Corriere della Sera Salute 24.4.05
Quando arriva la terribile età dei «no»
Martina, che ha appena compiuto i due anni, è sempre stata una bimba molto ragionevole, per niente bizzosa. Ultimamente ha cominciato a fare capricci incredibili. Ha preso l’abitudine di fare esattamente l’opposto di quello che mamma o papà le chiedono. Il "no" è diventato la sua parola preferita, che spesso usa senza neanche ascoltare ciò che le viene proposto. Il più delle volte ha l’aria di non sapere ciò che vuole, ma insiste comunque per vincere, innervosendosi sempre più se non le si dà retta. Se i genitori non capiscono le sue intenzioni, poi, si butta a terra dimenandosi come un ossessa: un vero attacco isterico. E a questo punto, non importa cosa si faccia per pacificarla, la scenata continua, suscitando in chi le sta intorno impulsi inconfessabili. Ma quali sono i motivi di questo comportamento? Questa svolta "capricciosa" nel modo di fare del bambino è così caratteristica dell’età da aver spinto gli psicologi anglosassoni a coniare l’espressione "i terribili due anni". Il primo motivo del fenomeno è che il piccolo di quest’età comincia (legittimamente) ad avere un fortissimo bisogno d’indipendenza: vuole fare da sé e non seguire sempre le imposizioni dei genitori. Spesso poi, preso da impulsi contraddittori, si irrita proprio perché non riesce a capire lui stesso cosa vuole. Infine, molte volte, cercando di esprimere un bisogno o un desiderio, gli mancano le parole per farlo, così che i genitori non lo capiscono, cosa che lo manda in bestia. Insomma, non sono facili neanche per lui questi "terribili due anni". Quando arrivano, è inopportuno e ingiusto reagire con rabbia. Meglio munirsi di un’immensa pazienza e aspettare l’arrivo dei tre anni.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 24 aprile 2005
la memoria dello sterminio nazista
Liberazione 23.4.05
Metà dei giovani tedeschi
non sa cos'è l'Olocausto
Che cos'è stato l'Olocausto? Alla domanda circa l'80% dei tedeschi è in grado di rispondere: la campagna dei nazisti che ha portato allo sterminio degli ebrei europei. Ma la percentuale scende drammaticamente al 51,4% quando a rispondere sono i giovani sotto i 24 anni. Lo rivela un sondaggio del Forschungsgruppe Wahlen per la Tv pubblica Zdf e il quotidiano "Die Welt".
Metà dei giovani tedeschi
non sa cos'è l'Olocausto
Che cos'è stato l'Olocausto? Alla domanda circa l'80% dei tedeschi è in grado di rispondere: la campagna dei nazisti che ha portato allo sterminio degli ebrei europei. Ma la percentuale scende drammaticamente al 51,4% quando a rispondere sono i giovani sotto i 24 anni. Lo rivela un sondaggio del Forschungsgruppe Wahlen per la Tv pubblica Zdf e il quotidiano "Die Welt".
Manoel de Oliveira
Liberazione 23.4.05
De Oliveira: «Vorrei fare
il seguito di Bella di giorno»
A 96 anni, Manoel de Oliveira non ha nessuna intenzione di andare in pensione. Il regista portoghese sta pensando a tre nuovi film tra cui un seguito di "Belle de Jour" (Bella di giorno), il capolavoro di Luis Bunuel interpretato da Catherine Deneuve nel '66. «Sto combattendo contro il tempo che passa», ha confessato il regista sul set del suo ultimo film "Specchio magico".
De Oliveira: «Vorrei fare
il seguito di Bella di giorno»
A 96 anni, Manoel de Oliveira non ha nessuna intenzione di andare in pensione. Il regista portoghese sta pensando a tre nuovi film tra cui un seguito di "Belle de Jour" (Bella di giorno), il capolavoro di Luis Bunuel interpretato da Catherine Deneuve nel '66. «Sto combattendo contro il tempo che passa», ha confessato il regista sul set del suo ultimo film "Specchio magico".
sabato 23 aprile 2005
siete pronti per un'auto cinese al prezzo di una vespa?
ansa.it 23.4.05
Auto: utilitarie cinesi arrivano nei percati italiani
La Lega, interrogazione al Ministero delle attività produttive
(ANSA) - ROMA, 23 APR - E' allarme per le prime avvisaglie di uno sbarco cinese in Italia anche nel settore delle quattro ruote. La Lega, con una interrogazione urgente al ministero delle Attività produttive, chiede quali iniziative prenderà il Governo per contrastare l'arrivo dei competitors cinesi nei nostri mercati. Si tratta di auto pronte per essere messe in vendita, dopo i necessari test di omologazione, a prezzi molto competitivi, non più alti di 4mila euro.
Auto: utilitarie cinesi arrivano nei percati italiani
La Lega, interrogazione al Ministero delle attività produttive
(ANSA) - ROMA, 23 APR - E' allarme per le prime avvisaglie di uno sbarco cinese in Italia anche nel settore delle quattro ruote. La Lega, con una interrogazione urgente al ministero delle Attività produttive, chiede quali iniziative prenderà il Governo per contrastare l'arrivo dei competitors cinesi nei nostri mercati. Si tratta di auto pronte per essere messe in vendita, dopo i necessari test di omologazione, a prezzi molto competitivi, non più alti di 4mila euro.
copyright @ 2005 ANSA
feticci e frattaglie
La Stampa TuttoLibri 23.4.05
Quegli occhi di Einstein in una cassetta di sicurezza
Di reliquia in reliquia, la mistica delle frattaglie anatomiche:
dalle ceneri di Dante al pelo di Maometto
UNA dolente Polonia pare avesse chiesto di poter venerare nella cattedrale di Cracovia una reliquia del corpo del pontefice appena spirato. Ambiva al cuore. La notizia mi ha indotto a ricercare in un recesso della biblioteca di casa un libretto non più aperto da anni: un dizionario che elenca reliquie sparse per il mondo. È un'operina figlia delle convulsioni positivistiche e del forte anticlericalismo fine Ottocento. Dalle sue pagine affiora una parade superlativa di materiali anatomici in odore di santità e reperti vari, fortemente taumaturgici, inventariati con irriverente sarcasmo: costole, tibie, chiodi, veli, tuniche, croci, unghie, ecc. Inoltre vengono evocate storie di traslochi di ossa, come quelle dei tre Re Magi portate da Milano a Colonia, dove si venerano ancora; e corpi di un unico santo «integro» in almeno tre luoghi diversi. All'impunito dizionarietto, che ironizza pure sulle impronte lasciate dal Maligno - il dito abbruciante di Lucifero sul cuscino di santa Redegonda, il fetido alito di Beelzebub rinchiuso in una fiala, la cacca di Belial dentro una scatola d'ametista - la sorte ha voluto si accompagnasse, imbottendo le sue pagine, un foglietto manoscritto e un certo numero di vecchi ritagli di giornale prossimi alla decomposizione. Sono suppletive reliquie cartacee. Il foglietto, in elegante corsivo, tipo memorandum, elenca rimasugli affini a quelli trattati dal dizionario, tuttavia di natura più laica anche se a loro modo fortemente sacrali: «Le ceneri di Dante», «la salma di Casanova a Dux», «i capelli e i denti di Lorenzo il Magnifico», «il cranio di Mozart», «la testa di Goya», «il pelo di Maometto». È la reliqueria periodicamente riscoperta da qualcuno in vena di scoop e messa in concorrenza con il primato collezionistico di venerabili reperti adunati della Chiesa. Infilati nel dispettoso Dizionario delle reliquie, gli scraps giornalistici trattano anch'essi di «sante anatomie». Uno discetta del prepuzio di Napoleone, meticolosamente conservato presso la Squirer Urological Clinic delle Columbia University. Come ogni celebre reliquia anche questa fu «trafugata» con destrezza. La sistematica relazione dell'autopsia eseguita a Sant'Elena dal dottor Antommarchi non ne fa cenno, anche se l'imperial particula sembrava destinata a essere accomodata in un ostensorio e disposta alla pubblica venerazione. Quando il 16 aprile 1955 Albert Einstein morì - racconta un altro ritaglio di giornale brunito dagli anni - emozionati e rapaci chirurghi ne sezionarono il corpo, illudendosi di scoprire nella macellazione della materia l'enigma dell'intelligenza. Un medico, Harvey Thomas, per conservarlo in un'urna nella sua casa del Kansas, prelevò il cervello del genio, da cui trasse poi «fettine» da distribuire eucaristicamente in giro.
Ulteriore reperto - sempre secondo il ritaglio - sembrerebbe custodito in una cassetta di sicurezza di una banca del New Jersey. Il dottor Henry Abrams dichiarava: «Ogni tanto vado in banca a farmi guardare. Gli occhi che mi scrutano dall'ampolla, conservati sotto formalina, sono intatti, chiari come il cristallo. In essi vedo tutti i misteri del mondo e tutta la sua bellezza». Lo sguardo fisso sul dottor Abrams apparteneva a Albert Einstein: il medesimo sguardo compendiato dal grande fisico nel suo celebre libro Come io vedo il mondo, declinabile in Come continuo a vederlo, guatando da un barattolo di vetro.
C'è una bizzarra affinità tra il culto del cuore di un papa e quello degli occhi di uno scienziato: adducono entrambi ai misteri universali. L'oscena mistica delle frattaglie anatomiche testimonia il mai tramontato mito di Prometeo, eludendo l'unica possibile reliquia dell'uomo: la memoria di se stesso.
Quegli occhi di Einstein in una cassetta di sicurezza
Di reliquia in reliquia, la mistica delle frattaglie anatomiche:
dalle ceneri di Dante al pelo di Maometto
UNA dolente Polonia pare avesse chiesto di poter venerare nella cattedrale di Cracovia una reliquia del corpo del pontefice appena spirato. Ambiva al cuore. La notizia mi ha indotto a ricercare in un recesso della biblioteca di casa un libretto non più aperto da anni: un dizionario che elenca reliquie sparse per il mondo. È un'operina figlia delle convulsioni positivistiche e del forte anticlericalismo fine Ottocento. Dalle sue pagine affiora una parade superlativa di materiali anatomici in odore di santità e reperti vari, fortemente taumaturgici, inventariati con irriverente sarcasmo: costole, tibie, chiodi, veli, tuniche, croci, unghie, ecc. Inoltre vengono evocate storie di traslochi di ossa, come quelle dei tre Re Magi portate da Milano a Colonia, dove si venerano ancora; e corpi di un unico santo «integro» in almeno tre luoghi diversi. All'impunito dizionarietto, che ironizza pure sulle impronte lasciate dal Maligno - il dito abbruciante di Lucifero sul cuscino di santa Redegonda, il fetido alito di Beelzebub rinchiuso in una fiala, la cacca di Belial dentro una scatola d'ametista - la sorte ha voluto si accompagnasse, imbottendo le sue pagine, un foglietto manoscritto e un certo numero di vecchi ritagli di giornale prossimi alla decomposizione. Sono suppletive reliquie cartacee. Il foglietto, in elegante corsivo, tipo memorandum, elenca rimasugli affini a quelli trattati dal dizionario, tuttavia di natura più laica anche se a loro modo fortemente sacrali: «Le ceneri di Dante», «la salma di Casanova a Dux», «i capelli e i denti di Lorenzo il Magnifico», «il cranio di Mozart», «la testa di Goya», «il pelo di Maometto». È la reliqueria periodicamente riscoperta da qualcuno in vena di scoop e messa in concorrenza con il primato collezionistico di venerabili reperti adunati della Chiesa. Infilati nel dispettoso Dizionario delle reliquie, gli scraps giornalistici trattano anch'essi di «sante anatomie». Uno discetta del prepuzio di Napoleone, meticolosamente conservato presso la Squirer Urological Clinic delle Columbia University. Come ogni celebre reliquia anche questa fu «trafugata» con destrezza. La sistematica relazione dell'autopsia eseguita a Sant'Elena dal dottor Antommarchi non ne fa cenno, anche se l'imperial particula sembrava destinata a essere accomodata in un ostensorio e disposta alla pubblica venerazione. Quando il 16 aprile 1955 Albert Einstein morì - racconta un altro ritaglio di giornale brunito dagli anni - emozionati e rapaci chirurghi ne sezionarono il corpo, illudendosi di scoprire nella macellazione della materia l'enigma dell'intelligenza. Un medico, Harvey Thomas, per conservarlo in un'urna nella sua casa del Kansas, prelevò il cervello del genio, da cui trasse poi «fettine» da distribuire eucaristicamente in giro.
Ulteriore reperto - sempre secondo il ritaglio - sembrerebbe custodito in una cassetta di sicurezza di una banca del New Jersey. Il dottor Henry Abrams dichiarava: «Ogni tanto vado in banca a farmi guardare. Gli occhi che mi scrutano dall'ampolla, conservati sotto formalina, sono intatti, chiari come il cristallo. In essi vedo tutti i misteri del mondo e tutta la sua bellezza». Lo sguardo fisso sul dottor Abrams apparteneva a Albert Einstein: il medesimo sguardo compendiato dal grande fisico nel suo celebre libro Come io vedo il mondo, declinabile in Come continuo a vederlo, guatando da un barattolo di vetro.
C'è una bizzarra affinità tra il culto del cuore di un papa e quello degli occhi di uno scienziato: adducono entrambi ai misteri universali. L'oscena mistica delle frattaglie anatomiche testimonia il mai tramontato mito di Prometeo, eludendo l'unica possibile reliquia dell'uomo: la memoria di se stesso.
Dizionario delle reliquie e dei santi della Chiesa di Roma
Lib. Claudiana, Firenze 1888 Louis Goosen Dizionario dei santi
B. Mondadori, Milano 2000
Lib. Claudiana, Firenze 1888 Louis Goosen Dizionario dei santi
B. Mondadori, Milano 2000
il tempo
Il Messaggero Sabato 23 Aprile 2005
Tempo e scienza
L’infanzia lunghissima è il segreto della nostra evoluzione
di MASSIMO DI FORTI
Napoli. PER Dante era il fertile terreno della conoscenza («Che perder tempo a chi più sa più spiace). Per un capitalista è fonte della ricchezza («Il tempo è denaro»).Per Benjamin Franklin era «la sostanza stessa di cui la vita è fatta». Per Hector Berlioz era il serial killer per eccellenza («Il tempo è un grande maestro ma sfortunatamente uccide tutti i suoi allievi»). Il Tempo, in principio, apparteneva agli dei. Poi, gli uomini decisero di impossessarsene e niente fu più come prima. La grande sfida avvenne sulle montagne del Caucaso dove l’orgoglio di Zeus fu ferito per sempre dall’inaudito ardimento di Prometeo. «Consegnando gli uomini alla tecnica», osserva Umberto Galimberti, «Prometeo donò loro una temporalità assolutamente nuova rispetto a quella che regolava cielo e terra secondo destino e necessità. La vicenda umana nasce con questo tempo. Prima non era possibile, perché non c’è inizio e non c’è fine dove il tempo è ciclico, dove è immutabile ripetizione dell’identico». Galimberti, titolare della cattedra di Filosofia della storia a Venezia, nella suggestiva cornice della Chiesa della Croce di Lucca (uno dei gioielli del cuore del capoluogo partenopeo) ha dialogato sul tema del tempo con Edoardo Boncinelli, biologo e genetista del Cnr, per il primo incontro del ciclo “La conoscenza del tempo e il tempo della conoscenza”, organizzato a Napoli dal Centro di Studi Roland Barthes, un viaggio interdisciplinare che coinvolgerà fino a novembre economisti, psicologi, astronomi, storici, artisti, uomini di Chiesa del calibro di Carlo Smuraglia, Massimo Capaccioli, Giuliano Amato, Roberto De Simone, Pietro Rutelli, Ferdinando Bologna, Marco Bellocchio, padre Bartolomeo Sorge, Giuseppe Galasso.
Interrogarsi sul tempo ha sottolineato giustamente Boncinelli significa porsi alcune delle domande più importanti che hanno attraversato la riflessione filosofico-scientifica, fin dalle origini dell’umanità: «Il tempo è ciclico o lineare? E’ un contenitore o una successione di contenuti (gli eventi)? Come si rapporta con lo spazio e con la memoria? Potrebbe esistere senza memoria? Com’è che io so di essere quello di ieri? E se non sappiamo bene che cosa è, come è possibile che lo si sappia misurare con tanta precisione?» e infinite altre.
Insomma, ha detto Galimberti, avevano ragione i greci (che non usavano una sola parola per dire “tempo” ma molte) a evidenziarne la complessità : una complessità bisogna aggiungere oggi ancor più ampliata da un autentico big bang di conoscenze scientifiche, che ha spinto i due protagonisti dell’incontro a privilegiarne alcuni aspetti essenziali. E, così, il filosofo monzese si è soffermato sulle distinzioni tra tempo ciclico, progettuale ed escatologico; mentre il biologo ha analizzato le interrelazioni tra tempo delle cose (la fisica), della vita (la biologia) e dell’anima (la psicologia), come suggerisce il titolo di un suo saggio pubblicato due anni fa da Laterza.
Il tempo ciclico quello antecedente l’ oltraggio di Prometeo scorreva come un eterno ritorno . «Esprimeva», ha affermato Galimberti «la pura e semplice regolarità del ciclo, dove nulla può accadere e nulla può avvenire se non con-formandosi al già avvenuto. Non c’era futuro che non fosse la ripresa del passato che il presente ribadiva. Non c’era nulla da attendere, se non ciò che doveva ritornare». Il tempo progettuale-prometeico (quello in cui si trova immersa la modernità) è, ovviamente, tutt’altra cosa. E’ una intenzionalità madre del fuoco e della tecnica, che non si realizza nella ripetizione del passato ma nella scoperta del futuro , che non si appaga nella contemplazione di un destino ma persegue il raggiungimento di uno scopo. E’ una nuova decisiva tappa dell’ambizione umana a conseguire uno status quasi divino.
Ecco perché, last but not least , il tempo escatologico si presenta, secondo Galimberti, come un Giano bifronte di fondamentale importanza: «in versione religiosa, è il tempo di Dio; in versione atea, è quello dell’utopia e della rivoluzione, di un passaggio dal tempo del male a un tempo del bene». Lo spirito utopico della scienza segna l’ultimo atto (almeno fino a questo punto della storia) della sfida tra creatura e Creatore, dal momento che «conoscere significa non più contemplare , come quando il tempo era ciclico, ma dominare ». L’alleanza tra scienza e tecnica ha infatti come obiettivo (ma Nietzsche avrebbe parlato di “illusione”) il dominio della natura, il raggiungimento di un potere assoluto sulla realtà...
Se le riflessioni del filosofo non potevano evitare di evidenziare le contraddizioni della dialettica dell’illuminismo, quelle del biologo (i cui studi sullo sviluppo embrionale e sulla corteccia cerebrale hanno ormai fatto scuola) si sono concentrate sulla condizione paradossale dell’homo sapiens sulla scena dell’evoluzione. Ha detto a chiare lettere, Boncinelli: quella umana, da un punto di vista biologico, è una presenza assolutamente eccentrica, siamo un vero “lapsus” evolutivo. Infatti come aveva intuito il grande anatomista danese Louis Bolk siamo animali caratterizzati da una lunghissima infanzia, siamo una forma incompiuta sul piano istintuale, a differenza delle altre specie viventi. Ma è stata proprio questa qualità “aperta” a consentire all’uomo di creare una cultura, di forgiare strumenti, di sviluppare (grazie alla sua lentissima crescita) un cervello capace di compiere autentici prodigi. Il tempo biologico di questa infanzia “infinita” è stato la ragione della nostra grandezza. Sì, ancora una volta, è stato il Tempo a decidere.
Il Messaggero Sabato 23 Aprile 2005
Gli occhi strabici del dio Tempo
dal nostro inviato MASSIMO DI FORTI
storici, artisti, uomini di Chiesa del calibro di Carlo Smuraglia, Massimo Capaccioli, Giuliano Amato, Roberto De Simone, Pietro Rutelli, Ferdinando Bologna, Marco Bellocchio, padre Bartolomeo Sorge, Giuseppe Galasso.
Interrogarsi sul tempo ha sottolineato giustamente Boncinelli significa porsi alcune delle domande più importanti che hanno attraversato la riflessione filosofico-scientifica, fin dalle origini dell’umanità: «Il tempo è ciclico o lineare? E’ un contenitore o una successione di contenuti (gli eventi)? Come si rapporta con lo spazio e con la memoria? Potrebbe esistere senza memoria? Com’è che io so di essere quello di ieri? E se non sappiamo bene che cosa è, come è possibile che lo si sappia misurare con tanta precisione?» e infinite altre.
Insomma, ha detto Galimberti, avevano ragione i greci (che non usavano una sola parola per dire “tempo” ma molte) a evidenziarne la complessità : una complessità bisogna aggiungere oggi ancor più ampliata da un autentico big bang di conoscenze scientifiche, che ha spinto i due protagonisti dell’incontro a privilegiarne alcuni aspetti essenziali. E, così, il filosofo monzese si è soffermato sulle distinzioni tra tempo ciclico, progettuale ed escatologico; mentre il biologo ha analizzato le interrelazioni tra tempo delle cose (la fisica), della vita (la biologia) e dell’anima (la psicologia), come suggerisce il titolo di un suo saggio pubblicato due anni fa da Laterza.
Il tempo ciclico quello antecedente l’ oltraggio di Prometeo scorreva come un eterno ritorno . «Esprimeva», ha affermato Galimberti «la pura e semplice regolarità del ciclo, dove nulla può accadere e nulla può avvenire se non con-formandosi al già avvenuto. Non c’era futuro che non fosse la ripresa del passato che il presente ribadiva. Non c’era nulla da attendere, se non ciò che doveva ritornare». Il tempo progettuale-prometeico (quello in cui si trova immersa la modernità) è, ovviamente, tutt’altra cosa. E’ una intenzionalità madre del fuoco e della tecnica, che non si realizza nella ripetizione del passato ma nella scoperta del futuro , che non si appaga nella contemplazione di un destino ma persegue il raggiungimento di uno scopo. E’ una nuova decisiva tappa dell’ambizione umana a conseguire uno status quasi divino.
Ecco perché, last but not least , il tempo escatologico si presenta, secondo Galimberti, come un Giano bifronte di fondamentale importanza: «in versione religiosa, è il tempo di Dio; in versione atea, è quello dell’utopia e della rivoluzione, di un passaggio dal tempo del male a un tempo del bene». Lo spirito utopico della scienza segna l’ultimo atto (almeno fino a questo punto della storia) della sfida tra creatura e Creatore, dal momento che «conoscere significa non più contemplare , come quando il tempo era ciclico, ma dominare ». L’alleanza tra scienza e tecnica ha infatti come obiettivo (ma Nietzsche avrebbe parlato di “illusione”) il dominio della natura, il raggiungimento di un potere assoluto sulla realtà...
