Corriere della Sera 17.7.05
Il caso sollevato da un tribunale
Procreazione assistita: sulla diagnosi pre-impianto deciderà la Consulta
CAGLIARI - La salute della donna o la tutela dell’embrione? Da quando è in vigore la legge 40, per la prima volta la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sulla legittimità di uno degli aspetti più discussi, l’articolo 13, e sul caso di una signora che non vuole rischiare di avere un figlio talassemico né essere costretta a ricorrere all’aborto terapeutico.
Il tribunale civile di Cagliari ha ritenuto fondato il problema della legittimità dell’articolo 13 (che nega la possibilità di diagnosi sull’embrione prima dell’impianto nell’utero) e ha inviato gli atti alla Consulta. La sentenza rileva un possibile contrasto con gli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione, che tutelano i diritti e la salute delle donne. «E’ in gioco la salute della donna», commenta Marco Cappato dei Radicali. Lanfranco Turci, senatore diessino, è fiducioso: «La corte rileverà il contrasto della legge. E’ una svolta importante».
La vicenda della coppia di Cagliari è fra i casi-limite segnalati dai sostenitori del sì ai quesiti referendari. Marito e moglie, entrambi portatori sani di betatalassemia e il 25 per cento di probabilità di trasmettere la malattia alla prole, tentavano da anni di avere un bimbo. Entrambi infertili, sono andati all’ospedale microcitemico di Cagliari nel 2004 poco dopo l’approvazione della legge 40. Giovanni Monni, primario di ginecologia, ricorda: «Lei voleva fare la procreazione medico assistita e ha chiesto di eseguire la diagnosi genetica preimpianto. Ho dovuto rifiutare: la legge lo proibiva».
La donna ha accettato comunque l’impianto dell’embrione ed è rimasta incinta. La diagnosi è stata eseguita all’undicesima settimana di gravidanza e ha rivelato che anche il feto sarebbe stato portatore della malattia. La signora ha chiesto (e ottenuto) l’aborto terapeutico, causa di gravi forme di ansia e depressione. Lo scorso maggio nuovo tentativo: ma stavolta la donna ha rifiutato l’impianto dell’embrione «alla cieca» e si è rivolta al tribunale; il suo avvocato Luigi Concas ha chiesto l’esecuzione immediata della diagnosi preimpianto (questa anche la richiesta del pm Mario Marchetti) o l’invio degli atti alla Corte Costituzionale.
In attesa della decisione della Consulta il dottor Monni ha dovuto congelare l’embrione e la signora, se vuole avere la certezza di avere un figlio sano, dovrà fare la procreazione medico assistita all’estero.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 17 luglio 2005
sinistra
dopo il no di Bertinotti di ieri
Il Mattino 17.7.05
Bocciata dalla sinistra radicale, la bozza di Prodi potrebbe essere presentata come una semplice dichiarazione
CLAUDIO SARDO Roma. Sul documento Prodi, ormai, la mediazione è impossibile. I partiti della sinistra radicale non sono disposti a sottoscrivere una mozione sull’Iraq, che non contenga la richiesta perentoria di un «ritiro immediato» delle truppe italiane. Mentre Romano Prodi, sostenuto da Ds, Margherita e Sdi, non intende arretrare dalla sua exit strategy, come «se l’Unione fosse già al governo». Ieri è stata una giornata di contatti tra i leader del centrosinistra. Il voto della Camera sul decreto di rifinanziamento della missione Antica Babilonia slitterà probabilmente a mercoledì. Ma il tempo è comunque stretto per dipanare l’ingarbugliata matassa. L’orientamento che sembra prevalere è di rinunciare alla mozione parlamentare. Il documento Prodi diventerebbe una dichiarazione del leader dell’Unione, anzi del candidato-leader, dal momento che sull’Iraq si è di fatto aperta la competizione delle primarie. E a sostegno della dichiarazione di Prodi scenderebbero in campo i segretari di Ds, Margherita e Sdi (la Federazione ulivista) con una conferenza stampa. Ma le posizioni dell’area riformista - contrarietà alla missione, coinvolgimento nella stabilizzazione dell’Iraq dei Paesi non belligeranti, ritiro graduale delle nostre truppe e trasformazione della presenza italiana in funzione di addestramento e sostegno alla sicurezza interna - non si tradurrebbero in uno strumento parlamentare. In questo modo i partiti dell’Unione (salvo l’Udeur, che ha annunciato il sì al decreto del governo) voterebbero tutti no al rifinanziamento. E le diversità sull’exit strategy si manifesterebbero nel dibattito. Per questa soluzione sta lavorando Piero Fassino. Che fa leva su un impegno preso da Fausto Bertinotti: Rifondazione non presenterà una sua mozione, a meno che non sia l’area ulivista a muovere il primo passo. Lo stesso Prodi è su questa linea. Anche se è molto contrariato. Aveva infatti preparato due versioni della sua bozza: una in forma di mozione, l’altra in forma di dichiarazione. Ha distribuito la prima per verificare compatibilità e dissensi. E ora un ritorno alla dichiarazione politica sarà letto da molti come un passo indietro. L’esito, comunque, non è scontato. E l’incognita principale è il comportamento della Margherita. Che è schierata tutta a sostegno delle posizioni di Prodi. Ma Francesco Rutelli ha fin qui dato l’impressione di non temere, anzi di cercare, un chiarimento con la sinistra radicale anche in Parlamento. «Mi piacerebbe votare il documento Prodi» ha detto ieri Franco Marini. Subito, però, gli ha risposto Alfonso Pecoraro Scanio: «Se depositeranno quel documento, noi presenteremo una mozione per il ritiro immediato firmata dai parlamentari pacifisti». La minaccia è di aprire una frattura nei Ds, dove il correntone è da sempre schierato a fianco della sinistra radicale. Anche per questo Fassino vuole evitare mozioni contrapposte. Rutelli potrebbe essere tentato a forzare: anche lui, tuttavia, deve tener conto che il capogruppo Pierluigi Castagnetti e gli ulivisti lavorano per ridurre al minimo le divisioni. Le diversità, piuttosto, si misureranno alle primarie, dove, spiega Arturo Parisi, «le priorità del candidato vincente, diventeranno le priorità della coalizione». Come dire: saranno le primarie a definire la linea sull’Iraq. Ma non è detto che Bertinotti accetti.
Bocciata dalla sinistra radicale, la bozza di Prodi potrebbe essere presentata come una semplice dichiarazione
CLAUDIO SARDO Roma. Sul documento Prodi, ormai, la mediazione è impossibile. I partiti della sinistra radicale non sono disposti a sottoscrivere una mozione sull’Iraq, che non contenga la richiesta perentoria di un «ritiro immediato» delle truppe italiane. Mentre Romano Prodi, sostenuto da Ds, Margherita e Sdi, non intende arretrare dalla sua exit strategy, come «se l’Unione fosse già al governo». Ieri è stata una giornata di contatti tra i leader del centrosinistra. Il voto della Camera sul decreto di rifinanziamento della missione Antica Babilonia slitterà probabilmente a mercoledì. Ma il tempo è comunque stretto per dipanare l’ingarbugliata matassa. L’orientamento che sembra prevalere è di rinunciare alla mozione parlamentare. Il documento Prodi diventerebbe una dichiarazione del leader dell’Unione, anzi del candidato-leader, dal momento che sull’Iraq si è di fatto aperta la competizione delle primarie. E a sostegno della dichiarazione di Prodi scenderebbero in campo i segretari di Ds, Margherita e Sdi (la Federazione ulivista) con una conferenza stampa. Ma le posizioni dell’area riformista - contrarietà alla missione, coinvolgimento nella stabilizzazione dell’Iraq dei Paesi non belligeranti, ritiro graduale delle nostre truppe e trasformazione della presenza italiana in funzione di addestramento e sostegno alla sicurezza interna - non si tradurrebbero in uno strumento parlamentare. In questo modo i partiti dell’Unione (salvo l’Udeur, che ha annunciato il sì al decreto del governo) voterebbero tutti no al rifinanziamento. E le diversità sull’exit strategy si manifesterebbero nel dibattito. Per questa soluzione sta lavorando Piero Fassino. Che fa leva su un impegno preso da Fausto Bertinotti: Rifondazione non presenterà una sua mozione, a meno che non sia l’area ulivista a muovere il primo passo. Lo stesso Prodi è su questa linea. Anche se è molto contrariato. Aveva infatti preparato due versioni della sua bozza: una in forma di mozione, l’altra in forma di dichiarazione. Ha distribuito la prima per verificare compatibilità e dissensi. E ora un ritorno alla dichiarazione politica sarà letto da molti come un passo indietro. L’esito, comunque, non è scontato. E l’incognita principale è il comportamento della Margherita. Che è schierata tutta a sostegno delle posizioni di Prodi. Ma Francesco Rutelli ha fin qui dato l’impressione di non temere, anzi di cercare, un chiarimento con la sinistra radicale anche in Parlamento. «Mi piacerebbe votare il documento Prodi» ha detto ieri Franco Marini. Subito, però, gli ha risposto Alfonso Pecoraro Scanio: «Se depositeranno quel documento, noi presenteremo una mozione per il ritiro immediato firmata dai parlamentari pacifisti». La minaccia è di aprire una frattura nei Ds, dove il correntone è da sempre schierato a fianco della sinistra radicale. Anche per questo Fassino vuole evitare mozioni contrapposte. Rutelli potrebbe essere tentato a forzare: anche lui, tuttavia, deve tener conto che il capogruppo Pierluigi Castagnetti e gli ulivisti lavorano per ridurre al minimo le divisioni. Le diversità, piuttosto, si misureranno alle primarie, dove, spiega Arturo Parisi, «le priorità del candidato vincente, diventeranno le priorità della coalizione». Come dire: saranno le primarie a definire la linea sull’Iraq. Ma non è detto che Bertinotti accetti.
Cina
l'Unità 17 Luglio 2005
L’esercito dei poveri
nella Cina del boom
di Lino Tamburino
VIAGGIO NELLE DISEGUAGLIANZE del Paese che vive un accelerato decollo economico. Nel 2004 il reddito nelle campagne è stato di 3000 yuan (300 euro) l’anno mentre i redditi urbani sono saliti a 10mila yuan (poco più di mille dollari). Con uno stacco cresciuto di cinque volte. E anche il premier lancia l’allarme
Lo chiamano «la nostra piccola Venezia». A poco più di cento chilometri da Shanghai, in quella rete di corsi d'acqua, piccoli laghi, canali, fiumiciattoli, il villaggio è meta preferita di turisti stranieri, quasi tutti taiwanesi e giapponesi, arrivati per fare il giro del canale che taglia in due Zhouzhuang. Se a Venezia nessuna donna è riuscita finora a superare le prove per manovrare una gondola, qui a maneggiare il nostro barcone è una robusta ex-contadina di mezza età. Il villaggio, rimasto intatto e finora non coinvolto nei tipici abbellimenti architettonici, vive ormai di turismo, favorito anche dalla non grande lontananza da Shuzou patria della seta. Sulle stradine interne affacciano negozietti di cibo, di stoffa ricamata e di perle, perle in gran quantità, perle bianche e perle nere, allevate nelle acque di questa rete di canali e offerte a prezzi irrisori. In Cina la produzione di perle ha registrato da qualche anno un vero e proprio boom e molti ritengono che nel giro di qualche decennio le cinesi vinceranno la concorrenza con quelle giapponesi, per ora di gran lunga più belle perché allevate in mare e di migliore di qualità. Qualche settimana fa il villaggio ha avuto un momento di celebrità nazionale perché sono arrivate in visita le partecipanti al concorso di miss Regina del turismo. Le ragazze sono state fotografate nei costumi locali e l'avvenimento è stato pubblicizzato perché la Cina sta puntando moltissimo sul turismo cosiddetto minore come mezzo per dare qualche opportunità alle aree interne del paese. Ormai nelle campagne è un fiorire di tante piccole iniziative, tutte all'insegna di una certa intraprendenza contadina. Vengono risistemati vecchi borghi per farne luoghi di villeggiatura per l'estate e di gite durante la primavera. A tre ore distanza da Pechino, Chuan Dixia era stato praticamente abbandonato dopo una lunga esistenza come importante stazione di posta durante le due ultime dinastie per le carovane di mercanti che si avventuravano, attraverso,le montagne, dalla capitale alla provincia dello Shanxi. Scoperto per caso da alcuni stranieri curiosi, è stato risistemato, dichiarato parco naturale, aperto al pubblico mentre le vecchie famiglie rimaste sul posto hanno trasformato le loro case in luoghi dove si può dormire e mangiare. Per aiutare le zone povere interne, il governo ha ora addirittura dato il via al progetto del «turismo rosso»: ovvero la visita alle varie «basi» rivoluzionarie, da Jinggangshan al sud a Yan'an al nord, che negli anni trenta furono toccate durante la mitica «Lunga Marcia». Sicuramente si troveranno taiwanesi o giapponesi pronti ad affrontare tutti i disagi per raggiungere luoghi poco attrezzati tra montagne inospitali. Meno probabile che lo facciano degli occidentali. Ma tutti questi sforzi confermano quanto sia assillante in Cina il problema del poco - o niente- sviluppo delle zone interne, abitate da contadini, lontane dalla costa ultrasviluppata e sovraeccititata. Il Paese sta vivendo tutti i problemi, le difficoltà, gli squilibri tipici di una fase di accelerato decollo economico. Ma, come sempre nel suo caso, a pesare non è tanto il fenomeno in sé quanto la sua dimensione. Se i contadini sono ancora tra i sette-ottocento milioni, non si può aspettare che vengano automaticamente riassorbiti dallo sviluppo che dovrebbe irradiarsi dalle grandi città. Bisogna fare qualcosa.
A marzo, il primo ministro Wen Jiabao ha impostato il suo discorso alla Assemblea nazionale come un unico, prolungato grido di allarme per le carenze dell'economia e l'accentuarsi degli squilibri. È apparso addirittura eccessivamente preoccupato. Ascoltandolo, per un attimo è venuta alla memoria la vecchia pratica cinese di lamentarsi anche quando le cose vanno bene per impedire agli dei di essere invidiosi. La stampa fa quotidianamente eco alle preoccupazioni governative, tacendo però le proteste o le manifestazioni di quanti vivono sulla propria pelle i disagi e gli squilibri. Le turbolenze di questi mesi nelle campagne sono state praticamente censurate. Anche se questa primavera è stato proprio uno del vertice dirigente, Pan Yue, a scrivere un articolo, che ha trovato spazio su tutta la stampa nazionale e su Internet, con una durissima denuncia dei guasti della politica economica, di cui a suo parere le vittime principali sono stati i contadini. Non esiste, ha scritto, un'area al mondo che abbia accentuato gli squilibri sociali cosi come è successo in Cina in questi ultimi quindici anni. La politica di espropriazione di spazi agricoli per esigenze urbane ha tolto ai contadini i mezzi di produzione e l'inquinamento industriale ha avvelenato le acque creando problemi di approvvigionamento per 300 milioni di abitanti delle campagne. Nell'esclusione dei contadini dai vantaggi delle riforme Pan Yue vede una grossa e non improbabile prospettiva di crisi sociale.
Squilibri, dunque, sociali e territoriali, e i dati sono incontestabili. A Shanghai hanno appena aperto tre università indipendenti, a pagamento, che sono state esentate dal rispetto dei vincoli e delle disposizioni governative in materia di istruzione superiore. Invece, nelle campagne povere del centro nord, a tutt'oggi trenta milioni di bambini poveri hanno potuto frequentare le elementari solo perché il governo ha «regalato» loro i libri di testo. Nelle grandi città le ragazze esibiscono la nuovissima borsa chiara di Vuitton ( forse falsa, chissà), mentre lo scorso anno il governo ha dovuto fornire di abiti e cibo a 69 milioni di cinesi rimasti vittime di disastri naturali. In un sondaggio condotto dal quotidiano della gioventù il 70 per cento degli intervistati ha detto di sentirsi grasso e di voler essere più magro e sono già 200 milioni i cinesi in soprappeso; e invece, secondo i dati ufficiali sono ancora 100 milioni i cinesi che mangiano e si vestono solo grazie al sussidio statale. Per frenare il malcontento nelle campagne il governo ha ridotto e in alcune aree eliminato del tutto le tasse e ha aumentato i prezzi del grano. Ma nel frattempo ai contadini non sono stati pagati gli espropri delle aree servite per l'espansione edilizia o l' installazione di nuove fabbriche. I senza lavoro in agricoltura lasciano le campagne, arrivano come pendolari nelle grandi città e diventano perciò l'ossatura del miracolo economico, ma intanto a centinaia di migliaia e per anni non hanno ricevuto il salario. A tutto il 2004 erano 367 miliardi di yuan ( 10 yuan fanno un euro) le retribuzioni non corrisposte. Sono dati ufficiali. Lo stesso primo ministro ha ammesso a marzo il fenomeno quando ha ricordato che finalmente erano stati pagati 33 miliardi di yuan come arretrati di salari e di compenso per gli espropri. Nel frattempo il reddito nella campagne si è attestato lo scorso anno a poco meno di 3000 yuan ( 300 euro) all'anno, mentre i redditi urbani sono stati quasi diecimila yuan, poco più di mille dollari, con uno stacco tra i primi e i secondi in questi anni cresciuto di cinque volte, secondo i dati di Pan Yue. La Cina futuro grande mercato di consumo per i prodotti occidentali? Ci vorrà ancora del tempo e naturalmente un grosso balzo in avanti del reddito e una maggiore fiducia nel futuro. Negli Stati Uniti il peso del consumo privato sul reddito è pari al 70 per cento, in Cina lo è per il 43 per cento. Negli Stati Uniti il tasso di risparmio è dell'1 per cento sul reddito personale, in Cina balza al 40 per cento. Pesano su questa percentuale la scarsa disponibilità di beni durevoli da acquistare ( la fila per l'acquisto delle auto è lunghissima e difficili sono i mutui per l'acquisto delle case) nonché l'orientamento delle famiglie a mettere da parte risparmi per gli studi dei figli (dalle elementari alle università sono a pagamento) o per spese mediche straordinarie. Ma quella percentuale cosi alta è anche l'indice di una inquieta incertezza sul futuro, futuro economico e futuro politico.
Sono i dirigenti cinesi ad accentuare al massimo la denuncia delle loro inadempienze, e forse l'Occidente frastornato dalla visione di quanto offrono Shanghai e Pechino dovrebbe prestare più attenzione a questa auto-denuncia per cercare di comprenderne il senso. Come guardare alla Cina? Come la Cina gestirà le sue contraddizioni sociali? Ne sarà travolta, rallentata, oppure saprà superarle? E perché le enfatizza tanto? La Cina ci tiene a presentarsi sul palcoscenico internazionale come un paese ancora «in via di sviluppo» - e in effetti lo è- quindi con il diritto a conquistarsi condizioni di vantaggio o di favore nelle trattative globali sull'economia. E anche con il diritto a violare regole concordate. L'Europa si lamenta per l'invasione dei nostri prodotti, dicono gli amici di Pechino, ma è questo il mercato, ed è l'Occidente che del mercato ha fatto una bandiera. Di che cosa vi lamentate? È invece sul fronte della politica che la Cina si aspetta, sullo scacchiere internazionale, un ruolo alla pari con il resto del mondo.
Ma il richiamo ai limiti delle scelte fin qui fatte ha anche un valore a fini interni. Suona naturalmente come una serrata critica all'attuazione delle decisioni prese anni fa da Deng Xiaoping. Però oggi il gruppo dirigente che ruota attorno a Hu Jintao non si attarda- almeno per il momento- a fare processi al passato. Cerca soluzioni per il presente. Una l'ha trovata nel lancio di una nuova parola d'ordine: vogliamo costruire una società armoniosa. Un sostantivo e un aggettivo che ormai si ritrovano dovunque, finanche nel discorso di Donald Tsang in occasione del suo insediamento come capo dell'amministrazione speciale di Hong Kong. Armonia è un termine che corre come un filo rosso nella storia, nella cultura, nella filosofia cinese. Finanche nella architettura ed ecco la Città proibita con la Porta dell' Armonia suprema e i palazzi della Suprema Armonia, dell'Armonia di Mezzo, dell'Armonia Preservata. È singolare questo approdo che parte dalla teoria di Mao sulla contraddizione e sulla rivoluzione permanente passa per la sottolineatura marxista di Deng Xiaoping (e Marx tutto è tranne che un fautore di armonia) per arrivare a un rilancio del passato, del tutto estraneo all'esperienza comunista. L'armonia è la sostanza dei rapporti tra gli uomini e del rapporto tra gli uomini e la natura. È dunque un disegno, un ricamo che richiede per forza la guida di qualcuno che tiri le fila di tutto, si assuma tutte le responsabilità. Non sono necessari perciò proteste, manifestazioni, dissensi, voci politiche diverse, perché sarebbero segno di disordine, non di armonia. Devono essere ignorate, censurate, punite se necessario. Con il richiamo all' armonia, il Partito comunista cinese conferma la sua volontà di mantenere il potere senza accettare di essere messo in discussione. Indicando l'obiettivo strategico di una società armoniosa, paradossalmente il Pcc chiede ai cinesi un atto di fiducia non in nome di quanto ha già garantito alla Cina, ma in nome degli errori che ha compiuto.
