La Stampa 19 Febbraio 2004
MARCO BELLOCCHIO E CESARE BATTISTI: I FRANCESI CI GIUDICANO
BUONGIORNO ITALIA
di Cesare Martinetti
MARCO Bellocchio e Cesare Battisti sono i due italiani di cui più si parla in questi giorni a Parigi. Bellocchio è il regista di "Buongiorno notte", il film che ricostruisce e rielabora i 55 giorni di reclusione di Aldo Moro nella «prigione del popolo» delle Brigate rosse osservati dal punto di vista dei quattro carcerieri. Ricostruzione libera, ma realista e spietata («Ha capito di noi cose che noi stessi non avevamo compreso», ha detto Adriana Faranda, una delle brigatiste del caso Moro, citata da Libération) nel mostrare - ha spiegato lo stesso Bellocchio a Le Monde - «la perversa normalità di persone capaci di uccidere a sangue freddo nel nome di un'idea, la loro disumanità totale».
Battisti è l'ex fondatore e leader dei «Pac» (proletari armati per il comunismo), una delle formazioni degli anni di piombo a Milano, responsabile di quattro omicidi e tre ferimenti, condannato a due ergastoli, da ventitré anni latitante di cui tredici a Parigi dove s'è ricostruito una vita e un'identità di scrittore. Giallista, molto apprezzato, pubblicato anche da Gallimard (e in Italia da Einaudi), rielaboratore di storie nere nelle quali fa da sfondo il passato di terrorista e il tumulto sanguinario di quegli anni lontani. Battisti è stato arrestato qualche giorno fa e nel carcere della Santé attende di sapere se ci sarà un nuovo processo (dopo quello che nel '91 respinse la domanda italiana di estradizione) e se dovrà tornare in patria a scontare le sue condanne.
L'Italia e il terrorismo sono due temi che appassionano molto i francesi, fanno colare fiumi di inchiostro, lacerano e dividono, ma soprattutto rivelano quanto siano contradditori, fantastici, addirittura mitologici immagine e giudizi sul nostro paese. Da una parte il bel film di Marco Bellocchio che fa scrivere a Marc Semo su Libération: «Questi terroristi che si arrogavano il diritto di vita e di morte ci sembrano orribili... sul piano politico la loro sconfitta fu totale». Dall'altra la vicenda Battisti, «vittima della vendetta delle camice nere», scrive la stessa Libération che nell'editoriale di ieri attacca il governo francese per l'arresto del terrorista-scrittore: «...è la berlusconizzazione dello spirito giudiziario... si confonde la sanzione con la vendetta». Ora chiunque sappia minimamente come vanno le cose in Italia, sa che parlare di «berlusconizzazione» della giustizia più che sbagliato è ridicolo.
Ora come si puo' allo stesso tempo esaltare il film di Bellocchio che racconta soprattutto - e finalmente - il delirio isolato e sanguinario di «giovani fanatici» (ancora Libération) e al tempo stesso scandalizzarsi se un paese (da sempre e non da quando Berlusconi è al governo) reclama l'estradizione di un condannato per eseguire una legittima sentenza? La spiegazione la leggiamo su l'Humanité che dedica tre pagine al caso: «Battisti è stato condannato nell'87 da un giudice speciale - un tribunale militare - riservato ai processi contro i militanti dell'estrema sinistra». Per far tornare i complicati conti italiani, ai francesi piace pensare che l'Italia degli anni 70-80 fosse come il Cile di Pinochet. Alla faccia di Bellocchio che non se n'era accorto
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 19 febbraio 2004
la religione americana:
le nuove liturgie
Virgilio Notizie (APCOM) 19.2.04
USA, NUOVE TENDENZE: SI PREGA AL BAR INVECE CHE IN CHIESA
18/02/2004 - 20:20
Preti musicisti e pubblico di credenti, nuovi modi di preghiera
New York, 18 feb. (Apcom) - Al Bluer di Minneapolis da quattro anni, una volta a settimana, il palcoscenico sul quale si esbiscono gruppi di musica rock e country si trasforma in un pulpito "sui generis". Grazie ad un prete innovatore, John Musick - un cognome del tutto casuale ma perfetto per la situazione - i giovani della città del Minnesota si avvicinano alla religione a ritmo di musica.
T-shirt e blue jeans, seduto alla batteria, il prete intrattiene il pubblico a suon di chitarra. Ma secondo la ricostruzione fornita dal New York Times, il fenomeno sta dilagando in tutto il paese. Le cosidette chiese "emergenti" o "post-moderne" potrebbero rappresentare un nuovo modo di vivere la religione negli Stati Uniti.
Le congregazioni di questo tipo, secondo l'indagine del quotidiano statunitense, seguono l'evangelismo della chiesa protestante e possono utilizzare anche altri metodi per avvicinare nuovi proseliti. Il giornale, citando gli esempi di due congregazioni sttaunitensi, una a Houston in Texas, Ecclesia e l'altra a Santa Cruz in California, scopre il successo dell'operazione. La prima raccoglie grazie alle arti decorative, oltre 400 persone ogni domenica. Chris Seay, 32 anni, e' il prelato che segue le attivita', le persone dipingono ispirate dalla religione.
A Denver si riuniscono allo "Scum of the Earth", letteralmente la feccia del mondo, mangiano pizza e ascoltano musica mixata da un deejay. In alcuni casi vengono rispolverati i rituali religiosi della Chiesa romana prima dell'Illuminismo. Il tutto per avvicinare in un modo singolare nuovi fedeli.
Una crisi di rigetto per le mega cattedrali costruite negli anni ottanta e novanta, luoghi in cui le persone non riescono a trovare la giusta concentrazione e non riesce a pregare in maniera profonda. Secondo il Times e' arrivato il momento in cui i giovani rampanti, rimasti delusi dal mondo del lavoro e dalla crisi finanziaria, cercano di ritrovarsi in un gruppo ristretto di persone di fiducia.
copyright @ 2004 APCOM
USA, NUOVE TENDENZE: SI PREGA AL BAR INVECE CHE IN CHIESA
18/02/2004 - 20:20
Preti musicisti e pubblico di credenti, nuovi modi di preghiera
New York, 18 feb. (Apcom) - Al Bluer di Minneapolis da quattro anni, una volta a settimana, il palcoscenico sul quale si esbiscono gruppi di musica rock e country si trasforma in un pulpito "sui generis". Grazie ad un prete innovatore, John Musick - un cognome del tutto casuale ma perfetto per la situazione - i giovani della città del Minnesota si avvicinano alla religione a ritmo di musica.
T-shirt e blue jeans, seduto alla batteria, il prete intrattiene il pubblico a suon di chitarra. Ma secondo la ricostruzione fornita dal New York Times, il fenomeno sta dilagando in tutto il paese. Le cosidette chiese "emergenti" o "post-moderne" potrebbero rappresentare un nuovo modo di vivere la religione negli Stati Uniti.
Le congregazioni di questo tipo, secondo l'indagine del quotidiano statunitense, seguono l'evangelismo della chiesa protestante e possono utilizzare anche altri metodi per avvicinare nuovi proseliti. Il giornale, citando gli esempi di due congregazioni sttaunitensi, una a Houston in Texas, Ecclesia e l'altra a Santa Cruz in California, scopre il successo dell'operazione. La prima raccoglie grazie alle arti decorative, oltre 400 persone ogni domenica. Chris Seay, 32 anni, e' il prelato che segue le attivita', le persone dipingono ispirate dalla religione.
A Denver si riuniscono allo "Scum of the Earth", letteralmente la feccia del mondo, mangiano pizza e ascoltano musica mixata da un deejay. In alcuni casi vengono rispolverati i rituali religiosi della Chiesa romana prima dell'Illuminismo. Il tutto per avvicinare in un modo singolare nuovi fedeli.
Una crisi di rigetto per le mega cattedrali costruite negli anni ottanta e novanta, luoghi in cui le persone non riescono a trovare la giusta concentrazione e non riesce a pregare in maniera profonda. Secondo il Times e' arrivato il momento in cui i giovani rampanti, rimasti delusi dal mondo del lavoro e dalla crisi finanziaria, cercano di ritrovarsi in un gruppo ristretto di persone di fiducia.
copyright @ 2004 APCOM
il professor Oliveiro e signora
ci spiegano la mente e la sua evoluzione
Repubblica 19.2.04
Guidare piccoli e grandi nella strada della vita non è facile: ecco un manuale per un aiuto in più seguendo lo sviluppo cerebrale
Studiate la mente dei vostri figli
Dal neonato al bambino all'adolescente: ecco le tappe
"Il cervello è come un coltellino svizzero: ha strati che si sviluppano secondo l'età"
Sapere cosa vedono, come pensano, perché urlano, piangono o ridono è indispensabile
di AMBRA SOMASCHINI
ROMA - Essere genitori significa imparare a seguire lo sviluppo cerebrale dei figli. Vuol dire coltivare, selezionare le attitudini, aiutarli ad allenare e mettere in fila i pensieri. Perché il lungo viaggio del cervello, durante l´infanzia e l´adolescenza segna cambiamenti rapidi, fondamentali. Riconoscere i bisogni di bambini e ragazzi secondo le loro tappe progressive è il primo passo per diventare bravi educatori. «Le età della mente» di Alberto Oliverio & Anna Oliverio Ferraris (Rizzoli) aiuta a comprendere l´evoluzione umana, connette il passare del tempo ai mutamenti di piccoli, teen-ager e adulti. Offre a padri e madri la possibilità di osservare i cambiamenti progressivi dei figli, di capire come maturano, cosa sostenere o respingere alla luce delle nuove ricerche delle neuroscienze e della psicologia.
Il cervello, sostengono gli autori, è fatto come un coltellino svizzero. Nello stesso contenitore ci sono strati diversi, le attività che si sviluppano a tappe secondo l´età e l´ambiente esterno. Un´ipotesi che sta destando un forte interesse editoriale. Mel Levine, professore di pediatria all´Università del North Carolina, in «Lasciate che crescano a modo loro» (Mondadori) distingue i diversi stili di apprendimento del bambino, identifica quale sia il più adatto al suo carattere, dalla memoria, al linguaggio, al sistema motorio. Otto sistemi mentali costruiti sulla base della teoria dello psicologo Howard Gardner (Haward University di Boston) che assegna ad ognuno di noi un certo tipo di intelligenza (linguistico-verbale, logico-musicale, corporale-cinestetica, spaziale, intrapersonale?). Per educare figli sereni, sicuri di sé bisogna imparare a capire le loro preferenze e le loro debolezze.
«Sapere come siamo fatti, in che modo ci comportiamo nelle diverse fasi della crescita serve perché aiuta non soltanto a conoscerci meglio ma soprattutto ad evitare una serie di errori nei confronti della prima infanzia e dell´adolescenza - spiegano Alberto Oliverio (docente di psicobiologia alla Sapienza) e Anna Oliverio Ferraris (professore di psicologia dello sviluppo nella stessa Università) - sono queste le fasi in cui bambini e teenager mostrano le loro specificità. Piccoli e ragazzi hanno delle molle interne, delle particolarità, menti che non possono essere confuse con le altre. Un lattante sarà in grado di vedere soltanto 12 punti luminosi in movimento che corrispondono a un essere umano. Mentre i cambiamenti dell´adolescente saranno legati al processo di maturazione del cervello da cui dipende l´incremento delle abilità cognitive».
Guidare piccoli e grandi nella strada della vita non è facile: ecco un manuale per un aiuto in più seguendo lo sviluppo cerebrale
Studiate la mente dei vostri figli
Dal neonato al bambino all'adolescente: ecco le tappe
"Il cervello è come un coltellino svizzero: ha strati che si sviluppano secondo l'età"
Sapere cosa vedono, come pensano, perché urlano, piangono o ridono è indispensabile
di AMBRA SOMASCHINI
ROMA - Essere genitori significa imparare a seguire lo sviluppo cerebrale dei figli. Vuol dire coltivare, selezionare le attitudini, aiutarli ad allenare e mettere in fila i pensieri. Perché il lungo viaggio del cervello, durante l´infanzia e l´adolescenza segna cambiamenti rapidi, fondamentali. Riconoscere i bisogni di bambini e ragazzi secondo le loro tappe progressive è il primo passo per diventare bravi educatori. «Le età della mente» di Alberto Oliverio & Anna Oliverio Ferraris (Rizzoli) aiuta a comprendere l´evoluzione umana, connette il passare del tempo ai mutamenti di piccoli, teen-ager e adulti. Offre a padri e madri la possibilità di osservare i cambiamenti progressivi dei figli, di capire come maturano, cosa sostenere o respingere alla luce delle nuove ricerche delle neuroscienze e della psicologia.
Il cervello, sostengono gli autori, è fatto come un coltellino svizzero. Nello stesso contenitore ci sono strati diversi, le attività che si sviluppano a tappe secondo l´età e l´ambiente esterno. Un´ipotesi che sta destando un forte interesse editoriale. Mel Levine, professore di pediatria all´Università del North Carolina, in «Lasciate che crescano a modo loro» (Mondadori) distingue i diversi stili di apprendimento del bambino, identifica quale sia il più adatto al suo carattere, dalla memoria, al linguaggio, al sistema motorio. Otto sistemi mentali costruiti sulla base della teoria dello psicologo Howard Gardner (Haward University di Boston) che assegna ad ognuno di noi un certo tipo di intelligenza (linguistico-verbale, logico-musicale, corporale-cinestetica, spaziale, intrapersonale?). Per educare figli sereni, sicuri di sé bisogna imparare a capire le loro preferenze e le loro debolezze.
«Sapere come siamo fatti, in che modo ci comportiamo nelle diverse fasi della crescita serve perché aiuta non soltanto a conoscerci meglio ma soprattutto ad evitare una serie di errori nei confronti della prima infanzia e dell´adolescenza - spiegano Alberto Oliverio (docente di psicobiologia alla Sapienza) e Anna Oliverio Ferraris (professore di psicologia dello sviluppo nella stessa Università) - sono queste le fasi in cui bambini e teenager mostrano le loro specificità. Piccoli e ragazzi hanno delle molle interne, delle particolarità, menti che non possono essere confuse con le altre. Un lattante sarà in grado di vedere soltanto 12 punti luminosi in movimento che corrispondono a un essere umano. Mentre i cambiamenti dell´adolescente saranno legati al processo di maturazione del cervello da cui dipende l´incremento delle abilità cognitive».
il MoMA di New York a Berlino
oltre duecento capolavori senza dover attraversare l'Atlantico
Corriere della Sera 19.2.04
Il MoMA a Berlino
di Paolo Valentino
info: www.das-moma-in-berlin.de
BERLINO - Da oggi e per i prossimi sette mesi, se volete visitare il leggendario MoMA, il Museum of Modern Art di New York, non prendete l’aereo per gli USA. Venite a Berlino.
Oltre duecento capolavori della più celebre collezione d’arte moderna del mondo, saranno infatti in mostra fino al 19 settembre nella semplice geometria bauhaus della Neue Nationalgalerie, unico edificio berlinese di Mies van der Rohe. Complici i lavori di ristrutturazione in corso al museo newyorkese, la mostra «Das MoMA in Berlin» è un avvenimento straordinario e irripetibile: non è mai successo infatti, e probabilmente non succederà per almeno un altro secolo, che un pezzo così importante della sua collezione sia stato prestato in blocco, per essere esposto altrove.
«Una fortuna per la nostra capitale», ha detto il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, che insieme al collega americano, Colin Powell, ha patrocinato l’iniziativa.
L’allestimento è una straordinaria cavalcata attraverso il Ventesimo secolo, senza escludere le opere che ne annunciarono l’alba, dal Bagnante di Paul Cézanne, padre dei moderni, alla Notte Stellata , forse il quadro più celebre di Vincent Van Gogh, realizzato nel 1889. Il posto d’onore spetta a Pablo Picasso e Henri Matisse, presenti con decine di capolavori: per tutti, i Tre Musici , dipinti dal maestro spagnolo nel 1921 e la prima versione de La danza , realizzato da Matisse nel 1909. Ci sono i grandi cubisti, George Braque e soprattutto Ferdinand Léger, con le Tre donne ( Le grand déjeuner) del 1936; i futuristi italiani, da Giacomo Balla, a Carlo Carrà, a Umberto Boccioni; i metafisici come Kasimir Malevitch e Piet Mondrian e i surrealisti, da Joan Mirò al Salvador Dalì di Persistenza della memoria .
Fu dall’incontro tra il mondo degli artisti europei in fuga dal nazismo e i loro giovani emuli americani, che prese le ali la cosiddetta Scuola di New York, premessa della transumanza del centro mondiale dell’arte da Parigi a Manhattan. Così, la seconda parte della mostra punta soprattutto sugli artisti d’Oltre Atlantico.
Edward Hopper, in primo luogo, che fissò la Grande Depressione in tele ormai iconografiche e la cui Casa sulla ferrovia fu il primo dipinto acquistato per la collezione del MoMa. E poi l’espressionismo astratto di Jackson Pollock, Mark Rothko e Willem de Koonig, veri capiscuola di uno stile squisitamente americano; la Pop Art di Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Andy Warhol; il minimalismo di Donald Judd e Dan Flavin.
In un certo senso, quello del MoMA a Berlino è quasi un ritorno a casa.
Fu proprio nella capitale tedesca, infatti, che Alfred H. Barr, primo direttore del Museum of Modern Art, scoprì negli Anni Venti l’arte moderna europea e trasse l’ispirazione per la sua impresa senza precedenti, quella di creare dal nulla a New York la più importante collezione artistica contemporanea. Anche per questo, presentando l’evento, Peter Klaus Schuster, sovrintendente dei musei berlinesi, ha potuto dire che «Das MoMA in Berlin» non è solo una mostra ma anche «un prodotto dell’amicizia tedesco-americana». A un anno dal Grande Freddo della guerra in Iraq, un altro segnale del cambiamento di clima.
Il MoMA a Berlino
di Paolo Valentino
info: www.das-moma-in-berlin.de
BERLINO - Da oggi e per i prossimi sette mesi, se volete visitare il leggendario MoMA, il Museum of Modern Art di New York, non prendete l’aereo per gli USA. Venite a Berlino.
Oltre duecento capolavori della più celebre collezione d’arte moderna del mondo, saranno infatti in mostra fino al 19 settembre nella semplice geometria bauhaus della Neue Nationalgalerie, unico edificio berlinese di Mies van der Rohe. Complici i lavori di ristrutturazione in corso al museo newyorkese, la mostra «Das MoMA in Berlin» è un avvenimento straordinario e irripetibile: non è mai successo infatti, e probabilmente non succederà per almeno un altro secolo, che un pezzo così importante della sua collezione sia stato prestato in blocco, per essere esposto altrove.
«Una fortuna per la nostra capitale», ha detto il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, che insieme al collega americano, Colin Powell, ha patrocinato l’iniziativa.
L’allestimento è una straordinaria cavalcata attraverso il Ventesimo secolo, senza escludere le opere che ne annunciarono l’alba, dal Bagnante di Paul Cézanne, padre dei moderni, alla Notte Stellata , forse il quadro più celebre di Vincent Van Gogh, realizzato nel 1889. Il posto d’onore spetta a Pablo Picasso e Henri Matisse, presenti con decine di capolavori: per tutti, i Tre Musici , dipinti dal maestro spagnolo nel 1921 e la prima versione de La danza , realizzato da Matisse nel 1909. Ci sono i grandi cubisti, George Braque e soprattutto Ferdinand Léger, con le Tre donne ( Le grand déjeuner) del 1936; i futuristi italiani, da Giacomo Balla, a Carlo Carrà, a Umberto Boccioni; i metafisici come Kasimir Malevitch e Piet Mondrian e i surrealisti, da Joan Mirò al Salvador Dalì di Persistenza della memoria .
Fu dall’incontro tra il mondo degli artisti europei in fuga dal nazismo e i loro giovani emuli americani, che prese le ali la cosiddetta Scuola di New York, premessa della transumanza del centro mondiale dell’arte da Parigi a Manhattan. Così, la seconda parte della mostra punta soprattutto sugli artisti d’Oltre Atlantico.
Edward Hopper, in primo luogo, che fissò la Grande Depressione in tele ormai iconografiche e la cui Casa sulla ferrovia fu il primo dipinto acquistato per la collezione del MoMa. E poi l’espressionismo astratto di Jackson Pollock, Mark Rothko e Willem de Koonig, veri capiscuola di uno stile squisitamente americano; la Pop Art di Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Andy Warhol; il minimalismo di Donald Judd e Dan Flavin.
In un certo senso, quello del MoMA a Berlino è quasi un ritorno a casa.
Fu proprio nella capitale tedesca, infatti, che Alfred H. Barr, primo direttore del Museum of Modern Art, scoprì negli Anni Venti l’arte moderna europea e trasse l’ispirazione per la sua impresa senza precedenti, quella di creare dal nulla a New York la più importante collezione artistica contemporanea. Anche per questo, presentando l’evento, Peter Klaus Schuster, sovrintendente dei musei berlinesi, ha potuto dire che «Das MoMA in Berlin» non è solo una mostra ma anche «un prodotto dell’amicizia tedesco-americana». A un anno dal Grande Freddo della guerra in Iraq, un altro segnale del cambiamento di clima.
TONY CARNEVALE
Live Rock Simphonic Concert
(non conosco, al momento il nome della testata che ha pubblicato questa recensione né la data in cui essa è stata pubblicata. Ndr)
ARTCD 2/03
Rock Simphonic Concert - album rigorosamente in stile rock sinfonico, sulla scia delle superband del prog inglese degli anni Settanta e Ottanta - è il titolo di questo cd registrato al Frontiera di Roma nel 1996 e poi finito in chissà quale angolo del baule dei ricordi. Tastierista di elevato spessore tecnico ed esperto conoscitore di musica classica, Tony Carnevale riunì per l'occasione un cast di prim'ordine: Francesco Di Giacomo, Rodolfo Maltese, Maurizio Boco, Rudy Costa e Piero Fortezza tra gli altri; una line-up in grado di eseguire partiture melodico-armoniche di grande intelligenza compositiva e complessità tecnica. Pubblicato solo nel 2003, questo cd meriterebbe un posto al sole nel mercato internazionale; eppure, un primato internazionale Tony Carnevale lo stabilisce a pieni meriti: nell'arrangiamento dell'introduttiva "Quadri" - un'elaborazione di Pictures at an Exibhition" da III Movimento - il musicista ottiene il riconoscimento della firma congiunta con Mussorgsky, privilegio che non venne accreditato neanche agli Emerson Lake & Palmer per la loro celeberrima e omonima rock opera del lontano 1971. Per merito del solidissimo background dei musicisti impegnti in fatto di virtuosismo e sensibilità nel rock d'avanguardia, le nove composizioni del cd ci regalano momenti di pura improvvisazione: all'imperiosa e robusta ossatura ritmica dell'ottimo Maurizio Boco alla batteria - affiancato dalle percussioni di Piero Fortezza - si sommano il solismo vorticoso e stridente di Rudy Costa alla chitarra elettrica e più rari ma incisivi momenti di pacata riflessione negli interventi acustici di Rodolfo Maltese. Un disco tutto da scoprire e da tenere sempre a portata di mano insieme a quelli delle superband che, per motivi storici ed orgoglio proprio, amiamo troppo facilmente definire mostri sacri
Davide Iannuzzi
ARTCD 2/03
Rock Simphonic Concert - album rigorosamente in stile rock sinfonico, sulla scia delle superband del prog inglese degli anni Settanta e Ottanta - è il titolo di questo cd registrato al Frontiera di Roma nel 1996 e poi finito in chissà quale angolo del baule dei ricordi. Tastierista di elevato spessore tecnico ed esperto conoscitore di musica classica, Tony Carnevale riunì per l'occasione un cast di prim'ordine: Francesco Di Giacomo, Rodolfo Maltese, Maurizio Boco, Rudy Costa e Piero Fortezza tra gli altri; una line-up in grado di eseguire partiture melodico-armoniche di grande intelligenza compositiva e complessità tecnica. Pubblicato solo nel 2003, questo cd meriterebbe un posto al sole nel mercato internazionale; eppure, un primato internazionale Tony Carnevale lo stabilisce a pieni meriti: nell'arrangiamento dell'introduttiva "Quadri" - un'elaborazione di Pictures at an Exibhition" da III Movimento - il musicista ottiene il riconoscimento della firma congiunta con Mussorgsky, privilegio che non venne accreditato neanche agli Emerson Lake & Palmer per la loro celeberrima e omonima rock opera del lontano 1971. Per merito del solidissimo background dei musicisti impegnti in fatto di virtuosismo e sensibilità nel rock d'avanguardia, le nove composizioni del cd ci regalano momenti di pura improvvisazione: all'imperiosa e robusta ossatura ritmica dell'ottimo Maurizio Boco alla batteria - affiancato dalle percussioni di Piero Fortezza - si sommano il solismo vorticoso e stridente di Rudy Costa alla chitarra elettrica e più rari ma incisivi momenti di pacata riflessione negli interventi acustici di Rodolfo Maltese. Un disco tutto da scoprire e da tenere sempre a portata di mano insieme a quelli delle superband che, per motivi storici ed orgoglio proprio, amiamo troppo facilmente definire mostri sacri
Davide Iannuzzi
Speciale
Concordato preventivo
documento ricevuto da Tonino Scrimenti e Pino Di Maula
Di cosa si tratta
E’ la rivoluzione del Fisco. Consente a imprese, commercianti, artigiani, professionisti e artisti, di accordarsi con lo Stato per fissare in anticipo le tasse da pagare, in modo da poter pianificare con tranquillità la propria attività e sfuggire all’incubo dell’accertamento fiscale inatteso.
