lunedì 26 gennaio 2004

ancora sulla religione americana

una segnalazione di Lucia Ianniello

Repubblica 26.1.04
NOI, LIBERI DI NON CREDERE
la religione degli americani/2

Ha lavorato al fianco del presidente Kennedy è considerato un eminente studioso di questioni internazionali Vede con preoccupazione l'uso strumentale che oggi si fa della religione
di ANTONIO MONDA


NEW YORK. Le finestre dell´appartamento di Arthur Schlesinger Jr. sono coperte dal ghiaccio generato dalla più grande ondata di gelo che si è abbattuta in America negli ultimi decenni, e la riflessione sul suo rapporto personale con la religione avviene in un ambiente che appare estremo nella realtà esterna e intimo nel rifugio della casa. Non sembra particolarmente interessato di sapere quali siano le altre persone che hanno accettato di discutere su questo tema, ma è incuriosito da un argomento «da cui è impossibile scappare». «Tempo fa non mi sarei aspettato che avrebbero chiesto proprio a me di parlare di un argomento del genere», mi dice dopo aver controllato le ultime notizie politiche internazionali, «ma mi rendo conto che quello che a volte ci sembra antico è in realtà eterno, e che ogni scelta politica nasce da convinzioni intime».
Ritiene che sia giusto che un governo abbia un´ispirazione religiosa?
«Dipende cosa si intende per ispirazione. Io ho un approccio laico e secolare, e personalmente mi troverei in forte disagio in un paese in cui la religione ha un ruolo centrale. La fede è un dato intimo, che deve rimanere tale. Questo ovviamente non significa che non creda nell´assoluta libertà di culto. Abbiamo visto troppe dittature in cui la religione è stata bandita. In molti di quei casi la religione finiva per identificarsi con la libertà».
Ritiene che in America un´ispirazione religiosa sia imprescindibile?
«Direi che è inevitabile. In questi ultimi tempi poi la religione ha acquisito un ruolo centrale, non so con quanta buona fede da coloro che ci governano. Credo nella separazione assoluta tra lo Stato e la Chiesa, e sono tra coloro che condividono ad esempio le recenti scelte fatte dal presidente Chirac. Un paese moderno deve garantire la libertà religiosa, ma, tanto per fare un esempio sotto gli occhi di tutti, bandire dalle scuole il velo portato dalle donne musulmane».
Qual è il limite tra ispirazione religiosa e fondamentalismo?
«I fondamentalisti credono in una interpretazione letterale del loro libro di culto. Questo è un fenomeno che negli Stati Uniti ha avuto caratteristiche meno dirompenti che in altri paesi, e certamente meno violenti. Basta pensare al fondamentalismo musulmano o Hindu. Tuttavia abbiamo avuto la nostra dose di orrori e di discriminazioni. Il fanatismo protestante dei paesi della cosiddetta Bible Belt si è caratterizzato per atteggiamenti antisemiti ed anticattolici. Ricordo in prima persona l´ostilità nei confronti di John Fitzgerald Kennedy, che riproponeva quanto era successo nel 1928 con Earl Smith, il primo candidato democratico cattolico, al quale venne preferito Hoover».
Ritiene che ai nostri giorni la situazione sia cambiata?
«Ricordo che nella mia gioventù i fondamentalisti cristiani erano considerati poco più che un´oscura setta. Oggi hanno stretto un´alleanza con la destra cattolica e la destra ebraica. Da un punto di vista politico si valuta che questa alleanza consenta di controllare circa il quaranta per cento dei voti, e non esito a dirle che la mia reazione è di inquietudine e sgomento».
Nel Discorso allo Stato dell´Unione, il presidente Bush ha fatto continui riferimenti alla religione, ed ha anche deciso di agevolare finanziariamente le associazioni religiose che si distinguono in opere di carità.
«I riferimenti a Dio non sono molto più numerosi di quelli che hanno fatto i suoi predecessori, ma nel caso di Bush, proprio per l´appoggio che egli ha da parte dei gruppi evangelici, assumono un rilievo particolare. Riguardo alle agevolazioni finanziarie, chi pratica la carità compie ovviamente qualcosa di benemerito, ma colpisce l´esigenza di sottolinearlo in un discorso del genere».
C´è chi dipinge l´America come un paese che oscilla tra il puritanesimo ed il consumismo.
«Non bisogna mai confondere le degenerazioni di una realtà con la vera essenza di questa stessa realtà. Rigetto gli schematismi propagandistici, ma non voglio nascondermi il rischio».
Ritiene che gli Stati Uniti siano il luogo i cui si è realizzata la libertà religiosa o un paese in cui è dominante l´influenza calvinista?
«La libertà di culto che si gode negli Stati Uniti è tuttora un modello, ed i tragici conflitti che stiamo vivendo sono dovuti anche a questa caratteristica. Detto questo non si può negare l´influenza della cultura protestante ed in particolare del calvinismo, che ha influenzato la politica, la società e il capitalismo».
Può farmi un esempio di un politico che ha tratto giovamento dalla propria ispirazione religiosa?
«Se è vissuta con un approccio laico l´ispirazione religiosa non può che avere un effetto positivo. Non c´è presidente americano che non manifesti il proprio credo, e la domenica prima delle elezioni non sia immortalato mentre si reca a pregare con la famiglia. Io le rispondo con una battuta di Lincoln, che diceva: "l´Onnipotente ha i suoi scopi e le sue intenzioni"».
Mi faccia un esempio in negativo.
«Anche in questo caso sono restio a fare dei nomi. Le posso dire che non c´è nulla di più pericoloso di chi in politica è convinto di agire in nome di Dio. Mi è sempre piaciuta la definizione del fanatico data da Mr. Dooley, il personaggio inventato da Finley Peter Dunne: "Una persona che è sicura che Dio farebbe proprio quello che sta facendo lui se solo fosse a conoscenza dei fatti"».
Lei ha lavorato fianco a fianco con Kennedy, che fece scalpore anche per il fatto di essere il primo presidente cattolico.
«Devo dirle che non ho visto negli atti pubblici nulla che evidenziasse il suo credo. Da questo punto di vista eravamo simili: Kennedy manteneva la religione nella sfera intima».
Allora, Mr. Schlesinger: lei crede in Dio?
«No».
Come si definisce da un punto di vista religioso?
«Un agnostico».
Mi parli della sua educazione religiosa.
«Sono cresciuto in una famiglia congregazionalista, che si è convertita alla dottrina unitaria quando si è trasferita a Cambridge. Io ho cominciato a non credere più nell´esistenza di Dio all´epoca del liceo».
Qual e stato il momento di svolta?
«La lettura di un libro che mi colpì in maniera irreversibile: An agnostic apology di Leslie Stephen. Oggi si tratta di un pensatore che non è studiato come meriterebbe, ed ai più è noto soprattutto per essere stato il padre di Virginia Woolf, ma l´influenza che ha avuto su molte persone della mia generazione è stata enorme, in particolare per quel libro e per il termine agnostico, che era stato coniato qualche anno prima da Thomas Huxley ma che fu Stephen a rendere un riferimento fondamentale nella cultura e nelle scelte personali».
Nei Fratelli Karamazov, Ivan dichiara con sgomento: «Se Dio non esiste è possibile tutto».
«E´ uno dei passaggi di Dostoevskij che mi hanno sempre turbato maggiormente, e che mi portano inevitabilmente a riflettere sul mistero dell´esistenza, e sulla presenza del bene e del male. Io voglio tuttavia dissentire: l´uomo è stato in grado di darsi le leggi e le regole della convivenza civile. E´ in grado di essere tollerante e di amare. Sono tra coloro che non vuole credere che l´assenza di Dio porti inevitabilmente alla tragedia, e non possiamo dimenticare che la storia dell´uomo ci ha insegnato che in nome di Dio sono stati commessi un´infinità di errori ed orrori».
Ma in quel caso si è trattato di fanatismi, e del tradimento di quello che per i credenti Dio ha comunicato all´uomo manifestandosi. Invece gli orrori di un mondo senza Dio sembrano nascere, come sostiene Dostoevskij, proprio dalla sua assenza.
«E´ una cosa su cui si deve certamente riflettere, mentre si lotta per affermare le regole di civiltà e tolleranza che l´uomo è in grado di darsi da solo».
Un credente potrebbe dirle che quelle regole e quella capacità di amare riflettono la scintilla del divino che è in ogni essere umano.
«Un agnostico come me sa di avere questi principi e questa tensione dentro di sé, e ha il dovere di perseguirli».
Come si pone un agnostico come lei di fronte alla morte?
«Non può esistere un paradiso senza un inferno. Ma io non credo in entrambe le cose. Io credo che la morte sia semplicemente la fine».

ma sarà vero?
(o Deirdre Bair non sarà magari un'analista junghiana?)

una segnalazione di Teresa Coltellese, Lucia Ianniello, Filippo Trojano

Corriere della Sera 26.1.04
Una biografia ricostruisce con documenti inediti la vita dell’allievo di Freud. E mostra la collaborazione con Allen Dulles
La spia Jung. Psicoanalisi al servizio degli Usa
dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO


WASHINGTON - E’ il 3 febbraio del 1943. David Bruce, il capo dello spionaggio Usa in Europa, riceve un dispaccio dell’agente 110 da Berna. "L’agente 488 - dice il dispaccio - riferisce che Hitler si nasconde in un bunker sotterraneo nella Prussia dell’Est e che chiunque voglia vederlo deve passare ai raggi X". L’agente 488, continua il dispaccio, "conosce bene i tratti psicopatici di Hitler e crede che adotterà le più disperate misure fino all’ultimo, ma non esclude che si suicidi". Il dispaccio esorta lo spionaggio americano "a prestare la massima attenzione alle analisi dell’agente 488 dei sinistri leader del nazismo tedesco e del fascismo italiano: il suo giudizio sulle loro possibili reazioni agli eventi mi è di grande aiuto nel valutare la situazione".
L’agente 110 è Allen Dulles, il fido di William Donovan (Bill il selvaggio), il fondatore dell’Oss, il servizio segreto Usa. L’agente 488 è Carl Gustav Jung, un maestro del pensiero europeo, l’ex "principe ereditario" di Sigmund Freud nel regno della psicoanalisi. La collaborazione degli agenti 110 e 488, vagamente nota ma di cui s’ignorava la profondità, è l’oggetto di un capitolo di una biografia affascinante di Deirdre Bair, già vincitrice del premio National per un’altra di Samuel Beckett e un’altra ancora di Simone de Beauvoir. Jung - così s’intitola il libro di quasi 900 pagine pubblicato da Little Brown - si rivolge innanzitutto agli studiosi, è la monumentale ricostruzione di una vita e un insegnamento straordinari. Ma apre anche uno squarcio inatteso sulle simpatie politiche del grande e discusso psicoanalista.
Come il filosofo tedesco Martin Heidegger, lo svizzero Jung, morto nel '61 all'età di 85 anni, fu accusato di antisemitismo e di collaborazionismo. Secondo i critici, il padre della teoria seminale dell’inconscio collettivo, che coniò termini celebri come "la nuova età", si prestò alla propaganda ariana. Bair lo contesta. E' vero, afferma, che Jung, forse per antagonismo a Freud, rilasciò dichiarazioni sulla "psicologia degli ebrei" che vennero strumentalizzate dai nazisti e che fino al '40 fu presidente della Società medica di psicoterapia da essi controllata. Ma in quella veste, "cercò di salvare i colleghi ebrei, li aiutò a iscriversi ad associazioni di altri Paesi per proteggerli e aiutò finanziariamente i pochi che riuscirono a riparare in Svizzera". Dulles lo giudicò "genuinamente ostile al nazismo e al fascismo".
Sulla base di documenti inediti e di interviste con i discendenti di Jung, Deirdre Bair ne ha ricostruito il percorso politico. Per qualche tempo, forse nell'illusione di potere influenzare gli eventi, scrive, Jung collabora con Matthias Heirich Goering, il cugino del gerarca Hermann Goering. Ma dal '18 Jung teme che "la bestia bionda si svegli e qualcosa accada in Germania" e l'ascesa di Hitler - e di Mussolini in Italia - glielo conferma.
L'incontro dei due leader a Berlino nel '37, incontro a cui assiste, aumenta il suo disagio. Sostiene la Bair: Jung, che ha accomunato il presidente americano Franklin Roosevelt ai due dittatori e a Stalin, si augura che la Germania venga divisa: a suo parere, sarebbe l'unico modo di preservare la pace in Europa. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Jung ha 65 anni, è malato. Nel '42, respinge la richiesta di un medico tedesco di andare in Germania a psicoanalizzare Hitler. "Il medico gli dice apertamente che un gruppo di alti ufficiali è preoccupato del comportamento irrazionale del Führer, che si è messo a bere - spiega la Bair -. Ma non gli dice che gli ufficiali sperano in una diagnosi che convinca i vertici a deporre Hitler e a finire una guerra che sanno di perdere". Pochi mesi dopo, Jung è invitato a partecipare a un altro complotto. Tramite un amico comune, lo psichiatra Wilhelm Bitter, il generale Walter Schnellenberg, il capo dei servizi segreti nazisti all'estero, gli chiede di comunicare agli alleati che la Germania vuole disfarsi del Führer: è pronta all'armistizio per rimanere libera di battersi sul fronte russo.
Questa volta Jung acconsente, ma il suo emissario a Londra viene intercettato. E' il momento dell'ingresso in scena di Allen Dulles come assistente all'ambasciatore americano a Berna. Dulles contatta un'americana sposata a uno svizzero, Mary Bancroft, che diverrà la sua amante e che appartiene alla cerchia di Jung. Il suo obiettivo è di arruolare un agente segreto nazista, Hans Berndt Givesius, distaccato alla ambasciata tedesca. Givesius è un uomo dell’ammiraglio Wilhelm Canaris, il capo dell'opposizione a Hitler. Bancroft ne diventa l'interprete e Givesius accetta di collaborare. Ma la donna è convinta che Jung, che riceve continue informazioni dalla Germania, possa essere altrettanto utile a Dulles. Grazie a lei, i due lavoreranno assieme.
A guerra terminata, l'agente 110 dichiarerà che "le attività dell’agente 488 devono rimanere riservate" e rifiuterà di scendere nei particolari. Deirdre Bair è convinta che siano state preziose. Rivela che persino il generale Dwight Eisenhower, il futuro presidente degli Stati Uniti, si è avvalso del servizio di Jung: nel '45, gli ha sottoposto i volantini per la popolazione civile lanciati dai suoi aerei sulla Germania affinché si arrenda pacificamente. "Dovete appellarvi al lato migliore dei tedeschi - suggerisce Jung - al loro idealismo, al loro amore della verità, alla loro decenza. E' importante che colmiate il buco della inferiorità morale, è molto più efficace della propaganda distruttiva".
Jung non lo sa, ma quello stesso anno a Washington l'Fbi, la polizia federale americana, chiuderà il dossier aperto su di lui alcuni anni prima per sospette simpatie fasciste e naziste.