L’esercito dei poveri
nella Cina del boom
di Lino Tamburino
VIAGGIO NELLE DISEGUAGLIANZE del Paese che vive un accelerato decollo economico. Nel 2004 il reddito nelle campagne è stato di 3000 yuan (300 euro) l’anno mentre i redditi urbani sono saliti a 10mila yuan (poco più di mille dollari). Con uno stacco cresciuto di cinque volte. E anche il premier lancia l’allarme
Lo chiamano «la nostra piccola Venezia». A poco più di cento chilometri da Shanghai, in quella rete di corsi d'acqua, piccoli laghi, canali, fiumiciattoli, il villaggio è meta preferita di turisti stranieri, quasi tutti taiwanesi e giapponesi, arrivati per fare il giro del canale che taglia in due Zhouzhuang. Se a Venezia nessuna donna è riuscita finora a superare le prove per manovrare una gondola, qui a maneggiare il nostro barcone è una robusta ex-contadina di mezza età. Il villaggio, rimasto intatto e finora non coinvolto nei tipici abbellimenti architettonici, vive ormai di turismo, favorito anche dalla non grande lontananza da Shuzou patria della seta. Sulle stradine interne affacciano negozietti di cibo, di stoffa ricamata e di perle, perle in gran quantità, perle bianche e perle nere, allevate nelle acque di questa rete di canali e offerte a prezzi irrisori. In Cina la produzione di perle ha registrato da qualche anno un vero e proprio boom e molti ritengono che nel giro di qualche decennio le cinesi vinceranno la concorrenza con quelle giapponesi, per ora di gran lunga più belle perché allevate in mare e di migliore di qualità. Qualche settimana fa il villaggio ha avuto un momento di celebrità nazionale perché sono arrivate in visita le partecipanti al concorso di miss Regina del turismo. Le ragazze sono state fotografate nei costumi locali e l'avvenimento è stato pubblicizzato perché la Cina sta puntando moltissimo sul turismo cosiddetto minore come mezzo per dare qualche opportunità alle aree interne del paese. Ormai nelle campagne è un fiorire di tante piccole iniziative, tutte all'insegna di una certa intraprendenza contadina. Vengono risistemati vecchi borghi per farne luoghi di villeggiatura per l'estate e di gite durante la primavera. A tre ore distanza da Pechino, Chuan Dixia era stato praticamente abbandonato dopo una lunga esistenza come importante stazione di posta durante le due ultime dinastie per le carovane di mercanti che si avventuravano, attraverso,le montagne, dalla capitale alla provincia dello Shanxi. Scoperto per caso da alcuni stranieri curiosi, è stato risistemato, dichiarato parco naturale, aperto al pubblico mentre le vecchie famiglie rimaste sul posto hanno trasformato le loro case in luoghi dove si può dormire e mangiare. Per aiutare le zone povere interne, il governo ha ora addirittura dato il via al progetto del «turismo rosso»: ovvero la visita alle varie «basi» rivoluzionarie, da Jinggangshan al sud a Yan'an al nord, che negli anni trenta furono toccate durante la mitica «Lunga Marcia». Sicuramente si troveranno taiwanesi o giapponesi pronti ad affrontare tutti i disagi per raggiungere luoghi poco attrezzati tra montagne inospitali. Meno probabile che lo facciano degli occidentali. Ma tutti questi sforzi confermano quanto sia assillante in Cina il problema del poco - o niente- sviluppo delle zone interne, abitate da contadini, lontane dalla costa ultrasviluppata e sovraeccititata. Il Paese sta vivendo tutti i problemi, le difficoltà, gli squilibri tipici di una fase di accelerato decollo economico. Ma, come sempre nel suo caso, a pesare non è tanto il fenomeno in sé quanto la sua dimensione. Se i contadini sono ancora tra i sette-ottocento milioni, non si può aspettare che vengano automaticamente riassorbiti dallo sviluppo che dovrebbe irradiarsi dalle grandi città. Bisogna fare qualcosa.
A marzo, il primo ministro Wen Jiabao ha impostato il suo discorso alla Assemblea nazionale come un unico, prolungato grido di allarme per le carenze dell'economia e l'accentuarsi degli squilibri. È apparso addirittura eccessivamente preoccupato. Ascoltandolo, per un attimo è venuta alla memoria la vecchia pratica cinese di lamentarsi anche quando le cose vanno bene per impedire agli dei di essere invidiosi. La stampa fa quotidianamente eco alle preoccupazioni governative, tacendo però le proteste o le manifestazioni di quanti vivono sulla propria pelle i disagi e gli squilibri. Le turbolenze di questi mesi nelle campagne sono state praticamente censurate. Anche se questa primavera è stato proprio uno del vertice dirigente, Pan Yue, a scrivere un articolo, che ha trovato spazio su tutta la stampa nazionale e su Internet, con una durissima denuncia dei guasti della politica economica, di cui a suo parere le vittime principali sono stati i contadini. Non esiste, ha scritto, un'area al mondo che abbia accentuato gli squilibri sociali cosi come è successo in Cina in questi ultimi quindici anni. La politica di espropriazione di spazi agricoli per esigenze urbane ha tolto ai contadini i mezzi di produzione e l'inquinamento industriale ha avvelenato le acque creando problemi di approvvigionamento per 300 milioni di abitanti delle campagne. Nell'esclusione dei contadini dai vantaggi delle riforme Pan Yue vede una grossa e non improbabile prospettiva di crisi sociale.
Squilibri, dunque, sociali e territoriali, e i dati sono incontestabili. A Shanghai hanno appena aperto tre università indipendenti, a pagamento, che sono state esentate dal rispetto dei vincoli e delle disposizioni governative in materia di istruzione superiore. Invece, nelle campagne povere del centro nord, a tutt'oggi trenta milioni di bambini poveri hanno potuto frequentare le elementari solo perché il governo ha «regalato» loro i libri di testo. Nelle grandi città le ragazze esibiscono la nuovissima borsa chiara di Vuitton ( forse falsa, chissà), mentre lo scorso anno il governo ha dovuto fornire di abiti e cibo a 69 milioni di cinesi rimasti vittime di disastri naturali. In un sondaggio condotto dal quotidiano della gioventù il 70 per cento degli intervistati ha detto di sentirsi grasso e di voler essere più magro e sono già 200 milioni i cinesi in soprappeso; e invece, secondo i dati ufficiali sono ancora 100 milioni i cinesi che mangiano e si vestono solo grazie al sussidio statale. Per frenare il malcontento nelle campagne il governo ha ridotto e in alcune aree eliminato del tutto le tasse e ha aumentato i prezzi del grano. Ma nel frattempo ai contadini non sono stati pagati gli espropri delle aree servite per l'espansione edilizia o l' installazione di nuove fabbriche. I senza lavoro in agricoltura lasciano le campagne, arrivano come pendolari nelle grandi città e diventano perciò l'ossatura del miracolo economico, ma intanto a centinaia di migliaia e per anni non hanno ricevuto il salario. A tutto il 2004 erano 367 miliardi di yuan ( 10 yuan fanno un euro) le retribuzioni non corrisposte. Sono dati ufficiali. Lo stesso primo ministro ha ammesso a marzo il fenomeno quando ha ricordato che finalmente erano stati pagati 33 miliardi di yuan come arretrati di salari e di compenso per gli espropri. Nel frattempo il reddito nella campagne si è attestato lo scorso anno a poco meno di 3000 yuan ( 300 euro) all'anno, mentre i redditi urbani sono stati quasi diecimila yuan, poco più di mille dollari, con uno stacco tra i primi e i secondi in questi anni cresciuto di cinque volte, secondo i dati di Pan Yue. La Cina futuro grande mercato di consumo per i prodotti occidentali? Ci vorrà ancora del tempo e naturalmente un grosso balzo in avanti del reddito e una maggiore fiducia nel futuro. Negli Stati Uniti il peso del consumo privato sul reddito è pari al 70 per cento, in Cina lo è per il 43 per cento. Negli Stati Uniti il tasso di risparmio è dell'1 per cento sul reddito personale, in Cina balza al 40 per cento. Pesano su questa percentuale la scarsa disponibilità di beni durevoli da acquistare ( la fila per l'acquisto delle auto è lunghissima e difficili sono i mutui per l'acquisto delle case) nonché l'orientamento delle famiglie a mettere da parte risparmi per gli studi dei figli (dalle elementari alle università sono a pagamento) o per spese mediche straordinarie. Ma quella percentuale cosi alta è anche l'indice di una inquieta incertezza sul futuro, futuro economico e futuro politico.
Sono i dirigenti cinesi ad accentuare al massimo la denuncia delle loro inadempienze, e forse l'Occidente frastornato dalla visione di quanto offrono Shanghai e Pechino dovrebbe prestare più attenzione a questa auto-denuncia per cercare di comprenderne il senso. Come guardare alla Cina? Come la Cina gestirà le sue contraddizioni sociali? Ne sarà travolta, rallentata, oppure saprà superarle? E perché le enfatizza tanto? La Cina ci tiene a presentarsi sul palcoscenico internazionale come un paese ancora «in via di sviluppo» - e in effetti lo è- quindi con il diritto a conquistarsi condizioni di vantaggio o di favore nelle trattative globali sull'economia. E anche con il diritto a violare regole concordate. L'Europa si lamenta per l'invasione dei nostri prodotti, dicono gli amici di Pechino, ma è questo il mercato, ed è l'Occidente che del mercato ha fatto una bandiera. Di che cosa vi lamentate? È invece sul fronte della politica che la Cina si aspetta, sullo scacchiere internazionale, un ruolo alla pari con il resto del mondo.
Ma il richiamo ai limiti delle scelte fin qui fatte ha anche un valore a fini interni. Suona naturalmente come una serrata critica all'attuazione delle decisioni prese anni fa da Deng Xiaoping. Però oggi il gruppo dirigente che ruota attorno a Hu Jintao non si attarda- almeno per il momento- a fare processi al passato. Cerca soluzioni per il presente. Una l'ha trovata nel lancio di una nuova parola d'ordine: vogliamo costruire una società armoniosa. Un sostantivo e un aggettivo che ormai si ritrovano dovunque, finanche nel discorso di Donald Tsang in occasione del suo insediamento come capo dell'amministrazione speciale di Hong Kong. Armonia è un termine che corre come un filo rosso nella storia, nella cultura, nella filosofia cinese. Finanche nella architettura ed ecco la Città proibita con la Porta dell' Armonia suprema e i palazzi della Suprema Armonia, dell'Armonia di Mezzo, dell'Armonia Preservata. È singolare questo approdo che parte dalla teoria di Mao sulla contraddizione e sulla rivoluzione permanente passa per la sottolineatura marxista di Deng Xiaoping (e Marx tutto è tranne che un fautore di armonia) per arrivare a un rilancio del passato, del tutto estraneo all'esperienza comunista. L'armonia è la sostanza dei rapporti tra gli uomini e del rapporto tra gli uomini e la natura. È dunque un disegno, un ricamo che richiede per forza la guida di qualcuno che tiri le fila di tutto, si assuma tutte le responsabilità. Non sono necessari perciò proteste, manifestazioni, dissensi, voci politiche diverse, perché sarebbero segno di disordine, non di armonia. Devono essere ignorate, censurate, punite se necessario. Con il richiamo all' armonia, il Partito comunista cinese conferma la sua volontà di mantenere il potere senza accettare di essere messo in discussione. Indicando l'obiettivo strategico di una società armoniosa, paradossalmente il Pcc chiede ai cinesi un atto di fiducia non in nome di quanto ha già garantito alla Cina, ma in nome degli errori che ha compiuto.
da fonte incerta
Corriere della Sera 17.7.05
TEORIE DEL COMPLOTTO
Teheran accusa Cia e Mossad «Hanno messo loro le bombe»
TEHERAN - Una grande trama ordita da servizi segreti statunitensi e israeliani dietro la strage del 7 luglio a Londra. La teoria del complotto è stata elaborata a Teheran, e non poteva essere diversamente, visto lo storico rancore nutrito dal regime iraniano verso il Grande Satana Usa, lo Stato ebraico e il governo di Sua Maestà britannica. Il ministro dell’intelligence iraniano, Ali Younesi, ha giudicato «non improbabile» che dietro agli attentati del 7 luglio a Londra vi siano i servizi segreti americano e israeliano, che avrebbero così voluto punire i colleghi britannici per avere trattato Al Qaeda in modo troppo «comprensivo» e aver dato asilo a numerosi personaggi accusati di estremismo. «Alcuni membri di Al Qaeda - ha detto Younesi all’agenzia degli studenti Isna - sono oggi al sicuro in Gran Bretagna e in alcuni Paesi arabi. La Cia e il Mossad sono arrabbiati con l’intelligence britannico per questo motivo, e quindi non è improbabile (...) che abbiano organizzato gli attentati di Londra, così da fare capire ai britannici che la lotta al terrorismo deve essere trasparente e ci deve essere un coordinamento, e che i britannici non possono adottare una politica diversa dagli Usa e da Israele». «È quindi possibile - ha concluso il ministro - che altri attentati simili accadano nei Paesi arabi di questa regione».
TEORIE DEL COMPLOTTO
Teheran accusa Cia e Mossad «Hanno messo loro le bombe»
TEHERAN - Una grande trama ordita da servizi segreti statunitensi e israeliani dietro la strage del 7 luglio a Londra. La teoria del complotto è stata elaborata a Teheran, e non poteva essere diversamente, visto lo storico rancore nutrito dal regime iraniano verso il Grande Satana Usa, lo Stato ebraico e il governo di Sua Maestà britannica. Il ministro dell’intelligence iraniano, Ali Younesi, ha giudicato «non improbabile» che dietro agli attentati del 7 luglio a Londra vi siano i servizi segreti americano e israeliano, che avrebbero così voluto punire i colleghi britannici per avere trattato Al Qaeda in modo troppo «comprensivo» e aver dato asilo a numerosi personaggi accusati di estremismo. «Alcuni membri di Al Qaeda - ha detto Younesi all’agenzia degli studenti Isna - sono oggi al sicuro in Gran Bretagna e in alcuni Paesi arabi. La Cia e il Mossad sono arrabbiati con l’intelligence britannico per questo motivo, e quindi non è improbabile (...) che abbiano organizzato gli attentati di Londra, così da fare capire ai britannici che la lotta al terrorismo deve essere trasparente e ci deve essere un coordinamento, e che i britannici non possono adottare una politica diversa dagli Usa e da Israele». «È quindi possibile - ha concluso il ministro - che altri attentati simili accadano nei Paesi arabi di questa regione».
imperialismo e keynesismo
ilmanifesto.it sabato 16 luglio 2005
L'egemonia Usa e le trappole del keynesismo
Il capitalismo contemporaneo alla luce del pensiero di Paul Sweezy e della «Monthly Review» è il tema di una conferenza che si terrà questo lunedì a Londra, presso la storica sede della Marx Memorial Library. Ne anticipiamo un'ampia sintesi
JOSEPH HALEVI
Come nota lo storico Howard Zinn fu nel 1898, con la guerra alla Spagna, che Washington menzionò esplicitamente il ruolo dei mercati esteri per assorbire il surplus di merci prodotte dall'economia nazionale. Lo State Department fu lapidario nell'affermare tale connessione in un documento in cui si sosteneva che senza l'apertura di mercati esteri il mantenimento dell'occupazione sarebbe diventato molto difficile. Questo accadeva alla fine dell'Ottocento. Nell'arco di tempo che dal 1898 va al 1942-45 gli Usa cercarono di mettere in campo tale politica di apertura di nuovi spazi di sbocco, spazi che hanno un nome preciso: la Cina. Non a caso la rotta di collisione con il Giappone si concretizzò negli anni Trenta quando sull'onda della crisi il Giappone volle fare della Cina la zona di sbocco per le sue merci nonché una fonte di proventi dell'export (cinese) con il resto del mondo per finanziare il deficit nipponico verso le aree della sterlina e del dollaro. Dopo il 1945 la storia cambia, e assai rapidamente. Se è vero che gli Usa usarono il sistema di Bretton Woods per scalzare la Gran Bretagna, trasferendo la tradizionale dipendenza dei Dominions dal Regno Unito agli Usa, e installare in maniera esclusiva le multinazionali petrolifere americane in aree controllate da Londra come l'Arabia Saudita (1945, accordo verbale tra Roosevelt di ritorno da Yalta e il re saudita) e l'Iran (dopo il 1953), gli Usa dovettero occuparsi del problema della bilancia dei pagamenti. Inoltre le zone sotto maggiore controllo americano, come il Giappone, la Corea meridionale e Taiwan, attraversarono un processo di crescita accelerata chiudendosi, con l'approvazione ed il sostegno di Washington, rispetto agli investimenti diretti statunitensi. Nella sostanza, la stessa egemonia Usa poneva dei limiti all'individuazione di zone in cui esportare i capitali, mentre la bilancia dei pagamenti Usa sviluppava deficit persistenti. Già alla fine degli anni Sessanta, quindi, si può dire che il problema principale degli Usa non fosse più quello dell'imperialismo classico di Lenin, motivato dall'esportazione di capitali. Il nodo allora consisteva nel rompere il meccanismo in base al quale gran parte del mondo capitalista beneficiava del keynesismo militare Usa più di quanto ne beneficiassero le corporations americane negli Usa. La risposta fu su due fronti: svalutazione del dollaro e aumento dei prezzi del petrolio. Dalle memorie di Henry Kissinger pubblicate nel 1982 e da articoli apparsi su «Foreign Policy» nel 1976 emerge in maniera convincente come lo shock petrolifero del 1974 fu sostenuto e pilotato politicamente. Con la svalutazione del dollaro, il Giappone divenne la variabile di aggiustamento della politica monetaria Usa (un fenomeno, questo, che non funziona con la Cina che sta rimpiazzando il Giappone come maggiore esportatrice verso gli Usa), mentre la creazione dei petrodollari diede un'enorme forza internazionale al sistema finanziario degli Stati Uniti, dato che l'Arabia Saudita è una componente del sistema americano. I vincitori furono le società finanziarie, ma la svalutazione del dollaro non fece uscire la bilancia dei pagamenti Usa dal deficit. La svolta avvenne nel 1978-79 con la perdita dell'Iran. L'Iran con Israele era il maggior acquirente di mezzi militari Usa. Buona parte degli acquisti militari iraniani erano finanziati da un'apposita agenzia pubblica Usa preposta proprio al finanziamento dell'export militare. Con il 1979 questo sbocco si chiuse e le società petrolifere Usa, che avevano in precedenza accettato la nazionalizzazione dell'estrazione del greggio da parte dell'Arabia Saudita, si accorsero di aver perso il controllo diretto del greggio in Medioriente. Pertanto, il secondo shock petrolifero fu reale e non interno alle logiche dei gruppi dirigenti Usa. Ancora fino alla fine degli anni Settanta il deficit estero Usa veniva visto come un problema da affrontare aumentando in qualche modo la competitività del sistema economico nazionale. Dopo il 1979 queste considerazioni vengono abbandonate e la questione del deficit è trattata come un problema per chi detiene i surplus. Ma tale scelta non fu effettuata in relazione alla posizione contabile internazionale degli Usa bensì in relazione alla composizione degli interessi capitalistici negli Usa. Essi si concentravano nei settori che vennero colpiti durante la crisi iraniana e nell'accresciuto potere, grazie ai petrodollari, del settore finanziario. Così il periodo di Reagan fu veramente un nuovo capitolo nella storia statunitense perché ebbe proprio come obiettivo la deindustrializzazione dell'apparato produttivo civile del paese e il rilancio della componente militare-industriale. È da allora che gli Stati Uniti diventano importatori globali di merci, servizi e di capitali, questi ultimi ottenuti con le buone nelle fasi di crescita speculativa e con le cattive nelle fasi di stanca. Intanto, i «macjobs», i mestieri di servizio a basso valore aggiunto, si moltiplicano. In questo schema non vi è spazio per idiozie keynesiane e riformiste del tipo «siate carini e ascoltateci che andranno meglio salari e profitti». La spesa pubblica funziona direttamente per il complesso militare-industriale keynesiano e le società petrolifere, il resto si arrangi. E il mondo, Africa inclusa, deve volente o nolente rifinanziare il deficit Usa. Questa è la natura dell'imperialismo oggi.
L'egemonia Usa e le trappole del keynesismo
Il capitalismo contemporaneo alla luce del pensiero di Paul Sweezy e della «Monthly Review» è il tema di una conferenza che si terrà questo lunedì a Londra, presso la storica sede della Marx Memorial Library. Ne anticipiamo un'ampia sintesi
JOSEPH HALEVI
Affrontare il pensiero di Sweezy nello spirito dello stesso Sweezy, e di Magdoff e Baran, significa affrontare i problemi del capitalismo odierno e cercare di individuarne gli aspetti di cambiamento. Paul Sweezy e tutto il gruppo della «Monthly Review» non caddero mai nella trappola del keynesismo politico-economico, in base al quale con misure di distribuzione del reddito più eque e con l'aiuto della spesa pubblica, è possibile pilotare il sistema capitalista verso la piena occupazione garantendone la stabilità nel tempo. Secondo tale ideologia keynesiana, sia la questione del lavoro sia quella dell'imperialismo esulano dal campo del funzionamento economico e appartengono invece a scelte politiche dettate puramente da teorie sbagliate, dette neoclassiche, piuttosto che dalla configurazione di classe del sistema. Sweezy e la «Monthly Review» ritennero invece di Keynes la parte più avanzata, che riguardava la scarsa disponibilità dei capitalisti a sostenere un ritmo adeguato di investimenti e il tentativo di trovare invece nelle opzioni finanziarie una strada più facile per accumulare ricchezza astratta. L'elemento centrale del pensiero di Sweezy e del gruppo della «Monthly Review» consiste nell'aver integrato su basi squisitamente marxiste tre aspetti cruciali del sistema capitalistico contemporaneo: il problema degli sbocchi o della domanda effettiva, il ruolo delle grandi corporations nell'unificare politica ed economia e nel definire i rapporti di potere su cui si articola appunto il problema della domanda effettiva, il ruolo endogeno al sistema dell'imperialismo che assume istituzionalmente la forma di interventi economici dettati dalle istituzioni, e quindi esterni ai calcoli e alle decisioni economiche delle singole imprese. Solo in questo contesto è possibile concepire un keynesismo compatibile con il capitalismo. Come oculatamente scrisse «Business Week» nel 1949: «Vi è una grande differenza sociale ed economica tra il pump priming (cioè gonfiare la spesa come si gonfia il copertone di un'auto) volto al welfare ed il pump priming militare...La spesa militare non altera in realtà la struttura dell'economia. Essa avviene attraverso i canali regolari. Per ciò che riguarda l'imprenditore un ordinativo di munizioni dal governo è uguale a un ordinativo effettuato da un cliente privato». Invece la spesa sociale, sosteneva il principale settimanale economico statunitense, «crea nuovi canali a sé stanti. Crea nuove istituzioni, ridistribuisce il reddito. Sposta la composizione della domanda da un'industria all'altra: cambia l'intera struttura economica». Questo è il vero nocciolo del keynesismo, non a caso reso possibile su scala mondiale dagli Usa fino al 1971. Dal 1971 la dinamica del capitalismo si pone in termini che circoscrivono il keynesismo militare solo agli Usa con effetti che sono sempre meno significativi per il resto del mondo industrializzato e molto differenziati anche all'interno degli Stati Uniti. In un lasso di tempo relativamente breve dopo il 1945 il ruolo imperialistico degli Stati Uniti è andato mutando al punto tale da dover imporre nel 1971 l'abbandono del sistema di Bretton Woods concepito come pilastro dell'egemonia Usa.