Il concordato riguarda l’anno 2003 (cioè le tasse che paghiamo a giugno con la dichiarazione Unico 2004) e il 2004. Per qQuesti primi due anni il concordato viene applicato con una procedura che è eguale per tutti. Per gli anni successivi sarà invece ritagliato su misura per ciascun contribuente (cioè ciascuno potrà accordarsi con il fisco in relazione alla situazione specifica della propria attività).
Come funziona
Si tratta di un particolare patto con il Fisco:
è le imprese e i professionisti si impegnano a dichiarare per il 2003 e per il 2004 almeno un certo livello di introiti e di reddito: questo livello minimo da dichiarare è determinato aumentando di una percentuale i valori del 2001
In cambio si ottiene:
di essere tassati con un’aliquota minore;
di non essere obbligati a pagare i contributi previdenziali sul reddito al di sopra del minimo;
di essere sicuri che gli uffici fiscali non potranno accertare un maggior reddito, salvo che in casi molto particolari;
di non essere più obbligati ad emettere scontrini e ricevute fiscali.
A chi si rivolge
Al mondo dei professionisti e delle piccole imprese. In particolar modo a coloro che emettono scontrino o ricevuta fiscale. A loro si offre l’opportunità di operare con trasparenza e in piena legalità. Per questo, il concordato preventivo richiede l’impegno ad aumentare gli introiti dichiarati al Fisco di una certa percentuale rispetto al 2001.
Chi può aderire
Imprese, società, artisti e professionisti che nel 2001 avevano dichiarato ricavi o compensi al di sotto dei limiti di applicazione degli studi di settore (10 miliardi di vecchie lire). L’adesione può provenire anche da chi nel 2001 non ha applicato gli studi di settore o i parametri. Non ha importanza, inoltre, la forma giuridica con cui viene esercitata la propria attività: può essere una ditta individuale, un’impresa familiare, una società di capitali, una società di persone o uno studio associato.
Chi è escluso
Non possono aderire al concordato preventivo:
coloro che hanno iniziato l’attività dopo il 31 dicembre 2000;
coloro che nel 2001 oppure nel 2003 sono stati tassati con particolari regimi forfetari (a esempio, i cosiddetti contribuenti “minimi”, oppure le associazioni sportive dilettantistiche tassate con il particolare regime introdotto dal 1991);
coloro che hanno cambiato settore di attività rispetto al 2001 (a meno che la nuova attività sia assimilabile a quella del 2001 in quanto classificabile all’interno di uno stesso studio di settore).
Le scadenze
Le imprese e i professionisti che decidono di aderire al concordato preventivo devono comunicarlo agli uffici finanziari entro il 16 marzo 2004. Dal momento dell’adesione non si è più obbligati ad emettere scontrini o ricevute.
A chi rivolgersi
Basta presentare, in via telematica, una comunicazione di adesione all'Agenzia delle Entrate secondo le modalità e su modello conforme a quello approvato con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate.
Quali impegni comporta
Bisogna raggiungere una soglia minima, sia per quanto riguarda i ricavi delle imprese (ovvero i compensi dei professionisti), sia per quanto riguarda il reddito derivante dallo svolgimento dell’attività. L’adeguamento alla soglia minima per il 2003 si può effettuare anche direttamente nella dichiarazione dei redditi (Unico 2004); per il 2004 l’adeguamento deve avvenire durante l’anno, ma un aggiustamento (fino al 10% dei ricavi registrati) si può effettuare in dichiarazione, pagando una piccola penale.
Una volta raggiunto il minimo, tuttavia, resta l’obbligo di portare in contabilità (e conseguentemente dichiarare) gli ulteriori ricavi o compensi.
Chi aderisce al concordato preventivo fiscale deve impegnarsi a rispettare le condizioni poste per entrambi gli anni coperti dal concordato, cioè sia per il 2003 sia per il 2004.
Tuttavia, se per eventi particolari il contribuente che ha aderito al concordato si trovasse nel 2004 nell’impossibilità di mantenere l’impegno, lo può comunicare agli uffici finanziari. Questi daranno all’interessato la possibilità di giustificare lo scostamento rispetto alle previsioni: se le giustificazioni saranno valide il contribuente potrà uscire dal concordato.
Un rapporto più civile con il Fisco
Ecco i vantaggi
Il concordato consente uno svolgimento dell’attività economica all’insegna della certezza dei rapporti con l’amministrazione finanziaria. Chi aderisce fruisce di una tassazione agevolata sulla cosiddetta quota di extrareddito. E’ al riparo, entro una certa soglia, da qualunque tipo di accertamento e, inoltre, è sicuro di non poter essere accertato con metodi presuntivi, anche al di sopra di questa soglia. Per i contribuenti che emettono scontrino o ricevuta fiscale vi è poi un vantaggio in più: l’esonero dall’obbligo di rilasciare lo scontrino o la ricevuta, salvo che non vi sia richiesta del cliente.
Extrareddito
E’ la parte del reddito del 2003 e del 2004 che viene assoggettata a tassazione agevolata. Comprende sia l’incremento richiesto per raggiungere il minimo, rispetto al reddito 2001, sia la porzione di reddito eventualmente dichiarato al di sopra del minimo.
Le aliquote agevolate
L’Extrareddito è tassato separatamente e in modo agevolato, applicando anticipatamente le cosiddette “aliquote obiettivo”, cioè le aliquote più basse previste per la fase a regime della riforma fiscale. Per le persone fisiche e i soci di società di persone, quindi, in luogo delle aliquote progressive si applica, sia al 2003 sia al 2004, la percentuale fissa del 23 o del 33 per cento, a seconda che nel corso del 2001 il reddito d'impresa o di lavoro autonomo sia stato rispettivamente al di sotto o al di sopra dei 100mila euro. L’aliquota del 23 per cento si applica anche agli incrementi di reddito che eccedono la soglia di € 100mila, sempreché il contribuente abbia all’epoca dichiarato per il 2001 un reddito inferiore a tale soglia. Per i soggetti Irpeg (dal 2004 soggetti all’Ires) si applica in entrambi gli anni l’aliquota del 33 per cento.
E sul piano contributivo? ?E’ previsto l’esonero dal pagamento dei contributi previdenziali. Questo, tuttavia, non riguarda l’intera quota di extrareddito, ma quella parte di reddito che eccede il minimo concordato. Chi vuole ha comunque facoltà di versare per intero i contributi dovuti.
Legalità fa rima con pari dignità
Cosa non è più consentito al Fisco
Per gli anni del concordato sono preclusi al Fisco gli accertamenti fondati su presunzioni, piuttosto che su prove certe e dirette. Sono quindi vietati gli accertamenti basati:
- sugli studi di settore o sui parametri
- sulla ricostruzione dei ricavi mediante percentuali di ricarico
- su prove indirette desunte dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio dell’attività (ubicazione e dimensione dei locali, numero dei dipendenti, eccetera)
- sul metodo di calcolo induttivo quando vengono riscontrate gravi irregolarità formali che rendono inattendibile la contabilità.
Il Fisco potrà emettere accertamenti solo se viene in possesso di prove sicure del mancato adempimento, come quando il contribuente evita di registrare delle fatture regolarmente emesse. Ma anche in questo caso, se l’ammontare del reddito occultato è inferiore al 50 per cento rispetto al reddito d’impresa dichiarato, il Fisco non potrà emettere l’accertamento.
Senza obbligo di scontrino
Dalla data di adesione al concordato scatta l'esonero dall'obbligo di emettere lo scontrino o la ricevuta fiscale. Scontrino o ricevuta dovranno essere emessi soltanto se il cliente lo richiede esplicitamente. L’esonero permane fino alla fine del periodo d’imposta in corso al 1° gennaio 2004, ma sarà presumibilmente rinnovato per coloro che, negli anni successivi, aderiranno al nuovo concordato preventivo individuale.
E se non si aderisce?
La legge conferma tutti gli obblighi relativi a scontrino e ricevuta fiscale e introduce sanzioni più gravi, in caso di violazione. Dopo tre infrazioni scatta la chiusura dell’esercizio per un periodo che può andare da 15 giorni a due mesi. A tal fine fa fede la semplice constatazione della violazione, senza che sia necessaria la definitività dell’addebito.
Si contano tutte le infrazioni avvenute nel giro di cinque anni a partire dal 3 ottobre 2003. La sanzione non scatta se gli ammontari sottratti al Fisco sono complessivamente al di sotto di 50 euro. E’ lo stesso meccanismo della patente a punti che ha avuto riscontri molto favorevoli tra gli automobilisti.
(il documento si conclude poi con un esempio, disposto su una tabella in formato word che non posso inserire in questo blog che accetta, al momento, solo testo. Ndr)
Di cosa si tratta
E’ la rivoluzione del Fisco. Consente a imprese, commercianti, artigiani, professionisti e artisti, di accordarsi con lo Stato per fissare in anticipo le tasse da pagare, in modo da poter pianificare con tranquillità la propria attività e sfuggire all’incubo dell’accertamento fiscale inatteso.
Il concordato riguarda l’anno 2003 (cioè le tasse che paghiamo a giugno con la dichiarazione Unico 2004) e il 2004. Per qQuesti primi due anni il concordato viene applicato con una procedura che è eguale per tutti. Per gli anni successivi sarà invece ritagliato su misura per ciascun contribuente (cioè ciascuno potrà accordarsi con il fisco in relazione alla situazione specifica della propria attività).
Come funziona
Si tratta di un particolare patto con il Fisco:
è le imprese e i professionisti si impegnano a dichiarare per il 2003 e per il 2004 almeno un certo livello di introiti e di reddito: questo livello minimo da dichiarare è determinato aumentando di una percentuale i valori del 2001
In cambio si ottiene:
di essere tassati con un’aliquota minore;
di non essere obbligati a pagare i contributi previdenziali sul reddito al di sopra del minimo;
di essere sicuri che gli uffici fiscali non potranno accertare un maggior reddito, salvo che in casi molto particolari;
di non essere più obbligati ad emettere scontrini e ricevute fiscali.
A chi si rivolge
Al mondo dei professionisti e delle piccole imprese. In particolar modo a coloro che emettono scontrino o ricevuta fiscale. A loro si offre l’opportunità di operare con trasparenza e in piena legalità. Per questo, il concordato preventivo richiede l’impegno ad aumentare gli introiti dichiarati al Fisco di una certa percentuale rispetto al 2001.
Chi può aderire
Imprese, società, artisti e professionisti che nel 2001 avevano dichiarato ricavi o compensi al di sotto dei limiti di applicazione degli studi di settore (10 miliardi di vecchie lire). L’adesione può provenire anche da chi nel 2001 non ha applicato gli studi di settore o i parametri. Non ha importanza, inoltre, la forma giuridica con cui viene esercitata la propria attività: può essere una ditta individuale, un’impresa familiare, una società di capitali, una società di persone o uno studio associato.
Chi è escluso
Non possono aderire al concordato preventivo:
coloro che hanno iniziato l’attività dopo il 31 dicembre 2000;
coloro che nel 2001 oppure nel 2003 sono stati tassati con particolari regimi forfetari (a esempio, i cosiddetti contribuenti “minimi”, oppure le associazioni sportive dilettantistiche tassate con il particolare regime introdotto dal 1991);
coloro che hanno cambiato settore di attività rispetto al 2001 (a meno che la nuova attività sia assimilabile a quella del 2001 in quanto classificabile all’interno di uno stesso studio di settore).
Le scadenze
Le imprese e i professionisti che decidono di aderire al concordato preventivo devono comunicarlo agli uffici finanziari entro il 16 marzo 2004. Dal momento dell’adesione non si è più obbligati ad emettere scontrini o ricevute.
A chi rivolgersi
Basta presentare, in via telematica, una comunicazione di adesione all'Agenzia delle Entrate secondo le modalità e su modello conforme a quello approvato con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate.
Quali impegni comporta
Bisogna raggiungere una soglia minima, sia per quanto riguarda i ricavi delle imprese (ovvero i compensi dei professionisti), sia per quanto riguarda il reddito derivante dallo svolgimento dell’attività. L’adeguamento alla soglia minima per il 2003 si può effettuare anche direttamente nella dichiarazione dei redditi (Unico 2004); per il 2004 l’adeguamento deve avvenire durante l’anno, ma un aggiustamento (fino al 10% dei ricavi registrati) si può effettuare in dichiarazione, pagando una piccola penale.
Una volta raggiunto il minimo, tuttavia, resta l’obbligo di portare in contabilità (e conseguentemente dichiarare) gli ulteriori ricavi o compensi.
Chi aderisce al concordato preventivo fiscale deve impegnarsi a rispettare le condizioni poste per entrambi gli anni coperti dal concordato, cioè sia per il 2003 sia per il 2004.
Tuttavia, se per eventi particolari il contribuente che ha aderito al concordato si trovasse nel 2004 nell’impossibilità di mantenere l’impegno, lo può comunicare agli uffici finanziari. Questi daranno all’interessato la possibilità di giustificare lo scostamento rispetto alle previsioni: se le giustificazioni saranno valide il contribuente potrà uscire dal concordato.
Un rapporto più civile con il Fisco
Ecco i vantaggi
Il concordato consente uno svolgimento dell’attività economica all’insegna della certezza dei rapporti con l’amministrazione finanziaria. Chi aderisce fruisce di una tassazione agevolata sulla cosiddetta quota di extrareddito. E’ al riparo, entro una certa soglia, da qualunque tipo di accertamento e, inoltre, è sicuro di non poter essere accertato con metodi presuntivi, anche al di sopra di questa soglia. Per i contribuenti che emettono scontrino o ricevuta fiscale vi è poi un vantaggio in più: l’esonero dall’obbligo di rilasciare lo scontrino o la ricevuta, salvo che non vi sia richiesta del cliente.
Extrareddito
E’ la parte del reddito del 2003 e del 2004 che viene assoggettata a tassazione agevolata. Comprende sia l’incremento richiesto per raggiungere il minimo, rispetto al reddito 2001, sia la porzione di reddito eventualmente dichiarato al di sopra del minimo.
Le aliquote agevolate
L’Extrareddito è tassato separatamente e in modo agevolato, applicando anticipatamente le cosiddette “aliquote obiettivo”, cioè le aliquote più basse previste per la fase a regime della riforma fiscale. Per le persone fisiche e i soci di società di persone, quindi, in luogo delle aliquote progressive si applica, sia al 2003 sia al 2004, la percentuale fissa del 23 o del 33 per cento, a seconda che nel corso del 2001 il reddito d'impresa o di lavoro autonomo sia stato rispettivamente al di sotto o al di sopra dei 100mila euro. L’aliquota del 23 per cento si applica anche agli incrementi di reddito che eccedono la soglia di € 100mila, sempreché il contribuente abbia all’epoca dichiarato per il 2001 un reddito inferiore a tale soglia. Per i soggetti Irpeg (dal 2004 soggetti all’Ires) si applica in entrambi gli anni l’aliquota del 33 per cento.
E sul piano contributivo? ?E’ previsto l’esonero dal pagamento dei contributi previdenziali. Questo, tuttavia, non riguarda l’intera quota di extrareddito, ma quella parte di reddito che eccede il minimo concordato. Chi vuole ha comunque facoltà di versare per intero i contributi dovuti.
Legalità fa rima con pari dignità
Cosa non è più consentito al Fisco
Per gli anni del concordato sono preclusi al Fisco gli accertamenti fondati su presunzioni, piuttosto che su prove certe e dirette. Sono quindi vietati gli accertamenti basati:
- sugli studi di settore o sui parametri
- sulla ricostruzione dei ricavi mediante percentuali di ricarico
- su prove indirette desunte dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio dell’attività (ubicazione e dimensione dei locali, numero dei dipendenti, eccetera)
- sul metodo di calcolo induttivo quando vengono riscontrate gravi irregolarità formali che rendono inattendibile la contabilità.
Il Fisco potrà emettere accertamenti solo se viene in possesso di prove sicure del mancato adempimento, come quando il contribuente evita di registrare delle fatture regolarmente emesse. Ma anche in questo caso, se l’ammontare del reddito occultato è inferiore al 50 per cento rispetto al reddito d’impresa dichiarato, il Fisco non potrà emettere l’accertamento.
Senza obbligo di scontrino
Dalla data di adesione al concordato scatta l'esonero dall'obbligo di emettere lo scontrino o la ricevuta fiscale. Scontrino o ricevuta dovranno essere emessi soltanto se il cliente lo richiede esplicitamente. L’esonero permane fino alla fine del periodo d’imposta in corso al 1° gennaio 2004, ma sarà presumibilmente rinnovato per coloro che, negli anni successivi, aderiranno al nuovo concordato preventivo individuale.
E se non si aderisce?
La legge conferma tutti gli obblighi relativi a scontrino e ricevuta fiscale e introduce sanzioni più gravi, in caso di violazione. Dopo tre infrazioni scatta la chiusura dell’esercizio per un periodo che può andare da 15 giorni a due mesi. A tal fine fa fede la semplice constatazione della violazione, senza che sia necessaria la definitività dell’addebito.
Si contano tutte le infrazioni avvenute nel giro di cinque anni a partire dal 3 ottobre 2003. La sanzione non scatta se gli ammontari sottratti al Fisco sono complessivamente al di sotto di 50 euro. E’ lo stesso meccanismo della patente a punti che ha avuto riscontri molto favorevoli tra gli automobilisti.
(il documento si conclude poi con un esempio, disposto su una tabella in formato word che non posso inserire in questo blog che accetta, al momento, solo testo. Ndr)
mercoledì 18 febbraio 2004
(una segnalazione di Sergio Grom)
oggi mercoledì 18.2.04, si può leggere sul giornale un articolo di Umberto Galimberti dal titolo "IL DESERTO DEI DEPRESSI DOVE SI È PERSO PANTANI" (pagg 1 e 15)
chi volesse vederlo può richiederlo a questo indirizzo; lo riceverà per e-mail
Sandra Mallone ha segnalato anche una risposta del filosofo di Repubblica su "D" di sabato 14 u.s.
storia dell'uomo:
«almeno tremila anni fa»
Le Scienze 16.02.2004
Una nuova datazione di antiche pitture rupestri
Studi precedenti attribuivano alle immagini soltanto mille anni
Alcune delle più celebri pitture rupestri del mondo sono almeno tre volte più antiche di quanto si ritenesse in precedenza. Lo sostengono ricercatori di università britanniche e australiane dopo aver utilizzato le più recenti tecnologie di datazione al radiocarbonio.
Studi precedenti sui dipinti rupestri di uKhahlamba-Drakensberg, in Sud Africa, un sito della World Heritage, avevano attribuito loro meno di 1000 anni di età. Ma il nuovo studio, effettuato da archeologi dell'Università di Newcastle upon Tyne e dell'Australian National University di Canberra, stima che le immagini furono create almeno 3000 anni fa.
La scoperta, pubblicata sulla rivista "South African Humanities", presenta forti implicazioni per la studio della vita degli artisti e dei cambiamenti sociali avvenuti nel corso degli ultimi tre millenni. Quando gli europei si trovarono di fronte per la prima volta ai dipinti rupestri nella regione montuosa di uKhahlamba-Drakensberg, circa 150 anni or sono, li considerarono primitivi e rozzi. Oggi gli esperti ritengono l'area una delle più importanti nel mondo per quanto riguarda l'arte rupestre, con la maggior concentrazione di pitture a sud del Sahara. I dipinti, opera di cacciatori-raccoglitori San che si stabilirono nella regione quasi 8000 anni fa, sono stati realizzati usando principalmente pigmenti neri, bianchi, rossi e arancioni. Raffigurano scene con animali e uomini che rappresenterebbero le credenze religiose dei San.
A.D Mazel & A.L. Watchman, Dating rock paintings in the uKhahlamba-Drakensberg and the Biggarsberg, KwaZulu-Natal, South Africa. South African Humanities, Vol. 15, pagg. 59-73.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Una nuova datazione di antiche pitture rupestri
Studi precedenti attribuivano alle immagini soltanto mille anni
Alcune delle più celebri pitture rupestri del mondo sono almeno tre volte più antiche di quanto si ritenesse in precedenza. Lo sostengono ricercatori di università britanniche e australiane dopo aver utilizzato le più recenti tecnologie di datazione al radiocarbonio.
Studi precedenti sui dipinti rupestri di uKhahlamba-Drakensberg, in Sud Africa, un sito della World Heritage, avevano attribuito loro meno di 1000 anni di età. Ma il nuovo studio, effettuato da archeologi dell'Università di Newcastle upon Tyne e dell'Australian National University di Canberra, stima che le immagini furono create almeno 3000 anni fa.
La scoperta, pubblicata sulla rivista "South African Humanities", presenta forti implicazioni per la studio della vita degli artisti e dei cambiamenti sociali avvenuti nel corso degli ultimi tre millenni. Quando gli europei si trovarono di fronte per la prima volta ai dipinti rupestri nella regione montuosa di uKhahlamba-Drakensberg, circa 150 anni or sono, li considerarono primitivi e rozzi. Oggi gli esperti ritengono l'area una delle più importanti nel mondo per quanto riguarda l'arte rupestre, con la maggior concentrazione di pitture a sud del Sahara. I dipinti, opera di cacciatori-raccoglitori San che si stabilirono nella regione quasi 8000 anni fa, sono stati realizzati usando principalmente pigmenti neri, bianchi, rossi e arancioni. Raffigurano scene con animali e uomini che rappresenterebbero le credenze religiose dei San.
A.D Mazel & A.L. Watchman, Dating rock paintings in the uKhahlamba-Drakensberg and the Biggarsberg, KwaZulu-Natal, South Africa. South African Humanities, Vol. 15, pagg. 59-73.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Marco Muller sarà il direttore del Festival di Venezia?
invitò "Il cielo della luna" a Locarno
La Stampa 18 Febbraio 2004
LA DECISIONE SARÀ PRESA LA PROSSIMA SETTIMANA
La mostra di Venezia fa la corte a Muller
di Fulvia Caprara
ROMA. Dovrebbe fermarsi entro la prossima settimana il girotondo di pettegolezzi sul nome del nuovo direttore della Mostra del cinema di Venezia. Dell’argomento si parlerà durante la riunione del consiglio d’amministrazione della Biennale presieduta da Davide Croff che ha preso il posto di Franco Bernabè.