Se le riflessioni del filosofo non potevano evitare di evidenziare le contraddizioni della dialettica dell’illuminismo, quelle del biologo (i cui studi sullo sviluppo embrionale e sulla corteccia cerebrale hanno ormai fatto scuola) si sono concentrate sulla condizione paradossale dell’homo sapiens sulla scena dell’evoluzione. Ha detto a chiare lettere, Boncinelli: quella umana, da un punto di vista biologico, è una presenza assolutamente eccentrica, siamo un vero “lapsus” evolutivo. Infatti come aveva intuito il grande anatomista danese Louis Bolk siamo animali caratterizzati da una lunghissima infanzia, siamo una forma incompiuta sul piano istintuale, a differenza delle altre specie viventi. Ma è stata proprio questa qualità “aperta” a consentire all’uomo di creare una cultura, di forgiare strumenti, di sviluppare (grazie alla sua lentissima crescita) un cervello capace di compiere autentici prodigi. Il tempo biologico di questa infanzia “infinita” è stato la ragione della nostra grandezza. Sì, ancora una volta, è stato il Tempo a decidere.
Tempo e scienza
L’infanzia lunghissima è il segreto della nostra evoluzione
di MASSIMO DI FORTI
Napoli. PER Dante era il fertile terreno della conoscenza («Che perder tempo a chi più sa più spiace). Per un capitalista è fonte della ricchezza («Il tempo è denaro»).Per Benjamin Franklin era «la sostanza stessa di cui la vita è fatta». Per Hector Berlioz era il serial killer per eccellenza («Il tempo è un grande maestro ma sfortunatamente uccide tutti i suoi allievi»). Il Tempo, in principio, apparteneva agli dei. Poi, gli uomini decisero di impossessarsene e niente fu più come prima. La grande sfida avvenne sulle montagne del Caucaso dove l’orgoglio di Zeus fu ferito per sempre dall’inaudito ardimento di Prometeo. «Consegnando gli uomini alla tecnica», osserva Umberto Galimberti, «Prometeo donò loro una temporalità assolutamente nuova rispetto a quella che regolava cielo e terra secondo destino e necessità. La vicenda umana nasce con questo tempo. Prima non era possibile, perché non c’è inizio e non c’è fine dove il tempo è ciclico, dove è immutabile ripetizione dell’identico». Galimberti, titolare della cattedra di Filosofia della storia a Venezia, nella suggestiva cornice della Chiesa della Croce di Lucca (uno dei gioielli del cuore del capoluogo partenopeo) ha dialogato sul tema del tempo con Edoardo Boncinelli, biologo e genetista del Cnr, per il primo incontro del ciclo “La conoscenza del tempo e il tempo della conoscenza”, organizzato a Napoli dal Centro di Studi Roland Barthes, un viaggio interdisciplinare che coinvolgerà fino a novembre economisti, psicologi, astronomi, storici, artisti, uomini di Chiesa del calibro di Carlo Smuraglia, Massimo Capaccioli, Giuliano Amato, Roberto De Simone, Pietro Rutelli, Ferdinando Bologna, Marco Bellocchio, padre Bartolomeo Sorge, Giuseppe Galasso.
Interrogarsi sul tempo ha sottolineato giustamente Boncinelli significa porsi alcune delle domande più importanti che hanno attraversato la riflessione filosofico-scientifica, fin dalle origini dell’umanità: «Il tempo è ciclico o lineare? E’ un contenitore o una successione di contenuti (gli eventi)? Come si rapporta con lo spazio e con la memoria? Potrebbe esistere senza memoria? Com’è che io so di essere quello di ieri? E se non sappiamo bene che cosa è, come è possibile che lo si sappia misurare con tanta precisione?» e infinite altre.
Insomma, ha detto Galimberti, avevano ragione i greci (che non usavano una sola parola per dire “tempo” ma molte) a evidenziarne la complessità : una complessità bisogna aggiungere oggi ancor più ampliata da un autentico big bang di conoscenze scientifiche, che ha spinto i due protagonisti dell’incontro a privilegiarne alcuni aspetti essenziali. E, così, il filosofo monzese si è soffermato sulle distinzioni tra tempo ciclico, progettuale ed escatologico; mentre il biologo ha analizzato le interrelazioni tra tempo delle cose (la fisica), della vita (la biologia) e dell’anima (la psicologia), come suggerisce il titolo di un suo saggio pubblicato due anni fa da Laterza.
Il tempo ciclico quello antecedente l’ oltraggio di Prometeo scorreva come un eterno ritorno . «Esprimeva», ha affermato Galimberti «la pura e semplice regolarità del ciclo, dove nulla può accadere e nulla può avvenire se non con-formandosi al già avvenuto. Non c’era futuro che non fosse la ripresa del passato che il presente ribadiva. Non c’era nulla da attendere, se non ciò che doveva ritornare». Il tempo progettuale-prometeico (quello in cui si trova immersa la modernità) è, ovviamente, tutt’altra cosa. E’ una intenzionalità madre del fuoco e della tecnica, che non si realizza nella ripetizione del passato ma nella scoperta del futuro , che non si appaga nella contemplazione di un destino ma persegue il raggiungimento di uno scopo. E’ una nuova decisiva tappa dell’ambizione umana a conseguire uno status quasi divino.
Ecco perché, last but not least , il tempo escatologico si presenta, secondo Galimberti, come un Giano bifronte di fondamentale importanza: «in versione religiosa, è il tempo di Dio; in versione atea, è quello dell’utopia e della rivoluzione, di un passaggio dal tempo del male a un tempo del bene». Lo spirito utopico della scienza segna l’ultimo atto (almeno fino a questo punto della storia) della sfida tra creatura e Creatore, dal momento che «conoscere significa non più contemplare , come quando il tempo era ciclico, ma dominare ». L’alleanza tra scienza e tecnica ha infatti come obiettivo (ma Nietzsche avrebbe parlato di “illusione”) il dominio della natura, il raggiungimento di un potere assoluto sulla realtà...
Se le riflessioni del filosofo non potevano evitare di evidenziare le contraddizioni della dialettica dell’illuminismo, quelle del biologo (i cui studi sullo sviluppo embrionale e sulla corteccia cerebrale hanno ormai fatto scuola) si sono concentrate sulla condizione paradossale dell’homo sapiens sulla scena dell’evoluzione. Ha detto a chiare lettere, Boncinelli: quella umana, da un punto di vista biologico, è una presenza assolutamente eccentrica, siamo un vero “lapsus” evolutivo. Infatti come aveva intuito il grande anatomista danese Louis Bolk siamo animali caratterizzati da una lunghissima infanzia, siamo una forma incompiuta sul piano istintuale, a differenza delle altre specie viventi. Ma è stata proprio questa qualità “aperta” a consentire all’uomo di creare una cultura, di forgiare strumenti, di sviluppare (grazie alla sua lentissima crescita) un cervello capace di compiere autentici prodigi. Il tempo biologico di questa infanzia “infinita” è stato la ragione della nostra grandezza. Sì, ancora una volta, è stato il Tempo a decidere.
Il Messaggero Sabato 23 Aprile 2005
Gli occhi strabici del dio Tempo
dal nostro inviato MASSIMO DI FORTI
storici, artisti, uomini di Chiesa del calibro di Carlo Smuraglia, Massimo Capaccioli, Giuliano Amato, Roberto De Simone, Pietro Rutelli, Ferdinando Bologna, Marco Bellocchio, padre Bartolomeo Sorge, Giuseppe Galasso.
Interrogarsi sul tempo ha sottolineato giustamente Boncinelli significa porsi alcune delle domande più importanti che hanno attraversato la riflessione filosofico-scientifica, fin dalle origini dell’umanità: «Il tempo è ciclico o lineare? E’ un contenitore o una successione di contenuti (gli eventi)? Come si rapporta con lo spazio e con la memoria? Potrebbe esistere senza memoria? Com’è che io so di essere quello di ieri? E se non sappiamo bene che cosa è, come è possibile che lo si sappia misurare con tanta precisione?» e infinite altre.
Insomma, ha detto Galimberti, avevano ragione i greci (che non usavano una sola parola per dire “tempo” ma molte) a evidenziarne la complessità : una complessità bisogna aggiungere oggi ancor più ampliata da un autentico big bang di conoscenze scientifiche, che ha spinto i due protagonisti dell’incontro a privilegiarne alcuni aspetti essenziali. E, così, il filosofo monzese si è soffermato sulle distinzioni tra tempo ciclico, progettuale ed escatologico; mentre il biologo ha analizzato le interrelazioni tra tempo delle cose (la fisica), della vita (la biologia) e dell’anima (la psicologia), come suggerisce il titolo di un suo saggio pubblicato due anni fa da Laterza.
Il tempo ciclico quello antecedente l’ oltraggio di Prometeo scorreva come un eterno ritorno . «Esprimeva», ha affermato Galimberti «la pura e semplice regolarità del ciclo, dove nulla può accadere e nulla può avvenire se non con-formandosi al già avvenuto. Non c’era futuro che non fosse la ripresa del passato che il presente ribadiva. Non c’era nulla da attendere, se non ciò che doveva ritornare». Il tempo progettuale-prometeico (quello in cui si trova immersa la modernità) è, ovviamente, tutt’altra cosa. E’ una intenzionalità madre del fuoco e della tecnica, che non si realizza nella ripetizione del passato ma nella scoperta del futuro , che non si appaga nella contemplazione di un destino ma persegue il raggiungimento di uno scopo. E’ una nuova decisiva tappa dell’ambizione umana a conseguire uno status quasi divino.
Ecco perché, last but not least , il tempo escatologico si presenta, secondo Galimberti, come un Giano bifronte di fondamentale importanza: «in versione religiosa, è il tempo di Dio; in versione atea, è quello dell’utopia e della rivoluzione, di un passaggio dal tempo del male a un tempo del bene». Lo spirito utopico della scienza segna l’ultimo atto (almeno fino a questo punto della storia) della sfida tra creatura e Creatore, dal momento che «conoscere significa non più contemplare , come quando il tempo era ciclico, ma dominare ». L’alleanza tra scienza e tecnica ha infatti come obiettivo (ma Nietzsche avrebbe parlato di “illusione”) il dominio della natura, il raggiungimento di un potere assoluto sulla realtà...
Se le riflessioni del filosofo non potevano evitare di evidenziare le contraddizioni della dialettica dell’illuminismo, quelle del biologo (i cui studi sullo sviluppo embrionale e sulla corteccia cerebrale hanno ormai fatto scuola) si sono concentrate sulla condizione paradossale dell’homo sapiens sulla scena dell’evoluzione. Ha detto a chiare lettere, Boncinelli: quella umana, da un punto di vista biologico, è una presenza assolutamente eccentrica, siamo un vero “lapsus” evolutivo. Infatti come aveva intuito il grande anatomista danese Louis Bolk siamo animali caratterizzati da una lunghissima infanzia, siamo una forma incompiuta sul piano istintuale, a differenza delle altre specie viventi. Ma è stata proprio questa qualità “aperta” a consentire all’uomo di creare una cultura, di forgiare strumenti, di sviluppare (grazie alla sua lentissima crescita) un cervello capace di compiere autentici prodigi. Il tempo biologico di questa infanzia “infinita” è stato la ragione della nostra grandezza. Sì, ancora una volta, è stato il Tempo a decidere.
25 APRILE
L'Unità 22 Aprile 2005
25 aprile, la difesa della Costituzione
Guglielmo Epifani
La ricorrenza del sessantesimo della Liberazione del Paese si presta - come è evidente - alle considerazioni che tradizionalmente il 25 aprile, ogni anno, ripropone. La memoria di quei giorni fondamentali per la liberazione del Paese, il ruolo che in questa ebbero le lotte dei lavoratori e l’impegno di tanti cittadini italiani, il rapporto che lega il processo di liberazione con quello della nascita della nostra Repubblica, della sua Costituzione e dei valori che da quella lotta hanno preso vita e consistenza.
Insieme con la Cisl e con la Uil - in questi mesi che precedono la ricorrenza del 25 aprile - abbiamo ricordato, in modo particolare, il contributo dato dalla lotta dei lavoratori alla Resistenza e alla Liberazione del Paese. A Bologna, Milano, oggi a Torino, Genova abbiamo ricordato soprattutto l’importanza di questo contributo, non soltanto nei termini dei sacrifici pagati dalla classe operaia (basti ricordare che dei quarantamila deportati italiani, almeno dodicimila furono infatti lavoratori).
Ma nei termini del segno che lasciò questa lotta dei lavoratori nel delineare le caratteristiche ed il valore del processo di Liberazione del Paese.
Gli scioperi del 1943 e 1944, in tempo di guerra, in zone occupate dall'oppressione nazifascista furono infatti un avvenimento di assoluto rilievo come tutta la stampa internazionale - a partire da quella degli Stati Uniti d'America - non mancò di sottolineare. Quelle lotte, originate dalle parole d'ordine della pace, del pane, della richiesta di orari di lavoro più dignitoso furono il punto di partenza di un cammino che portò poi, attraverso le lotte del 1944 e lo sciopero insurrezionale del 1945 a saldare in un unico percorso, il processo di liberazione ed il contributo che i lavoratori vi dettero. Esso riguardò le grandi concentrazioni operaie del nord-ovest, Milano, Torino, Genova, ma si ebbero poi ripercussioni di grande rilievo in una parte più consistente del paese: in Emilia Romagna, nel Veneto, nelle Marche, nell'Umbria, nella Toscana, nel Lazio fino a delineare una vera e propria mappa della rinascita del movimento dei lavoratori e della propria organizzazione nei luoghi di lavoro.
Abbiamo anche detto in queste manifestazioni, in queste ricorrenze che se il primo articolo della nostra Costituzione, unico in tutta Europa, afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro, lo si deve in gran parte anche a quella lotta, a quei sacrifici con cui molti lavoratori pagarono questa scelta di democrazia e di libertà.
Quest'anno, però, la ricorrenza del 25 aprile acquista anche altri valori. Siamo in presenza, infatti, di un tentativo di revisione della Carta costituzionale che ne altera molti degli equilibri raggiunti, anche sulla base di quelle lotte, e soprattutto assistiamo a tentativi costanti di mettere in discussione il significato di quel processo di Liberazione. Per noi è evidente che il tratto distintivo, che non può essere occultato, è quello in base al quale il Paese fu insieme liberato dalle forze alleate e in buona parte si liberò, da sé medesimo. Certo, non tutto il paese insorse, ma una parte migliore del paese insorse, si battè per la propria liberazione. È da quel processo di autoliberazione che si legge quel rapporto che lega questo processo, i contenuti ed i valori della Carta costituzionale e la storia democratica ed antifascista della nostra Repubblica. È per questo che si deve tenere alta la memoria ed il legame corretto fra tutti questi svolgimenti.
Non è quindi - come talvolta si dice - il tempo che passa ad alterare o allentare il valore di quella memoria, perché se il tempo che passa fosse il consolidamento e la condivisione sempre più vasta di quei valori, di quella lettura storica, il tempo sarebbe un omaggio rafforzato al significato di quella scelta. No. Il problema è l'uso che si fa dell'allentamento che il tempo produce sulla memoria, il tentativo di inserire in questo allentamento fatale, che passa attraverso le generazioni, una lettura distorta di quei processi e di quelle scelte.
Per questo saremo nelle piazze d'Italia - da Milano a Sant'Anna di Stazzema, dove fu perpetrata la più efferata strage nazista in Toscana - insieme con tanti, insieme con il Presidente della Repubblica, con tanti amministratori, con le forze politiche democratiche, con tanti cittadini in tutti i luoghi dove sarà celebrato il 25 aprile, per confermare quei valori e per ricordare il contributo che il mondo del lavoro dette per se stesso (da lì rinacque il sindacato democratico nei luoghi di lavoro, dopo la parentesi fascista) e per il significato che esso conserva per il futuro del Paese.
L'Unità 22 Aprile 2005
La Storia a chiare Lettere
Corrado Stajano
Più volte, negli ultimi cinquant’anni, il fascismo è diventato contemporaneo e lo si è studiato, vissuto e sofferto.
Nel 1960, l’anno di Tambroni; nel 1969, dopo la strage di piazza Fontana; nel 1994, dopo la prima vittoria elettorale di Berlusconi. Più di trecentomila persone sfilarono proprio a Milano da piazzale Loreto a piazza del Duomo sotto una pioggia scrosciante in una marcia interminabile di donne, di uomini, di giovani, di vecchi, di ragazzi giunti da tutte le regioni italiane per rendere, in quel 25 aprile, la consapevole testimonianza dei momenti gravi. Il fascismo diventò di nuovo contemporaneo dopo il 2001: non aveva vinto una destra normale, ma il premier di una destra fascistoide e rozza che in nome dell’antipolitica violava i princìpi dello Stato di diritto e anche i diritti della minoranza, oltre che mescolare con impudenza gli interessi della collettività e i propri affari di grande imprenditore pieno di guai con la giustizia.
Nel frattempo ha preso ancora più alimento uno spirito compromissorio che è sempre stato una componente del carattere di una buona parte del Paese. Il revisionismo gratuito e sfacciato, il gusto per il conflitto quotidiano su verità spesso incontestabili, il tentativo continuo di sporcare la vita degli altri, in particolare degli antifascisti, lo sforzo ininterrotto di omologare, unificare, eliminare le diversità, distruggere i fastidiosi valori del prossimo non allineato, sono diventati il segno di un tempo assai poco limpido.
Il tentativo in corso di stravolgere la seconda parte della Costituzione, lo sforzo quasi ossessivo di asservire l’ordine giudiziario e, infine, un disegno di legge dei senatori di An sui «ragazzi di Salò» ai quali si vuole riconoscere la qualifica di «militari belligeranti» equiparandoli ai partigiani, ai soldati dell’esercito di liberazione, agli internati militari, rappresentano il marchio di questa rovinosa politica «culturale».
L’equivalenza tra fascismo e antifascismo è il traguardo di una storiografia e di una memorialistica che ritengono l’attendismo la virtù primaria della nostra identità nazionale. Ha scritto Gustavo Zagrebelsky nella Nota introduttiva di una nuova edizione delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, pubblicata nei Millenni di Einaudi alla fine del 2002: «Chi ha lasciato la vita per una ragione ideale sul fronte antifascista, ma, allo stesso modo, anche chi ha combattuto dal fronte opposto, certo sarebbe preso da grande stupore nel constatare l’estendersi di un giudizio che non solo assolve ma addirittura valorizza l’atteggiamento di chi è stato a guardare, per poi godere dei frutti di libertà ottenuti col sacrificio di altri. Ne trarrebbe anche motivo di grande sconforto e offesa, a causa della condanna e del disprezzo che quel giudizio implica».
Ha scritto ancora Zagrebelsky nella stessa Nota: «Non risulta che il fervore revisionistico di tutto ciò che ha a che fare con i fatti e gli atti della Resistenza sia arrivato direttamente alle Lettere, per tentare di sminuirne, relativizzarne, se non negarne l’alto valore civile. Può essere che, prima o poi, si arrivi anche a questo».
Ci siamo vicini. È spuntato, proprio di recente, qualche storico che fa le pulci alle Lettere einaudiane, il libro curato da Piero Malvezzi e da Giovanni Pirelli uscito nel 1952 e che ha avuto innumerevoli edizioni. Malvezzi e Pirelli vengono accusati di aver voluto erigere un monumento di carta retorico e strumentale alla Resistenza d’oltretomba, di avere enfatizzato l'antifascismo e, in nome dell’epica della Resistenza, di avere omesso o cancellato parole di umanità.
Allora forse non sarà inutile raccontare come sono nate le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Piero Malvezzi, dirigente industriale, funzionario dell’Euratom, insegnante nel carcere di San Vittore, autore di libri-documento (Le voci del ghetto di Varsavia, Scuola in carcere) usciva da una famiglia che ha contato nella società nazionale. Sua madre era nipote di Giuseppe Giacosa, l’autore di Tristi amori e di Come le foglie, imparentata con gli Albertini, i Ruffini, i Craveri. Suo padre, veneto, fogazzariano, modernista, era legato a Tommaso Gallarati Scotti e a Filippo Sacchi. Da giovane, Malvezzi aveva lavorato per un po’ di anni nel Sud, sociologo e pedagogista, con Umberto Zanotti Bianco con cui scrisse anche due libri (L’Aspromonte occidentale, Il martirio della scuola in Calabria). Tornato dalla guerra d’Albania senza una gamba, dopo l’8 settembre aveva preso contatto a Torino con i gruppi gobettiani della Resistenza. Arrestato, condotto alle Nuove, nel braccio tedesco, sentiva ogni notte i passi dei condannati portati alla fucilazione. «Sapesse che cosa lasciano scritto», gli disse una volta il cappellano. Una frase che non gli uscì mai di mente.
Dopo la guerra raccolse con Vladi Orengo le lettere dei fucilati del poligono di tiro del Martinetto, poi propose a Giovanni Pirelli di cui era amico di continuare insieme la ricerca nelle altre regioni italiane.
Giovanni accettò. Partigiano socialista, scrittore (La malattia del comandante Gracco, A proposito di una macchina) aveva rinunciato al suo ruolo di erede nell’azienda familiare: si sentiva in contraddizione con quel mondo. La ricerca durò tre anni, i due amici fecero lunghi giri in Toscana, a Roma, nelle Marche, nel Veneto, in Campania, parlavano con le madri, i padri, le mogli, i fratelli. Scoprivano con dolore, ma anche con orgoglio, l’Italia della Resistenza. La loro era una ricerca d’amore e di pietà. Ne uscì un libro evangelico, come lo definì padre David Maria Turoldo, un libro con un costante respiro religioso, contro la guerra e la violenza, altro che monumento retorico e strumentale, privo di umanità, infarcito di politica.
