Gazzetta di Parma 24.2.04
Giulio Giorello parla del saggio «Villa e Zapata» di cui è prefatore
«Due eroi per liberare gli oppressi»
«La rivoluzione fu una decennale Iliade messicana, in cui Villa, Zapata e gli altri giocarono i ruoli ricoperti nel mito da Agamennone, Achille, Ettore ed Enea.» Così scrive lo storico inglese Frank McLynn in «Villa e Zapata, una biografia della rivoluzione messicana» (Il Saggiatore, 508 pagine, 22,00 euro): la prima rivoluzione del XX secolo fu unica per la durata e i fatti di sangue, tanto da avergli suggerito un paragone col poema omerico. Sangue che al momento non fruttò al Messico il benessere e la stabilità politica auspicati, ma pure diede a questo Paese una Costituzione rispettosa dei principi di giustizia sociale. E se il Messico in tutto il Novecento è stato immune da feroci dittature militari, è merito anche di Villa e Zapata, l'Attila del Sud e il Centauro del Nord, sulla cui vita e personalità McLynn ci rivela ogni particolare, compresi molti aneddoti divertenti.
Entrambi combatterono per dare ai «dannati della terra» un migliore tenore di vita, ma la loro rivoluzione, come rileva il filosofo Giulio Giorello nell'introduzione al volume di McLynn, sfociò in uno Stato a partito unico, quel focolaio di corruzione che fu il Partito Rivoluzionario Istituzionale. La grande epopea popolare si spense nel sangue dei suoi eroi inconsapevoli, che avevano preso le armi sotto la spinta delle masse operaie e contadine, ma che da «rivoluzionari di passaggio» si tramutarono in «rivoluzionari permanenti - scrive Giorello, - cioè capaci di collocare nello spazio e nel tempo il loro partito preso per i diritti». Con Giulio Giorello, docente di Filosofia della scienza all'Università di Milano, riepiloghiamo quegli eventi lontani, ma sempre attuali nel Messico che ne è figlio.
«Questa ''biografia della rivoluzione messicana'' - dice Giorello - è stata scritta da uno studioso che si occupa in genere di storia europea. Tra le fonti a cui ha attinto per ricostruire la vita di Francisco Villa detto Pancho e di Emiliano Zapata, Frank McLynn c'è anche una pellicola di Sergio Leone, quel film visionario e barocco che è "Giù la testa", dove un irlandese dell'Ira si trova, con qualche disinvoltura storica, a combattere con Pancho Villa».
Perché le insurrezioni di Villa e Zapata finirono male?
«I due eroi della rivoluzione messicana operavano in due zone diverse del Messico, uno nel Nord e l'altro nel Sud, ed erano portavoce di problemi differenti, che questa biografia, costruita con la tecnica del montaggio cinematografico, rende molto bene. Le loro vicende a un certo punto si intrecciano, i due si incontrano a Città del Messico, ma non riescono a coordinare le loro azioni, e questa fu la debolezza che decretò la fine della loro rivoluzione. Così i vincitori non furono né Villa né Zapata, ma quella borghesia progressista che poi si cacciò nel vicolo cieco della persecuzione dei cattolici, quando i due capi rivoluzionari erano già stati assassinati».
Che cosa ha significato per il Messico la rivolta che infiammò il Paese dal 1910 al 1920?
«E' stata una grandissima esperienza di libertà e di giustizia, pur con tutti i difetti del regime che poi fu realizzato dal Partito Rivoluzionario e nonostante la mummificazione operata dal partito della restaurazione. Bisogna tenere presente che, in modi diversi, Villa e Zapata interpretavano rivendicazioni sociali molto sentite e che il popolo insorse in nome dei diritti e della libertà degli Indios e delle donne, del loro riconoscimento come individui. Non si trattò solo di una presa di coscienza delle masse popolari, per dirla nel linguaggio pre-sessantottino. Fu una vicenda epica».
Se Villa e Zapata fossero stati meno individualisti, avrebbero potuto raggiungere risultati maggiori?
«L'individualismo, certo, fu un ostacolo, così come la concezione troppo localistica della libertà. Una volta stabilite delle isole di libertà nelle zone controllate dagli zapatisti e dai villisti, forse mancò un piano più generale che potesse estendersi all'intero Messico e servire da modello ad altri Paesi dell'America Latina. Questo fu un limite di quella rivoluzione, ma è molto facile criticare Villa e Zapata col senno di poi».
Quanto contribuì al fallimento della loro rivoluzione il sistema corrotto che l'attorniava?
«Alcuni racconti dello scrittore messicano Ignazio Paco Taibo II descrivono magistralmente il clima di corruzione e ristagno che frenò la spinta in avanti verso i traguardi indicati dai due condottieri. Non parlerei, però, di fallimento. Alcune grandi rivoluzioni non sono fallite, ma si sono chiuse: con la restaurazione, come capitò alla rivoluzione inglese con Oliver Cromwell e a quella francese col ritorno dell'Ancien Régime, o con un compromesso che non ha accontentato nessuno, come è stato nel Novecento per la rivoluzione irlandese, i cui strascichi si avvertono ancora oggi nell'Irlanda del Nord. Ma certe esperienze rivoluzionare diventano patrimonio di tutta l'umanità. Villa e Zapata sono rimasti due punti di riferimento non solo per il Messico, ma per tutti coloro che sognano la libertà in ogni angolo del globo. Per certi versi lo direi anche per Che Guevara. C'è una lezione morale nella rivoluzione».
McLynn accosta Villa e Zapata al bandito Giuliano. Che cosa ne pensa?
«Quest'accostamento può suscitare curiosità, ma forse è l'aspetto meno interessante del libro. E' un errore di certa storiografia anglosassone riunire nella categoria del bandito sociale le persone più disparate. Siamo più sul terreno delle leggende romantiche che sulla concreta realtà storica. Villa e Zapata furono due grandi ribelli, ma furono anche dotati di una profonda dimensione umana e intellettuale, non paragonabili col fenomeno del banditismo siciliano».
Ieri Villa e Zapata, oggi il subcomandante Marcos nel Chiapas: perché il Messico è così predisposto alle rivoluzioni?
«Spesso le rivoluzioni non avvengono in Paesi dove la popolazione è ridotta alla pura sopravvivenza, ma in nazioni ricche di contrasti e di tradizioni. Il Messico ha una storia drammatica fin dalla conquista spagnola, per il complicato processo di liberazione e per la vicinanza degli Stati Uniti, tutti fattori che Frank McLynn ha bene analizzato. La rivoluzione è stata figlia di questa storia complessa e non semplicemente di una situazione di abbandono, della grandezza del Messico e non di un'endemica miseria».
La rivolta in corso da tanti anni nel Chiapas si riallaccia a quella di Zapata?
«Marcos ha nei riguardi degli Indios la stessa sollecitudine verso le loro difficoltà che aveva Zapata. Dicendo così, non intendo sminuire la figura dell'altro eroe della rivoluzione messicana, Villa, di cui sono rimasti famosi il coraggio, la spregiudicatezza, l'attenzione per i diritti dei più umili, il rispetto per la donna, e ciò malgrado la forma apparentemente rude di democrazia agraria armata, realizzata dai suoi uomini nelle zone da loro controllate».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 24 febbraio 2004
lunedì 23 febbraio 2004
lunedì 23.2 su RaiTre:
una lezione di Dario Fo su Caravaggio
Repubblica 23.2.04
LA LEZIONE
Franca Rame e Dario Fo stasera su RaiTre
"Caravaggio dipinse la vita del suo tempo"
"Sulle sue tele restava impresso quel che tutti all'epoca, cercavano di coprire"
di ANNA BANDETTINI
MILANO - Passare da Berlusconi a Caravaggio deve essere stata una boccata d´ossigeno, un rifarsi la mente. «In verità lo scopo resta lo stesso: raccontare qualcosa senza fermarsi alla superficie, cercare di scovarne gli aspetti tenuti nascosti, fare controinformazione», spiegano Dario Fo e Franca Rame che, infaticabili, tra una trionfale tappa e l´altra del loro "Anomalo bicefalo", lo spettacolo sulla carriera politica-economica-giudiziaria di Berlusconi (chiuderà grandiosamente la tournée il 7 marzo a Milano in una seratona al Filaforum organizzata con i girotondi), lo scorso dicembre misero in scena all´Auditorium di Roma per sole due serate, davanti a quattromila persone, una lezione-spettacolo, Caravaggio ai tempi del Caravaggio, che sullo stimolo della mostra virtuale sul pittore ospite a Roma a Castel Sant´Angelo, raccontava l´artista nei suoi quadri e nel Seicento. Quella lezione viene ora presentata da RaiTre, stasera con la regia di Felice Cappa, in una di quelle belle occasioni che fanno dimenticare l´impoverimento culturale della tv purtroppo solo alle 23.20. In scena il Nobel e Franca Rame teatralizzano la vita del Caravaggio come già avevano fatto anni fa con Leonardo: davanti agli spettatori 87 gigantografie di quadri, molto materiale storico e documentario e l´inserto di alcuni pezzi di teatro, a cominciare dal bellissimo monologo Maria alla Croce recitato da Franca per sottolineare quanto legame ci fosse tra Caravaggio e le sacre rappresentazioni in volgare della tradizione popolare lombarda.
Il "grande pittore realista ricco però di invenzioni fanstatiche" che ci raccontano è l´uomo pieno di contraddizioni, è l´artista che ha imparato la lezione della grande tradizione pittorica lombarda dal Correggio in poi, è il pittore in cattivi rapporti con il conformismo della Roma della Controriforma e con il partito spagnolo della curia romana «che ogni giorno faceva esecuzioni in piazza e il fine settimana tanto per gradire mandava al rogo qualche sedicente eretico». In questo clima, ci dicono Fo e Rame, Caravaggio era uno che non le mandava a dire. «Nei soggetti religiosi dei suoi quadri metteva figure e temi del suo tempo e non era un pittore piegato alla semplice devozione come mostriamo con vari esempi. La sua grandezza sta anche in questo: che dipingeva la vita che ai suoi tempi tutti cercavano di coprire».
_____________________________
da leggere:
Anna Maria Panzera, Caravaggio e Giordano Bruno fra nuova arte e nuova scienza. La bellezza dell'artefice. 1994 - Fratelli Palombi editori
Fiora Bellini e Riccardo Bassani, Caravaggio assassino, La carriera di un «valenthuomo» fazioso nella Roma della Controriforma. 1994 - Donzelli Editore
LA LEZIONE
Franca Rame e Dario Fo stasera su RaiTre
"Caravaggio dipinse la vita del suo tempo"
"Sulle sue tele restava impresso quel che tutti all'epoca, cercavano di coprire"
di ANNA BANDETTINI
MILANO - Passare da Berlusconi a Caravaggio deve essere stata una boccata d´ossigeno, un rifarsi la mente. «In verità lo scopo resta lo stesso: raccontare qualcosa senza fermarsi alla superficie, cercare di scovarne gli aspetti tenuti nascosti, fare controinformazione», spiegano Dario Fo e Franca Rame che, infaticabili, tra una trionfale tappa e l´altra del loro "Anomalo bicefalo", lo spettacolo sulla carriera politica-economica-giudiziaria di Berlusconi (chiuderà grandiosamente la tournée il 7 marzo a Milano in una seratona al Filaforum organizzata con i girotondi), lo scorso dicembre misero in scena all´Auditorium di Roma per sole due serate, davanti a quattromila persone, una lezione-spettacolo, Caravaggio ai tempi del Caravaggio, che sullo stimolo della mostra virtuale sul pittore ospite a Roma a Castel Sant´Angelo, raccontava l´artista nei suoi quadri e nel Seicento. Quella lezione viene ora presentata da RaiTre, stasera con la regia di Felice Cappa, in una di quelle belle occasioni che fanno dimenticare l´impoverimento culturale della tv purtroppo solo alle 23.20. In scena il Nobel e Franca Rame teatralizzano la vita del Caravaggio come già avevano fatto anni fa con Leonardo: davanti agli spettatori 87 gigantografie di quadri, molto materiale storico e documentario e l´inserto di alcuni pezzi di teatro, a cominciare dal bellissimo monologo Maria alla Croce recitato da Franca per sottolineare quanto legame ci fosse tra Caravaggio e le sacre rappresentazioni in volgare della tradizione popolare lombarda.
Il "grande pittore realista ricco però di invenzioni fanstatiche" che ci raccontano è l´uomo pieno di contraddizioni, è l´artista che ha imparato la lezione della grande tradizione pittorica lombarda dal Correggio in poi, è il pittore in cattivi rapporti con il conformismo della Roma della Controriforma e con il partito spagnolo della curia romana «che ogni giorno faceva esecuzioni in piazza e il fine settimana tanto per gradire mandava al rogo qualche sedicente eretico». In questo clima, ci dicono Fo e Rame, Caravaggio era uno che non le mandava a dire. «Nei soggetti religiosi dei suoi quadri metteva figure e temi del suo tempo e non era un pittore piegato alla semplice devozione come mostriamo con vari esempi. La sua grandezza sta anche in questo: che dipingeva la vita che ai suoi tempi tutti cercavano di coprire».
da leggere:
Anna Maria Panzera, Caravaggio e Giordano Bruno fra nuova arte e nuova scienza. La bellezza dell'artefice. 1994 - Fratelli Palombi editori
Fiora Bellini e Riccardo Bassani, Caravaggio assassino, La carriera di un «valenthuomo» fazioso nella Roma della Controriforma. 1994 - Donzelli Editore
storie dell'uomo:
la paleopatologia
Corriere della Sera 23.2.04
IL PALEOPATOLOGO
di Paolo Conti
PISA - Prima notizia: Cangrande I della Scala, signore di Verona riesumato venti giorni fa e sottoposto a mille esami Tac inclusa, non morì improvvisamente a 38 anni dopo aver bevuto da una fonte di Treviso appena conquistata, come si disse nel 1329 sospettando veleni. Probabilmente se ne andò all’altro mondo per una epatite acuta forse dovuta (per ora è solo un’ipotesi) al buon vino veneto, che notoriamente va giù come l’acqua: ce lo sveleranno a ottobre in una mostra al museo di Castelvecchio di Verona. Seconda notizia: alla fine dell’estate avremo un’idea abbastanza chiara delle abitudini igienico-alimentari e delle cause della morte di cinquanta membri della famiglia dei Medici di Firenze, da Giovanni delle Bande Nere all’Elettrice Palatina Maria Ludovica che lasciò in eredità al popolo fiorentino la collezione degli Uffizi ed evitò la dispersione di un inestimabile tesoro della cultura europea.