L’incontro dovrebbe svolgersi, appunto, negli ultimi giorni di questo mese. D’altra parte il tempo stringe, l’elenco dei film che potrebbero essere selezionati per la rassegna del Lido si assottiglia, mentre gli altri Festival, Cannes in testa, si danno da fare per accaparrarsi i titoli migliori. Alla Berlinale appena conclusa, il nome più ricorrente per la direzione della kermesse era quello di Marco Muller, ex-direttore dei Festival di Pesaro, Rotterdam, Locarno, produttore di film premiati a Cannes, Venezia e Berlino. Con l’affermarsi dell’ipotesi Muller iniziava a diventare meno probabile quella del duetto formato da Giancarlo Giannini e da Moritz De Hadeln che ha diretto la Mostra nelle ultime due edizioni.
Fino a ieri Giannini non aveva ricevuto comunicazioni di nessun tipo e il suo agente faceva notare che, in ogni caso, prima di pronunciarsi, l’attore dovrebbe valutare due fattori fondamentali: la possibilità di coniugare il nuovo impegno con il mestiere di sempre e gli spazi reali d’azione alla guida della Biennale. Insomma, Giannini non sembra proprio essere il tipo di persona che si accontenta di una nomina di facciata. E’ anche vero che l’interprete di tanti, applauditissimi film risponde a quella che sembra essere la caratteristica più ricercata nella figura del nuovo direttore: un italiano, sì, ma di fama internazionale.
Dagli uffici veneziani della Biennale, intanto, dove le persone che si occupano della Mostra attendono di poter finalmente ricominciare a lavorare, si fa notare che il neo-eletto presidente Croff farà comunque sentire la sua voce nella decisione finale, senza accontentarsi di soluzioni pre-stabilite: «Di sicuro darà segnali di autonomia».
A questo fine sembra che Croff abbia fatto, proprio in queste ultime ore, degli incontri che potrebbero perfino preludere a possibili colpi di scena. Quanto a Moritz De Hadeln, il quale a Berlino, durante il FilmFest, ha passato la maggior parte del tempo a respingere attacchi di giornalisti italiani che gli chiedevano quali erano le sue intenzioni, se avrebbe accettato il famoso duetto e via così, finora non ha dichiarato formalmente la sua indisponibilità. Certo, dopo le violente polemiche legate al verdetto dell’ultima Mostra (per il mancato Leone d’oro a «Buongiorno notte» di Marco Bellocchio), una parte, molto istituzionale, del cinema italiano gli ha giurato odio eterno. E, a distanza di mesi, le parole del Ministro Urbani non hanno fatto che confermare la volontà di cambiamento: «Il nuovo progetto ha bisogno di forze fresche».
Eppure non sono tante le persone in grado di prendere in mano, in tempi così stretti, le redini di una manifestazione che quest’anno rischia già di partire con il piede sbagliato. Troppo in ritardo. Con troppi film importanti già opzionati da altri Festival. Sempre da Venezia si fa notare che, durante la riunione della prossima settimana, dovranno essere affrontati anche altri punti importanti, dalle linee direttive di Davide Croff al nuovo statuto della Biennale, alle date della Mostra 2004 che ancora non sono state ufficialmente annunciate.
LA DECISIONE SARÀ PRESA LA PROSSIMA SETTIMANA
La mostra di Venezia fa la corte a Muller
di Fulvia Caprara
ROMA. Dovrebbe fermarsi entro la prossima settimana il girotondo di pettegolezzi sul nome del nuovo direttore della Mostra del cinema di Venezia. Dell’argomento si parlerà durante la riunione del consiglio d’amministrazione della Biennale presieduta da Davide Croff che ha preso il posto di Franco Bernabè.
L’incontro dovrebbe svolgersi, appunto, negli ultimi giorni di questo mese. D’altra parte il tempo stringe, l’elenco dei film che potrebbero essere selezionati per la rassegna del Lido si assottiglia, mentre gli altri Festival, Cannes in testa, si danno da fare per accaparrarsi i titoli migliori. Alla Berlinale appena conclusa, il nome più ricorrente per la direzione della kermesse era quello di Marco Muller, ex-direttore dei Festival di Pesaro, Rotterdam, Locarno, produttore di film premiati a Cannes, Venezia e Berlino. Con l’affermarsi dell’ipotesi Muller iniziava a diventare meno probabile quella del duetto formato da Giancarlo Giannini e da Moritz De Hadeln che ha diretto la Mostra nelle ultime due edizioni.
Fino a ieri Giannini non aveva ricevuto comunicazioni di nessun tipo e il suo agente faceva notare che, in ogni caso, prima di pronunciarsi, l’attore dovrebbe valutare due fattori fondamentali: la possibilità di coniugare il nuovo impegno con il mestiere di sempre e gli spazi reali d’azione alla guida della Biennale. Insomma, Giannini non sembra proprio essere il tipo di persona che si accontenta di una nomina di facciata. E’ anche vero che l’interprete di tanti, applauditissimi film risponde a quella che sembra essere la caratteristica più ricercata nella figura del nuovo direttore: un italiano, sì, ma di fama internazionale.
Dagli uffici veneziani della Biennale, intanto, dove le persone che si occupano della Mostra attendono di poter finalmente ricominciare a lavorare, si fa notare che il neo-eletto presidente Croff farà comunque sentire la sua voce nella decisione finale, senza accontentarsi di soluzioni pre-stabilite: «Di sicuro darà segnali di autonomia».
A questo fine sembra che Croff abbia fatto, proprio in queste ultime ore, degli incontri che potrebbero perfino preludere a possibili colpi di scena. Quanto a Moritz De Hadeln, il quale a Berlino, durante il FilmFest, ha passato la maggior parte del tempo a respingere attacchi di giornalisti italiani che gli chiedevano quali erano le sue intenzioni, se avrebbe accettato il famoso duetto e via così, finora non ha dichiarato formalmente la sua indisponibilità. Certo, dopo le violente polemiche legate al verdetto dell’ultima Mostra (per il mancato Leone d’oro a «Buongiorno notte» di Marco Bellocchio), una parte, molto istituzionale, del cinema italiano gli ha giurato odio eterno. E, a distanza di mesi, le parole del Ministro Urbani non hanno fatto che confermare la volontà di cambiamento: «Il nuovo progetto ha bisogno di forze fresche».
Eppure non sono tante le persone in grado di prendere in mano, in tempi così stretti, le redini di una manifestazione che quest’anno rischia già di partire con il piede sbagliato. Troppo in ritardo. Con troppi film importanti già opzionati da altri Festival. Sempre da Venezia si fa notare che, durante la riunione della prossima settimana, dovranno essere affrontati anche altri punti importanti, dalle linee direttive di Davide Croff al nuovo statuto della Biennale, alle date della Mostra 2004 che ancora non sono state ufficialmente annunciate.
Cina
Corriere della Sera 17.2.04
Il dibattito promosso da Fondazione Italia-Cina e Aspen.
Romiti: il Paese nel G7? Via percorribile
«Pechino? Più un’occasione che un rischio»
Urso: inutile presentarsi regione per regione
MILANO - Molto «realista» il dibattito che si è tenuto ieri all’Assolombarda di Milano sul «Tempo della Cina». Lasciate da parte paure e richieste di dazi, nella sede degli industriali milanesi si è discusso di come giocare al meglio la sfida economica che viene dall’Impero di Mezzo. Con concretezza: il viceministro per il Commercio Estero Adolfo Urso, per dire, ha sottolineato la necessità di muoversi non in ordine sparso ma come Italia. «E’ inutile presentarsi a Pechino regione per regione, i cinesi ragionano per grandi numeri - ha detto -. Che senso ha andare come Lombardia, come Molise o come singoli ministeri se già l’Italia rischia di essere troppo piccola?». Il dibattito era promosso dalla Fondazione Italia-Cina e dall’Aspen Institute Italia, che nell’occasione ha presentato l’apprezzatissimo ultimo numero della rivista Aspenia (distribuita dalle edizioni Sole-24 Ore) interamente dedicato alla Cina. Unanimità, sin dai saluti del presidente di Assolombarda Michele Perini, sul fatto che la Cina sia più un’occasione che un rischio, anche per l’Italia, il Paese europeo che sembra più preoccupato dall’aggressività della sua industria. La radice di questa nostra paura - ha sostenuto Cesare Romiti, presidente della Rcs Quotidiani (che pubblica il Corriere della Sera ) e della giovane Fondazione Italia-Cina - «sta nel fatto che nel mondo industrializzato l’Italia è oggi più debole degli altri, più debole verso la Cina ma anche più debole nei confronti dei Paesi di vecchia industrializzazione». Su questa analisi di Romiti e sulla necessità di vedere la Cina come un’occasione hanno concordato tutti.
L’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis ha addirittura parlato di una Cina in fondo benigna anche in politica. A suo parere, Pechino è avviata sulla strada di una reale democratizzazione: non è lontano il giorno «in cui il parlamento voterà contro una proposta del governo», si va verso uno stato di diritto, la «borghesia imprenditoriale» è sempre più rappresentata e tra il 2012 e il 2017 arriverà una nuova generazione di leader «che sarà la vera svolta».
La sinologa Maria Weber ha raccontato di come quello cinese non sia più uno sviluppo a bassa qualità: il 25% dell’export del Paese è ormai in prodotti hi-tech, Pechino investe molto in ricerca e i cervelli che hanno studiato all’estero stanno rientrando. (A proposito di cervelli e di approccio intelligente alla Cina, il moderatore del convegno, l’ex ambasciatore Sergio Romano, ha sottolineato come in Irlanda ci siano oltre 40 mila studenti cinesi; e il viceministro Urso ha segnalato che in Italia ce ne sono solo 600). E il presidente dell’Ice Beniamino Quintieri ha detto che le richieste di protezionismo verso i prodotti cinesi che si sono sentite in Italia negli ultimi tempi «non giovano a nessuno», anzi.
Ovviamente, non mancano i problemi, a cominciare dalle regole che non sempre in Cina sono rispettate. Una ragione in più «perché l’Europa punti a integrarla al più presto» nel sistema di governo del mondo, ha detto Marta Dassù, la curatrice della rivista Aspenia : «L’Europa dovrebbe lavorare affinché Pechino entri nel G8». Una «strada percorribile», ha detto Romiti, da seguire in tempi brevi.
Il dibattito promosso da Fondazione Italia-Cina e Aspen.
Romiti: il Paese nel G7? Via percorribile
«Pechino? Più un’occasione che un rischio»
Urso: inutile presentarsi regione per regione
MILANO - Molto «realista» il dibattito che si è tenuto ieri all’Assolombarda di Milano sul «Tempo della Cina». Lasciate da parte paure e richieste di dazi, nella sede degli industriali milanesi si è discusso di come giocare al meglio la sfida economica che viene dall’Impero di Mezzo. Con concretezza: il viceministro per il Commercio Estero Adolfo Urso, per dire, ha sottolineato la necessità di muoversi non in ordine sparso ma come Italia. «E’ inutile presentarsi a Pechino regione per regione, i cinesi ragionano per grandi numeri - ha detto -. Che senso ha andare come Lombardia, come Molise o come singoli ministeri se già l’Italia rischia di essere troppo piccola?». Il dibattito era promosso dalla Fondazione Italia-Cina e dall’Aspen Institute Italia, che nell’occasione ha presentato l’apprezzatissimo ultimo numero della rivista Aspenia (distribuita dalle edizioni Sole-24 Ore) interamente dedicato alla Cina. Unanimità, sin dai saluti del presidente di Assolombarda Michele Perini, sul fatto che la Cina sia più un’occasione che un rischio, anche per l’Italia, il Paese europeo che sembra più preoccupato dall’aggressività della sua industria. La radice di questa nostra paura - ha sostenuto Cesare Romiti, presidente della Rcs Quotidiani (che pubblica il Corriere della Sera ) e della giovane Fondazione Italia-Cina - «sta nel fatto che nel mondo industrializzato l’Italia è oggi più debole degli altri, più debole verso la Cina ma anche più debole nei confronti dei Paesi di vecchia industrializzazione». Su questa analisi di Romiti e sulla necessità di vedere la Cina come un’occasione hanno concordato tutti.
L’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis ha addirittura parlato di una Cina in fondo benigna anche in politica. A suo parere, Pechino è avviata sulla strada di una reale democratizzazione: non è lontano il giorno «in cui il parlamento voterà contro una proposta del governo», si va verso uno stato di diritto, la «borghesia imprenditoriale» è sempre più rappresentata e tra il 2012 e il 2017 arriverà una nuova generazione di leader «che sarà la vera svolta».
La sinologa Maria Weber ha raccontato di come quello cinese non sia più uno sviluppo a bassa qualità: il 25% dell’export del Paese è ormai in prodotti hi-tech, Pechino investe molto in ricerca e i cervelli che hanno studiato all’estero stanno rientrando. (A proposito di cervelli e di approccio intelligente alla Cina, il moderatore del convegno, l’ex ambasciatore Sergio Romano, ha sottolineato come in Irlanda ci siano oltre 40 mila studenti cinesi; e il viceministro Urso ha segnalato che in Italia ce ne sono solo 600). E il presidente dell’Ice Beniamino Quintieri ha detto che le richieste di protezionismo verso i prodotti cinesi che si sono sentite in Italia negli ultimi tempi «non giovano a nessuno», anzi.
Ovviamente, non mancano i problemi, a cominciare dalle regole che non sempre in Cina sono rispettate. Una ragione in più «perché l’Europa punti a integrarla al più presto» nel sistema di governo del mondo, ha detto Marta Dassù, la curatrice della rivista Aspenia : «L’Europa dovrebbe lavorare affinché Pechino entri nel G8». Una «strada percorribile», ha detto Romiti, da seguire in tempi brevi.
Cina: il palazzo dei piaceri celesti
La Gazzetta di Parma 17.2.04
«Il palazzo dei piaceri celesti» di Adam Williams
Dalla Cina con amore
di Carlo Bocchialini
Qualche attempato lettore ormai prossimo alla pensione, potrà trovare similitudini e richiami della memoria in questo corposo libro di Adam Williams («Il palazzo dei piaceri celesti» Longanesi, pagine 752, Euro 19,00). Discendente da una famiglia inglese vissuta in Cina fino agli inizi del Novecento, educato a Oxford, l'autore vive e lavora a Pechino per una società commerciale e questo suo esordio letterario è già stato tradotto in sette lingue.
In realtà, l'ambiente attorno al quale si dipana la contorta e affascinante vicenda ha solo una vaga somiglianza con le nostrane case di tolleranza. Ambientato nella Cina di fine Ottocento, «dove un debole imperatore teneva ancora nelle sue fragili mani il mandato celeste» e le potenze occidentali conquistavano concessioni commerciali e porzioni di territorio sempre maggiori, il racconto ruota intorno al sontuoso bordello di Shishan, a nord di Pechino, il Tian Le Yuan, il Palazzo dei piaceri celesti. Paradiso dei sensi, riservato solo a ricchi e stranieri, brulicava di ragazze bellissime, accuratamente educate all'arte amatoria, al massaggio, al ballo, alla poesia ed alla conversazione. Il raffinato rifugio, annebbiato dall'oppio che circolava generoso tra i clienti, disponeva di terme, bagni turchi, ottima cucina e perfino una biblioteca per i più esigenti.
Mentre fuori cresceva il malcontento e la rivolta serpeggiava nelle campagne, all'interno, protetti dalla discrezione del piacere, fremevano intrighi politici, congiure e affari tra spregiudicati mercanti e mafie locali.
Su questo sfondo, lui, cupo e affascinante ufficiale dal passato tenebroso, schiuderà a lei, giovane formosa appena giunta dall'Inghilterra carica di sogni esotici, i misteri del sesso, del vizio e della trasgressione senza limiti, sconvolgendo le loro esistenze.
La rivolta dei Boxer, inasprita da conflitti ideologici e culturali tra l'idealismo europeo ed il pragmatismo orientale, metterà la comunità inglese in grave pericolo e il bordello di Shishan diventerà per alcuni l'unico rifugio per non essere uccisi, la prima tappa di una lunga ed avventurosa fuga verso la salvezza. La figura del medico missionario dottor Airton, attorno al quale si raccoglie la legazione britannica, è ispirata a vicende familiari dell'autore il cui nonno David Muir svolse la sua attività in Manciuria proprio in quel periodo.
Pennellata su un mondo misterioso ed intrigante, l'autore confessa che la realtà storica ha superato la sua immaginazione: dietro al fascino esotico questi santuari del piacere erano veri e propri luoghi di tortura e crudeltà verso le donne, vendute giovanissime dai genitori (consuetudine divenuta illegale solo nel 1929), la loro vita valeva poco più di niente e le brutalità nei loro confronti superavano quelle descritte nel romanzo.
Chiuse nel '47, quando la Cina entrò a far parte dell'Onu, queste «case» vantavano tradizioni secolari: già Marco Polo parlava estasiato delle donne cinesi («gli stranieri che le hanno sperimentate una volta rimangono come stregati e non riescono più a togliersele dalla testa»), mentre durante la colonizzazione inglese furoreggiavano i «battelli fioriti», bordelli galleggianti situati nei porti marittimi e fluviali.
Un libro interessante, giocato sul dinamismo dell'azione, tra tempeste di polvere, alcove e atmosfere pittoriche, che mantengono vivo l'interesse fino all'ultima pagina
«Il palazzo dei piaceri celesti» di Adam Williams
Dalla Cina con amore
di Carlo Bocchialini
Qualche attempato lettore ormai prossimo alla pensione, potrà trovare similitudini e richiami della memoria in questo corposo libro di Adam Williams («Il palazzo dei piaceri celesti» Longanesi, pagine 752, Euro 19,00). Discendente da una famiglia inglese vissuta in Cina fino agli inizi del Novecento, educato a Oxford, l'autore vive e lavora a Pechino per una società commerciale e questo suo esordio letterario è già stato tradotto in sette lingue.
In realtà, l'ambiente attorno al quale si dipana la contorta e affascinante vicenda ha solo una vaga somiglianza con le nostrane case di tolleranza. Ambientato nella Cina di fine Ottocento, «dove un debole imperatore teneva ancora nelle sue fragili mani il mandato celeste» e le potenze occidentali conquistavano concessioni commerciali e porzioni di territorio sempre maggiori, il racconto ruota intorno al sontuoso bordello di Shishan, a nord di Pechino, il Tian Le Yuan, il Palazzo dei piaceri celesti. Paradiso dei sensi, riservato solo a ricchi e stranieri, brulicava di ragazze bellissime, accuratamente educate all'arte amatoria, al massaggio, al ballo, alla poesia ed alla conversazione. Il raffinato rifugio, annebbiato dall'oppio che circolava generoso tra i clienti, disponeva di terme, bagni turchi, ottima cucina e perfino una biblioteca per i più esigenti.
Mentre fuori cresceva il malcontento e la rivolta serpeggiava nelle campagne, all'interno, protetti dalla discrezione del piacere, fremevano intrighi politici, congiure e affari tra spregiudicati mercanti e mafie locali.
Su questo sfondo, lui, cupo e affascinante ufficiale dal passato tenebroso, schiuderà a lei, giovane formosa appena giunta dall'Inghilterra carica di sogni esotici, i misteri del sesso, del vizio e della trasgressione senza limiti, sconvolgendo le loro esistenze.
La rivolta dei Boxer, inasprita da conflitti ideologici e culturali tra l'idealismo europeo ed il pragmatismo orientale, metterà la comunità inglese in grave pericolo e il bordello di Shishan diventerà per alcuni l'unico rifugio per non essere uccisi, la prima tappa di una lunga ed avventurosa fuga verso la salvezza. La figura del medico missionario dottor Airton, attorno al quale si raccoglie la legazione britannica, è ispirata a vicende familiari dell'autore il cui nonno David Muir svolse la sua attività in Manciuria proprio in quel periodo.
Pennellata su un mondo misterioso ed intrigante, l'autore confessa che la realtà storica ha superato la sua immaginazione: dietro al fascino esotico questi santuari del piacere erano veri e propri luoghi di tortura e crudeltà verso le donne, vendute giovanissime dai genitori (consuetudine divenuta illegale solo nel 1929), la loro vita valeva poco più di niente e le brutalità nei loro confronti superavano quelle descritte nel romanzo.
Chiuse nel '47, quando la Cina entrò a far parte dell'Onu, queste «case» vantavano tradizioni secolari: già Marco Polo parlava estasiato delle donne cinesi («gli stranieri che le hanno sperimentate una volta rimangono come stregati e non riescono più a togliersele dalla testa»), mentre durante la colonizzazione inglese furoreggiavano i «battelli fioriti», bordelli galleggianti situati nei porti marittimi e fluviali.
Un libro interessante, giocato sul dinamismo dell'azione, tra tempeste di polvere, alcove e atmosfere pittoriche, che mantengono vivo l'interesse fino all'ultima pagina
il cattolico Tolkien
Corriere della Sera 18.2.04
DIBATTITI
Tolkien: cattolico o pagano? Si riapre la disputa
di Cesare Medail
Che Tolkien si dichiarasse cattolico è cosa nota; ma i lettori comuni del "Signore degli anelli" (e ora il pubblico del cinema) non ravvisano segni biblici nella saga, evocatrice semmai di quei miti e poemi nordici (Edda , Kalevala) così amati dal professore oxoniano. Cristiano o pagano, dunque? Dalla disputa, per la verità tutta italiana, è uscito un libro ("Paganesimo e cristianesimo in Tolkien", edizioni il Minotauro, pag. 210, 14,50) dove due studiosi, Errico Passaro (tesi pagana) e Marco Respinti (tesi cri stiana) si affrontano, anche se sovente gli argomenti tendono più a integrarsi che a respingersi. Per la loro ambivalenza. Una volta, per esempio, Tolkien dichiarò: «L’Evangelium non ha abrogato le leggende; ma le ha santificate nel lieto fine». Ciò può deporre a favore della tesi cristiana, del senso religioso celato nelle pieghe del racconto; ma suona anche di critica agli anatemi ecclesiali che, a partire dalla Chiesa costantiniana, hanno rigettato i miti, le credenze e le cosmogonie dell’umanità cosiddetta pagana; che Tolkien, invece, accoglie come grandioso preambolo dell’era cristiana.
Una via per dirimere la questione è cercare nella saga valori affini o estranei al cristianesimo: impresa ardua perché la solidarietà, il perdono, la lealtà, il sacrificio, la stessa provvidenza non si trovano solo nella Bibbia. Altra, e più utile via è consi derare l’insieme, l’impianto della creazione tolkeniana a partire dal Silmarillon, dal creatore Iluvatar agli Ainun fino agli Elfi, agli Uomini e agli Hobbit. "Il signore degli anelli" si ferma alla fine della Terza Era, quando gli Elfi si ritirano su altri piani dell’essere e comincia l’era degli Uomini. L’incarnazione di Cristo, dunque, si manifesta in un’era a venire rispetto alla saga e quindi non vi figura, anche se tutto scorre entro un’aura di sacralità non sapremmo dire quanto «profetica».
Per capire il nesso fra paganesimo e cristianesimo in Tolkien è utile, piuttosto, la vicenda del suo amico Clive S. Lewis, grande scrittore fantastico e studioso di mitologie nordiche: perché, si chiedeva da buon ateo, non considerare la storia di Gesù alla stregua di altre remote letterature?
