giovedì 14 ottobre 2004

Adonis, il poeta, sui monoteismi

Liberazione 14.10.04
Intervista al poeta siriano Adonis, che ieri ha inaugurato il RomaPoesia 2004
«Nell'uso politico della religione, l'origine di tanti orrori»
«Naturalmente rispetto la fede del singolo individuo. Ma parlando dal punto di vista storico, il monoteismo ha creato dittature, guerre, razzismo e tutto quello che è contro l'essere umano».

Ha scelto di farsi chiamare Adonis, come un dio ellenico, in realtà il suo nome è Ali Ahmad Sa'id Isbir, per tutti comunque è uno dei più grandi poeti arabi contemporanei, oltre che esponente di spicco della cultura internazionale. Da qualche tempo è in odore di premio Nobel per la letteratura, ma di questo non sembra curarsi troppo, gli basta scrivere, pubblicare le sue raccolte di versi e continuare a dare scandalo con le sue posizioni di grande apertura, persuaso - oggi come negli anni '50 quando fondò la rivista "Shi'r" - della necessità di affermare valori essenziali universalmente condivisi. La sua rivisitazione dei miti, della storia e della cultura araba attraverso un nuovo approccio metodologico lo ha portato a diventare un punto di riferimento per le generazioni più giovani ma anche un autore inviso ai fondamentalisti.
Nato nel 1930 nel villaggio di Qassabin in Siria, Adonis ha studiato e si è laureato all'università di Damasco, ha lavorato a Beirut e da qualche tempo vive a Parigi. Di ritorno dalla Buchmesse di Francoforte, da tre giorni si trova in Italia, dove ha partecipato al festival "Mediterranea", organizzato dalla Provincia di Roma insieme al suo amico di sempre, il grande poeta israeliano Natan Zach, con cui ieri sera ha aperto anche l'ottava edizione del "RomaPoesia - Festival della parola", organizzato anche quest'anno dall'assessorato alla Cultura del comune di Roma all'Auditorium Parco della Musica.
«Innanzi tutto voglio dire che alla manifestazione di Francoforte sono stato invitato dalla Lega araba, ma lì rappresentavo solo me stesso, non il mio paese», così esordisce il poeta Adonis, mettendo subito in chiaro le cose.
Che cosa può dirci della Buchmesse tedesca. Secondo lei, sono importanti questi incontri fra poeti e letterati di tutto il mondo?
Non è semplicemente importante, ma direi che è sempre più necessario incontrarsi. Non solo fra noi arabi, ma anche con gli scrittori degli altri paesi rappresentati a Francoforte.
Lei è famoso anche per essere un poeta laico all'interno della cultura araba: che giudizio dà oggi della rinascita dei fondamentalismi, sia che si tratti di fondamentalismo cristiano, islamico o ebraico?
L'ho già detto più volte e lo ripeto: per me il fondamentalismo è un segno della decadenza della religione stessa. Si parla moltissimo del ritorno delle religioni e si discute spesso di questo fenomeno. Secondo me, però, non si tratta di un fenomeno di ritorno ma è il segno della fine delle religioni. Inoltre si deve considerare che questo fenomeno non è assolutamente un ritorno di tipo spirituale, ma semmai di tipo politico che utilizza la religione come strumento per difendere interessi economici e politici. Dunque è decisamente un segno nefasto sia per la religione che per lo spirito religioso.
Qual è il suo rapporto con la religione o con il suo credo?
Fino ad ora abbiamo parlato di religione e non di fede. Io ho un grandissimo rispetto per la fede, qualsiasi essa sia, anche la fede di quelle persone che credono, per esempio, in una pietra. La religione invece, come fenomeno istituzionalizzato o politicizzato, diventa una forza nefasta per l'essere umano stesso. Per questo quando parlo di religione voglio precisare la distinzione tra religione di tipo istituzionale e fede del singolo individuo che rispetto profondamente.
Recentemente lei si è espresso in termini molto critici sul monoteismo affermando che sarebbe necessario cambiarlo. Cosa voleva dire?
Il monoteismo è la negazione dell'altro e di tutti di coloro che non credono a quello in cui il monoteista crede. Abbiamo tre monoteismi e tre concezioni di dio, quindi anche dio è plurale, secondo questa visione. Parlando poi da un punto di vista storico, il monoteismo ha creato dittature, guerre, razzismo e tutto quello che praticamente è contro l'essere umano.
Dopo l'11 settembre si parla sempre di più di scontro di civiltà fra Oriente e Occidente. Lei che cosa ne pensa?
E' la prova che questo scontro è profondamente religioso, come dicevo prima. La poesia, la pittura, la scultura, la musica, l'amore non parlano mai di scontro di civiltà. Tutto quello che è essenziale non fa parte di questo scontro anzi tutti i popoli sono uniti dalla poesia, all'arte, dalla musica e dall'amore: un'altra prova che il monoteismo è legato agli interessi militari, economici e politici.
La poesia dunque può contribuire a costruire una società basata sull'unione e la comunicazione fra i popoli?
Certo, ma non la poesia come poema in sè ma come visione del mondo, come creazione di un nuovo modo di relazionarsi fra gli uomini, ma anche fra gli uomini e l'universo e fra la lingua e le cose. Essere creativo in senso poetico può dare una nuova immagine alla nostra vita di relazione umana.
In questi anni il terzo mondo, privato di ogni mezzo di sussistenza, preme alle porte dell'Europa. Come pensa si possa risolvere questo grave problema.
Se rimaniamo sul piano della creatività non esiste un terzo mondo. Il terzo mondo supera nella creatività anche i paesi più sviluppati. Prendiamo l'America latina, è chiaro che supera di gran lunga il Nord America su questo piano. Sono dunque le forze politiche e militari di questa parte del mondo, che noi chiamiamo Occidente, che creano i problemi di miseria, povertà e ingiustizia.
Dunque il futuro è nell'integrazione della parte povera del mondo con il cosiddetto Occidente?
Credo che il nostro futuro sarà meticcio. L'unica soluzione è un "meticciato" umano e culturale.

filosofia a Milano...

Corriere della Sera 14.10.04
RASSEGNE / Da lunedì tornano gli incontri del Parenti e si allargano al Dal Verme e a Sant’Ambrogio
Va’ pensiero, è di moda la filosofia
Si comincia con Platone: sul palco Cacciari e Radice, Reale e Krämer

Se la poesia fa il pienone (con Dante, Petrarca e adesso Omero), la filosofia non sarà da meno. La Milano intellettuale si prepara a una stagione di grandi numeri con il ritorno degli incontri a cura di Pier Lombardo Culture, organizzati dal Teatro Franco Parenti che in questa edizione si allargano a nuovi e più capienti spazi come il Teatro Dal Verme e la Basilica di Sant’Ambrogio. Come nota Massimo Cacciari, tra i curatori degli incontri assieme a Salvatore Natoli, «la filosofia nasce sempre nei momenti di crisi», ma è anche vero che nessun serio tentativo di pensare il futuro può prescindere da un rapporto vivo con il passato: «l’eredità non è mai un dato, ma sempre un compito», insegnava Derrida. Il ripensamento dei classici è allora uno dei cardini attorno a cui ruotano gli appuntamenti di quest’anno, a cominciare da quello in programma lunedì prossimo al Dal Verme, «Platone e l’Europa» (via San Giovanni sul Muro, ore 18, ingresso libero) . Sul palco, sette tra i massimi conoscitori europei del filosofo: Cacciari, Hans Krämer e Thomas Szlezák dell’Università di Tubinga, Maurizio Migliori, Roberto Radice, Giovanni Reale e Mario Vegetti, quest’ultimo docente di Storia della filosofia antica all’Università degli Studi di Pavia.
«Esistono delle domande alle quali le persone pensano di poter trovare delle risposte nella filosofia, e questo è forse il principale motivo di questo "assalto" alle conferenze e agli incontri, quando magari nelle aule universitarie le lezioni sono seguite da quattro gatti», dice Vegetti. «Spesso però la filosofia non può rispondere a domande tipo "Come si fa a essere felici?", anche se è in grado di fornire delle intuizioni atemporali che sono in grado di raggiungere l’uomo contemporaneo. Prendiamo Platone: la sua idea che dall’uomo dipenda la determinazione del proprio destino è immutata e affascinante: vuol dire che si può ricostruire il mondo e rifare la società». E il legame tra Platone e l’Europa? «Naturalmente Platone non poteva conoscere l’Europa, ma il suo lascito culturale è fondamentale per l’identità europea. Per esempio Platone è convinto che il requisito principale dei governanti è non avere alcuna proprietà privata perché, come spiega nella "Repubblica", altrimenti il governante sarebbe portato a fare i suoi interessi».
Ancora Platone sarà al centro di un incontro su «Fedone o della immortalità» (il 14 marzo), nell’ambito della mini-rassegna «Snodi» con tre messinscena di Carlo Rivolta. Tra gli altri appuntamenti, «Ambrogio o della tolleranza» (il 28 febbraio in Sant’Ambrogio, costruito intorno alle lettere di Simmaco al Vescovo di Milano) e «Momo o della dissacrazione» (il 18 aprile), opera di Leon Battista Alberti sul rapporto tra dei e politica.
E se Giordano Bruno sarà il soggetto della dissertazione in programma il 26 ottobre al Dal Verme, i contemporanei Vittorio Sgarbi e Tahar Ben Jalloun si confronteranno mercoledì prossimo sul tema «Si può tradire per amicizia?».

imputabilità e inimputabilità

denaro.it 29.9.04
Nuova disciplina dell’imputabilità
Nell’ambito del progetto di riforma del Codice Penale ad opera della Commissione ministeriale presieduta dal professor Carlo Federico Grosso, notevole rilievo assume la disciplina dell’imputabilità con i suoi molteplici aspetti innovativi.
di Luciano Martino

