Corriere della Sera 18.3.05
Dopo l’infanticidio di Varese, in poche ore altre due omicidi
Genitori e depressione. Uccisi tre bambini
Madre accoltella neonata. Un papà suicida con il figlio
ROMA - Ancora delitti in famiglia. Tre piccoli bimbi, nati da pochi giorni, talvolta da poche ore, sono stati travolti dal furore omicida di madri e padri che hanno anche cercato di seguirli nella morte. Una tragica scia di sangue ha attraversato il Paese seminando in meno di 24 ore morte a Roma, Rimini e Varese. A far da sfondo, un miscuglio di depressione e follia. Nella periferia della capitale una giovane donna di 23 anni, con un passato di cure presso un centro d’igiene mentale, ha colpito mortalmente alla gola ieri mattina all’alba con un coltello da cucina la figlioletta di due mesi e poi ha cercato di uccidersi piantandosi un secondo coltello in petto. Poco prima a Rimini, nella notte, un padre separato di 27 anni si era gettato dall’ottavo piano di un palazzo stringendosi al petto il bambino di otto mesi avuto da una relazione con una giovanissima romena. L’uomo e il bimbo sono morti sul colpo. Due vicende terribili che sono andate ad aggiungersi alla scoperta del corpicino di un neonato nascosto in un armadio in una casa di Uboldo (Varese) da un’altra madre di 22 anni, Stefania M., da ieri accusata di omicidio volontario.
LA COLTELLATA - Un’alba livida, a Roma, ha registrato l’urlo che si è levato poco dopo le sei del mattino in una stradina della Romanina, quadrante sud della città. In un seminterrato un falegname di 31 anni, Marco Mariani, si era appena svegliato scoprendo la convivente insanguinata nel letto, con un coltello piantato dentro il petto. La donna, la commessa di profumeria Maria De Pace di 23 anni, ansimava: «Dovevo farlo, ho ucciso il demonio...». Il demonio era la loro bambina di due mesi, Ilaria, uccisa nel bagno con una coltellata alla gola.
«È successa una tragedia», così è stato svegliato subito dopo il padrone di casa. Il giovane falegname che aveva citofonato in preda alla disperazione ha poi raccontato agli agenti della Squadra Mobile il suo calvario, a fianco di una donna che dagli stessi psichiatri del dipartimento di salute mentale dell’Asl Rmc era stata invano dissuasa dall’affrontare una maternità.
«Gliel’avevano detto - ha ricordato più tardi Paolo Marconi, lo zio della bimba -. Ma non aveva voluto saperne. Erano venuti a vivere qui a settembre, quando lei era ormai incinta di qualche mese. Lei frequentava i pentecostali, a Pietralata, si era un po’ fissata sul battesimo della bambina. Chissà cosa le è scoppiato in testa.». Forse l’idea di dover aspettare per il battesimo che la bimba diventasse adulta, secondo il rito pentecostale, ha scatenato paure incontrollabili, come quella del demonio. In casa prescrizioni di Xanax, un tranquillante, e tracce di vecchi appuntamenti con la psichiatra pubblica Teresa Gravagnuolo, l’ultimo a dicembre.
IL VOLO DALLA FINESTRA - A Rimini Antonio Leggeri, un piccolo commerciante di 27 anni, ha scelto di morire col suo piccolo Emiliano di 8 mesi lanciandosi nel vuoto dall’ottavo piano di un palazzo di via Monfalcone davanti agli occhi di alcuni agenti che lo aspettavano dopo averlo accompagnato a casa a riprendere il bimbo. L’uomo alcuni giorni fa aveva sottratto il bimbo alla compagna, Nicoletta, una romena diciannovenne, e si era rifugiato in casa di due amici cingalesi, commercianti come lui. Aveva reagito così dopo mesi di dissapori a una decisione del Tribunale dei minori di Bologna, che aveva disposto l’affidamento congiunto del bambino con l’obbligo per i genitori di vivere sotto lo stesso tetto, un obbligo infranto nei giorni scorsi quando la coabitazione era finita e l’uomo s’era eclissato col figlio. La donna era allora andata in questura e gli agenti dopo aver rintracciato il padre erano riusciti a convincerlo a riportare il bambino dalla madre. Ma una volta entrato in casa, l’uomo ha deciso di farla finita gettandosi da una finestra. Con in braccio il bambino.
Corriere della Sera 18.3.05
LO PSICHIATRA «Pianto e pessimismo, i segnali della crisi dopo il parto» Paolo Pancheri: la malattia colpisce dal 30 all’80 per cento delle neomamme
Margherita De Bac
ROMA - Comincia con un profondo, ricorrente pessimismo che si manifesta con affermazioni come queste: «Tanto non sono capace, la mia vita è un fallimento, il nostro matrimonio è in crisi». Il pianto è un compagno costante. Sono alcuni dei segnali premonitori della depressione, patologica o successiva al parto: «Quando in famiglia si cominciano a notare comportamenti quantitativamente rilevanti di questo genere nel partner o in un parente non bisogna sottovalutarli. Il dialogo, l’ascolto sono già uno strumento di prevenzione. Mai minimizzare con la frase di prammatica "ti passerà"» commenta i due casi di Roma e Rimini Vincenzo Mastronardi, psichiatra e criminologo dell’Università La Sapienza. E’ stato uno degli argomenti affrontati nell’ultimo congresso della Società italiana di psicopatologia organizzato a Roma, presidente Paolo Pancheri. Non c’è certezza sulle cause che hanno spinto una madre a uccidere col coltello la sua neonata e un padre a gettarsi dalla finestra col bambino di sette mesi.
Per quanto riguarda la donna, l’istinto omicida nei confronti del figlio può essere attivato da due tipi di depressione, patologica (ne sono affette 17 italiane su 100) e post partum (il cosiddetto «Baby blue», che accompagna dal 30 all’80% delle neomamme, dura circa un mese dopo la nascita e di tanto in tanto degenera in gesti estremi). «In questo secondo caso - distingue Mastronardi - si rintraccia l’immaturità ad affrontare l’essere madre, condizione che si può accompagnare a basse soglie di tolleranza». Ambedue le condizioni dipendono da una visione negativa di sé e del mondo e si esteriorizzano con una serie di segnali. Ogni tipo di difficoltà, sia pur banale e ridicola all’apparenza, viene ingigantita. Se i comportamenti si protraggono nel tempo e il problema cronicizza, il figlio può diventare oggetto di «proiezione». Il suicidio allargato diventa l’unica via per salvarlo.
Il Messaggero 18.3.05
L’OTTIMISMO ufficiale...
di FRANCO FERRAROTTI
L’OTTIMISMO ufficiale può ben continuare a enumerare i suoi traguardi e a dar fiato alle fanfare dei suoi trionfi. E’ comprensibile, ma ad uno sguardo anche rapido e superficiale sulla realtà effettiva di questo Paese, non appare giustificabile. Correttamente, d’altro canto, l’opposizione sottolinea la caduta della produzione industriale e il perdurante disagio di un precariato che somiglia in maniera sempre più inquietante ad una ferita che si trasforma in cancrena. Tutto questo è vero, ma non basta. La cronaca, nei suoi semplici, spietati resoconti, ci dice che questo Paese, rapidamente trasformatosi da Paese agricolo in società industriale, manca ancora vistosamente di una cultura industriale, la prontezza dei servizi di protezione sociale, la velocità dei loro interventi e la tempestività dei loro apporti, servizi sociali che suppliscano validamente a quella rete protettiva della famiglia allargata che è venuta meno.
Tre fatti di cronaca gettano una luce sinistra e angosciante sulla qualità della vita quotidiana in Italia. Le vittime sono tre bambini, in circostanze diverse, che andranno attentamente analizzate, ma le vittime sono anche gli adulti, madri e padri, dalla mamma che accoltella la figlia di due mesi per quindi rivolgere l’arma contro se stessa al padre che si butta dall’ottavo piano con il bambino di otto mesi, infine, caso che ci riporta indietro nel tempo, all’epoca in cui una gravidanza indesiderata si traduceva inevitabilmente in tragedia, nel varesotto, in una delle zone più prospere d’Italia, una ragazza, all’insaputa dei genitori, partorisce da sola, chiude la sua creatura in un sacchetto di plastica nel buio di un armadio, esplode l’emorragia, corre in ospedale; quando le forze dell’ordine arrivano e trovano l’infante nell’armadio, sono di fronte a un corpicino senza vita.
Com’è possibile? Nell’epoca del viagra, dei profilattici a varia sensibilità, del femminismo militante e del permissivismo imperante (“il corpo è mio e me lo gestisco io”), com’è possibile che si diano ancora esempi così gravi di ritardo civile, che una giovane donna senta di dover nascondere il suo stato alla sua stessa famiglia per timore di chi sa quali rimproveri e vada incontro, fatalmente, ad un esito tragico?
Di fronte a questi fatti orripilanti si parlerà di follia, raptus incontrollabile, esasperazione emotiva, offuscamento della capacità di intendere e di volere. D’accordo. Tutti questi elementi e fattori possono essere presenti e attivi in ogni singolo caso specifico. Ma è il quadro sociale che non va dimenticato, il contesto pesa. Dove sono, non solo le forze dell’ordine già oberate per la lotta contro la criminalità comune e organizzata, ma dove sono coloro che detengono ruoli di responsabilità nella comunità, i sacerdoti, gli assistenti sociali, i politici locali, i sindacalisti? E’ troppo facile versare lacrime sulle apparentemente piccole tragedie della vita quotidiana e mettersi con un certo grato di commozione, certamente genuina, e magari con un applauso all’uscita delle piccole bare bianche dalla chiesa, la coscienza a posto. Qualcosa scricchiola negli assi portanti della nostra società. La follia degli individui non piove dalle nuvole. E’ la spia di contraddizioni profonde. Si manifesta negli individui e nei loro comportamenti aberranti, ma per capirla fino in fondo e apprestare i rimedi idonei occorre chiamare in causa la società globale.
studiocataldi.it 17/03/2005
La donna, di 23 anni, da tempo era sottoposta a cure psichiatriche
DUE BIMBI DI POCHI MESI UCCISI DAI GENITORI A ROMA E RIMINI
A Rimini, un uomo di 28 anni si è gettato insieme al figlioletto di sette mesi dall'ottavo piano di un condominio. Sono morti entrambi
Roma, 17 mar. (Adnkronos) - Doppia tragedia familiare a Roma e Rimini dove due bimbi di pochi mesi sono stati uccisi dai loro genitori. Nella capitale una donna di 23 anni ha ucciso con una coltellata la figlia di due mesi e poi ha tentato di suicidarsi. E' successo all'alba di oggi in via Carlo Coccorese, alla Romanina. Sul posto è intervenuta la polizia, che ha fermato la madre della bimba, ora ricoverata al Policlinico Casilino per le ferite da taglio all'addome e al torace che s'è procurata da sola dopo aver ucciso la figlia nel bagno di casa. La donna, da tempo sottoposta a cure psichiatriche, dopo l'infanticidio si sarebbe rimessa a letto, dove si trovava il compagno ancora addormentato. In quel momento nell'abitazione si trovavano anche gli zii della piccola vittima. Le indagini sono coordinate dalla Squadra mobile. A dare l'allarme al 113 è stato appunto il convivente della giovane, 31 anni, dopo aver scoperto il cadavere della bambina nella vasca da bagno. A Rimini, un uomo di 28 anni, originario di San Giovanni Rotondo (in provincia di Foggia), si è gettato stanotte insieme al figlioletto di sette mesi dall'ottavo piano di un condominio di via Monfalcone a Rimini. Sono morti entrambi. Alla base del gesto potrebbe esserci un contrasto con la giovane moglie, una rumena di 18 anni, per l'affidamento del piccolo. Sembra, infatti, che lo scorso agosto l'uomo abbia allontanato la compagna da casa e da allora non le faceva vedere il bambino. A quel punto la donna si è rivolta alla polizia denunciandone la scomparsa. Rintracciato, pare che il padre stanotte, dopo un colloquio in questura, sia stato accompagnato dagli agenti a prelevare il figlioletto dall'abitazione di alcuni amici in via Monfalcone, ma una volta giunto in casa si è gettato nel vuoto con la creatura.
kataweb.it/news
Varese, 17 mar 2005 - 11:41
VARESE, CADAVERE NEONATO IN ARMADIO, ACCUSATA LA MADRE
Occultamento di cadavere. E' questa l'accusa formulata per ora dal sostituto Loredana Giglio della Procura di Busto Arsizio, alla 22enne di Uboldo (Va). Dopo aver partorito, la donna ha messo il neonato in un sacchetto di plastica e chiuso in un armadio di casa dove e' stato trovato qualche ora dopo, privo di vita, dai Carabinieri. S.M. potrebbe anche vedersi contestare il reato ben piu' grave di infanticidio qualora l'autopsia, che sara' eseguita nelle prossime ore, dovesse stabilire che il neonato e' deceduto dopo il parto. La ragazza e' gia' madre di un'altra bimba di un anno e da pochi mesi si e' trasferita con il convivente in una palazzina di Uboldo.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 18 marzo 2005
«Si dice creatività, si pronuncia nevrosi.
O addirittura psicosi»
Corriere della Sera 18.3.05
La critica analitica di Elio Gioanola applicata ai grandi del ’900:
nei conflitti irrisolti dell’inconscio la chiave del successo artistico
le nevrosi dei geni
Si dice creatività, si pronuncia nevrosi. O addirittura psicosi. La tesi di Elio Gioanola è presto detta: «Dietro e dentro l'opera c'è sempre la presenza di un conflitto pulsionale, di un desiderio inibito e deviato, di una sofferenza». Gioanola infatti è un critico psicanalitico della letteratura. Uno dei pochi. Perché in Italia, come dimostra il saggio introduttivo del suo nuovo libro ( Psicanalisi e interpretazione letteraria , Jaca Book, pagg. 446, 24 ), quello tra psicanalisi e letteratura è sempre stato un rapporto difficile. I nomi, dopo quello di Giacomo Debenedetti, sono noti: Stefano Agosti, Francesco Orlando, Mario Lavagetto e pochissimi altri. I numerosi saggi contenuti nel volume di Gioanola sono sondaggi che vanno «al di là della compiutezza formale» dell'opera letteraria per indagare le «zone oscure del fantasmatico profondo». Detto in parole povere, analizzano i testi in relazione al vissuto dei loro autori, alle loro fantasie, paure, ossessioni, e viceversa. Rifiutando un biografismo di superficie ma anche quella sacralità del testo come un tutto chiuso e spiegabile in sé. Opponendosi dunque alle letture strutturaliste o sociologico-marxiste che hanno segnato molta parte della nostra critica.
«La tradizione idealistica italiana - dice Gioanola - ha influito sulla critica italiana per oltre mezzo secolo: c'è stata una specie di storicismo radicale che ha impedito una vera attenzione alla psicanalisi». Dunque, da Leopardi a Pascoli, da Saba a Montale, da Caproni a Sanguineti, tutta la letteratura italiana moderna si trova qui raccolta sotto i fari dell'analisi dell'inconscio. Da questo e dagli studi precedenti di Gioanola, viene fuori, volendo, una mappa dei nostri scrittori come «casi clinici». A cominciare da quelli che il critico considera i più gravi: Luigi Pirandello, Federigo Tozzi e Carlo Emilio Gadda. Vediamo.
«La personalità di Pirandello - dice Gioanola - ha a che vedere con una vera e propria psicosi, con una compromissione della consistenza dell'io. Nel Fu Mattia Pascal , l'identità del protagonista è impossibile, una personalità che tende a scindersi e un io che esplode». Passando dal personaggio al suo creatore, le cose stanno diversamente, ma non troppo. «La condizione psicologica dello scrittore è quella di uno schizoide sano di mente, per così dire, uno schizoide che non diventa schizofrenico ma che è tendenzialmente scisso. Nelle lettere alla sorella, Pirandello rivela un'ossessione della follia che poi si incrementa quando si sposa con Antonietta, con esplicite manifestazioni di sessuofobia». Altra storia quella di Italo Svevo, suo contemporaneo. «L'io di Svevo è un io integro, che però stenta a rapportarsi al reale. Svevo soffre di una nevrosi isterica che ritroviamo in Zeno: tutti i personaggi sveviani comprano l'amore. Si pensi alla tabaccaia di Zeno, che per integrare le entrate si dà alla prostituzione». Il problema di Tozzi è un altro: il padre. «Basta leggere Con gli occhi chiusi , dove c'è un padre violento che fa pensare al padre di Kafka. Anche la violenza espressionistica di Tozzi è una ribellione verso il padre. La madre, viceversa, era una povera vittima che però, come quella di Kafka, alla fine sta al gioco di suo marito contro il figlio».
Tolto il caso di Dino Campana, la cui «écriture en folie» è piena di tautologie e di balbettamenti tipici del delirio psicotico, per trovare un caso di malcelata follia, si arriva subito all'ingegner Gadda. «Un nevrotico ossessivo», secondo Gioanola, «che spesso si spinge fino alla paranoia: non dimentichiamo che Gadda negli ultimi anni vedeva minacce d'ogni genere e persino assassini dappertutto». ovviamente anche qui il rapporto con i genitori è cruciale. «Un vero e proprio lapsus è contenuto in una sintesi biografica di Gadda, dove invece che "famiglia paterna" parla della sua "famiglia padreterno". Più lapsus di questo...». Gioanola ricorda un episodio ormai leggendario: quando il critico Vigorelli si presentò sotto casa Gadda e chiese al citofono se ci fosse lo scrittore, la madre di Carlo Emilio rispose: «Quale scrittore, qui c'è l'ingegner Gadda», e lo cacciò.
Altro caso clinico complesso per le relazioni familiari è quello di Giovanni Pascoli, cui Gioanola ha anche dedicato una monografia intitolata Sentimenti filiali di un parricida : «Pascoli non è capace di parlare da uomo, - dice - in lui c'è una netta dominanza del materno e la figura del padre è un ingombro sulla strada dell'identificazione con la madre: c'è un infantilismo anche espressivo che è adesione all'originario, regressione verso l'arcaico e rifiuto di ogni idea di progresso. Per questo, quando suo padre muore si sviluppa in lui un senso di colpa che lo porta a una devozione smodata verso la famiglia d'origine. Dall'Ottocento in poi il poeta si sente oppresso dalla modernità e rivendica un'adesione alla natura: è impressionante come in poesia si moltiplichino le figure dell'oppressione: donne, ebrei, omosessuali...».
Sul versante opposto rispetto al Pascoli, c'è l'estroverso D'Annunzio, per il quale «nulla è segreto e tutto va esibito»; non per nulla, se il Vate ammirava il poeta-fanciullino, non si può dire che sia valido l'inverso. «L'esibizionismo sfrenato di D'Annunzio - dice Gioanola - nasconde una vocazione oscura: il poeta della vitalità per eccellenza è in realtà attratto dalla morte e ossessionato dal suicidio. C'è in lui un delirio di onnipotenza tale che non può trovare un corrispettivo se non nella morte». La stessa vocazione di Pavese? Non proprio, con Pavese siamo altrove. Siamo nell'ambito di una malinconia leopardiana che «non è semplice malattia dell'animo, ma senso di in appartenenza e di deiezione, incapacità di identificarsi con la ragione: la vigna della sua campagna per Pavese è al di là, come un infinito leopardiano. E' una nostalgia radicale per ciò che è andato perduto senza mai essere stato posseduto, una speranza disperata perché rivolta all'indietro». Questo malessere è aggravato dalle circostanze storico-biografiche: «Nel decadente Pavese la malinconia o l’inadeguatezza del vivere è rafforzata dal fatto che si viene a trovare in un ambiente laico-illuministico, la Torino degli anni Venti, che sente estraneo. Il nevrotico Pavese è incapace di risolvere la propria malinconia nella cultura data, positivistica e razionalista».
Il poeta è un Narciso? Se passiamo a Umberto Saba, la risposta è: sì. «Saba è un narcisista radicale. Lavagetto riconduce Saba alla presenza di Edipo come instauratore del mito "donna che non si può avere". Ma io gli oppongo Oreste, cioè il mito del matricida e dell'omosessuale che ama Pilade: la sessualità non è ancora un oggetto dato, dunque siamo in zone preedipiche, molto arcaiche». Non per nulla Saba, alla nascita, fu abbandonato da sua madre che disse: «se volete coprirlo, copritelo». Il padre era fuggito subito dopo le nozze e il piccolo Umberto fu dato subito a balia. Nasce da lì il risentimento per la madre, che diventa «faccia marmorea», e insieme «un'identificazione dell'io con il ruolo materno»: il poeta diventa la madre che non ha avuto. Il matrimonio con Lina, spiega Gioanola, farà precipitare il poeta in una crisi depressiva: «malinconia da scelta mancata dell'autentico oggetto d'amore». Quale? Il «bel fanciullo appassionato», ovviamente. Una scelta erotica che verrà raccontata nel romanzo Ernesto .
Opposta e speculare a quella di Saba è la condizione psicologica di Eugenio Montale: «Ha voluto essere il padre, - dice Gioanola, - meglio, non si è arreso alla tentazione materna ma senza riuscire a identificarsi con il padre». Figlio di un commerciante che vendeva trielina al suocero di Svevo, figlio dunque della borghesia mercantile, Eugenio cresce a famiglia e lavoro. Il padre è padreterno. «C'è tutto un filone novecentesco - ricorda Gioanola - di figli nevrotici e geniali di padri commercianti: Svevo, Kafka, Mann. Il padre di Montale voleva un figlio ragioniere». Se la Triste sabina è madre, il mare degli Ossi è tutto nel segno del padre. «Il paterno è qualcosa che si vorrebbe inutilmente conseguire: da qui si instaura una fantasmatica della caccia, investita di una carica di emozioni primarie legate al rapporto conflittuale padre-figlio». Come spesso accade, è una caccia che paralizza nel vivere ma che dà energia alla «angelica farfalla» della poesia.
