La Stampa Tuttolibri, 14.6.03
Non c’è più la Verità, ma possiamo metterci d’accordo
GIANNI VATTIMO INTERPRETE DEL NICHILISMO: VENUTA MENO LA METAFISICA, È LA NOSTRA MORTALITÀ A «FONDARE» L’INELUTTABILE RELATIVITÀ DELL’ETICA E DELLA POLITICA
QUANDO si parla di ermeneutica, o meglio quando si prende in considerazione e si riflette sulla lunga vicenda della teoria dell'interpretazione, il pensiero non può non correre ai motivi d'un grandioso confronto con la tradizione letteraria e religiosa: dall'esegesi omerica in età ellenistica, a quella della Bibbia (e alla possibilità di una sua autonoma interpretazione) che è stata scaturigine della Riforma protestante, per giungere al rinnovato proporsi della questione dell'essere nelle filosofie di Martin Heidegger e di Hans Georg Gadamer. Ciò che invece non sempre si ha in mente, né si coltiva in prima battuta, è l'idea che nella teoria dell'interpretazione sia (in modo più o meno esplicito) contenuta una portata in senso lato politica, e segnatamente emancipativa. Questa via, nell'ambito del panorama filosofico contemporaneo, è stata aperta anzitutto (anche se non esclusivamente) da Gianni Vattimo, i cui lavori da tempo insistono sul fatto che un cammino di questo genere assume la propria peculiare configurazione in primo luogo quando si riconosca l'opportunità di un accostamento dell'ermeneutica al nichilismo, e all'idea - maturata con terrore per la prima volta nell'ambito del romanticismo tedesco - che dell'essere non ne è più nulla.. È quanto avviene anche nel volume edito da Garzanti, che reca per l'appunto il titolo Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica, diritto: libro che raccoglie, fornendo loro un'adeguata cornice, saggi e scritti risalenti all'ultimo decennio. Ora, come Vattimo autorevolmente sottolinea (non solo in questo libro), per quanto ciò possa sembrare paradossale, prendere adeguatamente partito in favore del nichilismo implica anche una netta presa di posizione a favore della democrazia. Naturalmente si tratta, in questo senso, d'intendersi anzitutto sul termine "nichilismo", e su che cosa si intenda fare quando lo si adotta esplicitamente come dimensione programmatica. Nichilismo, in questo caso (e cioè nell'interpretazione che Vattimo offre di questo concetto), sulla base principalmente delle filosofie di Nietzsche e di Heidegger, significa anzitutto l'acquisita consapevolezza che la storia della metafisica è giunta alla fine: laddove questo comporta, tuttavia, che l'apparente scacco che ne deriva, ossia il perdersi del fondamento ultimo della realtà, apre il cammino a una dimensione positiva. Ma in che modo avviene tutto ciò? E in che senso questo evento ha a che fare anche con la democrazia? Di fatto, dice Vattimo, la consumazione del fondamento ultimo e unico cui aspirava la storia della metafisica apre la via al dissonante coro dell'alterità, che ha nella democrazia il proprio emblema politico. Rinunciare al fondamento ultimo, dando dunque credito al nichilismo come esito storico di un lungo cammino, significa disporsi a scoprire la pluralità dell'essere e dunque delle opinioni. Ciò tuttavia di per sé non basta, poiché in tal modo resteremmo prigionieri di un orizzonte sostanzialmente astratto, all'interno del quale il pluralismo non significherebbe né comporterebbe altro che una sorta di accettazione della molteplicità, orientata da un principio d'indifferenza. Il che vorrebbe dire: non importa quale delle tesi in ballo sia quella vera, ma ciò che conta è che tutte possano accampare la loro pretesa di legittimità. Eppure, prosegue Vattimo, nulla è peggio (sia dal punto di vista teoretico, sia dal punto di vista morale e assiologico) del ritenere che la libertà si radichi nel principio d'indifferenza, cioè nell'idea che ogni scelta è consentita purché contemperi formalmente le altre, senza che essa venga tuttavia radicata in un più profondo background. E seguendo la vicenda fondamentalmente unitaria della redazione di questi saggi, il lettore si avvede di come, in realtà, non è possibile acquisire una concezione pluralistica senza radicarla in una dimensione più profonda, che è quella costituita dalla nostra mortalità. Mortalità significa infatti confronto con il tempo, e dunque anche con la storia e con la politica. Solo attraverso un'adeguata riflessione su questa forma di indebolimento delle pretese di definitività del pensiero una politica e una storia sono in grado di scoprire in modo compiuto che il declino dell'idea fondamento ultimo su cui si fonda la vicenda metafisica è anche, insieme, possibilità positiva di accedere a una vicenda di concreta emancipazione nella quale il dialogo e la politica costituiscono le chances di un accordo e dunque di un'unità non definitiva e asseverata sin dall'inizio. Una possibilità, si è detto, che rinvia al tempo come alla dimensione propria del nostro esistere, e sulla cui dolorosa, ineluttabile relatività si fonda anche la vicenda dei significati e la pluralità delle interpretazioni. Certamente questo modo di vedere può comportare anche un congedo dalla nozione di "verità", almeno se ci si ostina nella pretesa di pensare quest'ultima in termini metafisici, ossia ultimativi; alla nozione di verità qui si affianca e quasi si sostituisce infatti quella di mortalità. Essa costituisce il culmine di una paradossale e affascinante vicenda che fonda la verità sul nichilismo, che intende il nichilismo come una chance di emancipazione, e quest'ultima come il motivo di una visione religiosa che vive non nella presenza dell'eterno ma nella rammemorazione della sua scomparsa. L'origine perduta riaffiora così sotto le vesti che Mnemosyne ha voluto donargli.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 14 giugno 2003
sarà prudente leggere Kant?
La Stampa Tuttolibri, 14.6.03
Un suicida di fronte a Kant
SUL finire del Settecento un anonimo insegnante tedesco decide di suicidarsi. Tormentato da problemi di salute, incapace di stabilire un rapporto proficuo con i suoi allievi e soprattutto non più in grado di provvedere al suo sviluppo umano e morale, scrive una lunga lettera ad alcuni amici per spiegare la propria scelta. Della lettera si erano perse le tracce nel XX secolo; recentemente una ristampa anastatica l'ha riportata alla luce e oggi esce in traduzione italiana a cura di Anselmo Aportone, insieme a una dotta introduzione e ai suoi principali testi di riferimento. Quali testi? La risposta chiarisce il carattere straordinario del libro. L'Anonimo ha infatti un solo intento: quello di giustificare la sua decisione entro la filosofia di Immanuel Kant, "verso il quale prova una sacra reverenza", il "sublime filosofo" i cui "alti ideali" egli "conosce e ama", il cui pensiero ha finalmente soddisfatto la sua anima nella sua "sete di verità e di virtù, di serietà e perseveranza nel dovere, di purezza, di perfezione". Kant (che si spegnerà nel 1804, gravemente malato, dopo aver a sua volta lungamente desiderato la morte) ha rinnegato il suicidio, citandolo anzi come esempio di un vizio che disonora l'umanità, e l'Anonimo procede con pazienza, passione e rigore logico ad argomentare contro il maestro, cercando fallacie nei suoi ragionamenti e utilizzando le premesse del kantismo per arrivare a conclusioni opposte. Kant sosteneva che un comportamento guidato da istinti e desideri, per quanto abile nel raggiungere i suoi scopi e nell'adattare mezzi a fini, non è più libero o morale di una valanga o di un'eclisse: in esso ci riveliamo semplici animali, condizionati da leggi fisiche o psicologiche, rotelline nel meccanismo onnipotente della Natura. Per affrancarci da questa schiavitù dobbiamo rivolgerci alla ragione: solo se quel che facciamo può essere considerato manifestazione di razionalità ci appartiene davvero, così come la soluzione corretta di un problema di matematica appartiene davvero a chi l'ha ottenuta mentre un errore nella ricerca della soluzione appartiene probabilmente alle circostanze esterne che l'hanno distratto o al raffreddore che ne ha turbato la concentrazione. E solo un atto libero può anche essere giusto; solo la ragione quindi è fondamento di moralità. L'Anonimo è d'accordo: "nonostante un desiderio di morte che da anni gli è divenuto familiare", è convinto che "i desideri non autorizzino ad agire". Cerca così il punto debole della posizione kantiana e crede di trovarlo nella fede in una vita futura: se Kant l'accetta, deve accettare l'ipotesi che in certi casi il corpo possa essere d'impedimento al progresso morale e che liberarsene possa invece favorirlo. Il discorso dell'Anonimo è lungi dall'essere persuasivo: molto ci sarebbe da dire (e in parte lo dice l'introduzione) su quanto il corpo sia per Kant condizione di possibilità reale, eliminata la quale rimaniamo in presenza di un'idea di umanità pura quanto vuota, fonte d'ispirazione ma non base concreta di giudizio. E tuttavia è esperienza di grande significato e valore, poco comune di questi tempi, seguire un uomo che, alle prese con l'interrogativo più difficile e doloroso, rifiuta ogni considerazione di utilità immediata e si rivolge all'analisi razionale per risolvere il suo dilemma. La sua lettera lucida e accorata è seguita da passi delle riflessioni e delle lezioni di Kant, precedentemente inediti in italiano; e fra i due autori prende forma un dialogo nobile e degno, espresso in un registro comunicativo che nella sua indipendenza da tutto quanto ci piace o dispiace, ci attrae o ci ripugna, ci richiama a un destino diverso da quello governato "inevitabilmente" dall'interesse e dal potere. L'etica kantiana non è durata molto nella nostra tradizione. Assorbita dalla dialettica hegeliana, espulsa dall'economicismo marxista, ridotta ad arcigno e pedante Super-Io nella psicoanalisi, ha cessato presto di fornire "idee regolative" per il nostro agire. Chi come me resta un kantiano non può dunque non guardare con approvazione, e con l'ottimismo della volontà, all'esempio di quanti, nel passato e nel presente, hanno saputo rivendicare con le parole e con i fatti l'autonomia della sfera morale. Non può non concordare con l'Anonimo che poco abbiano a che fare con la moralità "quelle comode massime, divenute divise che la cattiveria umana ha inventato e messo in circolazione, come maschera di copertura delle sue disposizioni disoneste, e la cui verità essa crede dimostrata in modo certo dall'esperienza individuale".
Un suicida di fronte a Kant
SUL finire del Settecento un anonimo insegnante tedesco decide di suicidarsi. Tormentato da problemi di salute, incapace di stabilire un rapporto proficuo con i suoi allievi e soprattutto non più in grado di provvedere al suo sviluppo umano e morale, scrive una lunga lettera ad alcuni amici per spiegare la propria scelta. Della lettera si erano perse le tracce nel XX secolo; recentemente una ristampa anastatica l'ha riportata alla luce e oggi esce in traduzione italiana a cura di Anselmo Aportone, insieme a una dotta introduzione e ai suoi principali testi di riferimento. Quali testi? La risposta chiarisce il carattere straordinario del libro. L'Anonimo ha infatti un solo intento: quello di giustificare la sua decisione entro la filosofia di Immanuel Kant, "verso il quale prova una sacra reverenza", il "sublime filosofo" i cui "alti ideali" egli "conosce e ama", il cui pensiero ha finalmente soddisfatto la sua anima nella sua "sete di verità e di virtù, di serietà e perseveranza nel dovere, di purezza, di perfezione". Kant (che si spegnerà nel 1804, gravemente malato, dopo aver a sua volta lungamente desiderato la morte) ha rinnegato il suicidio, citandolo anzi come esempio di un vizio che disonora l'umanità, e l'Anonimo procede con pazienza, passione e rigore logico ad argomentare contro il maestro, cercando fallacie nei suoi ragionamenti e utilizzando le premesse del kantismo per arrivare a conclusioni opposte. Kant sosteneva che un comportamento guidato da istinti e desideri, per quanto abile nel raggiungere i suoi scopi e nell'adattare mezzi a fini, non è più libero o morale di una valanga o di un'eclisse: in esso ci riveliamo semplici animali, condizionati da leggi fisiche o psicologiche, rotelline nel meccanismo onnipotente della Natura. Per affrancarci da questa schiavitù dobbiamo rivolgerci alla ragione: solo se quel che facciamo può essere considerato manifestazione di razionalità ci appartiene davvero, così come la soluzione corretta di un problema di matematica appartiene davvero a chi l'ha ottenuta mentre un errore nella ricerca della soluzione appartiene probabilmente alle circostanze esterne che l'hanno distratto o al raffreddore che ne ha turbato la concentrazione. E solo un atto libero può anche essere giusto; solo la ragione quindi è fondamento di moralità. L'Anonimo è d'accordo: "nonostante un desiderio di morte che da anni gli è divenuto familiare", è convinto che "i desideri non autorizzino ad agire". Cerca così il punto debole della posizione kantiana e crede di trovarlo nella fede in una vita futura: se Kant l'accetta, deve accettare l'ipotesi che in certi casi il corpo possa essere d'impedimento al progresso morale e che liberarsene possa invece favorirlo. Il discorso dell'Anonimo è lungi dall'essere persuasivo: molto ci sarebbe da dire (e in parte lo dice l'introduzione) su quanto il corpo sia per Kant condizione di possibilità reale, eliminata la quale rimaniamo in presenza di un'idea di umanità pura quanto vuota, fonte d'ispirazione ma non base concreta di giudizio. E tuttavia è esperienza di grande significato e valore, poco comune di questi tempi, seguire un uomo che, alle prese con l'interrogativo più difficile e doloroso, rifiuta ogni considerazione di utilità immediata e si rivolge all'analisi razionale per risolvere il suo dilemma. La sua lettera lucida e accorata è seguita da passi delle riflessioni e delle lezioni di Kant, precedentemente inediti in italiano; e fra i due autori prende forma un dialogo nobile e degno, espresso in un registro comunicativo che nella sua indipendenza da tutto quanto ci piace o dispiace, ci attrae o ci ripugna, ci richiama a un destino diverso da quello governato "inevitabilmente" dall'interesse e dal potere. L'etica kantiana non è durata molto nella nostra tradizione. Assorbita dalla dialettica hegeliana, espulsa dall'economicismo marxista, ridotta ad arcigno e pedante Super-Io nella psicoanalisi, ha cessato presto di fornire "idee regolative" per il nostro agire. Chi come me resta un kantiano non può dunque non guardare con approvazione, e con l'ottimismo della volontà, all'esempio di quanti, nel passato e nel presente, hanno saputo rivendicare con le parole e con i fatti l'autonomia della sfera morale. Non può non concordare con l'Anonimo che poco abbiano a che fare con la moralità "quelle comode massime, divenute divise che la cattiveria umana ha inventato e messo in circolazione, come maschera di copertura delle sue disposizioni disoneste, e la cui verità essa crede dimostrata in modo certo dall'esperienza individuale".
l'Istituto di Sessuologia di Firenze:
La Repubblica Salute, giovedi 12 Giugno 2003
La sessualità vissuta come guerra, viaggio nell’infanzia al femminile.
di Roberta Giommi*
Molte donne giovani parlano dei loro disagi nella penetrazione raccontandoli con l’uso di vocaboli forti che fanno riferimento a fuoco, muro, chiuso, che si rompe, che non riesce a contenere. L’immagine simbolica che emerge è la guerra ed il timore che non ci sia difesa e che ci sia distruzione in quella zona del loro corpo entrando in contatto profondo con il corpo maschile.
Riferiscono queste sensazioni collegate alle esperienze sessuali fatte con la persona amata e questo permette di escludere una violenza o una imposizione dei rapporti e porta a definire il problema in termini intrapsichici, legati cioè alla storia personale e non al rapporto con il partner. Anche quando raccontano alcuni rapporti sessuali meno problematici in particolari condizioni, quando le cose vanno meglio e non è avvertita l’intensità del dolore o della paura, parlano ugualmente del bisogno di smettere, di un malessere che si fa più alto, di un bisogno di dire no e di tornare a prima, all’inizio della sessualità.
La penetrazione diventa allora un terreno di disagio, non solo nel vaginismo, la disfunzione che impedisce i rapporti sessuali, ma anche in tante altre situazioni legate alla penetrazione. Durante il dialogo e negli approfondimenti che si collegano all’indagine psicoterapeutica ed alla raccolta della storia e delle esperienze, si cerca di stabilire un collegamento tra le esperienze infantili legate alla nutrizione, ai piccoli interventi nel cavo orale, alla relazione con la madre nei processi di accudimento e di allontanamento, alla paura delle vaccinazioni.
La richiesta di conoscere le prime esperienze sessuali rivela spesso una immaturità nell’iniziare i rapporti, con la tendenza a sottovalutare la propria disponibilità sessuale, una sessualità più collocata a livello del dover essere piuttosto che nelle sensazioni fisiche di desiderio.
È come se queste giovani donne raccontassero di non trovare mai una vera sintonia tra sentimenti e sensazioni fisiche, come se il sintomo fisico fosse un modo per dare voce ad un disagio psicologico, ad un conflitto non risolto tra accettazione e rifiuto di una così profonda intimità fisica. Il lavoro terapeutico passa, nella fase iniziale, attraverso una costante traduzione delle parole e delle immagini e soltanto nella fase successiva nell’apprendimento di comportamenti di adeguamento della sessualità ai loro bisogni.
* Istituto internazionale di Sessuologia, Firenze (www.irfsessuologia.org)
La sessualità vissuta come guerra, viaggio nell’infanzia al femminile.
di Roberta Giommi*
Molte donne giovani parlano dei loro disagi nella penetrazione raccontandoli con l’uso di vocaboli forti che fanno riferimento a fuoco, muro, chiuso, che si rompe, che non riesce a contenere. L’immagine simbolica che emerge è la guerra ed il timore che non ci sia difesa e che ci sia distruzione in quella zona del loro corpo entrando in contatto profondo con il corpo maschile.
Riferiscono queste sensazioni collegate alle esperienze sessuali fatte con la persona amata e questo permette di escludere una violenza o una imposizione dei rapporti e porta a definire il problema in termini intrapsichici, legati cioè alla storia personale e non al rapporto con il partner. Anche quando raccontano alcuni rapporti sessuali meno problematici in particolari condizioni, quando le cose vanno meglio e non è avvertita l’intensità del dolore o della paura, parlano ugualmente del bisogno di smettere, di un malessere che si fa più alto, di un bisogno di dire no e di tornare a prima, all’inizio della sessualità.
La penetrazione diventa allora un terreno di disagio, non solo nel vaginismo, la disfunzione che impedisce i rapporti sessuali, ma anche in tante altre situazioni legate alla penetrazione. Durante il dialogo e negli approfondimenti che si collegano all’indagine psicoterapeutica ed alla raccolta della storia e delle esperienze, si cerca di stabilire un collegamento tra le esperienze infantili legate alla nutrizione, ai piccoli interventi nel cavo orale, alla relazione con la madre nei processi di accudimento e di allontanamento, alla paura delle vaccinazioni.
La richiesta di conoscere le prime esperienze sessuali rivela spesso una immaturità nell’iniziare i rapporti, con la tendenza a sottovalutare la propria disponibilità sessuale, una sessualità più collocata a livello del dover essere piuttosto che nelle sensazioni fisiche di desiderio.
È come se queste giovani donne raccontassero di non trovare mai una vera sintonia tra sentimenti e sensazioni fisiche, come se il sintomo fisico fosse un modo per dare voce ad un disagio psicologico, ad un conflitto non risolto tra accettazione e rifiuto di una così profonda intimità fisica. Il lavoro terapeutico passa, nella fase iniziale, attraverso una costante traduzione delle parole e delle immagini e soltanto nella fase successiva nell’apprendimento di comportamenti di adeguamento della sessualità ai loro bisogni.
