sabato 18 dicembre 2004

Umbria
approvato un documento per la tutela della salute mentale

AGI 18.12.04
SANITA': UMBRIA, APPROVATI INDIRIZZI PER TUTELA SALUTE MENTALE

(AGI) - Perugia, 18 dic. - Come puo' essere valutata l'Umbria dal punto di vista della salute mentale? Che fare per tutelare e migliorare gli interventi?: sono gli interrogativi ai quali vuol rispondere il documento di "Linee guida per la promozione e la tutela della salute mentale" approvato, dalla Giunta regionale dell'Umbria nell'ambito degli indirizzi programmatici per l'attuazione del Piano sanitario 2003-2005."L'area della salute mentale - ha detto l'assessore Maurizio Rosi - ha sempre rappresentato una priorita' della politica della Regione, nella convinzione che, come non si stanca di affermare l'organizzazione mondiale della sanita', non puo' esistere una buona salute 'fisica', senza una buona salute mentale". L'Umbria vanta grandi e illustri precedenti in proposito: essa fu una delle "culle" del movimento di rinnovamento e umanizzazione della psichiatria che condusse, tra la fine degli anni 60' e il decennio successivo, alla legge 180, alla chiusura dei manicomi ed alla sperimentazione dei Centri di Igiene Mentale, CIM in sigla, convertita oggi, in CSM (Centri per la salute mentale). La mancanza di studi epidemiologici rende difficile, e' detto nel documento approvato dalla Giunta regionale, stabilire "le dimensioni della salute mentale". Si puo' supporre che la realta' umbra sia rapportabile a quella delineata dal Rapporto 2001 dell'Organizzazione Mondiale della Sanita', secondo il quale, nei paesi sviluppati, oltre il 25% della popolazione "presenta uno o piu' disturbi mentali o comportamentali nel corso della vita". Il livello di salute mentale e' la risultante di vari fattori: la poverta', il sesso, l'eta', fattori familiari e fisico ambientali, malattie fisiche gravi. Spicca il fatto che i disturbi mentali tra i poveri sono circa il doppio rispetto alla popolazione a reddito alto. (AGI) Cli/Red

un ciclo radiofonico
Emanuele Severino commenterà il Secretum di Petrarca

Il Giornale di Brescia 18.12.04
Il filosofo Severino commenta il Petrarca del «Secretum»
RADIO 3, DA LUNEDI’

Nel settimo centenario della morte del grande poeta, Radio tre Suite propone un ciclo di quattro settimane dedicato ad uno dei testi più enigmatici dell’aretino, il Secretum (il mio segreto). Da lunedì 20 dicembre al 14 gennaio, dal lunedì al venerdì in apertura di trasmissione alle 20, il filosofo Emanuele Severino commenterà l’opera con il suo alter-ego, incarnato dall’amata figura di S. Agostino. Un dialogo immaginario con forti implicazioni autobiografiche e che tocca i temi della caducità della vita umana, del suo vero valore, con l’effimera gloria terrena e le gioie dell’amore. Dai commenti di Severino scaturiscono percorsi che esulano dall’ambito strettamente letterario e che spaziano in diversi ambiti, dalla filosofia alla scienza, senza trascurare rimandi interni al corpus petrarchiano. Le letture dal «Secretum» sono a cura di Alberto Donatelli

l'odio cattolico per le donne

Una lettera di Ratzinger
La guerra dei sessi va messa al bando
Luigi Ferlazzo Natoli

Il 31 maggio 2004 con approvazione di Giovanni Paolo II viene pubblicata la lettera del cardinal Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cui titolo suona: «Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo». In un momento storico in cui si assiste a una vera e propria guerra di sopraffazione dell'ex sesso debole femminile nei confronti di quello maschile, si avverte nella donna una spinta esagerata alla competizione con l'uomo, inteso come maschio prevaricatore; si va incontro alla fine del dialogo e al rifiuto delle ragioni dell'altro; in siffatto frangente l'intervento della Chiesa – come si legge nella Introduzione – intende proporre «dopo una breve presentazione e valutazione critica di alcune concezioni antropologiche odierne, riflessioni ispirate dai dati dottrinali dell'antropologia biblica – indispensabili per salvaguardare l'identità della persona umana – circa alcuni presupposti per una corretta comprensione della collaborazione attiva, nel riconoscimento della loro stessa differenza, tra uomo e donna nella chiesa e nel mondo». In altri termini, in appena trentacinque pagine, dopo aver esaminato i dati fondamentali dell'antropologia biblica, la lettera esamina «l'attualità dei valori femminili nella vita della società», nonché l'attualità degli stessi valori nella vita della Chiesa. Si rivolge in prima battuta ai vescovi e quindi al mondo cattolico, ma propone – direi ovviamente o inevitabilmente – un modello per tutti. L'impatto di questa lettera con i media è stato come sempre devastante e il movimento femminista è prontamente insorto. Ricorderò per tutti l'intervento di Emma Bonino che, addirittura, paragona l'autore della lettera (Ratzinger) all'imam della moschea di Al Azar. Ciò finisce col ribaltare l'accusa di fondamentalismo all'atteggiamento della Chiesa sui rapporti uomo-donna. La mia impressione è che, se di fondamentalismo si deve parlare, esso debba essere rivolto all'atteggiamento del post-femminismo nei confronti del maschilismo ormai superato dai fatti. Se il movimento femminista storicamente è stato decisivo per rimuovere le discriminazioni nei confronti del lavoro femminile e della donna in generale (nella famiglia e nella società), oggi il post-femminismo mira all'annientamento di tutto ciò che è «maschile», utilizzando lo strumento della competitività a oltranza tra i sessi (maschile e femminile), la rottura del dialogo, la totale mancanza di ascolto dell'altro. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: e vanno dalla diminuzione dei matrimoni all'aumento dei singles, alla crisi della famiglia, alla difficile condizione dei figli. In altri termini, il fondamentalismo del post-femminismo sta nel rifiuto in toto della lettera di Ratzinger alle donne. Dopo l'excursus, compiuto nella lettera, dall'Antico al Nuovo Testamento, si perviene alla conclusione secondo cui «distinti fin dall'inizio della creazione e restando tali nel cuore stesso dell'eternità, l'uomo e la donna, inseriti nel mistero pasquale del Cristo, non avvertono, quindi, più la loro differenza come motivo di discordia da superare con la negazione o con il livellamento, ma come una possibilità di collaborazione che bisogna coltivare con il rispetto reciproco della distinzione. Di qui si aprono nuove prospettive per una comprensione più profonda della dignità della donna e del suo ruolo nella società umana e nella Chiesa». Insomma, la lettera si schiera decisamente contro la guerra dei sessi, consapevole che la posta in gioco è l'avvenire dell'intera umanità. E fuori da ogni moralismo, o peggio ancora da ogni fondamentalismo religioso, la lettera, nel solco della Rivelazione, offre il suo contributo al superamento della guerra in corso tra i sessi, o se si vuole tra post-femminismo e un vetero maschilismo, che ormai, tra l'altro, non esiste più.

storia
un'antico scontro tra poteri criminali

La Stampa Tuttolibri 18.2.04
Templari, il Graal nei secoli dei secoli
gli atti dell’immenso processo non contengono solo menzogne, confessioni estorte, accuse strumentali, spuntano seri indizi che potrebbero far pensare a riti segreti
di Mario Baudino

