Repubblica 16.7.04
La rivista di Macaluso
Intellettual e Pci tra abiura e rimpianto
di NELLO AJELLO
Abiura, rimpianto, vittimismo. Di questi stati d´animo, che segnano la psicologia di tanti ex comunisti, si trovano poche tracce in quella autobiografia, intitolata 50 anni nel Pci, che Emanuele Macaluso - togliattiano, parlamentare, direttore dell´Unità dal 1982 al 1986 - ha pubblicato di recente presso l´editore Rubbettino. E´ un racconto gremito di personaggi e ricco di riflessioni ad uso dei vecchi e nuovi «compagni».
Non a caso nella rivista Le nuove ragioni del socialismo, che Macaluso dirige, storici ed ex militanti del Pci ne hanno tratto spunto per rivisitare le vicende di quel partito. Lungo due visuali: da un lato il suo grado di dipendenza dall´Urss e dall´altro il suo radicamento «italiano» e democratico. Luciano Cafagna ha espresso considerazioni assai fini sulla tendenza degli ex comunisti di guardare al loro passato politico come a un romanzo di formazione, quasi riproducendo «il comunismo realizzato in una sola persona».
Massimo L. Salvadori si è soffermato sulle due anime del Pci, cui si accennava. Soltanto le «dure repliche della storia» costrinsero quel partito a una scelta. Ancora al XVI congresso del 1983 - ha ricordato fra l´altro - Berlinguer dichiarava «impercorribili» le tradizioni della socialdemocrazia; e anche più tardi la minoranza guidata da Napolitano, detta «migliorista», venne isolata. In definitiva, fra quelle due facce del comunismo italiano non vi fu «una tensione o una contraddizione ma un´organica compenetrazione». Fino agli ultimi esiti.
E´ stata proprio questa irrisolta antinomia fra il sentirsi «comunisti italiani» o «italiani comunisti» - incalzerà Franco Ottolenghi - a impedire, all´epoca del «secondo 89», con Occhetto, «un accesso senza riserve» al riformismo di marca occidentale.
A somministrare un antidoto a queste critiche s´è adoperata Rossana Rossanda. Mai, afferma in sostanza l´autrice nel numero di maggio della rivista, il comunismo nostrano fu davvero succubo dell´Unione Sovietica. L´adesione del Pci al blocco del patto di Varsavia valeva come un mero «segno di contraddizione» rispetto allo schieramento dell´Alleanza atlantica. Qualcosa di forzato. «Gli altri - sosteneva Amendola - hanno alle spalle gli Stati Uniti. Noi dobbiamo tenere l´Urss». Al di là di questo, il Pci trovò la propria ispirazione lungo le linee della cultura meridionale di Labriola, De Sanctis, Salvemini, Dorso, Gramsci. Niente o poco Andrej Zdanov. A mostrare i segni della cultura comunista valgono «più i cataloghi di Einaudi che quelli degli Editori Riuniti».
Filosovietico a malincuore e persino poco marxista, il Pci fu da sempre genericamente democratico e «occidentale» (fin troppo, si legge fra le righe): ecco, in sintesi, l´opinione della fondatrice del Manifesto. Opinione che, nel suo intervento, Biagio de Giovanni confuta, rovesciandola: è vero che da noi la cultura comunista si riconobbe in gran parte, simbolicamente, nel catalogo Einaudi, ma ciò va ascritto a suo merito. Dimostra che nei ranghi intellettuali del Pci si riuscì a «comprendere laicamente il valore dell´organizzazione della cultura». Quando, a partire dagli anni Settanta, questo schema «liberale nel senso di non-zdanoviano» venne abbandonato, l´intellighenzia comunista «non ebbe più molto da dire alla società italiana».
Il confronto prosegue nel numero di luglio, nel quale Paolo Favilli rivendica come massima benemerenza del Pci l´aver onorato la «cultura della storia»; e cita in proposito Emilio Sereni (1907-1977), che, pur essendo seguace e propugnatore delle teorie zdanoviane, con i suoi lavori sul paesaggio agrario italiano seppe ergersi a «maestro di innovazione storiografica». Il che per Sereni è certamente vero, ma non tutti gli storici comunisti a lui coevi furono di pari livello, e che non fu questa parte «positiva» del suo magistero la più ascoltata all´interno del partito di Togliatti.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 16 luglio 2004
storia del Pci
Giuseppe Di Vittorio
Corriere della Sera 16.7.04
Di Vittorio, il volto riformista del Pci
di PAOLO FRANCHI
Il bel libro che Antonio Carioti ha scritto su Giuseppe Di Vittorio per la collana del Mulino «L’identità italiana» può essere utile anche ad animare una discussione, quella sulle radici storiche e politiche del nostro riformismo, della cui sostanziale assenza i primi a risentire sono stati ovviamente i diretti interessati. Fu riformista, seppure a suo modo, e pure pagando tutti i prezzi del caso ai suoi tempi e al suo credo ideologico, il grande sindacalista di Cerignola? E, nel caso, in che senso? Carioti, a dire il vero, rifugge dal formulare risposte univoche in materia: ma non credo di forzare troppo il suo pensiero dicendo che, alle strette, propenderebbe per il sì, come ha fatto, tra gli altri, lo storico Piero Craveri. Emanuele Macaluso, nel suo libro Cinquant’anni nel Pci , edito da Rubbettino, si mostra dello stesso avviso e anzi entra nel merito. «Il più amato dei leader sindacali fu - scrive - il volto riformista» del partito e, aggiunge, non si può comprendere «perché il Pci ha avuto il ruolo che ha avuto» senza «sforzarsi di capire chi fu e cosa rappresentò Di Vittorio nel popolo, ma pure nella considerazione delle classi dirigenti». Non solo. A riprova del riformismo di Di Vittorio, Macaluso cita aspetti cruciali della sua concezione del sindacato, ma anche, più in generale, di quello che un tempo si chiamava il «movimento operaio». Non considerò le riforme come «momenti di rottura» del capitalismo, nell'ambito «della transizione a un altro sistema», ma come «passi avanti per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e la società». Fu tra i primi a sinistra, e non solo nel Pci, a pensare - perché questo fu, nel 1949, il Piano del lavoro elaborato dalla Cgil - che il movimento operaio dovesse essere protagonista consapevole della costruzione, in Italia, dello Stato sociale. Pose a soggetto del suo riformismo, prima ancora delle riforme, il lavoratore: e proprio sulla scorta di questa concezione della politica e della democrazia, per la quale sotto nessun cielo è lecito sparare sugli operai, nel 1956, di fronte alla rivoluzione ungherese, dissentì dalla posizione del Pci.
Comprendo bene le motivazioni di chi, come ha fatto Oscar Giannino sul Foglio , recensendo il libro di Carioti, rifiuta, tutto al contrario, di considerare Di Vittorio un «criptoriformista». Perché pronunciò dei no coraggiosi e ne pagò il prezzo, «ma senza evitare poi l'allineamento e fiumi di elogi del modello sovietico»; e perché, a stringere, non venne a capo del dramma irrisolto di un sindacalismo «di classe» impossibilitato, quasi per definizione, a formulare «un'aperta divergenza strategica con il Pci di Togliatti». Vero. Come è vero che non colse, negli anni Cinquanta, le potenzialità di sviluppo della società italiana e che sbagliò a contrastare la linea di contrattazione aziendale adottata dalla Cisl e che, insomma, un moderno sindacato riformista non riuscì a costruirlo e anzi, probabilmente, non lo immaginò nemmeno. Come è vero, ancora, che è bene restare guardinghi di fronte alla sapienza della tradizione comunista e postcomunista nell'«estrarre magistralmente, dal proprio interno (...) i migliori eroi e simboli attualizzati di scelte mai compiute nella realtà, quando erano necessarie». Ma penso pure che ancora più guardinghi bisognerebbe restare di fronte a un’idea esangue di riformismo. Ricco di grilli parlanti e di mosche cocchiere, ma senza precedenti, seppure irrisolti e contraddittori, nella vicenda nazionale. Senza antenati, ancorché discutibili. Senza contraddizioni, magari anche terribili. Senza storia, e quindi senza popolo. Così limpido e lineare, da non poter esistere in natura.
Di Vittorio, il volto riformista del Pci
di PAOLO FRANCHI
Il bel libro che Antonio Carioti ha scritto su Giuseppe Di Vittorio per la collana del Mulino «L’identità italiana» può essere utile anche ad animare una discussione, quella sulle radici storiche e politiche del nostro riformismo, della cui sostanziale assenza i primi a risentire sono stati ovviamente i diretti interessati. Fu riformista, seppure a suo modo, e pure pagando tutti i prezzi del caso ai suoi tempi e al suo credo ideologico, il grande sindacalista di Cerignola? E, nel caso, in che senso? Carioti, a dire il vero, rifugge dal formulare risposte univoche in materia: ma non credo di forzare troppo il suo pensiero dicendo che, alle strette, propenderebbe per il sì, come ha fatto, tra gli altri, lo storico Piero Craveri. Emanuele Macaluso, nel suo libro Cinquant’anni nel Pci , edito da Rubbettino, si mostra dello stesso avviso e anzi entra nel merito. «Il più amato dei leader sindacali fu - scrive - il volto riformista» del partito e, aggiunge, non si può comprendere «perché il Pci ha avuto il ruolo che ha avuto» senza «sforzarsi di capire chi fu e cosa rappresentò Di Vittorio nel popolo, ma pure nella considerazione delle classi dirigenti». Non solo. A riprova del riformismo di Di Vittorio, Macaluso cita aspetti cruciali della sua concezione del sindacato, ma anche, più in generale, di quello che un tempo si chiamava il «movimento operaio». Non considerò le riforme come «momenti di rottura» del capitalismo, nell'ambito «della transizione a un altro sistema», ma come «passi avanti per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e la società». Fu tra i primi a sinistra, e non solo nel Pci, a pensare - perché questo fu, nel 1949, il Piano del lavoro elaborato dalla Cgil - che il movimento operaio dovesse essere protagonista consapevole della costruzione, in Italia, dello Stato sociale. Pose a soggetto del suo riformismo, prima ancora delle riforme, il lavoratore: e proprio sulla scorta di questa concezione della politica e della democrazia, per la quale sotto nessun cielo è lecito sparare sugli operai, nel 1956, di fronte alla rivoluzione ungherese, dissentì dalla posizione del Pci.
Comprendo bene le motivazioni di chi, come ha fatto Oscar Giannino sul Foglio , recensendo il libro di Carioti, rifiuta, tutto al contrario, di considerare Di Vittorio un «criptoriformista». Perché pronunciò dei no coraggiosi e ne pagò il prezzo, «ma senza evitare poi l'allineamento e fiumi di elogi del modello sovietico»; e perché, a stringere, non venne a capo del dramma irrisolto di un sindacalismo «di classe» impossibilitato, quasi per definizione, a formulare «un'aperta divergenza strategica con il Pci di Togliatti». Vero. Come è vero che non colse, negli anni Cinquanta, le potenzialità di sviluppo della società italiana e che sbagliò a contrastare la linea di contrattazione aziendale adottata dalla Cisl e che, insomma, un moderno sindacato riformista non riuscì a costruirlo e anzi, probabilmente, non lo immaginò nemmeno. Come è vero, ancora, che è bene restare guardinghi di fronte alla sapienza della tradizione comunista e postcomunista nell'«estrarre magistralmente, dal proprio interno (...) i migliori eroi e simboli attualizzati di scelte mai compiute nella realtà, quando erano necessarie». Ma penso pure che ancora più guardinghi bisognerebbe restare di fronte a un’idea esangue di riformismo. Ricco di grilli parlanti e di mosche cocchiere, ma senza precedenti, seppure irrisolti e contraddittori, nella vicenda nazionale. Senza antenati, ancorché discutibili. Senza contraddizioni, magari anche terribili. Senza storia, e quindi senza popolo. Così limpido e lineare, da non poter esistere in natura.
uomini e topi
«monitorare l'attività del cervello 'vivo' a livello cellulare»
Yahoo! Notizie (ADNKRONOS) 14.7.04
Cervello: Tecnica 'Fotografa' Attivita' Singoli Neuroni
New York, 14 lug. (Adnkronos Salute) - Ricercatori Usa hanno messo a punto una tecnica che, per la prima volta, monitora l'attivita' del cervello 'vivo' a livello cellulare. In futuro potrebbe essere usata "per svelare ai ricercatori come i farmaci agiscono a livello di neuroni specifici", spiegano gli studiosi della Carnegie Mellon University sul Journal of Neuroscience. In questo modo, la scoperta potrebbe facilitare la messa a punto di nuove strategie terapeutiche. Recenti studi hanno permesso di mappare aree del cervello reponsabili di alcune attività, come la memoria, il comportamento o la percezione. Ma fino ad ora non si potevano 'fotografare' i singoli neuroni, precisa Alison Barth, responsabile della ricerca Usa. Per superare questo limite, il team ha condotto esperimenti su topi di laboratorio: in particolare, sono stati modificati alcuni geni degli animali, in modo che una proteina fluorescente si 'accendesse' quando veniva attivata una particolare cellula nervosa nel cervello. In futuro si potra' capire se un farmaco funziona su un neurone specifico, semplicemente guardando se la proteina brilla. Usando questa tecnica la dottoressa Barth ha identificato l'area specifica del cervello del topo coinvolta nell'elaborazione dell'informazione sensoriale che arriva all'animale da un singolo baffo. Si tratta della prima 'fotografia' dell'attivita' cerebrale a un livello cosi' specifico e in risposta a uno stimolo sensoriale, dice la studiosa. «Il nostro topo transgenico - precisa alla Bbc online - e' un modello che puo' essere usato per visualizzare, nel tessuto cerebrale vivente, un singolo neurone attivato in risposta a uno stimolo». Ora il topolino e' stato brevettato e i ricercatori pensano che potra' agevolare la messa a punto di farmaci per psicopatologie come la schizofrenia. «Se, ad esempio, si studia l'ansia - spiega la ricercatrice - alcuni neuroni si attivano in risposta a questa sensazione, ma non tutte le cellule cerebrali rispondono nello stesso modo. Questa tecnica ci permette di scoprire quali sono le cellule piu' alterate e di 'disegnare' farmaci specifici, dall'effetto mirato». (Mal/Adnkronos Salute)
Cervello: Tecnica 'Fotografa' Attivita' Singoli Neuroni
New York, 14 lug. (Adnkronos Salute) - Ricercatori Usa hanno messo a punto una tecnica che, per la prima volta, monitora l'attivita' del cervello 'vivo' a livello cellulare. In futuro potrebbe essere usata "per svelare ai ricercatori come i farmaci agiscono a livello di neuroni specifici", spiegano gli studiosi della Carnegie Mellon University sul Journal of Neuroscience. In questo modo, la scoperta potrebbe facilitare la messa a punto di nuove strategie terapeutiche. Recenti studi hanno permesso di mappare aree del cervello reponsabili di alcune attività, come la memoria, il comportamento o la percezione. Ma fino ad ora non si potevano 'fotografare' i singoli neuroni, precisa Alison Barth, responsabile della ricerca Usa. Per superare questo limite, il team ha condotto esperimenti su topi di laboratorio: in particolare, sono stati modificati alcuni geni degli animali, in modo che una proteina fluorescente si 'accendesse' quando veniva attivata una particolare cellula nervosa nel cervello. In futuro si potra' capire se un farmaco funziona su un neurone specifico, semplicemente guardando se la proteina brilla. Usando questa tecnica la dottoressa Barth ha identificato l'area specifica del cervello del topo coinvolta nell'elaborazione dell'informazione sensoriale che arriva all'animale da un singolo baffo. Si tratta della prima 'fotografia' dell'attivita' cerebrale a un livello cosi' specifico e in risposta a uno stimolo sensoriale, dice la studiosa. «Il nostro topo transgenico - precisa alla Bbc online - e' un modello che puo' essere usato per visualizzare, nel tessuto cerebrale vivente, un singolo neurone attivato in risposta a uno stimolo». Ora il topolino e' stato brevettato e i ricercatori pensano che potra' agevolare la messa a punto di farmaci per psicopatologie come la schizofrenia. «Se, ad esempio, si studia l'ansia - spiega la ricercatrice - alcuni neuroni si attivano in risposta a questa sensazione, ma non tutte le cellule cerebrali rispondono nello stesso modo. Questa tecnica ci permette di scoprire quali sono le cellule piu' alterate e di 'disegnare' farmaci specifici, dall'effetto mirato». (Mal/Adnkronos Salute)
Paolo Izzo
un racconto ed un'intervista a Tony Carnevale
"Presenza in assenza"
è stato pubblicato nella raccolta "Parole in corsa II", edita da Full Color Sound, in libreria (10 €).
I testi contenuti nel volume sono 186 e rappresentano una selezione dagli oltre 800 racconti partecipanti al concorso nazionale omonimo
inoltre
una intervista, sempre di Paolo Izzo
a
TONY CARNEVALE
può essere letta a questo indirizzo
puoi leggere entrambi i testi anche su SPAZI
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giovedì 15 luglio 2004
Kafka:
esce una raccolta di aforismi inediti
Corriere della Sera 15.7.04
CLASSICI
Pubblicati gli aforismi del celebre scrittore praghese, dai quali emerge l’idea di una «teologia senza Dio»
Kafka, un genio condannato al paradiso
UOMO E DESTINO
di Paola Capriolo
Tra i manoscritti di Kafka vi è una serie di foglietti numerati ciascuno dei quali reca un breve testo compatto, a volte costituito da una sola frase. Si tratta quasi sempre di brani trascritti dai quaderni su cui egli soleva annotare pensieri, abbozzi narrativi, piccoli episodi della vita, e risalenti al periodo trascorso a casa della sorella Ottla nel villaggio di Zürau, fra l’autunno del 1917 e l’aprile del 1918; ma ora, strappati alla fluida concatenazione dei quaderni, acquistano una sorta di evidenza scultorea: spiccano isolati e potenti nel bianco dei fogli, come parole scandite in un silenzio totale. Dobbiamo dunque essere grati a Roberto Calasso per averci restituito in questa forma, che l’autore doveva considerare definitiva, i cosiddetti Aforismi di Zürau , offrendone una nuova traduzione e accompagnandoli con un saggio tratto dal suo libro su Kafka.
Nella loro concisione questi frammenti pongono dinanzi al lettore prospettive di abissale profondità, paragonabili soltanto a quelle dischiuse dal Castello del quale, pur precedendolo di alcuni anni, essi costituiscono forse l’unico commento adeguato. Come recita il titolo con cui Max Brod li pubblicò per la prima volta nel 1953, sono «considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via»; sono più esattamente, secondo la definizione di Calasso, la massima approssimazione consentita a quella teologia che Kafka si guarda sempre dal formulare in termini espliciti, ma che costituisce il centro segreto e irraggiungibile intorno al quale gravita tutta la sua opera. Una teologia senza Dio, che non si aggrappa né alle «declinanti» forze del cristianesimo né all’«ultimo lembo del mantello da preghiera ebraico», eppure conduce in un certo senso agli estremi risultati quella grande corrente della mistica neoplatonica che ha nutrito come una linfa entrambe le religioni.
Il presupposto è un monismo assoluto, parmenideo: esiste soltanto un mondo, quello «spirituale», o, come egli afferma altrove, esiste soltanto l’«Uno», rispetto al quale ogni cosa non è che un involucro. Tutto ciò che è fuori di questa unità appartiene necessariamente alla sfera del male e dell’errore, e in primo luogo vi appartiene la conoscenza: la verità infatti, in quanto indivisibile, «non può riconoscere se stessa; chi vuole riconoscerla deve essere menzogna». Le conseguenze che ne derivano sono tra le più paradossali, ma seguono una logica inesorabile, e foglio dopo foglio Kafka le trae sino in fondo, dissimulando sotto lo splendore aforistico il rigore quasi sistematico delle sue deduzioni.
Come nel romanzo futuro qualcuno dichiarerà allo sconcertato agrimensore che non esiste alcuna differenza tra Castello e villaggio, così Kafka ci svela qui la nascosta identità del mondo con il «paradiso»: un paradiso nel quale dimoriamo eternamente, ma senza saperlo, poiché già il più tenue bagliore di coscienza basterebbe ad escludercene. L’essere, o la «sconsolata» dimensione del bene, è dunque una beatitudine priva di qualunque soggetto che possa averne esperienza, mentre la nostra felicità, l’unica consentita, sarebbe «credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo». Nel frattempo siamo condannati a vivere in una «falsa credenza» che si fa salda e compatta intorno a noi assumendo la forma di un mondo: basterebbe che l'inganno fosse distrutto perché potessimo scorgere il vero mondo al quale apparteniamo, ma «se l'inganno venisse distrutto non ti sarebbe concesso guardare o diventeresti colonna di sale», e della verità non ci sarà dato di cogliere nulla salvo il rapido guizzare di un riflesso sul nostro volto, quando abbagliati arretriamo con una smorfia.
Se la conoscenza è menzogna, tanto più lo sarà la parola: strana maledizione per uno scrittore, dover diffidare così radicalmente del proprio mezzo espressivo. Ma il nostro linguaggio, afferma Kafka, «tratta solo del possesso e dei suoi rapporti», perciò non può essere applicato se non allusivamente a ciò che sta fuori del mondo sensibile. Come scrive altrove, «il cielo è muto, risonanza soltanto a chi è muto», e forse proprio per questo egli ha sentito la necessità di immergere nel silenzio di una pagina bianca ognuno degli scabri, disperati articoli in cui si sviluppa la sua professione di fede.
Il libro di F. Kafka, «Aforismi di Zürau», Adelphi, p. 144, 8,50
CLASSICI
Pubblicati gli aforismi del celebre scrittore praghese, dai quali emerge l’idea di una «teologia senza Dio»
Kafka, un genio condannato al paradiso
UOMO E DESTINO
di Paola Capriolo
Tra i manoscritti di Kafka vi è una serie di foglietti numerati ciascuno dei quali reca un breve testo compatto, a volte costituito da una sola frase. Si tratta quasi sempre di brani trascritti dai quaderni su cui egli soleva annotare pensieri, abbozzi narrativi, piccoli episodi della vita, e risalenti al periodo trascorso a casa della sorella Ottla nel villaggio di Zürau, fra l’autunno del 1917 e l’aprile del 1918; ma ora, strappati alla fluida concatenazione dei quaderni, acquistano una sorta di evidenza scultorea: spiccano isolati e potenti nel bianco dei fogli, come parole scandite in un silenzio totale. Dobbiamo dunque essere grati a Roberto Calasso per averci restituito in questa forma, che l’autore doveva considerare definitiva, i cosiddetti Aforismi di Zürau , offrendone una nuova traduzione e accompagnandoli con un saggio tratto dal suo libro su Kafka.
Nella loro concisione questi frammenti pongono dinanzi al lettore prospettive di abissale profondità, paragonabili soltanto a quelle dischiuse dal Castello del quale, pur precedendolo di alcuni anni, essi costituiscono forse l’unico commento adeguato. Come recita il titolo con cui Max Brod li pubblicò per la prima volta nel 1953, sono «considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via»; sono più esattamente, secondo la definizione di Calasso, la massima approssimazione consentita a quella teologia che Kafka si guarda sempre dal formulare in termini espliciti, ma che costituisce il centro segreto e irraggiungibile intorno al quale gravita tutta la sua opera. Una teologia senza Dio, che non si aggrappa né alle «declinanti» forze del cristianesimo né all’«ultimo lembo del mantello da preghiera ebraico», eppure conduce in un certo senso agli estremi risultati quella grande corrente della mistica neoplatonica che ha nutrito come una linfa entrambe le religioni.
