultura del comune di Roma all'Auditorium Parco della Musica.
«Innanzi tutto voglio dire che alla manifestazione di Francoforte sono stato invitato dalla Lega araba, ma lì rappresentavo solo me stesso, non il mio paese», così esordisce il poeta Adonis, mettendo subito in chiaro le cose.
Che cosa può dirci della Buchmesse tedesca. Secondo lei, sono importanti questi incontri fra poeti e letterati di tutto il mondo?
Non è semplicemente importante, ma direi che è sempre più necessario incontrarsi. Non solo fra noi arabi, ma anche con gli scrittori degli altri paesi rappresentati a Francoforte.
Lei è famoso anche per essere un poeta laico all'interno della cultura araba: che giudizio dà oggi della rinascita dei fondamentalismi, sia che si tratti di fondamentalismo cristiano, islamico o ebraico?
L'ho già detto più volte e lo ripeto: per me il fondamentalismo è un segno della decadenza della religione stessa. Si parla moltissimo del ritorno delle religioni e si discute spesso di questo fenomeno. Secondo me, però, non si tratta di un fenomeno di ritorno ma è il segno della fine delle religioni. Inoltre si deve considerare che questo fenomeno non è assolutamente un ritorno di tipo spirituale, ma semmai di tipo politico che utilizza la religione come strumento per difendere interessi economici e politici. Dunque è decisamente un segno nefasto sia per la religione che per lo spirito religioso.
Qual è il suo rapporto con la religione o con il suo credo?
Fino ad ora abbiamo parlato di religione e non di fede. Io ho un grandissimo rispetto per la fede, qualsiasi essa sia, anche la fede di quelle persone che credono, per esempio, in una pietra. La religione invece, come fenomeno istituzionalizzato o politicizzato, diventa una forza nefasta per l'essere umano stesso. Per questo quando parlo di religione voglio precisare la distinzione tra religione di tipo istituzionale e fede del singolo individuo che rispetto profondamente.
Recentemente lei si è espresso in termini molto critici sul monoteismo affermando che sarebbe necessario cambiarlo. Cosa voleva dire?
Il monoteismo è la negazione dell'altro e di tutti di coloro che non credono a quello in cui il monoteista crede. Abbiamo tre monoteismi e tre concezioni di dio, quindi anche dio è plurale, secondo questa visione. Parlando poi da un punto di vista storico, il monoteismo ha creato dittature, guerre, razzismo e tutto quello che praticamente è contro l'essere umano.
Dopo l'11 settembre si parla sempre di più di scontro di civiltà fra Oriente e Occidente. Lei che cosa ne pensa?
E' la prova che questo scontro è profondamente religioso, come dicevo prima. La poesia, la pittura, la scultura, la musica, l'amore non parlano mai di scontro di civiltà. Tutto quello che è essenziale non fa parte di questo scontro anzi tutti i popoli sono uniti dalla poesia, all'arte, dalla musica e dall'amore: un'altra prova che il monoteismo è legato agli interessi militari, economici e politici.
La poesia dunque può contribuire a costruire una società basata sull'unione e la comunicazione fra i popoli?
Certo, ma non la poesia come poema in sè ma come visione del mondo, come creazione di un nuovo modo di relazionarsi fra gli uomini, ma anche fra gli uomini e l'universo e fra la lingua e le cose. Essere creativo in senso poetico può dare una nuova immagine alla nostra vita di relazione umana.
In questi anni il terzo mondo, privato di ogni mezzo di sussistenza, preme alle porte dell'Europa. Come pensa si possa risolvere questo grave problema.
Se rimaniamo sul piano della creatività non esiste un terzo mondo. Il terzo mondo supera nella creatività anche i paesi più sviluppati. Prendiamo l'America latina, è chiaro che supera di gran lunga il Nord America su questo piano. Sono dunque le forze politiche e militari di questa parte del mondo, che noi chiamiamo Occidente, che creano i problemi di miseria, povertà e ingiustizia.
Dunque il futuro è nell'integrazione della parte povera del mondo con il cosiddetto Occidente?
Credo che il nostro futuro sarà meticcio. L'unica soluzione è un "meticciato" umano e culturale.
Intervista al poeta siriano Adonis, che ieri ha inaugurato il RomaPoesia 2004
«Nell'uso politico della religione, l'origine di tanti orrori»
«Naturalmente rispetto la fede del singolo individuo. Ma parlando dal punto di vista storico, il monoteismo ha creato dittature, guerre, razzismo e tutto quello che è contro l'essere umano».
Ha scelto di farsi chiamare Adonis, come un dio ellenico, in realtà il suo nome è Ali Ahmad Sa'id Isbir, per tutti comunque è uno dei più grandi poeti arabi contemporanei, oltre che esponente di spicco della cultura internazionale. Da qualche tempo è in odore di premio Nobel per la letteratura, ma di questo non sembra curarsi troppo, gli basta scrivere, pubblicare le sue raccolte di versi e continuare a dare scandalo con le sue posizioni di grande apertura, persuaso - oggi come negli anni '50 quando fondò la rivista "Shi'r" - della necessità di affermare valori essenziali universalmente condivisi. La sua rivisitazione dei miti, della storia e della cultura araba attraverso un nuovo approccio metodologico lo ha portato a diventare un punto di riferimento per le generazioni più giovani ma anche un autore inviso ai fondamentalisti.
Nato nel 1930 nel villaggio di Qassabin in Siria, Adonis ha studiato e si è laureato all'università di Damasco, ha lavorato a Beirut e da qualche tempo vive a Parigi. Di ritorno dalla Buchmesse di Francoforte, da tre giorni si trova in Italia, dove ha partecipato al festival "Mediterranea", organizzato dalla Provincia di Roma insieme al suo amico di sempre, il grande poeta israeliano Natan Zach, con cui ieri sera ha aperto anche l'ottava edizione del "RomaPoesia - Festival della parola", organizzato anche quest'anno dall'assessorato alla Cultura del comune di Roma all'Auditorium Parco della Musica.
«Innanzi tutto voglio dire che alla manifestazione di Francoforte sono stato invitato dalla Lega araba, ma lì rappresentavo solo me stesso, non il mio paese», così esordisce il poeta Adonis, mettendo subito in chiaro le cose.
Che cosa può dirci della Buchmesse tedesca. Secondo lei, sono importanti questi incontri fra poeti e letterati di tutto il mondo?
Non è semplicemente importante, ma direi che è sempre più necessario incontrarsi. Non solo fra noi arabi, ma anche con gli scrittori degli altri paesi rappresentati a Francoforte.
Lei è famoso anche per essere un poeta laico all'interno della cultura araba: che giudizio dà oggi della rinascita dei fondamentalismi, sia che si tratti di fondamentalismo cristiano, islamico o ebraico?
L'ho già detto più volte e lo ripeto: per me il fondamentalismo è un segno della decadenza della religione stessa. Si parla moltissimo del ritorno delle religioni e si discute spesso di questo fenomeno. Secondo me, però, non si tratta di un fenomeno di ritorno ma è il segno della fine delle religioni. Inoltre si deve considerare che questo fenomeno non è assolutamente un ritorno di tipo spirituale, ma semmai di tipo politico che utilizza la religione come strumento per difendere interessi economici e politici. Dunque è decisamente un segno nefasto sia per la religione che per lo spirito religioso.
Qual è il suo rapporto con la religione o con il suo credo?
Fino ad ora abbiamo parlato di religione e non di fede. Io ho un grandissimo rispetto per la fede, qualsiasi essa sia, anche la fede di quelle persone che credono, per esempio, in una pietra. La religione invece, come fenomeno istituzionalizzato o politicizzato, diventa una forza nefasta per l'essere umano stesso. Per questo quando parlo di religione voglio precisare la distinzione tra religione di tipo istituzionale e fede del singolo individuo che rispetto profondamente.
Recentemente lei si è espresso in termini molto critici sul monoteismo affermando che sarebbe necessario cambiarlo. Cosa voleva dire?
Il monoteismo è la negazione dell'altro e di tutti di coloro che non credono a quello in cui il monoteista crede. Abbiamo tre monoteismi e tre concezioni di dio, quindi anche dio è plurale, secondo questa visione. Parlando poi da un punto di vista storico, il monoteismo ha creato dittature, guerre, razzismo e tutto quello che praticamente è contro l'essere umano.
Dopo l'11 settembre si parla sempre di più di scontro di civiltà fra Oriente e Occidente. Lei che cosa ne pensa?
E' la prova che questo scontro è profondamente religioso, come dicevo prima. La poesia, la pittura, la scultura, la musica, l'amore non parlano mai di scontro di civiltà. Tutto quello che è essenziale non fa parte di questo scontro anzi tutti i popoli sono uniti dalla poesia, all'arte, dalla musica e dall'amore: un'altra prova che il monoteismo è legato agli interessi militari, economici e politici.
La poesia dunque può contribuire a costruire una società basata sull'unione e la comunicazione fra i popoli?
Certo, ma non la poesia come poema in sè ma come visione del mondo, come creazione di un nuovo modo di relazionarsi fra gli uomini, ma anche fra gli uomini e l'universo e fra la lingua e le cose. Essere creativo in senso poetico può dare una nuova immagine alla nostra vita di relazione umana.
In questi anni il terzo mondo, privato di ogni mezzo di sussistenza, preme alle porte dell'Europa. Come pensa si possa risolvere questo grave problema.
Se rimaniamo sul piano della creatività non esiste un terzo mondo. Il terzo mondo supera nella creatività anche i paesi più sviluppati. Prendiamo l'America latina, è chiaro che supera di gran lunga il Nord America su questo piano. Sono dunque le forze politiche e militari di questa parte del mondo, che noi chiamiamo Occidente, che creano i problemi di miseria, povertà e ingiustizia.
Dunque il futuro è nell'integrazione della parte povera del mondo con il cosiddetto Occidente?
Credo che il nostro futuro sarà meticcio. L'unica soluzione è un "meticciato" umano e culturale.
filosofia a Milano...
Corriere della Sera 14.10.04
RASSEGNE / Da lunedì tornano gli incontri del Parenti e si allargano al Dal Verme e a Sant’Ambrogio
Va’ pensiero, è di moda la filosofia
Si comincia con Platone: sul palco Cacciari e Radice, Reale e Krämer
Se la poesia fa il pienone (con Dante, Petrarca e adesso Omero), la filosofia non sarà da meno. La Milano intellettuale si prepara a una stagione di grandi numeri con il ritorno degli incontri a cura di Pier Lombardo Culture, organizzati dal Teatro Franco Parenti che in questa edizione si allargano a nuovi e più capienti spazi come il Teatro Dal Verme e la Basilica di Sant’Ambrogio. Come nota Massimo Cacciari, tra i curatori degli incontri assieme a Salvatore Natoli, «la filosofia nasce sempre nei momenti di crisi», ma è anche vero che nessun serio tentativo di pensare il futuro può prescindere da un rapporto vivo con il passato: «l’eredità non è mai un dato, ma sempre un compito», insegnava Derrida. Il ripensamento dei classici è allora uno dei cardini attorno a cui ruotano gli appuntamenti di quest’anno, a cominciare da quello in programma lunedì prossimo al Dal Verme, «Platone e l’Europa» (via San Giovanni sul Muro, ore 18, ingresso libero) . Sul palco, sette tra i massimi conoscitori europei del filosofo: Cacciari, Hans Krämer e Thomas Szlezák dell’Università di Tubinga, Maurizio Migliori, Roberto Radice, Giovanni Reale e Mario Vegetti, quest’ultimo docente di Storia della filosofia antica all’Università degli Studi di Pavia.
«Esistono delle domande alle quali le persone pensano di poter trovare delle risposte nella filosofia, e questo è forse il principale motivo di questo "assalto" alle conferenze e agli incontri, quando magari nelle aule universitarie le lezioni sono seguite da quattro gatti», dice Vegetti. «Spesso però la filosofia non può rispondere a domande tipo "Come si fa a essere felici?", anche se è in grado di fornire delle intuizioni atemporali che sono in grado di raggiungere l’uomo contemporaneo. Prendiamo Platone: la sua idea che dall’uomo dipenda la determinazione del proprio destino è immutata e affascinante: vuol dire che si può ricostruire il mondo e rifare la società». E il legame tra Platone e l’Europa? «Naturalmente Platone non poteva conoscere l’Europa, ma il suo lascito culturale è fondamentale per l’identità europea. Per esempio Platone è convinto che il requisito principale dei governanti è non avere alcuna proprietà privata perché, come spiega nella "Repubblica", altrimenti il governante sarebbe portato a fare i suoi interessi».
Ancora Platone sarà al centro di un incontro su «Fedone o della immortalità» (il 14 marzo), nell’ambito della mini-rassegna «Snodi» con tre messinscena di Carlo Rivolta. Tra gli altri appuntamenti, «Ambrogio o della tolleranza» (il 28 febbraio in Sant’Ambrogio, costruito intorno alle lettere di Simmaco al Vescovo di Milano) e «Momo o della dissacrazione» (il 18 aprile), opera di Leon Battista Alberti sul rapporto tra dei e politica.
E se Giordano Bruno sarà il soggetto della dissertazione in programma il 26 ottobre al Dal Verme, i contemporanei Vittorio Sgarbi e Tahar Ben Jalloun si confronteranno mercoledì prossimo sul tema «Si può tradire per amicizia?».
