(ricevuto da Daniela Venanzi - segnalato anche da Lucia Ianniello)
Sette inserto del Corriere della sera del giovedì 18.9.03
COSSIGA: "ANCORA UN GIORNO E LA FERMEZZA SAREBBE SVANITA"
"Perché io e Andreotti saremmo stati messi in minoranza dai trattativisti".
L'uomo che era ministro dell'Interno quando le Br sequestrarono e uccisero il leader della DC ha visto con "Sette" il film di Bellocchio.
Si è commosso, ha criticato, e si è lasciato andare a molte ricostruzioni e ricordi. Assolutamente clamorosi.
intervista a cura di Giorgio del Re
Del delitto Moro, del sequestro, di quello che è successo in quegli anni, ha parlato poco, pochissimo, e mai a cuor leggero. Francesco Cossiga all'epoca era ministro dell'Interno, e destinatario della lettera più dura di Aldo Moro, quella in cui dal covo brigatista lanciava la sua maledizione biblica: "Il mio sangue ricadrà su di voi". Ma dopo il dibattito che si è aperto sul film di Marco Bellocchio, il presidente emerito ha deciso di fare un'eccezione, vedere Buongiorno, notte per "Sette", e raccontare le emozioni e le riflessioni che questa visione gli ha provocato.
È in vacanza in Sardegna (quando gli altri tornano a lavorare lui parte) in una località amena, proprio di fronte a Tavolara, accompagnato dalla sua "famiglia allargata". Le due più giovani collaboratrici del suo staff, Sabrina e Alessandra ("Sono incantevoli, vero?"), gli uomini della scorta che vedono insieme a lui il film, in una cassetta della Rai. Durante la proiezione resta quasi sempre in silenzio: ogni tanto una notazione, un'immagine che ha colpito, un promemoria per quello che dirà dopo.
Si emoziona - gli occhi lucidi - quando nella tv dei brigatisti rivede le immagini dei funerali della scorta, un gesto della mano, come per fugare una nuvola di pensieri e una frase che sembra parlar d'altro: "Funerali militari...". E poi quando Aldo Moro-Roberto chiama i carcerieri per legger loro la sua lettera al Papa: "Sì, sì... penso proprio che il suo rapporto con loro poteva essere di questo tenore".
Una delle frasi più importanti di Giulio Andreotti sulle lettere di Moro gli provoca una piccola sorpresa ("La suggerii io"), e la passeggiata finale una rivelazione: "Avevo pronta la lettera di dimissioni, la terza che ho scritto in quei terribili giorni: loro non capirono di aver vinto politicamente. Se avessero resistito per un giorno in più, nella Dc la linea della fermezza sarebbe svanita, io e Andreotti saremmo stati messi in minoranza da Fanfani e dai trattativisti".
Dulcis in fundo la conferma di quello che Andreotti ha detto al Giornale: "Sì, è tutto vero, demmo il nulla osta all'ipotesi di un riscatto pagato dalla Santa Sede: Andreotti dice che informò Berlinguer, io posso dire che ne parlai con Pecchioli e lui mi rispose: "Se la cosa uscirà fuori protesteremo, ma non verrà meno il nostro sostegno"".
Presidente, posso iniziare da una domanda indiscreta e molto personale?
"Quale?".
È vera la leggenda che i capelli grigi le diventarono bianchi, in una notte, per l'angoscia del sequestro?
"In una notte è una leggenda. Certo si accelerò quel processo".
Che effetto le fa questo Bellocchio, venticinque anni dopo?
"Confesso, ho guardato il film con qualche prevenzione, temevo la solita ricostruzione dietrologica e priva di valore... ".
E invece?
"È un bel film. Lo dico anche forte della conoscenza di un vecchio amico, Franco Mauri, che nel 1940 scrisse da appassionato cinefilo un saggio sul realismo nel cinema sovietico".
Franco Mauri il suo discepolo trentenne?
"No, lo zio".
Quindi il film le piace...
"C'è del mestiere, nel senso alto del termine: l'arte senza l'artigianato non esiste. Naturalmente, si muove dalla realtà per creare un'altra storia e poi...".
E poi?
"Ho scoperto un'attrice straordinaria, Maya Sansa, grande interpretazione: non la conoscevo. Conosco invece la Braghetti, che ho incontrato quando venne da me a perorare - e le credetti - la causa dell'innocenza della Mambro e di Fioravanti. Non mi parlò delle loro cose, forse perché sapeva come la pensavo".
È vero che lei ha conosciuto tre dei carcerieri di Moro?
"Sì, sono uomini e donne, e questo rende ancora più drammatico quello che è avvenuto. Si è detto che Bellocchio ha messo le Br sul lettino della psicanalisi: penso piuttosto che lui, da ex ragazzo maoista, abbia proiettato molto se stesso nel film. Le Br sono come lui vorrebbe che fossero state, e la vicenda finisce come lui avrebbe voluto che finisse. Con i brigatisti che mostrano la loro potenza nel sequestro, e alla fine del processo di umanizzazione innescato dalla vicenda rilasciano Moro. In questo c'è più di un desiderio...".
Ovvero?
"Credo che Bellocchio sia più figlio del '68 che del '77. La critica che gli faccio è di non rendere fino in fondo la drammaticità dell'evento. Ma lo fa per un motivo preciso: il '68 fu fondamentalmente un movimento di ribellione borghese, di cui non a caso i due leader principali erano Marcuse, che non trovò nulla di sconveniente nel fare uno studio sul movimento per conto della Cia, e un uomo come Adorno, che aveva ucciso la moglie...".
Quindi secondo lei Bellocchio sovrappone date età diverse?
"Ma certo. Non capisce che il '77 e il brigatismo, invece, furono una rivoluzione, velleitaria forse, ma nata da radici storiche, sociali e culturali ben più profonde: era il vero frutto della guerra fredda, erano i nipotini di Yalta, come dimostra bene la sequenza del canto partigiano alla commemorazione del padre della terrorista. Le loro radici erano nel mito della Resistenza tradita, la terza Resistenza che sognava la lotta di classe, e fu soppiantata dalla guerra di Liberazione e dalla guerra partigiana".
C'è anche il comizio di Lama, però, in cui i brigatisti sono contrapposti ai partigiani, dal Pci...
"Era un modo per difendere la sinistra dal coinvolgimento. Anche noi abbiamo usato le armi della manipolazione politica per mantenere consenso: e a questo fine era più facile chiamarli assassini che rivoluzionari. Oggi in fondo le cose sono molto più grossolane: Berlusconi è un Duce e i comunisti mangiano i bambini...".
Non è che si sta ricredendo sulla fermezza?
"No! Io resto fermo, nonostante l'Unità, che allora fu colonna della fermezza e che ora, come scrive Francesco Merlo, inspiegabilmente diventa trattativista!".
Battutaccia...
"No, verità. Quell'articolo mi ha colpito: non condivido solo la parte sulla Faranda, perché non credo che debba tacere, non credo alla dannazione dei colpevoli. Morucci e Faranda hanno passato un travaglio autentico che io conosco. E poi ci sarebbero molti altri in Italia, allora, che avrebbero dovuto tacere. I Ds...".
Si prepara un'altra stilettata delle sue?
"...Avendo letto il bel libro di Piero Fassino mi rendo conto che gli ex comunisti sono ormai preda di un revisionismo così profondo che presto cancelleranno Berlinguer: per questo non hanno difficoltà a cancellare la fermezza. E non è nemmeno un caso che oggi i Ds si incontrino con Prodi, trattativista di ieri".
Ahi, ahi, quando lei cita quel nome...
"No, perché? Anzi, le dico che una caduta di stile il film ce l'ha quando racconta la seduta spiritica in cui c'era Prodi, e in cui Bellocchio mette un agente dei servizi, che se tale fosse stato, non sarebbe andato in divisa da colonnello! Prodi...".
Sempre a lui ritorna...
"Solo per dire che è prova della sua forza il fatto che per quell'episodio egli non fu mai interrogato da nessuna commissione e nessun magistrato: e dire che fu lui a passare questa notizia a Cavina, che poi la disse al mio capo-gabinetto, Zanda".
Le Br: perché lei dice che il film spiega la loro sconfitta?
"Perché non si accorsero di avere vinto: ma la parola fine alla solidarietà nazionale la scrissero loro. È la non compiutezza della solidarietà nazionale che impedisce il vero bipolarismo e che porta ancora oggi a una visione della politica come lotta tra bene e male".
Quindi le Br non capirono di essere a un passo dalla vittoria finale?
"Sì, e l'avrebbero avuta perché io e Andreotti saremmo finiti in minoranza. Poi non hanno capito che Moro libero avrebbe avuto effetti altrettanto dirompenti: io sono stato costretto a raccontare che Pecchioli venne da me a dire, dopo la lettera che mi mandò: "Per noi è politicamente morto". Malgrado ciò, noi li abbiamo sconfitti militarmente".
E il dibattito sul fatto che forse i brigatisti si potevano prendere?
"All'epoca del sequestro i servizi erano quasi smantellati: solo dopo appresi che qualcuno aveva contatti con le Br...".
Signorile?
"...Una parte del Psi. Se loro ce lo avessero detto, forse saremmo arrivati a Moro vivo".
E il fatto che ci fosse un pezzo di Stato che lavorava contro la liberazione? "Fesserie".
E l'influenza della P2?
"No... Vada da Licio Gelli e gli chieda cosa pensava di Moro".
È vero che quella frase sulle lettere di Moro, "moralmente inautentiche", la scrisse lei e la disse Andreotti?
"Sì: allora gli psichiatri del ministero avevano questa tesi, Scoppola lo pensa tuttora...".
E lei?
"Mi sono convinto di avere sbagliato. Quello era davvero Moro. Tentò fino all'ultimo di trattare con le Br, aveva capito fino in fondo il fatto che le Br erano un soggetto politico, e puntavano a un riconoscimento. Io non avevo capito fino in fondo che loro erano l'album di famiglia della sinistra, lui sì. Non dimentichiamo che solo Giampaolo Pansa ebbe il fegato di andare ai cancelli della Fiat e scrivere in un pezzo che a molti operai non gliene fregava nulla di Moro".
Per questo l'idea brigatista della "propaganda armata" aveva spazio?
"Senza il Pci e senza la fermezza sarebbe passata senz'altro".
E cercare di salvarsi per Moro fu vigliaccheria, come pensarono molti?
"No. Io ho riletto le sue lettere infinite volte e ho capito la nostra diversità. Io ero un cattolico liberale e mettevo sopra tutto lo Stato. Lui era un cattolico sociale, e per lui la vita di suo nipote valeva più di ogni altra cosa. Andreotti aveva l'etica politica della Chiesa, che mai e poi mai avrebbe accettato la malvagità dell'atto violento".
Ma lei mi ha detto che era disposto a pagare!
"Pagare sì: mi dissero che avevano già trovato i soldi, ma era quasi una forma di disprezzo: il canale di contatto veniva dai cappellani carcerari e dalle confessioni, per questo è rimasto segreto. Ma riconoscere no".
Eppure lei pensa che la trattativa non poteva riuscire?
"Oggi so che le Br non avrebbero mai accettato un riscatto".
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 18 settembre 2003
***una intervista a Marco Bellocchio su Famiglia Cristiana
(ricevuto da Daniela Venanzi)
FARE I CONTI
COL PASSATO
intervista a Marco Bellocchio di Maurizio Turrioni
Al di là delle polemiche per la mancata vittoria a Venezia, la pellicola sul "caso Moro" fa riflettere. «Dopo 25 anni», dice il regista, «è ora di riaprire quel doloroso capitolo».
Un polverone. È quello che tanti, troppi, hanno sollevato attorno a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, il film sul "caso Moro" che sarebbe stato scippato del Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Anacronistica la posizione di RaiCinema che, come produttrice, per bocca del suo amministratore Giancarlo Leone ha minacciato di non mandare più i suoi titoli al Lido. Caduta di stile condivisa da coloro che, in Tv o sui giornali, si sono scagliati contro la pellicola vincitrice senza neppure averla vista, per loro ammissione. E pur se si può comprenderne l’amarezza, ha sbagliato il regista a non restare a Venezia per ritirare il premio per la sceneggiatura, dichiarando: «Noi italiani siamo imbattibili a non difendere le nostre cose!». Lo ribadiamo: Il ritorno del russo Andrey Zvyagintsev ha strameritato la vittoria.
Un dramma troppo coinvolgente
Ciò che è successo in seno alla giuria della Mostra lo ha spiegato il suo presidente Mario Monicelli: «Sono un ammiratore di Bellocchio. Il suo I pugni in tasca fu uno degli esordi più importanti. L’ora di religione è un capolavoro. Ma qui ci siamo trovati di fronte a un film (di chiara bellezza cinematografica) con un gruppetto di terroristi insicuri, confusi, impauriti, dominati da un sequestrato che è quasi il burattinaio. Una specie di glorificazione. E sembra che a farlo morire non siano quei ragazzi spaventati, ma un establishment di destra e di sinistra. Io e Stefano Accorsi abbiamo vissuto il film con tensione. Ma i giurati stranieri, che non sapevano del "caso Moro", non hanno capito».
Insomma, un dramma troppo radicato nella politica e nella coscienza italiana. Proprio per questo, però, un’occasione da non perdere per chi voglia rivisitare emotivamente atmosfere, ansie e tormenti degli "anni di piombo". Sia che abbia vissuto personalmente quei tragici 55 giorni del rapimento Moro, sia che in quel lontano 1978 fosse troppo giovane per averne memoria.
Dato che lo stile cinematografico dell’opera di Bellocchio è fuori discussione, le critiche pro e contro riguardano il cuore del film. Sdegnata Maria Fida Moro: «In un Paese libero la signora Anna Laura Braghetti ha il diritto di esprimersi e il regista Bellocchio di farne un film», ha detto la figlia dello statista. «Ma io ho il diritto sacrosanto di gridare il mio disappunto. Vedendo il film ho provato contrarietà e schifo. Mi sarebbe piaciuto un film sulla tenerezza e la sollecitudine di un papà brutalmente strappate. Non voglio più sentire parlare della sua tragica morte!».
Il contrappunto, però, è nelle parole che il fratello Giovanni ha affidato a una lettera per il regista Bellocchio: «È stato doloroso vedere il film, ma l’ho molto apprezzato. Questo è un caso in cui la creazione artistica è stata capace di accrescere la conoscenza della realtà. Penso che chi lo vedrà potrà cogliere il senso del dramma di un uomo di fronte a un destino tragico quanto insensato».
Vedendo le intense sequenze girate da Bellocchio, si può insomma pensarla come si vuole. Certo, però, il coinvolgimento è inevitabile.
«Ognuno ha la sua testa. Si può amare un film oppure no, sono io il primo a saperlo. Ma diciamo tutta la verità», dice fuori dai denti Bellocchio, «quello per la sceneggiatura è un premio marginale. Ho gradito di più quello della giuria dei giovani. E poi non è una questione di premi...».
Che cosa intende dire?
«Questo film ha per me un’importanza e senso davvero speciali. Io che sono stato solo spettatore di quegli eventi, che avevo una ridicola e utopistica militanza politica dieci anni prima, al tempo della tragedia mi sono tenuto a distanza, ho chiuso gli occhi. Ecco, 25 anni dopo ci sono le condizioni per ripensare a un qualcosa che riguarda tutti, me per primo. È ora di fare i conti con un passato lasciato in sospeso».
Il regista lo fa fin dalle prime sequenze. Notte e giorno. Verità e bugia. Luce e buio, anche nell’anima. Ossimori. Contraddizioni che la brigatista Chiara (Maya Sansa) vive in modo insostenibile, dividendo le giornate tra la grigia quotidianità del lavoro impiegatizio e il suo segreto compito di vivandiera per Aldo Moro, il rapito, l’uomo politico più importante nell’Italia di fine anni ’70.
I processi proletari condotti dagli altri brigatisti, Mariano (Luigi Lo Cascio) ed Ernesto (Piergiorgio Bellocchio, figlio del sessantaquattrenne regista piacentino). I dialoghi sulla morte e la paura. Gli sguardi rubati dal buco della serratura sul dramma privato dello statista (ben incarnato dall’attore Roberto Herlitzka). È un rapporto umano quello tra Chiara e il recluso?
La terrorista finirà per far vincere la pietà liberando, almeno con l’immaginazione, quell’uomo solo che fu Moro.
«Non potevo accettare la verità storica, ammesso che ce ne sia una», spiega Bellocchio. «Dovevo inventarmi qualcosa di falso e infedele».
Quali fonti ha usato per il film?
«Il libro di Flamigni, le lettere di Moro e, per la cronaca della prigionia, mi è stato utile Il prigioniero della Braghetti, che non ho mai incontrato. Lo spirito di Buongiorno, notte non è nella documentazione storica, ma nella ribellione di Chiara, reale o utopistica che essa sia».
Come mai ha voluto dedicare questo film al suo papà?
«Mio padre è morto quando io avevo 16 anni. Aveva qualcosa in comune con Aldo Moro: anche lui era un uomo molto tenace, un conservatore dalla profonda umanità. Un’immagine che è entrata piano piano a dare corpo al personaggio. Il film, in fondo, è tutta una storia di padri e figli. O figlie».
FARE I CONTI
COL PASSATO
intervista a Marco Bellocchio di Maurizio Turrioni
Al di là delle polemiche per la mancata vittoria a Venezia, la pellicola sul "caso Moro" fa riflettere. «Dopo 25 anni», dice il regista, «è ora di riaprire quel doloroso capitolo».
Un polverone. È quello che tanti, troppi, hanno sollevato attorno a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, il film sul "caso Moro" che sarebbe stato scippato del Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Anacronistica la posizione di RaiCinema che, come produttrice, per bocca del suo amministratore Giancarlo Leone ha minacciato di non mandare più i suoi titoli al Lido. Caduta di stile condivisa da coloro che, in Tv o sui giornali, si sono scagliati contro la pellicola vincitrice senza neppure averla vista, per loro ammissione. E pur se si può comprenderne l’amarezza, ha sbagliato il regista a non restare a Venezia per ritirare il premio per la sceneggiatura, dichiarando: «Noi italiani siamo imbattibili a non difendere le nostre cose!». Lo ribadiamo: Il ritorno del russo Andrey Zvyagintsev ha strameritato la vittoria.
Un dramma troppo coinvolgente
Ciò che è successo in seno alla giuria della Mostra lo ha spiegato il suo presidente Mario Monicelli: «Sono un ammiratore di Bellocchio. Il suo I pugni in tasca fu uno degli esordi più importanti. L’ora di religione è un capolavoro. Ma qui ci siamo trovati di fronte a un film (di chiara bellezza cinematografica) con un gruppetto di terroristi insicuri, confusi, impauriti, dominati da un sequestrato che è quasi il burattinaio. Una specie di glorificazione. E sembra che a farlo morire non siano quei ragazzi spaventati, ma un establishment di destra e di sinistra. Io e Stefano Accorsi abbiamo vissuto il film con tensione. Ma i giurati stranieri, che non sapevano del "caso Moro", non hanno capito».
Insomma, un dramma troppo radicato nella politica e nella coscienza italiana. Proprio per questo, però, un’occasione da non perdere per chi voglia rivisitare emotivamente atmosfere, ansie e tormenti degli "anni di piombo". Sia che abbia vissuto personalmente quei tragici 55 giorni del rapimento Moro, sia che in quel lontano 1978 fosse troppo giovane per averne memoria.
Dato che lo stile cinematografico dell’opera di Bellocchio è fuori discussione, le critiche pro e contro riguardano il cuore del film. Sdegnata Maria Fida Moro: «In un Paese libero la signora Anna Laura Braghetti ha il diritto di esprimersi e il regista Bellocchio di farne un film», ha detto la figlia dello statista. «Ma io ho il diritto sacrosanto di gridare il mio disappunto. Vedendo il film ho provato contrarietà e schifo. Mi sarebbe piaciuto un film sulla tenerezza e la sollecitudine di un papà brutalmente strappate. Non voglio più sentire parlare della sua tragica morte!».
Il contrappunto, però, è nelle parole che il fratello Giovanni ha affidato a una lettera per il regista Bellocchio: «È stato doloroso vedere il film, ma l’ho molto apprezzato. Questo è un caso in cui la creazione artistica è stata capace di accrescere la conoscenza della realtà. Penso che chi lo vedrà potrà cogliere il senso del dramma di un uomo di fronte a un destino tragico quanto insensato».
Vedendo le intense sequenze girate da Bellocchio, si può insomma pensarla come si vuole. Certo, però, il coinvolgimento è inevitabile.