Apprezzabile è la scelta favorevole al mantenimento della distinzione tra soggetti imputabili e inimputabili, come quella, compiuta sul piano della tecnica legislativa, di rinunciare a definire in positivo il concetto di imputabilità, limitandosi a disciplinarne le condizioni che la escludono o la diminuiscono. La scelta nasce dalla constatazione del carattere meramente pleonastico della formula adoperata dal legislatore del ’30 nell’art. 85 c.p., oltre che dall’incertezza che fin dalle origini rende incerti i suoi confini . La menzione separata delle due capacità (di intendere e di volere) suscita riserva, tenuto conto che, alla luce delle moderne conoscenze psicologiche, intelligenza e volontà appaiono come funzioni influenzantesi vicendevolmente. Parallelamente, si è avviato un processo di ampliamento dell’imputabilità anche alla sfera affettiva, poiché la tradizionale separazione della personalità psichica in tre elementi distinti — sentimento, intelligenza e volontà —ha segnato il passo di fronte all’affermazione del principio di indivisibilità della psiche umana. La disciplina in esame, quindi, ha dato rilievo alle critiche, da tempo manifestate, sull’opportunità del mantenimento di una formula così generica per indicare l’imputabilità che, come tutti i concetti “disposizionali”, è più facilmente individuabile in negativo. Sono rimaste, invece, deluse le speranze di quanto avevano suggerito che, in sede di riforma, si desse all’imputabilità una collocazione all’interno del reato, e segnatamente nel titolo II relativo alla colpevolezza, superando in questo modo la sistematica del codice attuale. Il progetto ministeriale ne colloca, al contrario, la disciplina nel titolo IV dedicato alla pena. Apprezzabile appare, sul duplice piano della scelta di principio e della tecnica normativa, l’opzione a favore di un “modello aperto” di individuazione delle ipotesi di non imputabilità d’impiego di una clausola definitoria aperta per il dichiarato fine di realizzare un flessibile adeguamento al mutare (al progresso) delle conoscenze scientifiche e in genere delle concezioni pertinenti, cosicchè si aprirebbe la strada alla rilevanza dei diversi paradigmi della malattia mentale prospettati dalla scienza psichiatrica. L’attuale disciplina, nelle intenzioni dei compilatori del codice penale del ’30 , avrebbe dovuto circoscrivere l’ambito di applicabilità della norma ai soli casi in cui il vizio di mente afferisse ad una forma patologica, riconducibile, in base alla sintomatologia presentata, a ben precise tavole nosografiche. Senonchè, la scelta operata a quel tempo, incentrata su un modello c.d. medico o biologico della malattia mentale, ha via via perduto il monopolio nell’ambito della psichiatria per lasciare spazio ad un paradigma di tipo psicologico prima e di tipo sociologico successivamente. In questo senso la Commissione propone di allargare i presupposti dell’incapacità di intendere e di volere, affiancando al tradizionale riferimento all’infermità di mente la espressa menzione di “altro grave disturbo della personalità” Questa scelta estensiva, oltre ad essere in linea con l’orientamento dei codici più recenti, ben riflette la consapevolezza proprio di quel pluralismo motodologico che oggi connota il sapere psichiatrico, una volta entrato in crisi il paradigma medico-nosografico quale unico o prevalente criterio selettivo di disturbi psichici atti a incidere sulla capacità di colpevolezza e di pena. Una ricodificazione che vada al passo con i tempi non potrebbe pretendere di imporre concezioni o modelli che risultano obsoleti alla stregua dell’evoluzione del sapere scientifico. Peraltro, la nuova opzione codificatoria, se ambisce a guidare la prassi applicativa futura, deve riuscire a contemperare apertura all’evoluzione scientifica e capacità orientativa dei giudici. Ed occorre, altresì, che il modello di disciplina proposto, rifletta soluzioni capaci di riscuotere il consenso della grande maggioranza degli psichiatri e degli psicologi. In tal senso, si riscontrano dubbi e incertezze da parte della scienza psichiatrica sull’utilizzo dell’espressione “disturbo della personalità”, sottolineando che si tratta di un termine riduttivo e ampliativo al tempo stesso, essendo limitato da un lato alle sole psicopatie, per cui resterebbero fuori le nevrosi, e valendo dall’altro e ricomprendere una serie di anomalie psichiche non altrimenti classificabili. Meglio sarebbe stato, secondo tali autori, l’utilizzo dell’espressione “altro grave disturbo mentale” o “ altro grave disturbo psichico”. Piuttosto, a nostro avviso, il punto è un altro: la inidoneità del requisito della gravità ad arginare un’interpretazione troppo lata dell’anomalìa psichica, in quanto qualsiasi formula terminologica, sia essa la “gravità” o il “valore di malattia”, si presta in concreto a facili manipolazioni. Diversamente dalla disciplina vigente, quella suggerita dal Progetto Grosso collega la non imputabilità alla impossibilità di “comprendere il significato del fatto o di agire in conformità in tale valutazione”. L’imputabilità sarebbe, quindi, definita in negativo e in chiave strettamente intellettualistica. Si tratta di una formula utilizzata da codice penale tedesco del 1975, e che è stata poi ripresa sia dal codice spagnolo che da quello portoghese. Nei §§ 20 e 21 del ST GB tedesco, in particolare, si parla di incapacità di comprendere “das Unrecht” del fatto e di agire in conformità a tale rappresentazione, sicchè il soggetto imputabile deve avere la consapevolezza del contenuto illecito del fatto commesso. Con ciò, naturalmente non deve intendersi la coscienza dell’antigiuridicità del fatto, valutata alla stregua della norma incriminatrice, la cui ignoranza, come è noto, è irrilevante ai sensi dell’art. 5 c.p., bensì il suo significato offensivo, nella dimensione fattuale concreta, pregiuridica. Il criterio di giudizio sull’imputabilità recepito dal legislatore della riforma è, dunque, di tipo misto o biologico — psicologico, non rinunciando, da un lato, alla diagnosi della malattia mentale e richiedendo, dall’altro, la valutazione del grado di incidenza del disturbo sulla comprensione del significato del fatto, contrariamente al sistema biologico puro, che lega la non imputabilità automaticamente alla diagnosi della malattia mentale, e al modello normativo puro, che, invece, prescinde dalla diagnosi della malattia mentale, valutando solo l’incidenza del disturbo sulla psiche del soggetto. Per quanto concerne il trattamento sanzionatorio dei non imputabili, la Commissione di studio, nel chiaro intento di applicare — nel caso concreto — la misura più adeguata alle specifiche esigenze di cura e di controllo, ha proposto una serie di misure “non punitive”, individuate ai fini di prevenzione speciale e denominate di “sicurezza e riabilitative”. Nell’art.96, comma 3, del progetto di riforma precisa poi che non si fa luogo all’applicazione e la misura viene revocata quando la sua finalità possa essere efficacemente perseguita con strumenti di carattere non penalistico. A differenza degli istituti orientati alla risocializzazione o alle terapie e simili, dunque, le misure di sicurezza e riabilitative costituirebbero l' estrema ratio, intervenendo solo allorchè si riscontrino “esigenze comprovate e prioritarie di prevenzione dei delitti più gravi”. Il progetto Grosso, in definitiva, mantiene un sistema di misure alternative alle pene vere e proprie, ma supera il sistema del c.d. “doppio binario”. Quanto alla tipologia delle misure di sicurezza, il progetto Grosso all’art. 97, comma 1, relativamente al non imputabile per infermità o altro grave disturbo della personalità: il ricovero in una struttura, con finalità terapeutiche,; l’obbligo di sottoporsi ad un trattamento ambulatoriale presso strutture sanitarie, nonché quello di sottoporsi a visita periodica presso strutture sanitarie e di presentazione periodica ai servizi sociali. Altra importante novità, per taluni versi dirompente, è, come detto, il superamento nel nuovo codice del sistema del doppio binario. Difatti, le nuove disposizioni escludono la possibilità di applicare, in aggiunta alla pena, una misura di sicurezza e prevedono che, quanto agli imputabili sia applicata una pena, ma con finalità rieducative, per i semimputabili una pena diminuita e orientata in senso risocializzante; mentre destinerebbe agli autori di reato prosciolti per non imputabilità, le misure di sicurezza come unica conseguenza sanzionatoria. Così facendo si è cercato di uniformare la disciplina delle misure di sicurezza e riabilitative al principio di proporzionalità. In questo senso ne sono fissati i limiti edittali, anche solo nel minimo, oltre ad alcuni presupposti oggettivi legati alla tipologia del reato commesso.

unioni legali

ricevuto

Da METRO
(quotidiano metropolitana di Roma - http://www.metroitaly.it/flash/quotidiano/roma.pdf) 14.10.04:
"Permettiamo ai gay un'unione legale"
di MARIO FURLAN, Fondatore dei City Angels

I gay sono una lobby: lo sostengono alcuni per spiegare la bocciatura di Rocco Buttiglione a commissario europeo seguita alle sue critiche contro il comportamento omosessuale. I gay sono dei pervertiti, dei viziosi, gente senza morale che si lascia andare ad atti contro natura: lo pensano ancora in parecchi. Come se essere attratti da persone del proprio sesso fosse una scelta, anziché una predisposizione biologica. Questa, infatti, sarebbe la tesi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: gay si nasce. Il loro cervello presenterebbe, infatti, alcune diversità rispetto a quello degli eterosessuali. Si nasce, non si diventa. Posso portare la mia piccola testimonianza: mi è più volte capitato di essere corteggiato da uomini, anche molto attraenti. Ma ho sempre rifiutato. Perché mi piacciono soltanto le donne. L'idea di essere sfiorato da un altro maschio mi provoca repulsione. Non c'è nessun merito, nessuna virtù in questa mia inclinazione: nessun pregiudizio omofobico, sono semplicemente nato eterosessuale, e così morirò. Eppure molti continuano a disprezzare i gay come se l'esserlo fosse una colpa. Noi City Angels abbiamo scortato un ragazzo omosessuale che veniva picchiato da bulletti per il solo fatto di essere "diverso". Caso limite? Forse. Ma quanti gay vengono presi in giro, insultati, derisi o semplicemente fatti oggetto di battute equivoche, strizzatine d'occhio, risatine? Quanti vengono, magari subdolamente, e soprattutto nei piccoli centri, emarginati perché colpevoli di amare seguendo il loro impulso? Il risultato è che il loro tasso di suicidi è nettamente più alto di quello degli altri. E che il razzismo nei loro confronti è ancora tollerato. Non si può, giustissimamente, dare dello sporco negro a un africano o del naso adunco a un ebreo senza venire querelati: è un segno di civiltà. Eppure molti si sentono liberi di dare del frocio, culattone, finocchio o ricchione a un gay senza che nulla accada. In Francia questi insulti sono puniti. Da noi no. In alcuni Paesi gli islamici integralisti, Cuba, la Corea del Nord l'essere gay è reato penale. Si può finire in galera o venire condannati a morte per amore. Insomma, il grado di democrazia di un Paese si misura anche dalla libertà che concede alle minoranze sessuali. Ho molti dubbi sull'opportunità di concedere ai gay il diritto di adottare un bambino: il piccolo ha bisogno di un padre e di una madre. Ma è giusto permettere loro di stipulare un'unione legale che consenta loro di assistersi reciprocamente. Nella malattia, nelle faccende economiche e in tutti quegli aspetti della vita dov'è bello avere la persona amata al tuo fianco. Il problema è facilmente superabile se sei un omosessuale ricco e potente: i soldi e il potere risolvono molte situazioni. Ma se hai la disgrazia di essere povero, debole e di vivere in un ambiente retrogrado, chiuso, ignorante sei condannato all'inferno.»

mercoledì 13 ottobre 2004

mobbing

Yahoo! Notizie 13.10.04
Mobbing, il peggio deve ancora arrivare
Il Pensiero Scientifico Editore
Paola Mariano

Il mobbing striscia sommerso abbracciando un numero sempre crescente di lavoratori, che però continua ad essere la punta di un iceberg visto che gran parte dei casi di violenza psicologica in ufficio non vengono denunciati.
L’allarme arriva dalla due giorni di lavori dal titolo “Progetto antimobbing: monitoraggio, prevenzione, trattamento, risarcimento", tenutasi alla I Clinica Medica del Policlinico Umberto I ed è avvalorata dagli ultimi dati disponibili sul fenomeno: l'8 per cento dei lavoratori attivi in Europa, corrispondente a 12 milioni di casi, e il 18 per cento nella sola categoria delle istituzioni bancarie, è vittima del mobbing. In Italia il dato invece si aggira intorno al 19 per cento relativamente a quest’anno ed è in continua crescita.
Questi ed altri dati allarmanti, in parte frutto di una ricerca pubblicata nel 2000 dalla European foundation for the improvement of living and working conditions, sono stati resi noti da Emilia Costa, ordinaria della cattedra di Psichiatria dell'Università di Roma La Sapienza, organizzatrice del convegno. Ad essi si aggiungono i non meno inquietanti dati dell'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza nel lavoro (ISPESL): in Italia negli ultimi dieci anni i casi denunciati di mobbing sono stati 1500, però si stima che siano molti di più, avverte Costa, “perché raramente il fenomeno viene denunciato”. Sul fronte legislativo è attualmente in fase di discussione la legge-quadro sul mobbing, ha spiegato il professor Edoardo Monaco della cattedra di Medicina dell’ateneo romano, rivelando di essere stato convocato insieme ad altri studiosi del fenomeno a luglio scorso dalla Commissione Lavoro del Senato. L’intento attuale, ha precisato Monaco, è di riunire sotto la legge gli aspetti civile e penale delle precedenti leggi in materia di mobbing.
Il Tribunale di Roma, sezione Lavoro, nel 2004 ha emesso tre sentenze in materia di mobbing, due delle quali a favore del lavoratore e una a sfavore, ha detto l'avvocato Massimiliano Costa, a sua volta tra gli organizzatori del convegno. “Il progetto di legge”, ha aggiunto il legale, “prevede articoli che riguardano il risarcimento civile del lavoratore che denuncia di essere stato vittima del mobbing, ma tutto dal punto di vista della legislazione è ancora da decidere”.
Gli esperti riconoscono diverse tipologie di mobbing: mobbing strategico, quando il dipendente è oggetto ripetuto di soprusi da parte dei superiori in modo deliberato; mobbing emozionale o relazionale, che si riconosce nelle alterate relazioni interpersonali; mobbing non intenzionale, quando non è evidente la volontà di isolare o estromettere un lavoratore. L’azione discriminatoria può essere messa in atto non solo da un superiore (mobbing verticale), ma anche da un gruppo di colleghi (mobbing orizzontale o trasversale), mentre i medici del lavoro definiscono mobbing dal basso quando viene messa in discussione l’autorità di un superiore.