Il libro raccoglie 201 lettere di italiani qualsiasi. I militanti politici sono una minoranza, 41. Gli altri sono operai (60), contadini (11), artigiani (25), falegnami, sarti, fornai, un cuoco, un idraulico, un elettricista poi impiegati (15), tecnici, due ingegneri, tre professori universitari, due avvocati, una ventina di ufficiali di carriera con tre generali. Lasciano semplici messaggi, protagonisti, quasi sempre, gli affetti familiari, la casa, le piccole cose della vita quotidiana. I più sono poveri, parlano del cappotto da recuperare, dell’orologio da farsi restituire, chiedono perdono di dover morire per il dolore inflitto, perché conoscono le difficoltà della famiglia e sanno che cosa porta il lutto in una casa. Ma è di tutti la convinzione di essere nel giusto, nell’unica parte nella quale è doveroso battersi.
La lettera che piaceva di più a Giovanni era questa, scarna, di un meccanico di 18 anni: «Picco Aldo classe 1926 di Venaria (Torino) fucilato a Savona il 21-8-1944. Chi va a Venaria vada dalla mia mamma». A entrambi piaceva - se è lecito usare questo verbo - la lettera di Giacomo Ulivi, studente di 19 anni, fucilato dai fascisti della GNR il 10 novembre 1944 sulla Piazza Grande di Modena: «Non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere, pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».
Pirelli e Malvezzi vissero quel tempo con trepidazione. I temi sono ricorrenti, la madre, la famiglia, i compagni, la patria. C’è la lettera di Paola Garelli, pettinatrice di Mondovì alla sua bambina: «Non devi piangere e vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio». E c’è, nella stessa chiave, la lettera di Umberto Fogagnolo, ingegnere della Ercole Marelli, fucilato in piazzale Loreto a Milano il 10 agosto 1944: «Tu, Nadina, mi perdonerai se oggi io gioco la mia vita. Di una cosa però è bene che tu sia certa. Ed è che io sempre e soprattutto penso e amo te e i nostri figli. V’è nella vita di ogni uomo un momento decisivo nel quale chi ha vissuto per un ideale deve abbandonare le parole. In questi giorni ho vissuto ore di dramma e la mia vita ha avuto momenti di tragedia. Tu però sii come sempre calma e pensami con tutta l’anima».
È un’Italia risorgimentale quella che si rispecchia in questo libro. È anche un’Italia contadina, vergine, fatta di sentimenti elementari, candida, priva di ambiguità nella sua lotta contro il fascismo.
Alla fine del lavoro, Pirelli e Malvezzi portarono il manoscritto alla casa editrice La nuova Italia i cui dirigenti lo rifiutarono. Giulio Einaudi, invece, capì subito com’era importante quel libro. Per Pirelli e Malvezzi fu un’esperienza importante della vita. Non gli uscivano dalla mente quei bigliettini, quei messaggi portatori di morte, ma anche di fede e di vita, lasciati ovunque, sui muri, su brandelli di carta, sul retro delle fotografie dei figli, incisi su una pagnotta, come Ignazio Vian - «coraggio mamma» - o con la punta di uno spillo sulla copertina di una Bibbia, come Guglielmo Jervi ingegnere dell’Olivetti: «Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea».
25 aprile, la difesa della Costituzione
Guglielmo Epifani
La ricorrenza del sessantesimo della Liberazione del Paese si presta - come è evidente - alle considerazioni che tradizionalmente il 25 aprile, ogni anno, ripropone. La memoria di quei giorni fondamentali per la liberazione del Paese, il ruolo che in questa ebbero le lotte dei lavoratori e l’impegno di tanti cittadini italiani, il rapporto che lega il processo di liberazione con quello della nascita della nostra Repubblica, della sua Costituzione e dei valori che da quella lotta hanno preso vita e consistenza.
Insieme con la Cisl e con la Uil - in questi mesi che precedono la ricorrenza del 25 aprile - abbiamo ricordato, in modo particolare, il contributo dato dalla lotta dei lavoratori alla Resistenza e alla Liberazione del Paese. A Bologna, Milano, oggi a Torino, Genova abbiamo ricordato soprattutto l’importanza di questo contributo, non soltanto nei termini dei sacrifici pagati dalla classe operaia (basti ricordare che dei quarantamila deportati italiani, almeno dodicimila furono infatti lavoratori).
Ma nei termini del segno che lasciò questa lotta dei lavoratori nel delineare le caratteristiche ed il valore del processo di Liberazione del Paese.
Gli scioperi del 1943 e 1944, in tempo di guerra, in zone occupate dall'oppressione nazifascista furono infatti un avvenimento di assoluto rilievo come tutta la stampa internazionale - a partire da quella degli Stati Uniti d'America - non mancò di sottolineare. Quelle lotte, originate dalle parole d'ordine della pace, del pane, della richiesta di orari di lavoro più dignitoso furono il punto di partenza di un cammino che portò poi, attraverso le lotte del 1944 e lo sciopero insurrezionale del 1945 a saldare in un unico percorso, il processo di liberazione ed il contributo che i lavoratori vi dettero. Esso riguardò le grandi concentrazioni operaie del nord-ovest, Milano, Torino, Genova, ma si ebbero poi ripercussioni di grande rilievo in una parte più consistente del paese: in Emilia Romagna, nel Veneto, nelle Marche, nell'Umbria, nella Toscana, nel Lazio fino a delineare una vera e propria mappa della rinascita del movimento dei lavoratori e della propria organizzazione nei luoghi di lavoro.
Abbiamo anche detto in queste manifestazioni, in queste ricorrenze che se il primo articolo della nostra Costituzione, unico in tutta Europa, afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro, lo si deve in gran parte anche a quella lotta, a quei sacrifici con cui molti lavoratori pagarono questa scelta di democrazia e di libertà.
Quest'anno, però, la ricorrenza del 25 aprile acquista anche altri valori. Siamo in presenza, infatti, di un tentativo di revisione della Carta costituzionale che ne altera molti degli equilibri raggiunti, anche sulla base di quelle lotte, e soprattutto assistiamo a tentativi costanti di mettere in discussione il significato di quel processo di Liberazione. Per noi è evidente che il tratto distintivo, che non può essere occultato, è quello in base al quale il Paese fu insieme liberato dalle forze alleate e in buona parte si liberò, da sé medesimo. Certo, non tutto il paese insorse, ma una parte migliore del paese insorse, si battè per la propria liberazione. È da quel processo di autoliberazione che si legge quel rapporto che lega questo processo, i contenuti ed i valori della Carta costituzionale e la storia democratica ed antifascista della nostra Repubblica. È per questo che si deve tenere alta la memoria ed il legame corretto fra tutti questi svolgimenti.
Non è quindi - come talvolta si dice - il tempo che passa ad alterare o allentare il valore di quella memoria, perché se il tempo che passa fosse il consolidamento e la condivisione sempre più vasta di quei valori, di quella lettura storica, il tempo sarebbe un omaggio rafforzato al significato di quella scelta. No. Il problema è l'uso che si fa dell'allentamento che il tempo produce sulla memoria, il tentativo di inserire in questo allentamento fatale, che passa attraverso le generazioni, una lettura distorta di quei processi e di quelle scelte.
Per questo saremo nelle piazze d'Italia - da Milano a Sant'Anna di Stazzema, dove fu perpetrata la più efferata strage nazista in Toscana - insieme con tanti, insieme con il Presidente della Repubblica, con tanti amministratori, con le forze politiche democratiche, con tanti cittadini in tutti i luoghi dove sarà celebrato il 25 aprile, per confermare quei valori e per ricordare il contributo che il mondo del lavoro dette per se stesso (da lì rinacque il sindacato democratico nei luoghi di lavoro, dopo la parentesi fascista) e per il significato che esso conserva per il futuro del Paese.
L'Unità 22 Aprile 2005
La Storia a chiare Lettere
Corrado Stajano
Tempi di revisionismo. Raccontiamo come sono nate le «Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana»Il presidente Ciampi sarà lunedì prossimo a Milano per ricordare i sessant’anni della Liberazione. Ci sarà forse Berlusconi, presente per la prima volta in più di dieci anni, non ci saranno gli eredi dei fascisti, An, e non ci saranno neppure i leghisti. L’idea di una memoria condivisa presuppone una società diversa da questa in cui viviamo, figlia della Costituzione repubblicana. Invisa, invece, ritenuta un freno alla (sua) modernità dal presidente del Consiglio anche nel discorso di dimissioni al Senato. Conservi ciascuno, dunque, il proprio patrimonio di idee, di sentimenti, di passioni, vien da dire.
Più volte, negli ultimi cinquant’anni, il fascismo è diventato contemporaneo e lo si è studiato, vissuto e sofferto.
Nel 1960, l’anno di Tambroni; nel 1969, dopo la strage di piazza Fontana; nel 1994, dopo la prima vittoria elettorale di Berlusconi. Più di trecentomila persone sfilarono proprio a Milano da piazzale Loreto a piazza del Duomo sotto una pioggia scrosciante in una marcia interminabile di donne, di uomini, di giovani, di vecchi, di ragazzi giunti da tutte le regioni italiane per rendere, in quel 25 aprile, la consapevole testimonianza dei momenti gravi. Il fascismo diventò di nuovo contemporaneo dopo il 2001: non aveva vinto una destra normale, ma il premier di una destra fascistoide e rozza che in nome dell’antipolitica violava i princìpi dello Stato di diritto e anche i diritti della minoranza, oltre che mescolare con impudenza gli interessi della collettività e i propri affari di grande imprenditore pieno di guai con la giustizia.
Nel frattempo ha preso ancora più alimento uno spirito compromissorio che è sempre stato una componente del carattere di una buona parte del Paese. Il revisionismo gratuito e sfacciato, il gusto per il conflitto quotidiano su verità spesso incontestabili, il tentativo continuo di sporcare la vita degli altri, in particolare degli antifascisti, lo sforzo ininterrotto di omologare, unificare, eliminare le diversità, distruggere i fastidiosi valori del prossimo non allineato, sono diventati il segno di un tempo assai poco limpido.
Il tentativo in corso di stravolgere la seconda parte della Costituzione, lo sforzo quasi ossessivo di asservire l’ordine giudiziario e, infine, un disegno di legge dei senatori di An sui «ragazzi di Salò» ai quali si vuole riconoscere la qualifica di «militari belligeranti» equiparandoli ai partigiani, ai soldati dell’esercito di liberazione, agli internati militari, rappresentano il marchio di questa rovinosa politica «culturale».
L’equivalenza tra fascismo e antifascismo è il traguardo di una storiografia e di una memorialistica che ritengono l’attendismo la virtù primaria della nostra identità nazionale. Ha scritto Gustavo Zagrebelsky nella Nota introduttiva di una nuova edizione delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, pubblicata nei Millenni di Einaudi alla fine del 2002: «Chi ha lasciato la vita per una ragione ideale sul fronte antifascista, ma, allo stesso modo, anche chi ha combattuto dal fronte opposto, certo sarebbe preso da grande stupore nel constatare l’estendersi di un giudizio che non solo assolve ma addirittura valorizza l’atteggiamento di chi è stato a guardare, per poi godere dei frutti di libertà ottenuti col sacrificio di altri. Ne trarrebbe anche motivo di grande sconforto e offesa, a causa della condanna e del disprezzo che quel giudizio implica».
Ha scritto ancora Zagrebelsky nella stessa Nota: «Non risulta che il fervore revisionistico di tutto ciò che ha a che fare con i fatti e gli atti della Resistenza sia arrivato direttamente alle Lettere, per tentare di sminuirne, relativizzarne, se non negarne l’alto valore civile. Può essere che, prima o poi, si arrivi anche a questo».
Ci siamo vicini. È spuntato, proprio di recente, qualche storico che fa le pulci alle Lettere einaudiane, il libro curato da Piero Malvezzi e da Giovanni Pirelli uscito nel 1952 e che ha avuto innumerevoli edizioni. Malvezzi e Pirelli vengono accusati di aver voluto erigere un monumento di carta retorico e strumentale alla Resistenza d’oltretomba, di avere enfatizzato l'antifascismo e, in nome dell’epica della Resistenza, di avere omesso o cancellato parole di umanità.
Allora forse non sarà inutile raccontare come sono nate le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Piero Malvezzi, dirigente industriale, funzionario dell’Euratom, insegnante nel carcere di San Vittore, autore di libri-documento (Le voci del ghetto di Varsavia, Scuola in carcere) usciva da una famiglia che ha contato nella società nazionale. Sua madre era nipote di Giuseppe Giacosa, l’autore di Tristi amori e di Come le foglie, imparentata con gli Albertini, i Ruffini, i Craveri. Suo padre, veneto, fogazzariano, modernista, era legato a Tommaso Gallarati Scotti e a Filippo Sacchi. Da giovane, Malvezzi aveva lavorato per un po’ di anni nel Sud, sociologo e pedagogista, con Umberto Zanotti Bianco con cui scrisse anche due libri (L’Aspromonte occidentale, Il martirio della scuola in Calabria). Tornato dalla guerra d’Albania senza una gamba, dopo l’8 settembre aveva preso contatto a Torino con i gruppi gobettiani della Resistenza. Arrestato, condotto alle Nuove, nel braccio tedesco, sentiva ogni notte i passi dei condannati portati alla fucilazione. «Sapesse che cosa lasciano scritto», gli disse una volta il cappellano. Una frase che non gli uscì mai di mente.
Dopo la guerra raccolse con Vladi Orengo le lettere dei fucilati del poligono di tiro del Martinetto, poi propose a Giovanni Pirelli di cui era amico di continuare insieme la ricerca nelle altre regioni italiane.
Giovanni accettò. Partigiano socialista, scrittore (La malattia del comandante Gracco, A proposito di una macchina) aveva rinunciato al suo ruolo di erede nell’azienda familiare: si sentiva in contraddizione con quel mondo. La ricerca durò tre anni, i due amici fecero lunghi giri in Toscana, a Roma, nelle Marche, nel Veneto, in Campania, parlavano con le madri, i padri, le mogli, i fratelli. Scoprivano con dolore, ma anche con orgoglio, l’Italia della Resistenza. La loro era una ricerca d’amore e di pietà. Ne uscì un libro evangelico, come lo definì padre David Maria Turoldo, un libro con un costante respiro religioso, contro la guerra e la violenza, altro che monumento retorico e strumentale, privo di umanità, infarcito di politica.
Il libro raccoglie 201 lettere di italiani qualsiasi. I militanti politici sono una minoranza, 41. Gli altri sono operai (60), contadini (11), artigiani (25), falegnami, sarti, fornai, un cuoco, un idraulico, un elettricista poi impiegati (15), tecnici, due ingegneri, tre professori universitari, due avvocati, una ventina di ufficiali di carriera con tre generali. Lasciano semplici messaggi, protagonisti, quasi sempre, gli affetti familiari, la casa, le piccole cose della vita quotidiana. I più sono poveri, parlano del cappotto da recuperare, dell’orologio da farsi restituire, chiedono perdono di dover morire per il dolore inflitto, perché conoscono le difficoltà della famiglia e sanno che cosa porta il lutto in una casa. Ma è di tutti la convinzione di essere nel giusto, nell’unica parte nella quale è doveroso battersi.
La lettera che piaceva di più a Giovanni era questa, scarna, di un meccanico di 18 anni: «Picco Aldo classe 1926 di Venaria (Torino) fucilato a Savona il 21-8-1944. Chi va a Venaria vada dalla mia mamma». A entrambi piaceva - se è lecito usare questo verbo - la lettera di Giacomo Ulivi, studente di 19 anni, fucilato dai fascisti della GNR il 10 novembre 1944 sulla Piazza Grande di Modena: «Non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere, pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».
Pirelli e Malvezzi vissero quel tempo con trepidazione. I temi sono ricorrenti, la madre, la famiglia, i compagni, la patria. C’è la lettera di Paola Garelli, pettinatrice di Mondovì alla sua bambina: «Non devi piangere e vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio». E c’è, nella stessa chiave, la lettera di Umberto Fogagnolo, ingegnere della Ercole Marelli, fucilato in piazzale Loreto a Milano il 10 agosto 1944: «Tu, Nadina, mi perdonerai se oggi io gioco la mia vita. Di una cosa però è bene che tu sia certa. Ed è che io sempre e soprattutto penso e amo te e i nostri figli. V’è nella vita di ogni uomo un momento decisivo nel quale chi ha vissuto per un ideale deve abbandonare le parole. In questi giorni ho vissuto ore di dramma e la mia vita ha avuto momenti di tragedia. Tu però sii come sempre calma e pensami con tutta l’anima».
È un’Italia risorgimentale quella che si rispecchia in questo libro. È anche un’Italia contadina, vergine, fatta di sentimenti elementari, candida, priva di ambiguità nella sua lotta contro il fascismo.
Alla fine del lavoro, Pirelli e Malvezzi portarono il manoscritto alla casa editrice La nuova Italia i cui dirigenti lo rifiutarono. Giulio Einaudi, invece, capì subito com’era importante quel libro. Per Pirelli e Malvezzi fu un’esperienza importante della vita. Non gli uscivano dalla mente quei bigliettini, quei messaggi portatori di morte, ma anche di fede e di vita, lasciati ovunque, sui muri, su brandelli di carta, sul retro delle fotografie dei figli, incisi su una pagnotta, come Ignazio Vian - «coraggio mamma» - o con la punta di uno spillo sulla copertina di una Bibbia, come Guglielmo Jervi ingegnere dell’Olivetti: «Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea».
Kazimir Malevic a Roma
Il Tempo
Con Malevic l’annullamento della pittura oltre l’astrazione
di GABRIELE SIMONGINI
LA SPIRITUALITÀ rinnovata di un'intera società passata attraverso la catarsi dell'azzeramento può essere rappresentata da un semplice quadrato nero dipinto su fondo bianco? C'è stato un uomo ed un artista che ha dato immagine proprio a questa utopia, per donare al mondo le nuove icone del '900 purificate da ogni emotività individuale e troppo personale. È Kazimir Malevic (Kiev 1878-Leningrado 1935), il profeta del mondo non-oggettivo, del suprematismo e della «vittoria sul sole», il missionario del pennello capace di arrivare alle soglie dell'annullamento della pittura col «Quadrato bianco su fondo bianco» (1919). A colui che diventò in patria il vate della nuova arte, le cui orme erano imitate da seguaci che come segno di riconoscimento portavano un quadrato nero cucito sulla manica della camicia, è dedicata da oggi una mostra fondamentale a Roma, nel Museo del Corso della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, sotto il titolo di «Kazimir Malevic. Oltre la figurazione, oltre l'astrazione» (fino al 17 luglio; catalogo ArtificioSkira). Non si riesce a capire l'arte complessa di Malevic se non ci si immedesima nella sua volontà di dipingere icone spirituali che superino la tradizione pittorica per parlare una lingua nuova, adatta all'uomo del '900, quello che esplorerà il cosmo e nuovi spazi planetari. Alla base della radicale rivoluzione di Malevic ci sono l'arte popolare russa, la filosofia nichilista e il misticismo del suo paese. Senza questi ingredienti qualsiasi lettura delle sue opere diventa puramente formalista ed asettica. Pur nella sua individualità insofferente a qualsiasi raggruppamento, Malevic si collega idealmente agli altri grandi pionieri dell'astrattismo, come Kandinsky e Mondrian, per l'aspirazione di visualizzare l'ideale di una società finalmente liberata dalla schiavitù degli oggetti e del materialismo e pronta ad ascendere alle vette della spiritualità. Per Malevic il quadrato nero, suo emblema costante, è «lo zero della forma» perchè esprime l'assoluto, l'infinito e la trascendenza, in sè innumerabili, come appunto è lo zero. «È la forma di un nuovo organismo vivente - scrive l'artista - Non è pittura, è qualcos'altro». E poi chiarisce un aspetto fondamentale: «Mi è venuto in mente - nota Malevic - che se l'umanità ha disegnato l'immagine della Divinità a propria immagine, allora forse il Quadrato Nero è l'immagine di Dio come essenza della sua perfezione». L'esposizione romana, in cui viene presentato anche il «Quadrato nero», fa idealmente seguito alla storica mostra allestita nella capitale nel 1959 e proveniente dallo Stedelijk Museum di Amsterdam. Il museo olandese all'inizio del decennio aveva infatti acquistato da un amico tedesco di Malevic gran parte delle opere esposte a Berlino nel 1927 e lì abbandonate precipitosamente dall'artista che fece ritorno in Russia in seguito ad una misteriosa lettera. Fino agli inizi degli anni Novanta non si è saputo addirittura più nulla delle opere di Malevic conservate nei musei russi, per una sorta di damnatio memoriae di un artista che era stato sempre inviso al regime sovietico. La qualità della mostra odierna è data dal fatto che gran parte delle opere provengono dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, grazie alla selezione della direttrice Eugenia Petrova. Si va così dai primi quadri simbolisti a quelli cubofuturisti, fino ai grandi dipinti astratti del suprematismo (da lui fondato nel 1915 come «supremazia della sensibilità pura nelle arti figurative» raggiungibile solo tramite il colore) e al fondamentale trittico del Quadrato nero, della Croce nera e del Cerchio nero. Ma la mostra documenta anche la fase figurativa post-suprematista di Malevic e votata a dar conto della progressiva distruzione del mondo contadino in Russia, fino ai ritratti neo-rinascimentali con cui l'artista volle consegnarsi ai posteri come un classico destinato all'Olimpo dei grandissimi, coloro che hanno rivoluzionato la storia dell'arte e hanno donato all'umanità nuove immagini spirituali.
