La Repubblica 25.11.03
L'attrice è protagonista dei due film italiani di maggior successo degli ultimi mesi: "La meglio gioventù" e "Buongiorno, notte"
"Porto sul set le donne forti"
di PAOLO D'AGOSTINI
Maya Sansa, 28 anni, mamma italiana e papà iraniano: figlio di un ambasciatore dello scià, venuto a Roma da studente. Lei ha conosciuto Teheran solo l'estate scorsa. Frequentava una scuola di recitazione a Londra quando nel '99 l'hanno chiamata per "La balia".
Sabato 29 nasce il "Premio Marcello Mastroianni ai nuovi interpreti del cinema italiano" a Fontana Liri dove l'attore è nato. Una cinquina femminile e una maschile. Quattro candidati su dieci vengono dai set di "Buongiorno, notte" o di "La meglio gioventù": Maya e Sonia Bergamasco, Paolo Briguglia e Fabrizio Gifuni.
ROMA - Occasione dell'incontro il festival Sulmonacinema (dedicato alla memoria del critico di Repubblica Alberto Farassino) dove Maya Sansa era alla testa di una giuria di studenti che ha premiato "Guerra" di Pippo Delbono, Piva e Rubini per "Mio cognato", Valentina Cervi per "Passato prossimo" di Maria Sole Tognazzi. Maya è la giovane attrice italiana emergente del momento. Due ruoli quest'anno l'hanno imposta al centro dell´attenzione. Mirella in "La meglio gioventù" di Giordana, e Chiara la brigatista che in "Buongiorno, notte" di Bellocchio allude alla "vivandiera" Anna Laura Braghetti della prigionia di Aldo Moro. Parliamone, partendo da dove vuole lei. «Ne parlo volentieri», dice senza esitazioni. Indizio della consapevolezza che una giovane attrice, oggi, mette in ciò che fa.
«Due lavorazioni molto diverse. "La meglio gioventù" è durato sei mesi. Un lavoro corale, mi rendevo conto di essere in un progetto molto ampio ma anche molto gioioso e rilassante. Nessuna tensione, il set era un appuntamento piacevole. Una bella atmosfera, penso che mi abbia aiutata ad affrontare il personaggio: Mirella è una donna serena. Nella sceneggiatura era un po' vittima della vita e della sua solitudine isolana, poi invece insieme agli autori e con il loro benestare è diventato un personaggio libero».
Lo ha voluto lei così?
«Sì, ma anche Marco Tullio nello scegliere me. Quando rimane delusa da Matteo che la tratta male e l'allontana, inizialmente era previsto che piangesse e gli dicesse "ti amo". Ma in quel contesto di durezza non doveva piangere, non doveva reagire dicendo "perché mi fai questo". Sarebbe stata una vittima, e sarebbe stata patetica. No, invece si mantiene distaccata e dignitosa di fronte a una chiusura così violenta. E penso che la scena sia venuta molto bella così. Anche la scena finale, nata sul set, è riuscitissima: la passeggiata di Mirella con Nicola mentre Matteo (che è morto) compare tra loro come un angelo custode sorridente. Una scelta coraggiosa, venuta in modo così genuino, grazie alla sintonia tra il regista e noi interpreti».
Giordana è un regista che sta a sentire gli attori?
«Sì, anche se questa è una peculiarità più di Marco Bellocchio. Quello che Giordana cerca e vuole lo ottiene grazie al lavoro collettivo ma è anche duro».
Non era facile dominare una struttura così complicata.
«Certo. Anche Bellocchio sa quello che vuole, ne ha una visione chiarissima e profonda, ma sul set è morbido, è aperto a tutti i contributi. Ci mette molto a scegliere gli attori ma una volta scelti la fiducia è assoluta. In questo caso ti permetteva, all'interno di una prigione, di essere molto libero e creativo. Di dire quello che sentivi senza timore di disturbare, sempre benvenuto all'insegna della gentilezza. Naturale che con la stessa galanteria Marco risponde di no alla tua proposta».
Molto bello di Mirella, in "La meglio gioventù", è che pur essendo un personaggio minore nell'economia generale dell'affresco, condiziona lo spirito del film, è determinante.
«E all'inizio non credevo che sarebbe stato così. Marco Tullio è stato molto generoso, mi ha offerto il ruolo, una cosa che mai prima mi era successo senza fare provini. Ma inizialmente non mi ispirava tanto, ed è vero che una cosa piccola è diventata preziosa. Ma anch'io me ne sono accorta dopo, a cose fatte».
Torniamo a Bellocchio. Nessun timore iniziale verso la storia e il personaggio?
«Cercavo di essere rispettosa di qualcosa che era realmente accaduto. Sentendomi anche un po' smarrita. Per Chiara a differenza di Mirella ho affrontato diversi provini prima di ottenere la parte. Mi sono preparata molto, ho studiato e letto, avevo tantissime lacune da colmare. Questo ha accresciuto i timori: dov'è la verità? Che cos'è che vuole raccontare Marco?».
Mica facile mettersi sulla lunghezza d'onda della verità cercata da Bellocchio.
«Ma poi ho potuto capire, leggendo il copione e parlando con lui, che era un'opera di Bellocchio. Trattava un argomento delicato e drammatico, ma già nella scrittura erano chiare le libertà che Marco voleva prendersi così come le responsabilità che si stava prendendo. Gli ex brigatisti che lo hanno giudicato hanno confermato le verità e hanno capito le libertà dell'artista. La mia Chiara è universale, non è solo Braghetti ma anche altri terroristi, è Bellocchio, è Maya, è una donna, una madre, una figlia».
Sa che il film ha sollevato contestazioni. Avrebbe regalato una nobiltà eccessiva al suo personaggio.
«Le ho sentite queste cose. Capisco, liberi tutti di dire quello che vogliono. Non basta però servirsi dell'argomento "io c'ero". Tanti c'erano. C'è chi a tutti i costi si è voluto rapportare al film in modo storico e politico quando il film non lo è. E mi è dispiaciuta la poca capacità di vedere la sua universalità e il suo andare oltre».
Forse è poco interessante che ci si siano riconosciuti alcuni brigatisti. Più importante è il suo contribuire ad aprire una nuova pagina nell'interpretazione del nostro recente passato.
«Anche la contestazione sulla santificazione di Moro è quantomeno ingenua, di persone che non vogliono rendersi conto che Marco tratta solo la prigionia e che in quel periodo i brigatisti stessi non lo vedevano più come Moro uomo politico. Questa è la chiave. Si parla solo di un uomo in una situazione così estrema e drammatica. Dicono sia Braghetti che Faranda che leggere le sue lettere le straziava, erano pochi quelli tra loro che riuscivano ad astrarsi e reprimere ogni emozione».
Le condizioni di lavoro: claustrofobiche, opprimenti?
«Io ci tenevo molto e la gioia di essere presa è stata immensa. Mi avvolgeva costantemente. E mi proteggeva dalla tensione e dalla claustrofobia. Ma tutti erano felici di stare su quel set. Tutti hanno dato un'attenzione e una concentrazione speciali. Poteva scatenarsi un bel po' di malessere, era una situazione tecnicamente difficilissima. Un set baciato dall´ispirazione».
Le piace quello che rappresenta sullo schermo, l'idea di luminosità e serenità che dà?
«Certo che mi piace. E sono grata ai registi che hanno adattato a me i loro personaggi magari concepiti per un'attrice alta, bionda e androgina. Ma la verità è che così sono ne "La balia" e "La meglio gioventù" mentre altrove, da "Nella terra di nessuno" di Gianfranco Giagni a "Benzina" di Monica Stambrini fino a "Buongiorno, notte" e "Il vestito da sposa" di Fiorella Infascelli ancora non uscito, sono piuttosto cupa. Eppure prevale quell'idea di me…».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 25 novembre 2003
interpretazioni - assai datate - di Nietzsche,
così pensavano i "francofortesi" e i loro amici
Corriere della Sera 25.11.03
Su «Micromega» un eccezionale inedito del 1950. Horkheimer, Gadamer e Adorno discutono alla radio sul grande filosofo
Nietzsche nichilista? No, fu il precursore di Freud
Cesare Medail
Tre filosofi tedeschi al microfono di radio Francoforte esattamente alla metà del Novecento (31 luglio 1950) a discutere di un altro filosofo tedesco, Friedrich Nietzsche, vero e proprio nervo scoperto del pensiero europeo del Novecento: in primo luogo per l’appropriazione da parte degli ideologi nazisti, ma anche per tutta una serie di malintesi che riguardano il nichilismo, il positivismo, l’effetto delle sue idee di volta in volta interpretate in senso ultra-conservatore o ribellista. Una volta convenuto che Nietzsche sia stato un gigante capace di influenzare tutto il XX secolo, è naturale che i tre filosofi abbiano voluto scacciare i fantasmi in camicia bruna, spiegando che Friedrich si presta a malintesi e travisamenti, anche i più intollerabili; e fanno appello alle risorse delle rispettive scuole, l’Ermeneutica d’ispirazione heideggeriana per Hans Georg Gadamer (1900-2002), la Teoria critica per Max Horkheimer (1903-1969) e Theodor Adorno (1895-1973), i due pilastri dell’Istituto per la ricerca sociale più noto come scuola di Francoforte.
Nel dibattito pubblicato per la prima volta in Italia da Micromega, il trio radiofonico liquida subito chiunque abbia dedotto dalla sua opera (vedi Alfred Baumler nel 1930, a sostegno di un Hitler ormai alle porte) che la «volontà di potenza sia l’unica cosa che valga nel comportamento umano e che essa giustifichi qualsiasi arbitrio o violenza»; e liquida anche chiunque abbia pensato d’imbalsamarlo nel Pantheon della filosofia («proprio lui che rifiutava la tradizione filosofica ufficiale in nome del primato della vita», parole di Adorno). No, protestano i filosofi: gli stessi travisatori onesti non hanno saputo leggere dietro l’uso parodistico che «il suo Zarathustra fa di tutti i valori» (Gadamer), né oltre i giochi linguistici incomprensibili agli americani, sempre bisognosi di dare un nome preciso alle cose, o ai russi che prendono tutto alla lettera (Horkheimer).
Chi non capisce le parodie, dunque, i giochi di parole e soprattutto l’ironia che spesso nasconde l’opposto di quanto sembrano dire le parole (Adorno ricorda la commozione di fronte al cavallo bastonato dal vetturino di Torino, da parte di un filosofo che aveva definito la compassione «l’ultimo peccato»), non capisce Nietzsche oppure ne distorce le idee per fini diversi.
Per esempio, il suo invito a sbarazzarsi dalla morale convenzionale, dalle briglie dell’istinto, non era una legittimazione della violenza (nazismo) né un via libera agli impulsi distruttivi (nichilismo), bensì un’intuizione psicologica: confessando a sé stesso quegli istinti, l’uomo avrebbe perso la propria violenza e al posto dell’uomo incattivito perché non può assecondarli, sarebbe affiorato un uomo né buono né cattivo, che non ha più niente da reprimere e si ritrova libero (Adorno).
Gadamer, da parte sua, fa giustizia del malinteso sul nichilismo: tutti sanno, argomenta, che Nietzsche preconizzò la nascita del nichilismo europeo, ma la profezia non era una legittimazione del futuro, bensì «un modo per prepararsi e riuscire a resistere a qualcosa di apparentemente inevitabile che si approssima». Horkheimer, infine, liquida il malinteso positivista: le «radici aeree» del pensiero nietzchiano e i suoi valori senza fondamento nella società ("una torre nel vuoto") sono stati trasformati dalla scienza tedesca, con Max Weber, in un positivismo radicale per cui la scienza non doveva «più in assoluto prendere posizione sui fini». Equivoco orribile che scontiamo tutt’ora, di fronte alla cecità di una tecnica priva d’umanesimo e consapevolezza.
No, proclamano i filosofi: Nietzsche era illuminista, figlio di quella tradizione. Egli non ha sostenuto l’irrazionalismo per accordare alle potenze dell’inconscio il primato sul pensiero, ma ha sostenuto che «la consapevolezza dovesse liberare l’istinto, così che questo, non avendo bisogno di essere rimosso o negato, di fatto perdesse il suo elemento demoniaco» (Adorno).
Gli fa eco Gadamer, per il quale «è ora di prendere coscienza del ruolo avuto da Nietzsche come psicologo di livello mondiale e per il suo modo di interpretare i fenomeni morali». Non a caso si sentiva affine a Dostoevskij, «perché entrambi cercavano di spiegare le vere motivazioni esistenti dietro gli impulsi dell’agire e dell’errare umani».
Horkheimer lo chiama addirittura «precursore di Freud», in quanto «trascina l’inconscio» in tutte le pagine della sua filosofia scrivendo per esempio in "Al di là del Bene e del Male": «"Io ho fatto questo", dice la memoria; "Io non l’ho fatto", ribatte l’orgoglio irremovibile».
Alla fine, scrive, è la memoria ad arrendersi: ed è questa, in breve, la dottrina dell’inconscio prima di Freud, elaborata da un illuminista che voleva l’uomo consapevole dei propri impulsi distruttivi perché se ne potesse sbarazzare: che cercava, in altre parole, la liberazione.
Su «Micromega» un eccezionale inedito del 1950. Horkheimer, Gadamer e Adorno discutono alla radio sul grande filosofo
Nietzsche nichilista? No, fu il precursore di Freud
Cesare Medail
Tre filosofi tedeschi al microfono di radio Francoforte esattamente alla metà del Novecento (31 luglio 1950) a discutere di un altro filosofo tedesco, Friedrich Nietzsche, vero e proprio nervo scoperto del pensiero europeo del Novecento: in primo luogo per l’appropriazione da parte degli ideologi nazisti, ma anche per tutta una serie di malintesi che riguardano il nichilismo, il positivismo, l’effetto delle sue idee di volta in volta interpretate in senso ultra-conservatore o ribellista. Una volta convenuto che Nietzsche sia stato un gigante capace di influenzare tutto il XX secolo, è naturale che i tre filosofi abbiano voluto scacciare i fantasmi in camicia bruna, spiegando che Friedrich si presta a malintesi e travisamenti, anche i più intollerabili; e fanno appello alle risorse delle rispettive scuole, l’Ermeneutica d’ispirazione heideggeriana per Hans Georg Gadamer (1900-2002), la Teoria critica per Max Horkheimer (1903-1969) e Theodor Adorno (1895-1973), i due pilastri dell’Istituto per la ricerca sociale più noto come scuola di Francoforte.
Nel dibattito pubblicato per la prima volta in Italia da Micromega, il trio radiofonico liquida subito chiunque abbia dedotto dalla sua opera (vedi Alfred Baumler nel 1930, a sostegno di un Hitler ormai alle porte) che la «volontà di potenza sia l’unica cosa che valga nel comportamento umano e che essa giustifichi qualsiasi arbitrio o violenza»; e liquida anche chiunque abbia pensato d’imbalsamarlo nel Pantheon della filosofia («proprio lui che rifiutava la tradizione filosofica ufficiale in nome del primato della vita», parole di Adorno). No, protestano i filosofi: gli stessi travisatori onesti non hanno saputo leggere dietro l’uso parodistico che «il suo Zarathustra fa di tutti i valori» (Gadamer), né oltre i giochi linguistici incomprensibili agli americani, sempre bisognosi di dare un nome preciso alle cose, o ai russi che prendono tutto alla lettera (Horkheimer).
Chi non capisce le parodie, dunque, i giochi di parole e soprattutto l’ironia che spesso nasconde l’opposto di quanto sembrano dire le parole (Adorno ricorda la commozione di fronte al cavallo bastonato dal vetturino di Torino, da parte di un filosofo che aveva definito la compassione «l’ultimo peccato»), non capisce Nietzsche oppure ne distorce le idee per fini diversi.
Per esempio, il suo invito a sbarazzarsi dalla morale convenzionale, dalle briglie dell’istinto, non era una legittimazione della violenza (nazismo) né un via libera agli impulsi distruttivi (nichilismo), bensì un’intuizione psicologica: confessando a sé stesso quegli istinti, l’uomo avrebbe perso la propria violenza e al posto dell’uomo incattivito perché non può assecondarli, sarebbe affiorato un uomo né buono né cattivo, che non ha più niente da reprimere e si ritrova libero (Adorno).
Gadamer, da parte sua, fa giustizia del malinteso sul nichilismo: tutti sanno, argomenta, che Nietzsche preconizzò la nascita del nichilismo europeo, ma la profezia non era una legittimazione del futuro, bensì «un modo per prepararsi e riuscire a resistere a qualcosa di apparentemente inevitabile che si approssima». Horkheimer, infine, liquida il malinteso positivista: le «radici aeree» del pensiero nietzchiano e i suoi valori senza fondamento nella società ("una torre nel vuoto") sono stati trasformati dalla scienza tedesca, con Max Weber, in un positivismo radicale per cui la scienza non doveva «più in assoluto prendere posizione sui fini». Equivoco orribile che scontiamo tutt’ora, di fronte alla cecità di una tecnica priva d’umanesimo e consapevolezza.
No, proclamano i filosofi: Nietzsche era illuminista, figlio di quella tradizione. Egli non ha sostenuto l’irrazionalismo per accordare alle potenze dell’inconscio il primato sul pensiero, ma ha sostenuto che «la consapevolezza dovesse liberare l’istinto, così che questo, non avendo bisogno di essere rimosso o negato, di fatto perdesse il suo elemento demoniaco» (Adorno).
Gli fa eco Gadamer, per il quale «è ora di prendere coscienza del ruolo avuto da Nietzsche come psicologo di livello mondiale e per il suo modo di interpretare i fenomeni morali». Non a caso si sentiva affine a Dostoevskij, «perché entrambi cercavano di spiegare le vere motivazioni esistenti dietro gli impulsi dell’agire e dell’errare umani».
Horkheimer lo chiama addirittura «precursore di Freud», in quanto «trascina l’inconscio» in tutte le pagine della sua filosofia scrivendo per esempio in "Al di là del Bene e del Male": «"Io ho fatto questo", dice la memoria; "Io non l’ho fatto", ribatte l’orgoglio irremovibile».
Alla fine, scrive, è la memoria ad arrendersi: ed è questa, in breve, la dottrina dell’inconscio prima di Freud, elaborata da un illuminista che voleva l’uomo consapevole dei propri impulsi distruttivi perché se ne potesse sbarazzare: che cercava, in altre parole, la liberazione.
angeli
La Repubblica 24.11.03
FILOSOFIA
ANATOMIA DEGLI ANGELI LUCE E FORMA SFERICA DI CREATURE SUPERIORI
di FRANCO PRATTICO
Perché limitare la nostra idea di realtà solo a ciò che cade sotto i nostri poveri e incompleti sensi? Non hanno diritto alla realtà anche la fantasia, i sogni, le proiezioni del nostro immaginario? Fu questo il punto di partenza di una singolare figura di filosofo e scienziato tedesco dell´Ottocento, Gustav Theodor Fechner, celebre come fondatore della psicofisica (molto apprezzato da William James e persino da Freud), docente di fisica all´università di Lipsia, autore di ponderosi trattati scientifici, ma anche autore di singolari teorie, che pubblicò sotto uno pseudonimo, come uno sulla vita segreta delle piante e uno ancora più stupefacente sulla Anatomia comparata degli angeli.
Secondo il singolare scienziato tedesco, la fonte dell´essere e di ogni perfezione è la luce, in particolare quella solare. E in linea con molto filosofia e scienza tedesca di quel secolo, per Fechner la Terra, il Sole, i pianeti sono tutte realtà "viventi", anche se su livelli di realtà diversi e strutturati gerarchicamente. Un essere solare non può che essere più perfetto e completo di uno terrestre, perché più vicino alla luce. Ma cosa sono le macchie solari, forse imperfezioni della struttura più perfetta del nostro mondo? No, sono esseri che intercettano al passaggio la luce solare, apparendo quindi al nostro debole sguardo come ombre, macchie. Bisogna dire che Fechner amava anche dare alle sue bizzarre riflessioni qualche pennellata umoristica: se la forma sferica, riflette Fechner, è quella perfetta, queste creature che popolano l´atmosfera solare, quindi un mondo più alto e perfetto del nostro, non possono essere che creature superiori a noi, insomma angeli; e la forma sferica, la forma perfetta, è quella che più gli si addice. Insomma, delle vesciche perfette. Ma come distinguere angeli maschi e angeli femmine? Semplice, dice il filosofo tedesco, «gli angeli si possono concepire come bolle di vapore … alcuni (i maschi) riempite di ossigeno, le femmine di idrogeno». E con un guizzo di ironia osserva: «Si innalzano continuamente al di sopra dell´atmosfera solare, si accoppiano e grazie al processo di combustione dell´idrogeno con l´ossigeno, (esplodendo) generano la luce che proviene dal Sole e che ci illumina, segno delle avvenute loro nozze. La luce solare non è quindi altro - conclude Fechner con un guizzo di ironia - che la fiaccola nuziale degli Angeli
FILOSOFIA
ANATOMIA DEGLI ANGELI LUCE E FORMA SFERICA DI CREATURE SUPERIORI
di FRANCO PRATTICO
Perché limitare la nostra idea di realtà solo a ciò che cade sotto i nostri poveri e incompleti sensi? Non hanno diritto alla realtà anche la fantasia, i sogni, le proiezioni del nostro immaginario? Fu questo il punto di partenza di una singolare figura di filosofo e scienziato tedesco dell´Ottocento, Gustav Theodor Fechner, celebre come fondatore della psicofisica (molto apprezzato da William James e persino da Freud), docente di fisica all´università di Lipsia, autore di ponderosi trattati scientifici, ma anche autore di singolari teorie, che pubblicò sotto uno pseudonimo, come uno sulla vita segreta delle piante e uno ancora più stupefacente sulla Anatomia comparata degli angeli.
Secondo il singolare scienziato tedesco, la fonte dell´essere e di ogni perfezione è la luce, in particolare quella solare. E in linea con molto filosofia e scienza tedesca di quel secolo, per Fechner la Terra, il Sole, i pianeti sono tutte realtà "viventi", anche se su livelli di realtà diversi e strutturati gerarchicamente. Un essere solare non può che essere più perfetto e completo di uno terrestre, perché più vicino alla luce. Ma cosa sono le macchie solari, forse imperfezioni della struttura più perfetta del nostro mondo? No, sono esseri che intercettano al passaggio la luce solare, apparendo quindi al nostro debole sguardo come ombre, macchie. Bisogna dire che Fechner amava anche dare alle sue bizzarre riflessioni qualche pennellata umoristica: se la forma sferica, riflette Fechner, è quella perfetta, queste creature che popolano l´atmosfera solare, quindi un mondo più alto e perfetto del nostro, non possono essere che creature superiori a noi, insomma angeli; e la forma sferica, la forma perfetta, è quella che più gli si addice. Insomma, delle vesciche perfette. Ma come distinguere angeli maschi e angeli femmine? Semplice, dice il filosofo tedesco, «gli angeli si possono concepire come bolle di vapore … alcuni (i maschi) riempite di ossigeno, le femmine di idrogeno». E con un guizzo di ironia osserva: «Si innalzano continuamente al di sopra dell´atmosfera solare, si accoppiano e grazie al processo di combustione dell´idrogeno con l´ossigeno, (esplodendo) generano la luce che proviene dal Sole e che ci illumina, segno delle avvenute loro nozze. La luce solare non è quindi altro - conclude Fechner con un guizzo di ironia - che la fiaccola nuziale degli Angeli
lunedì 24 novembre 2003
è in linea il nuovo montaggio
della specializzazione di
ELENA PAPPAGALLO
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nuova edizione del film di Charlie Chaplin
citato da Villari nell'incontro del 14.11
alla Libreria Amore e Psiche
Corriere della Sera 24.11.03
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«Monsieur Verdoux» di Chaplin in dvd: Claude Chabrol ospite d’onore
di Alberto Pezzotta
«Un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo. Il numero legalizza». Per battute come queste «Monsieur Verdoux» venne boicottato negli Stati Uniti del 1947, in preda alla caccia alla streghe. Il primo Chaplin senza Charlot è anche uno dei suoi film che reggono meglio alla prova del tempo: e la vicenda di un amabile pluriomicida ispirato a Landru diventa una commedia satirica e amara sugli orrori della società. L’edizione della «Chaplin Collection» è esemplare anche per gli extra, con documentari esaurienti e materiali poco visti (compreso il contratto con cui Orson Welles cedeva a Chaplin i diritti di un soggetto forse mai scritto). Ospite d’onore è Claude Chabrol, che mostra nel dettaglio l’abilità di Chaplin nel costruire le inquadrature: un aspetto che in genere si sottovaluta, dato che Chaplin regista sembrava a bella posta trascurare le questioni tecniche.