«Ognuno ha la sua testa. Si può amare un film oppure no, sono io il primo a saperlo. Ma diciamo tutta la verità», dice fuori dai denti Bellocchio, «quello per la sceneggiatura è un premio marginale. Ho gradito di più quello della giuria dei giovani. E poi non è una questione di premi...».
Che cosa intende dire?
«Questo film ha per me un’importanza e senso davvero speciali. Io che sono stato solo spettatore di quegli eventi, che avevo una ridicola e utopistica militanza politica dieci anni prima, al tempo della tragedia mi sono tenuto a distanza, ho chiuso gli occhi. Ecco, 25 anni dopo ci sono le condizioni per ripensare a un qualcosa che riguarda tutti, me per primo. È ora di fare i conti con un passato lasciato in sospeso».
Il regista lo fa fin dalle prime sequenze. Notte e giorno. Verità e bugia. Luce e buio, anche nell’anima. Ossimori. Contraddizioni che la brigatista Chiara (Maya Sansa) vive in modo insostenibile, dividendo le giornate tra la grigia quotidianità del lavoro impiegatizio e il suo segreto compito di vivandiera per Aldo Moro, il rapito, l’uomo politico più importante nell’Italia di fine anni ’70.
I processi proletari condotti dagli altri brigatisti, Mariano (Luigi Lo Cascio) ed Ernesto (Piergiorgio Bellocchio, figlio del sessantaquattrenne regista piacentino). I dialoghi sulla morte e la paura. Gli sguardi rubati dal buco della serratura sul dramma privato dello statista (ben incarnato dall’attore Roberto Herlitzka). È un rapporto umano quello tra Chiara e il recluso?
La terrorista finirà per far vincere la pietà liberando, almeno con l’immaginazione, quell’uomo solo che fu Moro.
«Non potevo accettare la verità storica, ammesso che ce ne sia una», spiega Bellocchio. «Dovevo inventarmi qualcosa di falso e infedele».
Quali fonti ha usato per il film?
«Il libro di Flamigni, le lettere di Moro e, per la cronaca della prigionia, mi è stato utile Il prigioniero della Braghetti, che non ho mai incontrato. Lo spirito di Buongiorno, notte non è nella documentazione storica, ma nella ribellione di Chiara, reale o utopistica che essa sia».
Come mai ha voluto dedicare questo film al suo papà?
«Mio padre è morto quando io avevo 16 anni. Aveva qualcosa in comune con Aldo Moro: anche lui era un uomo molto tenace, un conservatore dalla profonda umanità. Un’immagine che è entrata piano piano a dare corpo al personaggio. Il film, in fondo, è tutta una storia di padri e figli. O figlie».
***sul Corsera del 18 settembre: Marco Bellocchio discute con Macaluso, Follini, Franchi
Corriere della Sera 18.9.03
Moro, simbolo di una tragedia irrisolta «Ma perché la sinistra ora lo ammira?»
(a cura di Paolo Franchi)
Incontro al «Corriere» dopo il film di Bellocchio tra il regista, un ex comunista e un ex democristiano Macaluso: in quelle sue lettere non c’era viltà. Follini: nessuna differenza tra il politico e il prigioniero
LA DISCUSSIONE
Moro, la Dc e il Pci Dubbi e tormenti di un caso mai chiuso
Emanuele Macaluso, all’epoca del sequestro Moro dirigente del Pci, e Marco Follini, allora leader dei giovani dc, discutono - in un incontro al Corriere - con il regista Bellocchio e con Paolo Franchi di Buongiorno, notte , il film che ha riaperto le polemiche. Bellocchio: «Non voglio fare un’obiezione politica alla fermezza. Ma qualcuno, non solo Craxi, quella logica non la condivise. E questo è stato cancellato per anni». Macaluso: «No, quelle divisioni hanno pesato». Follini: «C’era timore per l’incognita che Moro libero avrebbe rappresentato per i rapporti politici».
Franchi: partiamo dalle sequenze finali del film. Da una parte la Basilica di San Giovanni, quel funerale di Stato senza salma, quella classe dirigente muta, quasi spettrale, che dà quasi fisicamente il senso della fine della Prima Repubblica. Dall'altra, quel Moro «sognato», che se ne va libero per le vie di Roma e dà l'impressione di fuggire certo dalle Brigate Rosse, ma anche da quella classe dirigente.
Bellocchio: la convinzione che ci fossero le condizioni per fare questo film non è stata dettata dalla volontà di affermare una tesi politica, ma dalla riflessione e dalla lettura di molti libri. Anche all’epoca, io ero fuori dalla politica attiva. Ma il sequestro prima e poi l'uccisione di Moro mi lasciarono sbigottito. Già allora mi chiesi, e poi ho continuato a chiedermi, se, proprio quando tutto sembrava già scritto secondo regole ferree, non si potesse trovare invece la forza di romperle, queste regole. Di cedere, apparentemente, ma in nome di un principio di libertà. Io non so e non voglio fare un'obiezione politica a tutte le ragioni, concrete e di principio, invocate per resistere, per non trattare, per rifiutarsi a gesti, anche unilaterali, che avrebbero potuto, forse, salvare la vita di Moro. Però so bene che qualcuno, non credo soltanto Craxi, anche altri, anche molti intellettuali, questa logica non la condivisero. Tutto ciò è stato quasi cancellato, quasi nascosto per anni.
Macaluso : Bellocchio dice una cosa giusta: il suo è un film che vuole raccogliere nel pubblico un consenso fondato sulle emozioni che provoca. Lo dico perché, di questi tempi, in Italia, si discute anche di film che pretendono di offrirci «la vera storia» di questo o quel momento delle nostre vicende nazionali. Bellocchio, fortunatamente, fa una cosa diversa, ci racconta, da artista, i comportamenti, le sensazioni, i tormenti, le arroganze e, come lui stesso ha detto, le stupidità di quei 55 giorni nell’appartamento dove fu tenuto prigioniero Moro.
Franchi: Ma questo film ha suscitato anche polemiche aspre.
Macaluso: Certo, e non possono essere ignorate. Io non sono d'accordo con Bellocchio: le divisioni non sono state nascoste, né allora né negli anni successivi, hanno attraversato la storia italiana, non foss'altro perché l'esecuzione di Moro significò anche la fine politica delle Brigate Rosse, e perché è da quel momento, non dal '92 e nemmeno dall'89, che inizia la crisi del sistema politico. Il Pci fu, come il gruppo dirigente della Dc, sulla linea della fermezza. E le ragioni per cui la scelse furono più d'una. Certo, era appena entrato nella maggioranza, doveva dimostrare con i fatti la sua fedeltà allo Stato e la sua intransigenza verso l'eversione di sinistra. Ma la generazione che entrava nella maggioranza aveva succhiato il latte dalla generazione precedente, quella del ferro e del fuoco, gente che aveva fatto anni e anni di carcere. La loro idea era: chi assume una responsabilità politica, deve sapere che c'è un rischio, e deve correrlo fino in fondo. A pensarla così, badate, non erano solo i comunisti. Così la vedevano anche Pertini, Valiani, La Malfa: comunisti, socialisti, azionisti convinti che la grazia non andasse chiesta né a Mussolini né alle Brigate Rosse. Per una parte della Dc e del mondo cattolico, per Moro, e anche per una parte della sinistra, la storia era diversa, perché diversa era la concezione della politica e del rapporto con lo Stato. Qui nasce la contraddizione, qui nasce la difficoltà, per i comunisti ma, più in generale, per tutti i laici del cosiddetto partito della fermezza, e anche per alcuni amici personali di Moro, di prendere atto che le sue lettere dal carcere brigatista non solo non erano un atto di viltà, ma esprimevano il suo modo di vedere il rapporto tra l'uomo, la famiglia, la politica e lo Stato. Penso che in questa contraddizione Moro sia rimasto stritolato, e che questa contraddizione, questo travaglio, dal film di Bellocchio, che ci mostra i personaggi «folli e stupidi», così li definisce lui, dell'appartamento, e la classe politica marmificata del funerale, non emergano appieno.
Franchi: ma lei esclude che le Brigate Rosse fossero eterodirette?
Macaluso: no, non lo ho mai creduto. Però fatico anche a credere, perché conosco il loro mondo, il mondo della politica e il mondo che sta attorno alla politica, che non ci siano state, delle intersezioni, degli intrecci, diciamo così, tra le Br e alcuni poteri visibili e soprattutto invisibili. Non dimentichiamo che Moro era anche un personaggio odiatissimo.
Follini: questo film ha due grandi meriti. Il primo è che sono più le domande che pone che le risposte che cerca di dare: riapre una ferita e molti dilemmi, togliendo di mezzo l'idea che quei 55 giorni siano stati, se così posso dire, una tragedia a lieto fine, nella quale abbiamo pagato prima con la vita di 5 uomini massacrati, poi con quella di Moro, la liberazione del Paese dall'incubo delle Br. Il secondo è che ci restituisce Moro per quello che era. Io l’ho conosciuto e lo ricordo così, anche in certi dettagli. Il Moro che dà del lei ai carcerieri può anche suonare ottocentesco, ma esprime un rispetto e anche un distacco un po' cattedratico che erano davvero suoi, così come l'attenzione e la curiosità per l'altro: ogni individuo rappresentava per lui un mondo irripetibile, anche la persona più lontana portava in dote qualche argomento. Il Moro prigioniero non era diverso dal Moro che ho conosciuto, quelle lettere esprimono il suo pensiero, il film aiuta a spazzare via la paccottiglia di quei giorni, spesso non proprio disinteressata, diffusa per sostenere che non erano moralmente ascrivibili a lui. La mancanza di senso dello Stato non c'entra niente. C'era forse un istinto di difesa personale, ma soprattutto un estremo tentativo di governare politicamente anche il più drammatico dei passaggi. Questo il film lo coglie. Mi convince meno la rappresentazione dei brigatisti. Troppo rispettosi, troppo ossequiosi, troppo attenti ad evitare che il gatto mangi il canarino. E fatico a capire quel segno della croce.
Bellocchio: vuole esprimere la dimensione religiosa, in senso fondamentalista, dei brigatisti...
Follini: capisco. Ma alla fine viene fuori un'idea un po' troppo edulcorata dei terroristi. Sono perplesso, poi, su come nel film viene rappresentato il mondo delle istituzioni e del potere, che doveva decidere cosa fare in termini di gestione quotidiana di un Paese che aveva un apparato di sicurezza sotto scacco, e doveva reagire ad un colpo durissimo. Quanto a Moro: è stato nello stesso tempo il campione della democrazia consociativa e il campione dell'alternanza prossima ventura, a lui guardavano tanto i sostenitori di una grande coalizione destinata a guidare per un lungo periodo il Paese quanto quelli che invece pensavano che la naturale conclusione di quella stagione dovesse essere esattamente opposta. Questo problema Moro stesso non ebbe il tempo di risolverlo. Ma è stato l'uomo che si è avvicinato di più all'idea che il conflitto tra forze diverse potesse essere tenuto entro confini di civiltà, direi anche di umanità: lo conferma paradossalmente il fatto che applica questo canone perfino a coloro che lo hanno rapito e lo uccideranno. Detto questo, attenzione. Moro era certamente rispettoso e votato al confronto, ma sapeva essere durissimo nella contrapposizione, anche con i comunisti: non era un uomo dello scirocco.
Macaluso: Bellocchio, ma lei che idea si è fatto dei brigatisti? Dal film non l’ho capito bene...
Bellocchio: io cerco di raccontare la loro quotidianità mentre di là c'è un signore chiuso a chiave che interrogano e con cui in un certo modo dialogano e trattano. A sinistra qualcuno mi accusa per averli rappresentati all’acqua di rose, altri perché il Moro del film è troppo umano. Io non dico che fossero geni del male, queste categorie non mi appartengono. Ho detto, e confermo, che erano folli e stupidi. Moro in qualcosa mi fa venire in mente mio padre, ma nel rappresentarlo mi sono mosso in maniera assolutamente libera. Era molto più intelligente dei brigatisti perché aveva un rapporto con la realtà umana assai più sicuro, più profondo e più complesso. Loro, dietro l’ideologia, erano disumani.
Follini: mi piacerebbe capire meglio la ragione che porta un regista di sinistra a fare un film come questo. Io all’epoca ero un giovane moroteo, ma l'opinione dominante vedeva in Moro il bastione del potere democristiano che doveva essere abbattuto. Perché questa ammirazione postuma? Lo stesso gruppo dirigente comunista guardava a lui come all’interlocutore naturale, ma temeva che fosse l’avversario più insidioso.
Macaluso: se è per questo, oggi c’è una sinistra radicale che, probabilmente in omaggio alla questione morale, ha assunto per paradosso come riferimenti Moro e Berlinguer, due grandi mediatori, due teorici del compromesso, considerati gli unici leader salvabili della Prima Repubblica.
Franchi: il Moro che se ne va libero alla fine del film mi ha rievocato una sensazione che provai anche in quei giorni, e cioè che molti, all’interno del partito della fermezza, temessero che Moro tornato in libertà sarebbe stato molto diverso dal Moro rapito il 16 marzo.
Follini: Moro aveva capito già nel ’68 che il rapporto con il mondo giovanile era molto segnato. Era al vertice del sistema politico, ma intuiva che quella piramide aveva basi fragili, e quindi richiedeva alla politica una grande capacità di inclusione di tutto quello che ne era fuori. Questo è certo. Non sappiamo, invece, quale Moro sarebbe tornato, e quale peso avrebbe avuto, e se lo avrebbe utilizzato per puntellare quel sistema, o per aprirlo, o forse, chissà, per scardinarlo. Ricordo bene molti degli stati d'animo che lei descrive, non voglio aggiungere malizia, penso che tutti lo volessero sano e salvo. Ma certo c’era anche timore per un’incognita che non riguardava solo i rapporti politici, ma l’idea di rapporto tra potere e società che Moro si sarebbe potuto portare in spalla.
Moro, simbolo di una tragedia irrisolta «Ma perché la sinistra ora lo ammira?»
(a cura di Paolo Franchi)
Incontro al «Corriere» dopo il film di Bellocchio tra il regista, un ex comunista e un ex democristiano Macaluso: in quelle sue lettere non c’era viltà. Follini: nessuna differenza tra il politico e il prigioniero
LA DISCUSSIONE
Moro, la Dc e il Pci Dubbi e tormenti di un caso mai chiuso
Emanuele Macaluso, all’epoca del sequestro Moro dirigente del Pci, e Marco Follini, allora leader dei giovani dc, discutono - in un incontro al Corriere - con il regista Bellocchio e con Paolo Franchi di Buongiorno, notte , il film che ha riaperto le polemiche. Bellocchio: «Non voglio fare un’obiezione politica alla fermezza. Ma qualcuno, non solo Craxi, quella logica non la condivise. E questo è stato cancellato per anni». Macaluso: «No, quelle divisioni hanno pesato». Follini: «C’era timore per l’incognita che Moro libero avrebbe rappresentato per i rapporti politici».
Franchi: partiamo dalle sequenze finali del film. Da una parte la Basilica di San Giovanni, quel funerale di Stato senza salma, quella classe dirigente muta, quasi spettrale, che dà quasi fisicamente il senso della fine della Prima Repubblica. Dall'altra, quel Moro «sognato», che se ne va libero per le vie di Roma e dà l'impressione di fuggire certo dalle Brigate Rosse, ma anche da quella classe dirigente.
Bellocchio: la convinzione che ci fossero le condizioni per fare questo film non è stata dettata dalla volontà di affermare una tesi politica, ma dalla riflessione e dalla lettura di molti libri. Anche all’epoca, io ero fuori dalla politica attiva. Ma il sequestro prima e poi l'uccisione di Moro mi lasciarono sbigottito. Già allora mi chiesi, e poi ho continuato a chiedermi, se, proprio quando tutto sembrava già scritto secondo regole ferree, non si potesse trovare invece la forza di romperle, queste regole. Di cedere, apparentemente, ma in nome di un principio di libertà. Io non so e non voglio fare un'obiezione politica a tutte le ragioni, concrete e di principio, invocate per resistere, per non trattare, per rifiutarsi a gesti, anche unilaterali, che avrebbero potuto, forse, salvare la vita di Moro. Però so bene che qualcuno, non credo soltanto Craxi, anche altri, anche molti intellettuali, questa logica non la condivisero. Tutto ciò è stato quasi cancellato, quasi nascosto per anni.
Macaluso : Bellocchio dice una cosa giusta: il suo è un film che vuole raccogliere nel pubblico un consenso fondato sulle emozioni che provoca. Lo dico perché, di questi tempi, in Italia, si discute anche di film che pretendono di offrirci «la vera storia» di questo o quel momento delle nostre vicende nazionali. Bellocchio, fortunatamente, fa una cosa diversa, ci racconta, da artista, i comportamenti, le sensazioni, i tormenti, le arroganze e, come lui stesso ha detto, le stupidità di quei 55 giorni nell’appartamento dove fu tenuto prigioniero Moro.
Franchi: Ma questo film ha suscitato anche polemiche aspre.
Macaluso: Certo, e non possono essere ignorate. Io non sono d'accordo con Bellocchio: le divisioni non sono state nascoste, né allora né negli anni successivi, hanno attraversato la storia italiana, non foss'altro perché l'esecuzione di Moro significò anche la fine politica delle Brigate Rosse, e perché è da quel momento, non dal '92 e nemmeno dall'89, che inizia la crisi del sistema politico. Il Pci fu, come il gruppo dirigente della Dc, sulla linea della fermezza. E le ragioni per cui la scelse furono più d'una. Certo, era appena entrato nella maggioranza, doveva dimostrare con i fatti la sua fedeltà allo Stato e la sua intransigenza verso l'eversione di sinistra. Ma la generazione che entrava nella maggioranza aveva succhiato il latte dalla generazione precedente, quella del ferro e del fuoco, gente che aveva fatto anni e anni di carcere. La loro idea era: chi assume una responsabilità politica, deve sapere che c'è un rischio, e deve correrlo fino in fondo. A pensarla così, badate, non erano solo i comunisti. Così la vedevano anche Pertini, Valiani, La Malfa: comunisti, socialisti, azionisti convinti che la grazia non andasse chiesta né a Mussolini né alle Brigate Rosse. Per una parte della Dc e del mondo cattolico, per Moro, e anche per una parte della sinistra, la storia era diversa, perché diversa era la concezione della politica e del rapporto con lo Stato. Qui nasce la contraddizione, qui nasce la difficoltà, per i comunisti ma, più in generale, per tutti i laici del cosiddetto partito della fermezza, e anche per alcuni amici personali di Moro, di prendere atto che le sue lettere dal carcere brigatista non solo non erano un atto di viltà, ma esprimevano il suo modo di vedere il rapporto tra l'uomo, la famiglia, la politica e lo Stato. Penso che in questa contraddizione Moro sia rimasto stritolato, e che questa contraddizione, questo travaglio, dal film di Bellocchio, che ci mostra i personaggi «folli e stupidi», così li definisce lui, dell'appartamento, e la classe politica marmificata del funerale, non emergano appieno.
Franchi: ma lei esclude che le Brigate Rosse fossero eterodirette?
Macaluso: no, non lo ho mai creduto. Però fatico anche a credere, perché conosco il loro mondo, il mondo della politica e il mondo che sta attorno alla politica, che non ci siano state, delle intersezioni, degli intrecci, diciamo così, tra le Br e alcuni poteri visibili e soprattutto invisibili. Non dimentichiamo che Moro era anche un personaggio odiatissimo.
Follini: questo film ha due grandi meriti. Il primo è che sono più le domande che pone che le risposte che cerca di dare: riapre una ferita e molti dilemmi, togliendo di mezzo l'idea che quei 55 giorni siano stati, se così posso dire, una tragedia a lieto fine, nella quale abbiamo pagato prima con la vita di 5 uomini massacrati, poi con quella di Moro, la liberazione del Paese dall'incubo delle Br. Il secondo è che ci restituisce Moro per quello che era. Io l’ho conosciuto e lo ricordo così, anche in certi dettagli. Il Moro che dà del lei ai carcerieri può anche suonare ottocentesco, ma esprime un rispetto e anche un distacco un po' cattedratico che erano davvero suoi, così come l'attenzione e la curiosità per l'altro: ogni individuo rappresentava per lui un mondo irripetibile, anche la persona più lontana portava in dote qualche argomento. Il Moro prigioniero non era diverso dal Moro che ho conosciuto, quelle lettere esprimono il suo pensiero, il film aiuta a spazzare via la paccottiglia di quei giorni, spesso non proprio disinteressata, diffusa per sostenere che non erano moralmente ascrivibili a lui. La mancanza di senso dello Stato non c'entra niente. C'era forse un istinto di difesa personale, ma soprattutto un estremo tentativo di governare politicamente anche il più drammatico dei passaggi. Questo il film lo coglie. Mi convince meno la rappresentazione dei brigatisti. Troppo rispettosi, troppo ossequiosi, troppo attenti ad evitare che il gatto mangi il canarino. E fatico a capire quel segno della croce.