Con Malevic l’annullamento della pittura oltre l’astrazione
di GABRIELE SIMONGINI
LA SPIRITUALITÀ rinnovata di un'intera società passata attraverso la catarsi dell'azzeramento può essere rappresentata da un semplice quadrato nero dipinto su fondo bianco? C'è stato un uomo ed un artista che ha dato immagine proprio a questa utopia, per donare al mondo le nuove icone del '900 purificate da ogni emotività individuale e troppo personale. È Kazimir Malevic (Kiev 1878-Leningrado 1935), il profeta del mondo non-oggettivo, del suprematismo e della «vittoria sul sole», il missionario del pennello capace di arrivare alle soglie dell'annullamento della pittura col «Quadrato bianco su fondo bianco» (1919). A colui che diventò in patria il vate della nuova arte, le cui orme erano imitate da seguaci che come segno di riconoscimento portavano un quadrato nero cucito sulla manica della camicia, è dedicata da oggi una mostra fondamentale a Roma, nel Museo del Corso della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, sotto il titolo di «Kazimir Malevic. Oltre la figurazione, oltre l'astrazione» (fino al 17 luglio; catalogo ArtificioSkira). Non si riesce a capire l'arte complessa di Malevic se non ci si immedesima nella sua volontà di dipingere icone spirituali che superino la tradizione pittorica per parlare una lingua nuova, adatta all'uomo del '900, quello che esplorerà il cosmo e nuovi spazi planetari. Alla base della radicale rivoluzione di Malevic ci sono l'arte popolare russa, la filosofia nichilista e il misticismo del suo paese. Senza questi ingredienti qualsiasi lettura delle sue opere diventa puramente formalista ed asettica. Pur nella sua individualità insofferente a qualsiasi raggruppamento, Malevic si collega idealmente agli altri grandi pionieri dell'astrattismo, come Kandinsky e Mondrian, per l'aspirazione di visualizzare l'ideale di una società finalmente liberata dalla schiavitù degli oggetti e del materialismo e pronta ad ascendere alle vette della spiritualità. Per Malevic il quadrato nero, suo emblema costante, è «lo zero della forma» perchè esprime l'assoluto, l'infinito e la trascendenza, in sè innumerabili, come appunto è lo zero. «È la forma di un nuovo organismo vivente - scrive l'artista - Non è pittura, è qualcos'altro». E poi chiarisce un aspetto fondamentale: «Mi è venuto in mente - nota Malevic - che se l'umanità ha disegnato l'immagine della Divinità a propria immagine, allora forse il Quadrato Nero è l'immagine di Dio come essenza della sua perfezione». L'esposizione romana, in cui viene presentato anche il «Quadrato nero», fa idealmente seguito alla storica mostra allestita nella capitale nel 1959 e proveniente dallo Stedelijk Museum di Amsterdam. Il museo olandese all'inizio del decennio aveva infatti acquistato da un amico tedesco di Malevic gran parte delle opere esposte a Berlino nel 1927 e lì abbandonate precipitosamente dall'artista che fece ritorno in Russia in seguito ad una misteriosa lettera. Fino agli inizi degli anni Novanta non si è saputo addirittura più nulla delle opere di Malevic conservate nei musei russi, per una sorta di damnatio memoriae di un artista che era stato sempre inviso al regime sovietico. La qualità della mostra odierna è data dal fatto che gran parte delle opere provengono dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, grazie alla selezione della direttrice Eugenia Petrova. Si va così dai primi quadri simbolisti a quelli cubofuturisti, fino ai grandi dipinti astratti del suprematismo (da lui fondato nel 1915 come «supremazia della sensibilità pura nelle arti figurative» raggiungibile solo tramite il colore) e al fondamentale trittico del Quadrato nero, della Croce nera e del Cerchio nero. Ma la mostra documenta anche la fase figurativa post-suprematista di Malevic e votata a dar conto della progressiva distruzione del mondo contadino in Russia, fino ai ritratti neo-rinascimentali con cui l'artista volle consegnarsi ai posteri come un classico destinato all'Olimpo dei grandissimi, coloro che hanno rivoluzionato la storia dell'arte e hanno donato all'umanità nuove immagini spirituali.
il confronto tra Cina e Giappone
La Stampa 23.4.05
AL VERTICE DI 100 PAESI AFRICANI E ASIATICI IN INDONESIA
Tokyo chiede scusa Pechino resta gelida «Fatti, non parole»
Il premier Koizumi vuole incontrare Hu Jintao, ma una manifestazione
nostalgica di alcuni deputati giapponesi fa infuriare il governo cinese
GIAKARTA. «Forte rimorso e scuse dal profondo del cuore del Giappone»: con queste parole il premier nipponico Junichiro Koizumi ha cercato ieri di ricucire la crisi tra Tokyo e Pechino. Al vertice Asia-Africa che si è aperto ieri a Giakarta nel 50simo anniversario nella fondazione del movimento di Paesi non allineati, Koizumi ha fatto un mea culpa senza precedenti per il passato del suo Paese che ha causato «attraverso il dominio coloniale e le guerre di aggressione tremendi danni e sofferenze alla popolazione di molti Paesi, soprattutto asiatici». Un passato, quello degli anni ‘30-40, che non si ripeterà più, ha assicurato il premier giapponese: «Abbiamo rinunciato per sempre all’uso della forza come strumento di soluzione dei conflitti internazionali».
Un’ammissione di colpe senza precedenti per smorzare una crisi che è scoppiata con manifestazioni antinipponiche in diverse città cinese. Le proteste erano scattate a causa della revisione della storia operata da alcuni manuali scolastici giapponesi che minimizzavano o addirittura ignoravano episodi come il massacro di cinesi durante l’invasione del Sol Levante degli anni ‘30. Ma - in un Paese dove è difficile immaginare moti di protesta spontanei - i cinesi hanno manifestato soprattutto contro l’ipotesi dell’assegnazione di un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu a Tokyo, proprio nei giorni in cui si è discusso della riforma del Palazzo di Vetro. Il veto di Pechino, come membro permanente del Consiglio, basterebbe a bloccare le ambizioni nipponiche e Koizumi ha fatto il suo pentimento a Giakarta anche allo scopo di ottenere, oggi, un incontro con il leader cinese Hu Jintao.
La reazione della Repubblica Popolare è però stata fredda. Kong Quan, portavoce della diplomazia di Pechino, si è limitato a dichiarare: «Apprezziamo l’atteggiamento di Koizumi». Più tagliente il commento di Li Bin, ambasciatore di Pechino in Corea del Sud: «I fatti sono ben più importanti delle parole». E i fatti sono il pellegrinaggio che un’ottantina di deputati giapponesi - tra cui il ministro dell’Interno - hanno visitato Yakusuni, il tempio scintoista del patriottismo giapponese. Al Yakusuni si onora la memoria di due milioni e mezzo di caduti, tra cui criminali di guerra condannati dal Tribunale internazionale. E la visita - seppure in «forma privata» - di politici nipponici in questo luogo simbolico ha provocato le ire della Cina: «Mentre le relazioni sino-giapponesi attraversano una grave crisi, esprimiamo vigorosamente il nostro malcontento», ha tuonato un comunicato ufficiale di Pechino.
E per quanto Koizumi abbia ieri dato per certo il suo incontro con Hu Jintao a Giakarta, la parte cinese non l’ha confermato: «I ministri degli Esteri stanno ancora conducendo consultazioni», ha precisato Kong Quan ricordando che comunque l’incontro tra i due leader non basterà a risolvere la crisi se Koizumi non farà mosse concrete a sostegno delle sue dichiarazioni di scusa. E il presidente cinese nel suo discorso al forum di Giakarta ieri ha manifestatamente ignorato la questione giapponese, preferendo rivolgersi ai Paesi in via di sviluppo con un messaggio contro l’«unilateralismo» degli Stati Uniti, promettendo sostegno economico e politico agli Stati più poveri. Un discorso che, fatto davanti a un centinaio di leader dell’Asia e dell’Africa, sembra puntato a candidare Pechino a leader di un «terzo mondo» di cui, secondo Hu Jintao, il suo Paese fa ancora parte.
Una partita politica che però ha anche pesanti contraccolpi economici e il ministro del Commercio cinese, Bo Xilai, ha invitato ieri a non trasferire la polemica sui manuali di storia e il seggio all’Onu nell’economia e ha chiesto ai consumatori della Repubblica Popolare di non boicottare i prodotti giapponesi. Secondo il ministro, le proteste antinipponiche non influenzeranno i rapporti commerciali tra i due Paesi e gli investimenti di Tokyo in Cina non sono a rischio.
AL VERTICE DI 100 PAESI AFRICANI E ASIATICI IN INDONESIA
Tokyo chiede scusa Pechino resta gelida «Fatti, non parole»
Il premier Koizumi vuole incontrare Hu Jintao, ma una manifestazione
nostalgica di alcuni deputati giapponesi fa infuriare il governo cinese
GIAKARTA. «Forte rimorso e scuse dal profondo del cuore del Giappone»: con queste parole il premier nipponico Junichiro Koizumi ha cercato ieri di ricucire la crisi tra Tokyo e Pechino. Al vertice Asia-Africa che si è aperto ieri a Giakarta nel 50simo anniversario nella fondazione del movimento di Paesi non allineati, Koizumi ha fatto un mea culpa senza precedenti per il passato del suo Paese che ha causato «attraverso il dominio coloniale e le guerre di aggressione tremendi danni e sofferenze alla popolazione di molti Paesi, soprattutto asiatici». Un passato, quello degli anni ‘30-40, che non si ripeterà più, ha assicurato il premier giapponese: «Abbiamo rinunciato per sempre all’uso della forza come strumento di soluzione dei conflitti internazionali».
Un’ammissione di colpe senza precedenti per smorzare una crisi che è scoppiata con manifestazioni antinipponiche in diverse città cinese. Le proteste erano scattate a causa della revisione della storia operata da alcuni manuali scolastici giapponesi che minimizzavano o addirittura ignoravano episodi come il massacro di cinesi durante l’invasione del Sol Levante degli anni ‘30. Ma - in un Paese dove è difficile immaginare moti di protesta spontanei - i cinesi hanno manifestato soprattutto contro l’ipotesi dell’assegnazione di un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu a Tokyo, proprio nei giorni in cui si è discusso della riforma del Palazzo di Vetro. Il veto di Pechino, come membro permanente del Consiglio, basterebbe a bloccare le ambizioni nipponiche e Koizumi ha fatto il suo pentimento a Giakarta anche allo scopo di ottenere, oggi, un incontro con il leader cinese Hu Jintao.
La reazione della Repubblica Popolare è però stata fredda. Kong Quan, portavoce della diplomazia di Pechino, si è limitato a dichiarare: «Apprezziamo l’atteggiamento di Koizumi». Più tagliente il commento di Li Bin, ambasciatore di Pechino in Corea del Sud: «I fatti sono ben più importanti delle parole». E i fatti sono il pellegrinaggio che un’ottantina di deputati giapponesi - tra cui il ministro dell’Interno - hanno visitato Yakusuni, il tempio scintoista del patriottismo giapponese. Al Yakusuni si onora la memoria di due milioni e mezzo di caduti, tra cui criminali di guerra condannati dal Tribunale internazionale. E la visita - seppure in «forma privata» - di politici nipponici in questo luogo simbolico ha provocato le ire della Cina: «Mentre le relazioni sino-giapponesi attraversano una grave crisi, esprimiamo vigorosamente il nostro malcontento», ha tuonato un comunicato ufficiale di Pechino.
E per quanto Koizumi abbia ieri dato per certo il suo incontro con Hu Jintao a Giakarta, la parte cinese non l’ha confermato: «I ministri degli Esteri stanno ancora conducendo consultazioni», ha precisato Kong Quan ricordando che comunque l’incontro tra i due leader non basterà a risolvere la crisi se Koizumi non farà mosse concrete a sostegno delle sue dichiarazioni di scusa. E il presidente cinese nel suo discorso al forum di Giakarta ieri ha manifestatamente ignorato la questione giapponese, preferendo rivolgersi ai Paesi in via di sviluppo con un messaggio contro l’«unilateralismo» degli Stati Uniti, promettendo sostegno economico e politico agli Stati più poveri. Un discorso che, fatto davanti a un centinaio di leader dell’Asia e dell’Africa, sembra puntato a candidare Pechino a leader di un «terzo mondo» di cui, secondo Hu Jintao, il suo Paese fa ancora parte.
Una partita politica che però ha anche pesanti contraccolpi economici e il ministro del Commercio cinese, Bo Xilai, ha invitato ieri a non trasferire la polemica sui manuali di storia e il seggio all’Onu nell’economia e ha chiesto ai consumatori della Repubblica Popolare di non boicottare i prodotti giapponesi. Secondo il ministro, le proteste antinipponiche non influenzeranno i rapporti commerciali tra i due Paesi e gli investimenti di Tokyo in Cina non sono a rischio.
venerdì 22 aprile 2005
una segnalazione di Tonino Scrimenti da Carlo Patrignani
venerdi 22 aprile ore 22,15
una trasmissione è andata in onda
su Teleambiente (canale 68)
Roma
Raffaella Nicolai
Livia Profeti
Andrea Masini
sono intervenuti sui temi proposti negli ultimi due numeri della rivista
Il sogno della farfalla:
Inizio della vita, biologia, embrione e fecondazione...
________________________
Bertinotti intervistato dal Corsera
Corriere della Sera 22.4.05
«La Chiesa si sente sfidata Il rischio è l’integralismo»
Bertinotti: dall’aborto alla donna, vivremo una radicalizzazione
«Non vedo continuità con Wojtyla su guerra e giustizia nel mondo»
Daria Gorodisky
ROMA - Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione comunista: Joseph Ratzinger non rappresenta la figura di Papa che lei auspicava, cioè un esponente della parte povera del mondo, attento alle questioni sociali... «Sì, è vero, speravo in certe caratteristiche. Ma naturalmente solo come può sperarlo un non credente».
Che cosa significa?
«Bisogna partire da una doppia premessa. Innanzi tutto non si possono misurare le cose della Chiesa con il metro della politica. Tanto per fare un esempio, la divisione destra/sinistra è del tutto inadeguata: la Chiesa è un fenomeno religioso e pone al centro il rapporto tra uomo e Dio. Inoltre, parliamo di una istituzione millenaria che ha la sua potenza fondamentale nella sua unità. Quello che i cattolici chiamano grazia di Stato crea la differenza tra essere cardinale ed essere Papa. Ed è proprio in virtù di questi elementi che la Chiesa ha potuto compiere scelte altrimenti impossibili».
Rapporto tra uomo e Dio, lei dice. Tuttavia la Chiesa si esprime poi sulle «cose mondane», dunque inevitabilmente nella politica. Che cosa si aspetta allora da Benedetto XVI?
«Io forse sottovalutavo quando parlavo di un Papa del Terzo mondo. La Chiesa ha compiuto una scelta forte, con una connotazione già marcata visto che si tratta di colui che era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. È stata messa da parte l’idea di un Papa di transizione o di mediazione. Si è preferito un profilo molto forte perché la Chiesa si sente sfidata dal tempo in cui vive. E da qui nasce un rischio di integralismo».
Una rottura rispetto al papato di Giovanni Paolo II?
«Credo che da lui Ratzinger erediti l’essere milite di Cristo con l’orgoglio del combattente. Invece non vedo continuità sui grandi drammi del nostro tempo, a partire dalla guerra. Mi sembra che l’elemento che si fondava sulla giustizia del mondo sia omesso. All’atteggiamento conciliare che individua un cammino comune tra credenti e non credenti, vedo contrapporsi un accento sulla comunità dei credenti secondo la parola di Cristo».
Da qui il rischio di integralismo?
«Joseph Ratzinger coglie due grandi questioni della vita contemporanea: l’Occidente e la modernità. Io concordo sul rischio catastrofe che deriva da questi problemi, ma la soluzione non può e non deve essere che solo Cristo ci può salvare. Perché questo vuol dire chiusura, negare altri aspetti sociali su cui i suoi predecessori si sono cimentati. E allora il rischio integralismo non riguarda solo il piano teologico, ma si traduce sul terreno mondano».
Un esempio?
«Prendiamo l’Europa. Per Ratzinger appare sulla via del congedo anche etnicamente. Mentre per me il meticciato, la contaminazione sono scelte di civiltà e vera base di dialogo».
Nella «Dominus Jesus» del 2000 l’allora cardinale Ratzinger non sembrava lasciare alcuno spazio al valore salvifico delle altre religioni.
«Va bene l’Europa cristiana, purché vadano bene anche quella ebraica, islamica, bianca, nera e via dicendo».
Cosa succederà sui temi aborto, donne, omosessualità...?
«Giovanni Paolo II non ha avuto posizioni di apertura su questi argomenti. Però certamente non ha mai affermato, come invece ha fatto Ratzinger, che chi fa campagna e vota in favore dell’aborto o dell’eutanasia è in grave peccato e non dovrebbe ricevere i sacramenti. Perciò penso che adesso vivremo una radicalizzazione della linea di Wojtyla».
Piero Fassino dice che Benedetto XVI «rassicura sul piano dottrinario» e che «non sarà un Papa integralista».
«Io segnalo dei rischi. Vedremo. Comunque non mi piace commentare le opinioni di altri su Ratzinger, preferisco esprimere direttamente il mio pensiero».
Ritiene che i dati politico-biografici di Ratzinger - dal suo passaggio nella Gioventù nazista alle posizioni nette contro i movimenti del ’68 - siano significativi per la linea che traccerà il neo-Papa?
«Come per chiunque. Detto questo, sono così significativi che è stato il braccio destro di un Pontefice che abbiamo tutti osannato...».
Benedetto XVI ha segnalato il relativismo culturale come principale avversario.
«Io sono ovviamente molto critico verso il relativismo, in nome di una politica pensata come idee forti, persino come ideologia. Però secondo me il pericolo principale per il mondo in cui viviamo deriva dai fondamentalismi, che lavorano per un conflitto di civiltà. Questo mi preoccupa. Quando si sostiene che non c’è carità senza fede, si preclude il dialogo. Il rischio integralismo nasce dal primato assoluto, e sottolineo assoluto, della fede sulla ragione. Non si può abbandonare la via che discendeva dal Concilio Vaticano II di utilizzare gli strumenti della società contemporanea».
Ratzinger ha paura per l’umanità...
«La ha davvero e giustamente. Ma il rischio nasce dalle sue posizioni teologiche. È un crociato, ma non un rozzo uomo di destra; è un raffinato intellettuale mitteleuropeo, non un politico della Lega o di Forza Italia... Ha una dialettica molto complessa che gli ha anche fatto esprimere giudizi positivi sulla socialdemocrazia».
La stampa del Sud del mondo esprime grande preoccupazione. Viene sottolineata anche la presenza del cardinale Medina come annunciatore dell’«Habemus Papam».
«Medina, sostenitore di Pinochet, si è macchiato di crimini in nome dell’anticomunismo e su questo noi abbiamo criticato anche il papato precedente. Ma la Chiesa non si divide mai al suo interno».
Negli ultimi anni lei sta compiendo quello che ha definito «un percorso» sul terreno religioso. Con il nuovo Pontefice, pensa che cambierà velocità?
«Non cambia nulla. Si deve guardare alla Chiesa nella sua complessità. Nemmeno in politica io giudico i partiti in base al segretario del momento».
«La Chiesa si sente sfidata Il rischio è l’integralismo»
Bertinotti: dall’aborto alla donna, vivremo una radicalizzazione
«Non vedo continuità con Wojtyla su guerra e giustizia nel mondo»
Daria Gorodisky
ROMA - Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione comunista: Joseph Ratzinger non rappresenta la figura di Papa che lei auspicava, cioè un esponente della parte povera del mondo, attento alle questioni sociali... «Sì, è vero, speravo in certe caratteristiche. Ma naturalmente solo come può sperarlo un non credente».
Che cosa significa?
«Bisogna partire da una doppia premessa. Innanzi tutto non si possono misurare le cose della Chiesa con il metro della politica. Tanto per fare un esempio, la divisione destra/sinistra è del tutto inadeguata: la Chiesa è un fenomeno religioso e pone al centro il rapporto tra uomo e Dio. Inoltre, parliamo di una istituzione millenaria che ha la sua potenza fondamentale nella sua unità. Quello che i cattolici chiamano grazia di Stato crea la differenza tra essere cardinale ed essere Papa. Ed è proprio in virtù di questi elementi che la Chiesa ha potuto compiere scelte altrimenti impossibili».
Rapporto tra uomo e Dio, lei dice. Tuttavia la Chiesa si esprime poi sulle «cose mondane», dunque inevitabilmente nella politica. Che cosa si aspetta allora da Benedetto XVI?
«Io forse sottovalutavo quando parlavo di un Papa del Terzo mondo. La Chiesa ha compiuto una scelta forte, con una connotazione già marcata visto che si tratta di colui che era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. È stata messa da parte l’idea di un Papa di transizione o di mediazione. Si è preferito un profilo molto forte perché la Chiesa si sente sfidata dal tempo in cui vive. E da qui nasce un rischio di integralismo».
Una rottura rispetto al papato di Giovanni Paolo II?
«Credo che da lui Ratzinger erediti l’essere milite di Cristo con l’orgoglio del combattente. Invece non vedo continuità sui grandi drammi del nostro tempo, a partire dalla guerra. Mi sembra che l’elemento che si fondava sulla giustizia del mondo sia omesso. All’atteggiamento conciliare che individua un cammino comune tra credenti e non credenti, vedo contrapporsi un accento sulla comunità dei credenti secondo la parola di Cristo».
Da qui il rischio di integralismo?
«Joseph Ratzinger coglie due grandi questioni della vita contemporanea: l’Occidente e la modernità. Io concordo sul rischio catastrofe che deriva da questi problemi, ma la soluzione non può e non deve essere che solo Cristo ci può salvare. Perché questo vuol dire chiusura, negare altri aspetti sociali su cui i suoi predecessori si sono cimentati. E allora il rischio integralismo non riguarda solo il piano teologico, ma si traduce sul terreno mondano».
Un esempio?
«Prendiamo l’Europa. Per Ratzinger appare sulla via del congedo anche etnicamente. Mentre per me il meticciato, la contaminazione sono scelte di civiltà e vera base di dialogo».
Nella «Dominus Jesus» del 2000 l’allora cardinale Ratzinger non sembrava lasciare alcuno spazio al valore salvifico delle altre religioni.
«Va bene l’Europa cristiana, purché vadano bene anche quella ebraica, islamica, bianca, nera e via dicendo».
Cosa succederà sui temi aborto, donne, omosessualità...?
«Giovanni Paolo II non ha avuto posizioni di apertura su questi argomenti. Però certamente non ha mai affermato, come invece ha fatto Ratzinger, che chi fa campagna e vota in favore dell’aborto o dell’eutanasia è in grave peccato e non dovrebbe ricevere i sacramenti. Perciò penso che adesso vivremo una radicalizzazione della linea di Wojtyla».
Piero Fassino dice che Benedetto XVI «rassicura sul piano dottrinario» e che «non sarà un Papa integralista».
«Io segnalo dei rischi. Vedremo. Comunque non mi piace commentare le opinioni di altri su Ratzinger, preferisco esprimere direttamente il mio pensiero».
Ritiene che i dati politico-biografici di Ratzinger - dal suo passaggio nella Gioventù nazista alle posizioni nette contro i movimenti del ’68 - siano significativi per la linea che traccerà il neo-Papa?
«Come per chiunque. Detto questo, sono così significativi che è stato il braccio destro di un Pontefice che abbiamo tutti osannato...».
Benedetto XVI ha segnalato il relativismo culturale come principale avversario.
