giovedì 18 dicembre 2003

Chirac sulla laicità

Corriere della Sera 18.12.03
«A scuola non si ostentano i simboli religiosi»
Chirac accoglie il rapporto dei «saggi» e annuncia la legge sulla laicità.
No alle feste ebraica e musulmana


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI - La laicità come strumento di eguaglianza e rispetto: anche della religione. Adeguando ai tempi uno dei valori della République, Jacques Chirac ha preso in modo netto e solenne la decisione più difficile: una legge che proibisca l'ostentazione di simboli religiosi nelle scuole pubbliche.
No quindi al velo islamico, alla kippah ebraica e a grandi croci, con l'avvertenza sostanziale che i simboli siano ostensibles, ovvero quelli che esprimono intenzioni propagandistiche e tradiscono la «neutralità» del servizio pubblico, in particolare l'educazione nazionale.
La regola non potrà tradursi in un attacco alla libertà religiosa e a convinzioni personali. Continueranno ad essere ammessi simboli di piccole dimensioni e privati, come la catenina con il crocefisso, la stella di David o la manina di Fatima.
La «laicità non è negoziabile», aveva detto il presidente aprendo il dibattito che ha lacerato la Francia. Ieri, in un discorso all'Eliseo, lo ha ribadito, con il conforto dei «saggi» della Repubblica, ai quali ha affidato il compito di radiografare il problema.
Chirac ha accolto le indicazioni culturali e etiche della «commissione Stasi» (dal nome del professor Bernard Stasi che l'ha presieduta) che si era pronunciata a favore di una «regola chiara» di comportamento che valesse per le scuole, ma anche per ospedali (nessuno può rifiutare le cure in base al sesso del personale) e luoghi di lavoro.
Il presidente ha anche lanciato la sfida della tolleranza e dell'integrazione, in un panorama sociale stravolto da immigrazione e pressioni religiose. In epoca di tensioni internazionali e scontro di civiltà, ha voluto ricordare le radici storiche della Francia, i principi costitutivi della Repubblica, la «missione di patria dei diritti umani».
L'Islam, nella Francia di oggi, ha diritto a rispetto e libero esercizio di culto, così come il «fatto religioso» deve diventare terreno di studio e comprensione nelle scuole.
D'altra parte, l'unità del Paese non può essere minacciata da derive comunitariste o confessionali e i principi della République - libertà, eguaglianza, fraternità - non possono essere solo enunciati, mentre sono evidenti disparità, discriminazioni, fenomeni di razzismo e antisemitismo.
Chirac ha avuto parole di comprensione per i giovani dei «ghetti», che devono veder rispettati i loro diritti di cittadini francesi, e di ferma condanna per ogni forma di antisemitismo. (Parole messe in pratica, proprio ieri, con l'espulsione di due allievi del liceo Montaigne, colpevoli di aggressione e minacce contro un coetaneo ebreo).
Nel concetto di eguaglianza, è compresa quella fra sessi. Chirac lo ha enfatizzato e tutti hanno capito che nella problematica del velo islamico si sono anche parità e emancipazione femminile.
Il presidente ha invece bocciato la proposte di introdurre due nuove festività nazionali, la ricorrenza ebraica dello Yom Kippur e quella islamica dell'Aid-el-Kebir: «Ce ne sono già troppe», ha detto, raccomandando tolleranza per assenze giustificate e in coincidenza di esami.
Nuove festività sarebbero suonate come un non senso, nel momento in cui il governo ha deciso di sopprimere la Pentecoste per finanziare l'assistenza sociale.
Prima di essere varata, forse l'anno prossimo, la legge già divide. La proposta incontra il consenso del mondo politico, suscita perplessità e dissenso nelle comunità religiose, opposizione fra categorie che dovrebbero applicarla: studenti e personale della scuola. Per questo, secondo la tradizione francese, i grandi principi troveranno applicazione all'insegna del buon senso: una sorta di «authority» avrà il compito della vigilanza permanente.
Con toni che gli sono congeniali quando vuole esaltare lo spirito dei tempi e il posto che la Francia vi occupa, Chirac ha tenuto d'occhio i fattori di preoccupazione politica e di conflittualità sociale: la crescita del Fronte nazionale di Jean-Marie Le Pen (in vista delle elezioni di primavera) e i rischi d'islamizzazione delle banlieues, le periferie, «territori perduti della Repubblica», per citare un saggio di successo.
Nella Francia in cerca d'identità, in fuga dalla politica e ripiegata sulla crisi economica, la bandiera della laicità e dei principi fondatori può essere ancora vincente. Comunque la migliore ricetta del consenso.

mercoledì 17 dicembre 2003

un comunicato
della Libreria AMORE E PSICHE


Vi informiamo che è possibile vedere in libreria la registrazione
dell’incontro con Marco Bellocchio di Mercoledì 10 dicembre
presso la facoltà di Filosofia dell’Università La Sapienza


Precisiamo che la registrazione sarà proiettata, come sempre, a richiesta e senza vincoli di orario ma, per il periodo natalizio, soltanto nei giorni dal lunedì al venerdì. Vi ricordiamo anche che fino al 6 gennaio siamo aperti anche lunedì mattina.
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è possibile anche vedere e scaricare sul proprio hard disk tale registrazione collegandosi al sito di MAWIVIDEO.IT

per farlo clicca
QUI
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inoltre
sempre da AMORE E PSICHE sono disponibili :

la videocassetta n.13
delle Lezioni di Chieti
del professor Massimo Fagioli


il nuovo Calendario per il 2004

le nuove locandine-invito delle Aule Magne 2003-2004

e la nuova edizione di "Amore senza bugie" di
Fulvia Cigala Fulgosi e Dorina Di Sabatino
edito dalle Nuove Edizioni Romane


Vi aspettiamo con le nostre proposte di Natale!

Saluti a tutti
Amore e Psiche


la videocassetta n° 13 e il Calendario 2004 sono disponibili anche a Firenze, come sempre da STRATAGEMMA
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disponibili su MAWIVIDEO.IT

tre interviste al professor Massimo Fagioli

Intervista di Radio Blu a Massimo Fagioli (02/02/1980), 0:36

Intervista di Luca Villoresi (per il Venerdì di Repubblica) a Massimo Fagioli (??/??/1991), 0:46

Intervista di Syhem Latrache a Massimo Fagioli (15/11/1990), 1:28:00

e

l'incontro con Marco Bellocchio a Filosofia del 10/12/2003
 


collegati al sito
http://www.mawivideo.it/

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storie dell'uomo
il giardino persiano, paradiso in terra

La Repubblica ed. di Palermo
LA METAFISICA È NEL GIARDINO
di Marcella Croce


Dal 6° secolo A.C. in poi, il giardino persiano come recinto, come microcosmo, come paradiso (da paradaiza che vuol dire appunto "spazio delimitato"), ha stabilito un modello imitato senza soluzione di continuità in tutto l'Islam, dagli estremi lembi occidentali del Marocco e di El-Andalus, fino ai lontani regni degli imperatori Moghul nel Rajastan indiano e di Tamerlano a Samarcanda, dove pare che la disposizione degli alberi tenesse conto perfino del colore e del profumo delle specie. Un principe o una coppia regale stanno comodamente seduti in un lussureggiante giardino, altre volte un giovane raccoglie frutta o fiori da un albero: immagini in apparenza mondane che in realtà nascondono profondi significati metafisici.
Su questi sfondi incantati fiorì un genere letterario specifico, la "poesia del giardino", il cui più illustre rappresentante, nel 13° secolo, fu Ibn Khafaya de Alzira, detto "il giardiniere". E non sono le uniche espressioni d'arte in cui l'Iran ha espresso il suo amore per i fiori: moltissimi tappeti persiani ne sono cosparsi e riproducono all´infinito un meraviglioso fiabesco giardino. Tuttora numerosissime sono le botteghe dei fiorai in ogni città iraniana, ciascuna in grado di confezionare in un batter d'occhio leggiadre composizioni floreali. Assecondando un profondo bisogno di organizzare la terra secondo un reticolo e di porre l'individuo al centro di quel cosmo concettuale, il giardino persiano chaharbagh (cioè il "tetragiardino") era solitamente diviso in quattro settori, ciascuno con un diverso albero da frutta, ed era previsto che il paesaggio circostante includesse luoghi appositamente rialzati per permettere sia il godimento temporale che la contemplazione mistica: i toponimi takht (trono) o suffe (sufisti) la dicono lunga in proposito. Come in eschimese esistono dozzine di termini per indicare i vari tipi di neve, e in arabo almeno altrettanti per i vari tipi di sabbia, allo stesso modo la lingua persiana si sforza e si sbizzarrisce a designare i vari tipi di giardino. Giardini con pianta a croce esistono sia nell'Alhambra di Granada che nell'Alcazar di Siviglia e a Madinat-al Zahra presso Cordoba e con certezza il chaharbagh non mancò di fare la sua comparsa anche nella Sicilia araba, e di ispirare poi i giardini siciliani di tutte le epoche successive.
Certamente erano circondati da giardini di questo tipo tutti i solatia normanni, la Zisa in particolare, nel Chiostro di Monreale ne esiste ancora uno, ne porta l'impronta perfino un giardino relativamente moderno come Villa Giulia a Palermo, nel quale ciascuno dei quattro quadrati è poi a sua volta tagliato trasversalmente. Se l'influenza più diretta per tutta questa accurata geometria è quella francese, non è però certo un caso che esattamente lo stesso elaborato disegno si possa osservare nelle antiche piante del giardino, non più esistente, di Bagh-i-Guldaste a Isfahan. Le quattro esedre centrali di Villa Giulia possono richiamare alla mente gli eiwan, uno dei più tipici elementi dell´architettura persiana, che qualcuno fa risalire alla cultura zoroastriana, mentre altri vi individuano ascendenze ellenistiche: non solo in natura, ma anche nelle culture umane, nulla si crea e nulla si distrugge.
A Palermo, nel grande parco reale del Genoard, come tutti i re della storia degni di questo nome, i normanni andavano a caccia: nei mosaici della stanza di re Ruggero al Palazzo Reale, e in quelli della creazione degli uccelli a Monreale, siamo ancora in grado di cogliere uno splendido barlume di quei paradisi. La chiesa della Martorana, per la grande abbondanza di elementi vegetali nella sua decorazione musiva, fu definita chiesa-giardino dal grande esperto di arte bizantina Ernst Kietsinger. Ma, certamente in misura molto maggiore degli edifici in pietra, i giardini vengono alterati e distrutti con stupefacente rapidità, e inoltre, nell´ultimo trentennio, proprio nell´area del Genoard sono stati costruiti gli edifici dell´Università di Palermo in viale delle Scienze; per strano parallelismo anche l'Università di Isfahan sorge oggi nella zona dove nel 17° secolo verdeggiavano i giardini dei re safavidi.

storie dell'uomo
i popoli del Libro

La Repubblica 17.12.03
Le fonti e l'attualità dell'ultimo libro di Pietro Citati
da dove vengono
LE SCINTILLE DI DIO
"Le notizie dei Profeti e dei Re" del teologo Muhammad at-Tabari risale a undici secoli fa
di SANDRO VIOLA


