La Stampa 16 Giugno 2005
OPINIONI
La nuova Cina vuole bambini sicuri e felici
Francesco Sisci
In queste settimane al primo posto dei best seller c'è lei e al secondo c'è ancora lei. I titoli sono anche simili: «Dì al mondo che ce la posso fare», «Dì al figlio che è in gamba». Sono libri che insegnano ai cinesi moderni come devono tirare su i loro bambini. In un momento di passaggio millenario per il Paese, quando i vecchi sistemi educativi sono crollati, e quando il figlio è soltanto unico, questa è la vera scommessa del futuro per due generazioni, nonni e genitori. Per loro il successo e insieme la felicità del figlio sono la cosa più importante della terra.
Lu Qin, l'autrice cinquantenne, fornisce nuove regole, più democratiche, americanizzanti, di come dare una nuova coscienza ai figli unici cinesi. Lei è la superstar della materia. Direttrice del Giornale cinese dei piccoli il suo Scrivi alla mamma dei giovani ha venduto oltre due milioni di copie in libreria. Nelle bancarelle, tra i volumi contraffatti e che non pagano diritti d’autore, le vendite pare siano state decine di milioni.
Lei dice ai nuovi papà e mamma che insieme al bambino devono: «studiare, leggere, parlare di sesso, fare amicizie, andare su internet, condividere l'amore, creare la felicità». Spiega che l'amore e la tenerezza devono essere il primo motore per «incoraggiare, guidare, imporre delle proibizioni, ma anche punire il bambino». «Se cambio la mia coscienza cambio il mondo» urla dalle pagine la Lu Qin per le mamme e i papà cinesi, «se cambio il mio comportamento cambia la mia sorte» sottolinea. Questi sono discorsi ben noti da noi, dove Piaget e tutti i suoi epigoni sono entrati nella coscienza profonda da decenni, dove le punizioni corporali sono sparite per statuto da decenni.
È diverso in Cina dove la severità è ancora una richiesta che i genitori fanno agli insegnanti. I maestri devono essere esigenti, devono spingere il ragazzino a studiare, e il bambino deve avere successo, entrare nella difficilissima università per soddisfare gli antenati, i loro sacrifici, cose che qui hanno una importanza vera, solida, molto più che Gesù Cristo da noi. La Lu Qin ignora il grande esaminificio in cui è organizzato il sistema scolastico cinese e si ferma invece a spiegare ai genitori come possono rendere felice loro figlio. Un aspetto fondamentale è la crescita morale, spirituale, afferma. Per questo, l'autrice scrive, c'è bisogno di «rispetto, sfogo, approvazione, affrontare difficoltà, libertà, tolleranza, sogni». In questo modo una educazione spirituale, che in occidente è delegata o molto influenzata dalle pratiche religiose, viene qui data alla famiglia.
Questo affidamento è tradizionale. Da sempre i valori morali appartengono all'area della famiglia. Solo sotto il comunismo imperante nelle città alla famiglia era stata sostituita la scuola dove i bambini vivevano notte e giorno vedendo i genitori forse solo una volta al mese. I contenuti dell'educazione sono comunque cambiati. Ai nuovi bambini cinesi per Lu Qin deve essere accordato un diritto a sfogarsi, a essere liberi, a diventare tolleranti, ad avere dei sogni. Sono idee su cui chiunque in occidente può essere d'accordo. Ma sono idee diverse dalla Cina di una volta.
Una volta c'erano tanti bambini in una famiglia, e solo i più bravi studiavano, e lo studio per loro era solo un privilegio rispetto alla fatica del lavoro dei campi. Lo studio era per la famiglia e per lo stato, non certo per la felicità. Poi, con il comunismo feroce, lo studio era lotta di classe, quando non era guardare il lavoro degli operai e dei contadini. Libertà, sfogarsi, sognare, erano concetti, parole che semplicemente non esistevano. Quindi la Lu Qin compie un doppio salto mortale: introduce un nuovo modello di educazione per i bambini e nuovi concetti formativi della coscienza di questi che fra 20 saranno uomini.
Lei non parla di politica, ma certo questi nuovi uomini che lei, con l'appoggio delle autorità, vuole creare avranno un vocabolario culturale in gran parte uguale ai loro coetanei di Milano o New York. Così la Cina vuole smettere di essere diversa dall'Occidente. I cinesi futuri vogliono essere più uguali agli occidentali. Da questa parte però non dobbiamo farci soverchie illusioni «più uguali» anche fra 20 o 30 anni significherà comunque ancora tanto diversi.
La Stampa 16 Giugno 2005
«La fame non è più un problema»:
vecchia e nuova Cina nei reportage di Conversano e Griffagnini
La rivoluzione della pancia piena
SHANGAI, l'enorme, caotica, nevrotica, affascinante Shangai ha chiuso la serie di reportage «Buongiorno Cina», in onda per poco più di un mese in seconda/terza serata su Raitre. Gli autori sono Francesco Conversano e Nene Griffagnini, gli stessi di quell'altro straordinario viaggio, «Strade blu», dedicato invece alla provincia americana. Intanto abbiamo visto immagini molto belle, che si trattasse di illustrare uomini o cose, le campagne o le città. Su tutto, un avvertimento: le tappe dell'esplorazione di questo «continente» ancora misterioso, alla faccia del vecchio Marco Polo, sono sempre avvenute sotto la supervisione, chiamiamola così, dei funzionari del governo. D'altronde, raccontano le cronache che in Cina censurano pure Internet, impedendo l'uso di una ricerca diretta che parta dalle parole «libertà» o «democrazia». Eppure, c'è da scommetterci, i naviganti di là avranno ben saputo aggirare gli ostacoli. Comunque, se le cose stanno così, non c'è da stupirsi che i reporter stranieri intenzionati a percorrere l'immensa nazione alla ricerca di chiavi di lettura sociali, politiche, economiche, abbiano alle calcagna dei garanti del politicamente corretto. Il loro: ma ognuno ha il suo.
Lo spirito degli autori era quello di raccontare «il Paese che sta attualmente vivendo la più straordinaria crescita economica e sociale al mondo, teatro di grandi contraddizioni tra la ricchezza e lo sviluppo delle aree urbane e la povertà e l’arretratezza delle campagne. I filmati propongono di riflettere, attraverso frammenti di storie di vita quotidiana, sulla realtà attuale della Cina e di offrire elementi per la comprensione di un paese che, in un futuro prossimo, avrà un ruolo da protagonista». In questo mese e mezzo il ruolo è già bello acquisito, le cose cambiano ad una velocità impressionante. Ormai non passa giorno che i mezzi di comunicazione di massa (per l'appunto) non dicano di calze scarpe camicie abbigliamento mano d'opera, arte, censura, cultura, qualcosa comunque che venga di là.
E di argomenti su cui riflettere non ne sono mancati: durante la puntata dedicata alle campagne, a esempio, una signora diceva una cosa fondamentale: «Oggi il cibo non è più un problema. Non ho più fame». Questa è una dichiarazione sconvolgente, veramente rivoluzionaria. Uno scrittore spiegava così l'attuale esplosione cinese: «Noi siamo rimasti immobili a lungo come un fiume imbrigliato dalla chiuse e abbiamo accumulato energia. Che adesso liberiamo». Ci sono riforme, progressi, ma anche corruzione e degenerazione, «c'è più libertà di parola, ma non possiamo criticare liberamente il governo». E insomma, «arrivano i Cinesi, arrivano nuotando, dice Ruggero Orlando: "Domani sono qua"», cantava Bruno Lauzi, correvano gli Anni Sessanta.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 16 giugno 2005
sinistra
lo stato dell'Unione
Corriere della Sera 16.6.05
Bertinotti: difendo Francesco, non piango se l’Ulivo sparisce
Il segretario di Rifondazione: non vuole passare con Berlusconi, pensarlo è offensivo. Romano? Con le primarie si salva
Daria Gorodisky
ROMA - Fausto Bertinotti, nessun imbarazzo per il fatto che Rutelli, uno degli alleati della sua Rifondazione, riceva l'invito da Berlusconi "a questo punto, vieni con noi"? «Lo dico chiaramente: non credo che Rutelli possa cambiare campo o voglia costruire una forza di centro capace di rompere lo schema politico attuale. Anzi, attribuzioni di questo tipo vanno bandite, sono offensive».
Difende Rutelli?
«Critico la sua politica, non la sua collocazione che, oggi, non può essere che nell'Unione».
Oggi, sottolinea. E domani?
«Siamo in una fase di transizione. Viviamo una crisi politica generale che provoca problemi al centrodestra e all'opposizione. È fallito il sistema in cui l'attuale governo ha preso forma; così le diverse forze si comportano come se vigesse un sistema proporzionale, senza arrivare al punto di mettere in discussione il maggioritario. Si ragiona ancora su coalizioni di governo. Però, una volta sconfitto Berlusconi, il quadro potrebbe scomporsi e ricomporsi».
Torniamo alla politica di Rutelli.
«Le avances di Berlusconi nei suoi confronti gli servono a spaccare l'opposizione. Aggiungo però che obiettivamente sono rese possibili dalle scelte del presidente della Margherita: che sono, lo ripeto, neocentriste di contenuto, non di collocazione».
Vediamo il contenuto, che in teoria sarebbe più importante.
«Particolare attenzione agli Usa; vicinanza con il Vaticano; scelte economico-sociali che, pur contrastando con quelle del governo Berlusconi per la loro inefficacia e contraddittorietà, vi si avvicinano quando l'esecutivo abbandona l'estremismo. Perché Rutelli ha queste posizioni? Perché pensa che la crisi del sistema berlusconiano spinga i poteri forti a ricollocarsi e rimetta in libertà voti. La crisi generale si ripercuote nella Margherita, nella costruzione ulivista e nella collocazione futura dei Ds».
Lei ripete al centrosinistra che è ora di pensare alle "cose concrete", al programma: come fa Rifondazione a condividerne uno che proponga anche i contenuti rutelliani?
«Le tesi di Rutelli nell'Unione sono da sconfiggere, ma non sono una malattia da esorcizzare; devono essere occasione di dialettica tra i partiti e le identità. Comunque non c'è incompatibilità».
Neppure sul piano delle scelte economico-sociali?
«Abbiamo appena avuto un incontro con Treu. Su scuola e lavoro, per esempio, esiste un buon punto di convergenza nella critica alla riforma Moratti e nella battaglia contro la precarietà: siamo d'accordo sulla necessità di tornare alla centralità dei contratti a tempo indeterminato».
La Margherita sembra vicina a una scissione. Come si ripercuoterebbe sulla vostra alleanza?
«La nuova fase di transizione a cui accennavo, che fa parte di una crisi della politica anche europea, produce e produrrà sempre più scossoni. Ma le diversità strategiche delle varie identità non vanno demonizzate. E comunque vadano le cose, va salvaguardata l'Unione perché ha l'obiettivo di sconfiggere Berlusconi e governare l'Italia».
Con quali strumenti si può salvaguardare?
«Quello che succede dell'Ulivo non mi riguarda, non piangerei se scomparisse e nascessero nuovi soggetti. Invece l'Unione si deve rafforzare attraverso una propria vita democratica: un'assemblea per decidere; consultazioni di ogni tipo, comprese le primarie: metterebbero Prodi al riparo».
Prima accennava ai Ds.
«Pensavano, con l'Ulivo, di poter evitare un bivio cruciale; ma le turbolenze della Margherita li riportano a scegliere tra due ipotesi: concorrere a raccogliere le forze moderate che si stanno liberando, o riposizionarsi verso il socialismo?»
La situazione diessina vi intriga. Uno scossone interno potrebbe allargare le fila rifondarole…
«Non ho uno spirito di bottega. Però la situazione, è vero, ci interessa molto. Noi speriamo che la scelta dei Ds sia verso le forze socialdemocratiche europee».
In modo da veder realizzato, per l’attuale opposizione, il suo schema preferito: centro-centrosinistra-sinistra (voi)?
«La sinistra radicale ha comunque uno spazio a sé. Diciamo che Rutelli e noi siamo le "estreme"; in mezzo ci sono gli altri, investiti dalla crisi. I confini resteranno fermi, il resto sarà mobile. E a lungo».
Bertinotti: difendo Francesco, non piango se l’Ulivo sparisce
Il segretario di Rifondazione: non vuole passare con Berlusconi, pensarlo è offensivo. Romano? Con le primarie si salva
Daria Gorodisky
ROMA - Fausto Bertinotti, nessun imbarazzo per il fatto che Rutelli, uno degli alleati della sua Rifondazione, riceva l'invito da Berlusconi "a questo punto, vieni con noi"? «Lo dico chiaramente: non credo che Rutelli possa cambiare campo o voglia costruire una forza di centro capace di rompere lo schema politico attuale. Anzi, attribuzioni di questo tipo vanno bandite, sono offensive».
Difende Rutelli?
«Critico la sua politica, non la sua collocazione che, oggi, non può essere che nell'Unione».
Oggi, sottolinea. E domani?
«Siamo in una fase di transizione. Viviamo una crisi politica generale che provoca problemi al centrodestra e all'opposizione. È fallito il sistema in cui l'attuale governo ha preso forma; così le diverse forze si comportano come se vigesse un sistema proporzionale, senza arrivare al punto di mettere in discussione il maggioritario. Si ragiona ancora su coalizioni di governo. Però, una volta sconfitto Berlusconi, il quadro potrebbe scomporsi e ricomporsi».
Torniamo alla politica di Rutelli.
«Le avances di Berlusconi nei suoi confronti gli servono a spaccare l'opposizione. Aggiungo però che obiettivamente sono rese possibili dalle scelte del presidente della Margherita: che sono, lo ripeto, neocentriste di contenuto, non di collocazione».
Vediamo il contenuto, che in teoria sarebbe più importante.
«Particolare attenzione agli Usa; vicinanza con il Vaticano; scelte economico-sociali che, pur contrastando con quelle del governo Berlusconi per la loro inefficacia e contraddittorietà, vi si avvicinano quando l'esecutivo abbandona l'estremismo. Perché Rutelli ha queste posizioni? Perché pensa che la crisi del sistema berlusconiano spinga i poteri forti a ricollocarsi e rimetta in libertà voti. La crisi generale si ripercuote nella Margherita, nella costruzione ulivista e nella collocazione futura dei Ds».
Lei ripete al centrosinistra che è ora di pensare alle "cose concrete", al programma: come fa Rifondazione a condividerne uno che proponga anche i contenuti rutelliani?
«Le tesi di Rutelli nell'Unione sono da sconfiggere, ma non sono una malattia da esorcizzare; devono essere occasione di dialettica tra i partiti e le identità. Comunque non c'è incompatibilità».
Neppure sul piano delle scelte economico-sociali?
«Abbiamo appena avuto un incontro con Treu. Su scuola e lavoro, per esempio, esiste un buon punto di convergenza nella critica alla riforma Moratti e nella battaglia contro la precarietà: siamo d'accordo sulla necessità di tornare alla centralità dei contratti a tempo indeterminato».
La Margherita sembra vicina a una scissione. Come si ripercuoterebbe sulla vostra alleanza?
«La nuova fase di transizione a cui accennavo, che fa parte di una crisi della politica anche europea, produce e produrrà sempre più scossoni. Ma le diversità strategiche delle varie identità non vanno demonizzate. E comunque vadano le cose, va salvaguardata l'Unione perché ha l'obiettivo di sconfiggere Berlusconi e governare l'Italia».
Con quali strumenti si può salvaguardare?
«Quello che succede dell'Ulivo non mi riguarda, non piangerei se scomparisse e nascessero nuovi soggetti. Invece l'Unione si deve rafforzare attraverso una propria vita democratica: un'assemblea per decidere; consultazioni di ogni tipo, comprese le primarie: metterebbero Prodi al riparo».
Prima accennava ai Ds.
«Pensavano, con l'Ulivo, di poter evitare un bivio cruciale; ma le turbolenze della Margherita li riportano a scegliere tra due ipotesi: concorrere a raccogliere le forze moderate che si stanno liberando, o riposizionarsi verso il socialismo?»
La situazione diessina vi intriga. Uno scossone interno potrebbe allargare le fila rifondarole…
«Non ho uno spirito di bottega. Però la situazione, è vero, ci interessa molto. Noi speriamo che la scelta dei Ds sia verso le forze socialdemocratiche europee».
In modo da veder realizzato, per l’attuale opposizione, il suo schema preferito: centro-centrosinistra-sinistra (voi)?
«La sinistra radicale ha comunque uno spazio a sé. Diciamo che Rutelli e noi siamo le "estreme"; in mezzo ci sono gli altri, investiti dalla crisi. I confini resteranno fermi, il resto sarà mobile. E a lungo».
Munch a Roma
Gazzetta del Sud 16.6.05
La retrospettiva romana di Edvard Munch
L'uomo che volle dipingere l'assurdità dell'esistenza
Roberta Nunnari
Un grande successo, con più di centomila visitatori in due mesi, alla retrospettiva romana di Edvard Munch, pittore tra i più amati, perfino dai ladri, che più volte hanno sottratto alcune delle sue opere dai musei norvegesi. Dal debutto trionfale a marzo, fino a oggi, le tele del gigante dell'espressionismo, popolate da spettri della mente e fantasmi dell'anima, hanno attratto un pubblico di visitatori non solo italiano ma internazionale, considerato l'affollamento di turisti a Roma nella stagione primaverile. Si può dire che il protagonista di questa interessante stagione di eventi artistici nella capitale sia stato proprio Munch, con un grande pubblico di visitatori che ha affollato le sale del Vittoriano per ammirare gli oltre cento capolavori che resteranno esposti fino al 19 giugno prossimo. Tra le opere esposte, una sessantina di olii e decine di grafiche, figura persino (in litografia) il celeberrimo quadro «L'urlo», sottratto insieme con la famosa «Madonna» nell'agosto scorso dal museo di Oslo da uomini armati di pistola. Con il titolo «Edvard Munch 1863-1944», la mostra romana ha consentito di ricostruire l'intera esistenza dell'artista che voleva dipingere l'assurdità dell'esistenza. «La mia arte – ha lasciato scritto Munch – è un'autoconfessione. Con essa cerco di chiarire il mio rapporto con la vita». Munch è considerato uno dei maggiori esponenti dell'Espressionismo, corrente pittorica nata tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900 e con la quale si intende esprimere fortemente il sentimento individuale dell'artista, piuttosto che rappresentare oggettivamente la realtà, deformando coscientemente quest'ultima affinché risulti evidente che ciò che noi vediamo nella tela non è la produzione di un oggetto così come appare, ma come lo sente l'autore che proietta in esso la propria vita anteriore. Munch voleva raccontare la propria vita attraverso la pittura, ma anche costringere lo spettatore a vivere i suoi stessi sentimenti, con immediatezza e coinvolgimento, provocandogli emozioni e reazioni psicologiche. Al centro dell'interesse di Munch, come testimoniano le sue opere-diario, molte delle quali possono essere ammirate in questa mostra italiana, c'è l'uomo, con il dramma del suo esistere, i suoi conflitti psichici e le sue paure. I dipinti dell'artista norvegese, non sono una semplice illustrazione didascalica, ma diventano opera d'arte compiuta in sé, a cominciare da tele che hanno come titolo «Melanconia», «Disperazione», «Paura», e che mettono insieme le suggestioni dei drammi di Ibsen e Strindberg, la filosofia esistenzialista di Kierkegard e le teorie di Freud. Munch, nato il 12 dicembre 1863 a Löten, in Norvegia, decise di fare il pittore esordendo con soggetti familiari, ma importanti per la sua formazione artistica sono stati i viaggi a Parigi, in Italia e in Germania. «Non si possono più dipingere interni con uomini che leggono e donne che lavorano a maglia, ma si dipingeranno – scriveva Munch – esseri viventi che respirano e sentono, soffrono e amano. Sento che lo farò che sarà facile. Bisogna che la carne prenda forma e che i colori vivano». Ed è da queste convinzioni che nasce la sua forma di espressionismo. L'incolumità del dolore, il suono quasi assordante del silenzio che separa i vivi racchiusi in una stanza divenuta quasi prigione, si percepiscono nella « Morte nella camera della malata » (1893), in cui è raffigurata la morte della sorellina Sophie quando lui aveva 14 anni. Nel 1908 qualcosa si spezza nella mente di Munch e la follia esplode. Per manie di persecuzioni e allucinazioni che gli procurano una paralisi agli arti, il pittore rimane per otto mesi in una clinica di Copenaghen. Poi l'esilio desiderato da lui stesso, in seguito torna in Norvegia, dove sceglie di vivere lontano dalla città a contatto con la natura. Nel 1937, ottantadue dipinti dell'artista vengono bollati dai nazisti come arte degenerata. Alla sua morte, nel gennaio 1944, Munch lascia tutti i suoi averi in eredità al Comune di Oslo, dove nel 1963 è stato inaugurato il Museo a lui dedicato. A Roma, nella mostra promossa dal Comune, ci sono opere che provengono dal Munch-Museet, dalla Nasjonalgalleriet di Oslo, dal Bergen Kunstmuseum di Bergen, dallo Statene Museum for Kunst di Copenaghen, dall'Ateneumin Taidemuseo di Helsinki, dal Wallraf-Richartz-Museum di Colonia, dallo Sørlandest Kunstmuseum di Kristiansand, dal Lillehammer Kunstmuseum di Lillehammer, dal Trondheim Kunstmuseum di Trondheim e dal Rogaland Kunstmuseum. L'esposizione, curata da Øivind Storm Bjercke, si è avvalsa di un prestigioso comitato scientifico composto da Claudio Strinati, Enrik Mørstad, Achille Bonito Oliva, Einar Petterson e Renato Barilli.