Bellocchio: vuole esprimere la dimensione religiosa, in senso fondamentalista, dei brigatisti...
Follini: capisco. Ma alla fine viene fuori un'idea un po' troppo edulcorata dei terroristi. Sono perplesso, poi, su come nel film viene rappresentato il mondo delle istituzioni e del potere, che doveva decidere cosa fare in termini di gestione quotidiana di un Paese che aveva un apparato di sicurezza sotto scacco, e doveva reagire ad un colpo durissimo. Quanto a Moro: è stato nello stesso tempo il campione della democrazia consociativa e il campione dell'alternanza prossima ventura, a lui guardavano tanto i sostenitori di una grande coalizione destinata a guidare per un lungo periodo il Paese quanto quelli che invece pensavano che la naturale conclusione di quella stagione dovesse essere esattamente opposta. Questo problema Moro stesso non ebbe il tempo di risolverlo. Ma è stato l'uomo che si è avvicinato di più all'idea che il conflitto tra forze diverse potesse essere tenuto entro confini di civiltà, direi anche di umanità: lo conferma paradossalmente il fatto che applica questo canone perfino a coloro che lo hanno rapito e lo uccideranno. Detto questo, attenzione. Moro era certamente rispettoso e votato al confronto, ma sapeva essere durissimo nella contrapposizione, anche con i comunisti: non era un uomo dello scirocco.
Macaluso: Bellocchio, ma lei che idea si è fatto dei brigatisti? Dal film non l’ho capito bene...
Bellocchio: io cerco di raccontare la loro quotidianità mentre di là c'è un signore chiuso a chiave che interrogano e con cui in un certo modo dialogano e trattano. A sinistra qualcuno mi accusa per averli rappresentati all’acqua di rose, altri perché il Moro del film è troppo umano. Io non dico che fossero geni del male, queste categorie non mi appartengono. Ho detto, e confermo, che erano folli e stupidi. Moro in qualcosa mi fa venire in mente mio padre, ma nel rappresentarlo mi sono mosso in maniera assolutamente libera. Era molto più intelligente dei brigatisti perché aveva un rapporto con la realtà umana assai più sicuro, più profondo e più complesso. Loro, dietro l’ideologia, erano disumani.
Follini: mi piacerebbe capire meglio la ragione che porta un regista di sinistra a fare un film come questo. Io all’epoca ero un giovane moroteo, ma l'opinione dominante vedeva in Moro il bastione del potere democristiano che doveva essere abbattuto. Perché questa ammirazione postuma? Lo stesso gruppo dirigente comunista guardava a lui come all’interlocutore naturale, ma temeva che fosse l’avversario più insidioso.
Macaluso: se è per questo, oggi c’è una sinistra radicale che, probabilmente in omaggio alla questione morale, ha assunto per paradosso come riferimenti Moro e Berlinguer, due grandi mediatori, due teorici del compromesso, considerati gli unici leader salvabili della Prima Repubblica.
Franchi: il Moro che se ne va libero alla fine del film mi ha rievocato una sensazione che provai anche in quei giorni, e cioè che molti, all’interno del partito della fermezza, temessero che Moro tornato in libertà sarebbe stato molto diverso dal Moro rapito il 16 marzo.
Follini: Moro aveva capito già nel ’68 che il rapporto con il mondo giovanile era molto segnato. Era al vertice del sistema politico, ma intuiva che quella piramide aveva basi fragili, e quindi richiedeva alla politica una grande capacità di inclusione di tutto quello che ne era fuori. Questo è certo. Non sappiamo, invece, quale Moro sarebbe tornato, e quale peso avrebbe avuto, e se lo avrebbe utilizzato per puntellare quel sistema, o per aprirlo, o forse, chissà, per scardinarlo. Ricordo bene molti degli stati d'animo che lei descrive, non voglio aggiungere malizia, penso che tutti lo volessero sano e salvo. Ma certo c’era anche timore per un’incognita che non riguardava solo i rapporti politici, ma l’idea di rapporto tra potere e società che Moro si sarebbe potuto portare in spalla.
Marco Bellocchio, alla presentazione del film a Piacenza
Libertà 18.9.03
Spettacoli
Il pubblico del Jolly applaude calorosamente “Buongiorno, notte” e il regista bobbiese durante l'incontro dell'altra sera
Bellocchio, essere liberi solo nella verità
«La storia di Moro non offre alternative ma può servire per il domani»
C'è fermento in uno dei soliti, angusti interni tipici del cinema di Marco Bellocchio. Quattro brigatisti hanno appena rapito Aldo Moro e lo nascondono in una stanza bunker dell'appartamento. La sua è una di quelle tragedie che si vorrebbero cambiare con un tocco magico, o magari solo con l'uso della fantasia. Eppure gli eventi che furono li conosciamo tutti e, proprio perché immutabili, ci angosciano. Ma ciò che non sapevamo è che Bellocchio concede una via di fuga, certamente non reale, né palpabile, da rintracciare nel sogno della brigatista meno convinta, Chiara (Maya Sansa) o, chissà, forse solo nelle sue fantasticherie, che sanno essere più dolci della realtà; quelle fantasticherie in cui il prigioniero esce dalla porta e cammina per strada libero e sorridente. Immagini di repertorio che spaccano il cuore; e poi tante parole importanti, come morte, condanna, soldati, guerra rivoluzionaria; contrapposizioni come responsabilità e colpevolezza, uomo e simbolo; oggetti come un crocifisso che pende sul letto del carnefice e lettere come unico residuo della memoria; gesti come la lettura delle proprie missive, dando le spalle ai propri futuri assassini; tanti segni della croce sprecati che ci rimandano all'Ora di religione. E poi confessioni struggenti («vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come si vedrà dopo») e moniti inquietanti («quando vedrà il mio cadavere, la gente non capirà»), in un'opera che attraversa il passato, si chiama fuori dallo schieramento ideologico ma ci congela di fronte alla cecità di esso, concede a parti e controparti l'opportunità di esporre le proprie ragioni e di rincorrere le proprie utopie ma, infine, rivive dolorosamente nel nostro odierno. Un'essenzialità stilistica che non fa la minima sbavatura regala lacrime amare ed emozioni struggenti e ridisegna una figura esile di un uomo che chiede dignità e suscita pietà e rispetto. Tanto rispetto. Per tutti questi motivi e per tanti altri ancora, che si nascondono in ogni singolo fotogramma di questa splendida pellicola, il pubblico del cinema Jolly di San Nicolò applaude con commozione Buongiorno, notte e accoglie calorosamente l'entrata in sala di Marco Bellocchio, accompagnato dall'inseparabile Gianni Schicchi, nel corso di un incontro realizzato in tempi brevissimi, attraverso cui il regista, confrontandosi col pubblico, spiega la genesi e il significato della propria opera. Bellocchio ha preso spunto dal libro-confessione della brigatista Anna Braghetti, Il prigioniero, pur non volendo realizzare un film che vivesse su un giudizio, una condanna alle Br: «Io non sono né uno storico né un politico; quando Rai Cinema mi chiese se fossi interessato a girare un film su questo tragico fatto, sottolineai di non voler sposare una tesi. Al tempo della uccisione di Moro ero già adulto e, ripensando ad allora, mi tornavano alla mente immagini che mi erano familiari. E capii che c'era la possibilità di fare un film di fantasia, di immagini: molte delle scene del film, per l'appunto, partono da dati di cronaca per diventare qualcos'altro, che viene sviluppato, “falsificato”». C'è chi, nel suo film, ha individuato la metafora delle ideologie come gabbia in cui si rimane prigionieri. Inevitabile, dunque, approdare al tema “libertà”: «C'è una libertà di fondo che ogni uomo dovrebbe perseguire. La libertà è la possibilità che, nel film, viene espressa dall'immagine di Moro che passeggia sotto la pioggia. Quando mancò la libertà lo Stato iniziò a negare la veridicità delle lettere che il politico scriveva ai familiari. Non ebbe libertà, in quel caso, di considerarle vere, rimanendo vincolato dalla linea della fermezza. Solo Sciascia ha sollevato il dubbio andando molto più in profondità nell'“affaire Moro” di quanto abbiano fatto tanti politici. Ma non lo fece lo Stato o, per lo meno, gran parte di esso». A qualcuno non è andato giù questo incontro tra cronaca ed elaborazione artistica: «In molti mi hanno attaccato, senza però dare il giusto significato al discorso della rappresentazione, del fare immagini. Il figlio di Moro, Giovanni - prosegue il regista - ha apprezzato il mio film perché l'infedeltà con cui è rappresentato il padre dà alla figura di questi una profondità che nessun giornalista poteva dare. Anche Follini, segretario dell'Udc che al tempo conobbe Moro, ha ritrovato nel mio film una figura molto corrispondente». E quando si inizia a discutere sull'importanza di una “seconda possibilità”, Bellocchio aggiunge: «La vita, la storia non offrono alternative. Ma possono servire comunque per quello che ci capiterà domani». Poi conclude: «Sono un cittadino e faccio questo lavoro. Certo, non mi aspettavo tanta ebollizione: rabbia, adesione, emozione da parte di coloro che nel '79 erano ragazzi, adulti e di chi non era nemmeno nato. E' estremamente interessante constatare, appunto, le diverse reazioni che il film ha suscitato; a Venezia, ad esempio, un uomo che al tempo dell'uccisione faceva l'operaio mi confessò: “Quando seppi dell'uccisione di Moro, fui uno di quelli che applaudii. Ora mi viene da piangere”».
Spettacoli
Il pubblico del Jolly applaude calorosamente “Buongiorno, notte” e il regista bobbiese durante l'incontro dell'altra sera
Bellocchio, essere liberi solo nella verità
«La storia di Moro non offre alternative ma può servire per il domani»
C'è fermento in uno dei soliti, angusti interni tipici del cinema di Marco Bellocchio. Quattro brigatisti hanno appena rapito Aldo Moro e lo nascondono in una stanza bunker dell'appartamento. La sua è una di quelle tragedie che si vorrebbero cambiare con un tocco magico, o magari solo con l'uso della fantasia. Eppure gli eventi che furono li conosciamo tutti e, proprio perché immutabili, ci angosciano. Ma ciò che non sapevamo è che Bellocchio concede una via di fuga, certamente non reale, né palpabile, da rintracciare nel sogno della brigatista meno convinta, Chiara (Maya Sansa) o, chissà, forse solo nelle sue fantasticherie, che sanno essere più dolci della realtà; quelle fantasticherie in cui il prigioniero esce dalla porta e cammina per strada libero e sorridente. Immagini di repertorio che spaccano il cuore; e poi tante parole importanti, come morte, condanna, soldati, guerra rivoluzionaria; contrapposizioni come responsabilità e colpevolezza, uomo e simbolo; oggetti come un crocifisso che pende sul letto del carnefice e lettere come unico residuo della memoria; gesti come la lettura delle proprie missive, dando le spalle ai propri futuri assassini; tanti segni della croce sprecati che ci rimandano all'Ora di religione. E poi confessioni struggenti («vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come si vedrà dopo») e moniti inquietanti («quando vedrà il mio cadavere, la gente non capirà»), in un'opera che attraversa il passato, si chiama fuori dallo schieramento ideologico ma ci congela di fronte alla cecità di esso, concede a parti e controparti l'opportunità di esporre le proprie ragioni e di rincorrere le proprie utopie ma, infine, rivive dolorosamente nel nostro odierno. Un'essenzialità stilistica che non fa la minima sbavatura regala lacrime amare ed emozioni struggenti e ridisegna una figura esile di un uomo che chiede dignità e suscita pietà e rispetto. Tanto rispetto. Per tutti questi motivi e per tanti altri ancora, che si nascondono in ogni singolo fotogramma di questa splendida pellicola, il pubblico del cinema Jolly di San Nicolò applaude con commozione Buongiorno, notte e accoglie calorosamente l'entrata in sala di Marco Bellocchio, accompagnato dall'inseparabile Gianni Schicchi, nel corso di un incontro realizzato in tempi brevissimi, attraverso cui il regista, confrontandosi col pubblico, spiega la genesi e il significato della propria opera. Bellocchio ha preso spunto dal libro-confessione della brigatista Anna Braghetti, Il prigioniero, pur non volendo realizzare un film che vivesse su un giudizio, una condanna alle Br: «Io non sono né uno storico né un politico; quando Rai Cinema mi chiese se fossi interessato a girare un film su questo tragico fatto, sottolineai di non voler sposare una tesi. Al tempo della uccisione di Moro ero già adulto e, ripensando ad allora, mi tornavano alla mente immagini che mi erano familiari. E capii che c'era la possibilità di fare un film di fantasia, di immagini: molte delle scene del film, per l'appunto, partono da dati di cronaca per diventare qualcos'altro, che viene sviluppato, “falsificato”». C'è chi, nel suo film, ha individuato la metafora delle ideologie come gabbia in cui si rimane prigionieri. Inevitabile, dunque, approdare al tema “libertà”: «C'è una libertà di fondo che ogni uomo dovrebbe perseguire. La libertà è la possibilità che, nel film, viene espressa dall'immagine di Moro che passeggia sotto la pioggia. Quando mancò la libertà lo Stato iniziò a negare la veridicità delle lettere che il politico scriveva ai familiari. Non ebbe libertà, in quel caso, di considerarle vere, rimanendo vincolato dalla linea della fermezza. Solo Sciascia ha sollevato il dubbio andando molto più in profondità nell'“affaire Moro” di quanto abbiano fatto tanti politici. Ma non lo fece lo Stato o, per lo meno, gran parte di esso». A qualcuno non è andato giù questo incontro tra cronaca ed elaborazione artistica: «In molti mi hanno attaccato, senza però dare il giusto significato al discorso della rappresentazione, del fare immagini. Il figlio di Moro, Giovanni - prosegue il regista - ha apprezzato il mio film perché l'infedeltà con cui è rappresentato il padre dà alla figura di questi una profondità che nessun giornalista poteva dare. Anche Follini, segretario dell'Udc che al tempo conobbe Moro, ha ritrovato nel mio film una figura molto corrispondente». E quando si inizia a discutere sull'importanza di una “seconda possibilità”, Bellocchio aggiunge: «La vita, la storia non offrono alternative. Ma possono servire comunque per quello che ci capiterà domani». Poi conclude: «Sono un cittadino e faccio questo lavoro. Certo, non mi aspettavo tanta ebollizione: rabbia, adesione, emozione da parte di coloro che nel '79 erano ragazzi, adulti e di chi non era nemmeno nato. E' estremamente interessante constatare, appunto, le diverse reazioni che il film ha suscitato; a Venezia, ad esempio, un uomo che al tempo dell'uccisione faceva l'operaio mi confessò: “Quando seppi dell'uccisione di Moro, fui uno di quelli che applaudii. Ora mi viene da piangere”».
Marco Bellocchio, a Telelibertà
Libertà 18.9.03
Il mancato “leone” a venezia
«Monicelli non ha voluto premiarmi»
In una intervista a Maria Vittoria Gazzola per Telelibertà, Marco Bellocchio è tornato sulla vicenda della Mostra del Cinema di Venezia e lo ha fatto con toni molto duri nei confronti del presidente della giuria, il regista Mario Monicelli. Un film di successo che ha lasciato l'amaro in bocca? "L'amarezza deriva dal fatto che la sala stampa non faceva che applaudire, significa che c'è stata emozione, consenso, entusiasmo da parte del pubblico più difficile che è quello dei critici e di giornalisti, consensi anche dalla sala". Forse il tema era molto italiano? "Di fatto pare che il mancato premio sia proprio dovuto agli italiani, cioè uno pensa che gli stranieri non capiscano, invece sta venendo sempre più fuori che è il presidente che non ha voluto premiare, il presidente che è stato ostile, il presidente che ha detto no. Evidentemente perché ha pensato la storia d'Italia un po' con l'ottusità del politico, ha detto che il sequestro Moro non è come Bellocchio lo descrive quindi non è che lo punisco, non lo voglio premiare. Pare invece che i giurati stranieri fossero più favorevoli verso il film di quanto lo fosse lui".
Il mancato “leone” a venezia
«Monicelli non ha voluto premiarmi»
In una intervista a Maria Vittoria Gazzola per Telelibertà, Marco Bellocchio è tornato sulla vicenda della Mostra del Cinema di Venezia e lo ha fatto con toni molto duri nei confronti del presidente della giuria, il regista Mario Monicelli. Un film di successo che ha lasciato l'amaro in bocca? "L'amarezza deriva dal fatto che la sala stampa non faceva che applaudire, significa che c'è stata emozione, consenso, entusiasmo da parte del pubblico più difficile che è quello dei critici e di giornalisti, consensi anche dalla sala". Forse il tema era molto italiano? "Di fatto pare che il mancato premio sia proprio dovuto agli italiani, cioè uno pensa che gli stranieri non capiscano, invece sta venendo sempre più fuori che è il presidente che non ha voluto premiare, il presidente che è stato ostile, il presidente che ha detto no. Evidentemente perché ha pensato la storia d'Italia un po' con l'ottusità del politico, ha detto che il sequestro Moro non è come Bellocchio lo descrive quindi non è che lo punisco, non lo voglio premiare. Pare invece che i giurati stranieri fossero più favorevoli verso il film di quanto lo fosse lui".
candidato all'Oscar?
Il Resto del Carlino 18.9.03
Anche Bellocchio in pole
ROMA — Cinque film per un posto nella Notte degli Oscar. In pole position per rappresentare l'Italia all'Oscar ci sono infatti "Ricordati di me" di Muccino, "Io non ho paura" di Salvatores, "La finestra di fronte" di Ozpetek, "Il cuore altrove" di Avati, ma anche (ultima sopresa) "Buongiorno, notte" di Bellocchio. Il film italiano sarà designato quest'anno il 30 settembre.
Anche Bellocchio in pole
ROMA — Cinque film per un posto nella Notte degli Oscar. In pole position per rappresentare l'Italia all'Oscar ci sono infatti "Ricordati di me" di Muccino, "Io non ho paura" di Salvatores, "La finestra di fronte" di Ozpetek, "Il cuore altrove" di Avati, ma anche (ultima sopresa) "Buongiorno, notte" di Bellocchio. Il film italiano sarà designato quest'anno il 30 settembre.
i familiari dei malati psichiatrici
Corriere della Sera Cronaca di Milano 18.9.03
Disagio e psiche: le famiglie fanno gruppo
di Marta Ghezzi
Nel mondo istituzionale della psichiatria non c’è spazio per i familiari. Per il loro dolore, per il loro disagio. Madri, padri, fratelli, mariti, mogli, figli, con vite altrettanto distrutte, perché quando la malattia psichica entra in una casa, coinvolge a tuttotondo anche chi vive con il malato, e ne stravolge la quotidianità. Un dolore e un disagio che devono trovare, quindi, forme e canali diversi per uscire allo scoperto. Ci prova, da sette anni, la Tartavela Associazione Familiari Milanese per una Milano Psicoattiva (via M.A. Colonna 57, telefono 02.39.26.57.92), che riunisce davanti a un tavolo, ogni giovedì dalle 20.45 alle 23.15, i parenti delle persone con problemi psichiatrici. «Una forma di scambio fra pari - spiega il presidente, Alberto Rovelli - per arricchirsi, trovare soluzioni, non cadere nel vittimismo, e anche, quando si riesce, recuperare un po’ di serenità». «Fra pari - sottolinea - perché solo chi vive questa esperienza può davvero capirne le angosce e le lacerazioni, e perché solo sapendo di essere in un ambiente dove tutti stanno sperimentando una stessa situazione, cadono barriere e tabù e ci si parla a cuore aperto».
Funziona? Sì, a guardare le statistiche delle presenze, 150 persone che hanno partecipato in modo costante a questo progetto di auto-aiuto negli ultimi anni, e le richieste per la creazione di nuovi gruppi. Dopo il nucleo storico di via Colonna, si è da poco costituito un secondo gruppo, che si ritrova, sempre di giovedì, sempre dalle 20.45 alle 23.15, al Padiglione Grossoni 1 dell’Ospedale Niguarda, e a breve dovrebbero nascerne altri in zone diverse della città.