Charles Chaplin, MONSIEUR VERDOUX, dvd, Warner, € 19,90
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«Monsieur Verdoux» di Chaplin in dvd: Claude Chabrol ospite d’onore
di Alberto Pezzotta
«Un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo. Il numero legalizza». Per battute come queste «Monsieur Verdoux» venne boicottato negli Stati Uniti del 1947, in preda alla caccia alla streghe. Il primo Chaplin senza Charlot è anche uno dei suoi film che reggono meglio alla prova del tempo: e la vicenda di un amabile pluriomicida ispirato a Landru diventa una commedia satirica e amara sugli orrori della società. L’edizione della «Chaplin Collection» è esemplare anche per gli extra, con documentari esaurienti e materiali poco visti (compreso il contratto con cui Orson Welles cedeva a Chaplin i diritti di un soggetto forse mai scritto). Ospite d’onore è Claude Chabrol, che mostra nel dettaglio l’abilità di Chaplin nel costruire le inquadrature: un aspetto che in genere si sottovaluta, dato che Chaplin regista sembrava a bella posta trascurare le questioni tecniche.
Charles Chaplin, MONSIEUR VERDOUX, dvd, Warner, € 19,90
libertà d'espressione del pensiero:
Livia Profeti ha intervistato Curzio Maltese
co-autore di RAIOT
segnalazione di Rossana Cecchi
Fondazione Di Vittorio 22 Novembre 2003
Interventi
L'allegria della festa contro la tristezza di un attacco violento
Intervista a Curzio Maltese, coautore di RAIOT.
di Livia Profeti
l'originale è disponibile QUI
- Raiot è concepito in modo effettivamente innovativo, ma conoscendo i suoi autori i contenuti non potevano cogliere di sorpresa la RAI, invece l’intera vicenda si è svolta nel caos. Come giustifichi questo modo “arruffato” di gestire una vicenda tanto delicata?
Evidentemente non avevano valutato bene le cose, ma è anche vero che probabilmente non si aspettavano un clima così pesante di censura. Forse avevano pensato di potersi mettere dei “fiori all’occhiello”, di poter fare della satira politica vera che invece in televisione è ormai bandita. E’ probabile che invece quando la cosa è stata realizzata si siano spaventati, e poi comunque hanno anche ricevuto delle pressioni, ovviamente.
-La giustificazione del CDA è stata molto generica, si parla di una “valutazione complessiva”. A tuo parere quali possono essere gli elementi di Raiot che hanno maggiormente sollecitato questa decisione?
Il format della trasmissione è semplicemente un modo un po’ meno italiano e un po’ più vicino ai modelli che ci sono all’estero, ad esempio Michel Moore o le trasmissioni di satira inglesi e francesi, che non si svolgono secondo lo schema classico del presentatore – battuta del comico - finta sorpresa del presentatore. In Raiot, tra un sketch e l’altro si danno anche delle informazioni, e questo perché in Italia la situazione è anomala, nel senso che le informazioni non circolano in televisione, per cui, come spiegava anche Sabina, nel programma purtroppo bisogna fare un doppio lavoro. In un paese normale, se io voglio fare uno sketch sul fatto che il Parlamento Europeo ha criticato Berlusconi, non ho bisogno di riportare la notizia, perché questo l’hanno già fatto i telegiornali, come infatti è successo in tutti i TG europei, tranne che in quelli italiani con l’eccezione del TG3. La situazione in questo caso è stata grottesca: invece di chiedere spiegazioni al TG1 e al TG2 sul perché abbiano taciuto una notizia istituzionale, la polemica è stata fatta con il TG3 che l’ha fornita, accusandolo di essere stato “fazioso”!
In un tale contesto, se si vuole fare satira parlando della critica europea a Berlusconi, prima lo si deve dire, perché altrimenti la gente non lo sa, come potrebbe altrimenti capire lo sketch? Questo è il motivo per il quale si è usato quello spazio.
-Per questo però il programma è stato accusato di aver trasformato la satira in un comizio.
Questa poi è la straordinaria scoperta dell’acqua calda! Si tratta di un’accusa che viene rivolta alla satira da 2500 anni, cioè dai tempi di Aristofane, che era appunto accusato di usare la sua arte per attaccare personalità dell’Atene del suo tempo. Rosetta Alberoni, al Piccolo di Milano, dice “in teatro non deve entrare la politica!”, peccato che sia così dai tempi di Eschilo, Sofocle e Euripide. In teatro la politica è sempre stata centrale, la democrazia ed il teatro greci non a caso sono nati insieme. Non si capisce quindi perché, dopo 2500 anni, dovremmo dar retta a Rosetta Alberoni. La grande scoperta che questi signori hanno fatto è che la satira è fatta anche di informazione e di critica politica. Credevo fosse noto a tutti che non si possa fare satira parlando della “suocera” …
-Oltre alla sospensione, il provvedimento disciplinare a Salerno ed il richiamo a Ruffini per “omesso controllo”. Come ti spieghi il fatto che, per così dire, non ci si preoccupi nemmeno di “mascherare” più di tanto un episodio di vera e propria censura nella televisione pubblica?
La realtà è che in Italia la televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti i contribuenti, che poi oggi sono in maggioranza opposti a questo governo, viene usata come strumento per fare propaganda in modo direi “sovietico”, come infatti è palese in alcuni passaggi dell’intervento del CDA. La richiesta di registrare prima i programmi per sottoporli preventivamente al vaglio del CDA era qualcosa che si faceva già in Russia, prima però di Gorbaciov, già con la perestroika questa abitudine fu eliminata.
La “sospensione del dirigente” è una punizione tipicamente politica, faziosa, perché altrimenti di cosa sarebbe accusato Salerno? Di aver fatto il record degli ascolti alle 23,30? Il CDA ha fatto un processo politico nel quale, processando per conto di una sola parte politica, la destra, un suo dirigente che viene considerato di sinistra, lo vuole “punire”.
-Tra l’altro per una trasmissione di satira politica, che per definizione è di parte...
Già, quando poi le trasmissioni di pura informazione, che invece al contrario dovrebbero essere super partes, fanno propaganda pura. Prendiamo ad esempio la puntata di Excalibur nella quale il tema era “la sinistra italiana”. Con gli esponenti della sinistra in studio, prima è andato in onda un filmato che iniziava con i teschi dei cadaveri delle fosse comuni nella Cambogia di Pol Pot (?), poi il dott. Socci ha iniziato a chiedere ragioni, ai rappresentanti della sinistra italiana in studio del “perché il comunismo aveva portato a quello”!
Rispetto a tutto ciò mi sembra molto più corretto dal punto di vista informativo il chiedere ragione a Berlusconi, il nostro Presidente del Consiglio, sul come abbia fatto la sua fortuna economica. Però il “processo politico” si fa solo a una parte. Infatti tutti i programmi che sono stati cancellati in RAI lo sono stati per motivi politici, non per ragioni di qualità o obbiettività, perché non si può certo affermare, senza scadere nel ridicolo, che Socci o Vespa siano “obbiettivi”! Se il punto di vista fosse stato quello, oggettivamente Biagi è senza alcun dubbio molto più obbiettivo di questi conduttori. Siamo di fronte ad un palese uso politico della figura di Consigliere di Amministrazione di una TV pubblica, e questo è gravissimo.
-Pensi quindi che gli italiani debbano necessariamente dire addio alla libertà espressione sulle reti televisive?
Mi sembra che la libera espressione non ci sia da un pezzo. Si tratta comunque di un discorso difficile, perché se siamo arrivati a questo punto non è solo per Berlusconi, ma perché gran parte della cultura politica italiana difetta di spirito “liberale”, è una sorta misto di culture autoritarie: fasciste a destra, cattoliche e controriformiste al centro, comuniste a sinistra. La rivendicazione dei diritti tipicamente liberali viene considerata a fatica dal nostro ceto politico proveniente da altre culture. La prova è che quando si arriva, purtroppo, alla necessità che le battaglie per i diritti democratici elementari vengono portate in piazza da altri soggetti, per esempio dal sindacato come ha fatto la CGIL, o dalla società civile, come nel caso dei Girotondi, questi movimenti vengono accusati di essere troppo radicali, estremisti. Se questa accusa viene rivolta ad un movimento che difende la separazione dei poteri, cioè la stessa che rivendicava Montesquieu, oppure a un sindacato che difende la dignità umana sul posto di lavoro, allora è segno che la libertà è un concetto ancora lontano nel proprio pensiero. Per cui Berlusconi, oltre alle sue responsabilità specifiche, è anche l’effetto di questa cultura politica, anche se poi questa realtà non è la stessa della società civile, popolare. O gli italiani riescono a trasmettere ai loro rappresentanti politici quello spirito liberale che per formazione culturale gli difetta, o la situazione non può che essere destinata al peggioramento.
-Dopo l'evento di domenica, cioè la “trasmissione” all’Auditorium di Roma della puntata soppressa, quali risvolti positivi vi aspettate ? Pensate ad un ritiro della sospensione?
No, il programma non lo si vedrà più, nel senso che c’è stata una vera e propria censura, tra l’altro in una forma particolarmente spiacevole, perché molto ipocrita. Non viene detto espressamente di averlo chiuso, ma di volere cinque cassette registrate prima, per decidere con calma se mandarle in onda.
L’aspetto positivo di questa vicenda è stata la reazione dell’opinione pubblica, le e-mail, la solidarietà di moltissime persone e quella degli artisti, che hanno chiesto di partecipare. Vorrei ricordare che in Italia, dove è chiarissimo che l’informazione al 90% è asservita – situazione che i giornali stranieri sottolineano in continuazione e che per me, che faccio il giornalista, è uno spettacolo vergognoso - ci sono centinaia di artisti che sono pronti a partecipare a una manifestazione di protesta, molto coraggiosamente, visto che lavorano in un paese dove Berlusconi controlla anche tutti i mezzi di produzione e distribuzione cinematografica, i teatri, le televisioni.
Questa è stata una sorpresa molto positiva. La reazione dei cittadini e degli artisti è una cosa che ci ha messo allegria, e ci è venuto in mente di fare una grande festa per ringraziare tutti quelli che ci hanno espresso solidarietà in questa circostanza.
Fondazione Di Vittorio 22 Novembre 2003
Interventi
L'allegria della festa contro la tristezza di un attacco violento
Intervista a Curzio Maltese, coautore di RAIOT.
di Livia Profeti
l'originale è disponibile QUI
- Raiot è concepito in modo effettivamente innovativo, ma conoscendo i suoi autori i contenuti non potevano cogliere di sorpresa la RAI, invece l’intera vicenda si è svolta nel caos. Come giustifichi questo modo “arruffato” di gestire una vicenda tanto delicata?
Evidentemente non avevano valutato bene le cose, ma è anche vero che probabilmente non si aspettavano un clima così pesante di censura. Forse avevano pensato di potersi mettere dei “fiori all’occhiello”, di poter fare della satira politica vera che invece in televisione è ormai bandita. E’ probabile che invece quando la cosa è stata realizzata si siano spaventati, e poi comunque hanno anche ricevuto delle pressioni, ovviamente.
-La giustificazione del CDA è stata molto generica, si parla di una “valutazione complessiva”. A tuo parere quali possono essere gli elementi di Raiot che hanno maggiormente sollecitato questa decisione?
Il format della trasmissione è semplicemente un modo un po’ meno italiano e un po’ più vicino ai modelli che ci sono all’estero, ad esempio Michel Moore o le trasmissioni di satira inglesi e francesi, che non si svolgono secondo lo schema classico del presentatore – battuta del comico - finta sorpresa del presentatore. In Raiot, tra un sketch e l’altro si danno anche delle informazioni, e questo perché in Italia la situazione è anomala, nel senso che le informazioni non circolano in televisione, per cui, come spiegava anche Sabina, nel programma purtroppo bisogna fare un doppio lavoro. In un paese normale, se io voglio fare uno sketch sul fatto che il Parlamento Europeo ha criticato Berlusconi, non ho bisogno di riportare la notizia, perché questo l’hanno già fatto i telegiornali, come infatti è successo in tutti i TG europei, tranne che in quelli italiani con l’eccezione del TG3. La situazione in questo caso è stata grottesca: invece di chiedere spiegazioni al TG1 e al TG2 sul perché abbiano taciuto una notizia istituzionale, la polemica è stata fatta con il TG3 che l’ha fornita, accusandolo di essere stato “fazioso”!
In un tale contesto, se si vuole fare satira parlando della critica europea a Berlusconi, prima lo si deve dire, perché altrimenti la gente non lo sa, come potrebbe altrimenti capire lo sketch? Questo è il motivo per il quale si è usato quello spazio.
-Per questo però il programma è stato accusato di aver trasformato la satira in un comizio.
Questa poi è la straordinaria scoperta dell’acqua calda! Si tratta di un’accusa che viene rivolta alla satira da 2500 anni, cioè dai tempi di Aristofane, che era appunto accusato di usare la sua arte per attaccare personalità dell’Atene del suo tempo. Rosetta Alberoni, al Piccolo di Milano, dice “in teatro non deve entrare la politica!”, peccato che sia così dai tempi di Eschilo, Sofocle e Euripide. In teatro la politica è sempre stata centrale, la democrazia ed il teatro greci non a caso sono nati insieme. Non si capisce quindi perché, dopo 2500 anni, dovremmo dar retta a Rosetta Alberoni. La grande scoperta che questi signori hanno fatto è che la satira è fatta anche di informazione e di critica politica. Credevo fosse noto a tutti che non si possa fare satira parlando della “suocera” …
-Oltre alla sospensione, il provvedimento disciplinare a Salerno ed il richiamo a Ruffini per “omesso controllo”. Come ti spieghi il fatto che, per così dire, non ci si preoccupi nemmeno di “mascherare” più di tanto un episodio di vera e propria censura nella televisione pubblica?
La realtà è che in Italia la televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti i contribuenti, che poi oggi sono in maggioranza opposti a questo governo, viene usata come strumento per fare propaganda in modo direi “sovietico”, come infatti è palese in alcuni passaggi dell’intervento del CDA. La richiesta di registrare prima i programmi per sottoporli preventivamente al vaglio del CDA era qualcosa che si faceva già in Russia, prima però di Gorbaciov, già con la perestroika questa abitudine fu eliminata.
La “sospensione del dirigente” è una punizione tipicamente politica, faziosa, perché altrimenti di cosa sarebbe accusato Salerno? Di aver fatto il record degli ascolti alle 23,30? Il CDA ha fatto un processo politico nel quale, processando per conto di una sola parte politica, la destra, un suo dirigente che viene considerato di sinistra, lo vuole “punire”.
-Tra l’altro per una trasmissione di satira politica, che per definizione è di parte...
Già, quando poi le trasmissioni di pura informazione, che invece al contrario dovrebbero essere super partes, fanno propaganda pura. Prendiamo ad esempio la puntata di Excalibur nella quale il tema era “la sinistra italiana”. Con gli esponenti della sinistra in studio, prima è andato in onda un filmato che iniziava con i teschi dei cadaveri delle fosse comuni nella Cambogia di Pol Pot (?), poi il dott. Socci ha iniziato a chiedere ragioni, ai rappresentanti della sinistra italiana in studio del “perché il comunismo aveva portato a quello”!
Rispetto a tutto ciò mi sembra molto più corretto dal punto di vista informativo il chiedere ragione a Berlusconi, il nostro Presidente del Consiglio, sul come abbia fatto la sua fortuna economica. Però il “processo politico” si fa solo a una parte. Infatti tutti i programmi che sono stati cancellati in RAI lo sono stati per motivi politici, non per ragioni di qualità o obbiettività, perché non si può certo affermare, senza scadere nel ridicolo, che Socci o Vespa siano “obbiettivi”! Se il punto di vista fosse stato quello, oggettivamente Biagi è senza alcun dubbio molto più obbiettivo di questi conduttori. Siamo di fronte ad un palese uso politico della figura di Consigliere di Amministrazione di una TV pubblica, e questo è gravissimo.
-Pensi quindi che gli italiani debbano necessariamente dire addio alla libertà espressione sulle reti televisive?
Mi sembra che la libera espressione non ci sia da un pezzo. Si tratta comunque di un discorso difficile, perché se siamo arrivati a questo punto non è solo per Berlusconi, ma perché gran parte della cultura politica italiana difetta di spirito “liberale”, è una sorta misto di culture autoritarie: fasciste a destra, cattoliche e controriformiste al centro, comuniste a sinistra. La rivendicazione dei diritti tipicamente liberali viene considerata a fatica dal nostro ceto politico proveniente da altre culture. La prova è che quando si arriva, purtroppo, alla necessità che le battaglie per i diritti democratici elementari vengono portate in piazza da altri soggetti, per esempio dal sindacato come ha fatto la CGIL, o dalla società civile, come nel caso dei Girotondi, questi movimenti vengono accusati di essere troppo radicali, estremisti. Se questa accusa viene rivolta ad un movimento che difende la separazione dei poteri, cioè la stessa che rivendicava Montesquieu, oppure a un sindacato che difende la dignità umana sul posto di lavoro, allora è segno che la libertà è un concetto ancora lontano nel proprio pensiero. Per cui Berlusconi, oltre alle sue responsabilità specifiche, è anche l’effetto di questa cultura politica, anche se poi questa realtà non è la stessa della società civile, popolare. O gli italiani riescono a trasmettere ai loro rappresentanti politici quello spirito liberale che per formazione culturale gli difetta, o la situazione non può che essere destinata al peggioramento.
-Dopo l'evento di domenica, cioè la “trasmissione” all’Auditorium di Roma della puntata soppressa, quali risvolti positivi vi aspettate ? Pensate ad un ritiro della sospensione?
No, il programma non lo si vedrà più, nel senso che c’è stata una vera e propria censura, tra l’altro in una forma particolarmente spiacevole, perché molto ipocrita. Non viene detto espressamente di averlo chiuso, ma di volere cinque cassette registrate prima, per decidere con calma se mandarle in onda.
L’aspetto positivo di questa vicenda è stata la reazione dell’opinione pubblica, le e-mail, la solidarietà di moltissime persone e quella degli artisti, che hanno chiesto di partecipare. Vorrei ricordare che in Italia, dove è chiarissimo che l’informazione al 90% è asservita – situazione che i giornali stranieri sottolineano in continuazione e che per me, che faccio il giornalista, è uno spettacolo vergognoso - ci sono centinaia di artisti che sono pronti a partecipare a una manifestazione di protesta, molto coraggiosamente, visto che lavorano in un paese dove Berlusconi controlla anche tutti i mezzi di produzione e distribuzione cinematografica, i teatri, le televisioni.
Questa è stata una sorpresa molto positiva. La reazione dei cittadini e degli artisti è una cosa che ci ha messo allegria, e ci è venuto in mente di fare una grande festa per ringraziare tutti quelli che ci hanno espresso solidarietà in questa circostanza.
domenica 23 novembre 2003
esiti del pensiero filosofico:
Emanuele Severino dall'Ontologia dell'Essere
al panico "lumbàrd"
Corriere della Sera 23.11.03
Severino: «Attenti, dopo l’11 settembre le cose sono cambiate»
MILANO - «Il diritto di voto agli immigrati? Mi sento nella stessa situazione in cui mi sono trovato di fronte al dibattito sulla pena di morte. Le motivazioni non reggono. Sono contrario alla pena di morte ma le indicazioni che vengono portate avanti sono poco convincenti. La penso così anche per le argomentazioni alla base di questa proposta sia a livello nazionale sia locale». Il filosofo Emanuele Severino, accademico dei Lincei che attualmente insegna Ontologia fondamentale all’Università del San Raffaele di Milano, è un bresciano doc, «il sindaco Corsini è un amico, sicuramente non è vittima di bassi calcoli politici, ma io consiglierei una maggior cautela». Il centrosinistra, portavoce del progetto bresciano, parla di un’operazione etica e culturale prima che politica.
«Penso che sia prematuro soprattutto in relazione al momento internazionale. Una società europea che si affretti a integrare gli immigrati in questo modo, dovrebbe mettere il piede sul freno. In fondo li conosciamo appena. Se il motivo fondamentale è che chi paga le tasse acquisisce il diritto di voto, come si fa a mettere d’accordo questo principio con la Costituzione che sancisce che tutti i cittadini italiani, anche quelli al di sotto di un certo reddito e che quindi non pagano le tasse, possano esercitare questo diritto?».
Alcuni Paesi europei, l’Olanda, la Danimarca, concedono il voto agli immigrati.
«Ma le nazioni maggiormente investite da questo fenomeno come Francia e Germania sono più caute. E poi diverso era adottare questo provvedimento prima dell’11 settembre, oggi l’immagine di un’Europa eccessivamente disponibile e aperta mi lascia un po’ perplesso, la considero una scelta pericolosa».
Corriere della Sera 23.11.03
IL PROGETTO
Voto agli immigrati Brescia: più cautela
BRESCIA - La città si divide sul voto agli immigrati. Ieri nel centro di Brescia è sfilato il corteo di Rifondazione comunista, centri sociali e immigrati a sostegno del diritto di voto, mentre in periferia il gazebo della Lega Nord raccoglieva le firme per contestare l’iniziativa della maggioranza. Intanto i cittadini manifestano una certa perplessità per una modifica dello statuto comunale che conceda il diritto di voto agli immigrati residenti: «Serve prudenza». Anche il filosofo Emanuele Severino consiglia una maggior cautela: «Penso che sia prematuro in relazione al momento internazionale».
Severino: «Attenti, dopo l’11 settembre le cose sono cambiate»
MILANO - «Il diritto di voto agli immigrati? Mi sento nella stessa situazione in cui mi sono trovato di fronte al dibattito sulla pena di morte. Le motivazioni non reggono. Sono contrario alla pena di morte ma le indicazioni che vengono portate avanti sono poco convincenti. La penso così anche per le argomentazioni alla base di questa proposta sia a livello nazionale sia locale». Il filosofo Emanuele Severino, accademico dei Lincei che attualmente insegna Ontologia fondamentale all’Università del San Raffaele di Milano, è un bresciano doc, «il sindaco Corsini è un amico, sicuramente non è vittima di bassi calcoli politici, ma io consiglierei una maggior cautela». Il centrosinistra, portavoce del progetto bresciano, parla di un’operazione etica e culturale prima che politica.
«Penso che sia prematuro soprattutto in relazione al momento internazionale. Una società europea che si affretti a integrare gli immigrati in questo modo, dovrebbe mettere il piede sul freno. In fondo li conosciamo appena. Se il motivo fondamentale è che chi paga le tasse acquisisce il diritto di voto, come si fa a mettere d’accordo questo principio con la Costituzione che sancisce che tutti i cittadini italiani, anche quelli al di sotto di un certo reddito e che quindi non pagano le tasse, possano esercitare questo diritto?».