La retrospettiva romana di Edvard Munch
L'uomo che volle dipingere l'assurdità dell'esistenza
Roberta Nunnari
Un grande successo, con più di centomila visitatori in due mesi, alla retrospettiva romana di Edvard Munch, pittore tra i più amati, perfino dai ladri, che più volte hanno sottratto alcune delle sue opere dai musei norvegesi. Dal debutto trionfale a marzo, fino a oggi, le tele del gigante dell'espressionismo, popolate da spettri della mente e fantasmi dell'anima, hanno attratto un pubblico di visitatori non solo italiano ma internazionale, considerato l'affollamento di turisti a Roma nella stagione primaverile. Si può dire che il protagonista di questa interessante stagione di eventi artistici nella capitale sia stato proprio Munch, con un grande pubblico di visitatori che ha affollato le sale del Vittoriano per ammirare gli oltre cento capolavori che resteranno esposti fino al 19 giugno prossimo. Tra le opere esposte, una sessantina di olii e decine di grafiche, figura persino (in litografia) il celeberrimo quadro «L'urlo», sottratto insieme con la famosa «Madonna» nell'agosto scorso dal museo di Oslo da uomini armati di pistola. Con il titolo «Edvard Munch 1863-1944», la mostra romana ha consentito di ricostruire l'intera esistenza dell'artista che voleva dipingere l'assurdità dell'esistenza. «La mia arte – ha lasciato scritto Munch – è un'autoconfessione. Con essa cerco di chiarire il mio rapporto con la vita». Munch è considerato uno dei maggiori esponenti dell'Espressionismo, corrente pittorica nata tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900 e con la quale si intende esprimere fortemente il sentimento individuale dell'artista, piuttosto che rappresentare oggettivamente la realtà, deformando coscientemente quest'ultima affinché risulti evidente che ciò che noi vediamo nella tela non è la produzione di un oggetto così come appare, ma come lo sente l'autore che proietta in esso la propria vita anteriore. Munch voleva raccontare la propria vita attraverso la pittura, ma anche costringere lo spettatore a vivere i suoi stessi sentimenti, con immediatezza e coinvolgimento, provocandogli emozioni e reazioni psicologiche. Al centro dell'interesse di Munch, come testimoniano le sue opere-diario, molte delle quali possono essere ammirate in questa mostra italiana, c'è l'uomo, con il dramma del suo esistere, i suoi conflitti psichici e le sue paure. I dipinti dell'artista norvegese, non sono una semplice illustrazione didascalica, ma diventano opera d'arte compiuta in sé, a cominciare da tele che hanno come titolo «Melanconia», «Disperazione», «Paura», e che mettono insieme le suggestioni dei drammi di Ibsen e Strindberg, la filosofia esistenzialista di Kierkegard e le teorie di Freud. Munch, nato il 12 dicembre 1863 a Löten, in Norvegia, decise di fare il pittore esordendo con soggetti familiari, ma importanti per la sua formazione artistica sono stati i viaggi a Parigi, in Italia e in Germania. «Non si possono più dipingere interni con uomini che leggono e donne che lavorano a maglia, ma si dipingeranno – scriveva Munch – esseri viventi che respirano e sentono, soffrono e amano. Sento che lo farò che sarà facile. Bisogna che la carne prenda forma e che i colori vivano». Ed è da queste convinzioni che nasce la sua forma di espressionismo. L'incolumità del dolore, il suono quasi assordante del silenzio che separa i vivi racchiusi in una stanza divenuta quasi prigione, si percepiscono nella « Morte nella camera della malata » (1893), in cui è raffigurata la morte della sorellina Sophie quando lui aveva 14 anni. Nel 1908 qualcosa si spezza nella mente di Munch e la follia esplode. Per manie di persecuzioni e allucinazioni che gli procurano una paralisi agli arti, il pittore rimane per otto mesi in una clinica di Copenaghen. Poi l'esilio desiderato da lui stesso, in seguito torna in Norvegia, dove sceglie di vivere lontano dalla città a contatto con la natura. Nel 1937, ottantadue dipinti dell'artista vengono bollati dai nazisti come arte degenerata. Alla sua morte, nel gennaio 1944, Munch lascia tutti i suoi averi in eredità al Comune di Oslo, dove nel 1963 è stato inaugurato il Museo a lui dedicato. A Roma, nella mostra promossa dal Comune, ci sono opere che provengono dal Munch-Museet, dalla Nasjonalgalleriet di Oslo, dal Bergen Kunstmuseum di Bergen, dallo Statene Museum for Kunst di Copenaghen, dall'Ateneumin Taidemuseo di Helsinki, dal Wallraf-Richartz-Museum di Colonia, dallo Sørlandest Kunstmuseum di Kristiansand, dal Lillehammer Kunstmuseum di Lillehammer, dal Trondheim Kunstmuseum di Trondheim e dal Rogaland Kunstmuseum. L'esposizione, curata da Øivind Storm Bjercke, si è avvalsa di un prestigioso comitato scientifico composto da Claudio Strinati, Enrik Mørstad, Achille Bonito Oliva, Einar Petterson e Renato Barilli.
«meglio sapere che ignorare»
La Stampa 16.6.05
Risultato zero?
Proprio no
Lietta Tornabuoni
VERSO la fine di discussioni, dibattiti e confronti sul referendum, diciamo mercoledì o giovedì scorsi, alla parola «embrione» già si cambiava di scatto canale televisivo o si buttava il giornale, tanto non se ne poteva più. Era esasperante stare a guardare uomini di solito anziani e brutti, sparuti o grassi, in giacca e cravatta, supponenti o suadenti, che con autorità e prosopopea discettavano all'infinito di cose che sovente non conoscevano affatto, che facevano loro impressione solo a nominarle, che non appartenevano al loro mondo e che avevano imparato mezza giornata prima di andare in tv. Oppure apprendere quali e quanti sgambetti, gherminelle, trappole, falso spirito, silenzi ipocriti venissero messi in atto su temi che gli stessi governanti affermavano essere cruciali, essenziali.
Eppure, come sempre, il referendum ha avuto una funzione culturale importante. Siamo stati costretti a riflettere su questioni di rilievo, a parlare di faccende solitamente trascurate. Forse i quesiti erano davvero troppo complicati e «delicati»: continuano a ripeterlo tutti, benché il termine «eterologa» non sia poi molto più difficile di «spinterogeno». Ma è stato impossibile sottrarsi al martellante indottrinamento televisivo, e abbiamo imparato molte cose nuove. Era accaduto quasi lo stesso (magari un po' meno) in occasione del referendum sull'articolo 18 o di altri referendum. Politicamente, il risultato zero può essere ritenuto da sinistra un fallimento, un errore; certo per come si è svolto non può essere giudicato da destra un successo, e ci vuole proprio uno come il presidente del Consiglio per definirlo un trionfo moderato significativo.
Ma culturalmente è stato prezioso. Ci ha dato pure un'idea più esatta dello stato del Paese, dei risultati di pressioni e ricatti reciproci, del comportamento di alcuni leader ai quali invano il presidente Ciampi raccomanderebbe di «tenere la schiena dritta», del peso del Vaticano negli affari pubblici d'Italia. Magari non sono informazioni rassicuranti: però, come sempre, meglio sapere che ignorare.
Risultato zero?
Proprio no
Lietta Tornabuoni
VERSO la fine di discussioni, dibattiti e confronti sul referendum, diciamo mercoledì o giovedì scorsi, alla parola «embrione» già si cambiava di scatto canale televisivo o si buttava il giornale, tanto non se ne poteva più. Era esasperante stare a guardare uomini di solito anziani e brutti, sparuti o grassi, in giacca e cravatta, supponenti o suadenti, che con autorità e prosopopea discettavano all'infinito di cose che sovente non conoscevano affatto, che facevano loro impressione solo a nominarle, che non appartenevano al loro mondo e che avevano imparato mezza giornata prima di andare in tv. Oppure apprendere quali e quanti sgambetti, gherminelle, trappole, falso spirito, silenzi ipocriti venissero messi in atto su temi che gli stessi governanti affermavano essere cruciali, essenziali.
Eppure, come sempre, il referendum ha avuto una funzione culturale importante. Siamo stati costretti a riflettere su questioni di rilievo, a parlare di faccende solitamente trascurate. Forse i quesiti erano davvero troppo complicati e «delicati»: continuano a ripeterlo tutti, benché il termine «eterologa» non sia poi molto più difficile di «spinterogeno». Ma è stato impossibile sottrarsi al martellante indottrinamento televisivo, e abbiamo imparato molte cose nuove. Era accaduto quasi lo stesso (magari un po' meno) in occasione del referendum sull'articolo 18 o di altri referendum. Politicamente, il risultato zero può essere ritenuto da sinistra un fallimento, un errore; certo per come si è svolto non può essere giudicato da destra un successo, e ci vuole proprio uno come il presidente del Consiglio per definirlo un trionfo moderato significativo.
Ma culturalmente è stato prezioso. Ci ha dato pure un'idea più esatta dello stato del Paese, dei risultati di pressioni e ricatti reciproci, del comportamento di alcuni leader ai quali invano il presidente Ciampi raccomanderebbe di «tenere la schiena dritta», del peso del Vaticano negli affari pubblici d'Italia. Magari non sono informazioni rassicuranti: però, come sempre, meglio sapere che ignorare.
mercoledì 15 giugno 2005
autocritica
«aprire una approfondita riflessione sull'identità culturale in tutto il partito»
L'Unità 15 Giugno 2005
consigliere comunale Ds Firenze
Dopo i risultati del referendum l’Italia è meno laica? Sbollita la rabbia e la delusione, a mente un po’ più fredda, o forse spinti dall’ottimismo della volontà, viene da rispondere dipende. Dipende anche dai Ds e dalla loro capacità di mettere al centro della propria elaborazione politico-culturale e della propria iniziativa il tema della centralità delle libertà e del valore della laicità intesa come consapevolezza che deve riguardare tutti, credenti e non, della separazione tra opzione morale individuale e legge dello Stato.
(...)
cronaca di Firenze e della Toscana
L’opinione
Siamo diventati meno laici?
Daniele BaruzziL’opinione
Siamo diventati meno laici?
consigliere comunale Ds Firenze
Dopo i risultati del referendum l’Italia è meno laica? Sbollita la rabbia e la delusione, a mente un po’ più fredda, o forse spinti dall’ottimismo della volontà, viene da rispondere dipende. Dipende anche dai Ds e dalla loro capacità di mettere al centro della propria elaborazione politico-culturale e della propria iniziativa il tema della centralità delle libertà e del valore della laicità intesa come consapevolezza che deve riguardare tutti, credenti e non, della separazione tra opzione morale individuale e legge dello Stato.
Il maggior partito della sinistra italiana sconta un ritardo su questi temi, anche a causa dell’eredità culturale del Pci che spesso li relegava in un angolo, considerandoli vezzi borghesi, ostacoli nel dialogo con i cattolici o, nel migliore dei casi, posizioni politiche liberamente mediabili o rinunciabili.
Insomma, se l’Italia sconta un deficit di cultura laica, lo si deve non solo al peso delle gerarchie ecclesiastiche e della cultura cattolica.
Lo si deve anche alla storica mancanza di una grande forza di sinistra dotata, al pari di quelle europee, di un proprio forte ed autonomo bagaglio in tema di diritti e libertà. Questo passaggio il Pds ed i Ds lo hanno saltato, giungendo a piè pari, completamente impreparati e talvolta replicando gli errori del passato, in un quadro in cui il necessario accordo con una parte dei cattolici in politica si è addirittura spinto in velleità di nuovi soggetti politici indistintamente riformisti.
Forse allora sarebbe il caso di frenare le alchimie politiche e aprire una seria ed approfondita riflessione sull'identità culturale, coinvolgendo tutto il partito e dispiegando poi un’iniziativa politica nel Paese ed anche all'interno dell'Unione.Insomma, se l’Italia sconta un deficit di cultura laica, lo si deve non solo al peso delle gerarchie ecclesiastiche e della cultura cattolica.
(...)
la sinistra che perde
APCOM 15.6.05
UNIONE
CACCIARI: ALLA SINISTRA SERVE IL CUORE DI ZAPATERO
Rutelli e astensionisti:"Niente da festeggiare, vincitore Ruini"
Roma, 15 giu. (Apcom) - "Nessuno scontro tra laici e cattolici. Ma per il centrosinistra è arrivato il momento di interrogarsi su vecchi schemi da superare". Riflettendo sull'esito referendario in un'intervista a Repubblica, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari illustra la sua critica alla coalizione di centrosinistra: "Noi facciamo ancora riferimento a Max Weber e pensiamo che la politica sia solo etica della responsabilità. La gente per un verso ci dà ragione, ma mancano le convizioni". Come modello la sinistra può usare "Zapatero", dice Cacciari, che "è riuscito a dare l'immagine di un uomo che ha alcune sue convinzioni politiche" e a prescindere dai giudizi sulle sue scelte "è un leader nuovo che appare mosso da convinzioni profonde e va dritto".
(...)
UNIONE
CACCIARI: ALLA SINISTRA SERVE IL CUORE DI ZAPATERO
Rutelli e astensionisti:"Niente da festeggiare, vincitore Ruini"
Roma, 15 giu. (Apcom) - "Nessuno scontro tra laici e cattolici. Ma per il centrosinistra è arrivato il momento di interrogarsi su vecchi schemi da superare". Riflettendo sull'esito referendario in un'intervista a Repubblica, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari illustra la sua critica alla coalizione di centrosinistra: "Noi facciamo ancora riferimento a Max Weber e pensiamo che la politica sia solo etica della responsabilità. La gente per un verso ci dà ragione, ma mancano le convizioni". Come modello la sinistra può usare "Zapatero", dice Cacciari, che "è riuscito a dare l'immagine di un uomo che ha alcune sue convinzioni politiche" e a prescindere dai giudizi sulle sue scelte "è un leader nuovo che appare mosso da convinzioni profonde e va dritto".
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alcolismo: la situazione in Campania
Il Mattino 15.6.05
Identikit dell’alcolista in aumento i ricoveri delle donne trentenni
Donna, coniugata, trentenne e napoletana. Questo è il ritratto dell’alcolista campano che viene fuori dopo venticinque anni di attività dell’Anonima alcolisti con il servizio di tossicologia di urgenza della Seconda Università, unico reparto della regione dove si effettuano i ricoveri per gli alcolisti. Una storia di collaborazione che sarà ripercorsa domani, dalle 9, nella sala conferenze della Facoltà di medicina e chirurgia in via Costantinopoli nel convegno: «Alcolismo: malattia o disagio?». Da gennaio 1980 a dicembre del Duemila la tossicologia del Secondo Ateneo ha infatti registrato 4745 ricoveri finalizzati alla ricerca e alla clinica. «Negli ultimi dieci anni il profilo dell’alcolista è notevolmente cambiato - spiega la professoressa Caterina Aurilio, primario del servizio di tossicologia. Fino al ’94 gli uomini alcolisti erano molto più numerosi delle donne. Oggi, invece, si assiste a una crescita del numero delle donne davvero sorprendente. Anche per quel che riguarda l’età dagli anni’80 al ’99 l’età prevalente dell’alcolista era tra i 57 e i 60 anni: ora la maggioranza dei nostri pazienti sono trentenni». «Ma dal ’95 - aggiunge la professoressa Aurilio - sono notevolmente diminuite le ricadute. Questo è avvenuto grazie all’integrazione che si è avuta tra l’aspetto psicologico, quello sociale e medico».
Identikit dell’alcolista in aumento i ricoveri delle donne trentenni
Donna, coniugata, trentenne e napoletana. Questo è il ritratto dell’alcolista campano che viene fuori dopo venticinque anni di attività dell’Anonima alcolisti con il servizio di tossicologia di urgenza della Seconda Università, unico reparto della regione dove si effettuano i ricoveri per gli alcolisti. Una storia di collaborazione che sarà ripercorsa domani, dalle 9, nella sala conferenze della Facoltà di medicina e chirurgia in via Costantinopoli nel convegno: «Alcolismo: malattia o disagio?». Da gennaio 1980 a dicembre del Duemila la tossicologia del Secondo Ateneo ha infatti registrato 4745 ricoveri finalizzati alla ricerca e alla clinica. «Negli ultimi dieci anni il profilo dell’alcolista è notevolmente cambiato - spiega la professoressa Caterina Aurilio, primario del servizio di tossicologia. Fino al ’94 gli uomini alcolisti erano molto più numerosi delle donne. Oggi, invece, si assiste a una crescita del numero delle donne davvero sorprendente. Anche per quel che riguarda l’età dagli anni’80 al ’99 l’età prevalente dell’alcolista era tra i 57 e i 60 anni: ora la maggioranza dei nostri pazienti sono trentenni». «Ma dal ’95 - aggiunge la professoressa Aurilio - sono notevolmente diminuite le ricadute. Questo è avvenuto grazie all’integrazione che si è avuta tra l’aspetto psicologico, quello sociale e medico».
società e voyerismo accademico
conclusa una una ricerca della Bocconi
Corriere della Sera 15.6.05
Secondo una ricerca dell'Università Bocconi l'età media è 14 anni
La prima volta? Prestissimo, se vivi al mare
Le ragazze che vivono nella località balneari, Rimini in testa, perdono la verginità prima delle loro coetanee di montagna
MILANO - Sarà il sapore dell'acqua salata sulla pelle o il profumo del vento che soffia dal mare. Sarà l'aria complice che si respira durante i falò, seduti vicini vicini in spiaggia e al chiaro di Luna. Sarà che in montagna fa freschetto anche d'estate e invece che spogliarsi, le ragazze si infagottano sempre sotto maglioni più grandi di due taglie. Sarà. Ma le adolescenti che respirano aria salmastra dalla nascita perdono la veginità prima delle loro coetanee d'alta quota. Rimini su tutte, le località balneari di vacanza sono le prime complici e testimoni della prima volta. Ad assicurarlo è una ricerca dell'Università Bocconi di Milano.
LA GEOGRAFIA DEL SESSO - Il rapporto tra geografia ed età del primo incontro sessuale è più forte per le femmine che per i maschi, perché - spiegano Francesco Billari, demografo dell'Università Bocconi, e Riccardo Borgoni della Bicocca - è sulle ragazze che pesano di più le pressioni sociali, che spesso tendono a indebolirsi in estate e nei periodi di vacanza. «Per le ragazze è evidentissimo un gradiente che va da Sud, dove l'età del primo rapporto è tardiva, a Nord, dove si abbassa, mentre la distribuzione dei maschi è più a macchia di leopardo - dice Billari -. In molte regioni la pressione delle norme sociali è forte per le ragazze, mentre è sostanzialmente assente per i ragazzi». Se la media d'età per il primo rapporto sessuale, in Italia, si attesta intorno ai 18-19 anni per i maschi e i 20-21 per le femmine, questa è decisamente più bassa, fino ai 14 anni, tra le ragazze che vivono nelle aree legate al turismo estivo. Dalla ricerca della Bocconi risulta addirittura che la latitudine alla quale vi sono le maggiori probabilità di fare prima l'amore è proprio quella di Rimini.
LA DOPPIA MORALE - La «scoperta» non è senza conseguenze: lo stesso Billari e Letizia Mencarini dell'Università di Firenze hanno evidenziato l'esistenza di una doppia morale in uno studio condotto tra gli studenti universitari italiani. In un questionario è stato chiesto se ritenessero che un ipotetico gruppo di amici avrebbe o meno approvato il comportamento di una ragazza che aveva avuto il primo rapporto sessuale in età precoce e di un maschio che aveva fatto lo stesso. Solo nel 16% dei casi gli studenti disapprovano il comportamento maschile ma l'87% di loro spende senza alcun dubbio parole di cpndanna per l'analogo comportamento femminile. «Quella sulla morale sessuale - sostiene Billari - è la prima, con l'ineguale divisione del lavoro domestico tra i genitori, e una delle più persistenti disuguaglianze di genere che ci si trova ancora ad affrontare nella vita. Ciò in un mondo in cui lo sbilanciamento nella divisione del lavoro in famiglia va diminuendo, le possibilità di accesso agli studi superiori si stanno avvicinando e i risultati scolastici parlano, ormai, a favore delle donne».
L'USO DEI CONTRACCETTIVI - Non è un caso, allora, che una terza ricerca, condotta ancora da Billari e Borgoni, faccia pensare a una possibile relazione tra le pressioni sociali e la salute sessuale. La diffusione dei metodi contraccettivi nel primo rapporto ricalca, infatti, quella dell'età del debutto sessuale delle ragazze, con un uso scarso al Sud, medio al Centro e alto al Nord. L'utilizzo dei metodi contraccettivi va, comunque, diffondendosi con il tempo: li hanno utilizzati, alla loro prima esperienza sessuale, il 33% degli italiani nati tra il 1946 e il 1955, il 44,7% di quelli nati tra il 1956 e il 1965 e il 67,7% di quelli nati tra il 1966 e il 1976.
Secondo una ricerca dell'Università Bocconi l'età media è 14 anni
La prima volta? Prestissimo, se vivi al mare
Le ragazze che vivono nella località balneari, Rimini in testa, perdono la verginità prima delle loro coetanee di montagna
MILANO - Sarà il sapore dell'acqua salata sulla pelle o il profumo del vento che soffia dal mare. Sarà l'aria complice che si respira durante i falò, seduti vicini vicini in spiaggia e al chiaro di Luna. Sarà che in montagna fa freschetto anche d'estate e invece che spogliarsi, le ragazze si infagottano sempre sotto maglioni più grandi di due taglie. Sarà. Ma le adolescenti che respirano aria salmastra dalla nascita perdono la veginità prima delle loro coetanee d'alta quota. Rimini su tutte, le località balneari di vacanza sono le prime complici e testimoni della prima volta. Ad assicurarlo è una ricerca dell'Università Bocconi di Milano.