Il presupposto è un monismo assoluto, parmenideo: esiste soltanto un mondo, quello «spirituale», o, come egli afferma altrove, esiste soltanto l’«Uno», rispetto al quale ogni cosa non è che un involucro. Tutto ciò che è fuori di questa unità appartiene necessariamente alla sfera del male e dell’errore, e in primo luogo vi appartiene la conoscenza: la verità infatti, in quanto indivisibile, «non può riconoscere se stessa; chi vuole riconoscerla deve essere menzogna». Le conseguenze che ne derivano sono tra le più paradossali, ma seguono una logica inesorabile, e foglio dopo foglio Kafka le trae sino in fondo, dissimulando sotto lo splendore aforistico il rigore quasi sistematico delle sue deduzioni.
Come nel romanzo futuro qualcuno dichiarerà allo sconcertato agrimensore che non esiste alcuna differenza tra Castello e villaggio, così Kafka ci svela qui la nascosta identità del mondo con il «paradiso»: un paradiso nel quale dimoriamo eternamente, ma senza saperlo, poiché già il più tenue bagliore di coscienza basterebbe ad escludercene. L’essere, o la «sconsolata» dimensione del bene, è dunque una beatitudine priva di qualunque soggetto che possa averne esperienza, mentre la nostra felicità, l’unica consentita, sarebbe «credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo». Nel frattempo siamo condannati a vivere in una «falsa credenza» che si fa salda e compatta intorno a noi assumendo la forma di un mondo: basterebbe che l'inganno fosse distrutto perché potessimo scorgere il vero mondo al quale apparteniamo, ma «se l'inganno venisse distrutto non ti sarebbe concesso guardare o diventeresti colonna di sale», e della verità non ci sarà dato di cogliere nulla salvo il rapido guizzare di un riflesso sul nostro volto, quando abbagliati arretriamo con una smorfia.
Se la conoscenza è menzogna, tanto più lo sarà la parola: strana maledizione per uno scrittore, dover diffidare così radicalmente del proprio mezzo espressivo. Ma il nostro linguaggio, afferma Kafka, «tratta solo del possesso e dei suoi rapporti», perciò non può essere applicato se non allusivamente a ciò che sta fuori del mondo sensibile. Come scrive altrove, «il cielo è muto, risonanza soltanto a chi è muto», e forse proprio per questo egli ha sentito la necessità di immergere nel silenzio di una pagina bianca ognuno degli scabri, disperati articoli in cui si sviluppa la sua professione di fede.
Il libro di F. Kafka, «Aforismi di Zürau», Adelphi, p. 144, 8,50
le strutture della psichiatria a Roma e nel Lazio:
scontro tra Luigi Cancrini e Tonino Cantelmi
Il Messaggero 14.7.04
IL CASO
Rischiano la chiusura 25 centri terapeutici
di LUIGI CANCRINI
SONO a rischio di chiusura nel corso dell'estate 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche che ospitano pazienti di Roma e del Lazio.
Parliamo, scrive il presidente della Fenascop Giampiero di Leo al presidente della regione Lazio Storace, di 350 pazienti e di altrettante famiglie che saranno costrette a riaccoglierli in una fase in cui il lavoro terapeutico è ancora in corso. Parliamo, aggiunge, di 300 lavoratori che non percepiscono stipendi da oltre 6 mesi e che continuano, nonostante tutto, a restare al loro posto. Accanto ai loro pazienti.
Parliamo, aggiungo io, di debiti delle ASL di Roma e del Lazio che si riferiscono agli ultimi tre esercizi finanziari. Di debiti certi e riconosciuti che le ASL semplicemente rifiutano di pagare adducendo "ritardi nell'erogazione dei fondi" da parte della Regione. Poiché non tutti conoscono le procedure che portano al formarsi di questi debiti, tuttavia, credo che sia importante parlarne con qualche dettaglio per mettere in luce l'assurdità di una situazione che finirà per ricadere tutta sulle spalle di quelli che sono sempre gli ultimi degli ultimi: i pazienti psichiatrici.
Il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso dal Dipartimento di Salute Mentale competente per territorio ed è considerato un passaggio importante del progetto terapeutico complessivo di cui il dipartimento resta titolare. La Comunità Terapeutica è un luogo in cui pazienti gravi che non sono più in grado di vivere da soli cercano e spesso trovano un aiuto professionale per il recupero di competenze sociali indispensabili: un luogo, cioè, in cui non ci si limita a contenere le manifestazioni più acute del loro disagio ma si punta sull'obiettivo più ambizioso: di un recupero della persona.
Il che vuol dire, in pratica, che più il dipartimento lavora in un'ottica terapeutica e non contenitiva, più è interessato alla collaborazione con le comunità: collaborazione prevista, del resto, da una voce di spesa apposita con un budget definito ogni anno dalla ASL.
Quando il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso, dunque, i soldi ci sono e ci sono per quella spesa. Quando la Comunità invia le fatture, tuttavia, la ASL prende tempo e arriva alla fine dell'anno. I soldi sono a questo punto "spariti" perché la ASL li ha utilizzati in un altro modo facendo una "distrazione" di fondi: un atto che era e che oggi non è più un atto di rilevanza penale. L' inseguimento del credito diventa a questo punto un'odissea senza fine. Non avendo scopo di lucro e non essendo un soggetto economico la Comunità Terapeutica non può adire le vie legali per ottenere gli interessi sul ritardo. Se si rivolge alle banche per cedere il suo credito, poi, la ASL si oppone e poiché, a norma di una legge del 1865 (questo ha testualmente scritto la ASL RMA), la sua opposizione è sufficiente ad impedire la cessione, la Comunità Terapeutica si ritrova sola con le sue inutili fatture.
Dovendo provvedere, però, agli stipendi degli operatori, al vitto, all'alloggio e alle medicine dei pazienti.
La chiusura delle 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche del Lazio e di molte altre strutture del privato sociale si sviluppa così all'interno di un vero e proprio paradosso. Le comunità che muoiono per problemi di ordine finanziario sono in realtà strutture sane dal punto di vista economico. Quelli che mettono gli occhi sulle comunità per comprarle a costo zero sono inevitabilmente, a questo punto, gruppi in grado di usufruire dell'appoggio di finanziarie proprie. La trasformazione che lentamente si compie, con la complicità colpevole di un governo regionale che non interviene è quella legata al passaggio dal privato sociale a quel tipo di privato speculativo che gestisce, nel Lazio, un numero di case di cura psichiatriche private che è la metà di quelle presenti sull'intero territorio nazionale. Case di cura sempre strapiene che riempiono i pazienti di farmaci, che sembrano incapaci, abitualmente, di formulare progetti terapeutici e che percepiscono però rette di degenza che sono il doppio di quelle previste per le comunità.
Come accade spesso dove si parla di "deregulation" le amministrazioni non sembrano porsi il problema di quanto spendono. Più prosaicamente sembrano preoccupate del "per chi" li spendono. Con tanti saluti in questo caso alla legge di civiltà voluta da Basaglia (che è tanto facile criticare quando si fa di tutto per sabotarla), ai diritti dei pazienti psichiatrici e alle legittime aspettative delle loro famiglie.
Il Messaggero 15.7.04
La Regione replica a Cancrini
«Psichiatria, apocalisse irreale»
di TONINO CANTELMI*
Comunità terapeutiche che non sono più in grado di vivere benché siano «finanziariamente sane» a causa dei ritardi nell’erogazione dei fondi regionali. Finanziamenti stanziati e poi “distratti” su altri capitoli. Trecento dipendenti non pagati da 6 mesi e 350 pazienti gravi che tengono in ansia le loro famiglie, un giorno forse obbligate a riaccoglierli. Questa la situazione descritta dal professor Luigi Cancrini in un articolo pubblicato ieri sul Messaggero. Una situazione, secondo il docente universitario, frutto non solo di difficoltà di bilancio ma anche di scelte psichiatriche. Alle osservazioni e alle critiche sollevate da Cancrini replica oggi la Regione Lazio con questa lettera di Tonino Cantelmi.
E' incredibile leggere quanto scritto dal prof. Cancrini sulle strutture psichiatriche del Lazio. E' doveroso chiarire alcuni punti e smentire certe inesattezze che riguardano un settore delicato: la salute mentale. Gli scenari apocalittici disegnati non sono reali e disinformare danneggia i pazienti delle Comunità Terapeutiche del Lazio e chi lavora per tutelarli. Cominciamo dai numeri: le strutture residenziali sono oltre cento (e non 25), per un totale di circa 1.360 posti residenza (il 60% privati autorizzati e il 40% pubblici).
Questo dato dimostra lo sforzo compiuto dalla Regione che ha superato gli obiettivi strutturali previsti dal Progetto Obiettivo Nazionale e Regionale: nessun intento di ridurre, anzi, la Regione continua ad autorizzare strutture residenziali e ad aprirne di pubbliche. Ciò perché siamo consapevoli che per le acuzie e le postacuzie c'è necessità di posti letto specializzati e che nel processo terapeutico le strutture residenziali riabilitative svolgono una funzione importante. Veniamo al problema del finanziamento che Cancrini amplifica, prendendo spunto dal ritardo di alcune Asl nell'erogare i compensi alle Comunità, dandone una fantasiosa lettura politica. I ritardi, che esistono fin dagli anni Novanta, riguardano alcune strutture a gestione autonoma che svolgono il loro prezioso lavoro attraverso convenzioni con le Asl. La Regione puntualmente eroga alle Asl quanto dovuto, ma nella gestione del budget le Asl si organizzano con priorità proprie. La Giunta, consapevole dell'importanza del lavoro svolto dalle Comunità, venerdì scorso ha definito una nuova modalità di finanziamento per i gestori di strutture psichiatriche, attraverso la centralizzazione dei pagamenti da parte della Regione che partirà a fine mese. Questo, con l'intento di restituire a pazienti, familiari e operatori la dovuta serenità.
A margine, vorrei sottolineare che forse il prof. Cancrini dimentica gli straordinari progressi delle neuroscienze e della psicofarmacologia, riportando pregiudizi contro il farmaco che appartengono ormai ad un passato lontano e offende l'operato di centinaia di operatori che lavorano nelle case di cura, accusandoli di "riempire di farmaci i pazienti". Così non è, infatti con un accordo storico voluto dalla Regione, le case di cura neuropsichiatriche stanno per compiere un processo di riconversione con un'ampia integrazione con i Dipartimenti di salute mentale per rispondere ai bisogni non solo nell'acuzie, ma anche nelle fasi postacute, con ricoveri prolungati. Inoltre, la Regione per la prima volta ha affrontato il problema delle strutture per la cosiddetta doppia diagnosi (pazienti affetti da patologie psichiatriche e da forme di abuso da sostanze). Infatti, nel processo di riconversione delle case di cura alcuni posti letto sono stati destinati per rispondere a questo bisogno. In Italia questa è una novità che pone il Lazio all'avanguardia e che non merita certo i giudizi ingenerosi del prof. Cancrini. Per mettere ordine sul piano normativo, sono appena state ridisegnate le tipologie delle strutture residenziali riabilitative, in accordo con la Fenascop e con i rappresentanti delle stesse strutture e sta per essere licenziato il nuovo regolamento per il settore. Di fronte ad un impegno così deciso, è assurdo leggere, come dice Cancrini, che la Regione abbia abbandonato a se stesso un settore così delicato.
* Responsabile area psichiatria Regione Lazio
IL CASO
Rischiano la chiusura 25 centri terapeutici
di LUIGI CANCRINI
SONO a rischio di chiusura nel corso dell'estate 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche che ospitano pazienti di Roma e del Lazio.
Parliamo, scrive il presidente della Fenascop Giampiero di Leo al presidente della regione Lazio Storace, di 350 pazienti e di altrettante famiglie che saranno costrette a riaccoglierli in una fase in cui il lavoro terapeutico è ancora in corso. Parliamo, aggiunge, di 300 lavoratori che non percepiscono stipendi da oltre 6 mesi e che continuano, nonostante tutto, a restare al loro posto. Accanto ai loro pazienti.
Parliamo, aggiungo io, di debiti delle ASL di Roma e del Lazio che si riferiscono agli ultimi tre esercizi finanziari. Di debiti certi e riconosciuti che le ASL semplicemente rifiutano di pagare adducendo "ritardi nell'erogazione dei fondi" da parte della Regione. Poiché non tutti conoscono le procedure che portano al formarsi di questi debiti, tuttavia, credo che sia importante parlarne con qualche dettaglio per mettere in luce l'assurdità di una situazione che finirà per ricadere tutta sulle spalle di quelli che sono sempre gli ultimi degli ultimi: i pazienti psichiatrici.
Il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso dal Dipartimento di Salute Mentale competente per territorio ed è considerato un passaggio importante del progetto terapeutico complessivo di cui il dipartimento resta titolare. La Comunità Terapeutica è un luogo in cui pazienti gravi che non sono più in grado di vivere da soli cercano e spesso trovano un aiuto professionale per il recupero di competenze sociali indispensabili: un luogo, cioè, in cui non ci si limita a contenere le manifestazioni più acute del loro disagio ma si punta sull'obiettivo più ambizioso: di un recupero della persona.
Il che vuol dire, in pratica, che più il dipartimento lavora in un'ottica terapeutica e non contenitiva, più è interessato alla collaborazione con le comunità: collaborazione prevista, del resto, da una voce di spesa apposita con un budget definito ogni anno dalla ASL.
Quando il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso, dunque, i soldi ci sono e ci sono per quella spesa. Quando la Comunità invia le fatture, tuttavia, la ASL prende tempo e arriva alla fine dell'anno. I soldi sono a questo punto "spariti" perché la ASL li ha utilizzati in un altro modo facendo una "distrazione" di fondi: un atto che era e che oggi non è più un atto di rilevanza penale. L' inseguimento del credito diventa a questo punto un'odissea senza fine. Non avendo scopo di lucro e non essendo un soggetto economico la Comunità Terapeutica non può adire le vie legali per ottenere gli interessi sul ritardo. Se si rivolge alle banche per cedere il suo credito, poi, la ASL si oppone e poiché, a norma di una legge del 1865 (questo ha testualmente scritto la ASL RMA), la sua opposizione è sufficiente ad impedire la cessione, la Comunità Terapeutica si ritrova sola con le sue inutili fatture.
Dovendo provvedere, però, agli stipendi degli operatori, al vitto, all'alloggio e alle medicine dei pazienti.
La chiusura delle 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche del Lazio e di molte altre strutture del privato sociale si sviluppa così all'interno di un vero e proprio paradosso. Le comunità che muoiono per problemi di ordine finanziario sono in realtà strutture sane dal punto di vista economico. Quelli che mettono gli occhi sulle comunità per comprarle a costo zero sono inevitabilmente, a questo punto, gruppi in grado di usufruire dell'appoggio di finanziarie proprie. La trasformazione che lentamente si compie, con la complicità colpevole di un governo regionale che non interviene è quella legata al passaggio dal privato sociale a quel tipo di privato speculativo che gestisce, nel Lazio, un numero di case di cura psichiatriche private che è la metà di quelle presenti sull'intero territorio nazionale. Case di cura sempre strapiene che riempiono i pazienti di farmaci, che sembrano incapaci, abitualmente, di formulare progetti terapeutici e che percepiscono però rette di degenza che sono il doppio di quelle previste per le comunità.
Come accade spesso dove si parla di "deregulation" le amministrazioni non sembrano porsi il problema di quanto spendono. Più prosaicamente sembrano preoccupate del "per chi" li spendono. Con tanti saluti in questo caso alla legge di civiltà voluta da Basaglia (che è tanto facile criticare quando si fa di tutto per sabotarla), ai diritti dei pazienti psichiatrici e alle legittime aspettative delle loro famiglie.
Il Messaggero 15.7.04
La Regione replica a Cancrini
«Psichiatria, apocalisse irreale»
di TONINO CANTELMI*
Comunità terapeutiche che non sono più in grado di vivere benché siano «finanziariamente sane» a causa dei ritardi nell’erogazione dei fondi regionali. Finanziamenti stanziati e poi “distratti” su altri capitoli. Trecento dipendenti non pagati da 6 mesi e 350 pazienti gravi che tengono in ansia le loro famiglie, un giorno forse obbligate a riaccoglierli. Questa la situazione descritta dal professor Luigi Cancrini in un articolo pubblicato ieri sul Messaggero. Una situazione, secondo il docente universitario, frutto non solo di difficoltà di bilancio ma anche di scelte psichiatriche. Alle osservazioni e alle critiche sollevate da Cancrini replica oggi la Regione Lazio con questa lettera di Tonino Cantelmi.
E' incredibile leggere quanto scritto dal prof. Cancrini sulle strutture psichiatriche del Lazio. E' doveroso chiarire alcuni punti e smentire certe inesattezze che riguardano un settore delicato: la salute mentale. Gli scenari apocalittici disegnati non sono reali e disinformare danneggia i pazienti delle Comunità Terapeutiche del Lazio e chi lavora per tutelarli. Cominciamo dai numeri: le strutture residenziali sono oltre cento (e non 25), per un totale di circa 1.360 posti residenza (il 60% privati autorizzati e il 40% pubblici).
Questo dato dimostra lo sforzo compiuto dalla Regione che ha superato gli obiettivi strutturali previsti dal Progetto Obiettivo Nazionale e Regionale: nessun intento di ridurre, anzi, la Regione continua ad autorizzare strutture residenziali e ad aprirne di pubbliche. Ciò perché siamo consapevoli che per le acuzie e le postacuzie c'è necessità di posti letto specializzati e che nel processo terapeutico le strutture residenziali riabilitative svolgono una funzione importante. Veniamo al problema del finanziamento che Cancrini amplifica, prendendo spunto dal ritardo di alcune Asl nell'erogare i compensi alle Comunità, dandone una fantasiosa lettura politica. I ritardi, che esistono fin dagli anni Novanta, riguardano alcune strutture a gestione autonoma che svolgono il loro prezioso lavoro attraverso convenzioni con le Asl. La Regione puntualmente eroga alle Asl quanto dovuto, ma nella gestione del budget le Asl si organizzano con priorità proprie. La Giunta, consapevole dell'importanza del lavoro svolto dalle Comunità, venerdì scorso ha definito una nuova modalità di finanziamento per i gestori di strutture psichiatriche, attraverso la centralizzazione dei pagamenti da parte della Regione che partirà a fine mese. Questo, con l'intento di restituire a pazienti, familiari e operatori la dovuta serenità.
A margine, vorrei sottolineare che forse il prof. Cancrini dimentica gli straordinari progressi delle neuroscienze e della psicofarmacologia, riportando pregiudizi contro il farmaco che appartengono ormai ad un passato lontano e offende l'operato di centinaia di operatori che lavorano nelle case di cura, accusandoli di "riempire di farmaci i pazienti". Così non è, infatti con un accordo storico voluto dalla Regione, le case di cura neuropsichiatriche stanno per compiere un processo di riconversione con un'ampia integrazione con i Dipartimenti di salute mentale per rispondere ai bisogni non solo nell'acuzie, ma anche nelle fasi postacute, con ricoveri prolungati. Inoltre, la Regione per la prima volta ha affrontato il problema delle strutture per la cosiddetta doppia diagnosi (pazienti affetti da patologie psichiatriche e da forme di abuso da sostanze). Infatti, nel processo di riconversione delle case di cura alcuni posti letto sono stati destinati per rispondere a questo bisogno. In Italia questa è una novità che pone il Lazio all'avanguardia e che non merita certo i giudizi ingenerosi del prof. Cancrini. Per mettere ordine sul piano normativo, sono appena state ridisegnate le tipologie delle strutture residenziali riabilitative, in accordo con la Fenascop e con i rappresentanti delle stesse strutture e sta per essere licenziato il nuovo regolamento per il settore. Di fronte ad un impegno così deciso, è assurdo leggere, come dice Cancrini, che la Regione abbia abbandonato a se stesso un settore così delicato.
* Responsabile area psichiatria Regione Lazio
calo della libido? la luce fà...!
sanihelp.it 14.7.4
Notti in bianco … per aumentare la libido
Amore a luci spente, a luci accese, a luci rosse. No! Queste lasciamole stare. Cerchiamo però di capire come i raggi luminosi possono influenzare le risposte ormonali che riguardano la sfera sessuale.
Esporsi a luce intensa per almeno un'ora prima dell’alba produce negli uomini un aumento considerevole di ormone lutenizzante (LH), un ormone prodotto dalla ghiandola pituitaria.
Lo afferma uno studio pubblicato su Neuroscience newsletter e diretto dal dottor Daniel Kriepke professore di psichiatria presso la University of California di San Diego.
L’ormone lutenizzante influenza i livelli degli ormoni riproduttivi sia negli uomini che nelle donne; nell’uomo alti livelli di LH fanno aumentare i livelli di testosterone, mentre nelle donne viene attivata l’ovulazione.
«I risultati dimostrano che il testosterone può essere aumentato semplicemente con alcune ore extra di luce intensa», ha detto l’autore dello studio, «elevati livelli di testosterone portano a un aumento della libido soprattutto in casi di depressione».
In uno studio precedente Kripke e colleghi, hanno dimostrato che donne con un ciclo lungo ed irregolare, una volta esposte a luce intensa, regolarizzavano il ciclo.
Lo studio ha riguardato 11 giovani maschi in buona salute, di età compresa tra i 19 ed i 30 anni. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi. Nella prima parte dello studio, entrambi i gruppi venivano svegliati verso le 5:00 del mattino e venivano esposti o a una luce intensa (circa 150 watt) o a una luce rossa a bassa intensità.
Nella seconda parte dello studio i gruppi sono stati scambiati. I livelli di LH dei soggetti erano misurati prima e dopo l’esposizione alla luce.
I ricercatori hanno rilevato nei pazienti esposti a luce intensa un incremento del 69% dei livelli di LH. Nel loro articolo i ricercatori hanno fatto notare che una libido bassa è spesso parte della depressione, o risulta anche come effetto collaterale dei farmaci antidepressivi.
«È teoricamente possibile», affermano, «che l’esposizione alla luce potrebbe alleviare le disfunzioni sessuali nei pazienti depressi».
Se sentite un calo del desiderio dunque, preparatevi a lunghe notti in bianco.
Fonte: Neuroscience Letters
Notti in bianco … per aumentare la libido
Amore a luci spente, a luci accese, a luci rosse. No! Queste lasciamole stare. Cerchiamo però di capire come i raggi luminosi possono influenzare le risposte ormonali che riguardano la sfera sessuale.
Esporsi a luce intensa per almeno un'ora prima dell’alba produce negli uomini un aumento considerevole di ormone lutenizzante (LH), un ormone prodotto dalla ghiandola pituitaria.
Lo afferma uno studio pubblicato su Neuroscience newsletter e diretto dal dottor Daniel Kriepke professore di psichiatria presso la University of California di San Diego.
L’ormone lutenizzante influenza i livelli degli ormoni riproduttivi sia negli uomini che nelle donne; nell’uomo alti livelli di LH fanno aumentare i livelli di testosterone, mentre nelle donne viene attivata l’ovulazione.
«I risultati dimostrano che il testosterone può essere aumentato semplicemente con alcune ore extra di luce intensa», ha detto l’autore dello studio, «elevati livelli di testosterone portano a un aumento della libido soprattutto in casi di depressione».
In uno studio precedente Kripke e colleghi, hanno dimostrato che donne con un ciclo lungo ed irregolare, una volta esposte a luce intensa, regolarizzavano il ciclo.