donne di Turchia

Corriere della Sera 13.10.04
L’ATTIVISTA
Le donne e i diritti
DAL NOSTRO INVIATO
Antonio Ferrari

ISTANBUL - Per molte donne turche, la scoperta di avere tanti diritti, oggi garantiti dalle leggi di uno Stato che deve rinnovarsi, è spesso esaltante, talvolta sconvolgente, talora pericolosa. Ma l'Unione Europea, che ha accettato di fidanzarsi con gli eredi della Sublime Porta, ha dato il via libera anche a domande che prima erano vietate o marcivano imputridite dal silenzio e dalla paura, soprattutto nelle immense campagne della Turchia asiatica. A troppi pare ancora sacrilego irrompere fra le regole e i tabù di un villaggio dell'Anatolia, di una casa popolare della sterminata periferia di Istanbul, o magari di un innocuo paesino che s'affaccia sul Mar Nero. Ancor più rivoluzionario è allestire corsi interattivi di educazione alla conoscenza dei propri diritti, e coinvolgere candidate disposte a rischiare angherie familiari (se non peggio), e alla fine ottenerne la piena collaborazione. Adesso, persino nei libri si racconta l'«impresa» di una giovane sposa, che dopo settimane di discussioni con amiche e volontarie, si è alzata in piedi in pubblico, ha dato un calcio alla vergogna e ha detto coraggiosamente quel che tutte le altre pensavano: «Per anni ci è stato insegnato che sesso e sessualità sono il diavolo che dobbiamo temere. Poi, in una notte, il diavolo è diventato un angelo da amare. Credetemi, è impossibile». Come dire: il piacere fisico è una colpa o un diritto? Quella dichiarazione, dura e rivelatrice, ha violato le resistenze del governo e del Parlamento, audaci quando affrontano sfide politiche ed economiche, ma timorosi se devono piantare la flebo del dubbio nelle millenarie tradizioni musulmane. Eppure, quando la Turchia entrerà in Europa, il merito del cambiamento non sarà dei leader o dei loro partiti ma della società civile, e soprattutto delle donne, che lottano da settant’anni, a viso aperto, per conquistarsi il diritto ad una piena uguaglianza. «Vorrei ricordare - dice Zeynep Oral, 58 anni, nota scrittrice e graffiante giornalista - che fu il grande Kemal Ataturk a lanciare la prima e convinta campagna a sostegno dell'altra metà del cielo. Fu, quella, una "positiva discriminazione". C'erano più donne in Parlamento allora di oggi». Ma se le radici della coscienza femminile collettiva affondano nella storia del secolo scorso, gli obiettivi più importanti del lungo cammino sono stati raggiunti negli ultimi cinque anni. Le battaglie (vinte) per modificare prima il codice civile (1999) poi quello penale (recentemente) non sono figlie della volontà del potere politico, ma delle pressioni instancabili di centinaia di associazioni non governative, che ormai raccolgono milioni di sostenitori. L'avvocato Nazan Moroglu, presidente dell'Unione delle donne di Istanbul, che comprende 38 gruppi e 20.000 iscritti, rifiuta le critiche di chi sostiene che il problema non è fare le leggi ma applicarle, perché «senza leggi non c'è un ombrello giuridico per diffondere e difendere i diritti umani di ciascuno». Nazan, donna rocciosa e sincera, descrive, con spietata lucidità, le conseguenze dell'abisso di ignoranza «che troviamo anche qui, perché la vera Anatolia è proprio a Istanbul, mèta di un'inarrestabile immigrazione interna. Dobbiamo combattere contro il 19 per cento di analfabetismo, e lottare per garantire un'istruzione superiore a quel 50 per cento di donne cui è stata negata. D'accordo, per ragioni economiche una famiglia può mandare a scuola uno o due figli, e ovviamente i maschi sono favoriti. Ma se dalla povertà ci si incammina verso la dignità, il problema si può contenere. Ora, subito, con l'Europa finalmente più vicina». Su il sipario, allora, sulla piaga delle violenze e degli abusi familiari. Per la legge turca, il matrimonio è valido solo se gli sposi sono maggiorenni. «Quindi la moglie-bambina, che viene spinta tra le braccia di un marito coatto prima del tempo, resta senza diritti per sempre, anche dopo aver raggiunto la maggiore età - denuncia Nazan -. Sono proprio le unioni religiose, non riconosciute dallo Stato, ad alimentare spaventosamente la crescita demografica. La moglie-bambina vive nella sottomissione più totale, ignora i propri diritti e pensa che il suo unico dovere sia di partorire tanti figli». In un villaggio del Sud-Est, abitato in prevalenza da turco-curdi, una ragazza è stata perseguitata dal consiglio delle famiglie soltanto perché aveva telefonato a una radio e chiesto al Dj una canzone d'amore (senza dedica). Certi che il destinatario del messaggio musicale fosse un uomo diverso da quello imposto dal padre o dai parenti, i capitribù hanno torturato con le accuse più infamanti la giovinetta, che ha rischiato il peggio. «Sarà un caso estremo, ma il solo sospetto d'aver trasgredito le leggi dell'onore può portare alla morte». Ha pochi dubbi Mujde Bilgutay, 38 anni, divorziata, battagliera paladina dei diritti delle donne: «L'ostacolo del delitto d'onore, qui come in tutto il mondo musulmano, è duro da abbattere, ma non ci arrendiamo. Prima o poi, chi resiste si dovrà piegare, nonostante la complessità del problema. Nelle regioni dove è forte l'etnia curda, se una ragazza rifiuta il marito che le è stato imposto e scappa con un altro, è condannata. Dalla morte non la salva neppure il matrimonio riparatore con l'uomo del suo cuore. Il consiglio delle famiglie, per eseguire il crimine, sceglie un giovane che possa sopportare quattro o cinque anni di carcere. Tanto, in prigione verrà trattato con rispetto e benevolenza e, quando uscirà, al villaggio lo accoglieranno come eroe. Sulla costa del Mar Nero, va un po' meglio: il matrimonio può salvare almeno la vita. Nelle città non è meno grave, è solo più discreto. Ecco perché chiediamo pene più severe per chi compie delitti d'onore». Fino a poco tempo fa chi violentava una vergine era punito più severamente di chi approfittava di una donna che non lo era più. «Oggi - dice Mujde - stiamo conquistando il diritto di non fare distinzioni. Pensi che, su 4.000 donne che hanno frequentato i nostri seminari, il 60 per cento è riuscito a ridurre le violenze domestiche, e il 30 per cento è stato capace di eliminarle». I lusinghieri risultati, a fronte di un'impresa davvero titanica, sono il motore del rinnovato entusiasmo. Armate di determinazione e pazienza, anche contro le diffidenze e le reticenze del governo, le ancelle di questa convinta battaglia si trovano a Bruxelles per chiedere sostegno alle colleghe europee. Certe che, se bastasse il loro impegno, la Turchia sarebbe già pronta a entrare nell'Ue.

(1-continua)

LE CIFRE La Turchia conta 70 milioni di abitanti. Per le donne la speranza di vita è 71 anni, 66 per gli uomini
LE BATTAGLIE Tra il ’99 e il 2004 i movimenti femministi sono riusciti a far modificare in parte i codici civile e penale
L’ADULTERIO L’ultima riforma lo scorso 28 settembre: il Parlamento ha approvato il nuovo codice penale nel quale l’adulterio non è più considerato reato

cattolici U.S.A. con Bush

Corriere della Sera 13.10.04
I vescovi dal pulpito: votare John K. è peccato
E nascono le polizze scontate per i cattolici che si impegnano a non utilizzare le pratiche mediche proibite
DAL NOSTRO INVIATO
Massimo Gaggi

NEW YORK - Non è visibile come il bombardamento di spot elettorali in tv al quale da settimane sono sottoposti gli americani, soprattutto negli Stati in bilico tra democratici e repubblicani, ma lo scontro tra Bush e Kerry per conquistare il voto cattolico - un bacino potenziale di 60 milioni di cittadini, circa un quarto di quelli con diritto al voto - è ormai di un'asprezza senza precedenti.
Il partito del presidente ha addirittura istituito il sito Internet KerryWrongFor Catholics.com per convincere i seguaci della Chiesa di Roma che votare per il senatore del Massachusetts è sbagliato e dannoso. Alcuni vescovi sono andati molto più in là: non si sono limitati a condannare le posizioni del candidato democratico, ma hanno addirittura sostenuto che chi lo vota commette un peccato che va confessato prima di fare la Comunione. I democratici chiedono a Bush di arrestare quella che considerano un'aggressione e chiedono che vengano dichiarati illegali gli sforzi degli attivisti repubblicani per ottenere dalle parrocchie un elenco aggiornato dei loro fedeli, in modo da poterli contattare direttamente.
Nel 1960 John Kennedy, ultimo politico della costa atlantica ad essere eletto presidente degli Stati Uniti, la spuntò per un soffio su Richard Nixon anche grazie al voto dei cattolici che lo sostennero in larga maggioranza (il 78 per cento, secondo le stime più attendibili).
Per Kennedy il problema principale non fu catturare il voto cattolico ma convincere gli altri elettori che la sua politica non sarebbe stata condizionata dal Vaticano. Quarantaquattro anni dopo John Kerry ha tutt'altro problema: evitare che la posizione laica, tollerante, da lui assunta sull'aborto e i matrimoni tra gay («sono un cattolico e da ragazzo ho fatto anche il chierichetto, ma non posso pretendere di imporre agli altri per legge ciò che per me è un atto di fede», ha spiegato durante il dibattito televisivo di venerdì scorso) e la durissima campagna condotta dai repubblicani, facciano trasmigrare la maggioranza dei voti cattolici nel campo di un presidente di religione metodista. Un tema che probabilmente tornerà anche stasera nell'ultimo confronto tra Bush e Kerry, quello dedicato alle questioni interne dell'America.
In realtà molti sondaggisti negano addirittura che si possa parlare dei cattolici come di un gruppo con un contorno elettorale ben definito: storicamente hanno votato soprattutto per i democratici, ma valutando di volta in volte le piattaforme. E a volte hanno scelto i repubblicani: per esempio votarono per Bush-padre nel 1988. La loro articolazione interna rispecchia divisioni che si registrano anche al di fuori delle varie confessioni: i cattolici ispanici sono ad esempio in larga misura democratici, mentre i tradizionalisti si sentono più garantiti da un presidente che, soprattutto sulla bioetica, ha scelto posizioni molto rigide.
In realtà gli strateghi elettorali della Casa Bianca concentrano i loro sforzi su sette-otto milioni di cattolici tradizionalisti che sperano possano essere decisivi sia perché dovrebbero votare in modo abbastanza compatto per il presidente, sia perché sono abbastanza concentrati negli Stati - come l'Ohio e il Missouri - in cui la battaglia è più incerta.
Negli ultimi anni lo sforzo dell'Amministrazione è stato quello di creare un clima favorevole alla diffusione dei valori sostenuti da Bush: non solo il no ad aborto e matrimoni tra persone dello stesso sesso, ma anche i limiti alla ricerca basata sulle cellule staminali, all'inseminazione artificiale, la sterilizzazione, la contraccezione. Un'azione che ha portato perfino alla nascita di assicurazioni sanitarie con una polizza scontata per cattolici di stretta osservanza che si impegnano a non utilizzare le pratiche mediche proibite dalla loro religione. Ma anche un'azione che sta condizionando l'attività di molti laboratori nel campo della genetica.
Bush ha incassato le dure critiche degli scienziati ed anche dei repubblicani che non accettano condizionamenti religiosi alla ricerca medica. Il caso più clamoroso è quello di Nancy Reagan, impegnata da anni a sostenere la ricerca contro la malattia che dieci anni fa colpì l'ex presidente repubblicano, scomparso pochi mesi fa. Ma Bush pensa di aver fatto una buona «semina». Ed ora ha incaricato della raccolta l'esercito dei 52 mila team leader cattolici, volontari reclutati già da molti mesi e sparpagliati in tutto il Paese per convincere gli elettori di questa fede a registrarsi e a votarlo.
Un lavoro che in alcune realtà è stato oggettivamente agevolato da esponenti della Chiesa che hanno assunto posizioni di chiusura totale nei confronti di Kerry: «Se voti per lui cooperi con le forze del male. Non è questo un peccato da confessare?», ha dichiarato al New York Times l'arcivescovo Charles Chaput, la più alta autorità cattolica del Colorado. Affermazioni analoghe sono venute da prelati di altri Stati, dal Missouri all'Ohio al West Virginia.
Altre voci nel mondo cattolico si sono levate per contestare queste posizioni integraliste e per sostenere che se Kerry è criticabile sull'aborto, Bush lo è per la pena di morte e la guerra in Iraq.
Difficile dire chi la spunterà, anche perché la battaglia non si decide nelle grandi città dove forse prevalgono posizioni laiche anche tra i cattolici. I sondaggi di fine settembre vedevano favorito il presidente tra l'elettorato cattolico (il Pew Research Center gli attribuiva un margine di sette punti percentuali, più che raddoppiato rispetto ai dati di agosto), ma i dibattiti televisivi possono aver cambiato la situazione.