LE posizioni sono state nette, e inconciliabili, fino all’altro ieri: da una parte gli storici, che ritenevano strumentali e costruite a tavolino le accuse di eresia rivolte contro i Templari dagli avvocati del re di Francia; dall’altra esoteristi, occultisti e romanzieri che le prendevano alle lettera, aderendo entusiasticamente a una ricca mitologia dove gli antichi monaci guerrieri nati per difendere i pellegrini in Terrasanta al tempo delle Crociate diventavano maghi, detentori di un sapere inziatico e di verità nascoste. Da Cornelio Agrippa, che nel ‘500 rilesse in questa prospettiva le carte del processo avviato da Filippo il Bello nel 1307 con una impressionante serie di arresti (culminò con la dissoluzione dell’ordine e un certo numero di roghi), a Dan Brown col suo Codice da Vinci e ora il nuovo - per l’Italia - Angeli e demoni, i Templari sono gli eroi di una magia diventata nel frattempo di massa, di una tradizione esoterica trasformatasi in cultura pop. Prendere o lasciare: gli storici hanno sempre disprezzato i tipi alla Cornelio Agrippa, e viceversa. Il processo e la storia plurisecolare dell’ordine hanno dato origine a due racconti paralleli, uno storiografico e uno mitologico. Ora però Barbara Frale, ricercatrice della Biblioteca Vaticana di Paleografia, raccogliendo anni di studi e di esplorazioni sui documenti originali conservati nell’Archivio segreto dei palazzi apostolici, propone quella che non è una via di mezzo, una conciliazione tra studiosi e narratori, ma certo rappresenta una novità inaspettata. In sostanza, spiega nel suo saggio pubblicato per Il Mulino, la serissima storiografia in proposito va corretta, anche se questo non significa assolutamente che le ricostruzioni «alternative» (magiche, massoniche, mistiche) siano da rivalutare. C’erano davvero aspetti misteriosi nell’Ordine dei Templari, e gli atti dell’immenso processo contro di loro non contengono solo menzogne, confessioni estorte, accuse strumentali. Per esempio, spuntano seri indizi che potrebbero far pensare a riti segreti di incerta origine. Fino a fornire qualche conferma della possibilità di accostare i Templari al Sacro Graal, cavallo di battaglia dell’esoterismo moderno. Costruendo per la prima volta - e in proprio - un complesso data base in grado di raffrontare elettronicamente tutti gli atti del processo (se ne può leggere una descrizione all’indirizzo www.storia.unifi.it/_RM/rivista/mater/Frale.htm), la studiosa ha fatto scoperte interessanti: «Per esempio - ci dice -ora abbiamo il documento che ci spiega un loro strano modo di celebrare la Pasqua, sotto la sola specie del vino, il sangue di Cristo come bevanda di vita eterna. Non ha nulla di eretico, ma non fa parte di nessun rituale cristiano documentato». Da dove provenga non si sa, o almeno al momento non ci sono tracce sicure in proposito, ma potrebbe essere una tradizione paleocristiana che si era conservata in Palestina. «Inoltre è noto che un poema sul Graal, il Parzival di Wolfram von Eschenbach, definisce i templari “custodi del Graal”. Sappiamo benissimo che la leggenda è più antica, e nasce nel mondo pagano, però è interessante che proprio negli anni della sua “cristianizzazione” compaia anche nel contesto templare». La prima crociata conquistò Gerusalemme nel 1099; l’Ordine del Tempio venne creato dal cavaliere Hugues de Payns con i primi compagni che si erano associati ai canonici agostiniani incaricati di celebrare il culto nella moschea di al-Aqsa, costruita sulle rovine del Tempio di Salomone, a partire dal 1120, e venne ratificato nel 1129. Quando fu composto il Parzival, tra il 1210 e il 1220 (mentre il primo romanzo dove compare il Graal, il Perceval di Chretien de Troyes, è di poco posteriore al 1180), la fama dei Templari era al suo apogeo, con alle spalle una storia ormai antica d’un secolo. Certo, per il poeta tedesco il Graal non è il calice dell’ultima cena, o quello in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo stillante dalla croce, ma una gemma preziosa: però la coincidenza è interessante. Questi Templari disciplinatissimi, riservatissimi, straordinaria macchina da guerra e anche enorme potenza finanziaria dell’epoca, stato nello stato o meglio ancora primo esempio di «multinazionale», riescono ancora a sorprenderci, al di fuori di ogni mitologia. Anche per la loro «modernità». Barbara Frale è giunta alla conclusione che il rito d’iniziazione cui venivano sottoposti i novizi, che divenne al processo l’accusa principale, non era affatto inventato. L’aspirante templare era costretto a rinnegare Cristo e sputare sulla croce, oltre che insultato, deriso, malmenato. Si è sempre pensato che anche in questo caso si trattasse di una montatura inquisitoriale, invece proprio lavorando sugli atti del processo la studiosa ha potuto concludere che le confessioni e le testimonianze convalidano l’ipotesi. «C’era una componente di “nonnismo” ma anche il desiderio di mettere alla prova i futuri cavalieri, calandoli nelle condizioni in cui si sarebbero facilmente trovati qualora fossero caduti prigionieri del nemico, e valutare le loro reazioni». Proprio come accade oggi nelle forze speciali dei vari eserciti, pur se la messinscena non contempla simboli religiosi. I Templari erano guerrieri indomiti, e almeno fino al periodo di decadenza dell’Ordine, molto fermi nella fede e nel rispetto dei voti presi in quanto monaci. Ma proprio a causa del loro amore per la segretezza giravano intorno a loro voci d’ogni genere. «Gli inquisitori selezionarono quelle più utili. Ad esempio trascurarono i pettegolezzi sull’avarizia, che non mancavano, ma non erano interessanti ai fini del processo per eresia. Oltretutto il Papa, alla fine, li assolse, anche se fu travolto dagli eventi e non poté salvarli». E questa è un’altra novità: il documento che la dimostra è stato trovato grazie ai controlli incrociati. Nessuno mai lo aveva notato perché una errata catalogazione del Seicento lo aveva reso «clandestino». Ottima scoperta storiografica, ma anche ottimo spunto per qualche scrittore a caccia di best seller: e se l’archivista, anziché banalmente sbagliarsi, avesse occultato di proposito quelle carte, magari perché apparteneva anche lui a qualche misteriosa setta esoterica?

istat
la violenza contro le donne in Italia

La Stampa 17 dicembre 2004
INDAGINE ISTAT SU OLTRE 22MILA DONNE 14-59 ANNI
Violenza sulle donne
500mila vittime

ROMA. Sono più di mezzo milione (520 mila) le donne tra i 14 e i 59 anni che nel corso della vita hanno subito uno stupro o un tentativo di stupro: si tratta del 2,9% del totale delle donne della stessa età. Oltre la metà, nello specifico 9 milioni 860 mila, pari al 55,2%, invece, sono state vittime di almeno una molestia a sfondo sessuale. Autori delle violenze sono per lo più persone conosciute, soprattutto amici ma anche datori e colleghi di lavoro e fidanzati, i luoghi più a rischio quelli familiari: proprio qui, tra casa e posto di lavoro, oltre il 43,8% delle donne che ha subito una violenza tentata o consumata ha vissuto il proprio dramma.
È quanto emerge da una indagine sulle violenze e le molestie sessuali subite dalle donne nel corso della vita e nei tre anni precedenti l'intervista, condotta dall'Istat, i cui dati sono stati diffusi on-line, a causa della mobilitazione in corso all'Istat che ha bloccato la prevista conferenza stampa di presentazione. L'indagine, nell'ambito della ricerca multiscopo «Sicurezza dei cittadini», è stata condotta selezionando un campione di 60 mila famiglie per un totale di 22 mila 759 donne di età compresa tra i 14 e i 59 anni ed è stata effettuata telefonicamente nel 2002.
Il 24,2% delle donne abusate nel corso della vita (e il 29,4% di quelle che lo sono state negli ultimi tre anni) ha subito più volte violenze dalla stessa persona. Soltanto il 7,4% delle vittime di uno stupro o di un tentato stupro ha denunciato il fatto (il 9,3% di chi lo ha subito negli ultimi tre anni).
Quanto alle violenze sessuali tentate o consumate, sempre sulla base dell'indagine Istat, sono 118 mila (0,7%) le donne che ne hanno subita almeno una nei tre anni precedenti l'intervista. In generale, hanno tra i 25 e i 44 anni coloro che più frequentemente hanno subito una violenza nel corso della vita (3,6%) contro l'1,9% delle più giovani.
Gli autori, contrariamente a quelli delle molestie, sono soprattutto persone conosciute, se non addirittura intime, delle vittime: nel corso della vita, solo il 18,3% delle vittime è stata violentata da un estraneo e il 14,2% da un conoscente di vista. Per il resto sono gli amici ad essere più frequentemente i violentatori (23,5%), seguiti dai datori o colleghi di lavoro (15,3%), dai fidanzati/ex fidanzati (6,5%), dai coniugi/ex coniugi (5,3%). Di conseguenza, per le donne i luoghi più a
rischio sono proprio quelli più familiari: il 15,8% delle vittime ha subito violenza, tentata o consumata, a casa propria o negli spazi attinenti, l'11,8% al lavoro o negli spazi circostanti, il 9,3% a casa di amici, di parenti o di conoscenti e un ulteriore 6,9% a casa dello stesso aggressore.
Una violenza, quella sessuale, che viene definita grave dall'84,7% delle vittime e molto grave dal 57,6% ma di cui quasi un terzo non parla con nessuno. Dopo averla subita, avvengono tuttavia mutamenti di atteggiamento soprattutto in chiave relazionale: quasi la metà delle vittime (48,9%) ha infatti dichiarato di essere diventata più fredda e più razionale. Per quanto riguarda le molestie sessuali, quelle verbali e le telefonate oscene sono le più diffuse (rispettivamente il 25,8% e il 24,8% delle donne tra i 14-59 anni), seguono gli episodi di pedinamento e gli atti di esibizionismo (entrambi quasi il 23%) e le molestie fisiche che raggiungono quasi il 20%. Nei tre anni precedenti l'intervista le più a rischio sono risultate le giovanissime (14-24 anni), nel corso della vita le donne di 25-44 anni.
Prendendo in considerazione solo le molestie fisiche, ovvero quando la donna è stata avvicinata, toccata o baciata contro la sua volontà, si nota che la maggior parte sono perpetrate da estranei o conoscenti: il 58,2% sono state fatte da estranei e l'11,8% da persone che si conoscono di vista. Ciò accade più frequentemente sui mezzi di trasporto pubblici (31,6%), in strada (19%), sul posto di lavoro (12,1%) e nei locali come discoteca, pub, bar o ristorante (10,5%); meno frequentemente in casa sia propria sia di amici. Anche in questo caso, le molestie fisiche sono ritenute molto o abbastanza gravi dal 69,6% delle vittime.

sinistra
Bertinotti: «Siamo a un punto di crisi»

L'Unità 17.12.04
Regionali, il centrosinistra non trova l'accordo.
Bertinotti: «Siamo a un punto di crisi»