«Io sono ovviamente molto critico verso il relativismo, in nome di una politica pensata come idee forti, persino come ideologia. Però secondo me il pericolo principale per il mondo in cui viviamo deriva dai fondamentalismi, che lavorano per un conflitto di civiltà. Questo mi preoccupa. Quando si sostiene che non c’è carità senza fede, si preclude il dialogo. Il rischio integralismo nasce dal primato assoluto, e sottolineo assoluto, della fede sulla ragione. Non si può abbandonare la via che discendeva dal Concilio Vaticano II di utilizzare gli strumenti della società contemporanea».
Ratzinger ha paura per l’umanità...
«La ha davvero e giustamente. Ma il rischio nasce dalle sue posizioni teologiche. È un crociato, ma non un rozzo uomo di destra; è un raffinato intellettuale mitteleuropeo, non un politico della Lega o di Forza Italia... Ha una dialettica molto complessa che gli ha anche fatto esprimere giudizi positivi sulla socialdemocrazia».
La stampa del Sud del mondo esprime grande preoccupazione. Viene sottolineata anche la presenza del cardinale Medina come annunciatore dell’«Habemus Papam».
«Medina, sostenitore di Pinochet, si è macchiato di crimini in nome dell’anticomunismo e su questo noi abbiamo criticato anche il papato precedente. Ma la Chiesa non si divide mai al suo interno».
Negli ultimi anni lei sta compiendo quello che ha definito «un percorso» sul terreno religioso. Con il nuovo Pontefice, pensa che cambierà velocità?
«Non cambia nulla. Si deve guardare alla Chiesa nella sua complessità. Nemmeno in politica io giudico i partiti in base al segretario del momento».
Le Goff: "Il corpo nel Medioevo"
Galileo 21.4.05
LIBRI
Jacques Le Goff
Il corpo nel Medioevo
Roberta Pizzolante
Così presente in tutta la sua fisicità, eppure assente nelle rappresentazioni del Medioevo. Il corpo è il grande dimenticato dalla storia del periodo che va dal V al XV secolo. Anche quando si interessavano degli uomini, fossero potenti e re, guerrieri e santi, gli storici tradizionali lo facevano come se essi non avessero avuto un corpo, descrivendoli quasi come creature prive della loro stessa carne. Per colmare questa lacuna, lo storico medioevale francese Jacques Le Goff dedica al tema un intero volume raccontando, attraverso le idee e le opere dei personaggi del passato, le tante trasformazioni che la concezione del corpo ha subito, "in una tensione continua tra umiliazione e venerazione". Se è vero, infatti, che i corpi erano solo simboli, rappresentazioni e figure e che questa visione si rifletteva anche nel linguaggio comune (le grandi moltitudini di persone che prendevano parte a battaglie e altri eventi erano definite con i termini generici di "popolo" e "plebe"), in alcuni momenti il disprezzo per la fisicità dell'essere umano lasciava il posto alla venerazione.
Come si legge nella prefazione del volume edito da Laterza, "la concezione del corpo, il suo spazio nella società, la sua presenza nell'immaginario e nella realtà, nella vita quotidiana e nei momenti salienti hanno subito mutamenti in tutte le società storiche". Proprio per questo la storia del corpo non può essere ignorata quando si parla di Medioevo: la società è infatti il frutto di diverse tensioni, come quella tra Dio e l'uomo, tra città e campagna, quindi anche di quella tra anima e corpo. Il racconto dell'autore parte dagli albori del Medioevo, quando papa Gregorio Magno definì il corpo "abominevole rivestimento dell'anima", si indossarono i cilici sulla carne in segno di spiritualità e l'astinenza fu una delle virtù primarie. E prosegue passando in rassegna quei teologi, come San Bonaventura e Tommaso D'Aquino, che misero in evidenza la valenza positiva del corpo nel mondo terreno. Il corpo "chiarisce e sostanzia la storia delle idee, delle mentalità, delle istituzioni e anche delle tecniche e delle economie" dice l'autore, ricordando come su di esso abbiano influito l'avvento della peste nera nel 1347-48, l'introduzione di nuovi metodi di coltivazione, l'evoluzione dei gusti culinari e il nascere della gastronomia, fino alla rivoluzione della medicina dei secoli XIX e XX.
Per spiegare le diverse valenze del corpo nel Medioevo Le Goff usa la lebbra, malattia dell'anima che si manifesta con la corruzione del corpo. "Il malato è un reietto e insieme un eletto", spiega, "che aspetta di essere curato da Cristo". Interessante è la descrizione dell'utilizzo di metafore corporee nel Medioevo per rappresentare il sistema politico, la Chiesa o le città, come aveva già fatto Platone nella "Repubblica" proponendo un modello organicista della città ideale, dove il filosofo re era la testa, gli agricoltori il ventre e i custodi i piedi. Chiudono il volume i versi di Francois Villon, definito il migliore e meraviglioso interprete della ritrovata sensibilità verso il corpo nell'Occidente quattrocentesco.
LIBRI
Jacques Le Goff
Il corpo nel Medioevo
Roberta Pizzolante
Laterza, 2005
pp. 189, euro 16,00
pp. 189, euro 16,00
Così presente in tutta la sua fisicità, eppure assente nelle rappresentazioni del Medioevo. Il corpo è il grande dimenticato dalla storia del periodo che va dal V al XV secolo. Anche quando si interessavano degli uomini, fossero potenti e re, guerrieri e santi, gli storici tradizionali lo facevano come se essi non avessero avuto un corpo, descrivendoli quasi come creature prive della loro stessa carne. Per colmare questa lacuna, lo storico medioevale francese Jacques Le Goff dedica al tema un intero volume raccontando, attraverso le idee e le opere dei personaggi del passato, le tante trasformazioni che la concezione del corpo ha subito, "in una tensione continua tra umiliazione e venerazione". Se è vero, infatti, che i corpi erano solo simboli, rappresentazioni e figure e che questa visione si rifletteva anche nel linguaggio comune (le grandi moltitudini di persone che prendevano parte a battaglie e altri eventi erano definite con i termini generici di "popolo" e "plebe"), in alcuni momenti il disprezzo per la fisicità dell'essere umano lasciava il posto alla venerazione.
Come si legge nella prefazione del volume edito da Laterza, "la concezione del corpo, il suo spazio nella società, la sua presenza nell'immaginario e nella realtà, nella vita quotidiana e nei momenti salienti hanno subito mutamenti in tutte le società storiche". Proprio per questo la storia del corpo non può essere ignorata quando si parla di Medioevo: la società è infatti il frutto di diverse tensioni, come quella tra Dio e l'uomo, tra città e campagna, quindi anche di quella tra anima e corpo. Il racconto dell'autore parte dagli albori del Medioevo, quando papa Gregorio Magno definì il corpo "abominevole rivestimento dell'anima", si indossarono i cilici sulla carne in segno di spiritualità e l'astinenza fu una delle virtù primarie. E prosegue passando in rassegna quei teologi, come San Bonaventura e Tommaso D'Aquino, che misero in evidenza la valenza positiva del corpo nel mondo terreno. Il corpo "chiarisce e sostanzia la storia delle idee, delle mentalità, delle istituzioni e anche delle tecniche e delle economie" dice l'autore, ricordando come su di esso abbiano influito l'avvento della peste nera nel 1347-48, l'introduzione di nuovi metodi di coltivazione, l'evoluzione dei gusti culinari e il nascere della gastronomia, fino alla rivoluzione della medicina dei secoli XIX e XX.
Per spiegare le diverse valenze del corpo nel Medioevo Le Goff usa la lebbra, malattia dell'anima che si manifesta con la corruzione del corpo. "Il malato è un reietto e insieme un eletto", spiega, "che aspetta di essere curato da Cristo". Interessante è la descrizione dell'utilizzo di metafore corporee nel Medioevo per rappresentare il sistema politico, la Chiesa o le città, come aveva già fatto Platone nella "Repubblica" proponendo un modello organicista della città ideale, dove il filosofo re era la testa, gli agricoltori il ventre e i custodi i piedi. Chiudono il volume i versi di Francois Villon, definito il migliore e meraviglioso interprete della ritrovata sensibilità verso il corpo nell'Occidente quattrocentesco.
campagna contro la depressione
girodivite.it 20.4.05
Campagna contro la depressione: l’Italia scimmiotta gli USA?
Sull’uso del ritalin. Parte la campagna anti-depressione
di Vincenzo Greco
“Il Ministero della Sanità sta per lanciare il programma operativo sulla depressione che riguarda anche le fasce adolescenziali. Il Presidente della Commissione bicamerale sull’infanzia, Maria Burani Procaccini, lo sta anticipando citando statistiche altisonanti di 800.000 depressi in Italia di cui il 40% studenti delle scuole secondarie”; l’allarme è lanciato dal Comitato dei cittadini per i diritti umani, presieduto da Elia Roberto Cestari.
La decisione fa da pendant alle conclusioni del Progetto Prisma, uno screening comportamentale su oltre 10.000 alunni ed alunne delle scuole dell’obbligo volto a rilevare l’incidenza della "Sindrome da iperattività e deficit d’attenzione" (Adhd). Secondo i risultati dell’indagine “più del 7% della popolazione paradolescenziale soffre di disturbi di ansia”, mentre è affetta da depressione “ meno dell’1% e poco meno del 2% di AdHD”.
Negli Stati Uniti la situazione è a dir poco allarmante: i bambini diagnosticati come affetti da sindromi comportamentali e sottoposti a trattamento psichiatrico-farmacologico per tramite della scuola, sono dieci milioni e, in concomitanza con l’avvio di analoghi progetti di psichiatrizzazione del disagio infantile, il numero di bambini trattati con psicofarmaci sta rapidamente aumentando anche in Europa e nel mondo.
“Attualmente nelle scuole americane si spende un miliardo di dollari all’anno per gli psicologi che lavorano a tempo pieno per fare diagnosi ed etichettare i bambini con ‘disturbi dell’attenzione’ e si spendono più di 15 milioni di dollari” in trattamenti, denuncia il Comitato.
Questi programmi di prevenzione negli USA, “fatti passare falsamente come necessari per supportare la scuola, o fermare l’abuso di droghe, o diminuire il comportamento suicida e la bassa ‘autostima’, per più di 40 anni, sono stati un fallimento aggravando in realtà tali problemi come dimostrano i casi di suicidi e omicidi e violenza in aumento”. I responsabili del “programma psicologico” “TeenScreen”, in uso nelle scuole degli Stati Uniti, sostengono che il fatto di identificare e “curare” i bambini “a rischio” può evitare i casi di suicidio.
Ciononostante, un rapporto pubblicato in Nevada nel 2003 riferisce che il 31% degli studenti sottoposti in passato a screening è in terapia; il 9% vede regolarmente uno psichiatra e sta prendendo psicofarmaci e l’1% ha già tentato il suicidio.
In seguito allo screening della depressione sono state compilate sessanta milioni di prescrizioni per antidepressivi negli Stati Uniti: circa il dieci per cento della popolazione americana, compresi un milione e mezzo di bambini. E’ questo l’elemento fondamentale e incontrovertibile. Siamo in presenza della “gallina dalle uova d’oro”; dell’ultimo ritrovato per il business senza rischio. Per promuovere questa industria, si pubblicano libri che sostengono teorie infondate sulle “malattie” mentali infantili e l’uso di psicofarmaci come “soluzione”.
E in Italia? “Nel nostro Paese - continua la nota del Comitato dei cittadini per i diritti umani - negli ultimi tre anni è enormemente aumentata la propaganda sui disturbi mentali infantili, è stato dato il via agli screening nelle scuole a fasce d’età sempre più basse, ed ora vengono sventagliate percentuali ed attuati piani per i ‘trattamenti’ sotto la voce di ‘prevenzione’; è quadruplicato nel biennio 2000-2002 il consumo di psicofarmaci fra i giovanissimi con i primi casi di danni per diagnosi errate e gravi effetti collaterali”.
E così dopo averlo tenuto in “naftalina” anche l’Italia cede ai richiami della sirena che ha un nome scientifico, il metilfelnidato, e che si concretizza in un gruppo di farmaci come Ritalin, Concerta, Metadato CD ed altri. Il rischio è che l’Italia scimmiotti l’America dove si è registrata, negli ultimi quindici anni, una impennata nelle vendite del 500% del prodotto.
“Non è accettabile che le logiche di mercato - ha dichiarato in una interrogazione parlamentare il leader dei Verdi, Pecoraro Scanio - passino in primo piano rispetto alla tutela del diritto alla salute dei minori”. Ecco perché il leader del Sole che Ride chiede una maggiore trasparenza delle confezioni mediche ricorrendo agli ormai famosi “black box”, i riquadri neri che, da tempo, hanno fatto la loro comparsa sulle scatole di sigarette.
Nel frattempo l’attenzione è rivolta a insegnanti e genitori che, di fronte alla incapacità di “stare dietro” ad un adolescente “svogliato e vivace”, preferiscono la soluzione rapida data dal Ritalin senza aver tentato tutte le soluzione di carattere pedagogico.
Campagna contro la depressione: l’Italia scimmiotta gli USA?
Sull’uso del ritalin. Parte la campagna anti-depressione
di Vincenzo Greco
“Il Ministero della Sanità sta per lanciare il programma operativo sulla depressione che riguarda anche le fasce adolescenziali. Il Presidente della Commissione bicamerale sull’infanzia, Maria Burani Procaccini, lo sta anticipando citando statistiche altisonanti di 800.000 depressi in Italia di cui il 40% studenti delle scuole secondarie”; l’allarme è lanciato dal Comitato dei cittadini per i diritti umani, presieduto da Elia Roberto Cestari.
La decisione fa da pendant alle conclusioni del Progetto Prisma, uno screening comportamentale su oltre 10.000 alunni ed alunne delle scuole dell’obbligo volto a rilevare l’incidenza della "Sindrome da iperattività e deficit d’attenzione" (Adhd). Secondo i risultati dell’indagine “più del 7% della popolazione paradolescenziale soffre di disturbi di ansia”, mentre è affetta da depressione “ meno dell’1% e poco meno del 2% di AdHD”.
Negli Stati Uniti la situazione è a dir poco allarmante: i bambini diagnosticati come affetti da sindromi comportamentali e sottoposti a trattamento psichiatrico-farmacologico per tramite della scuola, sono dieci milioni e, in concomitanza con l’avvio di analoghi progetti di psichiatrizzazione del disagio infantile, il numero di bambini trattati con psicofarmaci sta rapidamente aumentando anche in Europa e nel mondo.
“Attualmente nelle scuole americane si spende un miliardo di dollari all’anno per gli psicologi che lavorano a tempo pieno per fare diagnosi ed etichettare i bambini con ‘disturbi dell’attenzione’ e si spendono più di 15 milioni di dollari” in trattamenti, denuncia il Comitato.
Questi programmi di prevenzione negli USA, “fatti passare falsamente come necessari per supportare la scuola, o fermare l’abuso di droghe, o diminuire il comportamento suicida e la bassa ‘autostima’, per più di 40 anni, sono stati un fallimento aggravando in realtà tali problemi come dimostrano i casi di suicidi e omicidi e violenza in aumento”. I responsabili del “programma psicologico” “TeenScreen”, in uso nelle scuole degli Stati Uniti, sostengono che il fatto di identificare e “curare” i bambini “a rischio” può evitare i casi di suicidio.
Ciononostante, un rapporto pubblicato in Nevada nel 2003 riferisce che il 31% degli studenti sottoposti in passato a screening è in terapia; il 9% vede regolarmente uno psichiatra e sta prendendo psicofarmaci e l’1% ha già tentato il suicidio.
In seguito allo screening della depressione sono state compilate sessanta milioni di prescrizioni per antidepressivi negli Stati Uniti: circa il dieci per cento della popolazione americana, compresi un milione e mezzo di bambini. E’ questo l’elemento fondamentale e incontrovertibile. Siamo in presenza della “gallina dalle uova d’oro”; dell’ultimo ritrovato per il business senza rischio. Per promuovere questa industria, si pubblicano libri che sostengono teorie infondate sulle “malattie” mentali infantili e l’uso di psicofarmaci come “soluzione”.
E in Italia? “Nel nostro Paese - continua la nota del Comitato dei cittadini per i diritti umani - negli ultimi tre anni è enormemente aumentata la propaganda sui disturbi mentali infantili, è stato dato il via agli screening nelle scuole a fasce d’età sempre più basse, ed ora vengono sventagliate percentuali ed attuati piani per i ‘trattamenti’ sotto la voce di ‘prevenzione’; è quadruplicato nel biennio 2000-2002 il consumo di psicofarmaci fra i giovanissimi con i primi casi di danni per diagnosi errate e gravi effetti collaterali”.
E così dopo averlo tenuto in “naftalina” anche l’Italia cede ai richiami della sirena che ha un nome scientifico, il metilfelnidato, e che si concretizza in un gruppo di farmaci come Ritalin, Concerta, Metadato CD ed altri. Il rischio è che l’Italia scimmiotti l’America dove si è registrata, negli ultimi quindici anni, una impennata nelle vendite del 500% del prodotto.
“Non è accettabile che le logiche di mercato - ha dichiarato in una interrogazione parlamentare il leader dei Verdi, Pecoraro Scanio - passino in primo piano rispetto alla tutela del diritto alla salute dei minori”. Ecco perché il leader del Sole che Ride chiede una maggiore trasparenza delle confezioni mediche ricorrendo agli ormai famosi “black box”, i riquadri neri che, da tempo, hanno fatto la loro comparsa sulle scatole di sigarette.
Nel frattempo l’attenzione è rivolta a insegnanti e genitori che, di fronte alla incapacità di “stare dietro” ad un adolescente “svogliato e vivace”, preferiscono la soluzione rapida data dal Ritalin senza aver tentato tutte le soluzione di carattere pedagogico.
la nuova impresa dell'onesto Sirchia
Venerdì, 22 Aprile 2005
IL MINISTRO SIRCHIA CONTRO I BABY BEVITORI
ROMA - Bevitori sempre più baby in Italia che detiene un primato: quello del primo bicchiere consumato a 11-12 anni, l'età più bassa dell'Ue, dove la media si aggira sui 14 anni e mezzo. E così per combattere l'abuso si mette in campo di tutto: spot, decaloghi per genitori e anche una fiction da proiettare in classe con una storia d'amore a lieto fine ma che faccia pensare. Gli esperti, dati alla mano, lanciano l'allarme: sono circa 800 mila giovani che subiscono il fascino della bottiglia e fra il 4 e il 20% degli infortuni sul lavoro è causato proprio dall'alcol.
Il messaggio lanciato dal ministro della Salute Girolamo Sirchia in occasione della giornata per la prevenzione contro l'abuso di alcol è: «Moderazione negli adulti e niente fra i minori».
NO AI DIKTAT. Non manca qualche polemica. Fra questa quella dello psichiatra Federico Bianchi di Castelbianco, secondo il quale per raggiungere l'obiettivo è sbagliato proibire, addirittura con toni duri, l'uso di bevande alcoliche. «Potrebbe esser interpretata come una sfida lanciata ai giovani - spiega il direttore dell'Istituto di Ortofonologia di Roma, studioso dei comportamenti degli adolescenti - la strada giusta è quella dell'educazione e dell'informazione».
IL KIT IN CLASSE. Tutti gli insegnati delle scuole medie superiori potranno richiedere la distribuzione, nelle loro classi, di un kit messo a punto dall'Istituto superiore di sanità, che attraverso diverso materiale e una cassetta con una fiction spiegherà agli studenti fra i 15 e i 19 anni, il pericolo dell'alcol quando si guida.
IL MINISTRO SIRCHIA CONTRO I BABY BEVITORI
ROMA - Bevitori sempre più baby in Italia che detiene un primato: quello del primo bicchiere consumato a 11-12 anni, l'età più bassa dell'Ue, dove la media si aggira sui 14 anni e mezzo. E così per combattere l'abuso si mette in campo di tutto: spot, decaloghi per genitori e anche una fiction da proiettare in classe con una storia d'amore a lieto fine ma che faccia pensare. Gli esperti, dati alla mano, lanciano l'allarme: sono circa 800 mila giovani che subiscono il fascino della bottiglia e fra il 4 e il 20% degli infortuni sul lavoro è causato proprio dall'alcol.
Il messaggio lanciato dal ministro della Salute Girolamo Sirchia in occasione della giornata per la prevenzione contro l'abuso di alcol è: «Moderazione negli adulti e niente fra i minori».
NO AI DIKTAT. Non manca qualche polemica. Fra questa quella dello psichiatra Federico Bianchi di Castelbianco, secondo il quale per raggiungere l'obiettivo è sbagliato proibire, addirittura con toni duri, l'uso di bevande alcoliche. «Potrebbe esser interpretata come una sfida lanciata ai giovani - spiega il direttore dell'Istituto di Ortofonologia di Roma, studioso dei comportamenti degli adolescenti - la strada giusta è quella dell'educazione e dell'informazione».
IL KIT IN CLASSE. Tutti gli insegnati delle scuole medie superiori potranno richiedere la distribuzione, nelle loro classi, di un kit messo a punto dall'Istituto superiore di sanità, che attraverso diverso materiale e una cassetta con una fiction spiegherà agli studenti fra i 15 e i 19 anni, il pericolo dell'alcol quando si guida.
attenti alle fiabe...
Agi.it
INFANZIA: NELLE FIABE LA CHIAVE DELLE RELAZIONI VIOLENTE DA ADULTI
(AGI) - Londra, 22 apr. - Vostra figlia trascorre ore immersa nella lettura dei classici della letteratura romantica? E più che guardare la televisione ama leggere 'Cenerentola', 'La Bella e la Bestia' e 'Raperonzolo'? Attenzione perché da adulta rischia di finire invischiata in relazioni improntate alla sottomissione e alla violenza. Questo almeno quanto sostiene uno studio destinato a far riflettere: la ricerca è stata realizzata da una giovane studiosa britannica che ha analizzato ragazzine di scuole elementari e donne vittime di abusi. Susan Darker-Smith è giunta alla conclusione che le donne sottoposte ad abusi domestici si identificano spesso con le eroine della letteratura per l'infanzia e tendono ad avere come miti di riferimento i personaggi sottomessi delle fiabe .