Shirin Ebadi, premio Nobel: la donna in Iran
e la responsabilità delle madri

una segnalazione di Filippo Trojano

Corriere della Sera 26.1.04
Shirin la dolce spiega il maschilismo «Malattia trasmessa da noi madri»
di Paolo Conti


TEHERAN - Il premio Nobel per la Pace non ha cambiato carattere e abitudini di Shirin Ebadi, che arriverà a Roma il 20 febbraio per tre giorni di seminari e incontri all'università: stesso microscopico studio legale accampato in un umido seminterrato nel centro-nord della città, stessa ironia, stessa amichevole disponibilità. Unica visibile novità le due massicce guardie del corpo che il ministero dell'Interno le ha imposto dopo le minacce (anche di morte) puntualmente arrivate dopo la cerimonia di Oslo. Anche la sua combattività è rimasta identica. Altro che «dolce», traduzione letterale della parola Shirin. La Ebadi era, e resta, d'acciaio.
In Marocco è stato approvato il nuovo diritto di famiglia che prevede parità di diritti e doveri tra uomo e donna. In Afghanistan le donne cantano di nuovo in tv... Si sta muovendo qualcosa nella condizione della donna islamica?
«Certo che sì. Le donne musulmane cominciano a credere in loro stesse. Prendono coscienza di essere state oppresse da una cultura maschilista. E capiscono che non c'è bisogno di abbandonare la religione per liberarsi. Perché il problema è l'interpretazione che ne hanno dato per secoli gli uomini. Infatti dico e ripeto che l'Islam è compatibile con i diritti delle donne, seguendo il Corano, così come lo è con la democrazia».
Qualche esempio?
«Certo. Il Corano prevede delle leggi primarie, mettiamo l'obbligo di digiunare dall'alba al tramonto nel mese di Ramadan. Poi ci sono le leggi secondarie ideate dagli uomini per adattare le regole alla realtà quotidiana senza rinnegare lo spirito islamico. Torniamo al digiuno. In talune circostanze si può dividere la giornata in tre blocchi di otto ore: si digiuna in tempi diversi, rispettando la regola ma adeguandosi alla vita di oggi. Altri esempi? Per secoli la musica è stata proibita come gli scacchi. E invece oggi... Il punto è che nessuno si è occupato delle leggi secondarie per le donne semplicemente perché gli uomini non hanno voluto. Né le donne, per generazioni, ne hanno conosciuto l'esistenza».
E oggi, soprattutto nel suo Iran, cosa sta accadendo?
«Le donne sono forti, consapevoli, combattive. E ormai più colte. Il 63% delle iscrizioni alle nostre università sono di ragazze. Con una simile struttura sociale sarà impossibile mantenere certe leggi. Giorno per giorno il movimento femminista si sta rafforzando. Ormai sono centinaia le donne impegnate nelle battaglie per i diritti. E tra poco diranno a questi uomini sempre più ignoranti: ma cosa state facendo?».
Pensa che Internet, le tv satellitari, le nuove tecnologie contribuiscano a questo mutamento di mentalità?
«Moltissimo. Rappresentano una svolta. E tutto questo arriverà ai figli. Ogni uomo oppressivo e prepotente ha avuto una madre che gli ha trasmesso una cultura: per me il maschilismo è come l'emofilia, che attacca gli uomini ma è trasmessa dalle donne che ne sono portatrici sane».
Quali sono i diritti femminili più violati in Iran?
«La poligamia. E l'intero diritto di famiglia. Ancora oggi i parenti di un marito morto sorvegliano l'economia della casa del defunto e l'educazione dei figli. Poi il peso della donna davanti a un giudice: una testimonianza maschile ne "vale" due femminili. Ma alcune cose stanno cambiando. Venti giorni fa il Consiglio delle opportunità, presieduto da Hashemi Rafsanjani, ha approvato dopo un anno di attesa una legge votata dal Parlamento e bloccata dal Consiglio religioso dei Guardiani. Finalmente la donna che si separa avrà il diritto di custodia dei figli fino all'età di sette anni indipendentemente dal loro sesso. Poi il giudice convocherà le parti, moglie inclusa, e deciderà per il bene dei figli. Prima i maschi erano affidati alla madre solo fino ai due anni. Poi decideva il giudice... sentendo il solo padre! Da vent'anni, io ero tra loro, le donne gridavano: vogliamo i nostri figli! Abbiamo vinto».
Avrà pesato anche il suo Nobel, la ribalta internazionale...
(Sorride) «Forse sì. Ma la vittoria è di tutte le donne d'Iran».
Pensa che gli uomini iraniani si sentano aggrediti?
«Alcunì sì, sicuramente. E hanno paura. Infatti, intorno al dibattito sui diritti delle donne, sono scoppiati forti contrasti politici. La cultura maschilista è antidemocratica proprio perché esclude il diritto di tutti a partecipare nello stesso modo alle decisioni politiche. Se un uomo pensa che in casa una donna valga meno di lui, sarà anche convinto che nella società una élite abbia diritto di decidere per tutti».
Gli Stati Uniti ora sono presenti sia in Iraq che in Afghanistan. Ritiene che la loro influenza culturale possa contribuire al cambiamento nei rapporti tra uomo e donna proprio con l'esempio di una società paritaria?
«Non credo proprio. La democrazia è un processo lento che non si realizza in una notte: occorre un cammino spesso anche lungo. E lo stesso vale per l'uguaglianza tra uomo e donna. E' una intera cultura, anzi il cuore di quella cultura, che deve modificarsi. Con gli stranieri non risolviamo nulla».
Quando arriverà in Iran un diritto civile simile a quello varato poche settimane fa in Marocco?
«Le cose, come abbiamo visto, stanno cambiando grazie alla presa di coscienza delle donne. In molti campi, per la verità, la nostra legislazione non è cattiva: per esempio la tutela del posto di lavoro delle donne. Ma resta il nodo della bassa occupazione femminile: molti imprenditori continuano a preferire mano d'opera maschile e troppi mariti impediscono ancora oggi alle mogli di lavorare liberamente».
A Parigi, Oslo e Bombay lei si è presentata a testa scoperta e ha stretto le mani agli uomini provocando l'ira dei conservatori iraniani. Qui usa sempre il velo. Perché?
«Io sono una donna di legge e in Iran una legge impone il velo e altre regole a tutte le donne, islamiche e non. A Parigi, Oslo e Bombay questa legge non c'è... E poi io sono per la libertà. Ogni donna dovrebbe decidere come vestirsi o coprirsi senza obblighi. Per questo sono ostile alle nuove disposizioni francesi che hanno vietato il velo nelle università».
Allora sarebbe bene garantire la stessa libertà alle donne iraniane rendendo facoltativo ogni chador...
«Certamente sì».
La situazione politica in Iran, in vista delle elezioni del 20 febbraio, oggi è molto confusa. Qual è il suo giudizio sull'èra Khatami, sull'azione di questo presidente?
«E' stato sicuramente il migliore di tutti. Però lo critico. Quando presentò la riforma elettorale disse: o la approvano o io non potrò più lavorare. La legge è stata bocciata dai Guardiani. E la situazione è quella che vediamo, con le liste dei candidati bloccate sempre dai Guardiani. Ma Khatami è rimasto al suo posto. Avrebbe dovuto essere più deciso».
Molti, in Europa, pensano a lei come al futuro presidente dell'Iran. Cosa ne pensa Shirin Ebadi?
«Che non accadrà mai. Proprio mai».
Lei è sposata. Dopo tutto questo discorso, può dirci chi comanda a casa sua? Lei o suo marito?
«Nessuno dei due. Comandano le nostre due figlie».

Da una cella di Teheran al Nobel

Shirin Ebadi, 56 anni, un marito e due figlie di 20 e 23 anni, ha vinto il Nobel per la Pace 2003 con questa motivazione: «Per i suoi sforzi per la democrazia, i diritti umani, in particolare delle donne e dei bambini. In un'èra di violenza ha sostenuto la non-violenza».
Era già una stella di prima grandezza nell'Iran dello Scià. Era una delle prime donne-giudici e nel 1979 fu la prima a presiedere una sezione del Tribunale di Teheran. Poi, dopo la rivoluzione, il governo religioso stabilì che nessuna donna avrebbe potuto giudicare un uomo. Lei rifiutò di restare nell'amministrazione in una condizione inferiore al suo grado e aprì uno studio legale.
Da allora si è occupata di violazione dei diritti soprattutto delle donne e dei bambini. Ha fondato un telefono azzurro iraniano. E' stata parte civile contro gli agenti dei servizi segreti accusati di aver ucciso nel 1998 il dissidente Dariush Forouhar e sua moglie Parvaneh. Nel 2000 è stata in prigione per 25 giorni, accusata di aver estorto e registrato la confessione di un ex componente pentito della polizia religiosa coinvolta nella repressione delle proteste studentesche del 1999: in realtà l'uomo si era presentato spontaneamente nel suo studio. Si è recentemente occupata del caso di Zahara Kazemi, la fotografa iraniano-canadese morta a luglio dopo le percosse subìte in una cella di detenzione.