Il tutto transiterà sulla disordinata scrivania di Gino Fornaciari, 58 anni, paleopatologo dell’Università di Pisa, da un quarto di secolo specializzato in una scienza tutta particolare: l’esame dei corpi di personaggi del passato, importanti o anonimi che siano. Fornaciari è un tipo pelato, basso e autoironico («1.60, ho la stessa statura di Gregorio VII...»), doverosamente positivista e materialista visto l’oggetto di studio: «Emozione nel maneggiare un re, un santo? Direi estremo interesse scientifico. Se questa è un’emozione, allora sì, mi emoziono. Timore di disturbare il sonno di un morto? No, perché è senza vita e si tratta di un reperto: da trattare col dovuto riguardo, ma è un reperto...».
Il laboratorio di Fornaciari e dei suoi soli cinque collaboratori è ospitato, come spesso accade in Italia ai nostri centri di ricerca molto stimati all’estero ma sconosciuti in patria, in un angusto ambiente stipato di casse etichettate, tipo «Crani / Torino, piazza San Giovanni» (spiegazione: «Era una fossa comune di soldati del primo ’400 scoperta due anni fa, qui la calotta è scoperchiata da un colpo di spadone...»). Sui tavoli, due vassoi colmi di femori, tibie, pezzi di falangi. Il professore insegna Paleopatologia e Storia della medicina ma ha alle spalle 15 anni di responsabilità dell’obitorio pisano e ha una regola: «C’è uno scopo scientifico e uno culturale. Capire come quegli individui vivevano e morivano per ricostruire l’ambiente umano, intellettuale di un’epoca». Niente curiosità morbose ma esami di tossicologia, endoscopia, istologia, radiologia e Tac possibili perché l’incarico di Fornaciari fa parte del dipartimento di Oncologia.
La sua memoria gronda incontri straordinari. Al 1981 risale la «recognizione» (il termine scientifico dell’impresa) sul corpo di Sant’Antonio da Padova voluta dai frati: «Individuo giovane, sui 35 anni, longilineo e più alto della media della sua epoca, tipicamente atlanto-mediterraneo, abbastanza muscoloso, però si capiva che era uno da scrivania». Nel 1984 toccò a papa Gregorio VII: «Mi aspettavo un tipo alto, ascetico, magro visto che si trattava di un monaco. Invece era basso come me, tarchiato, corpulento, dotato di una vigorosa muscolatura anche nel braccio destro. Più che di aspersorio, da giovane lavorò di spada...». Un po’ come Giulio II della Rovere, il papa condottiero? «Ecco, uno così». Poi ci fu Zita da Lucca, santa del 13° secolo, esaminata nel 1988, fonte di grande ammirazione estetica da addetti ai lavori: «Bellissima mummia naturale, perfettamente conservata. Camminava scalza e i suoi piedi avevano gli stessi calli che fino a poco temo fa erano caratteristici delle nostre contadine. Viveva in cucina e in un ambiente chiuso, così ho trovato i polmoni affetti da antracosi, ovvero erano pieni di carbone».
Tra il 1983 e il 1987 (quando Fornaciari aveva ancora i suoi capelli) ci fu l’avventura delle tombe aragonesi di Napoli nella cappella palatina di San Domenico Maggiore: «La soprintendenza scoprì che nel soppalco della Sacrestia le quaranta casse di sovrani, principi del sangue e membri della corte contenevano mummie ben conservate. Non sapevano bene come muoversi e ci convocarono. Anche nella sepoltura il protocollo era rispettato: nel piano alto e al centro i re, poi i principi e più sotto gli altri a seconda dell’importanza». Fornaciari e i suoi misero insieme una immensa banca dati sulle malattie dell’epoca: «Ferrante I morì di adenocarcinoma del colon. Altri principi erano affetti da malattie infettive: tubercolosi, per esempio. Una nobildonna era sifilitica». Risatina del professore: «Misi in allarme l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché in una mummia riscontrai il vaiolo. Lo annunciai. Mi mandarono degli anticorpi che legarono col virus. Temettero che potesse essere ancora vitale, si impaurirono perché le vaccinazioni erano sospese dal 1986. Invece il Dna del virus era frammentato, incapace di agire. Ho spedito alcuni campioni a Mosca e negli Stati Uniti, ad Atlanta». Nel 1994 diagnosticò una scoliosi da violoncello al sommo musicista Luigi Boccherini. Ha svelato anche un giallo storico, quello legato a Enrico VII re di Germania, morto forse suicida a Martirano, in Calabria, nel 1242: «Era difficile spiegarsi perché suo padre Federico II lo avesse tenuto prigioniero fino alla morte. E’ vero, Enrico VII aveva tentato di spodestarlo ed era stato sconfitto. Ma Federico era generoso, capace di perdonare. Perché non il primogenito? Esaminando lo scheletro abbiamo capito. Enrico era malato di lebbra, contratta probabilmente nella Crociata in Terra Santa, e la sua più che una prigionia era un isolamento protetto».
E adesso la grande scommessa medicea, 49 salme da esaminare, per 36 sarà una novità assoluta perché 13 erano già state studiate nel 1948: «Ho convinto il sovrintendente Antonio Paolucci, uomo di grande intelligenza e intuizione. Primi sondaggi in primavera, poi da luglio a tappe forzate. Per ora non toccheremo i sarcofagi più antichi perché c’è di mezzo Michelangelo». C’è da capire perché molti Medici fossero afflitti dalla gotta, secondo le voci del passato. O da riesaminare la tubercolosi di Eleonora da Toledo, che da secoli ci scruta altera dalla tela del Bronzino, e l’obesità dell’ultimo maschio, il debole Giangastone. Ci vorranno molti soldi, almeno 400 mila euro. Per ora Fornaciari può contare sulla sovrintendenza fiorentina, le università di Pisa, Firenze, Long Island di New York, del Minnesota, sulla Mgm specializzata in biotecnologia, l’ospedale di Pisa, il comune di Firenze. Ma il cammino economico è lungo. Qualcuno, speriamo, si farà vivo. Fornaciari ride ancora: «Lo so, ci vuole un amatore del genere». Giusto. Non tutti palpitano per una mummia nuda.
IL PALEOPATOLOGO
di Paolo Conti
PISA - Prima notizia: Cangrande I della Scala, signore di Verona riesumato venti giorni fa e sottoposto a mille esami Tac inclusa, non morì improvvisamente a 38 anni dopo aver bevuto da una fonte di Treviso appena conquistata, come si disse nel 1329 sospettando veleni. Probabilmente se ne andò all’altro mondo per una epatite acuta forse dovuta (per ora è solo un’ipotesi) al buon vino veneto, che notoriamente va giù come l’acqua: ce lo sveleranno a ottobre in una mostra al museo di Castelvecchio di Verona. Seconda notizia: alla fine dell’estate avremo un’idea abbastanza chiara delle abitudini igienico-alimentari e delle cause della morte di cinquanta membri della famiglia dei Medici di Firenze, da Giovanni delle Bande Nere all’Elettrice Palatina Maria Ludovica che lasciò in eredità al popolo fiorentino la collezione degli Uffizi ed evitò la dispersione di un inestimabile tesoro della cultura europea.
Il tutto transiterà sulla disordinata scrivania di Gino Fornaciari, 58 anni, paleopatologo dell’Università di Pisa, da un quarto di secolo specializzato in una scienza tutta particolare: l’esame dei corpi di personaggi del passato, importanti o anonimi che siano. Fornaciari è un tipo pelato, basso e autoironico («1.60, ho la stessa statura di Gregorio VII...»), doverosamente positivista e materialista visto l’oggetto di studio: «Emozione nel maneggiare un re, un santo? Direi estremo interesse scientifico. Se questa è un’emozione, allora sì, mi emoziono. Timore di disturbare il sonno di un morto? No, perché è senza vita e si tratta di un reperto: da trattare col dovuto riguardo, ma è un reperto...».
Il laboratorio di Fornaciari e dei suoi soli cinque collaboratori è ospitato, come spesso accade in Italia ai nostri centri di ricerca molto stimati all’estero ma sconosciuti in patria, in un angusto ambiente stipato di casse etichettate, tipo «Crani / Torino, piazza San Giovanni» (spiegazione: «Era una fossa comune di soldati del primo ’400 scoperta due anni fa, qui la calotta è scoperchiata da un colpo di spadone...»). Sui tavoli, due vassoi colmi di femori, tibie, pezzi di falangi. Il professore insegna Paleopatologia e Storia della medicina ma ha alle spalle 15 anni di responsabilità dell’obitorio pisano e ha una regola: «C’è uno scopo scientifico e uno culturale. Capire come quegli individui vivevano e morivano per ricostruire l’ambiente umano, intellettuale di un’epoca». Niente curiosità morbose ma esami di tossicologia, endoscopia, istologia, radiologia e Tac possibili perché l’incarico di Fornaciari fa parte del dipartimento di Oncologia.
La sua memoria gronda incontri straordinari. Al 1981 risale la «recognizione» (il termine scientifico dell’impresa) sul corpo di Sant’Antonio da Padova voluta dai frati: «Individuo giovane, sui 35 anni, longilineo e più alto della media della sua epoca, tipicamente atlanto-mediterraneo, abbastanza muscoloso, però si capiva che era uno da scrivania». Nel 1984 toccò a papa Gregorio VII: «Mi aspettavo un tipo alto, ascetico, magro visto che si trattava di un monaco. Invece era basso come me, tarchiato, corpulento, dotato di una vigorosa muscolatura anche nel braccio destro. Più che di aspersorio, da giovane lavorò di spada...». Un po’ come Giulio II della Rovere, il papa condottiero? «Ecco, uno così». Poi ci fu Zita da Lucca, santa del 13° secolo, esaminata nel 1988, fonte di grande ammirazione estetica da addetti ai lavori: «Bellissima mummia naturale, perfettamente conservata. Camminava scalza e i suoi piedi avevano gli stessi calli che fino a poco temo fa erano caratteristici delle nostre contadine. Viveva in cucina e in un ambiente chiuso, così ho trovato i polmoni affetti da antracosi, ovvero erano pieni di carbone».
Tra il 1983 e il 1987 (quando Fornaciari aveva ancora i suoi capelli) ci fu l’avventura delle tombe aragonesi di Napoli nella cappella palatina di San Domenico Maggiore: «La soprintendenza scoprì che nel soppalco della Sacrestia le quaranta casse di sovrani, principi del sangue e membri della corte contenevano mummie ben conservate. Non sapevano bene come muoversi e ci convocarono. Anche nella sepoltura il protocollo era rispettato: nel piano alto e al centro i re, poi i principi e più sotto gli altri a seconda dell’importanza». Fornaciari e i suoi misero insieme una immensa banca dati sulle malattie dell’epoca: «Ferrante I morì di adenocarcinoma del colon. Altri principi erano affetti da malattie infettive: tubercolosi, per esempio. Una nobildonna era sifilitica». Risatina del professore: «Misi in allarme l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché in una mummia riscontrai il vaiolo. Lo annunciai. Mi mandarono degli anticorpi che legarono col virus. Temettero che potesse essere ancora vitale, si impaurirono perché le vaccinazioni erano sospese dal 1986. Invece il Dna del virus era frammentato, incapace di agire. Ho spedito alcuni campioni a Mosca e negli Stati Uniti, ad Atlanta». Nel 1994 diagnosticò una scoliosi da violoncello al sommo musicista Luigi Boccherini. Ha svelato anche un giallo storico, quello legato a Enrico VII re di Germania, morto forse suicida a Martirano, in Calabria, nel 1242: «Era difficile spiegarsi perché suo padre Federico II lo avesse tenuto prigioniero fino alla morte. E’ vero, Enrico VII aveva tentato di spodestarlo ed era stato sconfitto. Ma Federico era generoso, capace di perdonare. Perché non il primogenito? Esaminando lo scheletro abbiamo capito. Enrico era malato di lebbra, contratta probabilmente nella Crociata in Terra Santa, e la sua più che una prigionia era un isolamento protetto».
E adesso la grande scommessa medicea, 49 salme da esaminare, per 36 sarà una novità assoluta perché 13 erano già state studiate nel 1948: «Ho convinto il sovrintendente Antonio Paolucci, uomo di grande intelligenza e intuizione. Primi sondaggi in primavera, poi da luglio a tappe forzate. Per ora non toccheremo i sarcofagi più antichi perché c’è di mezzo Michelangelo». C’è da capire perché molti Medici fossero afflitti dalla gotta, secondo le voci del passato. O da riesaminare la tubercolosi di Eleonora da Toledo, che da secoli ci scruta altera dalla tela del Bronzino, e l’obesità dell’ultimo maschio, il debole Giangastone. Ci vorranno molti soldi, almeno 400 mila euro. Per ora Fornaciari può contare sulla sovrintendenza fiorentina, le università di Pisa, Firenze, Long Island di New York, del Minnesota, sulla Mgm specializzata in biotecnologia, l’ospedale di Pisa, il comune di Firenze. Ma il cammino economico è lungo. Qualcuno, speriamo, si farà vivo. Fornaciari ride ancora: «Lo so, ci vuole un amatore del genere». Giusto. Non tutti palpitano per una mummia nuda.
Edipo e la sanità mentale
una segnalazione di Paolo Izzo
Repubblica 23.2.04
Sofocle riletto dall´attore con la collaborazione e regia di Sergio Fantoni
L'Edipo di Gioele Dix ritrova la sanità mentale
Alla fine si sbarazza dei complessi attribuitigli da Freud Cento minuti di risate
FRANCO QUADRI
Non credo che sarà il monologo a salvare il teatro riportandolo alle sue origini, ma certo il dilagare dell´affabulazione non è solo una moda che, sostituendo il racconto dei testi all´azione, soddisfa esigenze politiche ed economiche. Del resto sono partite così intere generazioni di comici, basti ricordare il Dario Fo radiofonico che rifaceva la Storia; e qualche grande s´è divertito a smontare e rimontare a vista i classici, come Brook in un suo "Amleto". Ora Gioele Dix, dopo essersi trovato a suo agio frugando tra le pieghe della Bibbia, si butta su "Edipo re", con la collaborazione di Sergio Fantoni, coautore e regista: ma non contento di raccontarne la vicenda, la rivive, travasandola nell´attualità. Interpreta infatti un intellettuale in crisi rinchiuso in una clinica avveniristica dove, tra esercizi di step sui pedali e "bagni etruschi" in piscina, rimedita maniacalmente la storia di quel prototipo umano ossessionato dai complessi di colpa e ne ricostruisce la figura e le avventure all´infermiera inglese incarnata da Luisa Massidda con stupori da finta ingenua, coinvolgendola fino ad affibbiarle la parte di Giocasta.