"Sono convinte che se il loro amore èabbastanza intenso, esse potranno cambiare il comportamento del loro partner", spiega la giovane studiosa. Lo studio, realizzato a Leicester, sara' presentato il prossimo mese al Congresso Internazionale di Terapia Cognitiva a Gothenburg, in Svezia. Ed è certo che la ricerca - intitolata 'Le fiabe che raccontiamo ai nostri figli: sovracondizionamenti delle ragazze che si aspettano che i partners cambino'- sarà al centro del dibattito tra alcuni dei più importanti terapisti al mondo. La Darker-Smith è convinta che le giovani generazioni cresciute dinanzi alla televisione possano reagire in modo meno sottomesso di quelle svezzate esclusivamente a latte e letteratura. In attesa del giudizio del mondo accademico, per adesso c'è chi invita alla cautela: "Sappiamo che la lettura di fiabe è un modo importante attraverso il quale i bambini formano il loro universo di valori e comportamentale", ha commentato Michael Townend, docente di psicoterapia all'università di Derby, la stessa dove ha studiato l'agguerrita ricercatrice, "il lavoro di Susan è interessante e destinato a far riflettere, ma ha bisogno di ulteriori approfondimenti". (AGI) -
INFANZIA: NELLE FIABE LA CHIAVE DELLE RELAZIONI VIOLENTE DA ADULTI
(AGI) - Londra, 22 apr. - Vostra figlia trascorre ore immersa nella lettura dei classici della letteratura romantica? E più che guardare la televisione ama leggere 'Cenerentola', 'La Bella e la Bestia' e 'Raperonzolo'? Attenzione perché da adulta rischia di finire invischiata in relazioni improntate alla sottomissione e alla violenza. Questo almeno quanto sostiene uno studio destinato a far riflettere: la ricerca è stata realizzata da una giovane studiosa britannica che ha analizzato ragazzine di scuole elementari e donne vittime di abusi. Susan Darker-Smith è giunta alla conclusione che le donne sottoposte ad abusi domestici si identificano spesso con le eroine della letteratura per l'infanzia e tendono ad avere come miti di riferimento i personaggi sottomessi delle fiabe .
"Sono convinte che se il loro amore èabbastanza intenso, esse potranno cambiare il comportamento del loro partner", spiega la giovane studiosa. Lo studio, realizzato a Leicester, sara' presentato il prossimo mese al Congresso Internazionale di Terapia Cognitiva a Gothenburg, in Svezia. Ed è certo che la ricerca - intitolata 'Le fiabe che raccontiamo ai nostri figli: sovracondizionamenti delle ragazze che si aspettano che i partners cambino'- sarà al centro del dibattito tra alcuni dei più importanti terapisti al mondo. La Darker-Smith è convinta che le giovani generazioni cresciute dinanzi alla televisione possano reagire in modo meno sottomesso di quelle svezzate esclusivamente a latte e letteratura. In attesa del giudizio del mondo accademico, per adesso c'è chi invita alla cautela: "Sappiamo che la lettura di fiabe è un modo importante attraverso il quale i bambini formano il loro universo di valori e comportamentale", ha commentato Michael Townend, docente di psicoterapia all'università di Derby, la stessa dove ha studiato l'agguerrita ricercatrice, "il lavoro di Susan è interessante e destinato a far riflettere, ma ha bisogno di ulteriori approfondimenti". (AGI) -
neurologia americana:
uomini e topi
Le Scienze 21.04.2005
La risposta cerebrale alla sicurezza
L'assenza di pericolo viene elaborata nell'amigdala e nel centro della ricompensa
Molti neuroscienziati hanno studiato come la paura condiziona l'attività cerebrale, ma Michael Rogan, Eric Kandel e colleghi della Columbia University di New York hanno invece esaminato l'effetto contrario, scoprendo come il cervello dei topi reagisce a stimoli esterni che segnalano l’assenza di pericolo. I risultati, secondo gli autori, potrebbero essere utili a trattare quei disturbi psichiatrici che coinvolgono una perdita di sicurezza, oltre che a comprendere come mai alcune persone rispondono ai traumi con maggior capacità di recupero di altri. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista "Neuron".
Gli scienziati hanno innanzitutto addestrato i topi ad associare una serie di suoni all'assenza di una fastidiosa scossa elettrica alle zampe. Hanno così scoperto che i suoni riducevano la classica risposta difensiva degli animali, caratterizzata da uno stato di "immobilità". Inoltre, a differenza degli topi non addestrati, quando gli animali condizionati udivano i suoni si avventuravano maggiormente nell'esplorazione di uno spazio aperto, abbandonando il proprio comportamento normale, cauto e protettivo, che consisteva nel camminare lungo i muri. I topi esibivano un identico comportamento avventuroso quando venivano esposti a un segnale istintivo di sicurezza - luce affievolita -, segno che erano all'opera gli stessi meccanismi di risposta neurale.
Studi elettrofisiologici del cervello degli animali hanno rivelato che i suoni di sicurezza facevano calare l'attività in una regione dell'amigdala, la struttura cerebrale che elabora le emozioni e che viene attivata in risposta alla paura. Ma i suoni facevano anche crescere l'attività nella regione coinvolta negli affetti positivi, nelle risposte euforiche e nella ricompensa, una regione non influenzata dalla paura.
"Questi risultati - commentano i ricercatori - supportano l'ipotesi che l'apprendimento sulla sicurezza e l'apprendimento sul pericolo siano processi associati ma indipendenti. I dati relativi a un segnale uditivo suggeriscono una parziale sovrapposizione di questi due processi, che si estende dall'elaborazione sensoriale fino alla prima elaborazione nell'amigdala".
La risposta cerebrale alla sicurezza
L'assenza di pericolo viene elaborata nell'amigdala e nel centro della ricompensa
Molti neuroscienziati hanno studiato come la paura condiziona l'attività cerebrale, ma Michael Rogan, Eric Kandel e colleghi della Columbia University di New York hanno invece esaminato l'effetto contrario, scoprendo come il cervello dei topi reagisce a stimoli esterni che segnalano l’assenza di pericolo. I risultati, secondo gli autori, potrebbero essere utili a trattare quei disturbi psichiatrici che coinvolgono una perdita di sicurezza, oltre che a comprendere come mai alcune persone rispondono ai traumi con maggior capacità di recupero di altri. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista "Neuron".
Gli scienziati hanno innanzitutto addestrato i topi ad associare una serie di suoni all'assenza di una fastidiosa scossa elettrica alle zampe. Hanno così scoperto che i suoni riducevano la classica risposta difensiva degli animali, caratterizzata da uno stato di "immobilità". Inoltre, a differenza degli topi non addestrati, quando gli animali condizionati udivano i suoni si avventuravano maggiormente nell'esplorazione di uno spazio aperto, abbandonando il proprio comportamento normale, cauto e protettivo, che consisteva nel camminare lungo i muri. I topi esibivano un identico comportamento avventuroso quando venivano esposti a un segnale istintivo di sicurezza - luce affievolita -, segno che erano all'opera gli stessi meccanismi di risposta neurale.
Studi elettrofisiologici del cervello degli animali hanno rivelato che i suoni di sicurezza facevano calare l'attività in una regione dell'amigdala, la struttura cerebrale che elabora le emozioni e che viene attivata in risposta alla paura. Ma i suoni facevano anche crescere l'attività nella regione coinvolta negli affetti positivi, nelle risposte euforiche e nella ricompensa, una regione non influenzata dalla paura.
"Questi risultati - commentano i ricercatori - supportano l'ipotesi che l'apprendimento sulla sicurezza e l'apprendimento sul pericolo siano processi associati ma indipendenti. I dati relativi a un segnale uditivo suggeriscono una parziale sovrapposizione di questi due processi, che si estende dall'elaborazione sensoriale fino alla prima elaborazione nell'amigdala".
Michael T. Rogan, Kam Sam Leon, David L. Perez, Eric R. Kandel, “Distinct Neural Signatures for Safety and Danger in the Amygdala and Striatum of the Mouse”. Neuron, Vol. 46, No. 2, pp. 309–320 (21 aprile 2005).
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
giovedì 21 aprile 2005
novanta super educatori a Napoli
Il Mattino 21.4.05
Nascono a Napoli i nuovi esperti in problemi dell'adolescenza, un team di novanta super educatori per gestire una delle fasi più delicate del processo di formazione. Via libera infatti al bando di partecipazione al Corso di perfezionamento in Scienze della Formazione sul tema "L'adolescente e il suo mondo: dinamiche e interazioni", organizzato dall'Università Suor Orsola Benincasa e dall'Istituto per ricerche ed attività educative (Ipe). Si tratta di un pacchetto formativo ad alta specializzazione, due mesi di lezioni ed esercitazioni pratiche rivolte a neolaureati, docenti di scuola e università, educatori o assistenti sociali, responsabili di centro di orientamento regionali, funzionari di enti locali, dirigenti di imprese e di enti che operano nel sistema scuola e tutti coloro che intendono specializzarsi nel campo dell'orientamento e della gestione dei processi formativi. "L'obiettivo - spiega Sergio d'Ippolito, direttore organizzativo del corso - è di formare un nuovo profilo professionale ad alta competenza e specializzazione su un tema che ha grande impatto sociale. Le problematiche legate agli adolescenti e lo studio dei fenomeni adolescenziali rivestono infatti un ruolo di primo piano non solo nel sistema famiglia ma anche nel sistema sociale. L'ottica non è solo quella di gestire e prevenire devianze e piaghe sociali, non ultima la criminalità, che spesso sono legate proprio a problemi di crescita della persona, ma soprattutto quella di fornire a tutti coloro che sono impegnati in attività di orientamento con i giovani tutti quegli strumenti che permettano all'adolescente di assumere consapevolezza delle sue caratteristiche personali e di svilupparle in vista delle scelte dei suoi studi e delle sue attività professionali." I moduli didattici sono affidati a docenti universitari specialisti in diverse discipline, dalla letteratura alla psicologia, alla sociologia della comunicazione, dalla pedagogia dello studio alla didattica: l'area pedagogica sarà affidata a Giuseppe Fioravanti e Ornella De Sanctis, l'area psicologica ad Anna Maria Costa, Franco Poterzio e Antonello Persico; l'area didattica e linguistica a Silvia Zoppi e Riccardo Garbini; l'area delle nuove comunicazioni a Michele Crudele, Guido Vinelli, l'area storico-sociologica a Corrado Guerre, Tonino Ciuffi e Giovanni Turco. Il Comitato tecnico scientifico è composto dal prorettore del Suor Orsola Lucio D'Alessandro, insieme a Giuseppe Fioravanti, Sergio d'Ippolito e Maurizio Sibilio. Saranno accettate solo le prime 90 domande, che vanno presentate entro il 26 aprile.
Nascono a Napoli i nuovi esperti in problemi dell'adolescenza, un team di novanta super educatori per gestire una delle fasi più delicate del processo di formazione. Via libera infatti al bando di partecipazione al Corso di perfezionamento in Scienze della Formazione sul tema "L'adolescente e il suo mondo: dinamiche e interazioni", organizzato dall'Università Suor Orsola Benincasa e dall'Istituto per ricerche ed attività educative (Ipe). Si tratta di un pacchetto formativo ad alta specializzazione, due mesi di lezioni ed esercitazioni pratiche rivolte a neolaureati, docenti di scuola e università, educatori o assistenti sociali, responsabili di centro di orientamento regionali, funzionari di enti locali, dirigenti di imprese e di enti che operano nel sistema scuola e tutti coloro che intendono specializzarsi nel campo dell'orientamento e della gestione dei processi formativi. "L'obiettivo - spiega Sergio d'Ippolito, direttore organizzativo del corso - è di formare un nuovo profilo professionale ad alta competenza e specializzazione su un tema che ha grande impatto sociale. Le problematiche legate agli adolescenti e lo studio dei fenomeni adolescenziali rivestono infatti un ruolo di primo piano non solo nel sistema famiglia ma anche nel sistema sociale. L'ottica non è solo quella di gestire e prevenire devianze e piaghe sociali, non ultima la criminalità, che spesso sono legate proprio a problemi di crescita della persona, ma soprattutto quella di fornire a tutti coloro che sono impegnati in attività di orientamento con i giovani tutti quegli strumenti che permettano all'adolescente di assumere consapevolezza delle sue caratteristiche personali e di svilupparle in vista delle scelte dei suoi studi e delle sue attività professionali." I moduli didattici sono affidati a docenti universitari specialisti in diverse discipline, dalla letteratura alla psicologia, alla sociologia della comunicazione, dalla pedagogia dello studio alla didattica: l'area pedagogica sarà affidata a Giuseppe Fioravanti e Ornella De Sanctis, l'area psicologica ad Anna Maria Costa, Franco Poterzio e Antonello Persico; l'area didattica e linguistica a Silvia Zoppi e Riccardo Garbini; l'area delle nuove comunicazioni a Michele Crudele, Guido Vinelli, l'area storico-sociologica a Corrado Guerre, Tonino Ciuffi e Giovanni Turco. Il Comitato tecnico scientifico è composto dal prorettore del Suor Orsola Lucio D'Alessandro, insieme a Giuseppe Fioravanti, Sergio d'Ippolito e Maurizio Sibilio. Saranno accettate solo le prime 90 domande, che vanno presentate entro il 26 aprile.
dai sintomi psicosomatici alla depressione
Yahoo! Salute 31.4.05
Psichiatria, Psicologia e Neurologia, Il Pensiero Scientifico Editore
Bambini “psicosomatici”, dieci anni dopo
Antonella Sagone
In questo studio, i ricercatori hanno effettuato delle interviste sia ai bambini che ai loro genitori a proposito dei sintomi fisici di questi ultimi. I bambini, dell’età di otto anni, appartenevano a due gruppi: il primo intervistato nel 1989 e il secondo dieci anni dopo. Inoltre gli studiosi hanno richiesto anche la collaborazione degli insegnanti per la compilazione di due test per l’accertamento della depressione e di altri sintomi psichiatrici. Un dato emerso in entrambi i gruppi è stata la frequente difficoltà per i genitori di rilevare i problemi psicosomatici dei loro figli.
Frequenti mal di testa e dolori addominali sono emersi in tutti e due i gruppi, ma nel secondo erano più frequenti. Dieci anni dopo, inoltre, i sintomi psicosomatici sono risultati associati, oltre che con la depressione, anche con quadri di iperattività. Dai risultati si evidenzia l’importanza di sentire sempre anche la testimonianza diretta dei bambini quando si indagano problematiche di tipo psicosomatico, perché gli adulti non sempre sono in grado di notarle. Inoltre, emerge la necessità di effettuare sempre accertamenti a 360 gradi, indagando sugli aspetti somatici in presenza di problemi psicologici, e viceversa. I motivi dell’aumento di fenomeni psicosomatici, e delle variazioni nelle loro associazioni a sintomi psichiatrici, vanno indagati con ulteriori studi.
Fonte: Santalahti P, Aromaa M, Sourander A et al. Have there been changes in children’s psychosomatic symptoms? A 10-year comparison from Finland. Pediatrics 2005;115(4):e434-42.
Psichiatria, Psicologia e Neurologia, Il Pensiero Scientifico Editore
Bambini “psicosomatici”, dieci anni dopo
Antonella Sagone
Come cambia nel tempo la frequenza di sintomi psicosomatici nei bambini in età scolare? uno studio ha messo a confronto dati raccolti su due diversi gruppi di bambini a distanza di dieci anni, notando cambiamenti. La ricerca è descritta sulla rivista PediatricsI bambini somatizzano facilmente le tensioni e le difficoltà; la loro difficoltà a verbalizzare e mettere a fuoco chiaramente il disagio psicologico può portarli a esprimere attraverso il corpo ciò che non sanno esprimere bene con la parola. Mal di testa, dolori addominali o di altre localizzazioni, nausea e vomito sono fra i sintomi più comuni che possono colpire un bambino nell’età della scuola primaria. Indagare non solo la frequenza di queste manifestazioni, ma anche come si associano con quadri più prettamente psichiatrici può essere utile; come anche importante è essere consapevoli della diversa percezione che dello stesso problema può avere il genitore, l’insegnante e il bambino stesso.
In questo studio, i ricercatori hanno effettuato delle interviste sia ai bambini che ai loro genitori a proposito dei sintomi fisici di questi ultimi. I bambini, dell’età di otto anni, appartenevano a due gruppi: il primo intervistato nel 1989 e il secondo dieci anni dopo. Inoltre gli studiosi hanno richiesto anche la collaborazione degli insegnanti per la compilazione di due test per l’accertamento della depressione e di altri sintomi psichiatrici. Un dato emerso in entrambi i gruppi è stata la frequente difficoltà per i genitori di rilevare i problemi psicosomatici dei loro figli.
Frequenti mal di testa e dolori addominali sono emersi in tutti e due i gruppi, ma nel secondo erano più frequenti. Dieci anni dopo, inoltre, i sintomi psicosomatici sono risultati associati, oltre che con la depressione, anche con quadri di iperattività. Dai risultati si evidenzia l’importanza di sentire sempre anche la testimonianza diretta dei bambini quando si indagano problematiche di tipo psicosomatico, perché gli adulti non sempre sono in grado di notarle. Inoltre, emerge la necessità di effettuare sempre accertamenti a 360 gradi, indagando sugli aspetti somatici in presenza di problemi psicologici, e viceversa. I motivi dell’aumento di fenomeni psicosomatici, e delle variazioni nelle loro associazioni a sintomi psichiatrici, vanno indagati con ulteriori studi.
Fonte: Santalahti P, Aromaa M, Sourander A et al. Have there been changes in children’s psychosomatic symptoms? A 10-year comparison from Finland. Pediatrics 2005;115(4):e434-42.
altri sedicenti psicoterapeuti
Repubblica Salute 21.4.05
Le parole per dirlo: ma la cura è soltanto raccontare?
di Margherita Spagnuolo Lobb
(Presidente Fiap)
La psicoterapia è ormai un metodo di cura diffuso, a cui molti si rivolgono con risultati positivi. Oggi, nell'era post-moderna, continuiamo a riproporre la domanda: "Che cosa fa cambiare veramente le persone in psicoterapia?". Possiamo ancora dire, con Freud, un secolo dopo la fondazione della psicoanalisi, "tutto ciò che è Es deve diventare Io"?
Su questa domanda si interrogano trasversalmente tutti i metodi delle psicoterapie nel congresso della Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia che oggi si apre a Siracusa. Il titolo, L'implicito e l'esplicito in psicoterapia, sottende la domanda: ciò che fa cambiare in psicoterapia è la "conoscenza relazionale esplicita", ossia il rendere dicibile ciò che non lo è, o è la "conoscenza relazionale implicita", ciò che avviene tra paziente e terapeuta nella sfera dell'indicibile?
Il discorso di apertura è affidato a Daniel Stern, che ha sempre lavorato nell'interfaccia tra la ricerca e la psicoterapia. Egli è arrivato alla conclusione che "la conoscenza implicita (mai verbalizzata) gioca un ruolo enorme nel cambiamento delle persone in psicoterapia". I teorici dello sviluppo ci chiariscono che alcune esperienze sono preverbali e appartengono ad un linguaggio senza parole. Le neuroscienze confermano, per esempio, con la scoperta dei neuroni specchio, che il nostro cervello è costruito per e dalla relazione, che abbiamo capacità innate di stare in relazione in modi non verbali.
Il tema del congresso ha a che fare, dunque, con il rapporto tra il disagio psichico e la parola. Il dettato di Freud sottendeva l'idea che il disturbo psicologico è determinato dal suo essere inaccessibile alla coscienza, e quindi al controllo della ragione. Ne conseguiva che il principale metodo di cura fosse l'interpretazione.
Nonostante i cambiamenti culturali che hanno attraversato la psicoterapia, questa idea rappresenta ancora l'anima centrale della prassi di tutte le psicoterapie. Tutti gli approcci, compresi quelli che pongono al centro del loro metodo il non verbale o gli aspetti processuali della relazione, necessitano di un'evoluzione sull'uso terapeutico della comunicazione relazionale implicita. La tesi della cura come dicibilità, come narrazione, si basa sul presupposto che il disturbo risiede nel non detto. Il rendere dicibile l'esperienza da cui è scaturito lo restituisce alla relazione, attraverso il canale delle parole. Ma è solo questo, il non dicibile, di cui si occupa la relazione terapeutica? O altro? La tachicardia durante un attacco di panico, per esempio. Perfino nella relazione terapeutica, terapeuta e paziente "si annusano" fino a decidere quanto sono "fatti l'uno per l'altro". La "cura" non consiste nell'aiutare il paziente a capire e controllare, ma a vivere pienamente rispettando la propria innata capacità di regolarsi nella relazione, e non solo a livello verbale.
Il secondo congresso della psicoterapia italiana affronta dunque un tema scientifico centrale: non c'è da meravigliarsi, dato che la formazione in psicoterapia in Italia è tra le più qualificate nel mondo. La nostra legge (laborioso compromesso tra il mondo accademico, medico e psicoterapico) se da una parte è criticata nel resto d'Europa per il fatto che consente l'accesso alla psicoterapia solo a medici e psicologi, dall'altra garantisce gli standard formativi più rigorosi. Il doppio canale pubblico e privato nella formazione crea un clima di apertura mentale e libertà di scelta. Il prossimo passo, per la professione, è sicuramente la costruzione di una legge europea sulla psicoterapia, necessaria sia per la libera circolazione dei professionisti europei e per il dialogo scientifico tra di essi.
Repubblica Salute 21.4.05
Psicoterapia al gran consulto
A Siracusa, da oggi al 24, il Congresso delle Associazioni: obiettivo Europa
(m. pag.)
ORIENTARSI nel panorama delle psicoterapie per una paziente è assai complesso. Rogersiani, lacaniani, freudiani, junghiani, reichiani, gestaltisti, analisti transazionali, cognitivisti, comportamentisti, adleriani e via di seguito, per non parlare di terapie familiari, di coppia, di gruppo, per adolescenti, infantile. L'occasione di un dialogo scientifico e di prospettiva (la richiesta di un riconoscimento europeo) è il secondo congresso della Federazione italiana delle Associazioni di Psicoterapia (Fiap) in collaborazione con il Coordinamento delle Scuole di Psicoterapia (Cnsp) (Siracusa, 21-24; www.gestalt.it/fiap). Diversi approcci (sfiorano le 200, in Italia, le scuole di formazione riconosciute, riconducibili ad una sessantina di associazioni) che si rifanno alla "Dichiarazione di Strasburgo sulla Psicoterapia" del 1990: disciplina scientifica indipendente; formazione scientifica avanzata sulla base di qualifiche preliminari (soprattutto nelle scienze umani e sociali, dice il testo) e che comprende teoria, esperienza su di sé, supervisione. Nell'interrogarsi sulla professione, gli psicoterapeuti italiani hanno scelto il tema dell'esplicito e implicito (vedi qui sotto), con interventi di ricercatori, teorici e clinici, come Daniel Stern, Giovanni Liotti, Massimo Ammaniti, Bruno Callieri; con workshop e tavole rotonde (Leonardo Ancona, Camilllo Loriedo, Maurizio Andolfi, Rodolfo De Bernart, Paolo Migone, Gabriele Chiari, Alberto Zucconi e altri), si svilupperà un confronto tra approcci diversi nella terapia, riflessioni sul concetto di inconscio, questioni etiche, formazione, informazione.