Suppongo che il seme da cui è cresciuto l'ultimo libro di Pietro Citati ("Israele e l'Islam - Le scintille di Dio", Mondadori, pagg. 273, euro 17), sia un altro libro: "Notizie dei Profeti e dei Re", scritto undici secoli fa da uno storico e teologo persiano, Muhammad at-Tabari. O per meglio dire, il sunto che il visir Bal'ami ricavò dai centoventi volumi che componevano l'opera monumentale di at-Tabari. La silloge Tabari-Bal'ami è infatti uno dei testi medioevali che meglio illustrano quanto furono spiritualmente vicini, nella costruzione teologica, nell'intarsio delle mistiche, e per il fascino che a lungo esercitarono l'uno sull´altro, ebraismo ed islamismo.
È vero che già sapevamo dal Corano d'una consaguineità religiosa tra i Popoli del Libro, provata con l'adozione da parte dell'Islam di molte figure dell'Antico Testamento, Adamo e Abramo, Giuseppe, Mosè e Salomone. Ma è leggendo at-Tabari, argomenta Citati, che comprendiamo meglio «come le due civiltà religiose che oggi si combattono miseramente, siano sorte l'una sull'altra, avviticchiate come due alberi che uniscano le loro radici».
Che Citati abbia un giorno preso a leggere l'opera d'un teologo sunnita del X secolo, questo non meraviglia certo. La sua diversità, nell´esigua pattuglia della nostra critica letteraria, sta proprio qui: nell'entusiasmo vorace con cui avvicina ogni genere di testi, nell'agio con cui si muove - per fare solo pochi nomi e titoli - da Omero al "Sogno della camera rossa", dall'"Asino d'oro" a Goethe, dai cabalisti a Manzoni e a Tolstoj, dagli autori dei pochi bei romanzi di questi anni (Banville, Sebald o Wescott), a Kafka e a Proust. Niente orti conclusi, dunque, o specializzazioni: niente che possa tarpare le ali della sua inesausta passione per la lettura.
C'è da chiedersi semmai se a spingerlo verso quest'ultima escursione in tempi e testi tanto antichi, sia stata una ragione per così dire contingente. E la risposta mi sembra che affiori già dalla frase riportata più sopra. Come se fosse stata la vista delle «due civiltà religiose che oggi si combattono miseramente» - l'ininterrotta ondata di violenze che scuote la Palestina, l'ossessivo conteggio dei morti che la radio e la televisione recano ogni giorno nelle nostre case, l'apparente irrimediabilità di tutto quel male -, a suscitargli il bisogno di calarsi nella storia dei rapporti tra Israele e l'Islam.
Oggi, scrive Citati, «i cristiani non sanno più niente dell´Islam e del giudaismo; gli ebrei non sanno più niente del cristianesimo e dell'Islam; e l'Islam, come diceva Maometto, vive "esule" nella storia». Scoppiano le bombe, e tra la Gente del Libro crescono il sospetto, l'avversione, l'estraneità. Ma quali furono, dopo la nascita dell'Islam, i rapporti fra i tre monoteismi? Come si videro e trattarono più tardi, per lunghi periodi del Medioevo e all'inizio dell'epoca moderna, ebrei, cristiani e musulmani?
Nel 1454, leggiamo in Israele e l'Islam, un rabbino d'origine francese scrisse una lettera ai suoi correligionari: in essa, dopo aver descritto i dolori che l'Europa cristiana, «il clero e i monaci, questi falsi sacerdoti», infliggevano «all'infelice popolo di Dio», il rabbino Isaak Zarfati esortava gli ebrei a migrare in Turchia. «La Turchia è un paese d'abbondanza dove troverete riposo. Di qui, la strada vi è aperta verso la Terra Santa. Non è meglio vivere sotto il dominio dei musulmani, piuttosto che sotto quello dei cristiani? Qui ogni uomo può vivere un'esistenza pacifica all'ombra della sua vigna e del suo fico... Oh,Israele! Perché dormi? Alzati e lascia finalmente questo paese maledetto!». La maledetta, dunque, Europa dei cristiani.
Di fatto, per molti secoli dopo l'Egira i rapporti tra ebrei e popoli islamici furono rapporti di comprensione e tolleranza. Di reciproca, anche se razionalmente confusa, attrazione. Nelle Notizie dei Profeti e dei Re, at-Tabari riscrive la Bibbia «con tocchi di lievissima grazia araba». La fonde con la lettera coranica, la adatta con «i colori della favola e della leggenda»: ma in sostanza l'assorbe con l'identica devozione che egli riserva alle parole del suo Profeta. E quando rievoca la figura di Salomone, racconta che se egli ha «il dominio dell'universo» è perché tale dominio «gli è garantito dal possesso d'un anello sul quale sta inciso il nome occulto di Allah».
Eccole quindi, avviticchiate come scrive Citati (se non già alla soglia d'un sincretismo), le radici delle due civiltà religiose. Ma questi slanci d'identificazione non vengono soltanto, come nel caso di at-Tabari, dal versante musulmano. Vengono anche dall'ebraismo. Alla fine del XII secolo, l'ebreo Binyamin da Tudela viaggia tra Costantinopoli, Gerusalemme e Baghdad. E se nella Costantinopoli cristiano-greca deve constatare che «gli ebrei vivono oppressi», nelle terre islamiche trova invece gran segni di rispetto per i propri correligionari.
Per prima cosa vede che «nessuno osava offendere i luoghi sacri ebraici»: i quali erano anzi, in molti casi, venerati. E a Bagdad, dove vivevano quarantamila israeliti, Binyamin da Tuleda scopre estasiato che il califfo «tiene il popolo d'Israele in grande favore e si avvale dei servizi di molti ebrei». Poi, come preso da un'infantile euforia, comincia ad esagerare. Inventa che il capo della comunità israelita veniva fatto accomodare dal califfo in trono, «mentre tutti i re musulmani rimanevano in piedi al suo cospetto». Fantasie che scaturivano, probabilmente, dall'aver visto sul Bosforo come i greci detestassero gli ebrei. Ma nelle sue esagerazioni, ecco poi un dettaglio che ci lascia affascinati. Così come nel racconto di at-Tabari Salomone porta infatti al dito un anello con inciso il nome di Allah, nella Baghdad narrata da Binyamin da Tudela il capo della comunità giudaica «indossava un turbante con un velo», e sul velo il sigillo di Maometto.
Fu forse nel Cairo medioevale - Cordoba e Granada a parte - che ebraismo e islamismo convissero con più frutto. Lì gli ebrei, scrive Citati, appartenevano alla «classe suprema: alti funzionari, agenti governativi, medici di corte, dell'esercito e della marina, uomini d'affari di rilievo "connessi al governo e ben noti ad esso"». Al punto che un poeta musulmano se ne irritò profondamente, e scrisse: «Mi raccomando, diventate ebrei, perché il Cielo stesso è diventato ebreo». Frase che mi riporta alla mente quel che sarebbe accaduto sei o sette secoli dopo, nella Budapest inizi Novecento: dove la morchia dell'antisemitismo cominciò a estendersi tra la piccola borghesia urbana e l'aristocrazia di campagna, proprio alla vista dei grandi successi finanziari e mondani degli ebrei ungheresi.
Ma torniamo al Cairo medioevale. L'intensa partecipazione alla vita economica e sociale della grande città egiziana, non impediva agli israeliti di conservare intatti l'identità e il fervore religioso. Come sarebbe stato nei secoli successivi a Kiev o a Norimberga, a Livorno e Ancona, a Parigi o a Salonicco, gli ebrei erano prima d'ogni cosa uomini di preghiera. I loro bambini «imparavano i testi sacri a memoria, perché, come dice lo stupendo passo talmudico: "il mondo esiste soltanto attraverso il fiato degli scolari"».
L'esistenza «sulle rive del Mediterraneo, sotto il dominio arabo, d'una grande civiltà monoteistica che proclamava di discendere da Abramo», il tempo in cui almeno due dei tre Popoli del Libro vissero nel reciproco rispetto, intersecando i loro costumi, devozioni e culture, stanno al centro di Israele e l'Islam. Ma nel libro di Citati c'è altro ancora da segnalare: la leggenda cabalistica, insieme poderosa e incantevole, delle «scintille di Dio», la vicenda - un romanzo - dell'ultimo Messia, e il racconto della caduta di Gerusalemme nel 72 dopo Cristo, che Citati ricava con pagine appassionanti da Giuseppe Flavio.
Dissoltasi l'antica armonia di quella «grande civiltà monoteistica che proclamava di discendere da Abramo», ecco irrompere il Rifiuto, gli odii, l'antisemitismo nelle sue forme contemporanee. L'emergere del fanatismo rivoluzionario wahabita, il suo diffondersi sulla spinta delle ricchezze saudite e nel torpore distratto dell'Occidente, il suo estremo approdo nelle carneficine orchestrate da Osama Bin Laden. Israele e l´Islam si chiude infatti con un capitolo sull´antisemitismo. Di cui Citati tratta con un equilibrio e una chiarezza che fanno dimenticare la confusione, gli eccessi retorici e polemici, la strumentalità in cui sembra avvolto, da qualche tempo, l'argomento.

La nascita del pensiero simbolico

Le Scienze, ed. italiana dello Scientific American 16.12.2003
La nascita del pensiero simbolico
Nuovi ritrovamenti archeologici indicano l'esistenza di antichi rituali funebri


Alcune ossa dipinte di rosso, scoperte in un sito archeologico in Israele, spingono i ricercatori a ipotizzare che il pensiero simbolico sia emerso molto prima di quanto si ritenesse finora. La capacità di rappresentare qualcosa con un'altra cosa ha costituito un gigantesco balzo in avanti nell'evoluzione dell'uomo: si tratta di un'abilità mentale che ha reso possibile un linguaggio sofisticato e l'uso della matematica.
La caverna di Qafzeh, in Israele, contiene molti scheletri di esseri umani vissuti quasi 100.000 anni fa. Nuovi scavi hanno rivelato che nella regione, molto prima di altri esempi di associazioni di colore, durante le sepolture veniva depositato sulle ossa un colore rossiccio fatto di ocra, una forma di ossido di ferro, che probabilmente simbolizzava la morte.
"Abbiamo trovato 71 frammenti di ocra - spiega Erella Hovers della Hebrew University di Gerusalemme - e individuato un chiaro legame fra la pittura e il processo di sepoltura: sembra che facesse parte del rituale". L'associazione del colore rosso con gli scheletri suggerisce l'esistenza di rituali funebri simbolici risalenti a quasi 100.000 anni fa, molto prima dei 50.000 anni che altri scienziati fissano come data della nascita del ragionamento simbolico. Per qualche ragione, tuttavia, sembra che la capacità sia poi stata perduta. Dopo le testimonianze iniziali di Qafzeh, il comportamento simbolico sembra scomparire per riemergere solamente circa 13.000 anni fa. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista "Current Anthropology" (http://www.journals.uchicago.edu/CA/).

© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.

una risposta a Raboni sul tema della poesia

Corriere della Sera 17.12.03
Ma la poesia è più regola che sogno
di Cesare De Michelis


«Un sogno fatto in presenza della ragione»: Raboni fa sua (sul «Corriere» di domenica 14) la definizione della poesia di un illustre letterato del Settecento, il gesuita Tommaso Ceva, retrodatando di un paio di secoli la carica eversiva della teoria psicanalitica che separò irrimediabilmente la faticosa pratica della poesia (poiein vuole ben dire fare) dal senso che essa esprime e trasmette. Il Novecento poetico fu sin dall'inizio drammaticamente segnato dalla lacerazione sanguinante provocata dalla psicoanalisi, che mise in moto non solo la deriva surrealista, nella quale il senso rapidamente si smarrirà con grave pregiudizio della poesia stessa, come Raboni stesso lodevolmente riconosce, ma, dall'altra parte, anche l'ostinato inseguimento di un'ideale di purezza poetica - prescindendo, dunque, dalla storia e dall'esperienza - destinato anch'esso a produrre un altrettanto radicale smarrirsi del senso nell'astratta vaghezza dell'indistinto.
Eppure bastava segnalare la sostanziale estraneità del sogno nell'interpretazione del pensiero classico - da Aristotele a Cardano fino a Ceva - da ogni sorta di sogno psicoanalitico, l'uno frutto dell'estro, dell'ingegno e della memoria nel tempo liberato del sonno, l'altro vittima degli oscuri labirinti dell'inconscio, nei quali resistono, al di là di ogni volontà e responsabilità, le più segrete pulsioni dell'individuo, prudentemente rimosse dalla coscienza.
Più semplicemente la poesia consistette nei secoli della tradizione nel dire una cosa per l'altra, secondo le regole logiche della metonimia o piuttosto secondo quelle altre analogiche e imprevedibili della metafora, se non addirittura del mito; il che consente di non predeterminare ogni interpretazione possibile senza abbandonarsi all'irragionevole primato del lapsus. La poesia è davvero una questione di lingua e di forma, perché essa trova e per sempre (für ewig) i modi di dire quel che altrimenti non sapremmo, ed è quindi fare in coscienza, prescindendo rigorosamente dal rimosso.