LA GEOGRAFIA DEL SESSO - Il rapporto tra geografia ed età del primo incontro sessuale è più forte per le femmine che per i maschi, perché - spiegano Francesco Billari, demografo dell'Università Bocconi, e Riccardo Borgoni della Bicocca - è sulle ragazze che pesano di più le pressioni sociali, che spesso tendono a indebolirsi in estate e nei periodi di vacanza. «Per le ragazze è evidentissimo un gradiente che va da Sud, dove l'età del primo rapporto è tardiva, a Nord, dove si abbassa, mentre la distribuzione dei maschi è più a macchia di leopardo - dice Billari -. In molte regioni la pressione delle norme sociali è forte per le ragazze, mentre è sostanzialmente assente per i ragazzi». Se la media d'età per il primo rapporto sessuale, in Italia, si attesta intorno ai 18-19 anni per i maschi e i 20-21 per le femmine, questa è decisamente più bassa, fino ai 14 anni, tra le ragazze che vivono nelle aree legate al turismo estivo. Dalla ricerca della Bocconi risulta addirittura che la latitudine alla quale vi sono le maggiori probabilità di fare prima l'amore è proprio quella di Rimini.
LA DOPPIA MORALE - La «scoperta» non è senza conseguenze: lo stesso Billari e Letizia Mencarini dell'Università di Firenze hanno evidenziato l'esistenza di una doppia morale in uno studio condotto tra gli studenti universitari italiani. In un questionario è stato chiesto se ritenessero che un ipotetico gruppo di amici avrebbe o meno approvato il comportamento di una ragazza che aveva avuto il primo rapporto sessuale in età precoce e di un maschio che aveva fatto lo stesso. Solo nel 16% dei casi gli studenti disapprovano il comportamento maschile ma l'87% di loro spende senza alcun dubbio parole di cpndanna per l'analogo comportamento femminile. «Quella sulla morale sessuale - sostiene Billari - è la prima, con l'ineguale divisione del lavoro domestico tra i genitori, e una delle più persistenti disuguaglianze di genere che ci si trova ancora ad affrontare nella vita. Ciò in un mondo in cui lo sbilanciamento nella divisione del lavoro in famiglia va diminuendo, le possibilità di accesso agli studi superiori si stanno avvicinando e i risultati scolastici parlano, ormai, a favore delle donne».
L'USO DEI CONTRACCETTIVI - Non è un caso, allora, che una terza ricerca, condotta ancora da Billari e Borgoni, faccia pensare a una possibile relazione tra le pressioni sociali e la salute sessuale. La diffusione dei metodi contraccettivi nel primo rapporto ricalca, infatti, quella dell'età del debutto sessuale delle ragazze, con un uso scarso al Sud, medio al Centro e alto al Nord. L'utilizzo dei metodi contraccettivi va, comunque, diffondendosi con il tempo: li hanno utilizzati, alla loro prima esperienza sessuale, il 33% degli italiani nati tra il 1946 e il 1955, il 44,7% di quelli nati tra il 1956 e il 1965 e il 67,7% di quelli nati tra il 1966 e il 1976.
Carlo Flamigni
L'Unità 15 Giugno 2005
L’amarezza di Flamigni: «Non ci siamo fatti capire»
Il padre della fecondazione: «Ma sul fallimento del quorum clima da caccia alle streghe e ingerenza del Vaticano»
di Maria Zegarelli
«UNA SCIENZA COSÌ FA PAURA anche a me». Post-accademica, non disinteressata, «l’unica che sta avendo spazio in questo paese». Carlo Flamigni, «padre» storico dei primi bambini in provetta è amareggiato per l’esito dei referendum. Triste perché guarda con preoccupazione alla poca trasparenza e alla lontananza dalla società della scienza. Né ci sta all’idea di un pericolo che arriva dalla ricerca come hanno fatto credere gli astensionisti. E poi quel risultato...
Professore, se lo immaginava un esito così disastroso?
«La domanda è complicata. Un anno fa ho pubblicato un articolo sulla rivista di Magistratura democratica con il quale dicevo “per carità, non andiamo al referendum”, perché avevo in mente la disaffezione fondamentale dei cittadini per questo istituto. Poi, il partito, i Ds, ha detto sì a questa battaglia, mi sono appassionato e ho ragionato poco sui risultati. Mi aspettavo, però, che il risultato reale fosse almeno coincidente con quello che veniva pronosticato dalle indagini, che indicavano il quorum tra il 40 e il 38%. Sono molto stupito di questo errore grossolano. Non è mai successo prima: la differenza tra le previsioni e i risultati stavolta è del 15%, roba da matti».
Sia i partiti sia i sondaggisti hanno perso ogni contatto con il Paese. Che cosa è successo?
«È vero, non si è capito cosa stava realmente accadendo nel paese. Intanto il referendum che non piace a nessuno e poi non siamo riusciti a far passare l’idea fondamentale: la compassione nei confronti della sofferenza, non se due cellule sono una persona. La compassione nei confronti della sofferenza è l’unica cosa importante, che fa di noi degli esseri civili e della nostra società una società umanamente accettabile. Siamo stati, invece, martorizzati dal clima che si è creato: fandonie, aggressioni, ingiurie. L’altro giorno hanno scritto fuori dal mio studio “stregone”».
«Soltanto» questa scritta?
«No, ci sono state anche telefonate minatorie e cariche di insulti, da parte di gente che si è eccitata con il clima che c’era».
Anche Giuliano Ferrara l’ha più volte chiamata in causa...
«Ferrara mi dà sempre la sensazione di un uomo che vive nella sofferenza. Non me la prendo con lui, soltanto vorrei che chi fa le marce della maledizione sapesse che la gente che si mette in colonna dietro non si scioglie più e poi finisce come negli Usa dove si sparava sugli abortisti».
Non crede che ci sia stato anche un difetto di comunicazione con la gente comune?
«Intanto c’è stato il ritardo notevole da parte dei partiti, anche se i Ds negli ultimi tempi hanno combattuto con grande passione. Poi, c’è stata certamente una comunicazione collettivamente esecrabile. Porta a Porta ne è un esempio: il conduttore si divertiva a vedere il casino che si creava da solo. Non l’ha mai fatto, Vespa quando vuole rendere le cose chiare ci riesce. È triste dover immaginare che la tv, che incontra dieci milioni di persone con una buona trasmissione, non sia riuscita a fare informazione. Alla fine, se la gente non capisce prevale questa sensazione di egoismo. Se non hai tua sorella sterile, tuo padre malato di Alzheimer, non ti senti coinvolto».
Ha fatto autocritica?
«Su un problema come questo si doveva mobilitare la società. Questo mi fa pensare che io e le persone come me abbiamo sbagliato nell’appello, non abbiamo saputo usare i toni giusti. Credo che ne esce sconfitta soprattutto la scienza, rappresentata come inaffidabile, da tenere sotto controllo».
E invece?
«Credo che la scienza sia un grande investimento sociale e che lo scienziato debba alla società una serie di attenzioni - dal comunitarismo allo scienticismo organizzato, la trasparenza e la sincerità - che fanno di lui una persona affidabile».
La Chiesa ne esce fortissima.
«Credo che il Vaticano e il Magistero abbiano fatto politica. E questo mi dispiace. Un conto è dare indicazioni ai fedeli, un conto è intervenire con pesantezza su problemi che riguardano lo Stato. La Chiesa dovrebbe riprendersi l’antica libertà. Laicità non vuol dire più spazio per le religioni, come sostiene Ruini, ma spazio per tutti, dove nessuno può prevaricare sugli altri. E io mi sento prevaricato».
L’amarezza di Flamigni: «Non ci siamo fatti capire»
Il padre della fecondazione: «Ma sul fallimento del quorum clima da caccia alle streghe e ingerenza del Vaticano»
di Maria Zegarelli
«UNA SCIENZA COSÌ FA PAURA anche a me». Post-accademica, non disinteressata, «l’unica che sta avendo spazio in questo paese». Carlo Flamigni, «padre» storico dei primi bambini in provetta è amareggiato per l’esito dei referendum. Triste perché guarda con preoccupazione alla poca trasparenza e alla lontananza dalla società della scienza. Né ci sta all’idea di un pericolo che arriva dalla ricerca come hanno fatto credere gli astensionisti. E poi quel risultato...
Professore, se lo immaginava un esito così disastroso?
«La domanda è complicata. Un anno fa ho pubblicato un articolo sulla rivista di Magistratura democratica con il quale dicevo “per carità, non andiamo al referendum”, perché avevo in mente la disaffezione fondamentale dei cittadini per questo istituto. Poi, il partito, i Ds, ha detto sì a questa battaglia, mi sono appassionato e ho ragionato poco sui risultati. Mi aspettavo, però, che il risultato reale fosse almeno coincidente con quello che veniva pronosticato dalle indagini, che indicavano il quorum tra il 40 e il 38%. Sono molto stupito di questo errore grossolano. Non è mai successo prima: la differenza tra le previsioni e i risultati stavolta è del 15%, roba da matti».
Sia i partiti sia i sondaggisti hanno perso ogni contatto con il Paese. Che cosa è successo?
«È vero, non si è capito cosa stava realmente accadendo nel paese. Intanto il referendum che non piace a nessuno e poi non siamo riusciti a far passare l’idea fondamentale: la compassione nei confronti della sofferenza, non se due cellule sono una persona. La compassione nei confronti della sofferenza è l’unica cosa importante, che fa di noi degli esseri civili e della nostra società una società umanamente accettabile. Siamo stati, invece, martorizzati dal clima che si è creato: fandonie, aggressioni, ingiurie. L’altro giorno hanno scritto fuori dal mio studio “stregone”».
«Soltanto» questa scritta?
«No, ci sono state anche telefonate minatorie e cariche di insulti, da parte di gente che si è eccitata con il clima che c’era».
Anche Giuliano Ferrara l’ha più volte chiamata in causa...
«Ferrara mi dà sempre la sensazione di un uomo che vive nella sofferenza. Non me la prendo con lui, soltanto vorrei che chi fa le marce della maledizione sapesse che la gente che si mette in colonna dietro non si scioglie più e poi finisce come negli Usa dove si sparava sugli abortisti».
Non crede che ci sia stato anche un difetto di comunicazione con la gente comune?
«Intanto c’è stato il ritardo notevole da parte dei partiti, anche se i Ds negli ultimi tempi hanno combattuto con grande passione. Poi, c’è stata certamente una comunicazione collettivamente esecrabile. Porta a Porta ne è un esempio: il conduttore si divertiva a vedere il casino che si creava da solo. Non l’ha mai fatto, Vespa quando vuole rendere le cose chiare ci riesce. È triste dover immaginare che la tv, che incontra dieci milioni di persone con una buona trasmissione, non sia riuscita a fare informazione. Alla fine, se la gente non capisce prevale questa sensazione di egoismo. Se non hai tua sorella sterile, tuo padre malato di Alzheimer, non ti senti coinvolto».
Ha fatto autocritica?
«Su un problema come questo si doveva mobilitare la società. Questo mi fa pensare che io e le persone come me abbiamo sbagliato nell’appello, non abbiamo saputo usare i toni giusti. Credo che ne esce sconfitta soprattutto la scienza, rappresentata come inaffidabile, da tenere sotto controllo».
E invece?
«Credo che la scienza sia un grande investimento sociale e che lo scienziato debba alla società una serie di attenzioni - dal comunitarismo allo scienticismo organizzato, la trasparenza e la sincerità - che fanno di lui una persona affidabile».
La Chiesa ne esce fortissima.
«Credo che il Vaticano e il Magistero abbiano fatto politica. E questo mi dispiace. Un conto è dare indicazioni ai fedeli, un conto è intervenire con pesantezza su problemi che riguardano lo Stato. La Chiesa dovrebbe riprendersi l’antica libertà. Laicità non vuol dire più spazio per le religioni, come sostiene Ruini, ma spazio per tutti, dove nessuno può prevaricare sugli altri. E io mi sento prevaricato».
su filosofia, politica, antipsichiatria
il fallimento totale di Foucault
Corriere della Sera 15.6.05
GIANNI VATTIMO
«La sinistra ormai lo ha scaricato»
Foucault? «Ha perso fascino. Ci sono persone che l’hanno studiato e ora ne parlano malissimo», racconta Gianni Vattimo. «In Italia, solo Pier Aldo Rovatti continua a seguirlo. I suoi studi su follia, carceri, sessualità, psichiatria sembravano grandi idee, ma...» Nulla da salvare? «Da conservare è l’idea che l'etica non sia un modello universale, ma frutto di possibili modelli diversi che reggono sul piano sociale. Insomma, degli epistemi. Intollerabile è il residuo strutturalista che c’è in Foucault. Come Sartre, è un cartesiano che non ha capito l’ermeneutica». Ci sono poi gli abbagli. «Gli ho sempre rimproverato di aver difeso la visione khomeinista: ma lui diceva che quella era una rivoluzione autoctona, ed accettava anche le repressioni. Il suo maoismo, poi, resta datato all’epoca. Ora la sinistra non se lo fila più - conclude Vattimo - perché il suo metodo di studio delle culture era schematico. Le sue analisi funzionavano perché avevano una ricaduta politica. Le sue tesi sull’antipsichiatria non interessano più e alla repressione manicomiale non si è stati in grado di sostituire nulla».
GIANNI VATTIMO
«La sinistra ormai lo ha scaricato»
Foucault? «Ha perso fascino. Ci sono persone che l’hanno studiato e ora ne parlano malissimo», racconta Gianni Vattimo. «In Italia, solo Pier Aldo Rovatti continua a seguirlo. I suoi studi su follia, carceri, sessualità, psichiatria sembravano grandi idee, ma...» Nulla da salvare? «Da conservare è l’idea che l'etica non sia un modello universale, ma frutto di possibili modelli diversi che reggono sul piano sociale. Insomma, degli epistemi. Intollerabile è il residuo strutturalista che c’è in Foucault. Come Sartre, è un cartesiano che non ha capito l’ermeneutica». Ci sono poi gli abbagli. «Gli ho sempre rimproverato di aver difeso la visione khomeinista: ma lui diceva che quella era una rivoluzione autoctona, ed accettava anche le repressioni. Il suo maoismo, poi, resta datato all’epoca. Ora la sinistra non se lo fila più - conclude Vattimo - perché il suo metodo di studio delle culture era schematico. Le sue analisi funzionavano perché avevano una ricaduta politica. Le sue tesi sull’antipsichiatria non interessano più e alla repressione manicomiale non si è stati in grado di sostituire nulla».
con la copertina verde, come il "libretto" di Gheddafi
il nuovo catechismo da imparare a mente
Corriere della Sera 15.6.05
Una versione breve della dottrina, rivalutata la formula di Pio X.
Dialoghi tra maestro e allievi, da imparare a memoria
Arriva il mini Catechismo di Ratzinger: sarà a domande e risposte
Luigi Accattoli
CITTÀ DEL VATICANO - Dopo quarant’anni di sperimentazioni «discorsive», si rivaluta il catechismo a domande e risposte: sarà pubblicato a fine mese - forse il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo - un Compendio del catechismo della Chiesa cattolica che espone le «verità di fede» in una specie di dialogo tra alunno e maestro, com’erano i catechismi di prima del Concilio. L’alunno domandava «Chi ci ha creato» e il maestro rispondeva: «Ci ha creato Dio». L’alunno tornava a chiedere «Chi è Dio» e il maestro: «Dio è l'Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra».
Questa era l’«esposizione» della dottrina. A casa l’alunno doveva imparare a memoria domande e risposte e alla lezione seguente le parti si invertivano: il maestro faceva le domande e l’alunno dava le risposte.
Quel metodo, che caratterizzava il catechismo di Pio X, favoriva la memorizzazione. Come a scuola si imparavano a memoria le poesie, così in parrocchia si memorizzava il catechismo. La brevità aiutava a essere chiari, la memorizzazione favoriva la tenuta nel tempo di quanto si era appreso.
Naturalmente c’erano anche difetti: troppo schematismo, poca o niente Bibbia, scarsa cura per la comprensione dei concetti memorizzati.
La percezione dei difetti ha indotto ad abbandonare il vecchio metodo, durato un mezzo millennio e per tre-quattro decenni si sono sperimentate nuove vie: testi narrativi più che dottrinali, discorsivi e adatti a stimolare la conversazione più che brevi e adatti alla memorizzazione.
Così - discorsivo e diffuso - è fatto anche il Catechismo della Chiesa cattolica , realizzato sotto la regia del cardinale Ratzinger e pubblicato nel 1992. Ma subito nacque - come disse una volta il cardinale in un’intervista - «il desiderio di un catechismo breve», da accompagnare a quello «grande», da dare in mano agli alunni e magari - per chi voglia - da memorizzare.
Il testo è pronto, realizzato negli ultimi due anni da una commissione pilotata anche stavolta dal cardinale Ratzinger. Non lo si conosce ancora, ma si sa che ha una copertina verde, si compone di 150 pagine e 634 paragrafi.
Non vi saranno novità «dottrinali», perché domande e risposte sono formulate con le parole del Catechismo «grande», che conta 900 pagine.
Si ritiene che il Papa presenterà il frutto della sua fatica - l’ultima che ha condotto da cardinale - il 29 giugno, durante l’omelia in San Pietro. Forse quello stesso giorno, forse alla vigilia, o subito dopo, il volumetto verrà dato ai giornalisti.
Una versione breve della dottrina, rivalutata la formula di Pio X.
Dialoghi tra maestro e allievi, da imparare a memoria
Arriva il mini Catechismo di Ratzinger: sarà a domande e risposte
Luigi Accattoli
CITTÀ DEL VATICANO - Dopo quarant’anni di sperimentazioni «discorsive», si rivaluta il catechismo a domande e risposte: sarà pubblicato a fine mese - forse il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo - un Compendio del catechismo della Chiesa cattolica che espone le «verità di fede» in una specie di dialogo tra alunno e maestro, com’erano i catechismi di prima del Concilio. L’alunno domandava «Chi ci ha creato» e il maestro rispondeva: «Ci ha creato Dio». L’alunno tornava a chiedere «Chi è Dio» e il maestro: «Dio è l'Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra».
Questa era l’«esposizione» della dottrina. A casa l’alunno doveva imparare a memoria domande e risposte e alla lezione seguente le parti si invertivano: il maestro faceva le domande e l’alunno dava le risposte.
Quel metodo, che caratterizzava il catechismo di Pio X, favoriva la memorizzazione. Come a scuola si imparavano a memoria le poesie, così in parrocchia si memorizzava il catechismo. La brevità aiutava a essere chiari, la memorizzazione favoriva la tenuta nel tempo di quanto si era appreso.
Naturalmente c’erano anche difetti: troppo schematismo, poca o niente Bibbia, scarsa cura per la comprensione dei concetti memorizzati.
La percezione dei difetti ha indotto ad abbandonare il vecchio metodo, durato un mezzo millennio e per tre-quattro decenni si sono sperimentate nuove vie: testi narrativi più che dottrinali, discorsivi e adatti a stimolare la conversazione più che brevi e adatti alla memorizzazione.
Così - discorsivo e diffuso - è fatto anche il Catechismo della Chiesa cattolica , realizzato sotto la regia del cardinale Ratzinger e pubblicato nel 1992. Ma subito nacque - come disse una volta il cardinale in un’intervista - «il desiderio di un catechismo breve», da accompagnare a quello «grande», da dare in mano agli alunni e magari - per chi voglia - da memorizzare.
Il testo è pronto, realizzato negli ultimi due anni da una commissione pilotata anche stavolta dal cardinale Ratzinger. Non lo si conosce ancora, ma si sa che ha una copertina verde, si compone di 150 pagine e 634 paragrafi.
Non vi saranno novità «dottrinali», perché domande e risposte sono formulate con le parole del Catechismo «grande», che conta 900 pagine.
Si ritiene che il Papa presenterà il frutto della sua fatica - l’ultima che ha condotto da cardinale - il 29 giugno, durante l’omelia in San Pietro. Forse quello stesso giorno, forse alla vigilia, o subito dopo, il volumetto verrà dato ai giornalisti.
un altro pianeta c'è
Corriere della Sera 15.6.05
NUOVO PIANETA
Spazio, trovata l’altra Terra descritta da Aristotele
Un’altra Terra fuori dal sistema solare. E’ la scoperta fatta dalla National Science Foundation di Washington. Il nuovo pianeta è in orbita intono ad una stella vicina. Secondo i ricercatori, avrebbe dimensioni doppie rispetto a quelle della Terra, sarebbe composto di roccia e non gassoso come Giove. Inoltre sarebbe troppo caldo per ospitare esseri umani. L’esistenza di un pianeta del genere fu ipotizzata oltre duemila anni fa dai filosofi greci Aristotele e Epicuro. «E’ come il cugino della Terra», ha detto Paul Butler della Carnegie Institution. «Ora, per la prima volta abbiamo la prova di un pianeta roccioso che orbita intorno a una stella normale», ha aggiunto Geoffrey Marcy, professore di astronomia dell’Università della California a Berkeley. La stella intorno a cui orbita il pianeta è la Gliese 876 che si trova a una distanza di quindici anni luce dalla Terra.
NUOVO PIANETA
Spazio, trovata l’altra Terra descritta da Aristotele
Un’altra Terra fuori dal sistema solare. E’ la scoperta fatta dalla National Science Foundation di Washington. Il nuovo pianeta è in orbita intono ad una stella vicina. Secondo i ricercatori, avrebbe dimensioni doppie rispetto a quelle della Terra, sarebbe composto di roccia e non gassoso come Giove. Inoltre sarebbe troppo caldo per ospitare esseri umani. L’esistenza di un pianeta del genere fu ipotizzata oltre duemila anni fa dai filosofi greci Aristotele e Epicuro. «E’ come il cugino della Terra», ha detto Paul Butler della Carnegie Institution. «Ora, per la prima volta abbiamo la prova di un pianeta roccioso che orbita intorno a una stella normale», ha aggiunto Geoffrey Marcy, professore di astronomia dell’Università della California a Berkeley. La stella intorno a cui orbita il pianeta è la Gliese 876 che si trova a una distanza di quindici anni luce dalla Terra.
martedì 14 giugno 2005
senza una teoria la sinistra perde
Ezio Mauro su Repubblica
e Cacciari su L'Unità
Repubblica 14.6.05
«o la sinistra trova un'identità culturale o perderà...»