Le parole per dirlo: ma la cura è soltanto raccontare?
di Margherita Spagnuolo Lobb
(Presidente Fiap)
La psicoterapia è ormai un metodo di cura diffuso, a cui molti si rivolgono con risultati positivi. Oggi, nell'era post-moderna, continuiamo a riproporre la domanda: "Che cosa fa cambiare veramente le persone in psicoterapia?". Possiamo ancora dire, con Freud, un secolo dopo la fondazione della psicoanalisi, "tutto ciò che è Es deve diventare Io"?
Su questa domanda si interrogano trasversalmente tutti i metodi delle psicoterapie nel congresso della Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia che oggi si apre a Siracusa. Il titolo, L'implicito e l'esplicito in psicoterapia, sottende la domanda: ciò che fa cambiare in psicoterapia è la "conoscenza relazionale esplicita", ossia il rendere dicibile ciò che non lo è, o è la "conoscenza relazionale implicita", ciò che avviene tra paziente e terapeuta nella sfera dell'indicibile?
Il discorso di apertura è affidato a Daniel Stern, che ha sempre lavorato nell'interfaccia tra la ricerca e la psicoterapia. Egli è arrivato alla conclusione che "la conoscenza implicita (mai verbalizzata) gioca un ruolo enorme nel cambiamento delle persone in psicoterapia". I teorici dello sviluppo ci chiariscono che alcune esperienze sono preverbali e appartengono ad un linguaggio senza parole. Le neuroscienze confermano, per esempio, con la scoperta dei neuroni specchio, che il nostro cervello è costruito per e dalla relazione, che abbiamo capacità innate di stare in relazione in modi non verbali.
Il tema del congresso ha a che fare, dunque, con il rapporto tra il disagio psichico e la parola. Il dettato di Freud sottendeva l'idea che il disturbo psicologico è determinato dal suo essere inaccessibile alla coscienza, e quindi al controllo della ragione. Ne conseguiva che il principale metodo di cura fosse l'interpretazione.
Nonostante i cambiamenti culturali che hanno attraversato la psicoterapia, questa idea rappresenta ancora l'anima centrale della prassi di tutte le psicoterapie. Tutti gli approcci, compresi quelli che pongono al centro del loro metodo il non verbale o gli aspetti processuali della relazione, necessitano di un'evoluzione sull'uso terapeutico della comunicazione relazionale implicita. La tesi della cura come dicibilità, come narrazione, si basa sul presupposto che il disturbo risiede nel non detto. Il rendere dicibile l'esperienza da cui è scaturito lo restituisce alla relazione, attraverso il canale delle parole. Ma è solo questo, il non dicibile, di cui si occupa la relazione terapeutica? O altro? La tachicardia durante un attacco di panico, per esempio. Perfino nella relazione terapeutica, terapeuta e paziente "si annusano" fino a decidere quanto sono "fatti l'uno per l'altro". La "cura" non consiste nell'aiutare il paziente a capire e controllare, ma a vivere pienamente rispettando la propria innata capacità di regolarsi nella relazione, e non solo a livello verbale.
Il secondo congresso della psicoterapia italiana affronta dunque un tema scientifico centrale: non c'è da meravigliarsi, dato che la formazione in psicoterapia in Italia è tra le più qualificate nel mondo. La nostra legge (laborioso compromesso tra il mondo accademico, medico e psicoterapico) se da una parte è criticata nel resto d'Europa per il fatto che consente l'accesso alla psicoterapia solo a medici e psicologi, dall'altra garantisce gli standard formativi più rigorosi. Il doppio canale pubblico e privato nella formazione crea un clima di apertura mentale e libertà di scelta. Il prossimo passo, per la professione, è sicuramente la costruzione di una legge europea sulla psicoterapia, necessaria sia per la libera circolazione dei professionisti europei e per il dialogo scientifico tra di essi.
Repubblica Salute 21.4.05
Psicoterapia al gran consulto
A Siracusa, da oggi al 24, il Congresso delle Associazioni: obiettivo Europa
(m. pag.)
ORIENTARSI nel panorama delle psicoterapie per una paziente è assai complesso. Rogersiani, lacaniani, freudiani, junghiani, reichiani, gestaltisti, analisti transazionali, cognitivisti, comportamentisti, adleriani e via di seguito, per non parlare di terapie familiari, di coppia, di gruppo, per adolescenti, infantile. L'occasione di un dialogo scientifico e di prospettiva (la richiesta di un riconoscimento europeo) è il secondo congresso della Federazione italiana delle Associazioni di Psicoterapia (Fiap) in collaborazione con il Coordinamento delle Scuole di Psicoterapia (Cnsp) (Siracusa, 21-24; www.gestalt.it/fiap). Diversi approcci (sfiorano le 200, in Italia, le scuole di formazione riconosciute, riconducibili ad una sessantina di associazioni) che si rifanno alla "Dichiarazione di Strasburgo sulla Psicoterapia" del 1990: disciplina scientifica indipendente; formazione scientifica avanzata sulla base di qualifiche preliminari (soprattutto nelle scienze umani e sociali, dice il testo) e che comprende teoria, esperienza su di sé, supervisione. Nell'interrogarsi sulla professione, gli psicoterapeuti italiani hanno scelto il tema dell'esplicito e implicito (vedi qui sotto), con interventi di ricercatori, teorici e clinici, come Daniel Stern, Giovanni Liotti, Massimo Ammaniti, Bruno Callieri; con workshop e tavole rotonde (Leonardo Ancona, Camilllo Loriedo, Maurizio Andolfi, Rodolfo De Bernart, Paolo Migone, Gabriele Chiari, Alberto Zucconi e altri), si svilupperà un confronto tra approcci diversi nella terapia, riflessioni sul concetto di inconscio, questioni etiche, formazione, informazione.
la necrofilia di Derrida
L'Unità 21 Aprile 2005
Un libro raccoglie le orazioni funebri del filosofo per celebri amici morti: da Roland Barthes a Michel Foucault, da Gilles Deleuze a Emmanuel Lévinas
Derrida, la corrispondenza d’amorosi sensi con la morte
Beppe Sebaste
Nelle orecchie avevo ancora il panegirico del Papa che «ci guarda dall’alto», (come ha detto il nuovo Papa), mentre rileggevo la traduzione italiana dell’«ultimo libro» di Jacques Derrida, raccolta di orazioni funebri per gli amici morti: Ogni volta unica, la fine del mondo. I morti sono scrittori e filosofi illustri, da Roland Barthes a Michel Foucault, da Louis Althusser a Maurice Blanchot, da Gilles Deleuze a Emmanuel Lévinas, ecc., e comunque amici, il dialogo coi quali è divenuto monologo senza risposta, ad-Dio.
Parlare dei morti, coi morti, è il cuore stesso della letteratura, anzi della scrittura, la quale - Derrida lo ha insegnato lungo tutta la sua vita - è irriducibilmente testamentaria, e attesta in primo luogo la mortalità (l’assenza) di chi scrive, così come di chi legge. Se questa «pubblicità» della morte è uno dei motivi per cui Platone avversava la scrittura, analogamente è il suo ostentare la trasformazione della carne in verbo, e del Verbo in carne, l’essenza religiosa, giudaico-cristiana, della parola scritta, morte e risurrezione malgrado tutto. Torna in mente poi quel testo molto bello in cui Jean Genet racconta la visita all’atelier di Alberto Giacometti, e gli confida di voler scrivere, da sempre, per i morti. Al che Giacometti esclama: anch’io ho sempre avuto il desiderio di seppellire le mie sculture, per offrirle ai defunti.
I testi «in morte» di Derrida si affacciamo su questo bordo dell’apostrofe estrema, dove silenzio e parola potrebbero finalmente diventare sinonimi. Potrebbero. Il fatto è che, presi singolarmente, questi scritti di circostanza di Derrida (mai formula suona più appropriata), sono «ogni volta unica» un’intensa lettura, una dedica appropriata e commossa che dà al lettore più di quanto promette. Ma la raccolta di questi testi non fa un bel libro. L’hanno voluta e curata due suoi allievi, Pascale-Anne Brault e Michael Naas, rispettivamente francese e americano. Il risultato, involutivo rispetto ad altri testi dell’autore - innumerevoli quelli già dedicati alla morte, al lutto, perfino alla «propria morte» - produce claustrofobia per i suoi effetti ripetetivi e autoreferenziali, per il suo avvilupparsi nella lingua e nella firma di superstite, di testimone che sa bene che la testimonianza non è mai integrale, mai completa, mai esente dall’autobiografia, ma neppure mai abbastanza abbandonata in essa. Il tono è a volte quello della sua Circonfessione (1991), lamento funebre al capezzale della madre morente, e insieme meditazione su sant’Agostino: «Piango come i miei figli sul bordo della mia tomba», scriveva a un certo punto Derrida palesando l’iterabilità e la concatenazione del dolore e del lutto. Ma la fine di un mondo - la morte dell’individuo, dell’amico o la propria - non è la fine del mondo. È questa pretesa apocalissi - proprio mentre da decenni i matematici formalizzano l’ossimoro di «catastrofi lievi» per dire le «trasformazioni» in natura - a far franare un’opera che nel portare il linguaggio e il pensiero agli estremi limiti ha dato il meglio di sé - e il meglio della filosofia. Forse questi limiti sono stati raggiunti (da cui il senso di virtuosismo di certe pagine di Derrida), e l’intensità estrema come progetto della lingua suggerisce altre vie - estasi, uscite - all’espressione della consapevolezza; e forse quindi tra filosofia e letteratura ogni pretesa differenza va ormai deposta. Forse, infine, dietro le ideologiche formule dette da altri, quali «fine della storia», qualcosa di vero c’è, che coincide con lo scoprire, come mai prima di questa nostra epoca, che la propria morte di individui non ha redenzione né consolazione alcuna, né storica né palingenetica, né tantomeno dello «spirito vivente»; ovvero che l’autocoscienza più o meno hegeliana, quel dire e dirsi «io» (il fono-logo-centrismo, lo chiamava decenni fa Derrida) cessa e si estingue con la propria morte. Il senso di claustrofobia di cui parlo sopra è analogo allora a quello che nella vita politica (ma esiste una vita che non sia politica?) produce la variegata follia del pensiero dell’immunità, opposto a quello di comunità. A meno che non sia proprio «politica» la distrazione più grande, il rinvio, la «differAnza», scriveva Derrida. Vale in questo ambito, Derrida, ancora una volta, lo insegna, il pensiero del sopravvivere, sempre. Che fare, che dire allora in occasione della morte degli amici (poiché, illusoriamente, «sono sempre gli altri che muoiono», come scrisse Marcel Duchamp sulla propria tomba)?
Prendere sul serio la dedica e la morte, secondo Derrida è coniugare alla «politica dell’amicizia» una «politica del lutto». In queste parole, del resto, si riassume l’intera tradizione del pensiero occidentale. Viene in mente quella parola intensa, il verbo salutare, che nel Duecento, come attesta la poesia e in particolare Dante nella Vita nuova, era gravida di sensi. Oltre al saluto si intendeva infatti la salute e la salvezza (dell’anima) - il che giustifica la serietà assorta dell’amata «quand’ella altrui saluta». L’apertura del saluto dice la sacralità della relazione etica, l’epifania del volto del prossimo dinnanzi al quale «non possiamo più potere» (Lévinas), solo testimoniare. Che sia possibile coinvolgere i morti in questo gesto di saluto, salute e salvezza, lo mostrano i riti e i culti, nonché il fatto stesso di scrivere, citando i nomi dei morti che ci guardano, che ci riguardano (chissà se dall’alto, dal basso, da dentro o da tutt’intorno). Che la si chiami «social catena» (con Leopardi), o «corrispondenza d’amorosi sensi», è un dialogo che l’interiorizzazione del lutto costituisce in memoria. Parlare coi morti, dei morti, significa ricordare. E ricordare è la colla che tiene insieme il mondo.
Un libro raccoglie le orazioni funebri del filosofo per celebri amici morti: da Roland Barthes a Michel Foucault, da Gilles Deleuze a Emmanuel Lévinas
Derrida, la corrispondenza d’amorosi sensi con la morte
Beppe Sebaste
Nelle orecchie avevo ancora il panegirico del Papa che «ci guarda dall’alto», (come ha detto il nuovo Papa), mentre rileggevo la traduzione italiana dell’«ultimo libro» di Jacques Derrida, raccolta di orazioni funebri per gli amici morti: Ogni volta unica, la fine del mondo. I morti sono scrittori e filosofi illustri, da Roland Barthes a Michel Foucault, da Louis Althusser a Maurice Blanchot, da Gilles Deleuze a Emmanuel Lévinas, ecc., e comunque amici, il dialogo coi quali è divenuto monologo senza risposta, ad-Dio.
Parlare dei morti, coi morti, è il cuore stesso della letteratura, anzi della scrittura, la quale - Derrida lo ha insegnato lungo tutta la sua vita - è irriducibilmente testamentaria, e attesta in primo luogo la mortalità (l’assenza) di chi scrive, così come di chi legge. Se questa «pubblicità» della morte è uno dei motivi per cui Platone avversava la scrittura, analogamente è il suo ostentare la trasformazione della carne in verbo, e del Verbo in carne, l’essenza religiosa, giudaico-cristiana, della parola scritta, morte e risurrezione malgrado tutto. Torna in mente poi quel testo molto bello in cui Jean Genet racconta la visita all’atelier di Alberto Giacometti, e gli confida di voler scrivere, da sempre, per i morti. Al che Giacometti esclama: anch’io ho sempre avuto il desiderio di seppellire le mie sculture, per offrirle ai defunti.
I testi «in morte» di Derrida si affacciamo su questo bordo dell’apostrofe estrema, dove silenzio e parola potrebbero finalmente diventare sinonimi. Potrebbero. Il fatto è che, presi singolarmente, questi scritti di circostanza di Derrida (mai formula suona più appropriata), sono «ogni volta unica» un’intensa lettura, una dedica appropriata e commossa che dà al lettore più di quanto promette. Ma la raccolta di questi testi non fa un bel libro. L’hanno voluta e curata due suoi allievi, Pascale-Anne Brault e Michael Naas, rispettivamente francese e americano. Il risultato, involutivo rispetto ad altri testi dell’autore - innumerevoli quelli già dedicati alla morte, al lutto, perfino alla «propria morte» - produce claustrofobia per i suoi effetti ripetetivi e autoreferenziali, per il suo avvilupparsi nella lingua e nella firma di superstite, di testimone che sa bene che la testimonianza non è mai integrale, mai completa, mai esente dall’autobiografia, ma neppure mai abbastanza abbandonata in essa. Il tono è a volte quello della sua Circonfessione (1991), lamento funebre al capezzale della madre morente, e insieme meditazione su sant’Agostino: «Piango come i miei figli sul bordo della mia tomba», scriveva a un certo punto Derrida palesando l’iterabilità e la concatenazione del dolore e del lutto. Ma la fine di un mondo - la morte dell’individuo, dell’amico o la propria - non è la fine del mondo. È questa pretesa apocalissi - proprio mentre da decenni i matematici formalizzano l’ossimoro di «catastrofi lievi» per dire le «trasformazioni» in natura - a far franare un’opera che nel portare il linguaggio e il pensiero agli estremi limiti ha dato il meglio di sé - e il meglio della filosofia. Forse questi limiti sono stati raggiunti (da cui il senso di virtuosismo di certe pagine di Derrida), e l’intensità estrema come progetto della lingua suggerisce altre vie - estasi, uscite - all’espressione della consapevolezza; e forse quindi tra filosofia e letteratura ogni pretesa differenza va ormai deposta. Forse, infine, dietro le ideologiche formule dette da altri, quali «fine della storia», qualcosa di vero c’è, che coincide con lo scoprire, come mai prima di questa nostra epoca, che la propria morte di individui non ha redenzione né consolazione alcuna, né storica né palingenetica, né tantomeno dello «spirito vivente»; ovvero che l’autocoscienza più o meno hegeliana, quel dire e dirsi «io» (il fono-logo-centrismo, lo chiamava decenni fa Derrida) cessa e si estingue con la propria morte. Il senso di claustrofobia di cui parlo sopra è analogo allora a quello che nella vita politica (ma esiste una vita che non sia politica?) produce la variegata follia del pensiero dell’immunità, opposto a quello di comunità. A meno che non sia proprio «politica» la distrazione più grande, il rinvio, la «differAnza», scriveva Derrida. Vale in questo ambito, Derrida, ancora una volta, lo insegna, il pensiero del sopravvivere, sempre. Che fare, che dire allora in occasione della morte degli amici (poiché, illusoriamente, «sono sempre gli altri che muoiono», come scrisse Marcel Duchamp sulla propria tomba)?
Prendere sul serio la dedica e la morte, secondo Derrida è coniugare alla «politica dell’amicizia» una «politica del lutto». In queste parole, del resto, si riassume l’intera tradizione del pensiero occidentale. Viene in mente quella parola intensa, il verbo salutare, che nel Duecento, come attesta la poesia e in particolare Dante nella Vita nuova, era gravida di sensi. Oltre al saluto si intendeva infatti la salute e la salvezza (dell’anima) - il che giustifica la serietà assorta dell’amata «quand’ella altrui saluta». L’apertura del saluto dice la sacralità della relazione etica, l’epifania del volto del prossimo dinnanzi al quale «non possiamo più potere» (Lévinas), solo testimoniare. Che sia possibile coinvolgere i morti in questo gesto di saluto, salute e salvezza, lo mostrano i riti e i culti, nonché il fatto stesso di scrivere, citando i nomi dei morti che ci guardano, che ci riguardano (chissà se dall’alto, dal basso, da dentro o da tutt’intorno). Che la si chiami «social catena» (con Leopardi), o «corrispondenza d’amorosi sensi», è un dialogo che l’interiorizzazione del lutto costituisce in memoria. Parlare coi morti, dei morti, significa ricordare. E ricordare è la colla che tiene insieme il mondo.
Sandor Ferenczi
L'Unità 21 Aprile 2005
Sandor Ferenczi e «Papà» Freud
Valeria Viganò
Come sono complesse le relazioni umane e nello stesso tempo come sono ripetitive nelle loro dinamiche. E chi ha tentato più di ogni altro di spiegarne turbamenti, retropensieri, pulsioni inconsce non ne è stato mai esente, in comunanza e in lotta con i compagni ideali che cercavano di spiegare l’animo umano e la sua evoluzione. In questo senso la corrispondenza tra Sigmund Freud e l’amico, collega Sandor Ferenczi illustra meglio di parecchi saggi il lungo percorso intrapreso dalla psicoanalisi, i suoi cambiamenti esterni e interni, le modalità di confronto spesso inevitabilmente aspro tra il fondatore e i suoi seguaci, a tutti gli effetti tra il Grande Padre e i suoi Figli. Tutti loro, prima del tempo di internet, si scambiavano indefessamente lettere giornaliere in cui teoria e pratica si mescolavano in un connubio strettissimo di elaborazioni interpretative di una scienza e di intrecci assolutamente personali e intimi, fatti di tradimenti, delusioni, ripicche, affidamento.
Freud e Ferenczi si scrissero dal 1908 fino alla morte del più giovane Ferenczi nel 1933. Sono stati già pubblicati i primi due volumi (in Italia se ne occupa Cortina Editore), e ora è appena uscito in Germania il terzo tomo delle lettere tra i due che copre gli anni dal 1925 al ’33 (Sigmund Freud - Sándor Ferenczi: Briefwechsel Band III/2: 1925 bis 1933, a cura di von Ernst Falzeder, Eva Brabant, Patrizia Giampieri-Deutsch, Böhlau Verlag, 2005, pp. 384, euro 47). Una frase dall’introduzione di Andrè Haynal, riportata fedelmente da Die Zeit che presenta il libro è esemplificativa: «la comunità psicanalitica ha avuto sempre molte difficoltà a guardare dritto in faccia la propria storia, con obbedienza cieca e in una ingannevole sicurezza ha preferito sempre un’eccessiva idealizzazione». Dentro la relazione quotidiana fatta di scrittura sono passate molte delle questioni su cui Freud e Ferenczi lavoravano insieme, ma, nello stesso tempo, essendo stato ripetutamente Ferenczi paziente di Freud, passava anche il potere, fischiava il vento dell’autorità e della conseguente condiscendenza contrapposto alle folate di desiderio di deresponsabilizzazione da un lato e autonomia dall’altro. Quando Ferenczi elabora e applica metodi discutibili rispetto alla prassi, Freud stesso lo percepisce come un legittimo desiderio di abbandonare la casa del padre salvo poi giudicarne negativamente i contenuti.
Freud sa che razionalmente si può rifiutare la figura genitoriale e sa anche che negli strati profondi dell’inconscio questo non è veramente possibile. I due sono amici, fanno viaggi insieme, ma è sempre Freud a comandare, sottilmente o insindacabilmente. Freud è un grande vecchio in quegli anni, non approva certo alcune prassi terapeutiche che prevedono abbracci e intimità con i pazienti, eppure nel caso Jung-Spielrein lascia cadere dall’alto l’assoluzione per il suo adepto. Le contraddizioni non mancano e nelle lettere emergono tutte, fino all’ultima cartolina che Ferenczi spedisce a Freud per il suo settantasettesimo compleanno. Appena dopo muore. Forse mai veramente liberato, nonostante la strenua lotta per la sua indipendenza di pensiero da quella figura enormemente presente. Ma almeno rigoroso e onesto con se stesso, infantile sì ma con tutta la passione della ribellione.
Sandor Ferenczi e «Papà» Freud
Valeria Viganò
Come sono complesse le relazioni umane e nello stesso tempo come sono ripetitive nelle loro dinamiche. E chi ha tentato più di ogni altro di spiegarne turbamenti, retropensieri, pulsioni inconsce non ne è stato mai esente, in comunanza e in lotta con i compagni ideali che cercavano di spiegare l’animo umano e la sua evoluzione. In questo senso la corrispondenza tra Sigmund Freud e l’amico, collega Sandor Ferenczi illustra meglio di parecchi saggi il lungo percorso intrapreso dalla psicoanalisi, i suoi cambiamenti esterni e interni, le modalità di confronto spesso inevitabilmente aspro tra il fondatore e i suoi seguaci, a tutti gli effetti tra il Grande Padre e i suoi Figli. Tutti loro, prima del tempo di internet, si scambiavano indefessamente lettere giornaliere in cui teoria e pratica si mescolavano in un connubio strettissimo di elaborazioni interpretative di una scienza e di intrecci assolutamente personali e intimi, fatti di tradimenti, delusioni, ripicche, affidamento.