La critica analitica di Elio Gioanola applicata ai grandi del ’900:
nei conflitti irrisolti dell’inconscio la chiave del successo artistico
le nevrosi dei geni
Si dice creatività, si pronuncia nevrosi. O addirittura psicosi. La tesi di Elio Gioanola è presto detta: «Dietro e dentro l'opera c'è sempre la presenza di un conflitto pulsionale, di un desiderio inibito e deviato, di una sofferenza». Gioanola infatti è un critico psicanalitico della letteratura. Uno dei pochi. Perché in Italia, come dimostra il saggio introduttivo del suo nuovo libro ( Psicanalisi e interpretazione letteraria , Jaca Book, pagg. 446, 24 ), quello tra psicanalisi e letteratura è sempre stato un rapporto difficile. I nomi, dopo quello di Giacomo Debenedetti, sono noti: Stefano Agosti, Francesco Orlando, Mario Lavagetto e pochissimi altri. I numerosi saggi contenuti nel volume di Gioanola sono sondaggi che vanno «al di là della compiutezza formale» dell'opera letteraria per indagare le «zone oscure del fantasmatico profondo». Detto in parole povere, analizzano i testi in relazione al vissuto dei loro autori, alle loro fantasie, paure, ossessioni, e viceversa. Rifiutando un biografismo di superficie ma anche quella sacralità del testo come un tutto chiuso e spiegabile in sé. Opponendosi dunque alle letture strutturaliste o sociologico-marxiste che hanno segnato molta parte della nostra critica.
«La tradizione idealistica italiana - dice Gioanola - ha influito sulla critica italiana per oltre mezzo secolo: c'è stata una specie di storicismo radicale che ha impedito una vera attenzione alla psicanalisi». Dunque, da Leopardi a Pascoli, da Saba a Montale, da Caproni a Sanguineti, tutta la letteratura italiana moderna si trova qui raccolta sotto i fari dell'analisi dell'inconscio. Da questo e dagli studi precedenti di Gioanola, viene fuori, volendo, una mappa dei nostri scrittori come «casi clinici». A cominciare da quelli che il critico considera i più gravi: Luigi Pirandello, Federigo Tozzi e Carlo Emilio Gadda. Vediamo.
«La personalità di Pirandello - dice Gioanola - ha a che vedere con una vera e propria psicosi, con una compromissione della consistenza dell'io. Nel Fu Mattia Pascal , l'identità del protagonista è impossibile, una personalità che tende a scindersi e un io che esplode». Passando dal personaggio al suo creatore, le cose stanno diversamente, ma non troppo. «La condizione psicologica dello scrittore è quella di uno schizoide sano di mente, per così dire, uno schizoide che non diventa schizofrenico ma che è tendenzialmente scisso. Nelle lettere alla sorella, Pirandello rivela un'ossessione della follia che poi si incrementa quando si sposa con Antonietta, con esplicite manifestazioni di sessuofobia». Altra storia quella di Italo Svevo, suo contemporaneo. «L'io di Svevo è un io integro, che però stenta a rapportarsi al reale. Svevo soffre di una nevrosi isterica che ritroviamo in Zeno: tutti i personaggi sveviani comprano l'amore. Si pensi alla tabaccaia di Zeno, che per integrare le entrate si dà alla prostituzione». Il problema di Tozzi è un altro: il padre. «Basta leggere Con gli occhi chiusi , dove c'è un padre violento che fa pensare al padre di Kafka. Anche la violenza espressionistica di Tozzi è una ribellione verso il padre. La madre, viceversa, era una povera vittima che però, come quella di Kafka, alla fine sta al gioco di suo marito contro il figlio».
Tolto il caso di Dino Campana, la cui «écriture en folie» è piena di tautologie e di balbettamenti tipici del delirio psicotico, per trovare un caso di malcelata follia, si arriva subito all'ingegner Gadda. «Un nevrotico ossessivo», secondo Gioanola, «che spesso si spinge fino alla paranoia: non dimentichiamo che Gadda negli ultimi anni vedeva minacce d'ogni genere e persino assassini dappertutto». ovviamente anche qui il rapporto con i genitori è cruciale. «Un vero e proprio lapsus è contenuto in una sintesi biografica di Gadda, dove invece che "famiglia paterna" parla della sua "famiglia padreterno". Più lapsus di questo...». Gioanola ricorda un episodio ormai leggendario: quando il critico Vigorelli si presentò sotto casa Gadda e chiese al citofono se ci fosse lo scrittore, la madre di Carlo Emilio rispose: «Quale scrittore, qui c'è l'ingegner Gadda», e lo cacciò.
Altro caso clinico complesso per le relazioni familiari è quello di Giovanni Pascoli, cui Gioanola ha anche dedicato una monografia intitolata Sentimenti filiali di un parricida : «Pascoli non è capace di parlare da uomo, - dice - in lui c'è una netta dominanza del materno e la figura del padre è un ingombro sulla strada dell'identificazione con la madre: c'è un infantilismo anche espressivo che è adesione all'originario, regressione verso l'arcaico e rifiuto di ogni idea di progresso. Per questo, quando suo padre muore si sviluppa in lui un senso di colpa che lo porta a una devozione smodata verso la famiglia d'origine. Dall'Ottocento in poi il poeta si sente oppresso dalla modernità e rivendica un'adesione alla natura: è impressionante come in poesia si moltiplichino le figure dell'oppressione: donne, ebrei, omosessuali...».
Sul versante opposto rispetto al Pascoli, c'è l'estroverso D'Annunzio, per il quale «nulla è segreto e tutto va esibito»; non per nulla, se il Vate ammirava il poeta-fanciullino, non si può dire che sia valido l'inverso. «L'esibizionismo sfrenato di D'Annunzio - dice Gioanola - nasconde una vocazione oscura: il poeta della vitalità per eccellenza è in realtà attratto dalla morte e ossessionato dal suicidio. C'è in lui un delirio di onnipotenza tale che non può trovare un corrispettivo se non nella morte». La stessa vocazione di Pavese? Non proprio, con Pavese siamo altrove. Siamo nell'ambito di una malinconia leopardiana che «non è semplice malattia dell'animo, ma senso di in appartenenza e di deiezione, incapacità di identificarsi con la ragione: la vigna della sua campagna per Pavese è al di là, come un infinito leopardiano. E' una nostalgia radicale per ciò che è andato perduto senza mai essere stato posseduto, una speranza disperata perché rivolta all'indietro». Questo malessere è aggravato dalle circostanze storico-biografiche: «Nel decadente Pavese la malinconia o l’inadeguatezza del vivere è rafforzata dal fatto che si viene a trovare in un ambiente laico-illuministico, la Torino degli anni Venti, che sente estraneo. Il nevrotico Pavese è incapace di risolvere la propria malinconia nella cultura data, positivistica e razionalista».
Il poeta è un Narciso? Se passiamo a Umberto Saba, la risposta è: sì. «Saba è un narcisista radicale. Lavagetto riconduce Saba alla presenza di Edipo come instauratore del mito "donna che non si può avere". Ma io gli oppongo Oreste, cioè il mito del matricida e dell'omosessuale che ama Pilade: la sessualità non è ancora un oggetto dato, dunque siamo in zone preedipiche, molto arcaiche». Non per nulla Saba, alla nascita, fu abbandonato da sua madre che disse: «se volete coprirlo, copritelo». Il padre era fuggito subito dopo le nozze e il piccolo Umberto fu dato subito a balia. Nasce da lì il risentimento per la madre, che diventa «faccia marmorea», e insieme «un'identificazione dell'io con il ruolo materno»: il poeta diventa la madre che non ha avuto. Il matrimonio con Lina, spiega Gioanola, farà precipitare il poeta in una crisi depressiva: «malinconia da scelta mancata dell'autentico oggetto d'amore». Quale? Il «bel fanciullo appassionato», ovviamente. Una scelta erotica che verrà raccontata nel romanzo Ernesto .
Opposta e speculare a quella di Saba è la condizione psicologica di Eugenio Montale: «Ha voluto essere il padre, - dice Gioanola, - meglio, non si è arreso alla tentazione materna ma senza riuscire a identificarsi con il padre». Figlio di un commerciante che vendeva trielina al suocero di Svevo, figlio dunque della borghesia mercantile, Eugenio cresce a famiglia e lavoro. Il padre è padreterno. «C'è tutto un filone novecentesco - ricorda Gioanola - di figli nevrotici e geniali di padri commercianti: Svevo, Kafka, Mann. Il padre di Montale voleva un figlio ragioniere». Se la Triste sabina è madre, il mare degli Ossi è tutto nel segno del padre. «Il paterno è qualcosa che si vorrebbe inutilmente conseguire: da qui si instaura una fantasmatica della caccia, investita di una carica di emozioni primarie legate al rapporto conflittuale padre-figlio». Come spesso accade, è una caccia che paralizza nel vivere ma che dà energia alla «angelica farfalla» della poesia.
«lo stile è l'uomo stesso»
(George-Louis Leclerc de Buffon)
L'Unità 18.3.05
lo sfogo su «Libero»
Veneziani: mia moglie mi brucia i libri
Fulvio Abbate
In questa vicenda è possibile immaginare un uomo di destra distrutto, disperato, un uomo di destra straziato fra i suoi libri violati, calpestati, strappati, venduti per sicuro sfregio dall'ex moglie che ha scelto di diventare una furia irrefrenabile. L'uomo di destra in questione è Marcello Veneziani, non un tipo qualunque, bensì la pupilla della nostra destra di governo, membro di spicco del consiglio d'amministrazione della Rai, gioiello di famiglia della destra intellettuale. La donna che, parole sue, da tempo si starebbe accadendo sulle prime edizioni e altri volumi «chiosati, con annotazioni a margine, sottolineature, spesso introvabili», purtroppo, non c'è modo di vederla bene in volto.
Una storia di separazione in corso, con gli avvocati al lavoro, il magistrato che dovrà mettere ordine nella complicata matassa, così lo scenario. Di fronte all'evidenza dello sfregio, l'uomo di destra distrutto Veneziani prende carta e penna e, lasciando da parte il pudore e perfino il timore di sporcare il proprio blasone professionale, mette tutti a conoscenza del proprio dramma umano dalle pagine di «Libero».
«Cari lettori, vi considero ormai la mia famiglia e perciò vorrei parlarvi con il cuore in mano di cose che solitamente non si scrivono sui giornali», dichiara subito il consigliere d'amministrazione della Rai. Quanto al resto della sua lettera aperta, contiene sia lacrime da bibliofilo («la cosa a cui più tengo, dopo le persone care, sono i miei libri. Ne ho 15 mila divisi in sette grandi librerie a parete, sono il mio pane e la mia anima; li vivo e li respiro... ») e amarezza da studioso privato violentemente delle proprie «sudate carte». Veneziani cita le perdite: «Gentile, Soffici, Bergamin, Borges, Campo, testi spariti. Strappate le “Enneadi” di Plotino, opera a me cara a cui dedicai un mio libro, bruciata la biografia di Simone Weil, bruciato “Così parlò Zarathustra”». Accenna poi alla sorte toccata alle opere di Heidegger, di Arendt, «con le mie annotazioni, e potrei continuare il doloroso elenco, a cominciare dai libri che mi sono più cari, su cui studio e ho studiato. Non posso far nulla, oltre una denuncia, libri deturpati o spariti non sono tomi intonsi per abbellire la biblioteca; no, sono libri letti, chiosati da me, con annotazioni a margine, sottolineature, spesso introvabili. Non possono essere ricomprati».
Strada facendo, come è proprio di certi bibliofili, Veneziani non sa davvero nascondere neppure un grammo di disperazione. Che tuttavia non gli impedisce di soffermarsi sulle modalità distruttive dell'ex moglie: «Altri sono stati prima nascosti tra i materassi, sotto i divani, per poi farli sparire del tutto. I miei figli hanno salvato le opere di Borges, almeno per ora. Però, confermano i miei figli, i libri escono di casa in gruppi di 40-50, per non far più ritorno, ed essere venduti. Ricevo telefonate deliranti che mi ripetono: venduti».
Ci sarebbe la soluzione di portare via tutto, ma Veneziani non sembra contemplarla perché ha «speranza di rientrare in casa dopo che i miei figli hanno chiesto al magistrato di restare con me nella casa famigliare».
Non resta dunque che immaginarlo, come lui stesso si descrive, costretto a entrare in casa furtivamente; giusto il tempo di prendere un cambio d'abito, un paio di mutande, alcune magliette, o, più nobilmente, per consultare in fretta questo o quell'altro testo. Non è dunque vero, come il comunista ha creduto fino a questa mattina, che i fascisti ignorano dove i libri stiano esattamente di casa. O, nel migliore dei casi, hanno letto soltanto «Navi e poltrone» dove opportunamente si dimostra che fu la Regia Marina a sabotare lo sforzo bellico di Mussolini.
f.abbate@tiscali.it
La Provincia 18.3.05
l'intervista Willy Pasini, sessuologo
Uomini vittime: andiamoci piano
S. Gol.
Reduce dalla registrazione di una puntata di "Porta a porta" andata in onda ieri sera, Willy Pasini non ci sta a catalogare l'uomo come la vera vittima della coppia che scoppia. Psichiatra, sessuologo e scrittore di libri che hanno sviscerato ogni aspetto, nel bene e nel male, del rapporto d'amore, Pasini si dice anche contrario alla nuova moda dell'outing, della confessione "pubblica" dei sentimenti più privati. Eppure, ormai non che vip che si rispetti che non lavi i panni sporchi in pubblico. Lo so, è un fenomeno diffuso. Ma non mi piace. Io chiamo questa moda extimità. E' l'esatto contrario dell'intimità. E' come indossare una sottoveste sopra gli abiti, anzichè sotto. Sono convinto, e la mia esperienza di sessuologo me lo conferma, che i sentimenti devono restare privati, anche quando un matrimonio, un'unione si sfascia. Quindi non approva neanche la confessione di Marcello Veneziani? Non conosco questo caso, quindi non posso parlarne. Posso però dire in modo più generale che questa voglia di outing a tutti i costi forse farà salire le vendite dei giornali o salire gli ascolti della tv ma è controproducente. E cosa pensa delle tante storie di ordinaria separazione in cui è lui che diventa la parte debole? Ogni giorno nasce una nuova associazione che riunisce padri separati. Sulla storia dell'uomo che soccombe, dell'uomo-vittima non sono tanto d'accordo. O meglio, ci saranno anche casi che dicono il contrario, ma la verità è che il maschio ora si ritrova spesso a subire una rottura del rapporto perché a volerlo è la donna e, semplicemente, l'uomo non è abituato a subire una decisione. E soprattutto non è abituato a venire abbandonato. E' così da secoli, non inventiamo nulla. Certo, sono invece favorevole alle battaglie dei padri separati quando si parla di figli negati. Un genitore ha diritto a seguire, vedere, proteggere i propri figli anche quando il matrimonio si è rotto. Sono d'accordo sull'affido condiviso. Sarebbe un grande passo verso la civiltà della coppia separata, per il bene dei figli oltretutto. Ammetterà almeno che qualcosa di strano nel rapporto tra i sessi c'è, se è vero che gli uomini hanno sempre più paura a lasciarsi andare. Non c'è dubbio: gli uomini sono terrorizzati. La donna fa paura, o meglio fa paura la determinazione della donna. Sa cosa sento spesso dai ragazzi nella mia veste di sessuologo? "Non mi voglio sposare perché so già come va a finire: lei tra due anni mi molla, in più la devo mantenere e magari devo anche rinunciare al figlio che è nato". Sposarsi, diciamolo, non conviene più. E le donne, improvvisamente sono tutte aguzzine? Le donne dovrebbero certo farsi un esame di coscienza prima di piangere dicendo che non esistono più uomini veri.
lo sfogo su «Libero»
Veneziani: mia moglie mi brucia i libri
Fulvio Abbate
In questa vicenda è possibile immaginare un uomo di destra distrutto, disperato, un uomo di destra straziato fra i suoi libri violati, calpestati, strappati, venduti per sicuro sfregio dall'ex moglie che ha scelto di diventare una furia irrefrenabile. L'uomo di destra in questione è Marcello Veneziani, non un tipo qualunque, bensì la pupilla della nostra destra di governo, membro di spicco del consiglio d'amministrazione della Rai, gioiello di famiglia della destra intellettuale. La donna che, parole sue, da tempo si starebbe accadendo sulle prime edizioni e altri volumi «chiosati, con annotazioni a margine, sottolineature, spesso introvabili», purtroppo, non c'è modo di vederla bene in volto.
Una storia di separazione in corso, con gli avvocati al lavoro, il magistrato che dovrà mettere ordine nella complicata matassa, così lo scenario. Di fronte all'evidenza dello sfregio, l'uomo di destra distrutto Veneziani prende carta e penna e, lasciando da parte il pudore e perfino il timore di sporcare il proprio blasone professionale, mette tutti a conoscenza del proprio dramma umano dalle pagine di «Libero».
«Cari lettori, vi considero ormai la mia famiglia e perciò vorrei parlarvi con il cuore in mano di cose che solitamente non si scrivono sui giornali», dichiara subito il consigliere d'amministrazione della Rai. Quanto al resto della sua lettera aperta, contiene sia lacrime da bibliofilo («la cosa a cui più tengo, dopo le persone care, sono i miei libri. Ne ho 15 mila divisi in sette grandi librerie a parete, sono il mio pane e la mia anima; li vivo e li respiro... ») e amarezza da studioso privato violentemente delle proprie «sudate carte». Veneziani cita le perdite: «Gentile, Soffici, Bergamin, Borges, Campo, testi spariti. Strappate le “Enneadi” di Plotino, opera a me cara a cui dedicai un mio libro, bruciata la biografia di Simone Weil, bruciato “Così parlò Zarathustra”». Accenna poi alla sorte toccata alle opere di Heidegger, di Arendt, «con le mie annotazioni, e potrei continuare il doloroso elenco, a cominciare dai libri che mi sono più cari, su cui studio e ho studiato. Non posso far nulla, oltre una denuncia, libri deturpati o spariti non sono tomi intonsi per abbellire la biblioteca; no, sono libri letti, chiosati da me, con annotazioni a margine, sottolineature, spesso introvabili. Non possono essere ricomprati».
Strada facendo, come è proprio di certi bibliofili, Veneziani non sa davvero nascondere neppure un grammo di disperazione. Che tuttavia non gli impedisce di soffermarsi sulle modalità distruttive dell'ex moglie: «Altri sono stati prima nascosti tra i materassi, sotto i divani, per poi farli sparire del tutto. I miei figli hanno salvato le opere di Borges, almeno per ora. Però, confermano i miei figli, i libri escono di casa in gruppi di 40-50, per non far più ritorno, ed essere venduti. Ricevo telefonate deliranti che mi ripetono: venduti».
Ci sarebbe la soluzione di portare via tutto, ma Veneziani non sembra contemplarla perché ha «speranza di rientrare in casa dopo che i miei figli hanno chiesto al magistrato di restare con me nella casa famigliare».
Non resta dunque che immaginarlo, come lui stesso si descrive, costretto a entrare in casa furtivamente; giusto il tempo di prendere un cambio d'abito, un paio di mutande, alcune magliette, o, più nobilmente, per consultare in fretta questo o quell'altro testo. Non è dunque vero, come il comunista ha creduto fino a questa mattina, che i fascisti ignorano dove i libri stiano esattamente di casa. O, nel migliore dei casi, hanno letto soltanto «Navi e poltrone» dove opportunamente si dimostra che fu la Regia Marina a sabotare lo sforzo bellico di Mussolini.
f.abbate@tiscali.it
La Provincia 18.3.05
l'intervista Willy Pasini, sessuologo
Uomini vittime: andiamoci piano
S. Gol.
Reduce dalla registrazione di una puntata di "Porta a porta" andata in onda ieri sera, Willy Pasini non ci sta a catalogare l'uomo come la vera vittima della coppia che scoppia. Psichiatra, sessuologo e scrittore di libri che hanno sviscerato ogni aspetto, nel bene e nel male, del rapporto d'amore, Pasini si dice anche contrario alla nuova moda dell'outing, della confessione "pubblica" dei sentimenti più privati. Eppure, ormai non che vip che si rispetti che non lavi i panni sporchi in pubblico. Lo so, è un fenomeno diffuso. Ma non mi piace. Io chiamo questa moda extimità. E' l'esatto contrario dell'intimità. E' come indossare una sottoveste sopra gli abiti, anzichè sotto. Sono convinto, e la mia esperienza di sessuologo me lo conferma, che i sentimenti devono restare privati, anche quando un matrimonio, un'unione si sfascia. Quindi non approva neanche la confessione di Marcello Veneziani? Non conosco questo caso, quindi non posso parlarne. Posso però dire in modo più generale che questa voglia di outing a tutti i costi forse farà salire le vendite dei giornali o salire gli ascolti della tv ma è controproducente. E cosa pensa delle tante storie di ordinaria separazione in cui è lui che diventa la parte debole? Ogni giorno nasce una nuova associazione che riunisce padri separati. Sulla storia dell'uomo che soccombe, dell'uomo-vittima non sono tanto d'accordo. O meglio, ci saranno anche casi che dicono il contrario, ma la verità è che il maschio ora si ritrova spesso a subire una rottura del rapporto perché a volerlo è la donna e, semplicemente, l'uomo non è abituato a subire una decisione. E soprattutto non è abituato a venire abbandonato. E' così da secoli, non inventiamo nulla. Certo, sono invece favorevole alle battaglie dei padri separati quando si parla di figli negati. Un genitore ha diritto a seguire, vedere, proteggere i propri figli anche quando il matrimonio si è rotto. Sono d'accordo sull'affido condiviso. Sarebbe un grande passo verso la civiltà della coppia separata, per il bene dei figli oltretutto. Ammetterà almeno che qualcosa di strano nel rapporto tra i sessi c'è, se è vero che gli uomini hanno sempre più paura a lasciarsi andare. Non c'è dubbio: gli uomini sono terrorizzati. La donna fa paura, o meglio fa paura la determinazione della donna. Sa cosa sento spesso dai ragazzi nella mia veste di sessuologo? "Non mi voglio sposare perché so già come va a finire: lei tra due anni mi molla, in più la devo mantenere e magari devo anche rinunciare al figlio che è nato". Sposarsi, diciamolo, non conviene più. E le donne, improvvisamente sono tutte aguzzine? Le donne dovrebbero certo farsi un esame di coscienza prima di piangere dicendo che non esistono più uomini veri.