Partendo dalle parole di Sofocle, tra pareti di specchio, sullo sfondo di un cielo magrittiano e di uno scultoreo busto grecizzante, Dix si appropria del suo personaggio calandolo nella quotidianità, come un globetrotter rincorso dai ragazzini che gridano «Edipo sei un mito!»; ne segue le peripezie e si sdoppia, facendolo dialogare con Creonte e col romanzesco Tiresia, ognuno con un suo dialetto caricaturale, cita Lord Jim, fa un giallo del confronto tra i due pastori toscanizzati che svelano la doppia identità del protagonista e, dopo che la madre-moglie, vista come una autentica passione, s´è impiccata, cambia radicalmente il finale: l´Edipo di oggi non si acceca né se ne va ramingo ma, dopo tanto macerarsi, rifiuta la responsabilità di atti compiuti in piena innocenza, manda a farsi fottere i complessi attribuitigli dal professor Freud e rientra risanato nel proprio io. Così la rilettura, oltre a informare un pubblico abbastanza sorpreso, riesce anche a dare un lieto fine alla tragedia, dopo aver fatto ridere con Sofocle per cento minuti, non disdegnando la facilità ma senza umiliare l´intelligenza.
Repubblica 23.2.04
Sofocle riletto dall´attore con la collaborazione e regia di Sergio Fantoni
L'Edipo di Gioele Dix ritrova la sanità mentale
Alla fine si sbarazza dei complessi attribuitigli da Freud Cento minuti di risate
FRANCO QUADRI
Non credo che sarà il monologo a salvare il teatro riportandolo alle sue origini, ma certo il dilagare dell´affabulazione non è solo una moda che, sostituendo il racconto dei testi all´azione, soddisfa esigenze politiche ed economiche. Del resto sono partite così intere generazioni di comici, basti ricordare il Dario Fo radiofonico che rifaceva la Storia; e qualche grande s´è divertito a smontare e rimontare a vista i classici, come Brook in un suo "Amleto". Ora Gioele Dix, dopo essersi trovato a suo agio frugando tra le pieghe della Bibbia, si butta su "Edipo re", con la collaborazione di Sergio Fantoni, coautore e regista: ma non contento di raccontarne la vicenda, la rivive, travasandola nell´attualità. Interpreta infatti un intellettuale in crisi rinchiuso in una clinica avveniristica dove, tra esercizi di step sui pedali e "bagni etruschi" in piscina, rimedita maniacalmente la storia di quel prototipo umano ossessionato dai complessi di colpa e ne ricostruisce la figura e le avventure all´infermiera inglese incarnata da Luisa Massidda con stupori da finta ingenua, coinvolgendola fino ad affibbiarle la parte di Giocasta.
Partendo dalle parole di Sofocle, tra pareti di specchio, sullo sfondo di un cielo magrittiano e di uno scultoreo busto grecizzante, Dix si appropria del suo personaggio calandolo nella quotidianità, come un globetrotter rincorso dai ragazzini che gridano «Edipo sei un mito!»; ne segue le peripezie e si sdoppia, facendolo dialogare con Creonte e col romanzesco Tiresia, ognuno con un suo dialetto caricaturale, cita Lord Jim, fa un giallo del confronto tra i due pastori toscanizzati che svelano la doppia identità del protagonista e, dopo che la madre-moglie, vista come una autentica passione, s´è impiccata, cambia radicalmente il finale: l´Edipo di oggi non si acceca né se ne va ramingo ma, dopo tanto macerarsi, rifiuta la responsabilità di atti compiuti in piena innocenza, manda a farsi fottere i complessi attribuitigli dal professor Freud e rientra risanato nel proprio io. Così la rilettura, oltre a informare un pubblico abbastanza sorpreso, riesce anche a dare un lieto fine alla tragedia, dopo aver fatto ridere con Sofocle per cento minuti, non disdegnando la facilità ma senza umiliare l´intelligenza.
«l'intelligenza delle emozioni»
Il Messaggero Domenica 22 Febbraio 2004
Ma la ragione non basta
di ROBERTO BERTINETTI
MA DAVVERO è solo grazie alla ragione che l'uomo può comprendere se stesso e la realtà, come teorizzato dal pensiero illuminista? No, replica Martha Nussbaum che ha scritto un imponente saggio ("L'intelligenza delle emozioni", il Mulino, 868 pagine, 45 euro), in libreria da martedì in Italia, per provare che l'amore, la paura, la vergogna, la compassione e l'ansia non soltanto condizionano in maniera assai profonda l'esperienza quotidiana di ciascun individuo ma addirittura rappresentano una strategia di conoscenza. Sbaglia, dunque, chi rinnega l'importanza delle emozioni o ritiene la loro presenza un elemento di disturbo in analisi che andrebbero, invece, condotte "a freddo". Al contrario, sottolinea la studiosa americana, le emozioni contribuiscono a disegnare il paesaggio della nostra vita spirituale e sociale allo stesso modo della ragione. E, dunque, non si può prescindere da esse se si vuole interpretare in maniera corretta l'agire umano e proporre un contributo davvero innovativo nell'ambito della filosofia morale.
Per dimostrare la validità della sua ipotesi Martha Nussbaum compie un lungo viaggio che prende avvio dalla Grecia classica e si conclude nella Dublino di inizio Novecento ritratta da Joyce, chiama in causa l'antropologia e l'estetica, la letteratura e la scienza, cita gli autori dei grandi capolavori narrativi europei e il dibattito sull'etica di cui sono stati protagonisti nel corso dei secoli Platone, Aristotele, Rousseau, Kant e Nietzsche.
Diviso in tre parti, il libro discute in primo luogo le emozioni suscitate dal dolore e dal lutto, poi affronta il tema delle emozioni che segnano la vita pubblica e la politica e, infine, mette a fuoco il ruolo assegnato all'amore dal pensiero greco, cristiano e romantico, di cui la studiosa segue la traccia nei dialoghi socratici, nelle pagine di Dante, Proust, Whitman, Joyce e nelle partiture di Mahler.
Nussbaum conclude la sua complessa e affascinante analisi affermando che una teoria complessiva dell'agire umano non può prescindere dall'importanza delle emozioni. Che, precisa, giocano un ruolo fondamentale nell'indagine compiuta da ciascun individuo per tentare di stabilire ciò che è bene o giusto e possono offrire un contributo decisivo.
Ma la ragione non basta
di ROBERTO BERTINETTI
MA DAVVERO è solo grazie alla ragione che l'uomo può comprendere se stesso e la realtà, come teorizzato dal pensiero illuminista? No, replica Martha Nussbaum che ha scritto un imponente saggio ("L'intelligenza delle emozioni", il Mulino, 868 pagine, 45 euro), in libreria da martedì in Italia, per provare che l'amore, la paura, la vergogna, la compassione e l'ansia non soltanto condizionano in maniera assai profonda l'esperienza quotidiana di ciascun individuo ma addirittura rappresentano una strategia di conoscenza. Sbaglia, dunque, chi rinnega l'importanza delle emozioni o ritiene la loro presenza un elemento di disturbo in analisi che andrebbero, invece, condotte "a freddo". Al contrario, sottolinea la studiosa americana, le emozioni contribuiscono a disegnare il paesaggio della nostra vita spirituale e sociale allo stesso modo della ragione. E, dunque, non si può prescindere da esse se si vuole interpretare in maniera corretta l'agire umano e proporre un contributo davvero innovativo nell'ambito della filosofia morale.
Per dimostrare la validità della sua ipotesi Martha Nussbaum compie un lungo viaggio che prende avvio dalla Grecia classica e si conclude nella Dublino di inizio Novecento ritratta da Joyce, chiama in causa l'antropologia e l'estetica, la letteratura e la scienza, cita gli autori dei grandi capolavori narrativi europei e il dibattito sull'etica di cui sono stati protagonisti nel corso dei secoli Platone, Aristotele, Rousseau, Kant e Nietzsche.
Diviso in tre parti, il libro discute in primo luogo le emozioni suscitate dal dolore e dal lutto, poi affronta il tema delle emozioni che segnano la vita pubblica e la politica e, infine, mette a fuoco il ruolo assegnato all'amore dal pensiero greco, cristiano e romantico, di cui la studiosa segue la traccia nei dialoghi socratici, nelle pagine di Dante, Proust, Whitman, Joyce e nelle partiture di Mahler.
Nussbaum conclude la sua complessa e affascinante analisi affermando che una teoria complessiva dell'agire umano non può prescindere dall'importanza delle emozioni. Che, precisa, giocano un ruolo fondamentale nell'indagine compiuta da ciascun individuo per tentare di stabilire ciò che è bene o giusto e possono offrire un contributo decisivo.
domenica 22 febbraio 2004
tribunali ecclesiastici:
la crisi della famiglia allarma le autorità cattoliche
Repubblica 22.2.04
IL CASO
Démariage: il fenomeno che preoccupa la Chiesa
In aumento le nozze annullate dalla Sacra Rota
di STEFANO CASELLI
Si chiama démariage la parola che più preoccupa la Chiesa torinese. «Un fenomeno che la sociologia francese ha indicato con questo termine intraducibile ma efficace di démariage: il matrimonio vissuto come un'esperienza soggettiva, in base alla quale scioglierlo o romperlo appartiene alla coscienza individuale» ha spiegato il sociologo Luigi Berzano, nell'insolita sede del seminario maggiore dell'Arcidiocesi, all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico, presente l'arcivescovo di Torino, Severino Poletto.
Il matrimonio in Piemonte è sempre più «precario», aumentano gli annullamenti dei matrimoni religiosi e le unioni «libere» a discapito delle unioni tradizionali. I dati parlano chiaro: nel 2003 gli annullamenti concessi dal Tribunale sono stati 142 su un totale di 171 cause «decise» a fronte di 94 annullamenti accettati nel 2002, 91 nel 2001, 134 nel 2000. Nel 2003, sempre considerando le cause portate a termine, risulta che a 29 coppie non è stato riconosciuto l'annullamento. Tra le cause per le quali è stato dato l'assenso ad annullare il vincolo del matrimonio, ci sono la «simulazione per esclusione positiva dell'indissolubilità del vincolo» (57 casi), la «simulazione per esclusione del bonum prolis» (52 casi), l'«incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio» (30), il «difetto di descrizione e giudizio» (29). Tre i casi in cui il matrimonio è risultato essere stato celebrato «per violenza o timori gravi» e un caso in cui si parla di matrimonio «ottenuto con dolo».
La maggior parte dei matrimoni annullati riguardano coppie insieme per un periodo che va dai 5 ai 10 anni, ma 31 casi parlano di matrimoni durati meno di un anno mentre 23 coppie erano sposate da oltre 10 anni. Chi chiede l'annullamento sono soprattutto impiegati (60), liberi professionisti (36), operai (29).
La Stampa 22 Febbraio 2004
Il disagio matrimoniale
approda al Tribunale Ecclesiastico
«Nel 2003 si sono affacciate ai nostri uffici numerose, complesse situazioni di disagio matrimoniale», ha detto il canonico Giovanni Carlo Carbonero, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico regionale, alla cerimonia di apertura dell'anno giudiziario, ieri nel salone del Seminario Maggiore, presente il cardinale Severino Poletto. «In tre cause di primo grado provenienti da Piemonte e Valle d'Aosta è emersa l'"inconsumazione"», ha detto facendo il bilancio dell'anno appena concluso. «Alcuni matrimoni - ha detto - hanno avuto breve durata, da un mese a pochissimi mesi, preceduti da lunghi fidanzamenti». Il Tribunale ha esaminato situazioni di omosessualità e di deviazioni sessuali. In un caso il matrimonio religioso, durato un mese, aveva seguito il matrimonio civile e quello "dharmico", in una setta. In un altro caso, era stato ottenuto con l'"inganno". Cinque volte la richiesta di annullamento è stata avanzata perché il matrimonio era stato celebrato "per effetto di timore grave". Ancora: «Tra le cause decise nel 2003 in posizione dominante appare il gruppo dei "difetti volontari del consenso", le cosiddette "simulazioni", quando si contrae il matrimonio escludendo l'indissolubilità o la finalità procreativa o l'impegno alla fedeltà o la dignità sacramentale». Esito negativo hanno avuto il 17% delle cause presentate. Le cause di primo grado pendenti il 31 dicembre erano 322, 171 quelle decise nel corso dell'anno (79 di torinesi), presentate in maggioranza da impiegati (60), liberi professionisti (36), operai (29), commercianti e artigiani (18). La durata delle convivenze: 31 meno di un anno e 42 tra 5 e 10 anni. Tra le 171 cause decise, in 140 casi non c'erano figli. Il fidanzamento in 60 casi era durato 1-2 anni, in 50 da 5 a 10 anni.
Dopo la relazione del sociologo don Luigi Berzano dell'Università di Torino sulle forme familiari attuali (la "famiglia ricostituita", con figli che possono fare riferimento a due coppie di genitori, ha avuto ampio spazio nelle riflessioni), dal pubblico lo psichiatra Paolo Berruti ha richiamato l'attenzione sul disagio delle persone che - «incolpevoli vittime di un divorzio e non più ammesse ai sacramenti, coltivano devastanti sensi di colpa».
La Stampa 22 Febbraio 2004
IN LIGURIA NEL 2003 CI SONO STATE 184 DOMANDE DI NULLITA’ DI MATRIMONIO CON UNA CRESCITA DI 30 CASI RISPETTO AL 2002
Nozze in frantumi: famiglie in crisi
La severa analisi di mons. Rigoni
di Paolo Lingua
GENOVA. La crisi della famiglia è stata al centro della relazione del Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale, monsignor Paolo Rigon, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che s’è svolta ieri mattina presso la Sala Quadrivium, dopo la messa concelebrata dal cardinale Tarcisio Bertone nella adiacente chiesa di Santa Marta. Mons. Rigon ha subito annunciato che nel 2003 sono aumentate le cause di nullità dei matrimoni (184, 30 in più rispetto al 2002: tutte si sono agigunte alle 269 già pendenti). Ad Albenga sono state istruite 24 cause provenenti da quella Diocesi e da quella di Ventimiglia.
Mons. Rigoni ha detto che la situazione della giurisprudenza civile conferma lo stato d’allarme, dal momento che nel 2003 grosso modo sullo stesso territorio sono state promosse circa 5000 cause di annullamento. Il dato consolidato è che circa la metà dei matrimoni appare destinato alla crisi. «Si sta ampliando la voragine delle coppie irregolari», ha detto il Vicario nella sua relazione. «Anche perchè - ha proseguito - la maggior parte delle separazioni avviene nei primi tre-quattro mesi di matrimonio e non oltre i due-tre anni».