le malattie mentali in Cina

clarence.com
Martedì 12 Ottobre 2004, 13:53
Salute: Cina, i disturbi mentali sono la prima 'piaga'
Colpa della modernizzazione


Pechino, 12 ott. (Adnkronos Salute) - I disturbi mentali rappresentano una vera e propria 'piaga' per la Cina, e rappresentano il ''maggiore problema di sanita' pubblica del Paese''. Circa 16 milioni di cinesi, infatti, soffrono di una qualche forma di disagio mentale, dunque circa l'1,34% della popolazione, ha riferito oggi lo stesso ministro della Sanita' di Pechino. ''Tutta colpa della modernizzazione - ha spiegato - che ha 'spazzato via' le tradizioni culturali del Paese e della famiglia''. I piu' vulnerabili sembrano essere gli appartenenti a quattro categorie di persone: giovani, donne, anziani e sopravvissuti a disastri. Per loro in agguato schizofrenia, depressione e Alzheimer, ''i tre grandi disturbi mentali 'made in China'''. ''Il Paese sta attraversando un periodo di profondi cambiamenti - ha spiegato il direttore del Dipartimento per il controllo delle malattie del ministero della Sanita' cinese - e sono aumentati esponenzialmente i conflitti e le pressioni. E la trasformazione della famiglia e della struttura della societa' ha contribuito ad aumentare l'incidenza dei disturbi mentali''. Una previsione suffragata dai dati dell'Organizzazione mondiale della sanita' secondo cui ''nel 2020 un quarto di tutte le patologie registrate nel Paese asiatico saranno di natura mentale''. E sembra che al governo di Pechino oltre ai risvolti sanitari interessino anche le conseguenti ''pesanti ripercussioni economiche che deriveranno da questo aumento incontrollato''. (Sch/Adnkronos Salute)

Repubblica 13.10.04
Tutto, dalla scuola alle cure mediche, è ormai a pagamento. La pressione scatena ondate di suicidi e massacri "stile Columbine"
Cina, la rabbia degli orfani del Welfare
Aumentano povertà e casi di violenza. Allarme dell'Accademia di scienze sociali
Ripudiate tutte le politiche egualitarie di cui il paese era simbolo
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI

PECHINO - Xue Ronghua, 24 anni, si è costituito al commissariato di polizia della sua città, Nanchang, dopo aver pugnalato a morte due coetanei e averne feriti gravemente altri cinque. Gli mancava solo un mese per laurearsi in medicina all´università statale dello Jiangxi. Ma Jiajue, studente al college dello Yunnan, ha ucciso quattro compagni a martellate e ha nascosto i cadaveri nei loro armadi. Lo hanno catturato dopo un mese di fuga nell´isola di Hainan. La Cina è turbata dai suoi «massacri di Columbine»: episodi di violenza in stile americano nelle scuole dove abitualmente regnano l´ordine e la disciplina. Il ministero della Sanità ha promosso un´inchiesta e i suoi risultati indicano che «dal 16 al 25% degli studenti cinesi ha disturbi mentali che variano dalla paranoia alla depressione». La facoltà di medicina dello Jiangxi - quella dove Xue ha fatto la sua strage - dà una cifra un po´ più bassa (10% di studenti affetti da turbe psichiche) ma nel gergo asettico dei ricercatori aggiunge questa notazione: «Gli studenti provenienti da famiglie povere sono mentalmente meno sani». I genitori di Xue hanno un reddito annuo di 2.000 yuan, cioè 200 euro, che sono pochi anche per vivere nel loro villaggio dello Jianxi. Il padre è un´ex guardia forestale, disoccupato, l´unico patrimonio di famiglia è un televisore in bianco e nero. Per mandare il figlio all´università hanno fatto 17.000 yuan di debiti. A scatenare la furia di Xue sembra essere stata l´insistenza con cui i professori gli ricordavano gli arretrati delle tasse universitarie da pagare. In quanto a Ma Jijue, veniva deriso perché la sua magrezza patologica lo rendeva «effeminato». Ma la scelta per lui era fra i libri e i pasti. Nel secco rapporto di polizia si legge che «fra gli studenti ricchi è buona usanza invitarsi a pranzo, i poveri che non possono permetterselo vengono bollati come degli asociali». Oltre alle violenze in stile Columbine, i suicidi tra studenti hanno un aumento esponenziale e il detonatore è quasi sempre lo stesso: i genitori contadini non riescono più a pagare gli studi, devono ritirare il figlio dalla scuola.
E´ la faccia nascosta del miracolo economico cinese. Balzato dal comunismo al capitalismo alla velocità della luce, questo paese ha ripudiato in modo drastico tutte le politiche egualitarie di cui era il simbolo. E´ una Cina senza Welfare, una società più simile al modello americano che al nostro. Qui lo Stato-minimo non garantisce quasi nulla, tutti i servizi si pagano e si pagano cari. Compresi i più essenziali: l´istruzione, la salute, la pensione.
Perfino la scuola elementare e media, teoricamente gratuita per le nove classi dell´obbligo, in realtà costa fino a 800 yuan all´anno solo di libri e «partecipazione alle attività didattiche». E´ un prezzo che nelle campagne provoca milioni di abbandoni ogni anno. All´estremo opposto c´è la nuova middle class che a Pechino manda i figli solo nelle scuole private come lo Huijia College: 40.000 yuan di gettone d´ingresso iniziale, più 20.000 yuan di retta all´anno per avere un´istruzione bilingue, corsi extra di matematica e scienze, una corsia preferenziale verso le università di élite come la Tsinghua o i college americani. In due decenni di rivoluzione di mercato lo Stato si è ritirato dai suoi compiti. Il risultato è un divario ricchi-poveri e città-campagna che ora la stessa Accademia delle Scienze sociali giudica esplosivo, la premessa di un disastro sociale, in un rapporto intitolato «La società opulenta, un nuovo problema per la Cina».
E´ lontano anche il tempo dei famosi «dottori a piedi nudi» nelle campagne cinesi della Rivoluzione culturale: un mito di sanità povera alla portata di ogni villaggio, che dietro la sua facciata idealizzata fece molti danni. Ma quell´utopia tragica è stata sostituita con la privatizzazione di quasi tutto.
«La maggioranza dei contadini non può permettersi più neppure una visita medica» ammette Fu Jing sul quotidiano ufficiale China Daily. Nel 2003 l´epidemia della Sars ha messo a nudo le falle paurose del sistema di prevenzione e di cura, soprattutto nelle zone rurali. La spesa pubblica per fornire l´assistenza sanitaria nelle campagne è irrisoria: un euro a persona all´anno. Il 90% dei contadini devono pagarsi ogni cura di tasca propria.
Quasi a scimmiottare l´infausto esperimento dei «dottori a piedi nudi» degli anni 70, quest´estate il governo ha mandato in giro gli «ospedali sulle ruote», un migliaio di mini-ambulatori su autobus che attraversano le campagne: una goccia nel deserto di assistenza. Nelle grandi città si sta un po´ meglio. Qui a Pechino lo Stato interviene, in cambio di una tassa sanitaria obbligatoria per tutti i residenti, che è di 150 yuan al mese per una impiegata di trent´anni. Ma anche per il ceto urbano la generosità del sistema ha i suoi limiti. Fino a 2.000 yuan all´anno (200 euro) il paziente deve pagare tutto di tasca propria, visite medicinali o ambulatorio. Sopra i 2.000 yuan scatta l´intervento pubblico ma in modo stranamente decrescente: lo Stato rimborsa il 90% delle spese sanitarie fino a 5.000 yuan, l´85% fino a 10.000, l´80% fino a 30.000 yuan e così via. Più ti ammali, meno lo Stato ti assiste. E naturalmente la rete di protezione urbana non vale per il sottoproletariato delle grandi metropoli, gli immigrati che affluiscono dalle campagne senza un regolare permesso di lavoro e di soggiorno, quindi non esistono per lo Stato. Questo esercito di nuovi poveri - ufficialmente il ministro degli Interni Li Xueju riconosce «mezzo milione di vagabondi e medicanti» - se non ha paura della polizia può andare nei ricoveri dei senzatetto. Al Welfare che non c´è si sostituisce la carità: solo a Pechino quest´estate hanno inaugurato quattro rifugi per homeless.
In questa Cina comunista solo per il nome del partito unico, non c´è Stato sociale neanche per la vecchiaia. Gli 800 milioni di contadini - il 63% della popolazione - non hanno diritto a una pensione pubblica. Nelle campagne l´unico sussidio di anzianità sono i figli, ragion per cui si sta rimettendo in discussione il controllo delle nascite basato sulla regola del «figlio unico». Non hanno pensione o assegno di disoccupazione i 28 milioni di senza lavoro ufficiali, né gli altri tre milioni che ogni anno vengono licenziati dalle aziende di Stato in cura dimagrante. In quanto ai giovani trentenni in carriera, quelli che parlano l´inglese e lavorano per le multinazionali a Shanghai e Pechino, hanno capito in che mondo vivono: oggi la Cina è il mercato più in crescita per l´assicurazione vita, i fondi pensione privati e individuali.
Solo ogni tanto la vecchia ideologia rialza la testa, prova a reagire contro gli eccessi e le durezze di questa Cina a due velocità. La settimana scorsa all´università di Yangzhou - la stessa in cui si laureò l´ex leader Jiang Zemin - alcuni studenti si sono ribellati di fronte al nuovo progetto di campus in costruzione. Nei piani dell´università è previsto un apartheid sociale. Da una parte i dormitori-caserma dei poveri, quelli che possono pagare solo 500 yuan all´anno. Dall´altra il pensionato dei giovani ricchi: camere da quattro letti, docce individuali, computer e Internet in ogni stanza. Sul sito dell´università lo studente Li Ren ha denunciato «una macchia sugli ideali di libertà e di eguaglianza nell´istruzione». Il suo docente di filosofia, Han Donghui, parla di una «distanza tra ricchi e poveri che ormai crea un vero estraniamento tra gli studenti». Ma la tensione non si trasforma in barricate, e fuori dal campus la notizia è stata accolta con rassegnazione.
Sul giornale locale il lettore Zhu Shugu ha scritto: «il campus è un microcosmo della nostra società, abituatevi».

martedì 12 ottobre 2004

la religione americana

La Stampa 12.10.04
«Sotto Dio»
meglio giurare in silenzio
LETTERE DAL CAMPUS
Maurizio Viroli

