Adnkronos 5:38
CINEMA: 'FATE COME NOI' VINCE A VILLERUPT
Roma, 8 nov. (Adnkronos) - Il XXVI festival del film italiano di Villerupt (Nancy) si e' concluso con l'assegnazione del premio della giuria internazionale all'opera prima di Francesco Apolloni 'Fate come noi'
[...]
Inoltre, una menzione speciale della stampa francese è andata a "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio. (Nik/Pn/Adnkronos)
Adnkronos 19:41
RAI: ''RAI CLICK''
Roma, 7 nov. - (Adnkronos) - Su Rai Click i piu' grandi capolavori del cinema italiano vengono raccontati attraverso i cinegiornali degli anni sessanta. Un'esclusiva di Rai Click che, all'interno del canale Cinema, ripropone on demand TecheCiak: 18 cinegiornali presentati all'ultima Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia. I grandi autori del cinema italiano vengono ''spiati'' e intervistati sul set. Vittorio De Sica e' ripreso mentre dirige Sofia Loren ne La ciociara, Michelangelo Antonioni spiega il suo Deserto rosso, Roberto Rossellini guida Vittorio Gassman in una scena di Anima nera. Vengono inoltre documentati gli esordi di Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Ermanno Olmi e i fratelli Taviani. I cinegiornali sono disponibili sia su Rai Click Tv, per gli spettatori della Tv di FastWeb, sia su internet all'indirizzo www.raiclick.rai.it. (Red/Rs/Adnkronos)
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 8 novembre 2003
Luciano Canfora: il terrorismo una patolologia
Corriere della Sera 8.11.03
Perché è giusto parlare del terrorismo come di una patologia
di Luciano Canfora
Non immaginavo che psicologia e psicanalisi potessero considerarsi forme minori di conoscenza. Ricordo che in edizioni d’epoca staliniana della pur pregevole «Grande Enciclopedia Sovietica», la psicanalisi era definita «pseudo-scienza borghese»; ma non penso che quella fosse una veduta accettabile. Invece secondo Giovanni Sartori - che per questo mi chiama in causa - sarebbe degno di cultori di psicologia o di psicanalisi osservare (l’ho fatto rispondendo a una domanda del Foglio ) che per il terrorismo Br sarebbe un grande aiuto l’union sacrée di tutto l’arco un tempo definito «costituzionale». Per parte mia non ho nulla contro quelle due discipline, ma credo che in questa discussione non c’entrino. Il ragionamento, buono o meno buono, è esclusivamente politico. È ben noto infatti che della «dottrina» Br fa parte il martellamento sul «tradimento» perpetrato dalle forze di sinistra riformiste (in tale categoria essi accumulano tutte le sfumature esistenti), «omologate» - essi dicono - al «potere».
È ben noto che la «dottrina» Br ha il costante risvolto pratico di colpire proprio a sinistra: le uccisioni di Guido Rossa e di Moro, di D’Antona etc. lo dimostrano. Quando è in corso uno scontro - e questo è il nostro caso - è importante chiedersi quale vantaggio, in particolare quale vantaggio propagandistico, trarrà, dalla nostra azione, l’avversario. Credo sia una regola polemologica molto nota.
Quanto alla storia del terrorismo, conviene ribadire che esso è fenomeno di lunga durata e coessenziale a quasi tutte le società della storia sin qui conosciuta. Citerò per prima una acuta, e realistica, osservazione di Bettino Craxi, fatta in Parlamento, che molto infastidì Giovanni Spadolini. In piena crisi dell’«Achille Lauro», disse Craxi, in difesa di Arafat: «Anche Mazzini organizzava attentati» (per l’esattezza disse: «Anche Mazzini progettava delitti» basta andarsi a guardare i giornali del 7 novembre 1985).
Dagli Usa sotto minaccia «antrace» alla Spagna alle prese coi Baschi dell’Eta, alla Francia sempre inquieta per il terrorismo corso, dall’Olanda alla Svezia, dalla Cina all’India al Pakistan, alla Russia, alla antichissima liberale Inghilterra, i terrorismi - nelle più varie forme e con le più varie matrici - sono onnipresenti: con ben maggiore incisività e capacità di collegamenti internazionali che non al tempo dell’endemico terrorismo anarchico ottocentesco e proto-novecentesco.
Per questo è ragionevole parlare di fenomeno «fisiologico» o, se si preferisce, di una patologia di fatto inestirpabile.
Non è a New York che s’è prodotto, due anni fa all’incirca, il più grande attentato terroristico del secolo? Bush ha imboccato la strada della «guerra mondiale» al terrorismo. Quale prova più convincente dell’enormità del fenomeno? Certo, al confronto, il caso italiano è piccolo, piccolo. Ed è un peccato che, per affrontarlo, si reagisca in modi impulsivi e, com’è il caso della proposta lanciata dal presidente del Consiglio, semplicistici.
Perché è giusto parlare del terrorismo come di una patologia
di Luciano Canfora
Non immaginavo che psicologia e psicanalisi potessero considerarsi forme minori di conoscenza. Ricordo che in edizioni d’epoca staliniana della pur pregevole «Grande Enciclopedia Sovietica», la psicanalisi era definita «pseudo-scienza borghese»; ma non penso che quella fosse una veduta accettabile. Invece secondo Giovanni Sartori - che per questo mi chiama in causa - sarebbe degno di cultori di psicologia o di psicanalisi osservare (l’ho fatto rispondendo a una domanda del Foglio ) che per il terrorismo Br sarebbe un grande aiuto l’union sacrée di tutto l’arco un tempo definito «costituzionale». Per parte mia non ho nulla contro quelle due discipline, ma credo che in questa discussione non c’entrino. Il ragionamento, buono o meno buono, è esclusivamente politico. È ben noto infatti che della «dottrina» Br fa parte il martellamento sul «tradimento» perpetrato dalle forze di sinistra riformiste (in tale categoria essi accumulano tutte le sfumature esistenti), «omologate» - essi dicono - al «potere».
È ben noto che la «dottrina» Br ha il costante risvolto pratico di colpire proprio a sinistra: le uccisioni di Guido Rossa e di Moro, di D’Antona etc. lo dimostrano. Quando è in corso uno scontro - e questo è il nostro caso - è importante chiedersi quale vantaggio, in particolare quale vantaggio propagandistico, trarrà, dalla nostra azione, l’avversario. Credo sia una regola polemologica molto nota.
Quanto alla storia del terrorismo, conviene ribadire che esso è fenomeno di lunga durata e coessenziale a quasi tutte le società della storia sin qui conosciuta. Citerò per prima una acuta, e realistica, osservazione di Bettino Craxi, fatta in Parlamento, che molto infastidì Giovanni Spadolini. In piena crisi dell’«Achille Lauro», disse Craxi, in difesa di Arafat: «Anche Mazzini organizzava attentati» (per l’esattezza disse: «Anche Mazzini progettava delitti» basta andarsi a guardare i giornali del 7 novembre 1985).
Dagli Usa sotto minaccia «antrace» alla Spagna alle prese coi Baschi dell’Eta, alla Francia sempre inquieta per il terrorismo corso, dall’Olanda alla Svezia, dalla Cina all’India al Pakistan, alla Russia, alla antichissima liberale Inghilterra, i terrorismi - nelle più varie forme e con le più varie matrici - sono onnipresenti: con ben maggiore incisività e capacità di collegamenti internazionali che non al tempo dell’endemico terrorismo anarchico ottocentesco e proto-novecentesco.
Per questo è ragionevole parlare di fenomeno «fisiologico» o, se si preferisce, di una patologia di fatto inestirpabile.
Non è a New York che s’è prodotto, due anni fa all’incirca, il più grande attentato terroristico del secolo? Bush ha imboccato la strada della «guerra mondiale» al terrorismo. Quale prova più convincente dell’enormità del fenomeno? Certo, al confronto, il caso italiano è piccolo, piccolo. Ed è un peccato che, per affrontarlo, si reagisca in modi impulsivi e, com’è il caso della proposta lanciata dal presidente del Consiglio, semplicistici.
evangelizzazioni moderne:
dal Mental Research Institute di Palo Alto ad Arezzo...
Corriere della Sera 8.11.03
Ad Arezzo il primo convegno europeo. «E’ una sfida, a volte perdiamo»
Ecco la terapia superveloce per battere ansie e paure
Niente farmaci e anche inganni a fin di bene per vincere i disagi
di Vittorio Monti
AREZZO - Il fatto accadde lungo il Danubio negli Anni Trenta. Un giovane disperato si butta in acqua: vuole morire. Accorre gente. Tutti lo supplicano di nuotare, di salvarsi. Niente da fare. Arriva un gendarme. Invece di tuffarsi per soccorrerlo, gli punta il fucile contro, e urla: «Vieni fuori, altrimenti ti ammazzo».
L’aspirante suicida ubbidisce, raggiungendo la riva. Giorgio Nardone, psicoterapeuta, sorride ricordando la storia. «Quel poliziotto, senza saperlo, ha fatto psicoterapia con un’azione paradosso. Ha applicato lo stratagemma dello "spegnere il fuoco aggiungendo la legna"». Paradossale ma vero: ecco un’osservazione sulla quale riflettere. Il primo convegno europeo sulla Psicoterapia breve strategica e sistemica fa il punto sullo stato dell’arte. In pratica la battaglia a mani nude (cioè senza uso di farmaci) contro alcuni nemici forti della vita all’occidentale, come attacchi di panico, anoressia, bulimia, disturbi ossessivi.
Premessa. Dimenticate il lettino di Freud. Scordate le battute di Woody Allen. Qui non si parla di psicanalisi. Non c’entrano i sogni e l’inconscio. Le terapie-lampo puntano direttamente sul problema in una sfida diretta: o lo specialista riesce a vincere in tempi rapidi oppure deve essere leale con il cliente: «Cerchi uno migliore di me». Cosa che avviene di rado. Secondo Nnismi; ardone gli attacchi di panico vengono sconfitti nel 95 per cento dei casi. Più difficile la lotta contro i disturbi alimentari, ma con statistiche positive oltre l’80 per cento. I dati sono stati rilevati dal Centro di Terapia strategica di Arezzo, che ha organizzato il convegno assieme al Mental Research Institute di Palo Alto (Paul Watzlawick è considerato lo storico caposcuola del settore).
La competizione fra farmaci sì e farmaci no resta aperta. Ma Nardone non esita a denunciare che l’uso sfrenato e sbagliato delle pillole arriva a fabbricare i falsi malati. Il ricorso immediato alla chimica finisce per attaccare un’etichetta sbagliata al paziente, fino a quella più spietata: psicotico. Però dietro l’angolo ci sono anche gli psicoterapeuti tanto inefficaci quanto insistenti. «Ecco perché bisogna tutelare i diritti del cliente». Per esempio: «Con la chiarezza, non bisogna nascondersi dietro i paroloni, vanno negoziati gli obiettivi, una psicoterapia se dopo tre o quattro mesi non dà risultati deve essere interrotta».
Mali dell’anima o disagi della psiche? Comunque vengano chiamati, si calcola che, nelle classi medio alte un italiano su tre cerchi aiuto in materia dallo psicoterapeuta. Il 20 per cento della popolazione del mondo occidentale deve fare i conti con gli attacchi di panico, il 7 per cento con la depressione, il 5 per cento dichiara disturbi alimentari ma con il sommerso si può pensare al raddoppio dei casi. Cala il ricorso al lettino dell’analista, aumenta la richiesta di terapie fast. La storia, secondo Nardone, propone grandi campioni del pensiero strategico: «Alessandro Magno, Sant’Agostino, Pascal, Darwin. E oggi un regista come Steven Spielberg».
Ampio spazio è stato dedicato ai problemi che crescono dentro la famiglia. Cinque anni di monitoraggio condotto da un gruppo di trenta terapeuti ne hanno classificato sei modelli: iperprotettivo, democratico permissivo, sacrificante, intermittente, delegante e autoritario. Ad ognuno tende a corrispondere un particolare comportamento dei figli. Per esempio la famiglia iperprotettiva favorisce difficoltà nello studio, disturbi alimentari, bassa autostima, mentre il modello autoritario può indurre alla depressione e aggressività. «Però la relazione non è così schematica, e la soluzione va ricercata nel presente non nel passato».
I figli sono comunque i protagonisti. Gianfranco Cecchin, psicoterapeuta sistemico della famiglia, ha osservato il ruolo nuovo dei bambini con genitori in crisi: «Anche a cinque o sei anni danno ordini e dicono se papà e mamma devono separarsi. Ma guai se il compagno della mamma vuole proporsi come un papà: si squalifica e gliela faranno pagare». I bimbi capiscono tutto molto presto: «Il mio papà è un altro, tu sei quello che adesso dorme con la mamma». Insomma, Cecchin mette in archivio l’idea benefica di una coppia che resta unita solo per il bene dei figli. Ai quali interessa conservare la sicurezza degli affetti e l’assistenza, non tanto la coabitazione. «Se invece si sentono ingannati, possono punire i genitori in vari modi, per esempio smettendo di mangiare e di studiare o con la droga».
Ad Arezzo il primo convegno europeo. «E’ una sfida, a volte perdiamo»
Ecco la terapia superveloce per battere ansie e paure
Niente farmaci e anche inganni a fin di bene per vincere i disagi
di Vittorio Monti
AREZZO - Il fatto accadde lungo il Danubio negli Anni Trenta. Un giovane disperato si butta in acqua: vuole morire. Accorre gente. Tutti lo supplicano di nuotare, di salvarsi. Niente da fare. Arriva un gendarme. Invece di tuffarsi per soccorrerlo, gli punta il fucile contro, e urla: «Vieni fuori, altrimenti ti ammazzo».
L’aspirante suicida ubbidisce, raggiungendo la riva. Giorgio Nardone, psicoterapeuta, sorride ricordando la storia. «Quel poliziotto, senza saperlo, ha fatto psicoterapia con un’azione paradosso. Ha applicato lo stratagemma dello "spegnere il fuoco aggiungendo la legna"». Paradossale ma vero: ecco un’osservazione sulla quale riflettere. Il primo convegno europeo sulla Psicoterapia breve strategica e sistemica fa il punto sullo stato dell’arte. In pratica la battaglia a mani nude (cioè senza uso di farmaci) contro alcuni nemici forti della vita all’occidentale, come attacchi di panico, anoressia, bulimia, disturbi ossessivi.
Premessa. Dimenticate il lettino di Freud. Scordate le battute di Woody Allen. Qui non si parla di psicanalisi. Non c’entrano i sogni e l’inconscio. Le terapie-lampo puntano direttamente sul problema in una sfida diretta: o lo specialista riesce a vincere in tempi rapidi oppure deve essere leale con il cliente: «Cerchi uno migliore di me». Cosa che avviene di rado. Secondo Nnismi; ardone gli attacchi di panico vengono sconfitti nel 95 per cento dei casi. Più difficile la lotta contro i disturbi alimentari, ma con statistiche positive oltre l’80 per cento. I dati sono stati rilevati dal Centro di Terapia strategica di Arezzo, che ha organizzato il convegno assieme al Mental Research Institute di Palo Alto (Paul Watzlawick è considerato lo storico caposcuola del settore).
La competizione fra farmaci sì e farmaci no resta aperta. Ma Nardone non esita a denunciare che l’uso sfrenato e sbagliato delle pillole arriva a fabbricare i falsi malati. Il ricorso immediato alla chimica finisce per attaccare un’etichetta sbagliata al paziente, fino a quella più spietata: psicotico. Però dietro l’angolo ci sono anche gli psicoterapeuti tanto inefficaci quanto insistenti. «Ecco perché bisogna tutelare i diritti del cliente». Per esempio: «Con la chiarezza, non bisogna nascondersi dietro i paroloni, vanno negoziati gli obiettivi, una psicoterapia se dopo tre o quattro mesi non dà risultati deve essere interrotta».
Mali dell’anima o disagi della psiche? Comunque vengano chiamati, si calcola che, nelle classi medio alte un italiano su tre cerchi aiuto in materia dallo psicoterapeuta. Il 20 per cento della popolazione del mondo occidentale deve fare i conti con gli attacchi di panico, il 7 per cento con la depressione, il 5 per cento dichiara disturbi alimentari ma con il sommerso si può pensare al raddoppio dei casi. Cala il ricorso al lettino dell’analista, aumenta la richiesta di terapie fast. La storia, secondo Nardone, propone grandi campioni del pensiero strategico: «Alessandro Magno, Sant’Agostino, Pascal, Darwin. E oggi un regista come Steven Spielberg».
Ampio spazio è stato dedicato ai problemi che crescono dentro la famiglia. Cinque anni di monitoraggio condotto da un gruppo di trenta terapeuti ne hanno classificato sei modelli: iperprotettivo, democratico permissivo, sacrificante, intermittente, delegante e autoritario. Ad ognuno tende a corrispondere un particolare comportamento dei figli. Per esempio la famiglia iperprotettiva favorisce difficoltà nello studio, disturbi alimentari, bassa autostima, mentre il modello autoritario può indurre alla depressione e aggressività. «Però la relazione non è così schematica, e la soluzione va ricercata nel presente non nel passato».
I figli sono comunque i protagonisti. Gianfranco Cecchin, psicoterapeuta sistemico della famiglia, ha osservato il ruolo nuovo dei bambini con genitori in crisi: «Anche a cinque o sei anni danno ordini e dicono se papà e mamma devono separarsi. Ma guai se il compagno della mamma vuole proporsi come un papà: si squalifica e gliela faranno pagare». I bimbi capiscono tutto molto presto: «Il mio papà è un altro, tu sei quello che adesso dorme con la mamma». Insomma, Cecchin mette in archivio l’idea benefica di una coppia che resta unita solo per il bene dei figli. Ai quali interessa conservare la sicurezza degli affetti e l’assistenza, non tanto la coabitazione. «Se invece si sentono ingannati, possono punire i genitori in vari modi, per esempio smettendo di mangiare e di studiare o con la droga».
Edoardo Boncinelli
La Repubblica 8.11.03 p. 23
LA RICERCA
Il linguaggio a 2 giorni di vita
TRIESTE - La parte del cervello preposta al linguaggio si attiva in un neonato già a due-tre giorni di vita: è la scoperta fatta da un'équipe di neuroscienziati a Trieste e di cui parla il genetista Edoardo Boncinelli, sull'ultimo numero della rivista «Le Scienze». «Il bambino - ha scritto Boncinelli - è in grado di percepire i suoni fin dalle prime ore di vita e di elaborarli utilizzando entrambi gli emisferi cerebrali, ma usa prevalentemente la regione temporale dell'emisfero sinistro. Fin dalla nascita, quindi, il bambino sembra dotato di funzioni specifiche per parlare una lingua, anche se non sa ancora quale».
LA RICERCA
Il linguaggio a 2 giorni di vita
TRIESTE - La parte del cervello preposta al linguaggio si attiva in un neonato già a due-tre giorni di vita: è la scoperta fatta da un'équipe di neuroscienziati a Trieste e di cui parla il genetista Edoardo Boncinelli, sull'ultimo numero della rivista «Le Scienze». «Il bambino - ha scritto Boncinelli - è in grado di percepire i suoni fin dalle prime ore di vita e di elaborarli utilizzando entrambi gli emisferi cerebrali, ma usa prevalentemente la regione temporale dell'emisfero sinistro. Fin dalla nascita, quindi, il bambino sembra dotato di funzioni specifiche per parlare una lingua, anche se non sa ancora quale».