RASSEGNE / Da lunedì tornano gli incontri del Parenti e si allargano al Dal Verme e a Sant’Ambrogio
Va’ pensiero, è di moda la filosofia
Si comincia con Platone: sul palco Cacciari e Radice, Reale e Krämer
Se la poesia fa il pienone (con Dante, Petrarca e adesso Omero), la filosofia non sarà da meno. La Milano intellettuale si prepara a una stagione di grandi numeri con il ritorno degli incontri a cura di Pier Lombardo Culture, organizzati dal Teatro Franco Parenti che in questa edizione si allargano a nuovi e più capienti spazi come il Teatro Dal Verme e la Basilica di Sant’Ambrogio. Come nota Massimo Cacciari, tra i curatori degli incontri assieme a Salvatore Natoli, «la filosofia nasce sempre nei momenti di crisi», ma è anche vero che nessun serio tentativo di pensare il futuro può prescindere da un rapporto vivo con il passato: «l’eredità non è mai un dato, ma sempre un compito», insegnava Derrida. Il ripensamento dei classici è allora uno dei cardini attorno a cui ruotano gli appuntamenti di quest’anno, a cominciare da quello in programma lunedì prossimo al Dal Verme, «Platone e l’Europa» (via San Giovanni sul Muro, ore 18, ingresso libero) . Sul palco, sette tra i massimi conoscitori europei del filosofo: Cacciari, Hans Krämer e Thomas Szlezák dell’Università di Tubinga, Maurizio Migliori, Roberto Radice, Giovanni Reale e Mario Vegetti, quest’ultimo docente di Storia della filosofia antica all’Università degli Studi di Pavia.
«Esistono delle domande alle quali le persone pensano di poter trovare delle risposte nella filosofia, e questo è forse il principale motivo di questo "assalto" alle conferenze e agli incontri, quando magari nelle aule universitarie le lezioni sono seguite da quattro gatti», dice Vegetti. «Spesso però la filosofia non può rispondere a domande tipo "Come si fa a essere felici?", anche se è in grado di fornire delle intuizioni atemporali che sono in grado di raggiungere l’uomo contemporaneo. Prendiamo Platone: la sua idea che dall’uomo dipenda la determinazione del proprio destino è immutata e affascinante: vuol dire che si può ricostruire il mondo e rifare la società». E il legame tra Platone e l’Europa? «Naturalmente Platone non poteva conoscere l’Europa, ma il suo lascito culturale è fondamentale per l’identità europea. Per esempio Platone è convinto che il requisito principale dei governanti è non avere alcuna proprietà privata perché, come spiega nella "Repubblica", altrimenti il governante sarebbe portato a fare i suoi interessi».
Ancora Platone sarà al centro di un incontro su «Fedone o della immortalità» (il 14 marzo), nell’ambito della mini-rassegna «Snodi» con tre messinscena di Carlo Rivolta. Tra gli altri appuntamenti, «Ambrogio o della tolleranza» (il 28 febbraio in Sant’Ambrogio, costruito intorno alle lettere di Simmaco al Vescovo di Milano) e «Momo o della dissacrazione» (il 18 aprile), opera di Leon Battista Alberti sul rapporto tra dei e politica.
E se Giordano Bruno sarà il soggetto della dissertazione in programma il 26 ottobre al Dal Verme, i contemporanei Vittorio Sgarbi e Tahar Ben Jalloun si confronteranno mercoledì prossimo sul tema «Si può tradire per amicizia?».
imputabilità e inimputabilità
denaro.it 29.9.04
Nuova disciplina dell’imputabilità
Nell’ambito del progetto di riforma del Codice Penale ad opera della Commissione ministeriale presieduta dal professor Carlo Federico Grosso, notevole rilievo assume la disciplina dell’imputabilità con i suoi molteplici aspetti innovativi.
di Luciano Martino
Apprezzabile è la scelta favorevole al mantenimento della distinzione tra soggetti imputabili e inimputabili, come quella, compiuta sul piano della tecnica legislativa, di rinunciare a definire in positivo il concetto di imputabilità, limitandosi a disciplinarne le condizioni che la escludono o la diminuiscono. La scelta nasce dalla constatazione del carattere meramente pleonastico della formula adoperata dal legislatore del ’30 nell’art. 85 c.p., oltre che dall’incertezza che fin dalle origini rende incerti i suoi confini . La menzione separata delle due capacità (di intendere e di volere) suscita riserva, tenuto conto che, alla luce delle moderne conoscenze psicologiche, intelligenza e volontà appaiono come funzioni influenzantesi vicendevolmente. Parallelamente, si è avviato un processo di ampliamento dell’imputabilità anche alla sfera affettiva, poiché la tradizionale separazione della personalità psichica in tre elementi distinti — sentimento, intelligenza e volontà —ha segnato il passo di fronte all’affermazione del principio di indivisibilità della psiche umana. La disciplina in esame, quindi, ha dato rilievo alle critiche, da tempo manifestate, sull’opportunità del mantenimento di una formula così generica per indicare l’imputabilità che, come tutti i concetti “disposizionali”, è più facilmente individuabile in negativo. Sono rimaste, invece, deluse le speranze di quanto avevano suggerito che, in sede di riforma, si desse all’imputabilità una collocazione all’interno del reato, e segnatamente nel titolo II relativo alla colpevolezza, superando in questo modo la sistematica del codice attuale. Il progetto ministeriale ne colloca, al contrario, la disciplina nel titolo IV dedicato alla pena. Apprezzabile appare, sul duplice piano della scelta di principio e della tecnica normativa, l’opzione a favore di un “modello aperto” di individuazione delle ipotesi di non imputabilità d’impiego di una clausola definitoria aperta per il dichiarato fine di realizzare un flessibile adeguamento al mutare (al progresso) delle conoscenze scientifiche e in genere delle concezioni pertinenti, cosicchè si aprirebbe la strada alla rilevanza dei diversi paradigmi della malattia mentale prospettati dalla scienza psichiatrica. L’attuale disciplina, nelle intenzioni dei compilatori del codice penale del ’30 , avrebbe dovuto circoscrivere l’ambito di applicabilità della norma ai soli casi in cui il vizio di mente afferisse ad una forma patologica, riconducibile, in base alla sintomatologia presentata, a ben precise tavole nosografiche. Senonchè, la scelta operata a quel tempo, incentrata su un modello c.d. medico o biologico della malattia mentale, ha via via perduto il monopolio nell’ambito della psichiatria per lasciare spazio ad un paradigma di tipo psicologico prima e di tipo sociologico successivamente. In questo senso la Commissione propone di allargare i presupposti dell’incapacità di intendere e di volere, affiancando al tradizionale riferimento all’infermità di mente la espressa menzione di “altro grave disturbo della personalità” Questa scelta estensiva, oltre ad essere in linea con l’orientamento dei codici più recenti, ben riflette la consapevolezza proprio di quel pluralismo motodologico che oggi connota il sapere psichiatrico, una volta entrato in crisi il paradigma medico-nosografico quale unico o prevalente criterio selettivo di disturbi psichici atti a incidere sulla capacità di colpevolezza e di pena. Una ricodificazione che vada al passo con i tempi non potrebbe pretendere di imporre concezioni o modelli che risultano obsoleti alla stregua dell’evoluzione del sapere scientifico. Peraltro, la nuova opzione codificatoria, se ambisce a guidare la prassi applicativa futura, deve riuscire a contemperare apertura all’evoluzione scientifica e capacità orientativa dei giudici. Ed occorre, altresì, che il modello di disciplina proposto, rifletta soluzioni capaci di riscuotere il consenso della grande maggioranza degli psichiatri e degli psicologi. In tal senso, si riscontrano dubbi e incertezze da parte della scienza psichiatrica sull’utilizzo dell’espressione “disturbo della personalità”, sottolineando che si tratta di un termine riduttivo e ampliativo al tempo stesso, essendo limitato da un lato alle sole psicopatie, per cui resterebbero fuori le nevrosi, e valendo dall’altro e ricomprendere una serie di anomalie psichiche non altrimenti classificabili. Meglio sarebbe stato, secondo tali autori, l’utilizzo dell’espressione “altro grave disturbo mentale” o “ altro grave disturbo psichico”. Piuttosto, a nostro avviso, il punto è un altro: la inidoneità del requisito della gravità ad arginare un’interpretazione troppo lata dell’anomalìa psichica, in quanto qualsiasi formula terminologica, sia essa la “gravità” o il “valore di malattia”, si presta in concreto a facili manipolazioni. Diversamente dalla disciplina vigente, quella suggerita dal Progetto Grosso collega la non imputabilità alla impossibilità di “comprendere il significato del fatto o di agire in conformità in tale valutazione”. L’imputabilità sarebbe, quindi, definita in negativo e in chiave strettamente intellettualistica. Si tratta di una formula utilizzata da codice penale tedesco del 1975, e che è stata poi ripresa sia dal codice spagnolo che da quello portoghese. Nei §§ 20 e 21 del ST GB tedesco, in particolare, si parla di incapacità di comprendere “das Unrecht” del fatto e di agire in conformità a tale rappresentazione, sicchè il soggetto imputabile deve avere la consapevolezza del contenuto illecito del fatto commesso. Con ciò, naturalmente non deve intendersi la coscienza dell’antigiuridicità del fatto, valutata alla stregua della norma incriminatrice, la cui ignoranza, come è noto, è irrilevante ai sensi dell’art. 5 c.p., bensì il suo significato offensivo, nella dimensione fattuale concreta, pregiuridica. Il criterio di giudizio sull’imputabilità recepito dal legislatore della riforma è, dunque, di tipo misto o biologico — psicologico, non rinunciando, da un lato, alla diagnosi della malattia mentale e richiedendo, dall’altro, la valutazione del grado di incidenza del disturbo sulla comprensione del significato del fatto, contrariamente al sistema biologico puro, che lega la non imputabilità automaticamente alla diagnosi della malattia mentale, e al modello normativo puro, che, invece, prescinde dalla diagnosi della malattia mentale, valutando solo l’incidenza del disturbo sulla psiche del soggetto. Per quanto concerne il trattamento sanzionatorio dei non imputabili, la Commissione di studio, nel chiaro intento di applicare — nel caso concreto — la misura più adeguata alle specifiche esigenze di cura e di controllo, ha proposto una serie di misure “non punitive”, individuate ai fini di prevenzione speciale e denominate di “sicurezza e riabilitative”. Nell’art.96, comma 3, del progetto di riforma precisa poi che non si fa luogo all’applicazione e la misura viene revocata quando la sua finalità possa essere efficacemente perseguita con strumenti di carattere non penalistico. A differenza degli istituti orientati alla risocializzazione o alle terapie e simili, dunque, le misure di sicurezza e riabilitative costituirebbero l' estrema ratio, intervenendo solo allorchè si riscontrino “esigenze comprovate e prioritarie di prevenzione dei delitti più gravi”. Il progetto Grosso, in definitiva, mantiene un sistema di misure alternative alle pene vere e proprie, ma supera il sistema del c.d. “doppio binario”. Quanto alla tipologia delle misure di sicurezza, il progetto Grosso all’art. 97, comma 1, relativamente al non imputabile per infermità o altro grave disturbo della personalità: il ricovero in una struttura, con finalità terapeutiche,; l’obbligo di sottoporsi ad un trattamento ambulatoriale presso strutture sanitarie, nonché quello di sottoporsi a visita periodica presso strutture sanitarie e di presentazione periodica ai servizi sociali. Altra importante novità, per taluni versi dirompente, è, come detto, il superamento nel nuovo codice del sistema del doppio binario. Difatti, le nuove disposizioni escludono la possibilità di applicare, in aggiunta alla pena, una misura di sicurezza e prevedono che, quanto agli imputabili sia applicata una pena, ma con finalità rieducative, per i semimputabili una pena diminuita e orientata in senso risocializzante; mentre destinerebbe agli autori di reato prosciolti per non imputabilità, le misure di sicurezza come unica conseguenza sanzionatoria. Così facendo si è cercato di uniformare la disciplina delle misure di sicurezza e riabilitative al principio di proporzionalità. In questo senso ne sono fissati i limiti edittali, anche solo nel minimo, oltre ad alcuni presupposti oggettivi legati alla tipologia del reato commesso.
Nuova disciplina dell’imputabilità
Nell’ambito del progetto di riforma del Codice Penale ad opera della Commissione ministeriale presieduta dal professor Carlo Federico Grosso, notevole rilievo assume la disciplina dell’imputabilità con i suoi molteplici aspetti innovativi.