«La testa e il cuore uccidono più del cancro»

una segnalazione di Sandra Mallone

Il Mattino 26.01.04
Psiche Il male oscuro pericolo per il corpo
di EMANUELE PERUGINI


La testa e il cuore uccidono più del cancro o dell'infarto. Oltre il cinquanta per cento dei decessi dipende infatti da fattori psicologici e sociali perché inducono a comportamenti sbagliati oppure perché indeboliscono direttamente le difese dell'organismo. Lo rivela uno studio condotto da un ricercatore americano, Oakley Ray, del dipartimento di psicologia e psichiatria della Vanderbilt University, che ha preso in esame cento anni di ricerche in campo psicosomatico e comportamentale.
Lo studio ha evidenziato che lo stress che colpisce la mente, ha effetti anche a livello cellulare e molecolare sull'organismo, riducendo la salute e la qualità della vita delle persone.
Nello stesso tempo, però, dalla ricerca emerge anche che avere un atteggiamento positivo verso la vita permette in qualche caso di riuscire a controbattere gli effetti dello stress, combattere con più energia le malattie e, in ultima analisi, ritardare l'ora della morte.
«Conoscere in che modo la mente influenza l'atteggiamento delle persone e la loro suscettibilità alle malattie servirà a cambiare profondamente il funzionamento stesso dei sistemi sanitari. Soprattutto - ha aggiunto - questo studio mostra come sia importante capire le interazioni tra il sistema endocrino, la mente, il sistema nervoso e quello immunitario. Svelare questi meccanismi ancora in gran parte sconosciuti aiuterà le persone a sconfiggere lo stress e a rimanere sane», dice Ray in un articolo pubblicato sulla rivista American Psychologist pubblicata dalla American Psychological Association.
E gli esempi portati dallo studio sono veramente impressionanti. Personalità, stile di vita e ambiente possono influenzare al tal punto l'organismo da rendere una persona malata se esposta a agenti infettivi, mentre un'altra rimane sana. «Ci sono numerosi agenti patogeni - ha spiegato il ricercatore - come, per esempio quello della tubercolosi, che vivono in equilibrio con il nostro organismo dando luogo solo in certi casi a sintomi o a malattia. Se invece questo meccanismo di interazione tra la mente e i vari sistemi fisiologici non funziona, allora la malattia si sviluppa in tutto la sua virulenza».
Ma quali sono i meccanismi che aiutano a mantenere in equilibrio questo delicatissimo meccanismo? Innanzitutto avere dei buoni rapporti in termini di valori affettivi e di inserimento sociale e soprattutto avere un buon controllo delle situazioni in cui quotidianamente siamo chiamati ad interagire. In particolare, avere persone a cui fare riferimento nei momenti difficili, avere un buon livello di istruzione, comprendere che alcuni eventi possono essere controllati e avere un atteggiamento positivo verso la vita sono tutti fattori che possono ritardare l'ora, comunque inevitabile, della morte.
Questi aspetti hanno anche un ruolo importante nella lotta ad una malattia come il cancro. Secondo numerosi dati, il modo con cui le donne affrontano psicologicamente il problema del cancro al seno si traduce poi in una profonda influenza sulla loro aspettativa di vita. Inutile dire, che chi affronta la malattia con più coraggio e ottimismo tende a vivere un po' più a lungo.
Infine, non è da sottovalutare il ruolo degli amici: chi ha una rete di relazioni stabile e profonda riesce a far fronte meglio alle ansietà e alle difficoltà della vita. E questo è dimostrato anche da un altro fenomeno: spesso alla morte di uno dei due partner, l'altro non riesce a vivere molto a lungo.

Neanderthal e Sapiens

Libero news
notizia del 26/01/2004
L'uomo di Neanderthal non è nostro parente
Ufficiale: una ricerca avveniristica chiude definitivamente l'annosa questione


ROMA, 26 gen. – Adesso la conferma è ufficiale: l'uomo di Neanderthal non ha avuto alcun legame di parentela con noi. Questo è il verdetto finale che dovrebbe chiudere una diatriba che accende da anni l'interesse di studiosi di tutto il mondo.
L'ha consegnato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) Katerina Harvati della New York University, dopo il più vasto studio di questo tipo mai realizzato prima. Insieme ai suoi colleghi la Harvati ha confrontato i crani di questa specie di ominidi con quello di Homo sapiens, la specie cui noi apparteniamo, e di una serie di altri primati, 11 specie tra cui gorilla e scimpanzè.
Per la nostra specie l'equipe ha fatto riferimento sia a fossili di uomo moderno del Paleolitico, sia a crani di popolazioni attuali. Il team statunitense ha usato una nuova tecnica detta di morfometria geometrica su un totale di 100 esemplari di crani. La tecnica consiste nel confrontare dei punti di riferimento della struttura craniale in modo da trovare le differenze morfologiche indipendentemente dalla disparità di dimensioni di ciascun cranio, arrivando così a misurare le differenze tra Neanderthal e noi.
Dal confronto è chiaro, sostiene la Harvati, che almeno in alcuni casi ci sono più differenze tra il nostro e il cranio di Neanderthal di quelle riscontrate tra noi e altri primati non umani. Inoltre le differenze Neanderthal-Sapiens sono sempre maggiori tra quelle di due sottopopolazioni di una stessa specie, quindi si deve rifiutare definitivamente la possibilità che Neanderthal e Sapiens fossero esemplari della stessa specie con pochi particolari dissimili. Sono state invece senza dubbio, dichiara la Harvati, due specie distinte che hanno coabitato per un breve periodo le stesse regioni ma poi il Sapiens è sopravvissuto al Neanderthal. (News2000)

Cina

La Stampa 26 Gennaio 2004
A DAVOS SOLO I POLITOLOGI GETTANO ACQUA SUL FUOCO E NOTANO CHE «NESSUN SISTEMA TOTALITARIO È CAPACE DI EVOLVERE SENZA SCOSSE»
Il mondo fra dieci anni? Cinesizzato
Gli esperti: Pechino sarà la fabbrica del pianeta e l’India l’ufficio
dall’inviato a DAVOS


Globalizzazione è vedere sulle nevi svizzere uno striscione che augura in cinese e francese la galera ai dirigenti della Cina, rei di perseguitare la setta Falun Gong. Globalizzazione è entrare al supermercato di Davos e scoprire che i berretti da sciatore sono fabbricati in Cina. Al World Economic Forum 2004, dove in più di un dibattito ci si è chiesti come sarà il mondo tra dieci anni, pareva di poter rispondere: tra dieci anni, invece di temere che la globalizzazione ci americanizzi tutti, avremo paura che ci cinesizzi.
Se la ride un giovane manager indiano, Sunil Robert, che lavora in una azienda di software in ascesa mondiale, chiamata i-Flex: «Sì, la Cina diventa la fabbrica del mondo, e noi in India diventiamo l'ufficio. Software, call center, lavoro di ufficio o professionale via Internet per aziende di tutto il mondo. Noi siamo più svegli». Un grande manager globale, Carlos Ghosn di provenienza Renault, presidente della Nissan in Giappone, prima di proiettare nel futuro una Cina potentissima, si domanda «se potrà essere a lungo efficiente un sistema dove in una grande azienda capita spesso di trovare che la stessa persona allo stesso tempo è direttore del personale, segretario della cellula comunista e capo del sindacato».
Ma anche la Cina si sta spostando sul lavoro qualificato. «Dove altro li trovate ingegneri elettronici disposti a lavorare di notte, sì, di notte, facendo funzionare i laboratori con tre turni a ciclo continuo, o il sabato e la domenica?» chiede Ulrich Schumacher, presidente della multinazionale elettronica tedesca Infineon. Per l'appunto, nel più grande Paese ancora dominato da un partito nominalmente comunista, i lavoratori accettano trattamenti impensabili altrove. Nella surriscaldata Shanghai peraltro la paga dei tecnici qualificati è giunta allo stesso livello di Praga che è a un'ora e mezza d'auto dalla Germania, cosicché la Infineon ha appena aperto un laboratorio a Xian, la città storica dell'interno che fu la capitale di Mao Zedong al termine della «lunga marcia» e durante la guerra civile.
A Davos, in loro assenza, i comunisti che governano oggi la Repubblica popolare, il presidente Hu Jintao e tutti quelli della nuova generazione, sono stati riempiti di lodi: una classe dirigente all'altezza del compito, pienamente conscia degli enormi problemi sociali che lo sviluppo economico creerà, e della crescente impraticabilità di un regime autoritario a partito unico. Lo stesso Ghosn, tutto sommato, è ottimista: hanno fatto della crescita economica la loro priorità assoluta. Victor Chu, un ricchissimo finanziere di Hong Kong che sembra ben introdotto a Pechino, enumera: «Sono concentrati su queste sfide di politica interna. Sanno che le disuguaglianze tra il ricco Est e il povero Ovest del Paese si stanno allargando. Sanno che occorrono forme di protezione sociale per ricollocare i disoccupati delle vecchie imprese di Stato che chiudono. Sanno soprattutto che nei prossimi decenni dovranno regolare una migrazione interna dalle campagne alle città fino a 300 milioni di persone».
Nella attuale forma, il «soi disant» comunismo cinese sembra essere fatto apposta per entusiasmare i capitalisti. «Guadagnamo meglio in Cina che in quasi ogni altro Paese» si vanta Dinesh Paliwal, dirigente della multinazionale svizzera Abb. Anche il ministro del Commercio Usa Donald Evans, che pure ha un contenzioso di protezionismi da risolvere, loda i dirigenti di Pechino. Assai più cauti sono i politologi e gli esperti di relazioni internazionali, che per lo più non hanno fiducia nella capacità di un sistema totalitario di evolversi senza scosse. Esasperati sono invece quelli che rappresentano i lavoratori in altri Paesi: «Se noi chiediamo migliori condizioni di lavoro, e se rifiutiamo contratti a termine invece di posti fissi, le imprese minacciano di trasferirsi in Cina. Se il nostro governo gli rifiuta sgravi o favori, minacciano di trasferirsi in Cina» dice Govindasamy Rajasaharan, leader dei sindacati malesi.
Realisticamente, la cinesizzazione del mondo resta ancora lontana. «Le aziende cinesi hanno difficoltà a imporre i loro marchi all'estero. Ci vorranno ancora molti anni perché ci riescano. Capita perfino che quelle con un marchio affermato all'interno vadano all'estero in perdita, solo a scopo pubblicitario» ammette Zhang Weiying, vicepreside della scuola di direzione aziendale dell'università di Pechino. In termini di dimensione economica, occorre pure ricordare che il prodotto lordo della Cina ai tassi di cambio di mercato supera di poco quello italiano, e anche proiettando nel futuro gli elevatissimi tassi di crescita attuali (oltre 9% nel 2003) non raggiungerà gli Stati Uniti prima del 2040.
Più che altro della Cina si sa ancora pochissimo. Basti pensare che tra gli esperti di Cina presenti a Davos una parte prevede un consistente rallentamento della crescita nel 2004 a causa di surriscaldamento della congiuntura e strozzature strutturali, un'altra parte ribatte che non ce ne sono i segni, che da anni si parla di future strozzature alla crescita che poi non si manifestano mai. C'è chi rappresenta i cinesi come poco curiosi del mondo esterno, chi, come Ghosn, li descrive «ansiosi di imparare cose nuove, delle vere spugne». Si scommette meglio sul futuro, sostiene uno studio della banca di investimenti Goldman Sachs, senza sbilanciarsi troppo verso la «Terra di Mezzo»: da qui a dieci anni saranno quattro i nuovi protagonisti dell'economia mondiale, in proporzioni variabili a seconda di come si evolveranno, identificabili con l'acronimo «Bric»: Brasile, Russia, India, Cina.

domenica 25 gennaio 2004

il sogno nel Medioevo
citato al Lunedì

Repubblica 25.1.04
COME SOGNAVA IL MEDIOEVO

un fiorire di interpretazioni nel XII secolo
Averroè si interessa alla psiche di chi sogna
la lettura che ne dà Ildegarda di Bingen
Una casistica onirica classifica il sogno in vari modi, includendo il lato religioso
La rinascita civile si manifesta anche attraverso il rinnovamento di certe teorie
di JACQUES LE GOFF