Tornando ai tribunali ecclesiastici, mons. Rigon ha spiegato che delle nuove 184 domande di nullità «103 cause sono poste da donne e 81 da uomini». Nel contesto le sentenze di nullità - in primo grado (in appello opera il tribunale della Lombardia) ci sono state 163 sentenze, delle quali solo 10 hanno visto respinta l’istanza. In secondo grado (appello per la Lombardia) ci sono state 142 sentenze che hanno confermato le decisioni di primo grado. Tra i motivi di nullità delle sentenze della Liguria, per 90 casi s’è trattato di problematiche neurologiche e neropsichiche; per 39 casi l’esclusione dei figli; per 25 casi l’esclusione della indissolubilità.
Il Vicario Giudiziale s’è poi lasciato andare a una complessa analisi, dal punto di vista è ovvio del magistero della Chiesa, dello stato della famiglia al giorno d’oggi. Per mons. Rigon, le separazioni in serie danno vita a una «famiglia sfasciata» o comunque «irregolare» (sempre per la Chiesa). Da qui, alcune considerazioni: «La famiglia non è più trasmissione di valori, anzi spesso è incentivazione alla diseducazione», «la famiglia non è più santuario dell’amore, ma scuola di violenza»: per violenza, si indicano alcuni comportamenti: consumismo esasperato, aborto come mezzo contraccettivo, competitività assurda in ogni campo, rimozione del concetto di autorità. La famiglia non è educazione alla fede ma scuola di indifferenza». Infine, mons. Rigon ha esaminato alcuni aspetti vistosi della «scristianizzazione» dell’attuale vita civile.
Nella seconda parte della sua analisi, il Vicario Giudiziale ha esaminato quelle che lui ha definito «cause meno evidenti» delle crisi matrimoniali, tra le quali spicca in particolare la immaturità psicologica e affettiva dei giovani (90 casi di richiesta di nullità su 163, come s’è detto prima) che comporta una serie complessa di fragilità e di limiti della volontà. In parole povere, si accede al matrimonio «fragili e impreparati»: la minima difficoltà infrange un legame che, di fatto, non era mai esistito. La Chiesa, anche per un preciso input del Pontefice, intende quindi impegnarsi ad affrontare con i futuri sposi la questione della maturità e delle reali intenzioni e motivazioni da accertarsi, in qualche modo, prima del matrimonio religioso, anche se, sempre secondo mons. Rigoni, gli stessi problemi emergono dinanzi ai tribunali civili.
IL CASO
Démariage: il fenomeno che preoccupa la Chiesa
In aumento le nozze annullate dalla Sacra Rota
di STEFANO CASELLI
Si chiama démariage la parola che più preoccupa la Chiesa torinese. «Un fenomeno che la sociologia francese ha indicato con questo termine intraducibile ma efficace di démariage: il matrimonio vissuto come un'esperienza soggettiva, in base alla quale scioglierlo o romperlo appartiene alla coscienza individuale» ha spiegato il sociologo Luigi Berzano, nell'insolita sede del seminario maggiore dell'Arcidiocesi, all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico, presente l'arcivescovo di Torino, Severino Poletto.
Il matrimonio in Piemonte è sempre più «precario», aumentano gli annullamenti dei matrimoni religiosi e le unioni «libere» a discapito delle unioni tradizionali. I dati parlano chiaro: nel 2003 gli annullamenti concessi dal Tribunale sono stati 142 su un totale di 171 cause «decise» a fronte di 94 annullamenti accettati nel 2002, 91 nel 2001, 134 nel 2000. Nel 2003, sempre considerando le cause portate a termine, risulta che a 29 coppie non è stato riconosciuto l'annullamento. Tra le cause per le quali è stato dato l'assenso ad annullare il vincolo del matrimonio, ci sono la «simulazione per esclusione positiva dell'indissolubilità del vincolo» (57 casi), la «simulazione per esclusione del bonum prolis» (52 casi), l'«incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio» (30), il «difetto di descrizione e giudizio» (29). Tre i casi in cui il matrimonio è risultato essere stato celebrato «per violenza o timori gravi» e un caso in cui si parla di matrimonio «ottenuto con dolo».
La maggior parte dei matrimoni annullati riguardano coppie insieme per un periodo che va dai 5 ai 10 anni, ma 31 casi parlano di matrimoni durati meno di un anno mentre 23 coppie erano sposate da oltre 10 anni. Chi chiede l'annullamento sono soprattutto impiegati (60), liberi professionisti (36), operai (29).
La Stampa 22 Febbraio 2004
Il disagio matrimoniale
approda al Tribunale Ecclesiastico
«Nel 2003 si sono affacciate ai nostri uffici numerose, complesse situazioni di disagio matrimoniale», ha detto il canonico Giovanni Carlo Carbonero, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico regionale, alla cerimonia di apertura dell'anno giudiziario, ieri nel salone del Seminario Maggiore, presente il cardinale Severino Poletto. «In tre cause di primo grado provenienti da Piemonte e Valle d'Aosta è emersa l'"inconsumazione"», ha detto facendo il bilancio dell'anno appena concluso. «Alcuni matrimoni - ha detto - hanno avuto breve durata, da un mese a pochissimi mesi, preceduti da lunghi fidanzamenti». Il Tribunale ha esaminato situazioni di omosessualità e di deviazioni sessuali. In un caso il matrimonio religioso, durato un mese, aveva seguito il matrimonio civile e quello "dharmico", in una setta. In un altro caso, era stato ottenuto con l'"inganno". Cinque volte la richiesta di annullamento è stata avanzata perché il matrimonio era stato celebrato "per effetto di timore grave". Ancora: «Tra le cause decise nel 2003 in posizione dominante appare il gruppo dei "difetti volontari del consenso", le cosiddette "simulazioni", quando si contrae il matrimonio escludendo l'indissolubilità o la finalità procreativa o l'impegno alla fedeltà o la dignità sacramentale». Esito negativo hanno avuto il 17% delle cause presentate. Le cause di primo grado pendenti il 31 dicembre erano 322, 171 quelle decise nel corso dell'anno (79 di torinesi), presentate in maggioranza da impiegati (60), liberi professionisti (36), operai (29), commercianti e artigiani (18). La durata delle convivenze: 31 meno di un anno e 42 tra 5 e 10 anni. Tra le 171 cause decise, in 140 casi non c'erano figli. Il fidanzamento in 60 casi era durato 1-2 anni, in 50 da 5 a 10 anni.
Dopo la relazione del sociologo don Luigi Berzano dell'Università di Torino sulle forme familiari attuali (la "famiglia ricostituita", con figli che possono fare riferimento a due coppie di genitori, ha avuto ampio spazio nelle riflessioni), dal pubblico lo psichiatra Paolo Berruti ha richiamato l'attenzione sul disagio delle persone che - «incolpevoli vittime di un divorzio e non più ammesse ai sacramenti, coltivano devastanti sensi di colpa».
La Stampa 22 Febbraio 2004
IN LIGURIA NEL 2003 CI SONO STATE 184 DOMANDE DI NULLITA’ DI MATRIMONIO CON UNA CRESCITA DI 30 CASI RISPETTO AL 2002
Nozze in frantumi: famiglie in crisi
La severa analisi di mons. Rigoni
di Paolo Lingua
GENOVA. La crisi della famiglia è stata al centro della relazione del Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale, monsignor Paolo Rigon, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che s’è svolta ieri mattina presso la Sala Quadrivium, dopo la messa concelebrata dal cardinale Tarcisio Bertone nella adiacente chiesa di Santa Marta. Mons. Rigon ha subito annunciato che nel 2003 sono aumentate le cause di nullità dei matrimoni (184, 30 in più rispetto al 2002: tutte si sono agigunte alle 269 già pendenti). Ad Albenga sono state istruite 24 cause provenenti da quella Diocesi e da quella di Ventimiglia.
Mons. Rigoni ha detto che la situazione della giurisprudenza civile conferma lo stato d’allarme, dal momento che nel 2003 grosso modo sullo stesso territorio sono state promosse circa 5000 cause di annullamento. Il dato consolidato è che circa la metà dei matrimoni appare destinato alla crisi. «Si sta ampliando la voragine delle coppie irregolari», ha detto il Vicario nella sua relazione. «Anche perchè - ha proseguito - la maggior parte delle separazioni avviene nei primi tre-quattro mesi di matrimonio e non oltre i due-tre anni».
Tornando ai tribunali ecclesiastici, mons. Rigon ha spiegato che delle nuove 184 domande di nullità «103 cause sono poste da donne e 81 da uomini». Nel contesto le sentenze di nullità - in primo grado (in appello opera il tribunale della Lombardia) ci sono state 163 sentenze, delle quali solo 10 hanno visto respinta l’istanza. In secondo grado (appello per la Lombardia) ci sono state 142 sentenze che hanno confermato le decisioni di primo grado. Tra i motivi di nullità delle sentenze della Liguria, per 90 casi s’è trattato di problematiche neurologiche e neropsichiche; per 39 casi l’esclusione dei figli; per 25 casi l’esclusione della indissolubilità.
Il Vicario Giudiziale s’è poi lasciato andare a una complessa analisi, dal punto di vista è ovvio del magistero della Chiesa, dello stato della famiglia al giorno d’oggi. Per mons. Rigon, le separazioni in serie danno vita a una «famiglia sfasciata» o comunque «irregolare» (sempre per la Chiesa). Da qui, alcune considerazioni: «La famiglia non è più trasmissione di valori, anzi spesso è incentivazione alla diseducazione», «la famiglia non è più santuario dell’amore, ma scuola di violenza»: per violenza, si indicano alcuni comportamenti: consumismo esasperato, aborto come mezzo contraccettivo, competitività assurda in ogni campo, rimozione del concetto di autorità. La famiglia non è educazione alla fede ma scuola di indifferenza». Infine, mons. Rigon ha esaminato alcuni aspetti vistosi della «scristianizzazione» dell’attuale vita civile.
Nella seconda parte della sua analisi, il Vicario Giudiziale ha esaminato quelle che lui ha definito «cause meno evidenti» delle crisi matrimoniali, tra le quali spicca in particolare la immaturità psicologica e affettiva dei giovani (90 casi di richiesta di nullità su 163, come s’è detto prima) che comporta una serie complessa di fragilità e di limiti della volontà. In parole povere, si accede al matrimonio «fragili e impreparati»: la minima difficoltà infrange un legame che, di fatto, non era mai esistito. La Chiesa, anche per un preciso input del Pontefice, intende quindi impegnarsi ad affrontare con i futuri sposi la questione della maturità e delle reali intenzioni e motivazioni da accertarsi, in qualche modo, prima del matrimonio religioso, anche se, sempre secondo mons. Rigoni, gli stessi problemi emergono dinanzi ai tribunali civili.
concordato preventivo
ricevuto da clorofilla.it 22.2.04
Fisco, medici: «Siamo stufi di essere trattati da sottocategoria»
I medici non concordano
I problemi legati all'obbligo di fattura per i camici bianchi e l'eventuale adesione al concordato fiscale. Questo il tema principale del dialogo avviato dalla Federazione degli ordini dei medici e degli odontoiatri e l'amministrazione finanziaria sul nuovo strumento del concordato preventivo biennale, rivolto a tutte le categorie dei professionisti italiani. Il presidente della Fnomceo, Giuseppe Del Barone, e il consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, Giuseppe Vitaletti, insieme con Giuseppe Renzo, presidente delle Commissioni Fnomceo per gli iscritti degli odontoiatri, si sono confrontati durante il convegno organizzato nella capitale dall'Ordine dei commercialisti di Roma sul concordato preventivo. "E' stato affrontato l'aspetto (che nel testo finale della legge sul concordato permane per i professionisti) di rilasciare fatture che, di fatto, si traduce in un'ingiustificata difformità di trattamento tra professionisti e gli altri soggetti interessati al concordato preventivo biennale". E' stato sottolineato, inoltre, che "nei confronti di medici l'obbligo di fatturazione comporta la necessaria indicazione di dati sensibili che creano ulteriori problemi rispetto alla legge sulla privacy". Vitaletti ha assicurato il personale impegno per un incontro tra rappresentanti della Fnomceo e il ministro Tremonti in modo che le istanze dei camici bianchi siano accolte entro tempi che consentano ai medici di aderire al concordato. (22/02/2004 11.41.41)
Concordato preventivo 2003-2004:
soddisfazione dell’Andi per le dichiarazioni di Vitaletti
http://www.clorofilla.it/comunicato.asp?comunicato=12123
COMUNICATO STAMPA
L’ANDI SALUTA CON SODDISFAZIONE LE DICHIARAZIONI DEL PROF. GIUSEPPE VITALETTI, CONSIGLIERE ECONOMICO DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, ESPRESSE NEL CORSO DEL CONVEGNO SUL CONCORDATO PREVENTIVO 2003-2004, PROMOSSO DALL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI DI ROMA. L’ASSOCIAZIONE, COSI’ COME PERALTRO SOSTENUTO IN PRECEDENTI INCONTRI, SVILUPPATI DALLA FEDERAZIONE E CONDIVISI DALL’ASSOCIAZIONE, CONCORDA SULLE QUESTIONI FONDAMENTALI DELLA SEMPLIFICAZIONE DELLA FATTURAZIONE E DI UNA MAGGIORE TUTELA DELLA PRIVACY, CONDIZIONI QUESTE, CHE SCATURISCONO DA UNA ATTENTA LETTURA E dal PERFEZIONAMENTO DELLO STRUMENTO DEL CONCORDATO. IL RISULTATO CHE SI PUÒ RAGGIUNGERE E’ FRUTTO DI UNA COSTANTE E INTENSA ATTIVITÀ DELL’ASSOCIAZIONE A FAVORE DELLA CATEGORIA, PER UNA MIGLIORE TUTELA DEI DIRITTI DEL PAZIENTE E PER LA SEMPLIFICAZIONE BUROCRATICA.