Vespa Crepet Sgarbi ed altri
Corriere della Sera 8.11.03
Vespa filosofo del prezzemolo e dell’anima
di Aldo Grasso
Non c’è alcun rapporto fra il prezzemolo e l’immortalità dell’anima. L’uno è una pianta erbacea ma soprattutto una metafora del troppo, dell’essere sempre presenti, dell’apparire a sproposito. L’altra, invece, è una questione. Non che il prezzemolo non sia una questione, e anche fastidiosa; ma quella dell’immortalità dell’anima da secoli affatica le menti dei filosofi. Per dire: nella monumentale Enciclopedia Einaudi, mausoleo delle magnifiche sorti culturali e progressive, non esiste la voce «anima» (si parla invece di «corpo» e di prezzemolo). Della sottile relazione che lega, o slega, il prezzemolo all’immortalità dell’anima se n’è fatto superbo portavoce il filosofo Bruno Vespa, che, tra anime perse e buonanime, ha dedicato un’intera serata al difficile problema: «Anima mia» («Porta a porta», Raiuno, giovedì, ore 23,35). Un medico sosteneva di aver scritto due libri dettati dal figlio trapassato. Sospetta la presenza di Paolo Prezzemolo Crepet, addottorato in maglioncini di cachemire e chiome «libera & bella». Che ha sostenuto: «Queste cose (la dettatura dall’al di là, ndr) attengono alla nostra intimità, non dobbiamo fare proselitismo ma tenerle per noi». Traduzione: benedetti signori, se ci credete a queste cose non andate a dirle in tv, statevene a casa. Vediamo ora se e in quali direzioni si possano ricercare punti di contatto fra il prezzemolo e l’immortalità dell’anima. Se non ci fossero i parlatori coi defunti, se non ci fosse Cogne, se non ci fossero Erika e Omar, Paolo Prezzemolo Crepet non verrebbe invitato in tv oppure farebbe la fine di Raffaele Prezzemolo Morelli, a vendere pianeti di Psiche. Per concludere, da qualunque parte si esamini la questione non c’è nulla in comune tra il prezzemolo e l’immortalità dell’anima.
Il Riformista 8 Novembre 2003
DIBATTITI.
IL SANSONE BI-FRONTE (RIGA A DESTRA E RIGA A SINISTRA) VISTO DA VESPA
L'anima ha i capelli di Vittorio e Paolo
Di Paolo Crepet, lo psichiatra con il maglione, hanno parlato male, in modo sublime, sia Aldo Grasso sia Pietrangelo Buttafuoco, di Vittorio Sgarbi, invece, un po' tutti. E l'altra sera, i due, Crepet e Sgarbi, anzi Sgarbi e Crepet, perché la successione delle sedie metteva Vittorio prima di Paolo, l'altra sera i due erano da Bruno Vespa uno accanto all'altro. Si parlava, a "Porta a porta", non del sangue di Cogne o di Novi Ligure, specialità questa di Paolo, né di quadri o di donne, specialità questa di Vittorio.
Si parlava invece di anima. Una discussione alta, forte e nobile e talmente alta, forte e nobile che si poteva persino levare l'audio, come ai bei tempi delle telecronache azzurre di Bruno Pizzul, quando, per scongiurare la fama jettatoria del vice Martellini, si preferiva un religioso silenzio davanti allo schermo. Ma l'altra sera l'audio andava abbassato per un altro motivo, non per la sfiga. Lo spettacolo erano i capelli e le mani di Vittorio, i capelli e le mani di Paolo. Uno accanto all'altro: Vittorio, con la riga a destra e conseguente chioma piegata verso sinistra, per chi guarda, l'altro, Paolo, con la riga a sinistra e chioma piegata verso destra, sempre per chi guarda.
Senza audio, i due sono apparsi per quello che sono: gemelli di anima, mani e capelli. Twin hair in the soul. Paolo muoveva le labbra e la mano scattava subito verso la messa in piega battente a destra. Una, due, tre volte, con le dita che affondavano in una massa morbida e lucente. Una sincronia perfetta, come quando l'anima si sovrappone al cuore, e l'amore trascina la passione, quasi le tirasse i capelli. Paolo muoveva le labbra e Vittorio, in silenzio, si limitava alle mani. Stesso gesto atletico, solo nel verso opposto. Questione di riga, o di fila, come si dice a Napoli. Bruno, nel senso di Vespa, non poteva fare altro che ammirarli, non imitarli, perché nèi quanti ne vuoi, ma capelli un po' meno. Quando toccava a Vittorio, di muovere le labbra, i ruoli si invertivano, Sgarbi passava alla sincronia, Crepet si consolava con le mani. Uguali nell'anima, anche se diversi nello stile, Vittorio in giacca e cravatta, Paolo con uno dei suoi maglioni e l'aggiunta dei baffi. Si parlava di anima l'altra sera da Vespa e la notizia è che l'anima sono i capelli di Vittorio e Paolo, uno accanto all'altro, strepitose icone di un moderno Sansone bifronte. Senza di loro la nostra anima non sarà più la stessa e immaginate cosa sarebbe successo se Vespa avesse invitato due calvi, e non loro due, a parlare di anima. L'anima ha i peli, ma sono morbidi e lucenti, e hanno pure la riga. A destra o sinistra, non importa, è la stessa cosa.
La Gazzetta di Parma
Beppe Grillo su Crepet
[...]
"crisi della famiglia. «Mi risveglio ogni mattino senza segni di coltellate, forse significa che sono un buon padre. E poi c'è quello psichiatra con la sciarpa, come si chiama? Ah, Crepet. Ripete che siamo noi che non parliamo ai nostri figli. E' lui che non parla con i suoi: è sempre in tv». Televisione che condiziona? Di più. «Mio figlio di 15 anni, lui è la tv. E mia figlia che ne ha 22 l'altro giorno mi dice: "Voglio andare a Saranno famosi". Come se mi avesse preso a calci. "Ma perché non ti droghi come tutti?" le ho risposto»".
Vespa filosofo del prezzemolo e dell’anima
di Aldo Grasso
Non c’è alcun rapporto fra il prezzemolo e l’immortalità dell’anima. L’uno è una pianta erbacea ma soprattutto una metafora del troppo, dell’essere sempre presenti, dell’apparire a sproposito. L’altra, invece, è una questione. Non che il prezzemolo non sia una questione, e anche fastidiosa; ma quella dell’immortalità dell’anima da secoli affatica le menti dei filosofi. Per dire: nella monumentale Enciclopedia Einaudi, mausoleo delle magnifiche sorti culturali e progressive, non esiste la voce «anima» (si parla invece di «corpo» e di prezzemolo). Della sottile relazione che lega, o slega, il prezzemolo all’immortalità dell’anima se n’è fatto superbo portavoce il filosofo Bruno Vespa, che, tra anime perse e buonanime, ha dedicato un’intera serata al difficile problema: «Anima mia» («Porta a porta», Raiuno, giovedì, ore 23,35). Un medico sosteneva di aver scritto due libri dettati dal figlio trapassato. Sospetta la presenza di Paolo Prezzemolo Crepet, addottorato in maglioncini di cachemire e chiome «libera & bella». Che ha sostenuto: «Queste cose (la dettatura dall’al di là, ndr) attengono alla nostra intimità, non dobbiamo fare proselitismo ma tenerle per noi». Traduzione: benedetti signori, se ci credete a queste cose non andate a dirle in tv, statevene a casa. Vediamo ora se e in quali direzioni si possano ricercare punti di contatto fra il prezzemolo e l’immortalità dell’anima. Se non ci fossero i parlatori coi defunti, se non ci fosse Cogne, se non ci fossero Erika e Omar, Paolo Prezzemolo Crepet non verrebbe invitato in tv oppure farebbe la fine di Raffaele Prezzemolo Morelli, a vendere pianeti di Psiche. Per concludere, da qualunque parte si esamini la questione non c’è nulla in comune tra il prezzemolo e l’immortalità dell’anima.
Il Riformista 8 Novembre 2003
DIBATTITI.
IL SANSONE BI-FRONTE (RIGA A DESTRA E RIGA A SINISTRA) VISTO DA VESPA
L'anima ha i capelli di Vittorio e Paolo
Di Paolo Crepet, lo psichiatra con il maglione, hanno parlato male, in modo sublime, sia Aldo Grasso sia Pietrangelo Buttafuoco, di Vittorio Sgarbi, invece, un po' tutti. E l'altra sera, i due, Crepet e Sgarbi, anzi Sgarbi e Crepet, perché la successione delle sedie metteva Vittorio prima di Paolo, l'altra sera i due erano da Bruno Vespa uno accanto all'altro. Si parlava, a "Porta a porta", non del sangue di Cogne o di Novi Ligure, specialità questa di Paolo, né di quadri o di donne, specialità questa di Vittorio.
Si parlava invece di anima. Una discussione alta, forte e nobile e talmente alta, forte e nobile che si poteva persino levare l'audio, come ai bei tempi delle telecronache azzurre di Bruno Pizzul, quando, per scongiurare la fama jettatoria del vice Martellini, si preferiva un religioso silenzio davanti allo schermo. Ma l'altra sera l'audio andava abbassato per un altro motivo, non per la sfiga. Lo spettacolo erano i capelli e le mani di Vittorio, i capelli e le mani di Paolo. Uno accanto all'altro: Vittorio, con la riga a destra e conseguente chioma piegata verso sinistra, per chi guarda, l'altro, Paolo, con la riga a sinistra e chioma piegata verso destra, sempre per chi guarda.
Senza audio, i due sono apparsi per quello che sono: gemelli di anima, mani e capelli. Twin hair in the soul. Paolo muoveva le labbra e la mano scattava subito verso la messa in piega battente a destra. Una, due, tre volte, con le dita che affondavano in una massa morbida e lucente. Una sincronia perfetta, come quando l'anima si sovrappone al cuore, e l'amore trascina la passione, quasi le tirasse i capelli. Paolo muoveva le labbra e Vittorio, in silenzio, si limitava alle mani. Stesso gesto atletico, solo nel verso opposto. Questione di riga, o di fila, come si dice a Napoli. Bruno, nel senso di Vespa, non poteva fare altro che ammirarli, non imitarli, perché nèi quanti ne vuoi, ma capelli un po' meno. Quando toccava a Vittorio, di muovere le labbra, i ruoli si invertivano, Sgarbi passava alla sincronia, Crepet si consolava con le mani. Uguali nell'anima, anche se diversi nello stile, Vittorio in giacca e cravatta, Paolo con uno dei suoi maglioni e l'aggiunta dei baffi. Si parlava di anima l'altra sera da Vespa e la notizia è che l'anima sono i capelli di Vittorio e Paolo, uno accanto all'altro, strepitose icone di un moderno Sansone bifronte. Senza di loro la nostra anima non sarà più la stessa e immaginate cosa sarebbe successo se Vespa avesse invitato due calvi, e non loro due, a parlare di anima. L'anima ha i peli, ma sono morbidi e lucenti, e hanno pure la riga. A destra o sinistra, non importa, è la stessa cosa.
La Gazzetta di Parma
Beppe Grillo su Crepet
[...]
"crisi della famiglia. «Mi risveglio ogni mattino senza segni di coltellate, forse significa che sono un buon padre. E poi c'è quello psichiatra con la sciarpa, come si chiama? Ah, Crepet. Ripete che siamo noi che non parliamo ai nostri figli. E' lui che non parla con i suoi: è sempre in tv». Televisione che condiziona? Di più. «Mio figlio di 15 anni, lui è la tv. E mia figlia che ne ha 22 l'altro giorno mi dice: "Voglio andare a Saranno famosi". Come se mi avesse preso a calci. "Ma perché non ti droghi come tutti?" le ho risposto»".
il direttore del premio Grinzane risponde al Riformista
Il Riformista 8.11.03
Caro direttore, sono d'accordo con l'opinione espressa mercoledì scorso su queste pagine da Luca Mastrantonio: non c'è niente di più superfluo di un festival vuoto e autoreferenziale, privo di idee e di pubblico. Per fortuna la prima edizione del Grinzane Cinema ha totalmente schivato un rischio simile: 7500 giovani hanno seguito con interesse e curiosità i quattro giorni della manifestazione. Questa è la miglior risposta al fantomatico critico citato nell'articolo, persuaso che «premi come questo nascono quando ci sono aziende che non sanno come buttare i soldi».
[...]
In quanto a Marco Bellocchio, forse ha scelto di ritirare il premio per il «miglior film tratto da un romanzo» (che mi pare abbia poco a che vedere con un «premio alla sceneggiatura») proprio perché ha notato la diversità di sfumatura. E probabilmente perché si è accorto che non si trattava di un premio di consolazione. Sui premi in generale pare dunque che io e Mastrantonio abbiamo la stessa opinione: li detestiamo. Servono solo quando creano nuovi lettori o spettatori. Per questo il Grinzane non è solo un premio ma una fondazione in mano ai giovani.
Giuliano Soria Presidente Grinzane Cavour
Caro direttore, sono d'accordo con l'opinione espressa mercoledì scorso su queste pagine da Luca Mastrantonio: non c'è niente di più superfluo di un festival vuoto e autoreferenziale, privo di idee e di pubblico. Per fortuna la prima edizione del Grinzane Cinema ha totalmente schivato un rischio simile: 7500 giovani hanno seguito con interesse e curiosità i quattro giorni della manifestazione. Questa è la miglior risposta al fantomatico critico citato nell'articolo, persuaso che «premi come questo nascono quando ci sono aziende che non sanno come buttare i soldi».
[...]
In quanto a Marco Bellocchio, forse ha scelto di ritirare il premio per il «miglior film tratto da un romanzo» (che mi pare abbia poco a che vedere con un «premio alla sceneggiatura») proprio perché ha notato la diversità di sfumatura. E probabilmente perché si è accorto che non si trattava di un premio di consolazione. Sui premi in generale pare dunque che io e Mastrantonio abbiamo la stessa opinione: li detestiamo. Servono solo quando creano nuovi lettori o spettatori. Per questo il Grinzane non è solo un premio ma una fondazione in mano ai giovani.
Giuliano Soria Presidente Grinzane Cavour
venerdì 7 novembre 2003
omicidi: le cifre Eurispes
Gazzetta di Parma 7.11.03
Omicidi in famiglia: estate record
Eurispes, nel 2003 un delitto di coppia ogni due giorni. Primato al Nord
(gli stessi dati sono riportati da molte altre testate, soprattutto locali)
ROMA - Il sole a picco e le alte temperature dell'estate più lunga e più calda degli ultimi due secoli hanno inciso negativamente sulla scena del crimine: da maggio ad agosto 2003, in base ai dati della Criminalpol, sono stati registrati 257 omicidi, ben il 21,8% in più rispetto al quadrimestre precedente. E questo vale anche per gli omicidi maturati all'interno della coppia e della famiglia, che sono aumentati del 12%, passando da 49 a 55.
E' quanto emerge dalla seconda indagine quadrimestrale di quest'anno, realizzata dall'Osservatorio messo a punto dall'Eurispes e dall'Associazione «Ex» sui delitti di coppia e familiari, che conferma, anche per il periodo 1° maggio-31 agosto, un omicidio di coppia ogni due giorni. Sul totale dei delitti segnalati dalla Criminalpol, l'incidenza degli omicidi commessi da mariti, mogli, conviventi, fidanzati, figli, padri, madri e altri parenti - secondo le rilevazioni dell'Osservatorio - è stata complessivamente pari al 21%. Particolarmente alto anche il numero dei tentati omicidi: 23, di cui 10 di coppia e 13 familiari.
La maggioranza degli omicidi rilevati (36 su 55) è avvenuta all'interno della coppia: è la convivenza matrimoniale il terreno più fertile nel quale matura la possibilità di uccidere il partner e, talvolta, anche i figli in comune. Il «copione» usuale è quello dell'omicida di sesso maschile che uccide la partner, soprattutto quando questa decide di chiudere il rapporto, ma ci sono ben sei casi in cui la parte si è invertita: quattro sono le mogli assassine, più una giovane amante di un uomo decisamente anziano e una moglie che dà fuoco al marito e alla sua amante.
Fra gli omicidi familiari/parentali, c'è una netta prevalenza dei figlicidi rispetto alle altre tipologie.
Su 23 vittime, ben 14 sono figli e figlie vittime di padri e madri assassini. Le madri sono cinque, e una di loro ha deciso di eliminare la figlia psicotica di 35 anni perché «stanca di lottare».
Per quanto riguarda le motivazioni, si nota una scomparsa di quella legata alla «scoperta di tradimento» e la comparsa, invece, della «non accettazione della separazione per paura di perdere i figli». La «sofferenza mentale» e le «condizioni di vita disperate o disagiate» sono comunque al primo posto, con 14 casi su 55. In 7 casi a spingere al delitto è stata l'incapacità di elaborare e accettare la fine della relazione; nello stesso tempo, la «non accettazione della separazione complicata dalla presenza dei figli» ha riguardato 6 casi.
Nell'analisi della dislocazione degli omicidi sul territorio, il Nord si conferma l'area geografica in cui vengono commessi più omicidi e quella in cui si è verificata la metà dei casi rilevati: 26 su un totale di 55. La classifica generale vede al primo posto la Lombardia, dove sono stati commessi 15 omicidi, seguita da Lazio, Emilia Romagna e Liguria.
Omicidi in famiglia: estate record
Eurispes, nel 2003 un delitto di coppia ogni due giorni. Primato al Nord
(gli stessi dati sono riportati da molte altre testate, soprattutto locali)
ROMA - Il sole a picco e le alte temperature dell'estate più lunga e più calda degli ultimi due secoli hanno inciso negativamente sulla scena del crimine: da maggio ad agosto 2003, in base ai dati della Criminalpol, sono stati registrati 257 omicidi, ben il 21,8% in più rispetto al quadrimestre precedente. E questo vale anche per gli omicidi maturati all'interno della coppia e della famiglia, che sono aumentati del 12%, passando da 49 a 55.
E' quanto emerge dalla seconda indagine quadrimestrale di quest'anno, realizzata dall'Osservatorio messo a punto dall'Eurispes e dall'Associazione «Ex» sui delitti di coppia e familiari, che conferma, anche per il periodo 1° maggio-31 agosto, un omicidio di coppia ogni due giorni. Sul totale dei delitti segnalati dalla Criminalpol, l'incidenza degli omicidi commessi da mariti, mogli, conviventi, fidanzati, figli, padri, madri e altri parenti - secondo le rilevazioni dell'Osservatorio - è stata complessivamente pari al 21%. Particolarmente alto anche il numero dei tentati omicidi: 23, di cui 10 di coppia e 13 familiari.
La maggioranza degli omicidi rilevati (36 su 55) è avvenuta all'interno della coppia: è la convivenza matrimoniale il terreno più fertile nel quale matura la possibilità di uccidere il partner e, talvolta, anche i figli in comune. Il «copione» usuale è quello dell'omicida di sesso maschile che uccide la partner, soprattutto quando questa decide di chiudere il rapporto, ma ci sono ben sei casi in cui la parte si è invertita: quattro sono le mogli assassine, più una giovane amante di un uomo decisamente anziano e una moglie che dà fuoco al marito e alla sua amante.
Fra gli omicidi familiari/parentali, c'è una netta prevalenza dei figlicidi rispetto alle altre tipologie.
Su 23 vittime, ben 14 sono figli e figlie vittime di padri e madri assassini. Le madri sono cinque, e una di loro ha deciso di eliminare la figlia psicotica di 35 anni perché «stanca di lottare».