Bertinotti a Torino
18 Marzo 2005
La Stampa 18.3.05
IL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE SULLA CRISI FIAT E DELL’INDOTTO AUTO
Bertinotti: serve una guida pubblica
per una nuova politica industriale
Il Piemonte paga il fallimento delle politiche del laisser-faire, del non intervento pubblico sulla crisi industriale volute da Berlusconi e Roma e da Ghigo in Piemonte. E’ ora di cambiare. Serve una guida pubblica di questa fase di transizione, un progetto nazionale su mobilità e innovazione che coinvolga la Fiat, le banche e lo Stato e le Regioni». E’ la proposta che secondo Fausto Bertinotti deve fare «una coalizione di centrosinistra che si candida alla guida del Piemonte». Il segretario di Rifondazione, a Torino per sostenere la candidatura di Mercedes Bresso, sottolinea come «in Francia e Germania non si discute se lo Stato debba intervenire per salvare un settore strategico ma di come farlo». Dunque «possiamo farlo anche in Italia invertendo la linea fin qui seguita da Berlusconi». Certo «non si tratterebbe di un intervento di tipo assistenziale ma di un progetto di sviluppo decennale del settore auto». Aggiunge: «Naturalmente lo Stato deve intervenire se la proprietà inverte la tendenza alla diversificazione e alla fuoriuscita dall’auto». Anche le «banche devono assumersi la responsabilità del progetto».
Bresso ipotizza «la possibilità che la Regione intervenga per dare corpo a quei progetti sul motore pulito. Interventi economici ma anche legislativi come, ad esempio, stabilire che in un determinato numero di anni sarà permessa la circolazione solo alle vetture ecologiche».
Prima di loro il capolista indipendente di Prc, Mario Valpreda, aveva illustrato i costi sociali della precarietà: «Ci sono studi che dimostrano che chi è senza lavoro o subisce stress per l’insicurezza del posto si ammala il 30 per cento in più di chi è garantito. Per questo serve un sistema di protezione regionale che garantisca le fasce deboli».
La Stampa 18.3.05
IL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE SULLA CRISI FIAT E DELL’INDOTTO AUTO
Bertinotti: serve una guida pubblica
per una nuova politica industriale
Il Piemonte paga il fallimento delle politiche del laisser-faire, del non intervento pubblico sulla crisi industriale volute da Berlusconi e Roma e da Ghigo in Piemonte. E’ ora di cambiare. Serve una guida pubblica di questa fase di transizione, un progetto nazionale su mobilità e innovazione che coinvolga la Fiat, le banche e lo Stato e le Regioni». E’ la proposta che secondo Fausto Bertinotti deve fare «una coalizione di centrosinistra che si candida alla guida del Piemonte». Il segretario di Rifondazione, a Torino per sostenere la candidatura di Mercedes Bresso, sottolinea come «in Francia e Germania non si discute se lo Stato debba intervenire per salvare un settore strategico ma di come farlo». Dunque «possiamo farlo anche in Italia invertendo la linea fin qui seguita da Berlusconi». Certo «non si tratterebbe di un intervento di tipo assistenziale ma di un progetto di sviluppo decennale del settore auto». Aggiunge: «Naturalmente lo Stato deve intervenire se la proprietà inverte la tendenza alla diversificazione e alla fuoriuscita dall’auto». Anche le «banche devono assumersi la responsabilità del progetto».
Bresso ipotizza «la possibilità che la Regione intervenga per dare corpo a quei progetti sul motore pulito. Interventi economici ma anche legislativi come, ad esempio, stabilire che in un determinato numero di anni sarà permessa la circolazione solo alle vetture ecologiche».
Prima di loro il capolista indipendente di Prc, Mario Valpreda, aveva illustrato i costi sociali della precarietà: «Ci sono studi che dimostrano che chi è senza lavoro o subisce stress per l’insicurezza del posto si ammala il 30 per cento in più di chi è garantito. Per questo serve un sistema di protezione regionale che garantisca le fasce deboli».
continua la discussione sul caso Moro
Corriere della Sera 18.3.05
DIBATTITO
La discussione avviata da Sergio Luzzatto sugli sviluppi della politica italiana dopo l’assassinio del presidente dc
L’unità antifascista era finita. Il delitto Moro la seppellì
di LUCIANO CAFAGNA
L’assassinio di Aldo Moro è un evento storico ancora presente nella coscienza di coloro che, di qualsiasi età, l’abbiano vissuto. Si continuano a girare film su quell’episodio, a scrivere libri, a parlarne sui giornali. È rimasto presente, quel fatto orribile, come momento, forse attimo, di vita intensamente collettiva. In senso passivo, come scossa ricevuta, ad alta tensione. Ma anche in senso attivo. E mi spiego. Gli italiani, infatti, dopo quel terribile evento, non furono più gli stessi del giorno prima. Non lo furono i cittadini semplici, non lo furono i politici e i politicizzati, non lo furono gli stessi anti-cittadini, gli «antagonisti» di allora. Nei cittadini semplici si fece più nettamente strada la persuasione che la drammaticità della convivenza politica fosse giunta, in quei micidiali anni Settanta, a un punto di saturazione, di insopportabilità. Bisognava finirla con quella violenza insensata. E bisognava finirla pure con una politica troppo permissiva, con la tolleranza verso l’ostilità alle funzioni stesse dell’ordine pubblico, e a chi le assolveva. E forse anche con le idee di compromesso a ogni costo, con la prassi che era stata dello stesso Moro.
Non abbiamo molto di più del rapporto fra i dati elettorali del 20 giugno 1976 e quelli del 3 giugno 1979 (Moro fu ucciso il 9 maggio 1978) per documentare attendibilmente le reazioni d’opinione intervenute dopo il delitto Moro. Il primo effetto che salta agli occhi è l’incremento di quasi 3 punti nell’astensionismo elettorale, accompagnato da un paio di punti di aumento nella percentuale dei voti non validi (schede bianche o annullate). La seconda indicazione è la vistosa perdita di voti comunisti, il 4%, non compensata affatto dal molto lieve incremento della sinistra estremista. La terza indicazione è che l’elettorato si era spostato, ma non a destra: anzi il neofascismo perdeva addirittura. La quarta indicazione è la rimarchevole affermazione del partito radicale che tocca il 3,5%.
Si può tentare una interpretazione di questo che è forse - se si considera la brevità dell’intervallo temporale - uno dei più rimarchevoli mutamenti nell’orientamento degli elettori italiani prima degli incerti assestamenti degli anni Ottanta che sfoceranno alla fine nella rivoluzione elettorale del 1994. La consultazione elettorale successiva al delitto Moro avviò in Italia l’inesorabile deriva dell’astensionismo elettorale che ancora continua. Significò, in quel momento, paura o disgusto per la politica, e, chissà, rinuncia, per molti, a illusioni nutrite. Segnò anche un regresso della fiducia che si era andata formando, negli anni precedenti, nei confronti di un partito comunista che appariva serio, pragmatico, moderato, sempre meno filosovietico. Una parte non piccola di coloro che avevano pensato questo si ravvide, probabilmente pensando che, al di là del nuovo volto responsabile, si dovesse piuttosto tener conto di una istigazione originaria attivata dal comunismo, quella che aveva contribuito a diffondere i batteri che erano poi evoluti nel terrorismo. (Una importante ideologa della sinistra, la Rossanda, parlò di «album di famiglia» riconoscibile nella cultura del terrorismo). Dove andarono quei voti? In parte si dispersero, in parte, forse, andarono ai radicali che apparivano allora come un progressismo modernizzante pulito, deciso ma non violento, pragmatico, scevro di ideologie. I voti democristiani rimasero sostanzialmente allo stesso livello del 1976. Sarebbe stato terribile che venisse addirittura punito il partito della vittima: e gli italiani non lo fecero.
In sostanza, il delitto Moro, pose fine alla tremenda crisi degli anni Settanta, crisi politica «organica» avrebbe detto Gramsci, «prova d’orchestra», cioè, insubordinazione generalizzata nella società, secondo la parodia, di immensa amarezza, di un nostro grande regista. Da quel giorno cominciò a tornare il rispetto sociale reciproco e prese a scemare il tasso di violenza nei rapporti politici e sociali.
L’apprezzamento per la mediazione eroica ad ogni costo - che era stata propria del disperato genio politico di Aldo Moro - fece posto - nella cittadinanza politicizzata - all’attesa di un leader forte e decisionista: ma, importantissimo sottolinearlo, non «reazionario». Forse la Prima Repubblica finì con quella tragedia: perché questa aveva concluso il lento fallimento del mito del CLN, di una recuperabile unità antifascista «da dopoguerra»: il mito che aveva accompagnato ambiguamente e senza chiarezza la storia politica italiana dalla fine della egemonia democristiana di De Gasperi alla crisi del centrosinistra anni 60, fino a un abbozzo di «compromesso storico» - ancora il mito del resistenziale CLN - bersagliato da pallottole. Una delle quali raggiunse colui che resterà il più grande capro espiatorio della nostra storia.
Dopo Moro venne Craxi, con una idea, non per caso, di «grande riforma»: era l’idea di una «seconda repubblica». Quella «grande riforma», però, non ci fu. L’assassinio di Moro chiuse la prima repubblica. Ma non aprì la strada alla seconda.
Luciano Cafagna, storico, studioso di Cavour e Toqueville, autore di numerose pubblicazioni, è stato professore di Storia contemporanea all’Università di Pisa, presidente della Società italiana per lo studio della Storia contemporanea e commissario dell’Autorità garante per il mercato e la concorrenza Riformista, in passato vicino al Psi, oggi è presidente dell’associazione «Libertà eguale» che raccoglie l’area liberal dell’Ulivo
Il dibattito sul legame tra il caso Moro e la fine del patto resistenziale si è aperto con un intervento di Sergio Luzzatto sul «Corriere» di martedì 15 marzo. L’articolo prendeva spunto da un recente libro di Agostino Giovagnoli dedicato al rapimento dello statista dc In risposta a Luzzatto, sul «Corriere» del 17 marzo, Michele Salvati ha messo in discussione l’ipotesi che il delitto Moro abbia segnato la fine dell’unità nazionale scaturita dall’antifascismo
DIBATTITO
La discussione avviata da Sergio Luzzatto sugli sviluppi della politica italiana dopo l’assassinio del presidente dc
L’unità antifascista era finita. Il delitto Moro la seppellì
di LUCIANO CAFAGNA
L’assassinio di Aldo Moro è un evento storico ancora presente nella coscienza di coloro che, di qualsiasi età, l’abbiano vissuto. Si continuano a girare film su quell’episodio, a scrivere libri, a parlarne sui giornali. È rimasto presente, quel fatto orribile, come momento, forse attimo, di vita intensamente collettiva. In senso passivo, come scossa ricevuta, ad alta tensione. Ma anche in senso attivo. E mi spiego. Gli italiani, infatti, dopo quel terribile evento, non furono più gli stessi del giorno prima. Non lo furono i cittadini semplici, non lo furono i politici e i politicizzati, non lo furono gli stessi anti-cittadini, gli «antagonisti» di allora. Nei cittadini semplici si fece più nettamente strada la persuasione che la drammaticità della convivenza politica fosse giunta, in quei micidiali anni Settanta, a un punto di saturazione, di insopportabilità. Bisognava finirla con quella violenza insensata. E bisognava finirla pure con una politica troppo permissiva, con la tolleranza verso l’ostilità alle funzioni stesse dell’ordine pubblico, e a chi le assolveva. E forse anche con le idee di compromesso a ogni costo, con la prassi che era stata dello stesso Moro.
Non abbiamo molto di più del rapporto fra i dati elettorali del 20 giugno 1976 e quelli del 3 giugno 1979 (Moro fu ucciso il 9 maggio 1978) per documentare attendibilmente le reazioni d’opinione intervenute dopo il delitto Moro. Il primo effetto che salta agli occhi è l’incremento di quasi 3 punti nell’astensionismo elettorale, accompagnato da un paio di punti di aumento nella percentuale dei voti non validi (schede bianche o annullate). La seconda indicazione è la vistosa perdita di voti comunisti, il 4%, non compensata affatto dal molto lieve incremento della sinistra estremista. La terza indicazione è che l’elettorato si era spostato, ma non a destra: anzi il neofascismo perdeva addirittura. La quarta indicazione è la rimarchevole affermazione del partito radicale che tocca il 3,5%.
Si può tentare una interpretazione di questo che è forse - se si considera la brevità dell’intervallo temporale - uno dei più rimarchevoli mutamenti nell’orientamento degli elettori italiani prima degli incerti assestamenti degli anni Ottanta che sfoceranno alla fine nella rivoluzione elettorale del 1994. La consultazione elettorale successiva al delitto Moro avviò in Italia l’inesorabile deriva dell’astensionismo elettorale che ancora continua. Significò, in quel momento, paura o disgusto per la politica, e, chissà, rinuncia, per molti, a illusioni nutrite. Segnò anche un regresso della fiducia che si era andata formando, negli anni precedenti, nei confronti di un partito comunista che appariva serio, pragmatico, moderato, sempre meno filosovietico. Una parte non piccola di coloro che avevano pensato questo si ravvide, probabilmente pensando che, al di là del nuovo volto responsabile, si dovesse piuttosto tener conto di una istigazione originaria attivata dal comunismo, quella che aveva contribuito a diffondere i batteri che erano poi evoluti nel terrorismo. (Una importante ideologa della sinistra, la Rossanda, parlò di «album di famiglia» riconoscibile nella cultura del terrorismo). Dove andarono quei voti? In parte si dispersero, in parte, forse, andarono ai radicali che apparivano allora come un progressismo modernizzante pulito, deciso ma non violento, pragmatico, scevro di ideologie. I voti democristiani rimasero sostanzialmente allo stesso livello del 1976. Sarebbe stato terribile che venisse addirittura punito il partito della vittima: e gli italiani non lo fecero.
In sostanza, il delitto Moro, pose fine alla tremenda crisi degli anni Settanta, crisi politica «organica» avrebbe detto Gramsci, «prova d’orchestra», cioè, insubordinazione generalizzata nella società, secondo la parodia, di immensa amarezza, di un nostro grande regista. Da quel giorno cominciò a tornare il rispetto sociale reciproco e prese a scemare il tasso di violenza nei rapporti politici e sociali.
L’apprezzamento per la mediazione eroica ad ogni costo - che era stata propria del disperato genio politico di Aldo Moro - fece posto - nella cittadinanza politicizzata - all’attesa di un leader forte e decisionista: ma, importantissimo sottolinearlo, non «reazionario». Forse la Prima Repubblica finì con quella tragedia: perché questa aveva concluso il lento fallimento del mito del CLN, di una recuperabile unità antifascista «da dopoguerra»: il mito che aveva accompagnato ambiguamente e senza chiarezza la storia politica italiana dalla fine della egemonia democristiana di De Gasperi alla crisi del centrosinistra anni 60, fino a un abbozzo di «compromesso storico» - ancora il mito del resistenziale CLN - bersagliato da pallottole. Una delle quali raggiunse colui che resterà il più grande capro espiatorio della nostra storia.
Dopo Moro venne Craxi, con una idea, non per caso, di «grande riforma»: era l’idea di una «seconda repubblica». Quella «grande riforma», però, non ci fu. L’assassinio di Moro chiuse la prima repubblica. Ma non aprì la strada alla seconda.
Luciano Cafagna, storico, studioso di Cavour e Toqueville, autore di numerose pubblicazioni, è stato professore di Storia contemporanea all’Università di Pisa, presidente della Società italiana per lo studio della Storia contemporanea e commissario dell’Autorità garante per il mercato e la concorrenza Riformista, in passato vicino al Psi, oggi è presidente dell’associazione «Libertà eguale» che raccoglie l’area liberal dell’Ulivo
Il dibattito sul legame tra il caso Moro e la fine del patto resistenziale si è aperto con un intervento di Sergio Luzzatto sul «Corriere» di martedì 15 marzo. L’articolo prendeva spunto da un recente libro di Agostino Giovagnoli dedicato al rapimento dello statista dc In risposta a Luzzatto, sul «Corriere» del 17 marzo, Michele Salvati ha messo in discussione l’ipotesi che il delitto Moro abbia segnato la fine dell’unità nazionale scaturita dall’antifascismo
giovedì 17 marzo 2005
su Nature: la differenza tra uomini e donne«lei si muove in modi misteriosi»
Repubblica 17.3.05
Lui e lei, i segreti della differenza
Decifrata la mappa del cromosoma X. I legami con molte patologie
Un grande ricerca internazionale a cui partecipa il nostro Cnr
Lo studio è pubblicato sulla rivista Nature e aprirà grandi prospettive
CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - Due anni fa è toccato al cromosoma Y, che determina il sesso maschile. Oggi a rivelare i suoi segreti genetici è invece il cromosoma X, il secondo cromosoma sessuale degli esseri umani, di cui un consorzio internazionale di centri di ricerca pubblica oggi sulla rivista britannica "Nature" l´analisi più completa e approfondita mai effettuata finora. Svelando, tra l´altro, che la complessità femminile, e alcune delle differenze tra i sessi, dipendono anche dai geni e non solamente dagli ormoni sessuali: tanto che alcuni ricercatori si sono spinti fino a parlare di due genomi umani: uno "per lei" e uno "per lui".
Su "Nature", due articoli sintetizzano il risultato del lavoro di oltre 250 ricercatori, tra cui gli italiani Andrea Ballabio e il gruppo di Michele D'Urso e Alfredo Ciccodicola all´Istituto di genetica ‘‘Adriano Buzzati-Traverso´´ del CNR di Napoli, che sotto il coordinamento del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge hanno studiato per anni uno dei cromosomi umani più affascinanti e complessi, determinandone il 99,3% della sequenza. Un cromosoma che, da solo, è legato a oltre 300 patologie differenti, più di quante ne siano state identificate in qualunque altro cromosoma, a dispetto del fatto che contiene appena il quattro per cento del totale dei nostri geni.
Le caratteristiche del cromosoma X sono uniche. Le donne ne possiedono due copie, ricevute una dall´ovulo della madre (che contiene obbligatoriamente solo l´X) e l´altra dallo sperma del padre (che può invece avere sia l´X che l´Y: ed ecco perché a determinare il sesso del nascituro è sempre il papà). I maschi invece ne posseggono una copia sola, e questo significa che se su quella c´è un gene difettoso ai maschi manca la possibilità di compensare il malfunzionamento perché sul "loro" Y non c´è la copia corrispondente. È ciò che accade, per esempio, nell´emofilia e nella distrofia muscolare di Duchenne, ma anche di molte malattie genetiche rare oltre che di difetti con conseguenze assai meno gravi, come il daltonismo. In tutti questi casi, la madre è portatrice sana, perché ha due copie del cromosoma X, ma il figlio maschio si ammala perché ne eredita una sola. Le malattie dell´X, insomma, sono quasi sempre malattie esclusivamente maschili, il che ha spesso reso più facile identificarle. Tanto che il cromosoma X si è conquistato un posto di primo piano nella storia della genetica, perché fin dal 1911 (quando il gene responsabile del daltonismo fu il primo gene umano a essere mappato) le indagini che lo riguardano ci hanno insegnato moltissimo sulla biologia umana e sull´origine e lo sviluppo delle patologie.
In realtà, come hanno accertato gli studi dedicati al passato dei due cromosomi sessuali, sull´Y i geni mancano perché si sono perduti nel corso degli ultimi 300 milioni di anni, durante una storia evolutiva particolarissima, che in un percorso segnato da cinque tappe differenti ha portato una coppia di cromosomi primitivi identici e, per così dire, asessuati, a trasformarsi da un lato a un Y piccolo e "impoverito" di geni, ma in cui è rimasto ciò che lo rende decisivo nel determinare la mascolinità dell´embrione, e dall´altro a un grande cromosoma X, con quasi 1100 geni funzionali.
Ma che non per questo funzionano sempre. Le donne, infatti, hanno sì due copie dell´X, ma non le usano tutte e due. Grazie a un meccanismo ancora da chiarire bene, i geni di una delle due copie rimangono in gran parte inattivi, come se fossero stati "congelati", con il risultato che l´attività totale dei geni è più o meno la stessa sia negli uomini che nelle donne: a produrre proteine è sempre un X solo.
Ed ecco la grande sorpresa annunciata dalle ricerche apparse su "Nature", la scoperta che ha spinto i redattori della rivista a intitolare l´editoriale di commento con il verso di una canzone degli U2: She moves in mysterious ways, lei si muove in modi misteriosi. Studiando campioni di tessuto appartenenti a 40 donne diverse, i ricercatori si sono accorti che in tutti i campioni senza eccezione a restare inattivo, (o silenziato, come dicono gli esperti), è solo il 75% dei geni della seconda copia del cromosoma X. Dell´altro quarto, un 15% sfugge permanentemente all´inattivazione, e quindi nelle donne si esprime a livelli doppi che negli uomini, mentre il dieci per cento restante è risultato attivo in alcuni casi e silenziato in altri; i maschi, invece, esprimono tutti una singola copia degli stessi geni. Gli effetti di questa grande variabilità femminile sono tutti da capire, ma, si legge su "Nature", sono "probabilmente rilevanti dal punto di vista medico".
Le conseguenze pratiche di queste ricerche, anche se forse lontane, potrebbero essere cruciali, sia dal punto di vista diagnostico che da quello terapeutico. Nel frattempo, il cromosoma X si conferma un prezioso alleato per esplorare i misteri della nostra evoluzione.
Lui e lei, i segreti della differenza
Decifrata la mappa del cromosoma X. I legami con molte patologie
Un grande ricerca internazionale a cui partecipa il nostro Cnr
Lo studio è pubblicato sulla rivista Nature e aprirà grandi prospettive
CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - Due anni fa è toccato al cromosoma Y, che determina il sesso maschile. Oggi a rivelare i suoi segreti genetici è invece il cromosoma X, il secondo cromosoma sessuale degli esseri umani, di cui un consorzio internazionale di centri di ricerca pubblica oggi sulla rivista britannica "Nature" l´analisi più completa e approfondita mai effettuata finora. Svelando, tra l´altro, che la complessità femminile, e alcune delle differenze tra i sessi, dipendono anche dai geni e non solamente dagli ormoni sessuali: tanto che alcuni ricercatori si sono spinti fino a parlare di due genomi umani: uno "per lei" e uno "per lui".