Roma, 21 febbraio 2004
Ufficio stampa 3392349324
Fisco, medici: «Siamo stufi di essere trattati da sottocategoria»
I medici non concordano
I problemi legati all'obbligo di fattura per i camici bianchi e l'eventuale adesione al concordato fiscale. Questo il tema principale del dialogo avviato dalla Federazione degli ordini dei medici e degli odontoiatri e l'amministrazione finanziaria sul nuovo strumento del concordato preventivo biennale, rivolto a tutte le categorie dei professionisti italiani. Il presidente della Fnomceo, Giuseppe Del Barone, e il consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, Giuseppe Vitaletti, insieme con Giuseppe Renzo, presidente delle Commissioni Fnomceo per gli iscritti degli odontoiatri, si sono confrontati durante il convegno organizzato nella capitale dall'Ordine dei commercialisti di Roma sul concordato preventivo. "E' stato affrontato l'aspetto (che nel testo finale della legge sul concordato permane per i professionisti) di rilasciare fatture che, di fatto, si traduce in un'ingiustificata difformità di trattamento tra professionisti e gli altri soggetti interessati al concordato preventivo biennale". E' stato sottolineato, inoltre, che "nei confronti di medici l'obbligo di fatturazione comporta la necessaria indicazione di dati sensibili che creano ulteriori problemi rispetto alla legge sulla privacy". Vitaletti ha assicurato il personale impegno per un incontro tra rappresentanti della Fnomceo e il ministro Tremonti in modo che le istanze dei camici bianchi siano accolte entro tempi che consentano ai medici di aderire al concordato. (22/02/2004 11.41.41)
Concordato preventivo 2003-2004:
soddisfazione dell’Andi per le dichiarazioni di Vitaletti
http://www.clorofilla.it/comunicato.asp?comunicato=12123
COMUNICATO STAMPA
L’ANDI SALUTA CON SODDISFAZIONE LE DICHIARAZIONI DEL PROF. GIUSEPPE VITALETTI, CONSIGLIERE ECONOMICO DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, ESPRESSE NEL CORSO DEL CONVEGNO SUL CONCORDATO PREVENTIVO 2003-2004, PROMOSSO DALL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI DI ROMA. L’ASSOCIAZIONE, COSI’ COME PERALTRO SOSTENUTO IN PRECEDENTI INCONTRI, SVILUPPATI DALLA FEDERAZIONE E CONDIVISI DALL’ASSOCIAZIONE, CONCORDA SULLE QUESTIONI FONDAMENTALI DELLA SEMPLIFICAZIONE DELLA FATTURAZIONE E DI UNA MAGGIORE TUTELA DELLA PRIVACY, CONDIZIONI QUESTE, CHE SCATURISCONO DA UNA ATTENTA LETTURA E dal PERFEZIONAMENTO DELLO STRUMENTO DEL CONCORDATO. IL RISULTATO CHE SI PUÒ RAGGIUNGERE E’ FRUTTO DI UNA COSTANTE E INTENSA ATTIVITÀ DELL’ASSOCIAZIONE A FAVORE DELLA CATEGORIA, PER UNA MIGLIORE TUTELA DEI DIRITTI DEL PAZIENTE E PER LA SEMPLIFICAZIONE BUROCRATICA.
Roma, 21 febbraio 2004
Ufficio stampa 3392349324
sabato 21 febbraio 2004
Edoardo Boncinelli sull'identificazione
Corriere della Sera 21.2.04
Studio inglese: se una persona cara sta male si «accendono» in noi gli stessi neuroni
La tua sofferenza è la mia: lo dicono i nostri cervelli
di EDOARDO BONCINELLI
«Condoglianze, congratulazioni, complimenti, compartecipazioni di nozze»: espressioni quotidiane che corrispondono a una ritualità sociale o a un vivido coinvolgimento emotivo. Espressioni quotidiane che hanno, sembra appurato oggi, una base biologica, che trovano una complicità nel nostro cervello e che tradiscono meccanismi d'identificazione e d'empatia vecchi come ... il dolore stesso o la gioia. Uno studio condotto all'University College di Londra da Tania Singer e il suo gruppo mostra chiaramente che osservare una persona cara che soffre stimola in noi l'accensione delle stesse aree cerebrali che si accendono quando noi stessi soffriamo. Una notizia scientifica semplice e lineare che ci fa toccare con mano quanto siamo vicini a comprendere in termini squisitamente biologici qualcosa della nostra interiorità, personale e condivisa.
A un addetto ai lavori la notizia non giunge totalmente inattesa, anche se certamente gradita, per almeno due motivi. Si sa da tempo, infatti, che compiere un’azione e immaginare di compierla attivano almeno in parte le stesse aree cerebrali. Si sa inoltre che nel cervello esistono specifici gruppi di cellule, dette neuroni specchio, che si attivano sia quando compiamo un’azione che quando la vediamo compiere da un altro. Fa piacere rilevare che nella scoperta dell’esistenza dei neuroni specchio, nella scimmia e nell’uomo, ha giocato un ruolo chiave un gruppo di ricerca di Parma condotto dal nostro Giacomo Rizzolatti e che nel delineare i contorni del primo tipo di fenomeni sono coinvolti vari gruppi italiani tra i quali quello che fa capo a Raffaella Rumiati della Sissa di Trieste. Disponiamo insomma, e non da ieri, di tutti i meccanismi necessari per immedesimarci con successo negli altri e per poter partecipare in parte delle loro sensazioni e dei loro stati d’animo.
Se noi riusciamo a capire qualcosa degli altri e, quindi, anche a comunicare con loro, è perché possediamo una facoltà mentale astratta chiamata non molto felicemente teoria della mente. Si sa infatti che ciascuno di noi è in grado di farsi un’idea, una teoria appunto, di quello che sta passando per la testa di un altro e che ci permette di «capire» almeno approssimativamente gli altri nelle diverse circostanze della vita. Le basi cerebrali di questa facoltà sono ancora poco note e quest’ultima serie di esperimenti potrebbe aiutarci a districare questa ennesima matassa.
E’ chiaro però che non stiamo parlando solo di aspetti conoscitivi. Una compartecipazione emotiva, anche avulsa da una piena presa di coscienza, è alla base di un enorme numero di fenomeni individuali che hanno uno sfondo sociale, dall’emulazione alla pietà, dalla convivialità alle più varie manifestazioni di altruismo, dal cameratismo all’impegno sociale. Quante spade o quante dita pronte sul grilletto di un’arma sono state bloccate da un attimo di esitazione, da un brivido di umana partecipazione e di empatia! Come se uno cercasse di immaginare quanto male può fare la sua azione. Non solo su chi la subisce, ma anche su chi gli è vicino e da questo dolore sarà colpito solo di riflesso. Siamo animali talvolta feroci, ma potenzialmente compartecipi.
Nell’uomo su tutto questo si vanno a sovrapporre e finiscono per interferire conoscenze e convinzioni a volte anche molto astratte che non agiscono, o non agiscono primariamente, nei nostri cugini animali. Nell’esperimento di cui stiamo parlando la persona della quale si osservano le reazioni non vede direttamente la sofferenza dell’altro, ma «sa» che sta soffrendo soltanto attraverso l’osservazione di una fredda lancetta di uno strumento. In questa maniera sono stati eliminati gli aspetti di pura immedesimazione emotiva per portare in primo piano l’aspetto conoscitivo di un’astratta capacità di immaginare e di compartecipare.
Questo risultato dimostra quanto artificiosa sia la contrapposizione tra mente e capacità di risolvere problemi da una parte ed emotività e affettività dall’altra. Non ci può essere emotività senza componenti conoscitive, così come non ci può essere razionalità senza una colorazione emotiva. Non riusciremo mai probabilmente a capire fino in fondo le basi naturali degli stati di coscienza individuali, ma ci andremo sempre più vicini, vicini quanto basta per dirci fratelli. Con piena consapevolezza.
Studio inglese: se una persona cara sta male si «accendono» in noi gli stessi neuroni
La tua sofferenza è la mia: lo dicono i nostri cervelli
di EDOARDO BONCINELLI
«Condoglianze, congratulazioni, complimenti, compartecipazioni di nozze»: espressioni quotidiane che corrispondono a una ritualità sociale o a un vivido coinvolgimento emotivo. Espressioni quotidiane che hanno, sembra appurato oggi, una base biologica, che trovano una complicità nel nostro cervello e che tradiscono meccanismi d'identificazione e d'empatia vecchi come ... il dolore stesso o la gioia. Uno studio condotto all'University College di Londra da Tania Singer e il suo gruppo mostra chiaramente che osservare una persona cara che soffre stimola in noi l'accensione delle stesse aree cerebrali che si accendono quando noi stessi soffriamo. Una notizia scientifica semplice e lineare che ci fa toccare con mano quanto siamo vicini a comprendere in termini squisitamente biologici qualcosa della nostra interiorità, personale e condivisa.
A un addetto ai lavori la notizia non giunge totalmente inattesa, anche se certamente gradita, per almeno due motivi. Si sa da tempo, infatti, che compiere un’azione e immaginare di compierla attivano almeno in parte le stesse aree cerebrali. Si sa inoltre che nel cervello esistono specifici gruppi di cellule, dette neuroni specchio, che si attivano sia quando compiamo un’azione che quando la vediamo compiere da un altro. Fa piacere rilevare che nella scoperta dell’esistenza dei neuroni specchio, nella scimmia e nell’uomo, ha giocato un ruolo chiave un gruppo di ricerca di Parma condotto dal nostro Giacomo Rizzolatti e che nel delineare i contorni del primo tipo di fenomeni sono coinvolti vari gruppi italiani tra i quali quello che fa capo a Raffaella Rumiati della Sissa di Trieste. Disponiamo insomma, e non da ieri, di tutti i meccanismi necessari per immedesimarci con successo negli altri e per poter partecipare in parte delle loro sensazioni e dei loro stati d’animo.
Se noi riusciamo a capire qualcosa degli altri e, quindi, anche a comunicare con loro, è perché possediamo una facoltà mentale astratta chiamata non molto felicemente teoria della mente. Si sa infatti che ciascuno di noi è in grado di farsi un’idea, una teoria appunto, di quello che sta passando per la testa di un altro e che ci permette di «capire» almeno approssimativamente gli altri nelle diverse circostanze della vita. Le basi cerebrali di questa facoltà sono ancora poco note e quest’ultima serie di esperimenti potrebbe aiutarci a districare questa ennesima matassa.
E’ chiaro però che non stiamo parlando solo di aspetti conoscitivi. Una compartecipazione emotiva, anche avulsa da una piena presa di coscienza, è alla base di un enorme numero di fenomeni individuali che hanno uno sfondo sociale, dall’emulazione alla pietà, dalla convivialità alle più varie manifestazioni di altruismo, dal cameratismo all’impegno sociale. Quante spade o quante dita pronte sul grilletto di un’arma sono state bloccate da un attimo di esitazione, da un brivido di umana partecipazione e di empatia! Come se uno cercasse di immaginare quanto male può fare la sua azione. Non solo su chi la subisce, ma anche su chi gli è vicino e da questo dolore sarà colpito solo di riflesso. Siamo animali talvolta feroci, ma potenzialmente compartecipi.
Nell’uomo su tutto questo si vanno a sovrapporre e finiscono per interferire conoscenze e convinzioni a volte anche molto astratte che non agiscono, o non agiscono primariamente, nei nostri cugini animali. Nell’esperimento di cui stiamo parlando la persona della quale si osservano le reazioni non vede direttamente la sofferenza dell’altro, ma «sa» che sta soffrendo soltanto attraverso l’osservazione di una fredda lancetta di uno strumento. In questa maniera sono stati eliminati gli aspetti di pura immedesimazione emotiva per portare in primo piano l’aspetto conoscitivo di un’astratta capacità di immaginare e di compartecipare.
Questo risultato dimostra quanto artificiosa sia la contrapposizione tra mente e capacità di risolvere problemi da una parte ed emotività e affettività dall’altra. Non ci può essere emotività senza componenti conoscitive, così come non ci può essere razionalità senza una colorazione emotiva. Non riusciremo mai probabilmente a capire fino in fondo le basi naturali degli stati di coscienza individuali, ma ci andremo sempre più vicini, vicini quanto basta per dirci fratelli. Con piena consapevolezza.
Chaplin musicista
Corriere della Sera 21.2.04
OLIMPICO / Timothy Brock dirige «Il Circo» e «Luci della città»
Gli amori infelici di Charlie Chaplin: i film con le colonne sonore dal vivo
Per l’Accademia Filarmonica la riscoperta di due capolavori cinematografici del Novecento
Charlie Chaplin oltre che regista e attore è stato un grande musicista che ha composto le colonne sonore di due suoi celebri film, «Il circo» e «Luci della città». I due spartiti saranno proposti al Teatro Olimpico per la stagione dell' Accademia Filarmonica Romana per accompagnare le proiezioni: martedì e giovedì si vedrà «Luci della città», mercoledì e sabato «Il circo». Per entrambi l'Orchestra Città Aperta diretta da Timothy Brock eseguirà dal vivo le musiche di Chaplin. Gli spettacoli sono organizzati in collaborazione con l'Istituzione Universitaria dei Concerti, la Società Aquilana dei Concerti e l'Association Chaplin di Parigi. L'importanza delle figura di Charlie Chaplin nella storia del cinema e in quella della cultura del Novecento in genere è incalcolabile. Chaplin ha sempre ideato e realizzato da solo le proprie opere accentrando su di sè le funzioni di soggettista, sceneggiatore, regista, interprete e di compositore delle musiche.
«The Circus» (1928) si svolge nell'ambiente del circo equestre dove Charlie, al solito perseguitato dalla polizia, si trova a lavorare. La trama, imperniata sull'amore per una giovane acrobata (Merna Kennedy) la quale finisce per rivelarsi innamorata di un altro, consente a Chaplin di sfruttare al massimo le virtù mimiche e l’antica esperienza scenica. Nato come film muto, il lavoro ebbe la colonna sonora composta espressamente da Chaplin per una riedizione del 1969.
«City Lights» (1931) frutto di un lavoro esteso e accurato (la preparazione durò tre anni) venne anch'esso concepito come film muto, ma l'avvento del sonoro (cui Chaplin fu in realtà molto contrario) era imminente. Il film ebbe dunque un accompagnamento musicale e presentava alcuni intelligenti effetti sonori (i rumori incomprensibili al posto dei discorsi alla cerimonia d'inaugurazione del monumento; il fischietto che, inghiottito da Charlie, gli cagiona un comico singhiozzo). Nella trama il vagabondo s'innamora di una fioraia cieca (Virginia Cherrill) e salva dal suicidio un eccentrico miliardario ubriaco. Da costui (che lo riconosce solo se si trova in stato di ebbrezza) egli riesce ad avere il denaro necessario per la cura che può far acquistare la vista alla ragazza. Ma la cieca, divenuta vedente, non lo riconosce e poi rimane attonita di fronte a una realtà così diversa dal suo sogno.