* Istituto internazionale di Sessuologia, Firenze (www.irfsessuologia.org)
"Da vicino nessuno è normale": basaglismo sul territorio a Milano
La Repubblica Milano, sabato 14 giugno 2003
Al via stasera la settima edizione di "Da vicino nessuno è normale" organizzata dalla cooperativa Olinda al "Paolo Pini". Teatro, musica e film per grandi e bambini all´ex manicomio
di Sara Chiappori
Viene proprio da dirlo: per fortuna che c´è il Paolo Pini. Nel torrido deserto culturale dell´estate milanese, la cittadella immersa nel grande parco dell´ex manicomio di via Ippocrate compie anche quest´anno il suo piccolo miracolo, trasformando quel luogo-simbolo di mortificante ghettizzazione in una fabbrica permanente di eventi.
(...)
"Da vicino nessuno è normale", dal oggi al 27 luglio. Ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, via Ippocrate 45. Info: 0266212315.
Thomas Emmenegger e Rosita Volani
"Noi, don Chisciotte tra utopia e realtà"
Dietro il coraggioso progetto che ruota intorno all´ex Paolo Pini, c´è Olinda, la cooperativa che, dal 1996, non solo si occupa di "Da vicino nessuno è normale", ma soprattutto gestisce e progetta il percorso di integrazione sociale e lavorativa di ex pazienti psichiatrici. Anima di Olinda, due personaggi fuori dal comune: Thomas Emmenegger, 50 anni, psichiatra svizzero approdato in Italia per lavorare con Basaglia, e Rosita Volani, 36 anni, attrice diplomata alla scuola dello Stabile di Genova, che ha scoperto che il teatro poteva diventare straordinario strumento terapeutico e sociale.
Come inizia quest´avventura?
Emmenegger: «Nei primi anni Novanta. All´epoca al Pini c´erano ancora dei pazienti. L´obiettivo era quello di chiudere l´ospedale per trasformarlo in un´impresa sociale che tenesse insieme livelli diversi: culturale, psichiatrico, sociale, del lavoro».
Volani: «Io ci sono finita per caso. Ho scoperto questo posto e le persone che ci stavano dentro e ho capito che faceva per me».
E poi...
Emmenegger: «All´inizio sembrava un´utopia. Oggi lavoriamo con una media di 100 pazienti l'anno, molti dei quali poi trovano un lavoro e diventano soci della cooperativa. E nel frattempo i milanesi si riprendono di un pezzo di città. A partire dalla gente del quartiere».
Ecco, come reagisce a quest´invasione?
Volani: «All´inizio è stato difficile. Creavamo una certa turbolenza, eravamo "strani". Poi hanno cominciato a capire che con il Pini anche il quartiere trovava una forma di identità. Quest´anno, le mamme di Affori ci hanno chiesto di organizzare qui il centro estivo per i loro bimbi. Una bella soddisfazione, no?»
Mai sentiti dei don Chisciotte?
Emenegger: «Sempre. Poi però succede che arrivano per "studiarci" dall´estero. E allora capisci che non è più un´utopia».
Volani: «Più che a un´utopia, mi sembra di lavorare a un sogno. Ma un sogno concreto, forse esagerato, sicuramente lungimirante»(s.ch.)
Al via stasera la settima edizione di "Da vicino nessuno è normale" organizzata dalla cooperativa Olinda al "Paolo Pini". Teatro, musica e film per grandi e bambini all´ex manicomio
di Sara Chiappori
Viene proprio da dirlo: per fortuna che c´è il Paolo Pini. Nel torrido deserto culturale dell´estate milanese, la cittadella immersa nel grande parco dell´ex manicomio di via Ippocrate compie anche quest´anno il suo piccolo miracolo, trasformando quel luogo-simbolo di mortificante ghettizzazione in una fabbrica permanente di eventi.
(...)
"Da vicino nessuno è normale", dal oggi al 27 luglio. Ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, via Ippocrate 45. Info: 0266212315.
Thomas Emmenegger e Rosita Volani
"Noi, don Chisciotte tra utopia e realtà"
Dietro il coraggioso progetto che ruota intorno all´ex Paolo Pini, c´è Olinda, la cooperativa che, dal 1996, non solo si occupa di "Da vicino nessuno è normale", ma soprattutto gestisce e progetta il percorso di integrazione sociale e lavorativa di ex pazienti psichiatrici. Anima di Olinda, due personaggi fuori dal comune: Thomas Emmenegger, 50 anni, psichiatra svizzero approdato in Italia per lavorare con Basaglia, e Rosita Volani, 36 anni, attrice diplomata alla scuola dello Stabile di Genova, che ha scoperto che il teatro poteva diventare straordinario strumento terapeutico e sociale.
Come inizia quest´avventura?
Emmenegger: «Nei primi anni Novanta. All´epoca al Pini c´erano ancora dei pazienti. L´obiettivo era quello di chiudere l´ospedale per trasformarlo in un´impresa sociale che tenesse insieme livelli diversi: culturale, psichiatrico, sociale, del lavoro».
Volani: «Io ci sono finita per caso. Ho scoperto questo posto e le persone che ci stavano dentro e ho capito che faceva per me».
E poi...
Emmenegger: «All´inizio sembrava un´utopia. Oggi lavoriamo con una media di 100 pazienti l'anno, molti dei quali poi trovano un lavoro e diventano soci della cooperativa. E nel frattempo i milanesi si riprendono di un pezzo di città. A partire dalla gente del quartiere».
Ecco, come reagisce a quest´invasione?
Volani: «All´inizio è stato difficile. Creavamo una certa turbolenza, eravamo "strani". Poi hanno cominciato a capire che con il Pini anche il quartiere trovava una forma di identità. Quest´anno, le mamme di Affori ci hanno chiesto di organizzare qui il centro estivo per i loro bimbi. Una bella soddisfazione, no?»
Mai sentiti dei don Chisciotte?
Emenegger: «Sempre. Poi però succede che arrivano per "studiarci" dall´estero. E allora capisci che non è più un´utopia».
Volani: «Più che a un´utopia, mi sembra di lavorare a un sogno. Ma un sogno concreto, forse esagerato, sicuramente lungimirante»(s.ch.)
grandi fondazioni teoriche...
La Repubblica Salute giovedi 12 Giugno 2003
I tre pilastri della psicologia positiva
Fondatore della psicologia positiva, Martin E.P. Seligman è docente di Psicologia all’Università della Pennsylvania. Nel suo ultimo libro, "La costruzione della felicità", (pagg. 371, euro 17 Sperling & Kupfer), Seligman spiega: «La psicologia positiva si basa su tre pilastri: il primo è lo studio dell’emozione positiva. Il secondo è lo studio dei tratti positivi (potenzialità, virtù, "abilità", come intelligenza e capacità atletiche). Il terzo è lo studio delle istituzioni positive (democrazia, famiglie salde, libertà d’informazione), che supportano le virtù, le quali a loro volta supportano le emozioni positive. La sicurezza di sé, la speranza, la fiducia, per esempio, ci sono utili quando la vita è difficile". (c. v.)
I tre pilastri della psicologia positiva
Fondatore della psicologia positiva, Martin E.P. Seligman è docente di Psicologia all’Università della Pennsylvania. Nel suo ultimo libro, "La costruzione della felicità", (pagg. 371, euro 17 Sperling & Kupfer), Seligman spiega: «La psicologia positiva si basa su tre pilastri: il primo è lo studio dell’emozione positiva. Il secondo è lo studio dei tratti positivi (potenzialità, virtù, "abilità", come intelligenza e capacità atletiche). Il terzo è lo studio delle istituzioni positive (democrazia, famiglie salde, libertà d’informazione), che supportano le virtù, le quali a loro volta supportano le emozioni positive. La sicurezza di sé, la speranza, la fiducia, per esempio, ci sono utili quando la vita è difficile". (c. v.)
a proposito del rapporto dell'OMS sulla diffusione della depressione
La Stampa 14 Giugno 2003
Siamo tutti matti e ora lo sappiamo
LE STATISTICHE DELL’OMS
CONTINUIAMO a farci del male. E mentre lo dico, non so neppure io se si tratti di una semplice constatazione all’indicativo oppure di un feroce consiglio al congiuntivo. Sì, perché certe notizie non danno mai la sicurezza di essere di fronte ad un fatto reale. Il dito monitorio dell'Organizzazione mondiale della Sanità ci avverte che nel 2020 la depressione sarà la seconda tra tutte le malattie che generano disabilità e che gravano, coi loro costi diretti e indiretti, sulla società. E allora che fare? Dobbiamo metterci d'impegno a stropicciarci gli occhi e a macerarci il cuore da qui fino alla fatidica data, per dimostrare che l'Oms non può sbagliare? Oppure cercare di riderci sopra per tutte le martellate che continuiamo a volerci infliggere?
Scorrendo con più attenzione il rapporto dell'Oms ci si accorge che il taglio secondo cui viene affrontata la questione è rigorosamente economico. Certo. Perché mai l’Oms dovrebbe preoccuparsi dei depressi, se non per i costi che i loro disagi riversano sull'intera collettività? Giorni lavorativi persi, ridotta quantità e qualità di produzione sono gli esiti nefasti del «male oscuro», tant’è che sono più auspicabili l’ipertensione, l’artrite e il diabete, mali che, almeno, fanno perdere meno ore di lavoro.
Ma i dati dell’Oms, che toccano il più ampio tema delle malattie mentali, ci danno un’interessante chiave di lettura anche per i massacri familiari e per le cosiddette tragedie della follia. Anzi, ci rassicurano, visto che gli omicidi sono ancora assai pochi, se si considera che i disturbi mentali colpiscono tra il 20 e il 25% delle popolazioni in età superiore ai 18 anni nel corso di un anno. E, guardando l'intero arco della vita, la frequenza dei disturbi psichici riguarda il 41% degli uomini e il 30% delle donne. Eh sì! Adesso capisco tutto. Siamo tutti matti, e matti duri. E dopo questa fondamentale notizia scientifica, non sarà più il caso di stupirsi se l'elenco delle schifezze e delle follie umane continua ogni giorno ad arricchirsi di nuove chicche.
L'ennesima indagine del Censis rincara la dose, rivelandoci che il 26,4% degli italiani si dichiara stressato e infelice. A parte il fatto che di certo gli indagatori non sono andati ad interrogare mia zia Piera, donna notoriamente serena e solare, mi consolo all'idea che per così tanti depressi c'è pronto un esercito di altri italiani (sempre conteggiati al millesimo da altri iperprecisi sondaggi) che si dedicano anima e corpo al volontariato. E così abbiamo sistemato i conti: un quarto di infelici, un quarto di samaritani che aiutano i depressi e gli altri che se ne fregano di traversie psichiche e di buonismi, accontentandosi di quel che passa la tv.
L'unico ambito in cui la depressione ha un suo valore misurabile è quello dell'andamento economico. In realtà è la psicologia che deprime l'uomo, che lo de-moralizza, rinnegandone le ragioni umane, morali o immorali, per cui agisce. Se un fatto è deprimente, è anche demoralizzante. Per analogia, un depresso è, di fatto, un de-moralizzato. Uno che non riconosce più né origine né senso di sé. Uno che potrebbe dire, secondo la provocazione di Andy Warhol, «io sono solo la mia superficie».
Un dubbio. E se l'Oms avesse ragione? Sarebbe confermata l'intuizione di Teilhard de Chardin, che scriveva: «Il pericolo maggiore che possa temere l'umanità oggi non è una catastrofe stellare, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile, perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».
Siamo tutti matti e ora lo sappiamo
LE STATISTICHE DELL’OMS
CONTINUIAMO a farci del male. E mentre lo dico, non so neppure io se si tratti di una semplice constatazione all’indicativo oppure di un feroce consiglio al congiuntivo. Sì, perché certe notizie non danno mai la sicurezza di essere di fronte ad un fatto reale. Il dito monitorio dell'Organizzazione mondiale della Sanità ci avverte che nel 2020 la depressione sarà la seconda tra tutte le malattie che generano disabilità e che gravano, coi loro costi diretti e indiretti, sulla società. E allora che fare? Dobbiamo metterci d'impegno a stropicciarci gli occhi e a macerarci il cuore da qui fino alla fatidica data, per dimostrare che l'Oms non può sbagliare? Oppure cercare di riderci sopra per tutte le martellate che continuiamo a volerci infliggere?
Scorrendo con più attenzione il rapporto dell'Oms ci si accorge che il taglio secondo cui viene affrontata la questione è rigorosamente economico. Certo. Perché mai l’Oms dovrebbe preoccuparsi dei depressi, se non per i costi che i loro disagi riversano sull'intera collettività? Giorni lavorativi persi, ridotta quantità e qualità di produzione sono gli esiti nefasti del «male oscuro», tant’è che sono più auspicabili l’ipertensione, l’artrite e il diabete, mali che, almeno, fanno perdere meno ore di lavoro.
Ma i dati dell’Oms, che toccano il più ampio tema delle malattie mentali, ci danno un’interessante chiave di lettura anche per i massacri familiari e per le cosiddette tragedie della follia. Anzi, ci rassicurano, visto che gli omicidi sono ancora assai pochi, se si considera che i disturbi mentali colpiscono tra il 20 e il 25% delle popolazioni in età superiore ai 18 anni nel corso di un anno. E, guardando l'intero arco della vita, la frequenza dei disturbi psichici riguarda il 41% degli uomini e il 30% delle donne. Eh sì! Adesso capisco tutto. Siamo tutti matti, e matti duri. E dopo questa fondamentale notizia scientifica, non sarà più il caso di stupirsi se l'elenco delle schifezze e delle follie umane continua ogni giorno ad arricchirsi di nuove chicche.
L'ennesima indagine del Censis rincara la dose, rivelandoci che il 26,4% degli italiani si dichiara stressato e infelice. A parte il fatto che di certo gli indagatori non sono andati ad interrogare mia zia Piera, donna notoriamente serena e solare, mi consolo all'idea che per così tanti depressi c'è pronto un esercito di altri italiani (sempre conteggiati al millesimo da altri iperprecisi sondaggi) che si dedicano anima e corpo al volontariato. E così abbiamo sistemato i conti: un quarto di infelici, un quarto di samaritani che aiutano i depressi e gli altri che se ne fregano di traversie psichiche e di buonismi, accontentandosi di quel che passa la tv.
L'unico ambito in cui la depressione ha un suo valore misurabile è quello dell'andamento economico. In realtà è la psicologia che deprime l'uomo, che lo de-moralizza, rinnegandone le ragioni umane, morali o immorali, per cui agisce. Se un fatto è deprimente, è anche demoralizzante. Per analogia, un depresso è, di fatto, un de-moralizzato. Uno che non riconosce più né origine né senso di sé. Uno che potrebbe dire, secondo la provocazione di Andy Warhol, «io sono solo la mia superficie».
Un dubbio. E se l'Oms avesse ragione? Sarebbe confermata l'intuizione di Teilhard de Chardin, che scriveva: «Il pericolo maggiore che possa temere l'umanità oggi non è una catastrofe stellare, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile, perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».
il preambolo della Costituzione della UE
La Stampa 14 Giugno 2003
Ma la religione non è una bandiera
di Federico Vercellone
NELL’INTERVISTA comparsa ieri sulla Stampa il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini lamenta che nel Preambolo alla bozza di Costituzione europea manchi un espresso accenno alle radici giudaico-cristiane della nostra cultura. Un'affermazione di questa natura non può non lasciar perplessi anche alla luce del contesto nel quale viene formulata. Naturalmente non è in questione qualcosa che nessuno vuole disconoscere e che, tutto sommato, viene dato per implicito: che le radici ebraico-cristiane siano ben presenti nella comune cultura europea. A questo proposito Fini cita Croce: si tratta della notissima affermazione secondo la quale «non possiamo non dirci cristiani». Ciò significa per Croce che molti motivi ereditati dal cristianesimo (la libertà, il valore fondante dell'individualità e della sua responsabile iniziativa) costituiscono valori fondanti la comune convivenza dei popoli. Ma ciò intanto non ha nulla a che fare con l'identità nazionale, per intenderci quella del cattolicesimo italiano (che del resto coinvolge il sud dell'Europa) e la sua affermazione in più vasto ambito come sembra risultare dalle dichiarazioni di Fini. Anzi, l'esatto contrario.
Qui piuttosto è in questione un'identità complessiva dell'Europa, intesa come un'unità culturale ben più ampia di quella politica, che riguarda un'origine comune che nel corso dei secoli è andata dipanandosi in molteplici e differenti alvei anche in forza di lacerazioni, conflitti e sofferenze la cui matrice religiosa ha poi avuto immense ricadute sul piano politico. Quella in questione è dunque un'eredità variegata e conflittuale, che vive in quanto tale grazie al dialogo (un ideale illuministico) e dunque sulla base del riconoscimento delle differenze nelle quali questo lascito si articola. Non si tratta dunque di qualcosa che possa esser fatto proprio e convogliato nell'alveo di una cultura, in questo caso quella di destra e conservatrice per farne in seguito un patrimonio comune in una sorta di implicita contesa con l'eredità dell'Illuminismo, supposto patrimonio della sinistra. In realtà cristianesimo e Illuminismo rappresentano - da molti anche se da non da tutti i punti di vista - i due volti di una comune eredità, come si può ricavare forse anche da quanto si diceva sopra e come hanno autorevolmente ricordato di recente Jürgen Habermas e Jacques Derrida.
Stando così le cose, non sarebbe forse meglio evitare confusioni e non cadere nella tentazione di far propria - nell'intento di renderla patrimonio comune - una bandiera che assolutamente non si presta a esser tale? E ancora un passo in più. Non sarebbe meglio forse fare a meno di ogni preambolo, troppo facile preda di un utilizzo strumentale delle comuni radici culturali?
Ma la religione non è una bandiera
di Federico Vercellone
NELL’INTERVISTA comparsa ieri sulla Stampa il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini lamenta che nel Preambolo alla bozza di Costituzione europea manchi un espresso accenno alle radici giudaico-cristiane della nostra cultura. Un'affermazione di questa natura non può non lasciar perplessi anche alla luce del contesto nel quale viene formulata. Naturalmente non è in questione qualcosa che nessuno vuole disconoscere e che, tutto sommato, viene dato per implicito: che le radici ebraico-cristiane siano ben presenti nella comune cultura europea. A questo proposito Fini cita Croce: si tratta della notissima affermazione secondo la quale «non possiamo non dirci cristiani». Ciò significa per Croce che molti motivi ereditati dal cristianesimo (la libertà, il valore fondante dell'individualità e della sua responsabile iniziativa) costituiscono valori fondanti la comune convivenza dei popoli. Ma ciò intanto non ha nulla a che fare con l'identità nazionale, per intenderci quella del cattolicesimo italiano (che del resto coinvolge il sud dell'Europa) e la sua affermazione in più vasto ambito come sembra risultare dalle dichiarazioni di Fini. Anzi, l'esatto contrario.
Qui piuttosto è in questione un'identità complessiva dell'Europa, intesa come un'unità culturale ben più ampia di quella politica, che riguarda un'origine comune che nel corso dei secoli è andata dipanandosi in molteplici e differenti alvei anche in forza di lacerazioni, conflitti e sofferenze la cui matrice religiosa ha poi avuto immense ricadute sul piano politico. Quella in questione è dunque un'eredità variegata e conflittuale, che vive in quanto tale grazie al dialogo (un ideale illuministico) e dunque sulla base del riconoscimento delle differenze nelle quali questo lascito si articola. Non si tratta dunque di qualcosa che possa esser fatto proprio e convogliato nell'alveo di una cultura, in questo caso quella di destra e conservatrice per farne in seguito un patrimonio comune in una sorta di implicita contesa con l'eredità dell'Illuminismo, supposto patrimonio della sinistra. In realtà cristianesimo e Illuminismo rappresentano - da molti anche se da non da tutti i punti di vista - i due volti di una comune eredità, come si può ricavare forse anche da quanto si diceva sopra e come hanno autorevolmente ricordato di recente Jürgen Habermas e Jacques Derrida.