(...)
Nel disorientamento degli italiani davanti alla materia del referendum, le parole della Chiesa, dei neo-con italiani, degli atei clericali hanno pesato di più delle parole di quel pezzo di sinistra che ha sostenuto il "sì", dei suoi leader, dei suoi scienziati. Il centrosinistra, tutto insieme, dovrebbe riflettere: o trova un'identità culturale, visto che è incapace di trovare quella politica, oppure perderà le grandi sfide di questa fase, che nascono tutte dalla battaglia delle idee, più che dagli schieramenti. Non si può reggere una partita in cui la sinistra parla di sé, mentre la destra parla della vita e della morte
(...)
L'Unità 14.6.05
«La sinistra ricominci con convinzione a parlare di valori»
(...)
«Io ho criticato duramente l'atteggiamento della Chiesa: che è stato quello di non entrare nel merito. Leggi tutte le interviste che ha dato il cardinale Scola, che è un uomo molto intelligente: non affrontava mai le questioni del referendum, faceva discorsi ad amplissimo raggio, sui rapporti tra etica e scienza, discorsi generali di valori. Il messaggio era: badate, queste norme sono uno spiraglio che si apre di delirante ed ingovernabile autonomia della scienza. Noi discutevamo di una legge concreta, dall'altra parte di valori universali: molto più affascinante, ed anche più comprensibile. Quando uno ti dice: "Ma tu vuoi gli scienziati pazzi?"…»
E chi sbagliava?
«La sinistra, io credo, è troppo giuridico-determinata. Dovrebbe accettare la sfida sui rapporti etica-cultura-scienza. Non lo fa. Non lo fa perché la nostra posizione è davvero quella dell'assoluta autonomia della scienza. Quando io ho cominciato a leggere l'Unità, c'era un personaggio, te lo ricordi?, Atomino…»
Quello che risolveva tutti i problemi del mondo.
«Ecco. Noi veniamo da lì, da Atomino. È debolissimo l'atteggiamento complessivo che la sinistra ha su certi problemi. Decliniamo le posizioni in termini utilitaristici. Cosa diciamo, per difendere la legge sull'aborto, per esempio? “Ma non vuoi che una donna in quelle condizioni non possa abortire?”, “ma vuoi che non sia utile alla donna?”. Dobbiamo cambiare il tiro. Sennò rischiamo davvero che, come negli Stati Uniti, nasca un movimento contro l'aborto».
È il "pensiero debole" della sinistra?
«Lo dico da tempo, ora è sotto gli occhi di tutti. Non possiamo continuare con l'etica della responsabilità. Occorre l'etica della convinzione: ricominciare a parlare di valori».
Certo che dopo aver predicato la fine delle ideologie…
«E meno male. Ma dalle ideologie bisogna passare a sistemi di idee coerenti. Non puoi dire solo: "Io so governare". La gente lo sa già, è per questo che amministri comuni e regioni. Ma siamo a metà dell'opera».
(...)
«o la sinistra trova un'identità culturale o perderà...»
(...)
Nel disorientamento degli italiani davanti alla materia del referendum, le parole della Chiesa, dei neo-con italiani, degli atei clericali hanno pesato di più delle parole di quel pezzo di sinistra che ha sostenuto il "sì", dei suoi leader, dei suoi scienziati. Il centrosinistra, tutto insieme, dovrebbe riflettere: o trova un'identità culturale, visto che è incapace di trovare quella politica, oppure perderà le grandi sfide di questa fase, che nascono tutte dalla battaglia delle idee, più che dagli schieramenti. Non si può reggere una partita in cui la sinistra parla di sé, mentre la destra parla della vita e della morte
(...)
(Il testo integrale dell'articolo di Enzo Mauro dal quale è stato estratto questo stralcio, inviato da Franco Pantalei, è stato inserito più sotto)
L'Unità 14.6.05
«La sinistra ricominci con convinzione a parlare di valori»
(...)
«Io ho criticato duramente l'atteggiamento della Chiesa: che è stato quello di non entrare nel merito. Leggi tutte le interviste che ha dato il cardinale Scola, che è un uomo molto intelligente: non affrontava mai le questioni del referendum, faceva discorsi ad amplissimo raggio, sui rapporti tra etica e scienza, discorsi generali di valori. Il messaggio era: badate, queste norme sono uno spiraglio che si apre di delirante ed ingovernabile autonomia della scienza. Noi discutevamo di una legge concreta, dall'altra parte di valori universali: molto più affascinante, ed anche più comprensibile. Quando uno ti dice: "Ma tu vuoi gli scienziati pazzi?"…»
E chi sbagliava?
«La sinistra, io credo, è troppo giuridico-determinata. Dovrebbe accettare la sfida sui rapporti etica-cultura-scienza. Non lo fa. Non lo fa perché la nostra posizione è davvero quella dell'assoluta autonomia della scienza. Quando io ho cominciato a leggere l'Unità, c'era un personaggio, te lo ricordi?, Atomino…»
Quello che risolveva tutti i problemi del mondo.
«Ecco. Noi veniamo da lì, da Atomino. È debolissimo l'atteggiamento complessivo che la sinistra ha su certi problemi. Decliniamo le posizioni in termini utilitaristici. Cosa diciamo, per difendere la legge sull'aborto, per esempio? “Ma non vuoi che una donna in quelle condizioni non possa abortire?”, “ma vuoi che non sia utile alla donna?”. Dobbiamo cambiare il tiro. Sennò rischiamo davvero che, come negli Stati Uniti, nasca un movimento contro l'aborto».
È il "pensiero debole" della sinistra?
«Lo dico da tempo, ora è sotto gli occhi di tutti. Non possiamo continuare con l'etica della responsabilità. Occorre l'etica della convinzione: ricominciare a parlare di valori».
Certo che dopo aver predicato la fine delle ideologie…
«E meno male. Ma dalle ideologie bisogna passare a sistemi di idee coerenti. Non puoi dire solo: "Io so governare". La gente lo sa già, è per questo che amministri comuni e regioni. Ma siamo a metà dell'opera».
(...)
stasera a Roma e in tv
Corriere della Sera 14.6.03
AMBRA JOVINELLI
Santoro e la serata «senzafiltro»
Questa sera alle 20.30, al Teatro Ambra Jovinelli, in via G. Pepe 31, Michele Santoro presenta «Serata Senzafiltro», una sereta evento-spettacolo alla quale partecipano Sabina Guzzanti autrice di «Reperto RaiOt» (libro e dvd editi dalla Bur SenzaFiltro), Saverio Lodato e Marco Travaglio autori di «Intoccabili» (edito dalla Bur Futuro Passato). Nel corso della serata intervengono anche Andrea Camilleri, Giuliana Sgrena, Vauro mentre saranno virtualmente presenti attraverso dei video che hanno inviato Beppe Grillo e Lilli Gruber.
AMBRA JOVINELLI
Santoro e la serata «senzafiltro»
Questa sera alle 20.30, al Teatro Ambra Jovinelli, in via G. Pepe 31, Michele Santoro presenta «Serata Senzafiltro», una sereta evento-spettacolo alla quale partecipano Sabina Guzzanti autrice di «Reperto RaiOt» (libro e dvd editi dalla Bur SenzaFiltro), Saverio Lodato e Marco Travaglio autori di «Intoccabili» (edito dalla Bur Futuro Passato). Nel corso della serata intervengono anche Andrea Camilleri, Giuliana Sgrena, Vauro mentre saranno virtualmente presenti attraverso dei video che hanno inviato Beppe Grillo e Lilli Gruber.
L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.
La serata sarà trasmessa in diretta sulla tv satellitare Planet e sul circuito nazionale di emittenti Europa7.
La serata sarà trasmessa in diretta sulla tv satellitare Planet e sul circuito nazionale di emittenti Europa7.
è morto Alvaro Cunhal
Aprileonline 14.6.05
Alvaro Cunhal, è morto il leader comunista tutto d'un pezzo
Si è spento ieri, all'età di 91 anni, lo storico leader del partito comunista portoghese Alvaro Cunhal. Ne ha diffuso la notizia il suo Pcp "con profondo dolore e commozione". Armando Cossutta ha inviato nella mattinata un messaggio di cordoglio in cui ha espresso le sue più sentite condoglianze ricordando Cunhal per «Il suo impegno tenace in difesa degli ideali del comunismo, che ne fanno una figura straordinaria della storia del movimento operaio e popolare del Portogallo e su scala internazionale».
La sua attività all'interno del Pcp è durata dal 1961 al 1992. Alvaro Cunhal è stato un personaggio che ha condizionato con la sua presenza la resistenza alla dittatura di Salazar finita nel 1969 (per questo, ha scontato 11 anni di carcere). Nel 1940, mentre stava per dare la tesi di laurea in giurisprudenza, venne arrestato dalla polizia. Nella sua biografia ci sono anche una evasione e un esilio le cui tappe furono Parigi e Mosca. Rientrò in patria solo dopo la "rivoluzione dei garofari" del 1974, che fece cadere l'ultimo dittatore portoghese Marcelo Caetano.
Negli ultimi anni si era ritirato dall'attività politica, ma scriveva come sempre sotto lo pseudonimo "Manuel Tiango". Le sue posizioni tradizionalmente favorevoli all'Unione sovietica e all'ortodossia comunista erano entrate in crisi nel 1989, data della caduta del Muro di Berlino. Pablo Neruda gli dedicò un suo componimento intitolato "La làmpara marina".
Alvaro Cunhal, è morto il leader comunista tutto d'un pezzo
Si è spento ieri, all'età di 91 anni, lo storico leader del partito comunista portoghese Alvaro Cunhal. Ne ha diffuso la notizia il suo Pcp "con profondo dolore e commozione". Armando Cossutta ha inviato nella mattinata un messaggio di cordoglio in cui ha espresso le sue più sentite condoglianze ricordando Cunhal per «Il suo impegno tenace in difesa degli ideali del comunismo, che ne fanno una figura straordinaria della storia del movimento operaio e popolare del Portogallo e su scala internazionale».
La sua attività all'interno del Pcp è durata dal 1961 al 1992. Alvaro Cunhal è stato un personaggio che ha condizionato con la sua presenza la resistenza alla dittatura di Salazar finita nel 1969 (per questo, ha scontato 11 anni di carcere). Nel 1940, mentre stava per dare la tesi di laurea in giurisprudenza, venne arrestato dalla polizia. Nella sua biografia ci sono anche una evasione e un esilio le cui tappe furono Parigi e Mosca. Rientrò in patria solo dopo la "rivoluzione dei garofari" del 1974, che fece cadere l'ultimo dittatore portoghese Marcelo Caetano.
Negli ultimi anni si era ritirato dall'attività politica, ma scriveva come sempre sotto lo pseudonimo "Manuel Tiango". Le sue posizioni tradizionalmente favorevoli all'Unione sovietica e all'ortodossia comunista erano entrate in crisi nel 1989, data della caduta del Muro di Berlino. Pablo Neruda gli dedicò un suo componimento intitolato "La làmpara marina".
brevi dal web
yahoo!salute 15 giugno 2005
Il dolore è una questione di testa
Il Pensiero Scientifico Editore
Il dolore è nella testa, si dice spesso a chi si lamenta. Non è scorretto se si pensa che tutte le sensazioni della periferia del corpo vengono inviate al cervello e lì integrate e trasformate in fame, gioia o dolore appunto. Per questo molte delle ricerche degli ultimi anni si sono concentrate sulla comprensione di come il il nostro cervello codifichi le sensazioni dolorose provenienti dal corpo.
L’ultimo numero del Journal of the American Medical Association propone, nella sezione prospettive, un articolo firmato da Tracy Hampton che ripercorre le tappe più importanti degli ultimi anni nella comprensione dei meccanismi molecolari che caratterizzano il dolore. La corteccia somatosensoriale primaria è una delle regioni dove giungono le stimolazioni dolorose e, come nei processi relativi alla memoria e all’apprendimento, è stato possibile dimostrare che l’esperienza del dolore può creare delle modificazioni nel cervello in termini di attività metabolica e di plasticità. Il cervello, in sostanza, tratta il dolore come tutte le altre informazioni che riceve e che integra.
A giudicare da queste ricerche l'obiettivo ultimo sarebbe, conoscendo le singole tappe, quello di controllare il dolore magari con cure personalizzate. Una cura specifica per ciascun malato: questa è la promessa più frequente e gettonata della medicina di oggi. La promessa ha un suo fondamento: conoscere le differenze tra individui è fondamentale, per esempio, nella scelta delle terapie per aumentarne l’efficacia.
Ma conoscere il genoma di un individuo o capire come sia strutturata la sua rete neuronale può davvero bastare per curare qualcuno? La sofferenza o la salute sono solo un fatto organico che migliora o peggiora eslcusivamente a seconda del funzionamento di un singolo o un gruppo di geni? Difficile rispondere, certo è che a volte si ha l’impressione che la medicina di oggi abbia più attenzione per la malattia che per il malato.
ilmessaggero.it 15 giugno 2005
Malcolm e l’occhio di Kubrick
«Quella pupilla spalancata, un inferno. Stanley era disumano»
FABIO FERZETTI
TAORMINA - Sullo schermo ha fatto di tutto, talvolta buttandosi un po’ via come càpita ai migliori, ma per tutti è sempre l’Alex di Arancia meccanica . Eppure quel personaggio rimastogli addosso come una seconda pelle non è solo opera sua e del genio di Stanley Kubrick. Nossignori, Alex il “drugo” strafatto di Beethoven e di ultraviolenza, Alex lo stupratore ricondizionato per diventare inoffensivo, ha almeno un terzo padre: il grande e semidimenticato Lindsay Anderson, il regista di Se... e di O Lucky Man! , due fra i migliori dei molti film girati da Malcolm McDowell.
Lo racconta lo stesso attore, zazzera candida e bimbetto di 14 mesi al seguito, un incredibile clone in miniatura che del padre ha i capelli ritti (ma rossi!) e il ghigno irresistibile. Quando Kubrick lo scelse come protagonista, McDowell veniva infatti dal successo strepitoso di Se... , storia di rivolta in un college datata 1968 e imparata a memoria dai ribelli di mezzo mondo. Così l’attore portò al suo scopritore il copione, strappato a Kubrick con mille giuramenti di segretezza. E fu Anderson, ammirato e quasi intimorito, a suggerirgli le chiavi per dare vita ad Alex.
«Lindsay era un umanista innamorato di tutti i suoi attori», ricorda McDowell, «un gay represso perché figlio di un generale, ma straordinariamente generoso. Kubrick invece era un satiro, non gli interessavi come persona ma per ciò che potevi dargli, non diceva mai cosa voleva, stava a te trovare la soluzione. Fu Anderson a farmi entrare nel ruolo e a suggerirmi l’eterno sorriso della prima scena, quel personaggio reale ma non realistico è anche un po’ suo, quando morì mi scoprii così legato a lui da riaprire i miei vecchi diari per capirlo meglio. Mentre Kubrick umanamente fu una mezza delusione. Ero molto giovane allora, non pensavo che dopo tante incredibili settimane insieme sarebbe sparito. Invece andò proprio così. Però sapeva cosa voleva e non si fermava davanti a niente».
E qui McDowell rievoca la famigerata scena degli occhi spalancati a forza, girata senza trucco e senza inganno, solo una blanda anestesia per reggere il dolore mentre il medico, un medico vero, ripeteva e ripeteva la sua battuta senza azzeccarla mai, facendo urlare di disperazione il povero attore con i divaricatori sotto le palpebre. «Alla fine ero così esausto che chiesi una settimana di stop. Perché una, fece Stanley, prendine due, ma non abbiamo finito. Infatti due mesi dopo si ricordò dell’inquadratura e ricominciammo con gli occhi sbarrati... Un inferno!».
Naturalmente Arancia meccanica non fu l’unico ruolo difficile. «Anche il mostro di Rostov è stato un osso duro: fare un pazzo cannibale stupratore di bambini non è uno scherzo, pure io ho i miei tabù, sul set di Caligola mi rifiutai di girare la violenza su un bambino anche se Tinto Brass mi dava del puritano e il produttore Franco Rossellini mi diceva di aver visto ben altro nei privé di New York. Le sfide mi piacciono, ma il russo cannibale di Evilenko mi gettò nella depressione finché non trovai la sua verità, capii che una volta tanto dovevo costruirlo dall’esterno, non dall’interno, e riuscii ad “amare” anche lui».
Tanto che ora McDowell si prepara a girare un altro film con David Grieco, titolo provvisorio Secret Loves , cast internazionale e storia più che torbida con uno psicanalista forse innamorato della figliastra. Si gira a Casablanca, intanto l’attore cresciuto nella Liverpool dei Beatles («Andavo ad ascoltarli al Cavern quando non c’era ancora Ringo»), città cosmopolita e ricca di uno humour tutto suo, pensa alla sua autobiografia. Titolo: O Lucky Man! , naturalmente, perché questo si ritiene anzitutto McDowell. Un uomo fortunato.
laprovinciadicomo.it 15 giugno 2005
Quattro dottori accusati di errata diagnosi
il Pm chiede la condanna «Sbagliarono: 8 mesi ai medici»
ERBA Rischiano otto mesi di reclusione, quanti ne ha chiesto il Pm Vanessa Ragazzi, più il pagamento delle spese legali, e un risarcimento «congruo», come lo ha definito l'avvocato di parte civile Edoardo Pacia, quattro medici comaschi: Guido Giovanni Benini, neuropsichiatra al Sant'Anna di Como, Marco Brenna, dell'ospedale Fatebenefratelli di Erba; il neurologo Franco Maria Di Palma, del Sant'Anna di Como; lo psichiatra Mariano Sergio Tomaselli, primario alla villa San Benedetto di Albese con Cassano. Finiti sotto processo ieri a Erba con l'accusa di non avere riconosciuto che quello che colpì Maria Teresa Tramacere, 48 anni di Lipomo, nel 1998 non era una forte depressione, che le impediva di parlare causandole uno stato di afasia, bensì un'ischemia cerebrale. Un dramma doppio quello vissuto dalla signora Tramacere, che il 6 luglio 1998, in un incidente stradale in provincia di Parma perse la figlia, e un paio di giorni dopo l'uso della parola, colpita da un ictus che dai medici ora finiti sotto accusa per lesioni personali colpose, sarebbe stato riconosciuto e curato come un disturbo di natura psichica e non organica. «Il sintomo più allarmante, l'afasia, è stato sottovalutato – hanno ricostruito nella loro deposizione il professor Antonio De Santis, professore associato alla cattedra di Neurochirurgia dell'università degli studi di Milano e il dottor Michele Dufour, dell'istituto di medicina legale della clinica Mangiagalli di Milano, consulenti tecnici nominati dal giudice Giuseppe Vanore – la signora aveva riportato un trauma cranico in seguito all'incidente in cui era morta la figlia, di sicuro i suoi sintomi potevano dare luogo a più diagnosi diverse tra di loro; resta da capire come mai i medici abbiamo deciso di scartare a priori l'ipotesi dell'ischemia grave, che tra l'altro anche a livello patologico meritava più attenzione, per la nevrosi. Sarebbero bastati dei semplici esami, una nuova Tac ad esempio, rispetto a quella disposta a Parma subito dopo l'incidente, per avere un quadro clinico chiaro». Queste le ragioni della responsabilità penale per i quattro medici coinvolti i quali, secondo il Pm Ragazzi, sono da ritenere responsabili anche per aver ritardato, con la cura errata e l'utilizzo massiccio di antidepressivi e antipsicotici, il normale decorso della ischemia che aveva colpito la donna. In aula ieri a difendere uno degli imputati, il dottor Benini, anche l'onorevole Gaetano Pecorella, l'avvocato di Silvio Berlusconi, che ha chiesto l'assoluzione del suo assistito facendo valere il fatto che, dal quadro clinico all'epoca presentato, l'unica conclusione che uno psichiatra avrebbe potuto trarne era una grave forma di depressione. Il giudice ha aggiornato l'udienza al 12 luglio.
ilmanifesto.it 14 giugno 2005
Piazza Fontana, il baratto oscuro del silenzio
Torna in libreria, edito da Selene, Il segreto della Repubblica del giornalista Fulvio Bellini, pubblicato nel '78 e subito sparito. Una ricostruzione scomoda, basata sulle fonti dell'intelligence britannica
GIORGIO BOATTI
C'è stata davvero, in quel martedì 23 dicembre 1969, la riunione al Quirinale che ha sancito l'infrangibile patto al silenzio, stretto tra Moro e Saragat, attorno alla strage di Piazza Fontana avvenuta il venerdì di due settimane prima? Un patto, anzi un baratto, dove l'imperseguibilità dei responsabili dell'attentato - sedici morti e la storia di un paese dirottata verso gli anni di piombo - veniva permutata, in nome del ritorno alla normalità democratica, con la rinuncia alla proclamazione dello stato d'emergenza patrocinata dal «partito americano» che s'innervava dal Quirinale, a parte della Dc, sino ad alcuni settori degli apparati militari. Per Fulvio Bellini, giornalista legato sin dai tempi della lotta di Resistenza all'intelligence inglese, il baratto - di fatto un accordo di minacciosa e reciproca tregua fra due schieramenti quanto mai opposti - c'è stato. E Bellini lo afferma non da oggi. Secondo la sua ricostruzione, affidata al libro Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fontana, che dopo più di un quarto di secolo ritorna in libreria, edito da Selene (pp. 182, euro 13), il copione della strage, attuata dalla cellula neonazista padovana, doveva essere il prologo di una svolta politica autoritaria. Un diktat in sintonia con la determinazione, espressa dal presidente della Repubblica Saragat all'inizio di quel 1969, durante la visita di stato a Roma di Nixon e Kissinger, di opporre una barriera invalicabile all'offensiva della contestazione operaia e studentesca.