Per quanto riguarda le motivazioni, si nota una scomparsa di quella legata alla «scoperta di tradimento» e la comparsa, invece, della «non accettazione della separazione per paura di perdere i figli». La «sofferenza mentale» e le «condizioni di vita disperate o disagiate» sono comunque al primo posto, con 14 casi su 55. In 7 casi a spingere al delitto è stata l'incapacità di elaborare e accettare la fine della relazione; nello stesso tempo, la «non accettazione della separazione complicata dalla presenza dei figli» ha riguardato 6 casi.
Nell'analisi della dislocazione degli omicidi sul territorio, il Nord si conferma l'area geografica in cui vengono commessi più omicidi e quella in cui si è verificata la metà dei casi rilevati: 26 su un totale di 55. La classifica generale vede al primo posto la Lombardia, dove sono stati commessi 15 omicidi, seguita da Lazio, Emilia Romagna e Liguria.
uomini e topi:
il rapporto tra madre e neonato, secondo loro...
Galileo 7.11.03
FISIOLOGIA
Stress, di madre in figlio
di Gianfranco Criscenti
Un neonato la cui madre, durante la gravidanza, sia stata sottoposta a condizioni psicologicamente stressanti sembra essere destinato a non rispondere in maniera adeguata allo stress. Lo dimostra uno studio, condotto su modelli animali allo scopo di comprendere i meccanismi che determinano le differenze individuali nella capacità di adattamento al contesto ambientale e sociale. "Abbiamo lavorato su primati e ratti sottoposti, durante la gestazione, a situazioni stressanti analoghe a quelle che possono coinvolgere l'essere umano", spiega Andrea Sgoifo del Laboratorio di Fisiologia dello Stress del dipartimento di Biologia Evolutiva e Funzionale dell'Università di Parma. La ricerca ha dimostrato che le fasi cruciali sono le prime, quelle che seguono l'inizio della gestazione, e soprattutto gli ultimi mesi di gravidanza. "In particolare l'ambiente perinatale (ovvero l'insieme dei fattori che agiscono sull'individuo nelle settimane che precedono e seguono il parto) si è rivelato un modulatore cruciale nello sviluppo delle caratteristiche individuali riscontrate in età adulta", va avanti il ricercatore che fa parte della Scuola Internazionale di Etologia del Centro di cultura scientifica ''Ettore Majorana'' di Erice, diretta da Danilo Mainardi..
La capacità di adattamento a condizioni di stress, come pure la differente vulnerabilità alle malattie di tipo psicosomatico (patologie immunitarie e gastroenteriche) e alle psicopatologie (ansia e depressione), dipenderebbe, inoltre, anche dalle interazioni fra l'ambiente perinatale e il corredo genetico ereditato. La ricerca mette infatti in evidenza che la trasmissione della differente vulnerabilità allo stress, tra un individuo e l'altro, sembra protrarsi nel tempo: una condizione cioè che permane anche in età adulta. Dario Maestripieri, ricercatore italiano che lavora come professore associato al dipartimento di Sviluppo Umano, Psicologia e Biologia dell'Evoluzione dell'Università di Chicago (Usa), dice, per esempio, che "piccoli primati, nati da madri sottoposte a stress elevato durante la gravidanza (mancanza di cibo, aggressione da parte di altri individui, instabilità ambientale) sono più ansiosi e maggiormente reattivi allo stress. Una condizione di maggiore suscettibilità che rimarrà anche dopo l'adolescenza". Maestripieri ha studiato anche l'influenza che può avere il comportamento della mamma sul neonato durante la fase dello svezzamento: "nei roditori, figli che, durante la prima fase di crescita, hanno ricevuto molta cura ed attenzione dalle madri, sono meno reattivi allo stress".
Ma cosa succede durante la gravidanza e dopo il parto? Perché il cucciolo risente delle condizioni stressanti della madre? "Sia le condizioni ambientali in cui vivono le madri in gravidanza che il loro comportamento durante lo svezzamento", spiega Maestripieri, "influenzano l'espressione dei geni deputati alla produzione di ormoni; ed è proprio l'influenza su questo complesso meccanismo a determinare comportamenti individuali differenti".
La reazione agli stress della vita hanno implicazioni non trascurabili sulla salute. La ricerca evidenzia molte affinità, a tal proposito, fra gli animali e l'essere umano. Fra le curiosità dello studio è emerso che la perdita di potere (perdita del predominio nel rango sociale nell'animale o estromissione da funzioni dirigenziali nell'umano) sembra essere negli organismi viventi uno degli stress con maggiori conseguenze negative e riflessi significativi sullo stato di salute: due distinti studi, condotti nell'Università di Parma da Andrea Sgoifo e nell'Istituto di Neuroscienze del Cnr di Roma da Alessandro Bartolomucci, hanno dimostrato che un animale che perde la dominanza su un gruppo va incontro ad alterazioni dei ritmi circadiani e della frequenza cardiaca con riduzione della funzionalità del sistema immunitario. Addirittura, un ratto maschio dominante, sottoposto per soli 15 minuti a una sconfitta sociale (sottomissione) subisce alterazioni della frequenza cardiaca che si protraggono per un paio di settimane. Premesso che, stando ad alcuni test di laboratorio, le alterazioni dei ritmi biologici dei ratti sono paragonabili a quelli riscontrati in esseri umani che attraversano uno stato depressivo, "fatte le debite proporzioni con le aspettative di vita dei ratti", afferma Andrea Sgoifo, "15 minuti di stress corrispondono nell'umano ad alterazioni dei ritmi biologici di circa 12/18 mesi".
FISIOLOGIA
Stress, di madre in figlio
di Gianfranco Criscenti
Un neonato la cui madre, durante la gravidanza, sia stata sottoposta a condizioni psicologicamente stressanti sembra essere destinato a non rispondere in maniera adeguata allo stress. Lo dimostra uno studio, condotto su modelli animali allo scopo di comprendere i meccanismi che determinano le differenze individuali nella capacità di adattamento al contesto ambientale e sociale. "Abbiamo lavorato su primati e ratti sottoposti, durante la gestazione, a situazioni stressanti analoghe a quelle che possono coinvolgere l'essere umano", spiega Andrea Sgoifo del Laboratorio di Fisiologia dello Stress del dipartimento di Biologia Evolutiva e Funzionale dell'Università di Parma. La ricerca ha dimostrato che le fasi cruciali sono le prime, quelle che seguono l'inizio della gestazione, e soprattutto gli ultimi mesi di gravidanza. "In particolare l'ambiente perinatale (ovvero l'insieme dei fattori che agiscono sull'individuo nelle settimane che precedono e seguono il parto) si è rivelato un modulatore cruciale nello sviluppo delle caratteristiche individuali riscontrate in età adulta", va avanti il ricercatore che fa parte della Scuola Internazionale di Etologia del Centro di cultura scientifica ''Ettore Majorana'' di Erice, diretta da Danilo Mainardi..
La capacità di adattamento a condizioni di stress, come pure la differente vulnerabilità alle malattie di tipo psicosomatico (patologie immunitarie e gastroenteriche) e alle psicopatologie (ansia e depressione), dipenderebbe, inoltre, anche dalle interazioni fra l'ambiente perinatale e il corredo genetico ereditato. La ricerca mette infatti in evidenza che la trasmissione della differente vulnerabilità allo stress, tra un individuo e l'altro, sembra protrarsi nel tempo: una condizione cioè che permane anche in età adulta. Dario Maestripieri, ricercatore italiano che lavora come professore associato al dipartimento di Sviluppo Umano, Psicologia e Biologia dell'Evoluzione dell'Università di Chicago (Usa), dice, per esempio, che "piccoli primati, nati da madri sottoposte a stress elevato durante la gravidanza (mancanza di cibo, aggressione da parte di altri individui, instabilità ambientale) sono più ansiosi e maggiormente reattivi allo stress. Una condizione di maggiore suscettibilità che rimarrà anche dopo l'adolescenza". Maestripieri ha studiato anche l'influenza che può avere il comportamento della mamma sul neonato durante la fase dello svezzamento: "nei roditori, figli che, durante la prima fase di crescita, hanno ricevuto molta cura ed attenzione dalle madri, sono meno reattivi allo stress".
Ma cosa succede durante la gravidanza e dopo il parto? Perché il cucciolo risente delle condizioni stressanti della madre? "Sia le condizioni ambientali in cui vivono le madri in gravidanza che il loro comportamento durante lo svezzamento", spiega Maestripieri, "influenzano l'espressione dei geni deputati alla produzione di ormoni; ed è proprio l'influenza su questo complesso meccanismo a determinare comportamenti individuali differenti".
La reazione agli stress della vita hanno implicazioni non trascurabili sulla salute. La ricerca evidenzia molte affinità, a tal proposito, fra gli animali e l'essere umano. Fra le curiosità dello studio è emerso che la perdita di potere (perdita del predominio nel rango sociale nell'animale o estromissione da funzioni dirigenziali nell'umano) sembra essere negli organismi viventi uno degli stress con maggiori conseguenze negative e riflessi significativi sullo stato di salute: due distinti studi, condotti nell'Università di Parma da Andrea Sgoifo e nell'Istituto di Neuroscienze del Cnr di Roma da Alessandro Bartolomucci, hanno dimostrato che un animale che perde la dominanza su un gruppo va incontro ad alterazioni dei ritmi circadiani e della frequenza cardiaca con riduzione della funzionalità del sistema immunitario. Addirittura, un ratto maschio dominante, sottoposto per soli 15 minuti a una sconfitta sociale (sottomissione) subisce alterazioni della frequenza cardiaca che si protraggono per un paio di settimane. Premesso che, stando ad alcuni test di laboratorio, le alterazioni dei ritmi biologici dei ratti sono paragonabili a quelli riscontrati in esseri umani che attraversano uno stato depressivo, "fatte le debite proporzioni con le aspettative di vita dei ratti", afferma Andrea Sgoifo, "15 minuti di stress corrispondono nell'umano ad alterazioni dei ritmi biologici di circa 12/18 mesi".
il Festival di Ravenna
tutto su Bellocchio
Il Resto del Carlino 7.11.03
Bellocchio, disegni compresi
RAVENNA — Ha per protagonista il piacentino Marco Bellocchio, classe 1939, la quinta edizione del festival che Ravenna dedica agli autori di cinema emiliani e romagnoli. Lunga diciassette giorni — da domani al 23 — la rassegna si articola in tre sezioni. La prima prevede tutta la produzione del regista, film e documentari, proiettati sia al cinema Corso che alla saletta Mesini (l'ingresso è gratuito); dopodomani, in particolare, lo stesso Bellocchio assisterà alle 20,30 alla proiezione del suo ultimo film, Buongiorno, notte, sul caso Moro. La seconda sezione è un convegno di studi (a Palazzo Strocchi) che vedrà il regista confrontarsi con vari relatori (Gambetti, De Santi, Martini, Masoni, Menarini) sui temi del proprio lavoro, dalla musica alla politica al rapporto con i classici della letteratura. La terza sezione infine prevede una mostra di disegni e story board di Bellocchio: verrà inaugurata sabato alle 13 a Santa Maria delle Croci per rimanere aperta fino a domenica 23 novembre. Info 0544 482492.
Bellocchio, disegni compresi
RAVENNA — Ha per protagonista il piacentino Marco Bellocchio, classe 1939, la quinta edizione del festival che Ravenna dedica agli autori di cinema emiliani e romagnoli. Lunga diciassette giorni — da domani al 23 — la rassegna si articola in tre sezioni. La prima prevede tutta la produzione del regista, film e documentari, proiettati sia al cinema Corso che alla saletta Mesini (l'ingresso è gratuito); dopodomani, in particolare, lo stesso Bellocchio assisterà alle 20,30 alla proiezione del suo ultimo film, Buongiorno, notte, sul caso Moro. La seconda sezione è un convegno di studi (a Palazzo Strocchi) che vedrà il regista confrontarsi con vari relatori (Gambetti, De Santi, Martini, Masoni, Menarini) sui temi del proprio lavoro, dalla musica alla politica al rapporto con i classici della letteratura. La terza sezione infine prevede una mostra di disegni e story board di Bellocchio: verrà inaugurata sabato alle 13 a Santa Maria delle Croci per rimanere aperta fino a domenica 23 novembre. Info 0544 482492.
giovedì 6 novembre 2003
"la creazione ansiosa: da Picasso a Bacon":
una mostra di Palazzo Forti a Verona
(ricevuto da Paola D'Ettole)
Il Sole 24ore Domenicale del 2.11.03
Verona
Ansia e crisi, che bellezza!
Da Picasso a Bacon una mostra indaga tensioni e emozioni forti
di Ada Masoero
per ulteriori informazioni clicca QUI
Che cosa hanno in comune James Ensor e Tony Oursler? In apparenza pochissimo se non nulla; in realtà molto. Lo prova una sala della mostra ordinata da Giorgio Cortenova nel suo museo veronese, che in un percorso di quasi 200 opere attraversa l'arte del secolo scorso muovendosi lungo un sentiero trasversale, umbratile e quanto mai coinvolgente: quello tracciato dalla nuova dimensione di estraneità e di spaesamento in cui, sin dall'estremo '800, si trova a vivere l'uomo contemporaneo. Il modello cartesiano di rappresentazione del mondo, di rassicurante limpidezza, crolla infatti sotto i colpi sferrati dal "principio di vita". Dopo Kirkegaard e Nietzsche frana ogni certezza. E, come scrive Cortenova, da allora in poi "l'incubo sotteso al quotidiano" impregna di sé molta parte dell'arte del '900.
La mostra, bella e fortemente ansiogena (ma di un'ansia "positiva", che mette in allarme sensi e mente, e che dunque ci induce a riflettere), è stata divisa dal curatore in sette sezioni dai titoli evocativi, che tuttavia potrebbero anche scindersi e ricomporsi in altro modo, a seconda di chi guidi il gioco. La cifra di tutte le opere esposte è infatti la stessa, ed è nella stragrande maggioranza dei casi di una forza comunicativa che parla da sé. Ma l'intensità del percorso deriva in larga misura anche dagli accostamenti fra opera e opera: la saletta, in cui i teschi e le maschere gessose di Ensor sono posti a confronto con il volto enfiato e sinistramente chiuso in un baule-sarcofago di Tony Oursler, ci rivela molto di più di quanto le opere, separatamente, avrebbero potuto dirci. E così è anche nella sala della sezione dedicata alla "Ferita della materia" (una materia che non è più al servizio dell'artista, pronta a essere plasmata, ma è ormai "autosufficiente", sebbene vulnerata e violentata): qui i rossi e i neri delle plastiche combuste di Burri dialogano, davvero nella stessa lingua, con la materia "lavica" di una scultura di Leoncillo, sorvegliati da due Giudici luciferini di Rouault. E in una saletta lì accanto, Orlan, in un video assai crudo, rinnega la sua stessa identità di persona nella cronaca filmata dell'ennesimo intervento di chirurgia plastica sul suo volto.
Naturalmente i maestri che nel corso dell'ultimo '800 e dell'intero '900 hanno percorso le vie dell'ansia, della frantumazione dell'Io, del quotidiano naufragio esistenziale dell'uomo moderno, ci sono tutti o quasi: c'è Munch, sempre accompagnato dalla Morte; c'è Redon, con i suoi incubi oscuri; c'è Schiele con i suoi corpi lividi in cui Eros si intreccia inscindibilmente a Thanatos; c'è il "necrofilo" Kubin e ci sono Lucien Freud, Louise Bourgeois, con una "bambola" di pezza mutilata, il Picasso di Guernica e Bacon che - come anche Arnulf Rainer - qui rende omaggio a van Gogh, padre di tutti loro. Ci sono Michaux e Wols - con i loro segni frantumati che - e naturalmente i tedeschi (Dix, Grosz, Schad, qui messo felicemente a raffronto con Margherita Manzelli, e Schlichter...). Ecco de Chirico e i suoi nordici "maestri" (Boecklin e Klinger), ed ecco le immagini diversamente allucinatorie di Cagnaccio di San Pietro e di Radziwill, di Gnoli, Estes, Vanessa Beecroft, Deborah Hirsch. La è messa in scena da Lorenzo Viani ma anche da Giacometti, dalla Richier, e dai maestri dell'Art Brut - i veri marginali, malati di mente -, ma nel percorso non mancano le sorprese: come le bellissime e malinconiche (precocemente depresse?) Bambine di Casorati, del 1906, e il "sindonico" Autoritratto di Guarienti; lo spettrale pic-nic di Fred Goldberg e lo splendido video del norvegese Per Maning: un gioco di presenza-assenza di grandissima intensità emotiva.
La creazione ansiosa. Da Picasso a Bacon, Verona, Palazzo Forti, fino all'11 gennaio 2004. Catalogo Palazzo Forti-Marsilio.
Il Sole 24ore Domenicale del 2.11.03
Verona
Ansia e crisi, che bellezza!
Da Picasso a Bacon una mostra indaga tensioni e emozioni forti
di Ada Masoero
per ulteriori informazioni clicca QUI
Che cosa hanno in comune James Ensor e Tony Oursler? In apparenza pochissimo se non nulla; in realtà molto. Lo prova una sala della mostra ordinata da Giorgio Cortenova nel suo museo veronese, che in un percorso di quasi 200 opere attraversa l'arte del secolo scorso muovendosi lungo un sentiero trasversale, umbratile e quanto mai coinvolgente: quello tracciato dalla nuova dimensione di estraneità e di spaesamento in cui, sin dall'estremo '800, si trova a vivere l'uomo contemporaneo. Il modello cartesiano di rappresentazione del mondo, di rassicurante limpidezza, crolla infatti sotto i colpi sferrati dal "principio di vita". Dopo Kirkegaard e Nietzsche frana ogni certezza. E, come scrive Cortenova, da allora in poi "l'incubo sotteso al quotidiano" impregna di sé molta parte dell'arte del '900.
La mostra, bella e fortemente ansiogena (ma di un'ansia "positiva", che mette in allarme sensi e mente, e che dunque ci induce a riflettere), è stata divisa dal curatore in sette sezioni dai titoli evocativi, che tuttavia potrebbero anche scindersi e ricomporsi in altro modo, a seconda di chi guidi il gioco. La cifra di tutte le opere esposte è infatti la stessa, ed è nella stragrande maggioranza dei casi di una forza comunicativa che parla da sé. Ma l'intensità del percorso deriva in larga misura anche dagli accostamenti fra opera e opera: la saletta, in cui i teschi e le maschere gessose di Ensor sono posti a confronto con il volto enfiato e sinistramente chiuso in un baule-sarcofago di Tony Oursler, ci rivela molto di più di quanto le opere, separatamente, avrebbero potuto dirci. E così è anche nella sala della sezione dedicata alla "Ferita della materia" (una materia che non è più al servizio dell'artista, pronta a essere plasmata, ma è ormai "autosufficiente", sebbene vulnerata e violentata): qui i rossi e i neri delle plastiche combuste di Burri dialogano, davvero nella stessa lingua, con la materia "lavica" di una scultura di Leoncillo, sorvegliati da due Giudici luciferini di Rouault. E in una saletta lì accanto, Orlan, in un video assai crudo, rinnega la sua stessa identità di persona nella cronaca filmata dell'ennesimo intervento di chirurgia plastica sul suo volto.