© Corriere della Sera
Disagio e psiche: le famiglie fanno gruppo
di Marta Ghezzi
Nel mondo istituzionale della psichiatria non c’è spazio per i familiari. Per il loro dolore, per il loro disagio. Madri, padri, fratelli, mariti, mogli, figli, con vite altrettanto distrutte, perché quando la malattia psichica entra in una casa, coinvolge a tuttotondo anche chi vive con il malato, e ne stravolge la quotidianità. Un dolore e un disagio che devono trovare, quindi, forme e canali diversi per uscire allo scoperto. Ci prova, da sette anni, la Tartavela Associazione Familiari Milanese per una Milano Psicoattiva (via M.A. Colonna 57, telefono 02.39.26.57.92), che riunisce davanti a un tavolo, ogni giovedì dalle 20.45 alle 23.15, i parenti delle persone con problemi psichiatrici. «Una forma di scambio fra pari - spiega il presidente, Alberto Rovelli - per arricchirsi, trovare soluzioni, non cadere nel vittimismo, e anche, quando si riesce, recuperare un po’ di serenità». «Fra pari - sottolinea - perché solo chi vive questa esperienza può davvero capirne le angosce e le lacerazioni, e perché solo sapendo di essere in un ambiente dove tutti stanno sperimentando una stessa situazione, cadono barriere e tabù e ci si parla a cuore aperto».
Funziona? Sì, a guardare le statistiche delle presenze, 150 persone che hanno partecipato in modo costante a questo progetto di auto-aiuto negli ultimi anni, e le richieste per la creazione di nuovi gruppi. Dopo il nucleo storico di via Colonna, si è da poco costituito un secondo gruppo, che si ritrova, sempre di giovedì, sempre dalle 20.45 alle 23.15, al Padiglione Grossoni 1 dell’Ospedale Niguarda, e a breve dovrebbero nascerne altri in zone diverse della città.
© Corriere della Sera
il "Festival della Filosofia" da domani a Modena e dintorni
Libertà 18 settembre 2003
Modena: la vita al centro del Festival Filosofia
Da domani a domenica cento appuntamenti in città, a Carpi e a Sassuolo
di ELEONORA BAGAROTTI
Al via anche quest'anno, dal 19 al 21 settembre, il Festival Filosofia di Modena: cento gli appuntamenti previsti nella stessa città, a Carpi e a Sassuolo. Dopo il successo riscosso lo scorso anno con la seconda edizione del festival incentrata sul tema della “bellezza” (la prima era su quello della “felicità”), quest'anno la scelta si è orientata sulla “vita”. Nel centinaio di incontri, spiccano sicuramente le lezioni di di grandi maestri del pensiero filosofico contemporaneo: l'antropologo Jack Goody, il teologo Jürgen Moltmann, la filosofa ungherese Agnes Heller, lo psicoanalista sloveno Slavoj Zizek, il sociologo Richard Sennett, il genetista Edoardo Boncinelli, il filosofo Umberto Galimberti e molti altri grandi pensatori dei nostri giorni, tra cui Fernando Savater e Remo Bodei. A coronamento, sono previste anche “cene filosofiche”, ideate da Tullio Gregory, e letture di Alessandro Bergonzoni, performance nelle stazioni e perfino sui vagoni dei treni, oltre a mostre, installazioni, proiezioni di film sull'argomento, concerti di fisarmoniche, laboratori per bambini e un bizzarro “convegno immaginario” a cura degli scrittori Ermanno Cavazzoni e Daniele Benati. A Modena, per l'occasione, quest'anno sarà allestito un maxi schermo in piazza Grande coi collegamenti in diretta degli incontri più importanti che permetteranno agli spettatori che non riuscissero a trovare posto nei luoghi delle conferenze (cortili, saloni di palazzi antichi, chiese) di seguirne ugualmente lo svolgimento. Un vasto programma di “contorno” coinvolge letteratura, cinema, teatro e musica: in quest'ultima categoria andrà la narrazione sulla vita di Bach (un monologo con sottofondo di clavicembalo), un omaggio al compositore Luciano Berio, concerti di Claudio Lolli, performance delle fisarmoniche della città di Verona e dei salentini di Officina Zoe (che hanno composto la colonna sonora del nuovo film Il miracolo di Edoardo Winspeare, presentato alla mostra del cinema di Venezia). Numerose anche le mostre: da La vita delle forme, che propone a Modena oltre 300 opere grafiche di artisti del XX secolo - da Picasso a Warhol, da Ernst a Doisneau, da Lichtenstein a Ghirri, da Burri a Vedova - e l'originale l'installazione che l'artista Franco Vaccari presenterà al Palazzo dei Musei (il pubblico entra, siede su una poltrona e vede scorrere cortometraggi e fotografie che appartengono alla memoria personale dell'artista). Vaccari vuole, in tal modo, far riflettere i visitatori sulla malattia con una Provvista di ricordi per il tempo dell'Alzheimer. Infine, a Carpi, la Koiné porterà in scena le Georgiche di Virgilio in latino, italiano e dialetto modenese.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Gazzetta del Sud 18.9.03
Da domani a domenica il Festival di Modena, Carpi e Sassuolo
La Filosofia dà spettacolo
Spazio a tematiche di particolare attualità come bioetica e biopotere
di Rossella Martina
Chi apprezza il bollito misto sa che quantità e varietà sono un pregio; che parti raffinate benissimo si accostano con quelle credute meno nobili; che, nonostante l'apparenza, la preparazione richiede una scienza altissima di ogni singolo ingrediente, dei tempi, dei modi. È dunque un complimento dire che quest'anno, al Festival di Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, si annuncia un carrello più che mai saporito e spettacolare. Da domani a domenica 21, piazze, aule, chiese dei tre comuni emiliani si riempiranno di quella specialissima folla di italiani (tantissimi i giovani) che ama la cultura, la insegue, la gusta, la anima. Lo scorso anno nel triangolo filosofico arrivarono 51.000 persone e quest'anno è presumibile che aumentino ulteriormente poiché il tema conduttore è potenzialmente adatto ad ogni palato: si parlerà infatti della vita, in 122 appuntamenti che vanno dalle lezioni magistrali di filosofi, sociologi, scienziati, alle mostre; dalle rassegne cinematografiche ai concerti, proseguendo con animazioni per bambini, laboratori, spettacoli. Si finisce (la giornata) con uno dei dieci menù della tradizione modenese, in tema col Festival, preparati, come nelle due edizioni precedenti, da Tullio Gregory, filosofo e studioso dell'enogastronomia italiana. In tavola (una trentina i ristoranti che aderiscono all'iniziativa) si serviranno la «Vita vegetale» (trionfo di verdure e legumi) o la «Dolce vita» (dedicata all'agrodolce), le «Vite silenziose» (a base di pesce) e «L'acqua della vita» con un trionfale e simbolico bollito misto. Dovendo necessariamente riassumere in breve gli obiettivi del vasto programma del Festival – organizzato dalla Fondazione Collegio San Carlo di Modena assieme ai tre Comuni, alla Provincia e ad un'encomiabile quantità di sponsor – vanno evidenziate alcune tematiche principali di particolare attualità come bioetica e biopotere oppure vita reale e vita virtuale; altri interrogativi che saranno discussi nella tre giorni filosofica, sono invece eterni, come il rapporto tra vita e morte e le concezioni dell'esistenza nella nostra cultura e in quelle extraeuropee. Tantissimi i grandi nomi internazionali della filosofia, ma, dato il tema, anche di altre scienze: tra i primi Agnes Heller, Remo Bodei, Roberta de Monticelli, Giulio Giorello, Fernando Savater, Laura Boella, Michel Maffesoli, Salvatore Veca, Adriana Cavarero; tra filosofia e psicanalisi Umberto Galimberti, lo sloveno Slavoj Zizek, Silvia Vegetti Finzi; poi l'antropologo Jack Goody da Cambridge; i teologi Enzo Bianchi e Jurgen Moltmann; il genetista Edoardo Boncinelli; il maestro sufi Gabriel Mandel; i sociologi Richard Sennet, Saskia Sassen, Gabriella Turnaturi; il presidente del Comitato di Bioetica Francesco D'Agostino. Come si vede quest'anno è particolarmente nutrita la pattuglia femminile, segno che anche nell'ambito della filosofia – forse la più “maschilista” delle materie assieme alla musica – l'inevitabile si sta affermando. Accennavamo al fatto che il Festival di Modena-Carpi-Sassuolo si caratterizza anche per la capacità di diffondere cultura senza far ricorso a polverose gerarchie. Dopo le lezioni dei grandi accademici è possibile ascoltare un omaggio a Bach o a Luciano Berio, ma anche assistere a una performance di Sylvano Bussotti o a un concerto di Claudio Lolli, passando prima a visitare la mostra dedicata a Francesco Guccini o magari quella che ripercorre l'evoluzione della grafica da Picasso a Warhol. E in una terra dove anche la solidarietà è tradizione e dunque cultura, il tema della vita suggerisce ai partecipanti di donare il sangue (presso la postazione Avis nel piazzale Sant'Agostino a Modena ) o di riflettere su una delle malattie più impietose, attraverso la videoinstallazione di Franco Vaccari Provvista di ricordi per il tempo dell'Alzheimer. Tutte le informazioni e il calendario dettagliato su www.festivalfilosofia.it.
Modena: la vita al centro del Festival Filosofia
Da domani a domenica cento appuntamenti in città, a Carpi e a Sassuolo
di ELEONORA BAGAROTTI
Al via anche quest'anno, dal 19 al 21 settembre, il Festival Filosofia di Modena: cento gli appuntamenti previsti nella stessa città, a Carpi e a Sassuolo. Dopo il successo riscosso lo scorso anno con la seconda edizione del festival incentrata sul tema della “bellezza” (la prima era su quello della “felicità”), quest'anno la scelta si è orientata sulla “vita”. Nel centinaio di incontri, spiccano sicuramente le lezioni di di grandi maestri del pensiero filosofico contemporaneo: l'antropologo Jack Goody, il teologo Jürgen Moltmann, la filosofa ungherese Agnes Heller, lo psicoanalista sloveno Slavoj Zizek, il sociologo Richard Sennett, il genetista Edoardo Boncinelli, il filosofo Umberto Galimberti e molti altri grandi pensatori dei nostri giorni, tra cui Fernando Savater e Remo Bodei. A coronamento, sono previste anche “cene filosofiche”, ideate da Tullio Gregory, e letture di Alessandro Bergonzoni, performance nelle stazioni e perfino sui vagoni dei treni, oltre a mostre, installazioni, proiezioni di film sull'argomento, concerti di fisarmoniche, laboratori per bambini e un bizzarro “convegno immaginario” a cura degli scrittori Ermanno Cavazzoni e Daniele Benati. A Modena, per l'occasione, quest'anno sarà allestito un maxi schermo in piazza Grande coi collegamenti in diretta degli incontri più importanti che permetteranno agli spettatori che non riuscissero a trovare posto nei luoghi delle conferenze (cortili, saloni di palazzi antichi, chiese) di seguirne ugualmente lo svolgimento. Un vasto programma di “contorno” coinvolge letteratura, cinema, teatro e musica: in quest'ultima categoria andrà la narrazione sulla vita di Bach (un monologo con sottofondo di clavicembalo), un omaggio al compositore Luciano Berio, concerti di Claudio Lolli, performance delle fisarmoniche della città di Verona e dei salentini di Officina Zoe (che hanno composto la colonna sonora del nuovo film Il miracolo di Edoardo Winspeare, presentato alla mostra del cinema di Venezia). Numerose anche le mostre: da La vita delle forme, che propone a Modena oltre 300 opere grafiche di artisti del XX secolo - da Picasso a Warhol, da Ernst a Doisneau, da Lichtenstein a Ghirri, da Burri a Vedova - e l'originale l'installazione che l'artista Franco Vaccari presenterà al Palazzo dei Musei (il pubblico entra, siede su una poltrona e vede scorrere cortometraggi e fotografie che appartengono alla memoria personale dell'artista). Vaccari vuole, in tal modo, far riflettere i visitatori sulla malattia con una Provvista di ricordi per il tempo dell'Alzheimer. Infine, a Carpi, la Koiné porterà in scena le Georgiche di Virgilio in latino, italiano e dialetto modenese.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Gazzetta del Sud 18.9.03
Da domani a domenica il Festival di Modena, Carpi e Sassuolo
La Filosofia dà spettacolo
Spazio a tematiche di particolare attualità come bioetica e biopotere
di Rossella Martina
Chi apprezza il bollito misto sa che quantità e varietà sono un pregio; che parti raffinate benissimo si accostano con quelle credute meno nobili; che, nonostante l'apparenza, la preparazione richiede una scienza altissima di ogni singolo ingrediente, dei tempi, dei modi. È dunque un complimento dire che quest'anno, al Festival di Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, si annuncia un carrello più che mai saporito e spettacolare. Da domani a domenica 21, piazze, aule, chiese dei tre comuni emiliani si riempiranno di quella specialissima folla di italiani (tantissimi i giovani) che ama la cultura, la insegue, la gusta, la anima. Lo scorso anno nel triangolo filosofico arrivarono 51.000 persone e quest'anno è presumibile che aumentino ulteriormente poiché il tema conduttore è potenzialmente adatto ad ogni palato: si parlerà infatti della vita, in 122 appuntamenti che vanno dalle lezioni magistrali di filosofi, sociologi, scienziati, alle mostre; dalle rassegne cinematografiche ai concerti, proseguendo con animazioni per bambini, laboratori, spettacoli. Si finisce (la giornata) con uno dei dieci menù della tradizione modenese, in tema col Festival, preparati, come nelle due edizioni precedenti, da Tullio Gregory, filosofo e studioso dell'enogastronomia italiana. In tavola (una trentina i ristoranti che aderiscono all'iniziativa) si serviranno la «Vita vegetale» (trionfo di verdure e legumi) o la «Dolce vita» (dedicata all'agrodolce), le «Vite silenziose» (a base di pesce) e «L'acqua della vita» con un trionfale e simbolico bollito misto. Dovendo necessariamente riassumere in breve gli obiettivi del vasto programma del Festival – organizzato dalla Fondazione Collegio San Carlo di Modena assieme ai tre Comuni, alla Provincia e ad un'encomiabile quantità di sponsor – vanno evidenziate alcune tematiche principali di particolare attualità come bioetica e biopotere oppure vita reale e vita virtuale; altri interrogativi che saranno discussi nella tre giorni filosofica, sono invece eterni, come il rapporto tra vita e morte e le concezioni dell'esistenza nella nostra cultura e in quelle extraeuropee. Tantissimi i grandi nomi internazionali della filosofia, ma, dato il tema, anche di altre scienze: tra i primi Agnes Heller, Remo Bodei, Roberta de Monticelli, Giulio Giorello, Fernando Savater, Laura Boella, Michel Maffesoli, Salvatore Veca, Adriana Cavarero; tra filosofia e psicanalisi Umberto Galimberti, lo sloveno Slavoj Zizek, Silvia Vegetti Finzi; poi l'antropologo Jack Goody da Cambridge; i teologi Enzo Bianchi e Jurgen Moltmann; il genetista Edoardo Boncinelli; il maestro sufi Gabriel Mandel; i sociologi Richard Sennet, Saskia Sassen, Gabriella Turnaturi; il presidente del Comitato di Bioetica Francesco D'Agostino. Come si vede quest'anno è particolarmente nutrita la pattuglia femminile, segno che anche nell'ambito della filosofia – forse la più “maschilista” delle materie assieme alla musica – l'inevitabile si sta affermando. Accennavamo al fatto che il Festival di Modena-Carpi-Sassuolo si caratterizza anche per la capacità di diffondere cultura senza far ricorso a polverose gerarchie. Dopo le lezioni dei grandi accademici è possibile ascoltare un omaggio a Bach o a Luciano Berio, ma anche assistere a una performance di Sylvano Bussotti o a un concerto di Claudio Lolli, passando prima a visitare la mostra dedicata a Francesco Guccini o magari quella che ripercorre l'evoluzione della grafica da Picasso a Warhol. E in una terra dove anche la solidarietà è tradizione e dunque cultura, il tema della vita suggerisce ai partecipanti di donare il sangue (presso la postazione Avis nel piazzale Sant'Agostino a Modena ) o di riflettere su una delle malattie più impietose, attraverso la videoinstallazione di Franco Vaccari Provvista di ricordi per il tempo dell'Alzheimer. Tutte le informazioni e il calendario dettagliato su www.festivalfilosofia.it.
mercoledì 17 settembre 2003
***un articolo sul manifesto del 16.9.03
(ricevuto da Adele Irianni)
POLITICA O QUASI
Moro, emozioni e fermezza
IDA DOMINIJANNI
Torno su Buongiorno, notte, il film di Marco Bellocchio sul sequestro Moro, spinta dalle polemiche che si sono lette sui giornali dell'ultima settimana, segnatamente il Corriere della sera e la Repubblica, nonché dalle critiche di un lettore del manifesto a «Politica o quasi» di martedì scorso, che già parlava del film da un'angolatura peraltro molto parziale. Il lettore, in una e-mail firmata Antonio, mi rimprovera fra l'altro di aver avallato una lettura troppo soggettiva dell'assassinio di Moro, «basata su un libro pieno di rivisitazioni compiacenti» e su un uso strumentale dei sentimenti che banalizza questioni politiche razionalissime. E col peccato emozionale del film se la prendono anche, sia pure con toni assai diversi fra loro, Francesco Merlo sul Corsera di mercoledì e Mario Pirani su Repubblica di giovedì scorsi. Merlo non ne può più della «psicologia degli assassini» che trasforma in «mostriciattoli sognatori» dei mostri autentici che riuscivano a ideologizzare perfino l'inconscio sognando le panchine di Lenin; a Pirani non piace «l'operazione ambigua» di umanizzazione dei terroristi, che finisce col presentarli allo spettatore come poveri diavoli tormentati dal dubbio. L'obiettivo politico di Pirani è ribadire il teorema della fermezza contro l'ipotesi della trattativa che il film sposa; Merlo si accontenterebbe di silenziare per sempre i brigatisti e di rimetterli al posto loro, che non è la politica bensì la criminologia. Si potrebbe osservare en passant quanto siano diverse queste reazioni al film da quelle ben più positive apparse a caldo sugli stessi giornali (Curzio Maltese su Repubblica, Paolo Franchi sul Corsera). Indice di pluralismo, va da sé; come osserva lo stesso Bellocchio nella sua replica su Repubblica di ieri, il suo film divide e rompe i fronti. O anche, per restare in tema, indice della ragion politica che punta di nuovo i piedi dopo un cedimento emozionale? All'operazione di Bellocchio si può anche dire di sì in prima battuta, ma poi bisogna rimettere i puntini sulle i. E sul caso Moro i puntini, a distanza di un quarto di secolo, sono inquietantemente sempre due e sempre gli stessi. Primo, i terroristi non erano esseri umani ma mostri, non avevano un, sia pur perverso e delirante, atroce e devastante disegno politico ma solo un disegno criminale. Secondo e conseguente, il tabù della fermezza non si tocca, perché coi mostri non si tratta e trattare avrebbe significato promuoverli da mostri a interlocutori politici. Con il che il cerchio si richiude, e la memoria è di nuovo bloccata e messa sotto sequestro dalla ragion di stato.
Ora non è tanto interessante inserirsi nello stesso gioco della ripetizione, e ribadire le ragioni della trattativa che con ben altra autorevolezza sono state sostenute nel corso del tempo da questo giornale (casomai c'è da chiedersi come stiano tuttora assieme, nell'altro campo, la difesa asserragliata della fermezza e l'evocazione dell'arte politica della mediazione di Aldo Moro). Dal momento che stavolta il dibattito riparte da un film, che per quanto sia un film politico è pur sempre un'operazione dell'immaginario, mi interessa di più restare sul piano dell'immaginario, e del rapporto fra immaginario e politica. Nella sua replica su Repubblica, Bellocchio ha già detto l'essenziale: proprio perché non pretende di essere del tutto aderente alla verità storica il film può restituire una verità più profonda; proprio perché sceglie un'angolatura parziale, può illuminare diversamente l'intero quadro; proprio perché cerca e suscita un coinvolgimento emozionale, non gli si può rispondere con la replica schematica di un discorso politico autocentrato. Proprio perché è un'operazione dell'immaginario, aggiungo io, sgancia l'immaginazione dalla verità ufficiale, le consente di aprirsi a un'altra elaborazione del lutto, a altre interpretazioni possibili di come andarono le cose, a un'altra speranza su come avrebbero potuto o potrebbero andare in futuro. La tragedia della passione e morte di Aldo Moro è una tragedia nazionale che appartiene alla memoria collettiva, ed è ad essa che va restituita accettando il rischio di riscritture discordanti da quella ufficiale. Ma alla fine, è sempre dell'immaginazione che il potere ha paura.