di Luciano Martino
Apprezzabile è la scelta favorevole al mantenimento della distinzione tra soggetti imputabili e inimputabili, come quella, compiuta sul piano della tecnica legislativa, di rinunciare a definire in positivo il concetto di imputabilità, limitandosi a disciplinarne le condizioni che la escludono o la diminuiscono. La scelta nasce dalla constatazione del carattere meramente pleonastico della formula adoperata dal legislatore del ’30 nell’art. 85 c.p., oltre che dall’incertezza che fin dalle origini rende incerti i suoi confini . La menzione separata delle due capacità (di intendere e di volere) suscita riserva, tenuto conto che, alla luce delle moderne conoscenze psicologiche, intelligenza e volontà appaiono come funzioni influenzantesi vicendevolmente. Parallelamente, si è avviato un processo di ampliamento dell’imputabilità anche alla sfera affettiva, poiché la tradizionale separazione della personalità psichica in tre elementi distinti — sentimento, intelligenza e volontà —ha segnato il passo di fronte all’affermazione del principio di indivisibilità della psiche umana. La disciplina in esame, quindi, ha dato rilievo alle critiche, da tempo manifestate, sull’opportunità del mantenimento di una formula così generica per indicare l’imputabilità che, come tutti i concetti “disposizionali”, è più facilmente individuabile in negativo. Sono rimaste, invece, deluse le speranze di quanto avevano suggerito che, in sede di riforma, si desse all’imputabilità una collocazione all’interno del reato, e segnatamente nel titolo II relativo alla colpevolezza, superando in questo modo la sistematica del codice attuale. Il progetto ministeriale ne colloca, al contrario, la disciplina nel titolo IV dedicato alla pena. Apprezzabile appare, sul duplice piano della scelta di principio e della tecnica normativa, l’opzione a favore di un “modello aperto” di individuazione delle ipotesi di non imputabilità d’impiego di una clausola definitoria aperta per il dichiarato fine di realizzare un flessibile adeguamento al mutare (al progresso) delle conoscenze scientifiche e in genere delle concezioni pertinenti, cosicchè si aprirebbe la strada alla rilevanza dei diversi paradigmi della malattia mentale prospettati dalla scienza psichiatrica. L’attuale disciplina, nelle intenzioni dei compilatori del codice penale del ’30 , avrebbe dovuto circoscrivere l’ambito di applicabilità della norma ai soli casi in cui il vizio di mente afferisse ad una forma patologica, riconducibile, in base alla sintomatologia presentata, a ben precise tavole nosografiche. Senonchè, la scelta operata a quel tempo, incentrata su un modello c.d. medico o biologico della malattia mentale, ha via via perduto il monopolio nell’ambito della psichiatria per lasciare spazio ad un paradigma di tipo psicologico prima e di tipo sociologico successivamente. In questo senso la Commissione propone di allargare i presupposti dell’incapacità di intendere e di volere, affiancando al tradizionale riferimento all’infermità di mente la espressa menzione di “altro grave disturbo della personalità” Questa scelta estensiva, oltre ad essere in linea con l’orientamento dei codici più recenti, ben riflette la consapevolezza proprio di quel pluralismo motodologico che oggi connota il sapere psichiatrico, una volta entrato in crisi il paradigma medico-nosografico quale unico o prevalente criterio selettivo di disturbi psichici atti a incidere sulla capacità di colpevolezza e di pena. Una ricodificazione che vada al passo con i tempi non potrebbe pretendere di imporre concezioni o modelli che risultano obsoleti alla stregua dell’evoluzione del sapere scientifico. Peraltro, la nuova opzione codificatoria, se ambisce a guidare la prassi applicativa futura, deve riuscire a contemperare apertura all’evoluzione scientifica e capacità orientativa dei giudici. Ed occorre, altresì, che il modello di disciplina proposto, rifletta soluzioni capaci di riscuotere il consenso della grande maggioranza degli psichiatri e degli psicologi. In tal senso, si riscontrano dubbi e incertezze da parte della scienza psichiatrica sull’utilizzo dell’espressione “disturbo della personalità”, sottolineando che si tratta di un termine riduttivo e ampliativo al tempo stesso, essendo limitato da un lato alle sole psicopatie, per cui resterebbero fuori le nevrosi, e valendo dall’altro e ricomprendere una serie di anomalie psichiche non altrimenti classificabili. Meglio sarebbe stato, secondo tali autori, l’utilizzo dell’espressione “altro grave disturbo mentale” o “ altro grave disturbo psichico”. Piuttosto, a nostro avviso, il punto è un altro: la inidoneità del requisito della gravità ad arginare un’interpretazione troppo lata dell’anomalìa psichica, in quanto qualsiasi formula terminologica, sia essa la “gravità” o il “valore di malattia”, si presta in concreto a facili manipolazioni. Diversamente dalla disciplina vigente, quella suggerita dal Progetto Grosso collega la non imputabilità alla impossibilità di “comprendere il significato del fatto o di agire in conformità in tale valutazione”. L’imputabilità sarebbe, quindi, definita in negativo e in chiave strettamente intellettualistica. Si tratta di una formula utilizzata da codice penale tedesco del 1975, e che è stata poi ripresa sia dal codice spagnolo che da quello portoghese. Nei §§ 20 e 21 del ST GB tedesco, in particolare, si parla di incapacità di comprendere “das Unrecht” del fatto e di agire in conformità a tale rappresentazione, sicchè il soggetto imputabile deve avere la consapevolezza del contenuto illecito del fatto commesso. Con ciò, naturalmente non deve intendersi la coscienza dell’antigiuridicità del fatto, valutata alla stregua della norma incriminatrice, la cui ignoranza, come è noto, è irrilevante ai sensi dell’art. 5 c.p., bensì il suo significato offensivo, nella dimensione fattuale concreta, pregiuridica. Il criterio di giudizio sull’imputabilità recepito dal legislatore della riforma è, dunque, di tipo misto o biologico — psicologico, non rinunciando, da un lato, alla diagnosi della malattia mentale e richiedendo, dall’altro, la valutazione del grado di incidenza del disturbo sulla comprensione del significato del fatto, contrariamente al sistema biologico puro, che lega la non imputabilità automaticamente alla diagnosi della malattia mentale, e al modello normativo puro, che, invece, prescinde dalla diagnosi della malattia mentale, valutando solo l’incidenza del disturbo sulla psiche del soggetto. Per quanto concerne il trattamento sanzionatorio dei non imputabili, la Commissione di studio, nel chiaro intento di applicare — nel caso concreto — la misura più adeguata alle specifiche esigenze di cura e di controllo, ha proposto una serie di misure “non punitive”, individuate ai fini di prevenzione speciale e denominate di “sicurezza e riabilitative”. Nell’art.96, comma 3, del progetto di riforma precisa poi che non si fa luogo all’applicazione e la misura viene revocata quando la sua finalità possa essere efficacemente perseguita con strumenti di carattere non penalistico. A differenza degli istituti orientati alla risocializzazione o alle terapie e simili, dunque, le misure di sicurezza e riabilitative costituirebbero l' estrema ratio, intervenendo solo allorchè si riscontrino “esigenze comprovate e prioritarie di prevenzione dei delitti più gravi”. Il progetto Grosso, in definitiva, mantiene un sistema di misure alternative alle pene vere e proprie, ma supera il sistema del c.d. “doppio binario”. Quanto alla tipologia delle misure di sicurezza, il progetto Grosso all’art. 97, comma 1, relativamente al non imputabile per infermità o altro grave disturbo della personalità: il ricovero in una struttura, con finalità terapeutiche,; l’obbligo di sottoporsi ad un trattamento ambulatoriale presso strutture sanitarie, nonché quello di sottoporsi a visita periodica presso strutture sanitarie e di presentazione periodica ai servizi sociali. Altra importante novità, per taluni versi dirompente, è, come detto, il superamento nel nuovo codice del sistema del doppio binario. Difatti, le nuove disposizioni escludono la possibilità di applicare, in aggiunta alla pena, una misura di sicurezza e prevedono che, quanto agli imputabili sia applicata una pena, ma con finalità rieducative, per i semimputabili una pena diminuita e orientata in senso risocializzante; mentre destinerebbe agli autori di reato prosciolti per non imputabilità, le misure di sicurezza come unica conseguenza sanzionatoria. Così facendo si è cercato di uniformare la disciplina delle misure di sicurezza e riabilitative al principio di proporzionalità. In questo senso ne sono fissati i limiti edittali, anche solo nel minimo, oltre ad alcuni presupposti oggettivi legati alla tipologia del reato commesso.
unioni legali
ricevuto
Da METRO (quotidiano metropolitana di Roma - http://www.metroitaly.it/flash/quotidiano/roma.pdf) 14.10.04:
"Permettiamo ai gay un'unione legale"
di MARIO FURLAN, Fondatore dei City Angels
I gay sono una lobby: lo sostengono alcuni per spiegare la bocciatura di Rocco Buttiglione a commissario europeo seguita alle sue critiche contro il comportamento omosessuale. I gay sono dei pervertiti, dei viziosi, gente senza morale che si lascia andare ad atti contro natura: lo pensano ancora in parecchi. Come se essere attratti da persone del proprio sesso fosse una scelta, anziché una predisposizione biologica. Questa, infatti, sarebbe la tesi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: gay si nasce. Il loro cervello presenterebbe, infatti, alcune diversità rispetto a quello degli eterosessuali. Si nasce, non si diventa. Posso portare la mia piccola testimonianza: mi è più volte capitato di essere corteggiato da uomini, anche molto attraenti. Ma ho sempre rifiutato. Perché mi piacciono soltanto le donne. L'idea di essere sfiorato da un altro maschio mi provoca repulsione. Non c'è nessun merito, nessuna virtù in questa mia inclinazione: nessun pregiudizio omofobico, sono semplicemente nato eterosessuale, e così morirò. Eppure molti continuano a disprezzare i gay come se l'esserlo fosse una colpa. Noi City Angels abbiamo scortato un ragazzo omosessuale che veniva picchiato da bulletti per il solo fatto di essere "diverso". Caso limite? Forse. Ma quanti gay vengono presi in giro, insultati, derisi o semplicemente fatti oggetto di battute equivoche, strizzatine d'occhio, risatine? Quanti vengono, magari subdolamente, e soprattutto nei piccoli centri, emarginati perché colpevoli di amare seguendo il loro impulso? Il risultato è che il loro tasso di suicidi è nettamente più alto di quello degli altri. E che il razzismo nei loro confronti è ancora tollerato. Non si può, giustissimamente, dare dello sporco negro a un africano o del naso adunco a un ebreo senza venire querelati: è un segno di civiltà. Eppure molti si sentono liberi di dare del frocio, culattone, finocchio o ricchione a un gay senza che nulla accada. In Francia questi insulti sono puniti. Da noi no. In alcuni Paesi gli islamici integralisti, Cuba, la Corea del Nord l'essere gay è reato penale. Si può finire in galera o venire condannati a morte per amore. Insomma, il grado di democrazia di un Paese si misura anche dalla libertà che concede alle minoranze sessuali. Ho molti dubbi sull'opportunità di concedere ai gay il diritto di adottare un bambino: il piccolo ha bisogno di un padre e di una madre. Ma è giusto permettere loro di stipulare un'unione legale che consenta loro di assistersi reciprocamente. Nella malattia, nelle faccende economiche e in tutti quegli aspetti della vita dov'è bello avere la persona amata al tuo fianco. Il problema è facilmente superabile se sei un omosessuale ricco e potente: i soldi e il potere risolvono molte situazioni. Ma se hai la disgrazia di essere povero, debole e di vivere in un ambiente retrogrado, chiuso, ignorante sei condannato all'inferno.»
Da METRO (quotidiano metropolitana di Roma - http://www.metroitaly.it/flash/quotidiano/roma.pdf) 14.10.04:
"Permettiamo ai gay un'unione legale"
di MARIO FURLAN, Fondatore dei City Angels
I gay sono una lobby: lo sostengono alcuni per spiegare la bocciatura di Rocco Buttiglione a commissario europeo seguita alle sue critiche contro il comportamento omosessuale. I gay sono dei pervertiti, dei viziosi, gente senza morale che si lascia andare ad atti contro natura: lo pensano ancora in parecchi. Come se essere attratti da persone del proprio sesso fosse una scelta, anziché una predisposizione biologica. Questa, infatti, sarebbe la tesi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: gay si nasce. Il loro cervello presenterebbe, infatti, alcune diversità rispetto a quello degli eterosessuali. Si nasce, non si diventa. Posso portare la mia piccola testimonianza: mi è più volte capitato di essere corteggiato da uomini, anche molto attraenti. Ma ho sempre rifiutato. Perché mi piacciono soltanto le donne. L'idea di essere sfiorato da un altro maschio mi provoca repulsione. Non c'è nessun merito, nessuna virtù in questa mia inclinazione: nessun pregiudizio omofobico, sono semplicemente nato eterosessuale, e così morirò. Eppure molti continuano a disprezzare i gay come se l'esserlo fosse una colpa. Noi City Angels abbiamo scortato un ragazzo omosessuale che veniva picchiato da bulletti per il solo fatto di essere "diverso". Caso limite? Forse. Ma quanti gay vengono presi in giro, insultati, derisi o semplicemente fatti oggetto di battute equivoche, strizzatine d'occhio, risatine? Quanti vengono, magari subdolamente, e soprattutto nei piccoli centri, emarginati perché colpevoli di amare seguendo il loro impulso? Il risultato è che il loro tasso di suicidi è nettamente più alto di quello degli altri. E che il razzismo nei loro confronti è ancora tollerato. Non si può, giustissimamente, dare dello sporco negro a un africano o del naso adunco a un ebreo senza venire querelati: è un segno di civiltà. Eppure molti si sentono liberi di dare del frocio, culattone, finocchio o ricchione a un gay senza che nulla accada. In Francia questi insulti sono puniti. Da noi no. In alcuni Paesi gli islamici integralisti, Cuba, la Corea del Nord l'essere gay è reato penale. Si può finire in galera o venire condannati a morte per amore. Insomma, il grado di democrazia di un Paese si misura anche dalla libertà che concede alle minoranze sessuali. Ho molti dubbi sull'opportunità di concedere ai gay il diritto di adottare un bambino: il piccolo ha bisogno di un padre e di una madre. Ma è giusto permettere loro di stipulare un'unione legale che consenta loro di assistersi reciprocamente. Nella malattia, nelle faccende economiche e in tutti quegli aspetti della vita dov'è bello avere la persona amata al tuo fianco. Il problema è facilmente superabile se sei un omosessuale ricco e potente: i soldi e il potere risolvono molte situazioni. Ma se hai la disgrazia di essere povero, debole e di vivere in un ambiente retrogrado, chiuso, ignorante sei condannato all'inferno.»
mercoledì 13 ottobre 2004
mobbing
Yahoo! Notizie 13.10.04
Mobbing, il peggio deve ancora arrivare
Il Pensiero Scientifico Editore
Paola Mariano
Il mobbing striscia sommerso abbracciando un numero sempre crescente di lavoratori, che però continua ad essere la punta di un iceberg visto che gran parte dei casi di violenza psicologica in ufficio non vengono denunciati.
L’allarme arriva dalla due giorni di lavori dal titolo “Progetto antimobbing: monitoraggio, prevenzione, trattamento, risarcimento", tenutasi alla I Clinica Medica del Policlinico Umberto I ed è avvalorata dagli ultimi dati disponibili sul fenomeno: l'8 per cento dei lavoratori attivi in Europa, corrispondente a 12 milioni di casi, e il 18 per cento nella sola categoria delle istituzioni bancarie, è vittima del mobbing. In Italia il dato invece si aggira intorno al 19 per cento relativamente a quest’anno ed è in continua crescita.