Nel 1931, però, ebbe luogo una storica riunione in casa Tolkien: e prima dell’alba, pressato dall’amico, Lewis si convertì e si convinse che «in quei racconti pagani era sempre Dio ad esprimersi attraverso voci ispirate. Erano l’intuizione poetica di un mito a venire: quello narrato in forma meravigliosa da Isaia e dai profeti biblici, non diverso dagli altri, ma che divenne fatto nella nascita di Cristo». Il cattolico Tolkien non abrogò, quindi, ma fece amare i miti precristiani; e volle scrivere il Pater Noster in Sindarin , la lingua elfica.
DIBATTITI
Tolkien: cattolico o pagano? Si riapre la disputa
di Cesare Medail
Che Tolkien si dichiarasse cattolico è cosa nota; ma i lettori comuni del "Signore degli anelli" (e ora il pubblico del cinema) non ravvisano segni biblici nella saga, evocatrice semmai di quei miti e poemi nordici (Edda , Kalevala) così amati dal professore oxoniano. Cristiano o pagano, dunque? Dalla disputa, per la verità tutta italiana, è uscito un libro ("Paganesimo e cristianesimo in Tolkien", edizioni il Minotauro, pag. 210, 14,50) dove due studiosi, Errico Passaro (tesi pagana) e Marco Respinti (tesi cri stiana) si affrontano, anche se sovente gli argomenti tendono più a integrarsi che a respingersi. Per la loro ambivalenza. Una volta, per esempio, Tolkien dichiarò: «L’Evangelium non ha abrogato le leggende; ma le ha santificate nel lieto fine». Ciò può deporre a favore della tesi cristiana, del senso religioso celato nelle pieghe del racconto; ma suona anche di critica agli anatemi ecclesiali che, a partire dalla Chiesa costantiniana, hanno rigettato i miti, le credenze e le cosmogonie dell’umanità cosiddetta pagana; che Tolkien, invece, accoglie come grandioso preambolo dell’era cristiana.
Una via per dirimere la questione è cercare nella saga valori affini o estranei al cristianesimo: impresa ardua perché la solidarietà, il perdono, la lealtà, il sacrificio, la stessa provvidenza non si trovano solo nella Bibbia. Altra, e più utile via è consi derare l’insieme, l’impianto della creazione tolkeniana a partire dal Silmarillon, dal creatore Iluvatar agli Ainun fino agli Elfi, agli Uomini e agli Hobbit. "Il signore degli anelli" si ferma alla fine della Terza Era, quando gli Elfi si ritirano su altri piani dell’essere e comincia l’era degli Uomini. L’incarnazione di Cristo, dunque, si manifesta in un’era a venire rispetto alla saga e quindi non vi figura, anche se tutto scorre entro un’aura di sacralità non sapremmo dire quanto «profetica».
Per capire il nesso fra paganesimo e cristianesimo in Tolkien è utile, piuttosto, la vicenda del suo amico Clive S. Lewis, grande scrittore fantastico e studioso di mitologie nordiche: perché, si chiedeva da buon ateo, non considerare la storia di Gesù alla stregua di altre remote letterature?
Nel 1931, però, ebbe luogo una storica riunione in casa Tolkien: e prima dell’alba, pressato dall’amico, Lewis si convertì e si convinse che «in quei racconti pagani era sempre Dio ad esprimersi attraverso voci ispirate. Erano l’intuizione poetica di un mito a venire: quello narrato in forma meravigliosa da Isaia e dai profeti biblici, non diverso dagli altri, ma che divenne fatto nella nascita di Cristo». Il cattolico Tolkien non abrogò, quindi, ma fece amare i miti precristiani; e volle scrivere il Pater Noster in Sindarin , la lingua elfica.
martedì 17 febbraio 2004
"Filmcritica":
una conversazione con Marco Bellocchio
La Stampa 17 Febbraio 2004
LA RIVISTA DI CINEMA
«Filmcritica» su Gitai e Bellocchio
ROMA. Ci sono gli ultimi film di Amos Gitai («Alila») e Marco Bellocchio («Buongiorno, notte») sulla copertina del primo numero del 2004 di «Filmcritica», che si apre con un intervento di Fausto Bertinotti alla tavola rotonda della rivista sulla Biennale intitolata «Con il cinema non ce la fanno». «Ci è sembrata profetica - scrive il direttore Edoardo Bruno - con tutto quello che sta avvenendo in questi giorni alla Biennale, scioglimento e modifica del consiglio direttivo, nomina del consulente o del direttore provvisorio in armonia con le linee programmatiche del governo». Ma, sostiene «Filmcritica», appunto «con il cinema non ce la fanno»: «Il cinema, o meglio i film - continua Bruno - sono atti consapevoli, materialistici, di amore, di passione, di ideologia, quindi testimonianza di una storia in atto». Non si può dire altrettanto con il cinema inteso come struttura burocratica, centro di produzione, contro cui, secondo Bruno, bisogna combattere «anche con la fantasia. Oggi non ci manca la comunicazione, ci manca la creatività e la resistenza al presente».
Seguono due conversazioni davvero interessanti con Gitai e Bellocchio. La lettura del conflitto israelo-palestinese di Gitai è molto profonda e articolata e proietta una luce diversa sulle nostre convinzioni. «Si vive come autointossicati dall’accesso ai mass media - dice - e si ha la sensazione che se alla sera, nei tg, non si parla di Medio Oriente, ci sia quasi un senso di tristezza palpabile, perchè si è ormai abituati a ritrovarsi ogni giorno sulle news... una sorta di perenne feuilleton senza fine... ecco perchè nel film ho deciso di mostrare invece la gente che di solito è invisibile».
Bellocchio ritorna sul recente passato italiano e la sua controversa lettura della tragedia di Aldo Moro: «Ho compiuto delle scelte precise in “Buongiorno, notte” - dice - ad esempio di mostrare le pistole senza mostrare alcuno sparo... è come se le inverosimiglianze diventassero l’inverosimiglianza della vita».
LA RIVISTA DI CINEMA
«Filmcritica» su Gitai e Bellocchio
ROMA. Ci sono gli ultimi film di Amos Gitai («Alila») e Marco Bellocchio («Buongiorno, notte») sulla copertina del primo numero del 2004 di «Filmcritica», che si apre con un intervento di Fausto Bertinotti alla tavola rotonda della rivista sulla Biennale intitolata «Con il cinema non ce la fanno». «Ci è sembrata profetica - scrive il direttore Edoardo Bruno - con tutto quello che sta avvenendo in questi giorni alla Biennale, scioglimento e modifica del consiglio direttivo, nomina del consulente o del direttore provvisorio in armonia con le linee programmatiche del governo». Ma, sostiene «Filmcritica», appunto «con il cinema non ce la fanno»: «Il cinema, o meglio i film - continua Bruno - sono atti consapevoli, materialistici, di amore, di passione, di ideologia, quindi testimonianza di una storia in atto». Non si può dire altrettanto con il cinema inteso come struttura burocratica, centro di produzione, contro cui, secondo Bruno, bisogna combattere «anche con la fantasia. Oggi non ci manca la comunicazione, ci manca la creatività e la resistenza al presente».
Seguono due conversazioni davvero interessanti con Gitai e Bellocchio. La lettura del conflitto israelo-palestinese di Gitai è molto profonda e articolata e proietta una luce diversa sulle nostre convinzioni. «Si vive come autointossicati dall’accesso ai mass media - dice - e si ha la sensazione che se alla sera, nei tg, non si parla di Medio Oriente, ci sia quasi un senso di tristezza palpabile, perchè si è ormai abituati a ritrovarsi ogni giorno sulle news... una sorta di perenne feuilleton senza fine... ecco perchè nel film ho deciso di mostrare invece la gente che di solito è invisibile».
Bellocchio ritorna sul recente passato italiano e la sua controversa lettura della tragedia di Aldo Moro: «Ho compiuto delle scelte precise in “Buongiorno, notte” - dice - ad esempio di mostrare le pistole senza mostrare alcuno sparo... è come se le inverosimiglianze diventassero l’inverosimiglianza della vita».
una dichiarazione di Marco Bellocchio all'Humanité
Humanité 16.2.04
Libertés Marco Bellocchio
Le réalisateur de Buongiorno, notte (consacré à l'affaire Aldo Moro) a réagi à l'emprisonnement de Cesare Battisti:
" Je ne connais pas Cesare Battisti, je ne l'ai jamais rencontré, je ne l'ai pas lu et je n'ai pas suivi cette affaire. Sur le fond, je pense que quand quelqu'un a commis des homicides, même il y a longtemps, il doit être puni, mais le fait est que Battisti dit ne pas en avoir commis. Par ailleurs, la tradition veut que, quand il y a eu une guerre, au bout d'un certain temps, il y ait amnistie. À la fin de la Deuxième Guerre mondiale, les vainqueurs ont offert une amnistie. Le problème est qu'il renaît en Italie une forme de terrorisme, donc on pourrait dire que la guerre n'est pas finie. Mais cette forme de terrorisme est très différente de celle des années soixante-dix. Les protagonistes sont en dehors de l'histoire, donc je ne pense pas qu'ils devraient être punis pour l'éternité. Il faut regarder de l'avant, pas adopter le principe de la vendetta. "
(Recueilli par Jean Roy)
http://www.carmillaonline.com/archives/2004/02/000624.html#000624
Libertés Marco Bellocchio
Le réalisateur de Buongiorno, notte (consacré à l'affaire Aldo Moro) a réagi à l'emprisonnement de Cesare Battisti:
" Je ne connais pas Cesare Battisti, je ne l'ai jamais rencontré, je ne l'ai pas lu et je n'ai pas suivi cette affaire. Sur le fond, je pense que quand quelqu'un a commis des homicides, même il y a longtemps, il doit être puni, mais le fait est que Battisti dit ne pas en avoir commis. Par ailleurs, la tradition veut que, quand il y a eu une guerre, au bout d'un certain temps, il y ait amnistie. À la fin de la Deuxième Guerre mondiale, les vainqueurs ont offert une amnistie. Le problème est qu'il renaît en Italie une forme de terrorisme, donc on pourrait dire que la guerre n'est pas finie. Mais cette forme de terrorisme est très différente de celle des années soixante-dix. Les protagonistes sont en dehors de l'histoire, donc je ne pense pas qu'ils devraient être punis pour l'éternité. Il faut regarder de l'avant, pas adopter le principe de la vendetta. "
(Recueilli par Jean Roy)
il caso Cesare Battisti
BellaCiao.org martedi 17 febbraio 2004 :
Parigi: la manifestazione per Cesare Battisti
Dalle 17 - ma si sono in seguito aggiunte molti altri - una folla di circa quattrocento persone si è radunata davanti al carcere della Santé, per manifestare il proprio rifiuto all'estradizione di qualunque rifugiato politico italiano arrivato in Francia dopo gli anni Ottanta. Cesare Battisti si trova per l'appunto improgionato alla Santé, sotto richiesta di estradizione dall'Italia.
Annunciato dapprima come semplice conferenza stampa, il concentramento ha avuto luogo su boulevard Arago all'incrocio con rue de la Santé, ed è stato aperto dagli interventi di Alain Krivine (deputato europeo LCR-trotskista), Noël Mamère (Verdi) e dall'avvocatessa de Felice, appartenente alla Lega dei Diritti dell'Uomo, che difende Cesare. Philippe Sollers (autore Gallimard) ha in seguito preso la parola. Componevano l'assembramento scrittori e intellettuali di diversa estrazione (tra cui Tahar Ben Jalloun, il regista Yves Boisset, l'architetto PC Castro) insieme a una folta rappresentanza di editori, giornalisti, semplici militanti, rifugiati politici italiani (tra cui Oreste Scalzone) che indossavano gli adesivi "Libérez Cesare". Erano presenti anche gruppi più o meno radicali che contestano la carcerazione e il sistema repressivo.
I manifestanti sono rimasti più di due ore a scandire slogan di solidarietà con lo scrittore italiano, in modo che, se anche Cesare non avesse sentito, i cori raggiungessero comunque gli altri detenuti.
Cinque deputati, Krivine e tre parlamentari Verdi e un senatore del PC, sono riusciti, secondo i poteri di cui dispongono per legge, a fare ingresso nel carcere, ma il ministro della Giustizia ha loro illegalmente interdetto l'incontro con Cesare. Tra la folla, striscioni di sostegno alla causa di Cesare, un'enorme bandiera contro il sistema carcerario e la prima pagina del quotidiano l'Humanité (giornale del Partito comunista) che titolava a caratteri cubitali "Libérez Battisti !".
[...] Al termine della manifestazione, la sensazione generale è stata che il governo francese abbia compiuto una mossa azzardata e non priva di rischi.
Giovedì, alle 14.30, la Lega dei Diritti dell'Uomo terrà nella sua sede una conferenza stampa. Alle 20.00, presso il CICP (locale di incontro tra militanti) verrà proiettato il film CESARE BATTISTI, RESISTANCES.
Il comitato di solidarietà a Cesare continuerà a organizzare azioni di sostegno, in vista del 3 marzo, data dell'udienza sulla richiesta di scarcerazione.
Cesare libero! Nessuna estradizione degli esuli italiani!
Parola di presidente
Nel caso Cesare Battisti è in gioco il valore della parola data da un presidente della repubblica a nome di tutta la Francia. Nella migliore tradizione umanista francese, François Mitterrand si impegnò a dare asilo politico ai militanti politici italiani che avessero esplicitamente preso le distanze dai metodi violenti. Ma se è troppo chiedere all'attuale inquilino dell'Eliseo di mantenere quella promessa, che almeno si attenga alla sentenza della corte d'appello di Parigi, che ha dichiarato Cesare Battisti non estradabile.
Libération, Francia
http://www.liberation.fr/page.php?Article=179305
http://www.carmillaonline.com/archives/2004/02/000624.html#000624
in morte di Marco Pantani
una segnalazione di Sergio Grom
Repubblica 17.2.04
La caccia al colpevole nel dramma di Pantani
In morte di Marco Pantani si è spesa un'emozione profonda, perché era giovane, perché era bravo, perché lo conoscevamo tutti e tutti avevamo ammirato il suo prodigioso estro motorio. Ma sulla superficie del dolore popolare, in certi epitaffi televisivi in cerca di applauso, in certi titoli teatralmente affranti galleggia anche qualcosa di sbagliato, di infelice e, ahimé, di incurabilmente italiano.
di MICHELE SERRA
Pantani «ucciso dai giudici» (anche lui?!), Pantani affossato dal Potere Sportivo, Pantani impallinato da «certa stampa», Pantani tradito dall´ambiente, dalla famiglia, dagli amici distratti, dalle donne incuranti, dalla Riviera cinica e gaudente, dalla farmacopea speculatrice, dall´oblio delle folle volubili... Piccole schegge di verità (forse), nessuna bastante a spiegare il precipizio umano del Pirata, che però vengono ingigantite fino al rango di arma letale. L´innocenza restituita (a tutti) dalla morte non basta a placare questa mentalità puerilmente assolutoria, che imputa sempre e comunque «agli altri» il peso della croce che ciascuno si porta appresso, con minore o maggiore disinvoltura. No, si vuole un Pantani vittima anche in vita, incompreso e bistrattato, quasi condotto al suicidio dall´indifferenza e dalla crudeltà del mondo malvagio.
Non è così, non funziona così per nessuno, nemmeno per Pantani. Intanto la depressione (in genere nominata, con eufemismo letterario, «male oscuro», così come il cancro è «brutto male»: terapia dello struzzo) è una malattia, diagnosticabile e spesso curabile, non un malefizio. Non è il lusso romantico e maudit degli eroi caduti, è un tragico tilt che coglie anche operai, massaie, docenti universitari, adolescenti. E nemmeno il più scalcinato terapeuta si sognerebbe di dire al depresso che la causa di quello sprofondo psichico è la malvagità degli altri: sarebbe un tremendo, imperdonabile errore. Piuttosto, cercherebbe di indirizzarlo verso uno scavo interiore, perché è l´io che diventa nemico, l´io il carceriere che impedisce di aprire le finestre. E dunque tutto questo imputare alla società, alla sfortuna, all´invidia, alla persecuzione di imprecisati poteri ostili la triste fine di Marco Pantani, è un pessimo, diseducativo segnale indirizzato ai tanti (tanti!) che soffrono della sua stessa malattia.
Non per caso, mentre nelle prime ore della scomparsa del campione si è detto e ridetto che era stato abbandonato da tutti, ora emergono, come era logico che fosse, progetti di recupero ideati da qualche amico meno disattento, per esempio quello di don Gelmini. Le amicizie balorde (che pure non mancano mai, specie per i ricchi e famosi) paiono meno devastanti e soprattutto meno esclusive di come piaceva pensare ai teorici del Pantani traviato dai Lucignoli: qualcuno che si preoccupava c´era, qualcuno che ci provava pure, e la traviatura (vedi il viaggio a Cuba) era autoinflitta.
E mentre Maradona (altro genio amatissimo, ma bisognoso di aiuto) dichiara che «la colpa è di tutti», forse specchiandosi nella sua propria giustificazione permanente, pare ovvio e necessario dire che ciascuno porta la sua lanterna, nel buio della vita, e che il passaggio più significativo, per entrare nell´età adulta, è per tutti sempre il medesimo, famosi o non famosi, bravi e meno bravi: accettare i propri errori, la propria incompletezza, l´insopportabile eppure evidente scoperta che possiamo deludere gli altri, dispiacere e non solo piacere, sbagliare e non solo avere ragione, perdere e non solo trionfare. Che questo ostico rendiconto della propria limitatezza sia particolarmente duro per un giovane uomo abituato a svettare tra due ali di folla osannante, è probabilmente vero. Ma additare la fine di Pantani come eclatante esempio di martirio dell´incompreso è davvero scellerato, perché non solo i depressi, ma milioni di ragazzi alle prese con la propria complicata formazione saranno rafforzati nel loro comodo alibi di eterne vittime del mondo.
Il lutto per Pantani è, nello sgomento e nella tristezza, un lutto bello e consolante: esprime ammirazione, gratitudine e amore per la spettacolosa grazia atletica dell´uomo che sale, supera se stesso, trasforma una bestiale sofferenza in una gloriosa arrampicata sull´Olimpo. Perfino il virilismo romagnolo (struttura psicologico-culturale che non mi è particolarmente cara) assumeva, in Pantani, cadenze quasi spirituali, leggere, femminili quando inanellava i tornanti di asfalto come un morbido gomitolo. Non si addice, a questo lutto concorde, il molle piagnisteo italiota sulle «colpe degli altri». Gli altri, se hanno colpa, e rimorso, dovranno sbrigarsela comunque da soli, pure loro, faticando a prendere sonno come a tutti capita, prima o poi.
Lui merita un compianto profondo, e la memoria intatta di chi aspetterà per sempre, seduto sui prati, di vedere passare il Pirata. Non merita che lo si agiti come uno straccio inerte, come una bandiera bianca, per potere continuare a lamentarci ciascuno della sua debolezza, ad aggrapparsi ciascuno alle sue eterne giustificazioni da bimbo. Siamo spesso soli, tutti, specie nei momenti decisivi: non possiamo chiedere proprio a un uomo che cercava sempre la fuga, l´arrivo solitario, di aiutarci a rimanere intruppati nella desolante mediocrità dei nostri alibi.
Repubblica 17.2.04
La caccia al colpevole nel dramma di Pantani
In morte di Marco Pantani si è spesa un'emozione profonda, perché era giovane, perché era bravo, perché lo conoscevamo tutti e tutti avevamo ammirato il suo prodigioso estro motorio. Ma sulla superficie del dolore popolare, in certi epitaffi televisivi in cerca di applauso, in certi titoli teatralmente affranti galleggia anche qualcosa di sbagliato, di infelice e, ahimé, di incurabilmente italiano.
di MICHELE SERRA
Pantani «ucciso dai giudici» (anche lui?!), Pantani affossato dal Potere Sportivo, Pantani impallinato da «certa stampa», Pantani tradito dall´ambiente, dalla famiglia, dagli amici distratti, dalle donne incuranti, dalla Riviera cinica e gaudente, dalla farmacopea speculatrice, dall´oblio delle folle volubili... Piccole schegge di verità (forse), nessuna bastante a spiegare il precipizio umano del Pirata, che però vengono ingigantite fino al rango di arma letale. L´innocenza restituita (a tutti) dalla morte non basta a placare questa mentalità puerilmente assolutoria, che imputa sempre e comunque «agli altri» il peso della croce che ciascuno si porta appresso, con minore o maggiore disinvoltura. No, si vuole un Pantani vittima anche in vita, incompreso e bistrattato, quasi condotto al suicidio dall´indifferenza e dalla crudeltà del mondo malvagio.
Non è così, non funziona così per nessuno, nemmeno per Pantani. Intanto la depressione (in genere nominata, con eufemismo letterario, «male oscuro», così come il cancro è «brutto male»: terapia dello struzzo) è una malattia, diagnosticabile e spesso curabile, non un malefizio. Non è il lusso romantico e maudit degli eroi caduti, è un tragico tilt che coglie anche operai, massaie, docenti universitari, adolescenti. E nemmeno il più scalcinato terapeuta si sognerebbe di dire al depresso che la causa di quello sprofondo psichico è la malvagità degli altri: sarebbe un tremendo, imperdonabile errore. Piuttosto, cercherebbe di indirizzarlo verso uno scavo interiore, perché è l´io che diventa nemico, l´io il carceriere che impedisce di aprire le finestre. E dunque tutto questo imputare alla società, alla sfortuna, all´invidia, alla persecuzione di imprecisati poteri ostili la triste fine di Marco Pantani, è un pessimo, diseducativo segnale indirizzato ai tanti (tanti!) che soffrono della sua stessa malattia.
Non per caso, mentre nelle prime ore della scomparsa del campione si è detto e ridetto che era stato abbandonato da tutti, ora emergono, come era logico che fosse, progetti di recupero ideati da qualche amico meno disattento, per esempio quello di don Gelmini. Le amicizie balorde (che pure non mancano mai, specie per i ricchi e famosi) paiono meno devastanti e soprattutto meno esclusive di come piaceva pensare ai teorici del Pantani traviato dai Lucignoli: qualcuno che si preoccupava c´era, qualcuno che ci provava pure, e la traviatura (vedi il viaggio a Cuba) era autoinflitta.
E mentre Maradona (altro genio amatissimo, ma bisognoso di aiuto) dichiara che «la colpa è di tutti», forse specchiandosi nella sua propria giustificazione permanente, pare ovvio e necessario dire che ciascuno porta la sua lanterna, nel buio della vita, e che il passaggio più significativo, per entrare nell´età adulta, è per tutti sempre il medesimo, famosi o non famosi, bravi e meno bravi: accettare i propri errori, la propria incompletezza, l´insopportabile eppure evidente scoperta che possiamo deludere gli altri, dispiacere e non solo piacere, sbagliare e non solo avere ragione, perdere e non solo trionfare. Che questo ostico rendiconto della propria limitatezza sia particolarmente duro per un giovane uomo abituato a svettare tra due ali di folla osannante, è probabilmente vero. Ma additare la fine di Pantani come eclatante esempio di martirio dell´incompreso è davvero scellerato, perché non solo i depressi, ma milioni di ragazzi alle prese con la propria complicata formazione saranno rafforzati nel loro comodo alibi di eterne vittime del mondo.
Il lutto per Pantani è, nello sgomento e nella tristezza, un lutto bello e consolante: esprime ammirazione, gratitudine e amore per la spettacolosa grazia atletica dell´uomo che sale, supera se stesso, trasforma una bestiale sofferenza in una gloriosa arrampicata sull´Olimpo. Perfino il virilismo romagnolo (struttura psicologico-culturale che non mi è particolarmente cara) assumeva, in Pantani, cadenze quasi spirituali, leggere, femminili quando inanellava i tornanti di asfalto come un morbido gomitolo. Non si addice, a questo lutto concorde, il molle piagnisteo italiota sulle «colpe degli altri». Gli altri, se hanno colpa, e rimorso, dovranno sbrigarsela comunque da soli, pure loro, faticando a prendere sonno come a tutti capita, prima o poi.