«GIURO di essere fedele alla bandiera degli Stati Uniti d'America, e alla Repubblica che essa rappresenta, una nazione sotto Dio indivisibile, con libertà e giustizia per tutti» («I pledge allegiance to the flag of the United States of America, and to the Republic for which it stands, one nation under God, indivisible, with liberty and justice for all»). Mano sul petto, viso rivolto alla bandiera, in piedi, gli studenti delle scuole americane iniziano così la loro giornata.
Recitare il «pledge of allegiance» non è obbligatorio, ma è l'insegnante a prendere l'iniziativa e a guidare la classe. Non recitarlo comporta per lo studente dover affrontare una pressione psicologica assai forte da parte degli insegnanti, degli altri studenti, e dei genitori.
Il problema sta infatti in quell'«under God». Il padre di una studentessa californiana di terza elementare, Michael Newdow, ha presentato un ricorso contro la formulazione del «pledge of allegiance» perché a suo giudizio l'inciso «under God» viola la separazione fra Stato e Chiesa. Con una maggioranza schiacciante la Corte Suprema ha respinto l'appello e il presidente Bush ha dichiarato a chiare lettere nel secondo dibattito che non nominerà mai alla Corte Suprema un giudice disposto a togliere le parole «under God» dal giuramento di fedeltà.
«Under God» non appare nella formulazione originaria del giuramento, quella del 1892, scritta da un socialista cristiano, Richard Bellamy, autore di romanzi a carattere utopistico, Looking Backward (1888) e Equality (1897). Fu aggiunta nel 1954, in tempo di guerra fredda, sotto la pressione di un gruppi religiosi. Quello che era una pura professione di patriottismo politico divenne così un giuramento patriottico e religioso.
Non è certo il solo esempio di commistione fra religione e politica negli Stati Uniti: «In God we trust» scritto nelle banconote, la mano sulla Bibbia nel giuramento del Presidente, il rituale «God bless America» alla fine di ogni discorso importante e nelle perorazioni che concludono i dibattiti televisivi nella campagna elettorale.
La Repubblica degli Stati Uniti d'America è stata fondata da uomini profondamente religiosi che amavano la libertà e la repubblica e vennero nel Nuovo Mondo per pregare Dio in libertà. Diversamente da quello che è avvenuto in Europa, il clero americano, quale che fosse la sua fede, si è sempre tenuto orgogliosamente lontano dal potere politico, e ha limitato la sua opera all'educazione religiosa e morale. Tutto questo ha reso la religione molto forte nell'animo degli americani e per la grande maggioranza di loro non è un problema il fatto che i ragazzini delle scuole recitino ogni mattina un giuramento solenne che comprende la parola «Dio». Anzi, quando una corte di grado inferiore dichiarò nel 2002 illegale il giuramento di fedeltà, l'opinione pubblica reagì con risentimento e sdegno.
È giusto incoraggiare dei bambini e dei ragazzi a pronunciare un giuramento di fedeltà alla bandiera e alla Repubblica? L'effetto di un rituale di questo tipo è sicuramente di stimolare nei ragazzi sentimenti patriottici. Ma il fatto di recitare un giuramento guidati dall'insegnante può generare un atteggiamento bigotto e conformista, più che veri e propri sentimenti patriottici. Mi ha confessato una studentessa, educata in una famiglia di rigidi principi religiosi e patriottici in un piccolo paese del Midwest, che quando ha dichiarato di non voler recitare il giuramento di fedeltà è nato un caso che ha coinvolto tutta la scuola.
Un atteggiamento intollerante nei confronti di chi, per qualsiasi ragione, non se la sente di pronunciare pubblicamente il giuramento è evidentemente in contrasto con il giuramento stesso che pone l'esigenza della libertà per tutti al primo posto. È difficile, per non dire impossibile, non ferire i sentimenti di chi dissente, fin quando il giuramento di fedeltà avrà la forma attuale.
Un giuramento è un impegno con la propria coscienza e con Dio (per chi ci crede). Potrebbe essere allora più efficace, dal punto di vista educativo, e più rispettoso della libertà individuale, chiedere agli studenti un giuramento silenzioso. In piedi, occhi rivolti alla bandiera (che è giusto sia in classe, meglio se accompagnata dalla Costituzione), ognuno, se vuole, reciti il giuramento in cuor suo. Né la coscienza né Dio hanno bisogno di ascoltare parole, e un impegno preso con la propria coscienza è più forte di qualsiasi recitazione e non costringe nessuno a dire parole in cui non crede.
viroli@princeton.edu

Adonis e Hölderlin

La Stampa 12.10.04
Religiosità, politica e creatività secondo il grande poeta siriano detestato dai fondamentalisti. Domani sarà ospite di «RomaPoesia»
Adonis e la chiave del futuro: «Sarà meticcio o non sarà»
di Mario Baudino

ROMA. SI chiama Ali Ahmad Sai id Esber, ma ben pochi lo conoscono sotto questo nome, tanto che a volte si fa fatica a rintracciarlo negli alberghi. Per tutti è Adonis, e cioè non solo il maggior poeta di lingua araba, ma uno dei grandi della letteratura mondiale. E' nato 74 anni fa in un villaggio siriano, è cresciuto a Damasco, ha lavorato in Libano e da tempo vive a Parigi. Dopo anni d'esilio ora può tornare non solo nel suo Paese ma in tutto il mondo arabo, rispettato come una grande bandiera culturale, anche se è ovviamente inviso ai fondamentalisti. In Italia è pubblicato da Guanda (Memoria del vento, La preghiera e la spada), mentre in questi giorni una sua raccolta di poesie dal lungo titolo (Libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte) esce per Mondadori. Appena arrivato da Francoforte, sarà oggi a Santa Marinella per il festival Mediterranea e domani all’Auditorium di Roma per Romapoesia.
Alla Buchmesse, dove ha tenuto un reading, era uno degli invitati di maggior rilievo nell'edizione in cui il mondo arabo rappresentava l'ospite d'onore. Si è sottratto a ogni polemica, ha accettato l'invito della Lega araba anche se, mi dice, «è un'istituzione piena di errori. E non potrebbe essere diversamente, visto che è lo specchio dei regimi arabi, nei confronti dei quali il mio giudizio è negativo. Ma questa trasferta era importante per la nostra cultura, e qualcuno doveva pur organizzarla. Considerata la situazione, non è stato un cattivo lavoro». Adonis sa dare scandalo politicamente, ma soprattutto lo fa già con lo stesso nome che si è scelto, e che rinvia all'Adone pagano, ai miti del Mediterraneo. «Quando ho scelto di firmarmi così - racconta - non sapevo che sarei poi andato tanto avanti». E tanto avanti significa che il poeta ha ripercorso a ritroso la strada di un lungo passato.
Un solo Dio è troppo, o troppo poco. «Bisogna criticare radicalmente il monoteismo, che ha creato tutte le dittature, di destra e di sinistra. Bisogna riuscire a rimetterlo in questione». Adonis lo fa con i suoi versi luminosi, come questi degli anni Sessanta:
«Il sole dell'amante declina piegato dal sonno
bisogna che l'occulto prenda congedo dal raccolto
che il mio volto si fonda con l'anima del mondo»
e con i suoi saggi, quelli ancora senza titolo che usciranno tra poco per Guanda, quelli di L'Oceano nero che sta per pubblicare in arabo. Non teme lo scandalo? «No, anche perché ho il massimo rispetto della religiosità. Non sono contro la fede degli uomini. La mia critica non è sul piano, appunto, della fede, ma su quello filosofico. Come si può comprendere, in questo secolo, un atteggiamento monoteista?».
Proprio oggi, gli chiedo, una domanda del genere ha senso dentro ciò che si definisce cultura araba? «La cultura araba è espressa dalla lingua, ma all'interno di essa ci sono specificità e differenze importanti. Il nostro avvenire, dico di tutti, è in una sorta di meticciato. L'avvenire sarà meticcio o non sarà. Io non credo all'Est e all'Ovest, credo agli uomini. La cultura, in ogni caso, ha già lasciato indietro la geografia». E la poesia? «A maggior ragione. Anzi direi che oggi poesia non è più tanto lo scrivere nell'accezione tradizionale della parola. E' un modo di poetizzare il mondo. Ci sono romanzi poetici, ci sono filosofi-poeti. La nozione di poesia ha superato le sue dimensioni tradizionali».
E' arrivata l'ora di «vivere poeticamente», secondo il celebre verso di Hölderlin? «Sarebbe straordinario, ma non è facile». Lei ha avuto qualche volta una sensazione del genere? «Sì, nell'amore e nell'amicizia. E in viaggio, quando sono da solo. Il viaggio rappresenta un modo di vivere lo spazio e i luoghi come se si scrivesse una poesia. E' poesia vissuta, come l'amore e l'amicizia, un'appropriazione dello sconosciuto, una scoperta. Oggi persino la nuova astronomia è secondo me una scienza quasi poetica». Sembra suggerire che è più importante una sorta di creatività che non la scrittura. «Una scrittura senza creatività, è vero, non ha importanza. Ma non può essere solo uno strumento. Sono necessarie entrambe». Che cos'è, allora, una poesia? «Un fiume che si scava il proprio letto».

Neuropsicofarmacologi (sic!)
contro la schizofrenia...

Yahoo! Salute 11.10.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Uniti contro la schizofrenia
Il Pensiero Scientifico Editore

Diciotto gruppi europei per la difesa della salute mentale si sono uniti sotto la bandiera di INFORMED (International Network For Mental Health Education). Il loro obiettivo? Migliorare l’accesso alle informazioni sulla schizofrenia con l’iniziativa gratuita “Discover the road ahead”, inaugurata nel corso del 17esimo Meeting Annuale dell’European College of Neuropsychopharmacology (ECNP).
La schizofrenia colpisce un europeo su 100. È un grave disturbo mentale caratterizzato da sintomi che rendono difficile per chi ne è affetto distinguere tra esperienze reali e non e organizzare i propri pensieri. Secondo i dati riportati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa un terzo delle persone che si ammalano di schizofrenia guarisce, tornando a svolgere la vita precedente alla crisi senza ulteriori ricadute: ma nel quadro della strategia terapeutica possono avere un ruolo decisivo l’informazione e la consapevolezza del malato.
L’iniziativa di INFORMED è stata accolta con favore dal Parlamento europeo: Charles Tannock, parlamentare europeo ed ex-psichiatra, ha commentato: “Sono felice di poter sostenere il lancio dell’iniziativa INFORMED. Ho passato tutta la vita a curare pazienti affetti da schizofrenia e qualsiasi misura possa alleviare le loro sofferenze e informare meglio le famiglie è ben accetta”. Rodney Elgie, presidente della Global Alliance of Mental Illness Advocay Networks (GAMIAN), la principale associazione di pazienti, dal canto suo sottolinea: “Siamo consci che sapere è potere e se un malato affetto da schizofrenia non è informato in merito a ciò che lo ha colpito, alla possibilità di usufruire delle più recenti terapie e ai network di sostegno, la sua vita quotidiana e lavorativa ne risulta notevolmente compromessa. Obiettivo di “Discover the Road Ahead” è quello di ottenere un maggiore e più equo accesso a informazioni di facile accesso e aggiornate, in particolare per quanto concerne le ultime terapie, in modo che coloro che sono affetti da schizofrenia e chi si prende cura di loro possano fare scelte consapevoli”.
Una persona su quattro tra quelle che si prendono cura di un malato afferma di non essere in possesso di alcuna informazione utile e che spesso tali informazioni sono negate o poco diffuse: i volantini informativi non forniscono nozioni sufficientemente dettagliate, d’altra parte internet e i testi specialistici non sono di facile consultazione e intimoriscono molti pazienti.
“Discover the road ahead” fornisce utili informazioni per individuare i primi segni di schizofrenia, affrontare la diagnosi indicando terapie e aiuti disponibili. Il vademecum è stato prodotto da specialisti che hanno affrontato la schizofrenia in prima persona. Il progetto è stato testato in Inghilterra con malati di schizofrenia, che lo hanno definito “diverso, necessario, facile, aperto e accurato”.

Giorello e la nascita di Venere

Corriere della Sera 11.10.04
L' INCONTRO «La nascita di Venere» vista da Zecchi e Giorello
È «La nascita di Venere» il tema del secondo appuntamento per la rassegna di filosofia «Le rotte della conoscenza».
Stefano Zecchi e Giulio Giorello dibattono al Teatro Studio sull' origine del mito di Venere.

Filosofi a confronto

Il testo di Giulio Giorello, qui pubblicato, anticipa i temi che verranno affrontati questa sera, alle ore 17, al Teatro Studio di Milano in un incontro-dibattito tra Giulio Giorello appunto e Stefano Zecchi. Il titolo della serata è «Tra mito e simbolo: la nascita di Venere» ( nella foto, l’opera di Botticelli ) e si inserisce all’interno del ciclo «Le rotte della conoscenza», organizzato dal Piccolo Teatro di Milano (diretto da Sergio Escobar) per l’edizione 2004 del Festival del Teatro d’Europa, dedicato quest’anno al Mediterraneo.