Stando così le cose, non sarebbe forse meglio evitare confusioni e non cadere nella tentazione di far propria - nell'intento di renderla patrimonio comune - una bandiera che assolutamente non si presta a esser tale? E ancora un passo in più. Non sarebbe meglio forse fare a meno di ogni preambolo, troppo facile preda di un utilizzo strumentale delle comuni radici culturali?
venerdì 13 giugno 2003
caos e mente
Il Mattino 13.6.03
Caos e mente, la diffusione dei disturbi psichici più gravi
In un libro l’analisi dello stato della ricerca psicanalitica
di Antonio Vitolo
Instabilità catastrofica, freddo glaciale, disperazione bloccante, ogni passione spenta: ecco le dure componenti del disagio mentale più acuto, la psicosi. Con tale termine, due secoli fa, si designava un’animazione dell’umore, poi dalla fine dell’Ottocento si intese una disorganizzazione sia psichica, sia organica.
Gli psicotici appaiono disinteressati al mondo esterno, vivono cupi e separati, benché nelle guerre e nei disastri naturali mostrino spesso notevoli risorse di fattività e solidarietà. Talora si isolano nell’autismo. Ma, pur essendo la prova vivente dell’alienità, sono terrestri, di fronte a noi, con noi, dentro noi. L’eminente psicoanalista Frances Tustin sostenne addirittura che nella normalità sussistono sacche di autismo. Verosimile, ma quanti di noi sono disposti ad ammetterlo? Nella psicologia del profondo vige ancora il criterio democratico proporzionale, pertanto la risposta è: pochi e pensosi. Dopo Kraepelin, furono Freud, Jung, Eugen Bleuler a disserrare l’orizzonte, con un epocale salto del sapere e della cura. Poi Karl Abraham, Sandor Ferenczi, Melanie Klein, Qilfred Bion, Jacques Lacan, Donald Winnicott, Michael Fordham hanno disegnato una mappa della terapia. Oggi la questione psicotica richiede ancora e sempre infinito rigore, umiltà e attitudine simbolica.
Arriva in libreria, da Cortina editore, Stati caotici della mente, ideato e curato da Luigi Rinaldi, psichiatra, psicoanalista e docente, autore della fondamentale introduzione e di due accurati interventi, uno a quattro mani con Fiorella Petri. Il volume è maturo e complesso, lo stile chiaro e avvincente. Il libro sarà presentato stasera alle 18 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri. Dalla nozione di caos, che aggiungo, per mia parte, discende dalla mitologia e dalla fisica, si dipana un filo teorico-clinico che attraversa le psicosi schizofreniche, i disturbi border line, le dipendenze. Nasce così un consistente breviario, prezioso per analisti, psichiatri, infermieri, studenti. Sullo sfondo vive la lezione di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, che trent’anni fa produsse in Italia una svolta storica, ad onore della psichiatria italiana e mondiale: l’apertura delle porte manicomiali, fatta di coraggio e consapevolezza dei grandi, inevitabili rischi insiti nella visibilità delle basi della malattia mentale, attivi ben oltre la reclusione, il pregiudizio, le misure vessatorie, di una cura inquietante non meno della malattia. Può valere, in forma paradossale, quel che Freud scriveva del presidente Schreber, nel 1910 e che Sarantis Thanopulos premette al suo bel saggio: Ciò che era stato abolito dentro di noi, ritorna dal di fuori. L’angosciante, paranoico delirio del presidente Schreber, lo apparenta a Kafka, non a Hitler o Stalin, né ai dittatori telematici, pronti a minacce e ghigni stereotipi. E ciò accresce la solida dignità dei magistrati e di tanti esseri calpestati, svisati, zittiti, di cui Giorgia, l’attrice Jasmine Trinca, è buon esempio nell’epopeo filmica di M. Tullio Giordana, La meglio gioventù. Nel libro Anna Ferruta, Antonello Correale, Rinaldo de Sanctis, Francesco Barale e il curatore, guidano di fatto a ricondurre ai maiali, senza offesa per gli animali, la pertinenza originaria dell’elettrochoc di Bini e Cerletti e a Pasquale, paziente nel gruppo istituzionale di Rinaldi, il bisogno di lavorare e amare. E Luigi Boccanegra ben raffigura dell’analista che conduce il gruppo la funzione di filtro creativo (A.G. Gargani) sulla scia di Th. S. Eliot: alla fine dell’esplorazione / saremo al punto di partenza / sapremo il luogo per la prima volta.
È proprio l’origine il nodo della cura delle psicosi. Emblema di aridità e regressione sulla soglia mai varcata della parola e della rappresentazione ricorda Francesco Conrotto; tessera di negazione e morte, avverte Minà Arrigoni Scortecci; cripta fallace di sintomo somatico, afferma autorevolmente Joyce McDougall; turbolenza di chi non crea, né distrugge significazione, scrive uno dei padri della psicoanalisi, Giovanni Hautmann; antefatto di frontiere mobili come sabbie, ribadisce Agostino Racalbuto; prima e ultima roccia di chi sopravvive alla morte psichica, sostiene Franco Borgogno. Quanti clinici, tante prospettive: bisognose di una riconsiderazione delle ipotesi sulla psiche inconscia, secondo Franco De Masi, preoccupato con Rinaldi della deriva biologistica e delle scorciatoie cognitiviste e comportamentiste.
Caos e mente, la diffusione dei disturbi psichici più gravi
In un libro l’analisi dello stato della ricerca psicanalitica
di Antonio Vitolo
Instabilità catastrofica, freddo glaciale, disperazione bloccante, ogni passione spenta: ecco le dure componenti del disagio mentale più acuto, la psicosi. Con tale termine, due secoli fa, si designava un’animazione dell’umore, poi dalla fine dell’Ottocento si intese una disorganizzazione sia psichica, sia organica.
Gli psicotici appaiono disinteressati al mondo esterno, vivono cupi e separati, benché nelle guerre e nei disastri naturali mostrino spesso notevoli risorse di fattività e solidarietà. Talora si isolano nell’autismo. Ma, pur essendo la prova vivente dell’alienità, sono terrestri, di fronte a noi, con noi, dentro noi. L’eminente psicoanalista Frances Tustin sostenne addirittura che nella normalità sussistono sacche di autismo. Verosimile, ma quanti di noi sono disposti ad ammetterlo? Nella psicologia del profondo vige ancora il criterio democratico proporzionale, pertanto la risposta è: pochi e pensosi. Dopo Kraepelin, furono Freud, Jung, Eugen Bleuler a disserrare l’orizzonte, con un epocale salto del sapere e della cura. Poi Karl Abraham, Sandor Ferenczi, Melanie Klein, Qilfred Bion, Jacques Lacan, Donald Winnicott, Michael Fordham hanno disegnato una mappa della terapia. Oggi la questione psicotica richiede ancora e sempre infinito rigore, umiltà e attitudine simbolica.
Arriva in libreria, da Cortina editore, Stati caotici della mente, ideato e curato da Luigi Rinaldi, psichiatra, psicoanalista e docente, autore della fondamentale introduzione e di due accurati interventi, uno a quattro mani con Fiorella Petri. Il volume è maturo e complesso, lo stile chiaro e avvincente. Il libro sarà presentato stasera alle 18 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri. Dalla nozione di caos, che aggiungo, per mia parte, discende dalla mitologia e dalla fisica, si dipana un filo teorico-clinico che attraversa le psicosi schizofreniche, i disturbi border line, le dipendenze. Nasce così un consistente breviario, prezioso per analisti, psichiatri, infermieri, studenti. Sullo sfondo vive la lezione di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, che trent’anni fa produsse in Italia una svolta storica, ad onore della psichiatria italiana e mondiale: l’apertura delle porte manicomiali, fatta di coraggio e consapevolezza dei grandi, inevitabili rischi insiti nella visibilità delle basi della malattia mentale, attivi ben oltre la reclusione, il pregiudizio, le misure vessatorie, di una cura inquietante non meno della malattia. Può valere, in forma paradossale, quel che Freud scriveva del presidente Schreber, nel 1910 e che Sarantis Thanopulos premette al suo bel saggio: Ciò che era stato abolito dentro di noi, ritorna dal di fuori. L’angosciante, paranoico delirio del presidente Schreber, lo apparenta a Kafka, non a Hitler o Stalin, né ai dittatori telematici, pronti a minacce e ghigni stereotipi. E ciò accresce la solida dignità dei magistrati e di tanti esseri calpestati, svisati, zittiti, di cui Giorgia, l’attrice Jasmine Trinca, è buon esempio nell’epopeo filmica di M. Tullio Giordana, La meglio gioventù. Nel libro Anna Ferruta, Antonello Correale, Rinaldo de Sanctis, Francesco Barale e il curatore, guidano di fatto a ricondurre ai maiali, senza offesa per gli animali, la pertinenza originaria dell’elettrochoc di Bini e Cerletti e a Pasquale, paziente nel gruppo istituzionale di Rinaldi, il bisogno di lavorare e amare. E Luigi Boccanegra ben raffigura dell’analista che conduce il gruppo la funzione di filtro creativo (A.G. Gargani) sulla scia di Th. S. Eliot: alla fine dell’esplorazione / saremo al punto di partenza / sapremo il luogo per la prima volta.
È proprio l’origine il nodo della cura delle psicosi. Emblema di aridità e regressione sulla soglia mai varcata della parola e della rappresentazione ricorda Francesco Conrotto; tessera di negazione e morte, avverte Minà Arrigoni Scortecci; cripta fallace di sintomo somatico, afferma autorevolmente Joyce McDougall; turbolenza di chi non crea, né distrugge significazione, scrive uno dei padri della psicoanalisi, Giovanni Hautmann; antefatto di frontiere mobili come sabbie, ribadisce Agostino Racalbuto; prima e ultima roccia di chi sopravvive alla morte psichica, sostiene Franco Borgogno. Quanti clinici, tante prospettive: bisognose di una riconsiderazione delle ipotesi sulla psiche inconscia, secondo Franco De Masi, preoccupato con Rinaldi della deriva biologistica e delle scorciatoie cognitiviste e comportamentiste.
il manifesto 13.6.03
Un libro-osservatorio sul dolore psichico
Oggi a Napoli, la presentazione del volume di saggi sugli «Stati caotici della mente» edito da Cortina
Alberto Lucchetti
Se la psicoanalisi, per usare una notissima definizione freudiana del 1922, è «il nome 1) di un procedimento per l'indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) di un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici; 3) di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via, che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica», non è infrequente che le critiche nei suoi confronti oggi la bersaglino contemporaneamente su tutti e tre i versanti, anche perché fortemente solidali tra loro. Anzitutto, le sue «conoscenze psicologiche» resterebbero ancorate a una visione psicologista delle cause e dei meccanismi attraverso i quali si producono e si manifestano i disturbi mentali, non tenendo conto delle sempre maggiori e variegate evidenze di una dominante, che alcuni considerano schiacciante, del substrato neuronale e delle loro disfunzioni. Inoltre, il trattamento psiconalitico non terrebbe conto o si sottrarrebbe a una verifica empirica e oggettiva della sua efficacia terapeutica. Di conseguenza, la psicoanalisi non rappresenterebbe più uno strumento scientifico per la comprensione dell'agire umano. A dire il vero, già Freud ebbe modo di rispondere a queste critiche con argomentazioni tuttora valide, e del resto in qualche caso parzialmente condivise, a ragione, anche all'interno del mondo psicoanalitico: ad esempio, come non criticare un ingenuo riduttivismo al rovescio che trascuri i deficit percettivi, cognitivi ed emozionali che possono interferire con le relazioni primarie, o l'assunto secondo cui necessariamente un disturbo più grave coincide con un disturbo più precoce? Tuttavia questi rilievi possono oggi basarsi su nuove e interessanti acquisizioni neuroscientifiche, e forse alimentarsi a un diverso Zeitgeist, che sembra sempre più dissuadere l'essere umano dal confronto con la propria storia e la propria soggettività incarnata: una storia e una soggettività che sono impregnate di affetti, fantasie, parole, incontri, relazioni. È anche comprensibile come queste critiche, pur estendendosi al più canonico campo del trattamento psicoanalitico (nevrosi ossessiva, nevrosi d'angoscia etc.), riguardino in particolare quei disturbi mentali che più mettono in gioco registri basilari della costituzione dell'essere umano, o che più direttamente ne coinvolgono il substrato corporeo (cerebrale e non) o possono beneficiare di un trattamento farmacologico: come l'autismo, i disturbi depressivi, bipolari e schizofrenici, i cosiddetti disturbi borderline, psicosomatici e le dipendenze, specie quelle da sostanze.
In realtà queste critiche, benché rischino di sfociare, all'interno ed all'esterno del campo psicoanalitico, in una banale e ingenua liquidazione della psicoanalisi, e dunque dell'inconscio sessuale che abita l'essere umano (unica specie simbolica ed unico animale linguistico) costituiscono un'ottima occasione storica affinché la psicoanalisi, anche approfondendo il confronto con le altre discipline concentrate sullo psichismo dell'essere umano, focalizzi ulteriormente il proprio oggetto: ribadendo le possibilità esplicative e concretamente trasformative del proprio metodo, e dello specifico livello inconscio del funzionamento psichico cui esso permette appunto di accedere.
Anche per questa ragione appare opportuna la pubblicazione del volume Stati caotici della mente, curato da Luigi Rinaldi per Cortina - che oggi verrà presentato alla libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri (ore 18) da Domenico Chianese, Giovanni Hautmann e Antonio Vitolo, insieme ad alcuni degli autori. Suddiviso in tre parti, «Modelli di comprensione», «Clinica e teoria», «Psicoanalisi e istituzioni di cura», raccoglie saggi di Arrigoni Scortecci, Barale, Berti Ceroni, Boccanegra, Borgogno, Conrotto, Correale, De Masi, De Sanctis, Ferruta, Hautmann, McDougall, Magrini, Milella, Petrì, Racalbuto, Resnik, Thanopulos oltre che dello stesso Rinaldi e prosegue la linea di indagine e approfondimento di due precedenti raccolte (anch'esse uscite da Cortina), dedicate al trattamento psicoanalitico della psicosi e agli apporti della psicoanalisi alla prassi psichiatrica.
Il libro, oltre a costituire un utile approccio all'attuale ricerca psicoanalitica su alcuni disturbi psichici, sia nella stanza d'analisi che nei contesti istituzionali di cura, cerca più in generale di fare il punto, da diverse angolazioni teoriche, sulla ricerca riguardo le cosiddette «aree asimboliche» della mente e sui problemi connessi alla comprensione e spiegazione dei processi di significazione e simbolizzazione umani, che la situazione analitica permette di osservare da una prospettiva che resta ineludibile. Come ribadiscono alcuni dei saggi, le particolari modalità in cui si svolge la relazione analitica si rivela, infatti, un potente apparato di simbolizzazione che prende ad oggetto i processi stessi di simbolizzazione, le loro lacune come i loro irrigidimenti e le loro impasse, e soprattutto le loro premesse e i loro fondamenti. Specialmente nei disturbi considerati nel libro, oltre e più ancora che una «regressione» del paziente (concetto che nei contributi di alcuni autori del volume è problematizzato e diversamente articolato), quel che viene richiesto riguarda un funzionamento simil-onirico di ricezione e di holding (sostentamento) sensoriale da parte dell'analista. Inoltre, spesso è utile l'apporto di un gruppo di psicoanalisti per ampliare l'area «sensibile» alla relazione col paziente, e forse perfino (come ci si chiede in uno dei contributi) un contatto corporeo, in condizioni molto particolari e limitate. In questo modo la situazione analitica può eventualmente catalizzare delle trasformazioni dando figurazione e significazione anche a ciò che non ne ha mai potuto avere, a causa di deficit che si sono prodotti, nel corso della storia di una persona, nel complesso intreccio tra le relazioni affettive e il funzionamento emozionale, percettivo e cognitivo.
I saggi del volume tuttavia non si limitano ad illustrare efficacemente particolari situazioni cliniche e a mettere in rilievo le possibilità di una trasposizione non piatta del setting analitico al di fuori della stanza di analisi (nel lavoro di un'istituzione e di una équipe di cura, nonché nelle attività riabilitative e perfino nell'urgenza psichiatrica), per definire le dimensioni essenziali che la cornice di ogni forma di trattamento deve avere. Descrivendo nella clinica alcune dinamiche psichiche e relazionali, i saggi ambiscono anche a delineare dei meccanismi patogenetici per alcuni dei disturbi mentali presi in considerazione. Resta però chiaramente assodato come non si possa parlare di causalità in senso stretto (lineare e unidirezionale) in un ambito, come quello dello psichismo umano, in cui tracce di particolari esperienze possono assumere significato e avere efficacia psichica causale e talvolta traumatica solo in un secondo tempo, quando vegono integrate ed elaborate in un diverso contesto significativo, e - come evidenziano alcuni saggi - acquistano una complessità solo eccezionalmente riducibile a una causa univoca.
Altrettanto ribadita è la necessità di preservare l'essenziale distinzione tra livelli di concettualizzazione e di spiegazione, nonché l'intricato crocevia «psicosomatico» che, come scritto in uno dei saggi, è «matrice della pulsionalità e quindi dell'integrazione del sentimento dell'esserci e del desiderio». Giacché la psicoanalisi si interessa proprio di questa articolazione, salvaguardandola da ogni tentativo di irrigidirla o collassarla in un senso o nell'altro, nonché delle sue turbolenze: che talvolta esitano appunto in un'organizzazione caotica della mente, angosciosa sia quando si rivela fragile che quando è refrattaria a ogni trasformazione.
Un libro-osservatorio sul dolore psichico
Oggi a Napoli, la presentazione del volume di saggi sugli «Stati caotici della mente» edito da Cortina
Alberto Lucchetti
Se la psicoanalisi, per usare una notissima definizione freudiana del 1922, è «il nome 1) di un procedimento per l'indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) di un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici; 3) di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via, che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica», non è infrequente che le critiche nei suoi confronti oggi la bersaglino contemporaneamente su tutti e tre i versanti, anche perché fortemente solidali tra loro. Anzitutto, le sue «conoscenze psicologiche» resterebbero ancorate a una visione psicologista delle cause e dei meccanismi attraverso i quali si producono e si manifestano i disturbi mentali, non tenendo conto delle sempre maggiori e variegate evidenze di una dominante, che alcuni considerano schiacciante, del substrato neuronale e delle loro disfunzioni. Inoltre, il trattamento psiconalitico non terrebbe conto o si sottrarrebbe a una verifica empirica e oggettiva della sua efficacia terapeutica. Di conseguenza, la psicoanalisi non rappresenterebbe più uno strumento scientifico per la comprensione dell'agire umano. A dire il vero, già Freud ebbe modo di rispondere a queste critiche con argomentazioni tuttora valide, e del resto in qualche caso parzialmente condivise, a ragione, anche all'interno del mondo psicoanalitico: ad esempio, come non criticare un ingenuo riduttivismo al rovescio che trascuri i deficit percettivi, cognitivi ed emozionali che possono interferire con le relazioni primarie, o l'assunto secondo cui necessariamente un disturbo più grave coincide con un disturbo più precoce? Tuttavia questi rilievi possono oggi basarsi su nuove e interessanti acquisizioni neuroscientifiche, e forse alimentarsi a un diverso Zeitgeist, che sembra sempre più dissuadere l'essere umano dal confronto con la propria storia e la propria soggettività incarnata: una storia e una soggettività che sono impregnate di affetti, fantasie, parole, incontri, relazioni. È anche comprensibile come queste critiche, pur estendendosi al più canonico campo del trattamento psicoanalitico (nevrosi ossessiva, nevrosi d'angoscia etc.), riguardino in particolare quei disturbi mentali che più mettono in gioco registri basilari della costituzione dell'essere umano, o che più direttamente ne coinvolgono il substrato corporeo (cerebrale e non) o possono beneficiare di un trattamento farmacologico: come l'autismo, i disturbi depressivi, bipolari e schizofrenici, i cosiddetti disturbi borderline, psicosomatici e le dipendenze, specie quelle da sostanze.