Lunedì 18 luglio Joseph Halevi terrà una conferenza in onore di Paul Sweezy - di cui qui anticipiamo un'ampia sintesi - alla Marx Memorial Library a Londra. Il tema dell'incontro, intitolato «Paul Sweezy and a Marxist response to contemporary capitalism», sarà appunto il capitalismo odierno alla luce del pensiero di Sweezy. La Marx Memorial Library è stata fondata nel 1933 ad opera di delegati del partito laburista, di quello comunista e di alcuni sindacati. L'istituzione ha sede nello storico palazzo di Clerkenwell Green che ospitò nel 1902, per oltre un anno, la redazione dell'Iskra e lo stesso Lenin, per poi diventare sede della casa editrice Ventesimo Secolo, della federazione socialdemocratica.
Ogni anno si tengono due lectures (solitamente in primavera e in autunno) che vedono da sempre protagonisti i più noti studiosi di area marxista o leader politici e sindacali, come Sweezy, Hobsbawm, Arthur Scargill, Tony Benn, David McLellan.
Come nota lo storico Howard Zinn fu nel 1898, con la guerra alla Spagna, che Washington menzionò esplicitamente il ruolo dei mercati esteri per assorbire il surplus di merci prodotte dall'economia nazionale. Lo State Department fu lapidario nell'affermare tale connessione in un documento in cui si sosteneva che senza l'apertura di mercati esteri il mantenimento dell'occupazione sarebbe diventato molto difficile. Questo accadeva alla fine dell'Ottocento. Nell'arco di tempo che dal 1898 va al 1942-45 gli Usa cercarono di mettere in campo tale politica di apertura di nuovi spazi di sbocco, spazi che hanno un nome preciso: la Cina. Non a caso la rotta di collisione con il Giappone si concretizzò negli anni Trenta quando sull'onda della crisi il Giappone volle fare della Cina la zona di sbocco per le sue merci nonché una fonte di proventi dell'export (cinese) con il resto del mondo per finanziare il deficit nipponico verso le aree della sterlina e del dollaro. Dopo il 1945 la storia cambia, e assai rapidamente. Se è vero che gli Usa usarono il sistema di Bretton Woods per scalzare la Gran Bretagna, trasferendo la tradizionale dipendenza dei Dominions dal Regno Unito agli Usa, e installare in maniera esclusiva le multinazionali petrolifere americane in aree controllate da Londra come l'Arabia Saudita (1945, accordo verbale tra Roosevelt di ritorno da Yalta e il re saudita) e l'Iran (dopo il 1953), gli Usa dovettero occuparsi del problema della bilancia dei pagamenti. Inoltre le zone sotto maggiore controllo americano, come il Giappone, la Corea meridionale e Taiwan, attraversarono un processo di crescita accelerata chiudendosi, con l'approvazione ed il sostegno di Washington, rispetto agli investimenti diretti statunitensi. Nella sostanza, la stessa egemonia Usa poneva dei limiti all'individuazione di zone in cui esportare i capitali, mentre la bilancia dei pagamenti Usa sviluppava deficit persistenti. Già alla fine degli anni Sessanta, quindi, si può dire che il problema principale degli Usa non fosse più quello dell'imperialismo classico di Lenin, motivato dall'esportazione di capitali. Il nodo allora consisteva nel rompere il meccanismo in base al quale gran parte del mondo capitalista beneficiava del keynesismo militare Usa più di quanto ne beneficiassero le corporations americane negli Usa. La risposta fu su due fronti: svalutazione del dollaro e aumento dei prezzi del petrolio. Dalle memorie di Henry Kissinger pubblicate nel 1982 e da articoli apparsi su «Foreign Policy» nel 1976 emerge in maniera convincente come lo shock petrolifero del 1974 fu sostenuto e pilotato politicamente. Con la svalutazione del dollaro, il Giappone divenne la variabile di aggiustamento della politica monetaria Usa (un fenomeno, questo, che non funziona con la Cina che sta rimpiazzando il Giappone come maggiore esportatrice verso gli Usa), mentre la creazione dei petrodollari diede un'enorme forza internazionale al sistema finanziario degli Stati Uniti, dato che l'Arabia Saudita è una componente del sistema americano. I vincitori furono le società finanziarie, ma la svalutazione del dollaro non fece uscire la bilancia dei pagamenti Usa dal deficit. La svolta avvenne nel 1978-79 con la perdita dell'Iran. L'Iran con Israele era il maggior acquirente di mezzi militari Usa. Buona parte degli acquisti militari iraniani erano finanziati da un'apposita agenzia pubblica Usa preposta proprio al finanziamento dell'export militare. Con il 1979 questo sbocco si chiuse e le società petrolifere Usa, che avevano in precedenza accettato la nazionalizzazione dell'estrazione del greggio da parte dell'Arabia Saudita, si accorsero di aver perso il controllo diretto del greggio in Medioriente. Pertanto, il secondo shock petrolifero fu reale e non interno alle logiche dei gruppi dirigenti Usa. Ancora fino alla fine degli anni Settanta il deficit estero Usa veniva visto come un problema da affrontare aumentando in qualche modo la competitività del sistema economico nazionale. Dopo il 1979 queste considerazioni vengono abbandonate e la questione del deficit è trattata come un problema per chi detiene i surplus. Ma tale scelta non fu effettuata in relazione alla posizione contabile internazionale degli Usa bensì in relazione alla composizione degli interessi capitalistici negli Usa. Essi si concentravano nei settori che vennero colpiti durante la crisi iraniana e nell'accresciuto potere, grazie ai petrodollari, del settore finanziario. Così il periodo di Reagan fu veramente un nuovo capitolo nella storia statunitense perché ebbe proprio come obiettivo la deindustrializzazione dell'apparato produttivo civile del paese e il rilancio della componente militare-industriale. È da allora che gli Stati Uniti diventano importatori globali di merci, servizi e di capitali, questi ultimi ottenuti con le buone nelle fasi di crescita speculativa e con le cattive nelle fasi di stanca. Intanto, i «macjobs», i mestieri di servizio a basso valore aggiunto, si moltiplicano. In questo schema non vi è spazio per idiozie keynesiane e riformiste del tipo «siate carini e ascoltateci che andranno meglio salari e profitti». La spesa pubblica funziona direttamente per il complesso militare-industriale keynesiano e le società petrolifere, il resto si arrangi. E il mondo, Africa inclusa, deve volente o nolente rifinanziare il deficit Usa. Questa è la natura dell'imperialismo oggi.
un dossier di Panorama, stile da spiaggia, ma qualche dato intrigante
il "piacere" oggi
Panorama 14.7.05
La ricerca del piacere perfetto
di Stefania Berbenni
Consumiamo sempre più farmaci salvasesso, compriamo accessori porno, ma la cultura dell'eros nazionale sta perdendo colpi. Perché i giovani hanno l'ansia da performance, le donne sanno poco godere e gli uomini sono sempre meno maschi
Per evitare crolli nel weekend c'è la pillola dopante che ti tiene su per 48 ore filate.
Se una cena si fa gagliarda, preludio di un dopo, ingerire l'apposita pasticca due ore prima di denudarsi. Esiste anche il pendolino dell'erezione, veloce, puntuale, bastano 20 minuti di lungimiranza e la penica performance è assicurata. Se si è propensi a viaggiare ad alta velocità, atteggiamento sconveniente sui binari dell'eros, si può inserire un fattore di ritardo: un preparato di ultima generazione evita la eiaculatio praecox.
Anche lei si può aiutare, con creme esaltanti le sensazioni, facilitanti il rapporto, e se il conto in banca è più polposo della libido e degli ormoni, un dottore americano, in cambio di 800 dollari, è disposto a iniettare una dose di collagene nel presunto punto G, per decenni oggetto di sfiancanti cacce al tesoro da parte di ginecologi, femministe, fidanzati benintenzionati (curiosità: il fatidico distretto è stato trovato per caso, una paziente affetta da mal di schiena è andata dal medico per alleviare il dolore; la puntura, con la speciale miscela di collagene, ha generato gemiti stile Meg Ryan in Harry ti presento Sally).
IL VIAGRA FA MALE ALLA VISTA
Siamo al ricettario medico del piacere, all'orgasmo da bancone farmaceutico, al godimento programmato, al kit anti brutte figure. Negli ultimi cinque anni abbiamo consumato 27 milioni di pillole blu, le statistiche dicono che i pistoiesi sono quelli messi peggio e dunque sono gli italiani a rischio cecità.
Non è infatti dandosi all'onanismo più sfrenato che si perde la vista (lo dicevano i preti fino a pochi anni fa per evitare agli adolescenti quelle brutte occhiaie da iperattività masturbatoria); no, pare che il Viagra nel rivitalizzare le parti basse immoli le cornee: 38 casi denunciati negli Stati Uniti e l'azienda produttrice (la Pfizer) ha annunciato che aggiungerà questa controindicazione al bugiardino.
Intanto a Pistoia hanno venduto 622 pasticche, dato relativo a un campione di mille uomini sopra i 40 anni, quattro in più di quelle consumate dai romani.
Prospera l'industria farmaceutica del piacere per lei e per lui che nulla ha a che vedere con la cosiddetta chimica del desiderio, naturale, primordiale pulsione istintuale che scatena reazioni chimiche dentro l'organismo di individui che si piacciono.
Meravigliosa urgenza del desiderio contro l'urgenza dell'erezione.
IL PAESE DELL'IMPOTENZA
A essere ottimisti, si potrebbe dire che gli italiani sono di nuovo a caccia del piacere perfetto di dannunziana memoria. O che, come le femministe negli anni Settanta, rivendichino un nuovo diritto al piacere. A essere ottimisti, perché dati e pareri raccolti fotografano un'Italia più da Bell'Antonio (l'impotente di Vitaliano Brancati) che da L'amante di Marguerite Duras (il sesso come esperienza conoscitiva, tonda); un Paese che consuma sempre più pornografia e sesso virtuale, ossessionato dal dovere di arrivare al piacere ma pavido, atrofizzato nel provare sensazioni, anche quelle che col piacere hanno a che fare (dolore, paura, come spiegano gli psicoanalisti).
Nel '76 Lidia Ravera raccontò le peripezie sessuali di una ragazzina che mentre si concedeva al sesso solitario urlava «cazzo, cazzo, cazzo...». Si intitolava Porci con le ali il libro-scandalo. Quasi trent'anni dopo la sua autrice annota: «Era un diario sessual-politico, in cui c'era il diritto al piacere, anche solitario, perché no? Oggi c'è una specie di esibizione costante di tracotanza sessuale, persino nel modo di vestire. E il sesso è qualcosa di tristemente meccanico, con la pillola che tiene l'attrezzo dritto fino a 80 anni. Siamo in una società che non vuole faticare né provare dolore, quindi è incapace del vero piacere. È una società diserotizzata, perché senza più il senso del peccato. Oggi scriverei la storia di una ragazza che si fa monaca».
PER I GIOVANI IL PIACERE È SOFFERENZA
Fatto base cento italiani, solo 21 di loro, in età fra i 23 e i 32 anni, dà importanza al piacere. Media che sale con l'età: 81 per cento fra i 32 e i 50 anni. «Sono i dati emersi da una nostra recente ricerca» spiega Mauro Pecchinino, sociologo e anima dell'Osservatorio sulla famiglia e la persona. «La ricerca del piacere è frequente dopo i 38 anni. Per i giovani il piacere è quasi sofferenza, perché c'è un'alta conflittualità di coppia, si sentono giudicati e giudicano. A letto si danno le pagelle. Sa cosa bisognerebbe fare? Un'inchiesta su medici e farmacisti che prescrivono il Viagra anche ai ragazzini. In due anni, chi ne fa uso è il 9 per cento dei nostri intervistati contro l'uno di due anni fa».
Pagelle in piena regola le ha stilate Lewis Wingrove, più noto come Nick, nome che in francese ha lo stesso fonema di niquer, scopare. Per un anno ha abbordato signore e signorine, se ne è portate a letto 27 assegnando loro le stelline del critico, come fossero film. Solo due hanno preso il massimo. Il signore è inglese, ha fatto sesso con delle francesi, ha raccontato le sue prodezze in un blog che sta per diventare libro. E si è fidanzato con una delle «orizzontalizzate» (da cinque stelle?). Ma il suo caso potrebbe battere bandiera tricolore perché da noi sono sempre più rari gli incontri a cinque stelle, sebbene il serissimo Wall Street Journal abbia messo gli italiani, in un recente sondaggio su 19.163 europei, in cima alla classifica degli amanti con il 17 per cento di preferenze.
ANSIA DA PRESTAZIONE
Soprattutto i giovani arrancano, cominciano ad avere rapporti fra i 18 e i 19 anni i ragazzi, fra i 20 e i 21 le femmine, così almeno dice l'altrettanto autorevole Università Bocconi di Milano, che ha fotografato, in uno studio, uso e disuso del piacere fra i giovani: al Sud si rimanda il primo incontro, a Rimini, fra piadine e discoteche, si può perdere la verginità con qualche anno d'anticipo.
«Macché sono matti? Tutti a pigliare Viagra e Cialis perché affetti da ansia di prestazione, anche i ragazzini!» dice uno che di ansia se ne intende, Carlo Verdone. «È un'epoca consumistica la nostra, si fa quel che si deve e poi arrivederci e grazie. Le andate-via sono tragiche, manco due parole». Il suo «famolo strano» in Viaggi di nozze, anno 1995, è stato però logorato da coppie e titolisti a furia di essere citato... «Ma quelli erano due poveracci, era uno scherzo».
Provare piacere è cosa seria, indispensabile.
Lo dicono medici e psicoanalisti. Il piacere è fondamentale nella vita di un individuo: è energia, sviluppo della persona: «Si cresce e il piacere cresce con la nostra crescita» spiega Giorgio Abraham, noto sessuologo docente di psichiatria a Ginevra, «chi lo nega è perché teme di perderlo».
Fra i molti suoi pazienti c'è una coppia, lei troppo lenta, lui irruente. «La signora aveva trovato un trucco: immaginava di essere stuprata da una decina di uomini. E al tempo stesso non accettava di prevedere un simile pensiero.
Chiamava in soccorso la paura e la rabbia». Abraham spiega: «Tutti i tentativi di localizzare i centri del piacere nel cervello hanno portato a un unico risultato: scoprire che a livello cerebrale sono gli stessi del dolore.
Le fibre che trasportano le sensazioni dolorose portano anche quelle del piacere, le prime più rapide, durature, le seconde fragili, fugaci». Lo diceva anche Jacques Prévert, in una sua poesia: «Mi sono accorto della presenza del piacere al rumore leggero che faceva nell'andarsene via».
L'OCCHIO È L'ORGANO SESSUALE
Philippe Daverio, intellettuale e critico d'arte, va oltre: «La nostra cultura, oppiacea e anestetizzante, tende a evitare il dolore, e con quello il piacere. Tutto viene appiattito, massificato.
Il sesso viene semplificato, esagerato, mercificato. L'erotismo della caviglia della monaca non c'è più».
La zona più erogena è il cervello, diceva qualcuno, e Pablo Picasso ribatteva sostenendo che «l'occhio è l'organo sessuale». Per voyeur e habitué di fantasie erotiche son tempi duri, senza più tabù da abbattere, né trasgressioni impossibili. Esplode il mercato di oggetti porno, dilaga il sesso via internet.
«Abbiamo sbagliato negli anni Settanta pensando che la libertà corrispondesse alla coppia aperta. Il piacere perfetto lo si continua a raggiungere quando c'è fantasia, passione, un rapporto fra due individui»: parere di Platinette, la dragqueen più famosa d'Italia.
In fondo solo pochi decenni fa molte donne portavano scritto sulla camicia da notte (in alcuni casi, provvista di apertura, là dove ce n'era bisogno): «Non lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio». Oggi una donna su tre ha difficoltà a raggiungere l'orgasmo, sostiene una ricerca inglese.
I maschi sempre più spesso fanno affidamento alla Rete, ma a luci rosse, o al banco farmaceutico, figli della cultura dell'«aiutino» da quiz tv.
Daverio è pessimista, arriva a rimpiangere «quando era peggio», i tempi della guerra, la vita che morde. Scorre la storia come fosse una tela di Raffaello: «Quattro momenti di piacere perfetto per l'umanità: 1635, la Germania si sta suicidando nella guerra dei Trenta anni, chi non muore gode molto, come le ciccione di Rubens; 1748, siamo a metà Settecento, c'è una cultura del piacere sottile, raffinata; 1930, dopo la grande crisi del '29, ci si butta nel godimento, siamo fra le due guerre; 1952-54, è la ripresa, ma anche il preludio della decadenza».
Dagli anni Cinquanta, più niente.
Ma non può finir così, come cantava Eros Ramazzotti.
La ricerca del piacere perfetto
di Stefania Berbenni
Consumiamo sempre più farmaci salvasesso, compriamo accessori porno, ma la cultura dell'eros nazionale sta perdendo colpi. Perché i giovani hanno l'ansia da performance, le donne sanno poco godere e gli uomini sono sempre meno maschi
Per evitare crolli nel weekend c'è la pillola dopante che ti tiene su per 48 ore filate.
Se una cena si fa gagliarda, preludio di un dopo, ingerire l'apposita pasticca due ore prima di denudarsi. Esiste anche il pendolino dell'erezione, veloce, puntuale, bastano 20 minuti di lungimiranza e la penica performance è assicurata. Se si è propensi a viaggiare ad alta velocità, atteggiamento sconveniente sui binari dell'eros, si può inserire un fattore di ritardo: un preparato di ultima generazione evita la eiaculatio praecox.
Anche lei si può aiutare, con creme esaltanti le sensazioni, facilitanti il rapporto, e se il conto in banca è più polposo della libido e degli ormoni, un dottore americano, in cambio di 800 dollari, è disposto a iniettare una dose di collagene nel presunto punto G, per decenni oggetto di sfiancanti cacce al tesoro da parte di ginecologi, femministe, fidanzati benintenzionati (curiosità: il fatidico distretto è stato trovato per caso, una paziente affetta da mal di schiena è andata dal medico per alleviare il dolore; la puntura, con la speciale miscela di collagene, ha generato gemiti stile Meg Ryan in Harry ti presento Sally).
IL VIAGRA FA MALE ALLA VISTA
Siamo al ricettario medico del piacere, all'orgasmo da bancone farmaceutico, al godimento programmato, al kit anti brutte figure. Negli ultimi cinque anni abbiamo consumato 27 milioni di pillole blu, le statistiche dicono che i pistoiesi sono quelli messi peggio e dunque sono gli italiani a rischio cecità.
Non è infatti dandosi all'onanismo più sfrenato che si perde la vista (lo dicevano i preti fino a pochi anni fa per evitare agli adolescenti quelle brutte occhiaie da iperattività masturbatoria); no, pare che il Viagra nel rivitalizzare le parti basse immoli le cornee: 38 casi denunciati negli Stati Uniti e l'azienda produttrice (la Pfizer) ha annunciato che aggiungerà questa controindicazione al bugiardino.
Intanto a Pistoia hanno venduto 622 pasticche, dato relativo a un campione di mille uomini sopra i 40 anni, quattro in più di quelle consumate dai romani.
Prospera l'industria farmaceutica del piacere per lei e per lui che nulla ha a che vedere con la cosiddetta chimica del desiderio, naturale, primordiale pulsione istintuale che scatena reazioni chimiche dentro l'organismo di individui che si piacciono.
Meravigliosa urgenza del desiderio contro l'urgenza dell'erezione.
IL PAESE DELL'IMPOTENZA
A essere ottimisti, si potrebbe dire che gli italiani sono di nuovo a caccia del piacere perfetto di dannunziana memoria. O che, come le femministe negli anni Settanta, rivendichino un nuovo diritto al piacere. A essere ottimisti, perché dati e pareri raccolti fotografano un'Italia più da Bell'Antonio (l'impotente di Vitaliano Brancati) che da L'amante di Marguerite Duras (il sesso come esperienza conoscitiva, tonda); un Paese che consuma sempre più pornografia e sesso virtuale, ossessionato dal dovere di arrivare al piacere ma pavido, atrofizzato nel provare sensazioni, anche quelle che col piacere hanno a che fare (dolore, paura, come spiegano gli psicoanalisti).
Nel '76 Lidia Ravera raccontò le peripezie sessuali di una ragazzina che mentre si concedeva al sesso solitario urlava «cazzo, cazzo, cazzo...». Si intitolava Porci con le ali il libro-scandalo. Quasi trent'anni dopo la sua autrice annota: «Era un diario sessual-politico, in cui c'era il diritto al piacere, anche solitario, perché no? Oggi c'è una specie di esibizione costante di tracotanza sessuale, persino nel modo di vestire. E il sesso è qualcosa di tristemente meccanico, con la pillola che tiene l'attrezzo dritto fino a 80 anni. Siamo in una società che non vuole faticare né provare dolore, quindi è incapace del vero piacere. È una società diserotizzata, perché senza più il senso del peccato. Oggi scriverei la storia di una ragazza che si fa monaca».
PER I GIOVANI IL PIACERE È SOFFERENZA
Fatto base cento italiani, solo 21 di loro, in età fra i 23 e i 32 anni, dà importanza al piacere. Media che sale con l'età: 81 per cento fra i 32 e i 50 anni. «Sono i dati emersi da una nostra recente ricerca» spiega Mauro Pecchinino, sociologo e anima dell'Osservatorio sulla famiglia e la persona. «La ricerca del piacere è frequente dopo i 38 anni. Per i giovani il piacere è quasi sofferenza, perché c'è un'alta conflittualità di coppia, si sentono giudicati e giudicano. A letto si danno le pagelle. Sa cosa bisognerebbe fare? Un'inchiesta su medici e farmacisti che prescrivono il Viagra anche ai ragazzini. In due anni, chi ne fa uso è il 9 per cento dei nostri intervistati contro l'uno di due anni fa».