Lui merita un compianto profondo, e la memoria intatta di chi aspetterà per sempre, seduto sui prati, di vedere passare il Pirata. Non merita che lo si agiti come uno straccio inerte, come una bandiera bianca, per potere continuare a lamentarci ciascuno della sua debolezza, ad aggrapparsi ciascuno alle sue eterne giustificazioni da bimbo. Siamo spesso soli, tutti, specie nei momenti decisivi: non possiamo chiedere proprio a un uomo che cercava sempre la fuga, l´arrivo solitario, di aiutarci a rimanere intruppati nella desolante mediocrità dei nostri alibi.
Repubblica:
fanno un nesso con Marco Bellocchio
ma il film di Farinelli è su una "coppia gay"!
per chi è dotato di uno stomaco forte, una scheda su "Il vento, di sera" è disponibile qui
Repubblica ediz. di Bologna 17.2.04
Da giovedì in sala il film del regista, una storia di amore e di lutto sullo sfondo dell'omicidio di Marco Biagi
"Il vento, di sera" a Officinema
Farinelli: "È un nuovo cinema politico"
La pellicola è stata presentata con successo al recente festival di Berlino
di BRUNELLA TORRESIN
Presentato due settimane or sono al festival di Berlino, il film di Andrea Adriatico «Il vento, di sera» esce dopodomani a Bologna: da giovedì 19 a martedì 24 febbraio, sarà proiettato ad Officinema, in via Pietralata 55, la sala che la Cineteca ha dedicato al cinema italiano, e che negli ultimi mesi è stata veicolo di veri fenomeni bolognesi, come Cavedagne. Il film di Adriatico, scritto e sceneggiato assieme a Stefano Casi, prodotto da Teatri di Vita (con un contributo della Fondazione del Monte), girato tutto in esterni e di notte, ha ricevuto a Berlino un´ottima accoglienza e ha offerto «un´emozione che sarà difficile da dimenticare», ha confessato ieri il regista, presentando la pellicola assieme al direttore della Cineteca Gianluca Farinelli, e a Corso Salani, che ne è il protagonista.
[...]
Pubblico e critica della Berlinale hanno accostato «Il vento, di sera» al film di Marco Bellocchio, «Buongiorno notte». In entrambi, un evento che scuote profondamente la coscienza di un paese, è indagato alla luce di sentimenti personali, apparentemente privati.
[...]
Repubblica ediz. di Bologna 17.2.04
Da giovedì in sala il film del regista, una storia di amore e di lutto sullo sfondo dell'omicidio di Marco Biagi
"Il vento, di sera" a Officinema
Farinelli: "È un nuovo cinema politico"
La pellicola è stata presentata con successo al recente festival di Berlino
di BRUNELLA TORRESIN
Presentato due settimane or sono al festival di Berlino, il film di Andrea Adriatico «Il vento, di sera» esce dopodomani a Bologna: da giovedì 19 a martedì 24 febbraio, sarà proiettato ad Officinema, in via Pietralata 55, la sala che la Cineteca ha dedicato al cinema italiano, e che negli ultimi mesi è stata veicolo di veri fenomeni bolognesi, come Cavedagne. Il film di Adriatico, scritto e sceneggiato assieme a Stefano Casi, prodotto da Teatri di Vita (con un contributo della Fondazione del Monte), girato tutto in esterni e di notte, ha ricevuto a Berlino un´ottima accoglienza e ha offerto «un´emozione che sarà difficile da dimenticare», ha confessato ieri il regista, presentando la pellicola assieme al direttore della Cineteca Gianluca Farinelli, e a Corso Salani, che ne è il protagonista.
[...]
Pubblico e critica della Berlinale hanno accostato «Il vento, di sera» al film di Marco Bellocchio, «Buongiorno notte». In entrambi, un evento che scuote profondamente la coscienza di un paese, è indagato alla luce di sentimenti personali, apparentemente privati.
[...]
lunedì 16 febbraio 2004
uomini e scimpanzé
(ma sulla differenza Odifreddi non si impegna)
Repubblica 16.2.04
SIAMO TUTTI SCIMPANZÉ
uno studio sul loro dna e su quello degli uomini
Il dato può stupire solo chi si ostina ad avversare le tesi evoluzioniste
Jonathan Marks mostra coincidenze che arrivano al 98 per cento
L'esaltazione della razza e della famiglia è il comandamento dell'antiscientismo
Lo stesso atteggiamento infiamma i fanatismi religiosi e politici di Chiese e Leghe
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
In "Una relazione per un´Accademia" una scimmia descrive la sua trasformazione in uomo dopo la cattura nella Costa d´Oro. Ma poiché neppure Kafka poteva riuscire nell´impresa impossibile di togliersi i panni dell´uomo per entrare nel pelo dell´animale, il racconto si mantiene su un piano superficiale, e limita l´acquisizione di tratti umani all´ubriacarsi e allo stringere la mano.
D´altronde, già Wittgenstein aveva notato nelle "Ricerche filosofiche" che «se un leone potesse parlare, non lo capiremmo». Ora, sui leoni siamo tutti d´accordo, ma sulle scimmie? In fondo, almeno quelle grandi, e soprattutto quelle africane, sembrano molto vicine all´uomo: appartengono agli animali che partoriscono i piccoli e li accudiscono; ai mammiferi che hanno il pollice prensile, le unghie dei piedi, e solo due capezzoli; e ai primati che non hanno la coda, e la cui faccia è schiacciata.
E infatti, le scimmie sono nostre parenti strette. Perché, a meno di non voler credere alle favole del "Genesi", circa sette milioni di anni fa c´era in Africa una sola specie comune, che poi si divise e diede origine ai protogorilla a Occidente, ai protoscimpanzé nel Centro, e ai protoumani a Oriente. Ovvero, siamo tutti scimmie africane, con buona pace degli umanoidi che si radunano sulle piazze per proclamare che invece siamo tutti americani (volendo dire statunitensi).
Naturalmente, non bisogna sottovalutare le differenze che dividono le scimmie da noi: in fondo, non camminano erette, non fanno all´amore (solo sesso, e solo nei periodi fecondi della femmina), non parlano, non si vestono, non producono né trasmettono cultura e tecnologia. Ma non bisogna neppure sottovalutare le affinità, che sono apparse evidenti sin dal Settecento: la prima descrizione di una grande scimmia (di un anatomista inglese, Edward Tyson) è del 1699, la prima esibizione in Europa di un esemplare (di scimpanzé, dall´Angola) del 1738, la prima classificazione (dei primati, di Linneo) del 1758.
La classificazione odierna, del paleontologo George Simpson, è del 1945, e ci accomuna a scimmie piccole (gibboni) e grandi (scimpanzé, gorilla e oranghi) per i denti, la mancanza di coda, la posizione e la capacità di movimento della spalla, e la struttura del tronco. Ma è possibile quantificare precisamente la nostra affinità, anatomica e genetica, agli altri ominidi in generale, e ai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, in particolare?
Sulle ossa, c´è poco da dire: abbiamo esattamente le stesse degli scimpanzé, con piccole differenze dovute alla nostra postura eretta, ai nostri incisivi ridotti, e alla maggior dimensione del nostro cervello. Ma è difficile specificare la coincidenza globale, che varia da un massimo del 100 per cento dal punto di vista del numero di ossa, a un minimo del 37 per cento dal punto di vista del volume del cervello.
Coi cromosomi le cose diventano più precise. Noi ne abbiamo 46, gli scimpanzé 48, ed essi corrispondono perfettamente, a parte le regioni di accumulazione del Dna «di scarto» (agli estremi del cromosoma per le scimmie, e al centro per l´uomo). L´unica diversità sta nel cromosoma 2 (il secondo in ordine di grandezza) umano, che corrisponde esattamente alla fusione di due cromosomi dello scimpanzé. E che si tratti di una fusione nell´uomo, e non di una divisione nello scimpanzé, lo si deduce dal fatto che i due cromosomi sono separati in parenti lontanissimi, come nel babbuino.
Si può far ancor meglio con le proteine. Verso il 1965 il biochimico Allan Wilson e l´antropologo Vincent Sarich ne iniettarono di umane e di scimpanzé nel sangue dei conigli, e scoprirono che esse erano molto simili, perché gli anticorpi generati dalle une funzionavano abbastanza bene contro le altre, e viceversa. Misurando esattamente la differenza, in base all´intensità delle relative reazioni chimiche, e paragonandola alla velocità evolutiva delle proteine, che è più o meno costante, i due scienziati calcolarono che le due specie si erano distaccate da circa quattro milioni di anni. Qualche anno dopo, nel 1975, lo stesso Wilson e la genetista Mary-Claire King confrontarono direttamente una quarantina di proteine di uomo e di scimpanzé, e trovarono una coincidenza del 99,3 per cento.
Il che significa, naturalmente, che ci dev´essere una coincidenza analoga anche nel Dna che codifica proteine, il quale però è solo una piccola parte (circa l´1 per cento) del tutto. Volendo confrontare gli interi, e non solo le parti, si nota anzitutto che gli scimpanzé hanno circa il 10 per cento di Dna in più di noi, ma la cosa è poco importante: in fondo, i libri si giudicano in base al contenuto, e non alla lunghezza. Il vero raffronto va dunque fatto sull´intera sequenza del genoma, che è scritto in un alfabeto di sole quattro lettere: dunque, due sequenze casuali coincideranno in media almeno al 25 per cento, e solo coincidenze molto più alte saranno significative.
Poiché la sequenziazione del genoma dello scimpanzé, a differenza di quella dell´uomo, non è stata ancora fatta, bisogna paragonarli in maniera indiretta. Un raffronto tra 40.000 basi in una particolare regione (quella dei geni dell´emoglobina) di un certo cromosoma (il numero 11), ha mostrato una coincidenza del 98,1 per cento, consistente con quella delle proteine. E un raffronto basato sull´ibridizzazione di segmenti di Dna delle due specie, e sulla temperatura alla quale si separano i filamenti ibridi e non, ha confermato un risultato tra il 97 e il 98,2 per cento. Per questo oggi si dice che il Dna dell´uomo coincide (circa) al 98 per cento con quello dello scimpanzé.
Che cosa significa essere scimpanzé al 98 per cento lo discute Jonathan Marks in un suo omonimo e provocatorio libro (Feltrinelli, pagg. 274, euro 16). Anzitutto, solo gli antievoluzionisti si stupiranno della cosa: per gli altri, tutte le specie viventi discendono da un antenato comune, come dimostra il fatto che il meccanismo genetico è lo stesso per tutte, e ciascuna è più vicina ai parenti prossimi che a quelli lontani. Ad esempio, molte centinaia di milioni di anni fa un gruppo di pesci sviluppò arti che permisero ai discendenti di uscire dall´acqua sulla terraferma, e diede origine a tutti i vertebrati viventi: il celacanto, che è un «fossile vivente» di quel gruppo, è dunque più vicino a noi di quanto non lo sia a un tonno, benché entrambi siano pesci.
Inoltre, il Dna è solo uno dei fattori determinanti le specie, e la scelta di quali fattori siano più o meno importanti o decisivi è culturale. Ad esempio, nel 1758 Linneo ha deciso di classificare gli uomini nella famiglia dei mammiferi, cioè «portatori di mammelle», nonostante il fatto che solo metà del genere umano le porti: sembra che la sua scelta sia stata determinata da un impegno politico nel movimento per l´adozione dell´allattamento materno, al posto di quello a balia. Però, la scelta delle mammelle non è obbligata: Aristotele privilegiava il fatto di avere quattro arti e partorire prole viva, invece che uova; e gli scienziati del Settecento il fatto di avere peli, il che basta a distinguere i mammiferi dai rettili, dagli anfibi, dai pesci e dagli uccelli.
Ancor più culturali sono i concetti di razza e di famiglia, che non riflettono alcuna suddivisione naturale della specie umana. Il razzismo è basato sulle solite favole del "Genesi" e fa derivare le razze, che sono prodotti del clima e non dei geni, dai tre figli di Noè: gli africani neri da Cam, gli asiatici gialli da Sem, e gli europei bianchi da Yafet (dopo la scoperta dell´America e dei pellerossa, ci si rivolse a un´altra fonte fantastica: quella dei quattro umori di Ippocrate). E l´arbitrarietà biologica delle relazioni familiari risulta evidente quando si ricordi, ad esempio, che i nostri genitori non sono fra loro consanguinei; o che chiamiamo nonni allo stesso modo quattro persone, di cui una sola ci ha trasmesso il Dna mitocondriale (la nonna materna), e una sola il cromosoma Y, se siamo maschi (il nonno paterno); o che chiamiamo zii allo stesso modo i fratelli e le sorelle dei genitori, che sono nostri consanguinei, e i loro coniugi, che non lo sono.
Il rifiuto dell´evoluzionismo e l´esaltazione della razza e della famiglia sono i comandamenti della fede antiscientista. Essi infiammano i fanatismi religiosi e politici delle Chiese e delle Leghe del mondo intero, perché le differenze culturali sono più importanti della variabilità biologica, almeno per quelli che si preoccupano più della società costruita da loro, che del mondo creato dalla natura. Per gli altri, il condividere il 100 per cento del Dna con certi «umani» è più imbarazzante che condividerne il 98 per cento con gli scimpanzé.
SIAMO TUTTI SCIMPANZÉ
uno studio sul loro dna e su quello degli uomini
Il dato può stupire solo chi si ostina ad avversare le tesi evoluzioniste
Jonathan Marks mostra coincidenze che arrivano al 98 per cento
L'esaltazione della razza e della famiglia è il comandamento dell'antiscientismo
Lo stesso atteggiamento infiamma i fanatismi religiosi e politici di Chiese e Leghe
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
In "Una relazione per un´Accademia" una scimmia descrive la sua trasformazione in uomo dopo la cattura nella Costa d´Oro. Ma poiché neppure Kafka poteva riuscire nell´impresa impossibile di togliersi i panni dell´uomo per entrare nel pelo dell´animale, il racconto si mantiene su un piano superficiale, e limita l´acquisizione di tratti umani all´ubriacarsi e allo stringere la mano.
D´altronde, già Wittgenstein aveva notato nelle "Ricerche filosofiche" che «se un leone potesse parlare, non lo capiremmo». Ora, sui leoni siamo tutti d´accordo, ma sulle scimmie? In fondo, almeno quelle grandi, e soprattutto quelle africane, sembrano molto vicine all´uomo: appartengono agli animali che partoriscono i piccoli e li accudiscono; ai mammiferi che hanno il pollice prensile, le unghie dei piedi, e solo due capezzoli; e ai primati che non hanno la coda, e la cui faccia è schiacciata.
E infatti, le scimmie sono nostre parenti strette. Perché, a meno di non voler credere alle favole del "Genesi", circa sette milioni di anni fa c´era in Africa una sola specie comune, che poi si divise e diede origine ai protogorilla a Occidente, ai protoscimpanzé nel Centro, e ai protoumani a Oriente. Ovvero, siamo tutti scimmie africane, con buona pace degli umanoidi che si radunano sulle piazze per proclamare che invece siamo tutti americani (volendo dire statunitensi).
Naturalmente, non bisogna sottovalutare le differenze che dividono le scimmie da noi: in fondo, non camminano erette, non fanno all´amore (solo sesso, e solo nei periodi fecondi della femmina), non parlano, non si vestono, non producono né trasmettono cultura e tecnologia. Ma non bisogna neppure sottovalutare le affinità, che sono apparse evidenti sin dal Settecento: la prima descrizione di una grande scimmia (di un anatomista inglese, Edward Tyson) è del 1699, la prima esibizione in Europa di un esemplare (di scimpanzé, dall´Angola) del 1738, la prima classificazione (dei primati, di Linneo) del 1758.
La classificazione odierna, del paleontologo George Simpson, è del 1945, e ci accomuna a scimmie piccole (gibboni) e grandi (scimpanzé, gorilla e oranghi) per i denti, la mancanza di coda, la posizione e la capacità di movimento della spalla, e la struttura del tronco. Ma è possibile quantificare precisamente la nostra affinità, anatomica e genetica, agli altri ominidi in generale, e ai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, in particolare?
Sulle ossa, c´è poco da dire: abbiamo esattamente le stesse degli scimpanzé, con piccole differenze dovute alla nostra postura eretta, ai nostri incisivi ridotti, e alla maggior dimensione del nostro cervello. Ma è difficile specificare la coincidenza globale, che varia da un massimo del 100 per cento dal punto di vista del numero di ossa, a un minimo del 37 per cento dal punto di vista del volume del cervello.
Coi cromosomi le cose diventano più precise. Noi ne abbiamo 46, gli scimpanzé 48, ed essi corrispondono perfettamente, a parte le regioni di accumulazione del Dna «di scarto» (agli estremi del cromosoma per le scimmie, e al centro per l´uomo). L´unica diversità sta nel cromosoma 2 (il secondo in ordine di grandezza) umano, che corrisponde esattamente alla fusione di due cromosomi dello scimpanzé. E che si tratti di una fusione nell´uomo, e non di una divisione nello scimpanzé, lo si deduce dal fatto che i due cromosomi sono separati in parenti lontanissimi, come nel babbuino.
Si può far ancor meglio con le proteine. Verso il 1965 il biochimico Allan Wilson e l´antropologo Vincent Sarich ne iniettarono di umane e di scimpanzé nel sangue dei conigli, e scoprirono che esse erano molto simili, perché gli anticorpi generati dalle une funzionavano abbastanza bene contro le altre, e viceversa. Misurando esattamente la differenza, in base all´intensità delle relative reazioni chimiche, e paragonandola alla velocità evolutiva delle proteine, che è più o meno costante, i due scienziati calcolarono che le due specie si erano distaccate da circa quattro milioni di anni. Qualche anno dopo, nel 1975, lo stesso Wilson e la genetista Mary-Claire King confrontarono direttamente una quarantina di proteine di uomo e di scimpanzé, e trovarono una coincidenza del 99,3 per cento.
Il che significa, naturalmente, che ci dev´essere una coincidenza analoga anche nel Dna che codifica proteine, il quale però è solo una piccola parte (circa l´1 per cento) del tutto. Volendo confrontare gli interi, e non solo le parti, si nota anzitutto che gli scimpanzé hanno circa il 10 per cento di Dna in più di noi, ma la cosa è poco importante: in fondo, i libri si giudicano in base al contenuto, e non alla lunghezza. Il vero raffronto va dunque fatto sull´intera sequenza del genoma, che è scritto in un alfabeto di sole quattro lettere: dunque, due sequenze casuali coincideranno in media almeno al 25 per cento, e solo coincidenze molto più alte saranno significative.
Poiché la sequenziazione del genoma dello scimpanzé, a differenza di quella dell´uomo, non è stata ancora fatta, bisogna paragonarli in maniera indiretta. Un raffronto tra 40.000 basi in una particolare regione (quella dei geni dell´emoglobina) di un certo cromosoma (il numero 11), ha mostrato una coincidenza del 98,1 per cento, consistente con quella delle proteine. E un raffronto basato sull´ibridizzazione di segmenti di Dna delle due specie, e sulla temperatura alla quale si separano i filamenti ibridi e non, ha confermato un risultato tra il 97 e il 98,2 per cento. Per questo oggi si dice che il Dna dell´uomo coincide (circa) al 98 per cento con quello dello scimpanzé.
Che cosa significa essere scimpanzé al 98 per cento lo discute Jonathan Marks in un suo omonimo e provocatorio libro (Feltrinelli, pagg. 274, euro 16). Anzitutto, solo gli antievoluzionisti si stupiranno della cosa: per gli altri, tutte le specie viventi discendono da un antenato comune, come dimostra il fatto che il meccanismo genetico è lo stesso per tutte, e ciascuna è più vicina ai parenti prossimi che a quelli lontani. Ad esempio, molte centinaia di milioni di anni fa un gruppo di pesci sviluppò arti che permisero ai discendenti di uscire dall´acqua sulla terraferma, e diede origine a tutti i vertebrati viventi: il celacanto, che è un «fossile vivente» di quel gruppo, è dunque più vicino a noi di quanto non lo sia a un tonno, benché entrambi siano pesci.
Inoltre, il Dna è solo uno dei fattori determinanti le specie, e la scelta di quali fattori siano più o meno importanti o decisivi è culturale. Ad esempio, nel 1758 Linneo ha deciso di classificare gli uomini nella famiglia dei mammiferi, cioè «portatori di mammelle», nonostante il fatto che solo metà del genere umano le porti: sembra che la sua scelta sia stata determinata da un impegno politico nel movimento per l´adozione dell´allattamento materno, al posto di quello a balia. Però, la scelta delle mammelle non è obbligata: Aristotele privilegiava il fatto di avere quattro arti e partorire prole viva, invece che uova; e gli scienziati del Settecento il fatto di avere peli, il che basta a distinguere i mammiferi dai rettili, dagli anfibi, dai pesci e dagli uccelli.
Ancor più culturali sono i concetti di razza e di famiglia, che non riflettono alcuna suddivisione naturale della specie umana. Il razzismo è basato sulle solite favole del "Genesi" e fa derivare le razze, che sono prodotti del clima e non dei geni, dai tre figli di Noè: gli africani neri da Cam, gli asiatici gialli da Sem, e gli europei bianchi da Yafet (dopo la scoperta dell´America e dei pellerossa, ci si rivolse a un´altra fonte fantastica: quella dei quattro umori di Ippocrate). E l´arbitrarietà biologica delle relazioni familiari risulta evidente quando si ricordi, ad esempio, che i nostri genitori non sono fra loro consanguinei; o che chiamiamo nonni allo stesso modo quattro persone, di cui una sola ci ha trasmesso il Dna mitocondriale (la nonna materna), e una sola il cromosoma Y, se siamo maschi (il nonno paterno); o che chiamiamo zii allo stesso modo i fratelli e le sorelle dei genitori, che sono nostri consanguinei, e i loro coniugi, che non lo sono.
Il rifiuto dell´evoluzionismo e l´esaltazione della razza e della famiglia sono i comandamenti della fede antiscientista. Essi infiammano i fanatismi religiosi e politici delle Chiese e delle Leghe del mondo intero, perché le differenze culturali sono più importanti della variabilità biologica, almeno per quelli che si preoccupano più della società costruita da loro, che del mondo creato dalla natura. Per gli altri, il condividere il 100 per cento del Dna con certi «umani» è più imbarazzante che condividerne il 98 per cento con gli scimpanzé.
storia dell'arte:
astrattismo e marxismo
Repubblica 16.2.04
PARLA PIERO D'ORAZIO, UNA SUA RETROSPETTIVA A LOCARNO
LA MIA DIFESA DELL'ASTRATTO
Il periodo americano, i rapporti con Pollock e De Kooning, le svolte italiane a cominciare dalla scoperta della Pop art
di PAOLO VAGHEGGI
È costretto su una sedia a rotelle Piero Dorazio a causa di un lungo periodo di malattia. Sta però migliorando e non ha perduto l´ironia: «Questa è una tortura che doveva finire nella Commedia di Dante. Ma forse a quel tempo non c´erano sedie a rotelle». E non ha perso lo spirito polemico che ha segnato tutta la sua tumultuosa esistenza, segnata da viaggi, incontri e amicizie con artisti come Arp, Miró, Léger, Pollock, De Kooning o Barnett Newman. Difende sempre, con foga, la pittura astratta, scaglia strali contro la Biennale di Venezia, contro la mercificazione dell´arte, contro la Galleria nazionale d´arte moderna di Roma.