Gli stragisti erano convinti di poter provocare, con il massacro milanese, misure eccezionali per l'ordine pubblico, sino alla sospensione delle garanzie costituzionali, che il presidente del consiglio Rumor, su sollecitazione della presidenza della Repubblica, avrebbe dovuto adottare a partire dalle ore successive alla strage. Bellini spiega nel suo libro - costruito su fonti dell'intelligence inglese, già ampiamente conosciute ma forse pigramente sottovalutate nel parossistico svolgersi dei fatti di quel dicembre 1969 e nelle infuocate polemiche che ebbero luogo negli anni seguenti - come Moro, appoggiato non solo dalle sinistre democristiane ma anche da un Andreotti schierato con decisione al suo fianco, rifiutasse ogni scenario di radicalizzazione. Come quello dell'ipotesi di elezioni anticipate avanzato da Saragat e dalle correnti che, all'interno della maggioranza Dc, si riconoscevano in Rumor.
Favorevole al rilancio del centrosinistra e alla strategia dell'attenzione verso il Pci, Moro era certamente consapevole dell'angoscioso ingranaggio a orologeria introdotto da queste posizioni all'interno del delicatissimo equilibrio politico italiano, e avvertiva il procedere di un meccanismo scandito non solo dalla radicalizzazione dello scontro sociale ma anche, sempre più esplicitamente, dall'inserimento - da parte della catena di comando che si ispirava al «partito della destabilizzazione» - della variabile degli attentati. Bombe che erano passate, nel giro di pochi mesi, da quelle «simboliche» di Padova e Milano a quelle ben più devastanti sui treni, dell'agosto del 1969. E che nel dicembre toccarono il loro tragico approdo con l'ordigno alla Banca Nazionale dell'Agricoltura.
Chiave di volta - troppo ignorata forse in molte ricostruzioni successive - fu il duro dibattito che all'interno del consiglio nazionale della Dc, si tenne nelle settimane precedenti quel 12 dicembre e che aveva contrapposto la maggioranza che faceva capo a Rumor al variegato schieramento che aveva il suo punto di riferimento in Moro. Qualcuno, in Italia e fuori, aveva ritenuto di poter contare sul fatto che Rumor, come presidente del consiglio, davanti al progressivo dilagare della violenza, non avrebbe potuto sottrarsi all'intimazione di sospendere la Costituzione e, dunque, di avviare il Paese verso una sorta di «golpe bianco».
Le ore decisive dovevano essere quelle successive alla strage quando, all'aprirsi della nuova settimana, mentre attraverso un orchestrato cancan mediatico doveva essere individuato nell'anarchico Valpreda il presunto responsabile della strage, altri eventi erano in programma. In particolare, in prossimità dei funerali delle vittime, tenuti nel Duomo di Milano, si sarebbe dovuta scatenare la piazza di destra, affiancata da organizzazioni paramilitari, contro le formazioni giovanili e le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Non fu così, perché la Milano democratica e antifascista rispose con corale, impressionante compostezza. Secondo Bellini Rumor si sottrasse, non senza difficoltà, alle pressioni di Saragat di promulgare, sin da sabato 13 dicembre, le leggi speciali. Il presidente del consiglio prima addusse la volontà di essere presente ai funerali milanesi, e quindi, vista l'inequivocabile risposta della metropoli lombarda, tornò a Roma sempre meno convinto - ammesso e non concesso lo fosse mai stato - dell'ipotesi di varare lo stato d'emergenza.
Per giorni, tra i palazzi romani, si svolse un durissimo braccio di ferro e, alla fine, sostiene Bellini, si arrivò al compromesso del 23 dicembre, stretto tra Saragat e Moro: il primo avrebbe rinunciato alla svolta autoritaria, compresa l'ipotesi di scioglimento delle Camere e di ritorno al centrismo. Ma, in cambio, le componenti democristiane legate a Moro e a Andreotti, si adattarono a tacitare le voci e le prove sempre più nette (avanzate dall'Arma, dal nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri di Roma e da un memoriale dello stesso Sid) sulla matrice fascista della strage, accettando invece di mollare le briglie all'Ufficio Affari Riservati dell Ministero dell'Interno affinché, in sintonia con i copioni messi in scena tra Milano e Roma, continuasse la rappresentazione della colpevolezza degli anarchici, tra i quali, oltre al gruppo arrestato attorno a Valpreda, si era anche registrata la morte traumatica del ferroviere Pinelli, trattenuto illegalmente presso la questura di Milano. Un patto al silenzio di cui in qualche misura fu reso edotto, secondo Bellini, anche il vertice del Pci. Tutto questo scenario deve essere risultato scomodo a molti. Rendeva difficile, anche per l'opposizione, tracciare una linea netta delle responsabilità maturate all'interno del Palazzo che, in realtà, risultava ben più frammentato e contrapposto di quanto si pensasse.
Bellini aveva già raccontato tutto questo sul finire del 1978, proprio all'indomani dall'assassinio di Moro, in un'edizione di questo libro apparsa presso uno sconosciuto marchio editoriale milanese, Flan, che celava l'identità dell'autore sotto il nom de plume di Walter Rubini. Per la verità le edizioni Flan avevano, in precedenza, pubblicato assai pochi libri. Erano nate, nel 1970, per portare alla luce un volume piuttosto scomodo e ormai del tutto introvabile, anche se era servito da canovaccio a un film di successo, Il caso Mattei di Francesco Rosi: quel primo libro, scritto sempre da Fulvio Bellini, assieme ad Alessandro Previdi, era intitolato appunto L'assassinio di Enrico Mattei. Un'eliminazione, quella del presidente dell'Eni, addebitata esplicitamente dagli autori a una pianificazione che avrebbe saldato spezzoni della «razza padrona» italiana a diramazioni degli apparati spionistico-mafiosi d'oltre Atlantico. Anche questo libro, come quello del 1978, praticamente sparì subito dalle librerie, se mai ci arrivò. E nessuno ne parlò. Due libri, dunque, apparentemente minori e tuttavia in qualche modo significativi, non solo per le tesi che avanzano ma per le modalità editoriali con cui vennero alla luce.
In quest'ultima edizione de Il segreto della Repubblica il prefatore Paolo Cucchiarelli e uno dei figli di Bellini, Gianfranco - fratello di quell'Andrea Bellini di cui Marco Philophat ha narrato le gesta ne La banda Bellini (Shake edizioni) - si affiancano all'autore e lo aiutano a meglio inquadrare il tutto. Emerge così come questo libro, nella sua uscita del 1978, dovesse essere pubblicato non presso un marchio editoriale sconosciuto ma dalla Feltrinelli, che aveva già pagato un anticipo. E questo per espliciti accordi presi con Gian Piero Brega, direttore della casa editrice di via Andegari dopo la scomparsa di Gian Giacomo. Poi, con i fatti di via Fani e l'uccisione di Moro, si ritenne invece che ci fossero ragioni per dare al testo, e alle tesi assai scomode di Bellini, un altro destino. E a Flan, sconosciuto marchio editoriale, si affidò il «segreto della Repubblica».
APCOM 14.6.05
REFERENDUM
RONCONI: ORA BISOGNA ADEGUARE LA LEGGE SULL'ABORTO
Gli italiani non sono più quelli che approvarono la 194
Roma, 14 giu. (Apcom) - "Dopo il fallimento del referendum ora bisogna adeguare la 194", ossia la legge sull'aborto. Ne è convinto il senatore Udc, Maurizio Ronconi, che suggerisce di "esaltare la prevenzione e l'educazione piuttosto che l'interruzione della gravidanza".
Per il senatore centrista "i tempi sono cambiati" e "gli italiani non sono più quelli che approvarono la la 194; sono maturati, hanno dimostrato una nuova capacità di riflessione e una sensibilità diversa rispetto al passato e di questo il Parlamento dovrà tenerne conto".
corriere.it 14 giugno 2005
Verso un cura per alcune malattie degenerative come il Parkinson
Usa: moltiplicate cellule staminali cerebrali
Per la prima volta dei ricercatori dell'Università della Florida sono riuscita a far sviluppare dei neuroni umani da reimpiantare
MIAMI (USA) - Un nuovo passo avanti nella ricerca di una terapia per malattie ora incurabili. Scienziati dell'Università della Florida hanno infatti annunciato di aver trovato un modo per individuare cellule staminali nel cervello e moltiplicarle. La scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie nella lotta a malattie degenerative, come il Parkinson.
L'ESPERIMENTO - I ricercatori, che hanno condotto esperimenti sui topi, hanno studiato le staminali, cellule-madri che si trovano in tutti i tessuti, ma che sono difficili da identificare. In teoria, una volta isolate e coltivate sotto le giuste condizioni, esse possono dar vita a tipologie del tessuto desiderato. Le cellule staminali adulte possono provenire dal paziente stesso, senza dover ricorrere ai donatori. «Abbiamo usato un microscopio speciale - ha detto Dennis Steindler, che ha lavorato allo studio dell'Università della Florida - che ci permette di vedere le cellule vivere per lunghi periodi di tempo, per cui abbiamo effettivamente constatato che le staminali danno vita a nuovi neuroni. Probabilmente un metodo diverso potrebbe riuscire a individuare la madre di tutte le cellule staminali, noi siamo fiduciosi».
PRODUZIONE CELLULARE - I ricercatori hanno anche spiegato in modo in cui queste cellule vengono moltiplicate. «È come una catena di montaggio per fabbricare e accrescere il numero di cellule cerebrali», ha detto Bjorn Scheffler, un neuroscienziato dell'Università della Florida. «Possiamo prendere queste cellule e congelarle fino a quando ne avremo bisogno. Poi possiamo scongelarle, dare il via a un processo di generazione delle cellule, e produrre una tonnellata di nuovi neuroni».
ilmessaggero.it 14 giugno 2005
Festival di Shanghai
“Ora e per sempre”
Con il grande schermo l’Italia è vicina alla Cina
dal nostro inviato GLORIA SATTA
SHANGHAI - Bisognava venire fino in Cina per rendersi conto che esiste un cinema italiano snobbato in patria ma capace di farsi onore nel mondo. Ci volevano gli applausi di una platea dagli occhi a mandorla, l’assedio dei giornalisti locali e l’interesse dei distributori per capire che, malgrado la crisi, non dobbiamo perdere le speranze. La prova? Il successo che ha accolto all’ottavo festival di Shanghai Ora e per sempre di Vincenzo Verdecchi, unico film italiano in gara mentre altri quattro ( Fame chimica di Vari e Bocola, L’estate di mio fratello di Reggiani, Tredici a tavola di Oldoini e L’iguana di McGilvray) partecipano fuori concorso a questa rassegna che richiama pubblico e addetti ai lavori da tutta l’Asia. All’ombra dei grattacieli che di mese in mese si moltiplicano come funghi, Ora e per sempre ha colpito al cuore Shanghai, la metropoli-laboratorio della Cina che cambia. E’ un film atipico: con garbo e sentimento (e gli ottimi interpreti Gioele Dix, Dino Abbrescia, Giorgio Albertazzi, Luciano Scarpa, Kasia Smutniak) racconta una storia sospesa tra passato e presente che parte da un capitolo indelebile della storia italiana (l’incidente aereo che nel ’49 a Superga sterminò la gloriosa squadra del Torino) per parlare del valore della memoria, dell’identità nazionale, dei rapporti tra generazioni, della passione per il calcio intesa come metafora della vita. E pensare, racconta il produttore Alessandro Verdecchi, fratello del regista, «che in Italia nessuno lo voleva: così tre mesi fa mi sono distribuito il film da solo, sfidando i grandi gruppi e i kolossal Usa. Malgrado le buone critiche, è stato smontato subito. E’ dura la vita dell’indipendente...». Alla fine della proiezione, lo sceneggiatore Carmelo Pennisi (lo stesso del Karol Wojtyla tv) si ritrova tra le mani il biglietto da visita di un paio di produttori cinesi, che sollecitano proposte. Alla conferenza stampa, fioccano le domande: i giornalisti vogliono sapere cos’è stata la guerra, che significa l’amore per una squadra, il rapporto con il passato. Abbrescia rivela: «Non sono mai stato un tifoso, ma sul set ho capito la passione per il calcio». Verdecchi si rivolge ai cinesi: «Voi che avete una grande storia alle spalle, sapete quanto è importante il passato per costruire il futuro».
Adriana Chiesa, neo-amministratore delegato di Filmitalia, guida la delegazione tricolore a Shanghai. E’ soddisfatta: «Il successo qui di Ora e per sempre è la prosecuzione del cammino iniziato a Tokyo, dove il nostro cinema ha avuto un’accoglienza straordinaria». «Bisogna puntare sempre più sui mercati d’Oriente», dice il presidente della società, Giovanni Galoppi. Ieri sera, mentre Verdecchi e gli altri festeggiavano, il film è stato comprato dalla tv cinese.
ilmessaggero.it 14 giugno 2005
Payami: «Il mio film “contro”, per combattere le censure»
di ROBERTA BOTTARI
ROMA - Mentre noi parliamo di censura, il film in questione, Silenzio tra due pensieri di Babak Payami, non è stato vietato ai minori: è stato proprio sequestrato, dal governo iraniano. Il regista è stato arrestato e costretto a fuggire dal paese mediorientale. «Ancora oggi - afferma Babak Payami - nessuno mi ha comunicato ufficialmente le ragioni del sequestro dell’originale e, quando ho chiesto chi mi interrogava se aveva visto il mio film, ha risposto che non ce n’era bisogno...». Silenzio tra due pensieri arriva finalmente in Italia, grazie all’Istituto Luce, che lo distribuisce in una quindicina di copie da venerdì. Presentato 2 anni fa alla Mostra di Venezia, si tratta del terzo film del cineasta, dopo One more day e Il voto è segreto . Il negativo è ancora in mano alle autorità locali, quello che vediamo dunque è ciò che il regista era riuscito a mettere in salvo prima del sequestro. Ogni volta che lo vede, Payami, viene colto da violenti mal di stomaco: «Non è il mio film, è quel che resta. Ma serve a far conoscere una realtà». Il film racconta la storia di una donna che viene risparmiata da un’esecuzione, perché vergine. Secondo una credenza, le vergini, se muoiono, vanno in Paradiso. E i killer non la vogliono solo morta: la vogliono anche dannata. Si pone così un bel problema. Per risolverlo, il leader spirituale costringe il boia a sposare la ragazza affinché, consumato il matrimonio, si possa finalmente procedere con l’esecuzione. Ma l’uomo, difronte alla vittima-moglie, precipita nel dubbio. «Il silenzio del titolo - spiega il regista - è il momento in cui un individuo, o un’intera società, si risveglia da una convinzione cieca. Questo mio film è un viaggio nell’indecisione. Non parla di religione, ma di come questa può essere utilizzata per ingannare la gente: non mi stupisce che in Iran non lo abbiano gradito. Ma queste forme di repressioni sono inutili. L’ho detto anche a chi mi ha interrogato: prendetevi questo film e io ne girerò un altro, arrestatemi e un altro regista lo farà al posto mio. Comunque vada, sarò io a vincere questa battaglia».
helpconsumatori.it 13 giugno 2005
Somministrazione psicofarmaci a minori:
a Roma medici e politici contro reintroduzione Ritalin
Si è tenuto oggi dalle ore 10 il Convegno finale "Diversamente vivaci. Il disagio dei bambini e la sindrome da iperattività tra invenzione nosografica e realtà biologica" promosso dall'On. Tiziana Biolghini, Consigliere Delegato alle Politiche dell'Handicap della Provincia di Roma.
Il convegno ha affrontato un tema attuale ed ha rappresentato un momento di dibattito e sensibilizzazione sul diritto alla salute dei bambini per favorire una corretta informazione sull'abuso nella somministrazione di psicofarmaci a bambini ed adolescenti.
Un decreto ministeriale del 22 luglio 2003 ha inspiegabilmente trasformato il Ritalin da sostanza stupefacente a psicofarmaco prescrivibile a bambini ed adolescenti affetti dalla cosiddetta sindrome Adhd (disturbo da deficit da attenzione e iperattività) sulla cui reale esistenza la comunità scientifica mondiale resta divisa. Un'anfetamina con oltre 2900 effetti collaterali che crea dipendenza nei soli Stati Uniti a più di 8 milioni di bambini, destinata a curare una malattia sulla cui reale esistenza la comunità scientifica resta divisa. Nel corso del convegno il Professor Luigi Cancrini (Direttore dell'Istituto terapie familiari) ha sottolineato che "il disturbo del bambino, affetto dalla cosiddetta sindrome da iperattività, va sempre esplorato in rapporto al contesto in cui si determina. Il bambino segnala con i suoi sintomi un disagio interpersonale che va conosciuto ed al quale va posto rimedio". Il prof. Cancrini ha inoltre affermato che "i bambini cosiddetti iperattivi hanno bisogno di orecchie che ascoltano e non di terapie farmacologiche che inibiscono la capacità di esprimere il disagio e che vengono vissute come un invio a nascondere il proprio disagio ed a tacere. Il bambino non ha abbastanza forza per far sentire la propria voce". "l'assistenza ai minori - ha concluso Cancrini - richiede forti investimenti socio-sanitari ed una cooperazione tra gli attori coinvolti".
Il Farmacologo Giuseppe Dimito ha dichiarato che tra gli effetti del Metilfenidato (molecola del Ritalin) una vera e propria sostanza stupefacente ci sono sintomi gravissimi tra cui: "aumento della frequenza cardiaca, rilasciamento della mucosa bronchiale ed intestinale, dipendenza dal farmaco con necessità di dosi sempre più elevate ed aumento proporzionale di gravi danni a reni, cuore e cervello. La sospensione dl Ritalin ha effetti ancora più gravi, tra questi: depressione psichica, ottundimento, abulia e profonda depressione.
L'Onorevole Biolghini ha concluso i lavori del convegno affermando la necessità di " creare un coordinamento di associazioni, enti, operatori scolastici e famiglie che siano in grado di vigilare sulla reintroduzione di un farmaco tanto pericoloso. Sedare i bambini con uno psicofarmaco-droga come il Ritalin significa rinunciare ad ascoltare il legittimo disagio dei bambini e zittirlo con una pillola." "Noi - ha concluso Tiziana Biolghini- non rinunceremo mai a vedere tutti i bambini, nessuno escluso, come una vita in crescita piena di possibilità che non devono e non possono essere frustrate. Ai nostri bambini dobbiamo dare ali per volare e non farmaci per dormire."
Il dolore è una questione di testa
Il Pensiero Scientifico Editore
Il dolore è nella testa, si dice spesso a chi si lamenta. Non è scorretto se si pensa che tutte le sensazioni della periferia del corpo vengono inviate al cervello e lì integrate e trasformate in fame, gioia o dolore appunto. Per questo molte delle ricerche degli ultimi anni si sono concentrate sulla comprensione di come il il nostro cervello codifichi le sensazioni dolorose provenienti dal corpo.
L’ultimo numero del Journal of the American Medical Association propone, nella sezione prospettive, un articolo firmato da Tracy Hampton che ripercorre le tappe più importanti degli ultimi anni nella comprensione dei meccanismi molecolari che caratterizzano il dolore. La corteccia somatosensoriale primaria è una delle regioni dove giungono le stimolazioni dolorose e, come nei processi relativi alla memoria e all’apprendimento, è stato possibile dimostrare che l’esperienza del dolore può creare delle modificazioni nel cervello in termini di attività metabolica e di plasticità. Il cervello, in sostanza, tratta il dolore come tutte le altre informazioni che riceve e che integra.
A giudicare da queste ricerche l'obiettivo ultimo sarebbe, conoscendo le singole tappe, quello di controllare il dolore magari con cure personalizzate. Una cura specifica per ciascun malato: questa è la promessa più frequente e gettonata della medicina di oggi. La promessa ha un suo fondamento: conoscere le differenze tra individui è fondamentale, per esempio, nella scelta delle terapie per aumentarne l’efficacia.
Ma conoscere il genoma di un individuo o capire come sia strutturata la sua rete neuronale può davvero bastare per curare qualcuno? La sofferenza o la salute sono solo un fatto organico che migliora o peggiora eslcusivamente a seconda del funzionamento di un singolo o un gruppo di geni? Difficile rispondere, certo è che a volte si ha l’impressione che la medicina di oggi abbia più attenzione per la malattia che per il malato.
Fonte.Hampton T. Pain and the brain: researchers focus on tackling pain memories. JAMA
ilmessaggero.it 15 giugno 2005
Malcolm e l’occhio di Kubrick
«Quella pupilla spalancata, un inferno. Stanley era disumano»
FABIO FERZETTI
TAORMINA - Sullo schermo ha fatto di tutto, talvolta buttandosi un po’ via come càpita ai migliori, ma per tutti è sempre l’Alex di Arancia meccanica . Eppure quel personaggio rimastogli addosso come una seconda pelle non è solo opera sua e del genio di Stanley Kubrick. Nossignori, Alex il “drugo” strafatto di Beethoven e di ultraviolenza, Alex lo stupratore ricondizionato per diventare inoffensivo, ha almeno un terzo padre: il grande e semidimenticato Lindsay Anderson, il regista di Se... e di O Lucky Man! , due fra i migliori dei molti film girati da Malcolm McDowell.
Lo racconta lo stesso attore, zazzera candida e bimbetto di 14 mesi al seguito, un incredibile clone in miniatura che del padre ha i capelli ritti (ma rossi!) e il ghigno irresistibile. Quando Kubrick lo scelse come protagonista, McDowell veniva infatti dal successo strepitoso di Se... , storia di rivolta in un college datata 1968 e imparata a memoria dai ribelli di mezzo mondo. Così l’attore portò al suo scopritore il copione, strappato a Kubrick con mille giuramenti di segretezza. E fu Anderson, ammirato e quasi intimorito, a suggerirgli le chiavi per dare vita ad Alex.