Pagelle in piena regola le ha stilate Lewis Wingrove, più noto come Nick, nome che in francese ha lo stesso fonema di niquer, scopare. Per un anno ha abbordato signore e signorine, se ne è portate a letto 27 assegnando loro le stelline del critico, come fossero film. Solo due hanno preso il massimo. Il signore è inglese, ha fatto sesso con delle francesi, ha raccontato le sue prodezze in un blog che sta per diventare libro. E si è fidanzato con una delle «orizzontalizzate» (da cinque stelle?). Ma il suo caso potrebbe battere bandiera tricolore perché da noi sono sempre più rari gli incontri a cinque stelle, sebbene il serissimo Wall Street Journal abbia messo gli italiani, in un recente sondaggio su 19.163 europei, in cima alla classifica degli amanti con il 17 per cento di preferenze.
ANSIA DA PRESTAZIONE
Soprattutto i giovani arrancano, cominciano ad avere rapporti fra i 18 e i 19 anni i ragazzi, fra i 20 e i 21 le femmine, così almeno dice l'altrettanto autorevole Università Bocconi di Milano, che ha fotografato, in uno studio, uso e disuso del piacere fra i giovani: al Sud si rimanda il primo incontro, a Rimini, fra piadine e discoteche, si può perdere la verginità con qualche anno d'anticipo.
«Macché sono matti? Tutti a pigliare Viagra e Cialis perché affetti da ansia di prestazione, anche i ragazzini!» dice uno che di ansia se ne intende, Carlo Verdone. «È un'epoca consumistica la nostra, si fa quel che si deve e poi arrivederci e grazie. Le andate-via sono tragiche, manco due parole». Il suo «famolo strano» in Viaggi di nozze, anno 1995, è stato però logorato da coppie e titolisti a furia di essere citato... «Ma quelli erano due poveracci, era uno scherzo».
Provare piacere è cosa seria, indispensabile.
Lo dicono medici e psicoanalisti. Il piacere è fondamentale nella vita di un individuo: è energia, sviluppo della persona: «Si cresce e il piacere cresce con la nostra crescita» spiega Giorgio Abraham, noto sessuologo docente di psichiatria a Ginevra, «chi lo nega è perché teme di perderlo».
Fra i molti suoi pazienti c'è una coppia, lei troppo lenta, lui irruente. «La signora aveva trovato un trucco: immaginava di essere stuprata da una decina di uomini. E al tempo stesso non accettava di prevedere un simile pensiero.
Chiamava in soccorso la paura e la rabbia». Abraham spiega: «Tutti i tentativi di localizzare i centri del piacere nel cervello hanno portato a un unico risultato: scoprire che a livello cerebrale sono gli stessi del dolore.
Le fibre che trasportano le sensazioni dolorose portano anche quelle del piacere, le prime più rapide, durature, le seconde fragili, fugaci». Lo diceva anche Jacques Prévert, in una sua poesia: «Mi sono accorto della presenza del piacere al rumore leggero che faceva nell'andarsene via».
L'OCCHIO È L'ORGANO SESSUALE
Philippe Daverio, intellettuale e critico d'arte, va oltre: «La nostra cultura, oppiacea e anestetizzante, tende a evitare il dolore, e con quello il piacere. Tutto viene appiattito, massificato.
Il sesso viene semplificato, esagerato, mercificato. L'erotismo della caviglia della monaca non c'è più».
La zona più erogena è il cervello, diceva qualcuno, e Pablo Picasso ribatteva sostenendo che «l'occhio è l'organo sessuale». Per voyeur e habitué di fantasie erotiche son tempi duri, senza più tabù da abbattere, né trasgressioni impossibili. Esplode il mercato di oggetti porno, dilaga il sesso via internet.
«Abbiamo sbagliato negli anni Settanta pensando che la libertà corrispondesse alla coppia aperta. Il piacere perfetto lo si continua a raggiungere quando c'è fantasia, passione, un rapporto fra due individui»: parere di Platinette, la dragqueen più famosa d'Italia.
In fondo solo pochi decenni fa molte donne portavano scritto sulla camicia da notte (in alcuni casi, provvista di apertura, là dove ce n'era bisogno): «Non lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio». Oggi una donna su tre ha difficoltà a raggiungere l'orgasmo, sostiene una ricerca inglese.
I maschi sempre più spesso fanno affidamento alla Rete, ma a luci rosse, o al banco farmaceutico, figli della cultura dell'«aiutino» da quiz tv.
Daverio è pessimista, arriva a rimpiangere «quando era peggio», i tempi della guerra, la vita che morde. Scorre la storia come fosse una tela di Raffaello: «Quattro momenti di piacere perfetto per l'umanità: 1635, la Germania si sta suicidando nella guerra dei Trenta anni, chi non muore gode molto, come le ciccione di Rubens; 1748, siamo a metà Settecento, c'è una cultura del piacere sottile, raffinata; 1930, dopo la grande crisi del '29, ci si butta nel godimento, siamo fra le due guerre; 1952-54, è la ripresa, ma anche il preludio della decadenza».
Dagli anni Cinquanta, più niente.
Ma non può finir così, come cantava Eros Ramazzotti.
sabato 16 luglio 2005
in preparazione per Settembre il solito "Festival filosofia"
ma il tema del 2005 sarà «i sensi»
Il Giornale di Brescia 18.7.05
Festival Filosofia, il pensiero incanta i sensi
MODENA - Saranno i sensi, come via di accesso al mondo esterno e a quello interiore, il filo conduttore quest’anno del «Festival filosofia», la cui quinta edizione è in programma da venerdì 16 a domenica 18 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo. Al centro del Festival saranno le lezioni di maestri del pensiero contemporaneo, dal filosofo francese Jean-Luc Nancy, definito un "classico vivente", a Peter Sloterdijk, uno dei pensatori tedeschi più innovativi e provocatori, dal neurobiologo Edoardo Boncinelli allo psichiatra Vittorino Andreoli, da Umberto Galimberti al teologo Jürgen Moltmann, dal filosofo e storico dell’arte Georges Didi Hubermann al supervisore del festival Remo Bodei. Interverranno anche il garante della privacy Stefano Rodotà e il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, lo studioso della Cina François Jullien, Salvatore Natoli, Ermanno Bencivenga, il bresciano Emanuele Severino, Eva Cantarella, Roberta De Monticelli, Jean-Luc Marion, Silvia Vegetti Finzi, il semiologo Paolo Fabbri e il filosofo sloveno Slavoj Zizek. Il festival proporrà oltre 150 appuntamenti, in piazze, cortili e antichi palazzi: lo scorso anno sono state più di 100mila le presenze alla " tre giorni" della filosofia. Dopo felicità, bellezza, vita e mondo, temi delle precedenti edizioni, il festival affronterà quest’anno la sfera della percezione e del rapporto, spesso soggettivo e mutevole, fra noi e ciò che ci sta attorno. Il festival offrirà un ricco programma di iniziative collaterali, che affronteranno il tema dei sensi in chiave artistica, musicale, perfino gastronomica, rivolgendosi anche ai più piccoli. Un «convegno paradossale» si occuperà dei sensi discriminati e una rassegna cinematografica sarà dedicata a pellicole indiane. Ci saranno letture musicate (con Giovanni Lindo Ferretti, Milena Vukotic e un omaggio alle canzoni di Brassens) e torneranno le cene filosofiche. Tra le iniziative, anche il «Simposio» di Platone, portato in scena in una piazza con tavoli per cento commensali. Verranno poi riproposte le conversazioni con i filosofi sui treni che collegano Modena, Carpi e Sassuolo, e torneranno le "panchine narranti", su cui sedersi per ascoltare storie e racconti. Fra gli ospiti del festival anche il maratoneta Stefano Baldini, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene, che parlerà del corpo sotto sforzo. Fra le idee più originali, la possibilità per il pubblico di misurare la resistenza personale al dolore, attraverso il metodo Vas. Saranno numerose anche le mostre, dall’opera grafica di Picasso ai volti dei Lama buddisti, da un’installazione sul tatto dell’americano Dennis Oppenheim alla « Mensa delle culture» di Michelangelo Pistoletto, fino alle foto che Luigi Ghirri scattò nell’atelier di Giorgio Morandi, e che saranno affiancate a opere originali del pittore bolognese. Al Foro boario di Modena saranno esposte preziose fotografie dedicate agli artisti internazionali che furono ospiti della Biennale di Venezia dal 1948 al 1986.
Il programma completo del festival al sito www.festivalfilosofia.it: informazioni : 059-421210.
Festival Filosofia, il pensiero incanta i sensi
MODENA - Saranno i sensi, come via di accesso al mondo esterno e a quello interiore, il filo conduttore quest’anno del «Festival filosofia», la cui quinta edizione è in programma da venerdì 16 a domenica 18 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo. Al centro del Festival saranno le lezioni di maestri del pensiero contemporaneo, dal filosofo francese Jean-Luc Nancy, definito un "classico vivente", a Peter Sloterdijk, uno dei pensatori tedeschi più innovativi e provocatori, dal neurobiologo Edoardo Boncinelli allo psichiatra Vittorino Andreoli, da Umberto Galimberti al teologo Jürgen Moltmann, dal filosofo e storico dell’arte Georges Didi Hubermann al supervisore del festival Remo Bodei. Interverranno anche il garante della privacy Stefano Rodotà e il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, lo studioso della Cina François Jullien, Salvatore Natoli, Ermanno Bencivenga, il bresciano Emanuele Severino, Eva Cantarella, Roberta De Monticelli, Jean-Luc Marion, Silvia Vegetti Finzi, il semiologo Paolo Fabbri e il filosofo sloveno Slavoj Zizek. Il festival proporrà oltre 150 appuntamenti, in piazze, cortili e antichi palazzi: lo scorso anno sono state più di 100mila le presenze alla " tre giorni" della filosofia. Dopo felicità, bellezza, vita e mondo, temi delle precedenti edizioni, il festival affronterà quest’anno la sfera della percezione e del rapporto, spesso soggettivo e mutevole, fra noi e ciò che ci sta attorno. Il festival offrirà un ricco programma di iniziative collaterali, che affronteranno il tema dei sensi in chiave artistica, musicale, perfino gastronomica, rivolgendosi anche ai più piccoli. Un «convegno paradossale» si occuperà dei sensi discriminati e una rassegna cinematografica sarà dedicata a pellicole indiane. Ci saranno letture musicate (con Giovanni Lindo Ferretti, Milena Vukotic e un omaggio alle canzoni di Brassens) e torneranno le cene filosofiche. Tra le iniziative, anche il «Simposio» di Platone, portato in scena in una piazza con tavoli per cento commensali. Verranno poi riproposte le conversazioni con i filosofi sui treni che collegano Modena, Carpi e Sassuolo, e torneranno le "panchine narranti", su cui sedersi per ascoltare storie e racconti. Fra gli ospiti del festival anche il maratoneta Stefano Baldini, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene, che parlerà del corpo sotto sforzo. Fra le idee più originali, la possibilità per il pubblico di misurare la resistenza personale al dolore, attraverso il metodo Vas. Saranno numerose anche le mostre, dall’opera grafica di Picasso ai volti dei Lama buddisti, da un’installazione sul tatto dell’americano Dennis Oppenheim alla « Mensa delle culture» di Michelangelo Pistoletto, fino alle foto che Luigi Ghirri scattò nell’atelier di Giorgio Morandi, e che saranno affiancate a opere originali del pittore bolognese. Al Foro boario di Modena saranno esposte preziose fotografie dedicate agli artisti internazionali che furono ospiti della Biennale di Venezia dal 1948 al 1986.
Il programma completo del festival al sito www.festivalfilosofia.it: informazioni : 059-421210.
Anfitrione di Kleist
stasera a Ostia Antica
Corriere della Sera 16.7.05
OSTIA ANTICA
«Anfitrione» di Kleist
Il Teatro Stabile d’Abruzzo presenta «Anfitrione» di Kleist, versione italiana di Riccardo Reim, regia di Franco Ricordi (che interpreta anche Mercurio), con Pino Micol (Giove), Tiziana Bagatella (Alcmena), Maximilian Nisi (Anfitrione), Giancarlo Ratti (Sosia). Lo spettacolo è inserito nella rassegna «Cosmophonies». Il regista ricorda «la straordinaria attualità del teatro di Heinrich von Kleist, un teatro che si può senz'altro definire "di guerra"». Anfitrione è sì quello di Plauto, ma è anche il personaggio di Molière a cui Kleist si avvicinò.
OSTIA ANTICA stasera ore 21.30, Teatro Romano, via dei Romagnoli 717, tel. 06.56352850
OSTIA ANTICA
«Anfitrione» di Kleist
Il Teatro Stabile d’Abruzzo presenta «Anfitrione» di Kleist, versione italiana di Riccardo Reim, regia di Franco Ricordi (che interpreta anche Mercurio), con Pino Micol (Giove), Tiziana Bagatella (Alcmena), Maximilian Nisi (Anfitrione), Giancarlo Ratti (Sosia). Lo spettacolo è inserito nella rassegna «Cosmophonies». Il regista ricorda «la straordinaria attualità del teatro di Heinrich von Kleist, un teatro che si può senz'altro definire "di guerra"». Anfitrione è sì quello di Plauto, ma è anche il personaggio di Molière a cui Kleist si avvicinò.
OSTIA ANTICA stasera ore 21.30, Teatro Romano, via dei Romagnoli 717, tel. 06.56352850
trentaduemila anni fa
l’arte dell’homo sapiens
Corriere della Sera 16.7.05
L’arte dell’homo sapiens
In una grotta i disegni di trentaduemila anni fa
Verona, esposte in un museo le pietre ritrovate: una figura di Minotauro e forse una donnola
Viviano Domenici
Le analisi dei carboni rinvenuti nello strato di terreno che ricopriva le schegge dipinte hanno indicato una data compresa tra i 34 mila e i 32 mila anni fa; quindi, dato che le pietre con le pitture si trovavano sotto il livello dei carboni, ne consegue che i dipinti hanno quantomeno l’età dei carboni stessi o qualcosa di più. Una datazione che colloca le pitture di Fumane nella fase culturale detta Aurignaziano, la prima in cui compaiono sia l’Homo sapiens sapiens (cioè uomini come noi), sia le più antiche testimonianze artistiche del Pianeta. Altre opere d’arte dello stesso periodo, rinvenute in altri siti europei, sono risultate un poco più recenti di quelle di Fumane che, quindi, sono le più antiche pitture giunte fino a noi.
«Probabilmente è così - spiega il professor Alberto Broglio, dell’Università di Ferrara, che assieme a Marco Peresani, dello stesso ateneo, e Mauro Cremaschi dell’Università di Milano, dirige lo scavo nella grotta preistorica -. Ma vorrei evitare di parlare di primati, perché su una datazione così lontana nel tempo, qualche secolo in più o in meno non fa certo la differenza. Il fatto importante è che le nostre pitture sono perfettamente coerenti con la facies culturale dell’Aurignaziano che caratterizza tutti i materiali rinvenuti negli strati in cui le schegge erano inglobate».
La scoperta delle pitture di Fumane è avvenuta nel 2000, ma solo ora le pietre dipinte sono state esposte nel piccolo museo di Sant’Anna di Alfaedo, a circa 8 chilometri dalla grotta degli antenati che da qualche giorno è stata aperta al pubblico, grazie a una grande struttura in ferro e legno realizzata per proteggere il sito e rendere sicura la visita. (Per informazioni: Ufficio Turistico Molina di Fumane, tel. 045/7720185).
Dopo avermi guidato nell’accampamento degli artisti Aurignaziani, il professor Broglio mi invita a scendere in una sorta di pozzo squadrato che gli archeologi hanno scavato proprio nel pavimento dell’accampamento per poter vedere che cosa c’era sotto.
Rimosso lo strato di 34-32 mila anni fa ne hanno trovato uno molto sottile e del tutto sterile, segno che la grotta non venne frequentata per un breve tempo. E, sotto a quello, gli archeologi hanno iniziato a trovare resti di accampamenti con materiali che testimoniano la presenza di uomini di una specie diversa dalla nostra: uomini di Neanderthal.
Così, scendendo lungo una scaletta di ferro che a ogni gradino mi fa arretrare di millenni, intravedo accampamenti degli uomini di Neanderthal che, per migliaia di generazioni, tornarono a rifugiarsi nella grande caverna per la stagione della caccia. Scendo ancora: quarantamila anni fa, cinquantamila, sessantamila, settantamila e, quando raggiungo il livello più basso, quello di ottantamila anni fa, vedo arrivare i primi inquilini di questa caverna. Un gruppetto di cacciatori neanderthaliani che scoprirono questa cavità dove si accamparono per qualche tempo abbandonando sul terreno delle selci scheggiate. Fu quello l’inizio della lunghissima storia ora impacchettata in circa dieci metri di strati che ci raccontano in sequenza come una specie umana - Neanderthal - visse qui decine di migliaia di anni per essere poi sostituita da un’altra umanità - Sapiens sapiens -, che inventò la prima arte.
Il finale di questa vicenda è comunque ancora da scrivere. Ma la storia non è finita. Manca qualche pagina ora nascosta dietro a un muro che gli archeologi hanno alzato per chiudere la parte più interna della grotta, dove l’accampamento degli uomini Aurignaziani si perdeva nel buio dell’antro. «Là in fondo dobbiamo ancora scavare - spiega Broglio -. C’è ancora un pezzo di accampamento cosparso di pietre e ossa di animali. Chissà se ci farà qualche altra sorpresa».
L’arte dell’homo sapiens
In una grotta i disegni di trentaduemila anni fa
Verona, esposte in un museo le pietre ritrovate: una figura di Minotauro e forse una donnola
Viviano Domenici
Una comunità di uomini e donne raccolta attorno a un fuoco. C’è chi torna dalla caccia, chi dipinge sulle rocce e chi prepara da mangiare. E’ la ricostruzione dell’accampamento di 34 mila anni fa nella grotta di Fumane, in provincia di Verona, dove sono state ritrovare le pietre dipinte. La caverna era abitata già ottantamila anni fa, quando ha visto la presenza dell’uomo di NeanderthalFUMANE (Verona) - Sono entrato nella caverna del tempo e ho camminato nell’accampamento degli uomini che 32 mila anni fa vissero in questa grotta sui monti Lessini, una quindicina di chilometri da Verona. Sotto quello che rimane della volta, il terreno è stato scavato dagli archeologi e ora è possibile vedere i grandi focolari circondati di pietre, le zone dove i cacciatori si sedevano e scheggiavano selci, dove squartavano gli animali, dove dormivano, dove gettavano i rifiuti, dove riponevano conchiglie per farne collanine. E in questo scenario lontanissimo nel tempo gli archeologi hanno trovato qualcosa che nemmeno i più ottimisti potevano aspettarsi: le più antiche pitture del mondo. Cinque schegge di pietra dipinte con figure diverse, tra cui l’immagine di un personaggio con una maschera cornuta che lo fa sembrare un Minotauro, un piccolo animale dal corpo allungato che ricorda una donnola, e tre frammenti di figure ormai indecifrabili. Schegge che in epoca antica si staccarono dal soffitto dipinto della caverna e vennero sepolte dagli strati di successivi accampamenti. Un incidente provvidenziale, perché oggi sul soffitto della caverna non c’è più traccia di pitture. Le uniche immagini scampate alla distruzione sono proprio quelle dipinte con ocra rossa sulle scaglie di pietra finite a terra e conservatesi grazie a un velo di calcare che ha «fissato» il colore.
Nel mondo
CHAUVET La Grotta di Chauvet (Ardeche, Francia) fu scoperta nel 1994. Ha stupito per raffinatezza e modernità dei dipinti risalenti a 32 mila anni fa
ALTAMIRA
Il ritrovamento della Grotta di Altamira (Cantabria, Francia) risale alla fine del 1800. Fu considerata un falso. I dipinti risalgono a 13.500 anni fa
LASCAUX
La Grotta di Lascaux (Dordogna, Francia) fu scoperta nel 1940: è la più celebre delle grotte dipinte. Ha circa 16 mila anni
Le analisi dei carboni rinvenuti nello strato di terreno che ricopriva le schegge dipinte hanno indicato una data compresa tra i 34 mila e i 32 mila anni fa; quindi, dato che le pietre con le pitture si trovavano sotto il livello dei carboni, ne consegue che i dipinti hanno quantomeno l’età dei carboni stessi o qualcosa di più. Una datazione che colloca le pitture di Fumane nella fase culturale detta Aurignaziano, la prima in cui compaiono sia l’Homo sapiens sapiens (cioè uomini come noi), sia le più antiche testimonianze artistiche del Pianeta. Altre opere d’arte dello stesso periodo, rinvenute in altri siti europei, sono risultate un poco più recenti di quelle di Fumane che, quindi, sono le più antiche pitture giunte fino a noi.
«Probabilmente è così - spiega il professor Alberto Broglio, dell’Università di Ferrara, che assieme a Marco Peresani, dello stesso ateneo, e Mauro Cremaschi dell’Università di Milano, dirige lo scavo nella grotta preistorica -. Ma vorrei evitare di parlare di primati, perché su una datazione così lontana nel tempo, qualche secolo in più o in meno non fa certo la differenza. Il fatto importante è che le nostre pitture sono perfettamente coerenti con la facies culturale dell’Aurignaziano che caratterizza tutti i materiali rinvenuti negli strati in cui le schegge erano inglobate».
La scoperta delle pitture di Fumane è avvenuta nel 2000, ma solo ora le pietre dipinte sono state esposte nel piccolo museo di Sant’Anna di Alfaedo, a circa 8 chilometri dalla grotta degli antenati che da qualche giorno è stata aperta al pubblico, grazie a una grande struttura in ferro e legno realizzata per proteggere il sito e rendere sicura la visita. (Per informazioni: Ufficio Turistico Molina di Fumane, tel. 045/7720185).
Dopo avermi guidato nell’accampamento degli artisti Aurignaziani, il professor Broglio mi invita a scendere in una sorta di pozzo squadrato che gli archeologi hanno scavato proprio nel pavimento dell’accampamento per poter vedere che cosa c’era sotto.
Rimosso lo strato di 34-32 mila anni fa ne hanno trovato uno molto sottile e del tutto sterile, segno che la grotta non venne frequentata per un breve tempo. E, sotto a quello, gli archeologi hanno iniziato a trovare resti di accampamenti con materiali che testimoniano la presenza di uomini di una specie diversa dalla nostra: uomini di Neanderthal.