Pubblichiamo parte della voce "Sogni" scritta da all´interno del II volume del "Dizionario dell´Occidente medievale" a cura di Le Goff e Jean-Claude Schmitt (Einaudi, pagg. XVIII, 589-1314, euro 75) tra pochi giorni in libreria.
Il XII secolo può essere considerato un´epoca di riconquista del sogno da parte della cultura e della mentalità medievali. In breve, si può dire che il diavolo faccia marcia indietro a vantaggio di Dio e soprattutto che si dilati il campo del sogno «neutro», del somnium, più strettamente legato alla psicologia dell´uomo. Questa relazione fra sogno e corpo, questo sbilanciamento dell´oniromanzia verso la medicina e la psicologia si realizzerà nel XIII secolo con Alberto Magno e in seguito con Arnaldo di Villanova. Nello stesso momento in cui si desacralizza il sogno si democratizza. Semplici chierici - in attesa dei semplici laici - hanno il privilegio di fare sogni significativi.
La rinascita del XII secolo si manifesta attraverso un grande rinnovamento delle teorie riguardanti il sogno e la sua interpretazione. Il De spiritu et anima, attribuito dai medievali a sant´Agostino, riprende la classificazione in cinque specie di sogni fatta da Macrobio, ma insiste poi sulla diversità dei sogni legata alla varietà dei tipi di individui, che possono sognare. Il sogno (somnium) diviene largamente indipendente dalla visione (visio) venuta dall´alto; si tratta d´un fenomeno umano. Se si può e si deve ricercare il suo significato nascosto, rivelatore, premonitore o simbolico, questo significato deve essere ottenuto, in quanto portatore di senso, a partire dalle caratteristiche degli individui, tutti ugualmente «veicoli» di sogni da interpretare. Se questa interpretazione deve tener conto delle corrispondenze fra l´uomo-microcosmo e l´universo-macrocosmo e, in particolare, del momento del «tempo» durante il quale si produce il sogno (giorno o notte, stagione particolare), esso, tuttavia, «rientra nel ciclo psicologico dell´individuo» (M. Fattori). Il tipo di umore dominante nel sognatore riveste un´importanza particolare per la natura e il trattamento dei sogni: sanguigno, collerico, flemmatico, malinconico. Sogno e struttura fisica sono inoltre strettamente legati nel trattato De pronosticatione somniorum di Guglielmo d´Aragona.
La famosa badessa visionaria Ildegarda di Bingen, che fornisce una vera e propria teoria psicofisiologica del sogno nel suo trattato Causae et curae, presenta il sogno (somnium), in opposizione all´incubo, come un fenomeno normale dell´«uomo di buon carattere». La diffusione in latino delle opere dei grandi filosofi arabi, Avicenna e Averroè, giungerà a confortare questa relazione dei sogni con la psicologia dei sognatori. Per Averroè, «gli uomini i cui sogni sono "veri" sono soprattutto quelli di complessione moderata». S´afferma così il rinnovamento d´un legame tradizionale - almeno a partire da Ippocrate - fra sogno e medicina. Attraverso numerose figure, fra cui una delle più importanti è, nel XIII secolo, il santo domenicano Alberto Magno, questo legame si affermerà, nella svolta dal XIII al XIV secolo, con il celebre medico spagnolo Arnaldo di Villanova.
Già Pascalis Romanus, nel suo Liber thesauri occulti composto a Costantinopoli nel 1165, testimonia il mutato atteggiamento cristiano nei confronti dei sogni. Egli rivendica uno statuto scientifico per l´interpretazione dei sogni insistendo sull´importanza delle loro cause fisiche naturali, in virtù delle quali essi rappresentano una precisa indicazione per i medici nella diagnosi delle malattie, e afferma che «anche i sogni che sembrano illusori insegnano molte cose all´uomo riguardo al suo stato futuro». Aggiunge inoltre che questa scienza dei sogni richiede la conoscenza della tradizione classica, latina e greca, inerente il sapere dei maghi e dei filosofi «caldei, persiani, faraonici» considerandola ausilio della «scrittura divina e umana», dell´«uso sperimentale» e della «ragione».
Una delle figure maggiori dell´umanesimo di Chartres nel XII secolo, l´inglese Giovanni di Salisbury, nel suo grande trattato il Policraticus (1159), riserva un posto privilegiato al sogno all´interno di una vera e propria semiologia del sapere. Egli insiste sulla molteplicità di significati di cui sono portatori i sogni e definisce con chiarezza i principi d´una oniromanzia cristiana: «Essa manifesta al livello più alto l´arte della congettura, nel caso sappia distinguere accuratamente le differenze fra le cose sotto la similitudine dei segni», se si sforza di cogliere l´enigma dei sogni e la loro ambiguità situando correttamente i simboli onirici nei loro legami precisi con i temperamenti e i tipi di clima, con le condizioni storiche e lo statuto sociale del sognatore (Tullio Gregory). Certamente la oniromanzia cristiana deve rifiutare di andare troppo oltre nel penetrare il mistero dei rapporti fra Provvidenza divina e libertà umana.
Anche un cistercense quale il renano Cesario di Heisterbach, agli inizi del XIII secolo, nel suo Dialogus miraculorum, trattato di dottrina cristiana a uso dei predicatori e della massa dei fedeli, si crede obbligato, in un capitolo in cui mostra l´importanza delle visioni, a presentare una lista delle origini dei sogni riprendendo distinzioni antiche e tradizionali, ma insistendo in maniera moderna sulla «diversità» dei sogni.
Questo fiorire di testi, dichiarazioni e discussioni intorno ai sogni è assai segnato dalla scienza antica greca e ellenistica trasmessa da Bizantini, Ebrei e Arabi, i quali vi hanno tutti aggiunto il peso delle proprie ricerche e produzioni scientifiche e culturali. All´interno del grande pensiero filosofico e teologico, le idee di Avicenna, poi di Averroè e di Aristotele sono state di particolare efficacia per lo sviluppo del pensiero e della cultura cristiani nel XII e XIII secolo. Ne è risultata, oltre alle traduzioni dei trattati di oniromanzia orientali in latino e ben presto, per alcuni testi, in volgare, la loro imitazione in opere come il Liber thesauri occulti composto da un cristiano latino a Costantinopoli, o la produzione di testi e pratiche più rudimentali, che manifestano l´ibridazione fra cultura dotta e cultura popolare, e la diffusione sociale del discorso sui sogni. Lo dimostra il successo di numerose «chiavi dei sogni», il cui prototipo è la traduzione, a opera di Leone il Toscano, nel 1177, della chiave dei sogni araba di Ahmad. A tutto ciò bisogna aggiungere la volgarizzazione della pratica del «salterio onirico», forse esistente da lungo tempo ma impiegata sempre più apertamente: un sognatore confida il proprio sogno a un sacerdote, il quale apre a caso un salterio e una frase della pagina in cui si è (misteriosamente, provvidenzialmente?) aperto il libro fornisce, attraverso l´intermediazione del sacerdote, il significato del sogno.
Il sogno estende la sua funzione nel campo culturale e politico. Gioca il proprio ruolo nel recupero della cultura antica: sogni della sibilla, premonitori del cristianesimo, sogni dei grandi intellettuali precursori della religione cristiana, Socrate, Platone, Virgilio. Si tratta dell´energia onirica d´una nuova storia delle civiltà e della salvezza. Il sogno ritrova, modernizzato, il ruolo che aveva ricoperto nella tarda Antichità per giustificare l´accettazione d´una eredità culturale da parte del cristianesimo e alcune conversioni alla nuova religione. In uno stupefacente testo autobiografico, l´Ebreo convertito Hermann fa del sogno l´artefice della sua conversione.
Il sogno diventa uno dei motori della creazione letteraria, dà l´avvio e struttura l´intrigo delle chansons de geste e dei romanzi cortesi. «L´idea del sogno generatore di poesia si ritrova in forma decisamente compiuta nel XIII secolo in Guillaume de Lorris il quale, presentando il suo Roman de la Rose come il racconto d´un sogno, ne fa il prototipo della letteratura onirica cortese (...). Il giardino onirico in cui l´amante-poeta crede di penetrare non è unicamente il luogo chiuso e interiorizzato in cui si "sceglie", sotto le sembianze della rosa, l´oggetto sempre distante del desiderio (...). La letteratura sogna solamente se stessa» (Herman Braet). La letteratura, inoltre, testimonia della comparsa dell´uomo semplice che gode del privilegio di fare sogni premonitori. Nel poema in antico tedesco (XII secolo) Meier Helmbrecht, a forte contenuto sociale, Helmbrecht padre, un semplice contadino ma sottomesso alla sua condizione per rispetto dell´ordine sociale voluto da Dio, vede in quattro sogni successivi il tragico destino di suo figlio, il quale si è ribellato a tale ordine ed è caduto in una condizione di decadenza morale.
Nell´arte, le rappresentazioni dei sogni si moltiplicano, dando nascita a un topos gestuale onirico: «il dormiente che sogna è rappresentato, nella maggior parte dei casi, coricato sul fianco, con gli occhi chiusi e la mano che sostiene il capo». Ma questo gesto tecnico è significativo: è, al tempo stesso, il risorgere d´una pratica molto antica e affermazione della nuova autonomia della creazione artistica. Riporta alla luce il gesto rituale dell´incubazione, ma lo sposta «dalla parte della scrittura». Il sogno, sotto forma della visione, gioca inoltre un ruolo chiave nell´evoluzione del sentimento religioso. Forma significativa del viaggio nell´aldilà sempre più in voga, il sogno contribuisce in modo decisivo all´invenzione del terzo luogo dell´aldilà: il purgatorio, nel quale una visione trasporta fedeli sempre più numerosi. Esso è un essenziale strumento di nuovi scambi fra i vivi e i morti che il purgatorio crea o rianima. Nel XII e XIII secolo il sogno è divenuto un´«esperienza totale» che implica corpo e anima, l´individuo, i suoi rapporti con la collettività dei cristiani e le sue possibilità di salvezza.

"neuroscienze":
il prof. Alberto Oliverio e gli americani

una segnalazione di Tonino Scrimenti

Repubblica delle donne-anno 9 n. 385 del 24 gennaio 2004
NEUROSCIENZE
NELLA TESTA DI UN RAGAZZO

Che cosa rende gli adolescenti tanto complicati e difficili? Quello che gli sta succedendo nel cervello, risponde un nuovo filone di ricerca: attraversano una fase di crescita neuronale paragonabile a quella di un bambini di due anni. La maturità arriva quando la corteccia prefrontale impara a dominare gli istinti.
di Daniela Condorelli