di red

Le Regionali continuano a dividere il centrosinistra. Questione di poltrone, quelle su cui dovrebbero sedersi i candidati che l’Alleanza non è stata ancora capace di scegliere. E questione di assetti, liste, visibilità dei singoli partiti. Il rinvio del vertice che si sarebbe dovuto tenere nel pomeriggio di venerdì con Romano Prodi ha evitato un flop e l’esplosione delle tensioni, ma non ha certo potuto nascondere il problema. Anzi.
Bertinotti non si nasconde e sottolinea: «La mancata convocazione della riunione della Gad che doveva concludere l'istruttoria sulle candidature per la presidenza delle Regioni dove si voterà, è l'evidente manifestazione di un punto di crisi». E il rinvio è «tanto più allarmante di fronte all' aspra offensiva del governo Berlusconi e alla crescente opposizione che le sue politiche raccolgono nel paese». Alla base della crisi del centrosinistra, prosegue il leader del Prc, c’è «una incapacità di far vivere forte spirito di coalizione. Lo spirito di coalizione dell' alleanza democratica passa con tutta evidenza attraverso la capacità di promuovere partecipazione dentro e fuori la stessa coalizione e di valorizzare tutte le culture e le opportunità che la possono rendere forte. Il caso pugliese - conclude - è diventato emblematico di questa vicenda».
Di crisi parla anche Clemente Mastella, che invita Prodi a «dimostrare di essere un leader vero». Il Professore, impegnato nella mediazione, preferisce non rispondere, così come Fassino. D’Alema ostenta ottimismo, ma nel frattempo Franco Giordano di Rifondazione lo accusa di boicottare la candidatura di Nicki Vendola in Puglia: «La posizione di D'Alema e dei Ds è l'unica contraria – dice - Nella riunione precedente della Gad, a cui ho partecipato, c'era una totale sintonia sul nome di Vendola da parte di tutto il centrosinistra. Eccetto i Ds, naturalmente. Evidentemente gli interessi di D'Alema e dei Ds in Puglia sono molto forti».
Lo stesso Giordano, insieme al diessino Pietro Folena, chiede il rinvio delle primarie pugliesi in attesa che si riunisca il tavolo nazionale della coalizione. Per le primarie si schierano invece Alfonso Pecoraio Scanio dei Verdi e il coordinatore della segreteria della Quercia Vannino Chiti, che, replicando a Bertinotti, spiega: «Nell'Alleanza un criterio per definire le scelte dei candidati, sui quali è normale e non un sintomo di crisi, avere una pluralità di opzioni.Quando non vi sia convergenza su un candidato è necessario far scattare la regola delle primarie, magari nella forma già sperimentata in Calabria: grandi elettori, associazioni della società civile». Puglia e Basilicata restano i nodi da sciogliere, mentre in Lombardia si rafforza l'ipotesi Maria Grazia Fabrizio, segretario regionale Cisl, in quota Margherita.
Rutelli, intanto, ne approfitta per dare un’altra botta alle liste unitarie e, intervenendo a un convegno della Margherita a Napoli, afferma: «L' unità si realizza attraverso l' unità della coalizione attorno al suo candidato presidente. Non andiamo alle elezioni con una sola lista: tutti sanno che alle elezioni andiamo con sette, otto, dieci liste accanto ai candidati presidente. È un problema che non capisco perchè venga ancora sollevato».

aprileonline.info
GAD. SULLE REGIONALI ANCORA UNA GIORNATA TESA DENTRO LA COALIZIONE
Bertinotti: «Siamo a un punto di crisi». Prodi riconvoca il vertice per lunedì
Giordano: «In Puglia D’Alema ha interessi forti»
[...]

Romano Prodi ha riconvocato il vertice della Gad per lunedì, in sequenza con quello dell’Ulivo abusivo (la Fed).
[...]
più tardi è lo stesso Bertinotti a rilanciare: se primarie devono essere, che siano, però quelle vere, con tutti gli elettori non solo i "grandi".
[...]
Molti dei problemi che affliggono la Gad hanno origine nelle pretese egemoniche dei riformisti, in particolare dei Ds. L’idea che una parte della coalizione debba “guidare”, e l’altra seguire, è il virus che sta consumando velocemente l’unità del centrosinistra. A questo Bertinotti si riferisce quando denuncia la mancanza di uno “spirito di coalizione”.
[...]
Lungi da noi portare acqua al mulino del leaderismo. Ma, come diceva Winston Churchill: «Il comitato più efficace è formato da tre persone, di cui due assenti». Per una volta a questo suggerimento dovrebbe attenersi la Grande Alleanza Democratica, con il proposito di cercare nuove e migliori strade per il futuro.

Federico Masini:
su AVVENIMENTI adesso in edicola
la visita di Ciampi in Cina

ricevuto da Simona Maggiorelli

Avvenimenti n° 49, in edicola dal 17 al 23 dicembre


il pezzo che segue, di Federico Masini sulle reazioni cinesi al viaggio in Cina di Ciampi, è pubblicato sul numero 49 di Avvenimenti, ad incipit di un dossier che comprende anche un'intervista alla scrittrice Xinran, sulla condizione della donna in Cina e un pezzo di Amnesty International sui diritti umani in Cina

La visita di Ciampi serve a riguadagnare il tempo perduto Questa volta senza alcuna mediazione a favore del Vaticano.
La caduta del muro di Pechino
Ciampi in Cina

di Federico Masini*

*
Sinologo, preside della Facoltà di Studi Orientali,
Università di Roma “la Sapienza”


Il 4 dicembre Ciampi è sbarcato a Pechino per una delle più imponenti visite di un capo stato occidentale in Cina, con al seguito ben quattro aerei carichi di oltre 200 imprenditori italiani, oltre a quattro ministri: Fini, Marzano, Urbani e Urso, al presidente della Confindustria Cordero di Montezemolo, al Presidente dell’Ice Quintieri e a 30 giornalisti. Mai una visita di un capo di stato europeo aveva assunto una tale dimensione ed è testimonianza del grande interesse con il quale l’Italia guarda ora alla Cina, nonché del grande sforzo profuso dalle nostre rappresentanze in Cina, l’Ambasciata d’Italia e l’Ufficio ICE a Pechino e il Consolato generale a Shanghai. Durante la visita sono stati infatti firmati otto accordi bilaterali per lo sviluppo delle relazioni politiche, economiche e culturali fra i due paesi.
Per la prima volta insomma l’Italia ha tentato di presentarsi come un sistema integrato, superando divisioni e particolarismi, nel tentativo di eguagliare l’impegno già profuso da Francia e Germania, che negli anni scorsi erano accorse in massa alla corte di Pechino, nel desiderio di trarre profitto dallo straordinario sviluppo economico e commerciale che in questi anni ha collocato la Cina al primo posto nel mondo per tasso di sviluppo, imponendola come la vera locomotiva dell’economia mondiale.
Sembrano lontanissimi i tempi, solo quindici anni fa, quando dopo i fatti di Tian’an men del 1989, nessun rappresentante occidentale veniva più in Cina, ed invece adesso quando Ciampi era ricevuto dal presidente della Repubblica Hu Jintao, dal Presidente del Consiglio Wen Jiabao e dal Presidente del Parlamento Wu Bangguo, lo seguiva a ruota nello stesso giorno il cancelliere tedesco Schröder.
La visita, se seguita da fatti concreti, potrebbe consentire al nostro paese di riguadagnare il tempo perduto, avviando relazioni sistematiche e non più sporadiche, in campo politico, economico e culturale. L’Italia fu infatti uno dei primi paesi occidentali ad avviare relazioni economiche con la Cina negli anni ‘60 e ’70, tuttavia i disastri dei programmi di cooperazione economica del nostro Ministero degli Esteri, e l’assenza in Italia di grandi gruppi, capaci di forti investimenti all’estero, aveva lasciato il mercato cinese solo alle piccole e medie imprese italiane, che negli anni ’80 avevano collocato l’Italia ai primi posti fra i paesi occidentali, per l’interscambio con la Cina, venendo però poi sopravanzata da quei paesi occidentali capaci di interventi più sistematici. L’Italia cioè non era stata in grado di profittare della sua condizione di paese sviluppato, ma con il quale la Cina non aveva quasi alcuna ruggine semicoloniale, come è il caso di Gran Bretagna, Francia e Germania.
Sul piano politico la vista di Ciampi si collocava inoltre in un momento strategico per il governo di Pechino: infatti l’8 dicembre, il premier Wen Jiabao, subito dopo aver incontrato Ciampi, è volato all’Aja per il settimo incontro UE-Cina, che egli sperava avrebbe fatto incassare alla Cina la revoca dell’embargo all’importazione di armamenti dall’Europa, imposta dopo i fatti del 1989. Durante i colloqui con Ciampi, Wen Jiabao aveva ottenuto il sostegno dell’Italia, oltre a quelli già manifestati da Francia e Germania; tuttavia l’opposizione di Gran Bretagna e Svezia, sostenute dagli Usa, non hanno consentito alla Cina di ricevere l’immediato via libera alle importazioni di armamenti, ma solo la preventiva approvazione di un “codice di condotta” UE-Cina sulle importazioni ed importazioni di armamenti. In cambio delle aperture italiane, la Cina ha dichiarato di appoggiare il progetto di riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite meno sgradito all’Italia.
In campo economico - anche grazie alla dichiarazione di Ciampi di voler “contrastare la demagogia protezionistica” - la visita potrebbe consentire alle oltre 500 imprese italiane presenti in Cina nuovi margini di sviluppo, in particolare nel settore agro-alimentare e della progettazione di mezzi di locomozione ecologici. Presso l’università di Qinghua, la più grande istituzione accademica cinese nel settore scientifico, Ciampi ha infatti posto la prima pietra di un palazzo ecologico, frutto della collaborazione con il ministero dell’ambiente italiano. A Shanghai, il capo dello Stato ha presenziato un forum organizzato dalla Confindustria e dall’Ice per la promozione del “Made in Italy” in Cina.
Le dichiarazioni di Ciampi a Pechino hanno però procurato una levata di scudi in Italia, dove la Lega ha criticato le aperture economiche alla Cina, come aveva fatto a già suo tempo il Ministro Tremonti, reclamando l’introduzione di anacronistiche forme di protezionismo commerciale; mentre i Radicali e il Partito della Rifondazione Comunista hanno stigmatizzato le aperture politiche di Ciampi, protestando vibratamente per la disponibilità dell’Italia a favorire le forniture di armamenti alla Cina.
In campo educativo c’è da sperare che finalmente l’Italia comprenda come solo sviluppando più ampie relazioni culturali si potrebbe imprimere una dimensione di continuità alla nostra presenza in Cina. Il presidente ha infatti visitato una mostra sulle relazioni fra l’Italia e la Cina allestita presso il nostro istituto di cultura di Pechino da Roberto Ciarla, curatore del Museo d’Arte Orientale di Roma e da Filippo Salviati, professore presso la Facoltà di Studi Orientali de “la Sapienza”, che testimonia l’ininterrotta storia di relazioni fra l’Italia e la Cina fin dai tempi degli antichi romani, storia che nessun altro paese al mondo può vantare. In campo culturale - grazie al memorandum per l’organizzazione nel 2006 di un anno dedicato all’Italia in Cina e alla firma del protocollo per le relazioni culturali per il triennio 2004-2006 - si auspica inoltre che la visita possa incrementare il numero degli studenti cinesi in Italia, che sono solo 800, a fronte delle decine di migliaia che studiano presso università francesi, tedesche e inglesi, favorendo al contempo la valorizzazione dello studio della lingua cinese presso le università italiane, dove attualmente oltre tremila ragazzi hanno scelto questa lingua, senza che sia giunto dal Ministero dell’università alcun sostegno specifico.
La vista di Ciampi è stata ampiamente celebrata tanto sulla stampa italiana, come su quella cinese, tuttavia non una sola parola è stata spesa dai media cinesi sui reali contenuti del discorso pronunciato da Ciampi dinanzi agli studenti di economia dell’Università di Qinghua, incentrato sui principi costituzionali dell’UE, cioè sui diritti umani dei popoli - secondo i resoconti della stampa italiana -, teso invece allo sviluppo delle relazioni economiche fra i popoli - secondo la stampa cinese.
A margine vale la pena notare inoltre, che non risulta che Ciampi sia intervenuto per favorire la normalizzazione delle relazioni con il Vaticano, cosa che era stata sempre oggetto di particolare interesse durante analoghe visite in passato. A riprova di ciò le sconvolgenti dichiarazioni rilasciate dal Cardinale Ruini, secondo cui “il vero pericolo per il cristianesimo è la Cina”; “Poiché in questa civiltà la religione ha un ruolo minore e ignora la fede in un Dio personale, Ruini prevede che essa non aiuterà, in Occidente, un rafforzamento dell’identità cristiana – come oggi avviene con l’Islam – ma all’opposto un suo indebolimento” (Avanti! 9-12-2004).
Vedere che finalmente l’Italia si sia accorta dell’esistenza della Cina non può che essere motivo di soddisfazione, resta tuttavia l’incognita, tutta italiana, se tante parole saranno seguite da fatti concreti, oppure, ancora una volta, rimarranno solo belle speranze; come accadde quando si fece una scampagnata a Pechino l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, a metà degli anni ’80, con al seguito decine di amici, parenti e conoscenti, che ispirò la meravigliosa battuta che Beppe Grillo volle mettere in bocca all’allora leader Deng Xiaoping, il quale vedendo gli italiani uscire dall’aereo (uno solo in quell’occasione!) avrebbe esclamato: “Non pensavo che questi italiani fossero più di noi!”.