POLITICA O QUASI
Moro, emozioni e fermezza
IDA DOMINIJANNI
Torno su Buongiorno, notte, il film di Marco Bellocchio sul sequestro Moro, spinta dalle polemiche che si sono lette sui giornali dell'ultima settimana, segnatamente il Corriere della sera e la Repubblica, nonché dalle critiche di un lettore del manifesto a «Politica o quasi» di martedì scorso, che già parlava del film da un'angolatura peraltro molto parziale. Il lettore, in una e-mail firmata Antonio, mi rimprovera fra l'altro di aver avallato una lettura troppo soggettiva dell'assassinio di Moro, «basata su un libro pieno di rivisitazioni compiacenti» e su un uso strumentale dei sentimenti che banalizza questioni politiche razionalissime. E col peccato emozionale del film se la prendono anche, sia pure con toni assai diversi fra loro, Francesco Merlo sul Corsera di mercoledì e Mario Pirani su Repubblica di giovedì scorsi. Merlo non ne può più della «psicologia degli assassini» che trasforma in «mostriciattoli sognatori» dei mostri autentici che riuscivano a ideologizzare perfino l'inconscio sognando le panchine di Lenin; a Pirani non piace «l'operazione ambigua» di umanizzazione dei terroristi, che finisce col presentarli allo spettatore come poveri diavoli tormentati dal dubbio. L'obiettivo politico di Pirani è ribadire il teorema della fermezza contro l'ipotesi della trattativa che il film sposa; Merlo si accontenterebbe di silenziare per sempre i brigatisti e di rimetterli al posto loro, che non è la politica bensì la criminologia. Si potrebbe osservare en passant quanto siano diverse queste reazioni al film da quelle ben più positive apparse a caldo sugli stessi giornali (Curzio Maltese su Repubblica, Paolo Franchi sul Corsera). Indice di pluralismo, va da sé; come osserva lo stesso Bellocchio nella sua replica su Repubblica di ieri, il suo film divide e rompe i fronti. O anche, per restare in tema, indice della ragion politica che punta di nuovo i piedi dopo un cedimento emozionale? All'operazione di Bellocchio si può anche dire di sì in prima battuta, ma poi bisogna rimettere i puntini sulle i. E sul caso Moro i puntini, a distanza di un quarto di secolo, sono inquietantemente sempre due e sempre gli stessi. Primo, i terroristi non erano esseri umani ma mostri, non avevano un, sia pur perverso e delirante, atroce e devastante disegno politico ma solo un disegno criminale. Secondo e conseguente, il tabù della fermezza non si tocca, perché coi mostri non si tratta e trattare avrebbe significato promuoverli da mostri a interlocutori politici. Con il che il cerchio si richiude, e la memoria è di nuovo bloccata e messa sotto sequestro dalla ragion di stato.
Ora non è tanto interessante inserirsi nello stesso gioco della ripetizione, e ribadire le ragioni della trattativa che con ben altra autorevolezza sono state sostenute nel corso del tempo da questo giornale (casomai c'è da chiedersi come stiano tuttora assieme, nell'altro campo, la difesa asserragliata della fermezza e l'evocazione dell'arte politica della mediazione di Aldo Moro). Dal momento che stavolta il dibattito riparte da un film, che per quanto sia un film politico è pur sempre un'operazione dell'immaginario, mi interessa di più restare sul piano dell'immaginario, e del rapporto fra immaginario e politica. Nella sua replica su Repubblica, Bellocchio ha già detto l'essenziale: proprio perché non pretende di essere del tutto aderente alla verità storica il film può restituire una verità più profonda; proprio perché sceglie un'angolatura parziale, può illuminare diversamente l'intero quadro; proprio perché cerca e suscita un coinvolgimento emozionale, non gli si può rispondere con la replica schematica di un discorso politico autocentrato. Proprio perché è un'operazione dell'immaginario, aggiungo io, sgancia l'immaginazione dalla verità ufficiale, le consente di aprirsi a un'altra elaborazione del lutto, a altre interpretazioni possibili di come andarono le cose, a un'altra speranza su come avrebbero potuto o potrebbero andare in futuro. La tragedia della passione e morte di Aldo Moro è una tragedia nazionale che appartiene alla memoria collettiva, ed è ad essa che va restituita accettando il rischio di riscritture discordanti da quella ufficiale. Ma alla fine, è sempre dell'immaginazione che il potere ha paura.
gli intellettuali ovvero Bellocchio e l'identità nazionale...
Liberazione 17.9.03
Qual è il ruolo degli intellettuali?
Fare come Giordana e Bellocchio
E se un contributo serio alla politica (e allo stesso dibattito politico) numerosi intellettuali italiani lo stessero già dando in particolare con il mezzo cinematografico? Al dibattito in corso in questi ultimi mesi sui giornali a proposito del rapporto politica-intellettuali e delle responsabilità di un rapporto che in molti ritengono smarrito, e a quello seguito alla sollecitazione fatta nei giorni scorsi da Edoardo Sanguineti agli intellettuali italiani affinché escano dal torpore e dal silenzio rispetto al degrado della vita pubblica va senz'altro ascritto, al di là delle stesse intenzioni di Roberto Cotroneo, il suo intervento sull'Unità di martedì a proposito del successo de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio.
Mentre ci si amareggia e si rimane delusi per gli intellettuali (sperabilmente almeno amareggiati e delusi essi stessi) rintanati nelle loro "torri d'avorio" scientifiche o corporative, mentre ci si divide, si polemizza, ci si innervosisce e si grida all'invasione di campo quando un intellettuale (che sia Paolo Sylos Labini, Nanni Moretti, Antonio Tabucchi o Sanguineti) entra improvvisamente ed estemporaneamente in campo politico con le armi e il linguaggio della politica, mentre non ci si divide e purtroppo non ci si indigna più quando un intellettuale (che sia giornalista o sociologo o filosofo) si fa servitore della politica incassando "onori e prebende", c'è ormai una generazione di cinematografari che, specie negli ultimi tempi, vanno producendo film che scavano in «anni in cui si è azzerato tutto e che ci hanno lasciato il deserto». Intellettuali che cioè si ostinano a dare il proprio contributo, fra difficoltà e incomprensioni - parliamo di uno dei settori della comunicazione più massicciamente investito dalla modernizzazione e dalla mercificazione - al recupero della memoria e delle radici, che «parlano dell'Italia di trent'anni fa, ma spiegano bene la desolazione e lo spaesamento che viviamo nell'Italia di oggi».
Grazie in particolare a questi film, nota Cotroneo, «credo si sia riaperta una ferita antica, che interessa tutti, anche quelli che negli anni Settanta non erano neppure nati». E' da quei momenti, efficacemente descritti da Giordana e Bellocchio, e prima e insieme a loro da altri, che «si è come frantumata la nostra identità nazionale». Anche i politici e gli storici - i primi per interesse, i secondi per disinteresse - hanno deprivato in particolare l'eliminazione fisica di Aldo Moro del suo valore di spartiacque della storia nazionale, mentre «anche tangentopoli è figlia di quel trauma, di quel 9 maggio 1978». Le cause e le conseguenze di quell'evento, gli stessi «frammenti di ideologia nel caso Moro», velocemente rimossi e oscurati, e che ora «Bellocchio è riuscito a mettere in bocca a Lo Cascio-Moretti» emozionano e sgomentano anche i più giovani, che non c'erano, perché in realtà «ce li portiamo addosso ancora oggi. E ci impediscono di rielaborare e capire quella che fu l'Italia di quegli anni». E quella che è l'Italia di oggi.
Riscoperta e ricostruzione dell'identità nazionale, rielaborazione del passato e comprensione del presente, opposizione alla desolazione e allo spaesamento indotti dalla falsa coscienza individuale e collettiva: che sia proprio questo il terreno sul quale un lintellettuale - specie in tempi come quelli che viviamo - può sviluppare il suo corretto e proficuo rapporto con la pollitica e con la società? Contribuendo a restituire la memoria a chi c'era e le radici a chi non c'era? «Nessuno può sapere chi siano i ventenni che si commuovono di fronte a questi film», accorrendo in numero sorprendente nelle sale in cui vengono proiettati, ma forse «questi film hanno aperto una pagina di storia verso cui questi ragazzi fino ad oggi avevano sempre mostrato indifferenza». O della quale erano semplicemente ignari, grazie a questa tv, a questi giornali, a questa politica e un po' anche a questa scuola e a «questo mondo di oggi dove i libri si leggono sempre meno».
I libri, primario strumento e metafora della memoria. «Non è un caso», rileva Cotroneo, «che il film di Bellocchio sia anche un film di libri, di lettere di condannati a morte della resistenza europea, di biblioteche, di saggi di Marx-Engel...». E che «i libri li trovi anche nella Meglio gioventù, Basaglia, poeti italiani e inglesi...».
Qual è il ruolo degli intellettuali?
Fare come Giordana e Bellocchio
E se un contributo serio alla politica (e allo stesso dibattito politico) numerosi intellettuali italiani lo stessero già dando in particolare con il mezzo cinematografico? Al dibattito in corso in questi ultimi mesi sui giornali a proposito del rapporto politica-intellettuali e delle responsabilità di un rapporto che in molti ritengono smarrito, e a quello seguito alla sollecitazione fatta nei giorni scorsi da Edoardo Sanguineti agli intellettuali italiani affinché escano dal torpore e dal silenzio rispetto al degrado della vita pubblica va senz'altro ascritto, al di là delle stesse intenzioni di Roberto Cotroneo, il suo intervento sull'Unità di martedì a proposito del successo de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio.
Mentre ci si amareggia e si rimane delusi per gli intellettuali (sperabilmente almeno amareggiati e delusi essi stessi) rintanati nelle loro "torri d'avorio" scientifiche o corporative, mentre ci si divide, si polemizza, ci si innervosisce e si grida all'invasione di campo quando un intellettuale (che sia Paolo Sylos Labini, Nanni Moretti, Antonio Tabucchi o Sanguineti) entra improvvisamente ed estemporaneamente in campo politico con le armi e il linguaggio della politica, mentre non ci si divide e purtroppo non ci si indigna più quando un intellettuale (che sia giornalista o sociologo o filosofo) si fa servitore della politica incassando "onori e prebende", c'è ormai una generazione di cinematografari che, specie negli ultimi tempi, vanno producendo film che scavano in «anni in cui si è azzerato tutto e che ci hanno lasciato il deserto». Intellettuali che cioè si ostinano a dare il proprio contributo, fra difficoltà e incomprensioni - parliamo di uno dei settori della comunicazione più massicciamente investito dalla modernizzazione e dalla mercificazione - al recupero della memoria e delle radici, che «parlano dell'Italia di trent'anni fa, ma spiegano bene la desolazione e lo spaesamento che viviamo nell'Italia di oggi».
Grazie in particolare a questi film, nota Cotroneo, «credo si sia riaperta una ferita antica, che interessa tutti, anche quelli che negli anni Settanta non erano neppure nati». E' da quei momenti, efficacemente descritti da Giordana e Bellocchio, e prima e insieme a loro da altri, che «si è come frantumata la nostra identità nazionale». Anche i politici e gli storici - i primi per interesse, i secondi per disinteresse - hanno deprivato in particolare l'eliminazione fisica di Aldo Moro del suo valore di spartiacque della storia nazionale, mentre «anche tangentopoli è figlia di quel trauma, di quel 9 maggio 1978». Le cause e le conseguenze di quell'evento, gli stessi «frammenti di ideologia nel caso Moro», velocemente rimossi e oscurati, e che ora «Bellocchio è riuscito a mettere in bocca a Lo Cascio-Moretti» emozionano e sgomentano anche i più giovani, che non c'erano, perché in realtà «ce li portiamo addosso ancora oggi. E ci impediscono di rielaborare e capire quella che fu l'Italia di quegli anni». E quella che è l'Italia di oggi.
Riscoperta e ricostruzione dell'identità nazionale, rielaborazione del passato e comprensione del presente, opposizione alla desolazione e allo spaesamento indotti dalla falsa coscienza individuale e collettiva: che sia proprio questo il terreno sul quale un lintellettuale - specie in tempi come quelli che viviamo - può sviluppare il suo corretto e proficuo rapporto con la pollitica e con la società? Contribuendo a restituire la memoria a chi c'era e le radici a chi non c'era? «Nessuno può sapere chi siano i ventenni che si commuovono di fronte a questi film», accorrendo in numero sorprendente nelle sale in cui vengono proiettati, ma forse «questi film hanno aperto una pagina di storia verso cui questi ragazzi fino ad oggi avevano sempre mostrato indifferenza». O della quale erano semplicemente ignari, grazie a questa tv, a questi giornali, a questa politica e un po' anche a questa scuola e a «questo mondo di oggi dove i libri si leggono sempre meno».
I libri, primario strumento e metafora della memoria. «Non è un caso», rileva Cotroneo, «che il film di Bellocchio sia anche un film di libri, di lettere di condannati a morte della resistenza europea, di biblioteche, di saggi di Marx-Engel...». E che «i libri li trovi anche nella Meglio gioventù, Basaglia, poeti italiani e inglesi...».
Buongiorno, notte «sold-out» a Toronto
(segnalato da Peppe Cancellieri, ricevuto da Annalina Ferrante)
Corriere Canadese (Toronto) 15.9.03
Chiude il Film Festival. Trionfo tricolore
Muccino, Salvatores e Avati applauditi in tutte le sale. Film da 55 paesi
(...)
Si è confermato il successo degli anni precedenti: oltre 300 tra produttori e venditori hanno assitito alle proiezioni di film, documentari e presentazioni di pellicole provenienti da 55 paesi diversi. Lo scorso anno il giro di affari del Festival è stato per la città di oltre 67 milioni di dollari. Un successo il cinema italiano.
Se c'era bisogno di una conferma che il vento è veramente cambiato per il cinema italiano all'estero, la 28/a Edizione del Toronto Film Festival ha detto la verità: mentre in Italia si continua a discutere del presunto provincialismo delle nostre produzioni, tutte le proiezioni dei 7 film presentati dalla grande vetrina canadese sono andate "Sold out" per una media totale di oltre diecimila spettatori in 10 giorni.
Ma il dato più importante riguarda l'attenzione dei media e dei compratori che puntano decisamente sul prodotto italiano anche per il mercato statunitense e che, rispetto ad 12 mesi fa, hanno comprato i nostri film con una crescita del 15% in più in un solo anno.
(...)
Il Canada porterà fortuna anche a Marco Bellocchio per il cui "Buongiorno notte" si moltiplicano le offerte d'acquisto
(...)
«La scoperta del cinema italiano da parte del pubblico canadese - commenta il direttore del Toronto Film Festival, Piers Handling - è risultato di un lavoro durato anni, ma anche di una generazione di attori, produttori, registi che finalmente si impongono da protagonisti. È un cinema che racconta storie profondamente italiane e proprio per questo universali, che non ha paura di riflettere sulla Storia e dimostrare quanto l'Italia sia cambiata in questi anni. Siamo felici che proprio Toronto indichi questa svolta, ma i 7 film del programma 2003, a cui si aggiungono le co-produzioni, non sono una eccezione: sono convinto che anche l'anno prossimo potremo confermare questa tendenza
Corriere Canadese (Toronto) 15.9.03
Chiude il Film Festival. Trionfo tricolore
Muccino, Salvatores e Avati applauditi in tutte le sale. Film da 55 paesi
(...)
Si è confermato il successo degli anni precedenti: oltre 300 tra produttori e venditori hanno assitito alle proiezioni di film, documentari e presentazioni di pellicole provenienti da 55 paesi diversi. Lo scorso anno il giro di affari del Festival è stato per la città di oltre 67 milioni di dollari. Un successo il cinema italiano.
Se c'era bisogno di una conferma che il vento è veramente cambiato per il cinema italiano all'estero, la 28/a Edizione del Toronto Film Festival ha detto la verità: mentre in Italia si continua a discutere del presunto provincialismo delle nostre produzioni, tutte le proiezioni dei 7 film presentati dalla grande vetrina canadese sono andate "Sold out" per una media totale di oltre diecimila spettatori in 10 giorni.
Ma il dato più importante riguarda l'attenzione dei media e dei compratori che puntano decisamente sul prodotto italiano anche per il mercato statunitense e che, rispetto ad 12 mesi fa, hanno comprato i nostri film con una crescita del 15% in più in un solo anno.
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Il Canada porterà fortuna anche a Marco Bellocchio per il cui "Buongiorno notte" si moltiplicano le offerte d'acquisto
(...)
«La scoperta del cinema italiano da parte del pubblico canadese - commenta il direttore del Toronto Film Festival, Piers Handling - è risultato di un lavoro durato anni, ma anche di una generazione di attori, produttori, registi che finalmente si impongono da protagonisti. È un cinema che racconta storie profondamente italiane e proprio per questo universali, che non ha paura di riflettere sulla Storia e dimostrare quanto l'Italia sia cambiata in questi anni. Siamo felici che proprio Toronto indichi questa svolta, ma i 7 film del programma 2003, a cui si aggiungono le co-produzioni, non sono una eccezione: sono convinto che anche l'anno prossimo potremo confermare questa tendenza
martedì 16 settembre 2003
a proposito di Marco Bellocchio, Corrado Augias
La Repubblica 16.9.03 LETTERE
"Buongiorno, notte", gli assassini e la fermezza
CORRADO AUGIAS
Caro Augias, ho visto "Buongiorno, notte", che ritengo un film mediocre. Anche il fatto che il film sia premiato al botteghino non è conferma di valore ma solo di curiosità per l'argomento e rendita data dalla validità del precedente film di Bellocchio "L'ora di religione". L'afflusso di pubblico è dato a mio parere dall'argomento perché il fatto è rimasto nell'animo della gente per l'importanza che ha avuto nella nostra storia di italiani e si spera di avere qualche indicazione in più.
Sandro Sala
strike.sala@tiscalinet.it
Non voglio discutere se il film sia o no riuscito. Preme un cenno su altri aspetti. Il lato umano in primo luogo e cioè l'omicidio di un uomo. Che anche gli assassini coltivino sogni di purezza o di eroismo è noto, ma sono affari loro, questo non li riscatta dalla loro condizione di assassini. Nella vita reale contano, e pesano, le azioni, non la loro psicologia. Gli assassinii dei terroristi non sono meno ignobili di quelli di un qualsiasi altro criminale. Poi c'è l'aspetto politico.
Nella sua bella risposta ieri su Repubblica , Bellocchio ha ricordato che alle Br non interessava il denaro, «volevano un riconoscimento politico». Ho partecipato dall'interno di questo giornale all'odissea di quegli interminabili giorni e ho conosciuto l'angoscia che accompagnava l'uscita dei loro comunicati e il buio assoluto delle indagini. Sapevamo che qualcuno voleva Moro morto per un subdolo calcolo, temendo perfino ciò che avrebbe potuto dire, se fosse tornato libero. Ma sapevamo anche che tra coloro che chiedevano a ogni costo una trattativa, c'era chi intendeva dare con questo un colpo alla credibilità dello Stato e dei due partiti della "fermezza": la Dc e il Pci.
Oggi non si può immaginare, nemmeno dopo gli omicidi di Biagi e D'Antona, quale fosse l'atmosfera d'impotenza che lo stillicidio degli attentati aveva diffuso nel Paese. In quelle circostanze, con uno Stato che s'era dimostrato fragile, impreparato, inquinato da veleni sotterranei, dare alle Br un "riconoscimento politico" significava aprire scenari spaventosi. Tenere chiusi i brigatisti nel loro inferno, rifiutare di discutere con loro per non trasformarli in un "partito", non sottostare a ricatti che sarebbero diventati un'infinita catena, sembrò a molti in buona fede il mezzo e il prezzo per salvare la Repubblica.
"Buongiorno, notte", gli assassini e la fermezza
CORRADO AUGIAS
Caro Augias, ho visto "Buongiorno, notte", che ritengo un film mediocre. Anche il fatto che il film sia premiato al botteghino non è conferma di valore ma solo di curiosità per l'argomento e rendita data dalla validità del precedente film di Bellocchio "L'ora di religione". L'afflusso di pubblico è dato a mio parere dall'argomento perché il fatto è rimasto nell'animo della gente per l'importanza che ha avuto nella nostra storia di italiani e si spera di avere qualche indicazione in più.
Sandro Sala
strike.sala@tiscalinet.it
Non voglio discutere se il film sia o no riuscito. Preme un cenno su altri aspetti. Il lato umano in primo luogo e cioè l'omicidio di un uomo. Che anche gli assassini coltivino sogni di purezza o di eroismo è noto, ma sono affari loro, questo non li riscatta dalla loro condizione di assassini. Nella vita reale contano, e pesano, le azioni, non la loro psicologia. Gli assassinii dei terroristi non sono meno ignobili di quelli di un qualsiasi altro criminale. Poi c'è l'aspetto politico.