TEATRO OLIMPICO di Roma
per la Filarmonica,
piazza Gentile da Fabriano 17,
da martedì alle 20,30, tel. 06.3265991
OLIMPICO / Timothy Brock dirige «Il Circo» e «Luci della città»
Gli amori infelici di Charlie Chaplin: i film con le colonne sonore dal vivo
Per l’Accademia Filarmonica la riscoperta di due capolavori cinematografici del Novecento
Charlie Chaplin oltre che regista e attore è stato un grande musicista che ha composto le colonne sonore di due suoi celebri film, «Il circo» e «Luci della città». I due spartiti saranno proposti al Teatro Olimpico per la stagione dell' Accademia Filarmonica Romana per accompagnare le proiezioni: martedì e giovedì si vedrà «Luci della città», mercoledì e sabato «Il circo». Per entrambi l'Orchestra Città Aperta diretta da Timothy Brock eseguirà dal vivo le musiche di Chaplin. Gli spettacoli sono organizzati in collaborazione con l'Istituzione Universitaria dei Concerti, la Società Aquilana dei Concerti e l'Association Chaplin di Parigi. L'importanza delle figura di Charlie Chaplin nella storia del cinema e in quella della cultura del Novecento in genere è incalcolabile. Chaplin ha sempre ideato e realizzato da solo le proprie opere accentrando su di sè le funzioni di soggettista, sceneggiatore, regista, interprete e di compositore delle musiche.
«The Circus» (1928) si svolge nell'ambiente del circo equestre dove Charlie, al solito perseguitato dalla polizia, si trova a lavorare. La trama, imperniata sull'amore per una giovane acrobata (Merna Kennedy) la quale finisce per rivelarsi innamorata di un altro, consente a Chaplin di sfruttare al massimo le virtù mimiche e l’antica esperienza scenica. Nato come film muto, il lavoro ebbe la colonna sonora composta espressamente da Chaplin per una riedizione del 1969.
«City Lights» (1931) frutto di un lavoro esteso e accurato (la preparazione durò tre anni) venne anch'esso concepito come film muto, ma l'avvento del sonoro (cui Chaplin fu in realtà molto contrario) era imminente. Il film ebbe dunque un accompagnamento musicale e presentava alcuni intelligenti effetti sonori (i rumori incomprensibili al posto dei discorsi alla cerimonia d'inaugurazione del monumento; il fischietto che, inghiottito da Charlie, gli cagiona un comico singhiozzo). Nella trama il vagabondo s'innamora di una fioraia cieca (Virginia Cherrill) e salva dal suicidio un eccentrico miliardario ubriaco. Da costui (che lo riconosce solo se si trova in stato di ebbrezza) egli riesce ad avere il denaro necessario per la cura che può far acquistare la vista alla ragazza. Ma la cieca, divenuta vedente, non lo riconosce e poi rimane attonita di fronte a una realtà così diversa dal suo sogno.
TEATRO OLIMPICO di Roma
per la Filarmonica,
piazza Gentile da Fabriano 17,
da martedì alle 20,30, tel. 06.3265991
una donna negata all'origine della vera storia
della scoperta della struttura del Dna
La Stampa Tuttolibri 21.2.04
A Rosy la pazza rubarono il Nobel
Fu lei, Rosalind Franklin, a pensare per prima la struttura del Dna, poi elaborata da Wilkins, Watson e Crick: «bravissima, benché donna», pagò caro il suo carattere intrattabile
di Marina Verna
DETESTAVA essere chiamata Rosy - il suo nome era Rosalind e lei imperiosamente lo scandiva Ros-lind. Invece è passata alla storia come Rosy la pazza, la dark lady del Dipartimento di biofisica del King’s College di Londra, la scienziata accecata dall’arroganza che le impediva di discutere con chi avrebbe potuto rompere i suoi schemi di pensiero. Adesso una documentata biografia della giornalista inglese Brenda Maddox, "Rosalind Franklin, la donna che scoprì la struttura del Dna", le restituisce il posto che si merita nella storia della scienza, accanto ai «padri» del Dna Wilkins, Watson e Crick. Che, quando nel 1962 ottennero il Nobel, non sentirono il bisogno di menzionarla nei discorsi ufficiali. Lei era morta di cancro quattro anni prima e i Nobel non si assegnano postumi. E’ probabile che non lo avrebbe comunque avuto, perché nell’ambiente scientifico era mal tollerata. Quando, esasperata dalla guerriglia quotidiana con i colleghi, lasciò il King’s College, Wilkins scrisse a un amico: «La nostra dark lady ci lascerà la prossima settimana. Via libera!». Rosalind aveva una mente di prim’ordine, era diligente e tenace, votata a null’altro che alla scienza, senza alcuna indulgenza per gli sciocchi e con una profonda avversione per qualunque forma di trasporto emotivo. Aveva 15 anni quando decise che sarebbe diventata una scienziata. Che fosse un talento precoce l’aveva rivelato a sei quando, in vacanza in Cornovaglia con la famiglia, passava il tempo facendo esercizi di aritmetica. «E’ paurosamente intelligente», commentò un familiare, preoccupato di che cosa avrebbe potuto fare delle sue qualità una ragazza di buona famiglia nata nell’Inghilterra Anni 20. A 16 anni fa la sua scelta definitiva: va a Cambridge a studiare chimica, fisica e matematica pura. Negli Anni 30 le donne sono ancora una singolarità nell’istituzione, anche se il diritto a frequentarla era stato conquistato già nell’800. Il massimo del complimento era «bravissima, benché donna». Lei ragiona come un uomo, in particolare possiede quel requisito essenziale della professione di scienziato che è la capacità di pensare in tre dimensioni. Non si fida invece di quella prerogativa squisitamente femminile che è l’intuito. E sarà questa diffidenza a farle perdere la gara dell’elica. C’è ancora la guerra quando abbozza sul quaderno degli appunti una struttura elicoidale e a fianco scrive: «La base geometrica dell’eredità?». E’ assolutamente la prima a pensarlo, ma la sua testa di uomo la perde: non si fida dell’intuizione, vuole verificare. Non si arrende all’intuito neppure quando - e siamo alla fine degli Anni 40 - scatta la celebre fotografia ai raggi X numero 51, la prova incredibilmente chiara che il Dna è un’elica. Rosalind è ricca di famiglia - proviene dall’ambiente angloebraico dei grandi banchieri - ma passerà tutta la vita a cercare fondi di ricerca su una sponda e l’altra dell’Atlantico, senza mai approdare alla stabilità di una cattedra universitaria. Vive la vita nomade del ricercatore - Londra, Cambridge e Parigi sono le stazioni del suo peregrinare - per lo più in camere d’affitto, dove sorprende gli ospiti con la sua abilità in cucina, della quale dà una spiegazione scientifica: è semplicemente chimica applicata. Arriva al King’s College - il luogo dove si compie il suo destino - nel 1951 e si dedica alla struttura cristallina delle molecole biologiche. Le eliche sono nell’aria: le studiano a Londra, ma anche al Cavendish Laboratory di Cambridge e al Caltech di Pasadena. Rosalind è sottostimata, la qualità dei suoi lavori precedenti è ampiamente sconosciuta. Nel mondo scientifico si spettegola sul suo caratteraccio e i suoi litigi con i colleghi: «Collaborare io? Come osano interpretare i miei dati al posto mio!». Mentre lei se la vedeva con Wilkins a Londra, a Cambridge lavoravano sul Dna Crick e Watson, «quella coppia di bricconi», come li definì proprio Wilkins. I bricconi non solo invasero il terreno di ricerca di Rosalind - una scorrettezza bell’e buona - ma le rubarono quell’idea di struttura elicoidale che lei aveva esposto in un seminario senza pronunciare la fatidica parola «elica» perché il concetto era ancora troppo vago per i suoi standard scientifici. E’ così che, arrampicandosi sulle sue spalle inconsapevoli, Watson e Crick fanno il salto intuitivo e ricostruiscono la struttura a doppia elica del Dna. Per bruciare i colleghi sul tempo, mandano subito una lettera a Nature ma, ammesso che lo volessero, non possono menzionare i lavori di Rosalind, perché non li aveva ancora pubblicati. Lei non protesta, anche perché considerava l’elica poco più di un’ipotesi. Solo in anni molto recenti Watson e Crick riconoscono che il contributo di Rosalind era stato «essenziale». Da cinque anni il suo ritratto è esposto alla National Portrait Gallery di Londra accanto a quelli di Wilkins, Watson e Crick. E un’ala dell’amato-odiato King’s College porta il suo nome.
A Rosy la pazza rubarono il Nobel
Fu lei, Rosalind Franklin, a pensare per prima la struttura del Dna, poi elaborata da Wilkins, Watson e Crick: «bravissima, benché donna», pagò caro il suo carattere intrattabile
di Marina Verna
DETESTAVA essere chiamata Rosy - il suo nome era Rosalind e lei imperiosamente lo scandiva Ros-lind. Invece è passata alla storia come Rosy la pazza, la dark lady del Dipartimento di biofisica del King’s College di Londra, la scienziata accecata dall’arroganza che le impediva di discutere con chi avrebbe potuto rompere i suoi schemi di pensiero. Adesso una documentata biografia della giornalista inglese Brenda Maddox, "Rosalind Franklin, la donna che scoprì la struttura del Dna", le restituisce il posto che si merita nella storia della scienza, accanto ai «padri» del Dna Wilkins, Watson e Crick. Che, quando nel 1962 ottennero il Nobel, non sentirono il bisogno di menzionarla nei discorsi ufficiali. Lei era morta di cancro quattro anni prima e i Nobel non si assegnano postumi. E’ probabile che non lo avrebbe comunque avuto, perché nell’ambiente scientifico era mal tollerata. Quando, esasperata dalla guerriglia quotidiana con i colleghi, lasciò il King’s College, Wilkins scrisse a un amico: «La nostra dark lady ci lascerà la prossima settimana. Via libera!». Rosalind aveva una mente di prim’ordine, era diligente e tenace, votata a null’altro che alla scienza, senza alcuna indulgenza per gli sciocchi e con una profonda avversione per qualunque forma di trasporto emotivo. Aveva 15 anni quando decise che sarebbe diventata una scienziata. Che fosse un talento precoce l’aveva rivelato a sei quando, in vacanza in Cornovaglia con la famiglia, passava il tempo facendo esercizi di aritmetica. «E’ paurosamente intelligente», commentò un familiare, preoccupato di che cosa avrebbe potuto fare delle sue qualità una ragazza di buona famiglia nata nell’Inghilterra Anni 20. A 16 anni fa la sua scelta definitiva: va a Cambridge a studiare chimica, fisica e matematica pura. Negli Anni 30 le donne sono ancora una singolarità nell’istituzione, anche se il diritto a frequentarla era stato conquistato già nell’800. Il massimo del complimento era «bravissima, benché donna». Lei ragiona come un uomo, in particolare possiede quel requisito essenziale della professione di scienziato che è la capacità di pensare in tre dimensioni. Non si fida invece di quella prerogativa squisitamente femminile che è l’intuito. E sarà questa diffidenza a farle perdere la gara dell’elica. C’è ancora la guerra quando abbozza sul quaderno degli appunti una struttura elicoidale e a fianco scrive: «La base geometrica dell’eredità?». E’ assolutamente la prima a pensarlo, ma la sua testa di uomo la perde: non si fida dell’intuizione, vuole verificare. Non si arrende all’intuito neppure quando - e siamo alla fine degli Anni 40 - scatta la celebre fotografia ai raggi X numero 51, la prova incredibilmente chiara che il Dna è un’elica. Rosalind è ricca di famiglia - proviene dall’ambiente angloebraico dei grandi banchieri - ma passerà tutta la vita a cercare fondi di ricerca su una sponda e l’altra dell’Atlantico, senza mai approdare alla stabilità di una cattedra universitaria. Vive la vita nomade del ricercatore - Londra, Cambridge e Parigi sono le stazioni del suo peregrinare - per lo più in camere d’affitto, dove sorprende gli ospiti con la sua abilità in cucina, della quale dà una spiegazione scientifica: è semplicemente chimica applicata. Arriva al King’s College - il luogo dove si compie il suo destino - nel 1951 e si dedica alla struttura cristallina delle molecole biologiche. Le eliche sono nell’aria: le studiano a Londra, ma anche al Cavendish Laboratory di Cambridge e al Caltech di Pasadena. Rosalind è sottostimata, la qualità dei suoi lavori precedenti è ampiamente sconosciuta. Nel mondo scientifico si spettegola sul suo caratteraccio e i suoi litigi con i colleghi: «Collaborare io? Come osano interpretare i miei dati al posto mio!». Mentre lei se la vedeva con Wilkins a Londra, a Cambridge lavoravano sul Dna Crick e Watson, «quella coppia di bricconi», come li definì proprio Wilkins. I bricconi non solo invasero il terreno di ricerca di Rosalind - una scorrettezza bell’e buona - ma le rubarono quell’idea di struttura elicoidale che lei aveva esposto in un seminario senza pronunciare la fatidica parola «elica» perché il concetto era ancora troppo vago per i suoi standard scientifici. E’ così che, arrampicandosi sulle sue spalle inconsapevoli, Watson e Crick fanno il salto intuitivo e ricostruiscono la struttura a doppia elica del Dna. Per bruciare i colleghi sul tempo, mandano subito una lettera a Nature ma, ammesso che lo volessero, non possono menzionare i lavori di Rosalind, perché non li aveva ancora pubblicati. Lei non protesta, anche perché considerava l’elica poco più di un’ipotesi. Solo in anni molto recenti Watson e Crick riconoscono che il contributo di Rosalind era stato «essenziale». Da cinque anni il suo ritratto è esposto alla National Portrait Gallery di Londra accanto a quelli di Wilkins, Watson e Crick. E un’ala dell’amato-odiato King’s College porta il suo nome.