Alcuni Paesi europei, l’Olanda, la Danimarca, concedono il voto agli immigrati.
«Ma le nazioni maggiormente investite da questo fenomeno come Francia e Germania sono più caute. E poi diverso era adottare questo provvedimento prima dell’11 settembre, oggi l’immagine di un’Europa eccessivamente disponibile e aperta mi lascia un po’ perplesso, la considero una scelta pericolosa».
Corriere della Sera 23.11.03
IL PROGETTO
Voto agli immigrati Brescia: più cautela
BRESCIA - La città si divide sul voto agli immigrati. Ieri nel centro di Brescia è sfilato il corteo di Rifondazione comunista, centri sociali e immigrati a sostegno del diritto di voto, mentre in periferia il gazebo della Lega Nord raccoglieva le firme per contestare l’iniziativa della maggioranza. Intanto i cittadini manifestano una certa perplessità per una modifica dello statuto comunale che conceda il diritto di voto agli immigrati residenti: «Serve prudenza». Anche il filosofo Emanuele Severino consiglia una maggior cautela: «Penso che sia prematuro in relazione al momento internazionale».
Le Goff sul Medioevo
La sintesi delle ricerche del grande studioso in un volume edito da Laterza
Le Goff, intervista sul Medioevo
Narrare la storia con levità, valorizzando le fonti
di Giovanni Vigo
Nessuno storico si identifica così intimamente con il Medioevo come Jacques Le Goff. Se, a differenza di qualche decennio fa, l’età di mezzo non ha più un’immagine tetra, soffocata fra gli ultimi bagliori dell’età classica e il Rinascimento, lo si deve in gran parte allo storico francese che non solo ha scritto alcuni saggi memorabili su San Luigi, sulla nascita del Purgatorio, sull’immaginario medioevale, su San Francesco d’Assisi, ma si è preoccupato anche di tradurre le sue ricerche in libri alla portata di tutti. Non certo nel senso di una divulgazione semplificatrice ad uso e consumo dei profani, bensì sfrondando i ponderosi tomi nati da lunghe ricerche d’archivio riducendoli alla loro essenza e quindi avvincenti anche per i non specialisti. Ad esempio, dopo il grosso volume dedicato alla nascita del Purgatorio, ha scritto La borsa e la vita, dove la miniera di fatti rintracciati tra le vecchie carte è stata accuratamente selezionata per dipingere un affascinante affresco del mondo dei banchieri e degli usurai che trovarono nel Purgatorio l’unico espediente per sottrarsi alla condanna eterna. Il desiderio di colloquiare con un pubblico più vasto di quello degli studiosi (cosa che gli è riuscita brillantemente con una trasmissione televisiva che dura da anni), l’ha convinto a servirsi di un veicolo particolarmente fortunato, quello dell’intervista. L’aveva sperimentato nel 1982 con l’Intervista sulla storia pubblicata da Laterza; vi è ritornato di recente con la lunga intervista a Marc Heurgon pubblicata dalla stessa casa editrice con il titolo Una vita per la storia. Un successo ha indotto Le Goff a ripetere l’esperienza con un nuovo libro, Alla ricerca del Medioevo, nato dalla collaborazione con Jean-Maurice Montremy. Ne nasce una conversazione sempre tenuta su un tono leggero ma scientificamente inappuntabile, con la quale lo storico francese accompagna il lettore nei meandri del Medioevo. Si tratti dell’economia, della santità, dei mendicanti, del diritto, della concezione dell’Aldilà, del paesaggio urbano, del feudalesimo, degli ebrei, degli eretici o degli emarginati, ha una risposta per tutto. Quel che colpisce nella sua conversazione brillante e ricca di immagini (Le Goff possiede come pochi il dono di far rivivere, attraverso le parole, i personaggi e gli ambienti del passato) è la capacità di tenere insieme, come in un tessuto composto da mille fili colorati, tutti gli aspetti della civiltà medioevale. Che, a differenza di quel che spesso si ritiene, non è affatto sepolta nel passato. Nell’epilogo, che riassume il senso di una vita dedicata alla storia medioevale, Jacques Le Goff scrive: «Ho cercato di ricostruire, di chiarire e di spiegare una lunga porzione della storia della civiltà in cui sono nato e in cui ho vissuto; una civiltà della quale vorrei indicare le condizioni in cui affronterà un futuro che certo non indovino: lo storico, infatti, non è un indovino. Un futuro che però spero europeo. Appartengo infatti a quella umanità che vive e si realizza in una serie di cerchi concentrici: locale-regionale, nazionale, europeo, umano universale. Oggi ci troviamo nel momento storico in cui dobbiamo far emergere il cerchio europeo e fornirgli il Medioevo quale riferimento essenziale, non come nostalgia, ma come trampolino verso l’avvenire».
Le Goff, intervista sul Medioevo
Narrare la storia con levità, valorizzando le fonti
di Giovanni Vigo
Nessuno storico si identifica così intimamente con il Medioevo come Jacques Le Goff. Se, a differenza di qualche decennio fa, l’età di mezzo non ha più un’immagine tetra, soffocata fra gli ultimi bagliori dell’età classica e il Rinascimento, lo si deve in gran parte allo storico francese che non solo ha scritto alcuni saggi memorabili su San Luigi, sulla nascita del Purgatorio, sull’immaginario medioevale, su San Francesco d’Assisi, ma si è preoccupato anche di tradurre le sue ricerche in libri alla portata di tutti. Non certo nel senso di una divulgazione semplificatrice ad uso e consumo dei profani, bensì sfrondando i ponderosi tomi nati da lunghe ricerche d’archivio riducendoli alla loro essenza e quindi avvincenti anche per i non specialisti. Ad esempio, dopo il grosso volume dedicato alla nascita del Purgatorio, ha scritto La borsa e la vita, dove la miniera di fatti rintracciati tra le vecchie carte è stata accuratamente selezionata per dipingere un affascinante affresco del mondo dei banchieri e degli usurai che trovarono nel Purgatorio l’unico espediente per sottrarsi alla condanna eterna. Il desiderio di colloquiare con un pubblico più vasto di quello degli studiosi (cosa che gli è riuscita brillantemente con una trasmissione televisiva che dura da anni), l’ha convinto a servirsi di un veicolo particolarmente fortunato, quello dell’intervista. L’aveva sperimentato nel 1982 con l’Intervista sulla storia pubblicata da Laterza; vi è ritornato di recente con la lunga intervista a Marc Heurgon pubblicata dalla stessa casa editrice con il titolo Una vita per la storia. Un successo ha indotto Le Goff a ripetere l’esperienza con un nuovo libro, Alla ricerca del Medioevo, nato dalla collaborazione con Jean-Maurice Montremy. Ne nasce una conversazione sempre tenuta su un tono leggero ma scientificamente inappuntabile, con la quale lo storico francese accompagna il lettore nei meandri del Medioevo. Si tratti dell’economia, della santità, dei mendicanti, del diritto, della concezione dell’Aldilà, del paesaggio urbano, del feudalesimo, degli ebrei, degli eretici o degli emarginati, ha una risposta per tutto. Quel che colpisce nella sua conversazione brillante e ricca di immagini (Le Goff possiede come pochi il dono di far rivivere, attraverso le parole, i personaggi e gli ambienti del passato) è la capacità di tenere insieme, come in un tessuto composto da mille fili colorati, tutti gli aspetti della civiltà medioevale. Che, a differenza di quel che spesso si ritiene, non è affatto sepolta nel passato. Nell’epilogo, che riassume il senso di una vita dedicata alla storia medioevale, Jacques Le Goff scrive: «Ho cercato di ricostruire, di chiarire e di spiegare una lunga porzione della storia della civiltà in cui sono nato e in cui ho vissuto; una civiltà della quale vorrei indicare le condizioni in cui affronterà un futuro che certo non indovino: lo storico, infatti, non è un indovino. Un futuro che però spero europeo. Appartengo infatti a quella umanità che vive e si realizza in una serie di cerchi concentrici: locale-regionale, nazionale, europeo, umano universale. Oggi ci troviamo nel momento storico in cui dobbiamo far emergere il cerchio europeo e fornirgli il Medioevo quale riferimento essenziale, non come nostalgia, ma come trampolino verso l’avvenire».
sabato 22 novembre 2003
mali di stagione
(mica sempre scemi questi australiani...)
Italiasalute.it
I rimedi naturali contro l'influenza: oltre a quelli della nonna
c'è anche una regolare e appagante vita sessuale
Non solo farmaci per proteggerci dai fastidi dell'influenza e delle sindromi para-influenzali. Contro mal di gola, febbre e naso che gocciola possono essere utili anche le erbe degli indiani d'America e i rimedi della nonna. A ricordare questi metodi 'dolci' e' un gruppo di esperti internazionali, il Cochrane Acute Respiratory Infections Group (di cui fa parte anche Tom Jefferson dell'Istituto superiore di sanita'), autore di una ricerca pubblicata su Current Infectious Diseases. Gia' nota ai pellerossa, che la usavano contro il morso dei serpenti o le ferite della pelle, la pianta di Echinacea ritarda infatti la diffusione delle infezioni e stimola le difese immunitarie dell'organismo. I nostri nonni, invece, erano soliti consumare una tazza di latte o té al miele per alleviare i disturbi di una gola infiammata. ''Curare i sintomi della sindrome influenzale con metodi e sostanze naturali è possibile - dicono gli esperti - anche se la revisione di alcuni trial clinici effettuata dal Cochrane Acute Respiratory Group ha concluso che le evidenze scientifiche in materia sono, in molti casi, ancora scarse''. Tuttavia, se i rimedi naturali non hanno finora dallo loro prove certe di efficacia, non vi sono neppure ragioni contrarie al loro utilizzo: oltre a quelli già citati, lo zinco, la vitamina C sembrano utili per prevenire e curare il comune raffreddore. E ancora, ''il tamarindo, l'eucalipto e il mentolo sarebbero indicati contro il mal di gola e i disturbi del tratto respiratorio superiore, mentre inalazioni di aria riscaldata e umidificata riuscirebbero a sciogliere il muco presente all'interno delle vie respiratorie''. Allo stesso scopo potrebbe essere impiegato il brodo di pollo caldo, che rilascia nell'acqua di cottura la cisteina, un aminoacido in grado di agire da potente mucolita. Lavarsi le mani spesso, infine, rappresenta un gesto tanto semplice, quanto efficace contro il pericolo di infezioni respiratorie.
Tra tutti i rimedi naturali contro l'influenza il più piacevole, in particolare per quanto riguarda l'aspetto preventivo, c'è il sesso.
Fare sesso protegge infatti contro raffreddori e influenze. L'unica condizione è che si rispettino due condizioni: che il sesso sia praticato regolarmente e senza eccessi. L'affermazione viene da una fonte autorevole, la Wilkes University australiana e si presenta corredata da una serie di prove. Un gruppo di docenti dell'Università dell'Australia, guidato dal prof. Carl Charnetski, ha passato accuratamente in esame un gruppo di più di 100 studenti della Wilkes, di età intorno ai 20 anni, misurando i loro livelli di immunoglobulina A (IgA). Questa immunoglobulina è un anticorpo presente nella saliva e nelle mucose. Il prof. Charnetski, avendo in animo di valutare certe linee di difesa dell'organismo umano, ha scelto per il suo studio l'immunoglobulina A in quanto essa rappresenta la prima barriera difensiva contro due malattie di elevata frequenza, il raffreddore e l'influenza. Ai suoi studenti il professore ha misurato nella saliva i livelli di immunoglobulina A e ha quindi chiesto a ciascuno (garantendo la massima privacy e chiedendo piena sincerità da parte degli interpellati) quante volte avessero fatto sesso nell'ultimo mese. I risultati? Fatto pari a 100 il livello di immunoglobulina A degli studenti che non avevano avuto nessun incontro sessuale, tale valore è risultato salire di qualche punto in chi aveva avuto nel mese da 2 a 3 rapporti. Quanto agli studenti che avevano praticato sesso 2-3 volte ogni settimana, essi risultavano presentare una aumento del 30% del prezioso anticorpo. La spiegazione del professore sta nel fatto che: le persone sessualmente attive si espongono a un numero più elevato di antigeni, sostanze capaci di produrre una risposta immunitaria, rendendo così il loro sistema immunitario più attivo (producendo più immunoglobuline) e quindi l'organismo più forte contro influenza e raffreddori.
Queste evidenze scientifiche ben si collocano nell'ambito di una nuova tendenza che si sta facendo strada negli ambienti scientifici.
Medici in generale, e sessuologi in particolare, da un po' di tempo non vogliono più tacere il loro dissenso per le voci disfattiste che attribuirebbero al sesso effetti collaterali non desiderabili come debilitazione fisica, acciacchi alla schiena, invecchiamento precoce, infezioni urinarie e infiammazioni alle articolazioni del ginocchio.
Si susseguono sempre più frequenti le conferme scientifiche a quella che invece sembra essere la verità: il sesso, ovvero una vita sessuale appagante, soprattutto se praticato con serenità magari con il proprio partner abituale, è una vera medicina naturale, anzi il funzionamento del nostro organismo sembra essere predisposto per avere con frequenza e regolarità dei rapporti sessuali. Per di più i fenomeni notturni dell'erezione spontanea nell'uomo e dell'aumento della lubrificazione vaginale, che sono stati interpretati dalla psicologia tradizionale come una reazione alle inibizioni che viviamo durante il giorno, trovano anche una spiegazione fisiologica che li interpetra come il segnale di un bisogno espresso dal corpo. Inoltre una salutare attività sessuale contribuisce a prevenire l'aterosclerosi, sia nei vasi sanguigni dell'apparato riproduttivo che di tutto l'apparato cardiocircolatorio e nell'uomo previene anche l'impotenza per cause circolatorie. L'azione positiva c'è anche nei confronti della prostata perché ne rallenta il tipico ingrossamento che procede con l'età. Per le donne l'effetto positivo si riscontra soprattutto per il rafforzamento delle difese contro raffreddore e influenza.
I rimedi naturali contro l'influenza: oltre a quelli della nonna
c'è anche una regolare e appagante vita sessuale
Non solo farmaci per proteggerci dai fastidi dell'influenza e delle sindromi para-influenzali. Contro mal di gola, febbre e naso che gocciola possono essere utili anche le erbe degli indiani d'America e i rimedi della nonna. A ricordare questi metodi 'dolci' e' un gruppo di esperti internazionali, il Cochrane Acute Respiratory Infections Group (di cui fa parte anche Tom Jefferson dell'Istituto superiore di sanita'), autore di una ricerca pubblicata su Current Infectious Diseases. Gia' nota ai pellerossa, che la usavano contro il morso dei serpenti o le ferite della pelle, la pianta di Echinacea ritarda infatti la diffusione delle infezioni e stimola le difese immunitarie dell'organismo. I nostri nonni, invece, erano soliti consumare una tazza di latte o té al miele per alleviare i disturbi di una gola infiammata. ''Curare i sintomi della sindrome influenzale con metodi e sostanze naturali è possibile - dicono gli esperti - anche se la revisione di alcuni trial clinici effettuata dal Cochrane Acute Respiratory Group ha concluso che le evidenze scientifiche in materia sono, in molti casi, ancora scarse''. Tuttavia, se i rimedi naturali non hanno finora dallo loro prove certe di efficacia, non vi sono neppure ragioni contrarie al loro utilizzo: oltre a quelli già citati, lo zinco, la vitamina C sembrano utili per prevenire e curare il comune raffreddore. E ancora, ''il tamarindo, l'eucalipto e il mentolo sarebbero indicati contro il mal di gola e i disturbi del tratto respiratorio superiore, mentre inalazioni di aria riscaldata e umidificata riuscirebbero a sciogliere il muco presente all'interno delle vie respiratorie''. Allo stesso scopo potrebbe essere impiegato il brodo di pollo caldo, che rilascia nell'acqua di cottura la cisteina, un aminoacido in grado di agire da potente mucolita. Lavarsi le mani spesso, infine, rappresenta un gesto tanto semplice, quanto efficace contro il pericolo di infezioni respiratorie.
Tra tutti i rimedi naturali contro l'influenza il più piacevole, in particolare per quanto riguarda l'aspetto preventivo, c'è il sesso.
Fare sesso protegge infatti contro raffreddori e influenze. L'unica condizione è che si rispettino due condizioni: che il sesso sia praticato regolarmente e senza eccessi. L'affermazione viene da una fonte autorevole, la Wilkes University australiana e si presenta corredata da una serie di prove. Un gruppo di docenti dell'Università dell'Australia, guidato dal prof. Carl Charnetski, ha passato accuratamente in esame un gruppo di più di 100 studenti della Wilkes, di età intorno ai 20 anni, misurando i loro livelli di immunoglobulina A (IgA). Questa immunoglobulina è un anticorpo presente nella saliva e nelle mucose. Il prof. Charnetski, avendo in animo di valutare certe linee di difesa dell'organismo umano, ha scelto per il suo studio l'immunoglobulina A in quanto essa rappresenta la prima barriera difensiva contro due malattie di elevata frequenza, il raffreddore e l'influenza. Ai suoi studenti il professore ha misurato nella saliva i livelli di immunoglobulina A e ha quindi chiesto a ciascuno (garantendo la massima privacy e chiedendo piena sincerità da parte degli interpellati) quante volte avessero fatto sesso nell'ultimo mese. I risultati? Fatto pari a 100 il livello di immunoglobulina A degli studenti che non avevano avuto nessun incontro sessuale, tale valore è risultato salire di qualche punto in chi aveva avuto nel mese da 2 a 3 rapporti. Quanto agli studenti che avevano praticato sesso 2-3 volte ogni settimana, essi risultavano presentare una aumento del 30% del prezioso anticorpo. La spiegazione del professore sta nel fatto che: le persone sessualmente attive si espongono a un numero più elevato di antigeni, sostanze capaci di produrre una risposta immunitaria, rendendo così il loro sistema immunitario più attivo (producendo più immunoglobuline) e quindi l'organismo più forte contro influenza e raffreddori.
Queste evidenze scientifiche ben si collocano nell'ambito di una nuova tendenza che si sta facendo strada negli ambienti scientifici.
Medici in generale, e sessuologi in particolare, da un po' di tempo non vogliono più tacere il loro dissenso per le voci disfattiste che attribuirebbero al sesso effetti collaterali non desiderabili come debilitazione fisica, acciacchi alla schiena, invecchiamento precoce, infezioni urinarie e infiammazioni alle articolazioni del ginocchio.
Si susseguono sempre più frequenti le conferme scientifiche a quella che invece sembra essere la verità: il sesso, ovvero una vita sessuale appagante, soprattutto se praticato con serenità magari con il proprio partner abituale, è una vera medicina naturale, anzi il funzionamento del nostro organismo sembra essere predisposto per avere con frequenza e regolarità dei rapporti sessuali. Per di più i fenomeni notturni dell'erezione spontanea nell'uomo e dell'aumento della lubrificazione vaginale, che sono stati interpretati dalla psicologia tradizionale come una reazione alle inibizioni che viviamo durante il giorno, trovano anche una spiegazione fisiologica che li interpetra come il segnale di un bisogno espresso dal corpo. Inoltre una salutare attività sessuale contribuisce a prevenire l'aterosclerosi, sia nei vasi sanguigni dell'apparato riproduttivo che di tutto l'apparato cardiocircolatorio e nell'uomo previene anche l'impotenza per cause circolatorie. L'azione positiva c'è anche nei confronti della prostata perché ne rallenta il tipico ingrossamento che procede con l'età. Per le donne l'effetto positivo si riscontra soprattutto per il rafforzamento delle difese contro raffreddore e influenza.
Vittorio Foa
La Stampa Tuttolibri Sabato 22 Novembre
Foa, un «radicale» che non abiura
di Giovanni De Luna
A leggere le reazioni «a caldo» sembrava un libro sofferto, il "Un dialogo" tra Vittorio Foa e Carlo Ginzburg (Feltrinelli, pp. 166 € 10), carico del pathos che accompagna i ripensamenti che sconfinano nelle abiure. Non è così; il tono della narrazione si mantiene sereno per tutte le 160 pagine. Foa nel raccontarsi è di un'allegria solare, tanto che il suo interlocutore ha preferito lasciare nel testo, in corsivo, annotazioni come risate, ride, ridono, che ricorrono per sottolineare anche l’atmosfera del dialogo. Proprio quelle risate ci forniscono una prima chiave di lettura di un libro che è prima di tutto uno straordinario documento sulla vecchiaia. Un uomo, oggi di 93 anni, viene sollecitato a riflettere sulla sua lunghissima vita; è un copione che si ripete dalla metà degli Anni 80, quando Foa cominciò a essere interrogato dai suoi amici più giovani, nel corso di conversazioni che servirono come materiale preparatorio a quel piccolo capolavoro che fu Il cavallo e la torre. Ed Einaudi ha appena edito un libro e un video (La memoria è lunga, con Federica Montevecchi) che ripropone il tema della memoria nella consueta forma del dialogo-intervista. Foa ha continuato incessantemente a rielaborare i suoi ricordi, trasformandoli in un racconto avvincente, quasi più significativo rispetto al presente che non rispetto al passato che viene narrando. Lungo questo percorso, la sua vecchiaia viene scardinata dalla monumentalità ossificata che si nasconde dietro la frase «... mi ricordo perfettamente» per essere restituita a un'attività alacre, febbrile, dinamica. La vecchiaia è anche uno spaesamento rispetto al proprio tempo: tutto intorno sono via via spariti i volti, i linguaggi, i comportamenti in cui erano conficcate le proprie abitudini; si può reagire cercando di fermare il tempo nei propri ricordi, in una sorta di esilio volontario, oppure si tenta di afferrare il tempo, di inseguirlo anche nelle sue mode, di confrontarsi con le sue immediatezze. Foa ha scelto questa seconda strada e la sua vivacità lascia incantati tanto che nel libro si cercano più risposte ai quesiti dell'attualità che non ai nodi storiografici addensatisi sul passato. Il passato ovviamente c'è. L'occasione del libro è anzi la pubblicazione di alcuni appunti inediti di Foa che risalgono all'aprile 1950. Intorno ad essi si sviluppa un dialogo che spazia su temi di vario genere. Uno di questi è la subalternità del PSI di Nenni, il partito in cui allora Foa militava, nei confronti del PCI di Togliatti. Era come se i socialisti non avessero mai superato il trauma della scissione di Livorno nel 1921, sprofondati in una sorta di «complesso di inferiorità» nei confronti dei vecchi compagni arrivati nel secondo dopoguerra ad esercitare una solida egemonia sulle organizzazioni del movimento operaio. Tipico in questo senso era il dislocarsi delle «correnti» interne al partito secondo una unica, ossessiva distinzione tra chi era favorevole a rafforzare l'alleanza con i comunisti e chi voleva smarcarsi dall'invasività staliniana: non il confronto sui programmi, sulle strategie politiche, sulle riforme, ma sempre e solo i rapporti da tenere con il PCI. Foa aveva alle spalle un'altra storia, in cui Livorno contava poco o niente: di qui il disagio suo e degli ex azionisti confluiti con lui nel PSI (De Martino, Lombardi, Codignola, Vittorelli, ecc.) e le incomprensioni con i vecchi amici del PdA (Franco Venturi e Manlio Rossi Doria, in particolare, ma anche il gruppo torinese allora molto influenzato da Aldo Garosci) che non si fidavano né di Nenni né della tradizione politica da lui incarnata. Sono pagine illuminanti quelle di Foa, che ci aiutano a capire non solo la vicenda della sinistra socialista negli Anni 50 ma anche, più in generale, le angustie e le carenze del riformismo italiano nel '900, stritolato nella morsa tra l'estenuata eredità dell'economicismo positivistico e la forza totalitaria dello stalinismo. E' in questa direzione che Foa ritorna su un tema a lui caro, la distinzione tra estremismo e radicalismo. «La radicalità - dice - guarda a tutto il modo di vivere, non solo a qualche pezzetto delle nostre idee». E più avanti: «Parto dall'idea di poter cambiare le cose, anziché aspettarsi che le cose cambino per qualche fatto esterno a me o a noi. E' un'idea cui sono stato lungamente attaccato, che si può chiamare anche autonomia: l'idea che il futuro appartiene agli uomini e non a qualcosa che sia esterno a essi». Insomma: il radicalismo lavora sulle cose, analizza il reale, invece l'estremismo è una posizione preordinata e ideologica. Scusate, ma è proprio questo il Foa che fu caro alla generazione del '68: Sei quello che fai è lo slogan in cui allora ci si riconobbe, contrapponendolo al Sei quello che pensi. «L'ideologia - scrisse Guido Viale - non incontra mai il proprio nemico... Per questo ha continuamente bisogno di simboli: per rappresentare se stessa come per individuare l'avversario»; la politica del movimento del '68, invece, «non si erige a sistema ma non le viene mai meno qualcosa - o qualcuno - contro cui combattere nella concretezza della vita quotidiana». Foa stesso oggi definisce quella sua concezione della politica una forma estrema di laicismo, un modo di intendere la propria militanza nella concretezza dei comportamenti, nella coerenza delle scelte individuali confermate giorno per giorno. Aveva scritto ne Il cavallo e la torre, a proposito della sua formazione: «Non riuscivo ad appassionarmi ai grandi confronti ideologici fra liberalismo e socialismo e quindi al socialismo liberale o al liberalsocialismo mentre ero profondamente interessato agli eventi concreti e alla loro direzione». Questo pragmatismo attivistico, se avvicina Foa ai movimenti del '68, lo rende invece inesorabilmente estraneo a chi è stato costretto nella sua biografia a fare i conti con una robusta militanza comunista. Uscire dal PCI non voleva dire cambiare solo le proprie convinzioni politiche. Si trattava di una vera e propria scelta di vita contraria e opposta a quella fatta nel momento dell'adesione al partito. Una scelta traumatica che metteva in gioco l'intera dimensione umana di chi decideva di imboccare l'«uscita di sicurezza». Con l'abiura, crollava un mondo intero, spesso anche la speranza per il proprio riscatto individuale. Il militante che si allontanava dal partito poteva farlo con protervia, con dolore, con ironia, con amarezza, ma sempre e comunque attraverso un totale coinvolgimento emotivo. Durante la giovinezza di Foa (e per tanti anni anche dopo) il settarismo, l'ostinata chiusura verso l'esterno, il «sospetto» assunto come norma anche nei rapporti umani e affettivi, una rappresentazione di se stessi legata all'interpretazione totalizzante della militanza incideva sugli stessi contorni esistenziali dei comunisti. La carica finalistica che li animava garantiva una solidarietà ideologica granitica e compatta; si sentivano depositari di grandi certezze e di grandi «verità», sorretti da una speranza di rivoluzione che era anche un progetto di complessiva palingenesi sociale. Avevano, insomma, una fede da testimoniare. Era questa la loro forza, il grande patrimonio a cui poteva attingere la loro linea politica. Ma c'era ovviamente un prezzo da pagare: gli avversari erano tutti «nemici»; i dissensi interni, le rinunce alla militanza politica, erano eventi altamente drammatizzati come sempre avviene nei gruppi fortemente centralizzati e con esasperati vincoli disciplinari. L'incubo degli «eretici» e dei «traditori» rendeva molto improbabile che un «compagno» potesse diventare anche un amico. Per Vittorio Foa, la militanza nella «cospirazione alla luce del sole» coincise con un'esperienza politica ed esistenziale completamente diversa: e sono proprio i caratteri originari di quella scelta ormai lontana a consentirgli oggi di riattraversare, sorridendo, gli errori, gli entusiasmi, le speranze deluse, gli slanci di un’intera vita.