Nella sua bella risposta ieri su Repubblica , Bellocchio ha ricordato che alle Br non interessava il denaro, «volevano un riconoscimento politico». Ho partecipato dall'interno di questo giornale all'odissea di quegli interminabili giorni e ho conosciuto l'angoscia che accompagnava l'uscita dei loro comunicati e il buio assoluto delle indagini. Sapevamo che qualcuno voleva Moro morto per un subdolo calcolo, temendo perfino ciò che avrebbe potuto dire, se fosse tornato libero. Ma sapevamo anche che tra coloro che chiedevano a ogni costo una trattativa, c'era chi intendeva dare con questo un colpo alla credibilità dello Stato e dei due partiti della "fermezza": la Dc e il Pci.
Oggi non si può immaginare, nemmeno dopo gli omicidi di Biagi e D'Antona, quale fosse l'atmosfera d'impotenza che lo stillicidio degli attentati aveva diffuso nel Paese. In quelle circostanze, con uno Stato che s'era dimostrato fragile, impreparato, inquinato da veleni sotterranei, dare alle Br un "riconoscimento politico" significava aprire scenari spaventosi. Tenere chiusi i brigatisti nel loro inferno, rifiutare di discutere con loro per non trasformarli in un "partito", non sottostare a ricatti che sarebbero diventati un'infinita catena, sembrò a molti in buona fede il mezzo e il prezzo per salvare la Repubblica.
???
Il Messaggero 15.9.03
Londra, prodotti in laboratorio embrioni ibridi uomo-mucca
LONDRA - Panayiotis Zavos, un ricercatore di origine cipriota che lavora all'università del Kentuky negli Stati Uniti ha creato embrioni ibridi di uomo e mucca.
Il Sunday Times ha scritto ieri che lo studioso esporrà oggi a Londra il suo esperimento nel quale gli embrioni si sarebbero sviluppati regolarmente per due settimane e teoricamente si sarebbero potuti impiantare in un utero umano.
Nell'esperimento è stato utilizzato Dna umano inserito nell'ovocita di una mucca. Secondo il ricercatore gli ibridi avrebbero superato anche la fase iniziale della differenziazione, quando cioè le cellule mostrano i primi segnali per procedere verso lo sviluppo di tessuti ed organi.
Zavos aveva collaborato a lungo anche con l'embriologo italiano Severino Antinori.
Londra, prodotti in laboratorio embrioni ibridi uomo-mucca
LONDRA - Panayiotis Zavos, un ricercatore di origine cipriota che lavora all'università del Kentuky negli Stati Uniti ha creato embrioni ibridi di uomo e mucca.
Il Sunday Times ha scritto ieri che lo studioso esporrà oggi a Londra il suo esperimento nel quale gli embrioni si sarebbero sviluppati regolarmente per due settimane e teoricamente si sarebbero potuti impiantare in un utero umano.
Nell'esperimento è stato utilizzato Dna umano inserito nell'ovocita di una mucca. Secondo il ricercatore gli ibridi avrebbero superato anche la fase iniziale della differenziazione, quando cioè le cellule mostrano i primi segnali per procedere verso lo sviluppo di tessuti ed organi.
Zavos aveva collaborato a lungo anche con l'embriologo italiano Severino Antinori.
in libreria
La Repubblica, cronaca di Genova 16.9.03
Da Feltrinelli i volumi legati al cinema: domani "Il prigioniero"
Il film sbarca in libreria "prima uscita" Bellocchio
RENATO VENTURELLI
Dal libro al film, ma anche dai film ai libri. Da domani (ore 18), la Feltrinelli di via XX settembre raccoglierà su un banco della libreria una serie di volumi collegati a prime visioni in uscita nelle sale: opere cui i film si sono ispirati, monografie su registi e attori, libri d´arte, letteratura, cinema, storia o politica... L´iniziativa si chiama "Un film non è soltanto un film" ed è curata insieme a Claudia Bindi e l´Acec Liguria. Primo appuntamento, quello di domani con Paola Tavella, giornalista e scrittrice genovese ("Lavoro", "Manifesto"), ma soprattutto autrice di "Il prigioniero", il libro cui si è ispirato Marco Bellocchio per "Buongiorno, notte" e che la Tavella ha scritto insieme alla carceriera Br di Moro, Anna Laura Braghetti.
Un libro di cinque anni fa, ristampato da un altro editore: com´è la storia?
«"Il prigioniero" era uscito nel 1998 per Mondadori: avevo intervistato ininterrottamente per quindici giorni Anna Laura Braghetti e poi avevo scritto il libro in prima persona, dandole voce. In seguito, i diritti erano scaduti, proprio pochi giorni prima che Bellocchio lo comprasse. A quel punto, li abbiamo dati a Feltrinelli, perché lì avevano capito che si tratta di un documento unico nella storia di questo paese».
Ci sono stati rapporti diretti con Bellocchio?
«Lui ha mandato la sceneggiatura e ci era subito piaciuta molto. E´ una cosa fantastica vedere quello che un artista può fare del tuo lavoro. Ma ci tengo a dire che, pur essendo tratto dal libro in modo a volte anche impressionante, il film è e resta un´opera di Bellocchio. In seguito, ci siamo parlati solo a Venezia».
Quale è stata la reazione vedendo "Buongiorno, notte"?
«Penso sia un film sciamanico, da cui si esce liberati da una tragedia come quella del caso Moro. Per tutti questi anni era rimasto un caso buio, ma non per quello che si è detto sul coinvolgimento dei servizi segreti: io non credo a quel tipo di misteri. Era un´altra oscurità, più profonda, nel senso di un dark side con cui non si riusciva a fare i conti. In questo film, invece, c´è una grande consapevolezza. Quando Moro torna liberato nella Roma di oggi, dove si vede anche una bandiera della pace, la scena è bellissima ed esaudisce un desiderio che è dello spettatore, ma anche di una generazione, di Anna Laura, di tutti. È veramente l´uscita dal buio».
E questo ricreare nell´appartamento rituali borghesi, con i brigatisti riuniti a tavola per la cena, la vivandiera che scodella la minestra, il "padre" rinchiuso nello sgabuzzino...
«Penso che sia il linguaggio di Bellocchio, il suo modo di esprimersi e di narrare. A colpirmi di più in questo film è invece il fatto che noi abbiamo sperato di poter uscire da quegli anni attraverso una soluzione politica, senza mai riuscirci davvero. Quello che sta succedendo adesso in Italia è che viene fuori una soluzione artistica. Giordana con "La meglio gioventù", Bertolucci con "The Dreamers", "Bellocchio con "Buongiorno, notte", in parte anche Benvenuti con "Segreti di stato", ci permettono di affrontare attraverso il cinema cose che non erano state mai risolte in termini politici».
Alle 22, invece, Paola Tavella sarà alla sala Sivori, dove è stato aperto in questi giorni un bookshop di libri di cinema: la chiacchierata con gli spettatori avrà luogo prima dell´ultimo spettacolo di "Buongiorno, notte".
Da Feltrinelli i volumi legati al cinema: domani "Il prigioniero"
Il film sbarca in libreria "prima uscita" Bellocchio
RENATO VENTURELLI
Dal libro al film, ma anche dai film ai libri. Da domani (ore 18), la Feltrinelli di via XX settembre raccoglierà su un banco della libreria una serie di volumi collegati a prime visioni in uscita nelle sale: opere cui i film si sono ispirati, monografie su registi e attori, libri d´arte, letteratura, cinema, storia o politica... L´iniziativa si chiama "Un film non è soltanto un film" ed è curata insieme a Claudia Bindi e l´Acec Liguria. Primo appuntamento, quello di domani con Paola Tavella, giornalista e scrittrice genovese ("Lavoro", "Manifesto"), ma soprattutto autrice di "Il prigioniero", il libro cui si è ispirato Marco Bellocchio per "Buongiorno, notte" e che la Tavella ha scritto insieme alla carceriera Br di Moro, Anna Laura Braghetti.
Un libro di cinque anni fa, ristampato da un altro editore: com´è la storia?
«"Il prigioniero" era uscito nel 1998 per Mondadori: avevo intervistato ininterrottamente per quindici giorni Anna Laura Braghetti e poi avevo scritto il libro in prima persona, dandole voce. In seguito, i diritti erano scaduti, proprio pochi giorni prima che Bellocchio lo comprasse. A quel punto, li abbiamo dati a Feltrinelli, perché lì avevano capito che si tratta di un documento unico nella storia di questo paese».
Ci sono stati rapporti diretti con Bellocchio?
«Lui ha mandato la sceneggiatura e ci era subito piaciuta molto. E´ una cosa fantastica vedere quello che un artista può fare del tuo lavoro. Ma ci tengo a dire che, pur essendo tratto dal libro in modo a volte anche impressionante, il film è e resta un´opera di Bellocchio. In seguito, ci siamo parlati solo a Venezia».
Quale è stata la reazione vedendo "Buongiorno, notte"?
«Penso sia un film sciamanico, da cui si esce liberati da una tragedia come quella del caso Moro. Per tutti questi anni era rimasto un caso buio, ma non per quello che si è detto sul coinvolgimento dei servizi segreti: io non credo a quel tipo di misteri. Era un´altra oscurità, più profonda, nel senso di un dark side con cui non si riusciva a fare i conti. In questo film, invece, c´è una grande consapevolezza. Quando Moro torna liberato nella Roma di oggi, dove si vede anche una bandiera della pace, la scena è bellissima ed esaudisce un desiderio che è dello spettatore, ma anche di una generazione, di Anna Laura, di tutti. È veramente l´uscita dal buio».
E questo ricreare nell´appartamento rituali borghesi, con i brigatisti riuniti a tavola per la cena, la vivandiera che scodella la minestra, il "padre" rinchiuso nello sgabuzzino...
«Penso che sia il linguaggio di Bellocchio, il suo modo di esprimersi e di narrare. A colpirmi di più in questo film è invece il fatto che noi abbiamo sperato di poter uscire da quegli anni attraverso una soluzione politica, senza mai riuscirci davvero. Quello che sta succedendo adesso in Italia è che viene fuori una soluzione artistica. Giordana con "La meglio gioventù", Bertolucci con "The Dreamers", "Bellocchio con "Buongiorno, notte", in parte anche Benvenuti con "Segreti di stato", ci permettono di affrontare attraverso il cinema cose che non erano state mai risolte in termini politici».
Alle 22, invece, Paola Tavella sarà alla sala Sivori, dove è stato aperto in questi giorni un bookshop di libri di cinema: la chiacchierata con gli spettatori avrà luogo prima dell´ultimo spettacolo di "Buongiorno, notte".
lunedì 15 settembre 2003
***la lettera di Marco Bellocchio in prima pagina sulla Repubblica del 15.9.03
(segnalato da Simona Facchini - l'articolo di Mario Pirani, a cui questa lettera si riferisce - è disponibile in questo blog, qui sotto, alla data del 12.9)
La Repubblica 15.9.03 PRIMA PAGINA
IL CORAGGIO DI ANDARE OLTRE LA STORIA
Un film sceglie un punto di vista uno sguardo: può anche omettere
Ma sulle Br ho un'idea precisa in "Buongiorno notte": si dice che infatti sono "folli e stupide"
di MARCO BELLOCCHIO
Il successo di un film nelle sale non fa giustizia delle critiche, certo. Sono due circostanze distinte, camminano su strade separate. "Buongiorno, notte" gode dell´attenzione del pubblico, e - insieme - suscita apprezzamenti e critiche che mi sembrano, in questo caso, aver rotto i fronti tradizionali. Contro "L'ora di religione" il mondo cattolico si schierò in modo omogeneo, compatto. Sul film che narra degli ultimi giorni di Aldo Moro destra centro e sinistra politiche hanno reagito in modo non scontato né prevedibile: i blocchi, mi pare, sono scomparsi. Si è detto: è un film indulgente coi terroristi. La premessa è: a cinema politico, giudizio politico. Non nego che il mio film sia politico, tuttavia non ho inteso sposare alcuna tesi. Mi sono orientato leggendo, ricordando. Poi - con un salto nel vuoto, a rischio - ho seguito il mio istinto. Capisco che a Mario Pirani interessi fare delle riflessioni di tipo politico sulla linea della fermezza. Ho un´opinione personale al riguardo, e sebbene non credo che conti molto la espongo: anche in situazioni disperate metterei al primo posto il valore della vita di un uomo.
Ho letto che i terroristi dovrebbero nascondersi, sparire: sparire forse come topi? Farsi frati? Erano e sono esseri umani: non sono io chi deve dare un giudizio sulla sincerità dei loro racconti sui fatti di allora, né sulle loro parole di adesso. Mi sono ispirato a un libro con grande libertà. Sento che Adriana Faranda dice: ha capito di noi cose che noi stessi non avevamo capito [cfr l'intervista dell'Unità a Adriana Faranda, più sotto in questo blog. ndr]. Non posso sapere se sia vero, trovo però qualcosa che accomuna le parole dei terroristi (Faranda, Braghetti, Morucci) e quelle di Giovanni Moro [c.s. ndr]: la non aderenza alla verità storica restituisce una verità più profonda. Moro ha detto, più o meno: non importa se i dettagli sono attendibili, la figura di mio padre somiglia all´uomo che era, anzi "per infedeltà" l'approfondisce. È questo, il punto: l'elaborazione artistica deve riconoscersi la libertà di rappresentare. Si è anche detto, poi: è un film indulgente con Moro. Non tiene conto del clima di quegli anni, del fatto per esempio che una parte del Paese plaudì apertamente all'omicidio. Non mi sembra: nell'economia del film c'è la televisione, un personaggio molto rilevante, una presenza costante nel covo che ha la funzione di mescolare la realtà storica con la finzione cinematografica. La tv restituisce forte la realtà: dai volti pallidi e impotenti dei politici dell'epoca, per esempio, Pirani desume un mio giudizio sulla storia. Poi: un film sceglie un punto di vista, uno sguardo. Può omettere anche molto della cronaca. Andreotti dice che il Vaticano era pronto a pagare il riscatto. Ho letto nei testi su cui ho lavorato per la sceneggiatura che i brigatisti dicono che avrebbero rifiutato il denaro. C'era un´offerta di 50 miliardi che sarebbe passata dal Vaticano. In una prima stesura del film c´era una scena in cui il Mariano che somiglia a Moretti dice: «Non possiamo monetizzare la trattativa». Volevano un riconoscimento politico, non i soldi. Nel film di tutto questo resta appena traccia, l'idea da molti studiosi argomentata che Andreotti abbia suggerito al Santo Padre la versione «liberatelo senza condizioni» è rimasta nella scena in cui il papa riceve un foglietto. Quand'anche ci fosse stata la possibilità di pagare un riscatto, credo, non sarebbe stata quella la via per la salvezza di Moro. Ho fatto un film: chi va a vederlo credo cerchi e forse trovi un'emozione, un coinvolgimento. Non un ragionamento storico politico. Ho sentito dire che mi sarei rassegnato, invecchiando, a un revisionismo buonista: non butto più mia madre in un burrone, sto dalla parte del padre. Non mi sento affatto un riconciliato, invece. Non credo che il problema sia perdonare, o riscrivere la storia dicendo che non c'erano né buoni né cattivi. Ho un'idea molto precisa, piuttosto: nel film delle Br si dice "folli e stupide", è una definizione in cui credo. Moro, nella sua moderazione democristiana, aveva una percezione della realtà molto più nitida, concreta, umana della loro. Ero nettamente contro le Br allora, lo sono oggi che il terrorismo è fuori dalla storia. Non per questo ho scelto il partito dei padri che vanno eternamente assolti e subiti: certo non credo più come forse a 25 anni che buttare la madre da un burrone possa essere la soluzione, ma credo in una dimensione di rifiuto che preveda il rispetto della legalità. Questo, molto in scala ridotta, vale anche per quello strano premio che mi hanno assegnato a Venezia. Rispetto le regole del concorso, non ho buttato il premio in Laguna. Mi sono riconosciuto la libertà di un rifiuto, però. In questo caso, neanche di un gran rifiuto: solo la libertà di festeggiare a Roma il film con tanti amici, la sera della premiazione. Senza offendere nessuno.
La Repubblica 15.9.03 PRIMA PAGINA
IL CORAGGIO DI ANDARE OLTRE LA STORIA
Un film sceglie un punto di vista uno sguardo: può anche omettere
Ma sulle Br ho un'idea precisa in "Buongiorno notte": si dice che infatti sono "folli e stupide"
di MARCO BELLOCCHIO
Il successo di un film nelle sale non fa giustizia delle critiche, certo. Sono due circostanze distinte, camminano su strade separate. "Buongiorno, notte" gode dell´attenzione del pubblico, e - insieme - suscita apprezzamenti e critiche che mi sembrano, in questo caso, aver rotto i fronti tradizionali. Contro "L'ora di religione" il mondo cattolico si schierò in modo omogeneo, compatto. Sul film che narra degli ultimi giorni di Aldo Moro destra centro e sinistra politiche hanno reagito in modo non scontato né prevedibile: i blocchi, mi pare, sono scomparsi. Si è detto: è un film indulgente coi terroristi. La premessa è: a cinema politico, giudizio politico. Non nego che il mio film sia politico, tuttavia non ho inteso sposare alcuna tesi. Mi sono orientato leggendo, ricordando. Poi - con un salto nel vuoto, a rischio - ho seguito il mio istinto. Capisco che a Mario Pirani interessi fare delle riflessioni di tipo politico sulla linea della fermezza. Ho un´opinione personale al riguardo, e sebbene non credo che conti molto la espongo: anche in situazioni disperate metterei al primo posto il valore della vita di un uomo.
Ho letto che i terroristi dovrebbero nascondersi, sparire: sparire forse come topi? Farsi frati? Erano e sono esseri umani: non sono io chi deve dare un giudizio sulla sincerità dei loro racconti sui fatti di allora, né sulle loro parole di adesso. Mi sono ispirato a un libro con grande libertà. Sento che Adriana Faranda dice: ha capito di noi cose che noi stessi non avevamo capito [cfr l'intervista dell'Unità a Adriana Faranda, più sotto in questo blog. ndr]. Non posso sapere se sia vero, trovo però qualcosa che accomuna le parole dei terroristi (Faranda, Braghetti, Morucci) e quelle di Giovanni Moro [c.s. ndr]: la non aderenza alla verità storica restituisce una verità più profonda. Moro ha detto, più o meno: non importa se i dettagli sono attendibili, la figura di mio padre somiglia all´uomo che era, anzi "per infedeltà" l'approfondisce. È questo, il punto: l'elaborazione artistica deve riconoscersi la libertà di rappresentare. Si è anche detto, poi: è un film indulgente con Moro. Non tiene conto del clima di quegli anni, del fatto per esempio che una parte del Paese plaudì apertamente all'omicidio. Non mi sembra: nell'economia del film c'è la televisione, un personaggio molto rilevante, una presenza costante nel covo che ha la funzione di mescolare la realtà storica con la finzione cinematografica. La tv restituisce forte la realtà: dai volti pallidi e impotenti dei politici dell'epoca, per esempio, Pirani desume un mio giudizio sulla storia. Poi: un film sceglie un punto di vista, uno sguardo. Può omettere anche molto della cronaca. Andreotti dice che il Vaticano era pronto a pagare il riscatto. Ho letto nei testi su cui ho lavorato per la sceneggiatura che i brigatisti dicono che avrebbero rifiutato il denaro. C'era un´offerta di 50 miliardi che sarebbe passata dal Vaticano. In una prima stesura del film c´era una scena in cui il Mariano che somiglia a Moretti dice: «Non possiamo monetizzare la trattativa». Volevano un riconoscimento politico, non i soldi. Nel film di tutto questo resta appena traccia, l'idea da molti studiosi argomentata che Andreotti abbia suggerito al Santo Padre la versione «liberatelo senza condizioni» è rimasta nella scena in cui il papa riceve un foglietto. Quand'anche ci fosse stata la possibilità di pagare un riscatto, credo, non sarebbe stata quella la via per la salvezza di Moro. Ho fatto un film: chi va a vederlo credo cerchi e forse trovi un'emozione, un coinvolgimento. Non un ragionamento storico politico. Ho sentito dire che mi sarei rassegnato, invecchiando, a un revisionismo buonista: non butto più mia madre in un burrone, sto dalla parte del padre. Non mi sento affatto un riconciliato, invece. Non credo che il problema sia perdonare, o riscrivere la storia dicendo che non c'erano né buoni né cattivi. Ho un'idea molto precisa, piuttosto: nel film delle Br si dice "folli e stupide", è una definizione in cui credo. Moro, nella sua moderazione democristiana, aveva una percezione della realtà molto più nitida, concreta, umana della loro. Ero nettamente contro le Br allora, lo sono oggi che il terrorismo è fuori dalla storia. Non per questo ho scelto il partito dei padri che vanno eternamente assolti e subiti: certo non credo più come forse a 25 anni che buttare la madre da un burrone possa essere la soluzione, ma credo in una dimensione di rifiuto che preveda il rispetto della legalità. Questo, molto in scala ridotta, vale anche per quello strano premio che mi hanno assegnato a Venezia. Rispetto le regole del concorso, non ho buttato il premio in Laguna. Mi sono riconosciuto la libertà di un rifiuto, però. In questo caso, neanche di un gran rifiuto: solo la libertà di festeggiare a Roma il film con tanti amici, la sera della premiazione. Senza offendere nessuno.