Così, scendendo lungo una scaletta di ferro che a ogni gradino mi fa arretrare di millenni, intravedo accampamenti degli uomini di Neanderthal che, per migliaia di generazioni, tornarono a rifugiarsi nella grande caverna per la stagione della caccia. Scendo ancora: quarantamila anni fa, cinquantamila, sessantamila, settantamila e, quando raggiungo il livello più basso, quello di ottantamila anni fa, vedo arrivare i primi inquilini di questa caverna. Un gruppetto di cacciatori neanderthaliani che scoprirono questa cavità dove si accamparono per qualche tempo abbandonando sul terreno delle selci scheggiate. Fu quello l’inizio della lunghissima storia ora impacchettata in circa dieci metri di strati che ci raccontano in sequenza come una specie umana - Neanderthal - visse qui decine di migliaia di anni per essere poi sostituita da un’altra umanità - Sapiens sapiens -, che inventò la prima arte.
Il finale di questa vicenda è comunque ancora da scrivere. Ma la storia non è finita. Manca qualche pagina ora nascosta dietro a un muro che gli archeologi hanno alzato per chiudere la parte più interna della grotta, dove l’accampamento degli uomini Aurignaziani si perdeva nel buio dell’antro. «Là in fondo dobbiamo ancora scavare - spiega Broglio -. C’è ancora un pezzo di accampamento cosparso di pietre e ossa di animali. Chissà se ci farà qualche altra sorpresa».
off topic
ecco qua come Forza Italia ha vinto le elezioni a Catania
Corriere della Sera 16.7.05
Umberto Scapagnini
IL SINDACO
F. Cavallero
CATANIA - Forse Enzo Bianco non risorgerà sulla cenere dell’Etna, ma è la stessa cenere ad oscurare la vittoria di Umberto Scapagnini, il medico del Cavaliere che il 15 maggio evitò la debacle del centrodestra smentendo i sondaggi della vigilia.
Perché su quella cenere vomitata dal vulcano nell’ottobre 2002 e trasformata nella speranza di un sussidio a pioggia, lo scienziato che teorizza l’immortalità di Berlusconi avrebbe costruito un pezzo della sua rielezione a sindaco. Distribuendo «indebitamente e fraudolentemente» 3 milioni di euro agli oltre 4.000 dipendenti comunali. Assegni da 300 euro per l’impiegato appena assunto, fino ai 1.300 per i funzionari con dieci anni di servizio. Il tutto con delibera del 12 maggio, a tre giorni dall’apertura delle urne. Quanto basta per ipotizzare un produttivo scambio di voti.
Anzi, un «abuso d’ufficio», come sostiene la Procura di Catania che lo ha incriminato con 6 assessori uscenti della sua giunta, tutti accusati di essersi sostituti all’Inpdap, l’istituto di previdenza per i dipendenti della pubblica amministrazione, elargendo somme non dovute.
Già fissato il primo interrogatorio. Per martedì prossimo, quando Scapagnini con il suo avvocato, Guido Ziccone, davanti al procuratore Mario Busacca e ai sostituti Ignazio Fonzo e Francesco Puleio dovrà difendersi dall’accusa di avere agito «sul falso presupposto di una calamità naturale» al fine di «ottenere in favore dei candidati il voto elettorale».
Con circa 12mila voti di distacco da Enzo Bianco, il sindaco più elegante d’Italia assicura che quei contributi «non possono avere avuto peso nella bilancia elettorale». Ma sarà inevitabile la polemica politica sia perché con figli, parenti ed amici nel ventre di Catania può essere scattata la moltiplicazione dei consensi, sia perché le «provvidenze» si basavano comunque su un errore o su bugie. E chi ha ricevuto dovrà adesso restituire le somme. Con prevedibili contenziosi conditi di rancore visto che proprio un decreto del governo Berlusconi ha definitivamente chiarito che quei contributi a Catania non spettano. Ma l’ha varato il 10 giugno, a cose fatte.
Tutto comincia con un provvedimento della Protezione civile emesso nel 2002, quando sotto l’Etna si respirava cenere, sulle macchine piovevano sassolini neri e per le strade si spalava sabbia fangosa. Allora il governo Berlusconi sospese il pagamento di imposte e contributi previdenziali in 13 Comuni sotto il vulcano, senza alcun cenno per la città di Catania. Una nota interpretativa estese poi i benefici a tutti i Comuni della provincia. Una scelta generica. Perché, teoricamente, avrebbe compreso perfino paesi estranei al fenomeno come quelli confinanti con Ragusa.
Notabili, burocrati e spicciafaccende della politica si mobilitarono affannati. Ottenendo un prolungamento del decreto al marzo 2004 e sancendo che i contributi versati dai dipendenti pubblici a partire dall’ottobre 2002 andavano restituiti agli interessati.
Ogni lavoratore finiva così per maturare via via somme dai 3mila agli 8mila euro. Dai medici delle Asl ai netturbini, dai poliziotti ai magistrati. Un terremoto per Inps, Inpdap ed altri enti ignari sul da farsi, preoccupati di una bancarotta.
Paradossalmente ad aggravare la vicenda fu l’anno scorso un gruppo di carabinieri in servizio a Catania che, con un avvocato e una sfilza di decreti ingiuntivi, ottenne dall’Arma l’elargizione di quelle somme da restituire in 129 rate mensili senza interessi. Di qui le pressioni di tutte le categorie sugli enti pubblici per un replay generalizzato. Un pasticcio poi bloccato lo scorso 10 giugno col decreto che limita la misura ai 13 Comuni già individuati nel 2002: Belpasso, Castiglione, Linguaglossa, Nicolosi, Ragalna, Acireale, Milo, Piedimonte Etneo, Santa Venerina, Zafferana Etnea, Giarre, S. Alfio, Acicatena.
Ma frattanto Scapagnini s’era lasciato andare. Pensando ai 56 milioni di euro versati in tre anni all’Inpdap come ritenute dei dipendenti comunali e agli interessi maturati dall’ente su quella cifra, circa 10 milioni di euro, decise di usarne una parte, appunto 3 milioni, per la distribuzione del 12 maggio. «Somme da sottrarre all’Inpdap sui futuri versamenti», scrissero in delibera. Una scelta adesso ritenuta dai magistrati «un regalo a 2 giorni dalle elezioni». Elargito «senza nemmeno far firmare l’impegno a restituire le somme qualora risultassero non dovute».
Una acrobazia senza rete, anche perché in Procura è arrivata la nota dell’Ufficio Personale del municipio, datata 6 aprile 2005: «Soltanto l’Inpdap può essere chiamata alla restituzione delle rate e l’amministrazione non può in alcun modo "anticipare" i rimborsi con fondi propri». Come sapeva Scapagnini, stando all’accusa che parla di una bugia, di «una decisione pretestuosamente fondata sul presupposto che il Comune fosse stato diffidato e convenuto dai propri dipendenti davanti al giudice del lavoro». Ma la causa era stata rinviata al 7 giugno. E il regalo fu ancor più apprezzato.
Umberto Scapagnini
IL SINDACO
F. Cavallero
CATANIA - Forse Enzo Bianco non risorgerà sulla cenere dell’Etna, ma è la stessa cenere ad oscurare la vittoria di Umberto Scapagnini, il medico del Cavaliere che il 15 maggio evitò la debacle del centrodestra smentendo i sondaggi della vigilia.
Perché su quella cenere vomitata dal vulcano nell’ottobre 2002 e trasformata nella speranza di un sussidio a pioggia, lo scienziato che teorizza l’immortalità di Berlusconi avrebbe costruito un pezzo della sua rielezione a sindaco. Distribuendo «indebitamente e fraudolentemente» 3 milioni di euro agli oltre 4.000 dipendenti comunali. Assegni da 300 euro per l’impiegato appena assunto, fino ai 1.300 per i funzionari con dieci anni di servizio. Il tutto con delibera del 12 maggio, a tre giorni dall’apertura delle urne. Quanto basta per ipotizzare un produttivo scambio di voti.
Anzi, un «abuso d’ufficio», come sostiene la Procura di Catania che lo ha incriminato con 6 assessori uscenti della sua giunta, tutti accusati di essersi sostituti all’Inpdap, l’istituto di previdenza per i dipendenti della pubblica amministrazione, elargendo somme non dovute.
Già fissato il primo interrogatorio. Per martedì prossimo, quando Scapagnini con il suo avvocato, Guido Ziccone, davanti al procuratore Mario Busacca e ai sostituti Ignazio Fonzo e Francesco Puleio dovrà difendersi dall’accusa di avere agito «sul falso presupposto di una calamità naturale» al fine di «ottenere in favore dei candidati il voto elettorale».
Con circa 12mila voti di distacco da Enzo Bianco, il sindaco più elegante d’Italia assicura che quei contributi «non possono avere avuto peso nella bilancia elettorale». Ma sarà inevitabile la polemica politica sia perché con figli, parenti ed amici nel ventre di Catania può essere scattata la moltiplicazione dei consensi, sia perché le «provvidenze» si basavano comunque su un errore o su bugie. E chi ha ricevuto dovrà adesso restituire le somme. Con prevedibili contenziosi conditi di rancore visto che proprio un decreto del governo Berlusconi ha definitivamente chiarito che quei contributi a Catania non spettano. Ma l’ha varato il 10 giugno, a cose fatte.
Tutto comincia con un provvedimento della Protezione civile emesso nel 2002, quando sotto l’Etna si respirava cenere, sulle macchine piovevano sassolini neri e per le strade si spalava sabbia fangosa. Allora il governo Berlusconi sospese il pagamento di imposte e contributi previdenziali in 13 Comuni sotto il vulcano, senza alcun cenno per la città di Catania. Una nota interpretativa estese poi i benefici a tutti i Comuni della provincia. Una scelta generica. Perché, teoricamente, avrebbe compreso perfino paesi estranei al fenomeno come quelli confinanti con Ragusa.
Notabili, burocrati e spicciafaccende della politica si mobilitarono affannati. Ottenendo un prolungamento del decreto al marzo 2004 e sancendo che i contributi versati dai dipendenti pubblici a partire dall’ottobre 2002 andavano restituiti agli interessati.
Ogni lavoratore finiva così per maturare via via somme dai 3mila agli 8mila euro. Dai medici delle Asl ai netturbini, dai poliziotti ai magistrati. Un terremoto per Inps, Inpdap ed altri enti ignari sul da farsi, preoccupati di una bancarotta.
Paradossalmente ad aggravare la vicenda fu l’anno scorso un gruppo di carabinieri in servizio a Catania che, con un avvocato e una sfilza di decreti ingiuntivi, ottenne dall’Arma l’elargizione di quelle somme da restituire in 129 rate mensili senza interessi. Di qui le pressioni di tutte le categorie sugli enti pubblici per un replay generalizzato. Un pasticcio poi bloccato lo scorso 10 giugno col decreto che limita la misura ai 13 Comuni già individuati nel 2002: Belpasso, Castiglione, Linguaglossa, Nicolosi, Ragalna, Acireale, Milo, Piedimonte Etneo, Santa Venerina, Zafferana Etnea, Giarre, S. Alfio, Acicatena.
Ma frattanto Scapagnini s’era lasciato andare. Pensando ai 56 milioni di euro versati in tre anni all’Inpdap come ritenute dei dipendenti comunali e agli interessi maturati dall’ente su quella cifra, circa 10 milioni di euro, decise di usarne una parte, appunto 3 milioni, per la distribuzione del 12 maggio. «Somme da sottrarre all’Inpdap sui futuri versamenti», scrissero in delibera. Una scelta adesso ritenuta dai magistrati «un regalo a 2 giorni dalle elezioni». Elargito «senza nemmeno far firmare l’impegno a restituire le somme qualora risultassero non dovute».
Una acrobazia senza rete, anche perché in Procura è arrivata la nota dell’Ufficio Personale del municipio, datata 6 aprile 2005: «Soltanto l’Inpdap può essere chiamata alla restituzione delle rate e l’amministrazione non può in alcun modo "anticipare" i rimborsi con fondi propri». Come sapeva Scapagnini, stando all’accusa che parla di una bugia, di «una decisione pretestuosamente fondata sul presupposto che il Comune fosse stato diffidato e convenuto dai propri dipendenti davanti al giudice del lavoro». Ma la causa era stata rinviata al 7 giugno. E il regalo fu ancor più apprezzato.
sinistra
la mozione di Prodi sulla guerra adesso non è più quella concordata con Bertinotti
Corriere della Sera 16.7.05:
ROMA - Romano Prodi ci prova. (...) Il leader dell’Unione invia agli alleati una bozza di due cartelle nella quale (...) proietta il ritiro delle nostre truppe nello scenario di quella «nuova fase che si aprirà a partire dal gennaio 2006 sotto l’egida dell’Onu», al termine del periodo di transizione in Iraq (referendum sulla nuova costituzione ed elezioni parlamentari). Per farla breve: l’exit strategy prodiana prevede che (...) le nostre truppe potrebbero abbandonare il suolo iracheno nella primavera 2006, «non certo prima», come gli stessi collaboratori del Professore ammettono.
Le forze del centrosinistra si sono divise dopo aver letto il documento di Prodi. Il Prc, i Verdi e il Pdc hanno bocciato la proposta perché non contiene una data precisa del rientro e consegna a Berlusconi la gestione della exit strategy .
Bertinotti: «È una bozza insoddisfacente da tutti i punti di vista. Non ci siamo proprio»
Corriere della Sera 16.7.05
Bertinotti: è Romano che rompe. Con se stesso
«Nella sua introduzione di lunedì c’erano la condanna della guerra e il no al rifinanziamento: perché sono spariti?»
il Colloquio
Maria Latella
ROMA - La «deontologia professionale» spiega Fausto Bertinotti, gli impedisce di raccontare a un cronista che cosa proprio non va nella mozione sull’Iraq che Romano Prodi propone di presentare alla Camera. «Trovo corretto spiegarmi prima con lui». E tuttavia, il dissenso non potrebbe essere maggiore, giacché il segretario di Rifondazione comunista considerava una «buona base di discussione» l’introduzione elaborata da Prodi lunedì scorso, «mentre questa nuova non potrei certo definirla allo stesso modo». Quella, discussa pubblicamente, contemplava punti che Bertinotti considera essenziali: «Per cominciare c’era una condanna inequivocabile ed esplicita della guerra, considerata sbagliata. Si parlava, giustamente, di occupazione militare e, muovendo da questa premessa, ne derivava il no a qualunque rifinanziamento alla missione. Insomma, lunedì abbiamo discusso di uno schema preciso di ritiro delle truppe italiane, si indicavano anche le modalità di una nuova fase che dovrebbe vedere in Iraq la presenza dell’Onu o di forze che comunque non avessero finora preso parte alla guerra. Su questi elementi, lunedì scorso, mi sembrava ci fossero buone basi di partenza per una discussione». Da allora a ieri, che cosa è cambiato? Bertinotti si stringe nelle spalle:
«Non lo so. Certo, mi sembra improvvido seguire una linea per cui si rendono pubblici i documenti ancor prima che essi vengano discussi dai soggetti interessati. Sarà per via della mia lunga militanza sindacale, ma non sono abituato a certe procedure. Mai mi è capitato di vedere che il documento di un accordo tra Cgil-Cisl e Uil fosse reso noto prima di essere approfondito. Non conosco prassi di questo genere».
Dietro la bertinottiana cortesia formale, si coglie una perplessità sostanziale:
«Il nuovo testo non contiene gli elementi fondamentali per arrivare a una comune approvazione. Se poi vogliamo dare anche un giudizio sulle modalità, non mi sembra saggio addentrarsi nella tecnica della produzione di una bozza di mozione parlamentare. Ai segretari di partito tocca produrre un documento politico. Punto. La costruzione di un ordine del giorno, invece, andrebbe lasciata ai gruppi parlamentari».
Sembra una neppure troppo indiretta lezione di bon ton (e di diplomazia relazionale) inviata a chi non ha tenuto conto delle sottili opportunità offerte dalla situazione.
«Tra l’altro - aggiunge per l’appunto un Bertinotti questa volta volenteroso - tra l’altro, l’ordine del giorno del governo riguarda la sola proroga della missione in Iraq e dunque votare "no" sarebbe esaustivo. Non è richiesto altro che quel voto. Dopodiché, ci sarebbe tutto il tempo per lavorare a un documento unitario che, per quanto ci riguarda, deve partire dal ritiro delle truppe in Iraq».
Tutto sta nell’intendersi sul concetto di guerra:
«È un male, oppure pensiamo che in certe situazioni la guerra, e i suoi sviluppi, possano produrre conseguenze governabili?».
Intanto, però, si va consumando la prima, ufficiale, rottura tra Romano Prodi e Fausto Bertinotti. Quel che nel linguaggio dei cronisti politici viene sempre definito «uno strappo».
«Semmai, lo strappo è di Prodi con Prodi» ironizza il segretario di Rifondazione. Perché, insiste, non si capisce con chi l’ha elaborata, questa bozza, e se davvero si tratta di una futura mozione parlamentare, «allora va discussa con i gruppi, alla Camera».
Lui, Bertinotti, si dice
«disponibilissimo»: «Ricominciamo da lunedì scorso. Riprendiamo. Come nel gioco dell’oca, si torna al punto di partenza».
Certo, se queste sono le premesse, un governo di centro sinistra romperebbe subito, sulla politica estera. Sbuffa:
«Non capisco perché. Il maggioritario impone larghe maggioranze e larghe maggioranze impongono di esercitare di continuo l’arte del compromesso. Abbiamo un governo Berlusconi che non è d’accordo neppure sulla moneta, c’è chi vuole l’euro e chi vuole la lira... Eppure stanno insieme dal 2001».
Non proprio un esempio di armonia, converrà.
«E allora cambiamo il sistema, torniamo al proporzionale. Ma fin quando il sistema è questo, bisogna avere la pazienza di esercitare l’arte del compromesso. Anche nel centrosinistra».
ROMA - Romano Prodi ci prova. (...) Il leader dell’Unione invia agli alleati una bozza di due cartelle nella quale (...) proietta il ritiro delle nostre truppe nello scenario di quella «nuova fase che si aprirà a partire dal gennaio 2006 sotto l’egida dell’Onu», al termine del periodo di transizione in Iraq (referendum sulla nuova costituzione ed elezioni parlamentari). Per farla breve: l’exit strategy prodiana prevede che (...) le nostre truppe potrebbero abbandonare il suolo iracheno nella primavera 2006, «non certo prima», come gli stessi collaboratori del Professore ammettono.
Le forze del centrosinistra si sono divise dopo aver letto il documento di Prodi. Il Prc, i Verdi e il Pdc hanno bocciato la proposta perché non contiene una data precisa del rientro e consegna a Berlusconi la gestione della exit strategy .
Bertinotti: «È una bozza insoddisfacente da tutti i punti di vista. Non ci siamo proprio»
Corriere della Sera 16.7.05
Bertinotti: è Romano che rompe. Con se stesso
«Nella sua introduzione di lunedì c’erano la condanna della guerra e il no al rifinanziamento: perché sono spariti?»
il Colloquio
Maria Latella
ROMA - La «deontologia professionale» spiega Fausto Bertinotti, gli impedisce di raccontare a un cronista che cosa proprio non va nella mozione sull’Iraq che Romano Prodi propone di presentare alla Camera. «Trovo corretto spiegarmi prima con lui». E tuttavia, il dissenso non potrebbe essere maggiore, giacché il segretario di Rifondazione comunista considerava una «buona base di discussione» l’introduzione elaborata da Prodi lunedì scorso, «mentre questa nuova non potrei certo definirla allo stesso modo». Quella, discussa pubblicamente, contemplava punti che Bertinotti considera essenziali: «Per cominciare c’era una condanna inequivocabile ed esplicita della guerra, considerata sbagliata. Si parlava, giustamente, di occupazione militare e, muovendo da questa premessa, ne derivava il no a qualunque rifinanziamento alla missione. Insomma, lunedì abbiamo discusso di uno schema preciso di ritiro delle truppe italiane, si indicavano anche le modalità di una nuova fase che dovrebbe vedere in Iraq la presenza dell’Onu o di forze che comunque non avessero finora preso parte alla guerra. Su questi elementi, lunedì scorso, mi sembrava ci fossero buone basi di partenza per una discussione». Da allora a ieri, che cosa è cambiato? Bertinotti si stringe nelle spalle:
«Non lo so. Certo, mi sembra improvvido seguire una linea per cui si rendono pubblici i documenti ancor prima che essi vengano discussi dai soggetti interessati. Sarà per via della mia lunga militanza sindacale, ma non sono abituato a certe procedure. Mai mi è capitato di vedere che il documento di un accordo tra Cgil-Cisl e Uil fosse reso noto prima di essere approfondito. Non conosco prassi di questo genere».
Dietro la bertinottiana cortesia formale, si coglie una perplessità sostanziale:
«Il nuovo testo non contiene gli elementi fondamentali per arrivare a una comune approvazione. Se poi vogliamo dare anche un giudizio sulle modalità, non mi sembra saggio addentrarsi nella tecnica della produzione di una bozza di mozione parlamentare. Ai segretari di partito tocca produrre un documento politico. Punto. La costruzione di un ordine del giorno, invece, andrebbe lasciata ai gruppi parlamentari».
Sembra una neppure troppo indiretta lezione di bon ton (e di diplomazia relazionale) inviata a chi non ha tenuto conto delle sottili opportunità offerte dalla situazione.
«Tra l’altro - aggiunge per l’appunto un Bertinotti questa volta volenteroso - tra l’altro, l’ordine del giorno del governo riguarda la sola proroga della missione in Iraq e dunque votare "no" sarebbe esaustivo. Non è richiesto altro che quel voto. Dopodiché, ci sarebbe tutto il tempo per lavorare a un documento unitario che, per quanto ci riguarda, deve partire dal ritiro delle truppe in Iraq».
Tutto sta nell’intendersi sul concetto di guerra:
«È un male, oppure pensiamo che in certe situazioni la guerra, e i suoi sviluppi, possano produrre conseguenze governabili?».
Intanto, però, si va consumando la prima, ufficiale, rottura tra Romano Prodi e Fausto Bertinotti. Quel che nel linguaggio dei cronisti politici viene sempre definito «uno strappo».
«Semmai, lo strappo è di Prodi con Prodi» ironizza il segretario di Rifondazione. Perché, insiste, non si capisce con chi l’ha elaborata, questa bozza, e se davvero si tratta di una futura mozione parlamentare, «allora va discussa con i gruppi, alla Camera».
Lui, Bertinotti, si dice
«disponibilissimo»: «Ricominciamo da lunedì scorso. Riprendiamo. Come nel gioco dell’oca, si torna al punto di partenza».