Lo studio ha riguardato 11 giovani maschi in buona salute, di età compresa tra i 19 ed i 30 anni. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi. Nella prima parte dello studio, entrambi i gruppi venivano svegliati verso le 5:00 del mattino e venivano esposti o a una luce intensa (circa 150 watt) o a una luce rossa a bassa intensità.
Nella seconda parte dello studio i gruppi sono stati scambiati. I livelli di LH dei soggetti erano misurati prima e dopo l’esposizione alla luce.
I ricercatori hanno rilevato nei pazienti esposti a luce intensa un incremento del 69% dei livelli di LH. Nel loro articolo i ricercatori hanno fatto notare che una libido bassa è spesso parte della depressione, o risulta anche come effetto collaterale dei farmaci antidepressivi.
«È teoricamente possibile», affermano, «che l’esposizione alla luce potrebbe alleviare le disfunzioni sessuali nei pazienti depressi».
Se sentite un calo del desiderio dunque, preparatevi a lunghe notti in bianco.
Fonte: Neuroscience Letters
i Ds di Napoli in difesa della 180
Repubblica, edizione di Napoli 15.7.04
I DS:
MALATI DI MENTE, NO ALLA CONTRORIFORMA DELLA LEGGE 180
di GIUSEPPE PRIVITERA
La riforma dell´assistenza psichiatrica è ritornata d´attualità e viene, da alcune parti politiche e sociali, ritenuta indispensabile per porre rimedio al "fallimento" della legge 180. Quest´ultima, approvata nel 1978, a compimento di un lungo e coraggioso percorso intrapreso molti anni prima dallo psichiatra triestino Franco Basaglia e da altri autorevoli studiosi, come Sergio Piro, promuoveva una vera "rivoluzione culturale" nel rapporto tra malattia mentale e società. Il nucleo essenziale di quella legge di progresso era costituito dall´obiettivo finale, individuato nella chiusura definitiva dei manicomi, sostituiti da una rete di servizi territoriali, strutture residenziali e riabilitative volte alla presa in carico del paziente nel suo contesto abituale di vita e da reparti ospedalieri per i ricoveri nei momenti d´acuzie, sia in regime obbligatorio che volontario.
Con la 180, finalmente, la complessa patologia mentale viene inquadrata nell´ambito delle problematiche d´ordine sanitario, tant´è che i sostenitori della riforma operarono per l´inserimento, nella legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, la 833/78, di norme specifiche per la salute mentale, riconoscendo al malato gli stessi diritti di ogni cittadino in cura presso un servizio sanitario. La volontarietà dei trattamenti diventa la norma, mentre solo in casi eccezionali si prevede il ricorso al ricovero coatto (Tso) nei servizi di diagnosi e cura (Spdc), istituiti negli ospedali generali con un massimo di 15 posti letto. Da allora l´Italia ha la legislazione più avanzata al mondo in materia di salute mentale.
Vediamo allora di capire perché alcuni parlamentari di centrodestra si sono fatti promotori di un progetto di legge che modifica sostanzialmente la 180. La proposta "Burani Procaccini", che non è l´unica, viene presentata in apertura della legislatura e appare subito come la risposta più superficiale a una diffusa esigenza di maggiore sostegno rivendicato da alcune organizzazioni di familiari dei malati, e a un´opinione pubblica sempre più allarmata da fatti di cronaca. Certo nessuno ignora che una legge, entrata in vigore oltre venticinque anni fa, possa essere aggiornata alla luce dell´esperienza maturata e dei progressi scientifici acquisiti in tempi più recenti. Dobbiamo però intenderci sugli interessi che poniamo in cima a ogni ipotesi di modifica di una norma così importante per la vita di migliaia di persone.
Esaminando il testo più recente del progetto di riforma in discussione nella commissione Affari sociali della Camera, che recepisce altre proposte unificandole, ci troviamo di fronte a uno stravolgimento, nello spirito e nella sostanza, del sistema di assistenza psichiatrica in essere nel nostro Paese. La tutela dei diritti individuali esce ridimensionata, mentre emerge un nuovo "mercato" per le strutture sanitarie private, con prevedibili effetti deprimenti sui servizi pubblici, per i quali, evidentemente, ci saranno sempre meno risorse.
Solo per fare alcuni esempi concreti, all´articolo 4 viene definita la funzione delle nuove Sra (struttura residenziale con assistenza prolungata e continuata), che può essere anche a gestione privata e accreditata, destinata ai pazienti in fase postacuta, «che necessitano di interventi terapeutici e riabilitativi, volontari od obbligatori». Un mix di situazioni e di obiettivi che le renderebbero molto simili ai vecchi manicomi, in grado di assicurare una funzione di mera custodia del paziente, senza parlare poi della concentrazione che si realizzerebbe, per garantire più profitti alle strutture.
La tendenza alla privatizzazione emerge con tutta evidenza all´articolo 9, mentre, osservando il disposto dell´articolo 16, col quale sono abrogati gli articoli 34, 35 e 64 della legge 833/78 di riforma sanitaria, emerge la volontà di riportare la cura delle malattie mentali sotto l´egida di una legislazione speciale che ne accentua il carattere di «strumento di controllo sociale», sacrificando tutti gli sforzi ed i risultati prodotti in questi anni.
L´esame, sia pure parziale, del progetto di legge ci porta a concludere che esso cela il desiderio di spostare risorse dal settore pubblico a quello privato, sacrificando a questo scopo la conquista più importante che portò la legge 180: la piena dignità della persona malata ed il rispetto dei diritti umani. In definitiva, quella che viene spacciata per "riforma psichiatrica" altro non è che un maldestro tentativo di controriforma, che va ostacolato in ogni sede, mentre sarebbe oltremodo auspicabile l´avvio di una verifica approfondita ed estesa dei limiti mostrati dalla normativa attuale, per promuovere quelle innovazioni utili ad alleviare la sofferenza dei malati e dei loro familiari.
L´autore fa parte della direzione provinciale dei Ds
I DS:
MALATI DI MENTE, NO ALLA CONTRORIFORMA DELLA LEGGE 180
di GIUSEPPE PRIVITERA
La riforma dell´assistenza psichiatrica è ritornata d´attualità e viene, da alcune parti politiche e sociali, ritenuta indispensabile per porre rimedio al "fallimento" della legge 180. Quest´ultima, approvata nel 1978, a compimento di un lungo e coraggioso percorso intrapreso molti anni prima dallo psichiatra triestino Franco Basaglia e da altri autorevoli studiosi, come Sergio Piro, promuoveva una vera "rivoluzione culturale" nel rapporto tra malattia mentale e società. Il nucleo essenziale di quella legge di progresso era costituito dall´obiettivo finale, individuato nella chiusura definitiva dei manicomi, sostituiti da una rete di servizi territoriali, strutture residenziali e riabilitative volte alla presa in carico del paziente nel suo contesto abituale di vita e da reparti ospedalieri per i ricoveri nei momenti d´acuzie, sia in regime obbligatorio che volontario.
Con la 180, finalmente, la complessa patologia mentale viene inquadrata nell´ambito delle problematiche d´ordine sanitario, tant´è che i sostenitori della riforma operarono per l´inserimento, nella legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, la 833/78, di norme specifiche per la salute mentale, riconoscendo al malato gli stessi diritti di ogni cittadino in cura presso un servizio sanitario. La volontarietà dei trattamenti diventa la norma, mentre solo in casi eccezionali si prevede il ricorso al ricovero coatto (Tso) nei servizi di diagnosi e cura (Spdc), istituiti negli ospedali generali con un massimo di 15 posti letto. Da allora l´Italia ha la legislazione più avanzata al mondo in materia di salute mentale.
Vediamo allora di capire perché alcuni parlamentari di centrodestra si sono fatti promotori di un progetto di legge che modifica sostanzialmente la 180. La proposta "Burani Procaccini", che non è l´unica, viene presentata in apertura della legislatura e appare subito come la risposta più superficiale a una diffusa esigenza di maggiore sostegno rivendicato da alcune organizzazioni di familiari dei malati, e a un´opinione pubblica sempre più allarmata da fatti di cronaca. Certo nessuno ignora che una legge, entrata in vigore oltre venticinque anni fa, possa essere aggiornata alla luce dell´esperienza maturata e dei progressi scientifici acquisiti in tempi più recenti. Dobbiamo però intenderci sugli interessi che poniamo in cima a ogni ipotesi di modifica di una norma così importante per la vita di migliaia di persone.
Esaminando il testo più recente del progetto di riforma in discussione nella commissione Affari sociali della Camera, che recepisce altre proposte unificandole, ci troviamo di fronte a uno stravolgimento, nello spirito e nella sostanza, del sistema di assistenza psichiatrica in essere nel nostro Paese. La tutela dei diritti individuali esce ridimensionata, mentre emerge un nuovo "mercato" per le strutture sanitarie private, con prevedibili effetti deprimenti sui servizi pubblici, per i quali, evidentemente, ci saranno sempre meno risorse.
Solo per fare alcuni esempi concreti, all´articolo 4 viene definita la funzione delle nuove Sra (struttura residenziale con assistenza prolungata e continuata), che può essere anche a gestione privata e accreditata, destinata ai pazienti in fase postacuta, «che necessitano di interventi terapeutici e riabilitativi, volontari od obbligatori». Un mix di situazioni e di obiettivi che le renderebbero molto simili ai vecchi manicomi, in grado di assicurare una funzione di mera custodia del paziente, senza parlare poi della concentrazione che si realizzerebbe, per garantire più profitti alle strutture.
La tendenza alla privatizzazione emerge con tutta evidenza all´articolo 9, mentre, osservando il disposto dell´articolo 16, col quale sono abrogati gli articoli 34, 35 e 64 della legge 833/78 di riforma sanitaria, emerge la volontà di riportare la cura delle malattie mentali sotto l´egida di una legislazione speciale che ne accentua il carattere di «strumento di controllo sociale», sacrificando tutti gli sforzi ed i risultati prodotti in questi anni.
L´esame, sia pure parziale, del progetto di legge ci porta a concludere che esso cela il desiderio di spostare risorse dal settore pubblico a quello privato, sacrificando a questo scopo la conquista più importante che portò la legge 180: la piena dignità della persona malata ed il rispetto dei diritti umani. In definitiva, quella che viene spacciata per "riforma psichiatrica" altro non è che un maldestro tentativo di controriforma, che va ostacolato in ogni sede, mentre sarebbe oltremodo auspicabile l´avvio di una verifica approfondita ed estesa dei limiti mostrati dalla normativa attuale, per promuovere quelle innovazioni utili ad alleviare la sofferenza dei malati e dei loro familiari.
L´autore fa parte della direzione provinciale dei Ds
schizofrenia e stress in uomini e donne
Yahoo! Notizie Psichiatria, Psicologia e Neurologia 14.7.04
Schizofrenia e stress in uomini e donne
Il Pensiero Scientifico Editore
Le manifestazioni della schizofrenia, si sa da tempo, cambiano a seconda del sesso. Secondo la letteratura le donne, più colpite degli uomini da depressione, ansia e disturbi del comportamento alimentare, soffrirebbero invece di patologie mentali gravi, come la schizofrenia, in forme più lievi degli uomini. Ma differenze di genere evidenziate negli ultimi anni hanno messo in discussione questa posizione. Ora, una ricerca olandese, appena pubblicata sul Journal of Clinical Psychiatry, ha cercato di stabilire se queste differenze di genere nelle manifestazioni cliniche della malattia schizofrenica si riflettono in un meccanismo sottostante che potrebbe essere causalmente associato alla psicosi, in particolare se sono ricollegabili ad una maggiore o minore sensibilità allo stress della vita quotidiana.
I soggetti studiati erano 42 schizofrenici (22 uomini e 20 donne), giudicati in remissione clinica ed investigati con lo Experience Sampling Method, una tecnica che consente di misurare il contesto corrente e l’umore nella vita quotidiana. Lo studio si riprometteva di valutare appunto lo stress soggettivo dovuto ad eventi ed attività correnti e, in secondo luogo, la reattività emotiva, concettualizzata come cambiamenti affettivi, sia positivi che negativi, in relazione allo stress soggettivo. I dati sono stati raccolti tra il gennaio 1997 ed il maggio 1999.
I dati hanno rivelato che le donne sono significativamente (p < .05) più esposte allo stress della vita quotidiana rispetto agli uomini, il che si riflette sia in un allargamento dell’affetto negativo sulla struttura del Sé, che in una diminuzione dell’affetto negativo. I risultati, quindi, suggeriscono che le differenze di genere non possono essere circoscritte alle caratteristiche assunte dalla psicosi, ma che possono anche riflettersi nei sottostanti meccanismi eziologici. Il che potrebbe rafforzare l’ipotesi che le donne siano più suscettibili degli uomini ad un’espressione schizoaffettiva della schizofrenia.
Fonte: Myin-Germeys I, Krabbendam L, Delespaul PA, van Os J, Sex Differences in Emotional Reactivity to Daily Life Stress in Psychosis, J Clin Psychiatry 2004;65:805-809.
Schizofrenia e stress in uomini e donne
Il Pensiero Scientifico Editore
Le manifestazioni della schizofrenia, si sa da tempo, cambiano a seconda del sesso. Secondo la letteratura le donne, più colpite degli uomini da depressione, ansia e disturbi del comportamento alimentare, soffrirebbero invece di patologie mentali gravi, come la schizofrenia, in forme più lievi degli uomini. Ma differenze di genere evidenziate negli ultimi anni hanno messo in discussione questa posizione. Ora, una ricerca olandese, appena pubblicata sul Journal of Clinical Psychiatry, ha cercato di stabilire se queste differenze di genere nelle manifestazioni cliniche della malattia schizofrenica si riflettono in un meccanismo sottostante che potrebbe essere causalmente associato alla psicosi, in particolare se sono ricollegabili ad una maggiore o minore sensibilità allo stress della vita quotidiana.
I soggetti studiati erano 42 schizofrenici (22 uomini e 20 donne), giudicati in remissione clinica ed investigati con lo Experience Sampling Method, una tecnica che consente di misurare il contesto corrente e l’umore nella vita quotidiana. Lo studio si riprometteva di valutare appunto lo stress soggettivo dovuto ad eventi ed attività correnti e, in secondo luogo, la reattività emotiva, concettualizzata come cambiamenti affettivi, sia positivi che negativi, in relazione allo stress soggettivo. I dati sono stati raccolti tra il gennaio 1997 ed il maggio 1999.
I dati hanno rivelato che le donne sono significativamente (p < .05) più esposte allo stress della vita quotidiana rispetto agli uomini, il che si riflette sia in un allargamento dell’affetto negativo sulla struttura del Sé, che in una diminuzione dell’affetto negativo. I risultati, quindi, suggeriscono che le differenze di genere non possono essere circoscritte alle caratteristiche assunte dalla psicosi, ma che possono anche riflettersi nei sottostanti meccanismi eziologici. Il che potrebbe rafforzare l’ipotesi che le donne siano più suscettibili degli uomini ad un’espressione schizoaffettiva della schizofrenia.
Fonte: Myin-Germeys I, Krabbendam L, Delespaul PA, van Os J, Sex Differences in Emotional Reactivity to Daily Life Stress in Psychosis, J Clin Psychiatry 2004;65:805-809.
mondi tolemaici:
«Tipo maschile, femminile ed omo»
Repubblica Salute 15.7.04
Tipo maschile, femminile ed omo
A seconda dell'orientamento sessuale, la razionalità si manifesta al meglio in alcuni campi La differenza dipende soprattutto dall'effetto degli ormoni sul cervello durante lo sviluppo
Ci sono dei test dove mediamente le donne riescono meglio degli uomini. Questi riguardano le cosiddette abilità linguistiche, scritte e orali. Gli uomini invece sono superiori nei test che misurano la capacità di orientamento e le capacità matematiche. Ma anche qui, non mancano le differenze. Le donne sono superiori agli uomini riguardo al calcolo matematico, mentre vanno peggio nella risoluzione dei problemi. È vero che i maschi si orientano meglio leggendo una mappa, ma le donne sono più brave a orientarsi prendendo gli oggetti come riferimento nell'ambiente circostante.
Come si vede, ogni semplificazione è fuori luogo, anche perché sembra che l'orientamento sessuale abbia un suo peso nel forgiare le nostre abilità intellettive.
In un ampio studio, realizzato da Qazi Rahman e colleghi del King's College dell'Università di Londra e pubblicato recentemente su Psychoneuroendocrinology, si dimostra che maschi e femmine omosessuali ottengono dei risultati più vicini al loro orientamento sessuale che al loro genere. Per esempio, maschi eterosessuali, nei test tipicamente maschili (rotazione mentale degli oggetti), risultano superiori sia alle femmine eterosessuali sia ai maschi omosessuali. Analogamente maschi omosessuali hanno un andamento simile a quello delle femmine eterosessuali e quindi superiori ai maschi eterosessuali in test femminili (fluidità verbale). Infine, femmine omosessuali, nel test che misura la fluidità verbale, raggiungono risultati più simili ai maschi che alle femmine eterosessuali. perché?
Alcuni sostengono che le differenze comportamentali riflettono differenze di organizzazione dei circuiti cerebrali, geneticamente fondate.
E' indubbio che esistono delle differenze tra il cervello maschile e quello femminile. Le più rilevanti e documentate riguardano il corpo calloso e le aree del linguaggio.
Il corpo calloso, che rappresenta la interconnessione tra i due emisferi cerebrali, nella donna è molto più sviluppato, il che vuol dire che il cervello femminile lavora in modo più globale. Così, è frequente trovare nel cervello femminile una rappresentazione bilaterale delle aree del linguaggio invece che monolaterale come avviene nel cervello maschile. Alcuni studiosi, come Simon LeVay, hanno trovato una differenza tra maschi eterosessuali e omosessuali in un nucleo ipotalamico legato all'orientamento sessuale: le dimensioni di questo nucleo nei maschi omosessuali sarebbero simili a quello delle femmine.
Le ragioni di queste differenze starebbero nell'azione degli ormoni nel grembo materno: un eccesso di androgeni favorirebbe l'omosessualità. Ma questo è un punto controverso, non confermato da altri studi. Insomma, la realtà umana fa fatica ad essere catturata da schemi troppo rigidi. Anche perché: come conciliare la grandezza matematica di Isaac Newton con la sua unica grande passione amorosa, quella per il giovane collega svizzero Fatio de Duillier? (f. b.)
Tipo maschile, femminile ed omo
A seconda dell'orientamento sessuale, la razionalità si manifesta al meglio in alcuni campi La differenza dipende soprattutto dall'effetto degli ormoni sul cervello durante lo sviluppo
Ci sono dei test dove mediamente le donne riescono meglio degli uomini. Questi riguardano le cosiddette abilità linguistiche, scritte e orali. Gli uomini invece sono superiori nei test che misurano la capacità di orientamento e le capacità matematiche. Ma anche qui, non mancano le differenze. Le donne sono superiori agli uomini riguardo al calcolo matematico, mentre vanno peggio nella risoluzione dei problemi. È vero che i maschi si orientano meglio leggendo una mappa, ma le donne sono più brave a orientarsi prendendo gli oggetti come riferimento nell'ambiente circostante.
Come si vede, ogni semplificazione è fuori luogo, anche perché sembra che l'orientamento sessuale abbia un suo peso nel forgiare le nostre abilità intellettive.
In un ampio studio, realizzato da Qazi Rahman e colleghi del King's College dell'Università di Londra e pubblicato recentemente su Psychoneuroendocrinology, si dimostra che maschi e femmine omosessuali ottengono dei risultati più vicini al loro orientamento sessuale che al loro genere. Per esempio, maschi eterosessuali, nei test tipicamente maschili (rotazione mentale degli oggetti), risultano superiori sia alle femmine eterosessuali sia ai maschi omosessuali. Analogamente maschi omosessuali hanno un andamento simile a quello delle femmine eterosessuali e quindi superiori ai maschi eterosessuali in test femminili (fluidità verbale). Infine, femmine omosessuali, nel test che misura la fluidità verbale, raggiungono risultati più simili ai maschi che alle femmine eterosessuali. perché?
Alcuni sostengono che le differenze comportamentali riflettono differenze di organizzazione dei circuiti cerebrali, geneticamente fondate.
E' indubbio che esistono delle differenze tra il cervello maschile e quello femminile. Le più rilevanti e documentate riguardano il corpo calloso e le aree del linguaggio.
Il corpo calloso, che rappresenta la interconnessione tra i due emisferi cerebrali, nella donna è molto più sviluppato, il che vuol dire che il cervello femminile lavora in modo più globale. Così, è frequente trovare nel cervello femminile una rappresentazione bilaterale delle aree del linguaggio invece che monolaterale come avviene nel cervello maschile. Alcuni studiosi, come Simon LeVay, hanno trovato una differenza tra maschi eterosessuali e omosessuali in un nucleo ipotalamico legato all'orientamento sessuale: le dimensioni di questo nucleo nei maschi omosessuali sarebbero simili a quello delle femmine.
Le ragioni di queste differenze starebbero nell'azione degli ormoni nel grembo materno: un eccesso di androgeni favorirebbe l'omosessualità. Ma questo è un punto controverso, non confermato da altri studi. Insomma, la realtà umana fa fatica ad essere catturata da schemi troppo rigidi. Anche perché: come conciliare la grandezza matematica di Isaac Newton con la sua unica grande passione amorosa, quella per il giovane collega svizzero Fatio de Duillier? (f. b.)
Olanzapina
Yahoo! Salute 14.7.04
EMEA: sicurezza dell’antipsicotico Olanzapina
Di Psichiatria.org
(Xagena - Psichiatria) - L’EMEA ed il suo Comitato Scientifico, CPMP, hanno emesso un “public statement” sull’impiego del farmaco antipsicotico Olanzapina (Zyprexa) nella demenza.
I dati di studi clinici hanno mostrato un aumentato rischio di eventi avversi cerebrovascolari e di mortalità nei pazienti anziani con demenza, trattati con Olanzapina.
Poiché l’Olanzapina non è approvata nel trattamento della psicosi associata alla demenza e/o a disturbi comportamentali, il suo uso in questi pazienti non è raccomandato.
Una serie di studi clinici nei pazienti anziani (età superiore ai 65 anni con demenza) ha mostrato un aumento della mortalità di circa 2 volte e di 3 volte degli eventi avversi cerebrovascolari tra i pazienti trattati con Olanzapina rispetto al placebo.
La più alta mortalità non è risultata associata alla dose di Olanzapina o alla durata del trattamento, bensì a fattori predisponesti, quali età superiore ai 65 anni, sedazione, disfagia, malnutrizione e deidratazione, condizioni polmonari basali (polmonite) o concomitante impiego delle benzodiazepine.
Inoltre, i dati hanno anche mostrato che la presenza di demenza vascolare era associata in modo significativo ad una maggiore probabilità di eventi avversi cerebrovascolari.
Sulla base di questi dati il CPMP ha deciso di introdurre rilevanti “warning” ( avvertenze) sia per i medici prescrittori che per i pazienti:
Fonte: EMEA
EMEA: sicurezza dell’antipsicotico Olanzapina
Di Psichiatria.org
(Xagena - Psichiatria) - L’EMEA ed il suo Comitato Scientifico, CPMP, hanno emesso un “public statement” sull’impiego del farmaco antipsicotico Olanzapina (Zyprexa) nella demenza.
I dati di studi clinici hanno mostrato un aumentato rischio di eventi avversi cerebrovascolari e di mortalità nei pazienti anziani con demenza, trattati con Olanzapina.
Poiché l’Olanzapina non è approvata nel trattamento della psicosi associata alla demenza e/o a disturbi comportamentali, il suo uso in questi pazienti non è raccomandato.