«Lindsay era un umanista innamorato di tutti i suoi attori», ricorda McDowell, «un gay represso perché figlio di un generale, ma straordinariamente generoso. Kubrick invece era un satiro, non gli interessavi come persona ma per ciò che potevi dargli, non diceva mai cosa voleva, stava a te trovare la soluzione. Fu Anderson a farmi entrare nel ruolo e a suggerirmi l’eterno sorriso della prima scena, quel personaggio reale ma non realistico è anche un po’ suo, quando morì mi scoprii così legato a lui da riaprire i miei vecchi diari per capirlo meglio. Mentre Kubrick umanamente fu una mezza delusione. Ero molto giovane allora, non pensavo che dopo tante incredibili settimane insieme sarebbe sparito. Invece andò proprio così. Però sapeva cosa voleva e non si fermava davanti a niente».
E qui McDowell rievoca la famigerata scena degli occhi spalancati a forza, girata senza trucco e senza inganno, solo una blanda anestesia per reggere il dolore mentre il medico, un medico vero, ripeteva e ripeteva la sua battuta senza azzeccarla mai, facendo urlare di disperazione il povero attore con i divaricatori sotto le palpebre. «Alla fine ero così esausto che chiesi una settimana di stop. Perché una, fece Stanley, prendine due, ma non abbiamo finito. Infatti due mesi dopo si ricordò dell’inquadratura e ricominciammo con gli occhi sbarrati... Un inferno!».
Naturalmente Arancia meccanica non fu l’unico ruolo difficile. «Anche il mostro di Rostov è stato un osso duro: fare un pazzo cannibale stupratore di bambini non è uno scherzo, pure io ho i miei tabù, sul set di Caligola mi rifiutai di girare la violenza su un bambino anche se Tinto Brass mi dava del puritano e il produttore Franco Rossellini mi diceva di aver visto ben altro nei privé di New York. Le sfide mi piacciono, ma il russo cannibale di Evilenko mi gettò nella depressione finché non trovai la sua verità, capii che una volta tanto dovevo costruirlo dall’esterno, non dall’interno, e riuscii ad “amare” anche lui».
Tanto che ora McDowell si prepara a girare un altro film con David Grieco, titolo provvisorio Secret Loves , cast internazionale e storia più che torbida con uno psicanalista forse innamorato della figliastra. Si gira a Casablanca, intanto l’attore cresciuto nella Liverpool dei Beatles («Andavo ad ascoltarli al Cavern quando non c’era ancora Ringo»), città cosmopolita e ricca di uno humour tutto suo, pensa alla sua autobiografia. Titolo: O Lucky Man! , naturalmente, perché questo si ritiene anzitutto McDowell. Un uomo fortunato.
laprovinciadicomo.it 15 giugno 2005
Quattro dottori accusati di errata diagnosi
il Pm chiede la condanna «Sbagliarono: 8 mesi ai medici»
ERBA Rischiano otto mesi di reclusione, quanti ne ha chiesto il Pm Vanessa Ragazzi, più il pagamento delle spese legali, e un risarcimento «congruo», come lo ha definito l'avvocato di parte civile Edoardo Pacia, quattro medici comaschi: Guido Giovanni Benini, neuropsichiatra al Sant'Anna di Como, Marco Brenna, dell'ospedale Fatebenefratelli di Erba; il neurologo Franco Maria Di Palma, del Sant'Anna di Como; lo psichiatra Mariano Sergio Tomaselli, primario alla villa San Benedetto di Albese con Cassano. Finiti sotto processo ieri a Erba con l'accusa di non avere riconosciuto che quello che colpì Maria Teresa Tramacere, 48 anni di Lipomo, nel 1998 non era una forte depressione, che le impediva di parlare causandole uno stato di afasia, bensì un'ischemia cerebrale. Un dramma doppio quello vissuto dalla signora Tramacere, che il 6 luglio 1998, in un incidente stradale in provincia di Parma perse la figlia, e un paio di giorni dopo l'uso della parola, colpita da un ictus che dai medici ora finiti sotto accusa per lesioni personali colpose, sarebbe stato riconosciuto e curato come un disturbo di natura psichica e non organica. «Il sintomo più allarmante, l'afasia, è stato sottovalutato – hanno ricostruito nella loro deposizione il professor Antonio De Santis, professore associato alla cattedra di Neurochirurgia dell'università degli studi di Milano e il dottor Michele Dufour, dell'istituto di medicina legale della clinica Mangiagalli di Milano, consulenti tecnici nominati dal giudice Giuseppe Vanore – la signora aveva riportato un trauma cranico in seguito all'incidente in cui era morta la figlia, di sicuro i suoi sintomi potevano dare luogo a più diagnosi diverse tra di loro; resta da capire come mai i medici abbiamo deciso di scartare a priori l'ipotesi dell'ischemia grave, che tra l'altro anche a livello patologico meritava più attenzione, per la nevrosi. Sarebbero bastati dei semplici esami, una nuova Tac ad esempio, rispetto a quella disposta a Parma subito dopo l'incidente, per avere un quadro clinico chiaro». Queste le ragioni della responsabilità penale per i quattro medici coinvolti i quali, secondo il Pm Ragazzi, sono da ritenere responsabili anche per aver ritardato, con la cura errata e l'utilizzo massiccio di antidepressivi e antipsicotici, il normale decorso della ischemia che aveva colpito la donna. In aula ieri a difendere uno degli imputati, il dottor Benini, anche l'onorevole Gaetano Pecorella, l'avvocato di Silvio Berlusconi, che ha chiesto l'assoluzione del suo assistito facendo valere il fatto che, dal quadro clinico all'epoca presentato, l'unica conclusione che uno psichiatra avrebbe potuto trarne era una grave forma di depressione. Il giudice ha aggiornato l'udienza al 12 luglio.
ilmanifesto.it 14 giugno 2005
Piazza Fontana, il baratto oscuro del silenzio
Torna in libreria, edito da Selene, Il segreto della Repubblica del giornalista Fulvio Bellini, pubblicato nel '78 e subito sparito. Una ricostruzione scomoda, basata sulle fonti dell'intelligence britannica
GIORGIO BOATTI
C'è stata davvero, in quel martedì 23 dicembre 1969, la riunione al Quirinale che ha sancito l'infrangibile patto al silenzio, stretto tra Moro e Saragat, attorno alla strage di Piazza Fontana avvenuta il venerdì di due settimane prima? Un patto, anzi un baratto, dove l'imperseguibilità dei responsabili dell'attentato - sedici morti e la storia di un paese dirottata verso gli anni di piombo - veniva permutata, in nome del ritorno alla normalità democratica, con la rinuncia alla proclamazione dello stato d'emergenza patrocinata dal «partito americano» che s'innervava dal Quirinale, a parte della Dc, sino ad alcuni settori degli apparati militari. Per Fulvio Bellini, giornalista legato sin dai tempi della lotta di Resistenza all'intelligence inglese, il baratto - di fatto un accordo di minacciosa e reciproca tregua fra due schieramenti quanto mai opposti - c'è stato. E Bellini lo afferma non da oggi. Secondo la sua ricostruzione, affidata al libro Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fontana, che dopo più di un quarto di secolo ritorna in libreria, edito da Selene (pp. 182, euro 13), il copione della strage, attuata dalla cellula neonazista padovana, doveva essere il prologo di una svolta politica autoritaria. Un diktat in sintonia con la determinazione, espressa dal presidente della Repubblica Saragat all'inizio di quel 1969, durante la visita di stato a Roma di Nixon e Kissinger, di opporre una barriera invalicabile all'offensiva della contestazione operaia e studentesca.
Gli stragisti erano convinti di poter provocare, con il massacro milanese, misure eccezionali per l'ordine pubblico, sino alla sospensione delle garanzie costituzionali, che il presidente del consiglio Rumor, su sollecitazione della presidenza della Repubblica, avrebbe dovuto adottare a partire dalle ore successive alla strage. Bellini spiega nel suo libro - costruito su fonti dell'intelligence inglese, già ampiamente conosciute ma forse pigramente sottovalutate nel parossistico svolgersi dei fatti di quel dicembre 1969 e nelle infuocate polemiche che ebbero luogo negli anni seguenti - come Moro, appoggiato non solo dalle sinistre democristiane ma anche da un Andreotti schierato con decisione al suo fianco, rifiutasse ogni scenario di radicalizzazione. Come quello dell'ipotesi di elezioni anticipate avanzato da Saragat e dalle correnti che, all'interno della maggioranza Dc, si riconoscevano in Rumor.
Favorevole al rilancio del centrosinistra e alla strategia dell'attenzione verso il Pci, Moro era certamente consapevole dell'angoscioso ingranaggio a orologeria introdotto da queste posizioni all'interno del delicatissimo equilibrio politico italiano, e avvertiva il procedere di un meccanismo scandito non solo dalla radicalizzazione dello scontro sociale ma anche, sempre più esplicitamente, dall'inserimento - da parte della catena di comando che si ispirava al «partito della destabilizzazione» - della variabile degli attentati. Bombe che erano passate, nel giro di pochi mesi, da quelle «simboliche» di Padova e Milano a quelle ben più devastanti sui treni, dell'agosto del 1969. E che nel dicembre toccarono il loro tragico approdo con l'ordigno alla Banca Nazionale dell'Agricoltura.
Chiave di volta - troppo ignorata forse in molte ricostruzioni successive - fu il duro dibattito che all'interno del consiglio nazionale della Dc, si tenne nelle settimane precedenti quel 12 dicembre e che aveva contrapposto la maggioranza che faceva capo a Rumor al variegato schieramento che aveva il suo punto di riferimento in Moro. Qualcuno, in Italia e fuori, aveva ritenuto di poter contare sul fatto che Rumor, come presidente del consiglio, davanti al progressivo dilagare della violenza, non avrebbe potuto sottrarsi all'intimazione di sospendere la Costituzione e, dunque, di avviare il Paese verso una sorta di «golpe bianco».
Le ore decisive dovevano essere quelle successive alla strage quando, all'aprirsi della nuova settimana, mentre attraverso un orchestrato cancan mediatico doveva essere individuato nell'anarchico Valpreda il presunto responsabile della strage, altri eventi erano in programma. In particolare, in prossimità dei funerali delle vittime, tenuti nel Duomo di Milano, si sarebbe dovuta scatenare la piazza di destra, affiancata da organizzazioni paramilitari, contro le formazioni giovanili e le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Non fu così, perché la Milano democratica e antifascista rispose con corale, impressionante compostezza. Secondo Bellini Rumor si sottrasse, non senza difficoltà, alle pressioni di Saragat di promulgare, sin da sabato 13 dicembre, le leggi speciali. Il presidente del consiglio prima addusse la volontà di essere presente ai funerali milanesi, e quindi, vista l'inequivocabile risposta della metropoli lombarda, tornò a Roma sempre meno convinto - ammesso e non concesso lo fosse mai stato - dell'ipotesi di varare lo stato d'emergenza.
Per giorni, tra i palazzi romani, si svolse un durissimo braccio di ferro e, alla fine, sostiene Bellini, si arrivò al compromesso del 23 dicembre, stretto tra Saragat e Moro: il primo avrebbe rinunciato alla svolta autoritaria, compresa l'ipotesi di scioglimento delle Camere e di ritorno al centrismo. Ma, in cambio, le componenti democristiane legate a Moro e a Andreotti, si adattarono a tacitare le voci e le prove sempre più nette (avanzate dall'Arma, dal nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri di Roma e da un memoriale dello stesso Sid) sulla matrice fascista della strage, accettando invece di mollare le briglie all'Ufficio Affari Riservati dell Ministero dell'Interno affinché, in sintonia con i copioni messi in scena tra Milano e Roma, continuasse la rappresentazione della colpevolezza degli anarchici, tra i quali, oltre al gruppo arrestato attorno a Valpreda, si era anche registrata la morte traumatica del ferroviere Pinelli, trattenuto illegalmente presso la questura di Milano. Un patto al silenzio di cui in qualche misura fu reso edotto, secondo Bellini, anche il vertice del Pci. Tutto questo scenario deve essere risultato scomodo a molti. Rendeva difficile, anche per l'opposizione, tracciare una linea netta delle responsabilità maturate all'interno del Palazzo che, in realtà, risultava ben più frammentato e contrapposto di quanto si pensasse.
Bellini aveva già raccontato tutto questo sul finire del 1978, proprio all'indomani dall'assassinio di Moro, in un'edizione di questo libro apparsa presso uno sconosciuto marchio editoriale milanese, Flan, che celava l'identità dell'autore sotto il nom de plume di Walter Rubini. Per la verità le edizioni Flan avevano, in precedenza, pubblicato assai pochi libri. Erano nate, nel 1970, per portare alla luce un volume piuttosto scomodo e ormai del tutto introvabile, anche se era servito da canovaccio a un film di successo, Il caso Mattei di Francesco Rosi: quel primo libro, scritto sempre da Fulvio Bellini, assieme ad Alessandro Previdi, era intitolato appunto L'assassinio di Enrico Mattei. Un'eliminazione, quella del presidente dell'Eni, addebitata esplicitamente dagli autori a una pianificazione che avrebbe saldato spezzoni della «razza padrona» italiana a diramazioni degli apparati spionistico-mafiosi d'oltre Atlantico. Anche questo libro, come quello del 1978, praticamente sparì subito dalle librerie, se mai ci arrivò. E nessuno ne parlò. Due libri, dunque, apparentemente minori e tuttavia in qualche modo significativi, non solo per le tesi che avanzano ma per le modalità editoriali con cui vennero alla luce.
In quest'ultima edizione de Il segreto della Repubblica il prefatore Paolo Cucchiarelli e uno dei figli di Bellini, Gianfranco - fratello di quell'Andrea Bellini di cui Marco Philophat ha narrato le gesta ne La banda Bellini (Shake edizioni) - si affiancano all'autore e lo aiutano a meglio inquadrare il tutto. Emerge così come questo libro, nella sua uscita del 1978, dovesse essere pubblicato non presso un marchio editoriale sconosciuto ma dalla Feltrinelli, che aveva già pagato un anticipo. E questo per espliciti accordi presi con Gian Piero Brega, direttore della casa editrice di via Andegari dopo la scomparsa di Gian Giacomo. Poi, con i fatti di via Fani e l'uccisione di Moro, si ritenne invece che ci fossero ragioni per dare al testo, e alle tesi assai scomode di Bellini, un altro destino. E a Flan, sconosciuto marchio editoriale, si affidò il «segreto della Repubblica».
APCOM 14.6.05
REFERENDUM
RONCONI: ORA BISOGNA ADEGUARE LA LEGGE SULL'ABORTO
Gli italiani non sono più quelli che approvarono la 194
Roma, 14 giu. (Apcom) - "Dopo il fallimento del referendum ora bisogna adeguare la 194", ossia la legge sull'aborto. Ne è convinto il senatore Udc, Maurizio Ronconi, che suggerisce di "esaltare la prevenzione e l'educazione piuttosto che l'interruzione della gravidanza".
Per il senatore centrista "i tempi sono cambiati" e "gli italiani non sono più quelli che approvarono la la 194; sono maturati, hanno dimostrato una nuova capacità di riflessione e una sensibilità diversa rispetto al passato e di questo il Parlamento dovrà tenerne conto".
corriere.it 14 giugno 2005
Verso un cura per alcune malattie degenerative come il Parkinson
Usa: moltiplicate cellule staminali cerebrali
Per la prima volta dei ricercatori dell'Università della Florida sono riuscita a far sviluppare dei neuroni umani da reimpiantare
MIAMI (USA) - Un nuovo passo avanti nella ricerca di una terapia per malattie ora incurabili. Scienziati dell'Università della Florida hanno infatti annunciato di aver trovato un modo per individuare cellule staminali nel cervello e moltiplicarle. La scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie nella lotta a malattie degenerative, come il Parkinson.
L'ESPERIMENTO - I ricercatori, che hanno condotto esperimenti sui topi, hanno studiato le staminali, cellule-madri che si trovano in tutti i tessuti, ma che sono difficili da identificare. In teoria, una volta isolate e coltivate sotto le giuste condizioni, esse possono dar vita a tipologie del tessuto desiderato. Le cellule staminali adulte possono provenire dal paziente stesso, senza dover ricorrere ai donatori. «Abbiamo usato un microscopio speciale - ha detto Dennis Steindler, che ha lavorato allo studio dell'Università della Florida - che ci permette di vedere le cellule vivere per lunghi periodi di tempo, per cui abbiamo effettivamente constatato che le staminali danno vita a nuovi neuroni. Probabilmente un metodo diverso potrebbe riuscire a individuare la madre di tutte le cellule staminali, noi siamo fiduciosi».
PRODUZIONE CELLULARE - I ricercatori hanno anche spiegato in modo in cui queste cellule vengono moltiplicate. «È come una catena di montaggio per fabbricare e accrescere il numero di cellule cerebrali», ha detto Bjorn Scheffler, un neuroscienziato dell'Università della Florida. «Possiamo prendere queste cellule e congelarle fino a quando ne avremo bisogno. Poi possiamo scongelarle, dare il via a un processo di generazione delle cellule, e produrre una tonnellata di nuovi neuroni».
ilmessaggero.it 14 giugno 2005
Festival di Shanghai
“Ora e per sempre”
Con il grande schermo l’Italia è vicina alla Cina
dal nostro inviato GLORIA SATTA
SHANGHAI - Bisognava venire fino in Cina per rendersi conto che esiste un cinema italiano snobbato in patria ma capace di farsi onore nel mondo. Ci volevano gli applausi di una platea dagli occhi a mandorla, l’assedio dei giornalisti locali e l’interesse dei distributori per capire che, malgrado la crisi, non dobbiamo perdere le speranze. La prova? Il successo che ha accolto all’ottavo festival di Shanghai Ora e per sempre di Vincenzo Verdecchi, unico film italiano in gara mentre altri quattro ( Fame chimica di Vari e Bocola, L’estate di mio fratello di Reggiani, Tredici a tavola di Oldoini e L’iguana di McGilvray) partecipano fuori concorso a questa rassegna che richiama pubblico e addetti ai lavori da tutta l’Asia. All’ombra dei grattacieli che di mese in mese si moltiplicano come funghi, Ora e per sempre ha colpito al cuore Shanghai, la metropoli-laboratorio della Cina che cambia. E’ un film atipico: con garbo e sentimento (e gli ottimi interpreti Gioele Dix, Dino Abbrescia, Giorgio Albertazzi, Luciano Scarpa, Kasia Smutniak) racconta una storia sospesa tra passato e presente che parte da un capitolo indelebile della storia italiana (l’incidente aereo che nel ’49 a Superga sterminò la gloriosa squadra del Torino) per parlare del valore della memoria, dell’identità nazionale, dei rapporti tra generazioni, della passione per il calcio intesa come metafora della vita. E pensare, racconta il produttore Alessandro Verdecchi, fratello del regista, «che in Italia nessuno lo voleva: così tre mesi fa mi sono distribuito il film da solo, sfidando i grandi gruppi e i kolossal Usa. Malgrado le buone critiche, è stato smontato subito. E’ dura la vita dell’indipendente...». Alla fine della proiezione, lo sceneggiatore Carmelo Pennisi (lo stesso del Karol Wojtyla tv) si ritrova tra le mani il biglietto da visita di un paio di produttori cinesi, che sollecitano proposte. Alla conferenza stampa, fioccano le domande: i giornalisti vogliono sapere cos’è stata la guerra, che significa l’amore per una squadra, il rapporto con il passato. Abbrescia rivela: «Non sono mai stato un tifoso, ma sul set ho capito la passione per il calcio». Verdecchi si rivolge ai cinesi: «Voi che avete una grande storia alle spalle, sapete quanto è importante il passato per costruire il futuro».
Adriana Chiesa, neo-amministratore delegato di Filmitalia, guida la delegazione tricolore a Shanghai. E’ soddisfatta: «Il successo qui di Ora e per sempre è la prosecuzione del cammino iniziato a Tokyo, dove il nostro cinema ha avuto un’accoglienza straordinaria». «Bisogna puntare sempre più sui mercati d’Oriente», dice il presidente della società, Giovanni Galoppi. Ieri sera, mentre Verdecchi e gli altri festeggiavano, il film è stato comprato dalla tv cinese.
ilmessaggero.it 14 giugno 2005
Payami: «Il mio film “contro”, per combattere le censure»
di ROBERTA BOTTARI
ROMA - Mentre noi parliamo di censura, il film in questione, Silenzio tra due pensieri di Babak Payami, non è stato vietato ai minori: è stato proprio sequestrato, dal governo iraniano. Il regista è stato arrestato e costretto a fuggire dal paese mediorientale. «Ancora oggi - afferma Babak Payami - nessuno mi ha comunicato ufficialmente le ragioni del sequestro dell’originale e, quando ho chiesto chi mi interrogava se aveva visto il mio film, ha risposto che non ce n’era bisogno...». Silenzio tra due pensieri arriva finalmente in Italia, grazie all’Istituto Luce, che lo distribuisce in una quindicina di copie da venerdì. Presentato 2 anni fa alla Mostra di Venezia, si tratta del terzo film del cineasta, dopo One more day e Il voto è segreto . Il negativo è ancora in mano alle autorità locali, quello che vediamo dunque è ciò che il regista era riuscito a mettere in salvo prima del sequestro. Ogni volta che lo vede, Payami, viene colto da violenti mal di stomaco: «Non è il mio film, è quel che resta. Ma serve a far conoscere una realtà». Il film racconta la storia di una donna che viene risparmiata da un’esecuzione, perché vergine. Secondo una credenza, le vergini, se muoiono, vanno in Paradiso. E i killer non la vogliono solo morta: la vogliono anche dannata. Si pone così un bel problema. Per risolverlo, il leader spirituale costringe il boia a sposare la ragazza affinché, consumato il matrimonio, si possa finalmente procedere con l’esecuzione. Ma l’uomo, difronte alla vittima-moglie, precipita nel dubbio. «Il silenzio del titolo - spiega il regista - è il momento in cui un individuo, o un’intera società, si risveglia da una convinzione cieca. Questo mio film è un viaggio nell’indecisione. Non parla di religione, ma di come questa può essere utilizzata per ingannare la gente: non mi stupisce che in Iran non lo abbiano gradito. Ma queste forme di repressioni sono inutili. L’ho detto anche a chi mi ha interrogato: prendetevi questo film e io ne girerò un altro, arrestatemi e un altro regista lo farà al posto mio. Comunque vada, sarò io a vincere questa battaglia».
helpconsumatori.it 13 giugno 2005
Somministrazione psicofarmaci a minori:
a Roma medici e politici contro reintroduzione Ritalin
Si è tenuto oggi dalle ore 10 il Convegno finale "Diversamente vivaci. Il disagio dei bambini e la sindrome da iperattività tra invenzione nosografica e realtà biologica" promosso dall'On. Tiziana Biolghini, Consigliere Delegato alle Politiche dell'Handicap della Provincia di Roma.