Nato il 18 Settembre 1910 a Torino da una famiglia di origine ebraica, nel 1931 si laurea in Giurisprudenza e due anni dopo entra nel movimento di Giustizia e Libertà . Inizia così per lui un periodo di attiva cospirazione e di forte impegno politico contro il regime fascista. Proprio in quegli anni, Mussolini stava preparando, con un'intensa azione militare, diplomatica e soprattutto propagandistica, l'aggressione all'Etiopia. Questo fu il momento di massimo consenso popolare per il Duce e il suo regime. Il 15 Maggio 1935 Vittorio Foa, all'età di 25 anni, viene arrestato su segnalazione di un confidente dell'O.V.R.A. e denunciato al Tribunale Speciale Fascista che lo condannerà a 15 anni di reclusione , nel carcere di Civitavecchia . Suoi compagni di cella saranno Ernesto Rossi, Riccardo Bauer e Massimo Mila. L'Antifascismo sarà sempre per lui un modo di pensare, di agire, di vivere. Uscirà dal carcere il 23 Agosto 1943, all'età di 33 anni. Il governo Mussolini era caduto il 25 Luglio, ma ci vollero gli scioperi di Milano e Torino e le pressioni dei commissari sindacali perché il nuovo capo di governo, il vecchio maresciallo Badoglio, si decidesse a liberare Foa e i suoi compagni. Dal settembre del 1943, raggiunta la libertà, partecipa attivamente alla Resistenza come dirigente del Partito d'Azione .Il convinto europeismo, la necessità di un forte decentramento e il sostegno ad un sistema elettorale maggioritario, erano alcune delle idee fondanti di quel partito, erede diretto del Socialismo liberale dei fratelli Rosselli. Il 2 Giugno 1946 Vittorio Foa viene eletto deputato all'Assemblea Costituente e membro della “Commissione dei 70”. Gli art. 39 e 40 della nostra Costituzione , sulla libertà e organizzazione sindacale e il diritto di sciopero, in aperta antitesi con i valori fascisti, sono anche opera sua. Nel 1948 entra nella CGIL con incarichi di direzione dell'ufficio economico. Nel 1953 viene eletto deputato nelle liste del Partito Socialista e sarà confermato per altre due volte. Nel 1955 diventa segretario nazionale della FIOM e due anni dopo entra nella segreteria della CGIL. Nel 1970 Vittorio Foa decide di lasciare gli incarichi sindacali e di ritirarsi a studiare. Insegnerà Storia Contemporanea nelle Università di Modena e Torino, ma non cesserà di fornire il suo contributo al movimento operaio attraverso numerose pubblicazioni. Negli anni seguenti partecipa attivamente alle discussioni in atto nella sinistra italiana, che sfoceranno nella "svolta" di Occhetto del 1989. Il PCI si divide e Foa, che comunista non lo é mai stato, viene eletto senatore nel PDS nel 1991. Negli ultimi anni ha stabilito il suo domicilio a Formia (LT), dove vive con la compagna Sesa Tatò. L'11 Agosto del 1998, il Consiglio Comunale di Formia gli ha conferito, all'unanimità, la cittadinanza onoraria "per meriti civili e culturali".
Foa, un «radicale» che non abiura
di Giovanni De Luna
A leggere le reazioni «a caldo» sembrava un libro sofferto, il "Un dialogo" tra Vittorio Foa e Carlo Ginzburg (Feltrinelli, pp. 166 € 10), carico del pathos che accompagna i ripensamenti che sconfinano nelle abiure. Non è così; il tono della narrazione si mantiene sereno per tutte le 160 pagine. Foa nel raccontarsi è di un'allegria solare, tanto che il suo interlocutore ha preferito lasciare nel testo, in corsivo, annotazioni come risate, ride, ridono, che ricorrono per sottolineare anche l’atmosfera del dialogo. Proprio quelle risate ci forniscono una prima chiave di lettura di un libro che è prima di tutto uno straordinario documento sulla vecchiaia. Un uomo, oggi di 93 anni, viene sollecitato a riflettere sulla sua lunghissima vita; è un copione che si ripete dalla metà degli Anni 80, quando Foa cominciò a essere interrogato dai suoi amici più giovani, nel corso di conversazioni che servirono come materiale preparatorio a quel piccolo capolavoro che fu Il cavallo e la torre. Ed Einaudi ha appena edito un libro e un video (La memoria è lunga, con Federica Montevecchi) che ripropone il tema della memoria nella consueta forma del dialogo-intervista. Foa ha continuato incessantemente a rielaborare i suoi ricordi, trasformandoli in un racconto avvincente, quasi più significativo rispetto al presente che non rispetto al passato che viene narrando. Lungo questo percorso, la sua vecchiaia viene scardinata dalla monumentalità ossificata che si nasconde dietro la frase «... mi ricordo perfettamente» per essere restituita a un'attività alacre, febbrile, dinamica. La vecchiaia è anche uno spaesamento rispetto al proprio tempo: tutto intorno sono via via spariti i volti, i linguaggi, i comportamenti in cui erano conficcate le proprie abitudini; si può reagire cercando di fermare il tempo nei propri ricordi, in una sorta di esilio volontario, oppure si tenta di afferrare il tempo, di inseguirlo anche nelle sue mode, di confrontarsi con le sue immediatezze. Foa ha scelto questa seconda strada e la sua vivacità lascia incantati tanto che nel libro si cercano più risposte ai quesiti dell'attualità che non ai nodi storiografici addensatisi sul passato. Il passato ovviamente c'è. L'occasione del libro è anzi la pubblicazione di alcuni appunti inediti di Foa che risalgono all'aprile 1950. Intorno ad essi si sviluppa un dialogo che spazia su temi di vario genere. Uno di questi è la subalternità del PSI di Nenni, il partito in cui allora Foa militava, nei confronti del PCI di Togliatti. Era come se i socialisti non avessero mai superato il trauma della scissione di Livorno nel 1921, sprofondati in una sorta di «complesso di inferiorità» nei confronti dei vecchi compagni arrivati nel secondo dopoguerra ad esercitare una solida egemonia sulle organizzazioni del movimento operaio. Tipico in questo senso era il dislocarsi delle «correnti» interne al partito secondo una unica, ossessiva distinzione tra chi era favorevole a rafforzare l'alleanza con i comunisti e chi voleva smarcarsi dall'invasività staliniana: non il confronto sui programmi, sulle strategie politiche, sulle riforme, ma sempre e solo i rapporti da tenere con il PCI. Foa aveva alle spalle un'altra storia, in cui Livorno contava poco o niente: di qui il disagio suo e degli ex azionisti confluiti con lui nel PSI (De Martino, Lombardi, Codignola, Vittorelli, ecc.) e le incomprensioni con i vecchi amici del PdA (Franco Venturi e Manlio Rossi Doria, in particolare, ma anche il gruppo torinese allora molto influenzato da Aldo Garosci) che non si fidavano né di Nenni né della tradizione politica da lui incarnata. Sono pagine illuminanti quelle di Foa, che ci aiutano a capire non solo la vicenda della sinistra socialista negli Anni 50 ma anche, più in generale, le angustie e le carenze del riformismo italiano nel '900, stritolato nella morsa tra l'estenuata eredità dell'economicismo positivistico e la forza totalitaria dello stalinismo. E' in questa direzione che Foa ritorna su un tema a lui caro, la distinzione tra estremismo e radicalismo. «La radicalità - dice - guarda a tutto il modo di vivere, non solo a qualche pezzetto delle nostre idee». E più avanti: «Parto dall'idea di poter cambiare le cose, anziché aspettarsi che le cose cambino per qualche fatto esterno a me o a noi. E' un'idea cui sono stato lungamente attaccato, che si può chiamare anche autonomia: l'idea che il futuro appartiene agli uomini e non a qualcosa che sia esterno a essi». Insomma: il radicalismo lavora sulle cose, analizza il reale, invece l'estremismo è una posizione preordinata e ideologica. Scusate, ma è proprio questo il Foa che fu caro alla generazione del '68: Sei quello che fai è lo slogan in cui allora ci si riconobbe, contrapponendolo al Sei quello che pensi. «L'ideologia - scrisse Guido Viale - non incontra mai il proprio nemico... Per questo ha continuamente bisogno di simboli: per rappresentare se stessa come per individuare l'avversario»; la politica del movimento del '68, invece, «non si erige a sistema ma non le viene mai meno qualcosa - o qualcuno - contro cui combattere nella concretezza della vita quotidiana». Foa stesso oggi definisce quella sua concezione della politica una forma estrema di laicismo, un modo di intendere la propria militanza nella concretezza dei comportamenti, nella coerenza delle scelte individuali confermate giorno per giorno. Aveva scritto ne Il cavallo e la torre, a proposito della sua formazione: «Non riuscivo ad appassionarmi ai grandi confronti ideologici fra liberalismo e socialismo e quindi al socialismo liberale o al liberalsocialismo mentre ero profondamente interessato agli eventi concreti e alla loro direzione». Questo pragmatismo attivistico, se avvicina Foa ai movimenti del '68, lo rende invece inesorabilmente estraneo a chi è stato costretto nella sua biografia a fare i conti con una robusta militanza comunista. Uscire dal PCI non voleva dire cambiare solo le proprie convinzioni politiche. Si trattava di una vera e propria scelta di vita contraria e opposta a quella fatta nel momento dell'adesione al partito. Una scelta traumatica che metteva in gioco l'intera dimensione umana di chi decideva di imboccare l'«uscita di sicurezza». Con l'abiura, crollava un mondo intero, spesso anche la speranza per il proprio riscatto individuale. Il militante che si allontanava dal partito poteva farlo con protervia, con dolore, con ironia, con amarezza, ma sempre e comunque attraverso un totale coinvolgimento emotivo. Durante la giovinezza di Foa (e per tanti anni anche dopo) il settarismo, l'ostinata chiusura verso l'esterno, il «sospetto» assunto come norma anche nei rapporti umani e affettivi, una rappresentazione di se stessi legata all'interpretazione totalizzante della militanza incideva sugli stessi contorni esistenziali dei comunisti. La carica finalistica che li animava garantiva una solidarietà ideologica granitica e compatta; si sentivano depositari di grandi certezze e di grandi «verità», sorretti da una speranza di rivoluzione che era anche un progetto di complessiva palingenesi sociale. Avevano, insomma, una fede da testimoniare. Era questa la loro forza, il grande patrimonio a cui poteva attingere la loro linea politica. Ma c'era ovviamente un prezzo da pagare: gli avversari erano tutti «nemici»; i dissensi interni, le rinunce alla militanza politica, erano eventi altamente drammatizzati come sempre avviene nei gruppi fortemente centralizzati e con esasperati vincoli disciplinari. L'incubo degli «eretici» e dei «traditori» rendeva molto improbabile che un «compagno» potesse diventare anche un amico. Per Vittorio Foa, la militanza nella «cospirazione alla luce del sole» coincise con un'esperienza politica ed esistenziale completamente diversa: e sono proprio i caratteri originari di quella scelta ormai lontana a consentirgli oggi di riattraversare, sorridendo, gli errori, gli entusiasmi, le speranze deluse, gli slanci di un’intera vita.
Nato il 18 Settembre 1910 a Torino da una famiglia di origine ebraica, nel 1931 si laurea in Giurisprudenza e due anni dopo entra nel movimento di Giustizia e Libertà . Inizia così per lui un periodo di attiva cospirazione e di forte impegno politico contro il regime fascista. Proprio in quegli anni, Mussolini stava preparando, con un'intensa azione militare, diplomatica e soprattutto propagandistica, l'aggressione all'Etiopia. Questo fu il momento di massimo consenso popolare per il Duce e il suo regime. Il 15 Maggio 1935 Vittorio Foa, all'età di 25 anni, viene arrestato su segnalazione di un confidente dell'O.V.R.A. e denunciato al Tribunale Speciale Fascista che lo condannerà a 15 anni di reclusione , nel carcere di Civitavecchia . Suoi compagni di cella saranno Ernesto Rossi, Riccardo Bauer e Massimo Mila. L'Antifascismo sarà sempre per lui un modo di pensare, di agire, di vivere. Uscirà dal carcere il 23 Agosto 1943, all'età di 33 anni. Il governo Mussolini era caduto il 25 Luglio, ma ci vollero gli scioperi di Milano e Torino e le pressioni dei commissari sindacali perché il nuovo capo di governo, il vecchio maresciallo Badoglio, si decidesse a liberare Foa e i suoi compagni. Dal settembre del 1943, raggiunta la libertà, partecipa attivamente alla Resistenza come dirigente del Partito d'Azione .Il convinto europeismo, la necessità di un forte decentramento e il sostegno ad un sistema elettorale maggioritario, erano alcune delle idee fondanti di quel partito, erede diretto del Socialismo liberale dei fratelli Rosselli. Il 2 Giugno 1946 Vittorio Foa viene eletto deputato all'Assemblea Costituente e membro della “Commissione dei 70”. Gli art. 39 e 40 della nostra Costituzione , sulla libertà e organizzazione sindacale e il diritto di sciopero, in aperta antitesi con i valori fascisti, sono anche opera sua. Nel 1948 entra nella CGIL con incarichi di direzione dell'ufficio economico. Nel 1953 viene eletto deputato nelle liste del Partito Socialista e sarà confermato per altre due volte. Nel 1955 diventa segretario nazionale della FIOM e due anni dopo entra nella segreteria della CGIL. Nel 1970 Vittorio Foa decide di lasciare gli incarichi sindacali e di ritirarsi a studiare. Insegnerà Storia Contemporanea nelle Università di Modena e Torino, ma non cesserà di fornire il suo contributo al movimento operaio attraverso numerose pubblicazioni. Negli anni seguenti partecipa attivamente alle discussioni in atto nella sinistra italiana, che sfoceranno nella "svolta" di Occhetto del 1989. Il PCI si divide e Foa, che comunista non lo é mai stato, viene eletto senatore nel PDS nel 1991. Negli ultimi anni ha stabilito il suo domicilio a Formia (LT), dove vive con la compagna Sesa Tatò. L'11 Agosto del 1998, il Consiglio Comunale di Formia gli ha conferito, all'unanimità, la cittadinanza onoraria "per meriti civili e culturali".
venerdì 21 novembre 2003
una bella attrice «ribelle»(dice lei)
...ma anche alla verità!
Corriere della Sera 21.11.03
Dopo i ciak con Salvatores e Verdone, l’attrice recita nella fiction tratta dal libro della Brontë
Anita Caprioli: sarò io l’eroina di «Cime tempestose»
«Sono una ribelle. Le mie interpreti preferite: Isabelle Huppert e Vanessa Redgrave»
di Valerio Cappelli
ROMA - [...] tra poco girerà (ma questa è una grande fiction di Raiuno) Cime tempestose con la regìa di Fabrizio Costa. E qui Anita e Alessio Boni (il poliziotto de "La meglio gioventù") si confronteranno con due mostri sacri. Paura?
[...]
«Non so come sarà, mi piacciono i percorsi laterali, raccontare film che diventano progetti. Penso a "L’ora di religione" di Bellocchio, dove un sacerdote mette in discussione tutto quello che ci hanno fatto credere del cattolicesimo. Ma anche in "Cime tempestose" c’è il messaggio forte di una donna che insegue la libertà provando a uscire dai binari prestabiliti. Non è facile lavorare con le proprie emozioni».
[...]
Dopo i ciak con Salvatores e Verdone, l’attrice recita nella fiction tratta dal libro della Brontë
Anita Caprioli: sarò io l’eroina di «Cime tempestose»
«Sono una ribelle. Le mie interpreti preferite: Isabelle Huppert e Vanessa Redgrave»
di Valerio Cappelli
ROMA - [...] tra poco girerà (ma questa è una grande fiction di Raiuno) Cime tempestose con la regìa di Fabrizio Costa. E qui Anita e Alessio Boni (il poliziotto de "La meglio gioventù") si confronteranno con due mostri sacri. Paura?
[...]
«Non so come sarà, mi piacciono i percorsi laterali, raccontare film che diventano progetti. Penso a "L’ora di religione" di Bellocchio, dove un sacerdote mette in discussione tutto quello che ci hanno fatto credere del cattolicesimo. Ma anche in "Cime tempestose" c’è il messaggio forte di una donna che insegue la libertà provando a uscire dai binari prestabiliti. Non è facile lavorare con le proprie emozioni».
[...]
depressione
La Repubblica edizione di Bari
L'INTERVISTA
Parla Marilena Tempesta che dall'88 lavora sulla coppia
"Adesso c'è meno imbarazzo il nuovo male è la depressione"
Dottoressa Marilena Tempesta, da quanto tempo lavora all'Aied?
«Dal 1988, dunque da più di 15 anni».
Come sono cambiate utenza e richieste?
«Innanzittutto è mutato il tipo di approccio alle problematiche personali. Fino a qualche anno fa si notava un certo imbarazzo, soprattutto fra gli uomini, a soffermarsi sui propri problemi e a riconoscerli, adesso ci si sono meno inibizioni e il desiderio di star bene prevale su qualunque tabù».
Quali sono le esigenze dominanti?
«I problemi sottoposti dai ragazzi più giovani (la fascia che fra i 19 e i 28 anni) riguardano soprattutto la sfera sessuale: dunque difficoltà con i partner, volontà di informazione sui metodi contraccettivi o problemi di gravidanze indesiderate».
Mentre dagli adulti?
«Ci sono due tipi di problemi. Uno riguarda genitori che hanno difficoltà a rapportarsi con i propri figli, che non riescono a star dietro a cambiamenti e ad esigenze che mutano con grande rapidità e hanno perciò bisogno degli psicologi come di intermediari. Un secondo è invece di carattere diciamo "sociale" e tocca quelli che sono i mali della nuova società».
Ovvero?
«Ovvero la depressione, di cui a volte non si riesce a comprendere la provenienza o l'ansia e gli attacchi di panico, legati questi a un disagio rispetto un sistema sempre più competitivo e che sottopone la personalità a stress continui. I soggetti si sentono sempre più pressati da ritmi lavorativi molto accellerati o dal caos urbano e le reazioni a volte non riescono ad essere controllate autonomamente. Qui entra in gioco il consultorio».
L'INTERVISTA
Parla Marilena Tempesta che dall'88 lavora sulla coppia
"Adesso c'è meno imbarazzo il nuovo male è la depressione"
Dottoressa Marilena Tempesta, da quanto tempo lavora all'Aied?
«Dal 1988, dunque da più di 15 anni».
Come sono cambiate utenza e richieste?
«Innanzittutto è mutato il tipo di approccio alle problematiche personali. Fino a qualche anno fa si notava un certo imbarazzo, soprattutto fra gli uomini, a soffermarsi sui propri problemi e a riconoscerli, adesso ci si sono meno inibizioni e il desiderio di star bene prevale su qualunque tabù».
Quali sono le esigenze dominanti?
«I problemi sottoposti dai ragazzi più giovani (la fascia che fra i 19 e i 28 anni) riguardano soprattutto la sfera sessuale: dunque difficoltà con i partner, volontà di informazione sui metodi contraccettivi o problemi di gravidanze indesiderate».
Mentre dagli adulti?
«Ci sono due tipi di problemi. Uno riguarda genitori che hanno difficoltà a rapportarsi con i propri figli, che non riescono a star dietro a cambiamenti e ad esigenze che mutano con grande rapidità e hanno perciò bisogno degli psicologi come di intermediari. Un secondo è invece di carattere diciamo "sociale" e tocca quelli che sono i mali della nuova società».
Ovvero?
«Ovvero la depressione, di cui a volte non si riesce a comprendere la provenienza o l'ansia e gli attacchi di panico, legati questi a un disagio rispetto un sistema sempre più competitivo e che sottopone la personalità a stress continui. I soggetti si sentono sempre più pressati da ritmi lavorativi molto accellerati o dal caos urbano e le reazioni a volte non riescono ad essere controllate autonomamente. Qui entra in gioco il consultorio».