Su "Nature", due articoli sintetizzano il risultato del lavoro di oltre 250 ricercatori, tra cui gli italiani Andrea Ballabio e il gruppo di Michele D'Urso e Alfredo Ciccodicola all´Istituto di genetica ‘‘Adriano Buzzati-Traverso´´ del CNR di Napoli, che sotto il coordinamento del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge hanno studiato per anni uno dei cromosomi umani più affascinanti e complessi, determinandone il 99,3% della sequenza. Un cromosoma che, da solo, è legato a oltre 300 patologie differenti, più di quante ne siano state identificate in qualunque altro cromosoma, a dispetto del fatto che contiene appena il quattro per cento del totale dei nostri geni.
Le caratteristiche del cromosoma X sono uniche. Le donne ne possiedono due copie, ricevute una dall´ovulo della madre (che contiene obbligatoriamente solo l´X) e l´altra dallo sperma del padre (che può invece avere sia l´X che l´Y: ed ecco perché a determinare il sesso del nascituro è sempre il papà). I maschi invece ne posseggono una copia sola, e questo significa che se su quella c´è un gene difettoso ai maschi manca la possibilità di compensare il malfunzionamento perché sul "loro" Y non c´è la copia corrispondente. È ciò che accade, per esempio, nell´emofilia e nella distrofia muscolare di Duchenne, ma anche di molte malattie genetiche rare oltre che di difetti con conseguenze assai meno gravi, come il daltonismo. In tutti questi casi, la madre è portatrice sana, perché ha due copie del cromosoma X, ma il figlio maschio si ammala perché ne eredita una sola. Le malattie dell´X, insomma, sono quasi sempre malattie esclusivamente maschili, il che ha spesso reso più facile identificarle. Tanto che il cromosoma X si è conquistato un posto di primo piano nella storia della genetica, perché fin dal 1911 (quando il gene responsabile del daltonismo fu il primo gene umano a essere mappato) le indagini che lo riguardano ci hanno insegnato moltissimo sulla biologia umana e sull´origine e lo sviluppo delle patologie.
In realtà, come hanno accertato gli studi dedicati al passato dei due cromosomi sessuali, sull´Y i geni mancano perché si sono perduti nel corso degli ultimi 300 milioni di anni, durante una storia evolutiva particolarissima, che in un percorso segnato da cinque tappe differenti ha portato una coppia di cromosomi primitivi identici e, per così dire, asessuati, a trasformarsi da un lato a un Y piccolo e "impoverito" di geni, ma in cui è rimasto ciò che lo rende decisivo nel determinare la mascolinità dell´embrione, e dall´altro a un grande cromosoma X, con quasi 1100 geni funzionali.
Ma che non per questo funzionano sempre. Le donne, infatti, hanno sì due copie dell´X, ma non le usano tutte e due. Grazie a un meccanismo ancora da chiarire bene, i geni di una delle due copie rimangono in gran parte inattivi, come se fossero stati "congelati", con il risultato che l´attività totale dei geni è più o meno la stessa sia negli uomini che nelle donne: a produrre proteine è sempre un X solo.
Ed ecco la grande sorpresa annunciata dalle ricerche apparse su "Nature", la scoperta che ha spinto i redattori della rivista a intitolare l´editoriale di commento con il verso di una canzone degli U2: She moves in mysterious ways, lei si muove in modi misteriosi. Studiando campioni di tessuto appartenenti a 40 donne diverse, i ricercatori si sono accorti che in tutti i campioni senza eccezione a restare inattivo, (o silenziato, come dicono gli esperti), è solo il 75% dei geni della seconda copia del cromosoma X. Dell´altro quarto, un 15% sfugge permanentemente all´inattivazione, e quindi nelle donne si esprime a livelli doppi che negli uomini, mentre il dieci per cento restante è risultato attivo in alcuni casi e silenziato in altri; i maschi, invece, esprimono tutti una singola copia degli stessi geni. Gli effetti di questa grande variabilità femminile sono tutti da capire, ma, si legge su "Nature", sono "probabilmente rilevanti dal punto di vista medico".
Le conseguenze pratiche di queste ricerche, anche se forse lontane, potrebbero essere cruciali, sia dal punto di vista diagnostico che da quello terapeutico. Nel frattempo, il cromosoma X si conferma un prezioso alleato per esplorare i misteri della nostra evoluzione.
il nuovo libro di Vittoria Francoper la fecondazione eterologa e per la libera ricerca
Da Avvenimenti n 10, in edicola
Referendum- Da paese all’avanguardia a fanalino di coda. Nel nuovo libro di Vittoria Franco come la legge 40 fa dell’Italia il paese più arretrato d'Europa.
TABÙ IN PROVETTA
Fecondazione eterologa e libera ricerca, ciò che la destra non vuole
di Simona Maggiorelli
Come è potuto accadere che sia passata una legge come la 40? Come è potuto succedere in un paese da molti anni all’avanguardia nella fecondazione assistita come l’Italia? Con tanti centri che, fino all’entrata in vigore di questa legge il febbraio di un anno fa, praticavano la fecondazione eterologa, la conservazione degli embrioni e la diagnosi preimpianto per selezionare embrioni sani. Il fatto è che a 46 anni dalla prima proposta di legge in materia, scrive Vittoria Franco in "Bioetica e procreazione assistita" (Donzelli editore), oggi abbiamo "una legge anacronistica, che detta norme vessatorie, piena di paradossi, lontana anni luce dal sentire comune e dai nuovi modelli di vita". E questo perché, scrive la senatrice diessina " su una materia così importante, delicata, nuova, si è giocata una partita di scambio politico all’interno della maggioranza e fra questa e le gerarchie ecclesistiche". Una pagina nerissima della storia italiana e che con il prossimo referendum si spera davvero di poter cambiare. Le ragioni per votare quattro sì sono argomentate con limpido rigore in questo nuovo libro della Franco, che da filosofa e ricercatrice, smonta una ad una le argomentazioni di Chiesa e governo, ma anche di un filosofo progressista come Habermas che, da qualche tempo, ha preso a scrivere contro quella lui chiama “ genetica liberale” e le sue paventate derive. "Dove mai andremo a finire?" si domanda il filosofo tedesco. Prendendo quella che Mary Warnok chiama la posizione del pendio scivoloso, per cui in nome di un rischio remoto si rinuncia a risolvere casi concreti. Così, mentre perfino Habermas si mette a battagliare contro una fantasticata eugenetica, si impedisce a persone con gravi malattie genetiche come la talassemia di mettere al mondo figli sani e si impongono stop inderogabili a quella ricerca che potrebbe trovare una cura a malattie oggi inguaribili. E tutto, scrive Vittoria Franco, nel nome di una "confusione che si fa fra vivente e persona". Attribuire personalità giuridica all’embrione, come fa la legge 40 (nessun’altra legislazione al mondo fa altrettanto), tutelando il possibile nascituro più della madre, è un’operazione che non regge sotto il profilo giuridico e scientifico. La senatrice e responsabile nazionale della cultura per i Ds dedica i capitoli centrali del libro a questo argomento, ricostruendo il dibattito internazionale, proponendo confronti serrati con le altre legislazioni europee, suggerendo percorsi bibliografici e pubblicando in appendice alcune interessanti spigolature del dibattito in Senato. Un paio di punti ci paiono da segnalare in primis: "L’individualità - scrive Franco - è il requisito minimo per attribuire personalità giuridica, ma l’embrione nella prima fase è un’entità costruita da poche cellule indifferenziate. Attribuirgliela, dunque, è più di una forzatura". E poi citando recenti testi scientiifici e filosofici aggiunge: "solo dal momento in cui inizia una vita mentale si può parlare di persona". Habermas, dice la Franco, parla di “inviolabilità dell’embrione” perché sposta il discorso su un piano di metafisica. Ma così appunto, l’embrione diventa "entità intangibile: sacra. E nel nome di un concetto
astratto di sacralità della vita - scrive Franco - si impedisce la vita umana legata alla nascita; il venire al mondo di un essere umano compiuto". Ma c’è dell’altro. Isolando l’embrione come se fosse un’entità autonoma, capace di svilupparsi indipendente dall’utero - denuncia Vittoria Franco -"si torna a considerare la donna come un soggetto privo di dignità giuridica ed etica, come un semplice contenitore di un’entità astratta e superiore". Viene a mancare insomma quel fondamento della libertà femminile che le donne conquistarono con la contraccezione, quando finalmente la sessualità non fu più maternità come ineluttabile destino, ma scelta. E da qui a mettere in discussione la legge sull’aborto, mettendo in pratica le dichiarazioni di Buttiglione, per questa maggioranza, il passo potrebbe essere breve.
Referendum- Da paese all’avanguardia a fanalino di coda. Nel nuovo libro di Vittoria Franco come la legge 40 fa dell’Italia il paese più arretrato d'Europa.
TABÙ IN PROVETTA
Fecondazione eterologa e libera ricerca, ciò che la destra non vuole
di Simona Maggiorelli
Come è potuto accadere che sia passata una legge come la 40? Come è potuto succedere in un paese da molti anni all’avanguardia nella fecondazione assistita come l’Italia? Con tanti centri che, fino all’entrata in vigore di questa legge il febbraio di un anno fa, praticavano la fecondazione eterologa, la conservazione degli embrioni e la diagnosi preimpianto per selezionare embrioni sani. Il fatto è che a 46 anni dalla prima proposta di legge in materia, scrive Vittoria Franco in "Bioetica e procreazione assistita" (Donzelli editore), oggi abbiamo "una legge anacronistica, che detta norme vessatorie, piena di paradossi, lontana anni luce dal sentire comune e dai nuovi modelli di vita". E questo perché, scrive la senatrice diessina " su una materia così importante, delicata, nuova, si è giocata una partita di scambio politico all’interno della maggioranza e fra questa e le gerarchie ecclesistiche". Una pagina nerissima della storia italiana e che con il prossimo referendum si spera davvero di poter cambiare. Le ragioni per votare quattro sì sono argomentate con limpido rigore in questo nuovo libro della Franco, che da filosofa e ricercatrice, smonta una ad una le argomentazioni di Chiesa e governo, ma anche di un filosofo progressista come Habermas che, da qualche tempo, ha preso a scrivere contro quella lui chiama “ genetica liberale” e le sue paventate derive. "Dove mai andremo a finire?" si domanda il filosofo tedesco. Prendendo quella che Mary Warnok chiama la posizione del pendio scivoloso, per cui in nome di un rischio remoto si rinuncia a risolvere casi concreti. Così, mentre perfino Habermas si mette a battagliare contro una fantasticata eugenetica, si impedisce a persone con gravi malattie genetiche come la talassemia di mettere al mondo figli sani e si impongono stop inderogabili a quella ricerca che potrebbe trovare una cura a malattie oggi inguaribili. E tutto, scrive Vittoria Franco, nel nome di una "confusione che si fa fra vivente e persona". Attribuire personalità giuridica all’embrione, come fa la legge 40 (nessun’altra legislazione al mondo fa altrettanto), tutelando il possibile nascituro più della madre, è un’operazione che non regge sotto il profilo giuridico e scientifico. La senatrice e responsabile nazionale della cultura per i Ds dedica i capitoli centrali del libro a questo argomento, ricostruendo il dibattito internazionale, proponendo confronti serrati con le altre legislazioni europee, suggerendo percorsi bibliografici e pubblicando in appendice alcune interessanti spigolature del dibattito in Senato. Un paio di punti ci paiono da segnalare in primis: "L’individualità - scrive Franco - è il requisito minimo per attribuire personalità giuridica, ma l’embrione nella prima fase è un’entità costruita da poche cellule indifferenziate. Attribuirgliela, dunque, è più di una forzatura". E poi citando recenti testi scientiifici e filosofici aggiunge: "solo dal momento in cui inizia una vita mentale si può parlare di persona". Habermas, dice la Franco, parla di “inviolabilità dell’embrione” perché sposta il discorso su un piano di metafisica. Ma così appunto, l’embrione diventa "entità intangibile: sacra. E nel nome di un concetto
astratto di sacralità della vita - scrive Franco - si impedisce la vita umana legata alla nascita; il venire al mondo di un essere umano compiuto". Ma c’è dell’altro. Isolando l’embrione come se fosse un’entità autonoma, capace di svilupparsi indipendente dall’utero - denuncia Vittoria Franco -"si torna a considerare la donna come un soggetto privo di dignità giuridica ed etica, come un semplice contenitore di un’entità astratta e superiore". Viene a mancare insomma quel fondamento della libertà femminile che le donne conquistarono con la contraccezione, quando finalmente la sessualità non fu più maternità come ineluttabile destino, ma scelta. E da qui a mettere in discussione la legge sull’aborto, mettendo in pratica le dichiarazioni di Buttiglione, per questa maggioranza, il passo potrebbe essere breve.
Firenzeteatranti e psicoterapeuti contro la depressione
Repubblica edizione di Firenze 17.3.05
Migliaia di studenti partecipano al teatro di Rifredi a una iniziativa di teatranti e psicoterapeuti
Contro la depressione? Scienza e teatro
ROBERTO INCERTI
SCIENZA e teatro, per prevenire la depressione. Per non fare dei ragazzi gli angosciati del domani. La USL 10, la Regione e la Compagnia Pupi e Fresedde che ha sede al Teatro di Rifredi, grazie ad una serie d´incontri, ad uno spettacolo e ad una collaborazione fra teatranti e psicoterapeuti ha creato il progetto Antidoto - curato da Rita Polverini - che affronta i temi del disagio giovanile. Gli incontri a cui partecipano un operatore teatrale e uno della salute mentale sono inseriti in una cornice di «promozione della salute» e hanno lo scopo di far crescere nei ragazzi l´autostima. Al progetto parteciperanno oltre 3.500 fiorentini delle scuole medie e superiori - dai 14 ai 19 anni - che hanno assistito agli incontri e che vedranno lo spettacolo di Pupi e Fresedde Metamorfosi. Ritratto del giovane Franz Kafka in un teatro del ghetto di Praga scritto e diretto dal giovane regista Stefano Massini con gli ottimi attori Roberto Gioffré, Marco Venienti, Stefano Laguni. Lo spettacolo sta spopolando al Teatro di Rifredi nelle matinée per gli studenti ad avrà tre repliche serali da venerdì a domenica (sempre a Rifredi info 0554220361-2).
I fantasmi, le ossessioni di Kafka diventano un modo per vincere le paure, l´insicurezza che spesso attanaglia i ragazzi. Mostrare Metamorfosi è un modo per esorcizzare i timori, l´insicurezza. Fondamentale nel progetto sono stati gli incontri con gli psicologi. La psicoterapeuta Elisabetta Laszlo ha fatto uno studio per capire quali siano i mostri dei ragazzi di oggi. Molti studenti - dopo gli incontri tenuti dalla stessa Laszlo e dell´attrice Patrizia Mazzoni - hanno confessato seppure in maniera anonima i propri incubi. Un quattordicenne ha scritto quasi in maniera kafkiana «mi svegliai trasformato in un giornale vecchio poggiato a terra ai piedi del letto, e quando mia madre entrò in camera non mi riconobbe, lo raccolse e lo buttò nel secchio dei rifiuti. Dopo poco passò il camion della nettezza e venni tirato via per sempre».
Lo spettacolo di Massini - che abbiamo visto in mezzo agli studenti - sa entusiasmare. La scena di forte impatto di Mirco Rocchi profuma di legno come i caffè e i teatri praghesi. Siamo infatti in una notte d´inverno del 1911 al Café Teatro Savoy fra la neve di Praga che, quando cade in scena sa stupire e carpire applausi ai giovani spettatori. Il ghetto è immerso in un silenzio abissale. In scena vediamo i tavoli del locale, la nuvola azzurra generata dal fumo degli avventori, un sipario logoro, una lampada a petrolio, rigide vetrate liberty di sapore mitteleuropeo. Fra poesia, sogno, slanci improvvisi, angosce, è descritto l´incontro fra Franz Kafka e l´attore polacco Jtzach Lowy.
Migliaia di studenti partecipano al teatro di Rifredi a una iniziativa di teatranti e psicoterapeuti
Contro la depressione? Scienza e teatro
ROBERTO INCERTI
SCIENZA e teatro, per prevenire la depressione. Per non fare dei ragazzi gli angosciati del domani. La USL 10, la Regione e la Compagnia Pupi e Fresedde che ha sede al Teatro di Rifredi, grazie ad una serie d´incontri, ad uno spettacolo e ad una collaborazione fra teatranti e psicoterapeuti ha creato il progetto Antidoto - curato da Rita Polverini - che affronta i temi del disagio giovanile. Gli incontri a cui partecipano un operatore teatrale e uno della salute mentale sono inseriti in una cornice di «promozione della salute» e hanno lo scopo di far crescere nei ragazzi l´autostima. Al progetto parteciperanno oltre 3.500 fiorentini delle scuole medie e superiori - dai 14 ai 19 anni - che hanno assistito agli incontri e che vedranno lo spettacolo di Pupi e Fresedde Metamorfosi. Ritratto del giovane Franz Kafka in un teatro del ghetto di Praga scritto e diretto dal giovane regista Stefano Massini con gli ottimi attori Roberto Gioffré, Marco Venienti, Stefano Laguni. Lo spettacolo sta spopolando al Teatro di Rifredi nelle matinée per gli studenti ad avrà tre repliche serali da venerdì a domenica (sempre a Rifredi info 0554220361-2).
I fantasmi, le ossessioni di Kafka diventano un modo per vincere le paure, l´insicurezza che spesso attanaglia i ragazzi. Mostrare Metamorfosi è un modo per esorcizzare i timori, l´insicurezza. Fondamentale nel progetto sono stati gli incontri con gli psicologi. La psicoterapeuta Elisabetta Laszlo ha fatto uno studio per capire quali siano i mostri dei ragazzi di oggi. Molti studenti - dopo gli incontri tenuti dalla stessa Laszlo e dell´attrice Patrizia Mazzoni - hanno confessato seppure in maniera anonima i propri incubi. Un quattordicenne ha scritto quasi in maniera kafkiana «mi svegliai trasformato in un giornale vecchio poggiato a terra ai piedi del letto, e quando mia madre entrò in camera non mi riconobbe, lo raccolse e lo buttò nel secchio dei rifiuti. Dopo poco passò il camion della nettezza e venni tirato via per sempre».
Lo spettacolo di Massini - che abbiamo visto in mezzo agli studenti - sa entusiasmare. La scena di forte impatto di Mirco Rocchi profuma di legno come i caffè e i teatri praghesi. Siamo infatti in una notte d´inverno del 1911 al Café Teatro Savoy fra la neve di Praga che, quando cade in scena sa stupire e carpire applausi ai giovani spettatori. Il ghetto è immerso in un silenzio abissale. In scena vediamo i tavoli del locale, la nuvola azzurra generata dal fumo degli avventori, un sipario logoro, una lampada a petrolio, rigide vetrate liberty di sapore mitteleuropeo. Fra poesia, sogno, slanci improvvisi, angosce, è descritto l´incontro fra Franz Kafka e l´attore polacco Jtzach Lowy.
il numero e le sue forme
una mostra a Firenze
APCOM.it 16.3.05
LA SETTIMANA DELLA SCIENZA
"IL NUMERO E LE SUE FORME" A FIRENZE
Storie di Poliedri da Platone a Poinsot passando per Luca Pacioli
Firenze, 16 mar. (Apcom) - Dopo l'Automobile di Leonardo, Machina Mundi e Pedalando nel tempo, l'Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze ospita, da domani al 9 ottobre una nuova iniziativa di grande fascino intellettuale: una mostra dedicata al mondo dei poliedri e a quanti, filosofi, scienziati, artisti, hanno indagato sulle "divine proporzioni" che regolano le figure geometriche e sull'ordine matematico che sembra governare la struttura dell'universo. Inaugurata oggi nel contesto della XV Settimana della Cultura Scientifica, "Il Numero e le sue Forme. Storie di poliedri da Platone a Poinsot passando per Luca Pacioli" (www.imss.fi.it è un'esposizione ideata e curata da Romano e Francesca Folicaldi, presentata un anno fa a Fermo (Ascoli Piceno). L'allestimento fiorentino è promosso dall'Istituto e Museo di Storia della Scienza.
La mostra propone un viaggio avvincente tra le forme dei numeri, lungo un percorso che si snoda dalla codificazione di Euclide (III secolo a.C.) alle soglie della geometria non euclidea (XIX secolo). Sono esposti numerosi modelli di figure geometriche, vere e proprie trasposizioni in legno di concetti della geometria a tre dimensioni: dai cinque solidi regolari inscrivibili nella sfera (piramide, cubo, ottaedro, icosaedro, dodecaedro) che Platone considerava come forme strutturali del cosmo, alle figure più complesse elaborate dal Cinquecento in poi: il mazzocchio, i solidi stellati di Keplero (1571 - 1630) e di Louis Poinsot (1777 - 1859).
L'esposizione è arricchita da una suggestiva rappresentazione cosmologica del Mysterium Cosmographicum di Keplero, da immagini e testi esplicativi e da alcuni preziosi volumi della Biblioteca dell'Istituto e Museo di Storia della Scienza, tra cui La divina proporzione di Luca Pacioli (Sansepolcro, 1445 - 1517).
Il Numero e le sue Forme contiene peraltro espliciti riferimenti al mondo dell'arte, ovvero alla "segreta prospettiva" che nel Rinascimento rivoluzionò il modo di dipingere e di progettare e che ebbe tra i massimi teorici e interpreti Piero della Francesca e Paolo Uccello, Leonardo da Vinci e Albrecht Dürer.