Il convegno ha affrontato un tema attuale ed ha rappresentato un momento di dibattito e sensibilizzazione sul diritto alla salute dei bambini per favorire una corretta informazione sull'abuso nella somministrazione di psicofarmaci a bambini ed adolescenti.
Un decreto ministeriale del 22 luglio 2003 ha inspiegabilmente trasformato il Ritalin da sostanza stupefacente a psicofarmaco prescrivibile a bambini ed adolescenti affetti dalla cosiddetta sindrome Adhd (disturbo da deficit da attenzione e iperattività) sulla cui reale esistenza la comunità scientifica mondiale resta divisa. Un'anfetamina con oltre 2900 effetti collaterali che crea dipendenza nei soli Stati Uniti a più di 8 milioni di bambini, destinata a curare una malattia sulla cui reale esistenza la comunità scientifica resta divisa. Nel corso del convegno il Professor Luigi Cancrini (Direttore dell'Istituto terapie familiari) ha sottolineato che "il disturbo del bambino, affetto dalla cosiddetta sindrome da iperattività, va sempre esplorato in rapporto al contesto in cui si determina. Il bambino segnala con i suoi sintomi un disagio interpersonale che va conosciuto ed al quale va posto rimedio". Il prof. Cancrini ha inoltre affermato che "i bambini cosiddetti iperattivi hanno bisogno di orecchie che ascoltano e non di terapie farmacologiche che inibiscono la capacità di esprimere il disagio e che vengono vissute come un invio a nascondere il proprio disagio ed a tacere. Il bambino non ha abbastanza forza per far sentire la propria voce". "l'assistenza ai minori - ha concluso Cancrini - richiede forti investimenti socio-sanitari ed una cooperazione tra gli attori coinvolti".
Il Farmacologo Giuseppe Dimito ha dichiarato che tra gli effetti del Metilfenidato (molecola del Ritalin) una vera e propria sostanza stupefacente ci sono sintomi gravissimi tra cui: "aumento della frequenza cardiaca, rilasciamento della mucosa bronchiale ed intestinale, dipendenza dal farmaco con necessità di dosi sempre più elevate ed aumento proporzionale di gravi danni a reni, cuore e cervello. La sospensione dl Ritalin ha effetti ancora più gravi, tra questi: depressione psichica, ottundimento, abulia e profonda depressione.
L'Onorevole Biolghini ha concluso i lavori del convegno affermando la necessità di " creare un coordinamento di associazioni, enti, operatori scolastici e famiglie che siano in grado di vigilare sulla reintroduzione di un farmaco tanto pericoloso. Sedare i bambini con uno psicofarmaco-droga come il Ritalin significa rinunciare ad ascoltare il legittimo disagio dei bambini e zittirlo con una pillola." "Noi - ha concluso Tiziana Biolghini- non rinunceremo mai a vedere tutti i bambini, nessuno escluso, come una vita in crescita piena di possibilità che non devono e non possono essere frustrate. Ai nostri bambini dobbiamo dare ali per volare e non farmaci per dormire."
storia della psicologia
Intelligenza e Q.I.
Il Giornale di Brescia 14.6.05
Cent’anni fa fu ideata la scala per valutare le facoltà intellettive
L’INTELLIGENZA A GRADINI
Michela De Santis
Che cos’è l’intelligenza, e che rapporti ha col sentimento? Essa s’identifica con la capacità tecnica o con la creatività artistica, con la facoltà di ricordare o con quella di innovare, con la razionalità o con l’immaginazione? Sin dai tempi di Platone pensatori e scienziati si sono posti simili domande, oggi tornate d’attualità grazie anche alla comparsa di discipline come l’intelligenza artificiale, che si propone di «insegnare» alle macchine a comportarsi in maniera, appunto, intelligente, o la filosofia della mente, che studia la natura delle funzioni mentali nel loro rapporto con corpo, anima e coscienza. Il primo che diede una risposta formale a questi interrogativi fu però Alfred Binet, lo psicopedagogo francese che nel 1905 inventò, insieme a Théodore Simon, la scala detta «Binet-Simon», o scala d’intelligenza. A questo traguardo Binet arrivò seguendo un percorso insolito, prendendo prima una laurea in diritto e poi studiando scienze alla Sorbona di Parigi; e solo nel 1883 decise di dedicarsi alla psicologia, quando cominciò a lavorare alla Salpêtrière di Parigi al fianco di Jean-Martin Charcot, che in quegli anni sperimentava le sue teorie sull’ipnosi. Binet fu molto colpito da quelle pratiche da lui definite di «psicologia morbida», ma ben presto fu chiaro che esse non avrebbero mai ottenuto l’avallo della comunità scientifica, e questo lo spinse a dirottare in altre direzioni i suoi studi, e in particolare verso la psicologia dello sviluppo che iniziò ad approfondire soprattutto dopo la nascita delle sue due figlie, Madeleine e Alice, nate rispettivamente nel 1885 e nel 1887. Le due povere bambine non potevano immaginare che le continue prove di memoria, di attenzione e di immaginazione cui il padre le sottopose per anni sarebbero servite per dare alla luce una teoria psicologica pregna di conseguenze. Le differenze che Binet notò tra le due figlie - l’una dotata di spiccate capacità logiche ma di scarsi immaginazione e interesse per il mondo esterno, l’altra invece di una fervida immaginazione ma poco capace di articolare ragionamenti rigorosi e tendente a chiudersi in un proprio mondo interiore - lo spinsero ad ampliare le sue ricerche a un campione più largo, per trovare una ragione delle diverse qualità intellettuali che distinguono una persona dall’altra. A questo fine nel 1889 aprì un laboratorio di psicologia sperimentale in una scuola parigina, dove ebbe modo di elaborare una teoria dei «tipi» psicologici fondata sulla dicotomia fondamentale tra il tipo «soggettivo» e quello «oggettivo», che più tardi avrebbe influenzato anche Carl Gustav Jung. Fu così che Binet, che nel frattempo aveva dato alle stampe opere come Le alterazioni della personalità e Introduzione alla psicologia sperimentale e fondato la prima rivista francese di psicologia, L’Année psychologique, si fece un nome nell’ambiente accademico ed entrò nella commissione che nel 1904 fu incaricata dal governo di mettere a punto un metodo per distinguere i ragazzi meno dotati da quelli che rientravano nella media, al fine di istituire delle scuole speciali per i più limitati. A quell’epoca Binet aveva tra i suoi allievi nel laboratorio di pedagogia un giovane dottorando, Théodore Simon, e fu con lui che, nel 1905, mise a punto la scala oggi nota come la «Binet-Simon». Essa era composta da trenta compiti di crescente difficoltà, corrispondenti alle capacità tipiche di ogni età. I più facili consistevano nel seguire un segnale luminoso o nello stringere la mano dell’esaminatore; quindi si richiedeva ai ragazzi di nominare parti del corpo, ripetere frasi o serie di tre cifre, comparare coppie di oggetti, riprodurre disegni a memoria, costruire proposizioni a partire da determinate parole. Sulla base di questi test Binet sviluppò il concetto di «età mentale», per cui un bambino era dotato di un’intelligenza corrispondente ai tre anni se riusciva a risolvere la metà dei test sottoposti ai bambini di quell’età, di quattro anni se superava almeno la metà delle prove pensate per la sua età, e così via. L’entità di un eventuale ritardo mentale era misurata utilizzando la differenza tra l’età mentale del bambino e quella cronologica. Questo metodo, però, era poco preciso, perché non dava conto dell’effettiva entità del ritardo, che poteva essere più o meno grave a seconda dell’età del ragazzo: un ritardo di due anni in un bambino di cinque, ad esempio, indica un limite intellettivo più serio dello stesso ritardo osservato in un quattordicenne. Dopo la morte di Binet, avvenuta a Parigi nel 1911, quel problema fu superato usando, invece della differenza, il rapporto tra l’età mentale e l’età cronologica. È questo rapporto che, moltiplicato per cento, viene comunemente chiamato QI, quoziente d’intelligenza. Oggi tale quoziente, insieme alla scala «Binet-Simon» e alle sue successive elaborazioni, è usato dagli psicologi di tutto il mondo per valutare le facoltà dei loro pazienti, dai datori di lavoro per la selezione del personale, dalle forze armate per stabilire se gli aspiranti allievi siano adatti alla vita militare. In un’epoca in cui i filosofi parlano di «intelligenze multiple» o «intelligenze collettive» non mancano i detrattori di una teoria che pretende di ridurre la più complessa delle facoltà umane a un mero valore numerico. E tuttavia questo principio è alla base di alcune frontiere della scienza contemporanea, dalla già citata Intelligenza Artificiale alle ricerche sulle reti neurali. Binet stesso era consapevole dei limiti della sua teoria. Sapeva bene che esistevano diversi tipi d’intelligenza - che egli definì genericamente come la facoltà di giudizio, detta anche «buon senso, senso pratico, capacità d’iniziativa o di adattarsi alle circostanze», - e che dopo aver individuato una scala capace di compararli dal punto di vista quantitativo, sarebbe stato necessario anche elaborare un criterio di classificazione di stampo qualitativo. Sapeva anche che l’efficacia del suo strumento variava a seconda delle culture, e che esso poteva prestarsi ad avallare teorie che con la scienza non avevano nulla a che fare. L’americano Henry Goddard, ad esempio, si servì della scala di Binet per dimostrare come la maggior parte degli ebrei, degli ungheresi e degli italiani fossero «deboli di mente», offrendo un argomento alle campagne dei conservatori per la limitazione dell’immigrazione negli Stati Uniti. Per non parlare del modo in cui la scala d’intelligenza, insieme a pseudoscienze come la frenologia e la fisiognomica, fu usata dai nazisti per fondare lo sterminio degli ebrei e degli zingari. Conseguenze che Binet non ebbe modo di vedere, ma che doveva aver previsto, dal momento che aveva affermato: «La scala metrica non è strumento che può essere messo nelle mani di un imbecille».
Cent’anni fa fu ideata la scala per valutare le facoltà intellettive
L’INTELLIGENZA A GRADINI
Michela De Santis
Che cos’è l’intelligenza, e che rapporti ha col sentimento? Essa s’identifica con la capacità tecnica o con la creatività artistica, con la facoltà di ricordare o con quella di innovare, con la razionalità o con l’immaginazione? Sin dai tempi di Platone pensatori e scienziati si sono posti simili domande, oggi tornate d’attualità grazie anche alla comparsa di discipline come l’intelligenza artificiale, che si propone di «insegnare» alle macchine a comportarsi in maniera, appunto, intelligente, o la filosofia della mente, che studia la natura delle funzioni mentali nel loro rapporto con corpo, anima e coscienza. Il primo che diede una risposta formale a questi interrogativi fu però Alfred Binet, lo psicopedagogo francese che nel 1905 inventò, insieme a Théodore Simon, la scala detta «Binet-Simon», o scala d’intelligenza. A questo traguardo Binet arrivò seguendo un percorso insolito, prendendo prima una laurea in diritto e poi studiando scienze alla Sorbona di Parigi; e solo nel 1883 decise di dedicarsi alla psicologia, quando cominciò a lavorare alla Salpêtrière di Parigi al fianco di Jean-Martin Charcot, che in quegli anni sperimentava le sue teorie sull’ipnosi. Binet fu molto colpito da quelle pratiche da lui definite di «psicologia morbida», ma ben presto fu chiaro che esse non avrebbero mai ottenuto l’avallo della comunità scientifica, e questo lo spinse a dirottare in altre direzioni i suoi studi, e in particolare verso la psicologia dello sviluppo che iniziò ad approfondire soprattutto dopo la nascita delle sue due figlie, Madeleine e Alice, nate rispettivamente nel 1885 e nel 1887. Le due povere bambine non potevano immaginare che le continue prove di memoria, di attenzione e di immaginazione cui il padre le sottopose per anni sarebbero servite per dare alla luce una teoria psicologica pregna di conseguenze. Le differenze che Binet notò tra le due figlie - l’una dotata di spiccate capacità logiche ma di scarsi immaginazione e interesse per il mondo esterno, l’altra invece di una fervida immaginazione ma poco capace di articolare ragionamenti rigorosi e tendente a chiudersi in un proprio mondo interiore - lo spinsero ad ampliare le sue ricerche a un campione più largo, per trovare una ragione delle diverse qualità intellettuali che distinguono una persona dall’altra. A questo fine nel 1889 aprì un laboratorio di psicologia sperimentale in una scuola parigina, dove ebbe modo di elaborare una teoria dei «tipi» psicologici fondata sulla dicotomia fondamentale tra il tipo «soggettivo» e quello «oggettivo», che più tardi avrebbe influenzato anche Carl Gustav Jung. Fu così che Binet, che nel frattempo aveva dato alle stampe opere come Le alterazioni della personalità e Introduzione alla psicologia sperimentale e fondato la prima rivista francese di psicologia, L’Année psychologique, si fece un nome nell’ambiente accademico ed entrò nella commissione che nel 1904 fu incaricata dal governo di mettere a punto un metodo per distinguere i ragazzi meno dotati da quelli che rientravano nella media, al fine di istituire delle scuole speciali per i più limitati. A quell’epoca Binet aveva tra i suoi allievi nel laboratorio di pedagogia un giovane dottorando, Théodore Simon, e fu con lui che, nel 1905, mise a punto la scala oggi nota come la «Binet-Simon». Essa era composta da trenta compiti di crescente difficoltà, corrispondenti alle capacità tipiche di ogni età. I più facili consistevano nel seguire un segnale luminoso o nello stringere la mano dell’esaminatore; quindi si richiedeva ai ragazzi di nominare parti del corpo, ripetere frasi o serie di tre cifre, comparare coppie di oggetti, riprodurre disegni a memoria, costruire proposizioni a partire da determinate parole. Sulla base di questi test Binet sviluppò il concetto di «età mentale», per cui un bambino era dotato di un’intelligenza corrispondente ai tre anni se riusciva a risolvere la metà dei test sottoposti ai bambini di quell’età, di quattro anni se superava almeno la metà delle prove pensate per la sua età, e così via. L’entità di un eventuale ritardo mentale era misurata utilizzando la differenza tra l’età mentale del bambino e quella cronologica. Questo metodo, però, era poco preciso, perché non dava conto dell’effettiva entità del ritardo, che poteva essere più o meno grave a seconda dell’età del ragazzo: un ritardo di due anni in un bambino di cinque, ad esempio, indica un limite intellettivo più serio dello stesso ritardo osservato in un quattordicenne. Dopo la morte di Binet, avvenuta a Parigi nel 1911, quel problema fu superato usando, invece della differenza, il rapporto tra l’età mentale e l’età cronologica. È questo rapporto che, moltiplicato per cento, viene comunemente chiamato QI, quoziente d’intelligenza. Oggi tale quoziente, insieme alla scala «Binet-Simon» e alle sue successive elaborazioni, è usato dagli psicologi di tutto il mondo per valutare le facoltà dei loro pazienti, dai datori di lavoro per la selezione del personale, dalle forze armate per stabilire se gli aspiranti allievi siano adatti alla vita militare. In un’epoca in cui i filosofi parlano di «intelligenze multiple» o «intelligenze collettive» non mancano i detrattori di una teoria che pretende di ridurre la più complessa delle facoltà umane a un mero valore numerico. E tuttavia questo principio è alla base di alcune frontiere della scienza contemporanea, dalla già citata Intelligenza Artificiale alle ricerche sulle reti neurali. Binet stesso era consapevole dei limiti della sua teoria. Sapeva bene che esistevano diversi tipi d’intelligenza - che egli definì genericamente come la facoltà di giudizio, detta anche «buon senso, senso pratico, capacità d’iniziativa o di adattarsi alle circostanze», - e che dopo aver individuato una scala capace di compararli dal punto di vista quantitativo, sarebbe stato necessario anche elaborare un criterio di classificazione di stampo qualitativo. Sapeva anche che l’efficacia del suo strumento variava a seconda delle culture, e che esso poteva prestarsi ad avallare teorie che con la scienza non avevano nulla a che fare. L’americano Henry Goddard, ad esempio, si servì della scala di Binet per dimostrare come la maggior parte degli ebrei, degli ungheresi e degli italiani fossero «deboli di mente», offrendo un argomento alle campagne dei conservatori per la limitazione dell’immigrazione negli Stati Uniti. Per non parlare del modo in cui la scala d’intelligenza, insieme a pseudoscienze come la frenologia e la fisiognomica, fu usata dai nazisti per fondare lo sterminio degli ebrei e degli zingari. Conseguenze che Binet non ebbe modo di vedere, ma che doveva aver previsto, dal momento che aveva affermato: «La scala metrica non è strumento che può essere messo nelle mani di un imbecille».
Gabriel Levi sulla depressione post-partum
La Stampa 14 Giugno 2005
LA DEPRESSIONE DEL «DOPO PARTO»
MADRI ASSASSINE
VACCINO PSICOLOGICO
Gabriel Levi
Ordinario di Neuropsichiatria Infantile alla Sapienza di Roma
UNA donna uccide il proprio bambino entro poche ore dopo il parto gettandolo in un bidone di spazzatura. Non voleva avere e tenere un figlio. Ci si chiede perché non è ricorsa, nei tempi utili, all'interruzione di gravidanza. Si invoca una comprensione psicologica della sua situazione, ma non si parla di malattia mentale.Un uomo uccide il proprio bambino Si ricostruisce una storia di abusi e maltrattamenti, spesso anche verso la madre del bambino. Altre volte emerge un conflitto coniugale e l'infanticidio risulta collegato con un gesto di vendetta. Si parla di un modello maschile-padronale fallito. Non si parla di malattia mentale.
Una donna uccide il figlio entro i primi anni di vita. All'improvviso, dopo un periodo di cure che sembrano affettuose. Qualche volta si individua una situazione di solitudine. Qualche volta non si trova un bel niente. L'opinione pubblica si divide: gli innocentisti sostengono che un figlicidio senza storia è impossibile e quindi non è stata la madre; i colpevolisti sostengono che è stata la madre, anche se non se ne capiscono i motivi. In ambedue i gruppi, affiora spesso l'ipotesi della malattia mentale. Primo argomento: una madre può uccidere il figlio soltanto se non sa quello che fa. Secondo argomento: moltissime donne sono depresse dopo il parto e questa lo è stata molto di più, ma nessuno se ne è accorto.
Su quest'ultima discussione vorrei tentare un approfondimento, in una prospettiva che consenta qualche differenziazione. Altrimenti per assolvere la donna di cui si discute, demonizziamo tutti i malati di mente. Oppure spaventiamo tutte le puerpere, incupendo il significato delle loro comuni preoccupazioni.
Possibile che dopo il parto tutte le donne siano in odore di pazzia? Possibile che non esista un salto di qualità tra la crisi esistenziale del dopo parto e la caduta nell'infanticidio?
Le risposte non possono essere esaurienti, ma almeno indicative.
Il periodo del dopo parto raccoglie molte fantasie, speranze e paure delle donne: 1) il desiderio di far nascere un bambino ideale e la paura di partorire un bambino difettoso; 2) il desiderio di essere una mamma bravissima e la paura di non esserne capace, perché inesperta e stanca; 3) il desiderio di conciliare maternità, sessualità e obiettivi di vita e la paura di dover rinunciare ad una parte di se stessa.
Immediatamente dopo il parto queste speranze e queste paure si fondono con la nuova necessità di trovare rapidamente un ritmo comune con il figlio. Le preoccupazioni del dopo parto hanno una base biologica piuttosto simile a quella dell'innamoramento. E' molto difficile che una semplice accentuazione di questo quadro si ritrovi in una infanticida. Al contrario (anche quando il quadro è accentuato) l'elaborazione di queste paure può essere persino un «vaccino psicologico» contro successivi problemi.
Le situazioni molto diverse sono quelle della psicosi post partum e quella dell'infanticidio improvviso, dove esiste un cambio del nucleo problematico.
Nella psicosi post partum, che insorge nelle prime quattro - sei settimane, la donna si sente minacciata nel suo ruolo di madre. Quando allontana il bambino lo fa anche per questo motivo. Nei deliri di queste donne compare spesso la figura di una madre ideale e derubante. La donna vuole avere un figlio ma questa realtà la espone, per un breve periodo, ad un collasso di personalità. In questi casi, la fantasia dominante è che crescere un figlio porta la donna a sentirsi una figlia colpevole. La continuità tra la psicosi post partum e infanticidio è dubbia.