La nuova bellezza di Venere? E' nella matematica
Il rapporto fra mito e scienza simboleggiato dall' esempio di Lucrezio, grande poeta e straordinario scienziato
di Giulio Giorello

Una divinità del mito presiede all' umana impresa della scienza. Poiché «senza te nulla sorge alle rive divine della luce», ti desidero come «compagna nello scrivere i versi che mi appresto a comporre sulla natura delle cose». All' inizio del suo De rerum natura Lucrezio invoca Venere, la dea che «pervade il mare popolato di navi e la terra fertile di frutti». Figura della potenza di amore, Venere dispone le poche lettere dell' alfabeto in modo che il poeta possa comprendere la complessa varietà dei fenomeni riconducendoli agli elementi costitutivi, gli atomi, che turbinano nello spazio vuoto, aggregandosi e disaggregandosi. Essa è signora della vita e della morte, e per questo può donare a chi le si rivolge la facoltà di fare emergere la forma dall' informe, l' ordine dal caos, il descrivibile dall' indescrivibile. Lucrezio - che la tradizione vuole che scrivesse negli sprazzi di lucidità concessi da un' intermittente follia dovuta a un filtro d' amore - era al contempo un grande poeta e uno straordinario «scienziato», capace di lavorare pazientemente sulle parole come di analizzare dettagliatamente le osservazioni di cui disponeva. La sua Venere non è una semplice immagine retorica, bensì la personificazione della forza creativa della ricerca. L' avventura di Lucrezio non è diversa dalla nostra, anche se noi abbiamo telescopi orbitanti o acceleratori di particelle per esplorare la natura delle cose. E Venere, che rappresenta «il piacere degli dei o degli uomini», è oggi la bellezza della macchina e della matematica, del congegno più concreto come della forma più astratta. Il sorriso della dea, come nel quadro di Botticelli, continua ad accompagnarci nella nostra esistenza. Sin dai filosofi della natura del Rinascimento che avevano riscoperto il testo di Lucrezio, Venere che nasce dalla spuma del Mediterraneo viene a simbolizzare l' infinito disvelarsi di una verità che a noi può solo darsi in forma finita. È questa la condizione dell' indagatore umano, quella stessa che così drammaticamente Lucrezio rende quando conclude il suo poema con la desolazione della peste di Atene. La finitezza - dolore e fragilità - è l'altro volto di Venere. Ma che ne è allora del piacere, almeno per gli esseri umani? Esso si alimenta della sua stessa finitezza, della capacità se non di possedere la natura, di saggiarla, provando e riprovando, per tentativi ed errori, come se ogni obiettivo costituisca un nuovo inizio - non diversamente da come può fare il lettore se riprende i primi versi di Lucrezio e soggiace di nuovo alla seduzione di Venere. In questa vicissitudine, che non conosce colpa o peccato e che non ha bisogno di salvezza, facciamo esperienza della gioia della scoperta e della libertà dell' invenzione. Senza presunzione o vanità, ma anche senza (più o meno) compiaciuto abbandono al mistero. Come ai tempi di Lucrezio, è bene che ogni tanto qualcuno si dedichi al compito di «vegliare le notti serene» - a cercare qualche nuova stella, a studiare qualche bizzarra specie animale o vegetale, oppure a tentare di risolvere qualche astruso rompicapo matematico. Poiché strana e sorprendente è la natura della creatività umana, scientifica o artistica, che la Venere lucreziana suscita. Come ha scritto un altro poeta (Percy Bysshe Shelley), «la mente nell' atto della creazione è come un tizzone che si sta spegnendo, cui qualche influenza invisibile, come un vento incostante, restituisce una luminosità effimera».

Giovanna Mezzogiorno:
«per me, che sono atea...»

una segnalazione di Sergio Grom

Repubbica 11.10.04
Giovanna Mezzogiorno è protagonista del film tv in onda stasera e domani su RaiUno
"La mia Monaca di Monza travolta da Chiesa e famiglia"
di SILVIA FUMAROLA

ROMA - «Dovrò invecchiarla un po', sembra una bambina che ha indossato una veste non sua». La perplessità del pittore chiamato a ritrarla, prima di entrare in convento, riassume il senso del destino della nobile Virginia Maria de Leyva. Non li sentirà mai suoi quegli abiti da suora, la giovane aristocratica innamorata della vita, che voleva essere moglie e madre, e che il padre, Don Martino, nella Monza del '600, destinò al convento per non disperdere il patrimonio di famiglia. È lei, la Monaca di Monza, la famosa sventurata di cui scrive Manzoni nei "Promessi sposi": e perché «la sventurata rispose» lo spiega il bel film di Alberto Sironi, Virginia, la Monaca di Monza, interpretato da Giovanna Mezzogiorno, in onda oggi e domani su RaiUno.
[...]
«Virginia non è un personaggio antico, né moderno, è senza tempo, perché nessuno di noi è mai veramente libero: siamo condizionati da ciò che gli altri si aspettano o pretendono da noi» spiega Giovanna Mezzogiorno.
[...]
La Mezzogiorno affida a Virginia l´inquietudine, il coraggio, la rabbia di una donna che non si piega; Bertorelli è un cattivo senza appello, diabolico.
[...]
«Sapevo di lei quello che si studia a scuola», ammette la Mezzogiorno, «immaginavo un personaggio inquietante, misterioso. La sceneggiatura, basata sugli atti del processo e sul carteggio tra la suora e il Cardinale, restituisce invece una Virginia molto più umana. Una donna moderna che commette il peccato di voler esser libera, e libera di amare in un'epoca in cui alle donne non era riconosciuto neanche il diritto di vivere. La Chiesa e il padre diventano i suoi carnefici. Per me, che sono atea, è difficile capire perché non si sia ribellata e non abbia scelto di vivere povera, ma libera. La verità è che Virginia voleva la libertà, ma anche il potere».

citato al Giovedì e al Lunedì
Wojtyla: dio e il diavolo collaborano!

Wojtyla e il comunismo "Un male necessario"
Il nuovo libro del Pontefice: "Il nazismo, furore bestiale"
In "Memoria e identità" la filosofia della storia e gli ultimi 2 secoli in Europa
Cita Goethe: il diavolo come "parte di quella forza che vuole... il male e crea... il bene"
MARCO POLITI

ROMA - La «bestialità» del nazismo, vissuta da chi lottava con l´arma della cultura e della fede perché in Polonia gli esseri umani non diventassero «sottouomini» come voleva Hitler. L´enigma del comunismo, cioè di un «male» forse «necessario al mondo e all´uomo», raccontato da chi ha contribuito più di ogni altro ad abbatterlo. Si preannuncia pieno di spunti profondi il nuovo libro di papa Wojtyla. Si chiamerà "Memoria e Identità", centoquaranta pagine. La Rizzoli lo pubblicherà nei primi mesi del 2005.
Sarà «un magnifico affresco sugli eventi della nostra storia» e sulle chiavi per capirli, annuncia da Francoforte il suo portavoce Joaquin Navarro. Toccherà oltre due secoli di storia europea, dall´Illuminismo al postcomunismo, tratterà di democrazia, diritti umani, libertà, cultura, i concetti non identici di nazione, patria e stato, il rapporto tra Chiesa e Stato, il volume che Giovanni Paolo II ha composto con la pazienza del tessitore partendo da una serie di conversazioni avute nel 1993 a Castelgandolfo con due filosofi polacchi: il sacerdote Jozef Tischner, ora scomparso, e Krzysztof Michalski fondatore a Vienna dell´ "Istituto di Scienze sull´uomo".
Attenzione alle data di uscita del volume. Dovrebbe coincidere la primavera prossima con il pellegrinaggio, che il vecchio pontefice sogna di fare a Czestochowa dopo le tappe ai santuari mariani di Pompei e di Lourdes, quasi per consegnare alla Madonna Nera la "summa" dei propri pensieri sul cristianesimo e l´Europa.
«È un libro non diretto solo ai cattolici o ai cristiani, ma che interessa tutti», spiega Navarro a Repubblica, aggiungendo: «Il mistero dell´uomo, le ragioni del Male, sono il leitmotiv sempre presente nel pensiero di Giovanni Paolo II e in tutta l´opera filosofica e letteraria di Karol Wojtyla». Il Papa «si pone la domanda sull´origine del Male nella storia e scopre elementi di bene anche nel male. Non è un libro di condanna».
Dai brani anticipati da Rizzoli emerge l´attenzione differenziata riservata dal pontefice al nazismo e al comunismo. Due fenomeni da indagare diversamente. Scrive Wojtyla che neanche i contemporanei compresero la reale dimensione del male che imperversava in Europa durante il Terzo Reich: «Vivevamo sprofondati in un´eruzione di male». Dopo la guerra Wojtyla si disse che i dodici anni di nazismo erano da vedersi come «il limite imposto dalla Divina Provvidenza ad una simile follia». Anzi, aggiunge, non era stata soltanto una follia, ma una «bestialità, uno scatenarsi di furore bestiale». Se però il comunismo è durato più a lungo e se dopo la guerra presentava prospettive di ulteriore sviluppo - pensava già allora Karol Wojtyla - «deve esserci qualche senso in tutto questo».
Così senza volerlo Giovanni Paolo II si inserisce nel rovente dibattito fra chi omologa - banalizzandone le radici - i due eventi che hanno segnato tragicamente la storia del Novecento e chi non rinuncia ad analizzare i due fenomeni nella loro interezza. Sulla ripulsa di entrambi i sistemi totalitari da parte di Wojtyla non c´è dubbio alcuno, ma al fenomeno comunista egli dedica l´approccio di uno scrutatore pensieroso. Non è un caso se in proposito evoca il pensatore e scrittore tedesco Goethe, che nel suo dramma "Faust" definisce il diavolo come «parte di quella forza che vuole costantemente il male e crea costantemente il bene». Adombrando, insomma, una sorta di eterogenesi dei fini e di complessità delle spinte interne. Anche se nel loro comportamento le dittature nazista e comunista hanno egualmente cercato di «nascondere all´opinione pubblica (il male) che facevano».
Non si capisce la leadership di Wojtyla senza la sua natura mistica e filosofica. Per questo il tema della verità dell´agire umano e politico e della sua connessione con la libertà resta centrale nella sua riflessione. Anche in "Memoria e identità" il Papa torna sulla questione della libertà che ha il compito di realizzare «la verità sul bene» e che al tempo stesso deve essere sempre «libertà per l´amore». Si comprende così la sua avversione per chi propaganda la libertà, ma si inebria di potenza. Però anche il suo malumore per le democrazie senza valori.


Repubblica, stessa pagina
Cacciari: "Interpreta la storia da una prospettiva teologica"
"Ha visto la caduta della grande eresia"
Sul finire della vita ha voluto riconsiderare tutti gli avvenimenti da lui vissuti. Ha visto il crollo delle grandi bestie, ma non delle ideologie e delle idolatrie
di Alessandra Longo