Giorello, ancora il punto di vista illuministico

La Repubblica 17.12.03
Chi decide della nostra vita
Il corpo tra la scienza, lo stato e la chiesa

Riportare la scelta ai singoli individui
Vietato dire dio non lo vuole o dio lo vuole
Parla il filosofo della scienza Giulio Giorello Quali ragioni sono dietro al dibattito che ha animato la legge sulla procreazione assistita
La contrapposizione tra laici e cattolici, l'uso della tecnica, il ruolo della politica. Che cosa significa, nel mondo di oggi, essere responsabili
di Antonio Gnoli


Il filosofo della scienza Giulio Giorello trova riduttiva la contrapposizione che fra laici e cattolici si è instaurata a proposito di quella variante biopolitica che è la legge sulla procreazione assistita. Dice Giorello: «Ci sono laici che per le proprie paure si possono schierare su posizioni che appartengono alle gerarchie ecclesiastiche, e cattolici che su questi argomenti hanno sviluppato una indiscutibile sensibilità laica. Quanto all'idea che la vita sia sacra è un principio messo in questione dalla scienza molto tempo fa. E trovo particolarmente interessanti le parole di Christian de Duve - uno scienziato che ha studiato nella cattolicissima Lovanio - dove nel suo libro "La vita che evolve" (edito da Cortina) sostiene che proprio il rifiutarsi di intervenire là dove la scienza ci permette di farlo per superare i limiti dovuti alla cattiva sorte, sia un atto di irresponsabilità.
«Naturalmente la responsabilità non consiste nell´utilizzare il famoso principio di precauzione con il quale bloccare qualunque decisione in nome del fatto che questo principio prescrive che si possa intraprendere un intervento tecnologico solo quando si è sicuri che non ci sia rischio alcuno. Pensare che il rischio non si annidi nel nostro mondo, nella nostra vita è una pura e semplice pretesa metafisica. Ed è interessante che questa posizione metafisica la condividano tanto i "soloni" dei comitati bioetici quanto i più estremi leader della contestazione agli Ogm.
«Intendiamoci. Non dico che i timori non debbano essere presi sul serio, soprattutto quando sono timori biopolitici, ossia problemi che riguardano i nostri corpi, che coinvolgono direttamente le nostre vite. Ma mi sembra un errore madornale scolpire degli idoli o dei feticci dentro le nostre paure. Uno di questo feticci è che madre natura non va toccata, l'altro è che le biotecnologie non manipolino ciò che Dio ha voluto non manipolabile. Quest'ultima battuta è stata profferita da quel titano del pensiero che risponde al nome di Carlo d'Inghilterra.
«Certo, non penso che la scienza debba governare il mondo, ma d'altra parte non desidero che il mondo sia guidato da una élite di super esperti bioetici che stabiliscano le regole in base alle quali decidere che cosa è giusto o sbagliato in materia di interventi sul corpo umano. Ciò che ritengo basilare è la scelta che va ricondotta ai singoli individui, donne e uomini, sapendo bene che in molti casi si tratta davvero di scelte dolorose. Perciò la prima cosa che un bioeticista dovrebbe fare è rispettare la sofferenza reale delle persone. Si può davvero credere che una donna che ricorra alla fecondazione eterologa ci vada a cuor leggero? O che un uomo incapace di procreare sia contento del proprio stato? Sono scelte difficili, non lo metto in dubbio, ma in una società che si richiama ai principi liberali, quelle scelte ricadono sull´individuo, gli appartengono.
«Perciò invece di preoccuparsi dello stato psicologico dei nati in provetta - i quali peraltro mi dicono che non stanno né meglio né peggio di quelli nati dalle famiglie normali - perché non provare a capire i bisogni e i desideri che la gente ha e che non sono qualcosa di puramente trasgressivo, ma nascono spesso da una mancanza, da una sofferenza.
«C'è un rispetto dell'esistenza che non coincide con l'idea che la vita sia sacra. E nondimeno quel rispetto è ciò che conta perché nasce dalla libera scelta degli individui. Pur nel dolore e nell'incertezza quella libera scelta va salvaguardata. Ricorrere a forme proibizioniste è insensato. Fra l'altro non hanno mai funzionato. Il filosofo Habermas ha liquidato l'idea di "libera scelta" come qualcosa di riconducibile al liberalismo prima maniera, all'illuminismo settecentesco. A lui e ad altri che usano in maniera sprezzante l'etichetta "illuminismo" replico che ne siamo gli eredi. Eredi di una dottrina, di una visione del mondo, che ha fatto progredire l'Europa. Non possiamo rinunciare all'esortazione di Kant quando dice che occorre avere il coraggio di sapere, ma, aggiungo che bisogna avere anche il coraggio di fare. E ciò non significa l'esaltazione della ragione acritica, né il tentativo di instaurare il governo della scienza sulla città. Ma piuttosto il riconoscimento dei propri limiti per poterci poi lavorare dentro e non accettarli passivamente. Michel Foucault è stato tra i primi a capirlo: parlando dell'importanza del prendersi cura di se stessi e della biopolitica. A questo proposito non mi pare irrilevante ricordare una cosa ovvia, ma fondamentale: non può essere lo Stato a decidere che cosa sia naturale o artificiale. Come pure bisognerebbe fare giustizia delle battute tipo: "Dio lo vuole" o "non lo vuole". Se uno ha un filo diretto con una entità spiritualmente superiore e scambia il proprio autoritarismo per infallibilità, ogni possibilità di confronto o discussione si chiude in partenza. Se lasciamo cadere queste pretese e ridiamo il ruolo che spetta al cittadino, ossia a colui che solo può decidere in materia del suo corpo, allora c´è speranza per una civiltà fatta di individui reali e compiuti.
«Abbiamo imparato che la biopolitica ha due facce. Quella con cui lo Stato vuole prendersi cura a tutti i costi del mio corpo, della mia vita, e della mia morte. E lo trovo aberrante. Non sto parlando della sanità, degli ospedali, dell'assistenza, che sono servizi che ogni civiltà sviluppata deve avere, ma di un´entità astratta che entra nelle tue decisioni più intime e dolorose.
«Il lato positivo della biopolitica è che la scienza deve diventare un'alleata dell'individuo, non un avversaria da temere o da combattere.
«Si invocano i valori comuni. La morale codificata. I valori comuni creano uomini comuni. E la morale codificata la si usa fino a quando fa comodo. È un feticcio da esibire in alcune circostanze. Mi è stato chiesto se la bioetica è in qualche modo l'anticamera dello stato etico. Ho risposto che avendo la bioetica che si pratica in Italia perso i caratteri per cui era sorta, più che l'anticamera dello stato etico è la sua sala da pranzo».

un cattivo uso del binomio "razionale/irrazionale"

La Repubblica 17.12.03
Intervista al premio Nobel per la medicina David Hubel
Fermare la scienza sarebbe irrazionale

di PIERGIORGIO ODIFREDDI


Boston. La Harvard Medical School di Boston è un complesso di cinque enormi edifici disposti attorno a una piazza, e costituisce una cittadella di eccellenza della ricerca medica, al centro di una vera e propria città ospedaliera ultramoderna.
È in questo tempio del sapere clinico che dirige un laboratorio David Hubel, premio Nobel per la medicina nel 1981 per la scoperta dei meccanismi neurologici della visione, e autore del bel libro di divulgazione "Occhio, cervello e visione" (Zanichelli, 1989).
Siamo andati a trovarlo per parlare con lui dei problemi legati alla biotetica e alla biopolitica, umana e animale, prendendo spunto dall'approvazione della legge sulla procreazione assistita approvata dal Senato la settimana scorsa.
«Naturalmente, l'etica non è soggetta alla logica. Ma io non capisco, ad esempio, perché non si debbano usare embrioni di donatori esterni alla coppia. Una mia amica, che non poteva procreare in maniera naturale, ha usato l'ovulo della sorella e il seme di un donatore: ora ha due figli, ed è felice. Che male c'è? Il Cristianesimo è irrazionale, in queste cose».
E le restrizioni riguardano non solo le ricerche sull'uomo, ma anche quelle sugli animali.
«Lasciamo pure da parte i problemi della clonazione: sia quella umana, per la quale io non vedo ragioni logiche, sia quella animale, che non sembra aver prodotto buoni risultati. Ma la sperimentazione animale è utilissima: ad esempio, quella sui cani, per lo sviluppo di tecniche operatorie in cardiologia. Ora, in molti degli Stati Uniti si proibisce l'uso dei cani dei canili per la ricerca, nonostante essi vengano soppressi comunque, ed è di nuovo illogico».
Questa volta il problema è creato dagli animalisti.
«I quali, tra l'altro, si preoccupano quasi esclusivamente degli animali da casa, cioè cani e gatti. Non delle scimmie, ad esempio, che pure sono più simili all'uomo. Adesso i cani e i gatti che si vogliono usare in laboratorio devono essere allevati esplicitamente per questo scopo, e i loro costi sono saliti alle stelle».
E non si può proprio farne a meno, nella ricerca?
«Io credo di no, almeno per una buona parte della medicina. Quando parlo con un animalista, la prima cosa che gli chiedo è se ha vaccinato i suoi figli contro la polio: perchè lo sviluppo di quel vaccino ha richiesto l'uso di molte, molte scimmie! Senza saperlo, molti animalisti sono contrari a una ricerca di cui loro stessi si avvantaggiano. Il che non significa, naturalmente, che si possano liberamente infliggere sofferenze inutili agli animali».
Come si forma l'opinione pubblica, riguardo alla bioetica?
«Troppo spesso, purtroppo, il pubblico viene esposto a una propaganda unilaterale: religiosa, politica, ambientalista, animalista... In Massachussetts abbiamo un'Associazione per la Ricerca Medica, che cerca di smascherare le menzogne e le assurdità, ma i suoi fondi sono minimali rispetto a quelli degli avversari della ricerca. I quali, tra l'altro, hanno facile accesso alle scuole e ai bambini».
Che bisogna fare, per avere opinioni equilibrate?
«Chiedere cosa ne pensano i medici e gli esperti, ad esempio. I quali, però, spesso preferiscono tenere un profilo basso per evitare attacchi, che farebbero perdere loro pazienti e fondi. Io ho tentato di mobilitare la categoria, soprattutto per quanto riguarda la sperimentazione animale, cercando di convincere i medici a mettere opuscoli informativi nelle sale d´aspetto dei loro studi, invece di stupidi rotocalchi».
Quindi, come al solito, il problema è l'educazione scientifica.
«Sí, il riuscire a diffondere il punto di vista razionale a fianco di quello irrazionale, cosí che poi la gente possa decidere da sé. Spero che anche in Italia gli scienziati facciano sentire la loro voce contro quest'ultima legge».
La Montalcini ha immediatamente firmato un appello.
«Meno male. Lei è certamente la persona giusta per combattere questo genere di insensatezze».
E quale ruolo deve giocare la politica, in queste cose?
«Dovrebbe emanare leggi sulla base della ragione, e non della propaganda di gruppi che si prefiggono obiettivi senza senso».
Una "politica razionale" non è forse un ossimoro? Cosí come il fatto che il "diritto alla vita" sia spesso difeso da gente che è, allo stesso tempo, in favore della pena di morte?
«Sí, certo! E le limitazioni all'aborto sono un altro esempio di biopolitica dettata dalle motivazioni irrazionali della Chiesa cattolica e degli ultraconservatori: siamo da capo, cioè da dove eravamo partiti».

martedì 16 dicembre 2003

la legge sulla psichiatria

Vita 16.12.03
Legge 180: la proposta di riforma torna in pista a gennaio
di Benedetta Verrini
(b.verrini@vita.it)
Lo riferisce la cooperativa Itaca di Pordenone, a cui lo psichiatra Tonino Cantelmi ha confermato la notizia della redazione di un nuovo testo base


Un nuovo testo unificato di legge n.174 denominato "Norme per la prevenzione e tutela delle malattie mentali", noto ai più come "Burani Procaccini", sarà portato a breve all'attenzione della XII Commissione Affari sociali per la discussione.
Ne dà notizia, dal proprio sito www.itaca.coopsoc.it la cooperativa Itaca di Pordenone, in prima linea nel dibattito che in questi mesi ha accompagnato le proposte di riforma della psichiatria e nella difesa della famosa legge 180.

Secondo le fonti di Itaca, il testo unificato di legge che dispone la riforma legislativa in materia di salute mentale in Italia, sarà portato in Aula per la discussione presso la XII Commissione Affari sociali in tempi brevissimi.
La discussione del nuovo testo sarebbe, infatti, imminente e prevista per la prima metà di gennaio, immediatamente dopo la conclusione dei lavori per la Finanziaria e la pausa delle festività natalizie, ossia nella prima seduta utile della Commissione.

La proposta di legge "Burani Procaccini" è stata infatti nuovamente riformulata, tanto che il nuovo testo accorperà anche altre proposte presentate dalla sinistra e dalle Associazioni dei familiari. Predisposta nell'aprile 2003 (anche se il testo non è al momento ufficialmente disponibile), sarebbe stata firmata da più deputati, si parla di tre o quattro, anche di schieramenti politici differenti.

"Un nuovo testo che sarà frutto della messa in comune di una riflessione molto più profonda - ha confermato a Itaca Tonino Cantelmi-. Numerosi gli elementi innovativi, tra cui l'istituzione della figura del 'garante' per quanto concerne le fasi di ricovero".