Una serie di studi clinici nei pazienti anziani (età superiore ai 65 anni con demenza) ha mostrato un aumento della mortalità di circa 2 volte e di 3 volte degli eventi avversi cerebrovascolari tra i pazienti trattati con Olanzapina rispetto al placebo.
La più alta mortalità non è risultata associata alla dose di Olanzapina o alla durata del trattamento, bensì a fattori predisponesti, quali età superiore ai 65 anni, sedazione, disfagia, malnutrizione e deidratazione, condizioni polmonari basali (polmonite) o concomitante impiego delle benzodiazepine.
Inoltre, i dati hanno anche mostrato che la presenza di demenza vascolare era associata in modo significativo ad una maggiore probabilità di eventi avversi cerebrovascolari.
Sulla base di questi dati il CPMP ha deciso di introdurre rilevanti “warning” ( avvertenze) sia per i medici prescrittori che per i pazienti:
a) l’Olanzapina non è indicata nel trattamento dei pazienti con psicosi associata alla demenza e/o a comportamenti disturbati;
b) è noto l’uso di neurolettici nei pazienti con demenza e con sintomi psicotici e comportamento disturbato. I dati sono insufficienti ad evidenziare differenze nel rischio di mortalità o di eventi cerebrovascolari tra i neurolettici atipici e quelli convenzionali. Xagena)
Fonte: EMEA
mercoledì 14 luglio 2004
schizofrenia:
in Italia 500.000 malati
Yahoo! Salute 13.7.04 17:49
PSICHIATRIA: SCHIZOFRENIA, IN ITALIA 500.000 MALATI
(ANSA) - ROMA, 13 LUG - La schizofrenia colpisce nel mondo un individuo su cento, mentre in Italia sono circa 500.000 le persone affette da questo disturbo. Una patologia che non e' pero', come pensano molti, incurabile. Anzi.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanita', infatti, circa un terzo delle persone che si ammalano di schizofrenia guarisce e torna a svolgere una vita normale, senza ulteriori ricadute. Un altro terzo, invece, guarisce ma deve continuare ad assumere dei farmaci. La schizofrenia ha uguale prevalenza negli uomini e nelle donne, anche se in queste ultime i sintomi tendono a presentarsi con minore gravita'. Il picco dell'eta' di esordio, per i maschi, e' da collocare tra 15 e 25 anni e per le donne tra 25 e 35 anni, mentre il 90% dei soggetti in cura per ha un'eta' compresa tra 15 e 55 anni.
Ma quali sono le cause di questa malattia? Anche se la maggior parte degli esperti ritiene che la schizofrenia non abbia una causa unica (sembra che il disturbo sia attribuibile ad un insieme di fattori genetici e ambientali), il meccanismo alla base della patologia e' stato individuato nello squilibrio di due neurotrasmettitori, sostanze chimiche che trasmettono i messaggi, presenti nel cervello: la dopamina e la serotonina. In alcune aree del cervello dei pazienti affetti da schizofrenia, infatti, queste sostanze chimiche sono presenti in quantita' eccessive, mentre in altre scarseggiano. Maggiormente a rischio, comunque, sono proprio le fasce socioeconomiche piu' deboli, come hanno dimostrato vari studi. L'80% dei senza tetto ricoverati in ospedali a New York, ad esempio, soffre di condizioni associate a diagnosi psichiatriche, tra cui appunto la schizofrenia. In Italia invece, secondo una stima della Caritas e delle Acli, sono almeno 60 mila le persone senza fissa dimora e di queste il 26% circa e' affetto da problemi psichiatrici. Ma gli esperti lanciano anche l'allarme sui costi sociali legati a questa malattia. I dati piu' recenti dell'OMS hanno infatti dimostrato che la percentuale dei costi attribuibile alle malattie neuropsichiatriche (oneri che derivano alla collettivita' dalla mortalita' e dall'invalidita' provocate da una determinata patologia) e' dell'11,5%, cifra superiore a quella rilevata per le malattie cardiovascolari (10,3%) e oncologiche (5,3%). E tra i disturbi mentali la schizofrenia e' di gran lunga la malattia piu' costosa, con un costo pari a circa 8.800 Euro paziente/anno.
''Per questi malati - ha affermato lo psichiatra Eugenio Aguglia, dell'Universita' di Trieste, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino' - e' fondamentale una diagnosi precoce del disturbo. Purtroppo, invece, questi pazienti giungono dallo specialista molto tardi e dopo percorsi inutili''. Necessaria, secondo lo psichiatra, e' dunque una maggiore sensibilizzazione e specializzazione dei medici di base, che dovrebbero fare da ''primo filtro'' indirizzando i pazienti dagli specialisti. Della stessa opinione il direttore dell'Unita' di Psichiatria ed epidemiologia comportamentale dell'ospedale Cotugno di Napoli Fabrizio Starace, che ha sottolineato come il tempo medio che intercorre tra l'insorgere dei primi sintomi della malattia e il contatto con la struttura di cura sia di 4 anni e mezzo. Quanto ai pregiudizi, secondo Starace derivano innanzitutto da ''conoscenze incomplete e distorte''. Ma c'e' un dato positivo: ''Da una recente indagine tra circa 2.000 giovani, nell'ambito della campagna contro lo stigma della malattia mentale promossa dal ministero della Salute - ha concluso l'esperto - emerge che se il 72% dei ragazzi intervistati dichiara di non avere sufficienti informazioni sulla malattia mentale, ben l'84% afferma di voler conoscere maggiormente queste problematiche''.(ANSA).
PSICHIATRIA: SCHIZOFRENIA, IN ITALIA 500.000 MALATI
(ANSA) - ROMA, 13 LUG - La schizofrenia colpisce nel mondo un individuo su cento, mentre in Italia sono circa 500.000 le persone affette da questo disturbo. Una patologia che non e' pero', come pensano molti, incurabile. Anzi.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanita', infatti, circa un terzo delle persone che si ammalano di schizofrenia guarisce e torna a svolgere una vita normale, senza ulteriori ricadute. Un altro terzo, invece, guarisce ma deve continuare ad assumere dei farmaci. La schizofrenia ha uguale prevalenza negli uomini e nelle donne, anche se in queste ultime i sintomi tendono a presentarsi con minore gravita'. Il picco dell'eta' di esordio, per i maschi, e' da collocare tra 15 e 25 anni e per le donne tra 25 e 35 anni, mentre il 90% dei soggetti in cura per ha un'eta' compresa tra 15 e 55 anni.
Ma quali sono le cause di questa malattia? Anche se la maggior parte degli esperti ritiene che la schizofrenia non abbia una causa unica (sembra che il disturbo sia attribuibile ad un insieme di fattori genetici e ambientali), il meccanismo alla base della patologia e' stato individuato nello squilibrio di due neurotrasmettitori, sostanze chimiche che trasmettono i messaggi, presenti nel cervello: la dopamina e la serotonina. In alcune aree del cervello dei pazienti affetti da schizofrenia, infatti, queste sostanze chimiche sono presenti in quantita' eccessive, mentre in altre scarseggiano. Maggiormente a rischio, comunque, sono proprio le fasce socioeconomiche piu' deboli, come hanno dimostrato vari studi. L'80% dei senza tetto ricoverati in ospedali a New York, ad esempio, soffre di condizioni associate a diagnosi psichiatriche, tra cui appunto la schizofrenia. In Italia invece, secondo una stima della Caritas e delle Acli, sono almeno 60 mila le persone senza fissa dimora e di queste il 26% circa e' affetto da problemi psichiatrici. Ma gli esperti lanciano anche l'allarme sui costi sociali legati a questa malattia. I dati piu' recenti dell'OMS hanno infatti dimostrato che la percentuale dei costi attribuibile alle malattie neuropsichiatriche (oneri che derivano alla collettivita' dalla mortalita' e dall'invalidita' provocate da una determinata patologia) e' dell'11,5%, cifra superiore a quella rilevata per le malattie cardiovascolari (10,3%) e oncologiche (5,3%). E tra i disturbi mentali la schizofrenia e' di gran lunga la malattia piu' costosa, con un costo pari a circa 8.800 Euro paziente/anno.
''Per questi malati - ha affermato lo psichiatra Eugenio Aguglia, dell'Universita' di Trieste, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino' - e' fondamentale una diagnosi precoce del disturbo. Purtroppo, invece, questi pazienti giungono dallo specialista molto tardi e dopo percorsi inutili''. Necessaria, secondo lo psichiatra, e' dunque una maggiore sensibilizzazione e specializzazione dei medici di base, che dovrebbero fare da ''primo filtro'' indirizzando i pazienti dagli specialisti. Della stessa opinione il direttore dell'Unita' di Psichiatria ed epidemiologia comportamentale dell'ospedale Cotugno di Napoli Fabrizio Starace, che ha sottolineato come il tempo medio che intercorre tra l'insorgere dei primi sintomi della malattia e il contatto con la struttura di cura sia di 4 anni e mezzo. Quanto ai pregiudizi, secondo Starace derivano innanzitutto da ''conoscenze incomplete e distorte''. Ma c'e' un dato positivo: ''Da una recente indagine tra circa 2.000 giovani, nell'ambito della campagna contro lo stigma della malattia mentale promossa dal ministero della Salute - ha concluso l'esperto - emerge che se il 72% dei ragazzi intervistati dichiara di non avere sufficienti informazioni sulla malattia mentale, ben l'84% afferma di voler conoscere maggiormente queste problematiche''.(ANSA).
per l'85% dai pazienti schizofrenici la diagnosi arriva in ritardo
Yahoo! Notizie - Salute Martedì 13 Luglio 2004, 19:03
Schizofrenia: 85% Pazienti Arriva Tardi a Diagnosi, Colpa Pregiudizio
Roma, 13 lug. (Adnkronos Salute) - Il pregiudizio e' ancora il peggior nemico delle persone con malattie mentali. Per l'85% dai pazienti schizofrenici la diagnosi arriva in ritardo proprio a causa del giudizio negativo che accompagna queste patologie e della paura di essere 'marchiati'. Lo rivelano gli psichiatri italiani intervistati per un'indagine conoscitiva sulla schizofrenia in Italia che ha coinvolto anche pazienti, familiari e popolazione generale, interrogati su diversi aspetti della malattia. La ricerca, promossa da Bristol Myers Squibb, e' stata presentata oggi a Roma nel corso del seminario 'Schizofrenia vista da vicino' che si e' svolta al Palazzo dell'informazione del gruppo Adnkronos.Secondo gli psichiatri solo il 15% dei pazienti arriva dallo specialista al comparire dei primi sintomi. ''Eppure - ha spiegato Eugenio Aguglia, professore di Clinica psichiatrica all'universita' di Trieste, intervenuto all'incontro - un trattamento tempestivo da' ottimi risultati in termini di controllo della malattia''. Non solo. ''Alcune esperienze portate avanti anche in Italia - aggiunge Fabrizio Starace, direttore della Unita' operativa complessa Psichiatria ed Epidemiologia dell'ospedale Cotugno di Napoli - dimostrano che si potrebbe ridurre della meta' il numero di diagnosi 'ritardate' con un buon 'filtro'. Preparando, cioe', i medici di famiglia a riconoscere i primi segni''. Ma la realta' e' ben diversa. ''Uno studio nord americano - continua Starace - rivela che, in media, trascorrono circa quattro anni e mezzo tra la comparsa dei primissimi segni di schizofrenia (sintomi prodromici) e il primo contatto con una struttura psichiatrica specialistica''.Gli specialisti sono convinti della necessita' di costruire una 'rete' di supporto attorno al paziente, formata dalle associazioni e dalle strutture di assistenza. Ma anche dell'opportunita' di una decisa azione socio-culturale per vincere lo stigma della malattia mentale e le false credenze sulla schizofrenia. In particolare, l'idea che non possa essere curata e che i malati siano violenti, pericolosi e inaffidabili. ''La malattia mentale - spiega Paolo Pancheri, docente di Clinica psichiatria all'universita' La Sapienza di Roma - suscita angoscia. Se ne parla poco e si conosce ancora meno. Cosi' il pregiudizio ha vita facile. Eppure alcune esperienze positive di divulgazione attraverso il cinema, come con il film 'A Beautiful mind', mettono in evidenza come sia possibile suscitare interesse per la malattia comunicando in maniera corretta''. L'indagine presentata oggi rivela che due terzi della popolazione italiana (64%) ritiene di conoscere la malattia mentale e il 53% del campione pone la schizofrenia tra le forme piu' gravi, seguita da depressione e fobie. Ma per gli psichiatri si tratta di una convinzione infondata perche', alla prova dei fatti, e' il pregiudizio a emergere. Non a caso il maggiore timore espresso dagli intervistati e' che una persona schizofrenica possa provocare guai a se' e agli altri (53%) e possa rovinare la famiglia in cui vive (41%). A sorpresa nei piccoli centri (meno di 10 mila abitanti), e' piu' radicata la convinzione che, se trattata adeguatamente, la persona malata possa vivere in armonia nel proprio contesto sociale. Per quanto riguarda i pazienti intervistati, invece, le aspettative maggiori sono quelle di avere una relazione affettiva (25%), un lavoro stabile (20%) e amici (15%). Principale punto di riferimento e' lo psichiatra per il 64% dei malati. Infine le famiglie: nella maggior parte dei casi sono le donne a farsi carico del malato (61%), quasi sempre madri e sorelle. E sono sempre le donne ad accorgersi per prime dei sintomi. All'insorgere dei 'segnali' della patologia, la famiglia chiede aiuto allo specialista, su consiglio del medico di famiglia. Ma anche secondo i congiunti (66%) il pregiudizio ritarda la visita dallo psichiatra. (Ram/Adnkronos Salute)
Kataweb Salute Roma, 13 7.04 15:49
Convegno su schizofrenia, resistono tabu tra i giovani
di Gianugo Berti
Ventisei mila euro all'anno è il costo medio per cura ed assistenza annua di un paziente schizofrenico in Italia. Il dato è emerso dal seminario di studio sulla salute mentale, patrocinato dal ministero della Salute su iniziativa di Bristol-Myers Squibb svoltosi a Roma. Si conosce di più sulla salute mentale oggi, ma i tabù, specie fra i giovani, rimangono. I due terzi del campione d’indagine ritiene di conoscere i disturbi psichiatrici, solo un terzo, però, crede nelle possibilità di un recupero sociale. Paura, ignoranza, indifferenza la fanno ancora da padrone.
Secondo il sottosegretario Antonio Guidi, quando un trapianto di cuore non ha successo per colpa del rigetto d’organo, nessuno osa mettere in discussione io valore della trapiantologia. Questo non avviene per le malattie psichiatriche che, da un fatto di cronaca, vengono generalizzate e penalizzate. Rimane comunque, insostituibile, il ruolo psicologico, affettivo e sociale della famiglia. Gianugo Berti
Schizofrenia: 85% Pazienti Arriva Tardi a Diagnosi, Colpa Pregiudizio
Roma, 13 lug. (Adnkronos Salute) - Il pregiudizio e' ancora il peggior nemico delle persone con malattie mentali. Per l'85% dai pazienti schizofrenici la diagnosi arriva in ritardo proprio a causa del giudizio negativo che accompagna queste patologie e della paura di essere 'marchiati'. Lo rivelano gli psichiatri italiani intervistati per un'indagine conoscitiva sulla schizofrenia in Italia che ha coinvolto anche pazienti, familiari e popolazione generale, interrogati su diversi aspetti della malattia. La ricerca, promossa da Bristol Myers Squibb, e' stata presentata oggi a Roma nel corso del seminario 'Schizofrenia vista da vicino' che si e' svolta al Palazzo dell'informazione del gruppo Adnkronos.Secondo gli psichiatri solo il 15% dei pazienti arriva dallo specialista al comparire dei primi sintomi. ''Eppure - ha spiegato Eugenio Aguglia, professore di Clinica psichiatrica all'universita' di Trieste, intervenuto all'incontro - un trattamento tempestivo da' ottimi risultati in termini di controllo della malattia''. Non solo. ''Alcune esperienze portate avanti anche in Italia - aggiunge Fabrizio Starace, direttore della Unita' operativa complessa Psichiatria ed Epidemiologia dell'ospedale Cotugno di Napoli - dimostrano che si potrebbe ridurre della meta' il numero di diagnosi 'ritardate' con un buon 'filtro'. Preparando, cioe', i medici di famiglia a riconoscere i primi segni''. Ma la realta' e' ben diversa. ''Uno studio nord americano - continua Starace - rivela che, in media, trascorrono circa quattro anni e mezzo tra la comparsa dei primissimi segni di schizofrenia (sintomi prodromici) e il primo contatto con una struttura psichiatrica specialistica''.Gli specialisti sono convinti della necessita' di costruire una 'rete' di supporto attorno al paziente, formata dalle associazioni e dalle strutture di assistenza. Ma anche dell'opportunita' di una decisa azione socio-culturale per vincere lo stigma della malattia mentale e le false credenze sulla schizofrenia. In particolare, l'idea che non possa essere curata e che i malati siano violenti, pericolosi e inaffidabili. ''La malattia mentale - spiega Paolo Pancheri, docente di Clinica psichiatria all'universita' La Sapienza di Roma - suscita angoscia. Se ne parla poco e si conosce ancora meno. Cosi' il pregiudizio ha vita facile. Eppure alcune esperienze positive di divulgazione attraverso il cinema, come con il film 'A Beautiful mind', mettono in evidenza come sia possibile suscitare interesse per la malattia comunicando in maniera corretta''. L'indagine presentata oggi rivela che due terzi della popolazione italiana (64%) ritiene di conoscere la malattia mentale e il 53% del campione pone la schizofrenia tra le forme piu' gravi, seguita da depressione e fobie. Ma per gli psichiatri si tratta di una convinzione infondata perche', alla prova dei fatti, e' il pregiudizio a emergere. Non a caso il maggiore timore espresso dagli intervistati e' che una persona schizofrenica possa provocare guai a se' e agli altri (53%) e possa rovinare la famiglia in cui vive (41%). A sorpresa nei piccoli centri (meno di 10 mila abitanti), e' piu' radicata la convinzione che, se trattata adeguatamente, la persona malata possa vivere in armonia nel proprio contesto sociale. Per quanto riguarda i pazienti intervistati, invece, le aspettative maggiori sono quelle di avere una relazione affettiva (25%), un lavoro stabile (20%) e amici (15%). Principale punto di riferimento e' lo psichiatra per il 64% dei malati. Infine le famiglie: nella maggior parte dei casi sono le donne a farsi carico del malato (61%), quasi sempre madri e sorelle. E sono sempre le donne ad accorgersi per prime dei sintomi. All'insorgere dei 'segnali' della patologia, la famiglia chiede aiuto allo specialista, su consiglio del medico di famiglia. Ma anche secondo i congiunti (66%) il pregiudizio ritarda la visita dallo psichiatra. (Ram/Adnkronos Salute)
Kataweb Salute Roma, 13 7.04 15:49
Convegno su schizofrenia, resistono tabu tra i giovani
di Gianugo Berti
Ventisei mila euro all'anno è il costo medio per cura ed assistenza annua di un paziente schizofrenico in Italia. Il dato è emerso dal seminario di studio sulla salute mentale, patrocinato dal ministero della Salute su iniziativa di Bristol-Myers Squibb svoltosi a Roma. Si conosce di più sulla salute mentale oggi, ma i tabù, specie fra i giovani, rimangono. I due terzi del campione d’indagine ritiene di conoscere i disturbi psichiatrici, solo un terzo, però, crede nelle possibilità di un recupero sociale. Paura, ignoranza, indifferenza la fanno ancora da padrone.
Secondo il sottosegretario Antonio Guidi, quando un trapianto di cuore non ha successo per colpa del rigetto d’organo, nessuno osa mettere in discussione io valore della trapiantologia. Questo non avviene per le malattie psichiatriche che, da un fatto di cronaca, vengono generalizzate e penalizzate. Rimane comunque, insostituibile, il ruolo psicologico, affettivo e sociale della famiglia. Gianugo Berti
Antonio Guidi sulla malattia mentale
Yahoo Salute 13.7.04
PSICHIATRIA: GUIDI, NO A CRIMINALIZZAZIONE MALATTIA MENTALE
(ANSA) - ROMA, 13 LUG - ''Chi vuole 'psichiatrizzare' la societa' e' l'unico vero folle: ci sono infatti degli estremisti che vedono in ogni atto negativo e violento la presenza di qualche folle; invece, si tratta di atti del vivere quotidiano e che sono imprevedibili''. L'invito a non attribuire alla malattia mentale, attraverso una fuorviante generalizzazione, tutti gli atti di violenza che caratterizzano la cronaca quotidiana arriva dal sottosegretario alla Salute Antonio Guidi.
Guidi ha inoltre sottolineato, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino', come la psichiatria sia ancora spesso considerata ''residuale'' rispetto alle altre branche della Medicina: ''Una visione perversa - ha affermato - che danneggia in primo luogo il paziente. La psichiatria, infatti, non e' la ruota di scorta della Medicina e puo' rappresentare, al contrario - ha aggiunto - un buon esempio per le altre discipline mediche, soprattutto per la sua dimensione a livello territoriale''. Guidi ha anche fatto riferimento al ruolo fondamentale della psichiatria infantile: ''La meta' delle sofferenze degli adulti - ha detto - potrebbero essere prevenute attraverso una corretta diagnosi nell'infanzia. Purtroppo - ha concluso il sottosegretario - il concetto di salute mentale non e' ancora prenetrato nell'opinione pubblica, poiche' il benessere mentale e' qualcosa che non si vede e, come tale, 'conta di meno' ed e' percepito come meno importante''. (ANSA).
PSICHIATRIA: GUIDI, NO A CRIMINALIZZAZIONE MALATTIA MENTALE
(ANSA) - ROMA, 13 LUG - ''Chi vuole 'psichiatrizzare' la societa' e' l'unico vero folle: ci sono infatti degli estremisti che vedono in ogni atto negativo e violento la presenza di qualche folle; invece, si tratta di atti del vivere quotidiano e che sono imprevedibili''. L'invito a non attribuire alla malattia mentale, attraverso una fuorviante generalizzazione, tutti gli atti di violenza che caratterizzano la cronaca quotidiana arriva dal sottosegretario alla Salute Antonio Guidi.
Guidi ha inoltre sottolineato, in occasione della presentazione della ricerca 'La schizofrenia vista da vicino', come la psichiatria sia ancora spesso considerata ''residuale'' rispetto alle altre branche della Medicina: ''Una visione perversa - ha affermato - che danneggia in primo luogo il paziente. La psichiatria, infatti, non e' la ruota di scorta della Medicina e puo' rappresentare, al contrario - ha aggiunto - un buon esempio per le altre discipline mediche, soprattutto per la sua dimensione a livello territoriale''. Guidi ha anche fatto riferimento al ruolo fondamentale della psichiatria infantile: ''La meta' delle sofferenze degli adulti - ha detto - potrebbero essere prevenute attraverso una corretta diagnosi nell'infanzia. Purtroppo - ha concluso il sottosegretario - il concetto di salute mentale non e' ancora prenetrato nell'opinione pubblica, poiche' il benessere mentale e' qualcosa che non si vede e, come tale, 'conta di meno' ed e' percepito come meno importante''. (ANSA).
due libri sulla mente
Corriere della Sera 14.7.04
ELZEVIRO Tra semiotica e biologia
Che hanno in comune Van Gogh e l’amore
Solo un’entità naturale oppure qualcosa di simile a poesia e arte?