Naturalmente i maestri che nel corso dell'ultimo '800 e dell'intero '900 hanno percorso le vie dell'ansia, della frantumazione dell'Io, del quotidiano naufragio esistenziale dell'uomo moderno, ci sono tutti o quasi: c'è Munch, sempre accompagnato dalla Morte; c'è Redon, con i suoi incubi oscuri; c'è Schiele con i suoi corpi lividi in cui Eros si intreccia inscindibilmente a Thanatos; c'è il "necrofilo" Kubin e ci sono Lucien Freud, Louise Bourgeois, con una "bambola" di pezza mutilata, il Picasso di Guernica e Bacon che - come anche Arnulf Rainer - qui rende omaggio a van Gogh, padre di tutti loro. Ci sono Michaux e Wols - con i loro segni frantumati che
La creazione ansiosa. Da Picasso a Bacon, Verona, Palazzo Forti, fino all'11 gennaio 2004. Catalogo Palazzo Forti-Marsilio.
ancora sui crocifissi
La Repubblica giovedì 6.11.03
Crocifissi tra la fede e lo Stato laico
di CORRADO AUGIAS
Caro Augias, la questione dei crocifissi nelle aule è scoppiata a livello nazionale, si è cominciato a discuterne! Era uno dei tanti tabù che questa italietta con la i minuscola doveva ancora trovare il coraggio di affrontare. Ho sempre sostenuto la laicità dello Stato; ma non l'ho mai vista nelle scuole. Persino all'università (mi sono laureato l'anno scorso) le aule del Palazzo Liviano (sede di Lettere e filosofia a Padova) hanno un enorme crocifisso con i bracci di un metro per un metro, sopra ogni cattedra. Questa mia lettera vuol essere un grido a favore della rimozione dei crocifissi dai luoghi pubblici. Sono pieno di ammirazione per la Francia, che da cent'anni ritiene scontata la sua laicità. Ma che tristezza sentire parole laiche solo da Rifondazione e Radicali, e che si sia arrivati a questa sentenza per un integralista musulmano! Com'è piccola la nostra Italia!
Claudio Chiancone, Padova
Caro Augias, dovremmo ringraziare il signor Adel Smith per aver dimostrato quanto poco siamo cambiati dai secoli (cosiddetti) bui. Crociate per un simbolo che a quanto pare nessuno si accorge che c'è fino a quando non si vuole toglierlo. Sono atea e insegnante elementare. I miei due figli non sono battezzati, abbiamo voluto lasciarli liberi di scegliere, in qualsiasi momento della vita. La religione secondo me è una cosa intima e delicata. Il "popolo italiano" così poco omogeneo, solidale, coerente a quanto pare ha ancora bisogno di un simbolo per ritrovarsi. Che tristezza. Tolleranza, pace, fratellanza. Parole, parole, parole. Povero Cristo, povero fratello!
Paola Borsio
A seguito delle polemiche sul crocifisso è arrivata una tale quantità di lettere che il solo elenco dei mittenti riempirebbe la rubrica. Per la maggior parte sono del tenore delle due che pubblico. Un dato che, trattandosi di nostri lettori, potrebbe non rispecchiare la generalità degli italiani. L'aspetto più triste mi sembra francamente che quel provvedimento sia scaturito dalla provocazione di un uomo impresentabile come Adel Smith. L'aspetto più umiliante è che in Italia si faccia un tale baccano per problemi che altrove in Europa sono stati risolti alla fine del XVIII secolo. L'aspetto più irritante è che lo stesso Smith potrà a buon diritto chiederci dall'alto di che condanniamo il fanatismo talibano o le leggi religiose contro le adultere in Nigeria.
Anche se le circostanze sono diverse, resta infatti il principio che ogni commistione tra fedi religiose e regole statali è, di per sé, portatore di confusione e di intolleranza. L'aspetto più preoccupante è che un simbolo religioso sia imposto per decreto. Se fossi cattolico credo che vorrei conservare quella croce all'interno della mia coscienza e della mia chiesa, mai chiederei che venisse imposta ad altri per forza di legge. Il documento di un gruppo di associazioni cristiane per la laicità (numerose quelle cattoliche) pochi giorni fa sottolineava (Le Monde, 21 ottobre) come il laicismo sia condizione indispensabile per la crescita del sentimento religioso. Se non si crede alla Francia, soccorre l'esempio degli Stati Uniti, paese nel quale lo Stato non può far entrare manifestazioni e simboli di una qualunque fede nei luoghi pubblici e dove il sentimento religioso è radicato e in aumento.
Crocifissi tra la fede e lo Stato laico
di CORRADO AUGIAS
Caro Augias, la questione dei crocifissi nelle aule è scoppiata a livello nazionale, si è cominciato a discuterne! Era uno dei tanti tabù che questa italietta con la i minuscola doveva ancora trovare il coraggio di affrontare. Ho sempre sostenuto la laicità dello Stato; ma non l'ho mai vista nelle scuole. Persino all'università (mi sono laureato l'anno scorso) le aule del Palazzo Liviano (sede di Lettere e filosofia a Padova) hanno un enorme crocifisso con i bracci di un metro per un metro, sopra ogni cattedra. Questa mia lettera vuol essere un grido a favore della rimozione dei crocifissi dai luoghi pubblici. Sono pieno di ammirazione per la Francia, che da cent'anni ritiene scontata la sua laicità. Ma che tristezza sentire parole laiche solo da Rifondazione e Radicali, e che si sia arrivati a questa sentenza per un integralista musulmano! Com'è piccola la nostra Italia!
Claudio Chiancone, Padova
Caro Augias, dovremmo ringraziare il signor Adel Smith per aver dimostrato quanto poco siamo cambiati dai secoli (cosiddetti) bui. Crociate per un simbolo che a quanto pare nessuno si accorge che c'è fino a quando non si vuole toglierlo. Sono atea e insegnante elementare. I miei due figli non sono battezzati, abbiamo voluto lasciarli liberi di scegliere, in qualsiasi momento della vita. La religione secondo me è una cosa intima e delicata. Il "popolo italiano" così poco omogeneo, solidale, coerente a quanto pare ha ancora bisogno di un simbolo per ritrovarsi. Che tristezza. Tolleranza, pace, fratellanza. Parole, parole, parole. Povero Cristo, povero fratello!
Paola Borsio
A seguito delle polemiche sul crocifisso è arrivata una tale quantità di lettere che il solo elenco dei mittenti riempirebbe la rubrica. Per la maggior parte sono del tenore delle due che pubblico. Un dato che, trattandosi di nostri lettori, potrebbe non rispecchiare la generalità degli italiani. L'aspetto più triste mi sembra francamente che quel provvedimento sia scaturito dalla provocazione di un uomo impresentabile come Adel Smith. L'aspetto più umiliante è che in Italia si faccia un tale baccano per problemi che altrove in Europa sono stati risolti alla fine del XVIII secolo. L'aspetto più irritante è che lo stesso Smith potrà a buon diritto chiederci dall'alto di che condanniamo il fanatismo talibano o le leggi religiose contro le adultere in Nigeria.
Anche se le circostanze sono diverse, resta infatti il principio che ogni commistione tra fedi religiose e regole statali è, di per sé, portatore di confusione e di intolleranza. L'aspetto più preoccupante è che un simbolo religioso sia imposto per decreto. Se fossi cattolico credo che vorrei conservare quella croce all'interno della mia coscienza e della mia chiesa, mai chiederei che venisse imposta ad altri per forza di legge. Il documento di un gruppo di associazioni cristiane per la laicità (numerose quelle cattoliche) pochi giorni fa sottolineava (Le Monde, 21 ottobre) come il laicismo sia condizione indispensabile per la crescita del sentimento religioso. Se non si crede alla Francia, soccorre l'esempio degli Stati Uniti, paese nel quale lo Stato non può far entrare manifestazioni e simboli di una qualunque fede nei luoghi pubblici e dove il sentimento religioso è radicato e in aumento.
il cinema di Marco Bellocchio a Ravenna
IL CINEMA DI MARCO BELLOCCHIO A RAVENNA
La rassegna è la 5a edizione di un festival cinematografico
dedicato agli autori cinematografici emilianoromagnoli (7-23/11/2003)
RAVENNA, DOPO LE GIORNATE DELLA FICE E IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI CINEMA HORROR RAVENNA Nightmare, torna ad occuparsi di cinema con un'iniziativa su Marco Bellocchio che inizierà venerdì 7 e si concluderà domenica 23 novembre.
La rassegna è la 5a edizione di un festival cinematografico dedicato agli autori cinematografici emilianoromagnoli: il festival, iniziato nel '99 con Michelangelo Antonioni, è organizzato dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura, con la partecipazione della Regione Emilia Romagna ed il contributo della Provincia.
La manifestazione si articola in tre sezioni:
- la rassegna completa dei film e documentari di Bellocchio che verranno proiettati al Cinema Corso e presso la saletta Mesini a partire da venerdì 7 novembre fino a mercoledì 12 novembre (l'ingresso è gratuito). Sabato 8 novembre alle ore 20,30 verrà proiettato il film "Buongiorno notte"; alla fine della proiezione Marco Bellocchio incontrerà il pubblico.
- Convegno di studi, al quale presenzierà il regista, presso la sala convegni di Palazzo Strocchi. Il convegno analizzerà l'opera del regista piacentino nei suoi aspetti più vari: la musica, il rapporto con i classici della letteratura e del teatro, l'impegno politico. Relatori saranno Giacomo Gambetti, Gualtiero De Santi, Giacomo Martini, Tullio Masoni e Roy Menarini.
- A chiusura del convegno, sabato 8 alle ore 13, verrà inaugurata a Santa Maria delle Croci una mostra di oli disegni e storyboard di Marco Bellocchio. La mostra rimarrà aperta fino a domenica 23 novembre(*).
Per informazioni:
0544 482492
(*) la mostra di Parma, intanto, ha chiuso ieri
ancora sul premio di Stresa, il Grinzane, a Marco Bellocchio
Il Riformista 5 Novembre 2003
STRESA. PLEONASMI
Il postino suona troppe volte ma alla fine Bellocchio accetta il premio alla sceneggiatura
Che il postino suoni sempre due volte è un adagio fin troppo scontato nella letteratura e nel cinema. Mai, però, suonerà banale quanto l'assegnazione del primo premio del Grinzane Cinema ad "Ardiente Paciencia" (pubblicato nel 1985) del cileno Antonio Skàrmeta. Vincitore in quanto autore del «romanzo da cui è stata tratta la migliore pellicola», vale a dire "Il Postino" (1994) di Michael Radford, con Massimo Troisi e un'esordiente Maria Grazia Cucinotta. Come dire, buona la seconda, visto che Skàrmeta, opaco filmaker per sua stessa ammissione, aveva realizzato dieci anni prima una versione cinematografica di "Ardiente Paciencia" in proprio, senza grande successo. «La poesia non è di chi la scrive ma di chi la usa», diceva il saggio Neruda.
Sono cortocircuiti - o, meglio, giri a vuoto festivalieri - voluti dallo stesso Giuliano Soria, presidente del "Grinzane Cavour", che ha istituito il "Grinzane Cinema" (conclusosi a Stresa lo scorso primo novembre) per invertire il «rapporto improprio» tra cinema e letteratura. La stragrande maggioranza dei ragazzi, infatti, leggerebbe i libri solo dopo aver visto sullo schermo la trasposizione cinematografica.
Fin qui gli intenti nobili, raggiunti anche brillantemente, visto l'alto numero di studenti che hanno assistito agli incontri con scrittori e registi internazionali, da Vincenzo Cerami a Luis Sepulveda passando per Ermanno Olmi, con tanto di corsi e concorsi per sceneggiatori. Ma in quanto a palmarès ci si potrebbe aspettare qualcosa di più (o semplicemente di meno paludato e retrò) dall'appendice cinematografica del "Grinzane Cavour": la manifestazione letteraria che ha spesso premiato e segnalato in anticipo sui tempi autori poi consacrati al grande pubblico dal Nobel: J.M. Coetzee, Nadine Gordimer, Wole Soyinka, José Saramago, Günther Grass e Vidiadhar S. Naipaul.
«Premi ibridi come questo, tra cinema e letteratura, nascono quando ci sono aziende che non sanno come buttare i soldi - ha ammesso un critico letterario che domani interverrà alla trasferta romana del Grinzane Cavour, in programma alla "Casa delle Letterature", nell'ambito della rassegna I classici del domani - Ben vengano, per carità. Ma spesso non hanno né capo né coda».
Anche con gli altri premi, comunque, la fantasia del "Grinzane Cinema" non ha spiccato il volo. Il «Martini per la critica» a Tullio Kezich, quanto meno, colma un vuoto. Ma il riconoscimento per la «miglior trasposizione in film tratta da opera letteraria» andato a "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio, tratto da "Il prigioniero" di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, sa di già visto. Un premio tipicamente italiano, nella sua doppia veste consolatoria e ridondante. A dare un tocco di noblesse oblige ci ha pensato poi il presidente della giuria Alain Robbe-Grillet, caposcuola del nouveau roman, teorico dell'irriducibilità delle pagine scritte di un romanzo sul grande schermo.
Se non altro, pur trattandosi, nei fatti, di un premio alla sceneggiatura (che è il sale di qualsiasi trasposizione cinematografica di un'opera letteraria) questa volta Bellocchio l'ha presa meglio di qualche mese fa, quando a Venezia rifiutò di ricevere un premio analogo. Diceva che non ci si riconosceva. Quello di Stresa l'ha ritirato. Repetita iuvant.
STRESA. PLEONASMI
Il postino suona troppe volte ma alla fine Bellocchio accetta il premio alla sceneggiatura
Che il postino suoni sempre due volte è un adagio fin troppo scontato nella letteratura e nel cinema. Mai, però, suonerà banale quanto l'assegnazione del primo premio del Grinzane Cinema ad "Ardiente Paciencia" (pubblicato nel 1985) del cileno Antonio Skàrmeta. Vincitore in quanto autore del «romanzo da cui è stata tratta la migliore pellicola», vale a dire "Il Postino" (1994) di Michael Radford, con Massimo Troisi e un'esordiente Maria Grazia Cucinotta. Come dire, buona la seconda, visto che Skàrmeta, opaco filmaker per sua stessa ammissione, aveva realizzato dieci anni prima una versione cinematografica di "Ardiente Paciencia" in proprio, senza grande successo. «La poesia non è di chi la scrive ma di chi la usa», diceva il saggio Neruda.
Sono cortocircuiti - o, meglio, giri a vuoto festivalieri - voluti dallo stesso Giuliano Soria, presidente del "Grinzane Cavour", che ha istituito il "Grinzane Cinema" (conclusosi a Stresa lo scorso primo novembre) per invertire il «rapporto improprio» tra cinema e letteratura. La stragrande maggioranza dei ragazzi, infatti, leggerebbe i libri solo dopo aver visto sullo schermo la trasposizione cinematografica.
Fin qui gli intenti nobili, raggiunti anche brillantemente, visto l'alto numero di studenti che hanno assistito agli incontri con scrittori e registi internazionali, da Vincenzo Cerami a Luis Sepulveda passando per Ermanno Olmi, con tanto di corsi e concorsi per sceneggiatori. Ma in quanto a palmarès ci si potrebbe aspettare qualcosa di più (o semplicemente di meno paludato e retrò) dall'appendice cinematografica del "Grinzane Cavour": la manifestazione letteraria che ha spesso premiato e segnalato in anticipo sui tempi autori poi consacrati al grande pubblico dal Nobel: J.M. Coetzee, Nadine Gordimer, Wole Soyinka, José Saramago, Günther Grass e Vidiadhar S. Naipaul.
«Premi ibridi come questo, tra cinema e letteratura, nascono quando ci sono aziende che non sanno come buttare i soldi - ha ammesso un critico letterario che domani interverrà alla trasferta romana del Grinzane Cavour, in programma alla "Casa delle Letterature", nell'ambito della rassegna I classici del domani - Ben vengano, per carità. Ma spesso non hanno né capo né coda».
Anche con gli altri premi, comunque, la fantasia del "Grinzane Cinema" non ha spiccato il volo. Il «Martini per la critica» a Tullio Kezich, quanto meno, colma un vuoto. Ma il riconoscimento per la «miglior trasposizione in film tratta da opera letteraria» andato a "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio, tratto da "Il prigioniero" di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, sa di già visto. Un premio tipicamente italiano, nella sua doppia veste consolatoria e ridondante. A dare un tocco di noblesse oblige ci ha pensato poi il presidente della giuria Alain Robbe-Grillet, caposcuola del nouveau roman, teorico dell'irriducibilità delle pagine scritte di un romanzo sul grande schermo.
Se non altro, pur trattandosi, nei fatti, di un premio alla sceneggiatura (che è il sale di qualsiasi trasposizione cinematografica di un'opera letteraria) questa volta Bellocchio l'ha presa meglio di qualche mese fa, quando a Venezia rifiutò di ricevere un premio analogo. Diceva che non ci si riconosceva. Quello di Stresa l'ha ritirato. Repetita iuvant.
mercoledì 5 novembre 2003
la scienza secondo Paolo Rossi
L'Unità 05.11.2003
Per una scienza libera
di Paolo Rossi*
Paolo Rossi ne è convinto, non sempre la storia si sviluppa con continuità. Talvolta il suo flusso è puntuato, segnato qui e là da forti discontinuità. Una di queste soluzioni di continuità è rappresentata da quella che lui stesso definisce, non a caso, «la rivoluzione scientifica». La novità, straordinaria nel senso letterale del termine, che nell’ambiente culturale dell’Europa del Seicento hanno introdotto Galileo, Cartesio, Newton. Quella rivoluzione, nei successivi quattrocento anni, ha informato di sé la storia del nostro continente e, poi, del mondo intero.
Paolo Rossi, nato a Urbino e laureatosi con Eugenio Garin, è professore emerito in Storia della filosofia presso l’università di Firenze e storico, tra i maggiori del mondo, della scienza. Quest’anno compie ottant’anni. E domani il suo compleanno sarà omaggiato, come si conviene a un grande studioso, con un convegno a Forlì.
Professor Rossi, perché in polemica con molti «continuisti» lei parla di «rivoluzione scientifica»?
«Vorrei precisare che il termine “rivoluzione scientifica” non l’ho inventato io. Era già in uso da tempo, anche se alcuni lo hanno criticato. Io, al contrario, sono convinto che si debba parlare di “rivoluzione scientifica” perché l’attività di Galileo e di tanti altri filosofi naturali nel Seicento ha rappresentato una forte novità. Come accade, appunto, nelle rivoluzioni. Noi non usiamo la parola come nella tradizione dell’astronomia, per cui rivoluzione è il ritorno al punto di partenza. Noi attribuiamo alla parola il significato che in sede storica ha acquisito dopo la rivoluzione americana e dopo la rivoluzione francese, di rottura con il passato. Per cui se uno elenca i punti di rottura con il passato dell’attività degli scienziati del Seicento ne trova almeno cinque o sei che sono di non ritorno, dove si affacciano nella storia cose nuove. Tra queste cose nuove c’è l’immagine della natura, in cui non c’è più distinzione di essenza tra corpi naturali e artificiali. Un’altra novità è il rapporto che si instaura tra gli studiosi, che formano una sorta di autonoma Repubblica della Scienza, che trascende i confini delle nazioni e dove non esiste l’ipse dixit».
Tra i caratteri fondanti e rivoluzionari della «scienza nuova» c’è dunque la dimensione della comunità dei filosofi naturali che la sostengono? Una dimensione che travalica i confini nazionali e diventa europea?