sinistra
Liberazione tutto nuovo a febbraio

L'Espresso 17.12.04
Rossanda contro Ingrao. Chiude la rivista del quotidiano comunista. Ma per l'ala radical è pronto un nuovo spazio. Sponsor Bertinotti
DISSENSO MOLTO MANIFESTO
Dice il direttore di "Liberazione": "Un dibattito che interessa 100 mila lettori"
di Chiara Valentini

L'omino, disegnato con pochi tratti di penna, ha appoggiato in terra la valigia e sta attaccando alla porta, prima di andarsene, un biglietto laconico: «Torno subito». E' il messaggio con cui "la rivista del manifesto", sofisticata palestra della sinistra a sinistra dei Ds, annuncia che il numero appena uscito, quello di dicembre, sarà anche l'ultimo, almeno per il momento. Alimenta lo stupore e qualche pettegolezzo non solo il fatto che 8 mila copie vendute ogni mese sono una cifra irraggiunghile per imprese analoghe e che non c'erano nemmeno problemi economici seri. Quel che rende paradossale la chiusura è che contemporaneamente il quotidiano "il manifesto", rilanciando una proposta di Alberto Asor Rosa, ha convocato per il 15 gennaio a Roma un'assemblea dei partiti e dei movimenti della sinistra radicale, con lo scopo di definire strategie e proposte della "sinistra che verrà" . Ma si tratta proprio del tipo di lavoro che la rivista aveva portato avanti in questi cinque anni di vita, schierando a fianco delle sue prestigiose firme, da Rossana Rossanda a Pietro Ingrao a Fausto Bertinotti a Valentino Parlato ad Aldo Tortorella e Giuseppe Chiarante, i personaggi della sinistra sindacale e dei movimenti che ora vengono chiamati a raccolta. «La decisione di chiudere è solo del comitato promotore, noi non abbiamo messo bocca», dice Gabriele Polo, direttore de "il manifesto". Non lo smentisce Lucio Magri, il direttore della "rivista", secondo cui, di fronte alle molte novità italiane, è venuta a mancare una visione comune. E anche sull'analisi della propria storia ci si è divisi fra "la liquidazione sommaria del passato" di alcuni e la "patetica nostalgia" di altri.
Fuori dalle diplomazie, si tratta dello scontro che ha messo uno contro gli altri Ingrao, padre spirituale di ogni dissenso, e i suoi fìgliocci di un tempo, a cominciare da Rossanda e dallo stesso Magri. Già amareggiati dalla lettura sempre più liquidatoria che lngrao aveva iniziato a fare della storia comunista, erano rimasti senza fiato leggendo le condanne secche e senza appello, anche su Togliatti, contenute in un breve libro firmato da Antonio Galdo, "Il compagno disarmato", che Ingrao non ha autorizzato esplicitamente, ma nemmeno sconfessato. Fa poi da sfondo alla vicenda, l'avvicinamento esplicito di lngrao a Bertinotti e alla sua svolta, con il no a tutti i comunismi e l'abbraccio della non violenza, con cui peraltro gli eredi del Pci ritengono di non aver mai avuto niente a che fare.
Intanto, mentre "il manifesto" perde la sua prestigiosa appendice, allarga i suoi orizzonti "Liberazione", dove Bertinotti ha chiamato come direttore Piero Sansonetti, brillante giornalista politico che a Rifondazione non è nemmeno iscritto. E che sta preparando per febbraio una versione nuova del quotidiano, molto aperto agli intellettuali senza tessera. «Non pensiamo proprio di metterci in concorrenza con "il manifesto". Nell'area della sinistra alternativa ci sono almeno100 mila lettori pieni di voglia di discutere», dice Sansonetti. Sono l'avanguardia di quella sinistra diffusa che per un momento aveva creduto di aver trovato) il suo leader in Sergio Cofferati. Rimasta delusa dal rifluire dei movimenti e dalla partenza del Cinese per Bologna, adesso sembra desiderosa di tornare a farsi sentire. Questa è anche l'opinione di un altro personaggio di riferimento dell'area, lo storico Paul Ginsborg, che nel suo ultimo libro, "Il tempo di cambiare" (Einaudi), propone una nuova politica, partendo dall'esempio del Laboratorio per la democrazia, il movimento fiorentino di cui è stato uno dei fondatori. «Bisogna saper mettere da parte il passato, soprattutto quando divide, per riuscire a sprigionare entusiasmo sul presente», dice Ginsborg, che aspetta con impazienza l'appuntamento del 15 gennaio. All'ordine del giorno, spiegano i promotori, c'è la voglia di mobilitare forze sparse contro Berlusconi e di cominciare a costruire una cultura comune alla sinistra alternativa. Impresa certamente coraggiosa, almeno a giudicare dalle mille divisioni che continuano ad agitare gruppi e movimenti, non importa se nuovi o vecchi.

donne nella storia
Cleopatra

Il Messaggero 17.12.04
La regina d'Egitto non era solo una gran bella donna
Cleopatra? Una scienziata
di VALERIO MASSIMO MANFREDI

È l'eterno sogno dei filologi classici: il ritrovamento di testi non conosciuti o non pervenuti. Ciò che ci resta della letteratura antica è una percentuale molto limitata rispetto a quello che è andato perduto. Pensiamo che nel territorio dell'Impero Romano c'erano circa diecimila città e alcune centinaia di esse avevano biblioteche sia pubbliche che private di decine o anche centinaia di migliaia di volumi che sono andati in gran parte distrutti. Il resto è stato completamente catalogato, studiato ed editato, inclusi i frammenti, o derivati da citazioni presso altri autori o da papiri rinvenuti occasionalmente durante gli scavi archeologici. Le novità possono venirci solo da nuove scoperte: immaginiamo che lo scavo della Villa dei Papiri a Ercolano ci restituisse la biblioteca latina della Domus, per esempio. Oppure il testo inedito potrebbe nascondersi dietro una traduzione in una lingua non molto praticata o frequentata da filologi classici: come l'arabo, per esempio. È quello che sarebbe accaduto, a quanto sembra, a un egittologo del Museo Flinders Petrie dell'University College di Londra, Okasha el Daly, che ritiene di aver trovato presso varie fonti arabe fino ad ora sconosciute, una serie di notizie sulla regina Cleopatra che la presenterebbero come una grande scienziata: esperta di astronomia, alchimia, architettura, cosmetica e medicina. Avrebbe studiato le fasi dello sviluppo del feto nel grembo materno e avrebbe ristrutturato il Faro di Alessandria per farne un osservatorio astronomico. Alcuni di questi testi arabi ci conserverebbero addirittura opere redatte dalla stessa Cleopatra.
Sarà vero? Probabilmente sì. A parte la valutazione scientifica del lavoro di El Daly, va tenuto presente che Cleopatra, già nell'antichità, era nota per essere una donna non solo di grande fascino, ma anche di grande intelligenza. Nel suo palazzo esisteva la mitica Grande Biblioteca di Alessandria che arrivò a contare un milione di volumi, e il Museo, il primo Istituto di ricerca pura che sia stato creato nella storia dell'uomo. Non è un caso che Giulio Cesare riformasse l'antiquato calendario romano proprio nel periodo in cui Cleopatra era con lui a Roma.
La riforma è di solito attribuita agli astronomi della regina, in particolare a Sosigene, ma perché la giovane regina non avrebbe dovuto interessarsi all'ambiente scientifico in cui era cresciuta? Quella alessandrina fu una vera e propria rivoluzione scientifica che portò a risultati strabilianti come l'invenzione di una macchina a vapore basata sul principio di azione-reazione (la macchina di Erone), la misurazione della circonferenza dell'equatore calcolata da Eratostene con un errore di poche miglia, l'invenzione del principio della idrodinamica (a opera di Archimede) e la scoperta del sistema eliocentrico in astronomia che sarebbe stato recuperato soltanto con Copernico e Galileo, per non fare che alcuni esempi. Cleopatra inoltre dimostrò una intelligenza politica strabiliante: sapendo che nessun paese del Mediterraneo avrebbe potuto mantenersi indipendente da Roma, e quindi nemmeno l'Egitto, cercò di impiantare la propria dinastia sul corpo dell'Impero romano dando un figlio a Giulio Cesare. Le idi di marzo stroncarono il suo sogno, e il suo secondo tentativo con Marco Antonio non ebbe esito migliore, ma l'idea era brillante. Quando l'ufficiale romano inviato da Ottaviano al suo palazzo per prenderla prigioniera la trovò già morta per il morso dell'aspide, avrebbe chiesto indispettito alla sua schiava agonizzante: «Ti sembra questa una degna fine?». «Più che degna rispose quella, degna dell'ultima regina di una grande stirpe».

venerdì 17 dicembre 2004

una terza area del linguaggio?