Cosa c'è alla base del comportamento irrequieto e a volte inspiegabile degli adolescenti? Rivoluzioni ormonali, cattive compagine, famiglie inadeguate... Forse, ma non solo questo. C'è, soprattutto, un cervello ancora in formazione, che non sa mettere freno agli istinti e non ha pienamente sviluppato l'area che presiede alla capacità di giudizio. A svelarlo è l'ultima frontiera delle neuroscienze, la disciplina in grado di leggere l'anatomia e i mutamenti cerebrali grazie a tecnologie di diagnostica per immagini. per esempio la risonanza magnetica. La recente scoperta, che rivoluziona le teorie dell'educazione, è questa: i cambiamenti nel cervello non si limitano, come si riteneva, ai primi sei anni di vita, ma proseguono almeno fino ai venti. Solo a quel punto, l'architettura dell'organo è completa.
Pioniere di questo nuovo filone, che spiega con le neuroscienze gli sconvolgimenti dell'adolescenza, è Jay Giedd del National Institute of Mental Health (di Bethesda. Giedd ha dimostrato che il cervello dei giovanissimi non è si ancora formato del lutto osservando la materia grigia di 145 bambini sani con la risonanza magnetica, a intervalli di due anni, Lo studio ha evidenziato che, appena prima della pubertà, vi é un'area del cervello, la corteccia prefrontale, in fervente attività di crescita. È un'area speciale: modula le emozioni, controlla le reazioni impulsive e regge le file della capacità di organizzazione. Non per niente è stata soprannominata l'area del ripensamento assennato". In particolare, la corteccia prefrontale tiene a bada un'altra area cerebrale, l'ippocampo, responsabile dei bisogni primari (per esempio mangiare o accoppiarsi) che non sempre vanno d'accordo con le esigenze e la morale della società. Solo quando la corteccia prefrontale matura, l'adolescente è in grado di controllare gli istinti e di esprimere giudizi. Ecco perché non é lecito aspettarsi da un teenager le stesse capacità di giudizio di un adulto. Ed ecco perché l'adolescenza è il periodo in cui si radicano comportamenti a rischio, come il fumo, o si contraggono più facilmente malattie sessualmente trasmissibili.
«Sapevamo che é un'età irrequieta», commenta lo psicobiologo Alberto Oliverio, docente all'Università La Sapienza di Roma «Ora, con queste ricerche, ne abbiamo le prove strutturali. II giudizio opera in termini di centesimi di secondo. bloccando le reazioni impulsive. Un'abilità che gli adolescenti difficilmente hanno». Si spiega così perché a volte un sedicenne non ci pensa due volte: prima di salir su un'auto guidata da un amico ubriaco. E a proposito di alcol: è proprio in questa fase di scarso controllo e mancanza di freni che. ironia della natura. il cervello e più vulnerabile agli effetti di droghe e superalcolici. Parlando con i giovanissimi, Giedd mostra toro le Immagini del cervello in evoluzione e spiega come, su una materia grigia ancora in crescita, l'effetto dì alcol e droghe non duri una sera o un week-end, ma tutta la vita.
Una corteccia prefrontale immatura significa anche non sapersi organizzare, non saper stabilire priorità: persino decidere se telefonare a un’amica o dipingersi prima le unghie diventa un problema. Non solo: le indagini di Giedd hanno dimostrato che, nella preadolescenza, vi è un periodo di sovrapproduzione di cellule cerebrali (neuroni) e di sinapsi (collegamenti tra di essi) simile a quello che caratterizza il cervello di un bambino di due anni. Le cose vanno così: l'organo del piccolo si sviluppa grazie a una vera e propria esplosione di nuovi contatti tra cellule cerebrali, seguito da un processo di "sfrondamento", che avviene intorno ai tre anni. Dopo il periodo di sovrapproduzione, infatti. si assiste a un'agguerrita competizione tra cellule cerebrali, che combattono per la sopravvivenza. Lo stesso avviene nella corteccia prefrontale di un preadolescente: a 11 anni in una ragazza e a 12 in un maschio, si verifica un boom di crescita neuronale. In seguito. si assiste a un ridimensionamento dei contatti.
Secondo Robert McGivern. neuroscienziato dell'Università di San Diego, questo periodo di iperattività e sovreccitazione fa sì che gli adolescenti abbiano meno risorse disponibili per la "sapienza sociale". E li lascia anche più vulnerabili agli sbalzi d'umore e persino alla depressione. In una ricerca pubblicata sulla rivista Brain and Cognition. McGivern ha dimostrato che gli adolescenti non sono in grado di identificare rapidamente le emozioni altrui (il test consisteva nell'associare una serie di volti con espressioni diverse all'emozione corrispondente). Come se il cervello avesse bisogno di concentrarsi su se stesso per consolidare e rinforzare le connessioni più importanti. "tagliando" quelle in sovrappiù (tra i 13 ed i 18 anni viene perso ogni anno I'1 per cento di materia grigia). Un processo che porta Giedd a sottolineare l'importanza del tipo di connessioni che vengono stimolate. Use or lose it, usalo o lo perderai. «La crescita del cervello durante la pubertà costituisce un immenso potenziale», ha dichiarato il ricercatore alla trasmissione di attualità Frontline, dell'americana Pbs, «Se un teenager suona, fa sport o studia, le connessioni relative verranno rinforzate. Se giace sul divano giocando con i videogames o guardando Mtv, saranno altre le cellule e; le connessioni destinate a sopravvivere»_
E qui entrano in causa i genitori che, rassicurati sulla normalità biologica del loro scapestrati teenager grazie alle spiegazioni fornite dall'anatomia cerebrale, continuano a domandarsi cosa fare. Per loro Dan Siegel, psichiatra. docente presso il Center for Culture. Brain and Development di Santa Monica, ha scritto Parents from inside out (edito da Hardcover). La novità di quest'ennesimo compendio di psicopedagogia per genitori in crisi è nell'approccio: l'autore è il padre di una nuova disciplina, denominata neuropsicologia interpersonale. L'idea è che le relazioni e la comunicazione tra persone abbiano un impatto diretto sullo sviluppo del cervello, il suo funzionamento e, di conseguenza, il comportamento. Dan Siegel è convinto che comprendere come è fatto e come funziona quest'organo possa aiutare le persone a migliorare le relazioni, la vita emotiva e la capacità di educare i figli. E il suo manuale è una guida per diventare genitori migliori a partire dalle nuove scoperte delle neuroscienze. Analizzato scientificamente il cervello dei ragazzi, infatti, la capacità di ascoltarli non solo rimane importante, ma risulta ancora più determinante. Gli adolescenti hanno bisogno di parlare, parlare e parlare, per fare il punto su emozioni e decisioni che non sono in grado di governare.
E il futuro? Secondo Giedd, porterà la comprensione di quali aspetti influenzano lo sviluppo del cervello: i genitori, il cibo, i geni, le attività? Per comprendere quali aree sono influenzate dal contesto e quali dai geni, i ricercatori hanno focalizzato l'attenzione sui gemelli, fotografando il loro cervello nell'infanzia, quando le attività dei due fratelli sono molto simili, e nell'adolescenza, quando cominciano differenziarsi. Hanno constatato che è il cervelletto la parte più diversa nei gemelli, quindi più facilmente influenzabile dall'ambiente. A che cosa serve? A coordinare i muscoli (se il cervelletto lavora bene sarai un buon atleta), ma anche il pensiero e i processi cognitivi. «Così come si può essere fisicamente goffi, lo si può essere mentalmente», commenta Jay Giedd. Nel cervelletto sembra risiedere quell'abilità a destreggiarsi tra le complessità della vita sociale che manca clamorosamente ai teenager. E attenzione: gli esperti pensano che sia l'esercizio fisica a influenzarne lo sviluppo. Correre, giocare, saltare. Allenare i pollici con i joystick dei videogames non è sufficiente.
Le scoperte di Giedd hanno scardinato le basi delle teorie educative tradizionali, secondo cui entro i primissimi anni di vita l'identità di un bambino è formata e il suo destino segnato. Negli Stati Uniti ha avuto grande seguito la convinzione che il periodo tra 0 a 3 anni fosse in assoluto il più importante per lo sviluppo della persona, tanto che negli anni '90 gli investimenti e gli sforzi educativi si sono concentrati quasi esclusivamente in questa direzione. Un esempio: nel '98 il governatore della Georgia ha stanziato 105 mila dollari per distribuire un cd di musica classica a tutte le neomamme. Adesso si chiede altrettanta attenzione (e investimenti) per giocare al meglio la carta dell'adolescenza. «Sì, i primi tre anni di vita sono fondamentali», avverte Jay Giedd. «ma i successivi 16 non sono da meno». E ai genitori che si aspettano maturità dal figlio quindicenne il consiglio è, ancora una volta: «Abbiate pazienza. Lavori in corso»

Un'immagine in mente

Le neuroscienze sono una disciplina giovane. Negli ultimi 25 anni i ricercatori hanno svelato l'architettura del cervello e il suo funzionamento, con un occhio di riguardo a malattie come la schizofrenia e ai meccanismi che le causano. Con l'avvento delle nuove tecnologie a immagini, è stato possibile monitorare l'attività di diverse aree cerebrali nella vita quotidiana. "Oggi esistono tecniche che permettono di focalizzare l'attenzione su un singolo neurone e vedere, dopo 15 giorni. come si sono modificate le sinapsi", spiega Alberto Oliverio. psicobiologo alla Sapienza di Roma. "É così possibile valutare l'influenza di un ambiente arricchito da determinati stimoli sullo sviluppo cerebrale". Con la risonanza magnetica i ricercatori vedono quale parte del cervello lavora quando si sta compiendo un esercizio, o di fronte a specifiche immagini. Grazie ai costi sempre più ridotti. le tecnologie si stanno diffondendo al di là della medicina. I pubblicitari le usano per capire cosa seduce i consumatori. Così è nato il neuromarketing: si occupa di identificare l'attività del cervello di una persona che sta valutando un prodotto, una confezione o una pubblicità. Paul Zak del Centro di neuroeconomia della Claremont Graduate University (California) ha usato la risonanza magnetica su commissione di un'industria casearia. Come? Fotografando il cervello di un gruppo diamanti della bevanda mentre la assaporano, e trovando stimoli che stimolano la stessa area cerebrale. Se, per esempio, l'area attivata mentre si beve latte è la stessa che si "illumina" di fronte a oggetti che riconducono all'infanzia. la pubblicità punterà su questo genere di ricordi.

Non solo biologia

È dai tempi di Freud che si cercano spiegazioni biologiche a suffragio delle teorie psicoanalitiche, antropologiche e sociologiche. E le scoperte neuroscientifiche sul cervello degli adolescenti vanno in questa direzione. A parlare è Gustavo Pietropolli Charmet, massimo esperto di adolescenza in Italia (è in questi giorni in libreria il suo Crisi center. il tentato suicidio in adolescenza (Franco Angeli). «Un cervello in fase evolutiva spiega bene un'età in cui, semestre dopo semestre, si sviluppano abilità e competenze diverse».
Dall'identità di genere maschile o femminile al pensiero ipotetico-deduttivo, dal processo dì individuazione-separazione alla spinta verso l'accoppiamento. Non per niente l'adolescenza viene definita una "seconda nascita": la nascita sociale. «Ora sarà interessante vedere come si inseriscono i fattori ambientali su queste basi biologiche". continua Charmet. Sì, perché la tentazione, forte ma rischiosa, è di voler semplificare tutto, ridurlo a una questìone di geni. Viene dalla biologia, è vero, la spinta interiore a diventare individuo. a socializzare, ad accoppiarsi. A crescere. Ma tutto ciò si confronta con il cosiddetto ambiente. Più di tutti con i coetanei. di gruppo è I'alter ego sociale, spiega Charmet: «accompagna, esorta, indica la strada, individua idoli e ideali, offre strumenti». Judith Rich Harris. nel suo Non è colpa dei genitori (Oscar Mondadori), spiega perché i figlì imparano più dagli amici che dalla famiglia. Ma attenzione agli azzardi: il contesto in cui vive un adolescente è fatto di adulti e coetanei, così come la spiegazione dei suo comportamento va cercata nel dialogo tra neurobiologia e scienze sociali.

Emanuele Severino:
la filosofia come consolazione

Corriere della Sera 25.1.04
INIZIATIVA / Un nuovo ciclo alla Triennale con nove protagonisti, da Natoli a Cacciari
Consolazioni filosofiche
Severino: «Cerchiamo risposte per sopportare ansia e dolore»
di Ida Bozzi


La cultura non fa più paura: basti pensare al recente successo di Sermonti e dei suoi commenti danteschi, a quello delle lezioni di storia dell'arte di Daverio, e al numero crescente di incontri letterari che riempiono le serate di riposo dei teatri, il lunedì. E proprio «I lunedì filosofici» è il titolo di una nuova iniziativa organizzata da Pier Lombardo Culture e dedicata alla filosofia, che prende il via domani sera ma che registra quasi il tutto esaurito già alla vigilia della prima lezione: solo una cinquantina i posti ormai disponibili, anche se gli incontri sono stati spostati in una sede più ampia, alla Triennale. Argomenti? Complessi: si va dalla filosofia della felicità, con Salvatore Natoli, alle «aporie della libertà» con Massimo Cacciari, fino alla «Gloria» di Emanuele Severino, il filosofo che terrà domani la prima lezione (ore 18.30, viale Alemagna 6, prenotaz. tel. 02.59.99.52.18, ogni incontro 8 euro).
«Forse comincia a emergere - spiega Severino, docente di filosofia teoretica a Venezia - che c'è una forma di sapere che si rivolge ai temi che interessano l'uomo, cioè dolore, morte e così via, però con il rigore della ragione. È la filosofia. Insomma, c'è una relazione tra l'incertezza dell'uomo contemporaneo, e questa nuova ricerca di risposte nella cultura, e nella filosofia».
Prosegue Severino: «Soprattutto il mondo latino - meno l'anglosassone - si sente deluso di fronte agli orrori che l'integralismo religioso produce nel mondo, da una parte, e insoddisfatto delle risposte della scienza, che intorno ai grandi problemi dell'uomo, alla sofferenza, dice poco».
Si fa largo così una terza strada, la filosofia. Proprio di questo parlerà domani sera il filosofo, autore di testi come «Destino della necessità», «L'anello del ritorno» e il recente «La Gloria». «Diciamo una frase che è subito equivocata - spiega Severino - e cioè che la terra è destinata alla Gloria e noi siamo destinati alla vita eterna. Però ognuna di queste parole ha un senso diverso da quello che ha nel contesto religioso. Bisogna cioè capire che cosa significa "noi", "destino" ed "eternità". Ecco quello che la filosofia mette in discussione; e concretamente, perché tutti siamo interessati al dolore che patiamo. E la filosofia nasce proprio dal tentativo di rendere sopportabile il dolore, e di capire se il nostro rapporto col dolore, che per noi comincia con i greci 2500 anni fa, sia autentico, oppure no».

un videoclip di Marco Bellocchio domenica sera a Roma

Repubblica ed. di Roma 25.1.04
Comincia oggi la settimana dell´haute couture. Stasera gala inaugurale alla Galleria Sordi con modelle d'eccezione e videoclip
Moda al via con la grande notte fra cinema, performance e arte
[...]
di GIOVANNA VITALE


Apre oggi l'Alta Moda a Roma
[...]
[Il] gala inaugurale "La notte della grande moda" [è] in programma stasera all´ex Galleria Colonna
[...] Tema della serata, come di tutte le sfilate, il binomio moda e cinema: celebrato in sette videoclip nei quali gli attori Alessandro Gassman, Enrico Lo Verso, Elena Sofia Ricci e Stefano Accorsi, i registi Bellocchio, Ozpetek, Corsicato, Pontecorvo e i fratelli Vanzina raccontano la loro personale visione dell´eleganza.
[...]

presentato "Addio del passato" di Marco Bellocchio

Il Tempo 25.1.04
MARCO Bellocchio vira di 360 gradi l'obiettivo della sua cinepresa e ci sorprende piacevolmente con il suo amore per Verdi
di PAOLO CALCAGNO