Questi ed altri dati allarmanti, in parte frutto di una ricerca pubblicata nel 2000 dalla European foundation for the improvement of living and working conditions, sono stati resi noti da Emilia Costa, ordinaria della cattedra di Psichiatria dell'Università di Roma La Sapienza, organizzatrice del convegno. Ad essi si aggiungono i non meno inquietanti dati dell'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza nel lavoro (ISPESL): in Italia negli ultimi dieci anni i casi denunciati di mobbing sono stati 1500, però si stima che siano molti di più, avverte Costa, “perché raramente il fenomeno viene denunciato”. Sul fronte legislativo è attualmente in fase di discussione la legge-quadro sul mobbing, ha spiegato il professor Edoardo Monaco della cattedra di Medicina dell’ateneo romano, rivelando di essere stato convocato insieme ad altri studiosi del fenomeno a luglio scorso dalla Commissione Lavoro del Senato. L’intento attuale, ha precisato Monaco, è di riunire sotto la legge gli aspetti civile e penale delle precedenti leggi in materia di mobbing.
Il Tribunale di Roma, sezione Lavoro, nel 2004 ha emesso tre sentenze in materia di mobbing, due delle quali a favore del lavoratore e una a sfavore, ha detto l'avvocato Massimiliano Costa, a sua volta tra gli organizzatori del convegno. “Il progetto di legge”, ha aggiunto il legale, “prevede articoli che riguardano il risarcimento civile del lavoratore che denuncia di essere stato vittima del mobbing, ma tutto dal punto di vista della legislazione è ancora da decidere”.
Gli esperti riconoscono diverse tipologie di mobbing: mobbing strategico, quando il dipendente è oggetto ripetuto di soprusi da parte dei superiori in modo deliberato; mobbing emozionale o relazionale, che si riconosce nelle alterate relazioni interpersonali; mobbing non intenzionale, quando non è evidente la volontà di isolare o estromettere un lavoratore. L’azione discriminatoria può essere messa in atto non solo da un superiore (mobbing verticale), ma anche da un gruppo di colleghi (mobbing orizzontale o trasversale), mentre i medici del lavoro definiscono mobbing dal basso quando viene messa in discussione l’autorità di un superiore.
Mobbing, il peggio deve ancora arrivare
Il Pensiero Scientifico Editore
Paola Mariano
Il mobbing striscia sommerso abbracciando un numero sempre crescente di lavoratori, che però continua ad essere la punta di un iceberg visto che gran parte dei casi di violenza psicologica in ufficio non vengono denunciati.
L’allarme arriva dalla due giorni di lavori dal titolo “Progetto antimobbing: monitoraggio, prevenzione, trattamento, risarcimento", tenutasi alla I Clinica Medica del Policlinico Umberto I ed è avvalorata dagli ultimi dati disponibili sul fenomeno: l'8 per cento dei lavoratori attivi in Europa, corrispondente a 12 milioni di casi, e il 18 per cento nella sola categoria delle istituzioni bancarie, è vittima del mobbing. In Italia il dato invece si aggira intorno al 19 per cento relativamente a quest’anno ed è in continua crescita.
Questi ed altri dati allarmanti, in parte frutto di una ricerca pubblicata nel 2000 dalla European foundation for the improvement of living and working conditions, sono stati resi noti da Emilia Costa, ordinaria della cattedra di Psichiatria dell'Università di Roma La Sapienza, organizzatrice del convegno. Ad essi si aggiungono i non meno inquietanti dati dell'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza nel lavoro (ISPESL): in Italia negli ultimi dieci anni i casi denunciati di mobbing sono stati 1500, però si stima che siano molti di più, avverte Costa, “perché raramente il fenomeno viene denunciato”. Sul fronte legislativo è attualmente in fase di discussione la legge-quadro sul mobbing, ha spiegato il professor Edoardo Monaco della cattedra di Medicina dell’ateneo romano, rivelando di essere stato convocato insieme ad altri studiosi del fenomeno a luglio scorso dalla Commissione Lavoro del Senato. L’intento attuale, ha precisato Monaco, è di riunire sotto la legge gli aspetti civile e penale delle precedenti leggi in materia di mobbing.
Il Tribunale di Roma, sezione Lavoro, nel 2004 ha emesso tre sentenze in materia di mobbing, due delle quali a favore del lavoratore e una a sfavore, ha detto l'avvocato Massimiliano Costa, a sua volta tra gli organizzatori del convegno. “Il progetto di legge”, ha aggiunto il legale, “prevede articoli che riguardano il risarcimento civile del lavoratore che denuncia di essere stato vittima del mobbing, ma tutto dal punto di vista della legislazione è ancora da decidere”.
Gli esperti riconoscono diverse tipologie di mobbing: mobbing strategico, quando il dipendente è oggetto ripetuto di soprusi da parte dei superiori in modo deliberato; mobbing emozionale o relazionale, che si riconosce nelle alterate relazioni interpersonali; mobbing non intenzionale, quando non è evidente la volontà di isolare o estromettere un lavoratore. L’azione discriminatoria può essere messa in atto non solo da un superiore (mobbing verticale), ma anche da un gruppo di colleghi (mobbing orizzontale o trasversale), mentre i medici del lavoro definiscono mobbing dal basso quando viene messa in discussione l’autorità di un superiore.
donne di Turchia
Corriere della Sera 13.10.04
L’ATTIVISTA
Le donne e i diritti
DAL NOSTRO INVIATO
Antonio Ferrari
ISTANBUL - Per molte donne turche, la scoperta di avere tanti diritti, oggi garantiti dalle leggi di uno Stato che deve rinnovarsi, è spesso esaltante, talvolta sconvolgente, talora pericolosa. Ma l'Unione Europea, che ha accettato di fidanzarsi con gli eredi della Sublime Porta, ha dato il via libera anche a domande che prima erano vietate o marcivano imputridite dal silenzio e dalla paura, soprattutto nelle immense campagne della Turchia asiatica. A troppi pare ancora sacrilego irrompere fra le regole e i tabù di un villaggio dell'Anatolia, di una casa popolare della sterminata periferia di Istanbul, o magari di un innocuo paesino che s'affaccia sul Mar Nero. Ancor più rivoluzionario è allestire corsi interattivi di educazione alla conoscenza dei propri diritti, e coinvolgere candidate disposte a rischiare angherie familiari (se non peggio), e alla fine ottenerne la piena collaborazione. Adesso, persino nei libri si racconta l'«impresa» di una giovane sposa, che dopo settimane di discussioni con amiche e volontarie, si è alzata in piedi in pubblico, ha dato un calcio alla vergogna e ha detto coraggiosamente quel che tutte le altre pensavano: «Per anni ci è stato insegnato che sesso e sessualità sono il diavolo che dobbiamo temere. Poi, in una notte, il diavolo è diventato un angelo da amare. Credetemi, è impossibile». Come dire: il piacere fisico è una colpa o un diritto? Quella dichiarazione, dura e rivelatrice, ha violato le resistenze del governo e del Parlamento, audaci quando affrontano sfide politiche ed economiche, ma timorosi se devono piantare la flebo del dubbio nelle millenarie tradizioni musulmane. Eppure, quando la Turchia entrerà in Europa, il merito del cambiamento non sarà dei leader o dei loro partiti ma della società civile, e soprattutto delle donne, che lottano da settant’anni, a viso aperto, per conquistarsi il diritto ad una piena uguaglianza. «Vorrei ricordare - dice Zeynep Oral, 58 anni, nota scrittrice e graffiante giornalista - che fu il grande Kemal Ataturk a lanciare la prima e convinta campagna a sostegno dell'altra metà del cielo. Fu, quella, una "positiva discriminazione". C'erano più donne in Parlamento allora di oggi». Ma se le radici della coscienza femminile collettiva affondano nella storia del secolo scorso, gli obiettivi più importanti del lungo cammino sono stati raggiunti negli ultimi cinque anni. Le battaglie (vinte) per modificare prima il codice civile (1999) poi quello penale (recentemente) non sono figlie della volontà del potere politico, ma delle pressioni instancabili di centinaia di associazioni non governative, che ormai raccolgono milioni di sostenitori. L'avvocato Nazan Moroglu, presidente dell'Unione delle donne di Istanbul, che comprende 38 gruppi e 20.000 iscritti, rifiuta le critiche di chi sostiene che il problema non è fare le leggi ma applicarle, perché «senza leggi non c'è un ombrello giuridico per diffondere e difendere i diritti umani di ciascuno». Nazan, donna rocciosa e sincera, descrive, con spietata lucidità, le conseguenze dell'abisso di ignoranza «che troviamo anche qui, perché la vera Anatolia è proprio a Istanbul, mèta di un'inarrestabile immigrazione interna. Dobbiamo combattere contro il 19 per cento di analfabetismo, e lottare per garantire un'istruzione superiore a quel 50 per cento di donne cui è stata negata. D'accordo, per ragioni economiche una famiglia può mandare a scuola uno o due figli, e ovviamente i maschi sono favoriti. Ma se dalla povertà ci si incammina verso la dignità, il problema si può contenere. Ora, subito, con l'Europa finalmente più vicina». Su il sipario, allora, sulla piaga delle violenze e degli abusi familiari. Per la legge turca, il matrimonio è valido solo se gli sposi sono maggiorenni. «Quindi la moglie-bambina, che viene spinta tra le braccia di un marito coatto prima del tempo, resta senza diritti per sempre, anche dopo aver raggiunto la maggiore età - denuncia Nazan -. Sono proprio le unioni religiose, non riconosciute dallo Stato, ad alimentare spaventosamente la crescita demografica. La moglie-bambina vive nella sottomissione più totale, ignora i propri diritti e pensa che il suo unico dovere sia di partorire tanti figli». In un villaggio del Sud-Est, abitato in prevalenza da turco-curdi, una ragazza è stata perseguitata dal consiglio delle famiglie soltanto perché aveva telefonato a una radio e chiesto al Dj una canzone d'amore (senza dedica). Certi che il destinatario del messaggio musicale fosse un uomo diverso da quello imposto dal padre o dai parenti, i capitribù hanno torturato con le accuse più infamanti la giovinetta, che ha rischiato il peggio. «Sarà un caso estremo, ma il solo sospetto d'aver trasgredito le leggi dell'onore può portare alla morte». Ha pochi dubbi Mujde Bilgutay, 38 anni, divorziata, battagliera paladina dei diritti delle donne: «L'ostacolo del delitto d'onore, qui come in tutto il mondo musulmano, è duro da abbattere, ma non ci arrendiamo. Prima o poi, chi resiste si dovrà piegare, nonostante la complessità del problema. Nelle regioni dove è forte l'etnia curda, se una ragazza rifiuta il marito che le è stato imposto e scappa con un altro, è condannata. Dalla morte non la salva neppure il matrimonio riparatore con l'uomo del suo cuore. Il consiglio delle famiglie, per eseguire il crimine, sceglie un giovane che possa sopportare quattro o cinque anni di carcere. Tanto, in prigione verrà trattato con rispetto e benevolenza e, quando uscirà, al villaggio lo accoglieranno come eroe. Sulla costa del Mar Nero, va un po' meglio: il matrimonio può salvare almeno la vita. Nelle città non è meno grave, è solo più discreto. Ecco perché chiediamo pene più severe per chi compie delitti d'onore». Fino a poco tempo fa chi violentava una vergine era punito più severamente di chi approfittava di una donna che non lo era più. «Oggi - dice Mujde - stiamo conquistando il diritto di non fare distinzioni. Pensi che, su 4.000 donne che hanno frequentato i nostri seminari, il 60 per cento è riuscito a ridurre le violenze domestiche, e il 30 per cento è stato capace di eliminarle». I lusinghieri risultati, a fronte di un'impresa davvero titanica, sono il motore del rinnovato entusiasmo. Armate di determinazione e pazienza, anche contro le diffidenze e le reticenze del governo, le ancelle di questa convinta battaglia si trovano a Bruxelles per chiedere sostegno alle colleghe europee. Certe che, se bastasse il loro impegno, la Turchia sarebbe già pronta a entrare nell'Ue.