Le Scienze 16.12.04
Una terza area cerebrale del linguaggio
La regione di Geschwind è connessa con quelle di Broca e di Wernicke

Il network cerebrale del linguaggio sembra molto più complesso di quanto si credeva. Alcuni ricercatori hanno scoperto che una nuova area cerebrale è connessa alle due regioni già note.
Utilizzando una variante della risonanza magnetica (la DT-MRI), Marco Catani del King’s College di Londra e colleghi hanno identificato una regione densamente connessa alle classiche aree di Broca e di Wernicke, la cui presenza era già stata ipotizzata ma il cui legame con le regioni classiche era sconosciuto. Battezzata "regione di Geschwind", in onore del neurologo americano Norman Geschwind che ne aveva studiato l'importanza linguistica decenni or sono, l'area è stata descritta in un articolo pubblicato sul numero del 13 dicembre 2004 della rivista "Annals of Neurology".
Il linguaggio viene generato e interpretato nella corteccia, la copertura più esterna del cervello. Paul Broca e Carl Wernicke, neurologi del diciannovesimo secolo, avevano notato che un danno alle specifiche aree corticali che oggi portano il loro nome produceva disturbi nella produzione oppure nell'elaborazione del linguaggio, ma non entrambi. Si scoprì in seguito che un grande fascio di fibre nervose collegava le due aree.
Tuttavia, molti indizi suggerivano che anche altre aree cerebrali contribuissero all'elaborazione del linguaggio. Ora Catani e colleghi hanno scoperto un percorso separato che connette le aree di Broca e Wernicke attraverso una regione nel lobo parietale della corteccia, che Geschwind aveva descritto già negli anni sessanta.
Marco Catani, Derek K. Jones, Dominic H. Ffytche, "Perisylvian Language Networks of the Human Brain," Annals of Neurology, pubblicato online il 13 dicembre 2004 (DOI: 10.1002/ana.20319).
Marsel Mesulam, "Imaging Connectivity in the Human Cerebral Cortex: The Next Frontier?" Annals of Neurology, editoriale, (DOI: 10.1002/ana.20368).

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staminali

una segnalazione di Franco Pantalei

ANSA.IT
MEDICINA: POSSIBILE CENTUPLICARE LE STAMINALI DEL CERVELLO

ROMA - Centuplicare la produzione di cellule staminali del cervello adulto: e' quanto e' riuscito a fare il gruppo guidato da Stefano Bertuzzi, ricercatore dell'Istituto Telethon Dulbecco presso l'Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR) di Segrate (Milano).
La ricerca, pubblicata on line sul Journal of Neuroscience e finanziata anche dalla Fondazione Cariplo, e' stata condotta in collaborazione con Rossella Galli e Angela Gritti, dell' Istituto di ricerca sulle cellule staminali del San Raffaele di Milano, diretto da Angelo Vescovi.
Anche se tradurre questa scoperta in cure richiedera' ancora molti anni, la ricerca e' un passo molto importante verso la possibilita' di riparare lesioni cerebrali e malattie neurodegenerative, come quella di Alzheimer e il morbo di Parkinson. Le ricadute potrebbero essere molto importanti anche per la cura di alcuni tumori.
Si tratta di un passo avanti fondamentale, anche se ''non dobbiamo dimenticare che questa e' una ricerca di base e che siamo ancora lontani dal letto del paziente'', ha osservato Bertuzzi. Ma senza dubbio, ha aggiunto, ''siamo entrati nella stanza dei bottoni del cervello''. Il gene scoperto dal gruppo di Bertuzzi si chiama VAX1. Non e' il primo freno alle staminali del cervello finora scoperto, ma secondo i ricercatori e' indubbiamente il piu' potente.
Due anni fa era stato il gruppo di Angelo Vescovi a scoprire un altro freno biologico delle staminali adulte del cervello nel gene EMX2: quando il gene e' spento le cellule immature si moltiplicano piu' rapidamente, mentre quando e' acceso le cellule maturano e proliferano meno..
Spegnendo il gene VAX1, le cellule staminali del cervello adulto si moltiplicano 100 volte piu' velocemente del normale. ''E' una scoperta importante - ha osservato Bertuzzi - perche' adesso diventa possibile modulare il funzionamento di questo gene per produrre cellule staminali''.
La conferma dell'importanza del gene-freno e' venuta dall'esperimento condotto su cellule staminali del cervello di topi adulti geneticamente modificati in modo da non avere il gene VAX1. Coltivando in laboratorio queste cellule, i ricercatori hanno osservato che si moltiplicano con un ritmo cento volte superiore rispetto a quanto avverrebbe in condizioni normali. ''Con questo lavoro i ragazzi del mio gruppo, in particolare Jose' Miguel Soria, hanno dimostrato che VAX1 e' un potente ostacolo alla moltiplicazione delle cellule staminali del cervello adulte. Il risultato piu' sorprendente e' che in assenza di VAX1 le cellule proliferano 100 volte di piu'''.
Il gene-freno e' una vecchia conoscenza dei ricercatori. Lo stesso gruppo di Bertuzzi lo aveva individuato come il gene fondamentale che guida la maturazione delle cellule staminali del cervello durante lo sviluppo embrionale. ''Adesso abbiamo aggiunto un altro tassello importante - ha detto il ricercatore - perche' abbiamo scoperto che nel cervello adulto il gene VAX1 reprime la formazione delle cellule staminali''. In condizioni fisiologiche e' quindi un gene essenziale perche' nel cervello si trovi presente sempre lo stesso numero di staminali. Ma poterlo disattivare rende possibile avere a disposizioni grandissime quantita' di cellule staminali neurali da usare in future terapie.

Ansa.it
Telethon: possibile centuplicare staminali cervello
17/12/2004 - 13:44

(ANSA) - ROMA, 17 DIC - Centuplicare la produzione di cellule staminali del cervello: e' quanto e' riuscito a fare l'Istituto Telethon Dulbecco di Segrate (Milano). Anche se tradurre questa scoperta in cure richiedera' ancora molti anni, la ricerca e' un passo molto importante verso la possibilita' di riparare lesioni cerebrali e malattie neurodegenerative, come quella di Alzheimer e il morbo di Parkinson. Gli impieghi potrebbero essere molto importanti anche per la cura di alcuni tumori.
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Repubblica 16.12.04 - SUPPLEMENTO SALUTE

L'anno raccontato dai medici
Con le staminali nuove speranze
Le ricerche hanno aperto nuove prospettive di cura I grandi esperti tracciano un bilancio del 2004 con un occhio rivolto al futuro biotecnologico. Intervista a Claudio Bordignon
di Daniele Diena

Il 2004 è stato l'anno delle staminali. Da tempo grande promessa e poi graduale conquista, più volte annunciata attraverso le pubblicazioni dei primi successi della cosiddetta "ricerca di base", la cura con le staminali, le "madri" di tutte le cellule, ha fatto finalmente registrare i primi, attesissimi, risultati concreti sui pazienti. Da Milano a Francoforte, da Boston a Roma fino a Torino, sono numerosi i centri di sperimentazione clinica avanzata che hanno pubblicato le prime casistiche di ammalati delle patologie più gravi con "storie" di regressione della malattia, ottenuta con le staminali, osservate con "follow up" fino a 2 anni. Siamo insomma ad una svolta importante per la medicina, e non solo, che sta avendo riflessi significativi anche sull'economia e perfino sul tessuto industriale. Ne abbiamo parlato con chi è in prima linea su questa frontiera emergente della ricerca e della terapia, il professor Claudio Bordignon, direttore scientifico dell'Istituto San Raffaele, di Milano.
Un anno di importanti avanzamenti scientifici e di nuove prospettive mediche, in particolare per le patologie cardiache.
"Sì, diversi tipi di cellule staminali sono state impiantate nelle aree infartuate del muscolo cardiaco, con risultati alterni e peraltro non sempre soddisfacenti. Le staminali emopoietiche ed i mioblasti del muscolo scheletrico quando si iniettano nel cuore non paiono riuscire a fondersi con il tessuto circostante e a ricostruire correttamente il tessuto cardiaco. In molti casi hanno portato un miglioramento della funzione cardiaca e delle condizioni del paziente, probabilmente per un effetto pro-angiogenico (produzione di nuovi vasi) prodotta dall'impianto di cellule staminali".
La strada invece più proficua?
"Assai più promettenti sembrano gli studi su cellule staminali "specializzate" nella riparazione di vasi e cuore, come quelli svolti da Ziegler dell'ateneo di Francoforte sull'uso delle EPC (endothelial progenitor cells) in Europa e negli Usa dal professor Anversa e successivamente da Schneider sull'uso di cellule staminali endogene".
Che cosa è emerso?
"I risultati sugli animali sono molto promettenti e l'applicazione sull'uomo è attesa a breve. Più conclusivi sono stati i risultati di nuovi metodi per bloccare i disturbi del ritmo cardiaco: una nuova e rivoluzionaria tecnologia ablativa, messa a punto dal dottor Pappone, al San Raffaele, e pubblicata sul "New England Journal of Medicine", è divenuta uno standard terapeutico per il sistema sanitario americano".
Un altro settore d'applicazione delle staminali è quello delle malattie neurodegenerative: cosa è stato fatto?
"Dopo i risultati parzialmente deludenti di uno studio randomizzato di diversi centri Usa, riguardanti il trapianto di cellule fetali nel cervello di pazienti affetti da Parkinson, la ricerca si sta focalizzando su cellule staminali neurali: il gruppo di Fred Gage, con il supporto della società biotech Stem Cells, Inc. sta finalizzando una serie di studi per il trattamento di malattie neurodegenerative congenite ed acquisite (Parkinson e sclerosi multipla). In quest'ultimo settore anche l'Italia è all'avanguardia col gruppo del S. Raffaele (Gianvito Marino ed Angelo Vescovi)".
Queste ricerche stanno rivoluzionando l'industria?
"Direi che l'esempio della californiana Stem Cell Inc. è sintomatico: certe terapie fortemente innovative, come l'uso medico delle staminali, poco si addicono alle strutture di ricerca e di marketing della grande industria farmaceutica. Di conseguenza nuove società biotecnologiche con modelli di sviluppo fortemente innovativi si fanno strada negli Usa come in Europa. Anche in Italia stanno sviluppando modelli terapeutici innovativi (MolMed, Bioxell, Genextra)".
Il progresso di questo filone di ricerca è però frenato dall'acceso dibattito sulle fonti da cui è lecito ricavare le staminali. Tra i nodi da sciogliere c'è l'ammissibilità o meno dell'utilizzo delle embrionali, che sarebbero ovviamente le più appetibili da parte dei ricercatori perché in grado di trasformarsi in tutti i tessuti dell'organismo. In alcuni paesi, come la Corea del Sud, stanno producendo risultati scientificamente avanzati, anche tramite la clonazione, che sollevano però grandi quesiti etici. Come uscire dall'impasse? Secondo il Bordignon è urgente "armonizzare la legislazione in materia a livello sovranazionale".