È lunga la storia di Dorazio che ormai ha 77 anni. Negli anni Cinquanta è stato artista "errante", pronto a correre a Parigi o a New York, ma sempre legato a filo doppio alla natia Roma e agli italiani, a Consagra, Sanfilippo, Turcato, al gruppo "Forma 1" fondato nel 1947, risposta al "realismo socialista" di Guttuso.
È una storia che oggi racconta una retrospettiva allestita a Locarno, nella Pinacoteca Casa Rusca (dal 22 febbraio al 30 maggio) e in un volume che la casa editrice Skira ha da poco mandato in libreria, Piero Dorazio. La formazione artistica di Annette Papenberg-Weber, che è anche la curatrice della mostra. La scelta di Locarno non è casuale. Negli anni della gioventù Dorazio si recava spesso nella città svizzera per incontrare Jean Arp, che vi soggiornava, così come sono state significative l´amicizia con il pittore e pioniere del cinema astratto Hans Richter, anch´egli di stanza a Locarno, nonché la collaborazione con la stamperia d´arte Lafranca.
Insomma è il ritorno a una seconda casa anche se fu Roma il centro di ogni battaglia, il luogo in cui si predicava un´arte «insieme formalista e marxista». Racconta Dorazio: «Alla fine della seconda guerra mondiale in Italia, da un punto di vista artistico, c´era quasi il vuoto. C´era la Scuola Romana, è vero. Ma nient´altro. L´idea di unire formalismo e marxismo fu del nostro gruppo, di Forma 1. Venne da Ripellino con cui studiavamo i formalisti russi, la cultura della sinistra russa della rivoluzione e prima della rivoluzione. Il resto era figlio di quel poco che conoscevamo della tradizione europea moderna».
Fu un´idea molto osteggiata?
«Piuttosto che provare a conciliare il marxismo con il formalismo cancellarono tutto. Fu Togliatti, furono i comunisti italiani non moderni. C´erano anche dei comunisti moderni, e non pochi, ma erano messi la bando. Amendola non era ostile. Di Guttuso è inutile parlare: era il nostro nemico numero uno. Io a quel tempo ero iscritto al partito socialista. Ma quelli che erano iscritti al Pci, come Consagra o Turcato, furono più volte chiamati per rendere conto di queste "deviazioni". Ci fu sempre una grande ostilità nei nostri confronti tanto che a nessuno di noi fu affidato un insegnamento. Solo Turcato insegnava, ma perché gli era stato assegnato un posto di assistente di Consagra fin dai tempi di Bottai. Io fui costretto a emigrare negli Stati Uniti per insegnare, andai a dirigere una scuola. Non avevamo i soldi per vivere. Nessuno comprava i nostri quadri. E l´ostilità degli stalinisti, anche se ora sono degli ex, continua tuttora».
Tuttora?
«Nel settembre dello scorso anno ho donato alla Galleria nazionale d´arte moderna di Roma alcuni dipinti del valore di un miliardo di vecchie lire e non è stato emesso neppure un comunicato. Ho regalato cinque grandi quadri, tra i più belli che ho realizzato tra gli anni Cinquanta e i giorni nostri, che aveva cominciato a scegliere Palma Bucarelli. Per completare le pratiche burocratiche ci sono voluti trent´anni. E alla fine la galleria non mi ha scritto neppure una lettera di ringraziamento».
Negli Stati Uniti quali erano i suoi rapporti con Pollock, De Kooning o Barnett Newman?
«Con gli artisti americani c´era un vero rapporto di scambio. Non c´era colonizzazione, quel fenomeno che ha cominciato a manifestarsi dopo la metà degli anni Sessanta, dopo il Leone d´oro assegnato dalla Biennale di Venezia a Rauschenberg. Fu questo il momento in cui mercanti, galleristi, collezionisti decisero di sostenere la pop art, che non è la vera arte americana, ma un´involuzione commerciale, una speculazione. Gente come Pollock o De Kooning rappresenta la vera grande pittura americana, che nasce dalla tradizione europea, sviluppa la tradizione francese, italiana. Gli altri sono duplicatori, copiatori. Si vede bene alla Biennale».
Davide Croff ne è stato appena nominato presidente. Ma della Biennale di Venezia riformata dal ministro Urbani cosa ne pensa?
«Una cosa è certa. Continua l´ostilità verso l´arte astratta. Quanto alla Biennale, la riforma del ministro Urbani è un disastro totale. Allontana l´arte dal pubblico anziché avvicinarla. Non ci sono critici, storici d´arte negli uffici. Sono tutti burocrati, che non sanno neppure cos´era la Biennale: era la mostra più importante del mondo dove si sancivano i giudizi sugli artisti. Esporre alla Biennale era uno straordinario riconoscimento. Ora non sappiamo più cos´è».
PARLA PIERO D'ORAZIO, UNA SUA RETROSPETTIVA A LOCARNO
LA MIA DIFESA DELL'ASTRATTO
Il periodo americano, i rapporti con Pollock e De Kooning, le svolte italiane a cominciare dalla scoperta della Pop art
di PAOLO VAGHEGGI
È costretto su una sedia a rotelle Piero Dorazio a causa di un lungo periodo di malattia. Sta però migliorando e non ha perduto l´ironia: «Questa è una tortura che doveva finire nella Commedia di Dante. Ma forse a quel tempo non c´erano sedie a rotelle». E non ha perso lo spirito polemico che ha segnato tutta la sua tumultuosa esistenza, segnata da viaggi, incontri e amicizie con artisti come Arp, Miró, Léger, Pollock, De Kooning o Barnett Newman. Difende sempre, con foga, la pittura astratta, scaglia strali contro la Biennale di Venezia, contro la mercificazione dell´arte, contro la Galleria nazionale d´arte moderna di Roma.
È lunga la storia di Dorazio che ormai ha 77 anni. Negli anni Cinquanta è stato artista "errante", pronto a correre a Parigi o a New York, ma sempre legato a filo doppio alla natia Roma e agli italiani, a Consagra, Sanfilippo, Turcato, al gruppo "Forma 1" fondato nel 1947, risposta al "realismo socialista" di Guttuso.
È una storia che oggi racconta una retrospettiva allestita a Locarno, nella Pinacoteca Casa Rusca (dal 22 febbraio al 30 maggio) e in un volume che la casa editrice Skira ha da poco mandato in libreria, Piero Dorazio. La formazione artistica di Annette Papenberg-Weber, che è anche la curatrice della mostra. La scelta di Locarno non è casuale. Negli anni della gioventù Dorazio si recava spesso nella città svizzera per incontrare Jean Arp, che vi soggiornava, così come sono state significative l´amicizia con il pittore e pioniere del cinema astratto Hans Richter, anch´egli di stanza a Locarno, nonché la collaborazione con la stamperia d´arte Lafranca.
Insomma è il ritorno a una seconda casa anche se fu Roma il centro di ogni battaglia, il luogo in cui si predicava un´arte «insieme formalista e marxista». Racconta Dorazio: «Alla fine della seconda guerra mondiale in Italia, da un punto di vista artistico, c´era quasi il vuoto. C´era la Scuola Romana, è vero. Ma nient´altro. L´idea di unire formalismo e marxismo fu del nostro gruppo, di Forma 1. Venne da Ripellino con cui studiavamo i formalisti russi, la cultura della sinistra russa della rivoluzione e prima della rivoluzione. Il resto era figlio di quel poco che conoscevamo della tradizione europea moderna».
Fu un´idea molto osteggiata?
«Piuttosto che provare a conciliare il marxismo con il formalismo cancellarono tutto. Fu Togliatti, furono i comunisti italiani non moderni. C´erano anche dei comunisti moderni, e non pochi, ma erano messi la bando. Amendola non era ostile. Di Guttuso è inutile parlare: era il nostro nemico numero uno. Io a quel tempo ero iscritto al partito socialista. Ma quelli che erano iscritti al Pci, come Consagra o Turcato, furono più volte chiamati per rendere conto di queste "deviazioni". Ci fu sempre una grande ostilità nei nostri confronti tanto che a nessuno di noi fu affidato un insegnamento. Solo Turcato insegnava, ma perché gli era stato assegnato un posto di assistente di Consagra fin dai tempi di Bottai. Io fui costretto a emigrare negli Stati Uniti per insegnare, andai a dirigere una scuola. Non avevamo i soldi per vivere. Nessuno comprava i nostri quadri. E l´ostilità degli stalinisti, anche se ora sono degli ex, continua tuttora».
Tuttora?
«Nel settembre dello scorso anno ho donato alla Galleria nazionale d´arte moderna di Roma alcuni dipinti del valore di un miliardo di vecchie lire e non è stato emesso neppure un comunicato. Ho regalato cinque grandi quadri, tra i più belli che ho realizzato tra gli anni Cinquanta e i giorni nostri, che aveva cominciato a scegliere Palma Bucarelli. Per completare le pratiche burocratiche ci sono voluti trent´anni. E alla fine la galleria non mi ha scritto neppure una lettera di ringraziamento».
Negli Stati Uniti quali erano i suoi rapporti con Pollock, De Kooning o Barnett Newman?
«Con gli artisti americani c´era un vero rapporto di scambio. Non c´era colonizzazione, quel fenomeno che ha cominciato a manifestarsi dopo la metà degli anni Sessanta, dopo il Leone d´oro assegnato dalla Biennale di Venezia a Rauschenberg. Fu questo il momento in cui mercanti, galleristi, collezionisti decisero di sostenere la pop art, che non è la vera arte americana, ma un´involuzione commerciale, una speculazione. Gente come Pollock o De Kooning rappresenta la vera grande pittura americana, che nasce dalla tradizione europea, sviluppa la tradizione francese, italiana. Gli altri sono duplicatori, copiatori. Si vede bene alla Biennale».
Davide Croff ne è stato appena nominato presidente. Ma della Biennale di Venezia riformata dal ministro Urbani cosa ne pensa?
«Una cosa è certa. Continua l´ostilità verso l´arte astratta. Quanto alla Biennale, la riforma del ministro Urbani è un disastro totale. Allontana l´arte dal pubblico anziché avvicinarla. Non ci sono critici, storici d´arte negli uffici. Sono tutti burocrati, che non sanno neppure cos´era la Biennale: era la mostra più importante del mondo dove si sancivano i giudizi sugli artisti. Esporre alla Biennale era uno straordinario riconoscimento. Ora non sappiamo più cos´è».
Isadora Duncan:
l'ansia del cambiamento
Repubblica 16.2.04
AUTOBIOGRAFIE
IL CULTO DELLA DANZA COSÌ LA BELLA ISADORA SCOSSE L'EUROPA
di LEONETTA BENTIVOGLIO
Donna spregiudicata e visionaria, di sinuosa bellezza floreale, Isadora Duncan specchia forse meglio di ogni altra artista teatrale del suo tempo l´impulso allo sperimentalismo e la voglia di scardinamento delle convenzioni sceniche che caratterizzano le avanguardie d´inizio Novecento. Californiana in Europa, danza per la prima volta in pubblico nel 1902, a Parigi: l´apparizione scuote gli ambienti artistici come un terremoto. Isadora si svincola dai rigidi steccati del balletto, inventa un culto ellenizzante della danza, fa del suo corpo morbido e svelato lo strumento di scandali trionfali. Ispira Rodin, seduce un grande del teatro come Gordon Craig, affascina Stanislavskij, si fa adorare da D´Annunzio e dalla Duse, va in Russia e abbraccia il comunismo, «un sogno che Lenin ha trasformato in realtà», finendo per unirsi al poeta Esenin in un legame tormentato. E mentre la sua danza diventa il presupposto della nuova coreografia del secolo, l´incontenibile signora sovverte norme etiche e sociali propagandando l´unione fuori dal matrimonio e la libera maternità.
La sua vita sopra le righe (spettacolare fino alla morte: nel 1927, a Nizza, si strangola con la propria sciarpa, impigliatasi nella ruota dell´automobile in corsa), ha fatto nascere saggi, play, film e resoconti romanzati. Mancava ancora un´edizione italiana della sua autobiografia, "My life", scritta tra il '26 e il '27, e divenuta a suo tempo in America, grazie all´uscita quasi contemporanea alla morte dell´autrice, un vero best-seller. In Italia uscì tradotta nel 1948 per l´Editrice Poligono, e nel 1980 Savelli produsse una fugace ristampa anastatica di quel volume introvabile. L´attuale pubblicazione in italiano rende finalmente disponibile questa testimonianza preziosa, grondante di aneddotica e mai intellettualistica, attraversata da cronache di viaggi e incontri (anche amorosi e sessuali) e da descrizioni di ambienti e personaggi celebri. La lingua è barocca, la prosa è gonfia di toni enfatici, e s´immaginano, leggendo, omissioni, esagerazioni e bugie. Eppure il libro ha una vitalità impetuosa: è genuino per sregolatezza, irritante e geniale nelle sue scomposte intuizioni estetiche, efficace nel restituire i fremiti di un mondo sospinto dall´ansia del cambiamento.
AUTOBIOGRAFIE
IL CULTO DELLA DANZA COSÌ LA BELLA ISADORA SCOSSE L'EUROPA
di LEONETTA BENTIVOGLIO
Donna spregiudicata e visionaria, di sinuosa bellezza floreale, Isadora Duncan specchia forse meglio di ogni altra artista teatrale del suo tempo l´impulso allo sperimentalismo e la voglia di scardinamento delle convenzioni sceniche che caratterizzano le avanguardie d´inizio Novecento. Californiana in Europa, danza per la prima volta in pubblico nel 1902, a Parigi: l´apparizione scuote gli ambienti artistici come un terremoto. Isadora si svincola dai rigidi steccati del balletto, inventa un culto ellenizzante della danza, fa del suo corpo morbido e svelato lo strumento di scandali trionfali. Ispira Rodin, seduce un grande del teatro come Gordon Craig, affascina Stanislavskij, si fa adorare da D´Annunzio e dalla Duse, va in Russia e abbraccia il comunismo, «un sogno che Lenin ha trasformato in realtà», finendo per unirsi al poeta Esenin in un legame tormentato. E mentre la sua danza diventa il presupposto della nuova coreografia del secolo, l´incontenibile signora sovverte norme etiche e sociali propagandando l´unione fuori dal matrimonio e la libera maternità.
La sua vita sopra le righe (spettacolare fino alla morte: nel 1927, a Nizza, si strangola con la propria sciarpa, impigliatasi nella ruota dell´automobile in corsa), ha fatto nascere saggi, play, film e resoconti romanzati. Mancava ancora un´edizione italiana della sua autobiografia, "My life", scritta tra il '26 e il '27, e divenuta a suo tempo in America, grazie all´uscita quasi contemporanea alla morte dell´autrice, un vero best-seller. In Italia uscì tradotta nel 1948 per l´Editrice Poligono, e nel 1980 Savelli produsse una fugace ristampa anastatica di quel volume introvabile. L´attuale pubblicazione in italiano rende finalmente disponibile questa testimonianza preziosa, grondante di aneddotica e mai intellettualistica, attraversata da cronache di viaggi e incontri (anche amorosi e sessuali) e da descrizioni di ambienti e personaggi celebri. La lingua è barocca, la prosa è gonfia di toni enfatici, e s´immaginano, leggendo, omissioni, esagerazioni e bugie. Eppure il libro ha una vitalità impetuosa: è genuino per sregolatezza, irritante e geniale nelle sue scomposte intuizioni estetiche, efficace nel restituire i fremiti di un mondo sospinto dall´ansia del cambiamento.
anticipazioni sul pdl Burani Procaccini sulla psichiatria
Vita 13.2.04
Psichiatria: anticipazioni sul testo di riforma Burani Procaccini
di Benedetta Verrini
E' stato presentato ieri in commissione Affari Sociali alla Camera. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (FI)
L'onorevole Maria Burani Procaccini (Fi) ha presentato ieri pomeriggio, al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali, la nuova versione della proposta di legge denominata "Prevenzione e cura delle malattie mentali". Il testo è stato depositato ma nessuna discussione è al momento seguita alla presentazione. Il nuovo testo non è ancora disponibile sul sito della Camera dei Deputati.
Alcune anticipazioni sono però state raccolte dalla cooperativa sociale Itaca (www.itaca.coopsoc.it), che da parecchi mesi segue con attenzione le linee di riforma della legge 180, sottolineando l'importanza di difenderne e preservarne i valori. Il testo riproposto dalla Burani Procaccini non sarebbe ancora unificato ma allo stato di proposta di legge, ma è stato co-firmato da altri tre parlamentari appartenenti alla Casa delle Libertà. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto infatti la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (Fi), accorpando così la proposta di legge 3932 su "Disposizioni per la prevenzione, il trattamento e il monitoraggio della depressione", presentata il 29 aprile dello scorso anno proprio da Naro, co-firmatari Castellani e Milanese.
Nessuna anticipazione ufficiale sui contenuti, anche se alcune informazioni sono state fornite dalla stessa relatrice attraverso un lancio Ansa, poi ripreso da Yahoo notizie, nella giornata di mercoledì: "Agenzie regionali per la psichiatria, un garante per i malati psichiatrichi gravi che hanno avuto un ricovero obbligatorio, la riorganizzazione dei servizi territoriali e una rete di pronto soccorso con presenza di specialisti psichiatri" -riporta il lancio Ansa-, queste alcune delle novità annunciate dall'on. Burani Procaccini.
"Un testo, ha sottolineato la parlamentare, che raccoglie anche le indicazioni e i suggerimenti di associazioni dei familiari dei malati, associazioni di ex pazienti e specialisti e che prevede -prosegue il testo Ansa- maggiore attenzione da parte delle strutture pure per le malattie emergenti come la depressione".
Prevista anche "l'istituzione di agenzie regionali per la psichiatria che avranno il compito di coordinare la riorganizzazione di tutti i servizi territoriali, compresi quei servizi di prossimità, considerati le antenne sul territorio dei bisogni psichiatrici e che coinvolgeranno le associazioni dei familiari. Ciò a cui si punta, ha spiegato Burani, e' una 'reale tutela dei malati e l'istituzione di una medicina del territorio molto capillare, per prevenire ma anche seguire i pazienti nella cura'. L'obiettivo è, cioé, non lasciare le famiglie da sole, ma sostenerle nella cura dei congiunti con disturbi mentali in modo concreto. Per questo, la proposta di legge prevede una serie di realtà territoriali che supportino l'azione dei nuclei familiari: centri diurni, di riabilitazione, assistenza domiciliare e day-hospital".
Un altro punto riguarderebbe la possibilità di far accedere le persone con svantaggio psichico al mondo del lavoro. Sarebbe prevista, infatti, la creazione di strutture produttive mediante ricorso a strategie di finanziamento innovative, per dare lavoro a pazienti cronici attraverso le cooperative. In tale maniera tutte le aziende che hanno l'obbligo di assumere personale dalle agenzie di collocamento potranno fare riferimento alle cooperative sociali.
Prossimo appuntamento nella settimana tra il 23 ed il 27 febbraio, presumibilmente ancora al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali.
Psichiatria: anticipazioni sul testo di riforma Burani Procaccini
di Benedetta Verrini
E' stato presentato ieri in commissione Affari Sociali alla Camera. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (FI)
L'onorevole Maria Burani Procaccini (Fi) ha presentato ieri pomeriggio, al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali, la nuova versione della proposta di legge denominata "Prevenzione e cura delle malattie mentali". Il testo è stato depositato ma nessuna discussione è al momento seguita alla presentazione. Il nuovo testo non è ancora disponibile sul sito della Camera dei Deputati.
Alcune anticipazioni sono però state raccolte dalla cooperativa sociale Itaca (www.itaca.coopsoc.it), che da parecchi mesi segue con attenzione le linee di riforma della legge 180, sottolineando l'importanza di difenderne e preservarne i valori. Il testo riproposto dalla Burani Procaccini non sarebbe ancora unificato ma allo stato di proposta di legge, ma è stato co-firmato da altri tre parlamentari appartenenti alla Casa delle Libertà. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto infatti la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (Fi), accorpando così la proposta di legge 3932 su "Disposizioni per la prevenzione, il trattamento e il monitoraggio della depressione", presentata il 29 aprile dello scorso anno proprio da Naro, co-firmatari Castellani e Milanese.
Nessuna anticipazione ufficiale sui contenuti, anche se alcune informazioni sono state fornite dalla stessa relatrice attraverso un lancio Ansa, poi ripreso da Yahoo notizie, nella giornata di mercoledì: "Agenzie regionali per la psichiatria, un garante per i malati psichiatrichi gravi che hanno avuto un ricovero obbligatorio, la riorganizzazione dei servizi territoriali e una rete di pronto soccorso con presenza di specialisti psichiatri" -riporta il lancio Ansa-, queste alcune delle novità annunciate dall'on. Burani Procaccini.
"Un testo, ha sottolineato la parlamentare, che raccoglie anche le indicazioni e i suggerimenti di associazioni dei familiari dei malati, associazioni di ex pazienti e specialisti e che prevede -prosegue il testo Ansa- maggiore attenzione da parte delle strutture pure per le malattie emergenti come la depressione".
Prevista anche "l'istituzione di agenzie regionali per la psichiatria che avranno il compito di coordinare la riorganizzazione di tutti i servizi territoriali, compresi quei servizi di prossimità, considerati le antenne sul territorio dei bisogni psichiatrici e che coinvolgeranno le associazioni dei familiari. Ciò a cui si punta, ha spiegato Burani, e' una 'reale tutela dei malati e l'istituzione di una medicina del territorio molto capillare, per prevenire ma anche seguire i pazienti nella cura'. L'obiettivo è, cioé, non lasciare le famiglie da sole, ma sostenerle nella cura dei congiunti con disturbi mentali in modo concreto. Per questo, la proposta di legge prevede una serie di realtà territoriali che supportino l'azione dei nuclei familiari: centri diurni, di riabilitazione, assistenza domiciliare e day-hospital".
Un altro punto riguarderebbe la possibilità di far accedere le persone con svantaggio psichico al mondo del lavoro. Sarebbe prevista, infatti, la creazione di strutture produttive mediante ricorso a strategie di finanziamento innovative, per dare lavoro a pazienti cronici attraverso le cooperative. In tale maniera tutte le aziende che hanno l'obbligo di assumere personale dalle agenzie di collocamento potranno fare riferimento alle cooperative sociali.
Prossimo appuntamento nella settimana tra il 23 ed il 27 febbraio, presumibilmente ancora al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali.
lezioni di ateismo nelle scuole?
Corriere della Sera, La Stampa ecc. 16.2.04
LA PROPOSTA A LONDRA
«Anche lezioni d’ateismo nell’ora di religione»
LONDRA - In una società in cui sempre più persone si professano atee o agnostiche, i bambini dovrebbero imparare (coi fondamenti delle fedi tradizionali) i principi dei credi non religiosi. Lo ha proposto l'autorità che in Gran Bretagna regola i piani di studio delle scuole (la Qualification and Curriculum Authority). Ha spiegato un portavoce: «Ci sono molti bimbi e ragazzi che non sono affiliati ad alcuna fede e le loro credenze ... devono essere prese seriamente». Per il domenicale The Observer, la proposta darà vita a un duro dibattito.
Il governo propone lezioni su ateismo e agnosticismo
In una società in cui un numero crescente di persone si professano atee o agnostiche i bambini dovrebbero imparare - insieme ai fondamenti delle fedi tradizionali - anche i principi alla base dei credi non-religiosi. Lo ha proposto l'autorità del governo che regola i piani di studio delle scuole britanniche, la Qca, Qualification and curriculum authority, senza tuttavia volerne fare una regola obbligatoria per tutte le scuole; gli istituti di stampo religioso potranno quindi non attenersi alle nuove disposizioni. Nonostante alcune scuole affrontino già i temi dell'ateismo e dell'agnosticismo, non esistono per il momento linee guida ufficiali. «Vogliamo che i giovani studino le credenze non religiose nel contesto delle diverse religioni - ha affermato un portavoce del Qca -[...]».