Come si ricorderà, il 27 novembre dell'anno scorso la XII Commissione, nel corso della sua ultima seduta, aveva deciso di congelare la deliberazione sull'adozione del testo base "Burani Procaccini" in attesa della legge sulla devolution, mettendo in stand-by così il processo di revisione della legge 180/1978, meglio nota come 'legge Basaglia'.
In quella sede, il relatore on. Maria Burani Procaccini aveva manifestato "la più ampia disponibilità nel valutare le proposte emendative -si legge nella verbalizzazione della seduta-, in vista della predisposizione di un testo il più ampiamente condivisibile".
Disponibilità che si è poi tradotta, concretamente, nella redazione di una nuova edizione del testo di legge che, tra pochi giorni, sarà portato all'attenzione dell'XII Commissione Affari sociali

il poeta Giovanni Raboni sulla poesia e il linguaggio

una segnalazione di Paolo Izzo

Corriere della Sera 14 dicembre, 2003
LETTERATURA LIBRI POESIA
I sogni della ragione dove nasce la poesia
Surrealismo e psicoanalisi: così il '900 rivoluzionò il modo di scrivere versi
RIME Il peso dell'inconscio nell'arte
IL CONNUBIO Pensiero notturno e leggi linguistiche
di Giovanni Raboni


Nella generale ripresa d'interesse per i fatti e i protagonisti della cultura (ripresa di cui tanto si è parlato, negli ultimi mesi, a partire dal successo di manifestazioni come il Festival della letteratura di Mantova o il Festival della filosofia di Modena) c'è spazio, a quanto pare, persino per la poesia. Gli incontri, le letture, i dibattiti ai quali mi capita di partecipare sono, in effetti, più affollati e animati che in passato; e quasi mai mancano, da parte del pubblico quelle domande «massimalistiche» del tipo, per intenderci, «Cos'è la poesia?» o «A cosa serve la poesia?» - alle quali è tanto difficile rispondere a caldo quanto, più tardi, non tornare ad arrovellarsi in privato. Dài e dài, mi è venuta un' idea: perché non provare a rispondere in anticipo, a freddo, organizzando in forma scritta e con la maggior chiarezza e semplicità possibile gli argomenti cui, di solito, si pensa solo dopo, troppo tardi, mentre si torna a casa o si aspetta d' addormentarsi? Ecco un primo abbozzo, o forse una prima parte, della mia risposta preventiva. «Fino a che punto il canto appartiene alla voce, e la poesia ai poeti?»: si può partire da qui, da una famosa domanda di Victor Hugo, e chiederci a nostra volta cosa intendesse dire, un secolo e mezzo fa, l'autore della Légende des siècles con questo interrogativo apparentemente sibillino. Le interpretazioni possibili sono, a mio avviso, sostanzialmente due. La prima - la più compatibile con l'ideologia romantica allora imperante - è questa: il singolo poeta è il portatore di emozioni collettive, dei sentimenti di un intero popolo: non lui - o, almeno, non lui soltanto - è dunque il «titolare» di ciò cui dà forma e voce. La seconda interpretazione, storicamente meno fondata, è in compenso più utile a metterci sulle tracce del «cos'è», dell'essenza del fenomeno: la poesia non appartiene soltanto al poeta perché non è lui a deciderne il senso, perché il poeta sa soltanto in parte, a volte in minima parte, ciò che la poesia finirà col dire. A questo punto possiamo abbandonare il vecchio Hugo e proseguire per conto nostro. La questione della relativa autonomia del testo poetico rispetto alle intenzioni del poeta è una questione che attraversa l'intera cultura moderna; e per quanto riguarda, in particolare, il '900, è impossibile affrontare l'argomento senza imbattersi in due dei maggiori avvenimenti culturali del secolo: la psicoanalisi e il surrealismo. La psicoanalisi introduce la nozione di inconscio; il surrealismo si appropria di tale nozione e la mette al centro della teoria e della pratica della letteratura e, più in generale, dell'arte. In che senso? Nel senso che compito specifico e caratterizzante della letteratura (e dell'arte) è, per i surrealisti, quello di dare forma, appunto, a una (presunta) «creatività dell'inconscio» liberandola dalle inibizioni e censure della ragione. Di qui, in arte, l'uso generalizzato di accostamenti oggettuali sorprendenti, inspiegabili, scioccanti; di qui, in letteratura e più particolarmente in poesia, l'uso di un libero flusso di immagini che nascono l'una dall' altra obbedendo solo a processi associativi non volontari e non razionali. È la famosa «scrittura automatica»; sin troppo famosa, verrebbe voglia di dire pensando ai risultati estetici ottenuti. Ma le teorie valgono, il più delle volte, soprattutto per la loro carica di sollecitazione, di scatenamento: e se è vero che l'applicazione dell' idea di scrittura automatica ha dato, al momento, esiti modesti, tutt'altro discorso si deve fare per l'onda d'urto provocata, per gli effetti fatti registrare nel tempo: basti pensare al dilagare, in tutto il '900, del «flusso di coscienza» e del «monologo interiore».
Una cosa, comunque, è certa: dopo la psicoanalisi, dopo il surrealismo, non è più lecito dubitare del ruolo che l'attività dell' inconscio svolge nella costituzione, nel concreto farsi dell'oggetto poetico. Quale ruolo? Molto sinteticamente, renderla comunicazione di cui l'oggetto poetico è la fonte (o, se si preferisce, il veicolo) più ricca, più completa, più impressionante nella misura in cui nasce o sgorga non solo dall' intelligenza e dalla volontà dell'autore, ma dalla totalità del suo essere nel senso anche biologico del termine; in altre parole, non solo dal pensiero della veglia, ma anche dal pensiero del sogno, dal pensiero notturno. E basta un altro passo (un passo quasi obbligato) per arrivare a dire che l'essenza della poesia consiste nel far confluire e intrecciare fra loro in un unico accadimento verbale due diverse logiche, due diversi linguaggi, due diversi ordini o categorie di contenuti; e che il suo «scopo» è dar vita a un'immagine intera, non parziale, non dimidiata tanto di colui che parla quanto (per contagio) di colui che ascolta e (per generalizzazione) dell' intero genere umano.
Ma attenzione: se il contributo del pensiero notturno è indispensabile (e, al tempo stesso, spiega) perché la comunicazione poetica abbia queste caratteristiche e svolga questa funzione, altrettanto indispensabile per fissarla, per depurarla di ogni arbitrarietà o futilità, per renderla, insomma, davvero fruibile, è il contributo della ragione. La scarsa significatività degli esempi di scrittura automatica «grezza», lasciata, per così dire, a se stessa, ne sono - in negativo - la prova più evidente. Ed ecco, allora, imporsi come insuperabilmente perfetta la definizione di poesia data tre secoli fa da un trattatista italiano, il gesuita Tommaso Ceva: «un sogno fatto in presenza della ragione». Un sogno, sì, ma controllato e sanzionato dall' intelligenza; uno spazio concesso al pensiero notturno ma garantito, sorvegliato, reso frequentabile dal rigore del pensiero diurno...
Resta da dire - ma è impossibile dirlo se non in presenza di effettivi esempi testuali - come funzioni, come avvenga in concreto questo fondersi, questo fatale e fecondo ibridarsi di due pensieri, di due logiche, di due tipi di messaggio. Mi limito ad annotare, a futura memoria, due punti essenziali. Primo: contenitore-trasmettitore del processo è, ovviamente, la lingua; e ogni testo poetico è di fatto innervato da una rete di microeventi linguistici involontari e spesso subliminali (lapsus, anagrammi spontanei, simmetrie e rimandi occulti ecc.) che oltre a convogliare le incursioni e gli apporti del pensiero notturno dentro il pensiero della veglia contribuiscono ad assicurare alla superficie testuale compattezza, coerenza, continuità sonora, insomma «bellezza». Secondo: essenziale è la funzione dalla forma o, per essere più precisi, dal sistema di regole che danno evidenza sensibile alla forma ideale del testo. A prima vista si direbbe che dover rispettare, per esempio, un numero di sillabe date, o essere costretti a far coincidere in luoghi fissi l'esito di una parola con quello di altre parole, limiti la libertà dell'espressione. In realtà, è vero il contrario: è proprio grazie alla ricerca di un suono che combini con un altro suono, di una parola che abbia quella durata e quell'accento, è proprio grazie a questo sforzo dell'intelligenza e, perché no? del mestiere che scattano «automaticamente» associazioni, collegamenti, richiami altrimenti inattivi o irraggiungibili. Se è vero che il pensiero notturno non diventa esteticamente credibile se non passa attraverso il filtro della ragione è altrettanto vero che in poesia la massima libertà si ottiene, spesso, attraverso un massimo controllo e di rigore se non addirittura (la parola non sembri eccessiva) di repressione formale.
Quattro autori intorno a una domanda "Che cos' è la poesia?" Oltre a quella di Tommaso Ceva, ecco le definizioni di altri tre autori: «Un delirio che sgombra le pazzie», Gian Vincenzo Gravina (1664-1718) «L'amore realizzato del desiderio rimasto desiderio», René Char (1907-1988) «I poeti e gli schizofrenici tendono a includere molte cose - al limite: l'universo - anche quando parlano di piccoli oggetti ben circoscritti», Ignacio Matte Blanco (1907-1995).

Vitaletti sul concordato preventivo
da clorofilla.it

clorofilla.it 15.12.03
(l'originale dell'articolo, con le immagini, è disponibile QUI)

«E’ stato finalmente raggiunto un assetto soddisfacente salvo una macchia, eliminabile con facilità». Parola di consigliere economico del ministero dell’Economia e delle Finanze, Giuseppe Vitaletti che commenta così la Manovra che nelle ultime ore ha modificato in profondità il Concordato. Con alcune importanti discrasie che penalizzano soprattutto gli artisti. Ma anche quei medici considerati "sensibili" per la privacy che dovrebbero poter garantire durante l'esercizio delle loro funzioni
Finanziaria, non sparate sul pianista
di ns



Roma - «E' stata raggiunta una configurazione ottimale». Non ha dubbi il prof. Giuseppe Vitaletti, consulente di Tremonti. La soddisfazione riguarda il dato dei vincoli per l’adesione nel 2003 e nel 2004, per tutte le attività interessate, quelle cioè con fatturato a meno di 10 miliardi di vecchie lire.

Nei due anni il reddito imponibile deve crescere rispetto al 2001 almeno come l’evoluzione media del Pil da tale data, con piena possibilità di adeguamento in dichiarazione. I ricavi devono attestarsi su un minimo un po’ superiore a detta evoluzione, in particolare circa due punti e mezzo in più nel 2004.

Tuttavia, «rispetto alla versione del decreto legge, la maggior dinamica dei ricavi è stata ridotta - spiega il consulente su Italia oggi in edicola domani (martedì) - di oltre mezzo punto; il baricentro della variazione è stato spostato sul 2004, anno per cui gli operatori possono agire sulle vendite con politiche attive; nel 2004 il calcolo è stato impostato sui ricavi 2003 concordati e non (come si indicava nella precedente stesura evidenziata criticamente a più riprese da Clorofilla.it) su quelli effettivi; per il 2004, infine, è stata raddoppiata la percentuale di piccolo adeguamento in dichiarazione, con una sanzione del tutto ragionevole».

«In definitiva - aggiunge - sul fronte dei vincoli il provvedimento ha forse trovato appeal sia per i contribuenti che possono attingere a “riserve” di evasione, sia per quelli che evadono ma vogliono beneficiare ugualmente dei vantaggi che essa offre. Sul lato dei suddetti vantaggi il discorso può essere meglio condotto facendo riferimento separatamente alle tre grandi platee cui il concordato si rivolge: i piccoli imprenditori, i professionisti, gli artisti».

Ma se per i primi il provvedimento, stando al parere dell’economista, risulta qualitativamente pari almeno all’Ires, la riforma relativa alle imprese più grandi che diviene operativa nella stessa data del concordato, ovvero il primo gennaio 2004, per quanto riguarda professionisti e artisti, secondo Vitaletti, il concordato presenta forti discrasie sul fronte degli obblighi di documentazione: «Permane infatti – spiega – per i professioni l’obbligo di documentare le prestazioni verso i privati cittadini, specificamente mediante fatturazione, indipendentemente dalla richiesta di questi: non viene ciò ripresa l’indicazione coerente con la Fiera delle tasse, nonostante che molte attività professionali siano altamente sensibili dal punto di vista della privacy».

E’ per queste ragioni si è levata nei giorni scorsi la voce indignata di Giuseppe Del Barone presidente dell’Ordine nazionale dei medici che auspica una correzione del testo in modo da consentire a quelle categorie più sensibili (come ginecologi e psicoanalisti e psichiatri) di operare nel rispetto della loro specifica deontologia professionale che impone di “curare” sempre e comunque chiunque, anche tutelando l’anonimato qualora fosse richiesto.

«Tale discrasia – si difende Giuseppe Vitaletti – non era presente né nella versione originale del decreto che ha introdotto il concordato né nella formulazione iniziale dell’emendamento governativo (e di alcuni parlamentari d’opposizione ndr), che è stato addirittura votato e approvato dalla Camera in Commissione referente. Per ben due volte – aggiunge il consulente del Ministro - essa è stata introdotta dal governo in sede di richiesta della fiducia».

Il Parlamento può, però, secondo Vitaletti rimediare, nelle ultime votazioni della Finanziaria. «Un’altra fonte di ripristino dell’equiparazione – avverte l’economista - tra trattamento dei professionisti e delle piccole imprese potrebbe essere la Corte Costituzionale».