L’uomo si è prima interrogato sul mondo e sulla sua origine, costruendo miti e leggende alle quali nessuno probabilmente ha mai creduto veramente. Poi si è occupato della morte e della vita dei viventi oltre la morte, proponendo una varietà di soluzioni alle quali ha creduto e crede. Infine, soprattutto da quando la vita media si è allungata, si è occupato della mente, della sua forza e delle sue contorsioni. Intorno a questo tema si sta ancora dibattendo e sono sempre più numerosi i libri che trattano di questo argomento, tanto sul versante della psiche e del comportamento quanto su quello del cervello e del suo funzionamento. Alcuni (pochi) di questi libri hanno una base scientifica riconoscibile che fa riferimento alle scoperte fatte dalle neuroscienze in questi ultimi anni; altri (e sono la maggioranza) propongono una visione più speculativa, a volte anche molto ardita ed elaborata.
Il pregio delle opere di questo secondo tipo è quello di essere in genere di più agevole lettura e spesso più interessanti. E interessanti e stimolanti sono certamente due libri di recente pubblicazione: Mente, segno e vita di Felice Cimatti (Carocci) e L’esca amorosa di Paolo Crocchiolo (Stampa Alternativa). Cimatti che insegna a Scienze della Comunicazione ha prodotto un piccolo libro che si presenta come un manualetto per gli studenti, ma come dichiarato esplicitamente fin dal sottotitolo, ha l’ambizione di proporre una particolare visione della filosofia della mente, anzi una «ridefinizione complessiva del campo dei problemi di questa disciplina».
Che cosa propone il nostro autore, un esploratore solitario e vagamente iconoclastico della mente e della non-mente? Propone una visione collettiva della mente, anzi delle menti, iscritta nel quadro di riferimento di una semiosi universale. Pur avendo un fondamento nella biologia e quindi nella materia, le funzioni mentali ne esorbitano. Sono un fenomeno «naturale senza essere materiale». Sono qualcosa d’altro, come dicono in tantissimi senza dirci quasi mai bene in che cosa consiste questo altro. Cimatti non tergiversa: la mente è una «entità naturale» capace di cogliere il significato dei segni nel quadro di una semiosi collettiva esplorata dalla semiotica.
La sua via regia è quindi la semiotica. Ma che cos’è un segno? Nel suo Trattato di semiotica generale (Bompiani, 1975) Umberto Eco propone «di definire come segno tutto ciò che, sulla base di una convenzione sociale previamente accettata, possa essere inteso come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro» aggiungendo con Peirce «sotto qualche aspetto o capacità». Per evitare alcune critiche di base Eco aggiunge anche che l’interpretazione, come l’interprete, non deve essere necessariamente reale; basta che sia anche solo possibile, cioè concepibile. Il vantaggio di una tale posizione è evidente: la mente e il mentale vengono liberati da ogni tipo di meccanicismo e dalle strettoie di un approccio riduzionistico di stampo fiscalista.
Il prezzo pagato è però molto alto. Se la mente umana è altra, anche le menti animali sono altre, quindi anche il comportamento e infine l’essenza stessa della vita si pongono al di là di ogni considerazione di natura materiale. Si approda così ad una contrapposizione «animato-inanimato» che sembrava sepolta una volta per tutte. Cimatti non ha paura di trarre fino in fondo queste conclusioni. Prima afferma che la parata di corteggiamento di un maschio in amore «è un fenomeno pienamente naturale senza essere riducibile ad un fenomeno fisico». Poi sostiene che «nessuno ha mai trovato, dentro una cellula, la particolare entità materiale che la rende viva; di più, se si volesse scoprire l’entità materiale che rende viva una cellula analizzandone l’interno, si otterrebbe il solo - desolante - risultato di ucciderla». Conclude infine inneggiando ad un «inestricabile intreccio fra fenomeni semiotici, mentali e biologici».
Quasi opposto è invece l’approccio scelto da Crocchiolo che sposa una visione biologica marcatamente evoluzionistica degli esseri umani e del loro mondo. Si tratta di un piccolo e leggero libretto scritto più per intrattenere che per istruire o indottrinare. La cosa che mi ha colpito di più leggendolo tutto d’un fiato è stato che, nonostante un certo ardimento speculativo, è praticamente esente da errori biologici, una cosa molto rara nelle pagine dei non addetti ai lavori, e a volta anche in quelle dei cosiddetti esperti. Con lucidità e con spirito, il nostro inquadra una serie di fenomeni umani - dai misteri del sesso e dell’amore a quelli della bellezza e dell’apprezzamento dell’arte, dalla concettualizzazione alla prospectiva pingendi , dal senso morale alla predisposizione al diabete, per finire con la mente e le emozioni - in una prospettiva evoluzionistica illuminata e incredibilmente aggiornata.
«Che cosa hanno in comune - si chiede Crocchiolo all’esordio - un quadro di Van Gogh, una passeggiata nel parco, un amore che finisce e la progettazione di un ponte? La risposta è: la mente umana, la mente di ciascuno di noi, ovvero la mente della specie umana». Come si vede, infinite sono le vie che portano alla mente e ci si può arrivare anche senza sacrificare né il rigore né la poesia.
ELZEVIRO Tra semiotica e biologia
Che hanno in comune Van Gogh e l’amore
Solo un’entità naturale oppure qualcosa di simile a poesia e arte?
L’uomo si è prima interrogato sul mondo e sulla sua origine, costruendo miti e leggende alle quali nessuno probabilmente ha mai creduto veramente. Poi si è occupato della morte e della vita dei viventi oltre la morte, proponendo una varietà di soluzioni alle quali ha creduto e crede. Infine, soprattutto da quando la vita media si è allungata, si è occupato della mente, della sua forza e delle sue contorsioni. Intorno a questo tema si sta ancora dibattendo e sono sempre più numerosi i libri che trattano di questo argomento, tanto sul versante della psiche e del comportamento quanto su quello del cervello e del suo funzionamento. Alcuni (pochi) di questi libri hanno una base scientifica riconoscibile che fa riferimento alle scoperte fatte dalle neuroscienze in questi ultimi anni; altri (e sono la maggioranza) propongono una visione più speculativa, a volte anche molto ardita ed elaborata.
Il pregio delle opere di questo secondo tipo è quello di essere in genere di più agevole lettura e spesso più interessanti. E interessanti e stimolanti sono certamente due libri di recente pubblicazione: Mente, segno e vita di Felice Cimatti (Carocci) e L’esca amorosa di Paolo Crocchiolo (Stampa Alternativa). Cimatti che insegna a Scienze della Comunicazione ha prodotto un piccolo libro che si presenta come un manualetto per gli studenti, ma come dichiarato esplicitamente fin dal sottotitolo, ha l’ambizione di proporre una particolare visione della filosofia della mente, anzi una «ridefinizione complessiva del campo dei problemi di questa disciplina».
Che cosa propone il nostro autore, un esploratore solitario e vagamente iconoclastico della mente e della non-mente? Propone una visione collettiva della mente, anzi delle menti, iscritta nel quadro di riferimento di una semiosi universale. Pur avendo un fondamento nella biologia e quindi nella materia, le funzioni mentali ne esorbitano. Sono un fenomeno «naturale senza essere materiale». Sono qualcosa d’altro, come dicono in tantissimi senza dirci quasi mai bene in che cosa consiste questo altro. Cimatti non tergiversa: la mente è una «entità naturale» capace di cogliere il significato dei segni nel quadro di una semiosi collettiva esplorata dalla semiotica.
La sua via regia è quindi la semiotica. Ma che cos’è un segno? Nel suo Trattato di semiotica generale (Bompiani, 1975) Umberto Eco propone «di definire come segno tutto ciò che, sulla base di una convenzione sociale previamente accettata, possa essere inteso come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro» aggiungendo con Peirce «sotto qualche aspetto o capacità». Per evitare alcune critiche di base Eco aggiunge anche che l’interpretazione, come l’interprete, non deve essere necessariamente reale; basta che sia anche solo possibile, cioè concepibile. Il vantaggio di una tale posizione è evidente: la mente e il mentale vengono liberati da ogni tipo di meccanicismo e dalle strettoie di un approccio riduzionistico di stampo fiscalista.
Il prezzo pagato è però molto alto. Se la mente umana è altra, anche le menti animali sono altre, quindi anche il comportamento e infine l’essenza stessa della vita si pongono al di là di ogni considerazione di natura materiale. Si approda così ad una contrapposizione «animato-inanimato» che sembrava sepolta una volta per tutte. Cimatti non ha paura di trarre fino in fondo queste conclusioni. Prima afferma che la parata di corteggiamento di un maschio in amore «è un fenomeno pienamente naturale senza essere riducibile ad un fenomeno fisico». Poi sostiene che «nessuno ha mai trovato, dentro una cellula, la particolare entità materiale che la rende viva; di più, se si volesse scoprire l’entità materiale che rende viva una cellula analizzandone l’interno, si otterrebbe il solo - desolante - risultato di ucciderla». Conclude infine inneggiando ad un «inestricabile intreccio fra fenomeni semiotici, mentali e biologici».
Quasi opposto è invece l’approccio scelto da Crocchiolo che sposa una visione biologica marcatamente evoluzionistica degli esseri umani e del loro mondo. Si tratta di un piccolo e leggero libretto scritto più per intrattenere che per istruire o indottrinare. La cosa che mi ha colpito di più leggendolo tutto d’un fiato è stato che, nonostante un certo ardimento speculativo, è praticamente esente da errori biologici, una cosa molto rara nelle pagine dei non addetti ai lavori, e a volta anche in quelle dei cosiddetti esperti. Con lucidità e con spirito, il nostro inquadra una serie di fenomeni umani - dai misteri del sesso e dell’amore a quelli della bellezza e dell’apprezzamento dell’arte, dalla concettualizzazione alla prospectiva pingendi , dal senso morale alla predisposizione al diabete, per finire con la mente e le emozioni - in una prospettiva evoluzionistica illuminata e incredibilmente aggiornata.
«Che cosa hanno in comune - si chiede Crocchiolo all’esordio - un quadro di Van Gogh, una passeggiata nel parco, un amore che finisce e la progettazione di un ponte? La risposta è: la mente umana, la mente di ciascuno di noi, ovvero la mente della specie umana». Come si vede, infinite sono le vie che portano alla mente e ci si può arrivare anche senza sacrificare né il rigore né la poesia.
il poeta
Mario Luzi compie novant'anni
La Gazzetta del Mezzogiorno 14.7.04
Incontro con Mario Luzi, decano dei letterati italiani, che quest'anno compie novant'anni
La realtà è nella parola dei poeti
Se sa guardare nel cuore delle cose, ha valore assoluto anche oggi
di Giusi Verbaro
A guardarsi attorno, col rispetto che è dovuto ai paesaggi dell'anima, ci si accorge che sullo sfondo si erge maestosa la cupola di Santa Maria del Fiore e che ai tre lati fanno corona le dolci colline di Firenze: Arcetri, Fiesole e Settignano, con la bellezza dei luoghi senza tempo. Qui abita, in via di Bellariva sul Lungarno, Mario Luzi, il maggiore poeta italiano vivente, che nel prossimo ottobre compirà novant'anni. Lei, artefice e testimone della grande poesia del Novecento, può preconizzare dove va la poesia all'inizio del nuovo millennio. «Non so dare risposte consolanti perché non sono particolarmente ottimista. Anzi, se devo dire la mia con sincerità, mi pare che il secolo, soprattutto nelle sue ultime appendici o pagine poetiche, si presenti non esaltante. Non parlo di momenti alti di poesia che pure ci sono stati, ma parlo dell'andamento di quest'ultima parte del Novecento. Il secolo si è concluso. Numericamente sì, ma noi sappiamo che il passaggio tra un secolo e l'altro è sempre molto graduale. È stato così anche nel passaggio tra il primo e il secondo Novecento, con una graduale, anche se sostanziale differenziazione di impostazione e ideazione del testo letterario». Certo, la definizione o la chiusura di un periodo letterario non è mai un fatto cronologico. Il secolo appena trascorso, poeticamente parlando, mantiene ancora le sue propaggini e il suo orientamento. Ma qual è dunque questo orientamento? «L'orientamento che io rinnego e condanno, perché nemico di quelle esperienze in cui viene messo in primo piano lo spirito, è il minimalismo. Si chiami così o no, si riconosca per questo o no. E questo ripiegare della poesia su piccole constatazioni esistenziali, rimandando tutto. Una specie di deriva nichilista che tende a rimuovere o evitare grandi progetti sull'uomo, le grandi domande capitali, quelle che danno senso alla vita dell'uomo, al suo futuro e al suo stesso esistere e che la poesia, assumendo a proprie ragioni, riconosce prioritarie per il suo stesso esistere». Ritiene, dunque, che la poesia italiana nell'ultima parte del secolo abbia perduto la sua funzione «ontologica» e quei valori che lei hai sempre rivendicato come capacità di riconoscimento e ricostruzione dell'uomo e dei suoi equilibri? «In buona parte sì: naturalmente tali valori, tali tensioni, possono in qualcuno essere ancora sottintesi, ma in altri sono, diciamo, del tutto accantonati o messi in discussione, assieme a quella che è la cifra sacrale della poesia. D'altronde, è tutta l'umanità che oggi sta precipitando nella sua autodenigrazione». È dunque l'interesse ai grandi temi dell'esistenza che manca alla poesia oppure manca la forza per esprimerli? «L'una e l'altra cosa. L'orizzonte ristretto tende al minimo e si fa forte della sua minimanza. Per me questo clima è un epilogo. Non ha nessun carattere di inizio o di promessa». A nostro parziale conforto non vorrebbe fare un nome di poeta che faccia eccezione al clima «minimalista» e rinunciatario e che si apra ad orizzonti diversi? «Certo, potrei farne più di uno. Ma cito Cesare Viviani che stimo molto. Viviani mi pare abbia in sé qualcosa di diverso. Non a caso pone nella sua poesia i grandi problemi con rara forza testimoniale. È tutto in chiave laica e religiosa assieme. Ecco un poeta che vive la poesia e la vive non in astratto. Ciò non vuol dire che in questo fine di secolo non ci siano poeti di piacevole lettura. Guardo soprattutto ai giovani perché è a quella generazione che bisogna fare riferimento. Guardare con speranza al futuro. È questo il quadro. Ma bisogna aggiungere che momenti come questo che noi stiamo vivendo si ripetono spesso nella storia. Sono momenti di interlocuzione. Poi succede che qualcuno arriva e sconvolge tutto il clima. E riapre prospettive. Così come, a inizio Novecento, fecero D'Annunzio e Pascoli». Ma c'è qualcosa, un barlume, un indizio, che oggi vede e che le pare foriero di aperture, di novità? «Mi pare, intanto, che da un po' di tempo si assista a un nuovo desiderio di comunicabilità tra gli artisti. Quasi un tentativo a uscire dagli isolamenti, dalle specificità che il Novecento ha creato: notiamo musicisti, pittori che si accostano ai poeti. E viceversa, quasi a cercare un'intesa, un linguaggio comune». Il linguaggio, appunto. Pensa che al passaggio del millennio qualcosa vada mutando nel rapporto tra la parola e la «cosa»? Quale ritiene possa essere il dinamismo tra la realtà oggettiva e la realtà mutuata dalla poesia? «Riguardo al linguaggio, io vedo una tendenza possibile alla semplificazione. Non alla semplificazione nel senso di riduzione del contenuto, ma come abbandonare quel più di ornamentale, retorico, decorativo che la poesia si è trascinata dietro per tutto il secolo. È stato un po' un carattere, mi pare, del Novecento. In pochi hanno sacrificato tutto il resto, ma non il nucleo per agganciare un volo alto sulle cose del mondo. Aspetto qualcuno che dia un colpo d'ala. Ma, per farlo, bisogna che ci sia una motivazione forte. Per ora non trovo motivazioni forti. Non ne avverto il presagio. Quel che comincio a notare e con vero piacere è, come dicevo, la tendenza alla semplicità». Può essere questa tendenza alla semplicità anche la cifra che può restituire vitalità alla poesia e capacità di ricostruire innanzitutto lo spirito dell'uomo? «Sì, in parte. Ma qui ci vuole appunto l'uomo. Per ora, l'unico segno di riconciliazione tra la parola e l'esistere che io vedo è appunto la tendenza all'abbandono delle circonlocuzioni. È un elemento, ma non può essere il solo». Da quanto mi dice è chiaro che tutto parte e procede dagli eccessi di certe avanguardie, i cui epigoni hanno a lungo rappresentato, e ancora oggi rappresentano, un certo modo di fare poesia. Ed è altrettanto chiaro che si può venire fuori da ciò proprio cercando le ragioni stesse del poetare. Ovvero rinnegando i laboratori, gli alambicchi semiotici di una poesia «linguistica» e modernista che si nega alla trasparenza della lingua. «Sì, rifiutando il puro verbalismo. Il verbalismo superfluo che si realizza in un clima spesso ideologico e che rischia di rendere infecondo il terreno della poesia». In questa sua ottica delle cose, mi permetto di chiederle come va considerato il valore precipuo che oggi si dà ad alcune linee regionali enfatizzate fino a essere elette ad altezza di «canone del Novecento»? «Tutto può essere dichiarato e tutto può essere opinabile. Per intanto, però, lascerei in alto nella sua nicchia di valore Vittorio Sereni, che niente ha da spartire con gli epigonismi in suo nome. Sereni è stato un innovatore del linguaggio con una sua grande forza espressiva e una grande carica morale. Non la stessa cosa si può dire di coloro che si sono chiusi nei loro minimalismi». Ma perdoni la provocazione: non è possibile che sia l'ironia oggi il mezzo più sicuro, e meno dolorosamente personalizzato, per rappresentare le cose e il loro difficile svolgersi? «La poesia deve trovare una liturgia, una salvezza, un'etica. Certo, anche l'ironia può essere etica del vivere e dello scrivere, se l'ironia sa diventare linguaggio mimetico e rappresentativo. Ma la realtà, per i poeti, non è quella che viene indicata già come tale. La realtà la scopre proprio il poeta. E in generale la sua realtà non coincide affatto con ciò che viene considerato reale. Il reale della definizione sociologica o comune, insomma. Cosa è reale lo dice il poeta. Che cosa è stato reale nel Novecento non lo ha detto la filosofia che era allo sbando. L'ha detto Rebora. L'ha detto Eliot. La parola dei poeti ha valore assoluto anche oggi, se sa guardare nel cuore delle cose».
Incontro con Mario Luzi, decano dei letterati italiani, che quest'anno compie novant'anni
La realtà è nella parola dei poeti
Se sa guardare nel cuore delle cose, ha valore assoluto anche oggi
di Giusi Verbaro
A guardarsi attorno, col rispetto che è dovuto ai paesaggi dell'anima, ci si accorge che sullo sfondo si erge maestosa la cupola di Santa Maria del Fiore e che ai tre lati fanno corona le dolci colline di Firenze: Arcetri, Fiesole e Settignano, con la bellezza dei luoghi senza tempo. Qui abita, in via di Bellariva sul Lungarno, Mario Luzi, il maggiore poeta italiano vivente, che nel prossimo ottobre compirà novant'anni. Lei, artefice e testimone della grande poesia del Novecento, può preconizzare dove va la poesia all'inizio del nuovo millennio. «Non so dare risposte consolanti perché non sono particolarmente ottimista. Anzi, se devo dire la mia con sincerità, mi pare che il secolo, soprattutto nelle sue ultime appendici o pagine poetiche, si presenti non esaltante. Non parlo di momenti alti di poesia che pure ci sono stati, ma parlo dell'andamento di quest'ultima parte del Novecento. Il secolo si è concluso. Numericamente sì, ma noi sappiamo che il passaggio tra un secolo e l'altro è sempre molto graduale. È stato così anche nel passaggio tra il primo e il secondo Novecento, con una graduale, anche se sostanziale differenziazione di impostazione e ideazione del testo letterario». Certo, la definizione o la chiusura di un periodo letterario non è mai un fatto cronologico. Il secolo appena trascorso, poeticamente parlando, mantiene ancora le sue propaggini e il suo orientamento. Ma qual è dunque questo orientamento? «L'orientamento che io rinnego e condanno, perché nemico di quelle esperienze in cui viene messo in primo piano lo spirito, è il minimalismo. Si chiami così o no, si riconosca per questo o no. E questo ripiegare della poesia su piccole constatazioni esistenziali, rimandando tutto. Una specie di deriva nichilista che tende a rimuovere o evitare grandi progetti sull'uomo, le grandi domande capitali, quelle che danno senso alla vita dell'uomo, al suo futuro e al suo stesso esistere e che la poesia, assumendo a proprie ragioni, riconosce prioritarie per il suo stesso esistere». Ritiene, dunque, che la poesia italiana nell'ultima parte del secolo abbia perduto la sua funzione «ontologica» e quei valori che lei hai sempre rivendicato come capacità di riconoscimento e ricostruzione dell'uomo e dei suoi equilibri? «In buona parte sì: naturalmente tali valori, tali tensioni, possono in qualcuno essere ancora sottintesi, ma in altri sono, diciamo, del tutto accantonati o messi in discussione, assieme a quella che è la cifra sacrale della poesia. D'altronde, è tutta l'umanità che oggi sta precipitando nella sua autodenigrazione». È dunque l'interesse ai grandi temi dell'esistenza che manca alla poesia oppure manca la forza per esprimerli? «L'una e l'altra cosa. L'orizzonte ristretto tende al minimo e si fa forte della sua minimanza. Per me questo clima è un epilogo. Non ha nessun carattere di inizio o di promessa». A nostro parziale conforto non vorrebbe fare un nome di poeta che faccia eccezione al clima «minimalista» e rinunciatario e che si apra ad orizzonti diversi? «Certo, potrei farne più di uno. Ma cito Cesare Viviani che stimo molto. Viviani mi pare abbia in sé qualcosa di diverso. Non a caso pone nella sua poesia i grandi problemi con rara forza testimoniale. È tutto in chiave laica e religiosa assieme. Ecco un poeta che vive la poesia e la vive non in astratto. Ciò non vuol dire che in questo fine di secolo non ci siano poeti di piacevole lettura. Guardo soprattutto ai giovani perché è a quella generazione che bisogna fare riferimento. Guardare con speranza al futuro. È questo il quadro. Ma bisogna aggiungere che momenti come questo che noi stiamo vivendo si ripetono spesso nella storia. Sono momenti di interlocuzione. Poi succede che qualcuno arriva e sconvolge tutto il clima. E riapre prospettive. Così come, a inizio Novecento, fecero D'Annunzio e Pascoli». Ma c'è qualcosa, un barlume, un indizio, che oggi vede e che le pare foriero di aperture, di novità? «Mi pare, intanto, che da un po' di tempo si assista a un nuovo desiderio di comunicabilità tra gli artisti. Quasi un tentativo a uscire dagli isolamenti, dalle specificità che il Novecento ha creato: notiamo musicisti, pittori che si accostano ai poeti. E viceversa, quasi a cercare un'intesa, un linguaggio comune». Il linguaggio, appunto. Pensa che al passaggio del millennio qualcosa vada mutando nel rapporto tra la parola e la «cosa»? Quale ritiene possa essere il dinamismo tra la realtà oggettiva e la realtà mutuata dalla poesia? «Riguardo al linguaggio, io vedo una tendenza possibile alla semplificazione. Non alla semplificazione nel senso di riduzione del contenuto, ma come abbandonare quel più di ornamentale, retorico, decorativo che la poesia si è trascinata dietro per tutto il secolo. È stato un po' un carattere, mi pare, del Novecento. In pochi hanno sacrificato tutto il resto, ma non il nucleo per agganciare un volo alto sulle cose del mondo. Aspetto qualcuno che dia un colpo d'ala. Ma, per farlo, bisogna che ci sia una motivazione forte. Per ora non trovo motivazioni forti. Non ne avverto il presagio. Quel che comincio a notare e con vero piacere è, come dicevo, la tendenza alla semplicità». Può essere questa tendenza alla semplicità anche la cifra che può restituire vitalità alla poesia e capacità di ricostruire innanzitutto lo spirito dell'uomo? «Sì, in parte. Ma qui ci vuole appunto l'uomo. Per ora, l'unico segno di riconciliazione tra la parola e l'esistere che io vedo è appunto la tendenza all'abbandono delle circonlocuzioni. È un elemento, ma non può essere il solo». Da quanto mi dice è chiaro che tutto parte e procede dagli eccessi di certe avanguardie, i cui epigoni hanno a lungo rappresentato, e ancora oggi rappresentano, un certo modo di fare poesia. Ed è altrettanto chiaro che si può venire fuori da ciò proprio cercando le ragioni stesse del poetare. Ovvero rinnegando i laboratori, gli alambicchi semiotici di una poesia «linguistica» e modernista che si nega alla trasparenza della lingua. «Sì, rifiutando il puro verbalismo. Il verbalismo superfluo che si realizza in un clima spesso ideologico e che rischia di rendere infecondo il terreno della poesia». In questa sua ottica delle cose, mi permetto di chiederle come va considerato il valore precipuo che oggi si dà ad alcune linee regionali enfatizzate fino a essere elette ad altezza di «canone del Novecento»? «Tutto può essere dichiarato e tutto può essere opinabile. Per intanto, però, lascerei in alto nella sua nicchia di valore Vittorio Sereni, che niente ha da spartire con gli epigonismi in suo nome. Sereni è stato un innovatore del linguaggio con una sua grande forza espressiva e una grande carica morale. Non la stessa cosa si può dire di coloro che si sono chiusi nei loro minimalismi». Ma perdoni la provocazione: non è possibile che sia l'ironia oggi il mezzo più sicuro, e meno dolorosamente personalizzato, per rappresentare le cose e il loro difficile svolgersi? «La poesia deve trovare una liturgia, una salvezza, un'etica. Certo, anche l'ironia può essere etica del vivere e dello scrivere, se l'ironia sa diventare linguaggio mimetico e rappresentativo. Ma la realtà, per i poeti, non è quella che viene indicata già come tale. La realtà la scopre proprio il poeta. E in generale la sua realtà non coincide affatto con ciò che viene considerato reale. Il reale della definizione sociologica o comune, insomma. Cosa è reale lo dice il poeta. Che cosa è stato reale nel Novecento non lo ha detto la filosofia che era allo sbando. L'ha detto Rebora. L'ha detto Eliot. La parola dei poeti ha valore assoluto anche oggi, se sa guardare nel cuore delle cose».
martedì 13 luglio 2004
LE NUOVE EDIZIONI ROMANE
E LA LIBRERIA AMORE E PSICHE
COMUNICANO
E LA LIBRERIA AMORE E PSICHE
COMUNICANO
è disponibile presso gli abituali punti vendita a Roma e fuori Roma e ovviamente in Casa Editrice dalle ore 9 alle ore 19, e presso la Libreria Amore e Psiche.