LA PROPOSTA A LONDRA
«Anche lezioni d’ateismo nell’ora di religione»
LONDRA - In una società in cui sempre più persone si professano atee o agnostiche, i bambini dovrebbero imparare (coi fondamenti delle fedi tradizionali) i principi dei credi non religiosi. Lo ha proposto l'autorità che in Gran Bretagna regola i piani di studio delle scuole (la Qualification and Curriculum Authority). Ha spiegato un portavoce: «Ci sono molti bimbi e ragazzi che non sono affiliati ad alcuna fede e le loro credenze ... devono essere prese seriamente». Per il domenicale The Observer, la proposta darà vita a un duro dibattito.
Il governo propone lezioni su ateismo e agnosticismo
In una società in cui un numero crescente di persone si professano atee o agnostiche i bambini dovrebbero imparare - insieme ai fondamenti delle fedi tradizionali - anche i principi alla base dei credi non-religiosi. Lo ha proposto l'autorità del governo che regola i piani di studio delle scuole britanniche, la Qca, Qualification and curriculum authority, senza tuttavia volerne fare una regola obbligatoria per tutte le scuole; gli istituti di stampo religioso potranno quindi non attenersi alle nuove disposizioni. Nonostante alcune scuole affrontino già i temi dell'ateismo e dell'agnosticismo, non esistono per il momento linee guida ufficiali. «Vogliamo che i giovani studino le credenze non religiose nel contesto delle diverse religioni - ha affermato un portavoce del Qca -[...]».
l'olfatto
Già un secolo fa Georg Simmel notava che «la questione sociale
non è solo una questione morale, ma anche una questione di odorato»
di Marco Belpoliti
SAUL Steinberg era solito intrattenere i visitatori con la sua «teoria del naso». Il disegnatore romeno, emigrato in America, prendeva un grande foglio bianco di carta e con una serie di pieghe lo riduceva a un piccolo rettangolo; poi vi disegnava occhi, occhiali e bocca; infine con le forbici realizzava un piccolo foro al centro: lì infilava il naso. Era il suo autoritratto. Poi spiegava: il naso è la parte più primitiva, la parte più originale e privata di un individuo; mentre la faccia è la parte politica, il naso è invece la parte meno evoluta. «E' il naso che ci rende complici di noi stessi», diceva a conclusione della sua piccola performance. Steinberg probabilmente era al corrente delle teorie evolutive sul naso, o forse no. Fatto sta che, come ci spiegano i neurologi, è proprio dal naso che comincia a svilupparsi nel feto l'individuo. Ma non solo. Il nostro naso è collegato con la parte più antica del nostro cervello, quella che regola le emozioni. Forse è per questo che sentire un odore - gradito o sgradito che sia - scatena immediatamente reazioni istintive.
Il naso è connesso con il sistema libico, con il tronco dell'encefalo e con l'ipofisi. Quando noi percepiamo un odore, invece di elaborare lo stimolo e di cercare di definirlo, ci formiamo subito un'opinione al riguardo e reagiamo di conseguenza. Mentre un messaggio visivo, o linguistico, viene «tradotto» dal cervello, l'odore agisce immediatamente. Queste, come altre informazioni sul nostro sistema olfattivo, sono contenute in un interessante libro di Piet Vroon, uno psicologo sperimentale olandese, scomparso da poco, che lo ha redatto in collaborazione con un biologo e un collega: Il seduttore segreto. "Psicologia dell'olfatto" (Editori Riuniti, pp. 255, e14). Il naso è sì un senso rudimentale, ma in ogni caso molto complicato. A causa della struttura delle narici, è difficile dosare gli odori. Nel naso si formano correnti d'aria turbolenti; forse per questo nessuno annusa solo una volta, ma per aspirazioni successive. E non è solo il naso a sentire gli odori; anche la bocca ha la sua parte: mentre mangiamo percepiamo gli odori (e i sapori) e una piccola parte delle sostanze olfattive ci arrivano persino per le vie circolatorie.
Le pagine dedicate da Vroon alla anatomia e fisiologia del naso sono affascinanti. Gli odori si sentono meglio in ambiente umido, per questo abbiamo il naso umido. Il muco, con cui combattiamo quando siamo raffreddati, non ha solo la funzione di umidificare la nostra cavità superiore, ma anche di trattenere le molecole dell'aria più a lungo per consentirci di odorare. Sono parecchi gli animali a naso umido; ad esempio, i mammiferi. Ma hanno un ottimo olfatto anche i serpenti, i pesci, e alcuni anfibi; inoltre, i piccioni che popolano le piazze delle nostre città, pare siano in grado di elaborare mappe olfattive della zona in cui vivono; mentre la gran parte degli uccelli non sentono bene gli odori, dato che volano in zone dell'aria dove questi non arrivano o non restano a lungo.
Nonostante la rilevanza del naso, l'uomo non ha un grande senso dell'odorato, bensì uno modesto. La superficie del nostro organo di senso è ridottissima: un centimetro quadrato per narice (al confronto l'occhio è molto più grande). Ci sono circa 30.000 neuroni per millimetro quadrato, per un totale di 3 o 5 milioni di cellule sensoriali complessive; mentre il cane ne ha tra i 150 e i 220 milioni e il coniglio 50 milioni. Per fare un confronto con l'occhio: sulla retina umana non ci sono più di 200 milioni di bastoncelli e coni per intercettare la luce e i colori. L'occhio e il naso: senza dubbio la cultura umana ha sempre dato più importanza alla vista che all'olfatto considerato alla stregua del gusto un senso inferiore.
I filosofi hanno gettato un grande discredito sulle facoltà del nostro naso. Kant, a cui dobbiamo molte delle convinzioni riguardo al mondo sensibile, sosteneva che l'olfatto procura più nausee che piaceri. Il visivo ha dominato in modo incontrastato in Occidente, relegando gli altri sensi in posizione secondaria, come hanno dimostrato due storici della civilizzazione: Alain Corbin, autore della "Storia sociale degli odori" (Mondadori) e Piero Camporesi, che al tema degli odori ha dedicato pagine dell’"Officina dei sensi" (Garzanti). Vroon riabilita l'olfatto e ci fa capire la capacità che possiede di cogliere ciò che è volubile e variabile, di esplorare quel grande spazio in cui viviamo immersi senza che ne accorgiamo: l'aria.
Una delle cose che colpiscono maggiormente è l'associazione tra l'olfatto, intesto come senso dell'inafferrabile, e il linguaggio, lo strumento privilegiato della nostra comunicazione. Quello della classificazione degli odori è infatti uno dei capitoli più affascinanti della tassonomia umana. Non è un caso che sia stato proprio Linneo, il grande classificatore di piante e animali, che alla metà del Settecento notò le impressioni olfattive in sette classi, decidendo anche un ordine discendente di piacevolezza: aromatico, fragrante, ambrato o muschiato, agliaceo, fetido o caprino (sudore), velenoso e nauseabondo. La sua classificazione deriva dalla conoscenza del mondo vegetale, o meglio, dagli odori delle piante. Nella visione del mondo naturale elaborata da Linneo, gli odori si legano sia ai vegetali che agli organi genitali e alle loro secrezioni: il biancospino odora come la regione genitale femminile; mentre i fiori di sambuco, tiglio e castagno hanno un odore dolce, leggermente sgradevole, che ricorda lo sperma.
Nelle sue considerazioni finali, Piet Vroon ribadisce come l'impressione di un odore dipenda strettamente dalla concentrazione della sostanza: sostanze maleodoranti, a bassa concentrazione posso avere persino un buon odore; così come si percepiscono odori diversi a seconda della narice che inala. Tuttavia il problema fondamentale resta quello dell'orientamento olfattivo imposto dalle differenti culture: l'attrazione o il ribrezzo, la passione o la repulsione, sono sovente determinati dall'ambiente culturale o sociale in cui si è cresciuti. Ogni civiltà ha il suo naso: i giapponesi, ad esempio, non sopportano l'odore del formaggio. Alessandro Gusman, un giovane antropologo che studia le culture africane, ha affrontato questa questione in un volume, "Antropologia dell'olfatto" (Laterza, pp. 184, e18). Per farlo ha dovuto abbattere un tabù della stessa antropologia: la prevalenza del visivo sul sonoro e l'olfattivo nella conoscenza e descrizione delle singole culture, invitando a smettere di considerare le culture testi da studiare.
Naturalmente per descrivere in termini antropologici gli odori delle differenti civiltà occorre superare l'idea che l'odore sia legato alle caratteristiche fisiche e morali di una persona. Il che non vale solo per le culture non-occidentali. In Africa, presso alcune popolazioni, è diffusa l'idea che i bianchi «puzzino di cadavere», data la loro tendenza ad eliminare gli odori fisici, associati alla vita: l'assenza di odore richiama la morte fisica. I giapponesi possiedono un termine, bata kusai, con cui indicano quelli che «puzzano di burro», ovvero gli Occidentali, dediti ad una alimentazione troppo ricca di grassi, ma che sudano anche troppo e si lavano poco.
Che esista un legame culturale molto forte tra società e odorato, lo rilevava all'inizio del XX secolo il sociologo Georg Simmel: «La questione sociale non è solamente una questione morale, ma anche una questione di odorato». Nel corso del Settecento e dell'Ottocento in Europa, mentre s'andava definendo il confine netto tra pubblico e privato, mentre le case diventavano sempre più spazi privati, chiusi alla presenza degli altri, mentre diminuiva la promiscuità dei corpi, cresceva in parallelo l'impulso alla pulizia.
Come ha scritto l'antropologa Mary Douglas in "Purezza e pericolo" (il Mulino), «lo sporco è incompatibile con l'ordine». Che il nostro destino sia quello di rendere sempre più asettiche o profumate le nostre case e i nostri corpi? E fino a che punto potremo spingerci, senza rinnegare le nostre origini animali? Il nostro naso, per evolversi, ha impiegato milioni di anni e resta, come sosteneva Saul Steinberg, nonostante tutto la parte più originale di noi stessi. Abolirlo, anche per un problema di identità, non è davvero facile.
non è solo una questione morale, ma anche una questione di odorato»
di Marco Belpoliti
SAUL Steinberg era solito intrattenere i visitatori con la sua «teoria del naso». Il disegnatore romeno, emigrato in America, prendeva un grande foglio bianco di carta e con una serie di pieghe lo riduceva a un piccolo rettangolo; poi vi disegnava occhi, occhiali e bocca; infine con le forbici realizzava un piccolo foro al centro: lì infilava il naso. Era il suo autoritratto. Poi spiegava: il naso è la parte più primitiva, la parte più originale e privata di un individuo; mentre la faccia è la parte politica, il naso è invece la parte meno evoluta. «E' il naso che ci rende complici di noi stessi», diceva a conclusione della sua piccola performance. Steinberg probabilmente era al corrente delle teorie evolutive sul naso, o forse no. Fatto sta che, come ci spiegano i neurologi, è proprio dal naso che comincia a svilupparsi nel feto l'individuo. Ma non solo. Il nostro naso è collegato con la parte più antica del nostro cervello, quella che regola le emozioni. Forse è per questo che sentire un odore - gradito o sgradito che sia - scatena immediatamente reazioni istintive.
Il naso è connesso con il sistema libico, con il tronco dell'encefalo e con l'ipofisi. Quando noi percepiamo un odore, invece di elaborare lo stimolo e di cercare di definirlo, ci formiamo subito un'opinione al riguardo e reagiamo di conseguenza. Mentre un messaggio visivo, o linguistico, viene «tradotto» dal cervello, l'odore agisce immediatamente. Queste, come altre informazioni sul nostro sistema olfattivo, sono contenute in un interessante libro di Piet Vroon, uno psicologo sperimentale olandese, scomparso da poco, che lo ha redatto in collaborazione con un biologo e un collega: Il seduttore segreto. "Psicologia dell'olfatto" (Editori Riuniti, pp. 255, e14). Il naso è sì un senso rudimentale, ma in ogni caso molto complicato. A causa della struttura delle narici, è difficile dosare gli odori. Nel naso si formano correnti d'aria turbolenti; forse per questo nessuno annusa solo una volta, ma per aspirazioni successive. E non è solo il naso a sentire gli odori; anche la bocca ha la sua parte: mentre mangiamo percepiamo gli odori (e i sapori) e una piccola parte delle sostanze olfattive ci arrivano persino per le vie circolatorie.
Le pagine dedicate da Vroon alla anatomia e fisiologia del naso sono affascinanti. Gli odori si sentono meglio in ambiente umido, per questo abbiamo il naso umido. Il muco, con cui combattiamo quando siamo raffreddati, non ha solo la funzione di umidificare la nostra cavità superiore, ma anche di trattenere le molecole dell'aria più a lungo per consentirci di odorare. Sono parecchi gli animali a naso umido; ad esempio, i mammiferi. Ma hanno un ottimo olfatto anche i serpenti, i pesci, e alcuni anfibi; inoltre, i piccioni che popolano le piazze delle nostre città, pare siano in grado di elaborare mappe olfattive della zona in cui vivono; mentre la gran parte degli uccelli non sentono bene gli odori, dato che volano in zone dell'aria dove questi non arrivano o non restano a lungo.
Nonostante la rilevanza del naso, l'uomo non ha un grande senso dell'odorato, bensì uno modesto. La superficie del nostro organo di senso è ridottissima: un centimetro quadrato per narice (al confronto l'occhio è molto più grande). Ci sono circa 30.000 neuroni per millimetro quadrato, per un totale di 3 o 5 milioni di cellule sensoriali complessive; mentre il cane ne ha tra i 150 e i 220 milioni e il coniglio 50 milioni. Per fare un confronto con l'occhio: sulla retina umana non ci sono più di 200 milioni di bastoncelli e coni per intercettare la luce e i colori. L'occhio e il naso: senza dubbio la cultura umana ha sempre dato più importanza alla vista che all'olfatto considerato alla stregua del gusto un senso inferiore.
I filosofi hanno gettato un grande discredito sulle facoltà del nostro naso. Kant, a cui dobbiamo molte delle convinzioni riguardo al mondo sensibile, sosteneva che l'olfatto procura più nausee che piaceri. Il visivo ha dominato in modo incontrastato in Occidente, relegando gli altri sensi in posizione secondaria, come hanno dimostrato due storici della civilizzazione: Alain Corbin, autore della "Storia sociale degli odori" (Mondadori) e Piero Camporesi, che al tema degli odori ha dedicato pagine dell’"Officina dei sensi" (Garzanti). Vroon riabilita l'olfatto e ci fa capire la capacità che possiede di cogliere ciò che è volubile e variabile, di esplorare quel grande spazio in cui viviamo immersi senza che ne accorgiamo: l'aria.
Una delle cose che colpiscono maggiormente è l'associazione tra l'olfatto, intesto come senso dell'inafferrabile, e il linguaggio, lo strumento privilegiato della nostra comunicazione. Quello della classificazione degli odori è infatti uno dei capitoli più affascinanti della tassonomia umana. Non è un caso che sia stato proprio Linneo, il grande classificatore di piante e animali, che alla metà del Settecento notò le impressioni olfattive in sette classi, decidendo anche un ordine discendente di piacevolezza: aromatico, fragrante, ambrato o muschiato, agliaceo, fetido o caprino (sudore), velenoso e nauseabondo. La sua classificazione deriva dalla conoscenza del mondo vegetale, o meglio, dagli odori delle piante. Nella visione del mondo naturale elaborata da Linneo, gli odori si legano sia ai vegetali che agli organi genitali e alle loro secrezioni: il biancospino odora come la regione genitale femminile; mentre i fiori di sambuco, tiglio e castagno hanno un odore dolce, leggermente sgradevole, che ricorda lo sperma.
Nelle sue considerazioni finali, Piet Vroon ribadisce come l'impressione di un odore dipenda strettamente dalla concentrazione della sostanza: sostanze maleodoranti, a bassa concentrazione posso avere persino un buon odore; così come si percepiscono odori diversi a seconda della narice che inala. Tuttavia il problema fondamentale resta quello dell'orientamento olfattivo imposto dalle differenti culture: l'attrazione o il ribrezzo, la passione o la repulsione, sono sovente determinati dall'ambiente culturale o sociale in cui si è cresciuti. Ogni civiltà ha il suo naso: i giapponesi, ad esempio, non sopportano l'odore del formaggio. Alessandro Gusman, un giovane antropologo che studia le culture africane, ha affrontato questa questione in un volume, "Antropologia dell'olfatto" (Laterza, pp. 184, e18). Per farlo ha dovuto abbattere un tabù della stessa antropologia: la prevalenza del visivo sul sonoro e l'olfattivo nella conoscenza e descrizione delle singole culture, invitando a smettere di considerare le culture testi da studiare.
Naturalmente per descrivere in termini antropologici gli odori delle differenti civiltà occorre superare l'idea che l'odore sia legato alle caratteristiche fisiche e morali di una persona. Il che non vale solo per le culture non-occidentali. In Africa, presso alcune popolazioni, è diffusa l'idea che i bianchi «puzzino di cadavere», data la loro tendenza ad eliminare gli odori fisici, associati alla vita: l'assenza di odore richiama la morte fisica. I giapponesi possiedono un termine, bata kusai, con cui indicano quelli che «puzzano di burro», ovvero gli Occidentali, dediti ad una alimentazione troppo ricca di grassi, ma che sudano anche troppo e si lavano poco.
Che esista un legame culturale molto forte tra società e odorato, lo rilevava all'inizio del XX secolo il sociologo Georg Simmel: «La questione sociale non è solamente una questione morale, ma anche una questione di odorato». Nel corso del Settecento e dell'Ottocento in Europa, mentre s'andava definendo il confine netto tra pubblico e privato, mentre le case diventavano sempre più spazi privati, chiusi alla presenza degli altri, mentre diminuiva la promiscuità dei corpi, cresceva in parallelo l'impulso alla pulizia.
Come ha scritto l'antropologa Mary Douglas in "Purezza e pericolo" (il Mulino), «lo sporco è incompatibile con l'ordine». Che il nostro destino sia quello di rendere sempre più asettiche o profumate le nostre case e i nostri corpi? E fino a che punto potremo spingerci, senza rinnegare le nostre origini animali? Il nostro naso, per evolversi, ha impiegato milioni di anni e resta, come sosteneva Saul Steinberg, nonostante tutto la parte più originale di noi stessi. Abolirlo, anche per un problema di identità, non è davvero facile.
"psico-donna":
il business editoriale ci dà dentro...
due segnalazioni di Filippo Trojano
La Stampa 16.2.04
TRE MENSILI ITALIANI SULLA SCIA DI UN SUCCESSO FRANCESE DA 300 MILA COPIE
La psico-donna va in edicola
Il boom delle riviste «per guardarsi dentro»
di Raffaella Silipo
Per donne sull’orlo di una crisi di nervi, troppo ansiose per godersi a cuor leggero i servizi di moda, troppo sciroccate per interessarsi a creme e ricette, sono in arrivo ben tre mensili di psicologia: con un’attenzione speciale alle ragazze, perché è proprio il mondo femminile - o almeno così dicono le statistiche - a sentire più acutamente quella scontentezza di fondo che pare diventata la colonna sonora del nostro tempo. E dato che a ogni disagio corrisponde un potenziale business, ecco «Yourself», diretto da Piero Pantucci ed edito da Raffaello Geminiani, in edicola da metà gennaio, consulente editoriale Catherine Spaak. Il primo numero ha superato le centomila copie. Seguirà «Per me», in arrivo il 26 febbraio, edito da Mondadori e diretto da Patrizia Avoledo e Cipriana Dall’Orto, coppia di ferro già alla guida di «Donna Moderna» che si fa forte del successo della collana «Star bene con se stessi»: obiettivo duecentomila copie, direttore scientifico Raffaele Morelli di «Riza Psicosomatica». Il terzo, nei prossimi mesi, sarà la versione italiana del fenomeno francese «Psychologies», nato nel 1997, quasi trecentomila copie al mese: «Un mensile specchio - è la dichiarazione d’intenti che si legge nel sito - dedicato alla donna che vuole guardarsi dentro e non ha paura di cambiare». Per evitare di inflazionare il mercato, spiega Rossella Giorgetti di Hachette Rusconi «l’uscita italiana è rimandata. Ma le ricerche sono concordi nel dire che il filone “psi” sia il più forte al momento. Si tratta di trovare il modo giusto di trattarlo».
Il punto di partenza dei tre mensili è molto simile: psicologia vista non come terapia ma come strumento quotidiano per ritrovare un benessere nel rapporto con se stessi e con gli altri. Argomenti tipici dei femminili - moda, bellezza, cucina, shopping - raccontati però nel loro significato più emotivo: «Non dal punto di vista dei modelli di stile - spiega “Yourself” nell’editoriale - ma in quanto rivelatori del nostro modo di essere». D’altronde proprio le pagine psicologiche sono le più lette nei femminili tradizionali: «Abbiamo notato un’evoluzione nelle donne - dice la Dall’Orto - sono divise tra mille compiti e sentono forte il bisogno di un ritorno all’interiorità per capire e per capirsi». E, a conferma che sono le donne le più sensibili a questi temi, c’è l’indagine di Rq - Ricerche Qualitative secondo cui il lettore di riferimento è per il 60 per cento donna, di cultura medio superiore, età tra i 25 e i 44 anni, abitante nel Nord e Centro Italia.
Così in «Yourself» la copertina mostra una Marilyn Monroe sfocata, incerta nella sua identità. Dimmi che borsa hai e ti dirò chi sei, promette un servizio interno che divide le donne a seconda delle coordinate ordine-disordine, pochi oggetti-molti oggetti. Anche la recensione cinematografica di «Mystic River» è letta con gli occhi dell’analista e l’astrologo scrive uno «psicoroscopo» che divertirebbe molto Carl Gustav Jung. «Cosa si cerca in un giornale come il nostro? - dice Pantucci - Io credo soprattutto sicurezza, identità. Nelle molte lettere che riceviamo sono ricorrenti le domande su se stessi: chi sono, come mi colloco nel mondo, come posso migliorare il mio rapporto con gli altri. Non a caso la rubrica più letta è quella della grafologia, strumento immediato di autoconoscenza. C’è un disorientamento generalizzato, una forte ricerca d’aiuto. Tanta solitudine». Almeno stando ai sondaggi sono dodici milioni gli italiani che usano psicofarmaci, due milioni sono insonni, quattro milioni depressi, altri quattro milioni hanno disturbi psicosomatici. Un disagio non sempre così forte da andare da un terapeuta, ma che può trovare conforto nella lettura e nell’analisi di casi analoghi.
Ma c’è chi è critico sulla troppa divulgazione: «Siamo di fronte all’equivalente cartaceo degli psicofarmaci - è l’opinione di Gianandrea Abbate, dell’istituto di ricerca Lexis Psycholinguistic - una specie di Tavor formato magazine. Resta da vedere se il fenomeno non degenererà in una psicologia da discount». Non a caso in Francia è già in corso un dibattito sui rischi che corrono i «clinici della psiche» nell’affrontare le sirene dei mass media, giornali o tv che siano. «Dare l’impressione che il disagio possa essere eliminato presto e bene - scrive «Le Monde» - è il contrario dei principi su cui si basa la psicanalisi. E può persino impedire che l’individuo si faccia domande profonde, magari sconvolgenti». La psicologia deve tornare sul lettino? Non è detto, ammette «Le Monde»: «Basta che non si riduca a dare ricette, piuttosto offra uno sguardo diverso sul mondo, un’alternativa all’opinione generale». D’altronde, si sa, l’anima non è snob e parla attraverso le vie più diverse e misteriose. Persino in una borsetta, o al discount.