Un’altra categoria che pare non godere di particolare attenzioni da parte del legislatore (o di chi per lui si occupa della materia) è quella degli artisti. La situazione in quel caso, sostiene Vitaletti, non solo è simile a quella dei professionisti, ma assume maggior rilievo lo squilibrio sul lato dei contributi previdenziali, dato che molte attività degli artisti non sono previdenzialmente coperte, senza contare anche questo caso la discrasia sul piano della fatturazione: «Un musicista – spiega Vitaletti – al termine dell’esecuzione, un pittore dopo aver illustrato dipinti, un poeta dopo una recitazione, ove scelgano di chiedere al pubblico compensi su base volontaria e anonima, continuano ad essere costretti, per essere in regola con il fisco, a chiedere il nome ai paganti, emettere fattura, registrare nome ed importi in apposito registro.

Si tratta di casi quantitativamente poco rilevanti (e per questo forse non interessano ai politici ndr) - sottolinea l’esperto di scienze tributarie – ma con una qualità enorme. Viene infatti per essi in rilievo quel mix tra logica individuale e logica collettiva, che i grandi cultori della Scienza delle finanze italiane, De Viti De Marco ed Einaudi su tutti, pensavano dovesse essere il segno caratteristico della fiscalità».

Il docente universitario conclude prevedendo esiti nefasti qualora il legislatore continuasse a operare in sfregio di quelle impostazioni teoriche. Ma Vitaletti si dice, comunque, infine anche ottimista e soddisfatto che la correzione al testo non sia stata fatta alla «chetichella», ma che – si augura - possa essere introdotta «come si merita, ovvero con il massimo dell’attenzione».

Leggi anche il punto di vista dell'Onorevole Vincenzo Visco

Aby Warburg, uno studioso delle immagini a Kreuzlingen

una segnalazione di Sergio Grom

La Repubbica 16.12.03
WARBURG LA NINFA E IL SERPENTE
il ritorno del mito

Anche il Ghirlandaio aveva ritratto una fanciulla che veniva da un mondo remoto eppure era assai viva al punto da far invaghire André Jolles
Il grande studioso avvertì la presenza dell'antichità pagana nel gesto e nei capelli scompigliati di una figura femminile dipinta da Botticelli
Sulla Ninfa dipinta dal Ghirlandaio tra Warburg e Jolles ci fu una corrispondenza fittizia rimasta praticamente inedita
di ROBERTO CALASSO



Anticipiamo parte dell'intervento di sul tema "Origini dell´Occidente: l'eterno ritorno del mito" con cui si chiude oggi a Brescia un ciclo di conferenze presso l'Auditorium di San Barnaba.
Intorno al 1890, a Firenze, il giovane Aby Warburg studia Botticelli, in rapporto a quella che allora si chiamava "sopravvivenza" (Nachleben) dell'antichità. E presto arrivò a una conclusione che si sarebbe poi rivelata il perno di tutta la sua opera. Nel tardo Quattrocento fiorentino l'antichità riaffiorava. Ma non già come «nobile semplicità» e «quieta grandezza», secondo la formula di Winckelmann, ancora dominante. Al contrario: Warburg avvertì la presenza dell'antichità pagana nell'improvviso intensificarsi del gesto in una figura femminile - e soprattutto, come se il gesto in sé fosse qualcosa di troppo brusco e avesse bisogno di defluire attorno, nell'improvviso movimento del drappeggio e dei capelli di quella figura, scompigliati da un soffio. Questo Warburg riconobbe in Botticelli. Era il «gesto vivo» dell'antichità che riappariva. Da quel momento la scena sarebbe mutata per sempre. Con l'acume di chi sa trovare «il buon Dio nel dettaglio» Warburg attribuì quella scoperta ai suggerimenti di Poliziano, che nella sua Giostra aveva ricalcato l'inno omerico ad Afrodite, ma aggiungendo alcuni elementi che si riferiscono «quasi esclusivamente alla raffigurazione dei particolari e degli accessori (Beiwerk)»: i capelli sciolti e serpentini, una veste gonfiata dal vento, un tremito dell'aria. Questa - e soltanto questa - è l'antichità che sommuove il teatro mentale della civiltà fiorentina. È una «brise imaginaire», come Warburg dirà commentando un disegno botticelliano di Chantilly. E quella locuzione francese sembra avere nel suo testo la stessa funzione della grisaille per il Ghirlandaio e in Mantegna: «essa confina gli influssi dei revenants nel lontano e umbratile regno della metafora esplicita». Così si crea una distanza tra «formula del páthos» e raffigurazione: distanza che è contrassegno della memoria, della presenza fantomatica di ciò che riemerge.
Pochi anni dopo, sempre a Firenze, Warburg inventò quello che Edgar Wind ha definito «un jeu d'esprit» con un amico, lo scrittore olandese André Jolles. Si trattava di uno scambio di lettere fondato su una donnée: l'innamoramento di Jolles per una figura femminile che appare nell'affresco del Ghirlandaio "Visita alla camera della puerpera" in S. Maria Novella. I due corrispondenti chiamarono questa figura «la Ninfa». Nella stanza della puerpera Ghirlandaio mostra, sulla destra, quattro figure che avanzano: tre dal portamento severo, la prima - che sembra una fanciulla fiorentina dell'epoca - vestita con una stoffa pesante e preziosa, che forma pieghe perpendicolari. Dietro di loro, come sospinta da un soffio (ma non si capisce da dove possa provenire) incede una fanciulla di grande bellezza, dalle vesti ondeggianti e dal passo lieve, fluente e fremente. Dietro le sue spalle la veste s'inarca come in una vela. È la Ninfa. Nella sua figura ritroviamo tutti i tratti che Poliziano aveva aggiunto all'inno omerico e trasmesso a Botticelli. Con lei mette piede nell'austero interno fiorentino un essere che ha traversato indenne i secoli e ora insuffla in quel nuovo mondo la sua brise imaginaire. È una «pagana procellaria», scrive Warburg, che irrompe «in questa lenta rispettabilità, in questo controllato cristianesimo». Nella solenne partizione dell'affresco quella figura è come una tarsia che appartiene a un altro strato della realtà, insieme alieno e pervasivo. «Ho perso la ragione», annota Jolles, ma è la voce di Warburg che parla in lui.
La corrispondenza fittizia Warburg-Jolles sulla Ninfa è ancora inedita. Solo alcuni frammenti ne sono stati pubblicati nella monografia dedicata a Warburg da Ernst Gombrich, priva di qualsiasi congenialità con il soggetto. Ma tanto basta per farci capire che la Ninfa svelata in Botticelli continuava ad agire in lui come immagine-fonte di quella demoniaca esaltazione del «gesto vivo» con cui gli antichi simulacri tornavano a manifestare la loro potenza. Così non meraviglia che nel progetto più ambizioso di Warburg, "Mnemosyne", questo atlante dei simulacri che dovevano parlare quasi da soli, come le citazioni ammassate da Benjamin in quell'altra immensa opera incompiuta che doveva essere il libro sui passages parigini, un intero pannello fosse dedicato alla Ninfa - e lì puntualmente ritroviamo la fanciulla del Ghirlandaio. Ma, con gli anni, l'«onda mnemica» aveva fatto affiorare in Warburg un altro aspetto di quella incantevole figura, che ne mostrava la variante sinistra e terrorizzante: quella che Warburg chiamava la «cacciatrice di teste», la Giuditta, la Salomè, la Menade. Sarebbe sviante attribuire questo a una tarda manifestazione del culto che ebbe la grande décadence per le dark ladies. Come scrisse Edgar Wind, con delicatezza e penetrazione, per Warburg «ogni scossa che egli subiva su se stesso e superava attraverso la riflessione diventava organo della sua conoscenza storica». La minaccia delle «cacciatrici di teste» era per lui un evento mentale che si riferiva alla potenza delle immagini in genere, quale gli si era dischiusa nel fremito delle vesti della Ninfa. Warburg sapeva che la sua testa poteva essere da un momento all'altro rapita dalle Ninfe e rimanere prigioniera della follia.
L'equilibrio psichico di Warburg, sempre precario, sembrò spezzarsi nel 1918. Fra il 1920 e il 1924 visse a Kreuzlingen, nella clinica di Binswanger, luogo storico della schizofrenia. Aveva l'impressione, come un giorno confessò a Cassirer, che «i demoni, il cui imperio nella storia dell'umanità aveva tentato di esplorare, si fossero vendicati catturandolo». Nel 1923, moderno nymphóleptos, Warburg escogitò un katharmós per se stesso: scrisse a Kreuzlingen la Lecture on serpent ritual e comunicò agli psichiatri che sarebbe stato un passo importante per la sua guarigione se fosse riuscito a leggere quel testo davanti agli altri pazienti. Così avvenne. Quando, nel 1939, a dieci anni dalla morte di Warburg, il Journal of the Warburg Institute pubblicò la Lecture, si poteva leggere alla fine una nota in calce: «letto per la prima volta davanti a una unprofessional audience». Parole che dovremmo ascoltare in risonanza con altre che Warburg lasciò scritte in un appunto sulla Lecture: «Queste sono le confessioni di uno schizoide (incurabile), depositate negli archivi degli psichiatri».
Dopo aver sperimentato per anni la potenza dei simulacri sulla vita mentale, Warburg volle dedicare quella conferenza al serpente, il simbolo che più di ogni altro serve, secondo la formula di Saxl, a «circoscrivere un terrore informe». Così la Ninfa e il serpente, Telfusa e Pitone, ancora una volta agirono insieme, l'una sigillando l'inizio, l'altro la fine della ricerca di Warburg. Tornò con la memoria a un viaggio in New Mexico di quasi trent'anni prima, la sua unica esperienza primitiva. Allora aveva visto, in atto, che cosa può essere la conoscenza metamorfica. Guardando la danza rituale in cui gli indiani Pueblo imitano le antilopi, l'aveva intesa come un «atto cultuale della più devota perdita di se stessi nella trasformazione in un altro essere». Ma c'era un altro rituale su cui ora rifletteva: la danza in cui gli indiani Moki danzano con serpenti a sonagli fino a prenderli in bocca per evocare la pioggia salvatrice. Nella danza il serpente viene trattato, scrive Warburg, come «un novizio che si inizia ai misteri». Così diventa un «messaggero» che deve raggiungere le anime dei morti e lì suscitare la folgore. Così il serpente, la più immediata immagine del male, diventa il salvatore. E qui Warburg fa scoccare la scintilla della connessione decisiva, accostando questo rituale all'episodio biblico di Mosè che, per guarire gli Ebrei torturati nel deserto dai «serpenti ardenti», su ordine di Iahvè innalzò un serpente di bronzo su un'asta di legno. Si legge nel libro dei Numeri: «Ora, se uno dei serpenti mordeva un uomo e questi guardava verso il serpente di bronzo, viveva». Questo passo misterioso contraddice brutalmente la condanna biblica, sempre reiterata, degli idoli, degli eídola. Ma è proprio questo il passo che Warburg, tormentato dagli eídola, scelse per salvarsi. O trósas iásetai, «colui che ha ferito guarirà»: l'antico proverbio greco tornava anch'esso ad agire. Ciò che avveniva nella sala della clinica di Kreuzlingen non era nell'essenza diverso da ciò che un giorno era avvenuto sulle rive dell'Ilisso, sotto un alto platano, quando Socrate, rapito dalle Ninfe, aveva parlato a Fedro di come, attraverso il «giusto delirare», si possa raggiungere la «liberazione» dai mali. E a un tratto aveva detto, con la rapidità di chi scocca la freccia ultima, che «la manía è più bella della sophrosyne», di quel sapiente controllo di sé, di quell'intensità media, protetta dalle temibili punte, che i Greci si erano conquistati con immensa fatica e che poi, per un immenso malinteso storico, sarebbe stata identificata da tanti con la Grecia stessa. Ma perché la manía è più bella? Socrate aggiunge: «perché la manía nasce dal dio», mentre la sophrosyne «nasce presso gli uomini».

sulla fecondazione assistita

Agenzia Radicale 16.12.03
www.quaderniradicali.it
Tuteliamo i gamèti!
di Paolo Izzo


Il paradosso della legge sulla fecondazione assistita sta tutto nell'assunto secondo il quale l'embrione, ammasso (anzi, coppia) di cellule, sarebbe persona e come tale andrebbe tutelato sin dalla sua formazione, per legge. Nessun estraneo dunque negli affari di una coppia di esseri umani, nessun bombardamento cellulare, nessuna ricerca su quello che accadrà, in seguito, alla creatura in questione...

Il mondo laico, ancora una volta sconfitto dalla maggioranza cattolica, perde due volte. E le battaglie vinte un tempo vengono aggirate con abile mossa strategica.