(1-continua)
LE CIFRE La Turchia conta 70 milioni di abitanti. Per le donne la speranza di vita è 71 anni, 66 per gli uomini
LE BATTAGLIE Tra il ’99 e il 2004 i movimenti femministi sono riusciti a far modificare in parte i codici civile e penale
L’ADULTERIO L’ultima riforma lo scorso 28 settembre: il Parlamento ha approvato il nuovo codice penale nel quale l’adulterio non è più considerato reato
L’ATTIVISTA
Le donne e i diritti
DAL NOSTRO INVIATO
Antonio Ferrari
ISTANBUL - Per molte donne turche, la scoperta di avere tanti diritti, oggi garantiti dalle leggi di uno Stato che deve rinnovarsi, è spesso esaltante, talvolta sconvolgente, talora pericolosa. Ma l'Unione Europea, che ha accettato di fidanzarsi con gli eredi della Sublime Porta, ha dato il via libera anche a domande che prima erano vietate o marcivano imputridite dal silenzio e dalla paura, soprattutto nelle immense campagne della Turchia asiatica. A troppi pare ancora sacrilego irrompere fra le regole e i tabù di un villaggio dell'Anatolia, di una casa popolare della sterminata periferia di Istanbul, o magari di un innocuo paesino che s'affaccia sul Mar Nero. Ancor più rivoluzionario è allestire corsi interattivi di educazione alla conoscenza dei propri diritti, e coinvolgere candidate disposte a rischiare angherie familiari (se non peggio), e alla fine ottenerne la piena collaborazione. Adesso, persino nei libri si racconta l'«impresa» di una giovane sposa, che dopo settimane di discussioni con amiche e volontarie, si è alzata in piedi in pubblico, ha dato un calcio alla vergogna e ha detto coraggiosamente quel che tutte le altre pensavano: «Per anni ci è stato insegnato che sesso e sessualità sono il diavolo che dobbiamo temere. Poi, in una notte, il diavolo è diventato un angelo da amare. Credetemi, è impossibile». Come dire: il piacere fisico è una colpa o un diritto? Quella dichiarazione, dura e rivelatrice, ha violato le resistenze del governo e del Parlamento, audaci quando affrontano sfide politiche ed economiche, ma timorosi se devono piantare la flebo del dubbio nelle millenarie tradizioni musulmane. Eppure, quando la Turchia entrerà in Europa, il merito del cambiamento non sarà dei leader o dei loro partiti ma della società civile, e soprattutto delle donne, che lottano da settant’anni, a viso aperto, per conquistarsi il diritto ad una piena uguaglianza. «Vorrei ricordare - dice Zeynep Oral, 58 anni, nota scrittrice e graffiante giornalista - che fu il grande Kemal Ataturk a lanciare la prima e convinta campagna a sostegno dell'altra metà del cielo. Fu, quella, una "positiva discriminazione". C'erano più donne in Parlamento allora di oggi». Ma se le radici della coscienza femminile collettiva affondano nella storia del secolo scorso, gli obiettivi più importanti del lungo cammino sono stati raggiunti negli ultimi cinque anni. Le battaglie (vinte) per modificare prima il codice civile (1999) poi quello penale (recentemente) non sono figlie della volontà del potere politico, ma delle pressioni instancabili di centinaia di associazioni non governative, che ormai raccolgono milioni di sostenitori. L'avvocato Nazan Moroglu, presidente dell'Unione delle donne di Istanbul, che comprende 38 gruppi e 20.000 iscritti, rifiuta le critiche di chi sostiene che il problema non è fare le leggi ma applicarle, perché «senza leggi non c'è un ombrello giuridico per diffondere e difendere i diritti umani di ciascuno». Nazan, donna rocciosa e sincera, descrive, con spietata lucidità, le conseguenze dell'abisso di ignoranza «che troviamo anche qui, perché la vera Anatolia è proprio a Istanbul, mèta di un'inarrestabile immigrazione interna. Dobbiamo combattere contro il 19 per cento di analfabetismo, e lottare per garantire un'istruzione superiore a quel 50 per cento di donne cui è stata negata. D'accordo, per ragioni economiche una famiglia può mandare a scuola uno o due figli, e ovviamente i maschi sono favoriti. Ma se dalla povertà ci si incammina verso la dignità, il problema si può contenere. Ora, subito, con l'Europa finalmente più vicina». Su il sipario, allora, sulla piaga delle violenze e degli abusi familiari. Per la legge turca, il matrimonio è valido solo se gli sposi sono maggiorenni. «Quindi la moglie-bambina, che viene spinta tra le braccia di un marito coatto prima del tempo, resta senza diritti per sempre, anche dopo aver raggiunto la maggiore età - denuncia Nazan -. Sono proprio le unioni religiose, non riconosciute dallo Stato, ad alimentare spaventosamente la crescita demografica. La moglie-bambina vive nella sottomissione più totale, ignora i propri diritti e pensa che il suo unico dovere sia di partorire tanti figli». In un villaggio del Sud-Est, abitato in prevalenza da turco-curdi, una ragazza è stata perseguitata dal consiglio delle famiglie soltanto perché aveva telefonato a una radio e chiesto al Dj una canzone d'amore (senza dedica). Certi che il destinatario del messaggio musicale fosse un uomo diverso da quello imposto dal padre o dai parenti, i capitribù hanno torturato con le accuse più infamanti la giovinetta, che ha rischiato il peggio. «Sarà un caso estremo, ma il solo sospetto d'aver trasgredito le leggi dell'onore può portare alla morte». Ha pochi dubbi Mujde Bilgutay, 38 anni, divorziata, battagliera paladina dei diritti delle donne: «L'ostacolo del delitto d'onore, qui come in tutto il mondo musulmano, è duro da abbattere, ma non ci arrendiamo. Prima o poi, chi resiste si dovrà piegare, nonostante la complessità del problema. Nelle regioni dove è forte l'etnia curda, se una ragazza rifiuta il marito che le è stato imposto e scappa con un altro, è condannata. Dalla morte non la salva neppure il matrimonio riparatore con l'uomo del suo cuore. Il consiglio delle famiglie, per eseguire il crimine, sceglie un giovane che possa sopportare quattro o cinque anni di carcere. Tanto, in prigione verrà trattato con rispetto e benevolenza e, quando uscirà, al villaggio lo accoglieranno come eroe. Sulla costa del Mar Nero, va un po' meglio: il matrimonio può salvare almeno la vita. Nelle città non è meno grave, è solo più discreto. Ecco perché chiediamo pene più severe per chi compie delitti d'onore». Fino a poco tempo fa chi violentava una vergine era punito più severamente di chi approfittava di una donna che non lo era più. «Oggi - dice Mujde - stiamo conquistando il diritto di non fare distinzioni. Pensi che, su 4.000 donne che hanno frequentato i nostri seminari, il 60 per cento è riuscito a ridurre le violenze domestiche, e il 30 per cento è stato capace di eliminarle». I lusinghieri risultati, a fronte di un'impresa davvero titanica, sono il motore del rinnovato entusiasmo. Armate di determinazione e pazienza, anche contro le diffidenze e le reticenze del governo, le ancelle di questa convinta battaglia si trovano a Bruxelles per chiedere sostegno alle colleghe europee. Certe che, se bastasse il loro impegno, la Turchia sarebbe già pronta a entrare nell'Ue.
(1-continua)
LE CIFRE La Turchia conta 70 milioni di abitanti. Per le donne la speranza di vita è 71 anni, 66 per gli uomini
LE BATTAGLIE Tra il ’99 e il 2004 i movimenti femministi sono riusciti a far modificare in parte i codici civile e penale
L’ADULTERIO L’ultima riforma lo scorso 28 settembre: il Parlamento ha approvato il nuovo codice penale nel quale l’adulterio non è più considerato reato
cattolici U.S.A. con Bush
Corriere della Sera 13.10.04
I vescovi dal pulpito: votare John K. è peccato
E nascono le polizze scontate per i cattolici che si impegnano a non utilizzare le pratiche mediche proibite
DAL NOSTRO INVIATO
Massimo Gaggi
NEW YORK - Non è visibile come il bombardamento di spot elettorali in tv al quale da settimane sono sottoposti gli americani, soprattutto negli Stati in bilico tra democratici e repubblicani, ma lo scontro tra Bush e Kerry per conquistare il voto cattolico - un bacino potenziale di 60 milioni di cittadini, circa un quarto di quelli con diritto al voto - è ormai di un'asprezza senza precedenti.
Il partito del presidente ha addirittura istituito il sito Internet KerryWrongFor Catholics.com per convincere i seguaci della Chiesa di Roma che votare per il senatore del Massachusetts è sbagliato e dannoso. Alcuni vescovi sono andati molto più in là: non si sono limitati a condannare le posizioni del candidato democratico, ma hanno addirittura sostenuto che chi lo vota commette un peccato che va confessato prima di fare la Comunione. I democratici chiedono a Bush di arrestare quella che considerano un'aggressione e chiedono che vengano dichiarati illegali gli sforzi degli attivisti repubblicani per ottenere dalle parrocchie un elenco aggiornato dei loro fedeli, in modo da poterli contattare direttamente.
Nel 1960 John Kennedy, ultimo politico della costa atlantica ad essere eletto presidente degli Stati Uniti, la spuntò per un soffio su Richard Nixon anche grazie al voto dei cattolici che lo sostennero in larga maggioranza (il 78 per cento, secondo le stime più attendibili).
Per Kennedy il problema principale non fu catturare il voto cattolico ma convincere gli altri elettori che la sua politica non sarebbe stata condizionata dal Vaticano. Quarantaquattro anni dopo John Kerry ha tutt'altro problema: evitare che la posizione laica, tollerante, da lui assunta sull'aborto e i matrimoni tra gay («sono un cattolico e da ragazzo ho fatto anche il chierichetto, ma non posso pretendere di imporre agli altri per legge ciò che per me è un atto di fede», ha spiegato durante il dibattito televisivo di venerdì scorso) e la durissima campagna condotta dai repubblicani, facciano trasmigrare la maggioranza dei voti cattolici nel campo di un presidente di religione metodista. Un tema che probabilmente tornerà anche stasera nell'ultimo confronto tra Bush e Kerry, quello dedicato alle questioni interne dell'America.
In realtà molti sondaggisti negano addirittura che si possa parlare dei cattolici come di un gruppo con un contorno elettorale ben definito: storicamente hanno votato soprattutto per i democratici, ma valutando di volta in volte le piattaforme. E a volte hanno scelto i repubblicani: per esempio votarono per Bush-padre nel 1988. La loro articolazione interna rispecchia divisioni che si registrano anche al di fuori delle varie confessioni: i cattolici ispanici sono ad esempio in larga misura democratici, mentre i tradizionalisti si sentono più garantiti da un presidente che, soprattutto sulla bioetica, ha scelto posizioni molto rigide.
In realtà gli strateghi elettorali della Casa Bianca concentrano i loro sforzi su sette-otto milioni di cattolici tradizionalisti che sperano possano essere decisivi sia perché dovrebbero votare in modo abbastanza compatto per il presidente, sia perché sono abbastanza concentrati negli Stati - come l'Ohio e il Missouri - in cui la battaglia è più incerta.
Negli ultimi anni lo sforzo dell'Amministrazione è stato quello di creare un clima favorevole alla diffusione dei valori sostenuti da Bush: non solo il no ad aborto e matrimoni tra persone dello stesso sesso, ma anche i limiti alla ricerca basata sulle cellule staminali, all'inseminazione artificiale, la sterilizzazione, la contraccezione. Un'azione che ha portato perfino alla nascita di assicurazioni sanitarie con una polizza scontata per cattolici di stretta osservanza che si impegnano a non utilizzare le pratiche mediche proibite dalla loro religione. Ma anche un'azione che sta condizionando l'attività di molti laboratori nel campo della genetica.
Bush ha incassato le dure critiche degli scienziati ed anche dei repubblicani che non accettano condizionamenti religiosi alla ricerca medica. Il caso più clamoroso è quello di Nancy Reagan, impegnata da anni a sostenere la ricerca contro la malattia che dieci anni fa colpì l'ex presidente repubblicano, scomparso pochi mesi fa. Ma Bush pensa di aver fatto una buona «semina». Ed ora ha incaricato della raccolta l'esercito dei 52 mila team leader cattolici, volontari reclutati già da molti mesi e sparpagliati in tutto il Paese per convincere gli elettori di questa fede a registrarsi e a votarlo.
Un lavoro che in alcune realtà è stato oggettivamente agevolato da esponenti della Chiesa che hanno assunto posizioni di chiusura totale nei confronti di Kerry: «Se voti per lui cooperi con le forze del male. Non è questo un peccato da confessare?», ha dichiarato al New York Times l'arcivescovo Charles Chaput, la più alta autorità cattolica del Colorado. Affermazioni analoghe sono venute da prelati di altri Stati, dal Missouri all'Ohio al West Virginia.
Altre voci nel mondo cattolico si sono levate per contestare queste posizioni integraliste e per sostenere che se Kerry è criticabile sull'aborto, Bush lo è per la pena di morte e la guerra in Iraq.
Difficile dire chi la spunterà, anche perché la battaglia non si decide nelle grandi città dove forse prevalgono posizioni laiche anche tra i cattolici. I sondaggi di fine settembre vedevano favorito il presidente tra l'elettorato cattolico (il Pew Research Center gli attribuiva un margine di sette punti percentuali, più che raddoppiato rispetto ai dati di agosto), ma i dibattiti televisivi possono aver cambiato la situazione.
I vescovi dal pulpito: votare John K. è peccato
E nascono le polizze scontate per i cattolici che si impegnano a non utilizzare le pratiche mediche proibite
DAL NOSTRO INVIATO
Massimo Gaggi
NEW YORK - Non è visibile come il bombardamento di spot elettorali in tv al quale da settimane sono sottoposti gli americani, soprattutto negli Stati in bilico tra democratici e repubblicani, ma lo scontro tra Bush e Kerry per conquistare il voto cattolico - un bacino potenziale di 60 milioni di cittadini, circa un quarto di quelli con diritto al voto - è ormai di un'asprezza senza precedenti.
Il partito del presidente ha addirittura istituito il sito Internet KerryWrongFor Catholics.com per convincere i seguaci della Chiesa di Roma che votare per il senatore del Massachusetts è sbagliato e dannoso. Alcuni vescovi sono andati molto più in là: non si sono limitati a condannare le posizioni del candidato democratico, ma hanno addirittura sostenuto che chi lo vota commette un peccato che va confessato prima di fare la Comunione. I democratici chiedono a Bush di arrestare quella che considerano un'aggressione e chiedono che vengano dichiarati illegali gli sforzi degli attivisti repubblicani per ottenere dalle parrocchie un elenco aggiornato dei loro fedeli, in modo da poterli contattare direttamente.
Nel 1960 John Kennedy, ultimo politico della costa atlantica ad essere eletto presidente degli Stati Uniti, la spuntò per un soffio su Richard Nixon anche grazie al voto dei cattolici che lo sostennero in larga maggioranza (il 78 per cento, secondo le stime più attendibili).
Per Kennedy il problema principale non fu catturare il voto cattolico ma convincere gli altri elettori che la sua politica non sarebbe stata condizionata dal Vaticano. Quarantaquattro anni dopo John Kerry ha tutt'altro problema: evitare che la posizione laica, tollerante, da lui assunta sull'aborto e i matrimoni tra gay («sono un cattolico e da ragazzo ho fatto anche il chierichetto, ma non posso pretendere di imporre agli altri per legge ciò che per me è un atto di fede», ha spiegato durante il dibattito televisivo di venerdì scorso) e la durissima campagna condotta dai repubblicani, facciano trasmigrare la maggioranza dei voti cattolici nel campo di un presidente di religione metodista. Un tema che probabilmente tornerà anche stasera nell'ultimo confronto tra Bush e Kerry, quello dedicato alle questioni interne dell'America.