«Certo, uno dei punti di rottura tra la cultura scientifica del Seicento e la cultura precedente è proprio questa dimensione continentale e tendenzialmente globale. Uno dei filosofi del Seicento che io amo e ho molto studiato, Francis Bacon, conosciuto in Italia come Francesco Bacone, usò a questo proposito un concetto che poi, ai nostri tempi, ha avuto una risonanza straordinaria: il globo intellettuale deve coincidere, al limite, con il globus mundi, ovvero con l’intero globo terracqueo. Fu, quello di Francis Bacon, un modo di anticipare il tema della globalizzazione. Facciamo attenzione a questo concetto. Francis Bacon si era convinto che si fosse affacciato sul proscenio un tipo di cultura che avrebbe condotto il mondo all’unità del sapere. Al medesimo sapere diffuso in tutto il mondo. Lui, naturalmente, si faceva araldo di questa tesi, che era anche una speranza. Le previsione di Francis Bacon si è poi avverata. Non c’è dubbio, infatti, che la globalizzazione è ormai pienamente attuata nel campo del sapere scientifico. Le dirò qualcosa che può sembrare assolutamente banale: ma un ragazzo che intende oggi imparare la genetica si prepara sullo stesso manuale, magari scritto in lingua diversa, sia che studi in un’università africana, sia che studi in un’università giapponese o europea. Voglio dire che non c’è una genetica spagnola diversa da una genetica statunitense. C’è un unico sapere genetico in tutto il mondo. Anche se tutto ciò ci sembra ovvio, a ben vedere costituisce un fatto davvero straordinario. Non è stato sempre così. Prima della rivoluzione scientifica non era così».
Tuttavia la scienza non è uniformemente presente in tutto il mondo. E un giovane africano che intende studiare genetica ha più difficoltà di un giovane giapponese o europeo.
«È vero che la scienza oggi è limitata ad alcune parti del mondo. È vero che ci sono parti del mondo in cui ancora non c’è scienza o non c’è ancora scienza a sufficienza. Ma il processo di globalizzazione del sapere scientifico continuerà ad andare avanti. È un processo che non può essere arrestato».
L’universalità del sapere scientifico è intrinseca alla scienza stessa, è una componente essenziale dell’epistemologia scientifica, o è una costruzione storica, il frutto di una serie fortunata di contingenze? È è possibile immaginare una qualche forma di scienza nazionale, chiusa, locale?
«Direi proprio di no. Non è possibile immaginare una scienza nazionale, chiusa in un luogo. Dei tentativi in tal senso, per la verità, sono stati esperiti. E sono stati esperiti proprio nel XX secolo, nella Germania di Hitler e nell’Unione Sovietica di Stalin, dove c’era, rispettivamente, una fisica ariana che si contrapponeva alla fisica di Einstein - che nel frattempo era emigrato negli Stati Uniti - e c’era una genetica “non borghese”, diversa da quella sviluppata nel resto d’Europa. Questi tentativi di costruire una scienza nazionale o di classe, frutto in genere di interventi esterni alle comunità scientifiche, hanno avuto e avranno sempre, se saranno ritentati, degli effetti assolutamente deleteri. Bloccano lo sviluppo della scienza o di una disciplina scientifica, come è accaduto alla fisica tedesca nel periodo nazista. E come è accaduto alla genetica sovietica, che ha impiegato circa trent’anni per rimettersi al passo».
Lei pensa che un altro dei caratteri innovativi della cultura scientifica sia stata la rivendicazione di autonomia, che nel Seicento era una rivendicazione rispetto al potere religioso e che in seguito si è manifestata anche rispetto ad altri poteri?
«Certo, penso che anche questo sia un punto essenziale. Ed è un punto che non ha a che fare con una scienza particolare, con un teorema, con un esperimento o con una serie di dimostrazioni. Riguarda quella che si chiama “l’immagine della scienza”. Ovvero il problema di cosa sia la scienza e cosa deve essere. Mi lasci ribadire che questa dell’autonomia è un punto importantissimo, decisivo. È il punto dirimente, che rende o non rende la scienza elemento costitutivo di una civiltà. Quando la scienza moderna si è affacciata in Europa è accaduto che dei gruppi di uomini e di donne (poche, dati i tempi) si riunissero fuori dalle università, fuori dai conventi - cioè dai luoghi dove veniva elaborata la cultura - perché avevano esigenze diverse rispetto alle opportunità che offrivano i luoghi del sapere tradizionale. Nei luoghi in cui si riunivano, le Accademie - come la Royal Society o la stessa Accademia dei Lincei - fu stabilito un patto. Un patto ancora una volta banale in apparenza: in questo luogo non si parla né di politica né di religione. Qui restano fuori quegli elementi che sono essenziali nel più grande e drammatico e sanguinoso mondo fuori dalle nostre piccole Accademie. E, inoltre, qui c’è assoluta libertà di parola. Qui non vale l’autorità di chi parla. Qui non vale se uno è famoso oppure no, se ha ottant’anni oppure no. Qui vale solo quello che una persona dice. E ciò che una persona dice può e deve essere discusso da tutti e deve essere provato mediante esperimenti. Sensate esperienze e certe dimostrazioni, sosteneva Galileo Galilei. Faccio notare che questo non è solo un nuovo modo di dar vita a un sapere, ma è un nuovo modo di stare insieme. Che ha a che fare, fortemente, con ciò che noi chiamiamo democrazia. Certo, è una democrazia sperimentata in un mondo piccolo e artificiale. Ma è comunque una grande conquista. E una grande speranza. Una speranza, coltivata da filosofi come Hobbes o come lo stesso Cartesio, che questa democrazia potesse realizzarsi nel “grande mondo”, dove gli uomini hanno una certa propensione a scontrarsi e spesso a scannarsi».
Un altro punto di rottura della «nuova scienza» rispetto al vecchio «mondo di carta», come lo chiamava Galileo, è l’attacco a quello che Lei definisce il «paradigma della segretezza». Il sapere pubblico e trasparente è dunque coessenziale alla cultura scientifica?
«Lei ha toccato il punto importante. Per i fondatori della scienza moderna il sapere non è di pochi ma è, in linea di principio, di tutti. Nella cultura scientifica il segreto è un disvalore. La non comunicazione è un disvalore. La conoscenza scientifica va, per essenza, integralmente comunicata, perché il sapere scientifico è e deve essere praticabile da tutti. Oggi la fisica è, in linea di principio, accessibile a tutti. Chiunque, con più o meno sforzo, può arrivare al sapere fisico. Naturalmente questo non significa che tutti ci arrivino. Ebbene se solo si riflette per un momento sul fatto che per millenni il sapere vero era concepito come segreto, ermetico, accessibile in linea di principio a pochi, allora ci si rende conto che questo è un altro degli elementi che autorizzano a parlare di “rivoluzione scientifica”, di qualcosa di profondamente nuovo che si è affacciato nella storia. C’è, a ben vedere, qualcosa di letteralmente dissacrante nell’affacciarsi di questo sapere integralmente comunicabile a tutti. Perché in questo nuovo sapere non ci sono affermazioni sacre, non ci sono testi sacri. Tutto può e deve essere sottoposto, in linea di principio, a discussione. Nella nuova scienza la comunicazione è un valore. Un altro valore democratico. Tutto questo, non va nascosto, è nato in Europa. E si è diffuso in tutto il mondo. Certo, non sempre la cultura scientifica che ha la comunicazione integrale e quindi la trasparenza democratica come valori si è diffusa in modo che queste convinzioni accompagnassero lo sviluppo dell’intera società. Tuttavia da quattrocento anni c’è un pezzo di società in cui la comunicazione ha più valore della segretezza, in cui il linguaggio deve essere in linea di principio chiaro e accessibile - Descartes diceva che dobbiamo parlare come amici che fanno conversazione tra loro e nella Royal Society si diceva che bisogna parlare più come ai mercanti che come ai filosofi. E questo semplice fatto rende la “rivoluzione scientifica” un esempio costante per l’intera società. Un esempio da non disperdere».
* Storico della scienza
Per una scienza libera
di Paolo Rossi*
Paolo Rossi ne è convinto, non sempre la storia si sviluppa con continuità. Talvolta il suo flusso è puntuato, segnato qui e là da forti discontinuità. Una di queste soluzioni di continuità è rappresentata da quella che lui stesso definisce, non a caso, «la rivoluzione scientifica». La novità, straordinaria nel senso letterale del termine, che nell’ambiente culturale dell’Europa del Seicento hanno introdotto Galileo, Cartesio, Newton. Quella rivoluzione, nei successivi quattrocento anni, ha informato di sé la storia del nostro continente e, poi, del mondo intero.
Paolo Rossi, nato a Urbino e laureatosi con Eugenio Garin, è professore emerito in Storia della filosofia presso l’università di Firenze e storico, tra i maggiori del mondo, della scienza. Quest’anno compie ottant’anni. E domani il suo compleanno sarà omaggiato, come si conviene a un grande studioso, con un convegno a Forlì.
Professor Rossi, perché in polemica con molti «continuisti» lei parla di «rivoluzione scientifica»?
«Vorrei precisare che il termine “rivoluzione scientifica” non l’ho inventato io. Era già in uso da tempo, anche se alcuni lo hanno criticato. Io, al contrario, sono convinto che si debba parlare di “rivoluzione scientifica” perché l’attività di Galileo e di tanti altri filosofi naturali nel Seicento ha rappresentato una forte novità. Come accade, appunto, nelle rivoluzioni. Noi non usiamo la parola come nella tradizione dell’astronomia, per cui rivoluzione è il ritorno al punto di partenza. Noi attribuiamo alla parola il significato che in sede storica ha acquisito dopo la rivoluzione americana e dopo la rivoluzione francese, di rottura con il passato. Per cui se uno elenca i punti di rottura con il passato dell’attività degli scienziati del Seicento ne trova almeno cinque o sei che sono di non ritorno, dove si affacciano nella storia cose nuove. Tra queste cose nuove c’è l’immagine della natura, in cui non c’è più distinzione di essenza tra corpi naturali e artificiali. Un’altra novità è il rapporto che si instaura tra gli studiosi, che formano una sorta di autonoma Repubblica della Scienza, che trascende i confini delle nazioni e dove non esiste l’ipse dixit».
Tra i caratteri fondanti e rivoluzionari della «scienza nuova» c’è dunque la dimensione della comunità dei filosofi naturali che la sostengono? Una dimensione che travalica i confini nazionali e diventa europea?
«Certo, uno dei punti di rottura tra la cultura scientifica del Seicento e la cultura precedente è proprio questa dimensione continentale e tendenzialmente globale. Uno dei filosofi del Seicento che io amo e ho molto studiato, Francis Bacon, conosciuto in Italia come Francesco Bacone, usò a questo proposito un concetto che poi, ai nostri tempi, ha avuto una risonanza straordinaria: il globo intellettuale deve coincidere, al limite, con il globus mundi, ovvero con l’intero globo terracqueo. Fu, quello di Francis Bacon, un modo di anticipare il tema della globalizzazione. Facciamo attenzione a questo concetto. Francis Bacon si era convinto che si fosse affacciato sul proscenio un tipo di cultura che avrebbe condotto il mondo all’unità del sapere. Al medesimo sapere diffuso in tutto il mondo. Lui, naturalmente, si faceva araldo di questa tesi, che era anche una speranza. Le previsione di Francis Bacon si è poi avverata. Non c’è dubbio, infatti, che la globalizzazione è ormai pienamente attuata nel campo del sapere scientifico. Le dirò qualcosa che può sembrare assolutamente banale: ma un ragazzo che intende oggi imparare la genetica si prepara sullo stesso manuale, magari scritto in lingua diversa, sia che studi in un’università africana, sia che studi in un’università giapponese o europea. Voglio dire che non c’è una genetica spagnola diversa da una genetica statunitense. C’è un unico sapere genetico in tutto il mondo. Anche se tutto ciò ci sembra ovvio, a ben vedere costituisce un fatto davvero straordinario. Non è stato sempre così. Prima della rivoluzione scientifica non era così».
Tuttavia la scienza non è uniformemente presente in tutto il mondo. E un giovane africano che intende studiare genetica ha più difficoltà di un giovane giapponese o europeo.
«È vero che la scienza oggi è limitata ad alcune parti del mondo. È vero che ci sono parti del mondo in cui ancora non c’è scienza o non c’è ancora scienza a sufficienza. Ma il processo di globalizzazione del sapere scientifico continuerà ad andare avanti. È un processo che non può essere arrestato».
L’universalità del sapere scientifico è intrinseca alla scienza stessa, è una componente essenziale dell’epistemologia scientifica, o è una costruzione storica, il frutto di una serie fortunata di contingenze? È è possibile immaginare una qualche forma di scienza nazionale, chiusa, locale?
«Direi proprio di no. Non è possibile immaginare una scienza nazionale, chiusa in un luogo. Dei tentativi in tal senso, per la verità, sono stati esperiti. E sono stati esperiti proprio nel XX secolo, nella Germania di Hitler e nell’Unione Sovietica di Stalin, dove c’era, rispettivamente, una fisica ariana che si contrapponeva alla fisica di Einstein - che nel frattempo era emigrato negli Stati Uniti - e c’era una genetica “non borghese”, diversa da quella sviluppata nel resto d’Europa. Questi tentativi di costruire una scienza nazionale o di classe, frutto in genere di interventi esterni alle comunità scientifiche, hanno avuto e avranno sempre, se saranno ritentati, degli effetti assolutamente deleteri. Bloccano lo sviluppo della scienza o di una disciplina scientifica, come è accaduto alla fisica tedesca nel periodo nazista. E come è accaduto alla genetica sovietica, che ha impiegato circa trent’anni per rimettersi al passo».
Lei pensa che un altro dei caratteri innovativi della cultura scientifica sia stata la rivendicazione di autonomia, che nel Seicento era una rivendicazione rispetto al potere religioso e che in seguito si è manifestata anche rispetto ad altri poteri?
«Certo, penso che anche questo sia un punto essenziale. Ed è un punto che non ha a che fare con una scienza particolare, con un teorema, con un esperimento o con una serie di dimostrazioni. Riguarda quella che si chiama “l’immagine della scienza”. Ovvero il problema di cosa sia la scienza e cosa deve essere. Mi lasci ribadire che questa dell’autonomia è un punto importantissimo, decisivo. È il punto dirimente, che rende o non rende la scienza elemento costitutivo di una civiltà. Quando la scienza moderna si è affacciata in Europa è accaduto che dei gruppi di uomini e di donne (poche, dati i tempi) si riunissero fuori dalle università, fuori dai conventi - cioè dai luoghi dove veniva elaborata la cultura - perché avevano esigenze diverse rispetto alle opportunità che offrivano i luoghi del sapere tradizionale. Nei luoghi in cui si riunivano, le Accademie - come la Royal Society o la stessa Accademia dei Lincei - fu stabilito un patto. Un patto ancora una volta banale in apparenza: in questo luogo non si parla né di politica né di religione. Qui restano fuori quegli elementi che sono essenziali nel più grande e drammatico e sanguinoso mondo fuori dalle nostre piccole Accademie. E, inoltre, qui c’è assoluta libertà di parola. Qui non vale l’autorità di chi parla. Qui non vale se uno è famoso oppure no, se ha ottant’anni oppure no. Qui vale solo quello che una persona dice. E ciò che una persona dice può e deve essere discusso da tutti e deve essere provato mediante esperimenti. Sensate esperienze e certe dimostrazioni, sosteneva Galileo Galilei. Faccio notare che questo non è solo un nuovo modo di dar vita a un sapere, ma è un nuovo modo di stare insieme. Che ha a che fare, fortemente, con ciò che noi chiamiamo democrazia. Certo, è una democrazia sperimentata in un mondo piccolo e artificiale. Ma è comunque una grande conquista. E una grande speranza. Una speranza, coltivata da filosofi come Hobbes o come lo stesso Cartesio, che questa democrazia potesse realizzarsi nel “grande mondo”, dove gli uomini hanno una certa propensione a scontrarsi e spesso a scannarsi».
Un altro punto di rottura della «nuova scienza» rispetto al vecchio «mondo di carta», come lo chiamava Galileo, è l’attacco a quello che Lei definisce il «paradigma della segretezza». Il sapere pubblico e trasparente è dunque coessenziale alla cultura scientifica?
«Lei ha toccato il punto importante. Per i fondatori della scienza moderna il sapere non è di pochi ma è, in linea di principio, di tutti. Nella cultura scientifica il segreto è un disvalore. La non comunicazione è un disvalore. La conoscenza scientifica va, per essenza, integralmente comunicata, perché il sapere scientifico è e deve essere praticabile da tutti. Oggi la fisica è, in linea di principio, accessibile a tutti. Chiunque, con più o meno sforzo, può arrivare al sapere fisico. Naturalmente questo non significa che tutti ci arrivino. Ebbene se solo si riflette per un momento sul fatto che per millenni il sapere vero era concepito come segreto, ermetico, accessibile in linea di principio a pochi, allora ci si rende conto che questo è un altro degli elementi che autorizzano a parlare di “rivoluzione scientifica”, di qualcosa di profondamente nuovo che si è affacciato nella storia. C’è, a ben vedere, qualcosa di letteralmente dissacrante nell’affacciarsi di questo sapere integralmente comunicabile a tutti. Perché in questo nuovo sapere non ci sono affermazioni sacre, non ci sono testi sacri. Tutto può e deve essere sottoposto, in linea di principio, a discussione. Nella nuova scienza la comunicazione è un valore. Un altro valore democratico. Tutto questo, non va nascosto, è nato in Europa. E si è diffuso in tutto il mondo. Certo, non sempre la cultura scientifica che ha la comunicazione integrale e quindi la trasparenza democratica come valori si è diffusa in modo che queste convinzioni accompagnassero lo sviluppo dell’intera società. Tuttavia da quattrocento anni c’è un pezzo di società in cui la comunicazione ha più valore della segretezza, in cui il linguaggio deve essere in linea di principio chiaro e accessibile - Descartes diceva che dobbiamo parlare come amici che fanno conversazione tra loro e nella Royal Society si diceva che bisogna parlare più come ai mercanti che come ai filosofi. E questo semplice fatto rende la “rivoluzione scientifica” un esempio costante per l’intera società. Un esempio da non disperdere».
* Storico della scienza
Erika e Lidia Ravera
Corriere della Sera 5.11.03
Un singolare libro dedicato dalla Ravera all’adolescente di Novi Ligure. A faccia a faccia con lo spettro della violenza
E Lidia disse a Erika: la scrittura ti salverà dai rimorsi
di Gian Mario Benzin
Si ha quasi paura, ad aprire questo libro, Il freddo dentro, di Lidia Ravera: una riflessione sul delitto di Novi Ligure. Paura di sentirsi travolti di nuovo nel gorgo di una tragedia di cui tutti abbiamo già letto troppo e troppo a lungo. Per carità, Erika e Omar ci hanno sconvolti abbastanza da non farci desiderare certo di ripercorrere quelle trame orrende e magari interrogarci e cercare di capire... Ecco il punto. Di questo delitto, in fondo, per quanto eccedente sia stata la massa della informazioni che per mesi ci ha sommersi, non sappiamo nulla, dal momento che non ne conosciamo le motivazioni. «Quello che nessuno sa, che nessuno spera di poter capire, che nessuno ha più voglia di chiedersi, è il perché. Perché l’hai fatto, Erika?», domanda la Ravera.