Il legame tra la geometria dei poliedri e la codificazione della prospettiva lineare rende la mostra particolarmente adatta ad accompagnare la presentazione di un nuovo progetto dell'Istituto e Museo di Storia della Scienza. Si tratta della Bibliotheca Perspectivae, una biblioteca digitale tematica sulla prospettiva rinascimentale, che mira a soddisfare le esigenze di un settore storiografico a lungo considerato come appendice della storia dell'arte o come 'corollario' di storia della scienza, ma oggi sempre più caratterizzato da una precisa autonomia disciplinare.
LA SETTIMANA DELLA SCIENZA
"IL NUMERO E LE SUE FORME" A FIRENZE
Storie di Poliedri da Platone a Poinsot passando per Luca Pacioli
Firenze, 16 mar. (Apcom) - Dopo l'Automobile di Leonardo, Machina Mundi e Pedalando nel tempo, l'Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze ospita, da domani al 9 ottobre una nuova iniziativa di grande fascino intellettuale: una mostra dedicata al mondo dei poliedri e a quanti, filosofi, scienziati, artisti, hanno indagato sulle "divine proporzioni" che regolano le figure geometriche e sull'ordine matematico che sembra governare la struttura dell'universo. Inaugurata oggi nel contesto della XV Settimana della Cultura Scientifica, "Il Numero e le sue Forme. Storie di poliedri da Platone a Poinsot passando per Luca Pacioli" (www.imss.fi.it è un'esposizione ideata e curata da Romano e Francesca Folicaldi, presentata un anno fa a Fermo (Ascoli Piceno). L'allestimento fiorentino è promosso dall'Istituto e Museo di Storia della Scienza.
La mostra propone un viaggio avvincente tra le forme dei numeri, lungo un percorso che si snoda dalla codificazione di Euclide (III secolo a.C.) alle soglie della geometria non euclidea (XIX secolo). Sono esposti numerosi modelli di figure geometriche, vere e proprie trasposizioni in legno di concetti della geometria a tre dimensioni: dai cinque solidi regolari inscrivibili nella sfera (piramide, cubo, ottaedro, icosaedro, dodecaedro) che Platone considerava come forme strutturali del cosmo, alle figure più complesse elaborate dal Cinquecento in poi: il mazzocchio, i solidi stellati di Keplero (1571 - 1630) e di Louis Poinsot (1777 - 1859).
L'esposizione è arricchita da una suggestiva rappresentazione cosmologica del Mysterium Cosmographicum di Keplero, da immagini e testi esplicativi e da alcuni preziosi volumi della Biblioteca dell'Istituto e Museo di Storia della Scienza, tra cui La divina proporzione di Luca Pacioli (Sansepolcro, 1445 - 1517).
Il Numero e le sue Forme contiene peraltro espliciti riferimenti al mondo dell'arte, ovvero alla "segreta prospettiva" che nel Rinascimento rivoluzionò il modo di dipingere e di progettare e che ebbe tra i massimi teorici e interpreti Piero della Francesca e Paolo Uccello, Leonardo da Vinci e Albrecht Dürer.
Il legame tra la geometria dei poliedri e la codificazione della prospettiva lineare rende la mostra particolarmente adatta ad accompagnare la presentazione di un nuovo progetto dell'Istituto e Museo di Storia della Scienza. Si tratta della Bibliotheca Perspectivae, una biblioteca digitale tematica sulla prospettiva rinascimentale, che mira a soddisfare le esigenze di un settore storiografico a lungo considerato come appendice della storia dell'arte o come 'corollario' di storia della scienza, ma oggi sempre più caratterizzato da una precisa autonomia disciplinare.
copyright @ 2005 APCOM
la parabola di Massimo Cacciarida comunista dei Quaderni Rossi a prete militante
La Provincia di Como 17.3.05
Il percorso di Cacciari intorno alla croce
Manuela Clerici
La croce - simbolo arcaico dell'armonia cosmica - si trasforma in un segno inaudito, in una follia per il simbolismo pagano, filosofico allorché sulla croce irrompe un Crocifisso: Gesù inchiodato sulla croce. «Questo è lo scandalo, il paradosso e insieme la straordinarietà del segno della croce nella nostra cultura». Attraverso un percorso filosofico e teologico attorno al simbolo della croce, il filosofo Massimo Cacciari - relatore dell'incontro tenutosi l'altra sera al cineteatro San Francesco - ha spiegato, a una platea interessata e attenta, il senso profondo del paradosso del simbolismo cristiano della croce. «Nei Vangeli la croce diventa il segno della sofferenza per eccellenza. Il Dio che soffre in croce del più tremendo dei supplizi è qualcosa di incomprensibile per la ragione. La straordinaria invenzione di Paolo è il Dio sofferente in tutta la sua vicenda umana: Gesù crocifisso che abbraccia in sé tutti i simbolismi precedenti, tutte le dimensioni divino e umano; tutte le modalità dell'essere si concentrano nella figura del crocifisso che soffre nel contenerle tutte, non la quieta croce. La figura del Dio sofferente è in necessaria contraddizione con il semplice ordito cosmico: è appesa a quell'ordito che costantemente la contraddice, ma nello stesso tempo è inseparabile da esso». In questa visione conciliativa, dove umano e divino dovrebbero contenersi, irrompe il grande grido: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?"» Ma è proprio qui - ha fatto osservare Cacciari - che si realizza la conciliazione per eccellenza. «Gesù è l'umano ed è con il divino proprio nel momento dell'abbandono. Rispetto alla teologia paolina, il grande grido è uno scandalo. Ma quella è parola vera di Gesù nel senso teologico del termine perché solo se giunge all'estremo dell'abbandono sono insieme, allora quell'essere è davvero necessario, non potrà mai venire meno. Se fosse un semplice grido che indica la separazione, Gesù dovrebbe scendere dalla croce. Invece Gesù grida l'abbandono confitto in quel simbolo che connette umano e divino nella forma più radicale e indissolubile. È proprio in questa contraddizione, certo uno scandalo, che padre e figlio risultano assolutamente inseparabili. È nel momento in cui il figlio esprime con insuperabile intensità la propria libertà, in quanto liberamente accetta di fare la volontà del padre, che si realizza il legame più indissolubile. Il momento del massimo abbandono, è anche quella della massima vicinanza. Questo legame non ha più nulla di casuale, di transitorio». Certamente si tratta di un sacrificio: «Tutta la tradizione teologica interpreta questo segno come un sacrificio; Dio è messo a morte dall'uomo, egli accoglie liberamente questa morte. E qui insorge la domanda che ci riguarda radicalmente: dopo un tale sacrificio, come è possibile qualsiasi altro? Quando si arriva al sacrificio del logos divino, voluto e liberamente accolto; ebbene questo sacrificio non può che essere pensato come l'ultimo. Dopo questo sacrificio non possiamo che pensare a ogni altro atto analogo come un semplice omicidio. Nulla può più giustificare il sacrificio. Dopo questo evento la storia è desacralizzata».
Il percorso di Cacciari intorno alla croce
Manuela Clerici
La croce - simbolo arcaico dell'armonia cosmica - si trasforma in un segno inaudito, in una follia per il simbolismo pagano, filosofico allorché sulla croce irrompe un Crocifisso: Gesù inchiodato sulla croce. «Questo è lo scandalo, il paradosso e insieme la straordinarietà del segno della croce nella nostra cultura». Attraverso un percorso filosofico e teologico attorno al simbolo della croce, il filosofo Massimo Cacciari - relatore dell'incontro tenutosi l'altra sera al cineteatro San Francesco - ha spiegato, a una platea interessata e attenta, il senso profondo del paradosso del simbolismo cristiano della croce. «Nei Vangeli la croce diventa il segno della sofferenza per eccellenza. Il Dio che soffre in croce del più tremendo dei supplizi è qualcosa di incomprensibile per la ragione. La straordinaria invenzione di Paolo è il Dio sofferente in tutta la sua vicenda umana: Gesù crocifisso che abbraccia in sé tutti i simbolismi precedenti, tutte le dimensioni divino e umano; tutte le modalità dell'essere si concentrano nella figura del crocifisso che soffre nel contenerle tutte, non la quieta croce. La figura del Dio sofferente è in necessaria contraddizione con il semplice ordito cosmico: è appesa a quell'ordito che costantemente la contraddice, ma nello stesso tempo è inseparabile da esso». In questa visione conciliativa, dove umano e divino dovrebbero contenersi, irrompe il grande grido: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?"» Ma è proprio qui - ha fatto osservare Cacciari - che si realizza la conciliazione per eccellenza. «Gesù è l'umano ed è con il divino proprio nel momento dell'abbandono. Rispetto alla teologia paolina, il grande grido è uno scandalo. Ma quella è parola vera di Gesù nel senso teologico del termine perché solo se giunge all'estremo dell'abbandono sono insieme, allora quell'essere è davvero necessario, non potrà mai venire meno. Se fosse un semplice grido che indica la separazione, Gesù dovrebbe scendere dalla croce. Invece Gesù grida l'abbandono confitto in quel simbolo che connette umano e divino nella forma più radicale e indissolubile. È proprio in questa contraddizione, certo uno scandalo, che padre e figlio risultano assolutamente inseparabili. È nel momento in cui il figlio esprime con insuperabile intensità la propria libertà, in quanto liberamente accetta di fare la volontà del padre, che si realizza il legame più indissolubile. Il momento del massimo abbandono, è anche quella della massima vicinanza. Questo legame non ha più nulla di casuale, di transitorio». Certamente si tratta di un sacrificio: «Tutta la tradizione teologica interpreta questo segno come un sacrificio; Dio è messo a morte dall'uomo, egli accoglie liberamente questa morte. E qui insorge la domanda che ci riguarda radicalmente: dopo un tale sacrificio, come è possibile qualsiasi altro? Quando si arriva al sacrificio del logos divino, voluto e liberamente accolto; ebbene questo sacrificio non può che essere pensato come l'ultimo. Dopo questo sacrificio non possiamo che pensare a ogni altro atto analogo come un semplice omicidio. Nulla può più giustificare il sacrificio. Dopo questo evento la storia è desacralizzata».
mercoledì 16 marzo 2005
una associazone a Roma
no al Ritalin per i bimbi "iperattivi"
Corriere della Sera, edizione di Roma 16.3.05
«No al farmaco per i bimbi iperattivi» Un comitato etico anti-Ritalin, l’anfetamina per la «tranquillità» dei minori
Ilaria Sacchettoni
Genitori e medici. Educatori e volontari. Intellettuali e sacerdoti. È una molecola che li riunisce e li mobilita. Le associazioni Giù le mani dai bambini, Genitori in rete, Libera di Don Ciotti, Psichiatria democratica, la Federazione italiana pedagogisti, l’Osservatorio sulla salute mentale e l’Associazione pedagogisti volontari , sono solo una parte dei gruppi romani impegnati nella battaglia contro il Metilfenidato, anfetamina utilizzata per la cura dell’iperattività dei minori, diffusa in altri paesi europei e negli Stati Uniti con il nome di «Ritalin». La molecola dovrebbe servire come terapia nella cosiddetta ADHD, patologia catalogata negli Stati Uniti come Attention Deficit Hyperactivity Disorder , tradotta in Italia come «Sindrome da deficit di attenzione e iperattività dei minori». A giorni il prodotto sarà in farmacia, mentre un questionario diffuso dal Ministero della Sanità (il progetto «Prisma») sta raccogliendo informazioni nelle scuole, per la rilevazione e la catalogazione del problema iperattività.
Le associazioni hanno deciso di costituirsi in «comitato etico», con una prima urgente finalità: la divulgazione di un’informazione corretta sulle proprietà della molecola discussa (e sugli effetti collaterali) ma anche per chiedere criteri trasparenti nell’individuazione e descrizione della patologia per la quale il Ritalin è indicato. Oggi la presentazione del comitato a Palazzo Valentini. Dice Tiziana Biolghini, consigliere provinciale dei Ds: «Non intendiamo demonizzare un farmaco ma evitare che i bambini vengano curati a forza di psicofarmaci. Non vorremmo che passasse quest’idea per cui con un figlio vivace, l’unica terapia possibile è quella farmaceutica. Siamo convinti che prima di dare anfetamine a un bambino a causa della sua iperattività, valga la pena di tentare altre strade». Il comitato ha già preso contatti con pediatri, insegnanti e medici di base: «Metteremo a punto del materiale informativo per rappresentare la questione e i rischi del farmaco» aggiunge la Biolghini.
Il Ritalin sarà in farmacia a breve. L’approvazione del decreto ministeriale che lo introduce è prevista per la fine di marzo. E le associazioni hanno indetto una manifestazione di protesta al Colosseo, domenica 20. Con loro si schiera anche il presidente della Provincia Enrico Gasbarra: «Sono rimasto profondamente colpito - dice - dalla decisione del Ministero della Salute e in particolare dell’AIFA, solitamente tra le Agenzie per il farmaco più restrittive d’Europa, che ha dato il via libera per l’adozione di questo medicinale, invece di investire in progetti terapeutici adeguati, basati sul sostegno diretto alle famiglie». «Negli Usa - dice Luca Poma dell’associazione Giù le mani dai bambini - l’elenco di Stati che limita l’utilizzo del Ritalin è fittissimo. Di recente, è stata approvata perfino una normativa federale contro queste sostanze».
Il farmaco è della Novartis, azienda farmaceutica svizzera, leader nel settore oncologico e cardio-vascolare. È stato in farmacia fino agli anni Ottanta, ritirato dal commercio poi e riproposto ora. «La fornitura - precisa la Novartis - risponde a una richiesta formalmente espressa dal vostro Ministero della Salute. Nel 2000, un gruppo di esperti richiese il farmaco da impiegare nella cura contro l’ADHD». Al momento è l’Istituto superiore di sanità ad occuparsi della disciplina che riguarda l’impiego del Ritalin. Diagnosi e terapia dell’ADHD, saranno compito dei centri regionali. La prima prescrizione del farmaco potrà avvenire solo attraverso ospedali, ambulatori e servizi pubblici. Mentre per la ripetizione della cura e per una nuova ricetta di Ritalin, basterà il pediatra.
«No al farmaco per i bimbi iperattivi» Un comitato etico anti-Ritalin, l’anfetamina per la «tranquillità» dei minori
Ilaria Sacchettoni
Genitori e medici. Educatori e volontari. Intellettuali e sacerdoti. È una molecola che li riunisce e li mobilita. Le associazioni Giù le mani dai bambini, Genitori in rete, Libera di Don Ciotti, Psichiatria democratica, la Federazione italiana pedagogisti, l’Osservatorio sulla salute mentale e l’Associazione pedagogisti volontari , sono solo una parte dei gruppi romani impegnati nella battaglia contro il Metilfenidato, anfetamina utilizzata per la cura dell’iperattività dei minori, diffusa in altri paesi europei e negli Stati Uniti con il nome di «Ritalin». La molecola dovrebbe servire come terapia nella cosiddetta ADHD, patologia catalogata negli Stati Uniti come Attention Deficit Hyperactivity Disorder , tradotta in Italia come «Sindrome da deficit di attenzione e iperattività dei minori». A giorni il prodotto sarà in farmacia, mentre un questionario diffuso dal Ministero della Sanità (il progetto «Prisma») sta raccogliendo informazioni nelle scuole, per la rilevazione e la catalogazione del problema iperattività.
Le associazioni hanno deciso di costituirsi in «comitato etico», con una prima urgente finalità: la divulgazione di un’informazione corretta sulle proprietà della molecola discussa (e sugli effetti collaterali) ma anche per chiedere criteri trasparenti nell’individuazione e descrizione della patologia per la quale il Ritalin è indicato. Oggi la presentazione del comitato a Palazzo Valentini. Dice Tiziana Biolghini, consigliere provinciale dei Ds: «Non intendiamo demonizzare un farmaco ma evitare che i bambini vengano curati a forza di psicofarmaci. Non vorremmo che passasse quest’idea per cui con un figlio vivace, l’unica terapia possibile è quella farmaceutica. Siamo convinti che prima di dare anfetamine a un bambino a causa della sua iperattività, valga la pena di tentare altre strade». Il comitato ha già preso contatti con pediatri, insegnanti e medici di base: «Metteremo a punto del materiale informativo per rappresentare la questione e i rischi del farmaco» aggiunge la Biolghini.
Il Ritalin sarà in farmacia a breve. L’approvazione del decreto ministeriale che lo introduce è prevista per la fine di marzo. E le associazioni hanno indetto una manifestazione di protesta al Colosseo, domenica 20. Con loro si schiera anche il presidente della Provincia Enrico Gasbarra: «Sono rimasto profondamente colpito - dice - dalla decisione del Ministero della Salute e in particolare dell’AIFA, solitamente tra le Agenzie per il farmaco più restrittive d’Europa, che ha dato il via libera per l’adozione di questo medicinale, invece di investire in progetti terapeutici adeguati, basati sul sostegno diretto alle famiglie». «Negli Usa - dice Luca Poma dell’associazione Giù le mani dai bambini - l’elenco di Stati che limita l’utilizzo del Ritalin è fittissimo. Di recente, è stata approvata perfino una normativa federale contro queste sostanze».
Il farmaco è della Novartis, azienda farmaceutica svizzera, leader nel settore oncologico e cardio-vascolare. È stato in farmacia fino agli anni Ottanta, ritirato dal commercio poi e riproposto ora. «La fornitura - precisa la Novartis - risponde a una richiesta formalmente espressa dal vostro Ministero della Salute. Nel 2000, un gruppo di esperti richiese il farmaco da impiegare nella cura contro l’ADHD». Al momento è l’Istituto superiore di sanità ad occuparsi della disciplina che riguarda l’impiego del Ritalin. Diagnosi e terapia dell’ADHD, saranno compito dei centri regionali. La prima prescrizione del farmaco potrà avvenire solo attraverso ospedali, ambulatori e servizi pubblici. Mentre per la ripetizione della cura e per una nuova ricetta di Ritalin, basterà il pediatra.
"psichiatria" e milioni
Pancheri: l'aripiprazolo funziona anche contro la disoccupazione...
Agi.it 16.3.06
SCHIZOFRENIA:
500 MILA MALATI, IN ITALIA NUOVA MOLECOLA
Roma. Con il film "Beautiful mind", la schizofrenia ha cominciato a farsi conoscere tra le persone. Così il prof. Paolo Pancheri, psichiatra alla Sapienza di Roma intervenendo a Roma alla presentazione di una nuova molecola, l'aripiprazolo (Bristol-Myers Squibb) arrivata in Italia. Nel nostro paese sono 500 mila i malati di schizofrenia, una patologia della quale si può guarire e che interferisce con la capacità di riconoscere ciò che è reale, di gestire le emozioni, di dare giudizi e comunicare e che può provocare allucinazioni visive e uditive, deliri dovuti ad un'alterazione della dopamina nel cervello. "Spesso lo schizofrenico è considerato semplicemente un matto", ha aggiunto Pancheri sottolineando che l'1% della popolazione in generale rischia di ammalarsi e il 30% è disoccupato a causa della malattia che se non curata già al secondo episodio, può provocare il distacco dal lavoro nel 65% dei casi". La nuova molecola, testata già su 8 mila pazienti nel mondo, offre - hanno spiegato gli esperti a Roma - alcune capacità funzionali, con effetti collaterali minori. "Aripiprazolo riduce i tempi di latenza, migliora la memoria e nel 30% dei casi si ottiene una remissione completa".
SCHIZOFRENIA:
500 MILA MALATI, IN ITALIA NUOVA MOLECOLA
Roma. Con il film "Beautiful mind", la schizofrenia ha cominciato a farsi conoscere tra le persone. Così il prof. Paolo Pancheri, psichiatra alla Sapienza di Roma intervenendo a Roma alla presentazione di una nuova molecola, l'aripiprazolo (Bristol-Myers Squibb) arrivata in Italia. Nel nostro paese sono 500 mila i malati di schizofrenia, una patologia della quale si può guarire e che interferisce con la capacità di riconoscere ciò che è reale, di gestire le emozioni, di dare giudizi e comunicare e che può provocare allucinazioni visive e uditive, deliri dovuti ad un'alterazione della dopamina nel cervello. "Spesso lo schizofrenico è considerato semplicemente un matto", ha aggiunto Pancheri sottolineando che l'1% della popolazione in generale rischia di ammalarsi e il 30% è disoccupato a causa della malattia che se non curata già al secondo episodio, può provocare il distacco dal lavoro nel 65% dei casi". La nuova molecola, testata già su 8 mila pazienti nel mondo, offre - hanno spiegato gli esperti a Roma - alcune capacità funzionali, con effetti collaterali minori. "Aripiprazolo riduce i tempi di latenza, migliora la memoria e nel 30% dei casi si ottiene una remissione completa".
il disturbo post-traumatico da stress
Yahoo Salute 16.3.05
Disturbo post-traumatico, non conosce confini
Antonella Sagone
Due studi riportati sull’American Journal of Psychiatry mostrano come il disturbo post-traumatico da stress (PTDS) trascenda le diversità culturali; inoltre gli eventi traumatici sembra colpiscano più spesso gli uomini, ma più profondamente le donne.
Gli uomini subiscono eventi traumatici e stressanti con maggiore frequenza delle donne; tuttavia queste ultime ne subiscono gli effetti più profondamente. Inoltre i giovani sono affetti dal conseguente disturbo postraumatico da stress in misura simile anche in paesi culturalmente molto diversi fra loro, mostrando come questa patologia non abbia confini. I risultati sono forniti da due studi riportati sull’American Journal of Psychiatry.
Il disturbo post-traumatico da stress (PTDS) è conseguente all’aver vissuto eventi traumatici, che possono andare da calamità naturali, a episodi legati a situazioni di guerra o di attentati, fino a traumi personali come violenze, abusi o incidenti. Questo disturbo è identificato da una serie di sintomi, fra cui spicca la difficoltà di controllare il ritorno alla memoria dell’evento, per cui il suo ricordo può emergere alla coscienza ripetutamente e all’improvviso in tutta la sua drammaticità. Tipico è dunque l’evitamento di tutti gli stimoli e situazioni che possono rievocare il trauma, a volte con una condizione di ottundimento della reattività, disturbi del sonno (risvegli frequenti e improvvisi) e a volte con la dissociazione peritraumatica, cioè fenomeni di distacco dalle proprie emozioni, depersonalizzazione e lacune della memoria. All’evento traumatico segue in genere una reazione acuta, in cui prevalgono i fenomeni di dissociazione, e poi una condizione cronica in cui il soggetto si costruisce delle strategie, come quella di evitare situazioni e stimoli che possano rievocare il trauma, che in un certo senso “incapsulano” l’evento, lasciando però la persona fragile e comunque sofferente.