In realtà queste critiche, benché rischino di sfociare, all'interno ed all'esterno del campo psicoanalitico, in una banale e ingenua liquidazione della psicoanalisi, e dunque dell'inconscio sessuale che abita l'essere umano (unica specie simbolica ed unico animale linguistico) costituiscono un'ottima occasione storica affinché la psicoanalisi, anche approfondendo il confronto con le altre discipline concentrate sullo psichismo dell'essere umano, focalizzi ulteriormente il proprio oggetto: ribadendo le possibilità esplicative e concretamente trasformative del proprio metodo, e dello specifico livello inconscio del funzionamento psichico cui esso permette appunto di accedere.
Anche per questa ragione appare opportuna la pubblicazione del volume Stati caotici della mente, curato da Luigi Rinaldi per Cortina - che oggi verrà presentato alla libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri (ore 18) da Domenico Chianese, Giovanni Hautmann e Antonio Vitolo, insieme ad alcuni degli autori. Suddiviso in tre parti, «Modelli di comprensione», «Clinica e teoria», «Psicoanalisi e istituzioni di cura», raccoglie saggi di Arrigoni Scortecci, Barale, Berti Ceroni, Boccanegra, Borgogno, Conrotto, Correale, De Masi, De Sanctis, Ferruta, Hautmann, McDougall, Magrini, Milella, Petrì, Racalbuto, Resnik, Thanopulos oltre che dello stesso Rinaldi e prosegue la linea di indagine e approfondimento di due precedenti raccolte (anch'esse uscite da Cortina), dedicate al trattamento psicoanalitico della psicosi e agli apporti della psicoanalisi alla prassi psichiatrica.
Il libro, oltre a costituire un utile approccio all'attuale ricerca psicoanalitica su alcuni disturbi psichici, sia nella stanza d'analisi che nei contesti istituzionali di cura, cerca più in generale di fare il punto, da diverse angolazioni teoriche, sulla ricerca riguardo le cosiddette «aree asimboliche» della mente e sui problemi connessi alla comprensione e spiegazione dei processi di significazione e simbolizzazione umani, che la situazione analitica permette di osservare da una prospettiva che resta ineludibile. Come ribadiscono alcuni dei saggi, le particolari modalità in cui si svolge la relazione analitica si rivela, infatti, un potente apparato di simbolizzazione che prende ad oggetto i processi stessi di simbolizzazione, le loro lacune come i loro irrigidimenti e le loro impasse, e soprattutto le loro premesse e i loro fondamenti. Specialmente nei disturbi considerati nel libro, oltre e più ancora che una «regressione» del paziente (concetto che nei contributi di alcuni autori del volume è problematizzato e diversamente articolato), quel che viene richiesto riguarda un funzionamento simil-onirico di ricezione e di holding (sostentamento) sensoriale da parte dell'analista. Inoltre, spesso è utile l'apporto di un gruppo di psicoanalisti per ampliare l'area «sensibile» alla relazione col paziente, e forse perfino (come ci si chiede in uno dei contributi) un contatto corporeo, in condizioni molto particolari e limitate. In questo modo la situazione analitica può eventualmente catalizzare delle trasformazioni dando figurazione e significazione anche a ciò che non ne ha mai potuto avere, a causa di deficit che si sono prodotti, nel corso della storia di una persona, nel complesso intreccio tra le relazioni affettive e il funzionamento emozionale, percettivo e cognitivo.
I saggi del volume tuttavia non si limitano ad illustrare efficacemente particolari situazioni cliniche e a mettere in rilievo le possibilità di una trasposizione non piatta del setting analitico al di fuori della stanza di analisi (nel lavoro di un'istituzione e di una équipe di cura, nonché nelle attività riabilitative e perfino nell'urgenza psichiatrica), per definire le dimensioni essenziali che la cornice di ogni forma di trattamento deve avere. Descrivendo nella clinica alcune dinamiche psichiche e relazionali, i saggi ambiscono anche a delineare dei meccanismi patogenetici per alcuni dei disturbi mentali presi in considerazione. Resta però chiaramente assodato come non si possa parlare di causalità in senso stretto (lineare e unidirezionale) in un ambito, come quello dello psichismo umano, in cui tracce di particolari esperienze possono assumere significato e avere efficacia psichica causale e talvolta traumatica solo in un secondo tempo, quando vegono integrate ed elaborate in un diverso contesto significativo, e - come evidenziano alcuni saggi - acquistano una complessità solo eccezionalmente riducibile a una causa univoca.
Altrettanto ribadita è la necessità di preservare l'essenziale distinzione tra livelli di concettualizzazione e di spiegazione, nonché l'intricato crocevia «psicosomatico» che, come scritto in uno dei saggi, è «matrice della pulsionalità e quindi dell'integrazione del sentimento dell'esserci e del desiderio». Giacché la psicoanalisi si interessa proprio di questa articolazione, salvaguardandola da ogni tentativo di irrigidirla o collassarla in un senso o nell'altro, nonché delle sue turbolenze: che talvolta esitano appunto in un'organizzazione caotica della mente, angosciosa sia quando si rivela fragile che quando è refrattaria a ogni trasformazione.
ripubblicata la "bibbia della razionalità occidentale"
Corriere della Sera 13.6.03
L’«Organon» curato da Colli
I miracoli di Aristotele contestati da Bobbio
di ARMANDO TORNO
Non è facile spiegare in parole semplici cosa abbia rappresentato l’Organon (in greco strumento) di Aristotele, i sei libri dedicati dal filosofo greco alla logica. Si potrebbe dire, senza tema di esagerare, che queste pagine sono la Bibbia del ragionamento occidentale. Per duemila anni a esse è stata chiesta ogni possibile risposta; non c’è brano, segno, dubbio qui scritto che non sia stato discusso e commentato. Gli studiosi, tuttavia, non riescono ancora a stabilire con sicurezza la cronologia dei trattati; molti affermano che non rappresentano un tutto ordinato. Va anche aggiunto che la parola «logica» non acquistò il suo senso moderno che mezzo millennio dopo l’apparizione dell’Organon, grazie al commentatore Alessandro di Afrodisia; ma l’ambito degli studi poi chiamati di logica fu determinato dal contenuto di queste pagine. Il greco con cui è stato scritto l’Organon è, in numerosi casi, di una difficoltà che sgomenta. Già i chiosatori antichi ebbero perplessità nelle interpretazioni. Molte nascono anche dal fatto che al tempo di Aristotele mancavano due espedienti che poi verranno in soccorso ai logici per chiarire le loro asserzioni: le virgolette e la libera invenzione di termini astratti con cui isolare un significato. Per fare un esempio, basterà notare che Aristotele aveva un segno solo, ovvero anthropos, per rendere gli italiani «uomo», «la parola "uomo"», «umanità». È un problema che tormenta anche alcuni passi di Platone. I dubbi che assillano le pagine dell’ Organon entrano nelle traduzioni latine e si ritrovano nelle dispute medievali sugli universali. È pur vero che il filosofo usa talvolta l’articolo neutro tó, seguito da una parola, per designare proprio quella parola, ma non lo fa sempre.
Il ritorno in libreria di questa traduzione italiana - fu la prima integrale - dell’Organon, realizzata da Giorgio Colli per inaugurare i «Classici della filosofia» di Einaudi (una delle nostre migliori collane, in cui uscirono solo quattro titoli), va segnalato. Il merito è di Adelphi (pp. 1096, € 22). Il testo in questione non era scomparso, perché continuamente ristampato nella raccolta delle Opere di Aristotele di Laterza, ma in tale veste mancano le 300 pagine di note che corredano l’originale di Einaudi del 1955, indispensabili per capire le scelte di Colli (va precisato che Laterza stampò nella collana «UL» in tre volumetti quest’opera nel 1970, ma poi non la ripropose più con tutto l’apparato). Ora, dicevamo, Adelphi la ripubblica, aggiungendo anche il primo paragrafo dell’introduzione omesso nel 1955 (su invito di Norberto Bobbio, che con Colli e Felice Balbo dirigeva la collana) e la lettera che lo stesso Bobbio scrisse al curatore il 9 ottobre 1953 spiegando le ragioni del suo dissenso.
Due inediti che rivelano aspetti e sottolineano il valore dell’impresa. Colli, in queste pagine ritrovate nel suo archivio a Firenze, parla senza mezzi termini dei meccanismi della civiltà greca come qualcosa di «miracoloso». Soltanto così si spiega quello che Aristotele ha scritto e che i suoi discepoli riuscivano a capire naturalmente.
Ma il termine «miracoloso» all’inizio degli anni 50 suonò strano, anzi fuorviante. Bobbio, dopo aver qualificato il lavoro «prodigioso», «imponente», «sbalorditivo», notava nella missiva: «Quelle che mi sono piaciute meno, invece, sono le prime pagine della introduzione... Troppo spesso ricorre la parola "miracoloso" e quando si viene alla spiegazione le poche righe che vi dedichi sono a mio avviso inadeguate all’attesa che hai suscitato nel lettore...». Colli, diligentemente, tagliò i miracoli.
Noi osiamo aggiungere, in margine ai fogli inediti e a un’opera fondamentale ora restituita nella sua interezza, che Colli e Bobbio avevano entrambi ragione. I miracoli greco-pagani del primo si capivano tenendo conto del suo amore per Nietzsche, che di lì a poco si sarebbe sostanziato nel grande lavoro di edizione del filosofo. Per il secondo, per Bobbio, i miracoli avevano invece il retrogusto di incenso: non era il caso di evocarli in una collana laica di una casa editrice laicissima. Tutto qui. Resta però l’Organon, un’opera che prova l’esistenza anche di altri miracoli. Quelli non religiosi. A volte la ragione sa compierli.
L’«Organon» curato da Colli
I miracoli di Aristotele contestati da Bobbio
di ARMANDO TORNO
Non è facile spiegare in parole semplici cosa abbia rappresentato l’Organon (in greco strumento) di Aristotele, i sei libri dedicati dal filosofo greco alla logica. Si potrebbe dire, senza tema di esagerare, che queste pagine sono la Bibbia del ragionamento occidentale. Per duemila anni a esse è stata chiesta ogni possibile risposta; non c’è brano, segno, dubbio qui scritto che non sia stato discusso e commentato. Gli studiosi, tuttavia, non riescono ancora a stabilire con sicurezza la cronologia dei trattati; molti affermano che non rappresentano un tutto ordinato. Va anche aggiunto che la parola «logica» non acquistò il suo senso moderno che mezzo millennio dopo l’apparizione dell’Organon, grazie al commentatore Alessandro di Afrodisia; ma l’ambito degli studi poi chiamati di logica fu determinato dal contenuto di queste pagine. Il greco con cui è stato scritto l’Organon è, in numerosi casi, di una difficoltà che sgomenta. Già i chiosatori antichi ebbero perplessità nelle interpretazioni. Molte nascono anche dal fatto che al tempo di Aristotele mancavano due espedienti che poi verranno in soccorso ai logici per chiarire le loro asserzioni: le virgolette e la libera invenzione di termini astratti con cui isolare un significato. Per fare un esempio, basterà notare che Aristotele aveva un segno solo, ovvero anthropos, per rendere gli italiani «uomo», «la parola "uomo"», «umanità». È un problema che tormenta anche alcuni passi di Platone. I dubbi che assillano le pagine dell’ Organon entrano nelle traduzioni latine e si ritrovano nelle dispute medievali sugli universali. È pur vero che il filosofo usa talvolta l’articolo neutro tó, seguito da una parola, per designare proprio quella parola, ma non lo fa sempre.
Il ritorno in libreria di questa traduzione italiana - fu la prima integrale - dell’Organon, realizzata da Giorgio Colli per inaugurare i «Classici della filosofia» di Einaudi (una delle nostre migliori collane, in cui uscirono solo quattro titoli), va segnalato. Il merito è di Adelphi (pp. 1096, € 22). Il testo in questione non era scomparso, perché continuamente ristampato nella raccolta delle Opere di Aristotele di Laterza, ma in tale veste mancano le 300 pagine di note che corredano l’originale di Einaudi del 1955, indispensabili per capire le scelte di Colli (va precisato che Laterza stampò nella collana «UL» in tre volumetti quest’opera nel 1970, ma poi non la ripropose più con tutto l’apparato). Ora, dicevamo, Adelphi la ripubblica, aggiungendo anche il primo paragrafo dell’introduzione omesso nel 1955 (su invito di Norberto Bobbio, che con Colli e Felice Balbo dirigeva la collana) e la lettera che lo stesso Bobbio scrisse al curatore il 9 ottobre 1953 spiegando le ragioni del suo dissenso.
Due inediti che rivelano aspetti e sottolineano il valore dell’impresa. Colli, in queste pagine ritrovate nel suo archivio a Firenze, parla senza mezzi termini dei meccanismi della civiltà greca come qualcosa di «miracoloso». Soltanto così si spiega quello che Aristotele ha scritto e che i suoi discepoli riuscivano a capire naturalmente.
Ma il termine «miracoloso» all’inizio degli anni 50 suonò strano, anzi fuorviante. Bobbio, dopo aver qualificato il lavoro «prodigioso», «imponente», «sbalorditivo», notava nella missiva: «Quelle che mi sono piaciute meno, invece, sono le prime pagine della introduzione... Troppo spesso ricorre la parola "miracoloso" e quando si viene alla spiegazione le poche righe che vi dedichi sono a mio avviso inadeguate all’attesa che hai suscitato nel lettore...». Colli, diligentemente, tagliò i miracoli.
Noi osiamo aggiungere, in margine ai fogli inediti e a un’opera fondamentale ora restituita nella sua interezza, che Colli e Bobbio avevano entrambi ragione. I miracoli greco-pagani del primo si capivano tenendo conto del suo amore per Nietzsche, che di lì a poco si sarebbe sostanziato nel grande lavoro di edizione del filosofo. Per il secondo, per Bobbio, i miracoli avevano invece il retrogusto di incenso: non era il caso di evocarli in una collana laica di una casa editrice laicissima. Tutto qui. Resta però l’Organon, un’opera che prova l’esistenza anche di altri miracoli. Quelli non religiosi. A volte la ragione sa compierli.
lunedì 9 giugno 2003
Marco Bellocchio
Il Messaggero 6.6.03
Fabio Ferzetti:
(...)Sarà l’anno (...) di Bellocchio (Buongiorno, notte riapre il caso Moro ma non in chiave di docu-drama, e la sequenza vista a Taormina è di gran bellezza e tensione)
(...)
Il Messaggero Domenica 8 Giugno 2003
CINECITTA’, REGIA IN FESTA
di CLAUDIA ALÌ
Serata kolossal, ieri, a Cinecittà. In una suggestiva New York ottocentesca, ovvero il set del film epico di Martin Scorsese “Gangs of New York", si sono ritrovati in tanti per “Cinemitaliano in festa". Una serata-evento tutta nel segno della regia(...) Una votazione online ha “decretato" i due migliori film italiani dell’ultima stagione e del millennio: “L’Imbalsamatore" di Matteo Garrone e “L’ora di religione" di Marco Bellocchio.
Arianna, che ringrazio, comunica:
Uno speciale su Marco Bellocchio: sul numero 507 (Maggio 2003) della rivista francese di cinema Positif, pag. 61, è apparsa una parte della corrispondenza che si sono scambiati Pier Paolo Pasolini e Marco Bellocchio circa "I pugni in tasca".
Fabio Ferzetti:
(...)Sarà l’anno (...) di Bellocchio (Buongiorno, notte riapre il caso Moro ma non in chiave di docu-drama, e la sequenza vista a Taormina è di gran bellezza e tensione)
(...)
Il Messaggero Domenica 8 Giugno 2003
CINECITTA’, REGIA IN FESTA
di CLAUDIA ALÌ
Serata kolossal, ieri, a Cinecittà. In una suggestiva New York ottocentesca, ovvero il set del film epico di Martin Scorsese “Gangs of New York", si sono ritrovati in tanti per “Cinemitaliano in festa". Una serata-evento tutta nel segno della regia(...) Una votazione online ha “decretato" i due migliori film italiani dell’ultima stagione e del millennio: “L’Imbalsamatore" di Matteo Garrone e “L’ora di religione" di Marco Bellocchio.
Arianna, che ringrazio, comunica:
Uno speciale su Marco Bellocchio: sul numero 507 (Maggio 2003) della rivista francese di cinema Positif, pag. 61, è apparsa una parte della corrispondenza che si sono scambiati Pier Paolo Pasolini e Marco Bellocchio circa "I pugni in tasca".
separazioni e irrazionale: Aldo Carotenuto (junghiano!) e un'antropologa dell'Università di Chieti (sic!), a modo loro...
Corriere della Sera 9.6.03
Accettare la fine di una relazione sentimentale è ...
Angelo de’ Micheli
Accettare la fine di una relazione sentimentale è un’esperienza dolorosa, rassegnarsi a una perdita di denaro o di potere, affrontare un tradimento o una disillusione non è certo facile. Più facile è sperare che, in cambio di qualche centinaio di euro elargiti al «mago», la relazione possa trovare nuova linfa, il denaro riprenda ad affluire nelle nostre casse e le nostre speranze non siano più deluse. Insomma, quando la realtà si fa dolorosa e ci sembra insopportabile nasce il desiderio di evitarla rivolgendosi alla magia.
Questo bisogno di soluzioni magiche è nella natura dell’uomo, perché risponde alle aspettative del nostro inconscio, deriva dal desiderio di avere sempre a disposizione delle sicurezze. Vere o false che siano. E si tratta di un impulso dal quale sembra impossibile liberarci. Ne parliamo con Aldo Carotenuto, docente di psicologia all'Università di Roma. «Il bisogno di punti di riferimento - spiega Carotenuto - in grado di fornire certezze rassicuranti, nasce dalla naturale vocazione umana a ricreare uno stato infantile: quello del bambino che, fiducioso, si abbandona all’abbraccio materno, il solo in grado di fornirci una protezione del tutto incondizionata».
MODELLI MENTALI
Il nostro inconscio cerca spesso figure «materne» sostitutive: da piccoli siamo abituati al fatto che i genitori cercano sempre di trovare una soluzione ai nostri bisogni e, una volta adulti, conserviamo questo modello mentale e continuiamo a sperare di trovare «un genitore» o un suo sostituto che risolva i nostri problemi.
«Soprattutto quando altri riferimenti nella vita concreta vengono meno, quando la disperazione, il dolore o la sofferenza chiudono la porta ad ogni possibilità di trovare nel reale una soluzione - spiega il professor Carotenuto - l'occulto, il mistero, la magia divengono possibili vie di uscita. Ed è proprio la loro incomprensibilità a farcele sembrare "miracolose".
«La possibilità dell’intervento di qualcuno, o qualcosa, che viene da un’altra "dimensione" di ordine sovrannaturale attira il nostro inconscio e risponde non solo al bisogno di un protettivo abbraccio materno, ma anche a quello di un padre, dal potere superiore, che sappia "deresponsabilizzarci", che non affidi a noi la ricerca di soluzioni adeguate. Così, delegando all'esterno, a un potere che non è facilmente gestibile nè alla "portata" di tutti, ogni decisione e ogni dolore, ci si concede la possibilità di non decidere e, sostanzialmente, si affida ad "altri" la nostra stessa responsabilità di vivere».
ARCAICHE PAURE
Se per il professor Carotenuto la spiegazione del fascino di oroscopi e filtri d’amore va cercata nel nostro inconscio, che cosa ne pensa Cecilia Gatto Trocchi, docente di antropologia all'Università di Chieti, che all’argomento ha dedicato studi e libri?