Richard Wagner
La Repubblica 21.11.03
un saggio di Mario Bortolotto
Richard Wagner: Il genio di un musicista amatissimo e odiatissimo
Da giovane fu influenzato dalla filosofia di Feuerbach, dalle teorie socialiste di Proudhon e da quelle anarchiche di Bakunin. Ma divenne una bandiera per la destra
"Quanto si deve negare al drammaturgo, saggista, pensatore e persino compositore si deve concedere al supremo burlone"
di ROMAN VLAD
Da un secolo e mezzo la personalità di Wagner, la sua musica, i suoi pensieri, i suoi scritti si trovano sotto le luci della ribalta musicale, di quella della cultura in generale ed anche di quella politica. Sembrerebbe dunque quasi paradossale scegliere un titolo quale "Wagner l'oscuro" come fa Mario Bortolotto per il suo poderoso volume pubblicato recentemente (Adelphi, Milano 2003, pagg. 454, € 42,00). In realtà la figura di Wagner, la sua poetica, la sua musica, i suoi comportamenti e le sue azioni, pur avendo fatto oggetto di appassionati svisceramenti e di acerrimi dibattiti tra musicisti, critici, letterati, filosofi e politici di cui gli echi non si sono ancora spenti, presentano tuttora non pochi aspetti problematici e, se vogliamo, anche «oscuri». O comunque non facilmente spiegabili.
Come ebbe a scrivere Eduard Hanslick, il celebre critico viennese che capeggiava il movimento antiwagneriano: «Wagner esercitava un'incomprensibile magia nel farsi degli amici, e conservarli amici che si sacrificavano per lui e, tre volte offesi, a lui ritornavano tre volte... il suo potere ipnotico fu uno dei più notevoli fenomeni, una meraviglia d'energia e dote naturale». Nonostante il suo famigerato saggio "L'ebraismo in musica" poté contare sulla devota fedeltà di collaboratori e interpreti come Angelo Neumann (il primo Lohengrin e Siegfried), Hermann Levi (il primo direttore del Parsifal) e il banchiere N. Cohn, oculato amministratore di Bayreuth. Infelicitò Hans von Bülow rubandogli la moglie Cosima, ma conservò in lui un entusiasta servitore della sua opera.
A volte Wagner riusciva persino a farsi servire e aiutare da suoi avversari. Fu questo il caso di Brahms, principale antagonista di Wagner in campo musicale e firmatario di un manifesto contro la Musica del futuro. Ciononostante Brahms si prestò umilmente a collaborare con altri musicisti alla copiatura delle parti strumentali e alla preparazione dei materiali d'orchestra per rendere possibile l'esecuzione a Vienna di brani di Wagner ancora inediti. Pochi sanno che, quando l'Opera di Vienna tolse dal cartellone il Tristano, considerandolo ineseguibile dopo una novantina di prove, fu Johann Strauss, il re del valzer, a far risuonare per la prima volta con la sua orchestra frammenti della partitura, tra cui il Preludio e La morte d'Isotta.
Singolare il rapporto di Wagner con la Francia. In privato gli scappavano frasi come «... i Francesi restano gli dèi e i maestri del mondo». In pubblico, asserendo la propria indole «assolutamente germanica», manifestava invece un odio viscerale contro la Francia arrivando ad invocare il sorgere in Germania di «una nuova forza» atta a far impallidire per sempre la «civilizzazione francese». Eppure Parigi malgrado o proprio grazie allo storico fiasco del Tannhaüser nel 1861, vide sorgere schiere di fanatici wagneriani. Baudelaire gli chiese scusa per l'incomprensione e per gli attacchi ricevuti ed esaltò in memorabili saggi il Tannhaüser e il Lohengrin. Judith Gautier (la bella figlia di Théophile) si schierava «parmi cette milice sacrée qui combattait pour le triomphe de Richard Wagner». E suo marito Catulle Mendès: «Christ, Berlioz et Wagner, divins!». Ed ancora Villiers de l´Isle-Adam: «Même le divin Shakespeare ne nous faisait pas hésiter; le nom de Wagner flamboyait plus haut, avec un éclat plus magique. C'était Apollon et c'était Orphée fondus en une seule lyre». Sorgevano circoli wagneriani e fu fondata una Revue Wagnérienne come organo di una vera e propria setta.
Ancora Debussy, pur insorgendo contro l'idea di un'«Arte-Religione» degradata ad una specie di mondana «Arte-Lusso», s'inchina davanti «al genio di Wagner» che ha eretto, col Parsifal «... uno tra i più bei monumenti sonori che siano stati innalzati alla gloria imperturbabile della musica».
I rapporti tra Wagner e la Francia vengono illustrati con dovizia di particolari da Bortolotto. Un'attenzione vieppiù maggiore viene rivolta giustamente al più paradossale degli intrecci tra la vita e l'arte di Wagner, tra la sua ideologia di fondo e gli esiti reali del suo agire. Com'è ben noto il giovane Wagner fu influenzato dalla filosofia di Feuerbach, dalle teorie socialiste di Proudhon e da quelle anarchiche di Bakunin. Con quest'ultimo partecipò attivamente alla rivolta di Dresda del 1849. Per cui dovette abbandonare la Germania per un esilio di quasi dodici anni. Pur avendo scritto articoli antimonarchici riuscì a far innamorare di sé il giovane re di Baviera Ludovico II e di farsi pagare da lui le spese per l'edificazione di Bayreuth. Ed al Festpielhaus di Bayreuth egli riuscì in seguito a convogliare non solo i maggiori rappresentanti del mondo culturale, ma anche e soprattutto di quello sociale ed economico. Imperatori, re, finanzieri e alti borghesi vi applaudivano opere il cui significato profondo era rivolto contro ogni potere. Cioè contro di loro. Nella Tetralogia l'origine di tutto il male del mondo viene additata nell'uso dell'oro ai fini dell'accumulazione capitalistica finalizzata al dominio, al potere. Fino alla fine dei suoi giorni Wagner professava in privato idee socialiste e contrarie alla proprietà privata. Ciò che non impedì, peraltro, che della sua musica si impadronissero estremisti di destra e particolarmente i nazisti ai fini della loro propaganda, facendo leva sull'involucro nazional-germanico che cela significati universali di segno diverso. Così si sono avute nella seconda guerra mondiale linee «Siegfried» e campagne armate «Walk re». Con successiva catastrofe.
Per lumeggiare tutte le oscurità del Caso Wagner, Bortolotto accende un vero fuoco d'artifizio di riferimenti e citazioni dando prova di una invero superlativa conoscenza sia dell'opera musicale e letteraria di Wagner sia di tutto quello che su quest'opera è stato scritto. Egli non è certo un «perfect wagnerite» tipo G. B. Shaw. Non è però nemmeno un antiwagneriano preconcetto. Tratta l'incandescente materia con l'interesse, ma pure col distacco dello studioso che non accetta reticenze e tabù. E così come non esita di additare, accanto a passi sublimi, altri che gli paiono peregrini e banali, così non evita di puntare il dito contro momenti della vita del compositore in cui si compie il fatale passo che dal sublime porta al ridicolo. Come quello, degno di un vaudeville di Feydeau in cui ad una lettura del testo di Tristan und Isolde partecipano «l'attuale e la futura moglie, oltre Mathilde, e i loro rispettivi consorti: Otto Wsendonck e Hans von Bülow...». E così Bortolotto conclude il suo monumentale libro scrivendo: «Quanto si deve negare al Wagner drammaturgo, saggista, pensatore, mitologo e persino musicista, si deve concedere, con reverenza, al supremo farceur». Il quale «poteva ormai sostenere ogni cosa, tutto e il contrario di tutto: anche... affermare che gli Ebrei «hanno conservato il senso dell'autenticità che i Tedeschi hanno completamente perduto»». Potrebbe bastare una simile affermazione per far rimuovere le ultime censure di cui la musica di Wagner soffre ancora oggi? E far tacere le residue polemiche che ogni tanto vengono ancora rinfocolate? C'è da dubitarne. Un simile superamento dovrebbe avverarsi solo in virtù delle qualità intrinseche ed assolute di quelle musiche che riscattano ogni devianza ed ogni stortura. Perché la grandezza di Wagner resta consegnata alla sua musica.
Bisogna essere grati a Bortolotto per questa sua fatica. Dispiace solo che egli non abbia corredato il volume con un'esauriente bibliografia che l'avrebbe reso ancor più utile agli studenti ai quali la sua lettura deve venir caldamente raccomandata.
un saggio di Mario Bortolotto
Richard Wagner: Il genio di un musicista amatissimo e odiatissimo
Da giovane fu influenzato dalla filosofia di Feuerbach, dalle teorie socialiste di Proudhon e da quelle anarchiche di Bakunin. Ma divenne una bandiera per la destra
"Quanto si deve negare al drammaturgo, saggista, pensatore e persino compositore si deve concedere al supremo burlone"
di ROMAN VLAD
Da un secolo e mezzo la personalità di Wagner, la sua musica, i suoi pensieri, i suoi scritti si trovano sotto le luci della ribalta musicale, di quella della cultura in generale ed anche di quella politica. Sembrerebbe dunque quasi paradossale scegliere un titolo quale "Wagner l'oscuro" come fa Mario Bortolotto per il suo poderoso volume pubblicato recentemente (Adelphi, Milano 2003, pagg. 454, € 42,00). In realtà la figura di Wagner, la sua poetica, la sua musica, i suoi comportamenti e le sue azioni, pur avendo fatto oggetto di appassionati svisceramenti e di acerrimi dibattiti tra musicisti, critici, letterati, filosofi e politici di cui gli echi non si sono ancora spenti, presentano tuttora non pochi aspetti problematici e, se vogliamo, anche «oscuri». O comunque non facilmente spiegabili.
Come ebbe a scrivere Eduard Hanslick, il celebre critico viennese che capeggiava il movimento antiwagneriano: «Wagner esercitava un'incomprensibile magia nel farsi degli amici, e conservarli amici che si sacrificavano per lui e, tre volte offesi, a lui ritornavano tre volte... il suo potere ipnotico fu uno dei più notevoli fenomeni, una meraviglia d'energia e dote naturale». Nonostante il suo famigerato saggio "L'ebraismo in musica" poté contare sulla devota fedeltà di collaboratori e interpreti come Angelo Neumann (il primo Lohengrin e Siegfried), Hermann Levi (il primo direttore del Parsifal) e il banchiere N. Cohn, oculato amministratore di Bayreuth. Infelicitò Hans von Bülow rubandogli la moglie Cosima, ma conservò in lui un entusiasta servitore della sua opera.
A volte Wagner riusciva persino a farsi servire e aiutare da suoi avversari. Fu questo il caso di Brahms, principale antagonista di Wagner in campo musicale e firmatario di un manifesto contro la Musica del futuro. Ciononostante Brahms si prestò umilmente a collaborare con altri musicisti alla copiatura delle parti strumentali e alla preparazione dei materiali d'orchestra per rendere possibile l'esecuzione a Vienna di brani di Wagner ancora inediti. Pochi sanno che, quando l'Opera di Vienna tolse dal cartellone il Tristano, considerandolo ineseguibile dopo una novantina di prove, fu Johann Strauss, il re del valzer, a far risuonare per la prima volta con la sua orchestra frammenti della partitura, tra cui il Preludio e La morte d'Isotta.
Singolare il rapporto di Wagner con la Francia. In privato gli scappavano frasi come «... i Francesi restano gli dèi e i maestri del mondo». In pubblico, asserendo la propria indole «assolutamente germanica», manifestava invece un odio viscerale contro la Francia arrivando ad invocare il sorgere in Germania di «una nuova forza» atta a far impallidire per sempre la «civilizzazione francese». Eppure Parigi malgrado o proprio grazie allo storico fiasco del Tannhaüser nel 1861, vide sorgere schiere di fanatici wagneriani. Baudelaire gli chiese scusa per l'incomprensione e per gli attacchi ricevuti ed esaltò in memorabili saggi il Tannhaüser e il Lohengrin. Judith Gautier (la bella figlia di Théophile) si schierava «parmi cette milice sacrée qui combattait pour le triomphe de Richard Wagner». E suo marito Catulle Mendès: «Christ, Berlioz et Wagner, divins!». Ed ancora Villiers de l´Isle-Adam: «Même le divin Shakespeare ne nous faisait pas hésiter; le nom de Wagner flamboyait plus haut, avec un éclat plus magique. C'était Apollon et c'était Orphée fondus en une seule lyre». Sorgevano circoli wagneriani e fu fondata una Revue Wagnérienne come organo di una vera e propria setta.
Ancora Debussy, pur insorgendo contro l'idea di un'«Arte-Religione» degradata ad una specie di mondana «Arte-Lusso», s'inchina davanti «al genio di Wagner» che ha eretto, col Parsifal «... uno tra i più bei monumenti sonori che siano stati innalzati alla gloria imperturbabile della musica».
I rapporti tra Wagner e la Francia vengono illustrati con dovizia di particolari da Bortolotto. Un'attenzione vieppiù maggiore viene rivolta giustamente al più paradossale degli intrecci tra la vita e l'arte di Wagner, tra la sua ideologia di fondo e gli esiti reali del suo agire. Com'è ben noto il giovane Wagner fu influenzato dalla filosofia di Feuerbach, dalle teorie socialiste di Proudhon e da quelle anarchiche di Bakunin. Con quest'ultimo partecipò attivamente alla rivolta di Dresda del 1849. Per cui dovette abbandonare la Germania per un esilio di quasi dodici anni. Pur avendo scritto articoli antimonarchici riuscì a far innamorare di sé il giovane re di Baviera Ludovico II e di farsi pagare da lui le spese per l'edificazione di Bayreuth. Ed al Festpielhaus di Bayreuth egli riuscì in seguito a convogliare non solo i maggiori rappresentanti del mondo culturale, ma anche e soprattutto di quello sociale ed economico. Imperatori, re, finanzieri e alti borghesi vi applaudivano opere il cui significato profondo era rivolto contro ogni potere. Cioè contro di loro. Nella Tetralogia l'origine di tutto il male del mondo viene additata nell'uso dell'oro ai fini dell'accumulazione capitalistica finalizzata al dominio, al potere. Fino alla fine dei suoi giorni Wagner professava in privato idee socialiste e contrarie alla proprietà privata. Ciò che non impedì, peraltro, che della sua musica si impadronissero estremisti di destra e particolarmente i nazisti ai fini della loro propaganda, facendo leva sull'involucro nazional-germanico che cela significati universali di segno diverso. Così si sono avute nella seconda guerra mondiale linee «Siegfried» e campagne armate «Walk re». Con successiva catastrofe.
Per lumeggiare tutte le oscurità del Caso Wagner, Bortolotto accende un vero fuoco d'artifizio di riferimenti e citazioni dando prova di una invero superlativa conoscenza sia dell'opera musicale e letteraria di Wagner sia di tutto quello che su quest'opera è stato scritto. Egli non è certo un «perfect wagnerite» tipo G. B. Shaw. Non è però nemmeno un antiwagneriano preconcetto. Tratta l'incandescente materia con l'interesse, ma pure col distacco dello studioso che non accetta reticenze e tabù. E così come non esita di additare, accanto a passi sublimi, altri che gli paiono peregrini e banali, così non evita di puntare il dito contro momenti della vita del compositore in cui si compie il fatale passo che dal sublime porta al ridicolo. Come quello, degno di un vaudeville di Feydeau in cui ad una lettura del testo di Tristan und Isolde partecipano «l'attuale e la futura moglie, oltre Mathilde, e i loro rispettivi consorti: Otto Wsendonck e Hans von Bülow...». E così Bortolotto conclude il suo monumentale libro scrivendo: «Quanto si deve negare al Wagner drammaturgo, saggista, pensatore, mitologo e persino musicista, si deve concedere, con reverenza, al supremo farceur». Il quale «poteva ormai sostenere ogni cosa, tutto e il contrario di tutto: anche... affermare che gli Ebrei «hanno conservato il senso dell'autenticità che i Tedeschi hanno completamente perduto»». Potrebbe bastare una simile affermazione per far rimuovere le ultime censure di cui la musica di Wagner soffre ancora oggi? E far tacere le residue polemiche che ogni tanto vengono ancora rinfocolate? C'è da dubitarne. Un simile superamento dovrebbe avverarsi solo in virtù delle qualità intrinseche ed assolute di quelle musiche che riscattano ogni devianza ed ogni stortura. Perché la grandezza di Wagner resta consegnata alla sua musica.
Bisogna essere grati a Bortolotto per questa sua fatica. Dispiace solo che egli non abbia corredato il volume con un'esauriente bibliografia che l'avrebbe reso ancor più utile agli studenti ai quali la sua lettura deve venir caldamente raccomandata.
giovedì 20 novembre 2003
i dati sulla violenza in famiglia sui bambini
La Repubblica 20.11.03
I BAMBINI
Il bilancio di Telefono Azzurro
Duecentomila maltrattati dai genitori
ROMA - Sono state 194.340 le telefonate complessivamente accolte da Telefono Azzurro tramite le linee del Centro Nazionale di Ascolto, nel periodo gennaio-giugno 2003. Quasi 200 mila minori in difficoltà. A chiedere aiuto sono soprattutto le bambine e le ragazze (57,8% contro il 42,2% dei maschi); più numerosi i bambini tra 11 e 14 anni (43,0%), seguiti da quelli fino a 10 (41,3%) e, infine, da quanti arrivano alla maggiore età (15,7%). Classificando le richieste di aiuto in base alla loro provenienza geografica, sono le regioni settentrionali a occupare la prima posizione per numero di chiamate (39,9%), seguite dal meridione (28,1%), dalle regioni centrali (19,5%) e da quelle insulari (12,5%). Non a caso disaggregando il dato a livello regionale la classifica si ripete: infatti, le regioni da cui provengono maggiori richieste sono la Lombardia (14,6%), il Lazio (12,3%) e la Campania (11,9%), ovvero una del Nord, una del Centro e una del Sud. Di particolare interesse risulta l'analisi delle problematiche che hanno spinto bambini a chiamare Telefono Azzurro. In generale sono i problemi di tipo relazionale a costituire le principali difficoltà. In particolare emergono i problemi relazionali con i genitori (34,1%), i problemi relazionali generici (13,3%). Emerge inoltre un 16,3% di problematiche legate alla separazione dei genitori. Sostanzialmente gravi le situazioni legate all'abuso: il 14,8% delle consulenze interviene su disagi provocati alle botte, all'abuso fisico, l'8,8% su situazioni di abuso psicologico, l'8,3% su situazioni di trascuratezza e il 6,7% per abuso di tipo sessuale: le vittime sono soprattutto le bambine, anche in famiglia.
I BAMBINI
Il bilancio di Telefono Azzurro
Duecentomila maltrattati dai genitori
ROMA - Sono state 194.340 le telefonate complessivamente accolte da Telefono Azzurro tramite le linee del Centro Nazionale di Ascolto, nel periodo gennaio-giugno 2003. Quasi 200 mila minori in difficoltà. A chiedere aiuto sono soprattutto le bambine e le ragazze (57,8% contro il 42,2% dei maschi); più numerosi i bambini tra 11 e 14 anni (43,0%), seguiti da quelli fino a 10 (41,3%) e, infine, da quanti arrivano alla maggiore età (15,7%). Classificando le richieste di aiuto in base alla loro provenienza geografica, sono le regioni settentrionali a occupare la prima posizione per numero di chiamate (39,9%), seguite dal meridione (28,1%), dalle regioni centrali (19,5%) e da quelle insulari (12,5%). Non a caso disaggregando il dato a livello regionale la classifica si ripete: infatti, le regioni da cui provengono maggiori richieste sono la Lombardia (14,6%), il Lazio (12,3%) e la Campania (11,9%), ovvero una del Nord, una del Centro e una del Sud. Di particolare interesse risulta l'analisi delle problematiche che hanno spinto bambini a chiamare Telefono Azzurro. In generale sono i problemi di tipo relazionale a costituire le principali difficoltà. In particolare emergono i problemi relazionali con i genitori (34,1%), i problemi relazionali generici (13,3%). Emerge inoltre un 16,3% di problematiche legate alla separazione dei genitori. Sostanzialmente gravi le situazioni legate all'abuso: il 14,8% delle consulenze interviene su disagi provocati alle botte, all'abuso fisico, l'8,8% su situazioni di abuso psicologico, l'8,3% su situazioni di trascuratezza e il 6,7% per abuso di tipo sessuale: le vittime sono soprattutto le bambine, anche in famiglia.
secondo una sentenza della terza sezione penale
della Corte di Cassazione
il Tempo 20.11.03
La pedofilia non è malattia mentale
ROMA — La pedofilia, di per sé, non esclude né attenua la capacità di intendere e volere. Insomma non è una malattia mentale in virtù della quale i pedofili possono ottenere sconti di pena - tramite la concessione delle attenuanti per la diminuita capacità psichica - sostenendo che la loro volontà era offuscata, o scemata, nel momento dell'abuso sessuale sui minori. Lo sottolinea la terza sezione penale della Cassazione con la sentenza 43135. In particolare, con questo verdetto, la suprema corte ha rigettato la tesi di un imputato - Aurelio M. condannato a 8 anni di reclusione dalla corte d'appello di Perugia per aver violentato, per 12 anni, un minore - che protestava per la mancata concessione dell'attenuante. L'uomo aveva chiesto ai supremi giudici di pronunciarsi a favore di una pena più mite dal momento che la perizia di parte aveva riscontrato, in lui, un deficit delle capacità intellettive e volitive avvalorato anche dai precedenti episodi di pedofilia che avevano arricchito la sua fedina penale. Ma piazza Cavour ha bocciato la tesi per cui i pedofili abituali sarebbero una sorta di minorati mentali che non sanno quel che fanno.
...e La Gazzetta del Sud, sempre di oggi, precisa:
[...]
...Piazza Cavour ha bocciato la tesi per cui i pedofili abituali sarebbero una sorta di minorati mentali che non sanno quel che fanno. Rilevano in proposito gli ermellini che «se è vero che la pedofilia, come modifica dell'oggetto sessuale in direzione dei minori, presenta ordinariamente carattere di abitualità, ai fini penali questa condizione non esclude né attenua la capacità di intendere e volere e, di conseguenza, la penale responsabilità per abusi sessuali contro i minori». Spiega la Cassazione che non c'è alcun motivo di equiparare, tout court, e a priori, i pedofili agli incapaci. A questa conclusione – prosegue il Palazzaccio – può arrivare solo il giudice di merito sulla «base dell'esame dei test psicologici e psichiatrici, dei colloqui clinici e di altri elementi» qualora «ricorrano le condizioni di una vera e propria malattia in grado di escludere o grandemente scemare la capacità di intendere e volere». Tale circostanza, però, avvertono i magistrati di legittimità, non ricorre in presenza di un qualsivoglia disturbo caratteriale.
La pedofilia non è malattia mentale
ROMA — La pedofilia, di per sé, non esclude né attenua la capacità di intendere e volere. Insomma non è una malattia mentale in virtù della quale i pedofili possono ottenere sconti di pena - tramite la concessione delle attenuanti per la diminuita capacità psichica - sostenendo che la loro volontà era offuscata, o scemata, nel momento dell'abuso sessuale sui minori. Lo sottolinea la terza sezione penale della Cassazione con la sentenza 43135. In particolare, con questo verdetto, la suprema corte ha rigettato la tesi di un imputato - Aurelio M. condannato a 8 anni di reclusione dalla corte d'appello di Perugia per aver violentato, per 12 anni, un minore - che protestava per la mancata concessione dell'attenuante. L'uomo aveva chiesto ai supremi giudici di pronunciarsi a favore di una pena più mite dal momento che la perizia di parte aveva riscontrato, in lui, un deficit delle capacità intellettive e volitive avvalorato anche dai precedenti episodi di pedofilia che avevano arricchito la sua fedina penale. Ma piazza Cavour ha bocciato la tesi per cui i pedofili abituali sarebbero una sorta di minorati mentali che non sanno quel che fanno.