Uno studio di Punamäki e collaboratori ha indagato le reazioni di 274 uomini e 311 donne, di età compresa fra i 16 e i 60 anni, a una situazione di traumi ripetuti, quella del conflitto bellico nella striscia di Gaza. Dai risultati di diversi test diagnostici relativi al PTDS, l’ansia, gli sbalzi di umore, la depressione e i disturbi psicosomatici, è risultato che nonostante gli uomini fossero maggiormente esposti ad eventi traumatici, la reazione dissociativa peritraumatica e lo sviluppo di PTDS avveniva nella stessa proporzione in entrambe i generi. In più, le donne sviluppavano anche altre patologie psichiche come ansia, sbalzi di umore e disturbi psicosomatici. A seguito di traumi ripetuti erano gli uomini a sviluppare più frequentemente sintomi depressivi, mentre le donne erano più soggette a sentimenti di ostilità.
I risultati di questo studio mostrano come le conseguenze psichiche degli eventi traumatici siano più gravi nelle donne, anche se in entrambi i generi si equivale il rischio di dissociazione peritraumatica in conseguenza al trauma. Questi dati vanno presi seriamente in considerazione anche tenendo conto del fatto che risposte simili al trauma si riscontrano anche in situazioni molto differenti dal punto di vista sociale e culturale, come mostra un’altra ricerca svolta in Russia e negli Stati Uniti.
Fonti: Punamäki RL, Komproe IH, Qouta S et al. The Role of Peritraumatic Dissociation and Gender in the Association Between Trauma and Mental Health in a Palestinian Community Sample. Am J Psychiatry 2005;162:545-51.
Ruchkin V, Schwab-Stone M, Jones S et al. Is Posttraumatic Stress in Youth a Culture-Bound Phenomenon? A Comparison of Symptom Trends in Selected U.S and Russian Communities. Am J Psychiatry 2005;162:538-44.
Disturbo post-traumatico, non conosce confini
Antonella Sagone
Due studi riportati sull’American Journal of Psychiatry mostrano come il disturbo post-traumatico da stress (PTDS) trascenda le diversità culturali; inoltre gli eventi traumatici sembra colpiscano più spesso gli uomini, ma più profondamente le donne.
Gli uomini subiscono eventi traumatici e stressanti con maggiore frequenza delle donne; tuttavia queste ultime ne subiscono gli effetti più profondamente. Inoltre i giovani sono affetti dal conseguente disturbo postraumatico da stress in misura simile anche in paesi culturalmente molto diversi fra loro, mostrando come questa patologia non abbia confini. I risultati sono forniti da due studi riportati sull’American Journal of Psychiatry.
Il disturbo post-traumatico da stress (PTDS) è conseguente all’aver vissuto eventi traumatici, che possono andare da calamità naturali, a episodi legati a situazioni di guerra o di attentati, fino a traumi personali come violenze, abusi o incidenti. Questo disturbo è identificato da una serie di sintomi, fra cui spicca la difficoltà di controllare il ritorno alla memoria dell’evento, per cui il suo ricordo può emergere alla coscienza ripetutamente e all’improvviso in tutta la sua drammaticità. Tipico è dunque l’evitamento di tutti gli stimoli e situazioni che possono rievocare il trauma, a volte con una condizione di ottundimento della reattività, disturbi del sonno (risvegli frequenti e improvvisi) e a volte con la dissociazione peritraumatica, cioè fenomeni di distacco dalle proprie emozioni, depersonalizzazione e lacune della memoria. All’evento traumatico segue in genere una reazione acuta, in cui prevalgono i fenomeni di dissociazione, e poi una condizione cronica in cui il soggetto si costruisce delle strategie, come quella di evitare situazioni e stimoli che possano rievocare il trauma, che in un certo senso “incapsulano” l’evento, lasciando però la persona fragile e comunque sofferente.
Uno studio di Punamäki e collaboratori ha indagato le reazioni di 274 uomini e 311 donne, di età compresa fra i 16 e i 60 anni, a una situazione di traumi ripetuti, quella del conflitto bellico nella striscia di Gaza. Dai risultati di diversi test diagnostici relativi al PTDS, l’ansia, gli sbalzi di umore, la depressione e i disturbi psicosomatici, è risultato che nonostante gli uomini fossero maggiormente esposti ad eventi traumatici, la reazione dissociativa peritraumatica e lo sviluppo di PTDS avveniva nella stessa proporzione in entrambe i generi. In più, le donne sviluppavano anche altre patologie psichiche come ansia, sbalzi di umore e disturbi psicosomatici. A seguito di traumi ripetuti erano gli uomini a sviluppare più frequentemente sintomi depressivi, mentre le donne erano più soggette a sentimenti di ostilità.
I risultati di questo studio mostrano come le conseguenze psichiche degli eventi traumatici siano più gravi nelle donne, anche se in entrambi i generi si equivale il rischio di dissociazione peritraumatica in conseguenza al trauma. Questi dati vanno presi seriamente in considerazione anche tenendo conto del fatto che risposte simili al trauma si riscontrano anche in situazioni molto differenti dal punto di vista sociale e culturale, come mostra un’altra ricerca svolta in Russia e negli Stati Uniti.
Fonti: Punamäki RL, Komproe IH, Qouta S et al. The Role of Peritraumatic Dissociation and Gender in the Association Between Trauma and Mental Health in a Palestinian Community Sample. Am J Psychiatry 2005;162:545-51.
Ruchkin V, Schwab-Stone M, Jones S et al. Is Posttraumatic Stress in Youth a Culture-Bound Phenomenon? A Comparison of Symptom Trends in Selected U.S and Russian Communities. Am J Psychiatry 2005;162:538-44.
Edgar Allan Poe
il manifesto 16.3.05
Nostro zio Edgar Allan Poe
Una raccolta di interventi sullo scrittore americano curati da Roberto Cagliero
CARLO MARTINEZA
Aquasi duecento anni dalla nascita, Edgar Allan Poe non soltanto continua ad attrarre magneticamente lettori, autori, registi cinematografici e interpreti vari della sua opera, ma torna alla ribalta con una sorprendente attualità. La tradizione ci ha fatto pervenire un Poe incapsulato fra una serie di polarità: inventore del genere horror, che mette in scena gli stati allucinatori del pensiero, ma anche raziocinante orditore di misteri ed enigmi, dai quali trae origine il genere della detective fiction; poeta maledetto tardo-romantico e geniale anticipatore del postmoderno; prodotto della e per la massa e raffinato esteta; autore sublime e kitsch, dotato di splendido acume critico, o farsesco giullare delle lettere americane. A differenza di quanto fanno le figure di investigatore da lui inventate, troppo spesso i critici hanno risolto quello che Vernon Louis Parrington negli anni `20 del `900 chiama «il problema Poe» schivandolo, ignorandone quasi l'esistenza, come avviene nel celebre Rinascimento americano di Matthiessen, per il quale Poe non avrebbe alcun sostanziale contributo da offrire; oppure attraverso lo scherno con cui, ancora in anni recenti, tenta di liquidarlo uno fra i più illustri critici americani contemporanei quale è Harold Bloom. Ben diverso è stato il successo che l'autore ha riscosso su questa sponda dell'Atlantico. I francesi, soprattutto, hanno dato vita a un Poe leggendario, quasi mitico, creazione in larga parte - da Baudelaire fino a Lacan - di un'immaginazione poetica e critica, che ben poco collima con l'autore. Eppure, a differenza dei critici americani, i francesi hanno intuito come la scrittura di Poe richieda di farsi usare, imperniata com'è su un'estetica e su un'etica del consumo e del riutilizzo. Il racconto «L'uomo che fu consumato» - in cui il personaggio di un imponente generale si rivela alla fine nulla più di un fagotto di protesi montate su un'eterea voce - anticipa sotto forma di folgorazione il legame fra consumo, corpo e scrittura, che Poe lavora in maniera da prefigurare la via di fuga verso processi di virtualizzazione.
Cade in questo contesto la collettanea di interventi titolata Fantastico Poe, appena usciti per la cura di Roberto Cagliero (Ombre Corte, 2004, Euro 18,00), che costituisce il segno di un nuovo interesse attorno allo scrittore. Nello splendido saggio che apre il volume, Gerald J. Kennedy spiega l'attualità di Poe alla luce della crisi del nazionalismo. Allergico alle spinte scioviniste della sua epoca, l'autore americano disgrega il preteso monologismo di quella fase della storia del suo paese e rappresenta oggi un crocevia obbligato per gli studi transatlantici, e gli studi transnazionali, impegnati a rileggere i rapporti fra cultura e stati-nazione. Gli «Incubi nazionali di Poe», come recita il titolo, hanno a lungo turbato schiere di critici per il loro ostinato rifiuto di servire in guisa di collante ideologico dell'entità nazione.
In un momento in cui i problemi relativi al sistema dell'informazione e del discorso mediatico stanno al cuore tanto della vita sociale quanto del dibattito culturale, sembra opportuno rileggere il Poe teorico della nozione di effetto del testo: l'avere sostituito alla mitologia dell'origine la retorica dell'effetto ha di fatto schiuso le porte della modernità assai prima di quanto non sia avvenuto, poi, con le varie correnti filosofiche impegnate nella decostruzione. Ecco allora l'enfasi sulla forma breve, sulla stretta relazione che intercorre tra mezzo e messaggio, e infine, soprattutto, sull'ambiguo rapporto che sussiste fra cronaca e fiction, finzione/narrazione. Anche in questo caso, la riflessione di Poe è un passaggio obbligato per qualunque discorso relativo ai media studies, come illustra il saggio di Oliviero Bergamini, che inquadra il tentativo di Poe di «diventare un critico professionista di livello assoluto» nel contesto storico del giornalismo del tempo.
A rileggere poi le figure un po' consunte dei suoi vampiri e morti viventi, ci sorprendiamo a scoprire la straordinaria attualità con cui Poe narra - attraverso l'orrore - l'abuso, connettendo il piano psicopatologico con quello politico-ideologico. Giovanni Bottiroli propone un'originale rilettura della figura del doppio, in accordo alla quale Poe, alle soglie della modernità, avrebbe «messo in scena l'ambivalenza, l'odio verso di sé, verso la propria incapacità a coincidere con il proprio Io.
Identificando nel paradosso la chiave retorico-stilistica del racconto, «La logica del diviso in William Wilson» richiama il titolo di un interessante libro in cui Remo Bodei indaga altri apparenti paradossi, quelle che chiama Le logiche del delirio: perché, se esiste un autore che ben prima di Freud ha intuito il nesso fra logica, delirio e sfera politica, questi è senza dubbio Poe. Certo, bisogna riconoscerlo: era un indisciplinato. Non soltanto nel senso comune del termine, testimoniato dalla sua tragica e prematura fine da alcolizzato, ma nel senso che la sua scrittura provoca e sfida continuamente il discorso disciplinare.
Se dalla nostra posizione sempre più periferica non possiamo rivolgerci a Poe con l'appellativo di «nostro cugino», come lo chiamò nel 1949 il grande critico americano Allen Tate, possiamo però ricorrere al linguaggio delle parentele per pensarlo come uno zio, certamente perturbante, da contrapporre al celebre Uncle Sam che proprio negli stessi anni stava assurgendo a «logo» della nazione intera.
Nostro zio Edgar Allan Poe
Una raccolta di interventi sullo scrittore americano curati da Roberto Cagliero
CARLO MARTINEZA
Aquasi duecento anni dalla nascita, Edgar Allan Poe non soltanto continua ad attrarre magneticamente lettori, autori, registi cinematografici e interpreti vari della sua opera, ma torna alla ribalta con una sorprendente attualità. La tradizione ci ha fatto pervenire un Poe incapsulato fra una serie di polarità: inventore del genere horror, che mette in scena gli stati allucinatori del pensiero, ma anche raziocinante orditore di misteri ed enigmi, dai quali trae origine il genere della detective fiction; poeta maledetto tardo-romantico e geniale anticipatore del postmoderno; prodotto della e per la massa e raffinato esteta; autore sublime e kitsch, dotato di splendido acume critico, o farsesco giullare delle lettere americane. A differenza di quanto fanno le figure di investigatore da lui inventate, troppo spesso i critici hanno risolto quello che Vernon Louis Parrington negli anni `20 del `900 chiama «il problema Poe» schivandolo, ignorandone quasi l'esistenza, come avviene nel celebre Rinascimento americano di Matthiessen, per il quale Poe non avrebbe alcun sostanziale contributo da offrire; oppure attraverso lo scherno con cui, ancora in anni recenti, tenta di liquidarlo uno fra i più illustri critici americani contemporanei quale è Harold Bloom. Ben diverso è stato il successo che l'autore ha riscosso su questa sponda dell'Atlantico. I francesi, soprattutto, hanno dato vita a un Poe leggendario, quasi mitico, creazione in larga parte - da Baudelaire fino a Lacan - di un'immaginazione poetica e critica, che ben poco collima con l'autore. Eppure, a differenza dei critici americani, i francesi hanno intuito come la scrittura di Poe richieda di farsi usare, imperniata com'è su un'estetica e su un'etica del consumo e del riutilizzo. Il racconto «L'uomo che fu consumato» - in cui il personaggio di un imponente generale si rivela alla fine nulla più di un fagotto di protesi montate su un'eterea voce - anticipa sotto forma di folgorazione il legame fra consumo, corpo e scrittura, che Poe lavora in maniera da prefigurare la via di fuga verso processi di virtualizzazione.
Cade in questo contesto la collettanea di interventi titolata Fantastico Poe, appena usciti per la cura di Roberto Cagliero (Ombre Corte, 2004, Euro 18,00), che costituisce il segno di un nuovo interesse attorno allo scrittore. Nello splendido saggio che apre il volume, Gerald J. Kennedy spiega l'attualità di Poe alla luce della crisi del nazionalismo. Allergico alle spinte scioviniste della sua epoca, l'autore americano disgrega il preteso monologismo di quella fase della storia del suo paese e rappresenta oggi un crocevia obbligato per gli studi transatlantici, e gli studi transnazionali, impegnati a rileggere i rapporti fra cultura e stati-nazione. Gli «Incubi nazionali di Poe», come recita il titolo, hanno a lungo turbato schiere di critici per il loro ostinato rifiuto di servire in guisa di collante ideologico dell'entità nazione.
In un momento in cui i problemi relativi al sistema dell'informazione e del discorso mediatico stanno al cuore tanto della vita sociale quanto del dibattito culturale, sembra opportuno rileggere il Poe teorico della nozione di effetto del testo: l'avere sostituito alla mitologia dell'origine la retorica dell'effetto ha di fatto schiuso le porte della modernità assai prima di quanto non sia avvenuto, poi, con le varie correnti filosofiche impegnate nella decostruzione. Ecco allora l'enfasi sulla forma breve, sulla stretta relazione che intercorre tra mezzo e messaggio, e infine, soprattutto, sull'ambiguo rapporto che sussiste fra cronaca e fiction, finzione/narrazione. Anche in questo caso, la riflessione di Poe è un passaggio obbligato per qualunque discorso relativo ai media studies, come illustra il saggio di Oliviero Bergamini, che inquadra il tentativo di Poe di «diventare un critico professionista di livello assoluto» nel contesto storico del giornalismo del tempo.
A rileggere poi le figure un po' consunte dei suoi vampiri e morti viventi, ci sorprendiamo a scoprire la straordinaria attualità con cui Poe narra - attraverso l'orrore - l'abuso, connettendo il piano psicopatologico con quello politico-ideologico. Giovanni Bottiroli propone un'originale rilettura della figura del doppio, in accordo alla quale Poe, alle soglie della modernità, avrebbe «messo in scena l'ambivalenza, l'odio verso di sé, verso la propria incapacità a coincidere con il proprio Io.
Identificando nel paradosso la chiave retorico-stilistica del racconto, «La logica del diviso in William Wilson» richiama il titolo di un interessante libro in cui Remo Bodei indaga altri apparenti paradossi, quelle che chiama Le logiche del delirio: perché, se esiste un autore che ben prima di Freud ha intuito il nesso fra logica, delirio e sfera politica, questi è senza dubbio Poe. Certo, bisogna riconoscerlo: era un indisciplinato. Non soltanto nel senso comune del termine, testimoniato dalla sua tragica e prematura fine da alcolizzato, ma nel senso che la sua scrittura provoca e sfida continuamente il discorso disciplinare.
Se dalla nostra posizione sempre più periferica non possiamo rivolgerci a Poe con l'appellativo di «nostro cugino», come lo chiamò nel 1949 il grande critico americano Allen Tate, possiamo però ricorrere al linguaggio delle parentele per pensarlo come uno zio, certamente perturbante, da contrapporre al celebre Uncle Sam che proprio negli stessi anni stava assurgendo a «logo» della nazione intera.
un progetto
studenti dei licei come spettatori delle cure psichiatriche
La Stampa 16 Marzo 2005
PROGETTO-PILOTA DEL SAN LUIGI. VENTI STUDENTI SEGUIRANNO I MEDICI NELLE VISITE E NELLE TERAPIE DI GRUPPO
Disturbi psichici, quattro scuole contro i pregiudizi
Combattere i pregiudizi e l’esclusione, anzi lo «stigma» che ancora oggi discrimina e «segna» i malati di mente come un marchio. Un pregiudizio duro a morire, se il 58% della gente è contraria a lavorare con chi ha avuto disturbi psichiatrici e il 56% non ci passerebbe il tempo libero, e se il 56% dei malati è preoccupato del giudizio altrui, con il 46% che dice d’aver subito discriminazioni dopo aver dichiarato la propria malattia. Se n’è parlato ieri nella giornata «Nessun pregiudizio, nessuna esclusione» organizzata nell’ambito della Campagna regionale per la Salute mentale. Qui è stato presentato un progetto pilota, «La scuola contro lo stigma», che porterà gli studenti del 4° anno delle superiori a vivere con i malati di mente e i medici che li curano. Un modo per toccare con mano la sofferenza psichica e liberarsi dei pregiudizi che l’accompagnano.
Ne ha parlato il direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Università presso il San Luigi, Pier Maria Furlan. Il progetto-pilota parte nell’autunno da 4 scuole (D’Azeglio, Galileo Ferraris, Santorre di Santarosa e Pininfarina) e s’allargherà più avanti ad altri istituti. «Ogni istituto sceglierà 5 ragazzi molto motivati, ciascuno dei quali vivrà con noi per 5 giorni, tra ambulatori e sedute di gruppo, visite nelle comunità e pranzi cucinati dai malati. Tornati in classe racconteranno la loro esperienza». «Si tratta di un progetto di educazione contro il pregiudizio - ha detto Cristina Forchino, vicepreside del D’Azeglio - che insegnerà l’approccio giusto alla malattia e fungerà anche da orientamento professionale per le professioni sanitarie».
Ieri è stato anche presentato un progetto di formazione per i medici di base. Carmine Munizza, presidente della Società italiana di psichiatria e presidente del congresso con Enrico Zanalda, ne ha illustrato lo scopo: «Sensibilizzare medici e pazienti perché combattano i pregiudizi e riconoscano i disturbi psichici ai primi sintomi. Tra l’insorgere della malattia e la prima visita specialistica passano, in media, 4-5 anni».
PROGETTO-PILOTA DEL SAN LUIGI. VENTI STUDENTI SEGUIRANNO I MEDICI NELLE VISITE E NELLE TERAPIE DI GRUPPO
Disturbi psichici, quattro scuole contro i pregiudizi
Combattere i pregiudizi e l’esclusione, anzi lo «stigma» che ancora oggi discrimina e «segna» i malati di mente come un marchio. Un pregiudizio duro a morire, se il 58% della gente è contraria a lavorare con chi ha avuto disturbi psichiatrici e il 56% non ci passerebbe il tempo libero, e se il 56% dei malati è preoccupato del giudizio altrui, con il 46% che dice d’aver subito discriminazioni dopo aver dichiarato la propria malattia. Se n’è parlato ieri nella giornata «Nessun pregiudizio, nessuna esclusione» organizzata nell’ambito della Campagna regionale per la Salute mentale. Qui è stato presentato un progetto pilota, «La scuola contro lo stigma», che porterà gli studenti del 4° anno delle superiori a vivere con i malati di mente e i medici che li curano. Un modo per toccare con mano la sofferenza psichica e liberarsi dei pregiudizi che l’accompagnano.
Ne ha parlato il direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Università presso il San Luigi, Pier Maria Furlan. Il progetto-pilota parte nell’autunno da 4 scuole (D’Azeglio, Galileo Ferraris, Santorre di Santarosa e Pininfarina) e s’allargherà più avanti ad altri istituti. «Ogni istituto sceglierà 5 ragazzi molto motivati, ciascuno dei quali vivrà con noi per 5 giorni, tra ambulatori e sedute di gruppo, visite nelle comunità e pranzi cucinati dai malati. Tornati in classe racconteranno la loro esperienza». «Si tratta di un progetto di educazione contro il pregiudizio - ha detto Cristina Forchino, vicepreside del D’Azeglio - che insegnerà l’approccio giusto alla malattia e fungerà anche da orientamento professionale per le professioni sanitarie».
Ieri è stato anche presentato un progetto di formazione per i medici di base. Carmine Munizza, presidente della Società italiana di psichiatria e presidente del congresso con Enrico Zanalda, ne ha illustrato lo scopo: «Sensibilizzare medici e pazienti perché combattano i pregiudizi e riconoscano i disturbi psichici ai primi sintomi. Tra l’insorgere della malattia e la prima visita specialistica passano, in media, 4-5 anni».
Vattimo è il diavolo?
La Stampa 16 Marzo 2005
A SAN GIOVANNI IN FIORE OMELIE CONTRO IL FILOSOFO. E LUI: «SONO L’ANTICRISTO DI GIOACCHINO?»