La situazione dell'infanticidio improvviso va confrontata con le potenzialità suicide della donna. Potenzialità suicide che sono quelle di ogni persona e che sono attivate da tutta la sua storia. Non a caso per ogni donna che uccide soltanto il figlio ce n'è un'altra che si uccide con il figlio. Nella dinamica dell'infanticidio va compreso proprio questo: come e perché la donna espelle nel bambino una parte di se stessa vissuta come negativa, forse per far nascere ed una parte di sé nuova. In questi casi il nucleo psicologico profondo sta nello specchio in cui la donna si riflette. Il bambino non esiste, in quanto tale, come figlio.
Una chiave di lettura più positiva: ogni madre per vivere e far vivere il proprio bambino deve diventare anche figlia del proprio figlio. E cioè deve riconoscerlo, da subito come un individuo. Vale anche per il padre. E questo è un argomento in più.
LA DEPRESSIONE DEL «DOPO PARTO»
MADRI ASSASSINE
VACCINO PSICOLOGICO
Gabriel Levi
Ordinario di Neuropsichiatria Infantile alla Sapienza di Roma
UNA donna uccide il proprio bambino entro poche ore dopo il parto gettandolo in un bidone di spazzatura. Non voleva avere e tenere un figlio. Ci si chiede perché non è ricorsa, nei tempi utili, all'interruzione di gravidanza. Si invoca una comprensione psicologica della sua situazione, ma non si parla di malattia mentale.Un uomo uccide il proprio bambino Si ricostruisce una storia di abusi e maltrattamenti, spesso anche verso la madre del bambino. Altre volte emerge un conflitto coniugale e l'infanticidio risulta collegato con un gesto di vendetta. Si parla di un modello maschile-padronale fallito. Non si parla di malattia mentale.
Una donna uccide il figlio entro i primi anni di vita. All'improvviso, dopo un periodo di cure che sembrano affettuose. Qualche volta si individua una situazione di solitudine. Qualche volta non si trova un bel niente. L'opinione pubblica si divide: gli innocentisti sostengono che un figlicidio senza storia è impossibile e quindi non è stata la madre; i colpevolisti sostengono che è stata la madre, anche se non se ne capiscono i motivi. In ambedue i gruppi, affiora spesso l'ipotesi della malattia mentale. Primo argomento: una madre può uccidere il figlio soltanto se non sa quello che fa. Secondo argomento: moltissime donne sono depresse dopo il parto e questa lo è stata molto di più, ma nessuno se ne è accorto.
Su quest'ultima discussione vorrei tentare un approfondimento, in una prospettiva che consenta qualche differenziazione. Altrimenti per assolvere la donna di cui si discute, demonizziamo tutti i malati di mente. Oppure spaventiamo tutte le puerpere, incupendo il significato delle loro comuni preoccupazioni.
Possibile che dopo il parto tutte le donne siano in odore di pazzia? Possibile che non esista un salto di qualità tra la crisi esistenziale del dopo parto e la caduta nell'infanticidio?
Le risposte non possono essere esaurienti, ma almeno indicative.
Il periodo del dopo parto raccoglie molte fantasie, speranze e paure delle donne: 1) il desiderio di far nascere un bambino ideale e la paura di partorire un bambino difettoso; 2) il desiderio di essere una mamma bravissima e la paura di non esserne capace, perché inesperta e stanca; 3) il desiderio di conciliare maternità, sessualità e obiettivi di vita e la paura di dover rinunciare ad una parte di se stessa.
Immediatamente dopo il parto queste speranze e queste paure si fondono con la nuova necessità di trovare rapidamente un ritmo comune con il figlio. Le preoccupazioni del dopo parto hanno una base biologica piuttosto simile a quella dell'innamoramento. E' molto difficile che una semplice accentuazione di questo quadro si ritrovi in una infanticida. Al contrario (anche quando il quadro è accentuato) l'elaborazione di queste paure può essere persino un «vaccino psicologico» contro successivi problemi.
Le situazioni molto diverse sono quelle della psicosi post partum e quella dell'infanticidio improvviso, dove esiste un cambio del nucleo problematico.
Nella psicosi post partum, che insorge nelle prime quattro - sei settimane, la donna si sente minacciata nel suo ruolo di madre. Quando allontana il bambino lo fa anche per questo motivo. Nei deliri di queste donne compare spesso la figura di una madre ideale e derubante. La donna vuole avere un figlio ma questa realtà la espone, per un breve periodo, ad un collasso di personalità. In questi casi, la fantasia dominante è che crescere un figlio porta la donna a sentirsi una figlia colpevole. La continuità tra la psicosi post partum e infanticidio è dubbia.
La situazione dell'infanticidio improvviso va confrontata con le potenzialità suicide della donna. Potenzialità suicide che sono quelle di ogni persona e che sono attivate da tutta la sua storia. Non a caso per ogni donna che uccide soltanto il figlio ce n'è un'altra che si uccide con il figlio. Nella dinamica dell'infanticidio va compreso proprio questo: come e perché la donna espelle nel bambino una parte di se stessa vissuta come negativa, forse per far nascere ed una parte di sé nuova. In questi casi il nucleo psicologico profondo sta nello specchio in cui la donna si riflette. Il bambino non esiste, in quanto tale, come figlio.
Una chiave di lettura più positiva: ogni madre per vivere e far vivere il proprio bambino deve diventare anche figlia del proprio figlio. E cioè deve riconoscerlo, da subito come un individuo. Vale anche per il padre. E questo è un argomento in più.
bullismo: uno su tre
Gazzetta di Parma 14.6.05
Bambini e adolescenti: uno su tre coinvolto nel fenomeno del bullismo
ROMA Uno su tre tra bambini e adolescenti è coinvolto nel «bullismo». Prepotenza, spavalderia e violenza psicologica e non solo, sono in crescita nei piccoli italiani, secondo l'ultima indagine di Telefono azzurro. Esaminando un campione di quasi 3.500 ragazzi tra 7 e 18 anni, l'associazione che si occupa dell'infanzia ha rilevato che il 35,4% risulta essere coinvolto nel drammatico fenomeno. Per «bullismo», spiega Telefono Azzurro che ha messo a punto una guida per insegnanti e genitori, si intende un'oppressione, psicologica o fisica, ripetuta nel tempo, perpetrata da un soggetto dominante nei confronti di un altro percepito come più debole. E' un fenomeno che se non affrontato con competenza, rischia di compromettere il normale percorso di crescita di moltissimi ragazzi, e individua nella famiglia e nella scuola i settori a cui affidare una pratica di recupero del fenomeno e di assistenza a chi ne è coinvolto.
Brescia Oggi 14.6.03
Il bullismo è dilagante nelle scuole
Il fenomeno, presente fin dalle elementari, pone l’Italia al terzo posto in Europa
Intervista a Elena Buccoliero, sociologa e autrice di un saggio sul tema: «Il problema è che la vittima spesso si vergogna e tace, e le famiglie sono latitanti anche perché preferiscono un figlio che si fa valere a uno che subisce»
Enrico Gallese
Una recente indagine svolta dall'Azienda Sanitaria e Regione Lombardia ha appurato che a Milano il 64 per cento degli alunni delle elementari e il 54 per cento di quelli delle scuole medie ha avuto a che fare, come vittima o come aggressore, col fenomeno del "bullismo". Un dato tra i più alti registrati nel nostro Paese, che col 35 per cento della popolazione scolastica coinvolta in episodi di bullismo occupa il terzo posto in Europa, dopo Inghilterra e Francia, per l'incidenza di questo malcostume. La religione resta uno dei motivi principali degli atti di prepotenza compiuti tra ragazzi, come hanno dimostrato alcuni recenti casi : bambini del Veneto che hanno obbligato alcuni loro coetanei musulmani a baciare il Crocefisso, o piccoli studenti extraeuropei che hanno costretto altri alunni a inneggiare ad Allah.
Su questo inquietante fenomeno ha indagato Elena Buccoliero, sociologa della ASL di Ferrara e autrice del libro Bullismo, bullismi (Franco Angeli Editore, 350 pagine, 30,00 euro, con cd-rom allegato). Scritto insieme a Marco Maggi, il volume passa in esame dettagliatamente i vari tipi di prepotenza adolescenziale e propone alcune strategie d'intervento e di prevenzione, tra cui qualche test da sottoporre ai ragazzi per indurre le vittime a uscire da un silenzio che spesso è il primo alleato di questa piaga. Alla dottoressa Buccoliero chiedo di spiegarmi cosa s'intenda di preciso col termine bullismo.
"S'intende una relazione fondata sull'abuso di potere che s'instaura e si protrae nel tempo tra persone più forti, psicologicamente o fisicamente, e altre più deboli. Simili relazioni nascono nel contesto del gruppo e si estrinsecano con ripetute prese in giro, esclusioni, minacce, estorsioni di denaro o cose, umiliazioni, scherzi pesanti, danneggiamento di abiti o di materiale scolastico, fino alle aggressioni fisiche."
Come si diventa bulli?
"Sono molte le strade che conducono al bullismo. C'è chi va alla ricerca affannosa di regole, o magari di un successo sociale facilmente raggiungibile, chi riproduce nel gruppo qualcosa che ha vissuto personalmente, magari come vittima, chi si comporta da prepotente perché non sa entrare in contatto con le emozioni proprie e altrui, e perciò ferisce senza rendersene conto fino in fondo. E poi c'è l'influenza dei terzi, di chi, adulto o ragazzo, incita il bullo alle sue ribalderie sghignazzando, schierandosi dalla sua parte… Il bullo, in effetti, da solo non esiste."
Quali sono, di solito, le sue vittime?
"Nella maggior parte dei casi il bullo è dotato di uno sguardo molto acuto, che gli permette di scegliere come vittima i compagni più indifesi, che nel contesto adolescenziale sono in genere quelli che appaiono in qualche modo diversi dalla maggioranza : gli studiosi dove tutti marinano la scuola, gli stranieri dove è ritenuto un valore essere italiani, i gracili dove bisogna essere forti e i grassi dove è una legge essere magri."
Qual è, invece, il comportamento tipico delle vittime?
"Nella maggior parte dei casi si tace, specialmente con gli adulti. Le prepotenze vengono vissute con un senso di vergogna da chi le subisce, soprattutto dai maschi, che sono condizionati da una concezione deformata della virilità secondo cui da loro ci si aspettano forza, decisione, impermeabilità alle emozioni."
In Italia questo fenomeno è più accentuato nel Nord o nel Meridione?
"Le ricerche condotte finora in diverse regioni italiane non hanno individuato differenze significative tra le aree geografiche della Penisola, né tra i ceti sociali. C'è dappertutto una costante: il terreno nel quale il bullismo prospera, ovvero la scuola, il luogo in cui i ragazzi si ritrovano in gruppi casualmente assortiti, senza la possibilità di scegliersi i propri compagni."
Qual è la fascia d'età più esposta a questo contagio?
"Le prepotenze iniziano molto presto, sin dalle scuole elementari o ancora prima, e durano fino agli anni delle medie inferiori e superiori. In genere il picco maggiore si ha nelle elementari, mentre tendono a diradarsi via via che i ragazzi crescono. Ma mentre alle elementari le prepotenze si manifestano quasi sempre con lo scontro fisico tra i bambini e perciò è più facile mettervi riparo, alle superiori i ruoli tendono a sclerotizzarsi, con ragazzi predestinati a diventare vittime e altri che invece impostano ogni loro relazione sulla prepotenza."
E' possibile tracciare un identikit ideale del bullo?
"No, non esiste. Il bullo è colui che usa la forza per imporsi, acquisire vantaggi e attenzione. Il bullo è un ruolo sociale, non una persona. Può essere un ragazzo o una ragazza e, al cambiare del contesto, può a sua volta trasformarsi da carnefice a vittima."
Ha qualche episodio particolarmente significativo da raccontarci?
"Ce ne sarebbero moltissimi. Dal ragazzo sistematicamente escluso dal gruppo, che non è mai invitato alle feste e che viene isolato da tutti, a quello che subisce uno stillicidio di piccole umiliazioni, come l'estorsione quotidiana della merenda o dei compiti, il 'pizzo' per entrare in bagno, il nomignolo ripetuto fino all'ossessione."
Esiste anche un vocabolario di termini usati dai bulli?
"Esiste ma è molto variabile, in quanto cambia nei vari contesti geografici e sociali. In Emilia Romagna, ad esempio, per quanto riguarda le categorie delle vittime, si indicano come 'lecchini' gli studenti accusati di farsi proteggere dagli insegnanti o di volerseli ingraziare, e 'infami' i ragazzi che rompono l'omertà e chiedono aiuto per sé o per altri. Un gergo, insomma, più carcerario che scolastico."
Cosa fa o potrebbe fare la scuola per arginare questa piaga?
"Ci sono scuole e insegnanti molto attivi in termini di ricerca, analisi e formazione ; mentre ci sono altre realtà dove ci si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Il tutto è affidato alla sensibilità dei dirigenti scolastici, perché l'Italia è uno dei pochi Paesi europei sprovvisto di una legge che metta in rilievo la responsabilità della scuola nella prevenzione e nel contrasto del bullismo."
E le famiglie che posto occupano in tutto ciò?
"Le famiglie possono essere fondamentali nella lotta contro il bullismo, ma spesso la scuola incontra molte difficoltà nell'instaurare una collaborazione con loro, anche perché non tutte sono in grado di affrontare il problema. Per alcuni genitori è meglio, per così dire, un figlio bullo piuttosto che vittima, meglio furbo che onesto."
A chi è affidato, allora, il compito di vigilare?
"Agli insegnanti, che devono evitare di fare finta di niente e invece essere pronti a cogliere i segnali che arrivano dai ragazzi, accettando di mettersi in relazione con loro e riconoscendo le proprie responsabilità educative, inerenti al semplice fatto che sono degli adulti messi accanto a dei ragazzi che stanno crescendo."
Bambini e adolescenti: uno su tre coinvolto nel fenomeno del bullismo
ROMA Uno su tre tra bambini e adolescenti è coinvolto nel «bullismo». Prepotenza, spavalderia e violenza psicologica e non solo, sono in crescita nei piccoli italiani, secondo l'ultima indagine di Telefono azzurro. Esaminando un campione di quasi 3.500 ragazzi tra 7 e 18 anni, l'associazione che si occupa dell'infanzia ha rilevato che il 35,4% risulta essere coinvolto nel drammatico fenomeno. Per «bullismo», spiega Telefono Azzurro che ha messo a punto una guida per insegnanti e genitori, si intende un'oppressione, psicologica o fisica, ripetuta nel tempo, perpetrata da un soggetto dominante nei confronti di un altro percepito come più debole. E' un fenomeno che se non affrontato con competenza, rischia di compromettere il normale percorso di crescita di moltissimi ragazzi, e individua nella famiglia e nella scuola i settori a cui affidare una pratica di recupero del fenomeno e di assistenza a chi ne è coinvolto.
Brescia Oggi 14.6.03
Il bullismo è dilagante nelle scuole
Il fenomeno, presente fin dalle elementari, pone l’Italia al terzo posto in Europa
Intervista a Elena Buccoliero, sociologa e autrice di un saggio sul tema: «Il problema è che la vittima spesso si vergogna e tace, e le famiglie sono latitanti anche perché preferiscono un figlio che si fa valere a uno che subisce»
Enrico Gallese
Una recente indagine svolta dall'Azienda Sanitaria e Regione Lombardia ha appurato che a Milano il 64 per cento degli alunni delle elementari e il 54 per cento di quelli delle scuole medie ha avuto a che fare, come vittima o come aggressore, col fenomeno del "bullismo". Un dato tra i più alti registrati nel nostro Paese, che col 35 per cento della popolazione scolastica coinvolta in episodi di bullismo occupa il terzo posto in Europa, dopo Inghilterra e Francia, per l'incidenza di questo malcostume. La religione resta uno dei motivi principali degli atti di prepotenza compiuti tra ragazzi, come hanno dimostrato alcuni recenti casi : bambini del Veneto che hanno obbligato alcuni loro coetanei musulmani a baciare il Crocefisso, o piccoli studenti extraeuropei che hanno costretto altri alunni a inneggiare ad Allah.
Su questo inquietante fenomeno ha indagato Elena Buccoliero, sociologa della ASL di Ferrara e autrice del libro Bullismo, bullismi (Franco Angeli Editore, 350 pagine, 30,00 euro, con cd-rom allegato). Scritto insieme a Marco Maggi, il volume passa in esame dettagliatamente i vari tipi di prepotenza adolescenziale e propone alcune strategie d'intervento e di prevenzione, tra cui qualche test da sottoporre ai ragazzi per indurre le vittime a uscire da un silenzio che spesso è il primo alleato di questa piaga. Alla dottoressa Buccoliero chiedo di spiegarmi cosa s'intenda di preciso col termine bullismo.
"S'intende una relazione fondata sull'abuso di potere che s'instaura e si protrae nel tempo tra persone più forti, psicologicamente o fisicamente, e altre più deboli. Simili relazioni nascono nel contesto del gruppo e si estrinsecano con ripetute prese in giro, esclusioni, minacce, estorsioni di denaro o cose, umiliazioni, scherzi pesanti, danneggiamento di abiti o di materiale scolastico, fino alle aggressioni fisiche."
Come si diventa bulli?
"Sono molte le strade che conducono al bullismo. C'è chi va alla ricerca affannosa di regole, o magari di un successo sociale facilmente raggiungibile, chi riproduce nel gruppo qualcosa che ha vissuto personalmente, magari come vittima, chi si comporta da prepotente perché non sa entrare in contatto con le emozioni proprie e altrui, e perciò ferisce senza rendersene conto fino in fondo. E poi c'è l'influenza dei terzi, di chi, adulto o ragazzo, incita il bullo alle sue ribalderie sghignazzando, schierandosi dalla sua parte… Il bullo, in effetti, da solo non esiste."
Quali sono, di solito, le sue vittime?
"Nella maggior parte dei casi il bullo è dotato di uno sguardo molto acuto, che gli permette di scegliere come vittima i compagni più indifesi, che nel contesto adolescenziale sono in genere quelli che appaiono in qualche modo diversi dalla maggioranza : gli studiosi dove tutti marinano la scuola, gli stranieri dove è ritenuto un valore essere italiani, i gracili dove bisogna essere forti e i grassi dove è una legge essere magri."
Qual è, invece, il comportamento tipico delle vittime?
"Nella maggior parte dei casi si tace, specialmente con gli adulti. Le prepotenze vengono vissute con un senso di vergogna da chi le subisce, soprattutto dai maschi, che sono condizionati da una concezione deformata della virilità secondo cui da loro ci si aspettano forza, decisione, impermeabilità alle emozioni."
In Italia questo fenomeno è più accentuato nel Nord o nel Meridione?
"Le ricerche condotte finora in diverse regioni italiane non hanno individuato differenze significative tra le aree geografiche della Penisola, né tra i ceti sociali. C'è dappertutto una costante: il terreno nel quale il bullismo prospera, ovvero la scuola, il luogo in cui i ragazzi si ritrovano in gruppi casualmente assortiti, senza la possibilità di scegliersi i propri compagni."
Qual è la fascia d'età più esposta a questo contagio?
"Le prepotenze iniziano molto presto, sin dalle scuole elementari o ancora prima, e durano fino agli anni delle medie inferiori e superiori. In genere il picco maggiore si ha nelle elementari, mentre tendono a diradarsi via via che i ragazzi crescono. Ma mentre alle elementari le prepotenze si manifestano quasi sempre con lo scontro fisico tra i bambini e perciò è più facile mettervi riparo, alle superiori i ruoli tendono a sclerotizzarsi, con ragazzi predestinati a diventare vittime e altri che invece impostano ogni loro relazione sulla prepotenza."
E' possibile tracciare un identikit ideale del bullo?
"No, non esiste. Il bullo è colui che usa la forza per imporsi, acquisire vantaggi e attenzione. Il bullo è un ruolo sociale, non una persona. Può essere un ragazzo o una ragazza e, al cambiare del contesto, può a sua volta trasformarsi da carnefice a vittima."
Ha qualche episodio particolarmente significativo da raccontarci?
"Ce ne sarebbero moltissimi. Dal ragazzo sistematicamente escluso dal gruppo, che non è mai invitato alle feste e che viene isolato da tutti, a quello che subisce uno stillicidio di piccole umiliazioni, come l'estorsione quotidiana della merenda o dei compiti, il 'pizzo' per entrare in bagno, il nomignolo ripetuto fino all'ossessione."
Esiste anche un vocabolario di termini usati dai bulli?
"Esiste ma è molto variabile, in quanto cambia nei vari contesti geografici e sociali. In Emilia Romagna, ad esempio, per quanto riguarda le categorie delle vittime, si indicano come 'lecchini' gli studenti accusati di farsi proteggere dagli insegnanti o di volerseli ingraziare, e 'infami' i ragazzi che rompono l'omertà e chiedono aiuto per sé o per altri. Un gergo, insomma, più carcerario che scolastico."
Cosa fa o potrebbe fare la scuola per arginare questa piaga?
"Ci sono scuole e insegnanti molto attivi in termini di ricerca, analisi e formazione ; mentre ci sono altre realtà dove ci si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Il tutto è affidato alla sensibilità dei dirigenti scolastici, perché l'Italia è uno dei pochi Paesi europei sprovvisto di una legge che metta in rilievo la responsabilità della scuola nella prevenzione e nel contrasto del bullismo."
E le famiglie che posto occupano in tutto ciò?
"Le famiglie possono essere fondamentali nella lotta contro il bullismo, ma spesso la scuola incontra molte difficoltà nell'instaurare una collaborazione con loro, anche perché non tutte sono in grado di affrontare il problema. Per alcuni genitori è meglio, per così dire, un figlio bullo piuttosto che vittima, meglio furbo che onesto."
A chi è affidato, allora, il compito di vigilare?
"Agli insegnanti, che devono evitare di fare finta di niente e invece essere pronti a cogliere i segnali che arrivano dai ragazzi, accettando di mettersi in relazione con loro e riconoscendo le proprie responsabilità educative, inerenti al semplice fatto che sono degli adulti messi accanto a dei ragazzi che stanno crescendo."
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