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La Libreria Amore e Psiche comunica a tutti che il n. 3/04
de Il sogno della farfalla è disponibile
in Libreria ed in Casa Editrice
La rivista è in vendita anche a Firenze
naturalmente da STRATAGEMMA
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AULA MAGNA 19 GIUGNO 2004
l'ultimo dei cinque sugli
Incontri di Ricerca Psichiatrica 2003 - 3004
è in vendita presso la
LIBRERIA AMORE E PSICHE
ed è disponibile anche negli altri abituali punti di vendita
a Firenze, naturalmente, da STRATAGEMMA
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
Milano:
il caso dello psichiatra assassino
Repubblica edizione di Milano 13.7.04
L'ex psichiatra che uccise con una balestra lo psicologo che lo aveva curato è rinchiuso nel manicomio criminale di Aversa
Geoffroy, chiesta una nuova perizia
Il pm vuole sapere se l'omicida di Bignamini può essere processato
di ANNALISA CAMORANI
Il caso di Arturo Geoffroy potrebbe essere riaperto. Lo psichiatra che un anno fa uccise a colpi di balestra lo psicologo Lorenzo Bignamini sarà sottoposto a una nuova perizia. Ciò che si deve stabilire è se, da quando è stato internato nel manicomio giudiziario di Aversa, le sue condizioni psichiche siano migliorate e se l´uomo, quindi, possa essere processato. È stato il giudice Fabio Paparella ad assegnare l´incarico al professor Alberto Manacorda, psichiatra del Policlinico di Napoli che avrà tempo fino al 30 settembre per stabilire se Geoffroy abbia riacquistato la capacità di intendere e di volere e se sia ancora pericoloso socialmente. Con l´esito della perizia in mano, dunque, il giudice dovrà stabilire se il processo all´ex psichiatra (che non esercitava più e che è stato sospeso nei mesi scorsi) possa riprendere, ma anche se ci sia la necessità di tenere l´uomo, che oggi ha 48 anni, chiuso in un manicomio giudiziario.
Geoffroy uccise Bignamini l´otto agosto. Ai pm che si occuparono dell´inchiesta, Giovanni Narbone e Gianluca Prisco, spiegò di ritenere la sua vittima uno dei responsabili del trattamento sanitario obbligatorio che gli era stato imposto dopo che aveva manifestato i primi segni di squilibrio mentale. Mesi prima Geoffroy era stato aggredito da due pazienti che aveva in cura. Dopo quell´episodio non fu più lo stesso: perse il posto di lavoro al Fatebenefratelli, iniziò una battaglia per farsi riconoscere l´indennità per le conseguenze dell´aggressione subita. Dichiarò guerra al mondo e decise di farsi giustizia da solo. Per tutti pagò Lorenzo Bignamini, uno psicologo, sposato e padre di due figlie, amato e stimato dai colleghi e dai pazienti. Una volta catturato (dopo l´omicidio Geoffroy era fuggito in Liguria) l´ex psichiatra fu sottoposto a una perizia che si dimostrò molto complicata, perché l´uomo non ha mai voluto parlare con i periti e si è sempre detto sano di mente. La conclusione dei professori Francesco Barale e Alessandra Luzzago fu lapidaria: «Il soggetto soffre di una psicosi delirante paranoicale detta anche disturbo delirante, non è capace di intendere e di volere». I due esperti, dopo aver visitato l´arrestato che si trovava nel carcere genovese di Marassi, spiegarono che «il dottor Geoffroy è stato uno psichiatra tragicamente travolto dalle dinamiche affettive con cui si confrontava, la sua mente è un universo ribollente e trainante di ira paranoicale». Oltretutto in carcere l´ex psichiatra si curava con farmaci che si era autoprescritto e che non facevano altro che peggiorare le sue condizioni: «Il trattamento psicofarmacologico che il dottor Geoffroy si è autoprescritto (un antidepressivo che i sanitari del carcere sono riusciti solo a diminuire nelle dosi, ndr.) - notavano ancora i due esperti - non è tale neppure da permettere di ipotizzare un minimo controllo sul disturbo». Ora quelle cure sono state sostituite dai medici dell´ospedale giudiziario di Aversa con altre più adatte a disturbi come quello manifestato da Geoffroy.
Anche per questo motivo è venuto il momento di verificare se le condizioni dell´imputato siano migliorate e se il processo possa riprendere, anche se Geoffroy potrebbe venire prosciolto per incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Sarà il giudice a stabilire come agire, ma sarà il professor Manacorda a dare le indicazioni necessarie a decidere se il caso Geoffroy possa essere riaperto.
L'ex psichiatra che uccise con una balestra lo psicologo che lo aveva curato è rinchiuso nel manicomio criminale di Aversa
Geoffroy, chiesta una nuova perizia
Il pm vuole sapere se l'omicida di Bignamini può essere processato
di ANNALISA CAMORANI
Il caso di Arturo Geoffroy potrebbe essere riaperto. Lo psichiatra che un anno fa uccise a colpi di balestra lo psicologo Lorenzo Bignamini sarà sottoposto a una nuova perizia. Ciò che si deve stabilire è se, da quando è stato internato nel manicomio giudiziario di Aversa, le sue condizioni psichiche siano migliorate e se l´uomo, quindi, possa essere processato. È stato il giudice Fabio Paparella ad assegnare l´incarico al professor Alberto Manacorda, psichiatra del Policlinico di Napoli che avrà tempo fino al 30 settembre per stabilire se Geoffroy abbia riacquistato la capacità di intendere e di volere e se sia ancora pericoloso socialmente. Con l´esito della perizia in mano, dunque, il giudice dovrà stabilire se il processo all´ex psichiatra (che non esercitava più e che è stato sospeso nei mesi scorsi) possa riprendere, ma anche se ci sia la necessità di tenere l´uomo, che oggi ha 48 anni, chiuso in un manicomio giudiziario.
Geoffroy uccise Bignamini l´otto agosto. Ai pm che si occuparono dell´inchiesta, Giovanni Narbone e Gianluca Prisco, spiegò di ritenere la sua vittima uno dei responsabili del trattamento sanitario obbligatorio che gli era stato imposto dopo che aveva manifestato i primi segni di squilibrio mentale. Mesi prima Geoffroy era stato aggredito da due pazienti che aveva in cura. Dopo quell´episodio non fu più lo stesso: perse il posto di lavoro al Fatebenefratelli, iniziò una battaglia per farsi riconoscere l´indennità per le conseguenze dell´aggressione subita. Dichiarò guerra al mondo e decise di farsi giustizia da solo. Per tutti pagò Lorenzo Bignamini, uno psicologo, sposato e padre di due figlie, amato e stimato dai colleghi e dai pazienti. Una volta catturato (dopo l´omicidio Geoffroy era fuggito in Liguria) l´ex psichiatra fu sottoposto a una perizia che si dimostrò molto complicata, perché l´uomo non ha mai voluto parlare con i periti e si è sempre detto sano di mente. La conclusione dei professori Francesco Barale e Alessandra Luzzago fu lapidaria: «Il soggetto soffre di una psicosi delirante paranoicale detta anche disturbo delirante, non è capace di intendere e di volere». I due esperti, dopo aver visitato l´arrestato che si trovava nel carcere genovese di Marassi, spiegarono che «il dottor Geoffroy è stato uno psichiatra tragicamente travolto dalle dinamiche affettive con cui si confrontava, la sua mente è un universo ribollente e trainante di ira paranoicale». Oltretutto in carcere l´ex psichiatra si curava con farmaci che si era autoprescritto e che non facevano altro che peggiorare le sue condizioni: «Il trattamento psicofarmacologico che il dottor Geoffroy si è autoprescritto (un antidepressivo che i sanitari del carcere sono riusciti solo a diminuire nelle dosi, ndr.) - notavano ancora i due esperti - non è tale neppure da permettere di ipotizzare un minimo controllo sul disturbo». Ora quelle cure sono state sostituite dai medici dell´ospedale giudiziario di Aversa con altre più adatte a disturbi come quello manifestato da Geoffroy.
Anche per questo motivo è venuto il momento di verificare se le condizioni dell´imputato siano migliorate e se il processo possa riprendere, anche se Geoffroy potrebbe venire prosciolto per incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Sarà il giudice a stabilire come agire, ma sarà il professor Manacorda a dare le indicazioni necessarie a decidere se il caso Geoffroy possa essere riaperto.
iniziativa ds sulla fecondazione
Repubblica 13.7.04
Un gruppo di deputati in Cassazione per presentare alcuni quesiti, ma si potrà sostenere anche l'iniziativa radicale
Fecondazione, i Ds in campo
Verso l'appoggio al referendum contro la legge
Gli interventi di Sgreccia e Bompiani al convegno dell'Ordine degli avvocati di Roma
di MAURO FAVALE
ROMA - Contro la legge sulla procreazione assistita anche i Ds scelgono la strada dei referendum. Questa mattina una delegazione di parlamentari diessini presenzierà alla presentazione in Corte di cassazione dei quesiti referendari da parte dei comitati promotori contro la legge 40. Quesiti mirati ad abrogare quelle parti della legge, approvata lo scorso febbraio, che i Ds definiscono «più crudeli». «Crediamo sia necessario prima di tutto salvaguardare la salute della donna - spiega Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds - favorire la libertà di ricerca scientifica e rendere possibile l´accesso alla fecondazione eterologa».
I quesiti dei Ds sono tre e affiancheranno altri due già presentati: quello che chiede la cancellazione del primo articolo della legge (che considera l´embrione titolare di diritti al pari della madre) e quello dei radicali che, invece, propone l´abrogazione totale della nuova norma. A favore della cancellazione della legge i radicali hanno già raccolto 150.000 firme. La Pollastrini considera però la scelta dei "referendum mirati" quella «più convincente», perché «ci ha permesso di allargare lo schieramento di sostegno anche a rappresentanti della maggioranza». Si sono schierati al fianco dei comitati per i quesiti mirati, infatti, anche il forzista Alfredo Biondi, Chiara Moroni del Nuovo Psi e il repubblicano Antonio Del Pennino.
Alla presentazione di oggi in Cassazione seguirà, da parte della Quercia, una campagna informativa che accompagnerà la raccolta delle firme. In ogni banchetto potranno essere firmate tutte e tre le proposte di referendum. «Un´azione congiunta, portata avanti con l´aiuto degli altri comitati, che mira al raggiungimento delle 500.000 firme necessarie entro la fine dell´estate». Accanto alla consultazione popolare, i Ds annunciano una battaglia parlamentare per riscrivere integralmente la legge e arrivare a una normativa «più mite».
Di fecondazione assistita si è parlato ieri anche in un convegno organizzato dal Centro studi del Consiglio dell´Ordine degli avvocati di Roma. Al centro dell´incontro le problematiche applicative di carattere giuridico ma anche le questioni etiche sollevate dalla nuova normativa. Al convegno hanno partecipato, fra gli altri, Adriano Bompiani, presidente onorario del comitato di Bioetica, Fernando Santosuosso, vice presidente emerito della Corte Costituzionale e monsignor Elio Sgreccia, ordinario di Bioetica all´Università del Sacro Cuore di Roma.
Un gruppo di deputati in Cassazione per presentare alcuni quesiti, ma si potrà sostenere anche l'iniziativa radicale
Fecondazione, i Ds in campo
Verso l'appoggio al referendum contro la legge
Gli interventi di Sgreccia e Bompiani al convegno dell'Ordine degli avvocati di Roma
di MAURO FAVALE
ROMA - Contro la legge sulla procreazione assistita anche i Ds scelgono la strada dei referendum. Questa mattina una delegazione di parlamentari diessini presenzierà alla presentazione in Corte di cassazione dei quesiti referendari da parte dei comitati promotori contro la legge 40. Quesiti mirati ad abrogare quelle parti della legge, approvata lo scorso febbraio, che i Ds definiscono «più crudeli». «Crediamo sia necessario prima di tutto salvaguardare la salute della donna - spiega Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne Ds - favorire la libertà di ricerca scientifica e rendere possibile l´accesso alla fecondazione eterologa».
I quesiti dei Ds sono tre e affiancheranno altri due già presentati: quello che chiede la cancellazione del primo articolo della legge (che considera l´embrione titolare di diritti al pari della madre) e quello dei radicali che, invece, propone l´abrogazione totale della nuova norma. A favore della cancellazione della legge i radicali hanno già raccolto 150.000 firme. La Pollastrini considera però la scelta dei "referendum mirati" quella «più convincente», perché «ci ha permesso di allargare lo schieramento di sostegno anche a rappresentanti della maggioranza». Si sono schierati al fianco dei comitati per i quesiti mirati, infatti, anche il forzista Alfredo Biondi, Chiara Moroni del Nuovo Psi e il repubblicano Antonio Del Pennino.
Alla presentazione di oggi in Cassazione seguirà, da parte della Quercia, una campagna informativa che accompagnerà la raccolta delle firme. In ogni banchetto potranno essere firmate tutte e tre le proposte di referendum. «Un´azione congiunta, portata avanti con l´aiuto degli altri comitati, che mira al raggiungimento delle 500.000 firme necessarie entro la fine dell´estate». Accanto alla consultazione popolare, i Ds annunciano una battaglia parlamentare per riscrivere integralmente la legge e arrivare a una normativa «più mite».
Di fecondazione assistita si è parlato ieri anche in un convegno organizzato dal Centro studi del Consiglio dell´Ordine degli avvocati di Roma. Al centro dell´incontro le problematiche applicative di carattere giuridico ma anche le questioni etiche sollevate dalla nuova normativa. Al convegno hanno partecipato, fra gli altri, Adriano Bompiani, presidente onorario del comitato di Bioetica, Fernando Santosuosso, vice presidente emerito della Corte Costituzionale e monsignor Elio Sgreccia, ordinario di Bioetica all´Università del Sacro Cuore di Roma.
horror
preti
Corriere della Sera 13.7.04
Il direttore e il vice dell’istituto si sono dimessi. Sei anni fa il primate di Vienna costretto a lasciare per una vicenda di abusi
Scandalo pedofilia in seminario, choc in Austria
Inchiesta su 40 mila foto e filmati trovati nella biblioteca della più conservatrice scuola cattolica per sacerdoti
di Paolo Valentino
BERLINO - In apparenza è un seminario. Anzi, il più tradizionalista e ultraconservatore dei seminari cattolici in Austria, luogo di religiosa purezza, preghiera e pio magistero alla cura delle anime, dove volentieri l’anziano arcivescovo Kurt Krenn predicava, bollando con parole di fuoco i rei contro natura.
In realtà, quello della diocesi di Sankt Pölten, ottanta chilometri a Ovest di Vienna, è stato in questi anni un antro di orchi pedofili, teatro di perversioni peccaminose, una Sodoma asburgica dove preposti e seminaristi indulgevano spesso e volentieri in orge omosessuali, giochi erotici e notti scandite da alcol e sesso, al posto delle orazioni. Qualcuno parla anche di parodie naziste e cerimonie ufficialmente esecrate dal Vaticano, come la celebrazione di un finto matrimonio gay, fra due aspiranti preti, officiato dal direttore, inutile precisare tutti in costume adamitico.
C’è ancora del marcio nella Chiesa austriaca. A sei anni dallo scandalo del cardinale Hans Hermann Groer, l’ex primate, morto nel 2003, che era stato riconosciuto colpevole di aver sessualmente abusato di giovani religiosi, una nuova, devastante scoperta scuote le fondamenta del cattolicesimo viennese.
Non più sospetti o bugie di «querulanti ubriachi», come aveva fin qui sostenuto monsignor Krenn, capo della diocesi incriminata, quando il tema era più volte venuto a galla in passato. Ma un’incredibile documentazione fotografica, scoperta un anno fa nei computer della biblioteca del seminario e ora al vaglio delle autorità di polizia, in attesa della formale apertura di un’inchiesta criminale da parte della magistratura. Almeno 40 mila istantanee e una quantità imprecisata di filmati pornografici, che illustrano con precisione e ricchezza di dettagli gli esercizi, non esattamente spirituali, di Sankt Pölten. Alcune di queste comprenderebbero atti sessuali dei preposti con minorenni.
A svelare lo scandalo, il settimanale Profil, che nell’edizione in edicola ieri ha pubblicato alcune delle foto, dove i religiosi e i loro allievi vengono immortalati mentre si baciano appassionatamente sulla bocca. Secondo il periodico, l’inchiesta è partita, dopo che diverse immagini e film girati a Sankt Pölten erano apparsi su un sito a luci rosse polacco.
Il direttore del seminario, Ulrich Küchl e il suo vice, Wolfgang Rothe, si sono dimessi, pur protestando la loro innocenza. Su di loro pende l’accusa di pedofilia. La diocesi si è schierata a quadrato in loro difesa. Monsignor Krenn, soprattutto, ha definito gli addebiti infondati, liquidando addirittura le foto, che ha ammesso di aver visto, come «ragazzate».
Fortunatamente, i vertici della Chiesa viennese sono di ben altro parere. «Tutto ciò che ha a che fare con la pratica dell’omosessualità, non può trovare spazio in un seminario per preti», recita un comunicato della Conferenza episcopale austriaca, che ha anche annunciato l’avvio di una indagine interna, al termine della quale non è difficile prevedere le dimissioni di Krenn, 68 anni, da vescovo di Sankt Pölten.
E in questo senso si sono già levate diverse voci dall’interno del mondo cattolico: «Krenn è il vero responsabile e deve rispondere di tutto questo davanti alla Chiesa e a Dio». ha detto Martin Walchhofer, il prelato che supervisiona tutti i seminari austriaci. Anche la politica è intervenuta. «Collezionare materiale pornografico, che coinvolge bambini, non può essere liquidato come una ragazzata», ha dichiarato Thomas Huber, leader dei Verdi. Un portavoce dell’opposizione socialdemocratica, Hannes Jarolim, ha chiesto al ministero dell’Interno di indagare per favoreggiamento nei confronti dello stesso arcivescovo e aprire una procedura formale.
Secondo Profil, una foto documenterebbe la celebrazione del matrimonio gay da parte del reverendo Küchl. Il resto del materiale, con le parole del procuratore Walter Nemec, «mostra i seminaristi in situazione perverse con i loro superiori».
Un seminarista di Sankt Pölten, citato dal settimanale, afferma che «tutti sapevano cosa succedesse da noi, non era possibile ignorarlo, ma nella Chiesa domina un silenzio di piombo, quando si tratta di temi tabù, semplicemente non sappiamo in che modo affrontare correttamente il problema». Quelli che avevano provato a parlarne direttamente con i due superiori o con Krenn, sono stati subito identificati da loro come nemici e isolati.
Anche la polizia, afferma Profil, avrebbe trovato all’inizio grosse difficoltà a rompere il muro dell’omertà di Sankt Pölten, dopo la scoperta del materiale e le prime denunce inviate via email da alcuni seminaristi.
Il direttore e il vice dell’istituto si sono dimessi. Sei anni fa il primate di Vienna costretto a lasciare per una vicenda di abusi
Scandalo pedofilia in seminario, choc in Austria
Inchiesta su 40 mila foto e filmati trovati nella biblioteca della più conservatrice scuola cattolica per sacerdoti
di Paolo Valentino
BERLINO - In apparenza è un seminario. Anzi, il più tradizionalista e ultraconservatore dei seminari cattolici in Austria, luogo di religiosa purezza, preghiera e pio magistero alla cura delle anime, dove volentieri l’anziano arcivescovo Kurt Krenn predicava, bollando con parole di fuoco i rei contro natura.
In realtà, quello della diocesi di Sankt Pölten, ottanta chilometri a Ovest di Vienna, è stato in questi anni un antro di orchi pedofili, teatro di perversioni peccaminose, una Sodoma asburgica dove preposti e seminaristi indulgevano spesso e volentieri in orge omosessuali, giochi erotici e notti scandite da alcol e sesso, al posto delle orazioni. Qualcuno parla anche di parodie naziste e cerimonie ufficialmente esecrate dal Vaticano, come la celebrazione di un finto matrimonio gay, fra due aspiranti preti, officiato dal direttore, inutile precisare tutti in costume adamitico.
C’è ancora del marcio nella Chiesa austriaca. A sei anni dallo scandalo del cardinale Hans Hermann Groer, l’ex primate, morto nel 2003, che era stato riconosciuto colpevole di aver sessualmente abusato di giovani religiosi, una nuova, devastante scoperta scuote le fondamenta del cattolicesimo viennese.