***la recensione di Buongiorno, notte sul Domenicale del Sole 24ore del 14.9.03
(ricevuto da Elio)
il Sole 24 Ore - Domenicale - 14 settembre 2003
‹‹Buongiorno, notte›› di Marco Bellocchio è un viaggio nelle motivazioni di una generazione in rivolta
Moro, un padre da uccidere
di Roberto Escobar
‹‹Sarebbero capaci di uccidere la loro madre››, dice Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio) a Chiara (la brava Maya Sansa). Il soggetto di questa frase terribile sono i complici di Chiara, che da settimane tengono prigioniero Aldo Moro (Roberto Herlitzka). Proprio questo fa l’Alessandro di I pugni in tasca (1965): uccide la propria madre, e con lei taglia le proprie radici. In quel suo primo e grande film Marco Bellocchio raccontava la rivolta di una generazione, e insieme metteva in scena quella che, allora, si usava chiamare dissoluzione della società borghese. Lo faceva, ancora, attraverso la metafora della malattia di una famiglia, e anzi della famiglia, che di quella società sembrava all’esprit du temps l’istituzione più avvelenata.
Sono dunque tristi eredi di Alessandro i terroristi che Bellocchio osserva in Buongiorno, notte (Italia, 2003, 105’)? Non è forse il padre quello che processano e uccidono, processando e uccidendo Moro? La domanda segna, almeno in parte, il cuore e il valore del film. Li segna nel suo lato biografico, e li segna anche in quello più strettamente cinematografico. Se Bellocchio può scrivere e girare un’opera tanto leggera e diretta, e insieme tanto profonda e tenera, lo deve alla rabbia espressiva d’allora, a quella sua affilata crudeltà di immagini.
In questo senso, I pugni in tasca si "compie" oggi, quarant’anni dopo. Oggi, infatti, la sua antica rabbia crudele è arrivata a maturità. Era esteriore, urlata e perentoria come uno slogan, e s’è fatta interiore, quieta, meditata. Alla furia apodittica della verità ha sostituito la fatica e il coraggio del discorso, della parola e dell’immagine che attraversano le esperienze, e che se ne lasciano volentieri mutare. C’è però qualcosa che da allora non è cambiato, in Buongiorno, notte, e che il tempo ha reso anzi più sicuro, più; netto. Lo sguardo di Bellocchio ha ancora la stessa crudele sincerità del suo Alessandro, solo alleggerita e resa più intelligente da una nuova – e certo a lungo cercata – capacità di riflessione, di apertura alla molteplice complessità della vita.
Nel 1965, Alessandro faceva di quello sguardo uno strumento di morte, che dirigeva contro se stesso mentre lo dirigeva contro le proprie radici. Film dopo film, Bellocchio è arrivato a farne uno strumento di vita. Ma lo ha fatto non rinnegandone la memoria. Al contrario, le ha tenuto fede, e in questo modo ha tenuto fede a se stesso. In Buongiomo, notte, la metafora di I pugni in tasca – che, in quanto cinema, non è realtà, ma immaginazione –, quella metafora dunque s’è sciolta e manifestata proprio in uno sguardo: in quello finalmente trepido e commosso di Chiara alla fine del film.
Certo, quella metafora si è sciolta e manifestata anche nello sguardo ben diverso dei suoi complici (e di lei stessa, nella prima parte di Buongiorno, notte). Uno sguardo di ghiaccio, il loro: rigido, morto. Nelle loro biografie s’è appunto sciolta e manifestata una delle possibilità contenute nella rabbia e nella ribellione di Alessandro: la verità e lo slogan hanno ucciso il piacere e il coraggio del discorso, uccidendo così la loro intelligenza politica, oltre che morale. Serrati in una corazza ideologica e psicologica, quegli uomini possono uccidere la loro vittima solo perché essi stessi, i persecutori, sono morti, incapaci di ascoltare e, dunque, di comprendere e parlare. Così capita a ogni assassino in buona coscienza, a qualunque slogan affidi il proprio diritto storico a uccidere.
Chiara, invece, si trova a scegliere fra la morte e la vita. Non a caso, quando i complici giungono con il loro prigioniero, lei è materialmente presa fra due opposte possibilità: obbedire e cedere al suo ruolo di carceriera e assassina, oppure lasciarsi vincere dalla vita e prestare attenzione al figlio che una vicina le ha lasciato in custodia. In questa urgenza concreta, la macchina da presa la segue e la scruta, ponendo appunto "materialmente" la questione morale e individuale che la donna si deciderà poi ad assumere su di sé, soffrendola. La sua decisione avrà l’autonomia e la ricchezza umana e morale che mancano ai suoi complici.
Certo, tutto questo non è reale, ma immaginario. D’altra parte Bellocchio non è uno storico, ma un autore (il suo film, tra l’altro, ha il titolo di una sceneggiatura scritta da Ernesto). E dagli autori ci attendiamo ben più della realtà: ci attendiamo la capacità di illuminare mondi possibili, ma non per questo meno profondi. In ogni caso, quando – alla fine del film, e contro ogni realtà – Moro esce vivo dalla prigione, a noi piace immaginare che, giovane e crudelmente sincero come tanto tempo fa, Alessandro sorrida con lui.
=====
Luigi Paini:
La meglio gioventù ha trovato sul suo cammino l’orrore del terrorismo. Ne è stata lacerata, perdendo per sempre l’innocenza. L’utopia si è fatta incubo, con il dolore inflitto agli innocenti, in nome di un’ideologia nata come sogno di liberazione, naufragata nei lugubri riti di esseri demoniaci, autospossessati della propria soggettività.
Destino crudele, che ha disseminato l’Italia di stragi. Destino assurdo che pochi, prima di Marco Bellocchio, hanno avuto il coraggio di guardare in modo così profondo. Buongiorno, notte: il verso di Emily Dickinson (che suona in realtà "Buongiorno, mezzanotte") incarna l’atroce contraddizione della luce e del buio, della speranza e del male irreparabile. E sono gli occhi di una donna, la giovane bibliotecaria Chiara (Maya Sansa), quelli scelti dal regista per farci osservare e partecipare all’orrore del sequestro di Aldo Moro.
Chiara è una delle carceriere del presidente della Democrazia cristiana, una normalissima ragazza che, per motivi tortuosi e alla fine insondabili, ha scelto la lotta armata. Chiara e i suoi compagni sono diventati dei mostri, dei demoni, eppure non se ne rendono conto. Certi di avere un compito storico da portare avanti, proseguono senza indugi nel loro sciagurato cammino. Ma Chiara comincia ad avere dei dubbi. Qualcosa di confuso, che appare soprattutto nei sogni, dove si mischiano epopee rivoluzionarie, ricordi infantili e barlumi di lucidità; qualcosa di viscerale, che si manifesta con le lacrime quando Moro legge il suo disperato messaggio a Paolo VI.
Bellocchio scava impietosamente, ci fa penetrare in quell’appartamento in cui si consuma il delitto, riapre ferite e domande dolorose. Con la lucidità dei Pugni in tasca, con il disincanto di L’ora di religione, con il rimpianto di un giorno che si è fatto vincere dalla notte.
il Sole 24 Ore - Domenicale - 14 settembre 2003
‹‹Buongiorno, notte›› di Marco Bellocchio è un viaggio nelle motivazioni di una generazione in rivolta
Moro, un padre da uccidere
di Roberto Escobar
‹‹Sarebbero capaci di uccidere la loro madre››, dice Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio) a Chiara (la brava Maya Sansa). Il soggetto di questa frase terribile sono i complici di Chiara, che da settimane tengono prigioniero Aldo Moro (Roberto Herlitzka). Proprio questo fa l’Alessandro di I pugni in tasca (1965): uccide la propria madre, e con lei taglia le proprie radici. In quel suo primo e grande film Marco Bellocchio raccontava la rivolta di una generazione, e insieme metteva in scena quella che, allora, si usava chiamare dissoluzione della società borghese. Lo faceva, ancora, attraverso la metafora della malattia di una famiglia, e anzi della famiglia, che di quella società sembrava all’esprit du temps l’istituzione più avvelenata.
Sono dunque tristi eredi di Alessandro i terroristi che Bellocchio osserva in Buongiorno, notte (Italia, 2003, 105’)? Non è forse il padre quello che processano e uccidono, processando e uccidendo Moro? La domanda segna, almeno in parte, il cuore e il valore del film. Li segna nel suo lato biografico, e li segna anche in quello più strettamente cinematografico. Se Bellocchio può scrivere e girare un’opera tanto leggera e diretta, e insieme tanto profonda e tenera, lo deve alla rabbia espressiva d’allora, a quella sua affilata crudeltà di immagini.
In questo senso, I pugni in tasca si "compie" oggi, quarant’anni dopo. Oggi, infatti, la sua antica rabbia crudele è arrivata a maturità. Era esteriore, urlata e perentoria come uno slogan, e s’è fatta interiore, quieta, meditata. Alla furia apodittica della verità ha sostituito la fatica e il coraggio del discorso, della parola e dell’immagine che attraversano le esperienze, e che se ne lasciano volentieri mutare. C’è però qualcosa che da allora non è cambiato, in Buongiorno, notte, e che il tempo ha reso anzi più sicuro, più; netto. Lo sguardo di Bellocchio ha ancora la stessa crudele sincerità del suo Alessandro, solo alleggerita e resa più intelligente da una nuova – e certo a lungo cercata – capacità di riflessione, di apertura alla molteplice complessità della vita.
Nel 1965, Alessandro faceva di quello sguardo uno strumento di morte, che dirigeva contro se stesso mentre lo dirigeva contro le proprie radici. Film dopo film, Bellocchio è arrivato a farne uno strumento di vita. Ma lo ha fatto non rinnegandone la memoria. Al contrario, le ha tenuto fede, e in questo modo ha tenuto fede a se stesso. In Buongiomo, notte, la metafora di I pugni in tasca – che, in quanto cinema, non è realtà, ma immaginazione –, quella metafora dunque s’è sciolta e manifestata proprio in uno sguardo: in quello finalmente trepido e commosso di Chiara alla fine del film.
Certo, quella metafora si è sciolta e manifestata anche nello sguardo ben diverso dei suoi complici (e di lei stessa, nella prima parte di Buongiorno, notte). Uno sguardo di ghiaccio, il loro: rigido, morto. Nelle loro biografie s’è appunto sciolta e manifestata una delle possibilità contenute nella rabbia e nella ribellione di Alessandro: la verità e lo slogan hanno ucciso il piacere e il coraggio del discorso, uccidendo così la loro intelligenza politica, oltre che morale. Serrati in una corazza ideologica e psicologica, quegli uomini possono uccidere la loro vittima solo perché essi stessi, i persecutori, sono morti, incapaci di ascoltare e, dunque, di comprendere e parlare. Così capita a ogni assassino in buona coscienza, a qualunque slogan affidi il proprio diritto storico a uccidere.
Chiara, invece, si trova a scegliere fra la morte e la vita. Non a caso, quando i complici giungono con il loro prigioniero, lei è materialmente presa fra due opposte possibilità: obbedire e cedere al suo ruolo di carceriera e assassina, oppure lasciarsi vincere dalla vita e prestare attenzione al figlio che una vicina le ha lasciato in custodia. In questa urgenza concreta, la macchina da presa la segue e la scruta, ponendo appunto "materialmente" la questione morale e individuale che la donna si deciderà poi ad assumere su di sé, soffrendola. La sua decisione avrà l’autonomia e la ricchezza umana e morale che mancano ai suoi complici.
Certo, tutto questo non è reale, ma immaginario. D’altra parte Bellocchio non è uno storico, ma un autore (il suo film, tra l’altro, ha il titolo di una sceneggiatura scritta da Ernesto). E dagli autori ci attendiamo ben più della realtà: ci attendiamo la capacità di illuminare mondi possibili, ma non per questo meno profondi. In ogni caso, quando – alla fine del film, e contro ogni realtà – Moro esce vivo dalla prigione, a noi piace immaginare che, giovane e crudelmente sincero come tanto tempo fa, Alessandro sorrida con lui.
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Luigi Paini:
La meglio gioventù ha trovato sul suo cammino l’orrore del terrorismo. Ne è stata lacerata, perdendo per sempre l’innocenza. L’utopia si è fatta incubo, con il dolore inflitto agli innocenti, in nome di un’ideologia nata come sogno di liberazione, naufragata nei lugubri riti di esseri demoniaci, autospossessati della propria soggettività.
Destino crudele, che ha disseminato l’Italia di stragi. Destino assurdo che pochi, prima di Marco Bellocchio, hanno avuto il coraggio di guardare in modo così profondo. Buongiorno, notte: il verso di Emily Dickinson (che suona in realtà "Buongiorno, mezzanotte") incarna l’atroce contraddizione della luce e del buio, della speranza e del male irreparabile. E sono gli occhi di una donna, la giovane bibliotecaria Chiara (Maya Sansa), quelli scelti dal regista per farci osservare e partecipare all’orrore del sequestro di Aldo Moro.
Chiara è una delle carceriere del presidente della Democrazia cristiana, una normalissima ragazza che, per motivi tortuosi e alla fine insondabili, ha scelto la lotta armata. Chiara e i suoi compagni sono diventati dei mostri, dei demoni, eppure non se ne rendono conto. Certi di avere un compito storico da portare avanti, proseguono senza indugi nel loro sciagurato cammino. Ma Chiara comincia ad avere dei dubbi. Qualcosa di confuso, che appare soprattutto nei sogni, dove si mischiano epopee rivoluzionarie, ricordi infantili e barlumi di lucidità; qualcosa di viscerale, che si manifesta con le lacrime quando Moro legge il suo disperato messaggio a Paolo VI.
Bellocchio scava impietosamente, ci fa penetrare in quell’appartamento in cui si consuma il delitto, riapre ferite e domande dolorose. Con la lucidità dei Pugni in tasca, con il disincanto di L’ora di religione, con il rimpianto di un giorno che si è fatto vincere dalla notte.
il processo Franzoni
Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione 15.9.03
«Processate la Franzoni»
Domani l'ora della verità
TORINO — Domani ad Aosta, a un anno e otto mesi dall'omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, il delitto di Cogne approderà in tribunale per l'udienza preliminare. Il gup Eugenio Gramola dovrà stabilire se rinviare a giudizio Anna Maria Franzoni, la madre del bimbo ucciso, indagata per omicidio volontario aggravato. Sarà un'udienza tecnica: la Franzoni non dovrebbe essere presente, mentre in aula si affronteranno il suo legale, l'avvocato Carlo Taormina, e l'accusa, rappresentata dal pm Pasquale Longarini.
Accusa e difesa
Il caso di Cogne comincia la mattina del 30 gennaio 2002, quando in una villetta del paesino valdostano viene ucciso il piccolo Samuele, 3 anni, figlio di un consigliere comunale di Cogne, Stefano Lorenzi, e di Anna Maria Franzoni. Il bimbo viene trovato in camera dei genitori, steso sul letto, ferito alla testa con 17 colpi. A dare l'allarme è la madre, rientrata in casa dopo aver accompagnato l'altro figlio, Davide, alla fermata dello scuolabus. Annamaria Franzoni chiama il 118 e chiede subito aiuto a una vicina di casa, Daniela Ferrod, e al medico del paese, la psichiatra Ada Satragni, che presta i primi soccorsi a Samuele.
I carabinieri e il pm Stefania Cugge, con il procuratore capo di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo, cominciano a sentire parenti e vicini. Dopo qualche giorno la procura incarica il Ris di Parma di compiere i rilievi scientifici sul luogo del delitto. La famiglia Lorenzi nomina come legale l'ex vicepresidente del Csm, il torinese Carlo Federico Grosso. Sarà lui il primo difensore della Franzoni che, il 14 marzo, su ordine del gip di Aosta, Fabrizio Gandini, viene arrestata per l'omicidio e portata nel carcere di Torino. La difesa fa ricorso al tribunale del riesame che, il 30 marzo, annulla l'ordinanza del gip, non ritenendo sussistenti i gravi indizi e ordina di scarcerare la donna.
Ma la procura di Aosta ricorre in Cassazione e il 10 giugno la prima sezione della Suprema Corte annulla la decisione del riesame di Torino, rimandando il caso a un altro collegio giudicante che, il 4 ottobre, legittima l'arresto. La Franzoni resta però libera, in attesa che la Cassazione si pronunci sul ricorso presentato dalla difesa assunta, intanto, dall'avvocato Taormina. Nel frattempo, voci poi confermate in una trasmissione tv parlano di una nuova gravidanza della Franzoni che, il 26 gennaio scorso,partorisce il terzo figlio, Gioele.
«Capace d'intendere»
Pochi giorni dopo, il 10 febbraio, il gip Gandini revoca l'ordinanza di custodia ritenendo superate le esigenze cautelari e il 3 luglio arriva dalla procura la richiesta di rinvio a giudizio per la Franzoni che, nel corso dell'inchiesta, è stata sottoposta a perizia psichiatrica e giudicata capace di intendere e di volere.
In questi mesi la battaglia, anche mediatica, fra accusa e difesa non si è mai fermata. Da un lato le tesi dei carabinieri del Ris, usate dalla procura come elemento d'accusa; dall'altro quelle della difesa, affidate all'Istituto europeo di Medicina legale e Scienze forensi, che avrebbero raggiunto risultati opposti. I punti su cui le due parti si scontrano sono l'orario del delitto, il pigiama e gli zoccoli della Franzoni, la posizione dell'assassino e il numero di colpi inferti con un'arma che non è mai stata trovata.
r. i.
«Processate la Franzoni»
Domani l'ora della verità
TORINO — Domani ad Aosta, a un anno e otto mesi dall'omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, il delitto di Cogne approderà in tribunale per l'udienza preliminare. Il gup Eugenio Gramola dovrà stabilire se rinviare a giudizio Anna Maria Franzoni, la madre del bimbo ucciso, indagata per omicidio volontario aggravato. Sarà un'udienza tecnica: la Franzoni non dovrebbe essere presente, mentre in aula si affronteranno il suo legale, l'avvocato Carlo Taormina, e l'accusa, rappresentata dal pm Pasquale Longarini.
Accusa e difesa
Il caso di Cogne comincia la mattina del 30 gennaio 2002, quando in una villetta del paesino valdostano viene ucciso il piccolo Samuele, 3 anni, figlio di un consigliere comunale di Cogne, Stefano Lorenzi, e di Anna Maria Franzoni. Il bimbo viene trovato in camera dei genitori, steso sul letto, ferito alla testa con 17 colpi. A dare l'allarme è la madre, rientrata in casa dopo aver accompagnato l'altro figlio, Davide, alla fermata dello scuolabus. Annamaria Franzoni chiama il 118 e chiede subito aiuto a una vicina di casa, Daniela Ferrod, e al medico del paese, la psichiatra Ada Satragni, che presta i primi soccorsi a Samuele.
I carabinieri e il pm Stefania Cugge, con il procuratore capo di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo, cominciano a sentire parenti e vicini. Dopo qualche giorno la procura incarica il Ris di Parma di compiere i rilievi scientifici sul luogo del delitto. La famiglia Lorenzi nomina come legale l'ex vicepresidente del Csm, il torinese Carlo Federico Grosso. Sarà lui il primo difensore della Franzoni che, il 14 marzo, su ordine del gip di Aosta, Fabrizio Gandini, viene arrestata per l'omicidio e portata nel carcere di Torino. La difesa fa ricorso al tribunale del riesame che, il 30 marzo, annulla l'ordinanza del gip, non ritenendo sussistenti i gravi indizi e ordina di scarcerare la donna.
Ma la procura di Aosta ricorre in Cassazione e il 10 giugno la prima sezione della Suprema Corte annulla la decisione del riesame di Torino, rimandando il caso a un altro collegio giudicante che, il 4 ottobre, legittima l'arresto. La Franzoni resta però libera, in attesa che la Cassazione si pronunci sul ricorso presentato dalla difesa assunta, intanto, dall'avvocato Taormina. Nel frattempo, voci poi confermate in una trasmissione tv parlano di una nuova gravidanza della Franzoni che, il 26 gennaio scorso,partorisce il terzo figlio, Gioele.