...e La Gazzetta del Sud, sempre di oggi, precisa:
[...]
...Piazza Cavour ha bocciato la tesi per cui i pedofili abituali sarebbero una sorta di minorati mentali che non sanno quel che fanno. Rilevano in proposito gli ermellini che «se è vero che la pedofilia, come modifica dell'oggetto sessuale in direzione dei minori, presenta ordinariamente carattere di abitualità, ai fini penali questa condizione non esclude né attenua la capacità di intendere e volere e, di conseguenza, la penale responsabilità per abusi sessuali contro i minori». Spiega la Cassazione che non c'è alcun motivo di equiparare, tout court, e a priori, i pedofili agli incapaci. A questa conclusione – prosegue il Palazzaccio – può arrivare solo il giudice di merito sulla «base dell'esame dei test psicologici e psichiatrici, dei colloqui clinici e di altri elementi» qualora «ricorrano le condizioni di una vera e propria malattia in grado di escludere o grandemente scemare la capacità di intendere e volere». Tale circostanza, però, avvertono i magistrati di legittimità, non ricorre in presenza di un qualsivoglia disturbo caratteriale.
Maria Burani Procaccini
La Repubblica - Salute 20.11.03
PSICHIATRIA
"Dimenticata la depressione"
Burani Procaccini (Fi): "Nuove integrazioni, a fine novembre un testo"
di Maurizio Paganelli
Giace in Parlamento da due anni la "riforma della legge sulla psichiatria" (la 180 del ‘78, conosciuta come legge Basaglia, dal nome dello psichiatra triestino che ne fu l’alfiere): 4 proposte concorrenti, una relatrice, Maria Burani Procaccini (Forza Italia, giornalista pubblicista) che vorrebbe arrivare ad un testo base condiviso. «Non voglio forzare, basta con crociate ideologiche, dopo 25 anni, tant’è che parlo di integrazione alla legge 180», dice il deputato, «Ora entro fine novembre vorrei presentare una nuova sintesi con altre iniziative più recenti in tema psichiatrico. E in particolare quella sulla depressione, specialmente la proposta dei deputati del Polo» (prevede un’Agenzia nazionale e dipartimenti specifici delle Asl scorporati dai servizi psichiatrici e diretti da soli medici).
«Resta chiaro che l’ospedale, insieme al territorio, è centrale, perché una diagnosi corretta e precoce è essenziale. Per questo si prevede che solo medici possano ricoprire il ruolo di direttore di dipartimento». Appare una visione "custodialista" e "medicalizzata" a molti, ma il deputato nega con forza: «Per il recupero è determinante il territorio, chi lo nega, ma è diagnosi e cura che dobbiamo salvaguardare in primis. Per il resto, contro ogni stigma, va ribadito che è una malattia come qualsiasi altra». E su Regioni e fondi? «E’ falso che solo le Regioni "rosse" siano sensibili al tema, basta parlare con i familiari dei malati. I soldi arriveranno se li mettiamo nella legge: quel 5 per cento della spesa sanitaria alla psichiatria e indirizzi chiari con centri anche per i bambini. Mi piace sottolinearlo oggi, 20 novembre, giornata mondiale dell’infanzia».
PSICHIATRIA
"Dimenticata la depressione"
Burani Procaccini (Fi): "Nuove integrazioni, a fine novembre un testo"
di Maurizio Paganelli
Giace in Parlamento da due anni la "riforma della legge sulla psichiatria" (la 180 del ‘78, conosciuta come legge Basaglia, dal nome dello psichiatra triestino che ne fu l’alfiere): 4 proposte concorrenti, una relatrice, Maria Burani Procaccini (Forza Italia, giornalista pubblicista) che vorrebbe arrivare ad un testo base condiviso. «Non voglio forzare, basta con crociate ideologiche, dopo 25 anni, tant’è che parlo di integrazione alla legge 180», dice il deputato, «Ora entro fine novembre vorrei presentare una nuova sintesi con altre iniziative più recenti in tema psichiatrico. E in particolare quella sulla depressione, specialmente la proposta dei deputati del Polo» (prevede un’Agenzia nazionale e dipartimenti specifici delle Asl scorporati dai servizi psichiatrici e diretti da soli medici).
«Resta chiaro che l’ospedale, insieme al territorio, è centrale, perché una diagnosi corretta e precoce è essenziale. Per questo si prevede che solo medici possano ricoprire il ruolo di direttore di dipartimento». Appare una visione "custodialista" e "medicalizzata" a molti, ma il deputato nega con forza: «Per il recupero è determinante il territorio, chi lo nega, ma è diagnosi e cura che dobbiamo salvaguardare in primis. Per il resto, contro ogni stigma, va ribadito che è una malattia come qualsiasi altra». E su Regioni e fondi? «E’ falso che solo le Regioni "rosse" siano sensibili al tema, basta parlare con i familiari dei malati. I soldi arriveranno se li mettiamo nella legge: quel 5 per cento della spesa sanitaria alla psichiatria e indirizzi chiari con centri anche per i bambini. Mi piace sottolinearlo oggi, 20 novembre, giornata mondiale dell’infanzia».
"Buongiorno, notte" è in tutta Europa
Cineuropa.it 20.11.03
Vendite – Francia
I bei risultati del Mifed
Una settimana dopo il ritorno dal Mifed di Milano, le società francesi di vendita di film hanno avuto grandi soddisfazioni. Tra queste, Celluloid Dreams, Gémini Films, StudioCanal e Wild Bunch hanno rivelato a Cineuropa i propri risultati.
Per quanto riguarda Celluloid Dreams è stato soprattutto un film italiano a creare l’avvenimento. Secondo Tanja Meissner dell’equipe di vendite internazionali : “Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, è stato venduto dappertutto in Europa (Svezia, Regno Unito, Polonia, Russia, Belgio, Paesi Bassi) e le negoziazioni sono sulla buona strada buona per la Germania e la Spagna”.
(...)
Vendite – Francia
I bei risultati del Mifed
Una settimana dopo il ritorno dal Mifed di Milano, le società francesi di vendita di film hanno avuto grandi soddisfazioni. Tra queste, Celluloid Dreams, Gémini Films, StudioCanal e Wild Bunch hanno rivelato a Cineuropa i propri risultati.
Per quanto riguarda Celluloid Dreams è stato soprattutto un film italiano a creare l’avvenimento. Secondo Tanja Meissner dell’equipe di vendite internazionali : “Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, è stato venduto dappertutto in Europa (Svezia, Regno Unito, Polonia, Russia, Belgio, Paesi Bassi) e le negoziazioni sono sulla buona strada buona per la Germania e la Spagna”.
(...)
stalking
Panorama 18.11.03
Grandi molestatori crescono
di Paola Ciccioli
Gli esperti li chiamano «stalker». Cioè persone che, come cacciatori, braccano la loro preda e la insidiano fino all'ossessione. Arrivando, in casi estremi, anche alla violenza fisica. Un fenomeno che fa sempre più vittime. Ecco le loro terribili storie, raccolte da Panorama.
«Era settembre, mi pare. Ho preso la macchina e sono andata nella sua casa di campagna. Mi ricordavo dov'era: c'eravamo stati insieme, una volta.
Non avevo la chiave e allora ho chiesto al fabbro del paese di forzare la serratura. L'ho convinto dicendogli che ero io la proprietaria. Quando mi sono trovata lì, sola, ho scritto un biglietto: "Aspetto che arrivi per i chiarimenti che dobbiamo avere noi due".
Sono tornata a Modena e ho infilato il foglio nella sua cassetta della posta. Poi sono salita di nuovo in macchina e mi sono messa ad aspettarlo nella casa di campagna. Ma lui non è venuto e sono arrivati i carabinieri».
Questa scena Anna Maria la ricorda bene. Perché da quel giorno i suoi tentativi di avere un contatto con l'uomo che ha inseguito e, sostengono i magistrati, perseguitato per oltre due anni, sono finiti. «Non so più niente di lui, buio completo» dic , trattenendo un po' di quel buio nello sguardo.
Anna Maria prima è finita in carcere, poi ha ottenuto gli arresti domiciliari e ora è stata affidata alle cure degli psichiatri nel centro La Madonnina di Modena. Ed è qui che ha accettato di raccontare la propria storia a Panorama.
La storia di una stalker.
Perché questa donna di 44 anni, dall'aspetto delicato, dal 21 ottobre del 2001 al 25 maggio di quest'anno non ha dato tregua all'uomo con cui aveva avuto una brevissima relazione. Forse un unico incontro d'amore, forse due, in quella casa di campagna «che ricordavo dov'era perché ci eravamo stati insieme».
«Sapevo che era sposato, che aveva un figlio e che la moglie ne stava aspettando un altro» racconta. «Poi persone stimabilissime hanno cominciato a dirmi che non era vero niente e allora andavo da lui per chiedere spiegazioni». È tutto chiaro nella mente di Anna Maria, tutto giustificabile: «Ero innamorata».
E questa convinzione l'ha trasformata nella Glenn Close del film Attrazione fatale, spingendola a violare il domicilio dell'ex amante e non solo in un'occasione. Ad andare a suonare al suo campanello ogni notte e per un anno intero. Ad aspettarlo accanto al portone di sera, a telefonare ai colleghi di lavoro della sua vittima, a costringerlo a rifugiarsi nel garage per evitare gli incontri.
E più lui fuggiva e più lei alzava il tiro. Il 14 febbraio del 2002 si è travestita, ha infilato un cappuccio e si è arrampicata sul suo balcone per lasciargli un bigliettino pieno di frasi dolcissime. Voleva, a ogni costo, che anche per lei fosse il giorno di San Valentino.
Amore o follia? «Lo stalking è una chiave di lettura di tante situazioni diverse». Il professor Paolo Curci schiva la domanda. Ordinario di psichiatria all'università di Modena e Reggio Emilia, è un esperto di questi comportamenti che vengono riassunti nel verbo inglese «to stalk», usato dai cacciatori quando vogliono dire braccare, fare la posta.
E se il fenomeno dello stalking in America, Australia, Inghilterra è quantificato e penalmente perseguito, in Italia magistrati e forze dell'ordine fanno ancora fatica a riconoscere e contenere quella a cui il professor Curci e la sua équipe hanno dato un nome italiano: cioè sindrome delle molestie assillanti.
Tema del documentatissimo saggio appena pubblicato da Bollati Boringhieri e scritto da Curci insieme con i ricercatori Gian Maria Galeazzi e Cesare Secchi.
MA LA LEGGE È INADEGUATA
To stalk: dall'inglese fare la posta, braccare, pedinare.
Si calcola che negli Stati Uniti, ogni anno, almeno un milione e 400 mila persone siano «preda» di molestatori, cioè stalker, che assillano le loro vittime con telefonate, appostamenti, invasioni della privacy. E molto spesso questo tipo di molestie sfocia in aggressione e violenza fisica.
Secondo il primo studio europeo sull'argomento (condotto nel 2000 dal British Home Office) l'11,8% degli adulti con più di 16 anni ha subito attenzioni insistenti e indesiderate.
Gli stalker sono per lo più uomini (81%), mentre le prede sono in prevalenza donne (73%), in particolare le giovanissime sotto i 20 anni e senza un partner stabile.
La maggior parte delle vittime è tormentata da persone conosciute: nel 29% dei casi dopo una relazione affettiva, nel 32% da parte di conoscenti. Nel 34% lo stalker è uno sconosciuto.
La legislazione italiana è inadeguata ad affrontare questo tipo di reato e per i casi di stalking viene applicato l'articolo 660 del Codice penale che sanziona le molestie e i disturbi causati a una persona in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con il telefono, per petulanza o per «altro biasimevole motivo».
Fonte: La sindrome delle molestie assillanti (Stalking), di Paolo Curci, Gian Maria Galeazzi e Cesare Secchi (Bollati Boringhieri)
Grandi molestatori crescono
di Paola Ciccioli
Gli esperti li chiamano «stalker». Cioè persone che, come cacciatori, braccano la loro preda e la insidiano fino all'ossessione. Arrivando, in casi estremi, anche alla violenza fisica. Un fenomeno che fa sempre più vittime. Ecco le loro terribili storie, raccolte da Panorama.
«Era settembre, mi pare. Ho preso la macchina e sono andata nella sua casa di campagna. Mi ricordavo dov'era: c'eravamo stati insieme, una volta.
Non avevo la chiave e allora ho chiesto al fabbro del paese di forzare la serratura. L'ho convinto dicendogli che ero io la proprietaria. Quando mi sono trovata lì, sola, ho scritto un biglietto: "Aspetto che arrivi per i chiarimenti che dobbiamo avere noi due".
Sono tornata a Modena e ho infilato il foglio nella sua cassetta della posta. Poi sono salita di nuovo in macchina e mi sono messa ad aspettarlo nella casa di campagna. Ma lui non è venuto e sono arrivati i carabinieri».
Questa scena Anna Maria la ricorda bene. Perché da quel giorno i suoi tentativi di avere un contatto con l'uomo che ha inseguito e, sostengono i magistrati, perseguitato per oltre due anni, sono finiti. «Non so più niente di lui, buio completo» dic , trattenendo un po' di quel buio nello sguardo.
Anna Maria prima è finita in carcere, poi ha ottenuto gli arresti domiciliari e ora è stata affidata alle cure degli psichiatri nel centro La Madonnina di Modena. Ed è qui che ha accettato di raccontare la propria storia a Panorama.
La storia di una stalker.
Perché questa donna di 44 anni, dall'aspetto delicato, dal 21 ottobre del 2001 al 25 maggio di quest'anno non ha dato tregua all'uomo con cui aveva avuto una brevissima relazione. Forse un unico incontro d'amore, forse due, in quella casa di campagna «che ricordavo dov'era perché ci eravamo stati insieme».
«Sapevo che era sposato, che aveva un figlio e che la moglie ne stava aspettando un altro» racconta. «Poi persone stimabilissime hanno cominciato a dirmi che non era vero niente e allora andavo da lui per chiedere spiegazioni». È tutto chiaro nella mente di Anna Maria, tutto giustificabile: «Ero innamorata».
E questa convinzione l'ha trasformata nella Glenn Close del film Attrazione fatale, spingendola a violare il domicilio dell'ex amante e non solo in un'occasione. Ad andare a suonare al suo campanello ogni notte e per un anno intero. Ad aspettarlo accanto al portone di sera, a telefonare ai colleghi di lavoro della sua vittima, a costringerlo a rifugiarsi nel garage per evitare gli incontri.
E più lui fuggiva e più lei alzava il tiro. Il 14 febbraio del 2002 si è travestita, ha infilato un cappuccio e si è arrampicata sul suo balcone per lasciargli un bigliettino pieno di frasi dolcissime. Voleva, a ogni costo, che anche per lei fosse il giorno di San Valentino.
Amore o follia? «Lo stalking è una chiave di lettura di tante situazioni diverse». Il professor Paolo Curci schiva la domanda. Ordinario di psichiatria all'università di Modena e Reggio Emilia, è un esperto di questi comportamenti che vengono riassunti nel verbo inglese «to stalk», usato dai cacciatori quando vogliono dire braccare, fare la posta.
E se il fenomeno dello stalking in America, Australia, Inghilterra è quantificato e penalmente perseguito, in Italia magistrati e forze dell'ordine fanno ancora fatica a riconoscere e contenere quella a cui il professor Curci e la sua équipe hanno dato un nome italiano: cioè sindrome delle molestie assillanti.
Tema del documentatissimo saggio appena pubblicato da Bollati Boringhieri e scritto da Curci insieme con i ricercatori Gian Maria Galeazzi e Cesare Secchi.
MA LA LEGGE È INADEGUATA
To stalk: dall'inglese fare la posta, braccare, pedinare.
Si calcola che negli Stati Uniti, ogni anno, almeno un milione e 400 mila persone siano «preda» di molestatori, cioè stalker, che assillano le loro vittime con telefonate, appostamenti, invasioni della privacy. E molto spesso questo tipo di molestie sfocia in aggressione e violenza fisica.
Secondo il primo studio europeo sull'argomento (condotto nel 2000 dal British Home Office) l'11,8% degli adulti con più di 16 anni ha subito attenzioni insistenti e indesiderate.
Gli stalker sono per lo più uomini (81%), mentre le prede sono in prevalenza donne (73%), in particolare le giovanissime sotto i 20 anni e senza un partner stabile.
La maggior parte delle vittime è tormentata da persone conosciute: nel 29% dei casi dopo una relazione affettiva, nel 32% da parte di conoscenti. Nel 34% lo stalker è uno sconosciuto.
La legislazione italiana è inadeguata ad affrontare questo tipo di reato e per i casi di stalking viene applicato l'articolo 660 del Codice penale che sanziona le molestie e i disturbi causati a una persona in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con il telefono, per petulanza o per «altro biasimevole motivo».
Fonte: La sindrome delle molestie assillanti (Stalking), di Paolo Curci, Gian Maria Galeazzi e Cesare Secchi (Bollati Boringhieri)
mercoledì 19 novembre 2003
della tesi di specializzazione
di Elena Pappagallo
tenutasi martedì 11 novembre 2003
nell'Aula Magna del Centro Didattico di Ateneo
dell'Università di Siena
- Policlinico "Le Scotte" -
può essere ascoltata su mawivideo.it
clicca QUI
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alla Libreria Amore e Psiche
è possibile vedere due nuovi video
è possibile vedere due nuovi video
Vi informiamo che dalle ore 13.00 [di domenica 16. Ndr] sarà possibile vedere in libreria sia la cassetta riguardante la specializzazione della Dottoressa Pappagallo che la registrazione dell'incontro di venerdi scorso con il prof. Villari e l'on. Diliberto.
Saluti
Amore e Psiche
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la registrazione audio e video
dell'INCONTRO IN LIBRERIA
di Venerdì 14.11
dell'INCONTRO IN LIBRERIA
di Venerdì 14.11
del 14 novembre
sul tema del Novecento sono stati ospiti della Libreria Amore e Psiche
il Prof. Lucio Villari
e l'On. Oliviero Diliberto.
è intervenuto Massimo Fagioli
(clicca QUI)
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L'OSCAR DEL CINEMA EUROPEO
A MARCO BELLOCCHIO!
A MARCO BELLOCCHIO!
(questa notizia diffusa già ieri sera dalle agenzie e da un TG RAI, appare questa mattina, 19 novembre, anche su molte testate nazionali, più o meno sempre con questi stessi contenuti)
L' European Film Academy premia Bellocchio
Premio Fipresci della critica per l'ultimo film «Buongiorno notte» ed per la acclamata filmografia del regista italiano. Gli Oscar europei del cinema, saranno ufficialmente assegnati nel corso della cerimonia di gala a Berlino il 6 dicembre
(fonti d'agenzia)
"Buongiorno, notte", il film di Marco Bellocchio sul caso Moro è il vincitore del premio della critica degli Oscar europei 2003. La European Film Academy ha annunciato oggi i primi due European Film Awards 2003: quello della critica Fipresci a Bellocchio e quello per il miglior documentario, assegnato in cooperazione con il canale culturale europeo ARTE.
Michel Cimenti, presidente della associazione dei critici Fipresci, sottolinea che «il premio a "Buongiorno, notte" non è soltanto riferito ad uno dei film migliori di Bellocchio ma anche a tutta l’acclamata filmografia dell’autore, che dal ’65 a oggi comprende più di 20 film». La giuria di quest’anno, composta dallo svizzero Alfredo Knuchel, dall’inglese Ben Lewis e dal tedesco Michael Muschner ha deciso di premiare un film dedicato al confronto inusuale tra vittime e carnefici del genocidio in Cambogia: S21, La Machine de la mort khmere rouge del francese Rithy Pahn.
Gli European Film Awards, gli Oscar del cinema europei, saranno ufficialmente assegnati nel corso della cerimonia di gala a Berlino il 6 dicembre.
Il film di Marco Bellocchio, uscito in 210 copie il 4 settembre in concomitanza con la presentazione al 60/mo concorso della Mostra del cinema di Venezia, ha incassato ad oggi oltre 3 milioni 300 mila euro ed è molto richiesto dalle scuole. All’estero si è già fatto notare, e premiare, ai festival di New York, Londra e Toronto.
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L' European Film Academy premia Bellocchio
Premio Fipresci della critica per l'ultimo film «Buongiorno notte» ed per la acclamata filmografia del regista italiano. Gli Oscar europei del cinema, saranno ufficialmente assegnati nel corso della cerimonia di gala a Berlino il 6 dicembre
(fonti d'agenzia)
"Buongiorno, notte", il film di Marco Bellocchio sul caso Moro è il vincitore del premio della critica degli Oscar europei 2003. La European Film Academy ha annunciato oggi i primi due European Film Awards 2003: quello della critica Fipresci a Bellocchio e quello per il miglior documentario, assegnato in cooperazione con il canale culturale europeo ARTE.
Michel Cimenti, presidente della associazione dei critici Fipresci, sottolinea che «il premio a "Buongiorno, notte" non è soltanto riferito ad uno dei film migliori di Bellocchio ma anche a tutta l’acclamata filmografia dell’autore, che dal ’65 a oggi comprende più di 20 film». La giuria di quest’anno, composta dallo svizzero Alfredo Knuchel, dall’inglese Ben Lewis e dal tedesco Michael Muschner ha deciso di premiare un film dedicato al confronto inusuale tra vittime e carnefici del genocidio in Cambogia: S21, La Machine de la mort khmere rouge del francese Rithy Pahn.
Gli European Film Awards, gli Oscar del cinema europei, saranno ufficialmente assegnati nel corso della cerimonia di gala a Berlino il 6 dicembre.
Il film di Marco Bellocchio, uscito in 210 copie il 4 settembre in concomitanza con la presentazione al 60/mo concorso della Mostra del cinema di Venezia, ha incassato ad oggi oltre 3 milioni 300 mila euro ed è molto richiesto dalle scuole. All’estero si è già fatto notare, e premiare, ai festival di New York, Londra e Toronto.
Furio Scarpelli su Repubblica
anche a proposito di Marco Bellocchio
La Repubblica 19.11.03
Incontro con il grande sceneggiatore di capolavori come "La grande guerra". Ci parla del cinema di oggi e di come nasce un film popolare
"Per raccontare belle storie tenete l'orecchio a terra"
"Nanni Moretti ha occhi e cuore aperti. Giordana, Bellocchio e Milani sono autori che guardano dalla finestra non allo specchio"
"La fiction tv? Montalbano mi piace, ma ci sono storie con poliziotti che sono fanciulle attraenti ma mancano di verità"
di PAOLO D'AGOSTINI
ROMA - «Non ci siamo incontrati per parlare di politica», si schermisce. Il cinema, lei insegna, nasce da ciò che ci accade intorno. E la novità italiana è la ritrovata passione nello stare vicini alla vita. «Chi comincia a scrivere per il cinema deve sapere che cosa lo deve animare. Non solo scrivere un testo che diventerà film: distaccato da ogni responsabilità. Vengono fuori solo frescacce. Gli spunti devono venire dalla società. La domanda da farsi non è che film potrebbe venir fuori dal tale testo, ma dove nasce quel testo che dovrebbe far venire fuori un film. Lo spirito che una volta ispirava il cinema era semplice, lo si poteva condensare in poche parole: l'osservazione del reale, un nuovo spirito ricostruttivo, l'ironia unita alla drammaticità. Un insieme che si è espresso in tanti modi: commedia, neorealismo, i filoni di genere».
Il Premio Solinas per la sceneggiatura è servito?