In realtà molti sondaggisti negano addirittura che si possa parlare dei cattolici come di un gruppo con un contorno elettorale ben definito: storicamente hanno votato soprattutto per i democratici, ma valutando di volta in volte le piattaforme. E a volte hanno scelto i repubblicani: per esempio votarono per Bush-padre nel 1988. La loro articolazione interna rispecchia divisioni che si registrano anche al di fuori delle varie confessioni: i cattolici ispanici sono ad esempio in larga misura democratici, mentre i tradizionalisti si sentono più garantiti da un presidente che, soprattutto sulla bioetica, ha scelto posizioni molto rigide.
In realtà gli strateghi elettorali della Casa Bianca concentrano i loro sforzi su sette-otto milioni di cattolici tradizionalisti che sperano possano essere decisivi sia perché dovrebbero votare in modo abbastanza compatto per il presidente, sia perché sono abbastanza concentrati negli Stati - come l'Ohio e il Missouri - in cui la battaglia è più incerta.
Negli ultimi anni lo sforzo dell'Amministrazione è stato quello di creare un clima favorevole alla diffusione dei valori sostenuti da Bush: non solo il no ad aborto e matrimoni tra persone dello stesso sesso, ma anche i limiti alla ricerca basata sulle cellule staminali, all'inseminazione artificiale, la sterilizzazione, la contraccezione. Un'azione che ha portato perfino alla nascita di assicurazioni sanitarie con una polizza scontata per cattolici di stretta osservanza che si impegnano a non utilizzare le pratiche mediche proibite dalla loro religione. Ma anche un'azione che sta condizionando l'attività di molti laboratori nel campo della genetica.
Bush ha incassato le dure critiche degli scienziati ed anche dei repubblicani che non accettano condizionamenti religiosi alla ricerca medica. Il caso più clamoroso è quello di Nancy Reagan, impegnata da anni a sostenere la ricerca contro la malattia che dieci anni fa colpì l'ex presidente repubblicano, scomparso pochi mesi fa. Ma Bush pensa di aver fatto una buona «semina». Ed ora ha incaricato della raccolta l'esercito dei 52 mila team leader cattolici, volontari reclutati già da molti mesi e sparpagliati in tutto il Paese per convincere gli elettori di questa fede a registrarsi e a votarlo.
Un lavoro che in alcune realtà è stato oggettivamente agevolato da esponenti della Chiesa che hanno assunto posizioni di chiusura totale nei confronti di Kerry: «Se voti per lui cooperi con le forze del male. Non è questo un peccato da confessare?», ha dichiarato al New York Times l'arcivescovo Charles Chaput, la più alta autorità cattolica del Colorado. Affermazioni analoghe sono venute da prelati di altri Stati, dal Missouri all'Ohio al West Virginia.
Altre voci nel mondo cattolico si sono levate per contestare queste posizioni integraliste e per sostenere che se Kerry è criticabile sull'aborto, Bush lo è per la pena di morte e la guerra in Iraq.
Difficile dire chi la spunterà, anche perché la battaglia non si decide nelle grandi città dove forse prevalgono posizioni laiche anche tra i cattolici. I sondaggi di fine settembre vedevano favorito il presidente tra l'elettorato cattolico (il Pew Research Center gli attribuiva un margine di sette punti percentuali, più che raddoppiato rispetto ai dati di agosto), ma i dibattiti televisivi possono aver cambiato la situazione.
le malattie mentali in Cina
clarence.com
Martedì 12 Ottobre 2004, 13:53
Salute: Cina, i disturbi mentali sono la prima 'piaga'
Colpa della modernizzazione
Pechino, 12 ott. (Adnkronos Salute) - I disturbi mentali rappresentano una vera e propria 'piaga' per la Cina, e rappresentano il ''maggiore problema di sanita' pubblica del Paese''. Circa 16 milioni di cinesi, infatti, soffrono di una qualche forma di disagio mentale, dunque circa l'1,34% della popolazione, ha riferito oggi lo stesso ministro della Sanita' di Pechino. ''Tutta colpa della modernizzazione - ha spiegato - che ha 'spazzato via' le tradizioni culturali del Paese e della famiglia''. I piu' vulnerabili sembrano essere gli appartenenti a quattro categorie di persone: giovani, donne, anziani e sopravvissuti a disastri. Per loro in agguato schizofrenia, depressione e Alzheimer, ''i tre grandi disturbi mentali 'made in China'''. ''Il Paese sta attraversando un periodo di profondi cambiamenti - ha spiegato il direttore del Dipartimento per il controllo delle malattie del ministero della Sanita' cinese - e sono aumentati esponenzialmente i conflitti e le pressioni. E la trasformazione della famiglia e della struttura della societa' ha contribuito ad aumentare l'incidenza dei disturbi mentali''. Una previsione suffragata dai dati dell'Organizzazione mondiale della sanita' secondo cui ''nel 2020 un quarto di tutte le patologie registrate nel Paese asiatico saranno di natura mentale''. E sembra che al governo di Pechino oltre ai risvolti sanitari interessino anche le conseguenti ''pesanti ripercussioni economiche che deriveranno da questo aumento incontrollato''. (Sch/Adnkronos Salute)
Repubblica 13.10.04
Tutto, dalla scuola alle cure mediche, è ormai a pagamento. La pressione scatena ondate di suicidi e massacri "stile Columbine"
Cina, la rabbia degli orfani del Welfare
Aumentano povertà e casi di violenza. Allarme dell'Accademia di scienze sociali
Ripudiate tutte le politiche egualitarie di cui il paese era simbolo
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI
PECHINO - Xue Ronghua, 24 anni, si è costituito al commissariato di polizia della sua città, Nanchang, dopo aver pugnalato a morte due coetanei e averne feriti gravemente altri cinque. Gli mancava solo un mese per laurearsi in medicina all´università statale dello Jiangxi. Ma Jiajue, studente al college dello Yunnan, ha ucciso quattro compagni a martellate e ha nascosto i cadaveri nei loro armadi. Lo hanno catturato dopo un mese di fuga nell´isola di Hainan. La Cina è turbata dai suoi «massacri di Columbine»: episodi di violenza in stile americano nelle scuole dove abitualmente regnano l´ordine e la disciplina. Il ministero della Sanità ha promosso un´inchiesta e i suoi risultati indicano che «dal 16 al 25% degli studenti cinesi ha disturbi mentali che variano dalla paranoia alla depressione». La facoltà di medicina dello Jiangxi - quella dove Xue ha fatto la sua strage - dà una cifra un po´ più bassa (10% di studenti affetti da turbe psichiche) ma nel gergo asettico dei ricercatori aggiunge questa notazione: «Gli studenti provenienti da famiglie povere sono mentalmente meno sani». I genitori di Xue hanno un reddito annuo di 2.000 yuan, cioè 200 euro, che sono pochi anche per vivere nel loro villaggio dello Jianxi. Il padre è un´ex guardia forestale, disoccupato, l´unico patrimonio di famiglia è un televisore in bianco e nero. Per mandare il figlio all´università hanno fatto 17.000 yuan di debiti. A scatenare la furia di Xue sembra essere stata l´insistenza con cui i professori gli ricordavano gli arretrati delle tasse universitarie da pagare. In quanto a Ma Jijue, veniva deriso perché la sua magrezza patologica lo rendeva «effeminato». Ma la scelta per lui era fra i libri e i pasti. Nel secco rapporto di polizia si legge che «fra gli studenti ricchi è buona usanza invitarsi a pranzo, i poveri che non possono permetterselo vengono bollati come degli asociali». Oltre alle violenze in stile Columbine, i suicidi tra studenti hanno un aumento esponenziale e il detonatore è quasi sempre lo stesso: i genitori contadini non riescono più a pagare gli studi, devono ritirare il figlio dalla scuola.
E´ la faccia nascosta del miracolo economico cinese. Balzato dal comunismo al capitalismo alla velocità della luce, questo paese ha ripudiato in modo drastico tutte le politiche egualitarie di cui era il simbolo. E´ una Cina senza Welfare, una società più simile al modello americano che al nostro. Qui lo Stato-minimo non garantisce quasi nulla, tutti i servizi si pagano e si pagano cari. Compresi i più essenziali: l´istruzione, la salute, la pensione.
Perfino la scuola elementare e media, teoricamente gratuita per le nove classi dell´obbligo, in realtà costa fino a 800 yuan all´anno solo di libri e «partecipazione alle attività didattiche». E´ un prezzo che nelle campagne provoca milioni di abbandoni ogni anno. All´estremo opposto c´è la nuova middle class che a Pechino manda i figli solo nelle scuole private come lo Huijia College: 40.000 yuan di gettone d´ingresso iniziale, più 20.000 yuan di retta all´anno per avere un´istruzione bilingue, corsi extra di matematica e scienze, una corsia preferenziale verso le università di élite come la Tsinghua o i college americani. In due decenni di rivoluzione di mercato lo Stato si è ritirato dai suoi compiti. Il risultato è un divario ricchi-poveri e città-campagna che ora la stessa Accademia delle Scienze sociali giudica esplosivo, la premessa di un disastro sociale, in un rapporto intitolato «La società opulenta, un nuovo problema per la Cina».
E´ lontano anche il tempo dei famosi «dottori a piedi nudi» nelle campagne cinesi della Rivoluzione culturale: un mito di sanità povera alla portata di ogni villaggio, che dietro la sua facciata idealizzata fece molti danni. Ma quell´utopia tragica è stata sostituita con la privatizzazione di quasi tutto.
«La maggioranza dei contadini non può permettersi più neppure una visita medica» ammette Fu Jing sul quotidiano ufficiale China Daily. Nel 2003 l´epidemia della Sars ha messo a nudo le falle paurose del sistema di prevenzione e di cura, soprattutto nelle zone rurali. La spesa pubblica per fornire l´assistenza sanitaria nelle campagne è irrisoria: un euro a persona all´anno. Il 90% dei contadini devono pagarsi ogni cura di tasca propria.
Quasi a scimmiottare l´infausto esperimento dei «dottori a piedi nudi» degli anni 70, quest´estate il governo ha mandato in giro gli «ospedali sulle ruote», un migliaio di mini-ambulatori su autobus che attraversano le campagne: una goccia nel deserto di assistenza. Nelle grandi città si sta un po´ meglio. Qui a Pechino lo Stato interviene, in cambio di una tassa sanitaria obbligatoria per tutti i residenti, che è di 150 yuan al mese per una impiegata di trent´anni. Ma anche per il ceto urbano la generosità del sistema ha i suoi limiti. Fino a 2.000 yuan all´anno (200 euro) il paziente deve pagare tutto di tasca propria, visite medicinali o ambulatorio. Sopra i 2.000 yuan scatta l´intervento pubblico ma in modo stranamente decrescente: lo Stato rimborsa il 90% delle spese sanitarie fino a 5.000 yuan, l´85% fino a 10.000, l´80% fino a 30.000 yuan e così via. Più ti ammali, meno lo Stato ti assiste. E naturalmente la rete di protezione urbana non vale per il sottoproletariato delle grandi metropoli, gli immigrati che affluiscono dalle campagne senza un regolare permesso di lavoro e di soggiorno, quindi non esistono per lo Stato. Questo esercito di nuovi poveri - ufficialmente il ministro degli Interni Li Xueju riconosce «mezzo milione di vagabondi e medicanti» - se non ha paura della polizia può andare nei ricoveri dei senzatetto. Al Welfare che non c´è si sostituisce la carità: solo a Pechino quest´estate hanno inaugurato quattro rifugi per homeless.
In questa Cina comunista solo per il nome del partito unico, non c´è Stato sociale neanche per la vecchiaia. Gli 800 milioni di contadini - il 63% della popolazione - non hanno diritto a una pensione pubblica. Nelle campagne l´unico sussidio di anzianità sono i figli, ragion per cui si sta rimettendo in discussione il controllo delle nascite basato sulla regola del «figlio unico». Non hanno pensione o assegno di disoccupazione i 28 milioni di senza lavoro ufficiali, né gli altri tre milioni che ogni anno vengono licenziati dalle aziende di Stato in cura dimagrante. In quanto ai giovani trentenni in carriera, quelli che parlano l´inglese e lavorano per le multinazionali a Shanghai e Pechino, hanno capito in che mondo vivono: oggi la Cina è il mercato più in crescita per l´assicurazione vita, i fondi pensione privati e individuali.
Solo ogni tanto la vecchia ideologia rialza la testa, prova a reagire contro gli eccessi e le durezze di questa Cina a due velocità. La settimana scorsa all´università di Yangzhou - la stessa in cui si laureò l´ex leader Jiang Zemin - alcuni studenti si sono ribellati di fronte al nuovo progetto di campus in costruzione. Nei piani dell´università è previsto un apartheid sociale. Da una parte i dormitori-caserma dei poveri, quelli che possono pagare solo 500 yuan all´anno. Dall´altra il pensionato dei giovani ricchi: camere da quattro letti, docce individuali, computer e Internet in ogni stanza. Sul sito dell´università lo studente Li Ren ha denunciato «una macchia sugli ideali di libertà e di eguaglianza nell´istruzione». Il suo docente di filosofia, Han Donghui, parla di una «distanza tra ricchi e poveri che ormai crea un vero estraniamento tra gli studenti». Ma la tensione non si trasforma in barricate, e fuori dal campus la notizia è stata accolta con rassegnazione.
Sul giornale locale il lettore Zhu Shugu ha scritto: «il campus è un microcosmo della nostra società, abituatevi».