Ricapitoliamo, e mi si corregga se sbaglio: un massimo di tre embrioni possono essere "inoculati" nel ventre materno, attraverso fecondazione omologa cioè utilizzando il seme del solo aspirante padre e l’ovulo dell’aspirante madre. Su detti embrioni non può essere svolta alcuna analisi medica; nel senso che "o la va o la spacca": un embrione malato, che porterà a un feto malato, ma quel che più interessa ad un neonato malato, dovrà essere utilizzato lo stesso. Qui arriva un’aberrante contraddizione: allora e solo allora che si sia stabilito che l'embrione malato si è evoluto in un feto malato, si potrà ricorrere all'aborto! Ricerca no, aborto sì? Ovviamente si può sempre optare, citando un brutto ma efficace luogo comune, per mettere al mondo un infelice...

Tutto questo, come dicevo e come confermano le cronache, altro non è se non una strategia per aggirare l'ostacolo dell'interruzione di gravidanza ponendo l'inizio della vita sempre prima nel tempo: quando la faccenda della fecondazione assistita troverà la sua codificazione naturale e laica, allora si farà un altro passo indietro e si ricorrerà all'idea che anche lo spermatozoo e l'ovulo siano persone e come tali vadano tutelate! Rimarranno soltanto i problemi teologici su come e quando battezzare questi corpuscoli aventi diritto. Con buone probabilità si sfrutteranno i consigli di Laurence Sterne, il quale così scriveva nel suo geniale "La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo": "Il signor Tristram Shandy (...) Chiede di sapere se, dopo la cerimonia del matrimonio, e prima della consumazione, battezzare tutti gli Homuncoli in una volta, zic-zac, per iniezione, non sarebbe un metodo ancora più rapido e sicuro. A condizione, come sopra, che se gli Homuncoli fanno il loro dovere e vengono felicemente al mondo in seguito, ognuno di loro sia ribattezzato (...) E la cosa si possa fare par le moyen d'une petite canulle e sans faire aucun tort au père (...)!

Chi scrive non ritiene che la vita umana cominci prima della nascita, che da tante e tali deformazioni vuole essere invece negata. Né mi sembra valido affermare che chi la pensa così debba dimostrare scientificamente la propria teoria, quando la teoria opposta – dio, anima e compagnia discorrendo – non sono affatto materia di esami scientifici.

La vita comincia quando l’individuo entra in rapporto con altri individui: il neonato incontra la madre, il padre e così via: pensare il contrario è sì un appiattimento della società su cui vigerebbe la sola regola divina, unica in grado di fare il bello e il cattivo tempo…

D’altro canto, il progresso si avvicina sempre di più alla vera scoperta dell’origine umana: frenarlo non servirà, come non serviranno le scuse quando tra cent’anni si vorranno riabilitare i vari Galilei che a questa scoperta saranno giunti!

"La Danza del Drago giallo"
una recensione

Mentore Riccio segnala un nuovo articolo
Corriere di Siena lunedì 15 dicembre 2003
di Caterina Aloisio
Una vicenda artistica e terapeutica tradotta in un volume, in un video e in opere pittoriche
IL PONTE CHE UNISCE ARTE E PSICHIATRIA
Presentato il libro di Fargnoli "La danza del drago giallo"

 
Un’immagine nota, un arco di pietra, sobrio, saldo ed essenziale, che si compenetra con una natura quasi incontaminata, sopra un fiume che scorre, tranquillo… Il ponte della Pia, immagine semplice e di grande potere evocativo, appare fra le prime sequenze del video “La danza del drago giallo”, realizzato dallo psichiatra senese Domenico Fargnoli in collaborazione con lo Studio Videodocumentazione di Siena. Quell’immagine, quasi metafora di un possibile ponte che unisca arte e psichiatria, se all’inizio trasmette un senso di calma e di pace, immediatamente, dietro al gioco sapiente della telecamera, si deforma e si scompone, quasi fosse un’immagine di sogno, scandita da un ritmo che sembra essere il battito di un cuore… e così turba la nostra quiete e da nota diventa sconosciuta.

“L’arte sconvolge il senso comune” - così recita la didascalia che introduce quel gioco di luci e di linee – “La bellezza non è consolazione per anime afflitte e tormentate”.

Di arte e del rapporto fra creazione artistica e ricerca psichiatrica si è parlato il 5 Dicembre scorso durante la presentazione del libro di Fargnoli, “La danza del drago giallo”, presso la Sala degli Specchi dell’Accademia dei Rozzi. L’evento, che ha suscitato notevole interesse, a giudicare dall’affluenza di pubblico, è stato curato dall’Associazione culturale “Senza Ragione”(www.senzaragione.it). Il volume, pubblicato dalla casa editrice Titivillus, specialista in opere di teatro, deriva il proprio titolo dall’omonimo testo teatrale in esso contenuto e da cui è stato tratto anche il video. Ma non solo: comprende anche un altro testo teatrale (“Una notte d’amore”, rappresentato più volte negli anni scorsi) e poi saggi, interviste, pensieri, poesie; infine circa cinquanta immagini di dipinti, sculture, disegni, che sono stati esposti a Firenze, nel mese di Ottobre, presso la Limonaia di Villa Strozzi. Chi, dunque, abbia pensato di trovarsi di fronte ad un classico testo di psichiatria, scritto con un linguaggio rigorosamente scientifico, per “addetti ai lavori”, è forse rimasto quantomeno sorpreso davanti ad un’opera così variegata. Eppure, come afferma l’Autore, essa è frutto di una ricerca approfondita, con salde basi teoriche e metodologiche, che apre nuove strade per esplorare il territorio dell’irrazionale. Terreno comune sia alla psichiatria, il cui oggetto specifico sono le dinamiche inconsce interumane, che all’arte, che si realizza nei “momenti imprevedibili del fare senza sapere”.Il lavoro di Domenico Fargnoli si basa sulla prassi originale di aver riunito intorno a sé un gruppo di persone, fra cui artisti, psichiatri, attori, con cui ha sperimentato e attuato forme di collaborazione artistica. Libro, video, opere plastiche e pittoriche, alcune delle quali esposte nella sala della prestigiosa Accademia senese, rappresentano i tre momenti di questa ricerca. Essi possiedono un intento narrativo, sono il racconto, come ha sottolineato l’Editore, di una vicenda artistica e terapeutica e, come ha aggiunto l’Autore, di un movimento collettivo che ha lasciato la traccia di una trasformazione

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lunedì 15 dicembre 2003

una mostra sulla psichiatria

Emilia.net Lunedì 15 Dicembre 2003 ore 11:17
REGGIO EMILIA
Inaugurata a Rubiera la prima mostra sulla psichiatria

Allestita presso la Multisala Emiro presso la Multisala Emiro


RUBIERA (RE, 14 dic. 2003) - Il sindaco di Rubiera, Anna Pozzi, ha inaugurato a Rubiera, presso la Multisala Emiro, la prima mostra internazionale dal titolo: "Quello che la gente non sa riguardo alla psichiatria". Davanti a più di duecento persone, il sindaco ha dichiarato a nome dei colleghi assessori: "E' dovere delle istituzioni affiancare e sostenere questo tipo di iniziative. Ogni tipo di abuso, nella psichiatria ma non solo, è visibile ancora oggi con le epurazioni etniche ed è un lato dell'umanità che tutti noi dobbiamo combattere. Non credo che l'uomo sia cattivo per natura, che sia malato per natura, o deviante di natura, credo da sempre che queste siano frutto di interessi economici micro e macro. Gli uomini non sono, per fortuna, tutti uguali, però la diversità comporta pazienza. E' più semplice sedersi davanti alla tv e lasciarsi trascinare, ma se cancelliamo il contatto diretto con le persone il rischio è che qualsiasi atteggiamento diverso può essere etichettato.
Qualsiasi iniziativa rivolta a sottolineare che i diritti umani non devono essere violati, né in maniera eclatante né in maniera più subdola, devono aiutarci a farci riflettere … senza nascondersi …. Chi può dire che il mondo in cui viviamo non è pazzo… Ringrazio l'associazione che ha curato questa mostra, grazie all' "Emiro Multiplex" (multisala cinematografica Emiro), grazie al Comune di Reggio Emilia, alla Provincia, al Comune di Sassuolo per la loro presenza e anche per il Patrocinio che hanno accordato a questa iniziativa. ..."
Dal 1700 la psichiatria tenta di trovare una causa alla cosiddetta "malattia mentale", praticando esperimenti nel nome della ricerca, dalla ricerca della razza "pura" del 1940 al farmaco per "guarire" l'iperattività.
La mostra è una denuncia visiva dall'origine degli ospedali psichiatrici con trattamenti brutali e coercitivi ai giorni nostri con l'abuso di psicofarmaci.
Oggi, negli Stati Uniti, sono più di sei milioni i bambini a cui vengono regolarmente prescritti farmaci psichiatrici che alterano la mente, per il "disturbo" dell'apprendimento e comportamentale chiamato Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività o ADHD. Due milioni di bambini assumono antidepressivi e farmaci antipsicosi. Stiamo parlando del 10% circa (in crescita) della popolazione in età scolastica, che fa uso di farmaci prescritti per qualche forma di malattia mentale. Alcuni parlano di crisi della gioventù, affermando che l'80% dei bambini che avrebbero bisogno di terapie per la salute mentale in effetti non le stanno ricevendo.
Oggi in Italia si parla di ADHD, di "malattia". Lo psicofarmaco usato per curare questa "fantomatica" malattia è stato approvato dal nostro Ministero della Salute; vi sono almeno due centri di sperimentazione attivi, mentre sedicenti organizzazioni scientifiche si stanno dando da fare per diffondere a medici, insegnanti e genitori il verbo secondo il quale questi fanciulli devono essere "curati".
Gli odierni programmi per la salute mentale nella comunità non rappresentano un grande miglioramento rispetto ai precedenti. Il trattamento delle persone con gravi problemi mentali si limita alla prescrizione di psicofarmaci che sono più dannosi dei loro predecessori. In altre parole, i giorni di Bedlam non sono finiti con lo svuotamento dei manicomi, si sono semplicemente spostati all'interno della società.
Al contempo, la psichiatria ha reso popolare la pratica del consumo di psicofarmaci per migliorare la salute mentale. Il risultato è stata un'esplosione dell'uso di farmaci psicotropi nella società in generale.
Insieme al Sindaco di Rubiera hanno tagliato il nastro l'assessore alla cultura del Comune di Reggio Emilia, il sindaco del Comune di Canossa, l'assessore Vincenzi delegato dal Sindaco del Comune di Sassuolo ed altri Consiglieri Comunali di Modena e provincia.
[...]
La mostra rimarrà in esposizione all'Emiro Multisala fino al 17 dicembre 2003. E' aperta nei giorni feriali dalle 19,45 alle 23,00 e sabato e domenica dalle 14,45 alle 23,00.
Ad oggi la mostra è stata visitata da 2000 persone entusiaste e al contempo shockate dalle raccapriccianti verità apprese
[...]

Lauryn Hill su pedofilia e preti: scandalo in Vaticano

La Repubblica 15.12.03
L'artista spiega il suo proclama anticlericale al concerto di Natale nell'Aula Nervi
"Non faccio la brava ragazza neanche se canto in Vaticano"
Lauryn Hill: ho solo voluto dire la verità
Non ho chiesto io di venire, spero abbiano capito i riferimenti alla tragedia della pedofilia e l'invito a pentirsi
di CARLO MORETTI