E il prete disse «Vattimo è un diavolo»
Jacopo Iacoboni
C’È di mezzo: Gioacchino da Fiore, il millenarismo, un filosofo e il diavolo. È ovvio, siamo nel 2005.
A San Giovanni in Fiore, paese della Calabria in cui nacque il grande mistico cistercense, si candida come sindaco il filosofo Gianni Vattimo, e questo è stranoto. La sua candidatura, esterna ai poli che hanno puntato su altri nomi, è stata invocata da un gruppo di simpaticissimi ventenni, ragazzi col mito di Peppino Impastato che vorrebbero far qualcosa per smuovere le acque abbastanza stagnanti del paesino meridionale. Quello che non tutti sanno è che in quell’amabile locus amoenus piazzato nel mezzo della Sila, un po’ di preti locali stanno montando da qualche tempo una discreta campagna contro l’aspirante-sindaco, troppo «debolista», troppo colto, blasé, sospetto oltretutto di intenti perditori. E si respira l’aria di un’Inquisizione blanda e anche un po’ arruffona, non per questo meno singolare e per certi versi pure preoccupante, se la campagna è condita di accuse dal sapore medievale, per di più predicate dal pulpito ecclesiale: «Giovani, non seguite il diavolo che viene da Torino!».
Il diavolo sarebbe lui, Gianni Vattimo, e a pronunciare la frase è stato, durante affollata messa domenicale, don Emilio Salatino, giusto appunto nell’abbazia che fu il cuore delle esaltate visioni di Gioacchino. Correva il secolo XII, si vede che non tanto è cambiato, da allora. Tanto più se le accuse demoniache non sono affatto isolate. È da un mese che alcuni sacerdoti hanno cominciato ad attaccare Vattimo nelle omelie. Il clou l’ha forse toccato padre Marcellino Vilella: ha definito il filosofo torinese pericoloso per i giovani, indegno e nemico della Chiesa. Il riferimento è stato indiretto, raccontano i ragazzi che sostengono la candidatura del filosofo, cionondimeno inequivocabile. «L’ho ascoltato con mia madre, ero in chiesa», narra Emiliano Morrone, il capofila dei Vattimo boys che hanno anche fondato un giornale on line tutt’altro che ingenuo (www.lavocedifiore.org). «Padre Vilella, partendo dal Vangelo, ha detto che la cultura va bene fino a un certo punto, oltre il quale rappresenta un male sociale. Ha detto che i filosofi promuovono l’ateismo e attaccano Dio». Secondo Morrone, ha anche alluso all’omosessualità, o tempora!, quando ha detto che i suddetti pensatori, «negli ambienti accademici, portano gli studenti alla perdizione». Il sacerdote, fervente giaochimita, ha concluso che Morrone e il suo gruppo sono «giovani formati in buona università ma si sono smarriti frequentando illustri pensatori».
«Libera nos a diabolo!», avrebbe sospirato Gioacchino: ai suoi tardi emuli non è servito però alcun ricorso al latinorum, hanno parlato chiaro, in italiano. I Vattimo boys sono indignati e testimoniano almanaccano citano. Per difendersi contro questo «dogmatismo autoritario», sul loro giornale tirano in ballo il Concilio Vaticano II, Heidegger, e un’«etica in politica» dal sapore weberiano. E in una lettera aperta al vescovo di Cosenza denunciano: «È gravissimo che si faccia campagna elettorale nelle chiese».
Lui, il «diavolo venuto da Torino», ovviamente se la ride. «In fondo anche Gioacchino non è che fosse un progressista fanatico...». È appena stato laggiù, Vattimo, per una tre giorni in cui ha ascoltato commercianti cittadini e studenti, e tutti o quasi l’hanno circondato di attenzioni, «narcisisticamente questo non può che farmi piacere». Sa di essere stato paragonato alla Bestia ma anche i preti, dice, in fondo non sono stati così crudi faccia a faccia con lui. «Un tal padre Eugenio, monaco francescano dell’Abbazia grande, in chiesa ha detto quelle cose ma la sera prima, al ristorante, era con un altro paio di preti e due suore, e tutti hanno ammesso di aver letto con grande interesse i miei libri».
I libri dell’Anticristo: ma anche Gioacchino prefigurando l’avvento dell’Età dello Spirito bollò come tale Federico II, e si sa poi che carriera fece.
A SAN GIOVANNI IN FIORE OMELIE CONTRO IL FILOSOFO. E LUI: «SONO L’ANTICRISTO DI GIOACCHINO?»
E il prete disse «Vattimo è un diavolo»
Jacopo Iacoboni
C’È di mezzo: Gioacchino da Fiore, il millenarismo, un filosofo e il diavolo. È ovvio, siamo nel 2005.
A San Giovanni in Fiore, paese della Calabria in cui nacque il grande mistico cistercense, si candida come sindaco il filosofo Gianni Vattimo, e questo è stranoto. La sua candidatura, esterna ai poli che hanno puntato su altri nomi, è stata invocata da un gruppo di simpaticissimi ventenni, ragazzi col mito di Peppino Impastato che vorrebbero far qualcosa per smuovere le acque abbastanza stagnanti del paesino meridionale. Quello che non tutti sanno è che in quell’amabile locus amoenus piazzato nel mezzo della Sila, un po’ di preti locali stanno montando da qualche tempo una discreta campagna contro l’aspirante-sindaco, troppo «debolista», troppo colto, blasé, sospetto oltretutto di intenti perditori. E si respira l’aria di un’Inquisizione blanda e anche un po’ arruffona, non per questo meno singolare e per certi versi pure preoccupante, se la campagna è condita di accuse dal sapore medievale, per di più predicate dal pulpito ecclesiale: «Giovani, non seguite il diavolo che viene da Torino!».
Il diavolo sarebbe lui, Gianni Vattimo, e a pronunciare la frase è stato, durante affollata messa domenicale, don Emilio Salatino, giusto appunto nell’abbazia che fu il cuore delle esaltate visioni di Gioacchino. Correva il secolo XII, si vede che non tanto è cambiato, da allora. Tanto più se le accuse demoniache non sono affatto isolate. È da un mese che alcuni sacerdoti hanno cominciato ad attaccare Vattimo nelle omelie. Il clou l’ha forse toccato padre Marcellino Vilella: ha definito il filosofo torinese pericoloso per i giovani, indegno e nemico della Chiesa. Il riferimento è stato indiretto, raccontano i ragazzi che sostengono la candidatura del filosofo, cionondimeno inequivocabile. «L’ho ascoltato con mia madre, ero in chiesa», narra Emiliano Morrone, il capofila dei Vattimo boys che hanno anche fondato un giornale on line tutt’altro che ingenuo (www.lavocedifiore.org). «Padre Vilella, partendo dal Vangelo, ha detto che la cultura va bene fino a un certo punto, oltre il quale rappresenta un male sociale. Ha detto che i filosofi promuovono l’ateismo e attaccano Dio». Secondo Morrone, ha anche alluso all’omosessualità, o tempora!, quando ha detto che i suddetti pensatori, «negli ambienti accademici, portano gli studenti alla perdizione». Il sacerdote, fervente giaochimita, ha concluso che Morrone e il suo gruppo sono «giovani formati in buona università ma si sono smarriti frequentando illustri pensatori».
«Libera nos a diabolo!», avrebbe sospirato Gioacchino: ai suoi tardi emuli non è servito però alcun ricorso al latinorum, hanno parlato chiaro, in italiano. I Vattimo boys sono indignati e testimoniano almanaccano citano. Per difendersi contro questo «dogmatismo autoritario», sul loro giornale tirano in ballo il Concilio Vaticano II, Heidegger, e un’«etica in politica» dal sapore weberiano. E in una lettera aperta al vescovo di Cosenza denunciano: «È gravissimo che si faccia campagna elettorale nelle chiese».
Lui, il «diavolo venuto da Torino», ovviamente se la ride. «In fondo anche Gioacchino non è che fosse un progressista fanatico...». È appena stato laggiù, Vattimo, per una tre giorni in cui ha ascoltato commercianti cittadini e studenti, e tutti o quasi l’hanno circondato di attenzioni, «narcisisticamente questo non può che farmi piacere». Sa di essere stato paragonato alla Bestia ma anche i preti, dice, in fondo non sono stati così crudi faccia a faccia con lui. «Un tal padre Eugenio, monaco francescano dell’Abbazia grande, in chiesa ha detto quelle cose ma la sera prima, al ristorante, era con un altro paio di preti e due suore, e tutti hanno ammesso di aver letto con grande interesse i miei libri».
I libri dell’Anticristo: ma anche Gioacchino prefigurando l’avvento dell’Età dello Spirito bollò come tale Federico II, e si sa poi che carriera fece.
ancora su Munch
L'Eco di Bergamo 16.3.05
Munch, l'onda anomala dei sentimenti del '900
Il suo quadro più famoso, «L'Urlo», considerato l'icona del '900, non c'è, neanche nelle versioni successive a quella rubata lo scorso agosto, ma la mostra che riporta Munch a Roma dopo vent'anni e che si apre domani al Vittoriano è una delle più attese della stagione.
Oltre cento opere tra dipinti e grafiche, che raccontano i decenni cruciali del padre dell'espressionismo moderno. La mostra, presentata nei giorni scorsi a Roma, tra gli altri, dall'ambasciatore di Norvegia Eva Bugge e dai curatori Oivind Storm Bjerke e Achille Bonito Oliva e promossa dal Comune e dalla Provincia di Roma e dalla Regione Lazio, vanta i numerosi prestiti del Munch-Museet e della Nasjonalgalleriet di Oslo.
Nel 1940, ha detto il sindaco della capitale norvegese Per Ditlev-Simonsen, Munch donò la maggior parte delle sue opere alla città dove visse per moltissimi anni. All'estero, infatti i musei che possono esporre i suoi lavori sono pochi, ha aggiunto Bjerke, basti pensare che a New York ce n'è uno solo.
È stato quindi molto difficile organizzare la mostra romana, dal momento che in allestimento in tutto il mondo ce ne sono numerose altre (fra cui quella a Chicago del 2006), ma i curatori sono riusciti a portare opere importanti realizzate tra il 1890 e il 1908, una sessantina di dipinti e cinquanta grafiche, nonché un nucleo di immagini fotografiche dello stesso Munch, una serie di autoscatti che lo ritraggono in diversi momenti della sua vita travagliata.
La rassegna del Vittoriano, ha detto Bjerke alla presentazione la scorsa settimana, non riguarda un periodo specifico della produzione dell'artista norvegese, bensì ha l'obiettivo di mostrare l'ampiezza della sua arte. Arte che – ha aggiunto Achille Bonito Oliva – anticipa l'espressionismo e si trascina dietro l'Art Nouveau, ma anche Van Gogh e Gauguin.
«È un coagulo, una sintesi linguistica che si fa forma», ha spiegato il critico riferendosi alla molte affinità con tutto il pensiero nordico, da Kierkegaard a Bergman, a lui precedente e successivo. Un Munch che quindi non sarebbe solo l'artista nazionale della Norvegia, ma di tutta la Scandinavia, che, prima di Freud, ha saputo scandagliare i labirinti dell'inconscio.
Sofferenza e angoscia trasudano da tele come «Disperazione» o «Melanconia» e persino nei bellissimi paesaggi al chiaro di luna, dove sempre la sensazione è di una chiusura su se stesso.
Per le opere di Munch, ha detto Bonito Oliva, si può parlare di «tsunami dell'anima, di onda anomala dei sentimenti, della proiezione di una dissociazione irreversibile», che si traduce in volti trasformati in maschere silenziose e nei colori di fuoco che ritraggono «l'immenso grido della natura».
Natura matrigna (e non quella solare degli impressionisti), a cui Munch sottoponeva persino le sue tele, quando, una volta terminate, le lasciava fuori casa, nella notte e nel gelo.
I quadri di Munch hanno sempre appassionato la cultura contemporanea non soltanto per la capacità di dare voce all'interiorità travaglia dell'animo umano ma anche per quella sorta di universailità del dolore e del disagio che è un tratto tipo dell'arte contemporanea. A Munch è spesso debitrice.
Munch, l'onda anomala dei sentimenti del '900
Il suo quadro più famoso, «L'Urlo», considerato l'icona del '900, non c'è, neanche nelle versioni successive a quella rubata lo scorso agosto, ma la mostra che riporta Munch a Roma dopo vent'anni e che si apre domani al Vittoriano è una delle più attese della stagione.
Oltre cento opere tra dipinti e grafiche, che raccontano i decenni cruciali del padre dell'espressionismo moderno. La mostra, presentata nei giorni scorsi a Roma, tra gli altri, dall'ambasciatore di Norvegia Eva Bugge e dai curatori Oivind Storm Bjerke e Achille Bonito Oliva e promossa dal Comune e dalla Provincia di Roma e dalla Regione Lazio, vanta i numerosi prestiti del Munch-Museet e della Nasjonalgalleriet di Oslo.
Nel 1940, ha detto il sindaco della capitale norvegese Per Ditlev-Simonsen, Munch donò la maggior parte delle sue opere alla città dove visse per moltissimi anni. All'estero, infatti i musei che possono esporre i suoi lavori sono pochi, ha aggiunto Bjerke, basti pensare che a New York ce n'è uno solo.
È stato quindi molto difficile organizzare la mostra romana, dal momento che in allestimento in tutto il mondo ce ne sono numerose altre (fra cui quella a Chicago del 2006), ma i curatori sono riusciti a portare opere importanti realizzate tra il 1890 e il 1908, una sessantina di dipinti e cinquanta grafiche, nonché un nucleo di immagini fotografiche dello stesso Munch, una serie di autoscatti che lo ritraggono in diversi momenti della sua vita travagliata.
La rassegna del Vittoriano, ha detto Bjerke alla presentazione la scorsa settimana, non riguarda un periodo specifico della produzione dell'artista norvegese, bensì ha l'obiettivo di mostrare l'ampiezza della sua arte. Arte che – ha aggiunto Achille Bonito Oliva – anticipa l'espressionismo e si trascina dietro l'Art Nouveau, ma anche Van Gogh e Gauguin.
«È un coagulo, una sintesi linguistica che si fa forma», ha spiegato il critico riferendosi alla molte affinità con tutto il pensiero nordico, da Kierkegaard a Bergman, a lui precedente e successivo. Un Munch che quindi non sarebbe solo l'artista nazionale della Norvegia, ma di tutta la Scandinavia, che, prima di Freud, ha saputo scandagliare i labirinti dell'inconscio.
Sofferenza e angoscia trasudano da tele come «Disperazione» o «Melanconia» e persino nei bellissimi paesaggi al chiaro di luna, dove sempre la sensazione è di una chiusura su se stesso.
Per le opere di Munch, ha detto Bonito Oliva, si può parlare di «tsunami dell'anima, di onda anomala dei sentimenti, della proiezione di una dissociazione irreversibile», che si traduce in volti trasformati in maschere silenziose e nei colori di fuoco che ritraggono «l'immenso grido della natura».
Natura matrigna (e non quella solare degli impressionisti), a cui Munch sottoponeva persino le sue tele, quando, una volta terminate, le lasciava fuori casa, nella notte e nel gelo.
I quadri di Munch hanno sempre appassionato la cultura contemporanea non soltanto per la capacità di dare voce all'interiorità travaglia dell'animo umano ma anche per quella sorta di universailità del dolore e del disagio che è un tratto tipo dell'arte contemporanea. A Munch è spesso debitrice.
il rapimento e l'omicidio Moro
Repubblica 16.3.05
Le trattative segrete per salvare lo statista
emergono nuovi documenti
Fondato su un´ampia mole di materiali anche inediti - fonti giudiziarie e parlamentari, le carte della Democrazia Cristiana, i verbali del Pci, gli archivi personali di protagonisti quali Giulio Andreotti e Amintore Fanfani - il libro ha il merito di fornire spessore documentale a una vicenda rimasta per certi versi indefinita, ridimensionando la distanza comunemente accreditata tra fautori della fermezza e sostenitori della trattativa. Un tema, questo della diplomazia clandestina con i terroristi, oggi drammaticamente riproposto dalla guerra in Iraq. Pur nella diversità delle posizioni, sostiene Giovagnoli, le differenze tra i due «partiti» si fecero nel tempo meno marcate. «Le ragioni dell´etica influirono sulle dinamiche della politica. Nella Democrazia Cristiana si cominciò a riflettere su come aprire trattative che non sembrassero tali o compiere gesti umanitari che risultassero però politicamente accettabili alla Brigate Rosse. E anche nel Pci si affacciò l´esigenza di tenere conto dell´appello democristiano a una maggiore flessibilità».
In sostanza - è la tesi di Giovagnoli - se Moro non fu salvato è perché le Bierre non vollero o non furono in grado di percepire tutti i segnali di apertura che venivano dalle file scudocrociate. La logica della violenza finì per prevalere sulle ragioni della politica. In questo senso la ricostruzione degli eventi contrasta con una memoria diffusa che attribuisce al Biancofiore un ruolo ambiguo o quanto meno confuso. «Le conoscenze acquisite finora», sostiene lo studioso, «indicano che Moro è morto perché le Brigate Rosse avevano deciso di ucciderlo».
Figura emblematica della posizione espressa dalla formula «fermezza flessibile» (tipico stilema democristiano fondato su un ossimoro) fu quella di Benigno Zaccagnini, fin da principio lacerato tra la difesa della vita di Moro e la necessità di non piegare lo Stato democratico alle richieste delle Brigate Rosse. I documenti consultati da Giovagnoli mostrano il segretario della Dc privatamente proteso alla salvezza dell´amico e disponibile a tutte le iniziative possibili, pubblicamente fermo nella linea dell´intransigenza. Un atteggiamento simile, pur con qualche significativa differenza, è presente anche in altri protagonisti, da Forlani a Cossiga, da Zamberletti a Donat-Cattin, da Fanfani - il più trattativista in casa democristiana - allo stesso Flaminio Piccoli, il quale, pur contrapponendosi al fervore fanfaniano, nell´ultima fase non ostacola il tentativo di dialogo con le Bierre.
Già nella Direzione del 16 e 17 marzo, all´indomani del sequestro, si comincia a discutere un´ipotesi ritenuta probabile: la richiesta di scambiare Moro con qualche brigatista detenuto. Giovagnoli valorizza «il sorprendente intervento» di Taviani, il quale nei giorni del rapimento del giudice Sossi s´era distinto per la più assoluta intransigenza. Questa volta, invece, sostiene apertamente che «non si può avere eguale atteggiamento per un uomo insostituibile come Moro». Ma è alla fine di marzo che nelle sedi riservate s´infittisce la discussione sulla possibilità dello scambio tra prigionieri. Annota Giovagnoli: «Le prime reazioni furono possibiliste, specie intorno a Zaccagnini. Tra i favorevoli figura Riccardo Misasi. In seguito il segretario avrebbe accettato il rifiuto dello scambio. Fu probabilmente Piccoli a far rimandare ogni pronunciamento immediato».
Interessante la discussione che parallelamente si svolge a Botteghe Oscure. Seppure uniti nel segno della fermezza, al giudizio assai severo di Cossutta (che critica «la debolezza umana di Moro») reagisce Natta: «È bene non dirle queste cose, perché proprio nel nostro movimento uomini illustri sono stati costretti a terribili confessioni». Controcorrente la posizione di Umberto Terracini, favorevole al dialogo con i brigatisti. Un orientamento divenuto pubblico nel cosiddetto «appello dei vescovi» pubblicato da Lotta Continua.
Nel doppio binario di «tattica possibilista» e «strategia della fermezza» prosegue intanto la linea della Dc, che in un incontro al vertice il 30 marzo rinsalda il patto con il Pci, ma senza mai escludere «qualche contatto» con i terroristi. Passano quattro giorni e in una nuova riunione tra i segretari dei partiti di maggioranza, cui partecipano anche Andreotti e Cossiga, Zaccagnini dice di condividere la linea della fermezza, «ma non su tutto»: il cuore del segretario batte decisamente per la salvezza del prigioniero. Sempre in questa sede, il premier non esclude uno scambio in denaro: nessuno si oppone. Scrive Giovagnoli: «Tutti i leader dei partiti di governo erano dunque favorevoli al pagamento di un riscatto, anche se era evidente che i brigattisti lo avrebbero utilizzato per finanziare ulteriori atti di terrorismo».
Seguiranno di lì a poco i tentativi di mediazione esercitati da Amnesty International - appoggiata segretamente da Fanfani - e soprattutto dal Vaticano, con il sostegno di Andreotti. Più tardi l´appello della Caritas Internationalis, dietro cui si celano Fanfani e il premier. Tutti rimasti senza esito.
La diplomazia sotterranea è destinata a infittirsi ai primi di maggio, dopo la condanna a morte del prigioniero. L´intensa attività di tessitura tra i partiti di maggioranza e soprattutto Bettino Craxi, assurto a paladino della trattativa, ha lo scopo di verificare se vi siano margini per un «atto umanitario»: sempre però evitando il cedimento al terrorismo. Se Craxi invita spavaldamente a rompere con le regole e la legalità - anticipando così un costume che caratterizzerà la «seconda Repubblica», formula usata dallo stesso segretario socialista - i leader dc sembrano più cauti, pur non lesinando ripetuti segnali di apertura: prende corpo il progetto della grazia che il Quirinale è invitato a concedere a un detenuto brigatista. È proprio la mattina del 9 maggio che dalla direzione democristiana sarebbe dovuta arrivare la parola definitiva. Troppo tardi: Moro è già stato ucciso. La tragedia repubblicana ormai compiuta.
Le trattative segrete per salvare lo statista
emergono nuovi documenti
Lo storico Agostino Giovagnoli ha consultato le carte di molti notabili dc: si teorizzò addirittura una fermezza flessibile«Mi domando se stiamo facendo veramente tutto per uscire da questa tragica situazione». Il dubbio lacerante espresso a porte chiuse da Zaccagnini il 13 aprile del 1978, al termine d´una riunione di direzione, sintetizza i sentimenti contrastanti che animarono il vertice democristiano lungo i cinquantacinque giorni del sequestro Moro. Una vicenda che ha segnato la storia della Repubblica, ma che finora non era stata raccontata con gli strumenti propri della storiografia. Si è accinto all´opera, in un volume che uscirà a fine marzo dal Mulino (Il Caso Moro. Una tragedia repubblicana, pagg. 382, euro 22), lo storico Agostino Giovagnoli, studioso di ispirazione cattolica, allievo di Pietro Scoppola e autore di originali interventi sugli anni Settanta.