Non più sospetti o bugie di «querulanti ubriachi», come aveva fin qui sostenuto monsignor Krenn, capo della diocesi incriminata, quando il tema era più volte venuto a galla in passato. Ma un’incredibile documentazione fotografica, scoperta un anno fa nei computer della biblioteca del seminario e ora al vaglio delle autorità di polizia, in attesa della formale apertura di un’inchiesta criminale da parte della magistratura. Almeno 40 mila istantanee e una quantità imprecisata di filmati pornografici, che illustrano con precisione e ricchezza di dettagli gli esercizi, non esattamente spirituali, di Sankt Pölten. Alcune di queste comprenderebbero atti sessuali dei preposti con minorenni.
A svelare lo scandalo, il settimanale Profil, che nell’edizione in edicola ieri ha pubblicato alcune delle foto, dove i religiosi e i loro allievi vengono immortalati mentre si baciano appassionatamente sulla bocca. Secondo il periodico, l’inchiesta è partita, dopo che diverse immagini e film girati a Sankt Pölten erano apparsi su un sito a luci rosse polacco.
Il direttore del seminario, Ulrich Küchl e il suo vice, Wolfgang Rothe, si sono dimessi, pur protestando la loro innocenza. Su di loro pende l’accusa di pedofilia. La diocesi si è schierata a quadrato in loro difesa. Monsignor Krenn, soprattutto, ha definito gli addebiti infondati, liquidando addirittura le foto, che ha ammesso di aver visto, come «ragazzate».
Fortunatamente, i vertici della Chiesa viennese sono di ben altro parere. «Tutto ciò che ha a che fare con la pratica dell’omosessualità, non può trovare spazio in un seminario per preti», recita un comunicato della Conferenza episcopale austriaca, che ha anche annunciato l’avvio di una indagine interna, al termine della quale non è difficile prevedere le dimissioni di Krenn, 68 anni, da vescovo di Sankt Pölten.
E in questo senso si sono già levate diverse voci dall’interno del mondo cattolico: «Krenn è il vero responsabile e deve rispondere di tutto questo davanti alla Chiesa e a Dio». ha detto Martin Walchhofer, il prelato che supervisiona tutti i seminari austriaci. Anche la politica è intervenuta. «Collezionare materiale pornografico, che coinvolge bambini, non può essere liquidato come una ragazzata», ha dichiarato Thomas Huber, leader dei Verdi. Un portavoce dell’opposizione socialdemocratica, Hannes Jarolim, ha chiesto al ministero dell’Interno di indagare per favoreggiamento nei confronti dello stesso arcivescovo e aprire una procedura formale.
Secondo Profil, una foto documenterebbe la celebrazione del matrimonio gay da parte del reverendo Küchl. Il resto del materiale, con le parole del procuratore Walter Nemec, «mostra i seminaristi in situazione perverse con i loro superiori».
Un seminarista di Sankt Pölten, citato dal settimanale, afferma che «tutti sapevano cosa succedesse da noi, non era possibile ignorarlo, ma nella Chiesa domina un silenzio di piombo, quando si tratta di temi tabù, semplicemente non sappiamo in che modo affrontare correttamente il problema». Quelli che avevano provato a parlarne direttamente con i due superiori o con Krenn, sono stati subito identificati da loro come nemici e isolati.
Anche la polizia, afferma Profil, avrebbe trovato all’inizio grosse difficoltà a rompere il muro dell’omertà di Sankt Pölten, dopo la scoperta del materiale e le prime denunce inviate via email da alcuni seminaristi.
lo stile di pensiero americano
sesso ed economia:
sposarsi è meglio
Repubblica 13.7.04
Analizzata l'intimità di seimila persone adulte
È la prima analisi "matematica" che si fa sull'argomento
Il sesso appaga come la ricchezza i conti dell'economia della felicità
Uno studio Usa: ecco quanto "valgono" i momenti erotici
La soddisfazione è indipendente dal fatto di avere una relazione gay o eterosessuale
Il vero obiettivo è avere una relazione unica e duratura, condizione di gioia
Crollano le credenze. I soldi non comprano le emozioni; sposarsi è la soluzione migliore
ERIC DASH
NEW YORK - Si dice che con il denaro non si compra l´amore né la felicità, solo il sesso ("Se hai successo in consiglio d´amministrazione, hai successo anche in camera da letto"). Ma nessuno ha mai provato a dimostrarlo. Di recente, però, due economisti inglesi, David G. Blanchflower del Dartmouth College e Andrew J. Oswald dell´Università di Warwick, hanno presentato al National Bureau of Economic Research, uno degli enti di maggior prestigio nel campo, un lavoro dal titolo "Denaro, sesso e felicità: uno studio empirico".
Gli autori affermano che il loro studio è la prima, rigorosa analisi econometrica sull´argomento, e che forse la saggezza popolare andrebbe rivista. Come afferma il documento: "Il denaro appare in grado di comprare più felicità. Ma non permette di comprare più sesso". Blanchflower e Oswald sono fra gli esponenti di punta di un settore scientifico in crescita, l'"economia della felicità", che applica le tecniche econometriche, tradizionalmente limitate a cose quantificabili come i tassi salariali, all´arena delle emozioni umane.
Nel loro studio, Oswald e Blanchflower hanno analizzato l´attività sessuale autodichiarata e i livelli di felicità di oltre 16.000 adulti che hanno partecipato a una serie di ricerche sociali a partire dai primi anni 90. (La felicità è difficile da definire: gli intervistati si limitano a indicare, su una scala, il loro livello). Scomponendo in fattori gli effetti misurabili di altri eventi della vita, rivela lo studio, risulta che "l´individuo, più sesso fa più è felice". Oltre a ciò, i due economisti hanno comparato i livelli di felicità determinati da una vita sessuale intensa con altre attività il cui valore economico era stato calcolato in precedenti ricerche, riuscendo così a calcolare quanta felicità vale, in dollari, il sesso. Hanno calcolato che aumentare la frequenza dei rapporti sessuali da una volta al mese ad almeno una volta a settimana fornisce la stessa felicità che dà depositare 50.000 dollari in banca.
Un matrimonio duraturo, per fare un paragone, garantisce circa 100.000 dollari all´anno di felicità, il che significa che, mediamente, una persona single dovrebbe ricevere 100.000 dollari all´anno per essere felice come una persona sposata, a parità di livello di istruzione e status lavorativo. Il divorzio, per contro, impone un dazio emotivo di circa 66.000 dollari all´anno, anche se può esserci un guadagno economico sul breve termine per il sollievo immediato che nasce dal lasciare il proprio coniuge. La scoperta, dice Oswald, è stata che, in generale, "un reddito maggiore non consente di comprare più sesso né un partner". "Per noi economisti è stato sorprendente", ha aggiunto Oswald, "perché tendenzialmente pensiamo che il denaro possa comprare ogni cosa".
"La lobby conservatrice, pro-matrimonio, sarà felice di leggere la nostra ricerca", dice Oswald. "Le persone sposate, prosegue, fanno sesso il 30% più spesso delle persone single e risultano più felici. Anche la comunità gay e lesbica, dice Oswald, può essere soddisfatta. I dati dimostrano che la felicità che si ottiene dall´avere "una relazione omosessuale è quasi identica a quella che si ottiene da una relazione eterosessuale", e che, a prescindere dall´orientamento sessuale, il numero di partner che "massimizza la felicità" è uno.
Copyright La Repubblica- New York Times (Traduzione di Fabio Galimberti)
Analizzata l'intimità di seimila persone adulte
È la prima analisi "matematica" che si fa sull'argomento
Il sesso appaga come la ricchezza i conti dell'economia della felicità
Uno studio Usa: ecco quanto "valgono" i momenti erotici
La soddisfazione è indipendente dal fatto di avere una relazione gay o eterosessuale
Il vero obiettivo è avere una relazione unica e duratura, condizione di gioia
Crollano le credenze. I soldi non comprano le emozioni; sposarsi è la soluzione migliore
ERIC DASH
NEW YORK - Si dice che con il denaro non si compra l´amore né la felicità, solo il sesso ("Se hai successo in consiglio d´amministrazione, hai successo anche in camera da letto"). Ma nessuno ha mai provato a dimostrarlo. Di recente, però, due economisti inglesi, David G. Blanchflower del Dartmouth College e Andrew J. Oswald dell´Università di Warwick, hanno presentato al National Bureau of Economic Research, uno degli enti di maggior prestigio nel campo, un lavoro dal titolo "Denaro, sesso e felicità: uno studio empirico".
Gli autori affermano che il loro studio è la prima, rigorosa analisi econometrica sull´argomento, e che forse la saggezza popolare andrebbe rivista. Come afferma il documento: "Il denaro appare in grado di comprare più felicità. Ma non permette di comprare più sesso". Blanchflower e Oswald sono fra gli esponenti di punta di un settore scientifico in crescita, l'"economia della felicità", che applica le tecniche econometriche, tradizionalmente limitate a cose quantificabili come i tassi salariali, all´arena delle emozioni umane.
Nel loro studio, Oswald e Blanchflower hanno analizzato l´attività sessuale autodichiarata e i livelli di felicità di oltre 16.000 adulti che hanno partecipato a una serie di ricerche sociali a partire dai primi anni 90. (La felicità è difficile da definire: gli intervistati si limitano a indicare, su una scala, il loro livello). Scomponendo in fattori gli effetti misurabili di altri eventi della vita, rivela lo studio, risulta che "l´individuo, più sesso fa più è felice". Oltre a ciò, i due economisti hanno comparato i livelli di felicità determinati da una vita sessuale intensa con altre attività il cui valore economico era stato calcolato in precedenti ricerche, riuscendo così a calcolare quanta felicità vale, in dollari, il sesso. Hanno calcolato che aumentare la frequenza dei rapporti sessuali da una volta al mese ad almeno una volta a settimana fornisce la stessa felicità che dà depositare 50.000 dollari in banca.
Un matrimonio duraturo, per fare un paragone, garantisce circa 100.000 dollari all´anno di felicità, il che significa che, mediamente, una persona single dovrebbe ricevere 100.000 dollari all´anno per essere felice come una persona sposata, a parità di livello di istruzione e status lavorativo. Il divorzio, per contro, impone un dazio emotivo di circa 66.000 dollari all´anno, anche se può esserci un guadagno economico sul breve termine per il sollievo immediato che nasce dal lasciare il proprio coniuge. La scoperta, dice Oswald, è stata che, in generale, "un reddito maggiore non consente di comprare più sesso né un partner". "Per noi economisti è stato sorprendente", ha aggiunto Oswald, "perché tendenzialmente pensiamo che il denaro possa comprare ogni cosa".
"La lobby conservatrice, pro-matrimonio, sarà felice di leggere la nostra ricerca", dice Oswald. "Le persone sposate, prosegue, fanno sesso il 30% più spesso delle persone single e risultano più felici. Anche la comunità gay e lesbica, dice Oswald, può essere soddisfatta. I dati dimostrano che la felicità che si ottiene dall´avere "una relazione omosessuale è quasi identica a quella che si ottiene da una relazione eterosessuale", e che, a prescindere dall´orientamento sessuale, il numero di partner che "massimizza la felicità" è uno.
Copyright La Repubblica- New York Times (Traduzione di Fabio Galimberti)
filosofia e pittura
Il Giornale di Brescia 13.7.04
il pensiero espresso
FILOSOFIA CON IL PENNELLO
di Maria Mataluno
Tutti i filosofi, in ogni tempo, si sono interrogati sulla natura dell’arte. Se Platone ne svaluta l’importanza, definendola «imitazione dell’imitazione» (imitando la realtà sensibile, essa non fa che copiare qualcosa che è a sua volta un pallido riflesso della realtà autentica, ossia delle idee), Aristotele la riabilita affermando che l’arte è sì imitazione, ma delle idee e non delle cose, dell’universale e non del particolare. Se per Kant l’arte è il luogo in cui sono esibite le condizioni originarie dell’esperienza, per Heidegger è la «messa in opera della verità»; se Hegel ne denuncia la morte quale necessario passaggio per l’avvento dell’era filosofica, Nietzsche la considera l’unica attività veramente «metafisica», laddove l’aggettivo «metafisico» indica la facoltà di conferire un senso all’esistenza, sopportabile solo in quanto fenomeno estetico. L’intenso rapporto sempre esistito tra la filosofia e l’arte, però, non è a senso unico: anche l’arte ha eletto la filosofia a proprio soggetto ideale, e non solo nel senso più banale di ritrarre episodi e personaggi della storia della filosofia, ma anche nel senso che molti pittori hanno usato il pennello per trattare temi prettamente filosofici. Al rapporto tra arte e pensiero è dedicato il saggio "Filosofia e pittura. Da Giorgione a Magritte" (Bruno Mondadori, 499 pagine, 33,00 euro), nel quale Reinhard Brandt, attualmente docente di Filosofia all’Università di Marburgo, «legge» una serie di opere d’arte come se fossero testi filosofici, demolendo così il luogo comune secondo cui la filosofia si occuperebbe di oggetti che sfuggono ai sensi e dunque sarebbe impossibile consegnare riflessioni filosofiche a un’immagine. Da secoli gli storici dell’arte s’interrogano sull’identità dei Tre filosofi dipinti da Giorgione nella tela raffigurante tre uomini - un giovane in abiti contemporanei, uno più anziano con tunica e turbante di foggia orientale e un vecchio dall’aspetto di antico sapiente greco - immersi in un paesaggio incantato e rischiarato da una luce aurorale. C’è chi sostiene che siano i Re Magi, e che il chiarore che da sinistra illumina la scena e verso il quale il più giovane rivolge uno sguardo rapito sia quello della stella cometa; e c’è invece chi li identifica con tre scienziati, e in particolare con Pitagora, Tolomeo e un astronomo del ’400. Brandt non sceglie fra le due ipotesi, ma le unisce, interpretando il quadro del pittore veneto come una versione pittorica del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo: come l’astronomo pisano dimostra che il discorso della scienza e quello della fede non sono in contraddizione, ma sono solo due diversi linguaggi per esprimere il medesimo mistero della Natura, così Giorgione avrebbe rappresentato entrambi i soggetti, i tre Re che vengono dall’Oriente per adorare il Salvatore e i tre astronomi di epoche diverse. È proprio nell’intrecciarsi di questi due contenuti che risiede l’originalità del dipinto: i tre Re seguono la luce di Colui che fa girare i mondi, redime l’umanità e la conduce fuori dalle tenebre verso la salvezza. Essi impersonano la verità della fede, semplice e facilmente intelligibile. La verità della scienza, invece, è diversa: misura il corso delle stelle e spiega la luce naturale con gli strumenti della matematica applicata. Il quadro di Giorgione, insomma, dimostra secondo Brandt come la verità della fede e quella della scienza possano conciliarsi e accordarsi, senza che l’una debba necessariamente sottomettersi all’altra. Ma lo studioso tedesco non si limita a esaminare opere in cui, come questa, la filosofia è l’esplicito soggetto - dal Filosofo di Salomon Konink alla Morte di Seneca di Rubens, dalla Scuola di Atene di Raffaello all’Aristotele e il busto di Omero di Rubens; - quello che gli interessa è mettere in luce come l’arte possa filosofare anche al di là del suo significato «letterale». Egli si cimenta perciò in un’analisi del celebre Las meninas di Velázquez, già acutamente interpretato da Michel Foucault, dimostrando come l’originalità di quest’opera consista nella capacità di mostrare qualcosa che sta al tempo stesso oltre e all’interno della rappresentazione stessa: l’infanta di Spagna che contempla in uno specchio l’immagine riflessa di sé stessa e del pittore che sta ritraendo la sua famiglia. Il soggetto non è la principessa, bensì l’opera stessa vista dal suo interno, attraverso lo sguardo di uno dei suoi personaggi. Quella che l’osservatore percepisce nella tela di Velázquez, dunque, è una realtà riflessa; ma questo non vuol dire, avverte Brandt, che il pittore abbia inteso abbracciare quella concezione della realtà che appartiene alla tradizione platonico-cartesiana, secondo la quale ciò che possiamo conoscere non è il mondo in sé stesso, ma solo una sua labile parvenza. Velázquez, anzi, esprime una visione del mondo estremamente realistica: nel suo dipinto ritrae la realtà così com’è realmente, non crede affatto che essa sia mera rappresentazione; ed è solo il suo desiderio di approfondire i meccanismi della percezione ad avergli suggerito un’opera che sull’ambiguità di apparenza e realtà fonda tutto il suo fascino. Meno fiducioso nella realtà sarà invece René Magritte, con la sua Condition humaine. In questa splendida tela che raffigura una finestra aperta sulla campagna e in parte occupata da una tela che riproduce esattamente la porzione di paesaggio che nasconde alla vista, Magritte rappresenta la conditio humana: la condizione a cui l’uomo è condannato di non avere accesso alle cose in sé, ma solo alla propria rappresentazione di esse, come accade a chi sia seduto in una stanza davanti a una tela dipinta che fa da finestra. La finestra è la realtà esterna, il quadro è la mente - o l’anima, o l’Io, o in qualunque altro modo lo si voglia chiamare - che, filtrando le informazioni provenienti dall’esterno, le trasforma in verità «per sé». «Un grande pittore nelle sue opere non gioca a dadi, ma segue un’idea coerente», afferma Brandt. L’idea seguita da Magritte è chiara: egli vuole dimostrarci come noi vediamo la realtà e al tempo stesso non la vediamo, come conosciamo il mondo e al tempo stesso non lo conosciamo. E’ forse questo, in fondo, il senso di tutta l’arte contemporanea, che dopo aver preso atto dell’impossibilità di ritrarre cose e uomini nella loro realtà oggettiva, ha deciso di abbandonare il campo dell’imitazione, di «superare il quadro» verso la sua negazione, di andare oltre il messaggio per pervenire al silenzio. Sono nati così i muti quadrati di Malevic e i «concetti spaziali» di Lucio Fontana, traduzione artistica di quello che, in filosofia, si chiamerebbe «pensiero debole».
il pensiero espresso
FILOSOFIA CON IL PENNELLO
di Maria Mataluno
Tutti i filosofi, in ogni tempo, si sono interrogati sulla natura dell’arte. Se Platone ne svaluta l’importanza, definendola «imitazione dell’imitazione» (imitando la realtà sensibile, essa non fa che copiare qualcosa che è a sua volta un pallido riflesso della realtà autentica, ossia delle idee), Aristotele la riabilita affermando che l’arte è sì imitazione, ma delle idee e non delle cose, dell’universale e non del particolare. Se per Kant l’arte è il luogo in cui sono esibite le condizioni originarie dell’esperienza, per Heidegger è la «messa in opera della verità»; se Hegel ne denuncia la morte quale necessario passaggio per l’avvento dell’era filosofica, Nietzsche la considera l’unica attività veramente «metafisica», laddove l’aggettivo «metafisico» indica la facoltà di conferire un senso all’esistenza, sopportabile solo in quanto fenomeno estetico. L’intenso rapporto sempre esistito tra la filosofia e l’arte, però, non è a senso unico: anche l’arte ha eletto la filosofia a proprio soggetto ideale, e non solo nel senso più banale di ritrarre episodi e personaggi della storia della filosofia, ma anche nel senso che molti pittori hanno usato il pennello per trattare temi prettamente filosofici. Al rapporto tra arte e pensiero è dedicato il saggio "Filosofia e pittura. Da Giorgione a Magritte" (Bruno Mondadori, 499 pagine, 33,00 euro), nel quale Reinhard Brandt, attualmente docente di Filosofia all’Università di Marburgo, «legge» una serie di opere d’arte come se fossero testi filosofici, demolendo così il luogo comune secondo cui la filosofia si occuperebbe di oggetti che sfuggono ai sensi e dunque sarebbe impossibile consegnare riflessioni filosofiche a un’immagine. Da secoli gli storici dell’arte s’interrogano sull’identità dei Tre filosofi dipinti da Giorgione nella tela raffigurante tre uomini - un giovane in abiti contemporanei, uno più anziano con tunica e turbante di foggia orientale e un vecchio dall’aspetto di antico sapiente greco - immersi in un paesaggio incantato e rischiarato da una luce aurorale. C’è chi sostiene che siano i Re Magi, e che il chiarore che da sinistra illumina la scena e verso il quale il più giovane rivolge uno sguardo rapito sia quello della stella cometa; e c’è invece chi li identifica con tre scienziati, e in particolare con Pitagora, Tolomeo e un astronomo del ’400. Brandt non sceglie fra le due ipotesi, ma le unisce, interpretando il quadro del pittore veneto come una versione pittorica del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo: come l’astronomo pisano dimostra che il discorso della scienza e quello della fede non sono in contraddizione, ma sono solo due diversi linguaggi per esprimere il medesimo mistero della Natura, così Giorgione avrebbe rappresentato entrambi i soggetti, i tre Re che vengono dall’Oriente per adorare il Salvatore e i tre astronomi di epoche diverse. È proprio nell’intrecciarsi di questi due contenuti che risiede l’originalità del dipinto: i tre Re seguono la luce di Colui che fa girare i mondi, redime l’umanità e la conduce fuori dalle tenebre verso la salvezza. Essi impersonano la verità della fede, semplice e facilmente intelligibile. La verità della scienza, invece, è diversa: misura il corso delle stelle e spiega la luce naturale con gli strumenti della matematica applicata. Il quadro di Giorgione, insomma, dimostra secondo Brandt come la verità della fede e quella della scienza possano conciliarsi e accordarsi, senza che l’una debba necessariamente sottomettersi all’altra. Ma lo studioso tedesco non si limita a esaminare opere in cui, come questa, la filosofia è l’esplicito soggetto - dal Filosofo di Salomon Konink alla Morte di Seneca di Rubens, dalla Scuola di Atene di Raffaello all’Aristotele e il busto di Omero di Rubens; - quello che gli interessa è mettere in luce come l’arte possa filosofare anche al di là del suo significato «letterale». Egli si cimenta perciò in un’analisi del celebre Las meninas di Velázquez, già acutamente interpretato da Michel Foucault, dimostrando come l’originalità di quest’opera consista nella capacità di mostrare qualcosa che sta al tempo stesso oltre e all’interno della rappresentazione stessa: l’infanta di Spagna che contempla in uno specchio l’immagine riflessa di sé stessa e del pittore che sta ritraendo la sua famiglia. Il soggetto non è la principessa, bensì l’opera stessa vista dal suo interno, attraverso lo sguardo di uno dei suoi personaggi. Quella che l’osservatore percepisce nella tela di Velázquez, dunque, è una realtà riflessa; ma questo non vuol dire, avverte Brandt, che il pittore abbia inteso abbracciare quella concezione della realtà che appartiene alla tradizione platonico-cartesiana, secondo la quale ciò che possiamo conoscere non è il mondo in sé stesso, ma solo una sua labile parvenza. Velázquez, anzi, esprime una visione del mondo estremamente realistica: nel suo dipinto ritrae la realtà così com’è realmente, non crede affatto che essa sia mera rappresentazione; ed è solo il suo desiderio di approfondire i meccanismi della percezione ad avergli suggerito un’opera che sull’ambiguità di apparenza e realtà fonda tutto il suo fascino. Meno fiducioso nella realtà sarà invece René Magritte, con la sua Condition humaine. In questa splendida tela che raffigura una finestra aperta sulla campagna e in parte occupata da una tela che riproduce esattamente la porzione di paesaggio che nasconde alla vista, Magritte rappresenta la conditio humana: la condizione a cui l’uomo è condannato di non avere accesso alle cose in sé, ma solo alla propria rappresentazione di esse, come accade a chi sia seduto in una stanza davanti a una tela dipinta che fa da finestra. La finestra è la realtà esterna, il quadro è la mente - o l’anima, o l’Io, o in qualunque altro modo lo si voglia chiamare - che, filtrando le informazioni provenienti dall’esterno, le trasforma in verità «per sé». «Un grande pittore nelle sue opere non gioca a dadi, ma segue un’idea coerente», afferma Brandt. L’idea seguita da Magritte è chiara: egli vuole dimostrarci come noi vediamo la realtà e al tempo stesso non la vediamo, come conosciamo il mondo e al tempo stesso non lo conosciamo. E’ forse questo, in fondo, il senso di tutta l’arte contemporanea, che dopo aver preso atto dell’impossibilità di ritrarre cose e uomini nella loro realtà oggettiva, ha deciso di abbandonare il campo dell’imitazione, di «superare il quadro» verso la sua negazione, di andare oltre il messaggio per pervenire al silenzio. Sono nati così i muti quadrati di Malevic e i «concetti spaziali» di Lucio Fontana, traduzione artistica di quello che, in filosofia, si chiamerebbe «pensiero debole».