Come è possibile - le chiediamo - che nel nostro mondo moderno ci sia ancora spazio per i maghi?
«Il vasto e discontinuo processo di modernizzazione non ha spazzato via superstizioni millenarie che risalgono a periodi arcaici - risponde -. Abbiamo assistito solo a un cambiamento degli assetti entro cui il pensiero magico si trova a operare. Alla magia popolare o "rurale" si è sostituita una forma ibrida di industrializzazione dell'occulto. Il mago moderno è una persona "istruita", che ostenta diplomi, che si fa pubblicità, che tiene rubriche alla radio e alla televisione».
SCORCIATOIA
Insomma, quando la ragione si dichiara impotente, il mondo dell'invisibile si propone come nostro alleato per toglierci dalle difficoltà. Tutto viene messo in campo nella speranza di ottenere una risposta ai nostri bisogni, anche quello che ci risulta difficile da capire o accettare: importante è che possa tornarci utile.
«Il mondo dell'occulto - prosegue la professoressa - è certamente privilegiato rispetto a quello della "fede", perché si propone come una scorciatoia verso i risultati desiderati: togliere il malocchio o risvegliare l'amore hanno un prezzo fisso, che cambia e aumenta in proporzione al prestigio e alla fama degli "operatori dell'occulto", perché così preferiscono essere chiamati.
«Ricchi e poveri sono attratti dall’irrazionale, ma entrare in questi "giochi" può risultare pericoloso per il "portafoglio"; spesso le cronache hanno fatto luce su truffe, su raggiri, arrivando anche a casi di plagio della personalità».
Ma allora, perché la gente insiste ad affidarsi ai maghi?
«Supponiamo che una persona nell’arco di poco tempo sia caduta rompendosi una gamba, abbia perso il posto di lavoro, sia stata tradita dal coniuge: l'insieme di queste circostanze potrebbe portarla a pensare di essere sfortunata e bisognosa dell'assistenza di un mago che possa liberarla dalle negatività che sembrano perseguitarla. Si entra così in un circuito irrazionale viziato, dal quale è difficile uscirne» conclude Gatto Trocchi.
Accettare la fine di una relazione sentimentale è ...
Angelo de’ Micheli
Accettare la fine di una relazione sentimentale è un’esperienza dolorosa, rassegnarsi a una perdita di denaro o di potere, affrontare un tradimento o una disillusione non è certo facile. Più facile è sperare che, in cambio di qualche centinaio di euro elargiti al «mago», la relazione possa trovare nuova linfa, il denaro riprenda ad affluire nelle nostre casse e le nostre speranze non siano più deluse. Insomma, quando la realtà si fa dolorosa e ci sembra insopportabile nasce il desiderio di evitarla rivolgendosi alla magia.
Questo bisogno di soluzioni magiche è nella natura dell’uomo, perché risponde alle aspettative del nostro inconscio, deriva dal desiderio di avere sempre a disposizione delle sicurezze. Vere o false che siano. E si tratta di un impulso dal quale sembra impossibile liberarci. Ne parliamo con Aldo Carotenuto, docente di psicologia all'Università di Roma. «Il bisogno di punti di riferimento - spiega Carotenuto - in grado di fornire certezze rassicuranti, nasce dalla naturale vocazione umana a ricreare uno stato infantile: quello del bambino che, fiducioso, si abbandona all’abbraccio materno, il solo in grado di fornirci una protezione del tutto incondizionata».
MODELLI MENTALI
Il nostro inconscio cerca spesso figure «materne» sostitutive: da piccoli siamo abituati al fatto che i genitori cercano sempre di trovare una soluzione ai nostri bisogni e, una volta adulti, conserviamo questo modello mentale e continuiamo a sperare di trovare «un genitore» o un suo sostituto che risolva i nostri problemi.
«Soprattutto quando altri riferimenti nella vita concreta vengono meno, quando la disperazione, il dolore o la sofferenza chiudono la porta ad ogni possibilità di trovare nel reale una soluzione - spiega il professor Carotenuto - l'occulto, il mistero, la magia divengono possibili vie di uscita. Ed è proprio la loro incomprensibilità a farcele sembrare "miracolose".
«La possibilità dell’intervento di qualcuno, o qualcosa, che viene da un’altra "dimensione" di ordine sovrannaturale attira il nostro inconscio e risponde non solo al bisogno di un protettivo abbraccio materno, ma anche a quello di un padre, dal potere superiore, che sappia "deresponsabilizzarci", che non affidi a noi la ricerca di soluzioni adeguate. Così, delegando all'esterno, a un potere che non è facilmente gestibile nè alla "portata" di tutti, ogni decisione e ogni dolore, ci si concede la possibilità di non decidere e, sostanzialmente, si affida ad "altri" la nostra stessa responsabilità di vivere».
ARCAICHE PAURE
Se per il professor Carotenuto la spiegazione del fascino di oroscopi e filtri d’amore va cercata nel nostro inconscio, che cosa ne pensa Cecilia Gatto Trocchi, docente di antropologia all'Università di Chieti, che all’argomento ha dedicato studi e libri?
Come è possibile - le chiediamo - che nel nostro mondo moderno ci sia ancora spazio per i maghi?
«Il vasto e discontinuo processo di modernizzazione non ha spazzato via superstizioni millenarie che risalgono a periodi arcaici - risponde -. Abbiamo assistito solo a un cambiamento degli assetti entro cui il pensiero magico si trova a operare. Alla magia popolare o "rurale" si è sostituita una forma ibrida di industrializzazione dell'occulto. Il mago moderno è una persona "istruita", che ostenta diplomi, che si fa pubblicità, che tiene rubriche alla radio e alla televisione».
SCORCIATOIA
Insomma, quando la ragione si dichiara impotente, il mondo dell'invisibile si propone come nostro alleato per toglierci dalle difficoltà. Tutto viene messo in campo nella speranza di ottenere una risposta ai nostri bisogni, anche quello che ci risulta difficile da capire o accettare: importante è che possa tornarci utile.
«Il mondo dell'occulto - prosegue la professoressa - è certamente privilegiato rispetto a quello della "fede", perché si propone come una scorciatoia verso i risultati desiderati: togliere il malocchio o risvegliare l'amore hanno un prezzo fisso, che cambia e aumenta in proporzione al prestigio e alla fama degli "operatori dell'occulto", perché così preferiscono essere chiamati.
«Ricchi e poveri sono attratti dall’irrazionale, ma entrare in questi "giochi" può risultare pericoloso per il "portafoglio"; spesso le cronache hanno fatto luce su truffe, su raggiri, arrivando anche a casi di plagio della personalità».
Ma allora, perché la gente insiste ad affidarsi ai maghi?
«Supponiamo che una persona nell’arco di poco tempo sia caduta rompendosi una gamba, abbia perso il posto di lavoro, sia stata tradita dal coniuge: l'insieme di queste circostanze potrebbe portarla a pensare di essere sfortunata e bisognosa dell'assistenza di un mago che possa liberarla dalle negatività che sembrano perseguitarla. Si entra così in un circuito irrazionale viziato, dal quale è difficile uscirne» conclude Gatto Trocchi.
equilibrio
La Repubblica 9.6.03
IL CASO
Il presidium della Convenzione dopo la religione elimina i richiami agli influssi della civiltà greco-romana e dei Lumi sull´Europa
Costituzione Ue, via anche l´Illuminismo
BRUXELLES - Nessun richiamo alle radici giudaico-cristiane, ma via anche i riferimenti alla civiltà greco-romana e all´Illuminismo. Valery Giscard d´Estaing e il suo presidium hanno scelto di tagliare invece di aggiungere, per uscire dalle polemiche e dall´impasse sull´«anima» dell´Europa. Nella Costituzione dell´Unione, dicono, non si può inserire nessun riferimento esplicito al giudeo-cristianesimo: però - per non far pesare l´assenza - propongono di togliere anche ogni richiamo agli influssi di Atene, Roma e dei Lumi. Da vedere se così si sentiranno accontentati il Papa, la Chiesa Ortodossa, i governi italiano, polacco, irlandese, i Popolari, tutti coloro che vogliono sia rimarcata l´importanza della religione nella Carta costituzionale. O se alla loro insoddisfazione si aggiungerà quella dei laici più decisi, privati di quell´omaggio allo spirito di Voltaire, Diderot e compagni presente nella prima bozza del preambolo sui valori dell´Europa che aprirà il Trattato.
Nel bilanciamento taglia-e-cuci bipartisan, dovrebbe rimanere la frase con cui la Costituzione si «ispira alle eredità culturali, religiose e umaniste». Tutti, laici e religiosi, si dovrebbero sentire rappresentati da questo triplice richiamo. Scomparirà la frase successiva, sull´Europa «alimentata innanzitutto dalla civiltà greco-romana, segnata nello slancio spirituale che l´ha percorsa e le cui tracce sono presenti nel suo patrimonio, poi dalle correnti filosofiche dei Lumi». Il testo dovrebbe riprendere con la proclamazione del «ruolo centrale della persona umana e del rispetto del diritto». Una versione definitiva sarà presentata martedì, quando Giscard e i dodici del presidium si riuniranno nuovamente, ma il nocciolo duro è stato già deciso.
(m.m.)
IL CASO
Il presidium della Convenzione dopo la religione elimina i richiami agli influssi della civiltà greco-romana e dei Lumi sull´Europa
Costituzione Ue, via anche l´Illuminismo
BRUXELLES - Nessun richiamo alle radici giudaico-cristiane, ma via anche i riferimenti alla civiltà greco-romana e all´Illuminismo. Valery Giscard d´Estaing e il suo presidium hanno scelto di tagliare invece di aggiungere, per uscire dalle polemiche e dall´impasse sull´«anima» dell´Europa. Nella Costituzione dell´Unione, dicono, non si può inserire nessun riferimento esplicito al giudeo-cristianesimo: però - per non far pesare l´assenza - propongono di togliere anche ogni richiamo agli influssi di Atene, Roma e dei Lumi. Da vedere se così si sentiranno accontentati il Papa, la Chiesa Ortodossa, i governi italiano, polacco, irlandese, i Popolari, tutti coloro che vogliono sia rimarcata l´importanza della religione nella Carta costituzionale. O se alla loro insoddisfazione si aggiungerà quella dei laici più decisi, privati di quell´omaggio allo spirito di Voltaire, Diderot e compagni presente nella prima bozza del preambolo sui valori dell´Europa che aprirà il Trattato.
Nel bilanciamento taglia-e-cuci bipartisan, dovrebbe rimanere la frase con cui la Costituzione si «ispira alle eredità culturali, religiose e umaniste». Tutti, laici e religiosi, si dovrebbero sentire rappresentati da questo triplice richiamo. Scomparirà la frase successiva, sull´Europa «alimentata innanzitutto dalla civiltà greco-romana, segnata nello slancio spirituale che l´ha percorsa e le cui tracce sono presenti nel suo patrimonio, poi dalle correnti filosofiche dei Lumi». Il testo dovrebbe riprendere con la proclamazione del «ruolo centrale della persona umana e del rispetto del diritto». Una versione definitiva sarà presentata martedì, quando Giscard e i dodici del presidium si riuniranno nuovamente, ma il nocciolo duro è stato già deciso.
(m.m.)
domenica 8 giugno 2003
matti da (s)legare
Claudio Corvino segnala il seguente articolo apparso sul web, tra le news di Libero:
Matti da (s)legare?
Sono bastati alcuni episodi di cronaca e l'anniversario della chiusura dei manicomi per capire che sul tema "pazzia" abbiamo ancora i nervi scoperti...
Nel 2001 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) lanciò la Giornata Mondiale della Salute mentale e in quell'occasione l'Italia, come raramente accade, si meritò una menzione speciale per il contributo concreto della legge 180 alla chiusura dei manicomi. L'unico Paese al mondo che ha operato contro lo stigma e l'esclusione dei malati mentali ha avuto quindi, da un'autorità super partes quale l'Oms, un riconoscimento importante per due motivi. Il primo è perché implicitamente l'Oms ha valutato nel complesso positivamente l'applicazione della legge 180; il secondo perché siamo considerati ovunque degli innovatori nel trattamento delle malattie mentali.
Eppure la legge 180, molto più spesso citata come "legge Basaglia" dal nome dello psichiatra che la ispirò, si trova dopo 25 anni (fu votata in Parlamento il 13 maggio 1978) al centro di un fuoco incrociato. Difficile distinguere la matrice ideologica degli attacchi da quella più oggettiva e "scientifica". Sicuramente il tema del trattamento dei malati psichiatrici è ancora un "nervo scoperto": lo dimostrano i toni accesi con i quali i detrattori della legge si esprimono. Ha scritto l'editorialista Massimo Fini sul Gazzettino del 5 ottobre 2002: "Ci voleva una maggioranza di centrodestra perché si trovasse il coraggio e il buon senso di smantellare la legge 180, la famigerata "legge Basaglia", che nel 1978 abolì di un colpo solo, con un tratto di penna gli ospedali psichiatrici, il trattamento sanitario obbligatorio per i pazzi e la stessa malattia mentale (considerata "una malattia come tutte le altre") e che fu voluta, nel clima consociativo di quegli anni, dalla peggiore demagogia sessantottina". Anche lo psichiatra Vittorino Andreoli ha detto la sua in un editoriale a commento delle tragedie che si sono consumate di recente a Milano e Aci Castello dal titolo: "La psichiatria è morta". E alla Camera si lavora a un progetto di legge contrastato e rimaneggiato più volte, il cui contenuto suona a molti come il tentativo di riaprire, sotto mentite spoglie, i manicomi.
Ma chi vuole suonare il de profundis alla 180 e perché? Lo abbiamo chiesto a chi rappresenta la massima autorità istituzionale in materia di salute mentale, il sottosegretario del ministero della Salute Antonio Guidi e alla relatrice del progetto di legge, l'on. Maria Burani Procaccini. Abbiamo infine dato la parola agli "operatori": psichiatri come Carmine Munizza (presidente della Società Italiana di Psichiatria); Tonino Cantelmi (presidente degli Psichiatri Cattolici e consulente del progetto di legge) e allo psicoterapeuta Giampietro Savuto, che conduce da molti anni a Milano un esperimento unico e singolare.
6 giugno 2003
Andrea Muti
C'è un articolo da leggere su clorofilla.it. Lo si troverà all'indirizzo inserito qui di seguito
"La salute mentale era e resta un problema sanitario"
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3156
Matti da (s)legare?
Sono bastati alcuni episodi di cronaca e l'anniversario della chiusura dei manicomi per capire che sul tema "pazzia" abbiamo ancora i nervi scoperti...
Nel 2001 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) lanciò la Giornata Mondiale della Salute mentale e in quell'occasione l'Italia, come raramente accade, si meritò una menzione speciale per il contributo concreto della legge 180 alla chiusura dei manicomi. L'unico Paese al mondo che ha operato contro lo stigma e l'esclusione dei malati mentali ha avuto quindi, da un'autorità super partes quale l'Oms, un riconoscimento importante per due motivi. Il primo è perché implicitamente l'Oms ha valutato nel complesso positivamente l'applicazione della legge 180; il secondo perché siamo considerati ovunque degli innovatori nel trattamento delle malattie mentali.
Eppure la legge 180, molto più spesso citata come "legge Basaglia" dal nome dello psichiatra che la ispirò, si trova dopo 25 anni (fu votata in Parlamento il 13 maggio 1978) al centro di un fuoco incrociato. Difficile distinguere la matrice ideologica degli attacchi da quella più oggettiva e "scientifica". Sicuramente il tema del trattamento dei malati psichiatrici è ancora un "nervo scoperto": lo dimostrano i toni accesi con i quali i detrattori della legge si esprimono. Ha scritto l'editorialista Massimo Fini sul Gazzettino del 5 ottobre 2002: "Ci voleva una maggioranza di centrodestra perché si trovasse il coraggio e il buon senso di smantellare la legge 180, la famigerata "legge Basaglia", che nel 1978 abolì di un colpo solo, con un tratto di penna gli ospedali psichiatrici, il trattamento sanitario obbligatorio per i pazzi e la stessa malattia mentale (considerata "una malattia come tutte le altre") e che fu voluta, nel clima consociativo di quegli anni, dalla peggiore demagogia sessantottina". Anche lo psichiatra Vittorino Andreoli ha detto la sua in un editoriale a commento delle tragedie che si sono consumate di recente a Milano e Aci Castello dal titolo: "La psichiatria è morta". E alla Camera si lavora a un progetto di legge contrastato e rimaneggiato più volte, il cui contenuto suona a molti come il tentativo di riaprire, sotto mentite spoglie, i manicomi.
Ma chi vuole suonare il de profundis alla 180 e perché? Lo abbiamo chiesto a chi rappresenta la massima autorità istituzionale in materia di salute mentale, il sottosegretario del ministero della Salute Antonio Guidi e alla relatrice del progetto di legge, l'on. Maria Burani Procaccini. Abbiamo infine dato la parola agli "operatori": psichiatri come Carmine Munizza (presidente della Società Italiana di Psichiatria); Tonino Cantelmi (presidente degli Psichiatri Cattolici e consulente del progetto di legge) e allo psicoterapeuta Giampietro Savuto, che conduce da molti anni a Milano un esperimento unico e singolare.
6 giugno 2003
Andrea Muti
C'è un articolo da leggere su clorofilla.it. Lo si troverà all'indirizzo inserito qui di seguito
"La salute mentale era e resta un problema sanitario"
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=3156
sabato 7 giugno 2003
l'"informe"
La Stampa 6 Giugno 2003
LA ROTTURA DI OGNI PRETESA UMANISTICA DELL’ARTE IN UN AMPIO VOLUME DEI CRITICI YVE-ALAIN BOIS E ROSALIND KRAUSS CHE ESCE ORA ANCHE IN ITALIA
Informe:bello è impossibile
di Marco Belpoliti
NEL maggio del 1996 si apre al Centre Georges Pompidou di Parigi una mostra intitolata L'informe, mode d'emploi. La curano due critici e storici dell'arte: Yve-Alain Bois e Rosalind Krauss. Due nomi molto noti alla cultura americana ed europea. Bois ha fondato a Parigi la rivista Macula, collegata a un'omonima casa editrice, punto d'incontro delle nuove tendenze culturali francesi nel campo dell'arte; insegna ad Harvard e ha pubblicato un volume, Painting as Model, presso la MIT Press. Rosalind Krauss ha fondato vent'anni prima la più influente rivista teorica d'arte del mondo, October. Nella primavera del 1976, lei e Annette Michelson, studiosa di cinema, hanno infatti dato alle stampe il primo fascicolo di un periodico destinato ad avere una grande influenza nel mondo dell'arte, nell'editoria, nei periodici e soprattutto tra i giovani curatori di mostre: a partire dal 2000 infatti non c'è critico d'arte contemporanea che non debba almeno una parte della propria formazione alle pagine di October. Krauss e Michelson, come racconta Hal Foster - altro collaboratore della rivista e importante critico d'arte - in Design & Crime, edito da poco presso Postmediabooks, nel 1974 hanno lasciato Artforum, sino a quel momento la pubblicazione d'arte contemporanea più influente in America, di cui erano, insieme ad altri, i «direttori associati». Una lunga crisi culminata con la pubblicazione di un'immagine promozionale in cui si vede l'artista Lynda Benglis nuda, abbronzata, che appoggia un grande vibratore accanto all'inguine. October, come dice il titolo stesso, è una rivista che ha un programma anche politico. Non si limita a registrare l'esistente, o a dare conto di mostre o esposizioni. È, al contrario, una rivista militante che contiene saggi ponderosi, tutti schierati contro la cultura modernista che ha dominato in America dagli anni cinquanta in poi, e che ha avuto in Clement Greenberg e Harold Rosenberg i suoi maestri indiscussi. In Italia di questa vicenda culturale si è sempre saputo poco o nulla. Il libro più importante di Greenberg è stato tradotto tardi, mentre Rosenberg è arrivato negli anni sessanta, sulla scia del Gruppo '63, in seguito ai cambiamenti imposti dalla Neoavanguardia nel paesaggio intellettuale italiano che, per quanto riguarda la cultura visiva, è rimasto, nonostante tutto, molto provinciale. Dei dibattiti che fanno luce sull'arte contemporanea, al di là degli aspetti di moda, del successo di un singolo artista (ad esempio, Maurizio Cattelan, oggi l'artista italiano della nuova generazione più noto nel mondo), e salvo eccezioni (la rivista Ipso facto di Elio Grazioli, la pubblicazione dei libri della Krauss presso la Bruno Mondadori), in Italia non è mai arrivato nulla. Semmai, è la recente commistione tra arte e moda, tra grandi firme del sistema della moda e dell'arte contemporanea (si pensi allo Spazio Prada di Milano), che ha imposto all'attenzione dei media, dei giornali e delle riviste l'arte contemporanea, con effetti non certo positivi, come documenta nel suo libro Hal Foster. Per questa ragione, la pubblicazione dell'Informe, seppur a otto anni di distanza dalla mostra parigina, può servire a recuperare il tempo perso, e cercare di capire quanto è accaduto.