Certo, se queste sono le premesse, un governo di centro sinistra romperebbe subito, sulla politica estera. Sbuffa:
«Non capisco perché. Il maggioritario impone larghe maggioranze e larghe maggioranze impongono di esercitare di continuo l’arte del compromesso. Abbiamo un governo Berlusconi che non è d’accordo neppure sulla moneta, c’è chi vuole l’euro e chi vuole la lira... Eppure stanno insieme dal 2001».
Non proprio un esempio di armonia, converrà.
«E allora cambiamo il sistema, torniamo al proporzionale. Ma fin quando il sistema è questo, bisogna avere la pazienza di esercitare l’arte del compromesso. Anche nel centrosinistra».
libri
corpo e anima nella cultura ebraica pre-cristiana
La Stampa TuttoLibri 16.7.05
Nel tessuto della Bibbia il corpo è un vestito divino
Elena Loewenthal
LETTURE per l'anima e il corpo. Anzi, questa volta più per l'uno (e intorno all'uno) che per l'altra, anche perché non tutte le civiltà presentano una drastica opposizione fra i due. Nella tradizione ebraica, per l'appunto, l'uomo è un imprescindibile connubio di nefesh (anima, o meglio, più prosaicamente al maschile «animo») e basar, cioè «carne». O meglio, basar we-dam, intruglio di carne e sangue. Quest'ultimo, poi, non è soltanto un liquido fisico quanto lo scrigno stesso della vita, un patrimonio che appartiene solamente a Dio. Pertanto, il corpo non è affatto «basso» per definizione, preda di impulsi inferiori e per questo deprecabili: è invece, nel tessuto biblico, il vestito che il Creatore ha foggiato con le sue stesse mani. Al corpo dell'uomo come scrigno di una lunga e affascinante storia è dedicato, in fondo, l'ultimo libro di Rita Levi-Montalcini, Eva era africana (Gallucci editore, www.galluccieditore.com, pp. 90, e10, con le illustrazioni di Giuliano Ferri). Si tratta di un itinerario nelle origini dell'umanità, verso la sua «culla», cioè l'Africa, concepito per i bambini ma consigliato fino ai 99 anni (e oltre). Rita Levi-Montalcini si augura, nella chiosa, che il futuro sia donna: speriamo soprattutto che sia di quelle donne che, in Africa così come altrove, un futuro non l'hanno ancora mai avuto. Ma sul futuro (e il passato) dell'umanità si interroga anche Orlando Franceschelli nel suo saggio Dio e Darwin. Natura e uomo tra evoluzione e creazione (Donzelli, pp. 150, e12,50). Questo libro capita a proposito, in controffensiva all'attacco di agguerriti neo-creazionisti. Dopo Darwin è cambiato il nostro modo di vedere il mondo, la natura, l'uomo. Nemmeno Dio, del resto, è uscito indenne dalla rivoluzione della selezione naturale. In questo senso, il corpo, dell'uomo e degli animali, è un prezioso tracciato del nostro passato: non una scoria, bensì una specie di monumento vivente alla vita. Non a caso, l'espressione più pregnante che l'ebraico ha mai trovato per dire «memoria» è yad wa-shem, cioè alla lettera «mano e nome». Sembra quasi una felice corrispondenza semantica, ma questa espressione è certo il mondo migliore per «sentire» il corpo, la fisicità nel mondo ebraico. Partendo, naturalmente, sempre dalla Bibbia. Un piccolo libro capita a proposito: si tratta de Il corpo di Luciano Manicardi, monaco di Bose e biblista. L'ha pubblicato Qiqajon. Queste breve ma intenso saggio è una libera riflessione sul rapporto fra corpo e fede. C'è molto della teologia cristiana sulla «migrazione» del corpo di Gesù verso il rito, e ci sono interessanti note a margine al testo biblico. Per nota a margine non s'intende nulla di riduttivo, anzi: è da sempre questo il modo più profondo e penetrante per fare proprio il messaggio del Libro. Manicardi ci parla del basar, il sostantivo maschile per dire carne, ma la designa solo se vivente: «È sinonimo di fragilità e caducità ma, quando il corpo muore, diviene altro, diviene “cadavere”». Ci propone un primo orientamento di antropologia biblica del corpo, esplorando cuore, lingua, mani, occhi, labbra. E i gesti: il cibarsi e l'amare, il lavoro e la parola. Offre in sostanza una acuta lessicografia della corporeità biblica, come quando commenta passi quali «tutte le mie ossa fremono» (Salmi 6,3): un'espressione quanto mai calzante per descrivere quel particolare dondolio del corpo durante la preghiera del popolo d'Israele.
Nel tessuto della Bibbia il corpo è un vestito divino
Elena Loewenthal
LETTURE per l'anima e il corpo. Anzi, questa volta più per l'uno (e intorno all'uno) che per l'altra, anche perché non tutte le civiltà presentano una drastica opposizione fra i due. Nella tradizione ebraica, per l'appunto, l'uomo è un imprescindibile connubio di nefesh (anima, o meglio, più prosaicamente al maschile «animo») e basar, cioè «carne». O meglio, basar we-dam, intruglio di carne e sangue. Quest'ultimo, poi, non è soltanto un liquido fisico quanto lo scrigno stesso della vita, un patrimonio che appartiene solamente a Dio. Pertanto, il corpo non è affatto «basso» per definizione, preda di impulsi inferiori e per questo deprecabili: è invece, nel tessuto biblico, il vestito che il Creatore ha foggiato con le sue stesse mani. Al corpo dell'uomo come scrigno di una lunga e affascinante storia è dedicato, in fondo, l'ultimo libro di Rita Levi-Montalcini, Eva era africana (Gallucci editore, www.galluccieditore.com, pp. 90, e10, con le illustrazioni di Giuliano Ferri). Si tratta di un itinerario nelle origini dell'umanità, verso la sua «culla», cioè l'Africa, concepito per i bambini ma consigliato fino ai 99 anni (e oltre). Rita Levi-Montalcini si augura, nella chiosa, che il futuro sia donna: speriamo soprattutto che sia di quelle donne che, in Africa così come altrove, un futuro non l'hanno ancora mai avuto. Ma sul futuro (e il passato) dell'umanità si interroga anche Orlando Franceschelli nel suo saggio Dio e Darwin. Natura e uomo tra evoluzione e creazione (Donzelli, pp. 150, e12,50). Questo libro capita a proposito, in controffensiva all'attacco di agguerriti neo-creazionisti. Dopo Darwin è cambiato il nostro modo di vedere il mondo, la natura, l'uomo. Nemmeno Dio, del resto, è uscito indenne dalla rivoluzione della selezione naturale. In questo senso, il corpo, dell'uomo e degli animali, è un prezioso tracciato del nostro passato: non una scoria, bensì una specie di monumento vivente alla vita. Non a caso, l'espressione più pregnante che l'ebraico ha mai trovato per dire «memoria» è yad wa-shem, cioè alla lettera «mano e nome». Sembra quasi una felice corrispondenza semantica, ma questa espressione è certo il mondo migliore per «sentire» il corpo, la fisicità nel mondo ebraico. Partendo, naturalmente, sempre dalla Bibbia. Un piccolo libro capita a proposito: si tratta de Il corpo di Luciano Manicardi, monaco di Bose e biblista. L'ha pubblicato Qiqajon. Queste breve ma intenso saggio è una libera riflessione sul rapporto fra corpo e fede. C'è molto della teologia cristiana sulla «migrazione» del corpo di Gesù verso il rito, e ci sono interessanti note a margine al testo biblico. Per nota a margine non s'intende nulla di riduttivo, anzi: è da sempre questo il modo più profondo e penetrante per fare proprio il messaggio del Libro. Manicardi ci parla del basar, il sostantivo maschile per dire carne, ma la designa solo se vivente: «È sinonimo di fragilità e caducità ma, quando il corpo muore, diviene altro, diviene “cadavere”». Ci propone un primo orientamento di antropologia biblica del corpo, esplorando cuore, lingua, mani, occhi, labbra. E i gesti: il cibarsi e l'amare, il lavoro e la parola. Offre in sostanza una acuta lessicografia della corporeità biblica, come quando commenta passi quali «tutte le mie ossa fremono» (Salmi 6,3): un'espressione quanto mai calzante per descrivere quel particolare dondolio del corpo durante la preghiera del popolo d'Israele.
venerdì 15 luglio 2005
«i demoni»
l'Unità 15 Luglio 2005
IL TERRORISMO, crimine che nasce nella moderna società di massa. La letteratura ne ha fatto materia
Londra, la profezia di Dostoevskij
di Maria Serena Palieri
(...)
se lo scrittore è un genio può, con una storia, consegnarci in anticipo un pezzo di Storia di là da venire: quello che fa tra il 1870 e il 1872 Dostoevskij quando scrive I demoni. E narra una vicenda che ha, sì, radici nell’humus politico-culturale della Russia di quegli anni, ma che - a riprenderla in mano oggi (I demoni oggi bisognerebbe stamparli in sei miliardi di copie e farli distribuire a tutti i cittadini della Terra) - stordisce per i suoi passaggi preveggenti. Nichilismo-terrorismo- fede religiosa- pulsione al suicidio: il cocktail di oggi c’è già tutto. Per la promiscuità che nell’animo di Satov, uno dei membri dell’organizzazione, cova tra ideologia rivoluzionaria e fede; per la tensione autodistruttiva che corre nell’ambiente: si impiccherà Stavrogin, l’ideologo, sogna il suicidio come atto gratuito e dimostrativo Kirillov, il rivoluzionario ateo.
Il terrorismo - compiere gesti che hanno il fine non di abbattere direttamente un avversario, com’è il regicidio, ma di diffondere paura - è figlio della società di massa e urbana.
(...)
IL TERRORISMO, crimine che nasce nella moderna società di massa. La letteratura ne ha fatto materia
Londra, la profezia di Dostoevskij
di Maria Serena Palieri
(...)
se lo scrittore è un genio può, con una storia, consegnarci in anticipo un pezzo di Storia di là da venire: quello che fa tra il 1870 e il 1872 Dostoevskij quando scrive I demoni. E narra una vicenda che ha, sì, radici nell’humus politico-culturale della Russia di quegli anni, ma che - a riprenderla in mano oggi (I demoni oggi bisognerebbe stamparli in sei miliardi di copie e farli distribuire a tutti i cittadini della Terra) - stordisce per i suoi passaggi preveggenti. Nichilismo-terrorismo- fede religiosa- pulsione al suicidio: il cocktail di oggi c’è già tutto. Per la promiscuità che nell’animo di Satov, uno dei membri dell’organizzazione, cova tra ideologia rivoluzionaria e fede; per la tensione autodistruttiva che corre nell’ambiente: si impiccherà Stavrogin, l’ideologo, sogna il suicidio come atto gratuito e dimostrativo Kirillov, il rivoluzionario ateo.
Il terrorismo - compiere gesti che hanno il fine non di abbattere direttamente un avversario, com’è il regicidio, ma di diffondere paura - è figlio della società di massa e urbana.
(...)
giovedì 14 luglio 2005
l'Unità, oggi, e Karl Marx sugli scudi
l'Unità 14.7.05
Karl Marx Superstar
(solo per gli inglesi?)
LA BBC COMUNICA i risultati di un sondaggio radiofonico che ha chiesto agli ascoltatori di votare il filosofo più importante della storia: ha vinto, a sorpresa, l’autore del Capitale. Lo storico inglese Hobsbawn ci spiega perché...
Eric Hobsbawm
Quando Karl Marx aveva ventiquattro anni ed era un giovane neolaureato qualcuno scrisse di lui: «Preparatevi a incontrare il più grande filosofo vivente, forse l’unico esistente, il dottor Marx».
Apparentemente gli ascoltatori che hanno risposto all’appello del conduttore della trasmissione sulla Bbc, Melvin Bragg, sono della stessa idea: ha vinto il titolo di più grande filosofo mondiale, ottenendo più del doppio dei voti del secondo classificato, David Hume.
Che cosa avrebbe pensato lo stesso Marx di un sondaggio come questo?
Sarebbe stato sorpreso, come del resto lo sono io, che nel sondaggio non siano stati citati filosofi del calibro di Hegel e Leibniz o persino John Locke. In ogni caso, ciò che avrebbe pensato Marx è assai meno interessante del motivo per cui gli ascoltatori lo abbiano preferito in modo così schiacciante rispetto al resto dei concorrenti. Senza voler esagerare, non è un pensatore rispetto al quale sia possibile avere opinioni neutre. In realtà, la prospettiva che Marx vinca un sondaggio del genere è talmente sconvolgente che mi è stato detto che l’Economist avrebbe tentato di sostenere la candidatura dell’ammirevole David Hume, anche se il risultato non è stato molto positivo.
Politici e ideologi occidentali hanno considerato Karl Marx come ispiratore di rivoluzioni e precursore del totalitarismo. Nelle università, le sue teorie hanno subìto un forte declino a partire dagli anni Ottanta e il numero di accademici che si definiscono marxisti oggi è minore rispetto a qualsiasi altro periodo della mia lunga vita. Eppure, continuano a puntare su di lui. Per quale motivo?
Uno dei motivi è che gli altri filosofi vengono letti solo dalle poche centinaia di persone che studiano filosofia nelle università. Per la maggior parte di noi sono solo nomi.
Ma non Marx.
Come mi ha detto uno dei principali commentatori del partito conservatore, in modo alquanto inatteso, mentre parlavamo di questo sondaggio: «Dopo tutto, Marx e Freud sono le due grandi menti che hanno influenzato il ventesimo secolo». E questo è uno dei motivi. Un altro, paradossalmente, è la fine del comunismo. Mentre la Guerra Fredda era ancora in corso e l’Unione Sovietica esisteva ancora, per la maggior parte delle persone era impossibile sganciare Marx da Mosca. Ma dal 1989 questo sganciamento è possibile e le persone hanno riscoperto la straordinaria varietà e la forza dei suoi scritti. Centocinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione assistiamo alla lettura o rilettura del Manifesto del Partito Comunista non come programma per l’abbattimento del capitalismo nel 1848, che non ha avuto successo, ma come un’incredibile previsione della natura e degli effetti della globalizzazione alla fine del ventesimo secolo. È diventato nuovamente possibile riscoprire la grandezza di Marx.
Ma c’è un ultimo motivo ed è forse il più importante. Per molte persone la filosofia non è, come per la maggior parte degli addetti ai lavori, un esercizio di pensiero sul pensiero, ma il suo scopo è quello di comprendere e trasformare il nostro mondo. Ma chi tra le grandi menti che partecipavano a questo sondaggio ha scritto: «i filosofi hanno solo interpretato diversamente il mondo, si tratta di cambiarlo»?
Quel filosofo era Marx.
l'Unità 14 Luglio 2005
Grande nel capire il mondo, non nel trasformarlo
Bruno Gravagnuolo
È fatta. Malgrado il lavoro di lobbing dell’«Economist», e gli sforzi disperati degli humeani, Karl Marx vince e taglia il traguardo di questo sondaggio on line Bbc di cui vi avevamo dato notizia il 2 luglio, ma che già il 5 giugno aveva visto il barbone di Treviri in testa con largo margine su David Hume e Ludwig Wittgenstein. Certo, come ricorda Eric Hobsbawm mancavano nella lista gente come Leibniz ed Hegel (grave torto!). Ma è facile rilevare che non sarebbero andati più in là di Popper, Tommaso, e Nietzsche, rispettivamente con il 4,20,il 4,80 e il 6,40%. Quanto ad Aristotele, non va oltre il 4,50, ben al di sotto di Platone al 5,60. Mentre addirittura Heidegger e Stuart MIll non si sono classificati: pochi voti per far percentuale. Dignitoso il piazzamento di Socrate al 4,80, laddove l’onta dei non classificati senza voti colpisce persino Bertrand Russel, cosa strana per un sondaggio inglese. E allora? E allora il test vale quello che vale. Una roba da orecchianti colti tutt’al più. E però una cosa la dice. E cioè che nella classifica dell’immaginario dei moderni, immaginario di massa di cui gli orecchianti colti sono la punta dell’iceberg, Karl Marx è il filosofo che rimane più impresso. Il che accade non per la ragione qui addotta da un grande storico come Hobsbawm, che risente in qualche modo di un marxismo di maniera. Non per il fatto Marx voleva «trasformare il mondo invece di comprenderlo astrattamente». In fondo questo argomento poteva star bene anche a uno come Gentile, uno di quelli come scrive Hobsbawm per il quale la filosofia era esercizio speculativo del pensiero sul pensiero, e che nella generica «praxis» scorgeva non a caso un principio dialettico-speculativo! Al contrario. Marx resta come filosofo proprio perché elaborò categorie adeguate a descrivere il mondo. Lavoro, capitale, merce, essere sociale che spiega la coscienza, astrazione e fantasmagoria del denaro che risucchia il vivente. Inversione del rapporto tra uomini in rapporti tra cose. E poi ancora: innovazioni della tecnica e del capitale finanziario. Le une a spremere lavoro produttivo, l’altro a distruggerlo, nell’alternanza dei cicli del mercato globale, tra sottoconsumo e sovrapproduzione. Inoltre: Implemento delle macchine e creazione dell’esercito di riserva dei «flessibili» su scala transnazionale. Sì, Karl Marx mostrò il suo forte esattamente nel descrivere il mondo, e non nel trasformarlo. Che anzi, influssi benefici a parte, sul secondo versante fu non poco fallace! Se si pensa alla sua nozione di democrazia comunarda e di dittatura proletaria, che un nesso con certi fallimenti lo ebbe eccome. Insomma Marx capì molto del Moderno. E in molti oggi lo han capito e lo sanno.
Karl Marx Superstar
(solo per gli inglesi?)
LA BBC COMUNICA i risultati di un sondaggio radiofonico che ha chiesto agli ascoltatori di votare il filosofo più importante della storia: ha vinto, a sorpresa, l’autore del Capitale. Lo storico inglese Hobsbawn ci spiega perché...
Eric Hobsbawm
Quando Karl Marx aveva ventiquattro anni ed era un giovane neolaureato qualcuno scrisse di lui: «Preparatevi a incontrare il più grande filosofo vivente, forse l’unico esistente, il dottor Marx».
Apparentemente gli ascoltatori che hanno risposto all’appello del conduttore della trasmissione sulla Bbc, Melvin Bragg, sono della stessa idea: ha vinto il titolo di più grande filosofo mondiale, ottenendo più del doppio dei voti del secondo classificato, David Hume.
Che cosa avrebbe pensato lo stesso Marx di un sondaggio come questo?
Sarebbe stato sorpreso, come del resto lo sono io, che nel sondaggio non siano stati citati filosofi del calibro di Hegel e Leibniz o persino John Locke. In ogni caso, ciò che avrebbe pensato Marx è assai meno interessante del motivo per cui gli ascoltatori lo abbiano preferito in modo così schiacciante rispetto al resto dei concorrenti. Senza voler esagerare, non è un pensatore rispetto al quale sia possibile avere opinioni neutre. In realtà, la prospettiva che Marx vinca un sondaggio del genere è talmente sconvolgente che mi è stato detto che l’Economist avrebbe tentato di sostenere la candidatura dell’ammirevole David Hume, anche se il risultato non è stato molto positivo.
Politici e ideologi occidentali hanno considerato Karl Marx come ispiratore di rivoluzioni e precursore del totalitarismo. Nelle università, le sue teorie hanno subìto un forte declino a partire dagli anni Ottanta e il numero di accademici che si definiscono marxisti oggi è minore rispetto a qualsiasi altro periodo della mia lunga vita. Eppure, continuano a puntare su di lui. Per quale motivo?
Uno dei motivi è che gli altri filosofi vengono letti solo dalle poche centinaia di persone che studiano filosofia nelle università. Per la maggior parte di noi sono solo nomi.
Ma non Marx.
Come mi ha detto uno dei principali commentatori del partito conservatore, in modo alquanto inatteso, mentre parlavamo di questo sondaggio: «Dopo tutto, Marx e Freud sono le due grandi menti che hanno influenzato il ventesimo secolo». E questo è uno dei motivi. Un altro, paradossalmente, è la fine del comunismo. Mentre la Guerra Fredda era ancora in corso e l’Unione Sovietica esisteva ancora, per la maggior parte delle persone era impossibile sganciare Marx da Mosca. Ma dal 1989 questo sganciamento è possibile e le persone hanno riscoperto la straordinaria varietà e la forza dei suoi scritti. Centocinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione assistiamo alla lettura o rilettura del Manifesto del Partito Comunista non come programma per l’abbattimento del capitalismo nel 1848, che non ha avuto successo, ma come un’incredibile previsione della natura e degli effetti della globalizzazione alla fine del ventesimo secolo. È diventato nuovamente possibile riscoprire la grandezza di Marx.
Ma c’è un ultimo motivo ed è forse il più importante. Per molte persone la filosofia non è, come per la maggior parte degli addetti ai lavori, un esercizio di pensiero sul pensiero, ma il suo scopo è quello di comprendere e trasformare il nostro mondo. Ma chi tra le grandi menti che partecipavano a questo sondaggio ha scritto: «i filosofi hanno solo interpretato diversamente il mondo, si tratta di cambiarlo»?