La Stampa 16.2.04
LO PSICANALISTA
«L’autoanalisi è una caratteristica femminile»
Carotenuto: le componenti emotive della personalità sono preponderanti
PROFESSOR Carotenuto, come mai la psicologia è soprattutto un affare da donne?
«L’animo femminile è più immerso in se stesso, le componenti emotive della personalità sono preponderanti rispetto a quelle razionali. Questo influisce sui rapporti interpersonali: la donna, infatti, è più “empatica”, sa immedesimarsi nell’altro, assumere il suo punto di vista liberando la mente e il cuore da stereotipi di ruolo e di genere o da rigidi preconcetti».
Quindi è vero quando si dice che la donna è più portata all’introspezione e l’uomo all’azione?
«In generale la donna ha una comprensione degli eventi più profonda rispetto all’uomo, che preferisce un approccio fenomenologico e meno speculativo. D’altro canto, non bisogna dimenticare che la donna è innanzitutto madre e quindi ha il potere della creazione: ogni essere umano nasce da una donna, da una condizione simbiotica di esistenza ove non esiste separazione tra il Sé e l'altro, da una vita intrauterina dominata dal sapore dell'infinito. La donna quindi prova dentro di sé la congiunzione degli opposti di cui l’animo ha bisogno. Non solo: la vita di ogni individuo è costellata dal continuo confronto con il femminile».
Ma se tutti nasciamo da una donna, perchè siamo così diversi?
«Perchè man mano che la bambina cresce, sente non di essere "diversa" dalla madre - come accade per il bambino - ma percepisce una affinità profonda. Quindi il bambino, per poter sviluppare la propria identità maschile, deve per forza “rompere” con la madre, la bambina può viceversa permanere a lungo nel limbo d'origine senza che questo comprometta la sua identità».
Insomma le donne sono privilegiate?
«In certo senso sì, persino in una cultura patriarcale come la nostra: la donna ha una possibilità in più, una carta importante da poter giocare durante l'esistenza. Questa possibilità ulteriore del femminile è data dalla sua capacità di destreggiarsi nell'ambito delle relazioni che implicano una identificazione. La donna stabilisce quindi un contatto più profondo con le proprie emozioni, sa interrogarsi sempre su ciò che si cela dietro l'apparenza quotidiana».
Eppure, si dice, gli uomini di oggi sono molto diversi da quelli di un tempo.
«Sì, negli ultimi anni si nota un riavvicinamento dell’uomo all’inconscio, e una maggiore propensione a intraprendere un percorso conoscitivo analitico. Ma evidentemente non è ancora un atteggiamento così generalizzato da entrare nelle indagini di mercato».
La Stampa 16.2.04
TRE MENSILI ITALIANI SULLA SCIA DI UN SUCCESSO FRANCESE DA 300 MILA COPIE
La psico-donna va in edicola
Il boom delle riviste «per guardarsi dentro»
di Raffaella Silipo
Per donne sull’orlo di una crisi di nervi, troppo ansiose per godersi a cuor leggero i servizi di moda, troppo sciroccate per interessarsi a creme e ricette, sono in arrivo ben tre mensili di psicologia: con un’attenzione speciale alle ragazze, perché è proprio il mondo femminile - o almeno così dicono le statistiche - a sentire più acutamente quella scontentezza di fondo che pare diventata la colonna sonora del nostro tempo. E dato che a ogni disagio corrisponde un potenziale business, ecco «Yourself», diretto da Piero Pantucci ed edito da Raffaello Geminiani, in edicola da metà gennaio, consulente editoriale Catherine Spaak. Il primo numero ha superato le centomila copie. Seguirà «Per me», in arrivo il 26 febbraio, edito da Mondadori e diretto da Patrizia Avoledo e Cipriana Dall’Orto, coppia di ferro già alla guida di «Donna Moderna» che si fa forte del successo della collana «Star bene con se stessi»: obiettivo duecentomila copie, direttore scientifico Raffaele Morelli di «Riza Psicosomatica». Il terzo, nei prossimi mesi, sarà la versione italiana del fenomeno francese «Psychologies», nato nel 1997, quasi trecentomila copie al mese: «Un mensile specchio - è la dichiarazione d’intenti che si legge nel sito - dedicato alla donna che vuole guardarsi dentro e non ha paura di cambiare». Per evitare di inflazionare il mercato, spiega Rossella Giorgetti di Hachette Rusconi «l’uscita italiana è rimandata. Ma le ricerche sono concordi nel dire che il filone “psi” sia il più forte al momento. Si tratta di trovare il modo giusto di trattarlo».
Il punto di partenza dei tre mensili è molto simile: psicologia vista non come terapia ma come strumento quotidiano per ritrovare un benessere nel rapporto con se stessi e con gli altri. Argomenti tipici dei femminili - moda, bellezza, cucina, shopping - raccontati però nel loro significato più emotivo: «Non dal punto di vista dei modelli di stile - spiega “Yourself” nell’editoriale - ma in quanto rivelatori del nostro modo di essere». D’altronde proprio le pagine psicologiche sono le più lette nei femminili tradizionali: «Abbiamo notato un’evoluzione nelle donne - dice la Dall’Orto - sono divise tra mille compiti e sentono forte il bisogno di un ritorno all’interiorità per capire e per capirsi». E, a conferma che sono le donne le più sensibili a questi temi, c’è l’indagine di Rq - Ricerche Qualitative secondo cui il lettore di riferimento è per il 60 per cento donna, di cultura medio superiore, età tra i 25 e i 44 anni, abitante nel Nord e Centro Italia.
Così in «Yourself» la copertina mostra una Marilyn Monroe sfocata, incerta nella sua identità. Dimmi che borsa hai e ti dirò chi sei, promette un servizio interno che divide le donne a seconda delle coordinate ordine-disordine, pochi oggetti-molti oggetti. Anche la recensione cinematografica di «Mystic River» è letta con gli occhi dell’analista e l’astrologo scrive uno «psicoroscopo» che divertirebbe molto Carl Gustav Jung. «Cosa si cerca in un giornale come il nostro? - dice Pantucci - Io credo soprattutto sicurezza, identità. Nelle molte lettere che riceviamo sono ricorrenti le domande su se stessi: chi sono, come mi colloco nel mondo, come posso migliorare il mio rapporto con gli altri. Non a caso la rubrica più letta è quella della grafologia, strumento immediato di autoconoscenza. C’è un disorientamento generalizzato, una forte ricerca d’aiuto. Tanta solitudine». Almeno stando ai sondaggi sono dodici milioni gli italiani che usano psicofarmaci, due milioni sono insonni, quattro milioni depressi, altri quattro milioni hanno disturbi psicosomatici. Un disagio non sempre così forte da andare da un terapeuta, ma che può trovare conforto nella lettura e nell’analisi di casi analoghi.
Ma c’è chi è critico sulla troppa divulgazione: «Siamo di fronte all’equivalente cartaceo degli psicofarmaci - è l’opinione di Gianandrea Abbate, dell’istituto di ricerca Lexis Psycholinguistic - una specie di Tavor formato magazine. Resta da vedere se il fenomeno non degenererà in una psicologia da discount». Non a caso in Francia è già in corso un dibattito sui rischi che corrono i «clinici della psiche» nell’affrontare le sirene dei mass media, giornali o tv che siano. «Dare l’impressione che il disagio possa essere eliminato presto e bene - scrive «Le Monde» - è il contrario dei principi su cui si basa la psicanalisi. E può persino impedire che l’individuo si faccia domande profonde, magari sconvolgenti». La psicologia deve tornare sul lettino? Non è detto, ammette «Le Monde»: «Basta che non si riduca a dare ricette, piuttosto offra uno sguardo diverso sul mondo, un’alternativa all’opinione generale». D’altronde, si sa, l’anima non è snob e parla attraverso le vie più diverse e misteriose. Persino in una borsetta, o al discount.
La Stampa 16.2.04
LO PSICANALISTA
«L’autoanalisi è una caratteristica femminile»
Carotenuto: le componenti emotive della personalità sono preponderanti
PROFESSOR Carotenuto, come mai la psicologia è soprattutto un affare da donne?
«L’animo femminile è più immerso in se stesso, le componenti emotive della personalità sono preponderanti rispetto a quelle razionali. Questo influisce sui rapporti interpersonali: la donna, infatti, è più “empatica”, sa immedesimarsi nell’altro, assumere il suo punto di vista liberando la mente e il cuore da stereotipi di ruolo e di genere o da rigidi preconcetti».
Quindi è vero quando si dice che la donna è più portata all’introspezione e l’uomo all’azione?
«In generale la donna ha una comprensione degli eventi più profonda rispetto all’uomo, che preferisce un approccio fenomenologico e meno speculativo. D’altro canto, non bisogna dimenticare che la donna è innanzitutto madre e quindi ha il potere della creazione: ogni essere umano nasce da una donna, da una condizione simbiotica di esistenza ove non esiste separazione tra il Sé e l'altro, da una vita intrauterina dominata dal sapore dell'infinito. La donna quindi prova dentro di sé la congiunzione degli opposti di cui l’animo ha bisogno. Non solo: la vita di ogni individuo è costellata dal continuo confronto con il femminile».
Ma se tutti nasciamo da una donna, perchè siamo così diversi?
«Perchè man mano che la bambina cresce, sente non di essere "diversa" dalla madre - come accade per il bambino - ma percepisce una affinità profonda. Quindi il bambino, per poter sviluppare la propria identità maschile, deve per forza “rompere” con la madre, la bambina può viceversa permanere a lungo nel limbo d'origine senza che questo comprometta la sua identità».
Insomma le donne sono privilegiate?
«In certo senso sì, persino in una cultura patriarcale come la nostra: la donna ha una possibilità in più, una carta importante da poter giocare durante l'esistenza. Questa possibilità ulteriore del femminile è data dalla sua capacità di destreggiarsi nell'ambito delle relazioni che implicano una identificazione. La donna stabilisce quindi un contatto più profondo con le proprie emozioni, sa interrogarsi sempre su ciò che si cela dietro l'apparenza quotidiana».
Eppure, si dice, gli uomini di oggi sono molto diversi da quelli di un tempo.
«Sì, negli ultimi anni si nota un riavvicinamento dell’uomo all’inconscio, e una maggiore propensione a intraprendere un percorso conoscitivo analitico. Ma evidentemente non è ancora un atteggiamento così generalizzato da entrare nelle indagini di mercato».
neurologi americani
Yahoo Notizie 16.2.04
Depressione : l’intolleranza alla Paroxetina ha basi genetiche
Di MedicinaNews.it
Ricercatori della Standford University School of Medicine (Usa) hanno valutato se le variazioni nei geni codificanti per il citocromo P450 (CYP2D6) o per il recettore della serotonina 5-HT-2A potessero essere alla base dell’intolleranza alla Paroxetina (Seroxat , Sereupin) , un antidepressivo SSRI.
I pazienti anziani (65 anni ed oltre) sono stati randomizzati a ricevere Paroxetina (n=124) o Mirtazapina (Remeron) , un antidepressivo NaSSA (n=122).
Lo studio è durato 8 settimane.
Il 46,3% dei pazienti con genotipo C/C del recettore della serotonina hanno dovuto interrompere il trattamento con la Paroxetina a causa degli effetti indesiderati contro il 16% di coloro che avevano uno o due alleli T.
La gravità degli effetti indesiderati è stata maggiore tra i pazienti con genotipo C/C.
Gli effetti indesiderati causati dalla Mirtazapina non sono invece risultati associati al genotipo del recettore della serotonina.
Il genotipo del complesso enzimatico CYP2D6 non è risultato associato agli effetti indesiderati di entrambi i farmaci. (Xagena 2004)
Murphy GM et al, Am J Psychiatry 2003; 160:1830-1835
Depressione : l’intolleranza alla Paroxetina ha basi genetiche
Di MedicinaNews.it
Ricercatori della Standford University School of Medicine (Usa) hanno valutato se le variazioni nei geni codificanti per il citocromo P450 (CYP2D6) o per il recettore della serotonina 5-HT-2A potessero essere alla base dell’intolleranza alla Paroxetina (Seroxat , Sereupin) , un antidepressivo SSRI.
I pazienti anziani (65 anni ed oltre) sono stati randomizzati a ricevere Paroxetina (n=124) o Mirtazapina (Remeron) , un antidepressivo NaSSA (n=122).
Lo studio è durato 8 settimane.
Il 46,3% dei pazienti con genotipo C/C del recettore della serotonina hanno dovuto interrompere il trattamento con la Paroxetina a causa degli effetti indesiderati contro il 16% di coloro che avevano uno o due alleli T.
La gravità degli effetti indesiderati è stata maggiore tra i pazienti con genotipo C/C.
Gli effetti indesiderati causati dalla Mirtazapina non sono invece risultati associati al genotipo del recettore della serotonina.
Il genotipo del complesso enzimatico CYP2D6 non è risultato associato agli effetti indesiderati di entrambi i farmaci. (Xagena 2004)
Murphy GM et al, Am J Psychiatry 2003; 160:1830-1835
storia:
risolto il mistero della congiura dei Pazzi (1478)
Repubblica 16.2.04
Uno storico italiano scopre il mandante della congiura dei Pazzi contro Lorenzo il Magnifico
Risolto dopo cinque secoli uno dei grandi misteri del Rinascimento, fu un vero intrigo internazionale
Dietro i sicari che uccisero Giuliano nella cattedrale di Firenze c'era il duca di Urbino, Federico da Montefeltro
Una lettera cifrata svela il mandante della Congiura dei Pazzi
di ALBERTO FLORES D´ARCAIS
NEW YORK. Grazie alla passione e alla certosina pazienza di uno studioso italiano, dopo oltre cinque secoli uno dei "misteri" della nostra storia passata - il complotto contro i fratelli Medici - è stato risolto. Il 26 aprile del 1478, domenica dell´Ascensione, un gruppo di sicari guidati da Francesco de´ Pazzi uccise con diciannove pugnalate Giuliano de´ Medici, mentre il fratello maggiore Lorenzo (il Magnifico) veniva ferito e riusciva a scampare alla morte rifugiandosi in sacrestia.
Oggi, 526 anni dopo i sanguinosi avvenimenti di quella domenica d´aprile - passati alla storia come la Congiura dei Pazzi - Marcello Simonetta, professore di storia e letteratura rinascimentale alla prestigiosa Wesleyan University in Connecticut, è riuscito a ricostruire tutti gli elementi del puzzle, "incastrando" con una prova documentale degna di un grande giallista uno dei protagonisti occulti di quella vicenda. Un potente dell´epoca, un uomo che finora, sia nella cronache contemporanee che nelle ricostruzioni storiografiche successive era riuscito a restarne fuori, a passare indenne da ogni sospetto: Federico da Montefeltro.
La Congiura dei Pazzi viene di solito presentata come un «affare di famiglia», in cui i Pazzi - potente famiglia fiorentina gelosa della potenza e del carisma dei Medici - organizzarono un complotto per eliminare Lorenzo e Giuliano. Dopo aver tentato di colpirli in diverse occasioni, facendo ricorso a "trucchi" e tradimenti, riuscirono a mettere in pratica il loro piano nel modo più sacrilego e spettacolare, agendo durante la messa solenne nella cattedrale di Firenze. Quello che di solito non si dice, e che sui banchi di scuola non abbiamo imparato, è che dietro questa sanguinaria saga familiare si nasconde una vera e propria congiura internazionale, in cui fanno da sfondo, più o meno occulti, i grandi protagonisti dell´epoca: dal papa Sisto IV (Francesco Della Rovere) al nipote Girolamo Riario, dal re di Napoli Ferrante d´Aragona al duca di Urbino Federico da Montefeltro.
L´enigmatico profilo che del Montefeltro fece Piero della Francesca, e che campeggia in bella mostra in una sala degli Uffizi, nasconde dunque una vicenda esemplare della nostra storia passata, dove intrighi e tradimenti personali e familiari si mescolavano alla religione e alla politica, in cui un papato che aspirava a "conquistare" tutta l´Italia centrale non si tirava indietro, anzi promuoveva, complotti e orrendi delitti.
A Marcello Simonetta il capolavoro di Piero della Francesca non sarebbe stato sufficiente per risolvere il problema. Dalla sua il giovane professore (classe 1968) - uno dei tanti cervelli che il baronale sistema universitario italiano ha indotto, o costretto, a cercare fortuna all´estero - ha avuto anche un pizzico di fortuna, che si é manifestata sotto forma di un trattatello del Quattrocento che insegnava a decifrare i dispacci diplomatici dell´epoca. L´autore del libretto è infatti Cicco Simonetta, Cancelliere degli Sforza a Milano, e antenato del professor Marcello.
Studiando il trattatello Marcello Simonetta ha scoperto la chiave per decriptare una lettera cifrata che aveva trovato nell´archivio privato Ubaldini a Urbino, una lettera inviata dal duca di Urbino ai suoi ambasciatori a Roma due mesi esatti prima che la Congiura dei Pazzi avesse luogo. In quella lettera ci sono le prove del coinvolgimento diretto di Federico da Montefeltro nella storica vicenda.
Decifrare quella lettera per il professore della Wesleyan University è stato tutt´altro che facile e gli ha richiesto parecchio tempo. «Mi sono basato sulla frequenza delle vocali e la combinazione di alcuni gruppi di lettere. Credevo di non venirne mai a capo. Alla fine, dopo circa un mese di lavoro, sono riuscito a penetrare il codice. Mi ha aiutato la ripetizione di una serie di simboli, che corrispondevano a sua santità, il papa Sisto IV».
Il risultato della ricerca è stato pubblicato su "Archivio storico italiano", una delle più importanti riviste in campo storiografico. Da quel documento - spiega il professor Simonetta - l´immagine di Federico da Montefeltro che ne viene fuori è profondamente machiavelliana: «Le sue "opere non furono leonine, ma di volpe", per usare la frase che Dante riferisce a Guido di Montefeltro, un antenato del duca sprofondato nell´Inferno. E questo ci costringe a riconsiderare una visione del Rinascimento edulcorato, "neoplatonico e armonizzato", frutto di una grandiosa copertura ideologica».
Il lavoro dello studioso italiano non finisce però qui. Nel suo libro "Il Rinascimento segreto: il mondo del Segretario da Petrarca a Machiavelli", appena pubblicato dall´editore Franco Angeli approfondisce i segreti del mondo umanistico e cancelleresco con ulteriori novità documentali e interpretative.
Uno storico italiano scopre il mandante della congiura dei Pazzi contro Lorenzo il Magnifico
Risolto dopo cinque secoli uno dei grandi misteri del Rinascimento, fu un vero intrigo internazionale
Dietro i sicari che uccisero Giuliano nella cattedrale di Firenze c'era il duca di Urbino, Federico da Montefeltro
Una lettera cifrata svela il mandante della Congiura dei Pazzi
di ALBERTO FLORES D´ARCAIS
NEW YORK. Grazie alla passione e alla certosina pazienza di uno studioso italiano, dopo oltre cinque secoli uno dei "misteri" della nostra storia passata - il complotto contro i fratelli Medici - è stato risolto. Il 26 aprile del 1478, domenica dell´Ascensione, un gruppo di sicari guidati da Francesco de´ Pazzi uccise con diciannove pugnalate Giuliano de´ Medici, mentre il fratello maggiore Lorenzo (il Magnifico) veniva ferito e riusciva a scampare alla morte rifugiandosi in sacrestia.
Oggi, 526 anni dopo i sanguinosi avvenimenti di quella domenica d´aprile - passati alla storia come la Congiura dei Pazzi - Marcello Simonetta, professore di storia e letteratura rinascimentale alla prestigiosa Wesleyan University in Connecticut, è riuscito a ricostruire tutti gli elementi del puzzle, "incastrando" con una prova documentale degna di un grande giallista uno dei protagonisti occulti di quella vicenda. Un potente dell´epoca, un uomo che finora, sia nella cronache contemporanee che nelle ricostruzioni storiografiche successive era riuscito a restarne fuori, a passare indenne da ogni sospetto: Federico da Montefeltro.
La Congiura dei Pazzi viene di solito presentata come un «affare di famiglia», in cui i Pazzi - potente famiglia fiorentina gelosa della potenza e del carisma dei Medici - organizzarono un complotto per eliminare Lorenzo e Giuliano. Dopo aver tentato di colpirli in diverse occasioni, facendo ricorso a "trucchi" e tradimenti, riuscirono a mettere in pratica il loro piano nel modo più sacrilego e spettacolare, agendo durante la messa solenne nella cattedrale di Firenze. Quello che di solito non si dice, e che sui banchi di scuola non abbiamo imparato, è che dietro questa sanguinaria saga familiare si nasconde una vera e propria congiura internazionale, in cui fanno da sfondo, più o meno occulti, i grandi protagonisti dell´epoca: dal papa Sisto IV (Francesco Della Rovere) al nipote Girolamo Riario, dal re di Napoli Ferrante d´Aragona al duca di Urbino Federico da Montefeltro.
L´enigmatico profilo che del Montefeltro fece Piero della Francesca, e che campeggia in bella mostra in una sala degli Uffizi, nasconde dunque una vicenda esemplare della nostra storia passata, dove intrighi e tradimenti personali e familiari si mescolavano alla religione e alla politica, in cui un papato che aspirava a "conquistare" tutta l´Italia centrale non si tirava indietro, anzi promuoveva, complotti e orrendi delitti.
A Marcello Simonetta il capolavoro di Piero della Francesca non sarebbe stato sufficiente per risolvere il problema. Dalla sua il giovane professore (classe 1968) - uno dei tanti cervelli che il baronale sistema universitario italiano ha indotto, o costretto, a cercare fortuna all´estero - ha avuto anche un pizzico di fortuna, che si é manifestata sotto forma di un trattatello del Quattrocento che insegnava a decifrare i dispacci diplomatici dell´epoca. L´autore del libretto è infatti Cicco Simonetta, Cancelliere degli Sforza a Milano, e antenato del professor Marcello.
Studiando il trattatello Marcello Simonetta ha scoperto la chiave per decriptare una lettera cifrata che aveva trovato nell´archivio privato Ubaldini a Urbino, una lettera inviata dal duca di Urbino ai suoi ambasciatori a Roma due mesi esatti prima che la Congiura dei Pazzi avesse luogo. In quella lettera ci sono le prove del coinvolgimento diretto di Federico da Montefeltro nella storica vicenda.
Decifrare quella lettera per il professore della Wesleyan University è stato tutt´altro che facile e gli ha richiesto parecchio tempo. «Mi sono basato sulla frequenza delle vocali e la combinazione di alcuni gruppi di lettere. Credevo di non venirne mai a capo. Alla fine, dopo circa un mese di lavoro, sono riuscito a penetrare il codice. Mi ha aiutato la ripetizione di una serie di simboli, che corrispondevano a sua santità, il papa Sisto IV».
Il risultato della ricerca è stato pubblicato su "Archivio storico italiano", una delle più importanti riviste in campo storiografico. Da quel documento - spiega il professor Simonetta - l´immagine di Federico da Montefeltro che ne viene fuori è profondamente machiavelliana: «Le sue "opere non furono leonine, ma di volpe", per usare la frase che Dante riferisce a Guido di Montefeltro, un antenato del duca sprofondato nell´Inferno. E questo ci costringe a riconsiderare una visione del Rinascimento edulcorato, "neoplatonico e armonizzato", frutto di una grandiosa copertura ideologica».
Il lavoro dello studioso italiano non finisce però qui. Nel suo libro "Il Rinascimento segreto: il mondo del Segretario da Petrarca a Machiavelli", appena pubblicato dall´editore Franco Angeli approfondisce i segreti del mondo umanistico e cancelleresco con ulteriori novità documentali e interpretative.
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