Martedì 12 Ottobre 2004, 13:53
Salute: Cina, i disturbi mentali sono la prima 'piaga'
Colpa della modernizzazione
Pechino, 12 ott. (Adnkronos Salute) - I disturbi mentali rappresentano una vera e propria 'piaga' per la Cina, e rappresentano il ''maggiore problema di sanita' pubblica del Paese''. Circa 16 milioni di cinesi, infatti, soffrono di una qualche forma di disagio mentale, dunque circa l'1,34% della popolazione, ha riferito oggi lo stesso ministro della Sanita' di Pechino. ''Tutta colpa della modernizzazione - ha spiegato - che ha 'spazzato via' le tradizioni culturali del Paese e della famiglia''. I piu' vulnerabili sembrano essere gli appartenenti a quattro categorie di persone: giovani, donne, anziani e sopravvissuti a disastri. Per loro in agguato schizofrenia, depressione e Alzheimer, ''i tre grandi disturbi mentali 'made in China'''. ''Il Paese sta attraversando un periodo di profondi cambiamenti - ha spiegato il direttore del Dipartimento per il controllo delle malattie del ministero della Sanita' cinese - e sono aumentati esponenzialmente i conflitti e le pressioni. E la trasformazione della famiglia e della struttura della societa' ha contribuito ad aumentare l'incidenza dei disturbi mentali''. Una previsione suffragata dai dati dell'Organizzazione mondiale della sanita' secondo cui ''nel 2020 un quarto di tutte le patologie registrate nel Paese asiatico saranno di natura mentale''. E sembra che al governo di Pechino oltre ai risvolti sanitari interessino anche le conseguenti ''pesanti ripercussioni economiche che deriveranno da questo aumento incontrollato''. (Sch/Adnkronos Salute)
Repubblica 13.10.04
Tutto, dalla scuola alle cure mediche, è ormai a pagamento. La pressione scatena ondate di suicidi e massacri "stile Columbine"
Cina, la rabbia degli orfani del Welfare
Aumentano povertà e casi di violenza. Allarme dell'Accademia di scienze sociali
Ripudiate tutte le politiche egualitarie di cui il paese era simbolo
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI
PECHINO - Xue Ronghua, 24 anni, si è costituito al commissariato di polizia della sua città, Nanchang, dopo aver pugnalato a morte due coetanei e averne feriti gravemente altri cinque. Gli mancava solo un mese per laurearsi in medicina all´università statale dello Jiangxi. Ma Jiajue, studente al college dello Yunnan, ha ucciso quattro compagni a martellate e ha nascosto i cadaveri nei loro armadi. Lo hanno catturato dopo un mese di fuga nell´isola di Hainan. La Cina è turbata dai suoi «massacri di Columbine»: episodi di violenza in stile americano nelle scuole dove abitualmente regnano l´ordine e la disciplina. Il ministero della Sanità ha promosso un´inchiesta e i suoi risultati indicano che «dal 16 al 25% degli studenti cinesi ha disturbi mentali che variano dalla paranoia alla depressione». La facoltà di medicina dello Jiangxi - quella dove Xue ha fatto la sua strage - dà una cifra un po´ più bassa (10% di studenti affetti da turbe psichiche) ma nel gergo asettico dei ricercatori aggiunge questa notazione: «Gli studenti provenienti da famiglie povere sono mentalmente meno sani». I genitori di Xue hanno un reddito annuo di 2.000 yuan, cioè 200 euro, che sono pochi anche per vivere nel loro villaggio dello Jianxi. Il padre è un´ex guardia forestale, disoccupato, l´unico patrimonio di famiglia è un televisore in bianco e nero. Per mandare il figlio all´università hanno fatto 17.000 yuan di debiti. A scatenare la furia di Xue sembra essere stata l´insistenza con cui i professori gli ricordavano gli arretrati delle tasse universitarie da pagare. In quanto a Ma Jijue, veniva deriso perché la sua magrezza patologica lo rendeva «effeminato». Ma la scelta per lui era fra i libri e i pasti. Nel secco rapporto di polizia si legge che «fra gli studenti ricchi è buona usanza invitarsi a pranzo, i poveri che non possono permetterselo vengono bollati come degli asociali». Oltre alle violenze in stile Columbine, i suicidi tra studenti hanno un aumento esponenziale e il detonatore è quasi sempre lo stesso: i genitori contadini non riescono più a pagare gli studi, devono ritirare il figlio dalla scuola.
E´ la faccia nascosta del miracolo economico cinese. Balzato dal comunismo al capitalismo alla velocità della luce, questo paese ha ripudiato in modo drastico tutte le politiche egualitarie di cui era il simbolo. E´ una Cina senza Welfare, una società più simile al modello americano che al nostro. Qui lo Stato-minimo non garantisce quasi nulla, tutti i servizi si pagano e si pagano cari. Compresi i più essenziali: l´istruzione, la salute, la pensione.
Perfino la scuola elementare e media, teoricamente gratuita per le nove classi dell´obbligo, in realtà costa fino a 800 yuan all´anno solo di libri e «partecipazione alle attività didattiche». E´ un prezzo che nelle campagne provoca milioni di abbandoni ogni anno. All´estremo opposto c´è la nuova middle class che a Pechino manda i figli solo nelle scuole private come lo Huijia College: 40.000 yuan di gettone d´ingresso iniziale, più 20.000 yuan di retta all´anno per avere un´istruzione bilingue, corsi extra di matematica e scienze, una corsia preferenziale verso le università di élite come la Tsinghua o i college americani. In due decenni di rivoluzione di mercato lo Stato si è ritirato dai suoi compiti. Il risultato è un divario ricchi-poveri e città-campagna che ora la stessa Accademia delle Scienze sociali giudica esplosivo, la premessa di un disastro sociale, in un rapporto intitolato «La società opulenta, un nuovo problema per la Cina».
E´ lontano anche il tempo dei famosi «dottori a piedi nudi» nelle campagne cinesi della Rivoluzione culturale: un mito di sanità povera alla portata di ogni villaggio, che dietro la sua facciata idealizzata fece molti danni. Ma quell´utopia tragica è stata sostituita con la privatizzazione di quasi tutto.
«La maggioranza dei contadini non può permettersi più neppure una visita medica» ammette Fu Jing sul quotidiano ufficiale China Daily. Nel 2003 l´epidemia della Sars ha messo a nudo le falle paurose del sistema di prevenzione e di cura, soprattutto nelle zone rurali. La spesa pubblica per fornire l´assistenza sanitaria nelle campagne è irrisoria: un euro a persona all´anno. Il 90% dei contadini devono pagarsi ogni cura di tasca propria.
Quasi a scimmiottare l´infausto esperimento dei «dottori a piedi nudi» degli anni 70, quest´estate il governo ha mandato in giro gli «ospedali sulle ruote», un migliaio di mini-ambulatori su autobus che attraversano le campagne: una goccia nel deserto di assistenza. Nelle grandi città si sta un po´ meglio. Qui a Pechino lo Stato interviene, in cambio di una tassa sanitaria obbligatoria per tutti i residenti, che è di 150 yuan al mese per una impiegata di trent´anni. Ma anche per il ceto urbano la generosità del sistema ha i suoi limiti. Fino a 2.000 yuan all´anno (200 euro) il paziente deve pagare tutto di tasca propria, visite medicinali o ambulatorio. Sopra i 2.000 yuan scatta l´intervento pubblico ma in modo stranamente decrescente: lo Stato rimborsa il 90% delle spese sanitarie fino a 5.000 yuan, l´85% fino a 10.000, l´80% fino a 30.000 yuan e così via. Più ti ammali, meno lo Stato ti assiste. E naturalmente la rete di protezione urbana non vale per il sottoproletariato delle grandi metropoli, gli immigrati che affluiscono dalle campagne senza un regolare permesso di lavoro e di soggiorno, quindi non esistono per lo Stato. Questo esercito di nuovi poveri - ufficialmente il ministro degli Interni Li Xueju riconosce «mezzo milione di vagabondi e medicanti» - se non ha paura della polizia può andare nei ricoveri dei senzatetto. Al Welfare che non c´è si sostituisce la carità: solo a Pechino quest´estate hanno inaugurato quattro rifugi per homeless.
In questa Cina comunista solo per il nome del partito unico, non c´è Stato sociale neanche per la vecchiaia. Gli 800 milioni di contadini - il 63% della popolazione - non hanno diritto a una pensione pubblica. Nelle campagne l´unico sussidio di anzianità sono i figli, ragion per cui si sta rimettendo in discussione il controllo delle nascite basato sulla regola del «figlio unico». Non hanno pensione o assegno di disoccupazione i 28 milioni di senza lavoro ufficiali, né gli altri tre milioni che ogni anno vengono licenziati dalle aziende di Stato in cura dimagrante. In quanto ai giovani trentenni in carriera, quelli che parlano l´inglese e lavorano per le multinazionali a Shanghai e Pechino, hanno capito in che mondo vivono: oggi la Cina è il mercato più in crescita per l´assicurazione vita, i fondi pensione privati e individuali.
Solo ogni tanto la vecchia ideologia rialza la testa, prova a reagire contro gli eccessi e le durezze di questa Cina a due velocità. La settimana scorsa all´università di Yangzhou - la stessa in cui si laureò l´ex leader Jiang Zemin - alcuni studenti si sono ribellati di fronte al nuovo progetto di campus in costruzione. Nei piani dell´università è previsto un apartheid sociale. Da una parte i dormitori-caserma dei poveri, quelli che possono pagare solo 500 yuan all´anno. Dall´altra il pensionato dei giovani ricchi: camere da quattro letti, docce individuali, computer e Internet in ogni stanza. Sul sito dell´università lo studente Li Ren ha denunciato «una macchia sugli ideali di libertà e di eguaglianza nell´istruzione». Il suo docente di filosofia, Han Donghui, parla di una «distanza tra ricchi e poveri che ormai crea un vero estraniamento tra gli studenti». Ma la tensione non si trasforma in barricate, e fuori dal campus la notizia è stata accolta con rassegnazione.
Sul giornale locale il lettore Zhu Shugu ha scritto: «il campus è un microcosmo della nostra società, abituatevi».
martedì 12 ottobre 2004
la religione americana
La Stampa 12.10.04
«Sotto Dio»
meglio giurare in silenzio
LETTERE DAL CAMPUS
Maurizio Viroli
«GIURO di essere fedele alla bandiera degli Stati Uniti d'America, e alla Repubblica che essa rappresenta, una nazione sotto Dio indivisibile, con libertà e giustizia per tutti» («I pledge allegiance to the flag of the United States of America, and to the Republic for which it stands, one nation under God, indivisible, with liberty and justice for all»). Mano sul petto, viso rivolto alla bandiera, in piedi, gli studenti delle scuole americane iniziano così la loro giornata.
Recitare il «pledge of allegiance» non è obbligatorio, ma è l'insegnante a prendere l'iniziativa e a guidare la classe. Non recitarlo comporta per lo studente dover affrontare una pressione psicologica assai forte da parte degli insegnanti, degli altri studenti, e dei genitori.
Il problema sta infatti in quell'«under God». Il padre di una studentessa californiana di terza elementare, Michael Newdow, ha presentato un ricorso contro la formulazione del «pledge of allegiance» perché a suo giudizio l'inciso «under God» viola la separazione fra Stato e Chiesa. Con una maggioranza schiacciante la Corte Suprema ha respinto l'appello e il presidente Bush ha dichiarato a chiare lettere nel secondo dibattito che non nominerà mai alla Corte Suprema un giudice disposto a togliere le parole «under God» dal giuramento di fedeltà.
«Under God» non appare nella formulazione originaria del giuramento, quella del 1892, scritta da un socialista cristiano, Richard Bellamy, autore di romanzi a carattere utopistico, Looking Backward (1888) e Equality (1897). Fu aggiunta nel 1954, in tempo di guerra fredda, sotto la pressione di un gruppi religiosi. Quello che era una pura professione di patriottismo politico divenne così un giuramento patriottico e religioso.
Non è certo il solo esempio di commistione fra religione e politica negli Stati Uniti: «In God we trust» scritto nelle banconote, la mano sulla Bibbia nel giuramento del Presidente, il rituale «God bless America» alla fine di ogni discorso importante e nelle perorazioni che concludono i dibattiti televisivi nella campagna elettorale.
La Repubblica degli Stati Uniti d'America è stata fondata da uomini profondamente religiosi che amavano la libertà e la repubblica e vennero nel Nuovo Mondo per pregare Dio in libertà. Diversamente da quello che è avvenuto in Europa, il clero americano, quale che fosse la sua fede, si è sempre tenuto orgogliosamente lontano dal potere politico, e ha limitato la sua opera all'educazione religiosa e morale. Tutto questo ha reso la religione molto forte nell'animo degli americani e per la grande maggioranza di loro non è un problema il fatto che i ragazzini delle scuole recitino ogni mattina un giuramento solenne che comprende la parola «Dio». Anzi, quando una corte di grado inferiore dichiarò nel 2002 illegale il giuramento di fedeltà, l'opinione pubblica reagì con risentimento e sdegno.
È giusto incoraggiare dei bambini e dei ragazzi a pronunciare un giuramento di fedeltà alla bandiera e alla Repubblica? L'effetto di un rituale di questo tipo è sicuramente di stimolare nei ragazzi sentimenti patriottici. Ma il fatto di recitare un giuramento guidati dall'insegnante può generare un atteggiamento bigotto e conformista, più che veri e propri sentimenti patriottici. Mi ha confessato una studentessa, educata in una famiglia di rigidi principi religiosi e patriottici in un piccolo paese del Midwest, che quando ha dichiarato di non voler recitare il giuramento di fedeltà è nato un caso che ha coinvolto tutta la scuola.
Un atteggiamento intollerante nei confronti di chi, per qualsiasi ragione, non se la sente di pronunciare pubblicamente il giuramento è evidentemente in contrasto con il giuramento stesso che pone l'esigenza della libertà per tutti al primo posto. È difficile, per non dire impossibile, non ferire i sentimenti di chi dissente, fin quando il giuramento di fedeltà avrà la forma attuale.