ROMA - Il mattino dopo il clamoroso j'accuse in Vaticano contro la leadership della Chiesa e contro quei preti pedofili che hanno tradito la fiducia dei fedeli che credevano in loro, Lauryn Hill riparte di buon'ora per l'America. Ma, prima che metta piede sull'aereo che la porterà a New York, accetta dopo qualche momento di ritrosia di parlare di quanto è avvenuto la sera prima nella sala Nervi, di fronte a 7 mila e 500 spettatori e a tanti cardinali e vescovi che tutto si sarebbero aspettato dalla cantautrice americana, tranne che li ricoprisse di insulti. Un discorso durissimo subito criticato dalla conduttrice della serata Cristina Parodi che l'ha definito «un comizio forte e polemico», chiedendo poi scusa «al clero e a chiunque si fosse sentito offeso». Una pronta reazione che è stata molto elogiata dal Vaticano.
Signora Hill, perché ha accettato l'invito a partecipare al Concerto di Natale in Vaticano se dice di non riconoscersi nella leadership della Chiesa di Roma?
«Non ho bussato io alla porta del Vaticano chiedendo di cantare al Concerto di Natale. Sono stata invitata con pressanti richieste che sono continuate anche dopo aver spiegato che non sarei venuta per fare qualcosa che mi fosse richiesto ma per rappresentare me stessa per come sono, come artista e come persona. Sono stata chiara su questo punto, ma chi mi ha invitato ha continuato a farlo anche dopo questa mia puntualizzazione. Erano tre anni che mi arrivavano richieste per una mia partecipazione, quest´anno si sono fatte più pressanti ed ho accettato».
Dicono che lei si è comportata da «grande maleducata», dicono che non si accetta un invito per poi sparlare dell´ospite in casa sua?
«Maleducata? Io ho detto soltanto la verità, ma forse dire la verità è diventato un affare da maleducati».
Il fatto è che nessuno si aspettava un proclama in un concerto come quello in Vaticano, per tradizione molto paludato: va in onda la sera di Natale?
«Quello che ho detto è, in sintesi, un invito al pentimento. E il pentimento è esattamente ciò che ho cantato in diverse forme nelle canzoni del mio ultimo album unplugged. Dunque ho ripetuto, esprimendolo a parole, ciò che ho già detto nelle mie canzoni: se qualcuno mi invita deve conoscere le cose che canto, altrimenti perché lo fa?».
Forse il suo intervento verrà tagliato dalla registrazione prima della messa in onda?
«È nel pieno diritto degli organizzatori di farlo».
Quando ha deciso che avrebbe letto quel discorso?
«A questa domanda mi sembra di avere già risposto. Ma mi spiegherò meglio. Viviamo in un sistema di comunicazione per cui tutto deve essere vendibile, inscatolabile, catalogabile: dunque si invita Lauryn Hill e si pretende da Lauryn Hill che si comporti come la brava ragazza carina che viene a cantare le sue canzoni carine al concerto di Natale. Io non ho chiesto di venire, sono stata insistentemente invitata, non sono io a dover fare un passo di cambiamento verso chi mi invita, dovrebbe avvenire il contrario. Io sto crescendo, imparo dai miei sbagli, cerco di rendermi migliore e di seguire Dio. È finito il tempo in cui mi sentivo costretta ad essere come gli altri volevano che io fossi. Diciamo che hanno voluto invitare a un concerto formale una persona informale».
Perché tra tanti temi di cui poteva parlare lei ha scelto proprio la pedofilia? C'è in questa decisione anche qualche ragione personale? Ha conosciuto persone coinvolte nello scandalo in America?
«Tutti noi abbiamo conosciuto persone coinvolte nello scandalo della pedofilia in America. Chi in Vaticano non ha voluto capire le cose che ho detto, chi ha voluto ignorare il riferimento alla pedofilia e l'invito al pentimento, sarebbe sordo a qualsiasi verità scomoda. Se qualcuno lancia l'allarme per un palazzo in fiamme, chi scappa si lamenterà per il dolore al collo, per la slogatura della caviglia, soltanto quando sarà fuori vedendo la grandezza dell'incendio potrà essere riconoscente».
Lei parla per immagini, come i profeti?
«Anche Bob Marley è stato a lungo frainteso, in vita e anche dopo. Poi sono andati a rileggere i suoi testi. In molti alla fine hanno capito?».

IL DISCORSO
"Quante famiglie mandate in rovina dagli abusi di coloro in cui credevano"


ROMA - Quello che segue è il passaggio contro la pedofilia nel discorso di Lauryn Hill durante la registrazione del Concerto di Natale in Vaticano: «Mi dispiace se qualcuno di voi si sente offeso o se si aspettava qualcosa di diverso. Ma vi chiedo: cosa dire delle vite di quanti sono stati offesi da voi? Quelle famiglie che si aspettavano di ricevere Dio e invece sono state fregate da Satana? Chi si dispiace per loro, per gli uomini, per le donne e per i bambini danneggiati psicologicamente, emozionalmente, mentalmente dalla perversione sessuale e dagli abusi di coloro in cui essi credevano? Vite del clero dissipate inseguendo cose innaturali. Famiglie lasciate andare in rovina dopo una vita di investimenti in false speranze».

storie dell'uomo
l'imposizione del cristianesimo a Milano

Corriere della Sera 15.12.03
LE FEDI IL CRISTIANESIMO DI AMBROGIO DOVETTE IMPORSI IN UN CONTESTO DI TRANSIZIONE, RICCO DI SPINTE CONTRADDITTORIE
Culti egizi, paganesimo, eresia ariana: qui c’era un puzzle religioso
di Gian Guido Vecchi


«Non da molto tempo la Chiesa milanese aveva introdotto questa pratica consolante e incoraggiante, di cantare affratellati, all’unisono delle voci e dei cuori, con grande fervore. Era passato un anno esatto, o non molto più, da quando Giustina, madre del giovane imperatore Valentiniano, aveva cominciato a perseguitare il tuo campione Ambrogio, istigata dall’eresia in cui l’avevano sedotta gli ariani...». La cronaca migliore delle tensioni religiose nella Milano del IV secolo la offre il più grande genio e scrittore della cristianità. È nelle "Confessioni" che Agostino, appena arrivato a Milano per essere battezzato con l’amico Alipio e il figlio Adeodato («frutto del mio peccato», scrive, salvo aggiungere con orgoglio e amore paterno: «Era appena quindicenne, e superava per intelligenza molti importanti e dotti personaggi...»), descrive lo stato d’animo della cristianità «ortodossa» alle prese con l’eresia, «vigilava la folla dei fedeli ogni notte in chiesa, pronta a morire con il suo vescovo, il tuo servo». Periodo ricco e convulso, il quarto secolo. Nell’anno 313, con l’Editto di Milano, Costantino aveva riconosciuto il cristianesimo come uno dei culti ammessi, i concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381) avevano definito i capisaldi del Credo distinguendo l’ortodossia dalle credenze «eretiche» e nel 380, infine, l’editto di Tessalonica aveva fatto del cristianesimo la sola religione dell’Impero. Ma le eresie restavano più che mai vivaci, specie in una città ancora più cosmopolita di quanto non sia oggi, un crogiuolo di popoli e tradizioni, dallo gnosticismo al culto egiziano di Iside, «regina dagli innumerevoli nomi».
Lo stesso Agostino aveva aderito in gioventù al manicheismo. Ma è l’arianesimo a preoccupare più di tutti il vescovo Ambrogio. Ario negava la «consustanzialità» di Padre e Figlio che si sarebbe definita una volta per tutte a Nicea. Ma l’arianesimo prospera e a Milano il momento di massima tensione comincia giusto nel 386, l’anno prima del battesimo di Agostino. La corte imperiale, filo-ariana, insedia un vescovo ariano ed esige una basilica per il culto, i soldati arrivano a circondare la basilica Portiana. Dietro tutto questo c’è una questione essenzialmente politica, oltre che religiosa: gli ariani sono tutt’uno con la corte, Ambrogio rivendica con forza l’indipendenza della Chiesa dal potere imperiale in materia di culto.
Dopo il battesimo, nella notte di Pasqua tra il 24 e il 25 aprile 387, Agostino farà ritorno in Africa. L’inizio del quinto secolo vede la nascita di capolavori che fondano il pensiero cristiano, dalle "Confessioni" (400) al "De Trinitate" (400-416) e il "De Civitate Dei" (413-426). La lotta alle eresie si fa serrata - ariani, manichei, domatisti, pelagiani. Negli occhi c’è sempre l’esperienza milanese, i fedeli che custodivano l’ortodossia pregando nelle chiese, «là mia madre, ancella tua, che per il suo zelo era in prima fila nelle veglie, viveva di preghiere. Noi stessi, sebbene freddi ancora del calore del tuo spirito, ci sentivamo tuttavia eccitati dall’ansia attonita della città».

Corriere della Sera 15.12.03
L’incontro lento tra un pastore e un innovatore
di Armando Torno


L’incontro tra Ambrogio e Agostino dobbiamo immaginarcelo lento, meditato. Per due anni, tra il 384 e il 386, il futuro autore delle "Confessioni" ascoltò le prediche al popolo di questo vescovo dal corpo gracile e dallo spirito indomabile. Al battesimo del 387 ci arrivò costruendo la sua fede ogni giorno, cercando di lasciarsi alle spalle i turbolenti scolari di Cartagine, le illusioni del sapere dell’Accademia che aveva toccato con mano a Roma (Cicerone e Carneade non cercavano la verità ma il più probabile), la poca moralità dei manichei e infine la retorica. Agostino tornò alla fede della fanciullezza, ma con l’energia che gli ha insegnato Ambrogio. Ambrogio offre ad Agostino una fede forte, sebbene la cultura del discepolo sia ancora permeata dal materialismo manicheo. Crede, ma non conosce la pace intellettuale. È ad esempio convinto che Dio sia spirito, ma non riesce a concepirlo in tal modo; avverte l’importanza della libertà, ma non capisce come sia possibile. Il suo camminò si illuminerà leggendo le "Enneadi" di Plotino. Nel VII libro delle "Confessioni" egli ci racconta la discesa nel suo intimo: «Entrai e vidi con gli occhi dell’anima, qualunque fossero, vidi al di sopra di essi e al di sopra della mia intelligenza una luce immutabile». Capì anche che ogni sostanza, in quanto tale, è buona e che il male altro non è che la privazione del bene: per questo non può essere un primo principio. Intuì infine - e questa è la forza che gli dà Ambrogio - che tutte queste considerazioni possono anche diventare superbia. Il vescovo di Milano gli aveva anche instillato il bisogno di accordare gli atti dell’esistenza con le risorse della fede. Ci sarà poi un momento in cui la sua vita si confonderà con le opere, mentre quella di Ambrogio sarà un modello pastorale. Agostino è un oceano di idee, di contaminazioni, di suggerimenti per tutta la storia che verrà; quando Ambrogio lo convertì non c’era ancora una teologia latina vera e propria, dopo Agostino saranno necessari secoli per interpretarla, applicarla, viverla. Senza Agostino la filosofia occidentale sarebbe più povera di idee intorno al tempo, al male, all’utopia. Insomma, avrebbe parlato diversamente di Dio. Petrarca e Lutero, il giansenismo di Pascal e molte intuizioni rinascimentali (Platone si lesse sovente passando dalle sue pagine), solo per fare clamorosi esempi, sarebbero diversi senza Agostino. Infine, le riflessioni di Heidegger sull’essere e la temporalità prendono le mosse da lui, da questo santo che capì l’importanza di cambiarne la concezione. La vera sconfitta del paganesimo sarebbe passata appunto attraverso una diversa visione del tempo. Impossibile valutare a fondo la sua opera. L’editrice Città Nuova di Roma il prossimo anno terminerà di pubblicare tutto quanto Agostino ci ha lasciato, sia nel testo originale latino sia - per la prima volta - in traduzione italiana: saranno circa 50 mila pagine. Chi avrà la pazienza di sfogliarle, si accorgerà che anche una semplice lettura dei titoli dei paragrafi equivale a un ripasso della civiltà occidentale.

scriteriato eurocentrismo neocolonialista

La Stampa 15 Dicembre 2003
INCONTRO CON ABDELWAHAB MEDDEB, LO STUDIOSO FRANCO-TUNISINO DIRETTORE DELLA RIVISTA «DÉDALE»
L’illuminismo può guarire l’Islam
di Francesca Paci


TORINO. SAMUEL Huntington: chi era costui? «I fondamentalisti hanno sfidato l’Occidente trent’anni prima che il luminare americano teorizzasse lo scontro delle civiltà». Parola dello studioso franco-tunisino Abdelwahab Meddeb, che a Parigi dirige la rivista internazionale "Dédale" e insegna letteratura comparata all'università di Paris X-Nanterre, in Italia per presentare il suo ultimo saggio "La malattia dell’Islam" (Bollati Boringhieri). La tesi della contrapposizione culturale però, non esaurisce le forze in campo. «C’è un secondo conflitto che lacera dall’interno il mondo musulmano, laici contro radicali. La posta in palio è l’interpretazione del Corano e il controllo di un miliardo di persone». Ieri, nella Striscia di Gaza, 20 mila palestinesi hanno ricordato il sedicesimo anniversario del movimento di resistenza islamica Hamas invocando la Jihad, la guerra santa. Altri sognano la pace disegnata a Ginevra.
L’Islam è malato d’integralismo, diagnostica Maddeb. «L’unico antidoto è l’Illuminismo, che ha guarito già il Cattolicesimo dall’intolleranza religiosa». Sembra facile. La comunità del Profeta Maometto comprende il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi e l’imam di Fuengirola Mohamed Kamal Mostafa, autore del decalogo su come picchiare la moglie indomita. «La chiave di volta è la contraddizione. L’Islam dell’età dell’oro sapeva produrre civiltà talmente elevata da assorbire le sacre scritture. Innovazione e tradizione in gioco dialettico fino alla sintesi dei filosofi Averroé e Avicenna» E oggi? «I nostri giovani sono istruiti ma non hanno cultura. Le università del Cairo, Casablanca, Algeri, non producono scienza dal XVII secolo e la tecnica appresa dai ragazzi negli atenei occidentali diventa nelle loro mani un’arma di vendetta». Come l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York.
La Francia assorbe il colpo dei figli ribelli delle banlieu che rivendicano la liberté dell’orgoglio musulmano e rende legge la laicità dello Stato. Una misura saggia, secondo Maddeb. Ma fuori tempo massimo. «Il rischio della deriva dogmatica accompagna la storia dell’Islam dall’inizio, come l’antigiudaismo. Sapevate che già ai tempi del Profeta gli ebrei renitenti al nuovo messaggio venivano emarginati? Fino alla nascita d’Israele la corrente umanista ha sempre avuto la meglio. Nel 1948 è cambiato tutto: l’Islam radicale ha coniugato la frustrazione del mondo arabo per l’espropriazione della propria terra con la peggior lezione del nazismo europeo. Da allora la situazione è rovinata». Un’ipotesi audace: l’Islam avrebbe riscattato dunque la cattiva coscienza antisemita dell’Occidente? Il professore scuote preoccupato i folti capelli tagliati a Parigi, cortissimi sulla nuca e scalati intorno al volto: «L’Islam ha dichiarato guerra al resto del mondo perché protettore del suo nemico sionista. L’attuale caccia all’ebreo avviene nel nome di Allah». Una prospettiva ribaltata rispetto a quella degli attivisti filopalestinesi che una settimana fa sul sito israeliano di Indymedia apparentavano il premier Ariel Sharon ad Adolf Hitler.
La malattia dell’Islam è contagiosa, ammonisce Abdelwahab Meddeb. Dall’Europa al Medio Oriente. «In Israele cresce una corrente ortodossa che va in direzione opposta alla grande cultura ebraica del passato ed apre le porte all’integralismo». Non ci sono molte alternative: «Un nuovo Illuminismo internazionale o l’allargamento dello scontro delle civiltà».