sinistra
crisi nella GAD: rinviato il vertice
D'Alema vuole decidere lui,
ma Bertinotti non cede

aprileonline.info 17.12.04
Regionali, Prodi costretto a rinviare il vertice. È crisi acuta nella Gad
Alla fine Romano Prodi ha dovuto far saltare il vertice dalla Gad previsto per questa mattina.

Il giro di consultazioni svolto ieri è andato male. Musi lunghi all'uscita da piazza Santi Apostoli, dove Prodi ha il suo ufficio. Franco Marini preconizza: domani non si risolverà nulla. Infatti.
I termini della questione sono noti. Lo scoglio più grosso, insieme alle bizze mastelliane sulla Basilicata, rinfocolate dalla bagarre andata in scena in aula l'altro giorno, è rappresentato dalla Puglia, dove Rifondazione non molla su Nichi Vendola. Proprio ieri dalla Margherita sono trapelate ampie disponibilità ad accogliere la candidatura del deputato di Terlizzi. Ma D’Alema, che in una intervista pubblicata oggi sull’Espresso si autoassegna il compito di «paciere» dentro la coalizione, taglia corto: «si accontentino di un assessorato importante, la presidenza è impossibile». Frase che ha fatto infuriare lo stesso Vendola («basta ipocrisie, è lui che ha messo il veto contro di me») e Franco Giordano, capogruppo del Prc alla Camera, che segue per il suo partito le trattative: «D’Alema sbaglia e in ogni caso noi aspettiamo Prodi». Così il ruolo di paciere è tramontato prima di sorgere. E il Prc, malignamente, fa sapere che se fosse scelto Boccia e questi perdesse, a perdere in realtà sarebbe D’Alema. Che mette le mani avanti: «Nella mia Puglia la situazione è a rischio» per le liti tra i partiti. Come se lui non c’entrasse nulla.
Del colloquio intercorso ieri tra Piero Fassino e Prodi, invece, non trapela molto. «Hanno parlato del rinvio alle camere della riforma dell’ordinamento giudiziario, della finanziaria e dei problemi noti» dicono, abbottonatissimi, in casa Ds.
Dopo il segretario della Quercia, il leader della Gad ha visto Marini, che uscendo si è detto scettico sulle possibilità che il vertice che doveva tenersi oggi potesse sciogliere i nodi. A chi gli chiedeva se si troverà soluzione a tutte le incognite il “lupo marsicano” rispondeva laconico: «Non solo in grado di dirlo». Infine è stata la volta di Nicola Mancino.
A pranzo il professore aveva consultato i suoi (Bordon e Monaco) prima di immergersi nel tour de force. Dal quale non è uscita alcuna soluzione. Ciò che rimane in piedi, però, è il principio. Rifondazione e Udeur dovranno avere un candidato ciascuno. E per sottolineare la cosa, Mastella e Bertinotti facevano sapere che non si sarebbero presentati all'appuntamento. Un motivo in più per rinviare il vertice.
La mossa potrebbe (vorrebbe) servire a far decantare le tensioni. Lunedì si riuniranno i grandi elettori in Puglia (il margheritino Boccia può contare sui 2/3 dei voti). Non è un mistero che Prodi avrebbe già indicato Vendola se non fosse per i Ds, e che la Margherita è ben disposta a far fare un passo indietro al “suo” Boccia.
Ma a questo punto quando la Gad si riunirà a Roma, a Bari ci sarà già stata una pronuncia pesante che non potrà non avere ripercussioni sugli equilibri nazionali. Questo, insieme alla minaccia di Mastella di uscire dall'Alleanza, fa precipitare la situazione della coalizione.
Oramai è crisi dentro la Gad. Mentre la maggioranza fa a pezzi il Paese, l'unico baluardo che resiste pare essere il Colle.

sinistra
Fausto Bertinotti interviene ad un convegno su Rosa Luxemburg

L'Eco di Bergamo 17.12.04
Rosa Luxemburg, storia e leggenda
Convegno dedicato alla rivoluzionaria.
Bertinotti: il capitalismo è totalizzante
di Gianluigi Ravasio

Ricostruire e rileggere il pensiero e l'azione di Rosa Luxemburg per ritrovarne gli elementi di attualità e approfondire il valore delle sue idee in campo economico: ha preso il via ieri il convegno internazionale organizzato dal Dipartimento di Scienze economiche dell'Università di Bergamo sul pensiero di Rosa Luxemburg, polacca di famiglia ebraica, nata nel 1870; nel 1898 a Berlino aderì all'ala marxista antirevisionista del partito socialdemocratico, nel dicembre del 1918 contribuì a fondare il partito comunista tedesco; venne uccisa nel gennaio del 1919 dopo essere stata arrestata a seguito della rivolta spartachista berlinese.
I lavori di ieri si sono aperti con gli interventi di Riccardo Bellofiore, organizzatore del convegno, e di Paul Zarembka (Università di Buffalo, Usa); nel pomeriggio Edoarda Masi (Istituto orientale di Napoli) e Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo) hanno tratteggiato la figura di «Rosa Luxemburg: la donna, la rivoluzionaria». «Rosa Luxemburg - ha sottolineato Riccardo Bellofiore, illustrando le finalità del convegno in programma sino a domani - è stata oggetto di facili leggende; non se ne parlava da molto tempo. Nell'ultimo periodo, in presenza di un mondo completamente cambiato, ci si è rifatti a questa figura in un modo che non ha molto a che fare con lei. Occorre discutere scientificamente le sue opere economiche, vedere in che misura i suoi problemi sono attuali: la situazione di oggi ci porta ad interrogarci su queste problematiche. È importante prendere sul serio Rosa Luxemburg come economista, i problemi che si è posta si sono rivelati fecondi».
Nel pomeriggio di ieri sono intervenuti anche Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista, e Gianni Rinaldini, segretario nazionale della Fiom-Cgil. «Rosa Luxemburg - ha rimarcato Bertinotti - ci propone un grande problema irrisolto che si affaccia nei tempi di crisi: ha indagato i problemi che si pongono quando lo sviluppo capitalistico non è più in grado di produrre progresso storico spalancando, in tal modo, il rischio della barbarie: in questo senso è attuale. Pensa la storia aperta a entrambe le soluzioni: da una parte la barbarie e dall'altra il socialismo, la possibilità di costruire una nuova società». Oggi, ha concluso Bertinotti, «viviamo una fase di radicale cambiamento: è finito il mondo diviso in due blocchi, nel processo di globalizzazione è in atto una riorganizzazione del capitalismo, assistiamo alla nascita di movimenti come espressione di soggettività nuove. Si impone una riorganizzazione della rappresentanza: siamo di fronte al tentativo del capitalismo di diventare totalizzante, ma di fronte a questa sfida dobbiamo tentare, avere l'ambizione di riprovarci».
C'è una ripresa dell'interesse rispetto al pensiero di Rosa Luxemburg, ha sottolineato Rinaldini, «perché siamo in una fase segnata dalla vittoria del liberismo su scala planetaria: la mia impressione è che siamo in un momento di esplicitazione radicale dell'idea di liberismo senza più alcun contrappeso. Per certi aspetti, pur se in un contesto diverso, siamo di fronte al riproporsi di problemi che si ponevano all'inizio del Novecento. Il rapporto con Rosa Luxemburg sta proprio nella questioni non chiuse che ci vengono riproposte». Il convegno prosegue oggi nella sede di via Salvecchio: in programma, tra l'altro, interventi, di studiosi cinesi, americani e inglesi. Domani mattina la conclusione: tra gli interventi previsti anche quello dell'economista Luigi Pasinetti.

ancora sulla malattia mentale fra le truppe Usa

il manifesto 17.12.04
IRAQ, I MARINES IMPAZZITI PER LA GUERRA
Tra i soldati Usa dilagano le malattie mentali, come non si vedeva dai tempi del Vietnam
G.S.