«Capace d'intendere»
Pochi giorni dopo, il 10 febbraio, il gip Gandini revoca l'ordinanza di custodia ritenendo superate le esigenze cautelari e il 3 luglio arriva dalla procura la richiesta di rinvio a giudizio per la Franzoni che, nel corso dell'inchiesta, è stata sottoposta a perizia psichiatrica e giudicata capace di intendere e di volere.
In questi mesi la battaglia, anche mediatica, fra accusa e difesa non si è mai fermata. Da un lato le tesi dei carabinieri del Ris, usate dalla procura come elemento d'accusa; dall'altro quelle della difesa, affidate all'Istituto europeo di Medicina legale e Scienze forensi, che avrebbero raggiunto risultati opposti. I punti su cui le due parti si scontrano sono l'orario del delitto, il pigiama e gli zoccoli della Franzoni, la posizione dell'assassino e il numero di colpi inferti con un'arma che non è mai stata trovata.
r. i.
domenica 14 settembre 2003
La Provincia
La Provincia 14.9.03
RECENSIONI / CINEMA
Profondo
Brigatisti e Moro: tutti prigionieri nel «covo» di Roma
di Bernardino Marinoni
Buongiorno, notte: il titolo bellissimo è l’adattamento di un verso di Emily Dickinson citato nel film di Marco Bellocchio da uno dei pochissimi personaggi estranei al drappello dei carcerieri di Aldo Moro nei 55 giorni di via Gradoli, pressoché assoluta unità di luogo e di tempo dell’opera. Non il caso Moro, con eventuali dinamiche e misteri dietologici, ma Aldo Moro attraverso lo sguardo dei terroristi in una rifrazione agghiacciante perché rivela, da una parte e dall’altra, le persone piuttosto che i simboli che rappresentano o ritengono di rappresentare. Per questo il film si sgancia dalle preoccupazioni documentarie, salvo voci e immagini di telegiornali, senza però sacrificare la verosimiglianza della casa-prigione, divenuta tale per tutti, il prigioniero e i suoi custodi: non solo l’assillo strenuo della clandestinità, ma soprattutto l’incrinatura delle certezze di combattenti della rivoluzione che vedono i miti infrangersi nella violenza di un omicidio cui non sanno sottrarsi. Il sospetto prossimo alla consapevolezza del fallimento è depositato nel film negli occhi della sola donna del gruppo di brigatisti: Maya Sansa l’interpreta occultando appena lo sgomento di una visione nuova e diversa di immagini di trionfalismi rivoluzionari mentre sulle sequenze di Rossellini che Bellocchio cita le lettere di Moro si sovrappongono a quelle dei condannati a morte della Resistenza. L’emozione è un istante di rara intensità in un film che procede con una precisione quasi paradossale tra personaggi che sono reali e immaginari nello stesso tempo, dove una proiezione di Moro si aggira nell’appartamento, fuori dal loculo drappeggiato con la stella a cinque punte, con le minute premure di un padre, di un nonno. Per qualche attimo desideri convergenti in quella prigione prendono la consistenza del cinema, che è quella dei sogni, mentre la grottesca velleità dei proclami di giustizia proletaria manifesta la follia incistata nel covo dei terroristi, nel chiuso di un appartamento incupito, plumbeo giusto come quegli anni. E’ il film di Bellocchio a farvi una sua luce con la chiarezza dell’errore ancora prima e forse più dell’orrore dell’assassinio di Moro, di cui la tv mostra i funerali mentre Roberto Herlitzka, che interpreta lo statista con un’adesione del tutto umana lo lascia andare solo e stupito appena accelerando il passo sulla musica di Schubert in un mattino immaginario di libertà.
La Provincia Pavese 14.9.03
Primavisione: Bellocchio aiuta a riflettere
"Buongiorno notte": pellicola emozionante con un grande Roberto Herlitzka
PAVIA. I giorni della prigionia di Aldo Moro e del dubbio sulla necessità dello Stato di trattare o meno con i terroristi, visti dalla parte dei sequestratori, con un occhio al malessere e all'inquietudine interiore di quegli anni.
In Buongiorno, notte Marco Bellocchio riesce a rievocare quell'episodio oscuro, raccontando il fallimento di una disperata ideologia e parlando dei singoli che, senza saperlo, contribuirono a costruirla, oppure la subirono. E la politica? Rimane ai margini. Come le facce di quei notabili Dc che assistono alle esequie dello statista, restando muti interlocutori della Storia. Un film teso, emozionante, illuminante, di lineare semplicità e sottilmente complesso, interpretato con vibratile lucidità da Maya Sansa e da un grande Roberto Herlitzka.
(...)
RECENSIONI / CINEMA
Profondo
Brigatisti e Moro: tutti prigionieri nel «covo» di Roma
di Bernardino Marinoni
Buongiorno, notte: il titolo bellissimo è l’adattamento di un verso di Emily Dickinson citato nel film di Marco Bellocchio da uno dei pochissimi personaggi estranei al drappello dei carcerieri di Aldo Moro nei 55 giorni di via Gradoli, pressoché assoluta unità di luogo e di tempo dell’opera. Non il caso Moro, con eventuali dinamiche e misteri dietologici, ma Aldo Moro attraverso lo sguardo dei terroristi in una rifrazione agghiacciante perché rivela, da una parte e dall’altra, le persone piuttosto che i simboli che rappresentano o ritengono di rappresentare. Per questo il film si sgancia dalle preoccupazioni documentarie, salvo voci e immagini di telegiornali, senza però sacrificare la verosimiglianza della casa-prigione, divenuta tale per tutti, il prigioniero e i suoi custodi: non solo l’assillo strenuo della clandestinità, ma soprattutto l’incrinatura delle certezze di combattenti della rivoluzione che vedono i miti infrangersi nella violenza di un omicidio cui non sanno sottrarsi. Il sospetto prossimo alla consapevolezza del fallimento è depositato nel film negli occhi della sola donna del gruppo di brigatisti: Maya Sansa l’interpreta occultando appena lo sgomento di una visione nuova e diversa di immagini di trionfalismi rivoluzionari mentre sulle sequenze di Rossellini che Bellocchio cita le lettere di Moro si sovrappongono a quelle dei condannati a morte della Resistenza. L’emozione è un istante di rara intensità in un film che procede con una precisione quasi paradossale tra personaggi che sono reali e immaginari nello stesso tempo, dove una proiezione di Moro si aggira nell’appartamento, fuori dal loculo drappeggiato con la stella a cinque punte, con le minute premure di un padre, di un nonno. Per qualche attimo desideri convergenti in quella prigione prendono la consistenza del cinema, che è quella dei sogni, mentre la grottesca velleità dei proclami di giustizia proletaria manifesta la follia incistata nel covo dei terroristi, nel chiuso di un appartamento incupito, plumbeo giusto come quegli anni. E’ il film di Bellocchio a farvi una sua luce con la chiarezza dell’errore ancora prima e forse più dell’orrore dell’assassinio di Moro, di cui la tv mostra i funerali mentre Roberto Herlitzka, che interpreta lo statista con un’adesione del tutto umana lo lascia andare solo e stupito appena accelerando il passo sulla musica di Schubert in un mattino immaginario di libertà.
La Provincia Pavese 14.9.03
Primavisione: Bellocchio aiuta a riflettere
"Buongiorno notte": pellicola emozionante con un grande Roberto Herlitzka
PAVIA. I giorni della prigionia di Aldo Moro e del dubbio sulla necessità dello Stato di trattare o meno con i terroristi, visti dalla parte dei sequestratori, con un occhio al malessere e all'inquietudine interiore di quegli anni.
In Buongiorno, notte Marco Bellocchio riesce a rievocare quell'episodio oscuro, raccontando il fallimento di una disperata ideologia e parlando dei singoli che, senza saperlo, contribuirono a costruirla, oppure la subirono. E la politica? Rimane ai margini. Come le facce di quei notabili Dc che assistono alle esequie dello statista, restando muti interlocutori della Storia. Un film teso, emozionante, illuminante, di lineare semplicità e sottilmente complesso, interpretato con vibratile lucidità da Maya Sansa e da un grande Roberto Herlitzka.
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***l'Unità: dalla parte di Marco Bellocchio
(l'articolo di Francesco Merlo a cui Palandri qui di seguito si riferisce è disponibile in questo blog, più sotto, alla data dell'11.9.03)
L'Unità 14.9.03
La confusione di Merlo e la storia dei nostri anni nel film di Bellocchio
di Enrico Palandri
L’attacco di Francesco Merlo al film di Bellocchio sul Corriere della Sera di giovedì scorso è uno dei sintomi della fatica che facciamo tutti a organizzare degli schieramenti ampi, davvero politici, che si occupino della cosa pubblica e quindi lascino in pace le esigenze identitarie delle miriadi di gruppi che compongono la società italiana di oggi Prigioniero del «tutto è politica» sessantottino Merlo legge il film come un volantino di propaganda di quegli anni e non lo vede. Che i brigatisti siano descritti da Bellocchio come paranoidi isolati, sull'orlo di una catastrofe personale e storica e che il personaggio più positivo e amabile sia Moro non conta nulla. A Bellocchio viene attribuita una intenzione apologetica del terrorismo e questo è tutto ciò che conta. Ma dove la vede? Non so se ad esempio Merlo davvero fraintenda la sequenza in cui Stalin sorride a una parata ginnica, che Bellocchìo usa magnificamente per illustrare la propaganda anacronistica e un po' delirante che finisce nel brigatismo. Il senso del film è tutt'altro, rivolto al padre, alle drammatiche fratture di quegli anni che mettevano su sponde politicamente opposte tante famiglie italiane, sebbene per fortuna non sempre con le stesse tragiche conseguenze. Diversi dei leader politici presenti al funerale di Moro avevano in quegli anni i figli schierati contro. Bellocchio si è rivolto con molta misura e coraggio a questo nodo per raccontarlo e tentare di scioglierlo. Non con la politica, che mostrò allora e mostra ancora oggi tutti i suoi limiti. Con l'arte del racconto, che può scegliere per protagonista un Raskolnikov che è uno studente che ammazza la propria padrona di casa o una povera illusa come Emma Bovary e farne dei capolavori. Se per alcuni è troppo difficile da capire o poco chiaro a me dispiace perché è il sintomo di quanto sia degradata in Italia l'arte del racconto e la ragione per cui sono inguardabili per il loro semplicismo tanti dei film che escono oggi.
Ma forse Merlo non ha frainteso, ha voluto sbandierare quell'unità nazionale che si è opposta al terrorismo e che per un po' di anni ha risparmiato a tutti noi di misurarci con la povertà etica della politica dì oggi. Confortarsi sentendosi dalla parte della ragione di allora. Siamo stati tutti contenti, a destra e sinistra, di non esserci infilati in quel tunnel, ci si è chiesti poco se e quale luce ci fosse fuori. Attribuendo al film di Bellocchio intenzioni che gli sono estranee Merlo fa un po' quello che fa Berlusconi con il centrosinistra, tinteggia di comunismo con la pretesa di chiarire, mentre al contrario aumenta la confusione. E questo è un guaio diffuso, lo stesso che porta il primo ministro a difendere Mussolini, o dall'altra parte alcuni (per fortuna minoritari) a sinistra a richiamarsi al comunismo rimuovendo il fallimento storico dell'Europa orientale. Misurarci con quel che siamo stati, sforzarsi di raddrizzare ciò che non è raddrizzabile, chiedere alla storia una giustificazione quando al contrario, la storia è ciò che mostra sempre i limiti del nostro agire. Con il senno di poi siamo tutti intelligenti. e tutti, senza quel senno, siamo stati cretini. Alcuni colpevoli, altri meno (nessuno dai tempi di Caino innocente); certamente impreparati. Einmal ist keinmal. I terroristi di allora, che a differenza di altre generazioni che si sono ritrovate a uccidere in una guerra civile, hanno pagato a lungo i loro errori con la galera si sono credo quasi tutti allontanati dalle tragiche scelte dì quegli anni. Viviamo oggi in un mondo compIetamente diverso, che ha polverizzato le questioni nazionaliste sotto la globalizzazione e dissolto la lotta di classe in conflitti molto più complessi di quelli previsti da Marx. A parte il fatto che nel film di Bellocchio nostalgie di questo genere non ci sono affitto, gli erano estranee credo allora come oggi.
L'Unità 14.9.03
La confusione di Merlo e la storia dei nostri anni nel film di Bellocchio
di Enrico Palandri
L’attacco di Francesco Merlo al film di Bellocchio sul Corriere della Sera di giovedì scorso è uno dei sintomi della fatica che facciamo tutti a organizzare degli schieramenti ampi, davvero politici, che si occupino della cosa pubblica e quindi lascino in pace le esigenze identitarie delle miriadi di gruppi che compongono la società italiana di oggi Prigioniero del «tutto è politica» sessantottino Merlo legge il film come un volantino di propaganda di quegli anni e non lo vede. Che i brigatisti siano descritti da Bellocchio come paranoidi isolati, sull'orlo di una catastrofe personale e storica e che il personaggio più positivo e amabile sia Moro non conta nulla. A Bellocchio viene attribuita una intenzione apologetica del terrorismo e questo è tutto ciò che conta. Ma dove la vede? Non so se ad esempio Merlo davvero fraintenda la sequenza in cui Stalin sorride a una parata ginnica, che Bellocchìo usa magnificamente per illustrare la propaganda anacronistica e un po' delirante che finisce nel brigatismo. Il senso del film è tutt'altro, rivolto al padre, alle drammatiche fratture di quegli anni che mettevano su sponde politicamente opposte tante famiglie italiane, sebbene per fortuna non sempre con le stesse tragiche conseguenze. Diversi dei leader politici presenti al funerale di Moro avevano in quegli anni i figli schierati contro. Bellocchio si è rivolto con molta misura e coraggio a questo nodo per raccontarlo e tentare di scioglierlo. Non con la politica, che mostrò allora e mostra ancora oggi tutti i suoi limiti. Con l'arte del racconto, che può scegliere per protagonista un Raskolnikov che è uno studente che ammazza la propria padrona di casa o una povera illusa come Emma Bovary e farne dei capolavori. Se per alcuni è troppo difficile da capire o poco chiaro a me dispiace perché è il sintomo di quanto sia degradata in Italia l'arte del racconto e la ragione per cui sono inguardabili per il loro semplicismo tanti dei film che escono oggi.
Ma forse Merlo non ha frainteso, ha voluto sbandierare quell'unità nazionale che si è opposta al terrorismo e che per un po' di anni ha risparmiato a tutti noi di misurarci con la povertà etica della politica dì oggi. Confortarsi sentendosi dalla parte della ragione di allora. Siamo stati tutti contenti, a destra e sinistra, di non esserci infilati in quel tunnel, ci si è chiesti poco se e quale luce ci fosse fuori. Attribuendo al film di Bellocchio intenzioni che gli sono estranee Merlo fa un po' quello che fa Berlusconi con il centrosinistra, tinteggia di comunismo con la pretesa di chiarire, mentre al contrario aumenta la confusione. E questo è un guaio diffuso, lo stesso che porta il primo ministro a difendere Mussolini, o dall'altra parte alcuni (per fortuna minoritari) a sinistra a richiamarsi al comunismo rimuovendo il fallimento storico dell'Europa orientale. Misurarci con quel che siamo stati, sforzarsi di raddrizzare ciò che non è raddrizzabile, chiedere alla storia una giustificazione quando al contrario, la storia è ciò che mostra sempre i limiti del nostro agire. Con il senno di poi siamo tutti intelligenti. e tutti, senza quel senno, siamo stati cretini. Alcuni colpevoli, altri meno (nessuno dai tempi di Caino innocente); certamente impreparati. Einmal ist keinmal. I terroristi di allora, che a differenza di altre generazioni che si sono ritrovate a uccidere in una guerra civile, hanno pagato a lungo i loro errori con la galera si sono credo quasi tutti allontanati dalle tragiche scelte dì quegli anni. Viviamo oggi in un mondo compIetamente diverso, che ha polverizzato le questioni nazionaliste sotto la globalizzazione e dissolto la lotta di classe in conflitti molto più complessi di quelli previsti da Marx. A parte il fatto che nel film di Bellocchio nostalgie di questo genere non ci sono affitto, gli erano estranee credo allora come oggi.
***Marco Bellocchio: lunghi e calorosi applausi a Toronto e successo nelle sale italiane
Corriere della Sera 14.9.03
«Buongiorno, notte» a Toronto Lunghi applausi per Bellocchio
TORONTO - Lunghi e calorosi applausi hanno salutato Marco Bellocchio al Festival di Toronto dopo la proiezione di Buongiorno, notte alla sua prima trasferta all'estero dopo la Mostra di Venezia. Il successo del regista, accompagnato dalla protagonista Maya Sansa, potrebbe schiudere alla pellicola le porte di una distribuzione internazionale.
Repubblica 14.9.03
"Buongiorno, notte"
Bellocchio a Toronto
applausi al suo film
TORONTO Un lungo e caloroso applauso ha salutato al Festival di Toronto Marco Bellocchio dopo la proiezione di Buongiorno, notte, alla sua prima trasferta all'estero dopo Venezia. Un successo per il regista italiano, che potrebbe aprire al film le porte di una distribuzione internazionale. Buongiorno, notte ha avuto ottime recensioni, record d'affluenza di pubblico, attenzione degli operatori nordamericani.
il Messaggero 14.9.03
Applausi a Toronto per “Buongiorno, notte” di Bellocchio
TORONTO - Straordinario calore e intensa emozione per Buongiorno, notte , il film di Marco Bellocchio che è stato presentato ieri al Festival di Toronto. Nonostante i dubbi sorti a Venezia circa la comprensibilità della drammatica vicenda del rapimento di Aldo Moro dal punto di vista di spettatori che poco conoscono storia e realtà italiana, il film ha avuto una reazione di straordinario impatto che pone delle solide basi per un suo fortunato destino commerciale fuori dai confini nazionali.
Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno 14.9.03
Toronto applaude Bellocchio
TORONTO — Incomprensibile ai non italiani? Il motivo per cui "Buongiorno, notte" non sarebbe stato premiato con grandi riconoscimenti ai Venezia, pare smentito dalla calda accoglienza riservata al film di Bellocchio dal 28° Festival di Toronto. (...)
il Tempo 14.9.06
TORONTO – Un lungo e caloroso applauso ha salutato al Festival di Toronto Marco Bellocchio dopo la proiezione ...
... di «Buongiorno, notte», alla sua prima trasferta all'estero dopo la Mostra del Cinema di Venezia.
Un successo per il regista italiano, accompagnato alla Roy Thompson Hall dalla protagonista Maya Sansa e dal produttore Sergio Pelone, che potrebbe schiudere alla pellicola le porte di una distribuzione internazionale. Il cinema italiano (giunto in Canada grazie al sostegno di Italia Cinema, Anica, Mifed, Ice e Consolato Italiano) è stato ben accolto all'edizione 2003 del Toronto International Film Festival diretto da Piers Handing: ottime recensioni, record di affluenza di pubblico, attenzione degli operatori nordamericani.
Alto Adige
Bellocchio a Toronto accolto con calore
E' lo straordinario calore e l'intensa emozione suscitata dalla presentazione di "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio al pubblico internazionale l'immagine su cui si chiude virtualmente al 28/a edizione del Festival di Toronto che ha allineato quasi 400 film in 10 giorni.
The Boston Globe 14.9.03
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By contrast, "Good Morning, Night" discovers a hidden world of crime and repentance in the middle of daily life. Directed by Italian master Marco Bellocchio, the film imagines what might have occurred when Prime Minister Aldo Moro was kidnapped and ultimately murdered by Red Brigade anarchists in 1978. Rarely leaving the apartment where Moro was held captive, "Night" dissects the fatally misguided idealism of the kidnappers, focusing on one young woman who too late discovers her and her prisoner's common humanity.
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BOXOFFICE
Corriere della Sera 13.9.03
SPETTACOLI
Il mancato Leone a Venezia è stata la miglior promozione per Bellocchio (1 milione di euro in 6 giorni), dietro ai due kolossal Usa di stagione.
Il Messaggero 13.9.03
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Su tutti, il grande successo che sta riscuotendo il film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte che, già da giovedì scorso, al sesto giorno di programmazione, aveva superato il milione di euro di incasso piazzandosi al terzo posto nella top ten subito dopo La maledizione della prima luna e Hulk. In pochi giorni, il film sul rapimento Moro è passato da una quota di mercato dell’8 per cento a quella del 10,5 tanto da indurre la distributrice “01” a passare dalle 170 alle 210 copie attuali.
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