domenica 14 dicembre 2003

Marco Bellocchio
a Piacenza, a Milano e a Roma il 18

LIBERTÀ 13.12.03
Una Santa Lucia con Bellocchio
Oggi all'Iris 2000 nuovo abbraccio della città al regista piacentino


Nuovo appuntamento con Marco Bellocchio a Piacenza. Stavolta il regista piacentino di "Buongiorno, notte" presentato alla Mostra di Venezia con grande successo ed in altri festival mondiali, arriva con... Santa Lucia. Alle 18 di oggi infatti reincontrerà la cittadinanza alla multisala Iris 2000 dove era già venuto lo scorso 26 novembre. Parteciperanno all'incontro Dario Squeri, presidente della Provincia che cura l'iniziativa, e critici cinematografici come Paola Malanga, Tullio Masoni, che ha curato la recente mostra artistica di Bellocchio allo Spazio Edison di Parma, Enrico Nosei, direttore della Cineteca Italiana di Milano, Emanuela Martini e Lorenzo Pellizzari di di Ciak. L'appuntamento sarà un'altra occasione per parlare di Bellocchio, della sua vita, del suo cinema, della sua Piacenza e si proietterà un video, realizzato dalla Provincia (ne è regista Roberto Dassoni), sui contenuti e i significati della produzione di Bellocchio. Accompagnerà i piacentini verso la sala cinematografica di inizio Corso una multivisione di foto, prese dalla vita e dai lavori del regista, proiettate direttamente sui palazzi di un lato di Piazza Cavalli, a formare un “sentiero” di immagini che suggerisca la coralità dell'omaggio e a rappresenti, simbolicamente, l'abbraccio e l'orgoglio di Piacenza. «L'iniziativa vuole essere - ha detto Squeri - presentandola qualche giorno fa - un modo per dire grazie, a nome della nostra comunità, ad un grande piacentino che non ha mai rinnegato le sue radici e che ha illustrato la sua terra sia con un'attività artistica di grande rilievo, sia con una esperienza umana che si è sempre connotata per la coerenza e per la difesa della libertà».
© 1998-2002 - LIBERTA'

Corriere della Sera 13.12.03
CINEMA / «A viso scoperto»
Dalla mattina a mezzanotte i film italiani sul terrorismo


Milano. Una maratona cinematografica è in programma oggi nella Sala Settecento all’Auditorium, dalle 10 a mezzanotte con ingresso libero, sotto il titolo «A viso scoperto: autori, film italiani, terrorismo». Il progetto, in collaborazione con Cinecittà Holding, è curato da Mimmo Calopresti e Mario Sesti. Sono sei le pellicole in programma: «Colpire al cuore» del 1983 (nella foto, Laura Morante) di Gianni Amelio, «Segreti, segreti» (1984) di Giuseppe Bertolucci, «Roma, Paris, Barcellona» (1989) di Paolo Grassini e Italo Spinelli, «La seconda volta» (1995) di Mimmo Calopresti, «La mia generazione» (1996) di Wilma Labate, «Vite in sospeso» di Marco Turco (1998). Alla presentazione, ci saranno fra gli altri il sindaco Walter Veltroni, Mario Martone, Marco Bellocchio, Silvio Orlando, Luigi Lo Cascio, Ennio Fantastichini e Claudio Amendola.
Attraverso le immagini, sarà offerto al pubblico uno spaccato sul modo nel quale il cinema italiano, fino dagli anni Ottanta, ha guardato con attenzione alla lacerazione politica e sociale più profonda e sanguinosa che la nostra società abbia conosciuto dalla fine della guerra ad oggi: il terrorismo. Autori, giornalisti, attori accompagneranno la proiezione di film che dimostrano come l'ideologia della violenza possa essere osservata con intelligenza, determinazione, fermezza, tenerezza, pietà. Nel foyer verrà proiettato, insieme a materiali di documentazione dell'epoca, «Nome di battaglia Bruno» di Bruno Bigoni.
PARCO DELLA MUSICA dalle ore 10 a mezzanotte, viale De Coubertin 15,
tel. 06.80242350


Il Messaggero 12.12.03
“Roma film festival”, un inno a Cinecittà lungo 80 film
di ROBERTA BOTTARI


Un inno a Cinecittà, ospiti come Abel Ferrara, ottanta film, quattro anteprime, eventi speciali e retrospettive: il Roma Film Festival ha molto da offrire. L’ottava edizione di questa manifestazione, presentata in Campidoglio dall’assessore Borgna, è dedicata alla storia degli studios romani, che dal 1937 ospitano i grandi maestri. Per questo ci sarà anche Abel Ferrara: l’assai dibattuto regista americano girerà a Cinecittà (all’inizio del prossimo anno) Go Go Hotel. E nel cast ha voluto Asia Argento e Harvey Keitel. Ferrara presenterà anche un ritratto che gli ha dedicato il regista franco-iraniano Rafi Pitts, dal titolo "Abel Ferrara: not guilty". Il Festival (dal 15 al 22 dicembre fra i cinema Nuovo Olimpia e Quattro Fontane ) è presieduto da Adriano Pintaldi e ha come tema “il mito e il luogo”, cioè lo spazio reale e immaginario, il paesaggio e il set.
La retrospettiva “Viva Cinecitta!”, come ha dichiarato Pintaldi, «era obbligatoria, dopo che negli anni scorsi sono state presentate le monografie di maestri come Monicelli e Bertolucci». Fra i titoli della retrospettiva, "Dora Nellson" di Mario Soldati, "Scipione l'africano", "Fuga a due voci" di Carlo Ludovico Bragaglia (film caduto nell’oblio), "La ricotta" di Pier Paolo Pasolini, "Gangs of New York" di Scorsese. Quattro le anteprime: "The five obstructions" - Le cinque variazioni di Lars Von Trier e Jorgen Leth, "In America" di Jim Sheridan, "The Tulse Luper Suitcases - Episode 3 Antwerp" di Peter Greenaway e "Baramnam Gajok" di Sang-soo Im. Nelle sette sezioni del Festival non manca un tributo a Marco Bellocchio, con un incontro dopo la proiezione di "La religione della storia" e "Sogni infranti", due documentari sugli anni di piombo [giovedì 18 all Nuovo Olimpia?] e un omaggio a Vittorio De Seta. Nella sezione ufficiale si segnalano i catalani Joaquim Jordà e Marc Recha, gli italiani Tonino De Bernardi (con "Serva e padrona") e Corso Salani, i maestri Alexandr Sokurov e Joao Cesar Monteiro, gli sperimentali Jean Jaques Rousseau e registi delle precedenti edizioni come Vincent Dieutre e Margarida Gil.

Marco Bellocchio festeggiato ieri sera a Piacenza

Libertà 14.12.03
MULTISALA IRIS
Il regista, presente con la famiglia, omaggiato dalla Provincia con un riuscito gala
Bellocchio: il grazie di Piacenza
Video di Dassoni, parole, emozioni e premi: una vera festa
di Oliviero Marchesi


Dicono che sia stata proprio un'improvvisata, come quando si prepara una festa a un amico senza dirgli nulla in anticipo e attirandolo sul posto con vaghi pretesti. Se così è, il regalo che una Provincia di Piacenza improvvisatasi Santa Lucia ha fatto ieri pomeriggio a Marco Bellocchio è riuscito decisamente bene, a giudicare dalla sorpresa vera (e anche dalla contentezza) che si leggeva in faccia al festeggiato. Soprattutto perché il regalo era bello davvero: un incontro fra il regista e il pubblico della sua Piacenza alla Multisala Iris (in una gremita Sala Europa) per la proiezione di "Buongiorno, Marco": un video su di lui commissionato dalla Provincia e girato dal giovane regista concittadino Marco Dassoni col montaggio di Davide Signaroldi (il titolo cita quello di "Buongiorno notte", l'ultimo, fortunatissimo film di Bellocchio sul caso Moro). "Buongiorno, Marco" non è solo un bel film, ma è un lavoro che tutti gli studiosi di cinema interessati alla figura di Bellocchio dovrebbero vedere. Questo perché riesce a parlare del grande cineasta in modo realmente inedito: e lo fa esplorando i luoghi della sua infanzia e adolescenza (non tanto la Piacenza degli inverni in collegio, quando la Bobbio delle vacanze estive e degli anni avventurosi) per contestualizzare la sua opera, giustapponendo frammenti dei suoi film (in un'emozionante, vertiginosa carrellata ci sono praticamente tutti i lungometraggi da "I pugni in tasca" a "Buongiorno, notte", col domestico "Vacanze in Valtrebbia" a fare da filo conduttore) alle facce e ai ricordi di chi lo conosce bene. Ci sono i fratelli (Piergiorgio, Alberto, Violetta e Letizia), l'attore-feticcio Gianni Schicchi (in gran forma), gli amici Beppe Ciavatta, Sandro Ballerini, Anna Bianchi, Giancarlo e Tilde Cella, Gilda Levi Minzi, Aldo Galleti, ciascuno con le sue memorie. Ci sono i bei versi di Lucia Cerri (elogiati da Bellocchio) e la voce narrante di Rita Nigrelli. C'è la meravigliosa, struggente musica appenninica e partigiana degli Enerbia. Luce in sala, applausi. «Gli avevo detto solo che lo avremmo invitato per una bicchierata» ammicca il presidente della Provincia Dario Squeri, maestro di cerimonie della serata, che invita accanto a sé quattro critici cinematografici, ciascuno dei quali rende omaggio a Bellocchio con rapide notazioni estetiche e soprattutto con aneddoti: Tullio Masoni, Enrico Nosei, Emanuela Martini e Lorenzo Pellizzari (che pronuncia un'autocritica deliziosa: «Lo ammetto: stroncai "I pugni in tasca". Ma c'era un motivo profondo: il film è un incitamento al matricidio e io, all'epoca, nutrivo una forte propensione per quel delitto»). E poi parla lui, l'Omaggiato, lieto e davvero senza parole: «Ringrazio tutti - riesce a dire - e faccio i complimenti all'autore di questo video. Su di me era già stato realizzato un documentario, a ridosso della presentazione a Venezia di "Buongiorno, notte", ma era troppo serio: questo, per la strada che ha scelto, è più bello». Il finale della cerimonia, mentre i presenti fanno ressa al buffet, è un tenero tourbillon di festeggiamenti, come accade nelle rimpatriate ben riuscite. C'è la consegna al regista, da parte del vicesindaco di Bobbio Sergio Bellocchio (parenti? «Sì, alla lontana»), di una targa da parte dell'associazione disabili Lusai per il film collettivo "Tutti o nessuno (meglio noto come "Matti da slegare") girato con Rulli e Petraglia nel 1975. C'è la “foto di famiglia” di Marco coi fratelli. E ci sono le evasive confidenze che il maestro fa su due progetti registici in corso. Il primo è il "Rigoletto" che, in una produzione della Fondazione Toscanini, andrà in scena a marzo al nostro Municipale (e che sembra sia stato già “venduto” a teatri stranieri, interessati a metterlo in scena). «Presto - dice - dovrò affrontare in modo definitivo il problema della messa in scena di questo "Rigoletto". Posso comunque confermare che sarà una regia senza stravolgimenti». Il secondo è "Il regista di matrimoni", il nuovo film: «Ho lavorato molto al soggetto - dice il regista - ma per ora non posso anticipare nulla, se non che si è fatta più concreta la mia speranza di avere come protagonista Sergio Castellitto: sarebbe bellissimo tornare a girare insieme dopo "L'ora di religione"».

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