ROMA - Massimo Cacciari, la sorprende che il Papa parli del comunismo come male necessario?
«No, direi che è ovvio e per nulla scandaloso che Egli interpreti la storia da una prospettiva teologica, secondo la linea della Provvidenza eterna. Anche il più indicibile dei mali rientra nel disegno divino. Tutto ciò fa parte della visione profetico-apocalittica ed escatologica di questo Papa. Forse queste parole, non nuove, possono scandalizzare una coscienza laico-illuminista ma sono quelle che pronuncia ogni cristiano autentico. Con la venuta del Cristo, la storia è giudicata. L´avversario - si dice nell´Apocalisse - è lasciato fare, è lasciato manifestarsi... I mali dunque non cessano, sono ancora permessi, ma non hanno più giustificazione».
Il Papa introduce una distinzione fra male necessario, che può creare, in certe concrete situazioni dell´esistenza umana, occasioni per il bene, e male assoluto, il nazismo, «follia e bestialità».
«Il suo è un invito a riflettere sulla profonda differenza attraverso cui si può esprimere il male. Nazismo e comunismo: ovvero da una parte un´ideologia che affonda le radici nel nazionalismo, nel "terra e sangue" pagano, dall´altra l´ideologia universalistica del comunismo che è il vero nemico della Chiesa, la vera sfida che la Provvidenza manda al cristiano, necessaria in quanto avente un significato, un senso. Oportet haereses esse... Ecco l´eresia da combattere e vincere, il pericolo maggiore, l´insidia mortale, una Gerusalemme celeste costruita con la nostra forza! Le parole di Agostino che possono persino applicarsi al Manifesto di Marx... C´è un sottile significato esoterico nelle parole del Papa che spero non sfugga. Il nazismo era la Resurrezione di Satana, già vista e già vinta, mentre il comunismo è stato l´eresia necessaria, l´avversario interno da sfidare, la Chiesa in casa».
La Divina Provvidenza, dice il Papa, ha deciso "solo" dodici anni di follia nazista mentre il comunismo è durato più a lungo. Come giudica questa distinzione temporale?
«A dir la verità, questa periodizzazione - nazismo breve, comunismo lungo - mi sembra un po´ una caduta in un discorso alto. Dietro tuttavia si cela la questione della differenza abissale tra le due ideologie. Un passaggio importante agli occhi dei teologi e anche per i non credenti».
La destra attuale si attesta su una posizione ben diversa, sulla parificazione dei totalitarismi, l´uno eguale all´altro.
«E´ quel fare di ogni erba un fascio che trovo insopportabile, di un´assoluta stupidità dal punto di vista scientifico-storico e filosofico».
Tornando un passo indietro, davvero si può introdurre la categoria dei mali necessari contro quella dei non necessari?
«Come filosofo potrei dire che ciò appare insensato. Siamo abituati a capire le cause, a ragionare sulle condizioni che determinano gli avvenimenti, la storia. Ma l´approccio teologico va compreso anche dallo storico più laico. Il discorso del Papa mi pare, lo dico tra virgolette, "divertente", stimolante, ci invita tutti a meditare sull´abissale differenza tra paganesimo ed eresia».
Fausto Bertinotti registra e corregge: «Il comunismo - dice - non è stato un male necessario ma un bene da costruire».
«Bertinotti, certamente in buona fede, dice cose di disarmante ingenuità. E´ rimasto ancora alla teoria delle radici dell´albero buone che producono frutti marci. Una teoria che non sta tanto in piedi. Già nel ´68 i più consapevoli di noi l´avevano capito».
Questo libro, queste riflessioni su «Memoria e identità» arrivano adesso. C´è, secondo lei, una qualche ragione che ha spinto il Papa a scrivere ora ?
«Penso che sul finire della vita abbia voluto riconsiderare, a questa altezza, tutti gli avvenimenti da lui vissuti. Ha assistito alla caduta delle grandi bestie, del nazismo e del comunismo, ma non alla caduta delle ideologie e delle idolatrie. E´ l´elemento tragico della sua esperienza, il dramma segreto di questo Papa».

lunedì 11 ottobre 2004

Cina

Corriere della Sera 11.10.04
LE AUTORITA’
I ribelli gentili che non conoscono Mao
Internet, rock e sogni: i teenager di Pechino sono lontani anni luce dal comunismo dei loro padri
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
Fabio Cavalera

PECHINO - Ci sono tanti possibili modi di interpretare il successo economico della Cina, le contraddizioni del suo sistema e le trasformazioni negli stili di vita legate al ritmo forsennato dello sviluppo. Ma uno dei più efficaci e dei meno battuti dagli osservatori internazionali - impegnati a considerare i numeri relativi alle performance industriali - è quello che guarda ai giovani.
Sono loro, questo immenso esercito di ragazzi, di adolescenti, di universitari, persino di precoci lavoratori della terra che si spostano nelle metropoli alla ricerca di integrazioni salariali dopo la stagione dei raccolti (dal 1997 sono stati circa cento milioni i migranti interni), sono loro che ormai costituiscono uno degli ingranaggi più importanti nel motore della innovazione.
È una massa che preme sui vecchi equilibri della società, che sa essere creativa e alla quale non piace l'omologazione generata dal maoismo. Una massa che è nata quando il Grande Timoniere era già morto (1976) e che ha accompagnato negli ultimi venti anni le tappe della politica di apertura graduale del regime alla economia capitalista. Una massa che non ha conosciuto le durezze, le violenze fisiche e ideologiche della rivoluzione culturale. Una massa che crede nella modernizzazione, nella ricchezza, nel successo e non è comunista. Che ama il cinema e la musica. Dentro questa massa si sta formando la classe dirigente del domani, quella che sostituirà Hu Jintao, il leader che sta governando la svolta. Se Hu Jintao è la quarta generazione della Cina formatasi nel 1949, una quarta generazione ancora divisa nel partito fra conservatori e riformatori, quella dei ragazzi cresciuti dal 1976 in poi è la quinta generazione che sta diventando adulta con miti, obiettivi, speranze, delusioni tutte diverse dal passato.
Pechino non é l'immagine della Cina. Troppe sono le differenze sociali e di educazione da una città all'altra, da una provincia all'altra. Ma nella settimana appena conclusa della festa nazionale per il cinquantacinquesimo anniversario della Repubblica Popolare (sei giorni di fermo totale del Paese inventati per incentivare le spese e lo shopping), la capitale è stata presa dall'assalto frenetico di intere famiglie da ogni provincia o distretto e si è come trasformata in uno specchio nel quale sono sfilate le facce, le problematiche, le idee che oggi scuotono l'anima dei giovani cinesi. Di chi cerca il successo, di chi lo ha trovato e di chi ha perso la bussola o teme di perderla. Il volto di una Cina che ha scoperto il consumismo dei McDonald's e dei grandi centri commerciali, oppure che si rifugia nella tranquillità di una comodissima libreria all'Oriental Plaza dove sfogli riviste e pubblicazioni bevendo un caffè o un tè, oppure che si culla nel divertimento dei locali alla moda (che aprono al ritmo di uno alla settimana). Una Cina giovane che sta pure sperimentando la malattia trasmessa dall'ansia di rispondere alla sfida della competizione e alle attese di chi (i genitori, i parenti, le autorità) ti chiede di sfondare e scommette su di te per cercare una rivincita sociale o affermare un nuovo ruolo. E' l'altra parte, quella nascosta, della vitalità della gioventù cinese.
Secondo il centro psicologico dell'Università di Pechino almeno due ragazzi su dieci soffrono di lievi crisi depressive ma quattro su cento ne soffrono in maniera grave. E' la Cina che ama le auto e i vestiti, che ama Internet, i computer e i videogame. Shen Qiyun, direttrice del Comitato per la riforma della educazione, sostiene che in un anno sono stati venduti 30 milioni di giochi elettronici perlopiù a diciottenni e a ventenni. Una tendenza che sta preoccupando la Lega giovanile comunista al punto da costringerla il 26 settembre scorso a emettere una sorta di classifica dei videogame: quelli accettabili e quelli no. Li ha divisi in cinque categorie (violenza, sesso, terrore, morale, cultura) e ogni categoria a sua volta in gradi di intensità. Dal meno pericoloso al più pericoloso. Ha spiegato Shen Qiyun: «I giovani hanno il diritto di passare il loro tempo libero con i videogame, è impossibile vietarlo possiamo però consigliarli su che cosa è giusto e che cosa è sbagliato».
Ecco dunque una Cina giovane dai mille volti che contrastano ma che alla fine si integrano nell'esprimere un forte desiderio di libertà e di moderazione, di apertura e di solido realismo. Per cominciare il volto che appare un po' eccentrico e controcorrente ma che in verità è già orientato alla mediazione con le regole imposte dalle autorità. Il volto della cultura underground. Se nei primi giorni di ottobre - mentre in piazza Tiananmen sventolavano le bandiere rosse davanti al ritratto di Mao - andavi al parco internazionale delle sculture alla periferia ti imbattevi nei metallari, nei punk, nei rockettari partiti anche dalle zone più estreme del Celeste Impero. Come la piccola Yu in gonnella corta stile leopardo e capigliatura rossa, che se ne stava in una tenda montata ai bordi di un marciapiede. E ce ne erano tante altre di tende canadesi, distribuite lungo una siepe al «Midi festival», il festival dei musicisti alternativi. I padri degli alternativi (saranno stati diecimila nel parco) erano guardie rosse e un tempo sarebbero inorriditi all'idea di trovarsi figli con giubbotti in pelle nera, jeans rattoppati, capelli colorati, accovacciati a scambiarsi cd delle migliori band inglesi o americane degli anni Settanta, Ottanta, Novanta.
Eppure la cultura underground ha messo radici. Sono i giovani che hanno ribaltato la scala dei valori. Uniscono il sentimento della ribellione, una ribellione moderata, a una gentilezza di fondo che è tipica cinese.
Non c'è proprio nulla di aggressivo in questi ragazzi. C'è lo smarrimento di chi cerca una strada nuova. E lo capisci quando vedi che vendono per dieci renmimbi, poco più di un dollaro, un euro, asciugamani con gli sguardi di Mao e di Saddam Hussein. E non sai se lo fanno per celebrare o per schernire. Lo chiedi e ti rispondono: decidi tu, sventolalo o pulisciti. C'era stampato in ideogramma sull'asciugamano: rock your life . Un invito a rendere più elettrica la tua vita. Hanno un punto di riferimento in complessi tipo i Primavera e Autunno o i Recycle o gli Handsome Black o gli Ak 47 o i Ming Jie i quali cantano «Non ce ne frega niente di niente, vogliamo essere soltanto noi». Un po' come Vasco Rossi in Italia. Frequentano i loro locali, della periferia pechinese, il «Nameless Highland» il più gettonato. Suonano, bevono birra, improvvisano mercatini dell'usato di dischi e film. I video di Charlie Chaplin, Mastroianni, Fellini, poi l'horror, l'amore romantico, la guerra, il west selvaggio.
Non sono ragazzi emarginati questi underground cinesi. Vogliono essere diversi, si coprono di piercing, dicono di rifiutare l'omologazione.
Però si autocensurano. Sanno qual è il limite oltre il quale non bisogna andare, non possono andare, non intendono andare. E le autorità tollerano. C'è una sorta di compromesso accettabile per le due parti. Li chiamano linglei , un tempo significava teppista ora più semplicemente sta per alternativo. Molti studiano, la stragrande maggioranza è alle superiori. Sono punk o metallari romantici e sognatori. Anche loro parte - piccola, gentile e risoluta - di una generazione che sta cambiando i lineamenti della Cina. E che colgono al volo l'opportunità di una grande Festa Nazionale per divertirsi, o suonare, o cantare, anziché ricordare i padri fondatori di una Repubblica Popolare che non c'è più.

(1-continua)

Corriere della Sera 11.10.09
Quinta generazione

POCHI GIOVANI Sono relativamente pochi i giovani nella Repubblica popolare: su 1,3 miliardi di abitanti, quelli al di sotto dei 18 anni sono il 28%. In India sono a esempio il 41%
MOLTI MASCHI
La politica di controllo delle nascite e l’aborto legale (anche se è proibito effettuarlo in base al sesso) fa sì che i maschi siano più delle femmine: sotto i 15 anni 1,13 per ogni femmina
PIU’ MODERNI
Anche in Cina sono i giovani a usare le nuove tecnologie: su 87 milioni di internauti, una ventina hanno meno di 18 anni. Gli stessi che hanno comprato 30 milioni di videogame