[...]
Sul fronte americano non è solo il numero dei morti in Iraq a preoccupare pur se la cifra dei caduti si avvicina ai 1.300, e non è poco. Anche se nemmeno lontanamente paragonabile agli oltre 100.000 morti iracheni. Quello che gli Stati Uniti stanno per affrontare e stanno già affrontando è un "diluvio di decine di migliaia di soldati che tornano dall'Iraq con seri problemi mentali provocati dallo stress e dalla carneficina della guerra, denunciano i veterani e sostengono i medici militari", è l'allarme lanciato ieri dal quotidiano The New York Times. Su questo terreno il paragone con il Vietnam non è solo una previsione catastrofica ma è già una realtà. Secondo uno studio dell'esercito, un soldato su sei in Iraq presenta sintomi da depressione acuta, forte ansia o disturbi mentali post-traumatici, ma, secondo alcuni esperti, la percentuale potrebbe anche aumentare a uno su tre, la stessa registrata in Vietnam. Siccome finora, secondo il Pentagono, circa un milione di soldati statunitensi hanno servito in Iraq e Afghanistan, il numero di coloro che avranno bisogno di assistenza psicologica per problemi mentali potrebbero superare i centomila.
"C'è un treno in arrivo pieno di gente che avrà bisogno di aiuto per i prossimi 35 anni", ha detto al quotidiano di New York Stephen L. Robinson ventennale veterano dell'esercito che è ora direttore esecutivo del National Gulf War Resource Center. A fine settembre erano già 885 soldati evacuati dall'Iraq per problemi psichiatrici. Quello che era previsto come un rapido e breve intervento in Iraq si è trasformato in un terreno di battaglia che non si era più visto dai tempi del Vietnam, soprattutto a Falluja: imboscate a ogni angolo di strada, impossibilità di distinguere tra iracheni amici o nemici.
Gli effetti sui soldati americani sono disastrosi ed erano stati proprio "i disturbi post-traumatici da stress". Nel suo plotone di 38 militari, 8 hanno divorziato mentre erano in Iraq o da quando sono tornati in febbraio, sostiene Rieckoff, mentre su una compagnia di 120 uno si è suicidato (anche il numero dei suicidi nell'esercito si è moltiplicato). Troppi veterani si danno all'alcool e non riescono più a trovare un lavoro dopo il rientro. "E' quando ritornano e trovano che le loro relazioni non sono normali e che non riescono a mantenere un lavoro che si rendono conto che hanno un problema".
Per prevenire questi effetti l'esercito ha dispiegato "unità per controllare lo stress". Ma Rieckhoff ha detto di averne sentito parlare solo dopo essere rientrato e di non avere mai visto queste "unità" finché comandava un plotone in Iraq.


carta.it 16.12.04

Migliaia i soldati Usa che necessitano di cure psicologiche


Il sistema sanitario americano potrebbe dover far fronte a decine di migliaia di soldati di rientro dall'Iraq con gravi problemi di salute mentale. A lanciare l'allarme sono legali dei veterani e medici militari, citati oggi dal New York Times.
Stando ai risultati di uno studio commissionato dall'esercito, un soldato su sei tornato dall'Iraq denuncia sintomi di forte depressione, ansia o disordine da stress post-traumatico, ma il rapporto potrebbe salire secondo alcuni esperti a uno su tre. Considerando che finora circa un milione di militari hanno prestato servizio o in Afghanistan o in Iraq, stando a cifre fornite dal Pentagono, circa centomila soldati potrebbero aver bisogno di terapie psicologiche. "Sta arrivando un intero convoglio pieno di gente che avrà bisogno di aiuto per i prossimi 35 anni'', ha dichiarato Stephen L. Robinson, direttore del National Gulf War Resource Center, autore di un rapporto per il Center for American Progress, gruppo di ricerca statunitense, sul bilancio psicologico della guerra. Alla situazione di fortissimo stress vissuta sul fronte - spiegano gli esperti - va inoltre aggiunto il fatto che in nessun conflitto recente i soldati hanno avuto così poche certezze sulla durata del loro dispiegamento.

evoluzione dei rituali religiosi: una ricerca

Le Scienze 16.12.2004
Rituali religiosi in Messico
Sono una conseguenza della complessità sociale

In uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", alcuni archeologi hanno dimostrato - per mezzo delle datazioni con il radiocarbonio - come i rituali religiosi e l'organizzazione sociale si siano evoluti di pari passo nella regione di Oaxaca, in Messico. Nonostante si ritenesse già che i rituali di tipo religioso fossero un risultato della complessità sociale, finora ne esistevano ben poche prove fisiche.
Per determinare la storia dell'evoluzione delle antiche pratiche religiose, Joyce Marcus e Kent Flannery dell'Università del Michigan hanno usato datazioni al radiocarbonio di antichi edifici rituali e di numerosi oggetti trovati nella regione. Hanno così scoperto che il più antico sito rituale, un'area sgombra che assomiglia ai terreni di danza dei nativi americani, risale a circa 8.600 anni or sono. A quel tempo, la popolazione era soprattutto nomade, e la maggior parte dei riti venivano eseguiti quando il massimo numero di famiglie si riuniva per parteciparvi.
Con l'avvento di una società basata sull'agricoltura, incentrata su villaggi permanenti, i ricercatori hanno scoperto che i riti e i templi divennero meno accessibili a tutti, riflettendo l'aumento dell'ingiustizia sociale. Inoltre, alcuni rituali cominciarono ad essere eseguiti in specifici periodi dell'anno. I risultati suggeriscono che i riti si siano evoluti insieme ai cambiamenti nell'organizzazione sociale, dai cacciatori-raccoglitori nomadi agli abitanti permanenti dei villaggi fino alle società stratificate.

Joyce Marcus, Kent V. Flannery, "The coevolution of ritual and society: New 14C dates from ancient Mexico". Proceedings of the National Academy of Sciences (2004).

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storia
nel quarantesimo della morte di Togliatti

La Stampa 17 Dicembre 2004
STUDI DISCUTIBILI E CONCLUSIONI AFFRETTATE DEMONIZZANO IL SEGRETARIO DEL PCI
Togliatti, tutto il male vien per nuocere
Angelo d'Orsi

AL recente convegno della Fondazione Gramsci su Palmiro Togliatti, come in estrema sintesi in un pezzo per questo giornale, ho raccontato la storia di una laurea presa dal futuro leader comunista non con Luigi Einaudi, come si era sempre creduto, ma con Achille Loria, il discusso «Marx italiano», messo sulla graticola da Engels, Croce, Labriola e infine Gramsci. Un frammento non irrilevante di una biografia - quella di Togliatti - che per tanti aspetti, nonostante l'opera di tanti studiosi, a cominciare da Aldo Agosti, è da arricchire e precisare. Lo scoop è stato subito «buttato in politica», e molti vi hanno letto una conferma dell'ormai proverbiale «doppiezza togliattiana», e v'è chi si è spinto ben oltre, addirittura tirando in campo Orwell, la cancellazione della memoria, la contraffazione della storia e via imprecando.
Del resto, sul finire di questo anno di celebrazioni (quarantesimo della morte), caratterizzato nell'insieme da valutazioni serene - emblematica la testimonianza intelligente e spiritosa come sempre di Giulio Andreotti a conclusione del Convegno di Roma - sulla figura complessa e sull'opera ricca di drammatici chiaroscuri, ma decisiva per la lotta al fascismo prima, per la creazione della Repubblica democratica poi, sono usciti due libri che, pur affrontando due personaggi diversi, il primo Giovanni Gentile, l'altro Antonio Gramsci, finiscono per essere accomunati da una conclusione, ferrea, quanto, documenti alla mano, insostenibile.
La conclusione cui arrivano entrambi gli autori, Francesco Perfetti per Gentile, Luigi Nieddu per Gramsci, è che Palmiro Togliatti fu un personaggio orribile, autore, per via diretta o indiretta, delle «peggio cose» della storia italiana.
Stando a Perfetti, allievo di De Felice, esponente di un revisionismo oltranzistico, attraverso la sua rivista Nuova Storia Contemporanea, l'esecuzione di Gentile a Firenze da parte di una squadra dei Gap fu «la pagina più nera della storia della resistenza (rigorosamente scritta sempre con la minuscola) italiana». Libro deliberatamente a tesi, quello di Perfetti, che pretende di dimostrare, che Gentile fu ucciso non per una motivazione politica che voleva eliminare, a torto o ragione, chi stava in quei giorni incitando gli italiani a schierarsi compatti con il Duce e il Führer, invitando a dare la caccia ai «traditori», bensì per una ignobile «ragion di partito»: ossia il PCI, che per meschini interessi di bottega, voleva eliminare quella grande figura di intellettuale, per potere poi facilmente dar corso a una strategia gramsciana tesa a costuire l'egemonia, in vista della conquista del potere. Una storiografia ipotetica, di cui a Roma ha dato prova, a mio vedere, anche Elena Aga Rossi, sostenendo che Togliatti nel ‘64, alla vigilia della morte, in Urss era andato non in vacanza ma per far cadere Kruscev!
Del progetto contro Gentile, manco a dirlo, fu Togliatti il "deus ex machina", con la stolta collaborazione degli azionisti, che pure erano figli (infedeli) di Gentile, e che in tal modo, stando alla elucubrazione di Perfetti, Togliatti metteva in crisi, egemonizzando e insieme ponendo da parte. E dunque quando, da Dionisotti a Bobbio, furono espressi giudizi severi su Gentile e la sua filosofia, o, nel caso di Dionisotti (che poi avrebbe opportunamente spiegato e contestualizzato quel giudizio), anche di approvazione della sua esecuzione, gli azionisti rivelarono, secondo Perfetti, la loro pochezza morale, nonché la loro stoltezza politica.
Togliatti è il grande nemico di un Antonio Gramsci che, nell'altro libro, Luigi Nieddu addita alla pubblica ignominia, sulla base delle supposizioni più azzardate - ma bisogna riconoscergli di aver fatto qualche utile precisazione, qua e là, nella biografia gramsciana, pur ignorando deliberatamente tanta parte della storiografia evidentemente a lui non gradita. Addirittura vede in Gramsci (per lui solo un modesto giornalista, che diventa leninista senza aver conosciuto Marx, attraverso Croce e Gentile…), un ingenuo, ma non incolpevole agente dei bolscevichi fin dall'immediato indomani della Grande guerra, mentre dell'Ordine Nuovo (1919-20) si avanza il sospetto che venisse pagato dal solito «oro di Mosca», e ciò quando la Russia era in piena guerra civile, assediata dalle potenze imperialistiche, con problemi gravissimi di sopravvivenza…! Il Comintern, sempre lui, insomma, a pagare quattro ragazzotti sconosciuti torinesi (Tasca, Terracini, Togliatti, oltre Gramsci), per farne propagatori della sovietica Falce e Martello…
Ma c'è un Gramsci due, quello in prigione, circondato da agenti del PCI e del KGB (a cominciare da sua moglie, dalle cognate, e da quel figuro di Piero Sraffa, presentato come una macchietta stalinista…), che Togliatti non vuole libero (sciocchezza più volte smentita in sede storica), e che preferisce lasciar morire, anzi accelerandone la fine, con la complicità di parenti e del solito Sraffa. Per poi, subito dopo la morte di Gramsci (per la quale l'autore sostanzialmente scagiona il regime fascista!) costruirne il mito sempre al fine di edificare l'egemonia a sua volta finalizzata alla conquista del potere.
Insomma, Togliatti un genio del male, che - come ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia al convegno romano - occorre finalmente portare davanti al «tribunale dell'etica». Finora noi storici avevamo creduto che il solo tribunale per i seguaci di Clio fosse quello della Filologia e della Metodologia, ma prendiamo atto della novità.
Mi permetto soltanto, a questo punto, di suggerire a Galli della Loggia di reclutare Perfetti e Nieddu come giudici a latere.