Freud e Ferenczi si scrissero dal 1908 fino alla morte del più giovane Ferenczi nel 1933. Sono stati già pubblicati i primi due volumi (in Italia se ne occupa Cortina Editore), e ora è appena uscito in Germania il terzo tomo delle lettere tra i due che copre gli anni dal 1925 al ’33 (Sigmund Freud - Sándor Ferenczi: Briefwechsel Band III/2: 1925 bis 1933, a cura di von Ernst Falzeder, Eva Brabant, Patrizia Giampieri-Deutsch, Böhlau Verlag, 2005, pp. 384, euro 47). Una frase dall’introduzione di Andrè Haynal, riportata fedelmente da Die Zeit che presenta il libro è esemplificativa: «la comunità psicanalitica ha avuto sempre molte difficoltà a guardare dritto in faccia la propria storia, con obbedienza cieca e in una ingannevole sicurezza ha preferito sempre un’eccessiva idealizzazione». Dentro la relazione quotidiana fatta di scrittura sono passate molte delle questioni su cui Freud e Ferenczi lavoravano insieme, ma, nello stesso tempo, essendo stato ripetutamente Ferenczi paziente di Freud, passava anche il potere, fischiava il vento dell’autorità e della conseguente condiscendenza contrapposto alle folate di desiderio di deresponsabilizzazione da un lato e autonomia dall’altro. Quando Ferenczi elabora e applica metodi discutibili rispetto alla prassi, Freud stesso lo percepisce come un legittimo desiderio di abbandonare la casa del padre salvo poi giudicarne negativamente i contenuti.
Freud sa che razionalmente si può rifiutare la figura genitoriale e sa anche che negli strati profondi dell’inconscio questo non è veramente possibile. I due sono amici, fanno viaggi insieme, ma è sempre Freud a comandare, sottilmente o insindacabilmente. Freud è un grande vecchio in quegli anni, non approva certo alcune prassi terapeutiche che prevedono abbracci e intimità con i pazienti, eppure nel caso Jung-Spielrein lascia cadere dall’alto l’assoluzione per il suo adepto. Le contraddizioni non mancano e nelle lettere emergono tutte, fino all’ultima cartolina che Ferenczi spedisce a Freud per il suo settantasettesimo compleanno. Appena dopo muore. Forse mai veramente liberato, nonostante la strenua lotta per la sua indipendenza di pensiero da quella figura enormemente presente. Ma almeno rigoroso e onesto con se stesso, infantile sì ma con tutta la passione della ribellione.
laici
La Stampa 21 Aprile 2005
UNA SFIDA ALL’EUROPA LAICA
di Gian Enrico Rusconi
PAPA Ratzinger imporrà una nuova intransigente chiarezza nel rapporto tra laici e cattolici in Europa. Ed è bene che sia così. Costringerà ad un confronto stringente sul piano intellettuale e politico, nei contenuti e nel metodo. Accettiamo la sfida ma rifiutiamo di identificare la laicità con la «dittatura del relativismo» o con l'elenco degli «ismi» che Ratzinger stesso ha ricordato nella sua omelia «pro eligendo pontifice». E rifiutiamo di vedere un'Europa «senza radici», in un quadro cupo dove la navicella della Chiesa è in procinto di affondare.
Il dotto neo-pontefice sembra cogliere dal pensiero e dalla politica dell'Occidente soltanto i tratti più pessimisti. Paradossalmente fa propria in modo esclusivo la diagnosi di quel pensiero post-moderno nichilista cui vuole contrapporsi. Invece fortunatamente la condizione spirituale dell'Europa è assai più ricca di contrasti e di valori e non corrisponde alla desolata descrizione che ne fa il neo-pontefice.
L'Europa laica attende un interlocutore rigoroso ma scrupolosamente attento alle buone ragioni di chi non la pensa come lui. Un interlocutore che, partendo dal principio della libertà di coscienza (valore «per diritto proprio» - come Ratzinger stesso ha scritto) su questioni controverse riconosca la piena dignità etica di ogni posizione. Non la squalifichi - neppure nella formula apparentemente benevola della comprensione per il «peccato».
Ma temo di chiedere troppo. Ancora mesi fa l'allora card. Ratzinger respingeva espressamente la tesi che la laicità possa fondarsi sul principio etsi deus non daretur («come se Dio non ci fosse»). E invitava polemicamente i laici a rovesciare la formula e a comportarsi «come se Dio esistesse» (parafrasando la scommessa di Pascal).
Ma questo invito si basa sull'equivoco che la formula «come se Dio non ci fosse» sia una subdola forma di ateismo, moralmente deresponsabilizzante. Invece è la rivendicazione dell'autonomia etica dell'uomo di fronte alle sue scelte.
Ma perché si deve mettere Dio come discriminante etica, quando si tratta di rapporti matrimoniali, sessuali e forme di famiglia? Per esse Ratzinger vede drammatiche minacce di «svuotamento della loro indissolubilità ad opera di forme facili di divorzio, mentre si va diffondendo la convivenza tra uomo e donna senza la forma giuridica del matrimonio». E nelle unioni omosessuali vede la «dissoluzione dell'immagine dell'uomo».
Con questi argomenti il Papa non può attendersi di essere ascoltato in Europa. Nessuno pretende che corregga la dottrina morale della Chiesa, ma che almeno non assuma atteggiamenti catastrofistici e moralmente squalificanti per chi ha prospettive etiche diverse. Il discorso si fa ancora più impegnativo sulle questioni bioetiche. «Il valore della dignità umana, precedente ad ogni agire e decisione politica, rinvia al Creatore. Soltanto Lui può stabilire valori che si fondano sull'essenza dell'uomo e che sono inviolabili».
Inutile dire che questa affermazione è incompatibile con la concezione laica che riconosce pari dignità etica ad ogni «visione della vita» e assegna alla deliberazione politica la decisione di legge. Su questo punto non c'è spazio per compromessi.
Mi chiedo come se la caveranno da noi i molti che sinora hanno usato la comoda formula «sono laico ma non laicista».
UNA SFIDA ALL’EUROPA LAICA
di Gian Enrico Rusconi
PAPA Ratzinger imporrà una nuova intransigente chiarezza nel rapporto tra laici e cattolici in Europa. Ed è bene che sia così. Costringerà ad un confronto stringente sul piano intellettuale e politico, nei contenuti e nel metodo. Accettiamo la sfida ma rifiutiamo di identificare la laicità con la «dittatura del relativismo» o con l'elenco degli «ismi» che Ratzinger stesso ha ricordato nella sua omelia «pro eligendo pontifice». E rifiutiamo di vedere un'Europa «senza radici», in un quadro cupo dove la navicella della Chiesa è in procinto di affondare.
Il dotto neo-pontefice sembra cogliere dal pensiero e dalla politica dell'Occidente soltanto i tratti più pessimisti. Paradossalmente fa propria in modo esclusivo la diagnosi di quel pensiero post-moderno nichilista cui vuole contrapporsi. Invece fortunatamente la condizione spirituale dell'Europa è assai più ricca di contrasti e di valori e non corrisponde alla desolata descrizione che ne fa il neo-pontefice.
L'Europa laica attende un interlocutore rigoroso ma scrupolosamente attento alle buone ragioni di chi non la pensa come lui. Un interlocutore che, partendo dal principio della libertà di coscienza (valore «per diritto proprio» - come Ratzinger stesso ha scritto) su questioni controverse riconosca la piena dignità etica di ogni posizione. Non la squalifichi - neppure nella formula apparentemente benevola della comprensione per il «peccato».
Ma temo di chiedere troppo. Ancora mesi fa l'allora card. Ratzinger respingeva espressamente la tesi che la laicità possa fondarsi sul principio etsi deus non daretur («come se Dio non ci fosse»). E invitava polemicamente i laici a rovesciare la formula e a comportarsi «come se Dio esistesse» (parafrasando la scommessa di Pascal).
Ma questo invito si basa sull'equivoco che la formula «come se Dio non ci fosse» sia una subdola forma di ateismo, moralmente deresponsabilizzante. Invece è la rivendicazione dell'autonomia etica dell'uomo di fronte alle sue scelte.
Ma perché si deve mettere Dio come discriminante etica, quando si tratta di rapporti matrimoniali, sessuali e forme di famiglia? Per esse Ratzinger vede drammatiche minacce di «svuotamento della loro indissolubilità ad opera di forme facili di divorzio, mentre si va diffondendo la convivenza tra uomo e donna senza la forma giuridica del matrimonio». E nelle unioni omosessuali vede la «dissoluzione dell'immagine dell'uomo».
Con questi argomenti il Papa non può attendersi di essere ascoltato in Europa. Nessuno pretende che corregga la dottrina morale della Chiesa, ma che almeno non assuma atteggiamenti catastrofistici e moralmente squalificanti per chi ha prospettive etiche diverse. Il discorso si fa ancora più impegnativo sulle questioni bioetiche. «Il valore della dignità umana, precedente ad ogni agire e decisione politica, rinvia al Creatore. Soltanto Lui può stabilire valori che si fondano sull'essenza dell'uomo e che sono inviolabili».
Inutile dire che questa affermazione è incompatibile con la concezione laica che riconosce pari dignità etica ad ogni «visione della vita» e assegna alla deliberazione politica la decisione di legge. Su questo punto non c'è spazio per compromessi.
Mi chiedo come se la caveranno da noi i molti che sinora hanno usato la comoda formula «sono laico ma non laicista».
sinistra
La Stampa 21 Aprile 2005
LUNGA GIORNATA DI TRATTATIVE NEL CENTROSINISTRA PER DECIDERE COME SI SAREBBERO SVOLTE LE CONSULTAZIONI
Bertinotti non accetta la delegazione unica
Prodi al Colle a nome della Federazione. Da soli anche Pdci, Verdi e Udeur
ROMA. Alle sette della sera, tre ore dopo il discorso di Silvio Berlusconi al Senato, Romano Prodi convoca i giornalisti nel suo studio bolognese a Strada Maggiore e scaglia contro il Presidente del Consiglio l’accusa di rinverdire l’andreottismo: «Prendendo atto che è cambiato il quadro politico del Paese, Berlusconi ha dato le dimissioni anche se nel farlo ha espresso un unico concetto: la volontà di durare e di procedere ad un piccolo rimpasto». Riecheggiando una delle “massime” più famose della filosofia andreottiana («Meglio tirare a campare che tirare le cuoia»), Prodi intende dire che la maggioranza ha il respiro corto anche considerando quel che ha combinato finora: «Di rimpasti ne abbiamo già visti tanti: è cambiato due volte il ministro degli Esteri, quello dell’Interno e quello dell’Economia. Abbiamo “rimpastato” tutto ma l’attività del governo non ne ha tratto giovamento».
Ma l’esternazione prodiana ha seguito di ben tre ore il discorso del Presidente del Consiglio non soltanto per la necessità di affinare il messaggio, ma anche perché nel suo pomeriggio bolognese il Professore ha dovuto sbrigare l’ennesima querelle procedurale, una “specialità” dell’opposizione che stavolta si è però trasformata in un piccolo, emblematico caso politico. Già da due giorni sull’Unione aleggiava un problema: come presentarsi al Quirinale per le consultazioni previste in caso di crisi di governo? Si è subito scartata l’ipotesi di inviare delegazioni di partito perché in quel caso il Professore non avrebbe potuto partecipare. Il progetto al quale hanno lavorato subito Romano Prodi e Arturo Parisi è stato quella di salire sul Colle con un’unica delegazione dell’Unione, “capitanata” dal Professore, ai cui fianchi sarebbero apparsi i segretari dei nove partiti dell’opposizione: Ds, Margherita, Rifondazione, Sdi, Pdci, Verdi, Di Pietro, Udeur, Repubblicani europei.
Quella vagheggiata da Prodi era un’innovazione molto forte rispetto alla prassi consolidata che prevede (ma non obbliga) i diversi partiti a sfilare separati all’ufficio alla Vetrata del Quirinale. Un’innovazione che avrebbe costituito il primo esperimento - non necessariamente ripetibile ma certo innovativo - verso quel soggetto unico dell’opposizione che resta il sogno dei prodiano. Il capo dell’Unione ha avviato le sue “consultazioni”, ha raccolto il via libera di quasi tutti i partiti, ma a metà pomeriggio si è consumato un “giallo”. Gli uffici del Quirinale preposti ad accogliere le squadre indicate dai partiti per le consultazioni di oggi, avrebbero ricevuto un’indicazione di massima: l’opposizione si presenterà con un’unica delegazione guidata da Romano Prodi.
Una forzatura? Allo staff del Professore smentiscono energicamente, sta di fatto che appena saputa la notizia, Fausto Bertinotti, che non aveva ancora dato il suo benestare liberatorio alla delegazione “unica”, è saltato sulla sedia. Si è sentito con Prodi e gli ha spiegato che Rifondazione, anzitutto per rispetto della prassi costituzionale, intendeva salire al Qurinale con la propria delegazione. Dice Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione alla Camera: «Il leale spirito di coalizione non è in discussione, ma essendo contrari al partito unico, alle consultazioni del Capo dello Stato abbiamo deciso di presentarci con una nostra delegazione». Prodi non ha insistito e a quel punto ha deciso la contromossa assieme a Piero Fassino, Francesco Rutelli, Enrico Boselli, Luciana Sbarbati: il Professore guiderà la delegazione della Federazione dell’Ulivo, il che consentirà agli altri partiti che non ne fanno parte (Rifondazione, Pdci, Verdi, Di Pietro, Udeur) di presentarsi separati. Sembrava finita ma Prodi ha aggiunto un po’ di sale: «Domani decideremo in un vertice a Roma come presentarci al Quirinale ma io farò le dichiarazioni a nome di tutti. Questa è la linea che io porto». Ma se Prodi parla a nome di tutti, Bertinotti esce e tace? «Ma no, concorderemo una linea comune - spiega Giordano - e a quel punto parleremo noi e poi parlerà Prodi. Senza problemi».
LUNGA GIORNATA DI TRATTATIVE NEL CENTROSINISTRA PER DECIDERE COME SI SAREBBERO SVOLTE LE CONSULTAZIONI
Bertinotti non accetta la delegazione unica
Prodi al Colle a nome della Federazione. Da soli anche Pdci, Verdi e Udeur
ROMA. Alle sette della sera, tre ore dopo il discorso di Silvio Berlusconi al Senato, Romano Prodi convoca i giornalisti nel suo studio bolognese a Strada Maggiore e scaglia contro il Presidente del Consiglio l’accusa di rinverdire l’andreottismo: «Prendendo atto che è cambiato il quadro politico del Paese, Berlusconi ha dato le dimissioni anche se nel farlo ha espresso un unico concetto: la volontà di durare e di procedere ad un piccolo rimpasto». Riecheggiando una delle “massime” più famose della filosofia andreottiana («Meglio tirare a campare che tirare le cuoia»), Prodi intende dire che la maggioranza ha il respiro corto anche considerando quel che ha combinato finora: «Di rimpasti ne abbiamo già visti tanti: è cambiato due volte il ministro degli Esteri, quello dell’Interno e quello dell’Economia. Abbiamo “rimpastato” tutto ma l’attività del governo non ne ha tratto giovamento».
Ma l’esternazione prodiana ha seguito di ben tre ore il discorso del Presidente del Consiglio non soltanto per la necessità di affinare il messaggio, ma anche perché nel suo pomeriggio bolognese il Professore ha dovuto sbrigare l’ennesima querelle procedurale, una “specialità” dell’opposizione che stavolta si è però trasformata in un piccolo, emblematico caso politico. Già da due giorni sull’Unione aleggiava un problema: come presentarsi al Quirinale per le consultazioni previste in caso di crisi di governo? Si è subito scartata l’ipotesi di inviare delegazioni di partito perché in quel caso il Professore non avrebbe potuto partecipare. Il progetto al quale hanno lavorato subito Romano Prodi e Arturo Parisi è stato quella di salire sul Colle con un’unica delegazione dell’Unione, “capitanata” dal Professore, ai cui fianchi sarebbero apparsi i segretari dei nove partiti dell’opposizione: Ds, Margherita, Rifondazione, Sdi, Pdci, Verdi, Di Pietro, Udeur, Repubblicani europei.
Quella vagheggiata da Prodi era un’innovazione molto forte rispetto alla prassi consolidata che prevede (ma non obbliga) i diversi partiti a sfilare separati all’ufficio alla Vetrata del Quirinale. Un’innovazione che avrebbe costituito il primo esperimento - non necessariamente ripetibile ma certo innovativo - verso quel soggetto unico dell’opposizione che resta il sogno dei prodiano. Il capo dell’Unione ha avviato le sue “consultazioni”, ha raccolto il via libera di quasi tutti i partiti, ma a metà pomeriggio si è consumato un “giallo”. Gli uffici del Quirinale preposti ad accogliere le squadre indicate dai partiti per le consultazioni di oggi, avrebbero ricevuto un’indicazione di massima: l’opposizione si presenterà con un’unica delegazione guidata da Romano Prodi.
Una forzatura? Allo staff del Professore smentiscono energicamente, sta di fatto che appena saputa la notizia, Fausto Bertinotti, che non aveva ancora dato il suo benestare liberatorio alla delegazione “unica”, è saltato sulla sedia. Si è sentito con Prodi e gli ha spiegato che Rifondazione, anzitutto per rispetto della prassi costituzionale, intendeva salire al Qurinale con la propria delegazione. Dice Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione alla Camera: «Il leale spirito di coalizione non è in discussione, ma essendo contrari al partito unico, alle consultazioni del Capo dello Stato abbiamo deciso di presentarci con una nostra delegazione». Prodi non ha insistito e a quel punto ha deciso la contromossa assieme a Piero Fassino, Francesco Rutelli, Enrico Boselli, Luciana Sbarbati: il Professore guiderà la delegazione della Federazione dell’Ulivo, il che consentirà agli altri partiti che non ne fanno parte (Rifondazione, Pdci, Verdi, Di Pietro, Udeur) di presentarsi separati. Sembrava finita ma Prodi ha aggiunto un po’ di sale: «Domani decideremo in un vertice a Roma come presentarci al Quirinale ma io farò le dichiarazioni a nome di tutti. Questa è la linea che io porto». Ma se Prodi parla a nome di tutti, Bertinotti esce e tace? «Ma no, concorderemo una linea comune - spiega Giordano - e a quel punto parleremo noi e poi parlerà Prodi. Senza problemi».
imputabilità
La Stampa 20 Aprile 2005
NELLE MARCHE, IN MANICOMIO PER 10 ANNI
Sterminò la famiglia
Assolto, «è pazzo»
ANCONA. Ha sterminato la famiglia e l’hanno assolto. Arduino Sgreccia, 46 anni, imprenditore edile, era convinto che l’unico sistema per «proteggere» i suoi cari dall’imminente rovina fosse quello di sterminarli e l’ha fatto.
Ma il giudice ha deciso di non condannarlo, è stato riconosciuto infermo, ma rimarrà comunque rinchiuso in un ospedale psichiatrico per almeno dieci anni.
All’alba del 13 marzo 2004 Sgreccia uccise a fucilate la moglie Cecilia Torcellini, 37 anni, e i figli Erika e Andrea, 11 e 7 anni, poi rivolse il fucile contro di sè e tentò il suicidio.
Accadde nella villa di famiglia a San Pietro in Musia di Arcevia, in provincia di Ancona. La strage era senz’altro dovuta alla follia, ha stabilito il perito Vittorio Volterra.
Sulla base della valutazione dello psichiatra il giudice per l’udienza preliminare, accogliendo le richieste del pubblico ministero, ha assolto Sgreccia riconoscendo la completa incapacità d’intendere e volere al momento dei fatti. Ha disposto una misura di sicurezza di dieci anni da scontare col ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario.
Nel momento in cui premette il grilletto, a giudizio del perito, Sgreccia aveva maturato la folle idea che i familiari stessero andando incontro a un non meglio definito disastro da cui lui avrebbe dovuto salvarli.
Una sindrome da rovina che poi lo portò a rivolgere contro se stesso il fucile e a premere il grilletto. Rimase in coma per molti giorni, poi si è progressivamente ripreso.
Oggi è rinchiuso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia dove sconterà la misura di sicurezza. Ma tra dieci anni potrebe anche uscire, se i medici non valuteranno diversamente
NELLE MARCHE, IN MANICOMIO PER 10 ANNI
Sterminò la famiglia
Assolto, «è pazzo»
ANCONA. Ha sterminato la famiglia e l’hanno assolto. Arduino Sgreccia, 46 anni, imprenditore edile, era convinto che l’unico sistema per «proteggere» i suoi cari dall’imminente rovina fosse quello di sterminarli e l’ha fatto.
Ma il giudice ha deciso di non condannarlo, è stato riconosciuto infermo, ma rimarrà comunque rinchiuso in un ospedale psichiatrico per almeno dieci anni.
All’alba del 13 marzo 2004 Sgreccia uccise a fucilate la moglie Cecilia Torcellini, 37 anni, e i figli Erika e Andrea, 11 e 7 anni, poi rivolse il fucile contro di sè e tentò il suicidio.
Accadde nella villa di famiglia a San Pietro in Musia di Arcevia, in provincia di Ancona. La strage era senz’altro dovuta alla follia, ha stabilito il perito Vittorio Volterra.
Sulla base della valutazione dello psichiatra il giudice per l’udienza preliminare, accogliendo le richieste del pubblico ministero, ha assolto Sgreccia riconoscendo la completa incapacità d’intendere e volere al momento dei fatti. Ha disposto una misura di sicurezza di dieci anni da scontare col ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario.
Nel momento in cui premette il grilletto, a giudizio del perito, Sgreccia aveva maturato la folle idea che i familiari stessero andando incontro a un non meglio definito disastro da cui lui avrebbe dovuto salvarli.
Una sindrome da rovina che poi lo portò a rivolgere contro se stesso il fucile e a premere il grilletto. Rimase in coma per molti giorni, poi si è progressivamente ripreso.
Oggi è rinchiuso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia dove sconterà la misura di sicurezza. Ma tra dieci anni potrebe anche uscire, se i medici non valuteranno diversamente
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