Quel filosofo era Marx.
l'Unità 14 Luglio 2005
Grande nel capire il mondo, non nel trasformarlo
Bruno Gravagnuolo
È fatta. Malgrado il lavoro di lobbing dell’«Economist», e gli sforzi disperati degli humeani, Karl Marx vince e taglia il traguardo di questo sondaggio on line Bbc di cui vi avevamo dato notizia il 2 luglio, ma che già il 5 giugno aveva visto il barbone di Treviri in testa con largo margine su David Hume e Ludwig Wittgenstein. Certo, come ricorda Eric Hobsbawm mancavano nella lista gente come Leibniz ed Hegel (grave torto!). Ma è facile rilevare che non sarebbero andati più in là di Popper, Tommaso, e Nietzsche, rispettivamente con il 4,20,il 4,80 e il 6,40%. Quanto ad Aristotele, non va oltre il 4,50, ben al di sotto di Platone al 5,60. Mentre addirittura Heidegger e Stuart MIll non si sono classificati: pochi voti per far percentuale. Dignitoso il piazzamento di Socrate al 4,80, laddove l’onta dei non classificati senza voti colpisce persino Bertrand Russel, cosa strana per un sondaggio inglese. E allora? E allora il test vale quello che vale. Una roba da orecchianti colti tutt’al più. E però una cosa la dice. E cioè che nella classifica dell’immaginario dei moderni, immaginario di massa di cui gli orecchianti colti sono la punta dell’iceberg, Karl Marx è il filosofo che rimane più impresso. Il che accade non per la ragione qui addotta da un grande storico come Hobsbawm, che risente in qualche modo di un marxismo di maniera. Non per il fatto Marx voleva «trasformare il mondo invece di comprenderlo astrattamente». In fondo questo argomento poteva star bene anche a uno come Gentile, uno di quelli come scrive Hobsbawm per il quale la filosofia era esercizio speculativo del pensiero sul pensiero, e che nella generica «praxis» scorgeva non a caso un principio dialettico-speculativo! Al contrario. Marx resta come filosofo proprio perché elaborò categorie adeguate a descrivere il mondo. Lavoro, capitale, merce, essere sociale che spiega la coscienza, astrazione e fantasmagoria del denaro che risucchia il vivente. Inversione del rapporto tra uomini in rapporti tra cose. E poi ancora: innovazioni della tecnica e del capitale finanziario. Le une a spremere lavoro produttivo, l’altro a distruggerlo, nell’alternanza dei cicli del mercato globale, tra sottoconsumo e sovrapproduzione. Inoltre: Implemento delle macchine e creazione dell’esercito di riserva dei «flessibili» su scala transnazionale. Sì, Karl Marx mostrò il suo forte esattamente nel descrivere il mondo, e non nel trasformarlo. Che anzi, influssi benefici a parte, sul secondo versante fu non poco fallace! Se si pensa alla sua nozione di democrazia comunarda e di dittatura proletaria, che un nesso con certi fallimenti lo ebbe eccome. Insomma Marx capì molto del Moderno. E in molti oggi lo han capito e lo sanno.
opinioni... molto discutibili
Corriere della Sera 14 luglio 2005
Luciano Violante
«In certi casi l'uso della forza è necessario»
Il capogruppo dei Ds alla Camera: «La sinistra radicale? Un errore il no alle missioni in Bosnia, a Timor Est e nel Darfur. Prodi lo dica»
Monica Guerzoni
ROMA - «Ci possono essere circostanze in cui l’uso della forza è una necessità, tragica ma irrinunciabile». Il presidente dei deputati ds, Luciano Violante, lo vorrebbe scritto nel programma di Prodi, perché non accada più di spaccarsi sulle missioni in Afghanistan o nel Darfur, quel lembo di deserto che divide la sinistra radicale da quella riformista e Diliberto da Bertinotti.
(...)
Luciano Violante: «L’uso della forza consacrato dalle Nazioni Unite è lecito o no? Io credo sia lecito. L’articolo 11 della Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra, ma dice anche che acconsente alle limitazioni di sovranità necessarie ad assicurare pace e giustizia».
(...)
Scopriamo che il pensiero di Bertinotti è incostituzionale...
(...)
Luciano Violante
«In certi casi l'uso della forza è necessario»
Il capogruppo dei Ds alla Camera: «La sinistra radicale? Un errore il no alle missioni in Bosnia, a Timor Est e nel Darfur. Prodi lo dica»
Monica Guerzoni
ROMA - «Ci possono essere circostanze in cui l’uso della forza è una necessità, tragica ma irrinunciabile». Il presidente dei deputati ds, Luciano Violante, lo vorrebbe scritto nel programma di Prodi, perché non accada più di spaccarsi sulle missioni in Afghanistan o nel Darfur, quel lembo di deserto che divide la sinistra radicale da quella riformista e Diliberto da Bertinotti.
(...)
Luciano Violante: «L’uso della forza consacrato dalle Nazioni Unite è lecito o no? Io credo sia lecito. L’articolo 11 della Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra, ma dice anche che acconsente alle limitazioni di sovranità necessarie ad assicurare pace e giustizia».
(...)
Scopriamo che il pensiero di Bertinotti è incostituzionale...
(...)
genialità papali...
una segnalazione di Franco Pantalei e altri
(Repubblica.it) 14.07.2005
A QUANDO MAGA MAGÒ?
Papa Ratzinger scomunica Harry Potter
Il Vaticano contro Harry Potter. Sembra una battuta e invece non lo è. Tutt'altro.
Siamo nel marzo del 2003. L'allora cardinale Ratzinger scrive di suo pugno due missive (a distanza di venti giorni l'una dall'altra) indirizzata ad una studiosa tedesca, Gabrielle Kuby, autrice del libro dal titolo "Harry Potter - gut oder bose", contrario alla saga del maghetto firmata dalla Rowling: "È un bene che lei illumini la gente su Harry Potter, perché si tratta di subdole seduzioni, che agiscono inconsciamente distorcendo profondamente la cristianità nell'anima, prima che possa crescere propriamente". [...]
Una scomunica in piena regola.
Papa Ratzinger vede Harry Potter come un nemico della cristianità, un corruttore di anime.
Cosa ci sia realmente di così pericoloso nelle gesta del simpatico e giovane maghetto dalla faccia acqua e sapone non vi è dato saperlo. Sarà forse il mondo in cui vive o forse la sua magia, o ancora i suoi nemici che, subdoli, cercano di corrompere la purezza dell'anima di Harry. Magari è proprio l'idea di fondo che è sbagliata, l'idea di creare una realtà nella quale il confine fra bene e male non è ben definito, offuscandoe confondendo la mente dei più giovani.
La cosa certa è che Benedetto XVI non ne vuole sapere di scuole dove si insegnano stregonerie, di scope che volano, di scolari che vanno in giro su scope, gare di Quidditche gufi che recapitano la posta.
Insomma, dopo Dan Brown e il suo Codice Da Vinci (che viene venduto addirittura nelle librerie vaticane), ora tocca ad Harry Potter finire sul banco degli imputati.
La nuova Inquisizione Vaticana non fa sconti. Maghetti e stregoni sono avvertiti.
(Repubblica.it) 14.07.2005
A QUANDO MAGA MAGÒ?
Papa Ratzinger scomunica Harry Potter
Il Vaticano contro Harry Potter. Sembra una battuta e invece non lo è. Tutt'altro.
Siamo nel marzo del 2003. L'allora cardinale Ratzinger scrive di suo pugno due missive (a distanza di venti giorni l'una dall'altra) indirizzata ad una studiosa tedesca, Gabrielle Kuby, autrice del libro dal titolo "Harry Potter - gut oder bose", contrario alla saga del maghetto firmata dalla Rowling: "È un bene che lei illumini la gente su Harry Potter, perché si tratta di subdole seduzioni, che agiscono inconsciamente distorcendo profondamente la cristianità nell'anima, prima che possa crescere propriamente". [...]
Una scomunica in piena regola.
Papa Ratzinger vede Harry Potter come un nemico della cristianità, un corruttore di anime.
Cosa ci sia realmente di così pericoloso nelle gesta del simpatico e giovane maghetto dalla faccia acqua e sapone non vi è dato saperlo. Sarà forse il mondo in cui vive o forse la sua magia, o ancora i suoi nemici che, subdoli, cercano di corrompere la purezza dell'anima di Harry. Magari è proprio l'idea di fondo che è sbagliata, l'idea di creare una realtà nella quale il confine fra bene e male non è ben definito, offuscandoe confondendo la mente dei più giovani.
La cosa certa è che Benedetto XVI non ne vuole sapere di scuole dove si insegnano stregonerie, di scope che volano, di scolari che vanno in giro su scope, gare di Quidditche gufi che recapitano la posta.
Insomma, dopo Dan Brown e il suo Codice Da Vinci (che viene venduto addirittura nelle librerie vaticane), ora tocca ad Harry Potter finire sul banco degli imputati.
La nuova Inquisizione Vaticana non fa sconti. Maghetti e stregoni sono avvertiti.
8 per 1000
una segnalazione di Francesco Troccoli
ateismo.ilcannocchiale.it 11 luglio 2005 - 16:41
Dove finiscono i nostri soldi?
Dei 960 euro incassati dalla Chiesa nel 2004 attraverso l'8 per 1000 solo il 20% è stato destinato alle opere di carità
Conti in tasca alla chiesa sull'otto per mille
Più di 960 milioni di euro. È il montepremi che la Chiesa ha incassato nel 2004 grazie al meccanismo di ripartizione dell’otto per mille. Un montepremi in costante aumento, ma che dedica agli interventi caritativi una quota inferiore al 20%. Una cifra che rappresenta il risultato delle scelte di quel 65% di italiani che, infuriati per le tasse, indifferenti, oppure semplicemente male informati, ogni anno lascia in bianco la casella dell’otto per mille. La «scelta non espressa» infatti, così definita dal riquadro apposito del modello 730, non implica la destinazione diretta all’erario della quota di otto per mille, come sarebbe lecito aspettarsi in uno Stato laico. Al contrario, questi soldi finiscono in massima parte alla chiesa cattolica. Come questo sia possibile è la legge 222/85 a stabilirlo. All’articolo 47 di quello che fu il seguito legislativo della revisione del Concordato si istituisce la quota e se ne fissano i contorni. «In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti - recita il testo - la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse». Una specie di sistema elettorale proporzionale con un lauto premio di maggioranza, in cui la preferenza di tre votanti su dieci - la quota di astensione è salita in dieci anni dal 55 al 64% - decide anche per gli altri sette. Così facendo nell’anno 2000 (redditi ‘99), ultimo di cui si conosce l’esatta ripartizione percentuale dei fondi dato il ritardo nella produzione dei dati, la chiesa cattolica ottenne l’87% del totale: un assegno da 755 milioni di euro. A tutti gli altri, tranne lo Stato che partecipò alla torta per un marginale ma sostanzioso 10%, andarono solo le briciole, anche in virtù degli accordi successivi alla legge che escludono le congregazioni minori dalla ripartizione delle preferenze inespresse. Ma questa non fu l’esatta volontà dei cittadini contribuenti. Non proprio almeno: solo il 38% di essi mise la propria firma nel riquadro, e ciò significa che solo il 33% dell’universo dei contribuenti Irpef scelse di devolvere i propri soldi alla Chiesa. Questa, a rigor di logica, avrebbe perciò dovuto ottenere ‘solo’ 287 milioni di euro. Gli altri 500 milioni sono il premio di maggioranza di due misere righe di testo di legge, la cui conoscenza meglio dovrebbe essere garantita. Per esempio sarebbe corretto che il modulo per la ripartizione dell’otto per mille contemplasse una spiegazione delle norme di cui all’articolo 47. Al contrario, a fronte di un regolamento di compilazione enorme - 56 pagine di istruzioni solo per il modello 730 - per ritrovare l’argomento bisogna cercare una riga e mezza del secondo capoverso di pagina otto, senza peraltro che dal modello alle istruzioni ci sia alcuna nota che segnala l’inghippo. A completare l’universo fiscale sopracitato ci sono poi i lavoratori dipendenti, che beneficiano di un bonus di scomodità nel far valere la propria intenzione. Questi, infatti, hanno sì la possibilità di esprimere la preferenza sull’otto per mille, ma per renderla valida devono compilare e spedire l’apposito tagliando contenuto nel Cud. A beneficiare della complicazione sarà perciò sempre e comunque chi può contare sulla guida di una fede che muova la penna, cioè la Chiesa. A guardare la tendenza, infatti, si scopre che i 755 milioni stanziati nell’anno 2000 sono diventati 908 nel 2002, un miliardo di euro nel 2003, 936 milioni nel 2004, e quest’anno - resoconto dell’assemblea generale della Cei alla mano - la quota dovrebbe avvicinare nuovamente la soglia del miliardo di euro. Decine di milioni di euro in più ogni anno a cui corrispondono, in realtà, spostamenti nelle scelte dell’ordine di uno o due punti percentuali, come ha sottolineato Paolo Naso, della Tavola Valdese, ricordando anche la differenza di trattamento per cui «la chiesa cattolica viene informata ogni anno della quota percepita, mentre a noi dicono adesso quello che ci spettava nel 2000». Una vera e propria miniera d’oro, quella gestita dai vescovi, che ha portato le casse della conferenza episcopale italiana a vantare un ‘residuo’ di 79 milioni di euro nell’esercizio 2003 e un totale di 936 milioni di euro del bilancio 2004. Bilancio così diviso: 320 milioni di euro per il solo sostentamento del clero, 437 milioni di euro destinati alle esigenze di culto, e, da ultimo, 180 milioni destinati alle opere di carità. Niente di male, sia chiaro, nel sostenere la chiesa cattolica, anche con le donazioni volontarie per le quali la stessa legge 222 ha sancito la detraibilità. Tutti i credenti poi, converranno che il mantenimento della struttura fisica e morale è una delle prerogative stesse a cui la chiesa è chiamata a rispondere. Di fatto ne costituisce la missione spirituale. Per un occhio esterno tuttavia, è impossibile resistere alla tentazione di osservare una cifra di tale portata, soprattutto se comparata ai 210 milioni di euro stanziati all’inizio degli anni novanta, quando il meccanismo dell’otto per mille era varato ma non ancora a regime. E in effetti, a voler entrare nello specifico, l’incremento dei fondi è a dir poco singolare. È l’opinione dei radicali, che più volte hanno parlato di «sistema truffaldino». In particolare, è il passaggio fra il 2001 e il 2002 a destare l’attenzione maggiore, con un aumento dei fondi stanziati da 762 a 908 milioni di euro. Una maggiorazione vicina al 20% in un solo anno, difficilmente spiegabile, anche volendo sommare l’aumento del gettito fiscale all’effetto prodotto dalla riduzione delle firme. A questo proposito, la fonte migliore per una verifica sarebbe la commissione paritetica Stato/Vaticano. La commissione, in base all’articolo 49 della legge 222 è ufficialmente chiamata ogni tre anni a giudicare la congruità della cifra destinata alla Chiesa, formulando proposte per eventuali modifiche. Traducendo in pratica, è legittimo pensare che se dall’otto per mille non arrivassero abbastanza soldi, lo Stato potrebbe innalzare la quota ovvero varare un nuovo sistema di attribuzione. Difficile avere conferma della posizione ufficiale, rappresentata dalla segretaria della commissione, la dottoressa Anna Nardini, secondo la quale «l’incremento si deve all’aumentato gettito Irpef», poichè i documenti amministrativi prodotti da questa commissione non sono pubblici. Tuttavia questi stessi documenti potrebbero essere ottenuti attraverso una richiesta formale, ma anche in questo caso l’iter è difficoltoso. Dal marzo 2004 giace infatti inevasa una domanda di accesso presentata dai Radicali italiani, tuttora bloccata in attesa di sentenza del Tar di fronte al diniego, vincolante, di un’altra commissione, quella istituita presso la presidenza del Consiglio e presieduta dal sottosegretario Gianni Letta. Scettici sulla conclusione gli stessi radicali, per voce di Marco Staderini, secondo il quale è «difficile che la questione si risolva positivamente» giacchè «l’Avvocatura dello Stato ha ricevuto forti pressioni perchè lavorasse ad un esito favorevole». La soluzione migliore resta allora quella di prendere la calcolatrice e cercare di verificare se la concomitante diminuzione delle quote espresse e l’aumento tra queste di preferenze alla chiesa cattolica sia un motivo sufficiente a giustificare gli aumenti. Ammesso che sia possibile riuscirci, per garantire la trasparenza del sistema sarebbe sufficiente apporre una firma.
ateismo.ilcannocchiale.it 11 luglio 2005 - 16:41
Dove finiscono i nostri soldi?
Dei 960 euro incassati dalla Chiesa nel 2004 attraverso l'8 per 1000 solo il 20% è stato destinato alle opere di carità
Conti in tasca alla chiesa sull'otto per mille
Più di 960 milioni di euro. È il montepremi che la Chiesa ha incassato nel 2004 grazie al meccanismo di ripartizione dell’otto per mille. Un montepremi in costante aumento, ma che dedica agli interventi caritativi una quota inferiore al 20%. Una cifra che rappresenta il risultato delle scelte di quel 65% di italiani che, infuriati per le tasse, indifferenti, oppure semplicemente male informati, ogni anno lascia in bianco la casella dell’otto per mille. La «scelta non espressa» infatti, così definita dal riquadro apposito del modello 730, non implica la destinazione diretta all’erario della quota di otto per mille, come sarebbe lecito aspettarsi in uno Stato laico. Al contrario, questi soldi finiscono in massima parte alla chiesa cattolica. Come questo sia possibile è la legge 222/85 a stabilirlo. All’articolo 47 di quello che fu il seguito legislativo della revisione del Concordato si istituisce la quota e se ne fissano i contorni. «In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti - recita il testo - la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse». Una specie di sistema elettorale proporzionale con un lauto premio di maggioranza, in cui la preferenza di tre votanti su dieci - la quota di astensione è salita in dieci anni dal 55 al 64% - decide anche per gli altri sette. Così facendo nell’anno 2000 (redditi ‘99), ultimo di cui si conosce l’esatta ripartizione percentuale dei fondi dato il ritardo nella produzione dei dati, la chiesa cattolica ottenne l’87% del totale: un assegno da 755 milioni di euro. A tutti gli altri, tranne lo Stato che partecipò alla torta per un marginale ma sostanzioso 10%, andarono solo le briciole, anche in virtù degli accordi successivi alla legge che escludono le congregazioni minori dalla ripartizione delle preferenze inespresse. Ma questa non fu l’esatta volontà dei cittadini contribuenti. Non proprio almeno: solo il 38% di essi mise la propria firma nel riquadro, e ciò significa che solo il 33% dell’universo dei contribuenti Irpef scelse di devolvere i propri soldi alla Chiesa. Questa, a rigor di logica, avrebbe perciò dovuto ottenere ‘solo’ 287 milioni di euro. Gli altri 500 milioni sono il premio di maggioranza di due misere righe di testo di legge, la cui conoscenza meglio dovrebbe essere garantita. Per esempio sarebbe corretto che il modulo per la ripartizione dell’otto per mille contemplasse una spiegazione delle norme di cui all’articolo 47. Al contrario, a fronte di un regolamento di compilazione enorme - 56 pagine di istruzioni solo per il modello 730 - per ritrovare l’argomento bisogna cercare una riga e mezza del secondo capoverso di pagina otto, senza peraltro che dal modello alle istruzioni ci sia alcuna nota che segnala l’inghippo. A completare l’universo fiscale sopracitato ci sono poi i lavoratori dipendenti, che beneficiano di un bonus di scomodità nel far valere la propria intenzione. Questi, infatti, hanno sì la possibilità di esprimere la preferenza sull’otto per mille, ma per renderla valida devono compilare e spedire l’apposito tagliando contenuto nel Cud. A beneficiare della complicazione sarà perciò sempre e comunque chi può contare sulla guida di una fede che muova la penna, cioè la Chiesa. A guardare la tendenza, infatti, si scopre che i 755 milioni stanziati nell’anno 2000 sono diventati 908 nel 2002, un miliardo di euro nel 2003, 936 milioni nel 2004, e quest’anno - resoconto dell’assemblea generale della Cei alla mano - la quota dovrebbe avvicinare nuovamente la soglia del miliardo di euro. Decine di milioni di euro in più ogni anno a cui corrispondono, in realtà, spostamenti nelle scelte dell’ordine di uno o due punti percentuali, come ha sottolineato Paolo Naso, della Tavola Valdese, ricordando anche la differenza di trattamento per cui «la chiesa cattolica viene informata ogni anno della quota percepita, mentre a noi dicono adesso quello che ci spettava nel 2000». Una vera e propria miniera d’oro, quella gestita dai vescovi, che ha portato le casse della conferenza episcopale italiana a vantare un ‘residuo’ di 79 milioni di euro nell’esercizio 2003 e un totale di 936 milioni di euro del bilancio 2004. Bilancio così diviso: 320 milioni di euro per il solo sostentamento del clero, 437 milioni di euro destinati alle esigenze di culto, e, da ultimo, 180 milioni destinati alle opere di carità. Niente di male, sia chiaro, nel sostenere la chiesa cattolica, anche con le donazioni volontarie per le quali la stessa legge 222 ha sancito la detraibilità. Tutti i credenti poi, converranno che il mantenimento della struttura fisica e morale è una delle prerogative stesse a cui la chiesa è chiamata a rispondere. Di fatto ne costituisce la missione spirituale. Per un occhio esterno tuttavia, è impossibile resistere alla tentazione di osservare una cifra di tale portata, soprattutto se comparata ai 210 milioni di euro stanziati all’inizio degli anni novanta, quando il meccanismo dell’otto per mille era varato ma non ancora a regime. E in effetti, a voler entrare nello specifico, l’incremento dei fondi è a dir poco singolare. È l’opinione dei radicali, che più volte hanno parlato di «sistema truffaldino». In particolare, è il passaggio fra il 2001 e il 2002 a destare l’attenzione maggiore, con un aumento dei fondi stanziati da 762 a 908 milioni di euro. Una maggiorazione vicina al 20% in un solo anno, difficilmente spiegabile, anche volendo sommare l’aumento del gettito fiscale all’effetto prodotto dalla riduzione delle firme. A questo proposito, la fonte migliore per una verifica sarebbe la commissione paritetica Stato/Vaticano. La commissione, in base all’articolo 49 della legge 222 è ufficialmente chiamata ogni tre anni a giudicare la congruità della cifra destinata alla Chiesa, formulando proposte per eventuali modifiche. Traducendo in pratica, è legittimo pensare che se dall’otto per mille non arrivassero abbastanza soldi, lo Stato potrebbe innalzare la quota ovvero varare un nuovo sistema di attribuzione. Difficile avere conferma della posizione ufficiale, rappresentata dalla segretaria della commissione, la dottoressa Anna Nardini, secondo la quale «l’incremento si deve all’aumentato gettito Irpef», poichè i documenti amministrativi prodotti da questa commissione non sono pubblici. Tuttavia questi stessi documenti potrebbero essere ottenuti attraverso una richiesta formale, ma anche in questo caso l’iter è difficoltoso. Dal marzo 2004 giace infatti inevasa una domanda di accesso presentata dai Radicali italiani, tuttora bloccata in attesa di sentenza del Tar di fronte al diniego, vincolante, di un’altra commissione, quella istituita presso la presidenza del Consiglio e presieduta dal sottosegretario Gianni Letta. Scettici sulla conclusione gli stessi radicali, per voce di Marco Staderini, secondo il quale è «difficile che la questione si risolva positivamente» giacchè «l’Avvocatura dello Stato ha ricevuto forti pressioni perchè lavorasse ad un esito favorevole». La soluzione migliore resta allora quella di prendere la calcolatrice e cercare di verificare se la concomitante diminuzione delle quote espresse e l’aumento tra queste di preferenze alla chiesa cattolica sia un motivo sufficiente a giustificare gli aumenti. Ammesso che sia possibile riuscirci, per garantire la trasparenza del sistema sarebbe sufficiente apporre una firma.
senza parole...