il sesso dei preti

Repubblica, cronaca di Napoli 11.10.04
IL SESSO DEI PRETI
di GIOVANNI ROMEO

Perversi aguzzini come il protagonista non corrispondono certo alle figure di preti che ci sono più familiari. È altrettanto vero, però, che la questione di fondo sollevata nel film - quella della sessualità degli ecclesiastici - è seria e importante, sia per gli interessati, sia per il mondo in cui essi operano. Si pensi soltanto agli scossoni che hanno sconvolto la Chiesa cattolica negli Stati Uniti, dopo i gravi abusi perpetrati da tanti preti, coperti dai superiori, ma smascherati dai giudici: pesanti indennizzi da pagare alle vittime e un danno d´immagine incalcolabile per l´istituzione.
Di nodi irrisolti ce ne sono svariati: dall´incompatibilità tra condizione clericale ed esperienze sessuali di qualsiasi tipo, ribadita con vigore da una Chiesa cattolica fermamente contraria a ogni apertura, alla tendenza a nascondere le magagne dei sacerdoti, anche quando - l´esperienza statunitense insegna - si tratta di atti violenti, penalmente perseguibili. È qui che i conti non tornano, come sanno bene gli studiosi che cercano di ricostruire in modo più equilibrato le relazioni proibite provocatoriamente illustrate da Almodóvar. Se la trasparenza ha finalmente prevalso pochi anni fa nella decisione di aprire l'Archivio centrale dell'Inquisizione romana, non si può dire altrettanto per la maggioranza degli archivi vescovili che conservano i processi intentati a ecclesiastici ritenuti colpevoli di abusi sessuali. Essi restano quasi sempre chiusi, con grave danno per la ricerca, ma anche per l'immagine stessa della Chiesa cattolica.
Tuttavia, già dalla limitata documentazione, soprattutto campana, finora disponibile, alcuni elementi di valutazione sono chiarissimi. In primo luogo, la questione della sessualità dei preti comincia a profilarsi in tutta la sua drammaticità in tempi relativamente recenti: è solo dal secondo Cinquecento in avanti che essi sono richiamati con forza a rinunciare a tutto, anche a esperienze familiari diffuse, oltre che benviste dalle comunità che guidavano spiritualmente, e costretti a una doppia vita. Il fatto curioso e poco noto che talvolta, ancora agli inizi del Novecento, in qualche paesino del Sud i nuovi parroci si vedessero "consegnare" dai capifamiglia una donna da loro scelta per sua compagna, perché non ne molestassero le mogli, è l´estrema propaggine di uno schema antico, che aveva funzionato bene per alcuni secoli. Nel nuovo, invece, le violenze sessuali dei preti aumentano e pongono alle competenti autorità ecclesiastiche - fino alla metà dell´Ottocento lo Stato non ha voce in capitolo - il problema di una risposta adeguata.
Proprio qui, peraltro, la continuità tra gli atteggiamenti di ieri e di oggi si mostra più netta: più che a rendere giustizia alle vittime degli abusi sessuali dei sacerdoti (siano esse donne o bambini), i tribunali ecclesiastici pensano a non infangare, con condanne pesanti, l´onore del clero e della Chiesa tutta. La prassi più diffusa, quando tutto va bene, è la monetizzazione del danno: si chiudono così molti processi di violenza carnale a carico di chierici o di preti. È ciò che capita ovunque, a Napoli come nelle più sperdute campagne del Sannio, anche quando le prove sono schiaccianti, complici la solida posizione economica degli ecclesiastici violenti e la difficoltà di difendersi adeguatamente da parte di chi ha subito gli abusi. L´aspetto più paradossale di questa situazione riguarda proprio l´omosessualità: i laici, se erano ritenuti colpevoli, finivano sul patibolo, a meno che non riuscissero a rifugiarsi in qualche chiesa, gli ecclesiastici se la cavavano con poco, grazie all´occhio di riguardo dei tribunali della Chiesa. Anche di queste dolorose contraddizioni, insomma, bisogna tener conto, se si vuole capire la complicata miscela che favorisce il perpetuarsi delle sgradevoli situazioni presentate da Almodóvar.

BergamoScienza

L'Eco di Bergamo 11.10.04
La scienza non è fiction ma fa il pieno

«Abbiamo colmato un'esigenza», ripete con semplicità Gianvito Martino, presidente di Sinapsi, a chi gli chiede le ragioni dello straordinario successo di BergamoScienza. Nei primi tre giorni della manifestazione, la risposta della gente, accorsa in massa ai convegni e a far visita alle mostre, è stata travolgente, di gran lunga superiore a ogni aspettativa. Un fiume in piena che ha sorpreso gli stessi organizzatori e ha costretto televisioni e grande stampa ad intervenire in forze per accendere i riflettori su Bergamo. Una buona idea, perseguita con tenacia, si è trasformata in un vero e proprio avvenimento, dando vita a un fenomeno culturale che a Bergamo non si ricordava dai tempi della grande mostra su Giovan Battista Moroni.
A sconvolgere in senso positivo la città, che «improvvisamente è apparsa più viva, più simpatica e più proiettata verso il futuro» - come ha sintetizzato il presidente del comitato scientifico della manifestazione, lo scienziato Edoardo Boncinelli -, è stato un drappello di amici, alcuni dei quali ricercatori, uniti dall'amore per la scienza e dalla convinzione che essa debba essere messa alla portata di tutti, in particolare dei più giovani. Vale la pena ricordare che, solo alcuni mesi fa, le stesse persone - tutti volontari con pochi mezzi e privi di pregiudizi ideologici - si aggiravano fra istituzioni e imprese a chiedere una mano, incassando anche numerosi «ci dispiace». È nell'ordine delle cose ma, alla luce dei risultati, a loro e a chi ha creduto in questa scommessa oggi Bergamo deve un grazie sincero.
Non c'è stato incontro, mostra, proposta che non abbia registrato il «tutto esaurito». Ottocento persone all'inaugurazione nella ex chiesa di Sant'Agostino, altrettante per la conferenza sulla clonazione; ovunque sale piene: tantissimi i giovani alle lezioni di genetica e di astrofisica. Ma il riscontro più incredibile si è registrato ieri sera, quando ha dovuto intervenire la polizia per dissuadere le centinaia di persone rimaste fuori dai saloni del Centro Congressi, desiderose di assistere al convegno con Mauro Ceruti, Massimo Cacciari e il cardinale Martino. E non è finita: già questa mattina, alla Fiera Nuova, sono previsti mille studenti delle superiori a lezione da Boncinelli e Beppe Remuzzi che cercheranno di spiegare loro il mestiere di scienziato. E per tutta la settimana continueranno mostre e concerti.
Qual è la lezione che ci arriva da BergamoScienza? Anzitutto l'interesse del grande pubblico per temi ritenuti, evidentemente a torto, esclusiva degli specialisti. Un sintomo confortante che, dopo gli anni delle ideologie e delle disillusioni, e nonostante il bombardamento mass mediatico che propone modelli frivoli e fiction pervase di sentimentalismo, la cosiddetta gente non ha ancora perso, anzi ha acuito, l'interesse per la realtà così come essa si pone. C'è un estremo bisogno di realtà, di conoscere come stanno veramente le cose, e forse è per questo che gli scienziati che la indagano con serietà e rigore raccolgono oggi il massimo della stima e della credibilità. La seconda lezione è che si può parlare di energia nucleare e di clonazione senza steccati e senza dogmatismi, da uomini aperti, in modo che nessuno si metta in cattedra a dettare agli altri cosa sia giusto pensare e cosa si debba fare. Vale in primo luogo per chi, forte di principi assoluti, pone sempre e comunque barriere insormontabili alla ricerca; ma vale anche per gli stessi scienziati i quali, prendendo a prestito un'immagine utilizzata ieri, devono avere chiara la consapevolezza di essere esploratori mandati in avanscoperta dalla «tribù degli uomini» per indagare i misteri dell'universo e dell'io, senza pretendere di essere gli unici depositari della verità. La scienza, è stato ripetuto più volte in questi giorni, non è un assoluto, ma un prodotto storico. Ed è vero quanto ha sostenuto Cacciari: siamo da tempo usciti dal positivismo ottocentesco ed è la consapevolezza dei suoi limiti che oggi interessa alla scienza. L'urgenza, allora, non è ripetere all'infinito i rischi che le nuove scoperte possono rappresentare, bensì «la cura dello scienziato in quanto tale, l'apertura di un dialogo profondamente umano sulla sua angoscia e sulla sua inquietudine».
La terza lezione riguarda la nostra città. Un'avventura come BergamoScienza dimostra che chi è portatore di idee nuove che sappiano incidere, fino a diventare un modello culturale, trova il consenso di tutti. Perché se centinaia di ragazzi si accalcano ad ascoltare le conferenze di Cavalli Sforza, Simons, Redi, Galli, Mullis e recepiscono la sfida e lo spirito critico di don Verzè il futuro è garantito.

Corriere della Sera 11.10.04
«Professione scienziato. Per restare sempre giovani»
Oggi i ricercatori incontrano mille studenti. Remuzzi: «Si mantiene la capacità di stupirsi». Boncinelli: «È il mestiere più bello del mondo»
DAL NOSTRO INVIATO

BERGAMO - Pronti a giurare che fare lo scienziato è il mestiere più bello del mondo. A impegnarsi per suscitare entusiasmi, muovere curiosità. Far provare un brivido d’avventura per territori scientifici immensi, che aspettano solo di essere conquistati. Saranno invitati a sentirsi pionieri i mille ragazzi che questa mattina andranno al Palatenda per ascoltare Giuseppe Remuzzi, medico e direttore dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, e Edoardo Boncinelli, fisico, biologo, che ha scoperto una famiglia di geni che controllano il corretto sviluppo del corpo. Chi meglio di loro, per appassionare i giovani? E cosa meglio di un festival come questo che oggi chiude con i dibattiti, ma prosegue in settimana con mostre e laboratori, per convincerli che «per diventare scienziati basta lasciarsi incuriosire dalla realtà, farsi stupire dalla natura, dalle cose piccole o grandi che evocano un sentimento di bellezza», come ripete Marco Bersanelli, astrofisico?
Boncinelli ne è convinto: «Non c’è mestiere più bello, che dia altrettanta libertà e consenta di porsi domande affascinanti sull’universo, la terra, il corpo, il linguaggio. Lo scienziato ha l’impressione di riuscire ad aumentare il nostro patrimonio di conoscenze». Rincara Remuzzi: «Si attivano tutte le facoltà intellettuali e non si è mai arrivati: più si studia più si aprono scenari nuovi. Si deve restare sempre un po’ ingenui, pronti a stupirsi, giovani insomma. E poi questo è un mondo aperto: non ci sono barriere, se si è bravi, tutti lo riconoscono».
Perché i giovani sono allergici alla scienza? Risponde Boncinelli: «Forse perché si è data l’impressione, sbagliata, che non ci sia più niente da scoprire. Questo non è vero per la fisica, figuriamoci per la biologia, dove c’è ancora tutto da fare». E poi c’è il vecchio stereotipo dello scienziato chiuso in laboratorio, isolato da tutto: «Invece si è sempre a contatto con le persone, in giro per il mondo», spiega Remuzzi.
Certo, a vedere le centinaia di persone che ieri non sono riuscite a entrare per ascoltare il dibattito con Massimo Cacciari (sono arrivati anche polizia e carabinieri a regolamentare l’accesso) e considerando che sabato sono state «diecimila le persone che hanno frequentato convegni, mostre e dibattiti», come assicura Matteo Salvi, direttore del centro congressi di Bergamo, sembrerebbe quasi che non ci fosse bisogno di quest’opera di convinzione. E invece questi sono miracoli che avvengono solo in occasione di festival simili. La realtà è meno trionfale: «Ogni anno in Italia abbiamo 280 mila laureati e seimila ricercatori in materie scientifiche in meno rispetto al resto d’Europa - spiega Gianvito Martino, presidente di Sinapsi -; queste iniziative servono per rendere la scienza più fruibile». La realtà è anche un po’ triste: «Questa mattina - anticipa Remuzzi -, dovrò anche parlare della mia collaboratrice molto in gamba che è costretta a lasciare perché la borsa di studio non le basta». Solo un accenno, magari: ci sono mille ragazzi da convincere: «Basterebbe che solo due diventassero scienziati e sarebbe già un successo», parola di Boncinelli.

a Roma:
il cinema di Luis Buñuel

Repubblica, cronaca di Roma
DEI PICCOLI
Buñuel, ecco in rassegna il suo cinema visionario
Franco Montini

La più bella e completa rassegna dedicata a Luis Buñuel negli ultimi anni fino a giovedì prossimo al cinema dei Piccoli di Villa Borghese, organizzata dall´associazione La farfalla sul mirino. In cartellone una ventina di titoli, sia in versione italiana che in originale con sottotitoli, con i film più celebri del maestro spagnolo, ma anche alcune rarità assolute del suo "periodo messicano" come El (stasera alle 20.30), Adolescenza torbida, Gran Casino. La rassegna propone due proiezioni al giorno: alle 20.30 e alle 22.30. Onirico, provocatorio, ironico, surreale, il cinema di Bunuel resta una delle espressioni più originali e sorprendenti nella storia del cinema e la rassegna romana ne è fedele testimonianza. Oggi a completare il programma saranno proiettati a partire delle 22.30 anche tre celebri mediometraggi: Simon del deserto, degli anni 60; Un chien andalou e L'age d'or, ovvero i primi due film del regista, segnati dall´adesione al surrealismo e da un visionario spirito antiborghese.

Cinema Dei Piccoli, viale della Pineta 15, 4 euro (abbonamento 4 ingressi a 10 euro), tel. 06.8553485