L'informe, libro che accompagnava la mostra, curato da Elio Grazioli (Bruno Mondadori), è un catalogo ragionato sulle idee che fanno da sfondo al gruppo di October. Bois e Krauss fondano la loro lettura anti-dialettica dell'arte. L'interpretazione che comunemente si dà dell'arte contemporanea è, nonostante tutto, sociologica e storicista: l'arte ci fa capire la società; lo sviluppo dell'arte è legato allo sviluppo storico delle società occidentali. Il punto di vista degli autori dell'Informe è decisamente antitetico. L'arte è qualcosa di inutile, di totalmente altro rispetto alla società e ai valori dominanti che vigono in essa. L'«informe» è il non gerarchizzato, l'inverificabile, l'assolutamente orizzontale. L'arte non è infatti l'antitesi della società, una antitesi che, come si è visto, con il tempo viene poi assunta dalla società stessa: Picasso da avanguardista a star del sistema dell'arte; Duchamp da incomprensibile provocatore a oggetto di studi, mostre ed esposizioni. L'idea di Bois e Krauss è diametralmente opposta.
Per capire cosa intendono i due critici bisogna citare un breve testo di Michel Leiris, lo scrittore francese. In una rivista degli anni venti, decisiva per definire l'«informe», Documents, Leiris scrive che la bocca, sede del discorso filosofico, è anche il luogo della saliva e dello sputo: linguaggio e sputo hanno la medesima origine. L'«informe» rende conto di questa improbabile commistione di pensiero e sputo, di alto e basso, che segna ogni gesto umano. Il filosofo-scrittore di riferimento è Georges Bataille, curatore di Documents, la rivista che si opponeva al Papa del Surrealismo, Breton. Secondo i curatori della mostra parigina, l'«informe» non è una teoria dell'arte, ma «un'operazione», un performativo, come la parola oscena, la cui violenza, scrivono, non deriva dalla sua semantica ma dall'atto stesso del pronunciarla.
La Krauss si è scagliata da tempo contro la lettura ottica dell'arte contemporanea, quella che riduce l'arte a un puro fatto visivo. Per lei, che ha scritto un libro intitolato L'inconscio ottico (MIT Press), è Pollock uno dei primi a spostare l'asse della pittura dal verticale all'orizzontale. Del gesto del dripping, le colature effettuate attraverso barattoli di vernice bucherellati che oscillano sopra una tela stesa a terra, la Krauss privilegia non l'«informale» - parola da non confondere con informe - ma l'abbandono del pennello quale prolungamento della mano. È la materia che dipinge la materia negli «sgocciolamenti» di Pollock. Un altro esempio di informe è un'opera di Warhol, intitolata Dance Diagrams, che l'artista americano, nel momento in cui passava da artista commerciale a pittore d'avanguardia, stese a terra nel 1961 nel suo studio, vicino alla porta, in modo tale che i suoi visitatori fossero costretti a camminarci sopra; oppure le tele che dice di aver realizzato nel 1961, gigantesche superfici ricoperte di pittura metallica su cui chiedeva agli amici di pisciare, in modo che l'acido urico producesse le volute e gli aloni tipici dell'Art Painting. Mentre la critica modernista vedeva nell'espressionismo americano un altro modo di dipingere, sulla linea della pittura inaugurata da Manet con la sua Olympia, Bois e Krauss vi vedono invece un gesto che distrugge ogni pretesa di razionalità, ogni principio verticale, e dunque ogni principio umanistico dell'arte. Nell'«informe» l'uomo è condotto alle sue pulsioni inconsce, alla parte non dominabile di sé, alla distruzione della forma stessa, a quello che Bataille definisce «il basso materialismo». Con una frase ad effetto, ma molto efficace, Bois e Krauss scrivono che l'arte è una talpa e non un angelo, come pensava Greenberg, teorico modernista, per cui l'arte moderna era l'angelo che liberava la cultura dalla sua tentazione kitsch nel momento stesso in cui la borghesia, a cui era destinata, stava sparendo come classe sociale per essere sostituita dalla molle e plastica piccola borghesia.
Uno degli artisti dell'informe è Oldenburg, che lavora intorno a The store, un atelier-negozio-magazzino-discarica, che raccoglie tra il 1961 e il 1963 ogni tipo di rifiuto per valorizzarlo come oggetto artistico. O ancora Gordon Matta-Clark che frigge le sue fotografie con un po' di oro, le fonde in una padella con olio ed emulsione fotografica. Riprendendo una frase di Batalille che vedeva nell'architettura il super-io dell'uomo («se ce la prendiamo con l'architettura, ce la prendiamo con l'uomo»), Gordon Matta-Clark taglia a metà le case che stanno per essere demolite. Con Spiral Jetty (1970) Robert Smithson realizza nel Gran Lago salato dello Utah un'installazione che non vuole durare nel tempo, ma affondare nel lago stesso e cancellarsi per sempre. Matta-Clark, che oggi viene citato e imitato dagli architetti, vuole solo distruggere l'architettura, ritenuta un'impresa capitalistica. Per lui l'architettura è solo uno scarto, come quando costruisce un buco-cloaca dentro un edificio abbandonato nel Bronx: Threshole-Bronx Floors: Double Doors (1973). Il suo scopo è confondere deliberatamente il piano orizzontale e quello verticale: per imparare cosa sia lo spazio, bisogna perdere il senso del nostro essere eretti. In un celebre lavoro Edward Ruscha fotografa dall'elicottero, la domenica mattina del 1967, i parcheggi vuoti, oppure compera interstizi vuoti, dei «piccoli niente, tra un edificio e l'altro», o ancora si concentra sulle macchie di olio sull'asfalto. Nel 1969, a Roma, Smithson fa produrre un camion di asfalto, poi lo rovescia giù da una collina, vicino a una discarica: colata inutile e magmatica in un luogo deserto. Il libro si conclude con le celebri opere di Cindy Sherman, le sue mascherate femminili dell'inizio degli anni ottanta, e quelle di Mike Kelley: suo è il tappeto di Ridde of the Sphinx (1971), sotto cui spuntano protuberanze enigmatiche, di cui possiamo immaginare quello che vogliamo. Cosa c'è di più basso di un tappeto?, si chiede la Krauss. L'informe non è solo il «basso», l'«indicibile», lo «scarto», ma qualcosa di diverso; non l'abietto o il disgustoso, ma ciò che sfugge alla classificazione, ciò che non può essere rubricato o inserito, grazie alla dialettica, in una opposizione: brutto/bello, sporco/pulito, basso/alto. L'«informe» è ciò non rientra nella dialettica degli opposti. È qualcosa di imprevisto e imprevedibile che nessuna estetica riesce a comprendere dentro di sé. Una definizione impossibile, dunque, un modo di intendere l'arte assolutamente nuovo e inusuale di cui October si è fatta promotrice per quasi trent'anni e che adesso, con questo libro, è finalmente accessibile anche in Italia. Un'occasione da non perdere.
LA ROTTURA DI OGNI PRETESA UMANISTICA DELL’ARTE IN UN AMPIO VOLUME DEI CRITICI YVE-ALAIN BOIS E ROSALIND KRAUSS CHE ESCE ORA ANCHE IN ITALIA
Informe:bello è impossibile
di Marco Belpoliti
NEL maggio del 1996 si apre al Centre Georges Pompidou di Parigi una mostra intitolata L'informe, mode d'emploi. La curano due critici e storici dell'arte: Yve-Alain Bois e Rosalind Krauss. Due nomi molto noti alla cultura americana ed europea. Bois ha fondato a Parigi la rivista Macula, collegata a un'omonima casa editrice, punto d'incontro delle nuove tendenze culturali francesi nel campo dell'arte; insegna ad Harvard e ha pubblicato un volume, Painting as Model, presso la MIT Press. Rosalind Krauss ha fondato vent'anni prima la più influente rivista teorica d'arte del mondo, October. Nella primavera del 1976, lei e Annette Michelson, studiosa di cinema, hanno infatti dato alle stampe il primo fascicolo di un periodico destinato ad avere una grande influenza nel mondo dell'arte, nell'editoria, nei periodici e soprattutto tra i giovani curatori di mostre: a partire dal 2000 infatti non c'è critico d'arte contemporanea che non debba almeno una parte della propria formazione alle pagine di October. Krauss e Michelson, come racconta Hal Foster - altro collaboratore della rivista e importante critico d'arte - in Design & Crime, edito da poco presso Postmediabooks, nel 1974 hanno lasciato Artforum, sino a quel momento la pubblicazione d'arte contemporanea più influente in America, di cui erano, insieme ad altri, i «direttori associati». Una lunga crisi culminata con la pubblicazione di un'immagine promozionale in cui si vede l'artista Lynda Benglis nuda, abbronzata, che appoggia un grande vibratore accanto all'inguine. October, come dice il titolo stesso, è una rivista che ha un programma anche politico. Non si limita a registrare l'esistente, o a dare conto di mostre o esposizioni. È, al contrario, una rivista militante che contiene saggi ponderosi, tutti schierati contro la cultura modernista che ha dominato in America dagli anni cinquanta in poi, e che ha avuto in Clement Greenberg e Harold Rosenberg i suoi maestri indiscussi. In Italia di questa vicenda culturale si è sempre saputo poco o nulla. Il libro più importante di Greenberg è stato tradotto tardi, mentre Rosenberg è arrivato negli anni sessanta, sulla scia del Gruppo '63, in seguito ai cambiamenti imposti dalla Neoavanguardia nel paesaggio intellettuale italiano che, per quanto riguarda la cultura visiva, è rimasto, nonostante tutto, molto provinciale. Dei dibattiti che fanno luce sull'arte contemporanea, al di là degli aspetti di moda, del successo di un singolo artista (ad esempio, Maurizio Cattelan, oggi l'artista italiano della nuova generazione più noto nel mondo), e salvo eccezioni (la rivista Ipso facto di Elio Grazioli, la pubblicazione dei libri della Krauss presso la Bruno Mondadori), in Italia non è mai arrivato nulla. Semmai, è la recente commistione tra arte e moda, tra grandi firme del sistema della moda e dell'arte contemporanea (si pensi allo Spazio Prada di Milano), che ha imposto all'attenzione dei media, dei giornali e delle riviste l'arte contemporanea, con effetti non certo positivi, come documenta nel suo libro Hal Foster. Per questa ragione, la pubblicazione dell'Informe, seppur a otto anni di distanza dalla mostra parigina, può servire a recuperare il tempo perso, e cercare di capire quanto è accaduto.
L'informe, libro che accompagnava la mostra, curato da Elio Grazioli (Bruno Mondadori), è un catalogo ragionato sulle idee che fanno da sfondo al gruppo di October. Bois e Krauss fondano la loro lettura anti-dialettica dell'arte. L'interpretazione che comunemente si dà dell'arte contemporanea è, nonostante tutto, sociologica e storicista: l'arte ci fa capire la società; lo sviluppo dell'arte è legato allo sviluppo storico delle società occidentali. Il punto di vista degli autori dell'Informe è decisamente antitetico. L'arte è qualcosa di inutile, di totalmente altro rispetto alla società e ai valori dominanti che vigono in essa. L'«informe» è il non gerarchizzato, l'inverificabile, l'assolutamente orizzontale. L'arte non è infatti l'antitesi della società, una antitesi che, come si è visto, con il tempo viene poi assunta dalla società stessa: Picasso da avanguardista a star del sistema dell'arte; Duchamp da incomprensibile provocatore a oggetto di studi, mostre ed esposizioni. L'idea di Bois e Krauss è diametralmente opposta.
Per capire cosa intendono i due critici bisogna citare un breve testo di Michel Leiris, lo scrittore francese. In una rivista degli anni venti, decisiva per definire l'«informe», Documents, Leiris scrive che la bocca, sede del discorso filosofico, è anche il luogo della saliva e dello sputo: linguaggio e sputo hanno la medesima origine. L'«informe» rende conto di questa improbabile commistione di pensiero e sputo, di alto e basso, che segna ogni gesto umano. Il filosofo-scrittore di riferimento è Georges Bataille, curatore di Documents, la rivista che si opponeva al Papa del Surrealismo, Breton. Secondo i curatori della mostra parigina, l'«informe» non è una teoria dell'arte, ma «un'operazione», un performativo, come la parola oscena, la cui violenza, scrivono, non deriva dalla sua semantica ma dall'atto stesso del pronunciarla.
La Krauss si è scagliata da tempo contro la lettura ottica dell'arte contemporanea, quella che riduce l'arte a un puro fatto visivo. Per lei, che ha scritto un libro intitolato L'inconscio ottico (MIT Press), è Pollock uno dei primi a spostare l'asse della pittura dal verticale all'orizzontale. Del gesto del dripping, le colature effettuate attraverso barattoli di vernice bucherellati che oscillano sopra una tela stesa a terra, la Krauss privilegia non l'«informale» - parola da non confondere con informe - ma l'abbandono del pennello quale prolungamento della mano. È la materia che dipinge la materia negli «sgocciolamenti» di Pollock. Un altro esempio di informe è un'opera di Warhol, intitolata Dance Diagrams, che l'artista americano, nel momento in cui passava da artista commerciale a pittore d'avanguardia, stese a terra nel 1961 nel suo studio, vicino alla porta, in modo tale che i suoi visitatori fossero costretti a camminarci sopra; oppure le tele che dice di aver realizzato nel 1961, gigantesche superfici ricoperte di pittura metallica su cui chiedeva agli amici di pisciare, in modo che l'acido urico producesse le volute e gli aloni tipici dell'Art Painting. Mentre la critica modernista vedeva nell'espressionismo americano un altro modo di dipingere, sulla linea della pittura inaugurata da Manet con la sua Olympia, Bois e Krauss vi vedono invece un gesto che distrugge ogni pretesa di razionalità, ogni principio verticale, e dunque ogni principio umanistico dell'arte. Nell'«informe» l'uomo è condotto alle sue pulsioni inconsce, alla parte non dominabile di sé, alla distruzione della forma stessa, a quello che Bataille definisce «il basso materialismo». Con una frase ad effetto, ma molto efficace, Bois e Krauss scrivono che l'arte è una talpa e non un angelo, come pensava Greenberg, teorico modernista, per cui l'arte moderna era l'angelo che liberava la cultura dalla sua tentazione kitsch nel momento stesso in cui la borghesia, a cui era destinata, stava sparendo come classe sociale per essere sostituita dalla molle e plastica piccola borghesia.
Uno degli artisti dell'informe è Oldenburg, che lavora intorno a The store, un atelier-negozio-magazzino-discarica, che raccoglie tra il 1961 e il 1963 ogni tipo di rifiuto per valorizzarlo come oggetto artistico. O ancora Gordon Matta-Clark che frigge le sue fotografie con un po' di oro, le fonde in una padella con olio ed emulsione fotografica. Riprendendo una frase di Batalille che vedeva nell'architettura il super-io dell'uomo («se ce la prendiamo con l'architettura, ce la prendiamo con l'uomo»), Gordon Matta-Clark taglia a metà le case che stanno per essere demolite. Con Spiral Jetty (1970) Robert Smithson realizza nel Gran Lago salato dello Utah un'installazione che non vuole durare nel tempo, ma affondare nel lago stesso e cancellarsi per sempre. Matta-Clark, che oggi viene citato e imitato dagli architetti, vuole solo distruggere l'architettura, ritenuta un'impresa capitalistica. Per lui l'architettura è solo uno scarto, come quando costruisce un buco-cloaca dentro un edificio abbandonato nel Bronx: Threshole-Bronx Floors: Double Doors (1973). Il suo scopo è confondere deliberatamente il piano orizzontale e quello verticale: per imparare cosa sia lo spazio, bisogna perdere il senso del nostro essere eretti. In un celebre lavoro Edward Ruscha fotografa dall'elicottero, la domenica mattina del 1967, i parcheggi vuoti, oppure compera interstizi vuoti, dei «piccoli niente, tra un edificio e l'altro», o ancora si concentra sulle macchie di olio sull'asfalto. Nel 1969, a Roma, Smithson fa produrre un camion di asfalto, poi lo rovescia giù da una collina, vicino a una discarica: colata inutile e magmatica in un luogo deserto. Il libro si conclude con le celebri opere di Cindy Sherman, le sue mascherate femminili dell'inizio degli anni ottanta, e quelle di Mike Kelley: suo è il tappeto di Ridde of the Sphinx (1971), sotto cui spuntano protuberanze enigmatiche, di cui possiamo immaginare quello che vogliamo. Cosa c'è di più basso di un tappeto?, si chiede la Krauss. L'informe non è solo il «basso», l'«indicibile», lo «scarto», ma qualcosa di diverso; non l'abietto o il disgustoso, ma ciò che sfugge alla classificazione, ciò che non può essere rubricato o inserito, grazie alla dialettica, in una opposizione: brutto/bello, sporco/pulito, basso/alto. L'«informe» è ciò non rientra nella dialettica degli opposti. È qualcosa di imprevisto e imprevedibile che nessuna estetica riesce a comprendere dentro di sé. Una definizione impossibile, dunque, un modo di intendere l'arte assolutamente nuovo e inusuale di cui October si è fatta promotrice per quasi trent'anni e che adesso, con questo libro, è finalmente accessibile anche in Italia. Un'occasione da non perdere.
La Repubblica Salute
Antidepressivo rallenta molto la demenza
di Adriana Albini
PITTSBURG La sindrome maniaco depressiva o «sindrome bipolare», così detta perché comporta repentini cambiamenti di umore, viene curata da molti anni con i sali di litio. Come funzioni a livello neurologico non è stato finora interamente chiarito, si pensa che il litio agisca sulla plasticità delle cellule cerebrali. Adesso, grazie ad una scoperta pubblicata su Nature, i sali di questo metallo leggero trovano una nuova, sorprendente applicazione: la malattia di Alzheimer.
Due particolari alterazioni biologiche caratterizzano questa demenza: il depositarsi a livello cerebrale di placche di una sostanza detta amiloide, e la formazione di "grovigli" di fibre all’interno delle cellule. Gli studiosi della scuola di Medicina della Pennsylvania hanno rivelato che il litio può bloccare la formazione di placche e prevenire l’aggrovigliamento delle fibre. Un’altra molecola, relativamente nuova, il Kenpaullone, ha effetti simili ai sali dell’argenteo metallo.
Come avviene il miracolo? Attraverso il blocco dell’enzima GSK3alfa, che agisce contemporaneamente sui due problemi biologici sopra accennati.