È un Bellocchio che non ti aspetti, l'autore dell'apologo verdiano "Addio del passato", presentato al Festival internazionale dei programmi-tv di qualità (Fipa), accolto peraltro con un meritatissimo e caloroso applauso.
In gran forma, il regista del recente "Buongiorno notte", premio speciale della Giuria all'ultima Mostra di Venezia, stavolta ha privilegiato il sentimento e la gratitudine, rispetto alla sua nota e urticante visione critica del sociale, emersa fin dai tempi de "I pugni in tasca".
È un'affettuosa ricerca di Verdi, un riconoscente inchino all'impronta di autentica italianità stampata, indelebile, dal grande musicista e un felice abbandono al magico dondolio del bel canto, questo malinconico e appassionato "Addio del passato" (47 minuti), che ci auguriamo di vedere al più presto sulle reti Rai, magari non a tarda notte, dopo le sapide considerazioni marzulliane. Al centro del documentario c'è "La Traviata", la più celebre e apprezzata delle opere di Verdi. Bellocchio, alla fine del 2000 e con l'avvicinarsi del centenario della morte di Giuseppe Verdi, si è lanciato alla ricerca dei legami tra "La Traviata" e Piacenza, città di origine sua e dell'immortale compositore. Il regista, per rintracciare le melodie alle radici della musica verdiana, segue il cammino che lo porta a contatto con gli abitanti di Piacenza. Soprattutto, Bellocchio si sofferma nel ritrovo dove cantanti e coristi hanno l'abitudine di incontrarsi, spinti dalla passione per "La Traviata": "La Cooperativa Infrangibile", dove ogni martedì mattina i coristi si riuniscono per cantare.
Ma anche al Teatro lirico, nella storica cornice di Villanova D'Arda, al Conservatorio e, persino, fra i tavoli dei ristoranti.
[...]

sabato 24 gennaio 2004

la ribellione delle donne in Iran

Repubblica 24.1.04
LA TESTIMONIANZA DELLA SCRITTRICE IRANIANA AZAR NAFISI
QUANDO IL VELO ERA SEGNO DI RIBELLIONE
di NINA FURSTENBERG


Il velo come chiave della vita di tre donne, madre, figlia, nipote. Racconta Azar Nafisi, scrittrice iraniana: «Mia nonna affermò la sua libertà mettendosi il velo contro il regime dello Scià che imponeva di toglierlo, mia madre togliendoselo nel regime di Kohmeini che imponeva di metterlo». E lei? «Io per non accettare il velo ho dovuto lasciare il mio paese». Azar è l´autrice di Reading Lolita in Tehran, (Random House), bestseller in America (arriverà in Italia tra qualche tempo, da Adelfi). Lolita: un titolo già di per sé inquietante nell´Iran di oggi diventa esplosivo se si pensa quel che la Nafisi spiega: la verità disperata della storia di Nabokov non è la violenza sessuale su una dodicenne ad opera di un vecchio porco, ma la confisca della vita di un individuo ad opera di un altro individuo, confisca dei sogni, del passato, dei pensieri. Le donne iraniane sono per lei «come farfalle mezze vive spillate su un muro, come Lolita».
La scrittrice ha lasciato la capitale persiana nel 1997, dove era arrivata carica di speranza come tanti intellettuali della sua generazione che si erano opposti al regime dello Scià. Lei, figlia di un sindaco di Teheran, aveva studiato letteratura inglese in Oklahoma, ed era tornata nel suo paese, nel 1979, carica di sogni per la Persia dei giardini e dei melograni che aveva conosciuto sui libri. La hanno espulsa, diciotto anni dopo, per il rifiuto di indossare il velo all´Università di Teheran Allameh Tabatabai, dove insegnava, lo stesso velo carico di battaglie di libertà, sia nel togliere che nel mettere e che ha incrociato la vita di sua madre e sua nonna. La libertà - spiega Aznar - non è un oggetto, «è mangiare un gelato per strada, tenersi per mano, ridere in pubblico, leggere quel che ti pare, magari Il grande Gatsby». Ora Azar vive a Washington, con un marito e due figli, insegna alla Johns Hopkins e scrive per i maggiori giornali americani. L´abbiamo trovata a Londra dove ha presentato il suo libro.
Che cosa significa il velo, argomento infinito, per le donne musulmane?
«Mia nonna non se lo è mai tolto, lo ha indossato per tutta la vita. Per un periodo molto breve, quando il padre del defunto Scià ha ordinato di toglierlo per tre mesi, si è semplicemente rifiutata di uscire di casa perché non voleva subire quella imposizione. Anche mia madre si definiva musulmana ed è andata in pellegrinaggio, ha pregato allo stesso modo di mia nonna e come lei è stata una fedele praticante, ma non ha mai portato il velo. Ho imparato crescendo in Iran che ci sono modi diversi di essere musulmani e le persone dovrebbero avere l´opportunità di scegliere quale rapporto stabilire con il loro Dio».
E il velo come tradizione da rispettare?
«Negli Stati Uniti c´è chi lo sostiene: il velo è una tradizione e se è una tradizione allora non c´è motivo di disapprovarlo. Ma se si tratta di una tradizione allora perché lo stato ha bisogno di puntare una pistola alla testa delle donne iraniane o di metterle in carcere per farle ubbidire? Anche Mao Zedong in Cina costringeva le donne a portare le "giacchette alla Mao", i capelli corti e il viso senza trucco, simboli di uniformità e sottomissione».
Azar, lei pensa che individualismo e Islam non siano proprio compatibili?
«Il primo passo del totalitarismo è di toglierti il diritto di essere un individuo unico e di realizzare le tue potenzialità. Questo è quello che è successo in Iran e non è una questione di Islam. Noi tutti dovevamo indossare un´uniforme, diventare uguali e dire le stesse cose. Il modo migliore per noi per sottrarci a questa situazione era di ricorrere a un lavoro di immaginazione. Per la prima volta mi sono resa conto di quanto sia importante la libertà individuale. In qualche modo abbiamo creato un rapporto col mondo occidentale, molto diverso e antagonistico rispetto a quello del regime».
E lo avete fatto attraverso un "book-club" clandestino, quello dei giovedì a casa sua?
«Il regime parlava dell´Occidente come del grande Satana. La nostra fantasia e la lettura di grandi autori occidentali sono diventati il ponte per la libertà. Abbiamo letto italiani come Primo Levi, Natalia Ginzburg, Italo Calvino e Umberto Eco. Gli ultimi due erano molto popolari a Teheran. Il mio principale campo d´interesse era la letteratura inglese: Jane Austin, Henry Fielding, Muriel Spark e naturalmente Vladimir Nabokov, sul quale ho scritto il mio libro».
Un libro che riguarda la libertà.
«Il mio libro riguarda valori universali: grandi autori, valori democratici e sfortunatamente anche l´universalità del fondamentalismo. È la storia dell´insegnamento delle opere della cultura occidentale nella Repubblica islamica dell´Iran. Il che mi fa venire in mente l´Europa orientale dell´epoca comunista».
L´Iran come l´Urss?
«In Iran domina una ideologia totalitaria, l´ideologia di una moderna teocrazia, proprio come nell´Unione Sovietica dominava l´ideologia comunista. E il fallimento di questa ideologia manda un messaggio in tutto il mondo musulmano. Nel nome dell´Islam la gente qui ha sofferto di più che con qualsiasi altro sistema totalitario. Il gioco è sempre lo stesso. Ciascuno di questi sistemi totalitari si è servito di un´ideologia per legittimarsi e qui hanno scelto l´Islam».
Si vede qualche segnale di laicizzazione, di separazione tra religione e politica?
«In Iran molti capi religiosi e altri ancora ritengono che per poter sopravvivere, la religione debba essere separata dallo stato. Penso sia questo il problema fondamentale che oggi stiamo abbiamo davanti. La questione di fondo è affrontare l´errore di chi nel mondo musulmano si serve della religione come di un´ideologia politica. In Iran c´è un reale dibattito interno su questi temi e ci sono segnali di serie evoluzioni che sembrano davvero portare a un´apertura della società. Non servivano le forze esterne per portarci alla democrazia».

Giacomo Leopardi
nuova edizione dello Zibaldone

Repubblica 24.1.04
Un viaggio nella mente del poeta

Fabiana Cacciapuoti e le "polizzine" dell'autore
le riserve di Croce sulla filosofia
Con il sesto volume appena uscito si conclude la nuova edizione dello Zibaldone
Un lavoro esemplare e insieme discutibile che riordina tematicamente la singolarissima opera
di ENZO SICILIANO