un convegno a Roma
il prof. Massimo Ammanniti sul primo anno di vita
Libertà 21.2.04
Esperti sull'infanzia: «E' importante il primo anno di vita»
Roma La famiglia è cambiata: su 22 milioni di nuclei familiari il 45% è fatto di mamma, papà uno o due figli; il 24% di coppie senza figli; il 21% di single; il 10% di un solo genitore. Ci si sposa poi sempre meno: i matrimoni religiosi o civili sono scesi dai 492 mila del 1982 ai 270 mila del 2000, anche se si vive insieme. E questi grossi mutamenti impongono un diverso ed innovativo approccio al neonato, al bambino, all'adolescente. E' quanto emerso dal convegno internazionale promosso dalla Provincia di Roma sull'esperienza europea della rete “Icare”, il progetto della Cee sulle politiche più adeguate alla qualità della vita delle famiglie. «Il primo anno di vita è il momento più importante e direi fondamentale per il neonato: è questo il baricentro della futura personalità», ha detto Massimo Ammanniti, docente di psicologia dell'Università “La Sapienza” di Roma. Parlare quindi di aiuto e sostegno alla famiglia, impone un cambiamento radicale nel modo di considerare il neonato. «Neanche Freud ha mai teorizzato nè pensato al neonato come essere sociale - aggiunge Ammanniti - Fin dalla nascita il neonato ha una struttura molto più complessa di quanto pensasse Freud: il neonato è fin dai primi giorni di vita un essere sociale che si relaziona, che stabilisce relazioni affettive con gli altri». Insomma una svolta culturale epocale rispetto all'assunto freudiano del “bambino polimorfo perverso”? «Oggi disponiamo di ricerche, strumenti, conoscenze che Freud non ha mai avuto - risponde Ammanniti - Questo è il capovolgimento della teoria freudiana alla luce delle nuove conoscenze: possiamo con certezza dire che il neonato sogna perchè è registrabile la sua attività Rem, quella fase del sonno in cui si sogna». Negli Usa ci sono studi specifici sulla vita neonatale: l'obiettivo è individuare - ha proseguito Ammanniti - la relazione affettiva più adeguata. Le affermazioni di Ammanniti sono state apprezzate dal vasto pubblico di psicologi, pediatri, assistenti e operatori sociali che dedicano il loro tempo e la loro attività a neonati e bambini.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Esperti sull'infanzia: «E' importante il primo anno di vita»
Roma La famiglia è cambiata: su 22 milioni di nuclei familiari il 45% è fatto di mamma, papà uno o due figli; il 24% di coppie senza figli; il 21% di single; il 10% di un solo genitore. Ci si sposa poi sempre meno: i matrimoni religiosi o civili sono scesi dai 492 mila del 1982 ai 270 mila del 2000, anche se si vive insieme. E questi grossi mutamenti impongono un diverso ed innovativo approccio al neonato, al bambino, all'adolescente. E' quanto emerso dal convegno internazionale promosso dalla Provincia di Roma sull'esperienza europea della rete “Icare”, il progetto della Cee sulle politiche più adeguate alla qualità della vita delle famiglie. «Il primo anno di vita è il momento più importante e direi fondamentale per il neonato: è questo il baricentro della futura personalità», ha detto Massimo Ammanniti, docente di psicologia dell'Università “La Sapienza” di Roma. Parlare quindi di aiuto e sostegno alla famiglia, impone un cambiamento radicale nel modo di considerare il neonato. «Neanche Freud ha mai teorizzato nè pensato al neonato come essere sociale - aggiunge Ammanniti - Fin dalla nascita il neonato ha una struttura molto più complessa di quanto pensasse Freud: il neonato è fin dai primi giorni di vita un essere sociale che si relaziona, che stabilisce relazioni affettive con gli altri». Insomma una svolta culturale epocale rispetto all'assunto freudiano del “bambino polimorfo perverso”? «Oggi disponiamo di ricerche, strumenti, conoscenze che Freud non ha mai avuto - risponde Ammanniti - Questo è il capovolgimento della teoria freudiana alla luce delle nuove conoscenze: possiamo con certezza dire che il neonato sogna perchè è registrabile la sua attività Rem, quella fase del sonno in cui si sogna». Negli Usa ci sono studi specifici sulla vita neonatale: l'obiettivo è individuare - ha proseguito Ammanniti - la relazione affettiva più adeguata. Le affermazioni di Ammanniti sono state apprezzate dal vasto pubblico di psicologi, pediatri, assistenti e operatori sociali che dedicano il loro tempo e la loro attività a neonati e bambini.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
depressione
Repubblica "21.2.04
Gli esperti: adolescenti a rischio
"Un italiano su dieci soffre di depressione"
ROMA - Cresce l'allarme depressione: ne soffrono cinque milioni di italiani (l?8% degli uomini e il 15% delle donne). In aumento anche il numero di adolescenti colpiti (il 27,5 per cento del totale). Le cifre sono state fornite ieri a Roma dal presidente dell'associazione Strade, Antonio Picano. Il costo sociale della malattia è altissimo: 15 miliardi di euro all'anno. Gli esperti hanno sottolineato che dalla depressione si può guarire, anche se solo un paziente su tre decide di curarsi.
Repubblica - ed. di Napoli
MA NON CHIAMATELA DEPRESSIONE
di SERGIO PIRO
Una donna, ormai avanti negli anni, deve affrontare la prospettiva di finire i suoi giorni in un istituto per vecchi. Non vi è altra possibilità di assistenza per lei e per suo marito, ancor più vecchio: così dovranno "andarsi a chiudere" insieme. La donna passa alcuni giorni in solitudine. Poi dà corrette istruzioni al portiere, si apparta e si tira alla tempia un colpo di pistola.
La voce corrente sul fatto è: era una malata, una depressa, se avesse preso le pillole di zic-zac non si sarebbe uccisa. Con questo viene negato l'orrore di un'esistenza che vede aprirsi una via obbligata che conduce al gerontocomio e di qui alla tomba.
Ma in un caso come questo la depressione è il chiudersi della vita, non una oscura malattia neurologica; qui la depressione riprende il suo diritto a costituirsi, insieme all'allegria e alla gioia, come insostituibile dimensione dell'accadere umano. Quel colpo di pistola è, probabilmente, una scelta lucida e legittima, non il sintomo di una malattia mentale.
Il suicidio ha significati profondamente diversi nelle culture che si sono succedute nella storia dell'umanità e che sono oggi compresenti nelle diverse contrade della terra. Nella civiltà europea multimillenaria con le sue radici preindoeuropee, indoeuropee, pagane, la tematica del suicidio va più chiaramente delineando in età classica (greca, romana, celtica): in quel mondo il suicidio non compare come sintomo, ma come decisione: sovente la decisione di un saggio per salvare la sua libertà, la sua integrità morale, la sua coerenza; altre volte il consenso al destino o una superiore ironia (Petronio); molto più raramente il senso di colpa o l'incontro con la punizione.
La nostra epoca considera invece il suicidio come una malattia, seguendo in questo e però svilendo la tradizione cristiana che fa del suicidio in primo luogo un peccato contro Dio. Circolano infatti una serie di proposizione fuorvianti: non occorre un'analisi scientifica per comprenderne la falsità e la tendenziosità. Nella mentalità corrente, alimentata dai mass-media, propagata per luoghi comuni e fortemente potenziata dall?industria globalizzata degli psicofarmaci, il suicidio è un sintomo di malattia mentale; la malattia prevalente è la depressione e sono depressi quasi tutti quelli che si suicidano; chi si suicida è un depresso; tutti i depressi debbono prendere gli antidepressivi.
No: il suicidio solo minoritariamente (dal 10 al 20 per cento a seconda delle statistiche) è segno di patologia mentale; la depressione è una normale reazione alle vicende dell'accadere e solo in piccola percentuale fa parte delle patologie mentali. Il suicida ha diritto al rispetto delle sue scelte che non possono essere nè negate, nè svalutate e considerate come pazzia. E per i vecchi il diritto a porre fine alla proprie sofferenze può creare disaccordo (dei credenti per esempio), ma non deve esprimere aborrimento.
Per chi è molto vecchio, questa libertà di scegliere è una garanzia di umanità.
Yahoo Notizie 21.2.04
PSICHIATRIA: DEPRESSIONE, IN ARRIVO CURE PIU' SEMPLICI
(ANSA) - ROMA, 21 FEB - Cure piu' semplici ed egualmente efficaci per molti malati di depressione che tendono ad abbandonare le medicine. Le ha annunciate il professor Maurizio Fava, psichiatra alla Harvard Medical School di Boston, in questi giorni in Italia per il congresso di psicopatologia. Quasi il 50% dei malati di depressione lascia nei primi due mesi le cure - ha spiegato Fava - e non rispetta le indicazioni mediche''. Tra pochi giorni, ha spiegato l'esperto, sara' reso disponibile anche in Italia un farmaco antidepressivo che ha la particolarita' di dissolversi in bocca.
La nuova formulazione del farmaco (a base di mirtazapina) è già in uso negli Stati Uniti e nei principali paesi europei ed è stata sviluppata allo scopo di favorire una maggiore adesione alla terapia.
Il fenomeno dell'abbandono delle terapie antidepressive, sembra essere generalizzato e interessare diverse malattie: secondo una vasta ricerca condotta dalla Boston Consulting Group su 13.553 pazienti cronici la depressione risulta tra le patologie che registrano una minore adesione al trattamento, con una percentuale di mancato rispetto delle prescrizioni mediche, che puo' arrivare fino al 50%.
''Almeno 4 pazienti su 10 - ha aggiunto Fava - pensano al suicidio e la depressione è il fattore di rischio più significativo''.
La depressione si conferma sempre più come la malattia dei nostri tempi e sembra destinata soprattutto nei paesi industrializzati a crescere anche per effetto del progressivo invecchiamento della popolazione. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanita', sono infatti circa 121 milioni le persone nel mondo che soffrono di depressione. Quanto all Italia la depressione colpisce circa il 18% della popolazione (20% donne, 12% uomini), con un incremento significativo per coloro che hanno piu' di 65 anni. (ANSA).
Repubblica Salute
Psicopatologia della vita quotidiana
"Psicopatologia della vita quotidiana nel XXI secolo": un titolo impegnativo per il convegno che si è svolto a fine gennaio a Roma (ospedale Forlanini) e promosso dalla Società Italiana di Psichiatria (Lazio), l’Irep (Psicoterapia Psicanalitica), Isp (Studio Psicoterapie), Dipartimento Salute Mentale Asl D di Roma. Dal fanatismo kamikaze allo stress, depressione, sport, corpo, coppia, cinema e psiche.
La Gazzetta del Sud 21.2.04
E secondo un sondaggio è in costante aumento il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche
ALLARME DEPRESSIONE, NE SOFFRONO CINQUE MILIONI DI ITALIANI
di s.s..
ROMA – Per comprendere meglio il «pianeta depressione» in Italia occorre un'agenzia nazionale della salute mentale con priorità per la depressione, una patologia che colpisce il 15% delle donne e l'8% degli uomini. Complessivamente sono circa cinque milioni gli italiani depressi, una malattia biologica dovuta alla prolungata esposizione allo stress, con una forte componente genetica. Il costo sociale è elevatissimo pari a quindici miliardi di euro ogni anno (1% del Pil). È la seconda malattia più diffusa dopo le malattie cardiovascolari. La fotografia della depressione è stata scattata dal presidente di Strade (l'associazione onlus), lo psichiatra Antonio Picano dell'azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma durante un convegno dove è stato presentato il «progetto 3%» mirato a un quartiere di Roma (50 mila abitanti) per il trattamento delle patologie depressive, un network e un progetto in tre anni per arrivare a trattamenti mirati sui pazienti depressi. «I pazienti hanno spesso sintomi che non sono riconosciuti come depressione e vengono trattati impropriamente con ansiolitici, occorre quindi intercettarli e curarli come depressi e monitorare coloro che si rivolgono eccessivamente al medico di famiglia e al pronto soccorso», ha detto Picano, sottolineando che il 20% di tutti i ricoveri ospedalieri sono dovuti proprio alla depressione. Sulla depressione è stato presentato un progetto di legge Burani-Naro che prevede la differenziazione del trattamenti dei vari pazienti con malattie psichiche. Intanto, è in costante crescita il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche. Tra il 2000 e il 2002 i casi registrati, che vedono come autori coniugi, conviventi ed ex-partner, sono aumentati del 19,6%. Nel 2003, le vittime in Italia sono state 96, il 4,2% in più rispetto all'anno precedente. Sono questi i dati forniti dall'Eures, nel corso della presentazione del calendario delle donne 2004, dedicato a Marie Trintignant, l'attrice morta nell'estate scorsa dopo essere stata picchiata dal compagno. Mentre gli omicidi in famiglia diminuiscono (-10,9% nella totalità, -2,9% quelli che vedono vittime donne, ma avvenuti in relazioni familiari ma non di coppia), la crisi riguarda particolarmente i rapporti tra mogli e mariti. I moventi principali dei novantadue casi avvenuti nel 2002 sono risultati essere quelli passionali causati da separazioni sofferte (43,5%), assieme a liti e dissapori (25%). Autori dei delitti sono coniugi o conviventi (64,1%), partner o amanti (16,3%), ex non rassegnati alla rottura dell'unione (15,2%). Le regioni italiane più colpite dal fenomeno sono quelle settentrionali (54,3%), mentre nel Sud si è registrato il 28,3% di casi. Le vittime sono per lo più donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni (30,4%).
Gli esperti: adolescenti a rischio
"Un italiano su dieci soffre di depressione"
ROMA - Cresce l'allarme depressione: ne soffrono cinque milioni di italiani (l?8% degli uomini e il 15% delle donne). In aumento anche il numero di adolescenti colpiti (il 27,5 per cento del totale). Le cifre sono state fornite ieri a Roma dal presidente dell'associazione Strade, Antonio Picano. Il costo sociale della malattia è altissimo: 15 miliardi di euro all'anno. Gli esperti hanno sottolineato che dalla depressione si può guarire, anche se solo un paziente su tre decide di curarsi.
Repubblica - ed. di Napoli
MA NON CHIAMATELA DEPRESSIONE
di SERGIO PIRO
Una donna, ormai avanti negli anni, deve affrontare la prospettiva di finire i suoi giorni in un istituto per vecchi. Non vi è altra possibilità di assistenza per lei e per suo marito, ancor più vecchio: così dovranno "andarsi a chiudere" insieme. La donna passa alcuni giorni in solitudine. Poi dà corrette istruzioni al portiere, si apparta e si tira alla tempia un colpo di pistola.
La voce corrente sul fatto è: era una malata, una depressa, se avesse preso le pillole di zic-zac non si sarebbe uccisa. Con questo viene negato l'orrore di un'esistenza che vede aprirsi una via obbligata che conduce al gerontocomio e di qui alla tomba.
Ma in un caso come questo la depressione è il chiudersi della vita, non una oscura malattia neurologica; qui la depressione riprende il suo diritto a costituirsi, insieme all'allegria e alla gioia, come insostituibile dimensione dell'accadere umano. Quel colpo di pistola è, probabilmente, una scelta lucida e legittima, non il sintomo di una malattia mentale.
Il suicidio ha significati profondamente diversi nelle culture che si sono succedute nella storia dell'umanità e che sono oggi compresenti nelle diverse contrade della terra. Nella civiltà europea multimillenaria con le sue radici preindoeuropee, indoeuropee, pagane, la tematica del suicidio va più chiaramente delineando in età classica (greca, romana, celtica): in quel mondo il suicidio non compare come sintomo, ma come decisione: sovente la decisione di un saggio per salvare la sua libertà, la sua integrità morale, la sua coerenza; altre volte il consenso al destino o una superiore ironia (Petronio); molto più raramente il senso di colpa o l'incontro con la punizione.