Ed è proprio da qui, da questa impellente, insostenibile inspiegabilità che il volume prende le mosse. Non è una semplice ricostruzione dei fatti, né una disquisizione psicoanalitica; la scrittrice non indulge al particolare sanguinario e non si compiace di alcuna sicumera esegetica. Non ha potuto incontrare gli assassini, non ha scoop per la cronaca nera. La sua analisi vibra piuttosto di passione umana. L’autrice si indigna, si scaglia, interroga, incalza. Contro l’attuale consegna del silenzio «che allontana il clamore e allevia il fastidio, ma lascia tutte le domande sepolte e insolute». Quasi vergasse di getto la sua "lettera a una bambina (purtroppo) nata", si rivolge a Erika in seconda persona, la chiama, la scuote, le dà della «piccola canaglia ignorante»; il suo è un appello, un’allocuzione continua; a tratti, un’affilata perorazione. «Erika, ascoltami, è orribile. Guardalo. Guarda quella scena. Abbi coraggio». Spaventosa, questa seconda persona, destabilizza il lettore come un terremoto edipico: di colpo, è come se Erika fossimo noi.
Infatti: con la sua prosa scarna e tagliente, e, insieme, con slancio che rasenta la poesia (i frequenti «a capo»), la scrittrice, soprattutto, mette in discussione se stessa (e noi). Tratteggia, sì, gli eventi, le indagini, l’inganno della finta rapina, l’ambiente familiare, la mancanza di ideali e di emozioni, l’incapacità di amare, la noia, il vuoto di quelle esistenze viziate e indifferenti. Ma subito trasforma ogni dato nello spunto di un confronto interiore.
Erika dice che la sua mamma era «bellissima e tranquilla». La Ravera sbigottisce e racconta della propria adolescenza, delle proprie ribellioni, di come credesse invece di odiare sua madre. Erika dice che lei e la mamma erano «uguali». La Ravera scatta: ma allora, «di che cosa ti sei voluta liberare, liberandoti di lei»? Ai suoi tempi, i giovani avevano Grandi Nemici Collettivi, i fascisti, i borghesi, la diccì, il presidente degli Stati Uniti; e oggi? Davvero il fine di quel delitto di coppia era «poter scopare liberamente», vista la libertà di cui tanti adolescenti sono oggi già sazi?
Così, a poco a poco, dal «primo piano» sulla villetta di Novi, il campo s’allarga ad una riflessione generazionale, sull’eternità dei ruoli di genitori e di figli, sull’eternità e la «normalità» del loro conflitto.
L’ultima inquadratura torna invece sul particolare e confida una delusione: la scrittrice voleva incontrare Erika (e non le è stato concesso), per offrirle il proprio corso di scrittura creativa. Perché scrivere è capire. Ed Erika dovrà capire. «Prima riuscirai a farlo, prima sarai libera». Il libro svela, così, da ultimo, il suo volto forse più profondo: un amaro, pudico inno alla parola che illumina e redime.
Il libro: «Il freddo dentro» di Lidia Ravera, editore Rizzoli, pagine 176, € 13,50. In libreria da domani
Un singolare libro dedicato dalla Ravera all’adolescente di Novi Ligure. A faccia a faccia con lo spettro della violenza
E Lidia disse a Erika: la scrittura ti salverà dai rimorsi
di Gian Mario Benzin
Si ha quasi paura, ad aprire questo libro, Il freddo dentro, di Lidia Ravera: una riflessione sul delitto di Novi Ligure. Paura di sentirsi travolti di nuovo nel gorgo di una tragedia di cui tutti abbiamo già letto troppo e troppo a lungo. Per carità, Erika e Omar ci hanno sconvolti abbastanza da non farci desiderare certo di ripercorrere quelle trame orrende e magari interrogarci e cercare di capire... Ecco il punto. Di questo delitto, in fondo, per quanto eccedente sia stata la massa della informazioni che per mesi ci ha sommersi, non sappiamo nulla, dal momento che non ne conosciamo le motivazioni. «Quello che nessuno sa, che nessuno spera di poter capire, che nessuno ha più voglia di chiedersi, è il perché. Perché l’hai fatto, Erika?», domanda la Ravera.
Ed è proprio da qui, da questa impellente, insostenibile inspiegabilità che il volume prende le mosse. Non è una semplice ricostruzione dei fatti, né una disquisizione psicoanalitica; la scrittrice non indulge al particolare sanguinario e non si compiace di alcuna sicumera esegetica. Non ha potuto incontrare gli assassini, non ha scoop per la cronaca nera. La sua analisi vibra piuttosto di passione umana. L’autrice si indigna, si scaglia, interroga, incalza. Contro l’attuale consegna del silenzio «che allontana il clamore e allevia il fastidio, ma lascia tutte le domande sepolte e insolute». Quasi vergasse di getto la sua "lettera a una bambina (purtroppo) nata", si rivolge a Erika in seconda persona, la chiama, la scuote, le dà della «piccola canaglia ignorante»; il suo è un appello, un’allocuzione continua; a tratti, un’affilata perorazione. «Erika, ascoltami, è orribile. Guardalo. Guarda quella scena. Abbi coraggio». Spaventosa, questa seconda persona, destabilizza il lettore come un terremoto edipico: di colpo, è come se Erika fossimo noi.
Infatti: con la sua prosa scarna e tagliente, e, insieme, con slancio che rasenta la poesia (i frequenti «a capo»), la scrittrice, soprattutto, mette in discussione se stessa (e noi). Tratteggia, sì, gli eventi, le indagini, l’inganno della finta rapina, l’ambiente familiare, la mancanza di ideali e di emozioni, l’incapacità di amare, la noia, il vuoto di quelle esistenze viziate e indifferenti. Ma subito trasforma ogni dato nello spunto di un confronto interiore.
Erika dice che la sua mamma era «bellissima e tranquilla». La Ravera sbigottisce e racconta della propria adolescenza, delle proprie ribellioni, di come credesse invece di odiare sua madre. Erika dice che lei e la mamma erano «uguali». La Ravera scatta: ma allora, «di che cosa ti sei voluta liberare, liberandoti di lei»? Ai suoi tempi, i giovani avevano Grandi Nemici Collettivi, i fascisti, i borghesi, la diccì, il presidente degli Stati Uniti; e oggi? Davvero il fine di quel delitto di coppia era «poter scopare liberamente», vista la libertà di cui tanti adolescenti sono oggi già sazi?
Così, a poco a poco, dal «primo piano» sulla villetta di Novi, il campo s’allarga ad una riflessione generazionale, sull’eternità dei ruoli di genitori e di figli, sull’eternità e la «normalità» del loro conflitto.
L’ultima inquadratura torna invece sul particolare e confida una delusione: la scrittrice voleva incontrare Erika (e non le è stato concesso), per offrirle il proprio corso di scrittura creativa. Perché scrivere è capire. Ed Erika dovrà capire. «Prima riuscirai a farlo, prima sarai libera». Il libro svela, così, da ultimo, il suo volto forse più profondo: un amaro, pudico inno alla parola che illumina e redime.
Il libro: «Il freddo dentro» di Lidia Ravera, editore Rizzoli, pagine 176, € 13,50. In libreria da domani
l'intervista di Ingrao citata al Martedì
La Repubblica 4.11.03
Pietro Ingrao interviene nel dibattito sulle nuove Br aperto su 'Repubblica' da Sergio Segio
La violenza di questi fantasmi ritorna con le guerre sante
l'intervista
di GIUSEPPE D'AVANZO
ROMA - A Pietro Ingrao chiedo che cosa pensa delle Brigate rosse di oggi. «Le dico la verità: non mi interessano molto né la Lioce né gli altri. Per come li vedo io dal chiuso della mia casa, mi appaiono fantasmi, e credo che l' informazione abbia ancora parecchio lavoro da fare per ricostruire i loro percorsi e fissare la loro storia politica. Chi sono? Quali le loro vicende personali? Quali sono le loro fonti ideologiche e quali i libri che hanno sul tavolo? Dove si sono formati? Qual è l'humus che li alimenta?». Ma in attesa di queste storie, di cui comunque qualche brano comincia a emergere, qual è la stata la sua reazione al ritorno, diciamo così, delle Brigate rosse? «Collera. Provo nausea di fronte a questi neo-brigatisti che ammazzano gente innocente e pacifica sulla base di rozzi ideologismi da quattro soldi. Se davvero ci sono prove o anche gravi sospetti che abbiano assassinato D'Antona e Biagi, vanno ammanettati e chiusi in carcere e presto portati in tribunale, anche se non amo né i giudici né il carcere». Lei si chiedeva qual è l'humus che alimenta il nuovo terrorismo o quel che è sopravvissuto del terrorismo degli anni Settanta. Sergio Segio, che fu a capo di Prima Linea, avverte il pericolo che quell' humus oggi possa nascondersi nel movimento e nei settori più radicali del sindacato. Qual è la sua opinione? «Se si vuole sostenere che la Lioce e i suoi compagni sono parte e figli del movimento grandissimo che io ho visto dilagare in tutta Firenze, rispondo seccamente: no. Attenti, può anche darsi che la Lioce e i suoi complici girassero, in quelle ore, nelle vie fiorentine gremite fino all'inverosimile. Ma le centinaia di migliaia di persone che fecero grumo in quelle strade avevano in testa percorsi opposti e altre passioni. Di questo, sono certo...». ... Soltanto perché manifestavano per la pace e contro la guerra? «Non soltanto per questo, che pure conta; ma perché la grande maggioranza di quei manifestanti - moderati o estremisti che fossero - hanno in testa un'altra idea della politica: non credono che la rivoluzione - usiamo questa parola così alta e impegnativa - possa dipendere dal tagliare o meno una o due o dieci teste di economisti, per vicini che essi possano essere al potere». Alcuni - come Marco Revelli, ad esempio - ritengono che la sinistra e anche il movimento debba ancora fare molto per liberarsi dell' idea della politica come forza e, quindi, come violenza. Lo dico in modo brutale: c'è ancora nella sinistra un'idea della politica come "presa del potere", come violenza che può sostenere oggi, anche inconsapevolmente, le azioni dei terroristi e creare una pericolosa via d'uscita per minime porzioni del movimento? E' un'idea con cui la sinistra, dopo gli anni di piombo e addirittura dopo il 1989, non ha saputo fare i conti lasciando nella sua cultura quel sedimento distruttivo che ancora alimenta gli assassini della stella a cinque punte per quanto pochi, disperati e fantasmi essi possano essere. «Non sono d' accordo. Circa il rapporto tra politica, "presa del potere" e violenza, c'è un discorso ben più articolato da fare, e riguarda tutta la storia politica del Novecento, compreso Carl Schmitt. E sulla violenza, la riflessione della sinistra, con tutti i suoi limiti, è cominciata ben prima dell' 89. Io faticai molto ad accettare che i brigatisti rossi degli anni Settanta fossero comunisti». Perché? Lo dichiaravano. «Faticavo perché mi ero formato sulla convinzione che per abbattere il capitalismo, e soprattutto per costruire la nuova società socialista non valesse colpire il singolo, ma colpire il potere costituito e costruirne un altro. E ciò chiedeva un' azione collettiva, anche e soprattutto quando si giungeva all' urto decisivo: a quello che simbolicamente - e avendo in mente i film del grande cinema sovietico - si chiamava il mitico "assalto al palazzo d' inverno". Non mi è mai passato nella mente - anche quando agivo nel pieno della Resistenza italiana - di uccidere Agnelli e, nemmeno nel periodo della cospirazione, di attentare alla vita di Mussolini». E che cosa accadde quando vide "brigatisti" comunisti uccidere in nome della rivoluzione? «Respinsi a lungo, dentro di me, l'ipotesi che fossero veramente "rossi" o rivoluzionari che sbagliavano. Di quegli anni, ho nitido il ricordo di una discussione privata che ebbi con mia moglie. Mi sembra, all'indomani della morte di Mara Cagol. Mia moglie era comunista come me, e come me aveva partecipato alla lotta di Resistenza. Laura ha avuto il fratello incarcerato a Civitavecchia, e amici finiti in manette già prima del 25 luglio. Aveva partecipato alla cospirazione ed era scesa in lotta nella difficile Resistenza romana. Ma non condivideva il mio giudizio. Obiettò subito: "... dici così perché questi "brigatisti" non corrispondono all' immagine dei comunisti che hai nella tua testa. E invece no, si può essere comunisti in vari modi. Tu vedi solo dei comunisti uguali a te..."». E aveva ragione? «Aveva ragione. Io muovevo dalla lezione che avevo assorbito dall' inizio della mia esperienza cospirativa: avevo ostinatamente in testa la lotta di massa, l'azione collettiva della classe. Ricordo la distanza enorme che sentivamo verso le bombe e gli attentati degli anarchici; non solo perché sparavano e uccidevano, ma perché agivano da singoli e colpivano il singolo. E noi invece volevamo colpire la classe capitalista. Durante decenni e decenni di militanza comunista, ripeto, non mi è mai passato in mente il progetto di assassinare Agnelli e nemmeno Mussolini o Hitler. Non era per umanitarismo. Hitler mi appariva un potere collettivo, l'espressione di una classe. Bisognava contrapporre a ciò un altro potere collettivo e solo ciò poteva veramente sconfiggerlo. Questo era il grande compito per cui impegnarsi e attrezzarsi. Il resto per me, allora, era sbagliato e deviante. Mi fu oltremodo chiaro dinanzi alla tragedia di Moro». Quale fu la sua posizione in quei 55 giorni? «Fui sempre contro la trattativa con i "brigatisti"... Non per disciplina rispetto alla decisione del mio partito, ma perché avevo questa idea della politica. Ero presidente della Camera e potevo essere nel mirino anche io. Scrissi una lettera per mia moglie in cui esigevo, se fossi caduto nelle mani dei "brigatisti", di respingere ogni "scambio" che mi riguardasse, anche se io dal carcere brigatista l' avessi invocato, cedendo alla paura della morte. Ricordo quella mattina del marzo '78, quando stava per aprirsi il dibattito difficile sul nuovo governo Andreotti. E invece, alle 9,20 (mi sembra), nel mio ufficio mi giunse come un fulmine la telefonata di Cossiga che mi annunciava il rapimento di Moro e gli assassinii di via Fani. Da quel momento ebbi solo un assillo: che ci fosse presto, al più presto, un governo riconosciuto alla testa del Paese. E perciò, in aula, feci tutto ciò che era nelle mie possibilità per condurre a rapida conclusione quella seduta della Camera che doveva varare il nuovo governo. Ugo La Malfa, per questo, mi rimbrottò». Questa era la sua riflessione, ma come giudica la riflessione collettiva che la sinistra fece di quegli avvenimenti? «Penso che sui "brigatisti" degli anni Settanta ci sia stata a sinistra una riflessione vasta e assai articolata: sulla scia dell' obiettivo "rivoluzionario", e anche sul "leninismo", sull'idea che esso ha del potere e sugli errori fatali che segnarono il suo cammino. E non a caso il tempo dei brigatisti rossi è anche l'epoca in cui comincia a precipitare il collasso dell'Urss, finisce nel fango l'aggressione sovietica all'Afghanistan e riparte l'offensiva vittoriosa del capitalismo occidentale sotto la guida di Reagan e della Thatcher». Il leninismo, per quanto possa sembrare paradossale, è ancora vivo nei documenti delle Br di oggi. Le chiedo: la logica delle guerra può ancora attecchire, far proseliti? Esiste questo pericolo? «Non è certo il "movimento dei movimenti" - per ricorrere qui all' interessante intervista rilasciata a voi domenica da Fausto Bertinotti - a dover rispondere a questa domanda. Non c' è dubbio che il problema delle armi e dell' uccidere in politica torna oggi in una dimensione grave e grande. Ma è un problema che non interpella il "movimento", ma il capo della più grande potenza del mondo, che assume come pubblico obiettivo - e lo proclama e santifica dinanzi al mondo - la strategia della "guerra preventiva". È su questa "santificazione" delle armi come "prevenzione" salvifica e cuore della politica che bisogna riflettere, perché questa strategia riporta sulla cima degli altari la "guerra": questa parola sempre terribile, ma che oggi rimanda e ha a sua disposizione mezzi inauditi, messi alla prova finora solo in parte piccolissima. Questo mi allarma più della Lioce, e riguarda processi e delitti assai più grandi. E forse fornisce a quel pugno di neo-brigatisti pretesti stupidi per le loro povere farneticazioni. Posso anche sbagliarmi, ma queste farneticazioni non inquineranno o infetteranno un movimento che mi sembra abbia compiuto, in anni difficili, il faticoso cammino di un pacifismo, oggi consapevole che l'identificazione della politica con la guerra - nell'era ormai dell' atomica - è stato il disastro del mio secolo».
Pietro Ingrao, 88 anni, leader storico della sinistra, è stato presidente della Camera all'epoca del sequestro Moro.