Il riordino completo dello Zibaldone leopardiano secondo gli indici per argomenti dallo stesso Leopardi predisposti, un riordino che è stato compiuto con grande attenzione filologica da Fabiana Cacciapuoti e che si è oggi completato con la pubblicazione dell´ultimo sesto volume, Memorie della mia vita (Donzelli, pagg. LXXXIV-574, s.i.p.), pone un interrogativo, se questa singolarissima opera, sempre sospesa fra pensiero in atto e progetti d´opere future, abbia necessità d´essere verticalizzata per temi allo scopo d´essere maggiormente compresa dai lettori e percorsa, e realizzi così un´intenzione dell´autore rimasta nel cassetto.
Ribadisco che il lavoro della Cacciapuoti è esemplare, proprio nell´osservanza minuziosa, anche innamorata, di quella mappatura che Leopardi aveva compiuto stilando le famose "polizzine", incolonnando i numeri di pagina del proprio enorme manoscritto alla ricerca di segmenti nel suo pensiero, che gli offrissero sicurezza di sistematicità filosofica. Mi domando quale risultato sia stato così ottenuto. Non c´è dubbio che l´operazione andasse fatta, proprio per accertare quanto, in quelle intenzioni del poeta, vi fosse di realistico: se cioè i trattati pensati o vagheggiati - "sulle passioni", quindi le due parti, "pratica" e "speculativa", sulla "teorica delle arti, lettere, etc.", il "manuale di filosofia pratica", quello "sulla natura degli uomini e delle cose" e infine le "memorie" - fossero enucleabili dal flusso magmatico dello Zibaldone.
Di fronte al Leopardi pensatore, Croce usò una formula brusca e riduttiva: filosofia ad uso privato. All´artefice della dialettica dei distinti il magma leopardiano doveva apparire un irrisolto e irresoluto vagabondaggio fra appunti di lettura, riflessioni estemporanee sui comportamenti umani, esplosioni epigrammatiche di indisciplina psicologica, noterelle di filologia e poco di più. Eppure, nella brusca uscita crociana un ramo di proficua verità c´è, solo che si faccia ruotare il significato dell´espressione, come fosse una lente di cannocchiale, da una distanza sprezzante a un interesse più ravvicinato. La cultura settecentesca aveva depositato nella mente, nell´animo del poeta della Ginestra l´esigenza, se non del sistema, del trattato filosofico, di un pensare ordinato in contorni razionalmente percepibili e definibili. Ma la grandezza di Leopardi sta nell´esorbitante della sua natura - quella natura che lo portò a essere il poeta che è usando la lingua ossidata, per più lati arcigna, dell´accidiosa, provinciale cultura italiana del tempo, rubricata in abbondanza nella biblioteca paterna. È un miracolo del ritmo a sconvolgere quella lingua, a farla nuova, renderla radente alle cose, dal passo lieve e musicale: «Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti / posa la luna, e di lontan rivela / serena ogni montagna...»
Quel ritmo, si è detto più volte, giustamente, è sentimento: la vera novità di Leopardi sta nell´ascolto del sentimento qualsiasi cosa scriva, in versi e in prosa, spostando le immagini e i pensieri sempre verso una dimensione interiore, in uno spazio che a lui solo appartiene, e appartenendogli così stretto e lancinante si trasforma in parola che ogni altro coinvolge. Scrive Antonio Prete, appunto nella prefazione a queste Memorie della mia vita, che l´attenzione leopardiana al sentimento, o la tensione verso il sentimento come oggetto unico di pensiero e poesia, «ha un costante orizzonte: il divenire della civiltà». E seguita: «Con la progressiva "spiritualizzazione", la civiltà allontana dalla natura, dalla corporeità fantasticante, dalla vita dell´immaginazione, ma allo stesso tempo affina la sensibilità, approfondisce lo stato di malinconia e la condizione "sentimentale"».
Questo scarto e questo incontro, questo affidamento al sentire che rimette alla malinconia quasi una funzione conoscitiva è, in sintesi estrema, il lato positivo del dire crociano che Leopardi non pensasse se non in funzione "privata", secondo un fluire che giorno dopo giorno, proprio nel disordine delle riflessioni, o delle occasioni per le più diverse riflessioni, si fa concreto - ed è una concretezza puntuale, mai impropria nella sua convulsa e insieme meditata varietà. Soggettività e società, costume civile e sofferto isolamento dell´io, necessità di definire in un colloquio perennemente intimo il proprio stato di consapevolezza, costituiscono l´asse tematico possibile, nuovissimo, dello Zibaldone, e il più profondo. Su quell´asse le diramazioni sono tante e inclassificabili, in un gioco continuo, anche implacabile, di passioni, risentimenti e inseguimenti di fantasmi e di battaglie intellettuali la cui scena resta, va detto di nuovo, la soggettività. Chiunque abbia intrapreso un viaggio all´interno dello Zibaldone per ricavarvi un pensiero unico è andato fallito - ma non è potuto mai uscirne con l´idea d´aver percorso una boscaglia senza sentieri. Tutt´altro. E se i sentieri sono tanti, quando pure sembrino prendere direzioni divergenti o si interrompano, Leopardi stesso sa mostrarne, "sentirne", le dialettiche convergenze, cucirne intuitivamente gli spezzoni. Si è arrivati per esempio a dibattere da parte dei critici su "due ideologie" leopardiane a riguardo della natura. Leopardi vede la natura come provvidenziale nei suoi disegni, portata a conservare la specie e a trionfare attraverso questa conservazione; poi la vede brutalmente matrigna, nel non favorire in nessun modo, accanto a quei processi conservativi, la felicità degli individui. Questa duplicità - e un volto arriva a non escludere mai l´altro - percorre ogni sua considerazione dell´esistenza: il prodursi necessario della memoria nell´animo umano o il dislocarsi delle forze sociali sul campo e il loro confrontarsi; o lo storico attrarsi e scontrarsi fra fantasticare e sentire, fra barbarie e affinamento di costumi e delle lingue e chissà quanto altro.
Lo Zibaldone, in questo, ha proprio il passo del viaggio all´interno di una mente che non cessa mai il proprio scrutinio, e non teme di contraddirsi o di avvertire quanto il proprio spazio si allarghi attraverso le contraddizioni nutrendo la conoscenza. Sergio Solmi, che ha speso tanta attenzione intorno a questa "prosa" leopardiana, ha sempre ribadito che il pensiero del poeta va ricercato nel suo manifestarsi al di fuori delle preoccupazioni letterarie e di forma presenti nelle Operette morali o nei Pensieri: va ricercato nella libertà e nell´accanito tumulto quotidiano dello Zibaldone. Il lettore è attratto in esso, proprio come dice Solmi, «più dalla finezza analitica del pensiero, tutto impegnato nel concreto delle esemplificazioni puntuali, che dalla loro incerta cornice sistematica». Infatti, è lo spettro amplissimo di quelle esemplificazioni che fa libro, e che fa pensiero; ed è per questo che Leopardi va a situarsi accanto ai grandi moralisti e ai grandi saggisti liberi alla Guicciardini, alla Montaigne, alla Pascal, e non chiede posto tra i filosofi di professione secondo le regole del suo tempo e non solo del suo.
Buon lettore di Voltaire nell´adolescenza, era attratto, ripeto, da un forma di sistematicità trattatistica. Fu la sua utopia, che, pure con il puntiglioso soccorso delle polizzine non realizzò. Era appunto un´utopia - irrealizzabile. Per me il lavoro di Fabiana Cacciapuoti ha validità "a contrario": ha mostrato quanto la materia dello Zibaldone non si scolli dalla sua impaginazione originaria. Verticalizzata, quella materia, sia pure per settori ordinata, ritorna spontanea alla propria libertà, a un andamento che sfoca sempre i limiti che vorrebbe imporsi: si riordina nel proprio fluire. Nell´ordinarsi discute cioè l´ordinamento che sarebbe stato del suo stesso progetto. Perciò non c´è tema, finanche quello conclusivo della "sua vita", che possa raccogliersi in un corsivo rammemorare, fermo al proprio perno: sfugge verso quel che avvertiamo come una metafisica personale, o meglio come un "profondamento" nell´essere da cui, pari a una calamita, il pensiero non riesce a sganciarsi.
Il compito che Leopardi aveva affidato a questo suo straordinario diario - che gli si disponeva fuori la norma di qualsiasi diario, e che rimane unico nella nostra letteratura - era d´aiutarlo a indirettamente conoscersi, non per scoprire i propri limiti - cosa che l´avrebbe reso inconseguente. Il progetto ulteriore offerto dalle polizzine per un lato appare quindi come mania di filologo, di autofilologo, che non si nega a un personale "indice degli argomenti e delle cose notevoli"; per l´altro, come la soglia impossibile da varcare, a conferma che il conoscersi, in uno scrittore, passa attraverso la propria opera, e in seguito alla propria opera, e non per processi di razionalizzazione. Leopardi era convinto che «l´esistenza non è per l´esistente» e che «gli esistenti esistono perché si esista»: così il pensare, per lui, non era pensare un oggetto ma pensare di per sé - pensiero risucchiato soltanto dal proprio destino.

capolavori da vedere al MART di Bologna

La Stampa Tuttolibri 24.1.04
In vetta al Mito. Da Dürer a Warhol


NON credete ai curatori di asfittiche mostre, che per difendere le pochezze dei loro risultati, piagnucolano dicendo che oggi le mitiche mostre d'un tempo non si possono più fare, che i musei non imprestano più i quadri, che è impossibile proporre delle rassegne esaustive. Questa del Mart dimostra che con intelligenza, impegno, coinvolgimento di ricercatori seri e preparazione adeguata, tempo e studio insomma, si possono ancora imbandire delle libagioni succose e spettacolari. Onore alla caparbietà della «guida» trentina, Gabriella Belli: chè non deve esser stato facile convogliare qui una cordata di capolavori di Dürer, codici leonardeschi, opere di John Martin, di Wright of Derby, di Goethe disegnatore, di Munch e di Cézanne. E basterebbe se non altro uno dei sei preziosi Friedrich, quello pochissimo visto (perché sta a Rudolstadt) ove la nebbia, come in un Lied di Liszt, si leva incespicando tra i brulli abeti, a dire la rarità di certe scelte (ed anche la preziosità di talune scoperte, grazie alla perizia di Anna Ottani: come il norvegese Peder Balke, che almanacca magri, sinistri frottage, molto prima di Max Ernst). Ma sarebbe un errore leggere la mostra così, come una coroncina diligente o prestigiosa di sole presenze artistiche (e sarebbe una sciocchezza alzare il ditino delle assenze) perché - un po' alla maniera di Jean Clair o di Szeemann, che non a caso hanno acceso, anche qui, la loro miccia propiziatoria - si svolge come un'ascensione anfibia, e sontuosamente bifida, tra l'arte e la scienza, la ventosa suggestione del mito e la verifica geologica dei massi, di queste immense «cattedrali della natura». Come le chiamava il post-romantico Ruskin, che dell'ascesa allegorica alle vette aveva tratto quasi una sorta di religione laica, convinto che nella radiografia delle montagne si potesse leggere in filigrana il miracolo estetico, e stratificato, del libro della Natura. E qui, per lo meno a livello estetico, tutto è più che chiaro: nel periodo medievale e bizantino la montagna non è che un simbolo orrifico da fuggire, o la sede temibile del Sacro (leggersi la Bibbia, o le icone, per capire che tutto avviene in alto: Sinai, Sion, l'Oreb, il Golgota, il Calvario. Il monte della consegna delle Tavole della Legge). E in queste tavole, come suggerisce l'Ottani Cavina, nel monumentale catalogo Skira: «Le montagne sono piuttosto rocce, scheggie simboliche di luoghi impraticabili», che pullulano di mostri e di paure. Come aveva annotato Zeri: «un luogo mmemonico, reso con la stringatezza di un sigillo»: un artificio retorico, che deve evocare agli analfabeti luogo impervio, impraticabile, dannato. Come nella celebre immagine proustiana dei fiori giapponesi rinsecchiti, che immersi nell'acqua si dilatano e rifioriscono, ecco che qui, da quei petrosi sassi anchilosati, si distende l'immensa avventura della scoperta alpestre (dal momento che è in gioco soprattutto l'immaginario razionale, illuministico, occidentale delle vette nostrane. Al massimo una fuga nei deserti western e montuosi d'America. Ma non hanno diritto di replica le nebbie mistiche della pittura zen. Qui risuonano semmai gli echi ebbri dello Zarathustra nicciano, il trionfalismo innevato del Manfred di Byron e le magniloquenze sonore dell'Alpensymphonie di Strauss). Prima la paura, la difesa, poi la sorpresa, l'investigazione. Con Petrarca, primo «scalatore» umanista, che rompe gli steccati medioevali dell'hortus conclusus, e sceglie di vedere il mondo dall'alto, a volo d'uccello. Ma subito ne ridiscende, turbato, avvolto nel mantello della sua «jocondissima solitudo». Mentre Bernini, in viaggio verso Parigi, ferma i suoi carriaggi e si dispone trionfale a riprodurre quel miracolo di spettacolo, tra la stizza infreddolita dei suoi compagni d'avventura. La montagna non è più quell'organismo vivente e peccaminoso, che il Diluvio Universale ha sovvertito, quasi una gibbosità imbarazzante (con le mammelle pruriginose dei vulcani, che sputano veleni). È come il teschio trasparente, palpabile del mondo, che va indagato, visitato, tastato (domandarsi semmai perché il Seicento barocco abbia come occultato questo capitolo). Infatti è il Settecento illuminista che privilegia quest'annoso enigma, trasformandolo in un «teatro anatomico all'aperto». Ed è difficile dire (teoria del sublime kantiano alla mano) se sia la scienza ad aprire gli occhi all'arte o viceversa. Quando, studiando le mappe, con uno scatto dello sguardo, nel 1911, Alfred Wegener si accorge per primo del fenomeno della deriva dei continenti, non mette forse in atto un tipico esercizio da teoria purovisibilista? Che quando ti ha svelato che quella coppa nasconde un profilo d'uomo, tu ora non vedi altro che la sagoma d'uomo.

storia della medicina

Galileo 24.1.04
LIBRI Temi e problemi dell'arte medica

Gian Carlo Mancini (a cura di) La scienza della vita. Temi e problemi dell'arte medica
Aracne, 2003 pp.240, euro 10,00
di Valentina Sereni


Il volume raccoglie le conferenze organizzate alla Università di Roma "Tor Vergata" nel corso dell'anno accademico 2000/2001. Il ciclo di incontri, organizzati dal curatore della raccolta (nonché autore di due dei saggi contenuti), si è rivelato decisamente interessante e stimolante, andando a toccare argomenti molto diversi tra loro: non ci sono pregiudizi di sorta né nei soggetti né nelle metodologie degli autori, producendo realmente un quadro variegato, ovviamente lungi dall'essere completo, dello studio della storia della medicina in Italia. Apre il volume il saggio di Gian Carlo Mancini dedicato a "Medicina umorale e alienazione", una ricca carrellata sul trattamento della malattia mentale dal Rinascimento all'inizio dell'Ottocento, un periodo in cui "la pazzia veniva intesa come squilibrio e malessere dell'organismo nella sua globalità" e quindi la sua cura "non rientrava in un ambito specifico". I rimedi utilizzati erano spesso raccapriccianti e dolorosissimi per gli sventurati pazienti. Il secondo contributo, di Rino Caputo è dedicato al rapporto tra malattia e letteratura. Dalla classicità ellenistica fino a Dino Buzzati, le due arti si sono più volte sovrapposte e contaminate, configurando a volte una vera e propria "malattia della letteratura", un concetto esasperato soprattutto alla metà dell'Ottocento. Un "incontro tra i due mondi [...] può aggiungere, oggi, un granellino non insulso all'attività scientifica e più globalmente socio-culturale degli operatori intellettuali dei due settori".

Il saggio successivo, e il più lungo della raccolta, è di Gilberto Corbellini, ed è l'ampliamento di un suo precedente articolo sulla medicina evoluzionista, un programma di ricerca che sin da prima di Darwin è presente nelle scienze della vita, e che considera le malattie "anche dovute a cause "remote" o "storiche" - filogenetiche o ontogenetiche o socio-culturali - che sono all'origine della suscettibilità dell'organismo ad ammalarsi, cioè a esprimere caratteristiche funzionali disadattative in particolari situazioni ambientali". L'approccio evoluzionista alle malattie rilanciato da poco più di un decennio è in realtà molto più antico, risalendo appunto a prima di Darwin. Il suo sviluppo viene raccontato da Corbellini con dovizia di particolari e rigore storico, sottolineando come la formazione del medico non possa prescindere dalle conoscenze bioevoluzionistiche: "un orizzonte conoscitivo e fondamentale per ragionare costruttivamente sui limiti e le potenzialità di qualsiasi strategia medico-sanitaria."