Corriere della Sera 14.7.05
Bologna, interrogato Bottari: sono partito da Messina con la pistola, mi esercitavo al poligono
Confessa l’assassino dello studente: non mi voleva
DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA - «Sono partito da Messina con la pistola nella borsa. Questa cosa qua io la volevo risolvere. Non sapevo ancora come. Volevo ammazzarmi davanti a Riccardo. O forse volevo ucciderlo perché così avrei eliminato la mia sofferenza. Ma non capite? Lui non mi voleva...»
Bologna, interrogato Bottari: sono partito da Messina con la pistola, mi esercitavo al poligono
Confessa l’assassino dello studente: non mi voleva
DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA - «Sono partito da Messina con la pistola nella borsa. Questa cosa qua io la volevo risolvere. Non sapevo ancora come. Volevo ammazzarmi davanti a Riccardo. O forse volevo ucciderlo perché così avrei eliminato la mia sofferenza. Ma non capite? Lui non mi voleva...»
ieri in Ohio, domani in Italia?
chi esercita il dominio reale può davvero perdere le elezioni?
una segnalazione di Andrea Ventura
il manifesto 14.7.05
STATI UNITI
C'è del marcio in Ohio
GORE VIDAL
A parte la banda del petrolio e del gas che controlla due poteri dello stato interamente e un terzo parzialmente (quello controllato parzialmente - ma presto lo sarà interamente - è il potere giudiziario), durante l'ultima campagna elettorale in Gran Bretagna gli americani che prendono sul serio la politica hanno provato un bel po' di invidia. Lì i tre partiti hanno speso poco denaro, e non ne hanno speso affatto per farsi pubblicità in televisione. I risultati sono stati raggiunti rapidamente e con poca spesa. Soprattutto, i tre leader di partito si sono visti porre domande affilate e intelligenti da semplici cittadini chiamati curiosamente sudditi grazie all'onnipresente fantasma della corona, così diversa dalla nostra aquila dai predaci artigli nucleari. Sebbene i nostri media, sottoposti a una rigida censura, diano raramente notizie sui paesi stranieri (e mai buone notizie), quelli di noi che hanno sviluppato una dipendenza da tv via cavo C-Span e lo trovano l'unico mezzo di informazione veramente - anche se inconsapevolmente - sovversivo in questi Stati Uniti, possono osservare la politica britannica nel pieno della sua espressione. Dico «sovversivo» non solo perché C-Span tende a prendere sul serio alcuni libri interessanti, ma anche perché le sue dirette dal Senato e dalla Camera dei rappresentanti sono l'unica occasione concessaci per vedere da vicino i portavoce dei nostri padroni, e talvolta rappresentano bene un governo sempre più remoto da noi, repressivo e non disposto a rendere conto del suo comportamento. Osservare il vecchio profeta virtuoso Byrd del West Virginia, la solare ipocrisia di Biden del Delaware... mentre scrivo questi nomi così riveriti, mi vengono alla mente le loro facce, sento la loro voce, e mi viene la pelle d'oca da C-Span.
Ad ogni modo, il meraviglioso C-Span ha un'altra freccia al suo arco. Mentre qualche dirigente annuiva, C-Span ha cominciato a mostrarci la Camera dei Comuni della Gran Bretagna durante un question time. Questa è l'unica occasione che la maggior parte degli americani avrà mai per vedere come dovrebbe funzionare una democrazia. Lì i leader di partito si affrontano in dibattiti spesso furibondi su argomenti come la guerra e la pace, la sanità e l'istruzione. Poi, i circa seicento parlamentari possono rivolgere ai loro capotribù delle domande. Anni fa l'incomparabile Dwight Macdonald scrisse che una qualunque lettera al Times di Londra (gli inglesi sono autori incalliti di lettere sulle questioni importanti) è scritta meglio di un qualunque editoriale del New York Times.
Oltre al question time, che permette agli americani di vedere come funziona la democrazia politica (al contrario delle nostre due Camere, composte da lobbisti per le corporations americane), C-Span ha anche mostrato i tre leader di partito mentre venivano interrogati da un gruppo costituito in gran parte da giovani sudditi della corona fantasma, con la supervisione di un giornalista politico esperto. Blair veniva aspramente accusato di aver mentito sul parere legale ricevuto in merito al diritto della Gran Bretagna di muovere guerra all'Iraq per la banda americana del petrolio e del gas. Questo pubblico dal vivo della Bbc faceva domande molto più informate e istruttive di quelle che l'intera stampa accreditata americana ha potuto fare a Bush e agli altri in occasione delle nostre recenti elezioni politiche. Ma gli americani non sono abituati a sfidare l'autorità in «tempo di guerra», come lo ha definito un presidente che ha ordinato l'invasione di due paesi che non ci avevano fatto alcun danno, e ora sta pianificando guerre future nonostante la mancanza di uomini e di soldi. Solo per averlo seguito, Blair ha dovuto rispondere a domande severe e informate, domande di un tipo a cui Bush non risponderebbe mai, nemmeno se fosse in grado di farlo.
Così, abbiamo visto cosa può fare la democrazia oltremare. Tutto sommato, un'esperienza scombussolante per chiunque sia così sciocco da ritenere l'America democratica in tutto, tranne quando in preda alla furia imprigiona l'innocente e con gioia elegge il colpevole. Che fare? Come primo passo, invito i radical di C-Span che prendono sul serio la nostra Costituzione e il Bill of Rights a rivolgere la loro attenzione alla corruzione delle elezioni presidenziali del 2004, particolarmente nello stato dell'Ohio.
Uno dei deputati più utili - attualmente il più utile - è John Conyers, un democratico del Michigan che, in qualità di membro anziano di minoranza della Commissione giustizia, ha guidato i parlamentari democratici della Commissione e i loro collaboratori nel cuore dell'America profonda, nella Riserva Occidentale; specificamente, nello stato non-così-rosso dell'Ohio, un tempo conosciuto come «la madre dei presidenti».
Conyers c'è andato per rispondere alla domanda che la minoranza degli americani affezionata alla repubblica sta ponendo dal novembre 2004: «Che cosa è andato storto in Ohio?». Egli è troppo modesto per riferire le difficoltà che deve aver superato, anche per mettere insieme il suo team nonostante la trionfalistica maggioranza repubblicana al Congresso, per non parlare dell'improbabile erede di se stesso, George W. Bush, la cui scelta originale da parte della Corte Suprema ha prodotto molti articoli su cosa sia andato storto in Florida nel 2000.
Questi hanno portato alle scuse del giudice John Paul Stevens per il comportamento della maggioranza di 5 a 4 della Corte nella vicenda «Bush contro Gore». Bush lo sconfitto ha poi mosso guerre non dichiarate all'Afghanistan e all'Iraq, producendo inoltre i più grandi deficit della nostra storia e la rivelazione che le politiche di un'Amministrazione che, un po' come il conte Dracula rifuggiva dagli spicchi d'aglio, rifugge dal dare conto del proprio comportamento, sono state responsabili dell'omicidio e della tortura dei prigionieri - secondo stime del Pentagono, prelevati a caso nel 70-90% dei casi - facendoci odiare da un miliardo di musulmani e suscitando il disgusto di quello che viene chiamato «mondo civilizzato».
Essendomi stato chiesto di prevedere chi avrebbe vinto nel 2004, ho detto che Bush avrebbe perso di nuovo, ma ero fiducioso che nei quattro anni tra il 2000 e il 2004 la propaganda creativa e la scelta degli addetti elettorali avrebbe potuto essere perfezionata al punto di assicurargli una vittoria ufficiale. Un rapporto di Conyers, Preserving Democracy: What Went Wrong in Ohio (Preservare la democrazia: che cosa è andato storto in Ohio), dimostra con dovizia di dettagli che lo swing state dell'Ohio è stato attentamente gestito in modo da offrire la vittoria apparente a Bush, anche se Kerry risulta essere stato il vincitore popolare nonché il mancato capoclasse nominato dai grandi elettori.
Invito gli aspiranti riformatori della nostra politica e di anacronismi come il collegio elettorale a leggere l'utile guida di Conyers su come rubare un'elezione una volta messo al posto giusto colui che controlla le procedure elettorali in un singolo stato: in questo caso, il segretario di stato dell'Ohio Kenneth Blackwell, che ha orchestrato una famosa vittoria per coloro che odiano la democrazia (una minoranza permanente ma appassionata). Il Rapporto Conyers afferma categoricamente: «Per quanto riguarda i fatti di cui siamo venuti a conoscenza, in breve, osserviamo che in Ohio si sono verificate irregolarità e anomalie di voto massicce e senza precedenti. In molti casi queste irregolarità sono state causate da comportamenti illegali e scorrettezze intenzionali, molte delle quali hanno visto partecipe il segretario di stato Kenneth J. Blackwell, condirettore della campagna Bush-Cheney in Ohio». In altre parole, una riproposizione dello scenario della Florida nel 2000, quando il direttore della campagna per Bush e Cheney era anch'egli il segretario di stato. La lezione? Programmare sempre per almeno altri quattro anni.
Negli Stati Uniti d'Amnesia è ben noto che non solo l'Ohio ha avuto un numero considerevole di nuovi elettori, ma che Blackwell e la sua gang, attraverso «la scorretta collocazione delle macchine per il voto hanno portato a file lunghe e senza precedenti, che hanno privato del diritto di voto moltissimi elettori, se non centinaia di migliaia, in modo particolare quelli appartenenti alle minoranze, e i democratici». Negli ultimi anni molti di noi hanno messo in guardia sul pericolo delle macchine per il voto elettronico, a cominciare dalla denuncia su Internet dell'investigatrice Bev Harris, che è stata coperta di insulti dai funzionari di compagnie come Diebold, Sequoia, ES&S, Triad. Quest'ultima compagnia per il voto computerizzato «ha sostanzialmente ammesso di avere fornito dei "fogli falsi" a coloro che conteggiavano i voti, durante il nuovo conteggio in numerose contee. Questi fogli dicevano agli incaricati elettorali quanti voti dovevano trovare per ciascun candidato, e quanti voti in più e in meno dovevano calcolare per far coincidere il loro conteggio con il conteggio automatico. In questo modo, hanno potuto evitare di fare un conteggio manuale completamente nuovo in tutta la contea, previsto invece dalla legge statale».
Eppure, nonostante tutto questo lavoro, e questo potere economico, gli exit poll mostravano che Kerry avrebbe vinto in Ohio. Cosa è dunque successo?
Ho parlato più che a sufficienza di questo giallo, studiato così approfonditamente da Conyers, dai suoi colleghi del Congresso e dai loro collaboratori. Ma l'indagine non è stata limitata ai crimini contro la democrazia: il rapporto su «cosa è andato storto in Ohio» suggerisce anche una serie di soluzioni per rimettere le cose a posto. Inutile dire che questo rapporto è stato ignorato quando il collegio elettorale ha prodotto il suo esame, non verificato, dei voti stato per stato. Inutile dire che non è stata convocata alcuna commissione congiunta delle due Camere del Congresso per prendere in considerazione i vari crimini commessi e trovare i modi e i mezzi per evitare che si ripetano nel 2008, qualora ci sia consentito di tenere le elezioni una volta che ci saremo - unilateralmente - impegnati in un'altra guerra, questa volta contro l'Iran. Ad ogni modo, grazie a Conyers, la scritta è lassù sul muro e tutti possiamo vederla chiaramente: «Mene, mene, tekel, upharsin». Gli studiosi della Bibbia conosceranno il significato di queste parole che Dio rivolse a Baltassar e ai suoi accoliti della vecchia Babilonia.
il manifesto 14.7.05
STATI UNITI
C'è del marcio in Ohio
GORE VIDAL
A parte la banda del petrolio e del gas che controlla due poteri dello stato interamente e un terzo parzialmente (quello controllato parzialmente - ma presto lo sarà interamente - è il potere giudiziario), durante l'ultima campagna elettorale in Gran Bretagna gli americani che prendono sul serio la politica hanno provato un bel po' di invidia. Lì i tre partiti hanno speso poco denaro, e non ne hanno speso affatto per farsi pubblicità in televisione. I risultati sono stati raggiunti rapidamente e con poca spesa. Soprattutto, i tre leader di partito si sono visti porre domande affilate e intelligenti da semplici cittadini chiamati curiosamente sudditi grazie all'onnipresente fantasma della corona, così diversa dalla nostra aquila dai predaci artigli nucleari. Sebbene i nostri media, sottoposti a una rigida censura, diano raramente notizie sui paesi stranieri (e mai buone notizie), quelli di noi che hanno sviluppato una dipendenza da tv via cavo C-Span e lo trovano l'unico mezzo di informazione veramente - anche se inconsapevolmente - sovversivo in questi Stati Uniti, possono osservare la politica britannica nel pieno della sua espressione. Dico «sovversivo» non solo perché C-Span tende a prendere sul serio alcuni libri interessanti, ma anche perché le sue dirette dal Senato e dalla Camera dei rappresentanti sono l'unica occasione concessaci per vedere da vicino i portavoce dei nostri padroni, e talvolta rappresentano bene un governo sempre più remoto da noi, repressivo e non disposto a rendere conto del suo comportamento. Osservare il vecchio profeta virtuoso Byrd del West Virginia, la solare ipocrisia di Biden del Delaware... mentre scrivo questi nomi così riveriti, mi vengono alla mente le loro facce, sento la loro voce, e mi viene la pelle d'oca da C-Span.
Ad ogni modo, il meraviglioso C-Span ha un'altra freccia al suo arco. Mentre qualche dirigente annuiva, C-Span ha cominciato a mostrarci la Camera dei Comuni della Gran Bretagna durante un question time. Questa è l'unica occasione che la maggior parte degli americani avrà mai per vedere come dovrebbe funzionare una democrazia. Lì i leader di partito si affrontano in dibattiti spesso furibondi su argomenti come la guerra e la pace, la sanità e l'istruzione. Poi, i circa seicento parlamentari possono rivolgere ai loro capotribù delle domande. Anni fa l'incomparabile Dwight Macdonald scrisse che una qualunque lettera al Times di Londra (gli inglesi sono autori incalliti di lettere sulle questioni importanti) è scritta meglio di un qualunque editoriale del New York Times.
Oltre al question time, che permette agli americani di vedere come funziona la democrazia politica (al contrario delle nostre due Camere, composte da lobbisti per le corporations americane), C-Span ha anche mostrato i tre leader di partito mentre venivano interrogati da un gruppo costituito in gran parte da giovani sudditi della corona fantasma, con la supervisione di un giornalista politico esperto. Blair veniva aspramente accusato di aver mentito sul parere legale ricevuto in merito al diritto della Gran Bretagna di muovere guerra all'Iraq per la banda americana del petrolio e del gas. Questo pubblico dal vivo della Bbc faceva domande molto più informate e istruttive di quelle che l'intera stampa accreditata americana ha potuto fare a Bush e agli altri in occasione delle nostre recenti elezioni politiche. Ma gli americani non sono abituati a sfidare l'autorità in «tempo di guerra», come lo ha definito un presidente che ha ordinato l'invasione di due paesi che non ci avevano fatto alcun danno, e ora sta pianificando guerre future nonostante la mancanza di uomini e di soldi. Solo per averlo seguito, Blair ha dovuto rispondere a domande severe e informate, domande di un tipo a cui Bush non risponderebbe mai, nemmeno se fosse in grado di farlo.
Così, abbiamo visto cosa può fare la democrazia oltremare. Tutto sommato, un'esperienza scombussolante per chiunque sia così sciocco da ritenere l'America democratica in tutto, tranne quando in preda alla furia imprigiona l'innocente e con gioia elegge il colpevole. Che fare? Come primo passo, invito i radical di C-Span che prendono sul serio la nostra Costituzione e il Bill of Rights a rivolgere la loro attenzione alla corruzione delle elezioni presidenziali del 2004, particolarmente nello stato dell'Ohio.
Uno dei deputati più utili - attualmente il più utile - è John Conyers, un democratico del Michigan che, in qualità di membro anziano di minoranza della Commissione giustizia, ha guidato i parlamentari democratici della Commissione e i loro collaboratori nel cuore dell'America profonda, nella Riserva Occidentale; specificamente, nello stato non-così-rosso dell'Ohio, un tempo conosciuto come «la madre dei presidenti».
Conyers c'è andato per rispondere alla domanda che la minoranza degli americani affezionata alla repubblica sta ponendo dal novembre 2004: «Che cosa è andato storto in Ohio?». Egli è troppo modesto per riferire le difficoltà che deve aver superato, anche per mettere insieme il suo team nonostante la trionfalistica maggioranza repubblicana al Congresso, per non parlare dell'improbabile erede di se stesso, George W. Bush, la cui scelta originale da parte della Corte Suprema ha prodotto molti articoli su cosa sia andato storto in Florida nel 2000.
Questi hanno portato alle scuse del giudice John Paul Stevens per il comportamento della maggioranza di 5 a 4 della Corte nella vicenda «Bush contro Gore». Bush lo sconfitto ha poi mosso guerre non dichiarate all'Afghanistan e all'Iraq, producendo inoltre i più grandi deficit della nostra storia e la rivelazione che le politiche di un'Amministrazione che, un po' come il conte Dracula rifuggiva dagli spicchi d'aglio, rifugge dal dare conto del proprio comportamento, sono state responsabili dell'omicidio e della tortura dei prigionieri - secondo stime del Pentagono, prelevati a caso nel 70-90% dei casi - facendoci odiare da un miliardo di musulmani e suscitando il disgusto di quello che viene chiamato «mondo civilizzato».
Essendomi stato chiesto di prevedere chi avrebbe vinto nel 2004, ho detto che Bush avrebbe perso di nuovo, ma ero fiducioso che nei quattro anni tra il 2000 e il 2004 la propaganda creativa e la scelta degli addetti elettorali avrebbe potuto essere perfezionata al punto di assicurargli una vittoria ufficiale. Un rapporto di Conyers, Preserving Democracy: What Went Wrong in Ohio (Preservare la democrazia: che cosa è andato storto in Ohio), dimostra con dovizia di dettagli che lo swing state dell'Ohio è stato attentamente gestito in modo da offrire la vittoria apparente a Bush, anche se Kerry risulta essere stato il vincitore popolare nonché il mancato capoclasse nominato dai grandi elettori.
Invito gli aspiranti riformatori della nostra politica e di anacronismi come il collegio elettorale a leggere l'utile guida di Conyers su come rubare un'elezione una volta messo al posto giusto colui che controlla le procedure elettorali in un singolo stato: in questo caso, il segretario di stato dell'Ohio Kenneth Blackwell, che ha orchestrato una famosa vittoria per coloro che odiano la democrazia (una minoranza permanente ma appassionata). Il Rapporto Conyers afferma categoricamente: «Per quanto riguarda i fatti di cui siamo venuti a conoscenza, in breve, osserviamo che in Ohio si sono verificate irregolarità e anomalie di voto massicce e senza precedenti. In molti casi queste irregolarità sono state causate da comportamenti illegali e scorrettezze intenzionali, molte delle quali hanno visto partecipe il segretario di stato Kenneth J. Blackwell, condirettore della campagna Bush-Cheney in Ohio». In altre parole, una riproposizione dello scenario della Florida nel 2000, quando il direttore della campagna per Bush e Cheney era anch'egli il segretario di stato. La lezione? Programmare sempre per almeno altri quattro anni.
Negli Stati Uniti d'Amnesia è ben noto che non solo l'Ohio ha avuto un numero considerevole di nuovi elettori, ma che Blackwell e la sua gang, attraverso «la scorretta collocazione delle macchine per il voto hanno portato a file lunghe e senza precedenti, che hanno privato del diritto di voto moltissimi elettori, se non centinaia di migliaia, in modo particolare quelli appartenenti alle minoranze, e i democratici». Negli ultimi anni molti di noi hanno messo in guardia sul pericolo delle macchine per il voto elettronico, a cominciare dalla denuncia su Internet dell'investigatrice Bev Harris, che è stata coperta di insulti dai funzionari di compagnie come Diebold, Sequoia, ES&S, Triad. Quest'ultima compagnia per il voto computerizzato «ha sostanzialmente ammesso di avere fornito dei "fogli falsi" a coloro che conteggiavano i voti, durante il nuovo conteggio in numerose contee. Questi fogli dicevano agli incaricati elettorali quanti voti dovevano trovare per ciascun candidato, e quanti voti in più e in meno dovevano calcolare per far coincidere il loro conteggio con il conteggio automatico. In questo modo, hanno potuto evitare di fare un conteggio manuale completamente nuovo in tutta la contea, previsto invece dalla legge statale».
Eppure, nonostante tutto questo lavoro, e questo potere economico, gli exit poll mostravano che Kerry avrebbe vinto in Ohio. Cosa è dunque successo?
Ho parlato più che a sufficienza di questo giallo, studiato così approfonditamente da Conyers, dai suoi colleghi del Congresso e dai loro collaboratori. Ma l'indagine non è stata limitata ai crimini contro la democrazia: il rapporto su «cosa è andato storto in Ohio» suggerisce anche una serie di soluzioni per rimettere le cose a posto. Inutile dire che questo rapporto è stato ignorato quando il collegio elettorale ha prodotto il suo esame, non verificato, dei voti stato per stato. Inutile dire che non è stata convocata alcuna commissione congiunta delle due Camere del Congresso per prendere in considerazione i vari crimini commessi e trovare i modi e i mezzi per evitare che si ripetano nel 2008, qualora ci sia consentito di tenere le elezioni una volta che ci saremo - unilateralmente - impegnati in un'altra guerra, questa volta contro l'Iran. Ad ogni modo, grazie a Conyers, la scritta è lassù sul muro e tutti possiamo vederla chiaramente: «Mene, mene, tekel, upharsin». Gli studiosi della Bibbia conosceranno il significato di queste parole che Dio rivolse a Baltassar e ai suoi accoliti della vecchia Babilonia.
copyright The Nation
traduzione Marina Impallomeni
traduzione Marina Impallomeni
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