«I testi di quest´anno fanno pensare che chi scrive ha capito che il modo lo stile il tono sono fondamentali. La vicenda in sé si compra dal tabaccaio».
Sua la polemica contro il vizio del «cinemismo». Il cinema italiano è guarito?
«È una passione che i giovani continuano ad avere. Il giovane che vuole scrivere o diventare regista al quale domandi perché, risponde "perché mi piace il cinema". Ma si deve pretendere di più».
A partire da "Pane e tulipani" si è di nuovo consapevoli di cos'è un cinema popolare.
«È vero e noi vecchi siamo rimasti piacevolmente sorpresi dal rinascere di ispirazioni semplici, che attengono alla socialità, alla politica. E ci fa piacere che siano anche successi di pubblico. Lo sbandamento da egomania cinemistica sembra interrotto». Un processo che è stato colto dai senatori come lei. L'adesione di Risi a Muccino, o quella di Monicelli a "La stanza del figlio". La sensibilità del veterano sente al volo che qualcosa si muove.
«In più ognuno di noi ha il proprio strascico di penne di pavone. Molti provano una soddisfazione comprensibile: allora quando io facevo il mio cinema non sbagliavo. Condivido ma non esibisco. Non mi sento maestro nel misero ricordo di quel poco che si è fatto, non mi dispiace che non venga gettato nella monnezza».
Lei ha sempre sottolineato l'importanza del pensiero che deve essere a monte.
«Personale e collettivo».
Ma dà l'impressione di sminuire il grande cinema popolare di cui è stato protagonista.
«No. L'ispirazione si poteva dire in poche parole ed era eccessivamente concreta, ma al di là delle singole personalità dei registi cui si aggiungevano indegnamente quelle degli sceneggiatori si è creata un'identità d'insieme. Quando manca l'identificazione tra un certo numero d'autori, che siano pittori musicisti scrittori o registi, manca quello che lei chiama pensiero. E così ognuno si attacca al proprio tram o al proprio ego. Nanni Moretti: lui il cuore e gli occhi li ha sempre tenuti aperti».
Esempi di grandi film cui ha partecipato lei.
«Non so se ho partecipato a grandi film».
"La Grande guerra"?
«Intanto c'era un racconto di Maupassant che ci ha eccitati, me Age e Vincenzoni. Naturalmente c'era al di sopra Dino De Laurentiis che telefonava per dire "oh, guardate che gli attori sono questi". E poi: "oh, guardate che deve far ridere". Dimenticata la telefonata, leggevamo cose che non avevano niente a che fare col cinema, Emilio Lussu di "Un anno sull´altopiano", le copertine della Domenica del Corriere. Una grande regola: non pensare a come verrà cinematograficamente».
L'opposto delle enfasi tecnicistiche alimentate dalla fiction tv.
«Certo, si vogliono degli schiavi al remo che producano metraggio. Il punto di partenza deve essere qualcosa che ha valore in sé. Vediamo Giordana, Bellocchio, Il posto dell'anima di Riccardo Milani: distolgono l'autore dallo specchio a favore del guardare dalla finestra».
Ma la tv può essere una scuola?
«Qualsiasi cosa nasca per essere narrata, dalla favola della nonna alla barzelletta, se dentro c'è l'anima è materiale buono. Purché si sia capaci di mantenere la nostra componente infantile come Einstein o Mozart. Mi piace molto Montalbano. Ma vediamo delle storie dove il commissario può essere una fanciulla attraente, che mancano di verità. La forza della verità è impalpabile ma potentissima. Il successo di certe commedie che noi abbiamo fatto era questo: avevamo l´orecchio sul selciato, e lo spettatore lo sentiva. Anche se poi veniva tutto affidato all'immaginazione di Sordi. Ogni volta che torni a mettere l'orecchio sul selciato e senti il pulsare del cuore di quello che c'è dentro, è più difficile sbagliare. Ecco quattro cinque sei film delle ultime stagioni che si riferiscono al battito del cuore del mondo e non del proprio».
Sordi: che cosa c'era dietro tanta adesione popolare?
«Qualcosa di profondo e importante. Di piacevole e di brutto dell'animo del cittadino mondiale. Un film al quale io non ho partecipato che era "Un americano a Roma", in cui faceva un motociclista del Kansas City, dileggiava l'americanismo dei giovani. Cosa sacrosanta che oggi nessuno ha il coraggio di fare. Era la parodia di un personaggio drammatico americano che sarebbe stato fatto l'anno dopo: "Il selvaggio" con Brando. Come se un film serio si fosse ispirato alla presa per il culo di Sordi. Questa sensibilità è il cuore segreto che lo univa a tante persone».
La Roma di Sordi era la stessa di Pasolini e di "Poveri ma belli": una varietà e una ricchezza andati perduti. Che cosa è successo?
«Una divisione che non deve avvenire: fra dramma e ironia. Come se si potesse cuocere gli spaghetti separando il fuoco dall´acqua. Se levi l'ironia diventa falso, se levi la tragedia diventa barzelletta».
"La meglio gioventù"?
«Un bel tuffo nel reale. È un indizio. L'Italia passa per essere un paese di superficiali. Ma nel cinema non lo siamo mai stati. Non si può dire quello che si può dire dei governanti attuali: che sono degli scalzacani».
Era prevedibile l'esito del film?
«L'incitamento alla memoria è servito. È il film di un vero narratore».
"Buongiorno, notte" di Bellocchio, "I sognatori" di Bertolucci, "La meglio gioventù": raccontano la memoria ma proiettata sul presente.
«Quella del ricordo è una necessità attuale. Sapere che cosa è accaduto al Portico d'Ottavia o nel '68. Bellocchio poi lo amo proprio per come vede personalmente le cose e per una specie di santità infantile. Pretendere da lui un documento storico non si può. Non è Oliver Stone. E non sono d´accordo con Monicelli: lui quando mai si è preoccupato che all'estero non lo capissero?».
Incontro con il grande sceneggiatore di capolavori come "La grande guerra". Ci parla del cinema di oggi e di come nasce un film popolare
"Per raccontare belle storie tenete l'orecchio a terra"
"Nanni Moretti ha occhi e cuore aperti. Giordana, Bellocchio e Milani sono autori che guardano dalla finestra non allo specchio"
"La fiction tv? Montalbano mi piace, ma ci sono storie con poliziotti che sono fanciulle attraenti ma mancano di verità"
di PAOLO D'AGOSTINI
ROMA - «Non ci siamo incontrati per parlare di politica», si schermisce. Il cinema, lei insegna, nasce da ciò che ci accade intorno. E la novità italiana è la ritrovata passione nello stare vicini alla vita. «Chi comincia a scrivere per il cinema deve sapere che cosa lo deve animare. Non solo scrivere un testo che diventerà film: distaccato da ogni responsabilità. Vengono fuori solo frescacce. Gli spunti devono venire dalla società. La domanda da farsi non è che film potrebbe venir fuori dal tale testo, ma dove nasce quel testo che dovrebbe far venire fuori un film. Lo spirito che una volta ispirava il cinema era semplice, lo si poteva condensare in poche parole: l'osservazione del reale, un nuovo spirito ricostruttivo, l'ironia unita alla drammaticità. Un insieme che si è espresso in tanti modi: commedia, neorealismo, i filoni di genere».
Il Premio Solinas per la sceneggiatura è servito?
«I testi di quest´anno fanno pensare che chi scrive ha capito che il modo lo stile il tono sono fondamentali. La vicenda in sé si compra dal tabaccaio».
Sua la polemica contro il vizio del «cinemismo». Il cinema italiano è guarito?
«È una passione che i giovani continuano ad avere. Il giovane che vuole scrivere o diventare regista al quale domandi perché, risponde "perché mi piace il cinema". Ma si deve pretendere di più».
A partire da "Pane e tulipani" si è di nuovo consapevoli di cos'è un cinema popolare.
«È vero e noi vecchi siamo rimasti piacevolmente sorpresi dal rinascere di ispirazioni semplici, che attengono alla socialità, alla politica. E ci fa piacere che siano anche successi di pubblico. Lo sbandamento da egomania cinemistica sembra interrotto». Un processo che è stato colto dai senatori come lei. L'adesione di Risi a Muccino, o quella di Monicelli a "La stanza del figlio". La sensibilità del veterano sente al volo che qualcosa si muove.
«In più ognuno di noi ha il proprio strascico di penne di pavone. Molti provano una soddisfazione comprensibile: allora quando io facevo il mio cinema non sbagliavo. Condivido ma non esibisco. Non mi sento maestro nel misero ricordo di quel poco che si è fatto, non mi dispiace che non venga gettato nella monnezza».
Lei ha sempre sottolineato l'importanza del pensiero che deve essere a monte.
«Personale e collettivo».
Ma dà l'impressione di sminuire il grande cinema popolare di cui è stato protagonista.
«No. L'ispirazione si poteva dire in poche parole ed era eccessivamente concreta, ma al di là delle singole personalità dei registi cui si aggiungevano indegnamente quelle degli sceneggiatori si è creata un'identità d'insieme. Quando manca l'identificazione tra un certo numero d'autori, che siano pittori musicisti scrittori o registi, manca quello che lei chiama pensiero. E così ognuno si attacca al proprio tram o al proprio ego. Nanni Moretti: lui il cuore e gli occhi li ha sempre tenuti aperti».
Esempi di grandi film cui ha partecipato lei.
«Non so se ho partecipato a grandi film».
"La Grande guerra"?
«Intanto c'era un racconto di Maupassant che ci ha eccitati, me Age e Vincenzoni. Naturalmente c'era al di sopra Dino De Laurentiis che telefonava per dire "oh, guardate che gli attori sono questi". E poi: "oh, guardate che deve far ridere". Dimenticata la telefonata, leggevamo cose che non avevano niente a che fare col cinema, Emilio Lussu di "Un anno sull´altopiano", le copertine della Domenica del Corriere. Una grande regola: non pensare a come verrà cinematograficamente».
L'opposto delle enfasi tecnicistiche alimentate dalla fiction tv.
«Certo, si vogliono degli schiavi al remo che producano metraggio. Il punto di partenza deve essere qualcosa che ha valore in sé. Vediamo Giordana, Bellocchio, Il posto dell'anima di Riccardo Milani: distolgono l'autore dallo specchio a favore del guardare dalla finestra».
Ma la tv può essere una scuola?
«Qualsiasi cosa nasca per essere narrata, dalla favola della nonna alla barzelletta, se dentro c'è l'anima è materiale buono. Purché si sia capaci di mantenere la nostra componente infantile come Einstein o Mozart. Mi piace molto Montalbano. Ma vediamo delle storie dove il commissario può essere una fanciulla attraente, che mancano di verità. La forza della verità è impalpabile ma potentissima. Il successo di certe commedie che noi abbiamo fatto era questo: avevamo l´orecchio sul selciato, e lo spettatore lo sentiva. Anche se poi veniva tutto affidato all'immaginazione di Sordi. Ogni volta che torni a mettere l'orecchio sul selciato e senti il pulsare del cuore di quello che c'è dentro, è più difficile sbagliare. Ecco quattro cinque sei film delle ultime stagioni che si riferiscono al battito del cuore del mondo e non del proprio».
Sordi: che cosa c'era dietro tanta adesione popolare?
«Qualcosa di profondo e importante. Di piacevole e di brutto dell'animo del cittadino mondiale. Un film al quale io non ho partecipato che era "Un americano a Roma", in cui faceva un motociclista del Kansas City, dileggiava l'americanismo dei giovani. Cosa sacrosanta che oggi nessuno ha il coraggio di fare. Era la parodia di un personaggio drammatico americano che sarebbe stato fatto l'anno dopo: "Il selvaggio" con Brando. Come se un film serio si fosse ispirato alla presa per il culo di Sordi. Questa sensibilità è il cuore segreto che lo univa a tante persone».
La Roma di Sordi era la stessa di Pasolini e di "Poveri ma belli": una varietà e una ricchezza andati perduti. Che cosa è successo?
«Una divisione che non deve avvenire: fra dramma e ironia. Come se si potesse cuocere gli spaghetti separando il fuoco dall´acqua. Se levi l'ironia diventa falso, se levi la tragedia diventa barzelletta».
"La meglio gioventù"?
«Un bel tuffo nel reale. È un indizio. L'Italia passa per essere un paese di superficiali. Ma nel cinema non lo siamo mai stati. Non si può dire quello che si può dire dei governanti attuali: che sono degli scalzacani».
Era prevedibile l'esito del film?
«L'incitamento alla memoria è servito. È il film di un vero narratore».
"Buongiorno, notte" di Bellocchio, "I sognatori" di Bertolucci, "La meglio gioventù": raccontano la memoria ma proiettata sul presente.
«Quella del ricordo è una necessità attuale. Sapere che cosa è accaduto al Portico d'Ottavia o nel '68. Bellocchio poi lo amo proprio per come vede personalmente le cose e per una specie di santità infantile. Pretendere da lui un documento storico non si può. Non è Oliver Stone. E non sono d´accordo con Monicelli: lui quando mai si è preoccupato che all'estero non lo capissero?».
l'intervista ad Andrea Masini e l'articolo sulla legge Fini sulla droga
di Simona Maggiorelli
ricevuto da Alessio Ancillai
AVVENIMENTI PRIMOPIANO 6.11.03
Il nuovo diktat: punire anche chi usa le droghe leggere. Per le associazioni va in fumo il lavoro fatto in questi dieci anni
di Simona Maggiorelli
Spaccati di storie da Roma e Milano, due città dove, in controtendenza con il dato nazionale, si muore ancora molto, troppo, per droga. In un quadro di tagli alla sa ‘ nazionale, fra sbrigativi provvedimenti dei governi di centrodestra delle Regioni Lazio e Lombardia, dove il fenomeno di tossicodipendenze si fa sempre più complesso, stratificato, trasversale. Qui. come del resto in molte altre città italiane, non si tratta più soltanto del buco di “ero” di persone emarginate, disperate. Si parla di massicci consumi di cocaina, di uso e abuso di psicostimolanti e alcool da parte di persone socialmente inserite, i cosiddetti “normali”, all’inseguimento di ritmi di lavoro sempre più forsennati, affogati da precarietà, ansia da prestazione e miraggi di carriera. Ma anche - e la faccenda si fa in questo caso davvero delicata - di ragazzini sedotti a pensare di poter risolvere ogni problema per via chimica da facili promesse di spacciatori, dal prezzo in rapido calo di pasticche e polvere, ma anche dal tacito esempio di molti genitori che ricorrono agli psicofarmaci. Da diversi anni le illusioni e le solitudini dei paradisi artificiali vanno ben oltre la comune “canna dal blando effetto sedativo e che, senza avere gli effetti devastanti delle droghe sintetiche e pesanti. nel codice giovanile è al fondo simbolo di socializzazione, un invito a mollare gli ormeggi nel rapporto con l’altro.Una realtà complessa che la controriforma Fini sulla droga sembra del tutto ignorare calando l’asso demagogico di una sbrigativa equiparazione cannabis, coca, eroina: sbandierando una scientificamente infondata tesi che il fumo provocherebbe la schizofrenia: ricorrendo al pugno di ferro della sanzione, del carcere, non tanto e non solo per chi produce. importa o spaccia. ma anche per il singolo consumatore, magari giovanissimo e in difficoltà, per il quale il carcere non rappresenterebbe certo una buona terapia. Tanto per richiamare alcuni dati diffusi dal ministero degli Interni, il 30.4 per cento dei detenuti è tossicodipendente e su 208 istituti di pena. solo 98 permettono ai Sert di curare questi malati. contraddicendo il dettato costituzionale che garantisce a tutti i cittadini, liberi o detenuti, uguale diritto alle cure. Parola dell’ex ministro della Salute Umberto Veronesi. «Il vicepremier Fini punta il dito e criminalizza l’uso delle sostanze - dice Massimo Oldrini della Lila di Milano - ma il fatto è che non si fa nulla per prevenire, cercano perfino di smantellare le politiche di riduzione del danno che associazioni di volontariato e Sert praticano nei quartieri, nelle zone di periferia, nelle area a rischio». Un servizio di distribuzioni di sir di opuscoli informativi sui da ga, di preservativi e altro mater battere la diffusione dell’Hiv, tentativo, per quanto possibile. i ragazzi che “si fanno”, di tirarli dentro un rapporto, di avviarli verso percorsi di cura. Un lavoro capillare sul territorio, riconosciuto in sede Europea e che ha contribuito a far calare il rischio di infezione da Hiv fra i tossicodipendenti, dal 67,4 per cento del 1993, al 37,1 percento del dicembre 2002. «Si fa presto a dire abbattiamo Rozzano, si fa presto a additare e stigmatizzare le zone più degradate della città e dell’hinterland, quando non si fa nulla per migliorare la situazione, ma anzi si tagliano i finanziamenti alla prevenzione, si accorpano e si indeboliscono i Sert, prefigurando in sostituzione Sert privati, in un clima generale di gran de incertezza e di progressiva precarizzazione degli operatori pubblici del settore». denuncia un dipendente Asl di Milano, coordinatore di più unità mobili di strada nel milanese e che preferisce restare anonimo perché, come la gran parte dei dipendenti dei Sert, sarebbe soggetto a sanzioni per aver parlato senza ufficiale autorizzazione.
«È una realtà purtroppo macroscopica quel la dell’indebolimento dei servizi pubblici», commenta Don Gino Rigoldi di Comunità Nuova, fondata nel 1973 a Milano con un gruppo di volontari che si occupavano dei ragazzi in uscita dall’Istituto penale “Beccaria” e poi via, via sempre più impegnata ad ampio raggio in percorsi e comunità di recupero dalle tossicodipendenze. «Con la scusa che non ci sono soldi - spiega - si spingono medici e operatori verso situazioni di precariato, si tolgono finanziamenti, risorse a progetti di pronto intervento e alla messa a punto di nuove strategie. In questo modo chiunque ha buon gioco nell’attacca re i Seri, nel dire che non funzionano». «La criminalizzazione e I ‘avviamento coatto verso programmi di disintossicazione - aggiunge Oldrini - sono inutili. Per uscire dal le dipendenze, bisogna decidere di farlo e questa motivazione non la si può imporre per decreto». In questo quadro, la domanda viene spontanea: cosa significherebbe per Milano l’applicazione della legge Fini? «In tanto un effetto immediato - risponde Oldrini - vorrebbe dire alzare il livello di repressione, togliere sempre di più dalla vista ciò che è brutto con conseguenze disastrose. Lo si è visto già con la prostituzione. Costringere chi fa la vita verso l’hinterland, verso campi e zone disabitate ha provocato un aumento esponenziale di casi di violenza. Molte prostitute sono state trovate morte sul posto di lavoro. Potrebbe accadere lo stesso con i consumatori di eroina, difficile che qualcuno possa lanciare l’allarme in zone così isolate. » Diverso scenario, situazione non meno a rischio. Scendiamo nel Lazio, clic insieme al la Campania detiene un triste primato di de cessi per droga. Rispettivamente più 5,4 e più 6,3 per cento nel 2002. rispetto all’anno precedente. Una situazione di gravissima su cui il governo regionale di Storace ha pensato di intervenire con circolari e prescrizioni di restringi mento. Forse dettata da eccesso di zelo, l’iniziativa autonoma della direttrice del dipartimento sociale del Lazio, Elda Melaragno, che per via burocratica lo scorso giugno ha cercato di disciplinare l’uso del metadone. Non importa quali siano le prescrizioni mediche, il metadone nei Sert laziali potrà essere dato in do se giornaliera e non settimanale: i tossicodipendenti. non importa quali siano i loro impegni di lavoro, dovranno recarsi di persona al Seri. ogni giorno. «È una circolare illegittima. non è con note burocratiche estemporanee che si possono aggirare le leggi nazionali», commenta Massimo Barra, uomo del centrodestra, presidente della rete della Croce Rossa europea sull’Aids e storico fondatore di Villa Maraini, fondazione della Croce Rossa e unico istituto che dal ‘76 a Roma offre un servizio 24 ore su 24. «La circolare è stata contestata da un coro di vo ci di operatori (li schieramenti politici differenti - precisa Giulia Rodano responsabile Ds della sanità per il Lazio - ma nella regio ne sono ancora molte le zone di emergenza. In tutto il Lazio ci sono 70 progetti che non partono. molti servizi, sia pubblici che con la partecipazione dei privati, sono a rischio di chiusura e i Seri versano in una grave emergenza determinata dalla mancanza di organico, aggravata dal blocco totale delle assunzioni e dai contratti a tempo determinato». Alcune sedi storiche di Sert sono sotto sfratto, sospesi nell’attesa incerta di esse re accorpati ad altri servizi. In altri, come il Seri di Ostia, per ragioni di risparmio economico ma anche, si direbbe, per confusione mentale di chi li gestisce, funzionano da “punto dì riferimento” per un numero molto grande e diverso di soggetti con esigenze le più disparate: immigrati, drogati, poveri, handicappati, malati di mente. Il Governo evidentemente non distingue. Esemplare anche il caso del Sert di Roma E. in via Fornovo: «L’edificio è stato venduto per ripianare alcuni debiti della Asl - ci racconta un medico che ci lavora da vari anni e che accetta di parlare a patto di restare anonimo - Il trasferimento del Sert è certo ma non sappiamo dove siamo destinati. Il nostro di stretto di tossicodipendenze verrà probabilmente soppresso». Perché tanto accanimento? «Il nostro lavoro non è mai stato apprezzato: la nostra impostazione è soprattutto medica, ci occupiamo di extracomunitari, di controlli su malattie infettive, ma il via vai dì immigrati che entrano ed escono dal nostro Sert non è giudicato bello da vedere in questo quartiere “bene” di Roma. Altra specialità è la psichiatria, facciamo doppie dia gnosi, ci occupiamo dei tossicodipendenti anche dal punto di vista della concomitanza con malattie mentali E nel quartiere nessun caso di droga fra i residenti? «Molti, soprattutto legati alta cocaina, alla concomitanza fra eroina e cocaina, ma il fenomeno probabilmente è più esteso di quanto non appaia al nostro osservatorio. Non tutti vengono da noi». Come medici, psichiatri. operatori sanitari del Sert dove sarete ricollocati? «Sul piano personale è proprio questo il fatto più pesante, non lo sappiamo, nessuno finora si è preso la briga di avvertirci».
RISPARMI STUPEFACENTI
Meno investimenti in prevenzione e nella riduzione del danno. Nelle regioni di destra la “punizione”sta già producendo disastri
LO PSICHIATRA
“Il carcere? Un delitto”
“L’assunzione di una sostanza stupefacente - spiega lo psichiatra Andrea Masini, primario del Centro diurno di Via Vaiano a Roma - non può in nessun caso causare una schizofrenia. Può accadere semmai evidenzi una patologia che c’era gi e che comunque sarebbe prima o poi venuta fuori”.
Nel Centro diurno vi occupate di pazienti psicotici. Capitano mai ragazzi che fumano spinelli?
È un fatto frequentissimo. I ragazzi schizofrenici spesso hanno avuto esperienze con il fumo. Come i ragazzi normali. Qua si tutti i giovani, oggi, hanno provato uno spinello.
Considera la cannabis tossica?
In un certo senso sì, perché modifica temporaneamente i processi mentali e di pensiero. La droga leggera lo fa in modo leggero. Ma insomma non mi sentirei di consigliarne l’uso.
Un’alterazione che provocano anche certi psicofarmaci...
Quando prescriviamo gli psicofarmaci facciamo la stessa operazione che fa un ragazzo che assume sostanze. Dietro c’è la cultura della droga. L’idea che un farmaco, un oggetto esterno, possa magicamente e rapidamente, senza alcuno sforzo, restituirci quello che abbiamo perduto in termini di affetti, di pensiero, di emozioni. E non esiste nessuna possibilità di restituire queste cose con dei farmaci.