Il giudizio severo di Cossutta e le aperture di Terracini criticate da Berlinguer
Benigno Zaccagnini in privato si diceva pronto a tentare qualcosa per l´amico
Se non fu liberato è perché le Br non vollero cogliere i segnali di apertura
Fondato su un´ampia mole di materiali anche inediti - fonti giudiziarie e parlamentari, le carte della Democrazia Cristiana, i verbali del Pci, gli archivi personali di protagonisti quali Giulio Andreotti e Amintore Fanfani - il libro ha il merito di fornire spessore documentale a una vicenda rimasta per certi versi indefinita, ridimensionando la distanza comunemente accreditata tra fautori della fermezza e sostenitori della trattativa. Un tema, questo della diplomazia clandestina con i terroristi, oggi drammaticamente riproposto dalla guerra in Iraq. Pur nella diversità delle posizioni, sostiene Giovagnoli, le differenze tra i due «partiti» si fecero nel tempo meno marcate. «Le ragioni dell´etica influirono sulle dinamiche della politica. Nella Democrazia Cristiana si cominciò a riflettere su come aprire trattative che non sembrassero tali o compiere gesti umanitari che risultassero però politicamente accettabili alla Brigate Rosse. E anche nel Pci si affacciò l´esigenza di tenere conto dell´appello democristiano a una maggiore flessibilità».
In sostanza - è la tesi di Giovagnoli - se Moro non fu salvato è perché le Bierre non vollero o non furono in grado di percepire tutti i segnali di apertura che venivano dalle file scudocrociate. La logica della violenza finì per prevalere sulle ragioni della politica. In questo senso la ricostruzione degli eventi contrasta con una memoria diffusa che attribuisce al Biancofiore un ruolo ambiguo o quanto meno confuso. «Le conoscenze acquisite finora», sostiene lo studioso, «indicano che Moro è morto perché le Brigate Rosse avevano deciso di ucciderlo».
Figura emblematica della posizione espressa dalla formula «fermezza flessibile» (tipico stilema democristiano fondato su un ossimoro) fu quella di Benigno Zaccagnini, fin da principio lacerato tra la difesa della vita di Moro e la necessità di non piegare lo Stato democratico alle richieste delle Brigate Rosse. I documenti consultati da Giovagnoli mostrano il segretario della Dc privatamente proteso alla salvezza dell´amico e disponibile a tutte le iniziative possibili, pubblicamente fermo nella linea dell´intransigenza. Un atteggiamento simile, pur con qualche significativa differenza, è presente anche in altri protagonisti, da Forlani a Cossiga, da Zamberletti a Donat-Cattin, da Fanfani - il più trattativista in casa democristiana - allo stesso Flaminio Piccoli, il quale, pur contrapponendosi al fervore fanfaniano, nell´ultima fase non ostacola il tentativo di dialogo con le Bierre.
Già nella Direzione del 16 e 17 marzo, all´indomani del sequestro, si comincia a discutere un´ipotesi ritenuta probabile: la richiesta di scambiare Moro con qualche brigatista detenuto. Giovagnoli valorizza «il sorprendente intervento» di Taviani, il quale nei giorni del rapimento del giudice Sossi s´era distinto per la più assoluta intransigenza. Questa volta, invece, sostiene apertamente che «non si può avere eguale atteggiamento per un uomo insostituibile come Moro». Ma è alla fine di marzo che nelle sedi riservate s´infittisce la discussione sulla possibilità dello scambio tra prigionieri. Annota Giovagnoli: «Le prime reazioni furono possibiliste, specie intorno a Zaccagnini. Tra i favorevoli figura Riccardo Misasi. In seguito il segretario avrebbe accettato il rifiuto dello scambio. Fu probabilmente Piccoli a far rimandare ogni pronunciamento immediato».
Interessante la discussione che parallelamente si svolge a Botteghe Oscure. Seppure uniti nel segno della fermezza, al giudizio assai severo di Cossutta (che critica «la debolezza umana di Moro») reagisce Natta: «È bene non dirle queste cose, perché proprio nel nostro movimento uomini illustri sono stati costretti a terribili confessioni». Controcorrente la posizione di Umberto Terracini, favorevole al dialogo con i brigatisti. Un orientamento divenuto pubblico nel cosiddetto «appello dei vescovi» pubblicato da Lotta Continua.
Nel doppio binario di «tattica possibilista» e «strategia della fermezza» prosegue intanto la linea della Dc, che in un incontro al vertice il 30 marzo rinsalda il patto con il Pci, ma senza mai escludere «qualche contatto» con i terroristi. Passano quattro giorni e in una nuova riunione tra i segretari dei partiti di maggioranza, cui partecipano anche Andreotti e Cossiga, Zaccagnini dice di condividere la linea della fermezza, «ma non su tutto»: il cuore del segretario batte decisamente per la salvezza del prigioniero. Sempre in questa sede, il premier non esclude uno scambio in denaro: nessuno si oppone. Scrive Giovagnoli: «Tutti i leader dei partiti di governo erano dunque favorevoli al pagamento di un riscatto, anche se era evidente che i brigattisti lo avrebbero utilizzato per finanziare ulteriori atti di terrorismo».
Seguiranno di lì a poco i tentativi di mediazione esercitati da Amnesty International - appoggiata segretamente da Fanfani - e soprattutto dal Vaticano, con il sostegno di Andreotti. Più tardi l´appello della Caritas Internationalis, dietro cui si celano Fanfani e il premier. Tutti rimasti senza esito.
La diplomazia sotterranea è destinata a infittirsi ai primi di maggio, dopo la condanna a morte del prigioniero. L´intensa attività di tessitura tra i partiti di maggioranza e soprattutto Bettino Craxi, assurto a paladino della trattativa, ha lo scopo di verificare se vi siano margini per un «atto umanitario»: sempre però evitando il cedimento al terrorismo. Se Craxi invita spavaldamente a rompere con le regole e la legalità - anticipando così un costume che caratterizzerà la «seconda Repubblica», formula usata dallo stesso segretario socialista - i leader dc sembrano più cauti, pur non lesinando ripetuti segnali di apertura: prende corpo il progetto della grazia che il Quirinale è invitato a concedere a un detenuto brigatista. È proprio la mattina del 9 maggio che dalla direzione democristiana sarebbe dovuta arrivare la parola definitiva. Troppo tardi: Moro è già stato ucciso. La tragedia repubblicana ormai compiuta.
martedì 15 marzo 2005
Salman Rushdie contro tutte le religioni
«abbiamo bisogno di più insegnanti e meno sacerdoti»
Repubblica.it 15.3.05
IL MONDO DIVISO TRA CREDENTI E NON
SALMAN RUSHDIE
Non ho mai pensato di essere uno che scrive di religione fino a quando una religione non ha iniziato a starmi alle costole. La religione era uno degli argomenti che trattavo, ovviamente, e come avrebbe potuto essere altrimenti per uno scrittore del subcontinente indiano? Ma dal mio punto di vista disponevo altresì di molti altri pesci, più grandi e più gustosi, da mettere in padella. Ciò non di meno, quando ebbe luogo l´offensiva dovetti affrontare ciò che mi si parava davanti, e decidere a favore di che cosa volessi schierarmi a fronte di ciò che si ergeva contro di me con cotanta veemenza, violenza e prevaricazione.
Ora, a distanza di sedici anni, la religione incalza tutti noi e, anche se con ogni probabilità la maggior parte di noi - come me un tempo - avverte di avere ben altre e più importanti preoccupazioni, dovremo tutti quanti far fronte alla sfida. Se fallissimo, questo particolare pesce potrebbe finire col farci friggere tutti.
Per quanti di noi crebbero in India all´indomani delle sommosse del 1946-47 per la Separazione, scoppiate in seguito alla creazione degli Stati indipendenti di India e Pakistan, lo spettro di quei massacri è rimasto impresso quale tremendo monito di ciò che gli uomini sono disposti a fare nel nome di Dio. Troppe volte si sono già ripetute in India violenze simili, a Meerut, in Assam e più recentemente nel Gujarat. Anche la storia dell´Europa è costellata di prove dei pericoli insiti nella politicizzazione della religione: le guerre francesi di religione, gli aspri combattimenti in Irlanda, il "nazionalismo cattolico" del dittatore spagnolo Franco e gli eserciti nemici che nella guerra civile inglese partivano in battaglia cantando ambedue gli stessi inni.
L´umanità si è sempre rivolta alla religione per cercare le risposte a due delle grandi domande legate all´esistenza: da dove veniamo? Come dobbiamo vivere? Per quanto riguarda la questione delle origini, tutte le religioni hanno torto, molto semplicemente. L´universo non fu creato in sei giorni da una forza superiore che al settimo giorno si riposò. Né fu creato dal nulla da un dio celeste con uno sconvolgimento immane. Per quanto riguarda l´interrogativo sulla vita sociale, poi, la semplice verità è che quale che sia la religione ai posti di comando di una società ne sboccia sempre e soltanto una tirannia. Ne nasce l´Inquisizione, ne spuntano fuori i Talebani.
Ciò nonostante, le religioni persistono a sostenere di poter assicurare un accesso del tutto privilegiato alle verità morali e di conseguenza di meritare un trattamento speciale e protezione. Le religioni continuano a emergere dall´ambito della sfera privata - alla quale del resto appartengono, tanto quanto molte altre cose che sono pienamente accettabili quando fatte in privato tra adulti consenzienti e che diventano del tutto inaccettabili sulla pubblica piazza - per candidarsi al potere. Non è il caso di ripercorrere qui in che modo è andato affermandosi l´islam radicale, tuttavia la rinascita della fede è sicuramente un argomento più vasto di cui occorre parlare.
Negli Stati Uniti oggi pressoché chiunque - donne, gay, afro-americani, ebrei - può candidarsi ed essere eletto a qualche alta carica politica. Tuttavia, chiunque invece si dovesse professare ateo, non avrebbe neppure una chance di vittoria candidandosi a vendere popcorn all´inferno. Da qui la natura quanto mai ipocrita di gran parte del dibattito politico americano: secondo Bob Woodward l´attuale presidente si considera un "messaggero" che adempie alla "volontà del Signore" e i "valori morali" sono diventati una sorta di frase in codice per i bigotti anti-gay e anti-aborto. Anche gli sconfitti Democratici paiono affrettarsi verso questo stesso tipo di basso livello, disperando forse di poter mai tornare a vincere un´elezione in altro modo.
Stando a quanto afferma Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, "negli anni a venire lo scontro tra coloro che credono e coloro che non credono diverrà un aspetto primario e dominante delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa". Gli attentati a una stazione ferroviaria di Madrid e l´omicidio del regista olandese Theo van Gogh in Europa sono considerati alla stregua di altrettanti segnali d´allarme, che invitano a difendere e rafforzare i principi laici alla base di qualunque democrazia umanista. Ancor prima che questi terribili eventi avessero luogo, la decisione francese di mettere al bando capi di vestiario aventi una connotazione religiosa, come il velo islamico, aveva ottenuto il pieno avallo di tutto lo spettro politico. Le richieste degli islamisti di istituire nelle scuole classi riservate e distinte nonché intervalli per la preghiera erano state respinte. Pochi europei oggi si dicono osservanti: soltanto il 21 per cento, secondo un recente studio intitolato "I valori europei", a fronte di una percentuale del 59 per cento rilevata tra gli americani dal Pew Forum. In Europa l´Illuminismo rappresentò una via di salvezza dal potere che aveva la religione di apporre al pensiero dei confini precisi, mentre in America rappresentò la via di fuga nella libertà religiosa del Nuovo Mondo, un avvicinamento alla fede, più che un allontanamento da essa. Molti europei oggi reputano allarmante la fusione americana di religione e nazionalismo.
L´eccezione al laicismo europeo la si rinviene in Gran Bretagna, o quanto meno nel governo di Tony Blair - devotamente cristiano e sempre più autoritario - che sta cercando di far approvare a tutti i costi al Parlamento una legge contro "l´istigazione all´intolleranza religiosa", nel cinico tentativo di accalappiare dei voti per placare i sostenitori dei musulmani britannici, alle cui orecchie suona offensiva qualsiasi critica dell´islam. Giornalisti, avvocati e un lungo elenco di personaggi pubblici hanno messo in guardia contro le conseguenze di questa legge, che potrebbe ostacolare in modo radicale la libertà di parola venendo inoltre meno al proprio scopo, e che potrebbe amplificare il putiferio religioso, invece di mitigarlo. Il governo di Blair pare contemplare l´intera questione delle libertà civili con arroganza: quanto potranno mai contare le libertà - per quanto a caro prezzo conquistate e a lungo salvaguardate - a fronte delle esigenze di un governo che punta alla rielezione?
Ciò nondimeno, la politica blairiana dell'appeasement deve essere messa fuori gioco. La Camera dei Lord forse farà quello che i Common hanno evitato di fare, e getterà questa pessima legge nel mucchio di quelle abortite. E forse - cosa tuttavia più difficile - i Democratici americani perverranno a comprendere che oggi, in un´America spaccata esattamente a metà, avranno maggiormente da guadagnare opponendosi alla Christian Coalition e ai suoi adepti, e impedendo che la visione del mondo di Mel Gibson plasmi la politica sociale e la politica americana. Se tutto ciò non dovesse accadere, se America e Gran Bretagna consentissero alla fede religiosa di controllare e dominare addirittura il dibattito pubblico, allora l´Alleanza Occidentale si troverebbe assoggettata a ulteriori e quanto mai crescenti tensioni, mentre gli altri baciapile, quelli contro i quali si suppone che noi ci si debba battere, avranno davvero di che esultare.
Victor Hugo scrisse: «In ogni villaggio c´è una fiamma, il maestro di scuola, e c´è un estintore, il curato». Nelle nostre vite abbiamo bisogno di più insegnanti e di meno sacerdoti, perché come disse una volta James Joyce: «Non vi è eresia né filosofia tanto aborrita dalla Chiesa quanto l´essere umano». Forse, chi propugna il laicismo meglio di tutti è il grande avvocato americano Clarence Darrow che ha detto: «Non credo in Dio perché non credo in Mamma Oca».
IL MONDO DIVISO TRA CREDENTI E NON
SALMAN RUSHDIE
«Non vi è eresia né filosofia tanto aborrita dalla Chiesa quanto l'essere umano»
James Joyce
Non ho mai pensato di essere uno che scrive di religione fino a quando una religione non ha iniziato a starmi alle costole. La religione era uno degli argomenti che trattavo, ovviamente, e come avrebbe potuto essere altrimenti per uno scrittore del subcontinente indiano? Ma dal mio punto di vista disponevo altresì di molti altri pesci, più grandi e più gustosi, da mettere in padella. Ciò non di meno, quando ebbe luogo l´offensiva dovetti affrontare ciò che mi si parava davanti, e decidere a favore di che cosa volessi schierarmi a fronte di ciò che si ergeva contro di me con cotanta veemenza, violenza e prevaricazione.
Ora, a distanza di sedici anni, la religione incalza tutti noi e, anche se con ogni probabilità la maggior parte di noi - come me un tempo - avverte di avere ben altre e più importanti preoccupazioni, dovremo tutti quanti far fronte alla sfida. Se fallissimo, questo particolare pesce potrebbe finire col farci friggere tutti.
Per quanti di noi crebbero in India all´indomani delle sommosse del 1946-47 per la Separazione, scoppiate in seguito alla creazione degli Stati indipendenti di India e Pakistan, lo spettro di quei massacri è rimasto impresso quale tremendo monito di ciò che gli uomini sono disposti a fare nel nome di Dio. Troppe volte si sono già ripetute in India violenze simili, a Meerut, in Assam e più recentemente nel Gujarat. Anche la storia dell´Europa è costellata di prove dei pericoli insiti nella politicizzazione della religione: le guerre francesi di religione, gli aspri combattimenti in Irlanda, il "nazionalismo cattolico" del dittatore spagnolo Franco e gli eserciti nemici che nella guerra civile inglese partivano in battaglia cantando ambedue gli stessi inni.
L´umanità si è sempre rivolta alla religione per cercare le risposte a due delle grandi domande legate all´esistenza: da dove veniamo? Come dobbiamo vivere? Per quanto riguarda la questione delle origini, tutte le religioni hanno torto, molto semplicemente. L´universo non fu creato in sei giorni da una forza superiore che al settimo giorno si riposò. Né fu creato dal nulla da un dio celeste con uno sconvolgimento immane. Per quanto riguarda l´interrogativo sulla vita sociale, poi, la semplice verità è che quale che sia la religione ai posti di comando di una società ne sboccia sempre e soltanto una tirannia. Ne nasce l´Inquisizione, ne spuntano fuori i Talebani.
Ciò nonostante, le religioni persistono a sostenere di poter assicurare un accesso del tutto privilegiato alle verità morali e di conseguenza di meritare un trattamento speciale e protezione. Le religioni continuano a emergere dall´ambito della sfera privata - alla quale del resto appartengono, tanto quanto molte altre cose che sono pienamente accettabili quando fatte in privato tra adulti consenzienti e che diventano del tutto inaccettabili sulla pubblica piazza - per candidarsi al potere. Non è il caso di ripercorrere qui in che modo è andato affermandosi l´islam radicale, tuttavia la rinascita della fede è sicuramente un argomento più vasto di cui occorre parlare.
Negli Stati Uniti oggi pressoché chiunque - donne, gay, afro-americani, ebrei - può candidarsi ed essere eletto a qualche alta carica politica. Tuttavia, chiunque invece si dovesse professare ateo, non avrebbe neppure una chance di vittoria candidandosi a vendere popcorn all´inferno. Da qui la natura quanto mai ipocrita di gran parte del dibattito politico americano: secondo Bob Woodward l´attuale presidente si considera un "messaggero" che adempie alla "volontà del Signore" e i "valori morali" sono diventati una sorta di frase in codice per i bigotti anti-gay e anti-aborto. Anche gli sconfitti Democratici paiono affrettarsi verso questo stesso tipo di basso livello, disperando forse di poter mai tornare a vincere un´elezione in altro modo.
Stando a quanto afferma Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, "negli anni a venire lo scontro tra coloro che credono e coloro che non credono diverrà un aspetto primario e dominante delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa". Gli attentati a una stazione ferroviaria di Madrid e l´omicidio del regista olandese Theo van Gogh in Europa sono considerati alla stregua di altrettanti segnali d´allarme, che invitano a difendere e rafforzare i principi laici alla base di qualunque democrazia umanista. Ancor prima che questi terribili eventi avessero luogo, la decisione francese di mettere al bando capi di vestiario aventi una connotazione religiosa, come il velo islamico, aveva ottenuto il pieno avallo di tutto lo spettro politico. Le richieste degli islamisti di istituire nelle scuole classi riservate e distinte nonché intervalli per la preghiera erano state respinte. Pochi europei oggi si dicono osservanti: soltanto il 21 per cento, secondo un recente studio intitolato "I valori europei", a fronte di una percentuale del 59 per cento rilevata tra gli americani dal Pew Forum. In Europa l´Illuminismo rappresentò una via di salvezza dal potere che aveva la religione di apporre al pensiero dei confini precisi, mentre in America rappresentò la via di fuga nella libertà religiosa del Nuovo Mondo, un avvicinamento alla fede, più che un allontanamento da essa. Molti europei oggi reputano allarmante la fusione americana di religione e nazionalismo.
L´eccezione al laicismo europeo la si rinviene in Gran Bretagna, o quanto meno nel governo di Tony Blair - devotamente cristiano e sempre più autoritario - che sta cercando di far approvare a tutti i costi al Parlamento una legge contro "l´istigazione all´intolleranza religiosa", nel cinico tentativo di accalappiare dei voti per placare i sostenitori dei musulmani britannici, alle cui orecchie suona offensiva qualsiasi critica dell´islam. Giornalisti, avvocati e un lungo elenco di personaggi pubblici hanno messo in guardia contro le conseguenze di questa legge, che potrebbe ostacolare in modo radicale la libertà di parola venendo inoltre meno al proprio scopo, e che potrebbe amplificare il putiferio religioso, invece di mitigarlo. Il governo di Blair pare contemplare l´intera questione delle libertà civili con arroganza: quanto potranno mai contare le libertà - per quanto a caro prezzo conquistate e a lungo salvaguardate - a fronte delle esigenze di un governo che punta alla rielezione?
Ciò nondimeno, la politica blairiana dell'appeasement deve essere messa fuori gioco. La Camera dei Lord forse farà quello che i Common hanno evitato di fare, e getterà questa pessima legge nel mucchio di quelle abortite. E forse - cosa tuttavia più difficile - i Democratici americani perverranno a comprendere che oggi, in un´America spaccata esattamente a metà, avranno maggiormente da guadagnare opponendosi alla Christian Coalition e ai suoi adepti, e impedendo che la visione del mondo di Mel Gibson plasmi la politica sociale e la politica americana. Se tutto ciò non dovesse accadere, se America e Gran Bretagna consentissero alla fede religiosa di controllare e dominare addirittura il dibattito pubblico, allora l´Alleanza Occidentale si troverebbe assoggettata a ulteriori e quanto mai crescenti tensioni, mentre gli altri baciapile, quelli contro i quali si suppone che noi ci si debba battere, avranno davvero di che esultare.
Victor Hugo scrisse: «In ogni villaggio c´è una fiamma, il maestro di scuola, e c´è un estintore, il curato». Nelle nostre vite abbiamo bisogno di più insegnanti e di meno sacerdoti, perché come disse una volta James Joyce: «Non vi è eresia né filosofia tanto aborrita dalla Chiesa quanto l´essere umano». Forse, chi propugna il laicismo meglio di tutti è il grande avvocato americano Clarence Darrow che ha detto: «Non credo in Dio perché non credo in Mamma Oca».
Copyright 2005 . Distribuito da The New York Times Syndicate. (Traduzione di Anna Bissanti)
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