Il litio usato nelle forme di depressione bipolare comporta il rischio di effetti collaterali, soprattutto ad alti dosaggi. Fortunatamente, dagli studi sperimentali che lo propongono come cura per l’Alzheimer, risulta come dosi farmacologicamente tollerabili siano sufficienti a garantire l’effetto desiderato. Contemporaneamente, scienziati della Sanità di Bethesda, USA, hanno reso noto su un’altra importante rivista, PNAS, che il litio riduce il danno neuronale ed ha azione protettiva per i neuroni.
Un farmaco semplice noto, sperimentato, entra dunque nell’arsenale delle cure per varie forme di degenerazione cerebrale, tra cui l’Alzheimer: si accende una speranza importante, che andrà confermata con studi clinici sui malati.
Antidepressivo rallenta molto la demenza
di Adriana Albini
PITTSBURG La sindrome maniaco depressiva o «sindrome bipolare», così detta perché comporta repentini cambiamenti di umore, viene curata da molti anni con i sali di litio. Come funzioni a livello neurologico non è stato finora interamente chiarito, si pensa che il litio agisca sulla plasticità delle cellule cerebrali. Adesso, grazie ad una scoperta pubblicata su Nature, i sali di questo metallo leggero trovano una nuova, sorprendente applicazione: la malattia di Alzheimer.
Due particolari alterazioni biologiche caratterizzano questa demenza: il depositarsi a livello cerebrale di placche di una sostanza detta amiloide, e la formazione di "grovigli" di fibre all’interno delle cellule. Gli studiosi della scuola di Medicina della Pennsylvania hanno rivelato che il litio può bloccare la formazione di placche e prevenire l’aggrovigliamento delle fibre. Un’altra molecola, relativamente nuova, il Kenpaullone, ha effetti simili ai sali dell’argenteo metallo.
Come avviene il miracolo? Attraverso il blocco dell’enzima GSK3alfa, che agisce contemporaneamente sui due problemi biologici sopra accennati.
Il litio usato nelle forme di depressione bipolare comporta il rischio di effetti collaterali, soprattutto ad alti dosaggi. Fortunatamente, dagli studi sperimentali che lo propongono come cura per l’Alzheimer, risulta come dosi farmacologicamente tollerabili siano sufficienti a garantire l’effetto desiderato. Contemporaneamente, scienziati della Sanità di Bethesda, USA, hanno reso noto su un’altra importante rivista, PNAS, che il litio riduce il danno neuronale ed ha azione protettiva per i neuroni.
Un farmaco semplice noto, sperimentato, entra dunque nell’arsenale delle cure per varie forme di degenerazione cerebrale, tra cui l’Alzheimer: si accende una speranza importante, che andrà confermata con studi clinici sui malati.
il processo sul delitto di Cogne
Corriere della Sera 7.6.03
Salta la deposizione finale per l’inchiesta sul delitto di Cogne mentre si prepara un nuovo scontro tra difesa e investigatori
«Devo allattare, l’interrogatorio può turbarmi»
Annamaria Franzoni non si presenta dal pm. Taormina accusa: sparito un video, perquisite il Ris e la Procura d’Aosta
dal nostro inviato
AOSTA - Annamaria Franzoni deve allattare Gioele, il terzo figlio nato nel gennaio scorso. Lo stress e la tensione provocato da un interrogatorio con i magistrati di Aosta - scrive la donna nella sua giustificazione - potrebbe provocare l’interruzione del flusso del latte materno, con gravi conseguenze per il figlio di pochi mesi. Giustificazione che è stata accompagnata anche da un certificato medico. Come già aveva annunciato il legale della donna, Carlo Taormina, è slittato l’interrogatorio della mamma di Samuele indagata per l’omicidio del figlio, ucciso nella villetta di Cogne il 30 gennaio del 2002. Il colloquio, che era stato fissato per ieri mattina, era stato richiesto proprio dalla donna, dopo aver ricevuto l’avviso di chiusura indagini. E per legge la procura è tenuta a concederlo prima di chiedere il processo. Invece ieri mattina in procura è arrivato solo il marito della Franzoni, Stefano Lorenzi, che poco dopo l’apertura degli uffici giudiziari ha consegnato in cancelleria i documenti per «giustificare» l’assenza di Annamaria.
I TEMPI - L’allattamento rischia ora di allontanare la richiesta di rinvio a giudizio, già pronta per essere trasmessa al gup Eugenio Gramola. Secondo un calendario approssimativo che si erano imposti i magistrati l’udienza avrebbe dovuto essere fissata entro luglio, prima della pausa estiva. Adesso i pm Stefania Cugge e il procuratore capo Maria Del Savio Bonaudo dovranno valutare se le motivazioni presentate dall’indagata possono essere considerate un «legittimo impedimento». Se decideranno per il sì l’interrogatorio potrebbe slittare anche di parecchi mesi. Se invece la procura non considererà le ragioni dell’assenza un «legittimo impedimento», i pm dovranno fissare una nuova data per l’interrogatorio. Ma se la Franzoni non dovesse ripresentarsi per gli stessi motivi, i pm potrebbero decidere di chiudere l’indagine con la richiesta di rinvio a giudizio. In questo caso la difesa potrà replicare, invocando la nullità della decisione davanti al giudice per l’udienza preliminare: a quel punto gli atti potrebbero tornare alla procura. Adesso i magistrati esamineranno una serie di sentenze emesse dalla Corte di Cassazione e nei prossimi giorni dovranno prendere una decisione.
LA DENUNCIA - Ieri l’avvocato Carlo Taormina ha denunciato alla procura di Milano i carabinieri del Ris di Parma e la procura di Aosta per la presunta scomparsa di un filmato Vhs allegato alla consulenza dei carabinieri «posto a fondamento dell’accusa formulata a carico di Annamaria Franzoni relativamente alle modalità dell’esecuzione dell’assassinio» spiega Taormina che aggiunge: «ho chiesto di effettuare perquisizioni per accertare la legalità delle operazioni eseguite, la completezza e la eventualità di alterazioni volute o accidentali». I reati ipotizzati dal legale sono falso ideologico in atti pubblici e soppressione di atti pubblici. Taormina ha anche criticato la decisione del gip Fabrizio Gandini che ha negato una superperizia sul delitto di Samuele. Una bocciatura che avrebbe avuto «ragioni esclusivamente procedurali». «Il gup sarà libero di disporre la perizia, libertà che certamente il gip di Aosta non ha saputo manifestare - ha detto il legale -. Egli ha irrazionalmente e insensibilmente contribuito a determinare le condizioni per la formulazione di una richiesta di rinvio a giudizio ingiusta ed inutile nei confronti di una persona innocente, qual è Annamaria Franzoni».
Salta la deposizione finale per l’inchiesta sul delitto di Cogne mentre si prepara un nuovo scontro tra difesa e investigatori
«Devo allattare, l’interrogatorio può turbarmi»
Annamaria Franzoni non si presenta dal pm. Taormina accusa: sparito un video, perquisite il Ris e la Procura d’Aosta
dal nostro inviato
AOSTA - Annamaria Franzoni deve allattare Gioele, il terzo figlio nato nel gennaio scorso. Lo stress e la tensione provocato da un interrogatorio con i magistrati di Aosta - scrive la donna nella sua giustificazione - potrebbe provocare l’interruzione del flusso del latte materno, con gravi conseguenze per il figlio di pochi mesi. Giustificazione che è stata accompagnata anche da un certificato medico. Come già aveva annunciato il legale della donna, Carlo Taormina, è slittato l’interrogatorio della mamma di Samuele indagata per l’omicidio del figlio, ucciso nella villetta di Cogne il 30 gennaio del 2002. Il colloquio, che era stato fissato per ieri mattina, era stato richiesto proprio dalla donna, dopo aver ricevuto l’avviso di chiusura indagini. E per legge la procura è tenuta a concederlo prima di chiedere il processo. Invece ieri mattina in procura è arrivato solo il marito della Franzoni, Stefano Lorenzi, che poco dopo l’apertura degli uffici giudiziari ha consegnato in cancelleria i documenti per «giustificare» l’assenza di Annamaria.
I TEMPI - L’allattamento rischia ora di allontanare la richiesta di rinvio a giudizio, già pronta per essere trasmessa al gup Eugenio Gramola. Secondo un calendario approssimativo che si erano imposti i magistrati l’udienza avrebbe dovuto essere fissata entro luglio, prima della pausa estiva. Adesso i pm Stefania Cugge e il procuratore capo Maria Del Savio Bonaudo dovranno valutare se le motivazioni presentate dall’indagata possono essere considerate un «legittimo impedimento». Se decideranno per il sì l’interrogatorio potrebbe slittare anche di parecchi mesi. Se invece la procura non considererà le ragioni dell’assenza un «legittimo impedimento», i pm dovranno fissare una nuova data per l’interrogatorio. Ma se la Franzoni non dovesse ripresentarsi per gli stessi motivi, i pm potrebbero decidere di chiudere l’indagine con la richiesta di rinvio a giudizio. In questo caso la difesa potrà replicare, invocando la nullità della decisione davanti al giudice per l’udienza preliminare: a quel punto gli atti potrebbero tornare alla procura. Adesso i magistrati esamineranno una serie di sentenze emesse dalla Corte di Cassazione e nei prossimi giorni dovranno prendere una decisione.
LA DENUNCIA - Ieri l’avvocato Carlo Taormina ha denunciato alla procura di Milano i carabinieri del Ris di Parma e la procura di Aosta per la presunta scomparsa di un filmato Vhs allegato alla consulenza dei carabinieri «posto a fondamento dell’accusa formulata a carico di Annamaria Franzoni relativamente alle modalità dell’esecuzione dell’assassinio» spiega Taormina che aggiunge: «ho chiesto di effettuare perquisizioni per accertare la legalità delle operazioni eseguite, la completezza e la eventualità di alterazioni volute o accidentali». I reati ipotizzati dal legale sono falso ideologico in atti pubblici e soppressione di atti pubblici. Taormina ha anche criticato la decisione del gip Fabrizio Gandini che ha negato una superperizia sul delitto di Samuele. Una bocciatura che avrebbe avuto «ragioni esclusivamente procedurali». «Il gup sarà libero di disporre la perizia, libertà che certamente il gip di Aosta non ha saputo manifestare - ha detto il legale -. Egli ha irrazionalmente e insensibilmente contribuito a determinare le condizioni per la formulazione di una richiesta di rinvio a giudizio ingiusta ed inutile nei confronti di una persona innocente, qual è Annamaria Franzoni».
giovedì 5 giugno 2003
spazio-tempo
La Stampa 5 Giugno 2003
LA TEORIA DELLA RELATIVITÀ ALLA PROVA DELLA STORIA DEL PENSIERO. IN UN SAGGIO IL RACCONTO DI UN’AVVENTURA FASCINOSA COME UN ROMANZO
Se Einstein sogna di cavalcare la luce
Da Zenone a Virgilio, Galilei, Gadda, Calvino: tra fisica e filosofia
un principio relativo e assoluto che ha guidato l’evoluzione
del mondo. Il rapporto spazio-tempo è l’enigma di sempre
di Claudio Bartocci
COME ci apparirebbe il mondo se viaggiassimo a bordo di una qualche automobile futuribile capace di raggiungere una velocità esattamente uguale a quella della luce? E che cosa accadrebbe se accendessimo i fari? Vedremmo il fascio luminoso immobile davanti a noi? Da bizzarre domande di questo genere, concepite all'età di appena sedici anni - racconta lo stesso Albert Einstein nella sua Autobiografia scientifica - prese forma, dopo dieci lunghi anni di riflessione, quel principio di relatività che sta alla base della famosa teoria da lui formulata nel 1905. La velocità della luce è la stessa per tutti gli osservatori, sia per chi se ne rimanga comodamente seduto in poltrona, sia per chi si lanci in folli corse su automobili potentissime, e costituisce un limite invalicabile per qualsiasi oggetto fisico.
Siamo tentati di avanzare l'ipotesi - oltremodo plausibile sebbene non suffragata da nessuna testimonianza, - che l'idea di viaggiare a cavallo di un raggio di luce possa essere stata suggerita al giovane Einstein, gran divoratore di libri di «scienza popolare», dalla lettura delle avventure di Lumen, nei Récits de l'infini dell'astronomo e divulgatore Camille Flammarion. Lumen è una sorta di spirito sapiente, che infrange le leggi del tempo spostandosi attraverso il cosmo a una velocità superiore a quella della luce e impartisce al discepolo Quaerens sentenziose lezioni che spaziano dalla fisica alla metapsichica. Comunque sia, la curiosità di Einstein (senza voler togliere nulla al suo genio) appartiene a un genere di interrogativi che l'uomo si è posto fin dai tempi più antichi nel tentativo di descrivere il mutevole mondo che lo circonda attraverso il linguaggio. Come si confrontano i differenti punti di vista di chi sta fermo e di chi è in movimento? Dobbiamo credere alla percezione sensibile che ci indica la terra immobile sotto i nostri piedi? Qual è la natura del moto e, dunque, dello spazio? Il tempo è un'illusione? La relatività delle esperienze, e la pluralità delle prospettive, non interessano soltanto lo scienziato, ma anche il filosofo, il poeta, il narratore, il pittore che tenta di fissare sulla tela l'inafferrabile forma fluens del movimento.
Dai presocratici a Kant, da Lucrezio a Calvino e Queneau attraverso Ariosto, da Galilei a Poincaré ed Einstein, le speculazioni teoriche e le ipotesi scientifiche sulla coppia dicotomica assoluto-relativo si intrecciano con le metafore letterarie e le intuizioni poetiche. Un saggio di ampio respiro, Relatività, quante storie (Bollati Boringhieri, 321 pagine, 30,00 euro) di Antonio Sparzani, docente di fisica all'Università di Milano, ripercorre alcune tappe di questo intricato percorso culturale.
Il primo pensatore a mettere a nudo le insidie nascoste nelle nozioni apparentemente chiare a livello intuitivo di movimento, spazio e tempo fu Zenone di Elea. I suoi quattro paradossi (la dicotomia, Achille, la freccia e lo stadio), che conosciamo principalmente attraverso l'interpretazione di Aristotele, hanno segnato in profondità la storia del pensiero occidentale. Non solo l'analisi matematica comincia con Zenone e ogni teoria del moto, da Giovanni Filopono a Newton, si trova a dover fare i conti con le sue sottili argomentazioni, che impongono una ben precisa struttura geometrica allo spazio fisico. Ma l'insolenza con cui Zenone spregia il senso comune affascina anche i letterati. Carlo Emilio Gadda, ad esempio, nel Primo libro delle favole, offre una virtuosistica parafrasi dell'apologo di Achille (il Tachipo) e la tartaruga (la cheli), mentre l'aporia della freccia ispira il racconto Ti con zero di Calvino. E Paul Valéry nel Cimitero marino scrive (nella traduzione di Giorgio Caproni): «Crudel Zenone! Zenone Eleata! / M'hai trafitto con quella freccia alata / Che vibra, vola, e più non vola già!».
Il quarto paradosso di Zenone - lo stadio, la cui interpretazione è più controversa - sembra in ogni caso avere a che fare con la spinosa questione del moto relativo. Questo stesso problema affronta Galilei in un celebre passo del Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, ricorrendo all'esemplificazione del «gran navilio» per illustrare il principio di relatività che oggi porta il suo nome: nessun esperimento fisico effettuato a bordo avrà esito differente se la nave è ferma oppure in movimento, «pur che il moto sia uniforme e non fluttuante qua e là». La fantasia della nave, che Galilei sviluppa con un gusto tutto barocco per l'amplificazione, non è affatto una sua invenzione. La lunga storia di questa allegoria ha forse inizio in alcuni versi del De rerum natura di Lucrezio: «la nave che ci trasporta e sembra restare immobile; / quella che è ferma all'ancora e sembra che ci oltrepassi». Virgilio si serve di un'immagine analoga nell'Eneide, mentre Sesto Empirico, il grande filosofo scettico, usa l'esempio della nave a più riprese, sia negli Schizzi pirroniani sia nel trattato Contro i professori, per dimostrare la non esistenza del movimento.
Le riflessioni sulla relatività del moto sono strettamente legate al problema di stabilire se la Terra è immobile al centro dell'universo, come pretendono la tradizione aristotelica e l'astronomia tolemaica, oppure, al contrario, soggetta a una rotazione giornaliera attorno al proprio asse e a una rivoluzione annuale attorno al Sole. I fisici della cosiddetta scuola di Parigi, nel XIV secolo, Giovanni Buridano (il principale difensore della teoria dell'impetus) e Nicole Oresme, suo probabile allievo, si avvalgono dell'argomento della nave per pronunciarsi a favore dell'immobilità della Terra. Diversamente, Giordano Bruno nella Cena delle ceneri, un'opera che secondo alcuni studiosi (Frances Yates in testa) avrebbe influenzato profondamente la genesi del Dialogo galileiano, ricorre all'esperimento ideale di osservare il moto di caduta di una pietra lanciata verso l'alto a bordo di una nave in movimento per propugnare la tesi copernicana.
Non ha torto, crediamo, Borges quando osserva, in Altre inquisizioni, che «forse la storia universale è la storia delle diverse interpretazioni di alcune metafore».
LA TEORIA DELLA RELATIVITÀ ALLA PROVA DELLA STORIA DEL PENSIERO. IN UN SAGGIO IL RACCONTO DI UN’AVVENTURA FASCINOSA COME UN ROMANZO
Se Einstein sogna di cavalcare la luce
Da Zenone a Virgilio, Galilei, Gadda, Calvino: tra fisica e filosofia
un principio relativo e assoluto che ha guidato l’evoluzione
del mondo. Il rapporto spazio-tempo è l’enigma di sempre
di Claudio Bartocci
COME ci apparirebbe il mondo se viaggiassimo a bordo di una qualche automobile futuribile capace di raggiungere una velocità esattamente uguale a quella della luce? E che cosa accadrebbe se accendessimo i fari? Vedremmo il fascio luminoso immobile davanti a noi? Da bizzarre domande di questo genere, concepite all'età di appena sedici anni - racconta lo stesso Albert Einstein nella sua Autobiografia scientifica - prese forma, dopo dieci lunghi anni di riflessione, quel principio di relatività che sta alla base della famosa teoria da lui formulata nel 1905. La velocità della luce è la stessa per tutti gli osservatori, sia per chi se ne rimanga comodamente seduto in poltrona, sia per chi si lanci in folli corse su automobili potentissime, e costituisce un limite invalicabile per qualsiasi oggetto fisico.
Siamo tentati di avanzare l'ipotesi - oltremodo plausibile sebbene non suffragata da nessuna testimonianza, - che l'idea di viaggiare a cavallo di un raggio di luce possa essere stata suggerita al giovane Einstein, gran divoratore di libri di «scienza popolare», dalla lettura delle avventure di Lumen, nei Récits de l'infini dell'astronomo e divulgatore Camille Flammarion. Lumen è una sorta di spirito sapiente, che infrange le leggi del tempo spostandosi attraverso il cosmo a una velocità superiore a quella della luce e impartisce al discepolo Quaerens sentenziose lezioni che spaziano dalla fisica alla metapsichica. Comunque sia, la curiosità di Einstein (senza voler togliere nulla al suo genio) appartiene a un genere di interrogativi che l'uomo si è posto fin dai tempi più antichi nel tentativo di descrivere il mutevole mondo che lo circonda attraverso il linguaggio. Come si confrontano i differenti punti di vista di chi sta fermo e di chi è in movimento? Dobbiamo credere alla percezione sensibile che ci indica la terra immobile sotto i nostri piedi? Qual è la natura del moto e, dunque, dello spazio? Il tempo è un'illusione? La relatività delle esperienze, e la pluralità delle prospettive, non interessano soltanto lo scienziato, ma anche il filosofo, il poeta, il narratore, il pittore che tenta di fissare sulla tela l'inafferrabile forma fluens del movimento.