Come deterrente alla droga serve il carcere?
Mandare un ragazzo giovane in carcere è un vero e proprio delitto. E criminalizzare le droghe leggere non fa altro che favorirne l’uso.
AVVENIMENTI PRIMOPIANO 6.11.03
Il nuovo diktat: punire anche chi usa le droghe leggere. Per le associazioni va in fumo il lavoro fatto in questi dieci anni
di Simona Maggiorelli
Spaccati di storie da Roma e Milano, due città dove, in controtendenza con il dato nazionale, si muore ancora molto, troppo, per droga. In un quadro di tagli alla sa ‘ nazionale, fra sbrigativi provvedimenti dei governi di centrodestra delle Regioni Lazio e Lombardia, dove il fenomeno di tossicodipendenze si fa sempre più complesso, stratificato, trasversale. Qui. come del resto in molte altre città italiane, non si tratta più soltanto del buco di “ero” di persone emarginate, disperate. Si parla di massicci consumi di cocaina, di uso e abuso di psicostimolanti e alcool da parte di persone socialmente inserite, i cosiddetti “normali”, all’inseguimento di ritmi di lavoro sempre più forsennati, affogati da precarietà, ansia da prestazione e miraggi di carriera. Ma anche - e la faccenda si fa in questo caso davvero delicata - di ragazzini sedotti a pensare di poter risolvere ogni problema per via chimica da facili promesse di spacciatori, dal prezzo in rapido calo di pasticche e polvere, ma anche dal tacito esempio di molti genitori che ricorrono agli psicofarmaci. Da diversi anni le illusioni e le solitudini dei paradisi artificiali vanno ben oltre la comune “canna dal blando effetto sedativo e che, senza avere gli effetti devastanti delle droghe sintetiche e pesanti. nel codice giovanile è al fondo simbolo di socializzazione, un invito a mollare gli ormeggi nel rapporto con l’altro.Una realtà complessa che la controriforma Fini sulla droga sembra del tutto ignorare calando l’asso demagogico di una sbrigativa equiparazione cannabis, coca, eroina: sbandierando una scientificamente infondata tesi che il fumo provocherebbe la schizofrenia: ricorrendo al pugno di ferro della sanzione, del carcere, non tanto e non solo per chi produce. importa o spaccia. ma anche per il singolo consumatore, magari giovanissimo e in difficoltà, per il quale il carcere non rappresenterebbe certo una buona terapia. Tanto per richiamare alcuni dati diffusi dal ministero degli Interni, il 30.4 per cento dei detenuti è tossicodipendente e su 208 istituti di pena. solo 98 permettono ai Sert di curare questi malati. contraddicendo il dettato costituzionale che garantisce a tutti i cittadini, liberi o detenuti, uguale diritto alle cure. Parola dell’ex ministro della Salute Umberto Veronesi. «Il vicepremier Fini punta il dito e criminalizza l’uso delle sostanze - dice Massimo Oldrini della Lila di Milano - ma il fatto è che non si fa nulla per prevenire, cercano perfino di smantellare le politiche di riduzione del danno che associazioni di volontariato e Sert praticano nei quartieri, nelle zone di periferia, nelle area a rischio». Un servizio di distribuzioni di sir di opuscoli informativi sui da ga, di preservativi e altro mater battere la diffusione dell’Hiv, tentativo, per quanto possibile. i ragazzi che “si fanno”, di tirarli dentro un rapporto, di avviarli verso percorsi di cura. Un lavoro capillare sul territorio, riconosciuto in sede Europea e che ha contribuito a far calare il rischio di infezione da Hiv fra i tossicodipendenti, dal 67,4 per cento del 1993, al 37,1 percento del dicembre 2002. «Si fa presto a dire abbattiamo Rozzano, si fa presto a additare e stigmatizzare le zone più degradate della città e dell’hinterland, quando non si fa nulla per migliorare la situazione, ma anzi si tagliano i finanziamenti alla prevenzione, si accorpano e si indeboliscono i Sert, prefigurando in sostituzione Sert privati, in un clima generale di gran de incertezza e di progressiva precarizzazione degli operatori pubblici del settore». denuncia un dipendente Asl di Milano, coordinatore di più unità mobili di strada nel milanese e che preferisce restare anonimo perché, come la gran parte dei dipendenti dei Sert, sarebbe soggetto a sanzioni per aver parlato senza ufficiale autorizzazione.
«È una realtà purtroppo macroscopica quel la dell’indebolimento dei servizi pubblici», commenta Don Gino Rigoldi di Comunità Nuova, fondata nel 1973 a Milano con un gruppo di volontari che si occupavano dei ragazzi in uscita dall’Istituto penale “Beccaria” e poi via, via sempre più impegnata ad ampio raggio in percorsi e comunità di recupero dalle tossicodipendenze. «Con la scusa che non ci sono soldi - spiega - si spingono medici e operatori verso situazioni di precariato, si tolgono finanziamenti, risorse a progetti di pronto intervento e alla messa a punto di nuove strategie. In questo modo chiunque ha buon gioco nell’attacca re i Seri, nel dire che non funzionano». «La criminalizzazione e I ‘avviamento coatto verso programmi di disintossicazione - aggiunge Oldrini - sono inutili. Per uscire dal le dipendenze, bisogna decidere di farlo e questa motivazione non la si può imporre per decreto». In questo quadro, la domanda viene spontanea: cosa significherebbe per Milano l’applicazione della legge Fini? «In tanto un effetto immediato - risponde Oldrini - vorrebbe dire alzare il livello di repressione, togliere sempre di più dalla vista ciò che è brutto con conseguenze disastrose. Lo si è visto già con la prostituzione. Costringere chi fa la vita verso l’hinterland, verso campi e zone disabitate ha provocato un aumento esponenziale di casi di violenza. Molte prostitute sono state trovate morte sul posto di lavoro. Potrebbe accadere lo stesso con i consumatori di eroina, difficile che qualcuno possa lanciare l’allarme in zone così isolate. » Diverso scenario, situazione non meno a rischio. Scendiamo nel Lazio, clic insieme al la Campania detiene un triste primato di de cessi per droga. Rispettivamente più 5,4 e più 6,3 per cento nel 2002. rispetto all’anno precedente. Una situazione di gravissima su cui il governo regionale di Storace ha pensato di intervenire con circolari e prescrizioni di restringi mento. Forse dettata da eccesso di zelo, l’iniziativa autonoma della direttrice del dipartimento sociale del Lazio, Elda Melaragno, che per via burocratica lo scorso giugno ha cercato di disciplinare l’uso del metadone. Non importa quali siano le prescrizioni mediche, il metadone nei Sert laziali potrà essere dato in do se giornaliera e non settimanale: i tossicodipendenti. non importa quali siano i loro impegni di lavoro, dovranno recarsi di persona al Seri. ogni giorno. «È una circolare illegittima. non è con note burocratiche estemporanee che si possono aggirare le leggi nazionali», commenta Massimo Barra, uomo del centrodestra, presidente della rete della Croce Rossa europea sull’Aids e storico fondatore di Villa Maraini, fondazione della Croce Rossa e unico istituto che dal ‘76 a Roma offre un servizio 24 ore su 24. «La circolare è stata contestata da un coro di vo ci di operatori (li schieramenti politici differenti - precisa Giulia Rodano responsabile Ds della sanità per il Lazio - ma nella regio ne sono ancora molte le zone di emergenza. In tutto il Lazio ci sono 70 progetti che non partono. molti servizi, sia pubblici che con la partecipazione dei privati, sono a rischio di chiusura e i Seri versano in una grave emergenza determinata dalla mancanza di organico, aggravata dal blocco totale delle assunzioni e dai contratti a tempo determinato». Alcune sedi storiche di Sert sono sotto sfratto, sospesi nell’attesa incerta di esse re accorpati ad altri servizi. In altri, come il Seri di Ostia, per ragioni di risparmio economico ma anche, si direbbe, per confusione mentale di chi li gestisce, funzionano da “punto dì riferimento” per un numero molto grande e diverso di soggetti con esigenze le più disparate: immigrati, drogati, poveri, handicappati, malati di mente. Il Governo evidentemente non distingue. Esemplare anche il caso del Sert di Roma E. in via Fornovo: «L’edificio è stato venduto per ripianare alcuni debiti della Asl - ci racconta un medico che ci lavora da vari anni e che accetta di parlare a patto di restare anonimo - Il trasferimento del Sert è certo ma non sappiamo dove siamo destinati. Il nostro di stretto di tossicodipendenze verrà probabilmente soppresso». Perché tanto accanimento? «Il nostro lavoro non è mai stato apprezzato: la nostra impostazione è soprattutto medica, ci occupiamo di extracomunitari, di controlli su malattie infettive, ma il via vai dì immigrati che entrano ed escono dal nostro Sert non è giudicato bello da vedere in questo quartiere “bene” di Roma. Altra specialità è la psichiatria, facciamo doppie dia gnosi, ci occupiamo dei tossicodipendenti anche dal punto di vista della concomitanza con malattie mentali E nel quartiere nessun caso di droga fra i residenti? «Molti, soprattutto legati alta cocaina, alla concomitanza fra eroina e cocaina, ma il fenomeno probabilmente è più esteso di quanto non appaia al nostro osservatorio. Non tutti vengono da noi». Come medici, psichiatri. operatori sanitari del Sert dove sarete ricollocati? «Sul piano personale è proprio questo il fatto più pesante, non lo sappiamo, nessuno finora si è preso la briga di avvertirci».
RISPARMI STUPEFACENTI
Meno investimenti in prevenzione e nella riduzione del danno. Nelle regioni di destra la “punizione”sta già producendo disastri
LO PSICHIATRA
“Il carcere? Un delitto”
“L’assunzione di una sostanza stupefacente - spiega lo psichiatra Andrea Masini, primario del Centro diurno di Via Vaiano a Roma - non può in nessun caso causare una schizofrenia. Può accadere semmai evidenzi una patologia che c’era gi e che comunque sarebbe prima o poi venuta fuori”.
Nel Centro diurno vi occupate di pazienti psicotici. Capitano mai ragazzi che fumano spinelli?
È un fatto frequentissimo. I ragazzi schizofrenici spesso hanno avuto esperienze con il fumo. Come i ragazzi normali. Qua si tutti i giovani, oggi, hanno provato uno spinello.
Considera la cannabis tossica?
In un certo senso sì, perché modifica temporaneamente i processi mentali e di pensiero. La droga leggera lo fa in modo leggero. Ma insomma non mi sentirei di consigliarne l’uso.
Un’alterazione che provocano anche certi psicofarmaci...
Quando prescriviamo gli psicofarmaci facciamo la stessa operazione che fa un ragazzo che assume sostanze. Dietro c’è la cultura della droga. L’idea che un farmaco, un oggetto esterno, possa magicamente e rapidamente, senza alcuno sforzo, restituirci quello che abbiamo perduto in termini di affetti, di pensiero, di emozioni. E non esiste nessuna possibilità di restituire queste cose con dei farmaci.
Come deterrente alla droga serve il carcere?
Mandare un ragazzo giovane in carcere è un vero e proprio delitto. E criminalizzare le droghe leggere non fa altro che favorirne l’uso.
donne e uomini malati di mente
nell'Ottocento siciliano
La Repubblica edizione di Palermo 19.11.03
IL PRIMO PAZZO DELL'ISOLA
di AMELIA CRISANTINO
Era il 10 agosto del 1824 e il barone Pietro Pisani, appassionato musicofilo e archeologo per diletto, veniva nominato deputato alla Real casa dei matti di Palermo. Pisani era un originale, uno di quegli uomini che s'appassionano a quanto per gli altri è noioso dovere. Cosa fosse capace di fare s'era visto con l'archeologia, quando seguendo gli scavi che gli inglesi Harris e Angell facevano a Selinunte aveva bloccato l'emigrazione delle metope rinvenute.
Diventato deputato della Real casa dei matti il barone Pisani visitò l'antico lebbrosario dove emarginati d'ogni genere vivevano incatenati al muro e fra di loro, coperti di stracci e affamati. Ne restò sconvolto. Per prima cosa eliminò le catene e rifocillò i malati. Poi, reputando che la provvidenza gli avesse affidato il compito di «restituire la ragione ai poveri matterelli», organizzò i suoi domini come un'utopia realizzata dove i malati contribuivano col loro lavoro - soprattutto quello agricolo - a creare una società organizzata come un meccanismo di orologeria.
Il regolamento della Real casa dei matti possiamo leggerlo nell'antologia di testi inediti o rari pubblicata da Sciascia sotto il titolo "Delle cose di Sicilia" e davvero ci sentiamo di concordare con quanto scriveva Michele Palmeri nei suoi Souvenirs: «Nel Paese più arretrato d´Europa c'è il manicomio più avanzato d'Europa».
Nella Real casa dei matti di Palermo il barone Pisani mise in scena una rassicurante divisione dei compiti dove, a forza di rispettare i malati come forse mai lo erano stati da sani, si sperava di convincere la ragione a diventare un'ospite abituale. Del resto la normalità appariva quanto mai labile e spesso arbitraria a chi aveva abbracciato il compito di governare i matti con la speranza di far nascere la ragione.
Spesso il barone firmava le sue lettere «il primo pazzo della Sicilia» e di un paziente, che aveva ucciso uno dei custodi che voleva bastonarlo, aveva fatto dipingere un ritratto celebrativo. Ad ammonimento di quanti fra il personale potessero avere la tentazione di seguire l'esempio dell'impulsivo collega.
La Real casa dei matti ordinata dal barone Pisani era una comunità attiva, molto più armoniosa del mondo esterno. Al pari di altri filantropi che agli albori del XIX secolo organizzarono e separarono le "case dei matti", anche Pisani era convinto che la follia fosse causata dalla perturbazione dell'animo e dell'immaginazione, che si potesse guarire allontanando il paziente dal suo ambiente e inserendolo in un sistema ordinato e sereno. Era un dilettante, guidato solo dal suo appassionato buon senso.
Poi la follia viene inventata come nuova frontiera della medicina. Sulla genesi e la nascita della follia come malattia moderna, che per contrasto delimita i confini della normalità, abbiamo gli insuperati scavi di archeologia sociale di Foucault. Ma in Italia restano ampi continenti ancora inesplorati e il nuovo numero della "Genesis", la rivista della Società italiana delle storiche (n. 1, 2003), curato da Giovanna Fiume e intitolato "Manie" è in questi continenti che prova a inoltrarsi.
"Genesis" riunisce studiose che lavorano a ricerche di storia delle donne e storia di genere. Nei saggi qui raccolti spaziamo dall'indagine di Valeria Andò sulla follia femminile nella Grecia classica, sintomo transitorio che non implica la segregazione sociale, alle indagini di Augusta Molinari e di Anna Colella sull'internamento femminile nel corso dell'Ottocento e del Novecento quando il disagio delle donne diventa spia delle difficoltà di adattamento della famiglia italiana, con la creazione dello spazio domestico come luogo dove il lavoro di cura viene isolato e privato del supporto delle reti di solidarietà, mentre l'interesse verso l'infanzia si spinge sino a valorizzare i "non nati". La sfera domestica diventa allora una delle principali fonti del malessere femminile, alla sua esaltazione corrisponde l'esclusione delle donne dalla sfera pubblica.
Ai tempi del barone Pisani nella Real casa dei matti di Palermo veniva messo in scena il teatro della ragione borghese, dove l'unica divisione era fra i matti poveri e le «persone comode» a cui era però proibito mantenere domestici. Su "Genesis" Bell Pesce dedica il suo studio a storie cliniche e percorsi di ammissione al manicomio di Palermo dal 1890 al 1902 e scopriamo come i tempi dell'utopia razionalista del barone Pisani siano definitivamente tramontati.
Fra i ricoverati prevalgono le donne, le più fragili nella gerarchia sociale. Appartengono alle fasce sociali deboli, dall'analisi delle loro cartelle cliniche vengono fuori molti dati "oggettivi" in ossequio ai canoni della medicina positivista. L'osservazione delle donne appena ammesse in manicomio cominciava con la misurazione cranica. Poi, in assenza di evidenti caratteri degenerativi, lo sguardo medico si soffermava sui caratteri sessuali e sulle funzioni riproduttive e sotto la voce "malattie di altri organi" sono riportati i casi di denutrizione e malformazione, ma anche le gravidanze.
Nel primo decennio del Novecento psichiatri e ginecologi discutono animatamente della definizione giuridica della donna. Finiscono spesso per concordare che l'essere umano di genere femminile è periodicamente incapace di intendere e volere a causa del suo ciclo mestruale. Stadio intermedio tra il fanciullo e l'uomo, la donna è fondamentalmente immorale ma le difetta la coscienza. Non merita nemmeno d'essere dichiarata colpevole.
IL PRIMO PAZZO DELL'ISOLA
di AMELIA CRISANTINO
Era il 10 agosto del 1824 e il barone Pietro Pisani, appassionato musicofilo e archeologo per diletto, veniva nominato deputato alla Real casa dei matti di Palermo. Pisani era un originale, uno di quegli uomini che s'appassionano a quanto per gli altri è noioso dovere. Cosa fosse capace di fare s'era visto con l'archeologia, quando seguendo gli scavi che gli inglesi Harris e Angell facevano a Selinunte aveva bloccato l'emigrazione delle metope rinvenute.
Diventato deputato della Real casa dei matti il barone Pisani visitò l'antico lebbrosario dove emarginati d'ogni genere vivevano incatenati al muro e fra di loro, coperti di stracci e affamati. Ne restò sconvolto. Per prima cosa eliminò le catene e rifocillò i malati. Poi, reputando che la provvidenza gli avesse affidato il compito di «restituire la ragione ai poveri matterelli», organizzò i suoi domini come un'utopia realizzata dove i malati contribuivano col loro lavoro - soprattutto quello agricolo - a creare una società organizzata come un meccanismo di orologeria.
Il regolamento della Real casa dei matti possiamo leggerlo nell'antologia di testi inediti o rari pubblicata da Sciascia sotto il titolo "Delle cose di Sicilia" e davvero ci sentiamo di concordare con quanto scriveva Michele Palmeri nei suoi Souvenirs: «Nel Paese più arretrato d´Europa c'è il manicomio più avanzato d'Europa».
Nella Real casa dei matti di Palermo il barone Pisani mise in scena una rassicurante divisione dei compiti dove, a forza di rispettare i malati come forse mai lo erano stati da sani, si sperava di convincere la ragione a diventare un'ospite abituale. Del resto la normalità appariva quanto mai labile e spesso arbitraria a chi aveva abbracciato il compito di governare i matti con la speranza di far nascere la ragione.
Spesso il barone firmava le sue lettere «il primo pazzo della Sicilia» e di un paziente, che aveva ucciso uno dei custodi che voleva bastonarlo, aveva fatto dipingere un ritratto celebrativo. Ad ammonimento di quanti fra il personale potessero avere la tentazione di seguire l'esempio dell'impulsivo collega.
La Real casa dei matti ordinata dal barone Pisani era una comunità attiva, molto più armoniosa del mondo esterno. Al pari di altri filantropi che agli albori del XIX secolo organizzarono e separarono le "case dei matti", anche Pisani era convinto che la follia fosse causata dalla perturbazione dell'animo e dell'immaginazione, che si potesse guarire allontanando il paziente dal suo ambiente e inserendolo in un sistema ordinato e sereno. Era un dilettante, guidato solo dal suo appassionato buon senso.
Poi la follia viene inventata come nuova frontiera della medicina. Sulla genesi e la nascita della follia come malattia moderna, che per contrasto delimita i confini della normalità, abbiamo gli insuperati scavi di archeologia sociale di Foucault. Ma in Italia restano ampi continenti ancora inesplorati e il nuovo numero della "Genesis", la rivista della Società italiana delle storiche (n. 1, 2003), curato da Giovanna Fiume e intitolato "Manie" è in questi continenti che prova a inoltrarsi.
"Genesis" riunisce studiose che lavorano a ricerche di storia delle donne e storia di genere. Nei saggi qui raccolti spaziamo dall'indagine di Valeria Andò sulla follia femminile nella Grecia classica, sintomo transitorio che non implica la segregazione sociale, alle indagini di Augusta Molinari e di Anna Colella sull'internamento femminile nel corso dell'Ottocento e del Novecento quando il disagio delle donne diventa spia delle difficoltà di adattamento della famiglia italiana, con la creazione dello spazio domestico come luogo dove il lavoro di cura viene isolato e privato del supporto delle reti di solidarietà, mentre l'interesse verso l'infanzia si spinge sino a valorizzare i "non nati". La sfera domestica diventa allora una delle principali fonti del malessere femminile, alla sua esaltazione corrisponde l'esclusione delle donne dalla sfera pubblica.
Ai tempi del barone Pisani nella Real casa dei matti di Palermo veniva messo in scena il teatro della ragione borghese, dove l'unica divisione era fra i matti poveri e le «persone comode» a cui era però proibito mantenere domestici. Su "Genesis" Bell Pesce dedica il suo studio a storie cliniche e percorsi di ammissione al manicomio di Palermo dal 1890 al 1902 e scopriamo come i tempi dell'utopia razionalista del barone Pisani siano definitivamente tramontati.
Fra i ricoverati prevalgono le donne, le più fragili nella gerarchia sociale. Appartengono alle fasce sociali deboli, dall'analisi delle loro cartelle cliniche vengono fuori molti dati "oggettivi" in ossequio ai canoni della medicina positivista. L'osservazione delle donne appena ammesse in manicomio cominciava con la misurazione cranica. Poi, in assenza di evidenti caratteri degenerativi, lo sguardo medico si soffermava sui caratteri sessuali e sulle funzioni riproduttive e sotto la voce "malattie di altri organi" sono riportati i casi di denutrizione e malformazione, ma anche le gravidanze.
Nel primo decennio del Novecento psichiatri e ginecologi discutono animatamente della definizione giuridica della donna. Finiscono spesso per concordare che l'essere umano di genere femminile è periodicamente incapace di intendere e volere a causa del suo ciclo mestruale. Stadio intermedio tra il fanciullo e l'uomo, la donna è fondamentalmente immorale ma le difetta la coscienza. Non merita nemmeno d'essere dichiarata colpevole.
senti bene gli odori?
un lancio ANSA sulla schizofrenia
ANSA 18/11/2003 - 15:59
MEDICINA: DA DIFETTI OLFATTO DIAGNOSI PRECOCE SCHIZOFRENIA
(ANSA) - SYDNEY, 18 NOV - Un senso dell'olfatto difettoso può far prevedere il rischio di schizofrenia, mesi o anni prima dell'insorgere dei primi sintomi mentali. Il risultato è di una ricerca di neuropsicologi dell'università di Melbourne. "È la prima volta che si trova un 'marker' specifico per la schizofrenia", ha dichiarato Warwick Brewer, coautore dello studio. "Una diagnosi precoce è cruciale - ha aggiunto - perchè gli schizofrenici sottoposti a terapia tempestiva hanno probabilità di miglioramento".
scienza & web - Ansa
MEDICINA: DA DIFETTI OLFATTO DIAGNOSI PRECOCE SCHIZOFRENIA
(ANSA) - SYDNEY, 18 NOV - Un senso dell'olfatto difettoso può far prevedere il rischio di schizofrenia, mesi o anni prima dell'insorgere dei primi sintomi mentali. Il risultato è di una ricerca di neuropsicologi dell'università di Melbourne. "È la prima volta che si trova un 'marker' specifico per la schizofrenia", ha dichiarato Warwick Brewer, coautore dello studio. "Una diagnosi precoce è cruciale - ha aggiunto - perchè gli schizofrenici sottoposti a terapia tempestiva hanno probabilità di miglioramento".
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