giovedì 16 dicembre 2004

giovedi 16 dicembre

su il manifesto

è apparsa la pubblicità del libro


ANALISI COLLETTIVA INCONTRI

atti dell'incontro del 10 novembre
di villa Piccolomini

Ingrao
Bertinotti

uscirà presto anche su
Liberazione
(e questa volta a colori)


NUOVE EDIZIONI ROMANE


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Buongiorno, notte - il libro

una segnalazione di Tonino Scrimenti

Buongiorno, notte - Le ragioni e le immagini

Giovedì 16 dicembre alle ore 18:00
presso la Casa del Cinema di Roma
(Largo Marcello Mastroianni, 1 – Villa Borghese)

è stato presentato il volume
Buongiorno, notte - Le ragioni e le immagini
di Luca Bandirali e Stefano D’Amadio
pubblicato dalle edizioni Argo

Nel corso dell'incontro con gli autori - coordinato da Franco Montini - interverranno

Marco Bellocchio
Flavio De Bernardinis
Riccardo Giagni
e Curzio Maltese

La presentazione del volume è stata preceduta
– alle ore 16:00 e nella stessa sede -
dalla proiezione di
Buongiorno, notte

il Guggenheim a Roma

IL MESSAGGERO 16.12.04
GUGGENHEIM E ROMA, ATTRAZIONE FATALE
Eventi - Raffaele Ranucci, presidente delle Scuderie del Quirinale, parla della megarassegna del museo newyorkese. Che arriva a marzo con 80 capolavori di Van Gogh, Matisse e altri grandi maestri
di Fabio ISMAN

«Saranno almeno 80 opere, quasi mai viste in Italia; anche degli autentici capolavori», spiega Raffaele Ranucci, il presidente delle Scuderie del Quirinale e di Palazzo delle Esposizioni: da marzo a giugno, di fronte all'edificio in cui lavora e vive il Capo dello Stato, approderanno dipinti che "hanno fatto" la storia dell'arte moderna e contemporanea. Dalla Donna con pappagallo di Renoir, una delle prime opere al rientro a Parigi dal servizio nei corazzieri (1871),che eterna Lise, modella a lungo preferita, fino all'immenso Autoritratto (tre metri per tre) di Andy Warhol, passando per un Van Gogh del 1888, Paesaggio con neve; per un Monet nell'autunno veneziano del 1908, quando già era dedito alle Ninfee (Palazzo Ducale visto da San Giorgio); o il Matisse dell'Italiana (1916); dei Kandinsky del 1909, o Chagall del 1913 (Il calesse volante); un de Chirico (Il pomeriggio gentile) del '16, metafisico ferrarese con tanto di dolci e pani, esposto al Salon d'Antin di Parigi nello stesso anno; Picasso degli Anni 30 e Léger, fino a Lichtenstein, Jasper Johns, Rothko, Pollock. «Tesori di un binomio zio-nipote, cui dobbiamo la conoscenza almeno di Kandinsky, ne comprano oltre 150, e Pollock», continua Ranucci; «ed aver stabilito un rapporto con i Guggenheim Museums, New York,Venezia e BiIbao, ci fa immenso piacere». «Ci sarà anche la scultura di Calder, che di solito è al centro del Guggenheim nella Grande Mela; ci proponiamo di spiegare come gli Stati Uniti hanno rielaborato la grande pittura europea», aggiunge Enzo Siciliano, a capo del comitato scientifico; «e la mostra sarà uno dei momenti del "nuovo spirito" delle Scuderie: vogliamo crescere, dopo il molto che è già stato fatto nel passato», spiega.
Perché i capolavori dei musei Guggenheim (Solomon che sposa una Rothschild, e Peggy che a Venezia chiude da "dogaressa" una parabola davvero incredibile) non sono tutto. Nel 2006, a primavera, andrà in scena Antonello da Messina; oltre 40 opere: quante nessuno ne ha mai esposte. E, in autunno, la Cina: «Quella del primo Impero, dei guerrieri di terracotta di Xian e speriamo di poterne portare anche un carro, degli abiti a filigrana d'oro e delle giade», dice Siciliano; «e ci ha molto aiutato anche il recente viaggio del Presidente Ciampi». Mentre Ranucci aggiunge che «il Sindaco ci segue assai da vicino: chiede e s'informa quasi ogni giorno». L'azienda Scuderie-PalaExpo ha appena varato la sua prima programmazione triennale, e non è affatto un rigurgito di pianificazione socialista: «La cultura è anche economia; è anche un lungo prevedere il futuro. Nessuna città ha sei luoghi capaci dimostre da oltre 50 mila visitatori», dice Ranucci; «con una tale offerta, occorre puntare sulla qualità e sugli eventi; aumentare il numero dei visitatori, e allungare il breve soggiorno medio dei turisti a Roma, nemmeno quattro giorni; con occhi attenti al bilancio: 11 milioni dieuro di spese, 4,5 che provengono dal Comune, un utile di 4.000 euro; per la prima volta, il costo che pesa sulla collettività scende sotto il 50 per cento». E questo, mentre è ancora chiuso Palazzo delle Esposizioni, che, dice il direttore generale, Rossana Rummo, «forse riaprirà con una mostra dedicata al famoso regista Stanley Kubrick; prevediamo coproduzioni con la Tate Gallery di Londra e il Beaubourg di Parigi, dove ho avuto colloqui di recente».
Intanto, però, la rassegna sugli Anni del Rock migrerà alla Stazione Termini. «Il problema», spiega Ranucci, «è che tutte le mostre che totalizzano svariate decine di migliaia divisitatori, quelle che garantiscono incassi prestigiosi, ruotano sempre attorno agli stessi autori, o temi: bisogna diversificare; battere altri sentieri; sapere inventare qualcosa di nuovo». Così, arriveranno anche gli Omayyadi: una mostra curata da Eugenio La Rocca e PaoloMatthiae (lo scopritore di Ebla) sulla dinastia dei califfi arabi, nella Siria e Giordania di 1250 anni or sono; e, inagibile il Palazzo delle Esposizioni, in quello dell'istituto per la Grafica a Fontana di Trevi, l'ultima mostra realizzata "in proprio" dal celebre fotografo Henry Cartier Bresson. Perché, sancisce Ranucci, dalla cui azienda dipendono anche le Case del Cinema e del Jazz (che s'aprirà ad aprile), «la cultura non può che essere soprattutto qualità».
Quella dei dipinti collezionati da zio e nipote Guggenheim: «Per capire come grandi raccolte private diventano poi un museo globale» (Siciliano).Un secolo d'immensa pittura: da fine '800, Cézanne, Manet, Seurat, il Doganiere Rousseau, fin quasi ai giorni nostri, attraverso Braque e Picasso, ma anche Boccioni e Balla, Klee e Mondrian. «Comprare un'opera al giorno» era uno dei motti di Peggy, l'ultima "dogaressa" di cui è appena stata tradotta in Italia un'interessante e voluminosa biografia (Anton Gil, Peggy Guggenheim, una vita leggendaria nel mondo dell'arte, Baldini Castoldi Dalai, 490 pagine): e, tra i dipinti suoi e dello zio Salomon, che saranno esposti nella primavera romana, si vede che ha mantenuto assai bene l'impegno. «L'accordo con i tre musei Guggenheim è il primo d'altri che intendiamo stipulare; per portare nella nostra città la grande pittura del mondo, ed esportare magari quella italiana meno remota che, troppo spesso, non ha saputo o potuto varcare i nostri confini. E con uno sguardo attento soprattutto ai giovani: non si può immaginare la cultura come un fatto d'élite, ormai non più; anche perché bisogna badare pure ai bilanci, no?», conclude Ranucci.

Pera, presidente innovatore

CORRIERE DELLA SERA 16.12.04
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SENATO - La rappresentazione della Natività per la prima volta al Senato. Le statuine sono state posizionate dal presidente Pera, aiutato da Silvia, la figlia dodicenne del segretario generale Antonio Malaschini, nella Sala degli Specchi a Palazzo Giustiniani.
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