Pietro Ingrao interviene nel dibattito sulle nuove Br aperto su 'Repubblica' da Sergio Segio
La violenza di questi fantasmi ritorna con le guerre sante
l'intervista
di GIUSEPPE D'AVANZO
ROMA - A Pietro Ingrao chiedo che cosa pensa delle Brigate rosse di oggi. «Le dico la verità: non mi interessano molto né la Lioce né gli altri. Per come li vedo io dal chiuso della mia casa, mi appaiono fantasmi, e credo che l' informazione abbia ancora parecchio lavoro da fare per ricostruire i loro percorsi e fissare la loro storia politica. Chi sono? Quali le loro vicende personali? Quali sono le loro fonti ideologiche e quali i libri che hanno sul tavolo? Dove si sono formati? Qual è l'humus che li alimenta?». Ma in attesa di queste storie, di cui comunque qualche brano comincia a emergere, qual è la stata la sua reazione al ritorno, diciamo così, delle Brigate rosse? «Collera. Provo nausea di fronte a questi neo-brigatisti che ammazzano gente innocente e pacifica sulla base di rozzi ideologismi da quattro soldi. Se davvero ci sono prove o anche gravi sospetti che abbiano assassinato D'Antona e Biagi, vanno ammanettati e chiusi in carcere e presto portati in tribunale, anche se non amo né i giudici né il carcere». Lei si chiedeva qual è l'humus che alimenta il nuovo terrorismo o quel che è sopravvissuto del terrorismo degli anni Settanta. Sergio Segio, che fu a capo di Prima Linea, avverte il pericolo che quell' humus oggi possa nascondersi nel movimento e nei settori più radicali del sindacato. Qual è la sua opinione? «Se si vuole sostenere che la Lioce e i suoi compagni sono parte e figli del movimento grandissimo che io ho visto dilagare in tutta Firenze, rispondo seccamente: no. Attenti, può anche darsi che la Lioce e i suoi complici girassero, in quelle ore, nelle vie fiorentine gremite fino all'inverosimile. Ma le centinaia di migliaia di persone che fecero grumo in quelle strade avevano in testa percorsi opposti e altre passioni. Di questo, sono certo...». ... Soltanto perché manifestavano per la pace e contro la guerra? «Non soltanto per questo, che pure conta; ma perché la grande maggioranza di quei manifestanti - moderati o estremisti che fossero - hanno in testa un'altra idea della politica: non credono che la rivoluzione - usiamo questa parola così alta e impegnativa - possa dipendere dal tagliare o meno una o due o dieci teste di economisti, per vicini che essi possano essere al potere». Alcuni - come Marco Revelli, ad esempio - ritengono che la sinistra e anche il movimento debba ancora fare molto per liberarsi dell' idea della politica come forza e, quindi, come violenza. Lo dico in modo brutale: c'è ancora nella sinistra un'idea della politica come "presa del potere", come violenza che può sostenere oggi, anche inconsapevolmente, le azioni dei terroristi e creare una pericolosa via d'uscita per minime porzioni del movimento? E' un'idea con cui la sinistra, dopo gli anni di piombo e addirittura dopo il 1989, non ha saputo fare i conti lasciando nella sua cultura quel sedimento distruttivo che ancora alimenta gli assassini della stella a cinque punte per quanto pochi, disperati e fantasmi essi possano essere. «Non sono d' accordo. Circa il rapporto tra politica, "presa del potere" e violenza, c'è un discorso ben più articolato da fare, e riguarda tutta la storia politica del Novecento, compreso Carl Schmitt. E sulla violenza, la riflessione della sinistra, con tutti i suoi limiti, è cominciata ben prima dell' 89. Io faticai molto ad accettare che i brigatisti rossi degli anni Settanta fossero comunisti». Perché? Lo dichiaravano. «Faticavo perché mi ero formato sulla convinzione che per abbattere il capitalismo, e soprattutto per costruire la nuova società socialista non valesse colpire il singolo, ma colpire il potere costituito e costruirne un altro. E ciò chiedeva un' azione collettiva, anche e soprattutto quando si giungeva all' urto decisivo: a quello che simbolicamente - e avendo in mente i film del grande cinema sovietico - si chiamava il mitico "assalto al palazzo d' inverno". Non mi è mai passato nella mente - anche quando agivo nel pieno della Resistenza italiana - di uccidere Agnelli e, nemmeno nel periodo della cospirazione, di attentare alla vita di Mussolini». E che cosa accadde quando vide "brigatisti" comunisti uccidere in nome della rivoluzione? «Respinsi a lungo, dentro di me, l'ipotesi che fossero veramente "rossi" o rivoluzionari che sbagliavano. Di quegli anni, ho nitido il ricordo di una discussione privata che ebbi con mia moglie. Mi sembra, all'indomani della morte di Mara Cagol. Mia moglie era comunista come me, e come me aveva partecipato alla lotta di Resistenza. Laura ha avuto il fratello incarcerato a Civitavecchia, e amici finiti in manette già prima del 25 luglio. Aveva partecipato alla cospirazione ed era scesa in lotta nella difficile Resistenza romana. Ma non condivideva il mio giudizio. Obiettò subito: "... dici così perché questi "brigatisti" non corrispondono all' immagine dei comunisti che hai nella tua testa. E invece no, si può essere comunisti in vari modi. Tu vedi solo dei comunisti uguali a te..."». E aveva ragione? «Aveva ragione. Io muovevo dalla lezione che avevo assorbito dall' inizio della mia esperienza cospirativa: avevo ostinatamente in testa la lotta di massa, l'azione collettiva della classe. Ricordo la distanza enorme che sentivamo verso le bombe e gli attentati degli anarchici; non solo perché sparavano e uccidevano, ma perché agivano da singoli e colpivano il singolo. E noi invece volevamo colpire la classe capitalista. Durante decenni e decenni di militanza comunista, ripeto, non mi è mai passato in mente il progetto di assassinare Agnelli e nemmeno Mussolini o Hitler. Non era per umanitarismo. Hitler mi appariva un potere collettivo, l'espressione di una classe. Bisognava contrapporre a ciò un altro potere collettivo e solo ciò poteva veramente sconfiggerlo. Questo era il grande compito per cui impegnarsi e attrezzarsi. Il resto per me, allora, era sbagliato e deviante. Mi fu oltremodo chiaro dinanzi alla tragedia di Moro». Quale fu la sua posizione in quei 55 giorni? «Fui sempre contro la trattativa con i "brigatisti"... Non per disciplina rispetto alla decisione del mio partito, ma perché avevo questa idea della politica. Ero presidente della Camera e potevo essere nel mirino anche io. Scrissi una lettera per mia moglie in cui esigevo, se fossi caduto nelle mani dei "brigatisti", di respingere ogni "scambio" che mi riguardasse, anche se io dal carcere brigatista l' avessi invocato, cedendo alla paura della morte. Ricordo quella mattina del marzo '78, quando stava per aprirsi il dibattito difficile sul nuovo governo Andreotti. E invece, alle 9,20 (mi sembra), nel mio ufficio mi giunse come un fulmine la telefonata di Cossiga che mi annunciava il rapimento di Moro e gli assassinii di via Fani. Da quel momento ebbi solo un assillo: che ci fosse presto, al più presto, un governo riconosciuto alla testa del Paese. E perciò, in aula, feci tutto ciò che era nelle mie possibilità per condurre a rapida conclusione quella seduta della Camera che doveva varare il nuovo governo. Ugo La Malfa, per questo, mi rimbrottò». Questa era la sua riflessione, ma come giudica la riflessione collettiva che la sinistra fece di quegli avvenimenti? «Penso che sui "brigatisti" degli anni Settanta ci sia stata a sinistra una riflessione vasta e assai articolata: sulla scia dell' obiettivo "rivoluzionario", e anche sul "leninismo", sull'idea che esso ha del potere e sugli errori fatali che segnarono il suo cammino. E non a caso il tempo dei brigatisti rossi è anche l'epoca in cui comincia a precipitare il collasso dell'Urss, finisce nel fango l'aggressione sovietica all'Afghanistan e riparte l'offensiva vittoriosa del capitalismo occidentale sotto la guida di Reagan e della Thatcher». Il leninismo, per quanto possa sembrare paradossale, è ancora vivo nei documenti delle Br di oggi. Le chiedo: la logica delle guerra può ancora attecchire, far proseliti? Esiste questo pericolo? «Non è certo il "movimento dei movimenti" - per ricorrere qui all' interessante intervista rilasciata a voi domenica da Fausto Bertinotti - a dover rispondere a questa domanda. Non c' è dubbio che il problema delle armi e dell' uccidere in politica torna oggi in una dimensione grave e grande. Ma è un problema che non interpella il "movimento", ma il capo della più grande potenza del mondo, che assume come pubblico obiettivo - e lo proclama e santifica dinanzi al mondo - la strategia della "guerra preventiva". È su questa "santificazione" delle armi come "prevenzione" salvifica e cuore della politica che bisogna riflettere, perché questa strategia riporta sulla cima degli altari la "guerra": questa parola sempre terribile, ma che oggi rimanda e ha a sua disposizione mezzi inauditi, messi alla prova finora solo in parte piccolissima. Questo mi allarma più della Lioce, e riguarda processi e delitti assai più grandi. E forse fornisce a quel pugno di neo-brigatisti pretesti stupidi per le loro povere farneticazioni. Posso anche sbagliarmi, ma queste farneticazioni non inquineranno o infetteranno un movimento che mi sembra abbia compiuto, in anni difficili, il faticoso cammino di un pacifismo, oggi consapevole che l'identificazione della politica con la guerra - nell'era ormai dell' atomica - è stato il disastro del mio secolo».
Pietro Ingrao, 88 anni, leader storico della sinistra, è stato presidente della Camera all'epoca del sequestro Moro.
il documentario su "Buongiorno, notte" a Firenze
STATION TO STATION
Acid jazz con Taylor Bellocchio secondo Incerti
una intervista al regista, Stefano Incerti, leggibile anche in un post precedente e segnalata da Annalina Ferrante e Carmine Russo è disponibile in originale QUI
la superstar dell´organo Hammond è di nuovo tra noi: James Taylor è ospite stasera di «Station to Station» alla Leopolda (ore 22, ingresso libero) con il suo Quartet che in realtà annovera ben più di quattro musicisti, ma è una vera e propria big band all´insegna del funk e dell´acid jazz. La formazione ha 18 album alle spalle e alcuni classici rivisitati di colonne sonore anni Sessanta e Settanta come Mission Impossible e Starsky & Hutch. A seguire, Ninfa dj che, dopo una militanza in cultband come Gli Avvoltoi e Gli sciacalli si è data alla consolle confezionando compilation vintage di gran successo come Mo´plen, Ninfadelica e La Douce Party che hanno gettato le basi dello spaghetti lounge. Alle 20, proiezione di "Stessa rabbia stessa primavera" di Stefano Incerti: più che un backstage dell'ultimo film di Bellocchio "Buongiorno notte", dedicato al sequestro Moro, è un ritratto del regista tra vita, cinema e politica.
da La Stampa di lunedì 3.11.03
(segnalato da Annalina Ferrante)
LA STAMPA, 3 NOVEMBRE 2003
PAROLAIO
di Pierluigi Battista
BUONANOTTE, GIORNO. Mai darsi la colpa. Mai ammettere i propri errori, debolezze, insufficienze, inadeguatezze. Mai riconoscere di aver fabbricato un prodotto mediocre e di essersi meritato un eventuale insuccesso. E invece immaginare complotti, cospirazioni, conventicole da parte degli altri, tutti malvagi. Il regista Renzo Martinelli, per esempio. Artefice di film di ottima fattura, come Vajont per esempio, Martinelli ha da poco fatto uscire un film sul caso Moro, Piazza delle cinque lune, imbottito di banalità dietrologiche. Un insuccesso. Sempre sul caso Moro è invece uscito il film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte, problematico, stimolante, intelligente, curioso, che invece ha fatto molto scalpore. Come mai questa differenza di trattamento? Martinelli, riferisce l’Unità, ha in mente una risposta: il film di Bellocchio «è stato straordinariamente sostenuto dai media». E dunque ecco la domanda maliziosa e insinuante del regista: «Perché quel silenzio e poi tanto sostegno?». Già, perché? La domanda di Martinelli induce a pensare che la colpa sia dei media che hanno sostenuto il film rivale e penalizzato il proprio. Un grande complotto, appunto, per azzittire una voce come al solito scomoda, come sempre fuori dal coro, come è ovvio controcorrente. E se invece il film di Bellocchio fosse, semplicemente, più bello e fatto meglio?
IERI E OGGI. Effettivamente Giampaolo Pansa, che ha ricevuto una gragnuola di colpi bassi semplicemente per aver scritto, infrangendo un tabù, un libro urticante come Il sangue dei vinti, dovrebbe spiegare perché in un passato nemmeno tanto lontano lui non era stato tanto solidale con chi, avendo scoperchiato un capitolo imbarazzante del dopo 25 aprile, subì un trattamento non proprio gradevole. Ha scritto infatti sul Foglio Otello Montanari, il partigiano di Reggio Emilia che nel ‘90 esortò i testimoni ancora vivi del «triangolo della morte» a raccontare tutta la verità («chi sa, parli»), che in quell’occasione Pansa iniziò un articolo sull’Espresso: «Ma sì, diciamolo: questo Otello Montanari, il comunista che ha scatenato il terremoto di Reggio Emilia è un’ottima persona, però si è comportato da fesso d’oro». E poi: «Senza rendersi conto che maneggiava dinamite, ha fatto scoppiare dentro il suo partito una bomba micidiale e adesso il traballante edificio del Pci rischia di sprofondare tra nuove macerie. Dio scampi e liberi il Pci da dirigenti così ingenui visto che la Cosa di Occhetto, se nascerà, dovrà camminare lungo un percorso di guerra frequentato da lupi». Davvero c’era bisogno di tanto sarcasmo? E non bisognerebbe chiedere scusa a un partigiano che, in fondo, stava semplicemente raccontando la verità senza badare al cui prodest?
ROSA IN PUGNO. Dai radicali, trasgressivi ma serissimi, era difficile aspettarselo. E invece, mentre il partito celebra il suo congresso, sul Foglio si dà conto di punzecchiature goliardiche e battutacce da osteria. Si scrive infatti che «Daniele Capezzone rilancerà i rapporti con i neocon americani (che i più critici nel partito, sbuffando, chiamano neocoions)». «Neocoions»? Radicalmente e sbuffando: non avrebbero potuto trovare un’altra definizione?
DIRITTI D’AUTORE. Guerra di attribuzione a sinistra. Sulla scia delle polemiche che hanno accompagnato l’uscita del nuovo libro di Ferdinando Adornato, si è voluto riesumare una battuta nata all’indomani della uscita di un altro libro di Adornato Oltre la sinistra. Infatti, la leggenda vuole, e la accredita anche Gianfranco Morra su Libero, che «quando Adornato gli mandò il libro, Massimo D’Alema gli scrisse: “Caro Ferdinando, oltre la sinistra non c’è che la destra”». Ora, si dà il caso che sull’ultimo numero di Sette, Rina Gagliardi di Liberazione è intervenuta sull’ultima fatica di Adornato ricordando di avere scritto tanti anni fa che «oltre la sinistra non c’è che la destra». Scripta manent e infatti la Gagliardi scrisse proprio così. Ma allora, D’Alema rubò la battuta alla Gagliardi? O la Gagliardi regalò generosamente la battuta da lei coniata a D’Alema? Urge commissione parlamentare d’inchiesta, possibilmente bipartisan, oltre la sinistra e pure la destra.
CENSURA. In un articolo uscito su Repubblica e dedicato alla terribile carestia «artificiale» con cui Stalin volle punire e sterminare i contadini di Ucraina, Paolo Rumiz ricorda che su questo terribile tema ci sia stata una potente autocensura che ha impedito di studiare quell’episodio in cui morirono milioni di persone, tra cui un’infinità di bambini. E Rumiz ricorda: qualche anno fa «il capolavoro di Robert Conquest - Harvest of Sorrow (Raccolto di dolore) - già tradotto in italiano, non fu mai pubblicato “per cause non del tutto chiare” e solo oggi viene recuperato da Liberal Libri». Ora, è già uno scandalo che un capolavoro di Conquest sia stato censurato e nascosto. Ma quali sarebbero queste «cause non del tutto chiare»? Cosa è accaduto esattamente?
LUI. Nessuna traccia di egotismo, egocentrismo, egolatria, narcisismo, autoesaltazione, negli esempi addotti da Massimo Fini in un editoriale su Linea a proposito dell’odio diffuso nella lotta politica italiana. Scrive Fini: «in passato ci sono state polemiche personali violentissime (mi ricordo tra le altre quelle fra Papini ed Emilio Cecchi o fra Flaiano e Brera o fra Giorgio Bocca e me». Me.
LA STAMPA, 3 NOVEMBRE 2003
PAROLAIO
di Pierluigi Battista
BUONANOTTE, GIORNO. Mai darsi la colpa. Mai ammettere i propri errori, debolezze, insufficienze, inadeguatezze. Mai riconoscere di aver fabbricato un prodotto mediocre e di essersi meritato un eventuale insuccesso. E invece immaginare complotti, cospirazioni, conventicole da parte degli altri, tutti malvagi. Il regista Renzo Martinelli, per esempio. Artefice di film di ottima fattura, come Vajont per esempio, Martinelli ha da poco fatto uscire un film sul caso Moro, Piazza delle cinque lune, imbottito di banalità dietrologiche. Un insuccesso. Sempre sul caso Moro è invece uscito il film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte, problematico, stimolante, intelligente, curioso, che invece ha fatto molto scalpore. Come mai questa differenza di trattamento? Martinelli, riferisce l’Unità, ha in mente una risposta: il film di Bellocchio «è stato straordinariamente sostenuto dai media». E dunque ecco la domanda maliziosa e insinuante del regista: «Perché quel silenzio e poi tanto sostegno?». Già, perché? La domanda di Martinelli induce a pensare che la colpa sia dei media che hanno sostenuto il film rivale e penalizzato il proprio. Un grande complotto, appunto, per azzittire una voce come al solito scomoda, come sempre fuori dal coro, come è ovvio controcorrente. E se invece il film di Bellocchio fosse, semplicemente, più bello e fatto meglio?
IERI E OGGI. Effettivamente Giampaolo Pansa, che ha ricevuto una gragnuola di colpi bassi semplicemente per aver scritto, infrangendo un tabù, un libro urticante come Il sangue dei vinti, dovrebbe spiegare perché in un passato nemmeno tanto lontano lui non era stato tanto solidale con chi, avendo scoperchiato un capitolo imbarazzante del dopo 25 aprile, subì un trattamento non proprio gradevole. Ha scritto infatti sul Foglio Otello Montanari, il partigiano di Reggio Emilia che nel ‘90 esortò i testimoni ancora vivi del «triangolo della morte» a raccontare tutta la verità («chi sa, parli»), che in quell’occasione Pansa iniziò un articolo sull’Espresso: «Ma sì, diciamolo: questo Otello Montanari, il comunista che ha scatenato il terremoto di Reggio Emilia è un’ottima persona, però si è comportato da fesso d’oro». E poi: «Senza rendersi conto che maneggiava dinamite, ha fatto scoppiare dentro il suo partito una bomba micidiale e adesso il traballante edificio del Pci rischia di sprofondare tra nuove macerie. Dio scampi e liberi il Pci da dirigenti così ingenui visto che la Cosa di Occhetto, se nascerà, dovrà camminare lungo un percorso di guerra frequentato da lupi». Davvero c’era bisogno di tanto sarcasmo? E non bisognerebbe chiedere scusa a un partigiano che, in fondo, stava semplicemente raccontando la verità senza badare al cui prodest?
ROSA IN PUGNO. Dai radicali, trasgressivi ma serissimi, era difficile aspettarselo. E invece, mentre il partito celebra il suo congresso, sul Foglio si dà conto di punzecchiature goliardiche e battutacce da osteria. Si scrive infatti che «Daniele Capezzone rilancerà i rapporti con i neocon americani (che i più critici nel partito, sbuffando, chiamano neocoions)». «Neocoions»? Radicalmente e sbuffando: non avrebbero potuto trovare un’altra definizione?
DIRITTI D’AUTORE. Guerra di attribuzione a sinistra. Sulla scia delle polemiche che hanno accompagnato l’uscita del nuovo libro di Ferdinando Adornato, si è voluto riesumare una battuta nata all’indomani della uscita di un altro libro di Adornato Oltre la sinistra. Infatti, la leggenda vuole, e la accredita anche Gianfranco Morra su Libero, che «quando Adornato gli mandò il libro, Massimo D’Alema gli scrisse: “Caro Ferdinando, oltre la sinistra non c’è che la destra”». Ora, si dà il caso che sull’ultimo numero di Sette, Rina Gagliardi di Liberazione è intervenuta sull’ultima fatica di Adornato ricordando di avere scritto tanti anni fa che «oltre la sinistra non c’è che la destra». Scripta manent e infatti la Gagliardi scrisse proprio così. Ma allora, D’Alema rubò la battuta alla Gagliardi? O la Gagliardi regalò generosamente la battuta da lei coniata a D’Alema? Urge commissione parlamentare d’inchiesta, possibilmente bipartisan, oltre la sinistra e pure la destra.
CENSURA. In un articolo uscito su Repubblica e dedicato alla terribile carestia «artificiale» con cui Stalin volle punire e sterminare i contadini di Ucraina, Paolo Rumiz ricorda che su questo terribile tema ci sia stata una potente autocensura che ha impedito di studiare quell’episodio in cui morirono milioni di persone, tra cui un’infinità di bambini. E Rumiz ricorda: qualche anno fa «il capolavoro di Robert Conquest - Harvest of Sorrow (Raccolto di dolore) - già tradotto in italiano, non fu mai pubblicato “per cause non del tutto chiare” e solo oggi viene recuperato da Liberal Libri». Ora, è già uno scandalo che un capolavoro di Conquest sia stato censurato e nascosto. Ma quali sarebbero queste «cause non del tutto chiare»? Cosa è accaduto esattamente?