Talete
Il Giornale di Brescia 13.7.04
Talete, l’elemento «acqua» come principio primo
La tradizione ingiustamente ce ne parla come scienziato privo di senso pratico
di Maria Mataluno
Chissà quali risposte stava cercando nel firmamento Talete, il primo filosofo della storia, quando, come racconta Platone nel Teeteto, mentre camminava col naso all’insù per osservare le stelle cadde in un pozzo. Al che una schiavetta trace che passava di lì scoppiò a ridere e lo canzonò per il fatto che proprio lui, che non vedeva nemmeno quello che stava sulla Terra, pretendesse di scorgere ciò che si trovava nelle profondità insondabili del cielo. Di certo il pensatore nato nell’isola ionia di Mileto e vissuto tra il VII e il VI secolo a.C. non stava più cercando una risposta alla domanda che, secondo Aristotele, assillò tutti i pensatori che la tradizione ricorda col nome di presocratici: «Qual è il principio primo, l’origine materiale della realtà?». A quel quesito, infatti, Talete aveva già trovato la risposta, e lo aveva fatto prima di tutti. Prima di Anassimene, che lo individuò nell’aria, prima di Eraclito, che riconobbe la mitica arché nel fuoco, prima di Democrito e di Anassagora, che si spinsero oltre il limite della realtà sensibile per rivolgersi rispettivamente agli inafferrabili atomi e alla ancor più meta-fisica «mente universale» creatrice del Tutto. Era stato Talete, però, il primo a dare la soluzione più semplice e forse più affascinante a quell’interrogativo: per lui l’origine di tutte le cose non era altro che l’acqua, «l’elemento più bello»... Oggi che il mondo si trova sull’orlo di un’emergenza idrica che potrebbe fare dell’acqua il petrolio del XXI secolo, e le sonde spaziali vengono inviate sugli altri pianeti allo scopo di scovare tracce di acqua - e dunque di una possibile forma di vita extraterrestre, passata o futura, - l’intuizione di Talete appare più che mai attuale. L’acqua, infatti, è presente in tutte le cose: di acqua è fatto al 75 per cento il nostro corpo, di acqua sono pieni la terra su cui camminiamo, l’aria che respiriamo, gli alberi che crescono nei boschi e la neve che imbianca le montagne, e di acqua hanno bisogno, per perpetuare la propria esistenza, tutte le creature viventi. Inoltre l’acqua è inodore, insapore, incolore: e cosa c’è di meglio di un ente privo di qualità per rappresentare ciò che, in quanto principio primo, sta al di qua di ogni specificazione sensibile? Il ragionamento di Talete, insomma, dovette essere molto simile a quello che gli attribuisce Aristotele: l’opinione che l’acqua fosse la sostanza e l’essenza di ogni cosa «gli fu suggerita dall’osservazione che è umido ciò di cui ogni cosa si alimenta e che anche il caldo nasce dall’umidità e sopravvive per mezzo di essa (...), ma anche in base al fatto che hanno natura umida i semi di tutte le cose, e l’acqua è appunto il principio naturale delle cose umide». Sebbene la filosofia di Talete possa essere considerata il primo passo verso quell’astrazione che avrebbe portato Platone a elaborare la sua teoria delle idee, va detto che la separazione tra realtà materiale e intellettuale, tra le idee e le cose, era ancora di là da venire. L’acqua, infatti, costituisce per Talete il fondamento del vero non solo in senso astratto, come sostrato ideale che rimane costante malgrado il continuo mutamento delle sue qualità, ma anche in senso concreto, come ciò su cui poggia il mondo che conosciamo: seguendo una concezione diffusa nel mondo antico, e in particolare in quello orientale con cui la Ionia era in stretto contatto, Talete credeva che la Terra fosse una sfera (sì, proprio una sfera, perché Tolomeo non aveva ancora elaborato la sua concezione di un mondo piatto situato al centro dell’universo), circondata da mari interni e galleggiante su un Oceano infinito. Un filosofo con i piedi per terra - o per meglio dire nell’acqua - era dunque Talete, non un metafisico a caccia di idee soprasensibili, come quel Socrate che Aristofane ritrasse nelle Nuvole sospeso in una cesta a mezz’aria per contemplare più da vicino il cielo. Il suo sguardo, certo, Talete lo rivolgeva volentieri al firmamento, tanto che lo storico Erodoto gli attribuisce la predizione di un’eclissi di sole, quella del 585 d.C., mentre un anelito di carattere religioso sembra nascondersi dietro la frase, a lui attribuita, «tutto è pieno di dei»: un’espressione che però sembra essere solo un’altra maniera per dire che "tutto è pieno di acqua", dal momento che l’acqua, in quanto origine del tutto, deve necessariamente contenere in sé un elemento di divinità. La leggenda racconta che Talete era così astratto e poco portato alle preoccupazioni quotidiane della vita, secondo lo stereotipo del pensatore con la testa fra le nuvole, che da giovane, ogni volta che sua madre insisteva affinché prendesse moglie, lui scuoteva la testa dicendo: «Non è ancora venuto il momento». Finché un giorno, divenuto ormai anziano, le rispose: «Ormai non è più il momento». Un personaggio, insomma, sul genere del professor Tournesol del fumetto Tintin di Hergé, tutto amore per la scienza e niente spirito pratico. Ma la verità sembra essere stata diversa. Di certo le sue affermazioni paradossali contrastavano col buon senso comune, come quando sosteneva che tra la vita e la morte non c’era alcuna differenza, e a chi gli chiedeva come mai, allora, non si fosse ancora risolto al suicidio, rispondeva: «Proprio perché non c’è alcuna differenza». O come quando, a chi gli domandava cosa fosse nato prima, la notte o il giorno, diceva: «La notte, un giorno prima». Eppure a Talete non si addice per nulla quell’abito di pensatore avulso dalla realtà che la tradizione gli ha cucito addosso. A questo filosofo e letterato, astronomo e matematico, nonché imprenditore di successo - quasi un Pico della Mirandola dell’antichità, - gli storici attribuiscono le più svariate scoperte scientifiche: se Platone ricorda quanto fosse abile nell’escogitare i più sorprendenti espedienti tecnici, è ancora Erodoto a raccontare come egli fosse riuscito a deviare l’alveo di un fiume; e sembra che durante un viaggio in Egitto riuscisse persino a calcolare l’altezza delle piramidi basandosi sulla loro ombra. A ciò si aggiungano, per completare il profilo di questo straordinario iniziatore del pensiero antico, un teorema geometrico che porta il suo nome - «Un fascio di rette parallele determina su due trasversali due classi di segmenti direttamente proporzionali (e viceversa)» - e un episodio citato da Aristotele nella Politica: narra lo Stagirita che Talete, grazie alle sue conoscenze astronomiche e meteorologiche, previde un abbondante raccolto di olive e si affrettò ad approfittare della circostanza, acquistando tutti i frantoi che riuscì a comprare. Il raccolto quell’anno si rivelò effettivamente eccezionale, e Talete ne ricavò ingenti guadagni. E poi dicono che il pensiero non è remunerativo. (continua)
Talete, l’elemento «acqua» come principio primo
La tradizione ingiustamente ce ne parla come scienziato privo di senso pratico
di Maria Mataluno
Chissà quali risposte stava cercando nel firmamento Talete, il primo filosofo della storia, quando, come racconta Platone nel Teeteto, mentre camminava col naso all’insù per osservare le stelle cadde in un pozzo. Al che una schiavetta trace che passava di lì scoppiò a ridere e lo canzonò per il fatto che proprio lui, che non vedeva nemmeno quello che stava sulla Terra, pretendesse di scorgere ciò che si trovava nelle profondità insondabili del cielo. Di certo il pensatore nato nell’isola ionia di Mileto e vissuto tra il VII e il VI secolo a.C. non stava più cercando una risposta alla domanda che, secondo Aristotele, assillò tutti i pensatori che la tradizione ricorda col nome di presocratici: «Qual è il principio primo, l’origine materiale della realtà?». A quel quesito, infatti, Talete aveva già trovato la risposta, e lo aveva fatto prima di tutti. Prima di Anassimene, che lo individuò nell’aria, prima di Eraclito, che riconobbe la mitica arché nel fuoco, prima di Democrito e di Anassagora, che si spinsero oltre il limite della realtà sensibile per rivolgersi rispettivamente agli inafferrabili atomi e alla ancor più meta-fisica «mente universale» creatrice del Tutto. Era stato Talete, però, il primo a dare la soluzione più semplice e forse più affascinante a quell’interrogativo: per lui l’origine di tutte le cose non era altro che l’acqua, «l’elemento più bello»... Oggi che il mondo si trova sull’orlo di un’emergenza idrica che potrebbe fare dell’acqua il petrolio del XXI secolo, e le sonde spaziali vengono inviate sugli altri pianeti allo scopo di scovare tracce di acqua - e dunque di una possibile forma di vita extraterrestre, passata o futura, - l’intuizione di Talete appare più che mai attuale. L’acqua, infatti, è presente in tutte le cose: di acqua è fatto al 75 per cento il nostro corpo, di acqua sono pieni la terra su cui camminiamo, l’aria che respiriamo, gli alberi che crescono nei boschi e la neve che imbianca le montagne, e di acqua hanno bisogno, per perpetuare la propria esistenza, tutte le creature viventi. Inoltre l’acqua è inodore, insapore, incolore: e cosa c’è di meglio di un ente privo di qualità per rappresentare ciò che, in quanto principio primo, sta al di qua di ogni specificazione sensibile? Il ragionamento di Talete, insomma, dovette essere molto simile a quello che gli attribuisce Aristotele: l’opinione che l’acqua fosse la sostanza e l’essenza di ogni cosa «gli fu suggerita dall’osservazione che è umido ciò di cui ogni cosa si alimenta e che anche il caldo nasce dall’umidità e sopravvive per mezzo di essa (...), ma anche in base al fatto che hanno natura umida i semi di tutte le cose, e l’acqua è appunto il principio naturale delle cose umide». Sebbene la filosofia di Talete possa essere considerata il primo passo verso quell’astrazione che avrebbe portato Platone a elaborare la sua teoria delle idee, va detto che la separazione tra realtà materiale e intellettuale, tra le idee e le cose, era ancora di là da venire. L’acqua, infatti, costituisce per Talete il fondamento del vero non solo in senso astratto, come sostrato ideale che rimane costante malgrado il continuo mutamento delle sue qualità, ma anche in senso concreto, come ciò su cui poggia il mondo che conosciamo: seguendo una concezione diffusa nel mondo antico, e in particolare in quello orientale con cui la Ionia era in stretto contatto, Talete credeva che la Terra fosse una sfera (sì, proprio una sfera, perché Tolomeo non aveva ancora elaborato la sua concezione di un mondo piatto situato al centro dell’universo), circondata da mari interni e galleggiante su un Oceano infinito. Un filosofo con i piedi per terra - o per meglio dire nell’acqua - era dunque Talete, non un metafisico a caccia di idee soprasensibili, come quel Socrate che Aristofane ritrasse nelle Nuvole sospeso in una cesta a mezz’aria per contemplare più da vicino il cielo. Il suo sguardo, certo, Talete lo rivolgeva volentieri al firmamento, tanto che lo storico Erodoto gli attribuisce la predizione di un’eclissi di sole, quella del 585 d.C., mentre un anelito di carattere religioso sembra nascondersi dietro la frase, a lui attribuita, «tutto è pieno di dei»: un’espressione che però sembra essere solo un’altra maniera per dire che "tutto è pieno di acqua", dal momento che l’acqua, in quanto origine del tutto, deve necessariamente contenere in sé un elemento di divinità. La leggenda racconta che Talete era così astratto e poco portato alle preoccupazioni quotidiane della vita, secondo lo stereotipo del pensatore con la testa fra le nuvole, che da giovane, ogni volta che sua madre insisteva affinché prendesse moglie, lui scuoteva la testa dicendo: «Non è ancora venuto il momento». Finché un giorno, divenuto ormai anziano, le rispose: «Ormai non è più il momento». Un personaggio, insomma, sul genere del professor Tournesol del fumetto Tintin di Hergé, tutto amore per la scienza e niente spirito pratico. Ma la verità sembra essere stata diversa. Di certo le sue affermazioni paradossali contrastavano col buon senso comune, come quando sosteneva che tra la vita e la morte non c’era alcuna differenza, e a chi gli chiedeva come mai, allora, non si fosse ancora risolto al suicidio, rispondeva: «Proprio perché non c’è alcuna differenza». O come quando, a chi gli domandava cosa fosse nato prima, la notte o il giorno, diceva: «La notte, un giorno prima». Eppure a Talete non si addice per nulla quell’abito di pensatore avulso dalla realtà che la tradizione gli ha cucito addosso. A questo filosofo e letterato, astronomo e matematico, nonché imprenditore di successo - quasi un Pico della Mirandola dell’antichità, - gli storici attribuiscono le più svariate scoperte scientifiche: se Platone ricorda quanto fosse abile nell’escogitare i più sorprendenti espedienti tecnici, è ancora Erodoto a raccontare come egli fosse riuscito a deviare l’alveo di un fiume; e sembra che durante un viaggio in Egitto riuscisse persino a calcolare l’altezza delle piramidi basandosi sulla loro ombra. A ciò si aggiungano, per completare il profilo di questo straordinario iniziatore del pensiero antico, un teorema geometrico che porta il suo nome - «Un fascio di rette parallele determina su due trasversali due classi di segmenti direttamente proporzionali (e viceversa)» - e un episodio citato da Aristotele nella Politica: narra lo Stagirita che Talete, grazie alle sue conoscenze astronomiche e meteorologiche, previde un abbondante raccolto di olive e si affrettò ad approfittare della circostanza, acquistando tutti i frantoi che riuscì a comprare. Il raccolto quell’anno si rivelò effettivamente eccezionale, e Talete ne ricavò ingenti guadagni. E poi dicono che il pensiero non è remunerativo. (continua)
freudiani
L'Arena di Verona 13.7.04
A Lavarone si è svolto l’annuale convegno, dedicato a Sigmund Freud, sulle frontiere della psicoanalisi
Il paesaggio e la personalità
Una stretta relazione accertata tra i due elementi
Fra i paesaggi in cui viviamo e la nostra psiche c'è una relazione stretta: la nostra personalità si forma infatti nei paesaggi naturali e urbani, e d'altra parte la psiche usa la dimensione dello spazio per rappresentare l'incontro-scontro con la realtà, a cominciare dal sogno. Ad affermarlo è Paolo Aite, psichiatra e analista junghiano, che ha aperto, sabato, a Lavarone, il convegno annuale di psicoanalisi organizzato dal Centro Studi Gradiva, che quest'anno era dedicato al tema Paesaggi. Della realtà, dell'immaginazione. Da anni, Aite induce i pazienti ad esprimere le proprie emozioni mediante un gioco che consiste nel manipolare la sabbia contenuta in una vaschetta: in quella presa di contatto con la materia, è possibile rappresentare ciò che sfugge, ma è pur sempre presente in profondità. I "paesaggi" così affiorati diventano parola che dice. Il paesaggio è anche una disciplina dell'architettura. Paola Coppola Pignatelli, docente di architettura a Roma, si è soffermata sul paesaggio urbano, spesso portatore di malessere. Ha portato l'esempio di alcune costruzioni contemporanee, come il nuovo auditorium di Los Angeles progettate da Gehry, vera e propria "musica solidificata", un'opera dirompente e coraggiosa che è diventata un'attrazione. L'architettura anticipa i tempi: vi leggiamo chi siamo e dove vogliamo andare. Non c'è più spazio per le utopie: l'architetto lavora nella corrente che porta al futuro, e il computer consente morfologie che in passato non erano immaginabili. Talvolta i paesaggi sono non-luoghi, dove la gente non prova senso di appartenenza, perché la crescita è disordinata e il caos urbano fa paura per la sua alterità, come la pazzia.
Lungo queste frontiere di ricerca multidisciplinare si muove il "Premio Gradiva", che quest'anno è stato assegnato, ex-aequo al libro Ululare con i lupi (Bollati Boringhieri editore) di Eugenio Gaburri e Laura Ambrosiano, e al libro Il counselling psicodinamico (Borla) di Andrea Giannakoulas e Santa Fizzarotti Selvaggi. Menzione speciale per Le psicastrocche di Geni Valle (edizioni Magi), che ha saputo trasporre in rima la parte giocosa della psicoanalisi.
Il paesaggio è una parte di noi che ci portiamo dentro e che rappresentiamo, consciamente o inconsciamente, anche nei nostri sogni per comunicare qualcosa agli altri. Caterina Virdis Limentani, docente di storia dell'arte a Padova, ha preso spunto dalla recente mostra sulla montagna organizzata dal Mart di Rovereto per parlare "di vette e di abissi del paesaggio montano che evocano incanti e turbamenti dell'anima". Attraverso dipinti poco noti, la relatrice ha mostrato come i pittori rappresentino, attraverso simbolismi, i loro pensieri e sentimenti. Dalla paura all'esaltazione, la montagna significa sempre elevazione morale. Diverso è il discorso per la realtà ricreata in televisione o al computer, dove il paesaggio viene falsato, spesso confondendo i confini fra reale e virtuale. Secondo lo psicoanalista Antonio Di Benedetto "la nostra mente si arricchisce se l'area dei sogni , la fantasia va a fertilizzare l'area del pensiero", invece "se quest'area viene invasa dalle immagini che ci piombano addosso, dalle fantasie costruite da qualcun altro, questa nostra area elaborativa di fantasia diventa come colonizzata".
Molto interesse ha suscitato Darko Pandakovic del Politecnico di Milano con la sua denuncia del trauma profondo subito dal paesaggio italiano. Quel paesaggio, che per secoli è stato molteplicità, ricchezza, patrimonio culturale e storico, negli ultimi cinquant'anni poco a poco è scomparso. Il disagio attuale, diffusissimo, si radica proprio in quella perdita, nell'afasia del paesaggio attuale, del quale non comprendiamo i significati. E' necessario ricostruire i luoghi, le certezze, a cominciare dalla campagna, il cui linguaggio è più ricco di quello metropolitano. .
© Copyright 2003, Athesis Editrice S.p.A. - Tutti i diritti riservati - [Credits]
A Lavarone si è svolto l’annuale convegno, dedicato a Sigmund Freud, sulle frontiere della psicoanalisi
Il paesaggio e la personalità
Una stretta relazione accertata tra i due elementi
Fra i paesaggi in cui viviamo e la nostra psiche c'è una relazione stretta: la nostra personalità si forma infatti nei paesaggi naturali e urbani, e d'altra parte la psiche usa la dimensione dello spazio per rappresentare l'incontro-scontro con la realtà, a cominciare dal sogno. Ad affermarlo è Paolo Aite, psichiatra e analista junghiano, che ha aperto, sabato, a Lavarone, il convegno annuale di psicoanalisi organizzato dal Centro Studi Gradiva, che quest'anno era dedicato al tema Paesaggi. Della realtà, dell'immaginazione. Da anni, Aite induce i pazienti ad esprimere le proprie emozioni mediante un gioco che consiste nel manipolare la sabbia contenuta in una vaschetta: in quella presa di contatto con la materia, è possibile rappresentare ciò che sfugge, ma è pur sempre presente in profondità. I "paesaggi" così affiorati diventano parola che dice. Il paesaggio è anche una disciplina dell'architettura. Paola Coppola Pignatelli, docente di architettura a Roma, si è soffermata sul paesaggio urbano, spesso portatore di malessere. Ha portato l'esempio di alcune costruzioni contemporanee, come il nuovo auditorium di Los Angeles progettate da Gehry, vera e propria "musica solidificata", un'opera dirompente e coraggiosa che è diventata un'attrazione. L'architettura anticipa i tempi: vi leggiamo chi siamo e dove vogliamo andare. Non c'è più spazio per le utopie: l'architetto lavora nella corrente che porta al futuro, e il computer consente morfologie che in passato non erano immaginabili. Talvolta i paesaggi sono non-luoghi, dove la gente non prova senso di appartenenza, perché la crescita è disordinata e il caos urbano fa paura per la sua alterità, come la pazzia.
Lungo queste frontiere di ricerca multidisciplinare si muove il "Premio Gradiva", che quest'anno è stato assegnato, ex-aequo al libro Ululare con i lupi (Bollati Boringhieri editore) di Eugenio Gaburri e Laura Ambrosiano, e al libro Il counselling psicodinamico (Borla) di Andrea Giannakoulas e Santa Fizzarotti Selvaggi. Menzione speciale per Le psicastrocche di Geni Valle (edizioni Magi), che ha saputo trasporre in rima la parte giocosa della psicoanalisi.
Il paesaggio è una parte di noi che ci portiamo dentro e che rappresentiamo, consciamente o inconsciamente, anche nei nostri sogni per comunicare qualcosa agli altri. Caterina Virdis Limentani, docente di storia dell'arte a Padova, ha preso spunto dalla recente mostra sulla montagna organizzata dal Mart di Rovereto per parlare "di vette e di abissi del paesaggio montano che evocano incanti e turbamenti dell'anima". Attraverso dipinti poco noti, la relatrice ha mostrato come i pittori rappresentino, attraverso simbolismi, i loro pensieri e sentimenti. Dalla paura all'esaltazione, la montagna significa sempre elevazione morale. Diverso è il discorso per la realtà ricreata in televisione o al computer, dove il paesaggio viene falsato, spesso confondendo i confini fra reale e virtuale. Secondo lo psicoanalista Antonio Di Benedetto "la nostra mente si arricchisce se l'area dei sogni , la fantasia va a fertilizzare l'area del pensiero", invece "se quest'area viene invasa dalle immagini che ci piombano addosso, dalle fantasie costruite da qualcun altro, questa nostra area elaborativa di fantasia diventa come colonizzata".
Molto interesse ha suscitato Darko Pandakovic del Politecnico di Milano con la sua denuncia del trauma profondo subito dal paesaggio italiano. Quel paesaggio, che per secoli è stato molteplicità, ricchezza, patrimonio culturale e storico, negli ultimi cinquant'anni poco a poco è scomparso. Il disagio attuale, diffusissimo, si radica proprio in quella perdita, nell'afasia del paesaggio attuale, del quale non comprendiamo i significati. E' necessario ricostruire i luoghi, le certezze, a cominciare dalla campagna, il cui linguaggio è più ricco di quello metropolitano. .
© Copyright 2003, Athesis Editrice S.p.A. - Tutti i diritti riservati - [Credits]
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