Un giuramento è un impegno con la propria coscienza e con Dio (per chi ci crede). Potrebbe essere allora più efficace, dal punto di vista educativo, e più rispettoso della libertà individuale, chiedere agli studenti un giuramento silenzioso. In piedi, occhi rivolti alla bandiera (che è giusto sia in classe, meglio se accompagnata dalla Costituzione), ognuno, se vuole, reciti il giuramento in cuor suo. Né la coscienza né Dio hanno bisogno di ascoltare parole, e un impegno preso con la propria coscienza è più forte di qualsiasi recitazione e non costringe nessuno a dire parole in cui non crede.
viroli@princeton.edu
«Sotto Dio»
meglio giurare in silenzio
LETTERE DAL CAMPUS
Maurizio Viroli
«GIURO di essere fedele alla bandiera degli Stati Uniti d'America, e alla Repubblica che essa rappresenta, una nazione sotto Dio indivisibile, con libertà e giustizia per tutti» («I pledge allegiance to the flag of the United States of America, and to the Republic for which it stands, one nation under God, indivisible, with liberty and justice for all»). Mano sul petto, viso rivolto alla bandiera, in piedi, gli studenti delle scuole americane iniziano così la loro giornata.
Recitare il «pledge of allegiance» non è obbligatorio, ma è l'insegnante a prendere l'iniziativa e a guidare la classe. Non recitarlo comporta per lo studente dover affrontare una pressione psicologica assai forte da parte degli insegnanti, degli altri studenti, e dei genitori.
Il problema sta infatti in quell'«under God». Il padre di una studentessa californiana di terza elementare, Michael Newdow, ha presentato un ricorso contro la formulazione del «pledge of allegiance» perché a suo giudizio l'inciso «under God» viola la separazione fra Stato e Chiesa. Con una maggioranza schiacciante la Corte Suprema ha respinto l'appello e il presidente Bush ha dichiarato a chiare lettere nel secondo dibattito che non nominerà mai alla Corte Suprema un giudice disposto a togliere le parole «under God» dal giuramento di fedeltà.
«Under God» non appare nella formulazione originaria del giuramento, quella del 1892, scritta da un socialista cristiano, Richard Bellamy, autore di romanzi a carattere utopistico, Looking Backward (1888) e Equality (1897). Fu aggiunta nel 1954, in tempo di guerra fredda, sotto la pressione di un gruppi religiosi. Quello che era una pura professione di patriottismo politico divenne così un giuramento patriottico e religioso.
Non è certo il solo esempio di commistione fra religione e politica negli Stati Uniti: «In God we trust» scritto nelle banconote, la mano sulla Bibbia nel giuramento del Presidente, il rituale «God bless America» alla fine di ogni discorso importante e nelle perorazioni che concludono i dibattiti televisivi nella campagna elettorale.
La Repubblica degli Stati Uniti d'America è stata fondata da uomini profondamente religiosi che amavano la libertà e la repubblica e vennero nel Nuovo Mondo per pregare Dio in libertà. Diversamente da quello che è avvenuto in Europa, il clero americano, quale che fosse la sua fede, si è sempre tenuto orgogliosamente lontano dal potere politico, e ha limitato la sua opera all'educazione religiosa e morale. Tutto questo ha reso la religione molto forte nell'animo degli americani e per la grande maggioranza di loro non è un problema il fatto che i ragazzini delle scuole recitino ogni mattina un giuramento solenne che comprende la parola «Dio». Anzi, quando una corte di grado inferiore dichiarò nel 2002 illegale il giuramento di fedeltà, l'opinione pubblica reagì con risentimento e sdegno.
È giusto incoraggiare dei bambini e dei ragazzi a pronunciare un giuramento di fedeltà alla bandiera e alla Repubblica? L'effetto di un rituale di questo tipo è sicuramente di stimolare nei ragazzi sentimenti patriottici. Ma il fatto di recitare un giuramento guidati dall'insegnante può generare un atteggiamento bigotto e conformista, più che veri e propri sentimenti patriottici. Mi ha confessato una studentessa, educata in una famiglia di rigidi principi religiosi e patriottici in un piccolo paese del Midwest, che quando ha dichiarato di non voler recitare il giuramento di fedeltà è nato un caso che ha coinvolto tutta la scuola.
Un atteggiamento intollerante nei confronti di chi, per qualsiasi ragione, non se la sente di pronunciare pubblicamente il giuramento è evidentemente in contrasto con il giuramento stesso che pone l'esigenza della libertà per tutti al primo posto. È difficile, per non dire impossibile, non ferire i sentimenti di chi dissente, fin quando il giuramento di fedeltà avrà la forma attuale.
Un giuramento è un impegno con la propria coscienza e con Dio (per chi ci crede). Potrebbe essere allora più efficace, dal punto di vista educativo, e più rispettoso della libertà individuale, chiedere agli studenti un giuramento silenzioso. In piedi, occhi rivolti alla bandiera (che è giusto sia in classe, meglio se accompagnata dalla Costituzione), ognuno, se vuole, reciti il giuramento in cuor suo. Né la coscienza né Dio hanno bisogno di ascoltare parole, e un impegno preso con la propria coscienza è più forte di qualsiasi recitazione e non costringe nessuno a dire parole in cui non crede.
viroli@princeton.edu
Adonis e Hölderlin
La Stampa 12.10.04
Religiosità, politica e creatività secondo il grande poeta siriano detestato dai fondamentalisti. Domani sarà ospite di «RomaPoesia»
Adonis e la chiave del futuro: «Sarà meticcio o non sarà»
di Mario Baudino
ROMA. SI chiama Ali Ahmad Sai id Esber, ma ben pochi lo conoscono sotto questo nome, tanto che a volte si fa fatica a rintracciarlo negli alberghi. Per tutti è Adonis, e cioè non solo il maggior poeta di lingua araba, ma uno dei grandi della letteratura mondiale. E' nato 74 anni fa in un villaggio siriano, è cresciuto a Damasco, ha lavorato in Libano e da tempo vive a Parigi. Dopo anni d'esilio ora può tornare non solo nel suo Paese ma in tutto il mondo arabo, rispettato come una grande bandiera culturale, anche se è ovviamente inviso ai fondamentalisti. In Italia è pubblicato da Guanda (Memoria del vento, La preghiera e la spada), mentre in questi giorni una sua raccolta di poesie dal lungo titolo (Libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte) esce per Mondadori. Appena arrivato da Francoforte, sarà oggi a Santa Marinella per il festival Mediterranea e domani all’Auditorium di Roma per Romapoesia.
Alla Buchmesse, dove ha tenuto un reading, era uno degli invitati di maggior rilievo nell'edizione in cui il mondo arabo rappresentava l'ospite d'onore. Si è sottratto a ogni polemica, ha accettato l'invito della Lega araba anche se, mi dice, «è un'istituzione piena di errori. E non potrebbe essere diversamente, visto che è lo specchio dei regimi arabi, nei confronti dei quali il mio giudizio è negativo. Ma questa trasferta era importante per la nostra cultura, e qualcuno doveva pur organizzarla. Considerata la situazione, non è stato un cattivo lavoro». Adonis sa dare scandalo politicamente, ma soprattutto lo fa già con lo stesso nome che si è scelto, e che rinvia all'Adone pagano, ai miti del Mediterraneo. «Quando ho scelto di firmarmi così - racconta - non sapevo che sarei poi andato tanto avanti». E tanto avanti significa che il poeta ha ripercorso a ritroso la strada di un lungo passato.
Un solo Dio è troppo, o troppo poco. «Bisogna criticare radicalmente il monoteismo, che ha creato tutte le dittature, di destra e di sinistra. Bisogna riuscire a rimetterlo in questione». Adonis lo fa con i suoi versi luminosi, come questi degli anni Sessanta:
Proprio oggi, gli chiedo, una domanda del genere ha senso dentro ciò che si definisce cultura araba? «La cultura araba è espressa dalla lingua, ma all'interno di essa ci sono specificità e differenze importanti. Il nostro avvenire, dico di tutti, è in una sorta di meticciato. L'avvenire sarà meticcio o non sarà. Io non credo all'Est e all'Ovest, credo agli uomini. La cultura, in ogni caso, ha già lasciato indietro la geografia». E la poesia? «A maggior ragione. Anzi direi che oggi poesia non è più tanto lo scrivere nell'accezione tradizionale della parola. E' un modo di poetizzare il mondo. Ci sono romanzi poetici, ci sono filosofi-poeti. La nozione di poesia ha superato le sue dimensioni tradizionali».
E' arrivata l'ora di «vivere poeticamente», secondo il celebre verso di Hölderlin? «Sarebbe straordinario, ma non è facile». Lei ha avuto qualche volta una sensazione del genere? «Sì, nell'amore e nell'amicizia. E in viaggio, quando sono da solo. Il viaggio rappresenta un modo di vivere lo spazio e i luoghi come se si scrivesse una poesia. E' poesia vissuta, come l'amore e l'amicizia, un'appropriazione dello sconosciuto, una scoperta. Oggi persino la nuova astronomia è secondo me una scienza quasi poetica». Sembra suggerire che è più importante una sorta di creatività che non la scrittura. «Una scrittura senza creatività, è vero, non ha importanza. Ma non può essere solo uno strumento. Sono necessarie entrambe». Che cos'è, allora, una poesia? «Un fiume che si scava il proprio letto».
Religiosità, politica e creatività secondo il grande poeta siriano detestato dai fondamentalisti. Domani sarà ospite di «RomaPoesia»
Adonis e la chiave del futuro: «Sarà meticcio o non sarà»
di Mario Baudino
ROMA. SI chiama Ali Ahmad Sai id Esber, ma ben pochi lo conoscono sotto questo nome, tanto che a volte si fa fatica a rintracciarlo negli alberghi. Per tutti è Adonis, e cioè non solo il maggior poeta di lingua araba, ma uno dei grandi della letteratura mondiale. E' nato 74 anni fa in un villaggio siriano, è cresciuto a Damasco, ha lavorato in Libano e da tempo vive a Parigi. Dopo anni d'esilio ora può tornare non solo nel suo Paese ma in tutto il mondo arabo, rispettato come una grande bandiera culturale, anche se è ovviamente inviso ai fondamentalisti. In Italia è pubblicato da Guanda (Memoria del vento, La preghiera e la spada), mentre in questi giorni una sua raccolta di poesie dal lungo titolo (Libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte) esce per Mondadori. Appena arrivato da Francoforte, sarà oggi a Santa Marinella per il festival Mediterranea e domani all’Auditorium di Roma per Romapoesia.
Alla Buchmesse, dove ha tenuto un reading, era uno degli invitati di maggior rilievo nell'edizione in cui il mondo arabo rappresentava l'ospite d'onore. Si è sottratto a ogni polemica, ha accettato l'invito della Lega araba anche se, mi dice, «è un'istituzione piena di errori. E non potrebbe essere diversamente, visto che è lo specchio dei regimi arabi, nei confronti dei quali il mio giudizio è negativo. Ma questa trasferta era importante per la nostra cultura, e qualcuno doveva pur organizzarla. Considerata la situazione, non è stato un cattivo lavoro». Adonis sa dare scandalo politicamente, ma soprattutto lo fa già con lo stesso nome che si è scelto, e che rinvia all'Adone pagano, ai miti del Mediterraneo. «Quando ho scelto di firmarmi così - racconta - non sapevo che sarei poi andato tanto avanti». E tanto avanti significa che il poeta ha ripercorso a ritroso la strada di un lungo passato.
Un solo Dio è troppo, o troppo poco. «Bisogna criticare radicalmente il monoteismo, che ha creato tutte le dittature, di destra e di sinistra. Bisogna riuscire a rimetterlo in questione». Adonis lo fa con i suoi versi luminosi, come questi degli anni Sessanta:
«Il sole dell'amante declina piegato dal sonnoe con i suoi saggi, quelli ancora senza titolo che usciranno tra poco per Guanda, quelli di L'Oceano nero che sta per pubblicare in arabo. Non teme lo scandalo? «No, anche perché ho il massimo rispetto della religiosità. Non sono contro la fede degli uomini. La mia critica non è sul piano, appunto, della fede, ma su quello filosofico. Come si può comprendere, in questo secolo, un atteggiamento monoteista?».
bisogna che l'occulto prenda congedo dal raccolto
che il mio volto si fonda con l'anima del mondo»
Proprio oggi, gli chiedo, una domanda del genere ha senso dentro ciò che si definisce cultura araba? «La cultura araba è espressa dalla lingua, ma all'interno di essa ci sono specificità e differenze importanti. Il nostro avvenire, dico di tutti, è in una sorta di meticciato. L'avvenire sarà meticcio o non sarà. Io non credo all'Est e all'Ovest, credo agli uomini. La cultura, in ogni caso, ha già lasciato indietro la geografia». E la poesia? «A maggior ragione. Anzi direi che oggi poesia non è più tanto lo scrivere nell'accezione tradizionale della parola. E' un modo di poetizzare il mondo. Ci sono romanzi poetici, ci sono filosofi-poeti. La nozione di poesia ha superato le sue dimensioni tradizionali».
E' arrivata l'ora di «vivere poeticamente», secondo il celebre verso di Hölderlin? «Sarebbe straordinario, ma non è facile». Lei ha avuto qualche volta una sensazione del genere? «Sì, nell'amore e nell'amicizia. E in viaggio, quando sono da solo. Il viaggio rappresenta un modo di vivere lo spazio e i luoghi come se si scrivesse una poesia. E' poesia vissuta, come l'amore e l'amicizia, un'appropriazione dello sconosciuto, una scoperta. Oggi persino la nuova astronomia è secondo me una scienza quasi poetica». Sembra suggerire che è più importante una sorta di creatività che non la scrittura. «Una scrittura senza creatività, è vero, non ha importanza. Ma non può essere solo uno strumento. Sono necessarie entrambe». Che cos'è, allora, una poesia? «Un fiume che si scava il proprio letto».
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