Dai presocratici a Kant, da Lucrezio a Calvino e Queneau attraverso Ariosto, da Galilei a Poincaré ed Einstein, le speculazioni teoriche e le ipotesi scientifiche sulla coppia dicotomica assoluto-relativo si intrecciano con le metafore letterarie e le intuizioni poetiche. Un saggio di ampio respiro, Relatività, quante storie (Bollati Boringhieri, 321 pagine, 30,00 euro) di Antonio Sparzani, docente di fisica all'Università di Milano, ripercorre alcune tappe di questo intricato percorso culturale.
Il primo pensatore a mettere a nudo le insidie nascoste nelle nozioni apparentemente chiare a livello intuitivo di movimento, spazio e tempo fu Zenone di Elea. I suoi quattro paradossi (la dicotomia, Achille, la freccia e lo stadio), che conosciamo principalmente attraverso l'interpretazione di Aristotele, hanno segnato in profondità la storia del pensiero occidentale. Non solo l'analisi matematica comincia con Zenone e ogni teoria del moto, da Giovanni Filopono a Newton, si trova a dover fare i conti con le sue sottili argomentazioni, che impongono una ben precisa struttura geometrica allo spazio fisico. Ma l'insolenza con cui Zenone spregia il senso comune affascina anche i letterati. Carlo Emilio Gadda, ad esempio, nel Primo libro delle favole, offre una virtuosistica parafrasi dell'apologo di Achille (il Tachipo) e la tartaruga (la cheli), mentre l'aporia della freccia ispira il racconto Ti con zero di Calvino. E Paul Valéry nel Cimitero marino scrive (nella traduzione di Giorgio Caproni): «Crudel Zenone! Zenone Eleata! / M'hai trafitto con quella freccia alata / Che vibra, vola, e più non vola già!».
Il quarto paradosso di Zenone - lo stadio, la cui interpretazione è più controversa - sembra in ogni caso avere a che fare con la spinosa questione del moto relativo. Questo stesso problema affronta Galilei in un celebre passo del Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, ricorrendo all'esemplificazione del «gran navilio» per illustrare il principio di relatività che oggi porta il suo nome: nessun esperimento fisico effettuato a bordo avrà esito differente se la nave è ferma oppure in movimento, «pur che il moto sia uniforme e non fluttuante qua e là». La fantasia della nave, che Galilei sviluppa con un gusto tutto barocco per l'amplificazione, non è affatto una sua invenzione. La lunga storia di questa allegoria ha forse inizio in alcuni versi del De rerum natura di Lucrezio: «la nave che ci trasporta e sembra restare immobile; / quella che è ferma all'ancora e sembra che ci oltrepassi». Virgilio si serve di un'immagine analoga nell'Eneide, mentre Sesto Empirico, il grande filosofo scettico, usa l'esempio della nave a più riprese, sia negli Schizzi pirroniani sia nel trattato Contro i professori, per dimostrare la non esistenza del movimento.
Le riflessioni sulla relatività del moto sono strettamente legate al problema di stabilire se la Terra è immobile al centro dell'universo, come pretendono la tradizione aristotelica e l'astronomia tolemaica, oppure, al contrario, soggetta a una rotazione giornaliera attorno al proprio asse e a una rivoluzione annuale attorno al Sole. I fisici della cosiddetta scuola di Parigi, nel XIV secolo, Giovanni Buridano (il principale difensore della teoria dell'impetus) e Nicole Oresme, suo probabile allievo, si avvalgono dell'argomento della nave per pronunciarsi a favore dell'immobilità della Terra. Diversamente, Giordano Bruno nella Cena delle ceneri, un'opera che secondo alcuni studiosi (Frances Yates in testa) avrebbe influenzato profondamente la genesi del Dialogo galileiano, ricorre all'esperimento ideale di osservare il moto di caduta di una pietra lanciata verso l'alto a bordo di una nave in movimento per propugnare la tesi copernicana.
Non ha torto, crediamo, Borges quando osserva, in Altre inquisizioni, che «forse la storia universale è la storia delle diverse interpretazioni di alcune metafore».
psicoanalisi... del cambiamento?
il manifesto 5.6.03
Psicoanalisi del cambiamento
«Trauma e crescita. Teoria e clinica di Karen Horney», domani a Roma
«Trauma e Crescita - Teoria e Clinica della Horney nel contesto della psicoanalisi contemporanea. Trauma and Growth antecedents and consequences of Horney» è il titolo-tema della conferenza internazionale presentata dalla Società di Psicoanalisi Interpersonale e GruppoAnalisi (S.P.I.G.A.), fondata e diretta dal professor Vicent Morrone. Il tema della conferenza - che si svolgerà a Roma venerdì e sabato presso la Sala Basaglia, Padiglione 26, Comprensorio S. Maria della Pietà - è centrato sulla teoria e clinica di Karen Horney, in relazione alle problematiche individuali e sociali che sorgono in seguito ad eventi traumatici. Eventi che sono legati sia alla crescita della persona che al trauma connesso agli avvenimenti destabilizzanti politici e culturali, che hanno segnato la fine del XX secolo e l'inizio del XXI secolo.
Karen Horney (1885-1952) fu una delle prime donne psicoanaliste dell'Istituto Psicoanalitico di Berlino. All'inizio degli anni Trenta venne richiesta la sua collaborazione presso l'Istituto di Psicoanalisi di Chicago, nel 1934 si trasferì a New York, dove ebbe l'incarico come docente presso il New York Psychoanalytic Institute e alla New School for Social Research.
A New York Karen Horney stabilì dei profondi legami intellettuali e d'amicizia con Clara Thompson, Harry Sullivan, Strindberg e in seguito con Erich Fromm. Insieme diedero vita ad un movimento di pensiero sulla psichiatria, intesa come studio delle dinamiche interpersonali.
Nel 1941 fondò con la collaborazione di H. Kelman e altri psicoanalisti l'American Psychoanalytic Association (A.P.A.) da cui nacque l'American Institute for Psychoanalysis.
La sua pratica psicoanalitica e le sue esperienze cliniche la portarono ad elaborare una visione dell'essere umano la cui «natura .... non è più inalterabile, ma può essere cambiata», privilegiando il com-prendere intuitivo sul conoscere scientifico ed elaborando una nuova concezione della psicologia femminile che si differenziava dalle teorie freudiane.
Karen Horney non considera l'uomo come una creatura mossa esclusivamente da pulsioni e istinti, ma come un essere capace di scelte ed assunzioni di responsabilità.
Il processo che evolve all'interno della relazione terapeutica, non è soltanto una ripetizione simbolica della storia passata, che sollevando le barriere della rimozione sposta l'equilibrio interno, ma viene visto nel contesto dell'esperienze del passato e del presente del paziente, che lotta per crescere e sviluppare le sue potenzialità, la sua individualità in un progetto, che lo vede protagonista responsabile, proiettato nel futuro.
Psicoanalisi del cambiamento
«Trauma e crescita. Teoria e clinica di Karen Horney», domani a Roma
«Trauma e Crescita - Teoria e Clinica della Horney nel contesto della psicoanalisi contemporanea. Trauma and Growth antecedents and consequences of Horney» è il titolo-tema della conferenza internazionale presentata dalla Società di Psicoanalisi Interpersonale e GruppoAnalisi (S.P.I.G.A.), fondata e diretta dal professor Vicent Morrone. Il tema della conferenza - che si svolgerà a Roma venerdì e sabato presso la Sala Basaglia, Padiglione 26, Comprensorio S. Maria della Pietà - è centrato sulla teoria e clinica di Karen Horney, in relazione alle problematiche individuali e sociali che sorgono in seguito ad eventi traumatici. Eventi che sono legati sia alla crescita della persona che al trauma connesso agli avvenimenti destabilizzanti politici e culturali, che hanno segnato la fine del XX secolo e l'inizio del XXI secolo.
Karen Horney (1885-1952) fu una delle prime donne psicoanaliste dell'Istituto Psicoanalitico di Berlino. All'inizio degli anni Trenta venne richiesta la sua collaborazione presso l'Istituto di Psicoanalisi di Chicago, nel 1934 si trasferì a New York, dove ebbe l'incarico come docente presso il New York Psychoanalytic Institute e alla New School for Social Research.
A New York Karen Horney stabilì dei profondi legami intellettuali e d'amicizia con Clara Thompson, Harry Sullivan, Strindberg e in seguito con Erich Fromm. Insieme diedero vita ad un movimento di pensiero sulla psichiatria, intesa come studio delle dinamiche interpersonali.
Nel 1941 fondò con la collaborazione di H. Kelman e altri psicoanalisti l'American Psychoanalytic Association (A.P.A.) da cui nacque l'American Institute for Psychoanalysis.
La sua pratica psicoanalitica e le sue esperienze cliniche la portarono ad elaborare una visione dell'essere umano la cui «natura .... non è più inalterabile, ma può essere cambiata», privilegiando il com-prendere intuitivo sul conoscere scientifico ed elaborando una nuova concezione della psicologia femminile che si differenziava dalle teorie freudiane.
Karen Horney non considera l'uomo come una creatura mossa esclusivamente da pulsioni e istinti, ma come un essere capace di scelte ed assunzioni di responsabilità.
Il processo che evolve all'interno della relazione terapeutica, non è soltanto una ripetizione simbolica della storia passata, che sollevando le barriere della rimozione sposta l'equilibrio interno, ma viene visto nel contesto dell'esperienze del passato e del presente del paziente, che lotta per crescere e sviluppare le sue potenzialità, la sua individualità in un progetto, che lo vede protagonista responsabile, proiettato nel futuro.
l'articolo di Licia Pastore su La Stampa del 4.6.03
la Stampa - mercoledì 4 giugno 2003
(ricevuto da Elio)
SALUTE – Dal disagio psichico si può guarire; Il messaggio è diventato un poster affisso sui bus; Incrementati gli investimenti capitolini
Coinvolti nell’operazione il comune e le 5 Asl; Obiettivo della campagna è costruire una rete di sostegno e scardinare i preconcetti
Malattia mentale in città
Cinquantamila chiedono aiuto
Nel Lazio sono stati 45.282 i cittadini che nel 2002 hanno avuto almeno un contatto con un centro specializzato
Raffaela Milano, assessore alle Politiche sociali, parla di fondi incrementati del 27%.
Fagioli "È il pensiero che va curato"
di Licia Pastore
"Dalla malattia mentale si può guarire". Il messaggio sul poster incollato dietro i bus Atac è chiaro. Una frase, uno slogan. Questo il filo conduttore scelto per la campagna cittadina sulla salute mentale promossa dal Comune di Roma assieme alla Consulta cittadina ed ai Dipartimenti di salute mentale delle cinque Asl romane che hanno deciso di combattere i pregiudizi sulla malattia mentale e sensibilizzare sui percorsi di cura possibili.
La frase parla proprio di "cura" e non di "assistenza", come a voler comunicare la possibilità di guarigione e quindi togliere al malato mentale quello stigma che lo ha fatto diventare un malato per definizione come se la follia fosse un modo di essere inconoscibile e quindi fatto di chissà quali meccanismi misteriosi. Questi stessi meccanismi mentali che proprio perché poco conosciuti hanno contribuito a dare del malato mentale un’immagine fondata su pregiudizi e nei casi migliori, su stereotipi sociali.
Nel Lazio nel corso del 2002 sono stati 45.282 i cittadini che hanno avuto almeno un contatto con un Centro di Salute Mentale. A Roma si stima che nello stesso periodo siano stati circa 28 mila (lo 0,9% della popolazione). Un cittadino ogni 100 ha avuto nel 2002 un contatto con i servizi dei Dipartimenti di Salute mentale. Il 40% di queste persone ha presentato una diagnosi relativa a nevrosi, il 60% rappresenta la percentuale dei casi più gravi, ovvero delle psicosi. Tutto questo nonostante i dati sul consumo degli psicofarmaci siano notevolmente incrementati e di conseguenza la spesa.
Una grande campagna
L’obiettivo della grande campagna cittadina è quello di far fronte a queste problematiche: costruire una rete di servizi articolata in grado di rispondere ai bisogni delle persone con problemi mentali. Sostenere la sperimentazione di nuovi modelli di intervento che abbiano al centro la formazione, il lavoro, la residenzialità e la rete sociale ed inoltre dare fondamento concreto al diritto di cittadinanza delle persone con problemi psichiatrici. Questi, in grande sintesi, i programmi del Quinto Dipartimento per le Politiche Sociali e della Salute del Comune che ha già realizzato 24 centri diurni (ogni giorno accolgono 650 persone), 18 residenze socio-assistenziali, 19 appartamenti personalizzati ed inserimenti in alloggi Erp, soggiorni estivi di vacanza.
Quattro milioni di euro
"In questi due anni – spiega l’assessore Raffaela Milano – i fondi di bilancio comunale per gli interventi in favore delle persone con disagio mentale, sono stati incrementati del 27% passando da 3.250.000 euro nel 2001 a 4.130.000 euro nel 2003. A questo impegno abbiamo voluto affiancare una campagna di comunicazione ideata assieme alle Asl ed ai familiari dei pazienti per comunicare ai cittadini che dalla malattia mentale è possibile guarire e che tutti possono contribuire combattendo il pregiudizio e l’indifferenza".
L’opinione di Fagioli
È d’accordo, a suo modo, anche uno psichiatra controcorrente quale Massimo Fagioli, docente di psicologia clinica all’Università di Chieti, che conduce a Roma da oltre 30 anni i seminari di Analisi Collettiva con la partecipazione di migliaia di persone. Fagioli, noto anche per la collaborazione con il regista Marco Bellocchio, sostiene che, pur ovviamente esistendo le malattie d’organo delle quali è competente il neurologo, la malattia mentale non è a base organica. È il pensiero – dice – che si ammala non il cervello. E spiega: malati non si nasce, sono i rapporti interumani malati; in particolare quelli che intercorrono nei primi anni di vita.
"Io sostengo che la psichiatria – spiega Fagioli – non debba occuparsi solo di mente cosciente e di clinica evidente, del povero dissociato che dà in escandescenza, ma deve cercare oltre, non limitarsi al funzionamento del corpo ma capire la realtà mentale latente, quella appunto non evidente. Bisogna occuparsi di realtà mentale, di inconscio. Bisogna cercare la malattia dell’inconscio, il disturbo del pensiero e non del comportamento evidente. Per fare questo bisogna costruire il cammino di una ricerca che per la psichiatria significa scoprire quell’irrazionale dichiarato storicamente inconoscibile perché nella storia non c’è mai stato nessun tentativo di conoscerlo. Quello che si deve fare è la ricerca. Un conto è fare assistenza, considerando i malati inguaribili. Altro è curarli togliendo loro la malattia. Ecco il grande discorso".
(ricevuto da Elio)
SALUTE – Dal disagio psichico si può guarire; Il messaggio è diventato un poster affisso sui bus; Incrementati gli investimenti capitolini
Coinvolti nell’operazione il comune e le 5 Asl; Obiettivo della campagna è costruire una rete di sostegno e scardinare i preconcetti
Malattia mentale in città
Cinquantamila chiedono aiuto
Nel Lazio sono stati 45.282 i cittadini che nel 2002 hanno avuto almeno un contatto con un centro specializzato
Raffaela Milano, assessore alle Politiche sociali, parla di fondi incrementati del 27%.
Fagioli "È il pensiero che va curato"
di Licia Pastore
"Dalla malattia mentale si può guarire". Il messaggio sul poster incollato dietro i bus Atac è chiaro. Una frase, uno slogan. Questo il filo conduttore scelto per la campagna cittadina sulla salute mentale promossa dal Comune di Roma assieme alla Consulta cittadina ed ai Dipartimenti di salute mentale delle cinque Asl romane che hanno deciso di combattere i pregiudizi sulla malattia mentale e sensibilizzare sui percorsi di cura possibili.
La frase parla proprio di "cura" e non di "assistenza", come a voler comunicare la possibilità di guarigione e quindi togliere al malato mentale quello stigma che lo ha fatto diventare un malato per definizione come se la follia fosse un modo di essere inconoscibile e quindi fatto di chissà quali meccanismi misteriosi. Questi stessi meccanismi mentali che proprio perché poco conosciuti hanno contribuito a dare del malato mentale un’immagine fondata su pregiudizi e nei casi migliori, su stereotipi sociali.
Nel Lazio nel corso del 2002 sono stati 45.282 i cittadini che hanno avuto almeno un contatto con un Centro di Salute Mentale. A Roma si stima che nello stesso periodo siano stati circa 28 mila (lo 0,9% della popolazione). Un cittadino ogni 100 ha avuto nel 2002 un contatto con i servizi dei Dipartimenti di Salute mentale. Il 40% di queste persone ha presentato una diagnosi relativa a nevrosi, il 60% rappresenta la percentuale dei casi più gravi, ovvero delle psicosi. Tutto questo nonostante i dati sul consumo degli psicofarmaci siano notevolmente incrementati e di conseguenza la spesa.
Una grande campagna
L’obiettivo della grande campagna cittadina è quello di far fronte a queste problematiche: costruire una rete di servizi articolata in grado di rispondere ai bisogni delle persone con problemi mentali. Sostenere la sperimentazione di nuovi modelli di intervento che abbiano al centro la formazione, il lavoro, la residenzialità e la rete sociale ed inoltre dare fondamento concreto al diritto di cittadinanza delle persone con problemi psichiatrici. Questi, in grande sintesi, i programmi del Quinto Dipartimento per le Politiche Sociali e della Salute del Comune che ha già realizzato 24 centri diurni (ogni giorno accolgono 650 persone), 18 residenze socio-assistenziali, 19 appartamenti personalizzati ed inserimenti in alloggi Erp, soggiorni estivi di vacanza.
Quattro milioni di euro
"In questi due anni – spiega l’assessore Raffaela Milano – i fondi di bilancio comunale per gli interventi in favore delle persone con disagio mentale, sono stati incrementati del 27% passando da 3.250.000 euro nel 2001 a 4.130.000 euro nel 2003. A questo impegno abbiamo voluto affiancare una campagna di comunicazione ideata assieme alle Asl ed ai familiari dei pazienti per comunicare ai cittadini che dalla malattia mentale è possibile guarire e che tutti possono contribuire combattendo il pregiudizio e l’indifferenza".
L’opinione di Fagioli
È d’accordo, a suo modo, anche uno psichiatra controcorrente quale Massimo Fagioli, docente di psicologia clinica all’Università di Chieti, che conduce a Roma da oltre 30 anni i seminari di Analisi Collettiva con la partecipazione di migliaia di persone. Fagioli, noto anche per la collaborazione con il regista Marco Bellocchio, sostiene che, pur ovviamente esistendo le malattie d’organo delle quali è competente il neurologo, la malattia mentale non è a base organica. È il pensiero – dice – che si ammala non il cervello. E spiega: malati non si nasce, sono i rapporti interumani malati; in particolare quelli che intercorrono nei primi anni di vita.
"Io sostengo che la psichiatria – spiega Fagioli – non debba occuparsi solo di mente cosciente e di clinica evidente, del povero dissociato che dà in escandescenza, ma deve cercare oltre, non limitarsi al funzionamento del corpo ma capire la realtà mentale latente, quella appunto non evidente. Bisogna occuparsi di realtà mentale, di inconscio. Bisogna cercare la malattia dell’inconscio, il disturbo del pensiero e non del comportamento evidente. Per fare questo bisogna costruire il cammino di una ricerca che per la psichiatria significa scoprire quell’irrazionale dichiarato storicamente inconoscibile perché nella storia non c’è mai stato nessun tentativo di conoscerlo. Quello che si deve fare è la ricerca. Un conto è fare assistenza, considerando i malati inguaribili. Altro è curarli togliendo loro la malattia. Ecco il grande discorso".
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