All'anatomia di Morgagni e all'immunologia di MacFarlane Burnet sono dedicati i due saggi di Valentina Cazzaniga e Silvia Marinozzi, e di Franco Voltaggio, che precedono l'ultimo contributo, di nuovo di Mancini, che questa volta spalanca le porte dell'abisso della medicina nazista, chiudendosi con un piccolo brano di intervista del 1998 a Josef Mengele, medico nel lager di Auschwitz: "ad Auschwitz uccidere la gente era assolutamente normale: ci si abitua presto, due o tre giorni al massimo [...]. Ho fatto un lavoro importante per la scienza, ho potuto condurre su esseri umani esperimenti che normalmente sono possibili solo sui conigli". Di fronte ad affermazioni simili, si capisce ancor di più l'utilità di studiare il passato di una scienza che, nel bene e nel male, ha a che fare con noi, molto da vicino.

venerdì 23 gennaio 2004

ancora sulle macchine dei sogni
oggi e ieri

il manifesto 23.1.04
Qui si fabbricano sogni su misura

Alcuni precedenti letterari di quella che si annuncia come l'ultima bufala di inizio secolo La multinazionale giapponese Takara ha appena lanciato un apparecchio per fabbricare sogni liberamente impostati dall'utente. A metà strada fra la lanterna magica e il videopoker, la macchina agirebbe come un programmatore subliminale, liberando profumi, articolando suoni, proiettando lampi di luce colorata al fine di condizionare una sorta di imprintig sensoriale, attivo nella fase di elaborazione delle immagini oniriche. Alcuni «sognatori» hanno riferito, tuttavia, che sebbene il tema desiderato per le loro nottate fosse giusto, la storia finiva nella maniera sbagliata
di MARCO DOTTI


Quattordicimilaottocento yen, centodieci euro. A tanto ammonta il prezzo di lancio di Yumemi-kobo, un apparecchio per fabbricarsi su misura i sogni, a metà strada fra la lanterna magica, l'abat-jour e il videopoker, che, a partire dal mese di maggio, la multinazionale giapponese Takara prevede di far entrare in punta di piedi nelle nostre camere da letto. Stando a quanto riferiscono i progettisti della società di Tokyo, la macchinetta, debitamente e liberamente impostata dall'utente, agirebbe come un programmatore subliminale molto rozzo, ma altrettanto efficace, liberando profumi, articolando suoni, proiettando lampi di luce colorata al fine di condizionare l'emisfero cerebrale non dominante. Il condizionamento si realizzerebbe attraverso una specie di imprintig sensoriale, attivo nell'ultima fase del sonno, quella in cui il vissuto onirico inizia a farsi immagine, frammento, traccia da riorganizzare in ricordo, ricondotta dalla parte rassicurante del giorno. Chiunque volesse sognare «in compagnia» ora potrà farlo senza problemi, scaricando nel fondaco del proprio subcosciente, grazie ad un apposito programma, la fotografia dell'amato/a, del caro estinto, del vip preferito, o di un qualsiasi passante. Nel caso di soggetti particolarmente «resistenti» alle sollecitazioni psicocinetiche, però, gli «effetti potrebbero non essere quelli desiderati». La dinamica delle retroazioni, testata con lo scivoloso criterio della consueta «diligenza del buon padre di famiglia» (nessuna trasgressione, ruoli ben definiti), non è per nulla rassicurante.
Al momento, ha precisato Kenji Hattori, responsabile dell'area marketing, «la macchina è in fase di sperimentazione, anche se avanzata», fatto che ne legittima comunque la vendita. A fare da cavia si sarebbero prestati gli impiegati dell'azienda, sollecitati dagli psicologi del gruppo, che avrebbero riscontrato un solo fastidio ricorrente: «Alcuni soggetti hanno riferito che il tema desiderato per il sogno era giusto, ma la storia finiva spesso nella maniera sbagliata». Finiva per scontrarsi, in altri termini, contro il muro di un'immaginazione solo apparentemente disattivata dalla pretesa, ridicola e parossistica, di ridurre ad immagine statica, ingabbiata nel meccanismo di azione-retroazione, la cifra segreta, poeticamente ambigua, del desiderio e del sogno.
Ma un'altra macchina, «morbida» e terribile, ha animato la scena allucinata e sconnessa dei sogni di almeno due generazioni. Degradazione postmoderna del caleidoscopio inventato da Brewster per lo studio della rifrazione ottica, la Dream-machine venne sviluppata nel 1960 dal matematico Ian Sommerville, su commissione di un personaggio eclettico e controverso, il pittore Brion Gysin. Cittadino americano nato, però, nel Buckinghamshire inglese il 19 gennaio 1916, Gysin perfezionò la sua formazione artistica a Parigi, dove si era trasferito già nel 1934. Legatosi ben presto a ciò che rimaneva, dopo la scissione del 1927, del movimento surrealista, venne influenzato dalla pratica del ready-made di Duchamp e del frottage di Max Ernst, oltre che dalle ricerche sul sogno e dai tentativi di scrittura automatica praticati dal gruppo di Breton.
È in questo ambiente che Gysin iniziò a farsi conoscere esponendo le proprie opere accanto a quelle di Picasso, Arp e Man Ray. Studioso di calligrafia, mentre approfondiva la conoscenza dell'arabo iniziò a dedicarsi alla scrittura giapponese, che padroneggerà definitivamente nel 1943.
Fu nel 1958, ricorda Gysin, mentre si apprestava a raggiungere Marsiglia seduto in un autobus, che «una straordinaria tempesta di colori» lo travolse. «Attraversavamo un lungo viale alberato e ho chiuso gli occhi contro il sole che tramontava. Un profluvio di disegni vivacissimi dai colori soprannaturali mi è esploso dietro le palpebre: un caleidoscopio multidimensionale che girava come un vortice nello spazio. Venivo trascinato fuori dal tempo. Venivo portato in un mondo di numeri infiniti... ». Qui nacque l'idea di costruire una macchina che, operando attraverso una sovrastimolazione sensoriale, riuscisse a produrre stati di seminarcosi e allucinazione diurna. Una specie di «terza mente», e Third mind sarà proprio il titolo del testo, pubblicato in Francia nel 1976, che suggellò definitivamente il suo sodalizio umano e artistico, iniziato molti decenni prima, con William Burroughs.
Fu infatti Gysin ad introdurre lo scrittore in un nuovo mondo parallelo, dilatato, senza assi e coordinate, sfondato nel centro esatto del suo improbabile equilibrio. Quando Burroughs vide questo cilindro forato ruotante attorno a una luce, gli sembrò che le stanze del Beat Hotel, al numero 9 di rue Gît-le-Côur, si riempissero di un «alfabeto di colori». Nell'universo ripetitivo di quei colori, gli parve di attraversare tutte le «galassie ferite» cui fa cenno nella Morbida macchina.
Grazie all'uso della Dream-machine, di magnetofoni e calcolatori debitamente calibrati dallo stesso Sommerville, servendosi delle tecniche del cut-up, del fold-in e della permutazione sviluppate con l'ausilio di Gysin, Burroughs riuscirà a costruire gran parte dei propri plagi narrativi. Insieme, lavoreranno a «viaggi» noti e meno noti, da Minutes to go a Exterminator, fino a The Soft Machine (com'è illustrato nel numero dedicato loro dall'edizione italiana di Re/search, ShaKe,1992, pp. 200, 10 euro, nonché in José Ferez Kuri, Brion Gysin.Tuning in to the Multimedia Age, Thames and Hudson, 2003, 240 pp., 29.95 sterline).
Per essere autentica, scriveva Michel Foucault in un saggio apparso quattro anni prima della «folgorazione» di Gysin (saggio premesso all'edizione francese di Sogno ed esistenza di Binswanger, e da poco riproposto in forma autonoma, nella traduzione di Maria Colò, con il titolo Il Sogno, dall'editore Cortina, 93 pagine, 9,30 euro), «ogni immaginazione deve imparare nuovamente a sognare», mettendo in corto circuito proprio «l'incanto delle immagini», le forme semplici senza contraddizioni apparenti, condizione che né la vita, né il suo contrario conoscono. In quest'ottica, continua Foucault, un'ars poetica si legittima solo se aiuta, insegna e alla fine induce a spezzare l'incanto, «liberando il cammino dell'immaginazione verso il sogno che le offre come verità assoluta il suo 'invulnerabile cuore di notte'». Quasi facendo suoi questi intenti - al di là di esiti artistici non sempre convincenti - Burroughs confesserà che «gran parte dei miei personaggi e delle mie situazioni proviene dai miei sogni». Sogni che «annoto sui miei quaderni e, se sono particolarmente interessanti, li dilato fino a trasformarli in altrettante scene riutilizzabili in un contesto narrativo. Talvolta ricavo lunghi sogni narrativi in sequenza, come in un film, e alcuni di essi si trovano parola per parola nel mio lavoro». Il fatto che si tratti di sogni diurni cambia forse le carte sul tavolo, ma non la posta in gioco.

Van Gogh avrebbe portato il nome di un fratello
nato morto un anno prima di lui

Avvenire 23.1.04
Van Gogh e il caso del fratello nato morto


Grande scoperta al Museo Van Gogh di Amsterdam, che ha ieri annunciato di essere in possesso di una lettera in cui il grande maestro olandese ricorda un fratello, nato morto, deceduto esattamente un anno prima della sua nascita, nel 1853. La scoperta della lettera, scritta il 3 agosto del 1877 e inviata al mercante d'arte dell'Aja Hermanus Gijsbertus Tersteeg, è stata definita una vera "sorpresa" dal Museo. Van Gogh nacque il 30 marzo del 1853, un anno esatto dopo che sua madre ebbe dato alla luce un primo figlio, nato morto, pure lui chiamato Vincent. Nelle biografie di Van Gogh si trovano numerose congetture sul fatto che l'artista abbia patito un trauma psicologico proprio per essere quello che viene definito un "figlio in sostituzione", e di essere cioè cresciuto con il ricordo di un fratello morto non solo col suo stesso nome ma anche con la stessa data di nascita.

lo psichiatra assassino

La Repubblica ediz. di Milano 23.1.04
Lo psichiatra che ha ucciso Bignamini incapace di intendere e pericoloso
Per i periti Geoffroy non può essere processato
Se la tesi sarà accolta, passerà nel manicomio giudiziario. Lunedì l'udienza decisiva
di ANNALISA CAMORANI


Arturo Geoffroy non è in grado di essere processato. È questa la conclusione a cui i due esperti nominati dal giudice Fabio Paparella sono giunti dopo una perizia che si è dimostrata molto complicata, visto che l´uomo non ha mai voluto farsi visitare sostenendo di essere assolutamente normale.
L´ex psichiatra di 47 anni, che ad agosto ha ucciso lo psicologo Lorenzo Bignamini, soffre di una «psicosi delirante paranoicale, altrimenti detta disturbo delirante». Per questo motivo la perizia (che si è basata sul parere degli psicologi che, negli anni, hanno avuto in cura Geoffroy) si conclude così: «È incapace di stare a giudizio». L´imputato si sente perseguitato dal mondo intero e la sua mente - dicono i due esperti - è continuamente alle prese con questo delirio. La diagnosi è contenuta nella relazione che ieri Francesco Barale, ordinario di psichiatria all´università di Pavia, e Alessandra Luzzago, psicopatologa forense, hanno depositato negli uffici di Palazzo di Giustizia. Geoffroy si è sentito perseguitato anche dai due pm titolari dell´inchiesta, Gianluca Prisco e Giovanni Narbone. Dal carcere di Genova, dove si trova rinchiuso dall´agosto scorso, ha minacciato più di una volta di denunciarli. E, dopo che i due magistrati hanno chiesto che l´imputato venisse sottoposto a perizia psichiatrica, li ha bersagliati di lettere cariche di minacce e insulti.
Confessando l´omicidio, l´ex psichiatra ha sostenuto di aver ucciso per «autodifendersi» da un presunto complotto di psicologi e magistrati che gli avevano negato il riconoscimento della causa di servizio dopo che era stato aggredito da un paziente. «Arturo Geoffroy - si legge nella relazione - era incapace di intendere e di volere al momento del fatto (quando, cioè, ha ucciso l´ex collega e medico, ndr). È incapace di stare a giudizio. È socialmente pericoloso, allora come adesso».
È anche sulla base di questi elementi che nell´udienza di lunedì prossimo il gup Paparella dovrà prendere una decisione sul futuro dell´ex psichiatra. Sull´argomento, comunque, verranno sentiti anche i consulenti (tra loro c´è anche il criminologo Massimo Picozzi) nominati dai pubblici ministeri e da quelli della difesa. Ma se la tesi dei periti del giudice verrà accolta, il processo sarà sospeso e l´uomo internato in un manicomio giudiziario. Ogni sei mesi verrà visitato per stabilire se le sue condizioni mentali siano migliorate o meno.