LUI. Nessuna traccia di egotismo, egocentrismo, egolatria, narcisismo, autoesaltazione, negli esempi addotti da Massimo Fini in un editoriale su Linea a proposito dell’odio diffuso nella lotta politica italiana. Scrive Fini: «in passato ci sono state polemiche personali violentissime (mi ricordo tra le altre quelle fra Papini ed Emilio Cecchi o fra Flaiano e Brera o fra Giorgio Bocca e me». Me.
sulla Cina
citato un antico film di Marco Bellocchio
Repubblica 5.11.03
Come è possibile che un paese comunista dia vita a una forma di capitalismo sfrenato?
Mao è sempre sugli altari, ma a trionfare sono le risorte idee di Confucio
UN PAESE VITALE E CONTRADDITTORIO MINACCIA L´OCCIDENTE?
dal nostro inviato Bernardo Valli
PECHINO. LA CINA suscita da secoli, a fasi alterne, una straordinaria varietà di sentimenti: rispetto, timore, affetto, rifiuto, ammirazione, sospetto. Accende facilmente le passioni occidentali. Le preziose esperienze individuali, come gli inevitabili giudizi generici, sfiorano appena, il più delle volte, una realtà ampia e composita.
Anche ai nostri giorni, come nel millennio scorso, assistiamo all'entusiasmo di chi scopre la Cina, ne esalta gli straordinari progressi e vi vede un immenso, appetitoso mercato; e al contempo assistiamo alla paura di chi la vorrebbe invece isolare, perché sleale concorrente dei nostri prodotti e imminente potenza mondiale di cui diffidare. È rituale lo spettacolo dell'imprenditore occidentale che, sulle sponde del fiume Huangpu, davanti ai grattacieli di Pudong, a Shanghai, o all'ombra del ritratto di Mao Zedong, a Pechino, si abbandona a un incondizionato elogio del miracolo cinese. Ed è altrettanto rituale la denuncia assoluta, senza appello, delle violazioni dei diritti dell'uomo e delle disuguaglianze economiche, in particolare tra città e campagne. Disparità attribuite al connubio tra il carattere totalitario del comunismo ufficiale e il liberismo del rampante capitalismo reale. L'equazione è insolita: è il primo, il comunismo politico, a promuovere il nuovo corso economico, a favorire l'esatto opposto della sua ideologia originaria.
Per illustrare l´atteggiamento occidentale verso la Cina, un rispettabile sinologo, Jonathan D. Spence, cita come esemplare il colloquio tra Kublai Khan e Marco Polo immaginato da Italo Calvino in "Le Città Invisibili". Dopo avere ascoltato le straordinarie descrizioni del viaggiatore veneziano, il capo mongolo diventato imperatore cinese gli chiede se una volta ritornato in patria ripeterà alla sua gente i racconti di quel che ha visto. Marco Polo non risponde direttamente alla domanda. Dice che serve a poco parlare, perché tanto chi ascolta recepisce soltanto le parole che si aspetta. Chi comanda è l'orecchio, non la voce. Questo vale spesso anche per la Cina d´oggi. Ognuno vi legge quel che vuole.
La Cina può apparire, in verità, enigmatica, e, al tempo stesso, molto più a portata di mano, più decifrabile, di quando Marco Bellocchio la definiva tale nel titolo di un suo film, rimasto emblematico dell´epoca maoista: La Cina è vicina. Oggi è senz'altro più vicina di quanto sia mai stata, ma non per questo ci risparmia le sorprese. Ci lascia perplessi o affascinati. Spesso in bilico tra questi due stati d'animo. La metamorfosi del regime è senza precedenti. È una trasformazione da collocare anzitutto nel tempo per capirne l´eccezionalità. Essa si svolge con successo, ed è tutt'altro che finita. Il galoppo trionfale continua, travolgendo i pronostici negativi di legioni di esperti, più di dieci anni dopo il crollo del comunismo nell'Unione Sovietica e nell'Europa orientale. Prosegue senza frenare lo slancio un quarto di secolo dopo lo storico terzo plenum dell´undicesimo Comitato Centrale, che dette il via al nuovo corso. Il plenum che, alla fine del 1978, sotto l'impulso di Deng Xiaoping, riconobbe di fatto il fallimento del sistema economico maoista (il Grande Timoniere era morto da appena due anni) e la necessità di lasciare un certo margine di iniziativa al libero mercato, attraverso riforme economiche rivelatesi di un'audacia mai vista in un paese che si dichiara ancora con solennità marxista-leninista.
La Cina resta infatti una Repubblica popolare in cui le redini del potere sono nelle mani di un partito comunista che si identifica ufficialmente in una ideologia e funziona attraverso strutture in larga parte ereditate da Lenin e da Stalin. Il Paese si modernizza a una velocità che mozza il fiato, sviluppa sempre di più l'economia di mercato, importa capitali e metodi di gestione occidentali, cambia i paesaggi urbani ispirandosi ai modelli americani, e a questi stessi modelli adegua non trascurabili aspetti della vita quotidiana, ma conserva un sistema politico che figura già nella storia come un fallimento. Si definiscono ancora comunisti paesi come la Corea del Nord, il Vietnam e Cuba. Ma, pur essendo assai diversi tra di loro, non mi sembra che essi abbiano, in quanto tali, un futuro radioso. La situazione del Vietnam non è certo paragonabile a quella disperata, angosciosa, della Corea del Nord. Nulla è tuttavia comparabile alla crescita economica cinese, cominciata negli anni Ottanta; e al conseguente miglioramento del livello di vita della popolazione, nonostante lo scarto sempre più ampio tra città e campagna. Uno scarto, in favore delle città, che sottolinea il rovesciamento provocato dal nuovo corso rispetto al maoismo originale, che enfatizzava il ruolo della campagna.
Oggi è come se ci fossero due Cine: quella urbana in piena espansione e quella contadina alle sue porte, nell'attesa di usufruire un giorno dei vantaggi che le sono negati. Molte restrizioni che impedivano la mobilità sono state formalmente abolite. Adesso milioni di persone si spostano da una provincia all´altra. Ma gli ostacoli indiretti che impediscono o frenano l'inurbamento della popolazione rurale (in cui si valuta a trecento milioni il numero dei disoccupati) sono tuttora numerosi: ad esempio la mancanza di abitazioni, l´esclusione da ogni forma di assistenza, l'alto costo per ottenere i permessi di lavoro e di residenza ("huku"), l´impossibilità di ottenere crediti.... In un regime nato da una rivoluzione che aveva come obiettivo l'uguaglianza, le disuguaglianze sono profonde. Vi sono uomini e donne ammessi con pieni diritti nella città; ve ne sono altri che vi vivono in modo precario, senza diritti, a titolo provvisorio; ed altri ancora, la stragrande maggioranza, che sono tenuti ai margini. Esclusi. La riserva di mano d'opera è immensa. Quel che un giorno potrebbe essere il detonatore di una rivolta sociale, tra città e campagne, oggi rappresenta un incalcolabile vantaggio per i meccanismi produttivi. Non c'è mercato del lavoro più flessibile di quello cinese. Ma va anche ricordato che nell'ultimo quarto di secolo, da quando il comunismo cinese, pur restando "leninista", ha imboccato la strada di un suo specifico capitalismo, circa quattrocento milioni di cinesi sono stati strappati alla povertà o alla miseria. Poco meno di uno su tre.
Il ritratto di Mao Zedong domina sempre la piazza della Pace Celeste, la Tienanmen, dove sorge anche il mausoleo in cui si trova il suo corpo imbalsamato, ma il pensiero emergente, anzi che riemerge, è un altro. È quello che si ispira a Confucio: il filosofo della tradizione, della saggezza e dell´obbedienza, che Mao, cercando di dominare la storia, strappò dalla profondità dei secoli per avere un rivale degno della propria grandezza. Un rivale-simbolo dell´antica Cina da abbattere. Mao è sempre sugli altari ma a trionfare è l'essenza delle risorte idee di Confucio. Del quale non ci sono immagini sulle mura della Città proibita.
I riti e il linguaggio del partito comunista restano, immutabili, come se fossero un ancoraggio. Fanno pensare a quello che era un tempo il latino nella Chiesa cattolica. Non si tratta soltanto di una fedeltà alle origini. Se quei riti cessassero forse crollerebbe il partito stesso. La loro sopravvivenza non impedisce di praticare una politica, soprattutto economica, che va nella direzione opposta. Più che una contraddizione può apparire una prova di saggezza. L'Unione Sovietica è naufragata perché tentò una riforma politica che spezzò la sua spina dorsale, il partito. Fu un suicidio. La Cina riforma invece l'economia ma non tocca il partito. Il cui potere tuttavia cambia sotto la pressione dell´economia. La sua influenza sulla società non è infatti più quella di un tempo. Non interviene più, non è più onnipresente, nella vita quotidiana degli individui. I quali non sono più ossessionati dai suoi controlli. Possono ignorarlo, e concentrarsi sui propri affari, e trovare dei mezzi di sussistenza fuori dai circuiti ufficiali. Questo non significa che possono ignorare del tutto lo Stato-Partito, poiché la burocrazia resta onnipresente e senza una protezione o una mancia è difficile ottenere i permessi indispensabili. Ma in generale si può sfuggire alla vita politica. Benché il sistema giudiziario si sia sviluppato e modernizzato, non esiste nessuna istituzione giuridica che possa avere un ruolo di freno, o di contrappeso, al potere dello Stato-Partito.
Aldilà dei condizionamenti della nostra logica, possiamo scoprire anche noi un chiaro filo conduttore, una coerenza, in quelli che a noi sembrano enigmi e paradossi. Non è forse il partito una dinastia che sceglie e cambia strategia, nell´interesse dell´impero? E lo fa senza rinnegare le proprie origini: che sono quelle di una rivoluzione anzitutto nazionale. I riti? Quelli imperiali, nella Città proibita non cambiavano mai, o molto di rado.
Come è possibile che un paese comunista dia vita a una forma di capitalismo sfrenato?
Mao è sempre sugli altari, ma a trionfare sono le risorte idee di Confucio
UN PAESE VITALE E CONTRADDITTORIO MINACCIA L´OCCIDENTE?
dal nostro inviato Bernardo Valli
PECHINO. LA CINA suscita da secoli, a fasi alterne, una straordinaria varietà di sentimenti: rispetto, timore, affetto, rifiuto, ammirazione, sospetto. Accende facilmente le passioni occidentali. Le preziose esperienze individuali, come gli inevitabili giudizi generici, sfiorano appena, il più delle volte, una realtà ampia e composita.
Anche ai nostri giorni, come nel millennio scorso, assistiamo all'entusiasmo di chi scopre la Cina, ne esalta gli straordinari progressi e vi vede un immenso, appetitoso mercato; e al contempo assistiamo alla paura di chi la vorrebbe invece isolare, perché sleale concorrente dei nostri prodotti e imminente potenza mondiale di cui diffidare. È rituale lo spettacolo dell'imprenditore occidentale che, sulle sponde del fiume Huangpu, davanti ai grattacieli di Pudong, a Shanghai, o all'ombra del ritratto di Mao Zedong, a Pechino, si abbandona a un incondizionato elogio del miracolo cinese. Ed è altrettanto rituale la denuncia assoluta, senza appello, delle violazioni dei diritti dell'uomo e delle disuguaglianze economiche, in particolare tra città e campagne. Disparità attribuite al connubio tra il carattere totalitario del comunismo ufficiale e il liberismo del rampante capitalismo reale. L'equazione è insolita: è il primo, il comunismo politico, a promuovere il nuovo corso economico, a favorire l'esatto opposto della sua ideologia originaria.
Per illustrare l´atteggiamento occidentale verso la Cina, un rispettabile sinologo, Jonathan D. Spence, cita come esemplare il colloquio tra Kublai Khan e Marco Polo immaginato da Italo Calvino in "Le Città Invisibili". Dopo avere ascoltato le straordinarie descrizioni del viaggiatore veneziano, il capo mongolo diventato imperatore cinese gli chiede se una volta ritornato in patria ripeterà alla sua gente i racconti di quel che ha visto. Marco Polo non risponde direttamente alla domanda. Dice che serve a poco parlare, perché tanto chi ascolta recepisce soltanto le parole che si aspetta. Chi comanda è l'orecchio, non la voce. Questo vale spesso anche per la Cina d´oggi. Ognuno vi legge quel che vuole.
La Cina può apparire, in verità, enigmatica, e, al tempo stesso, molto più a portata di mano, più decifrabile, di quando Marco Bellocchio la definiva tale nel titolo di un suo film, rimasto emblematico dell´epoca maoista: La Cina è vicina. Oggi è senz'altro più vicina di quanto sia mai stata, ma non per questo ci risparmia le sorprese. Ci lascia perplessi o affascinati. Spesso in bilico tra questi due stati d'animo. La metamorfosi del regime è senza precedenti. È una trasformazione da collocare anzitutto nel tempo per capirne l´eccezionalità. Essa si svolge con successo, ed è tutt'altro che finita. Il galoppo trionfale continua, travolgendo i pronostici negativi di legioni di esperti, più di dieci anni dopo il crollo del comunismo nell'Unione Sovietica e nell'Europa orientale. Prosegue senza frenare lo slancio un quarto di secolo dopo lo storico terzo plenum dell´undicesimo Comitato Centrale, che dette il via al nuovo corso. Il plenum che, alla fine del 1978, sotto l'impulso di Deng Xiaoping, riconobbe di fatto il fallimento del sistema economico maoista (il Grande Timoniere era morto da appena due anni) e la necessità di lasciare un certo margine di iniziativa al libero mercato, attraverso riforme economiche rivelatesi di un'audacia mai vista in un paese che si dichiara ancora con solennità marxista-leninista.
La Cina resta infatti una Repubblica popolare in cui le redini del potere sono nelle mani di un partito comunista che si identifica ufficialmente in una ideologia e funziona attraverso strutture in larga parte ereditate da Lenin e da Stalin. Il Paese si modernizza a una velocità che mozza il fiato, sviluppa sempre di più l'economia di mercato, importa capitali e metodi di gestione occidentali, cambia i paesaggi urbani ispirandosi ai modelli americani, e a questi stessi modelli adegua non trascurabili aspetti della vita quotidiana, ma conserva un sistema politico che figura già nella storia come un fallimento. Si definiscono ancora comunisti paesi come la Corea del Nord, il Vietnam e Cuba. Ma, pur essendo assai diversi tra di loro, non mi sembra che essi abbiano, in quanto tali, un futuro radioso. La situazione del Vietnam non è certo paragonabile a quella disperata, angosciosa, della Corea del Nord. Nulla è tuttavia comparabile alla crescita economica cinese, cominciata negli anni Ottanta; e al conseguente miglioramento del livello di vita della popolazione, nonostante lo scarto sempre più ampio tra città e campagna. Uno scarto, in favore delle città, che sottolinea il rovesciamento provocato dal nuovo corso rispetto al maoismo originale, che enfatizzava il ruolo della campagna.
Oggi è come se ci fossero due Cine: quella urbana in piena espansione e quella contadina alle sue porte, nell'attesa di usufruire un giorno dei vantaggi che le sono negati. Molte restrizioni che impedivano la mobilità sono state formalmente abolite. Adesso milioni di persone si spostano da una provincia all´altra. Ma gli ostacoli indiretti che impediscono o frenano l'inurbamento della popolazione rurale (in cui si valuta a trecento milioni il numero dei disoccupati) sono tuttora numerosi: ad esempio la mancanza di abitazioni, l´esclusione da ogni forma di assistenza, l'alto costo per ottenere i permessi di lavoro e di residenza ("huku"), l´impossibilità di ottenere crediti.... In un regime nato da una rivoluzione che aveva come obiettivo l'uguaglianza, le disuguaglianze sono profonde. Vi sono uomini e donne ammessi con pieni diritti nella città; ve ne sono altri che vi vivono in modo precario, senza diritti, a titolo provvisorio; ed altri ancora, la stragrande maggioranza, che sono tenuti ai margini. Esclusi. La riserva di mano d'opera è immensa. Quel che un giorno potrebbe essere il detonatore di una rivolta sociale, tra città e campagne, oggi rappresenta un incalcolabile vantaggio per i meccanismi produttivi. Non c'è mercato del lavoro più flessibile di quello cinese. Ma va anche ricordato che nell'ultimo quarto di secolo, da quando il comunismo cinese, pur restando "leninista", ha imboccato la strada di un suo specifico capitalismo, circa quattrocento milioni di cinesi sono stati strappati alla povertà o alla miseria. Poco meno di uno su tre.
Il ritratto di Mao Zedong domina sempre la piazza della Pace Celeste, la Tienanmen, dove sorge anche il mausoleo in cui si trova il suo corpo imbalsamato, ma il pensiero emergente, anzi che riemerge, è un altro. È quello che si ispira a Confucio: il filosofo della tradizione, della saggezza e dell´obbedienza, che Mao, cercando di dominare la storia, strappò dalla profondità dei secoli per avere un rivale degno della propria grandezza. Un rivale-simbolo dell´antica Cina da abbattere. Mao è sempre sugli altari ma a trionfare è l'essenza delle risorte idee di Confucio. Del quale non ci sono immagini sulle mura della Città proibita.
I riti e il linguaggio del partito comunista restano, immutabili, come se fossero un ancoraggio. Fanno pensare a quello che era un tempo il latino nella Chiesa cattolica. Non si tratta soltanto di una fedeltà alle origini. Se quei riti cessassero forse crollerebbe il partito stesso. La loro sopravvivenza non impedisce di praticare una politica, soprattutto economica, che va nella direzione opposta. Più che una contraddizione può apparire una prova di saggezza. L'Unione Sovietica è naufragata perché tentò una riforma politica che spezzò la sua spina dorsale, il partito. Fu un suicidio. La Cina riforma invece l'economia ma non tocca il partito. Il cui potere tuttavia cambia sotto la pressione dell´economia. La sua influenza sulla società non è infatti più quella di un tempo. Non interviene più, non è più onnipresente, nella vita quotidiana degli individui. I quali non sono più ossessionati dai suoi controlli. Possono ignorarlo, e concentrarsi sui propri affari, e trovare dei mezzi di sussistenza fuori dai circuiti ufficiali. Questo non significa che possono ignorare del tutto lo Stato-Partito, poiché la burocrazia resta onnipresente e senza una protezione o una mancia è difficile ottenere i permessi indispensabili. Ma in generale si può sfuggire alla vita politica. Benché il sistema giudiziario si sia sviluppato e modernizzato, non esiste nessuna istituzione giuridica che possa avere un ruolo di freno, o di contrappeso, al potere dello Stato-Partito.
Aldilà dei condizionamenti della nostra logica, possiamo scoprire anche noi un chiaro filo conduttore, una coerenza, in quelli che a noi sembrano enigmi e paradossi. Non è forse il partito una dinastia che sceglie e cambia strategia, nell´interesse dell´impero? E lo fa senza rinnegare le proprie origini: che sono quelle di una rivoluzione anzitutto nazionale. I riti? Quelli imperiali, nella Città proibita non cambiavano mai, o molto di rado.
martedì 4 novembre 2003
la videcassetta dell'incontro con Marco Bellocchio
del 29.10.03 all'Università di Roma
del 29.10.03 all'Università di Roma
E' possibile prenotare la videocassetta dell'incontro
con Marco Bellocchio alla "Sapienza"
sul sito:
www.mawivideo.it
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