La nostra epoca considera invece il suicidio come una malattia, seguendo in questo e però svilendo la tradizione cristiana che fa del suicidio in primo luogo un peccato contro Dio. Circolano infatti una serie di proposizione fuorvianti: non occorre un'analisi scientifica per comprenderne la falsità e la tendenziosità. Nella mentalità corrente, alimentata dai mass-media, propagata per luoghi comuni e fortemente potenziata dall?industria globalizzata degli psicofarmaci, il suicidio è un sintomo di malattia mentale; la malattia prevalente è la depressione e sono depressi quasi tutti quelli che si suicidano; chi si suicida è un depresso; tutti i depressi debbono prendere gli antidepressivi.
No: il suicidio solo minoritariamente (dal 10 al 20 per cento a seconda delle statistiche) è segno di patologia mentale; la depressione è una normale reazione alle vicende dell'accadere e solo in piccola percentuale fa parte delle patologie mentali. Il suicida ha diritto al rispetto delle sue scelte che non possono essere nè negate, nè svalutate e considerate come pazzia. E per i vecchi il diritto a porre fine alla proprie sofferenze può creare disaccordo (dei credenti per esempio), ma non deve esprimere aborrimento.
Per chi è molto vecchio, questa libertà di scegliere è una garanzia di umanità.
Yahoo Notizie 21.2.04
PSICHIATRIA: DEPRESSIONE, IN ARRIVO CURE PIU' SEMPLICI
(ANSA) - ROMA, 21 FEB - Cure piu' semplici ed egualmente efficaci per molti malati di depressione che tendono ad abbandonare le medicine. Le ha annunciate il professor Maurizio Fava, psichiatra alla Harvard Medical School di Boston, in questi giorni in Italia per il congresso di psicopatologia. Quasi il 50% dei malati di depressione lascia nei primi due mesi le cure - ha spiegato Fava - e non rispetta le indicazioni mediche''. Tra pochi giorni, ha spiegato l'esperto, sara' reso disponibile anche in Italia un farmaco antidepressivo che ha la particolarita' di dissolversi in bocca.
La nuova formulazione del farmaco (a base di mirtazapina) è già in uso negli Stati Uniti e nei principali paesi europei ed è stata sviluppata allo scopo di favorire una maggiore adesione alla terapia.
Il fenomeno dell'abbandono delle terapie antidepressive, sembra essere generalizzato e interessare diverse malattie: secondo una vasta ricerca condotta dalla Boston Consulting Group su 13.553 pazienti cronici la depressione risulta tra le patologie che registrano una minore adesione al trattamento, con una percentuale di mancato rispetto delle prescrizioni mediche, che puo' arrivare fino al 50%.
''Almeno 4 pazienti su 10 - ha aggiunto Fava - pensano al suicidio e la depressione è il fattore di rischio più significativo''.
La depressione si conferma sempre più come la malattia dei nostri tempi e sembra destinata soprattutto nei paesi industrializzati a crescere anche per effetto del progressivo invecchiamento della popolazione. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanita', sono infatti circa 121 milioni le persone nel mondo che soffrono di depressione. Quanto all Italia la depressione colpisce circa il 18% della popolazione (20% donne, 12% uomini), con un incremento significativo per coloro che hanno piu' di 65 anni. (ANSA).
Repubblica Salute
Psicopatologia della vita quotidiana
"Psicopatologia della vita quotidiana nel XXI secolo": un titolo impegnativo per il convegno che si è svolto a fine gennaio a Roma (ospedale Forlanini) e promosso dalla Società Italiana di Psichiatria (Lazio), l’Irep (Psicoterapia Psicanalitica), Isp (Studio Psicoterapie), Dipartimento Salute Mentale Asl D di Roma. Dal fanatismo kamikaze allo stress, depressione, sport, corpo, coppia, cinema e psiche.
La Gazzetta del Sud 21.2.04
E secondo un sondaggio è in costante aumento il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche
ALLARME DEPRESSIONE, NE SOFFRONO CINQUE MILIONI DI ITALIANI
di s.s..
ROMA – Per comprendere meglio il «pianeta depressione» in Italia occorre un'agenzia nazionale della salute mentale con priorità per la depressione, una patologia che colpisce il 15% delle donne e l'8% degli uomini. Complessivamente sono circa cinque milioni gli italiani depressi, una malattia biologica dovuta alla prolungata esposizione allo stress, con una forte componente genetica. Il costo sociale è elevatissimo pari a quindici miliardi di euro ogni anno (1% del Pil). È la seconda malattia più diffusa dopo le malattie cardiovascolari. La fotografia della depressione è stata scattata dal presidente di Strade (l'associazione onlus), lo psichiatra Antonio Picano dell'azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma durante un convegno dove è stato presentato il «progetto 3%» mirato a un quartiere di Roma (50 mila abitanti) per il trattamento delle patologie depressive, un network e un progetto in tre anni per arrivare a trattamenti mirati sui pazienti depressi. «I pazienti hanno spesso sintomi che non sono riconosciuti come depressione e vengono trattati impropriamente con ansiolitici, occorre quindi intercettarli e curarli come depressi e monitorare coloro che si rivolgono eccessivamente al medico di famiglia e al pronto soccorso», ha detto Picano, sottolineando che il 20% di tutti i ricoveri ospedalieri sono dovuti proprio alla depressione. Sulla depressione è stato presentato un progetto di legge Burani-Naro che prevede la differenziazione del trattamenti dei vari pazienti con malattie psichiche. Intanto, è in costante crescita il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche. Tra il 2000 e il 2002 i casi registrati, che vedono come autori coniugi, conviventi ed ex-partner, sono aumentati del 19,6%. Nel 2003, le vittime in Italia sono state 96, il 4,2% in più rispetto all'anno precedente. Sono questi i dati forniti dall'Eures, nel corso della presentazione del calendario delle donne 2004, dedicato a Marie Trintignant, l'attrice morta nell'estate scorsa dopo essere stata picchiata dal compagno. Mentre gli omicidi in famiglia diminuiscono (-10,9% nella totalità, -2,9% quelli che vedono vittime donne, ma avvenuti in relazioni familiari ma non di coppia), la crisi riguarda particolarmente i rapporti tra mogli e mariti. I moventi principali dei novantadue casi avvenuti nel 2002 sono risultati essere quelli passionali causati da separazioni sofferte (43,5%), assieme a liti e dissapori (25%). Autori dei delitti sono coniugi o conviventi (64,1%), partner o amanti (16,3%), ex non rassegnati alla rottura dell'unione (15,2%). Le regioni italiane più colpite dal fenomeno sono quelle settentrionali (54,3%), mentre nel Sud si è registrato il 28,3% di casi. Le vittime sono per lo più donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni (30,4%).
Marco Bellocchio
Libertà 21.2.04
Bobbio
Riparte il terzo anno dell'università dei genitori con Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro
Quest'anno l'apertura vedrà un avvenimento unico nel suo genere. Si tratta di un evento di apertura con due personalità particolarmente significative: Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro interverranno sul difficile mestiere di fare i genitori. La serata si terrà il 9 marzo alle ore 21 nel cinema “Le Grazie” di Bobbio. Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, attualmente collaboratore del Corriere della Sera, ha scritto importanti libri di psicopedagogia, in particolare “Talis pater” sul ruolo del padre, edito da Rizzoli e ristampato più volte.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Bobbio
Riparte il terzo anno dell'università dei genitori con Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro
Quest'anno l'apertura vedrà un avvenimento unico nel suo genere. Si tratta di un evento di apertura con due personalità particolarmente significative: Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro interverranno sul difficile mestiere di fare i genitori. La serata si terrà il 9 marzo alle ore 21 nel cinema “Le Grazie” di Bobbio. Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, attualmente collaboratore del Corriere della Sera, ha scritto importanti libri di psicopedagogia, in particolare “Talis pater” sul ruolo del padre, edito da Rizzoli e ristampato più volte.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Cina
Kataweb News
Pechino, 21 feb 2004 - 12:05
Cina, nel 2005 nuova missione spaziale
Nel 2005 la Cina ha annunciata che manderà due astronauti in una missione che durerà tra i cinque ed i sette giorni. Lo ha detto Wang Yongqing, uno dei dirigenti del programma spaziale cinese, alla televisione di stato CCTV.
Nell'ottobre del 2003 il colonnello dell' aeronautica Yang Liwei è stato messo in orbita nella "Shenzhou V" ed ha girato per 14 volte intorno alla Terra prima di atterare nel deserto della Mongolia. Il viaggio di Yang, che nel frattempo è diventato un eroe nazionale, è durato 21 ore.
Pechino, 21 feb 2004 - 12:05
Cina, nel 2005 nuova missione spaziale
Nel 2005 la Cina ha annunciata che manderà due astronauti in una missione che durerà tra i cinque ed i sette giorni. Lo ha detto Wang Yongqing, uno dei dirigenti del programma spaziale cinese, alla televisione di stato CCTV.
Nell'ottobre del 2003 il colonnello dell' aeronautica Yang Liwei è stato messo in orbita nella "Shenzhou V" ed ha girato per 14 volte intorno alla Terra prima di atterare nel deserto della Mongolia. Il viaggio di Yang, che nel frattempo è diventato un eroe nazionale, è durato 21 ore.
venerdì 20 febbraio 2004
Lidia Ravera presenta il suo libro
su Erika ed Omar
oggi a Firenze, alle 18 e alle 21
http://regione.toscana.it/
Primapagina, quotidiano on-line della Regione Toscana
Cultura e spettacolo
Un libro sul caso di Erika ed Omar della scrittrice Lidia Ravera
Venerdì 20 febbraio presso la Galleria BZF Vallecchi in via Panicale a Firenze, un doppio appuntamento con la scrittrice Lidia Ravera. Alle ore 18.00 un incontro-dibattito dedicato all'ultimo libro "Il freddo dentro" (ed. Rizzoli) sul caso di Omar ed Erika, la sera alle 21.00 una lettura-teatrale di brani tratti dal volume con la partecipazione di Patrizia Zappa Mulas. "Il freddo dentro - ha spiegato la scrittrice - è una lettera, accorata, intima, disordinata come le lettere. Si rivolge a Erika, ma è rivolta a tutti. A tutti quelli che, come me, non credono nel potere taumaturgico dell'oblio".
Primapagina, quotidiano on-line della Regione Toscana
Cultura e spettacolo
Un libro sul caso di Erika ed Omar della scrittrice Lidia Ravera
Venerdì 20 febbraio presso la Galleria BZF Vallecchi in via Panicale a Firenze, un doppio appuntamento con la scrittrice Lidia Ravera. Alle ore 18.00 un incontro-dibattito dedicato all'ultimo libro "Il freddo dentro" (ed. Rizzoli) sul caso di Omar ed Erika, la sera alle 21.00 una lettura-teatrale di brani tratti dal volume con la partecipazione di Patrizia Zappa Mulas. "Il freddo dentro - ha spiegato la scrittrice - è una lettera, accorata, intima, disordinata come le lettere. Si rivolge a Erika, ma è rivolta a tutti. A tutti quelli che, come me, non credono nel potere taumaturgico dell'oblio".
aumentano i casi di suicidio fra i soldati americani in Iraq
Brescia Oggi Venerdì 20 Febbraio 2004
GUERRA IN IRAQ
Soldati Usa suicidi C'è un buco nero dietro i dati ufficiali
Washington. Dall'inizio della guerra in Iraq il Pentagono ha ammesso 22 casi di suicidio tra le truppe inviate a combattere nella regione. Ma il numero potrebbe essere molto più alto. Le statistiche del Pentagono non comprendono i casi ancora sotto indagine, non includono i suicidi negli ospedali militari negli Usa (o al ritorno in famiglia) e, soprattutto, non includono casi di morte in Iraq archiviati come dovuti a «ferite d?arma da fuoco non ostile». Una dizione generica, sostiene Stephen Robinson, dirigente di una associazione di veterani della Guerra del Golfo, usata dalle autorità militari «per nascondere il numero effettivo dei suicidi, molto più alto». La guerra in Iraq, secondo gli esperti, presenta molti paralleli con quella in Vietnam sotto l'aspetto delle conseguenze psicologiche per i soldati americani. A differenza della prima e seconda Guerra mondiale, i combattimenti in corso in Iraq sono stati provocati stavolta dagli Stati Uniti. A differenza del primo conflitto nel Golfo, durato solo quattro giorni di combattimenti attivi per i soldati, stavolta i militari Usa hanno avuto ampio tempo per essere immersi negli orrori del conflitto e riflettere sulle sue conseguenze.
«È una guerra senza un fronte. Il nemico può essere ovunque. Il pericolo è onnipresente. Anche un mucchio di rifiuti può nascondere una trappola mortale», afferma Robinson. Lo stress continuo può incidere duramente sul morale dei soldati. Portando alla depressione e ad uno stato di ansia. «Un militare può sentirsi intrappolato in questa situazione - afferma il colonnello Ricky Malone, capo del dipartimento mentale di un ospedale militare a Baghdad - e per chi vuole uscire a tutti i costi dalla trappola, la morte può essere a volte una soluzione».
I cappellani militari o altri consiglieri spirituali sono uno degli aiuti messi a disposizione dei soldati. Dall'inizio della guerra, l'esercito ha ricoverato almeno 600 soldati in ospedali militari per problemi mentali o psicologici. Il Pentagono sottolinea che la media dei suicidi dei soldati in Iraq (considerando però solo i 22 casi accertati) non è allarmante: è una percentuale del 13,5 per ogni 100.000 soldati, solo leggermente più alta della media generale delle forze armate dell'11 per 100.000 unità. Robinson sostiene però che le cifre reali e definitive dei suicidi tra i soldati in Iraq potrebbero alzare notevolmente questa media. Un aumento nel numero dei suicidi dei soldati nel luglio scorso in Iraq aveva già spinto le autorità militari americane a inviare d'urgenza nel paese una squadra medica specializzata in problemi mentali per indagare sul problema.
[...]
© Copyright 2000-2001, Edizioni Brescia S.p.A. - Tutti i diritti riservati - Website by Intesys s.r.l.
GUERRA IN IRAQ
Soldati Usa suicidi C'è un buco nero dietro i dati ufficiali
Washington. Dall'inizio della guerra in Iraq il Pentagono ha ammesso 22 casi di suicidio tra le truppe inviate a combattere nella regione. Ma il numero potrebbe essere molto più alto. Le statistiche del Pentagono non comprendono i casi ancora sotto indagine, non includono i suicidi negli ospedali militari negli Usa (o al ritorno in famiglia) e, soprattutto, non includono casi di morte in Iraq archiviati come dovuti a «ferite d?arma da fuoco non ostile». Una dizione generica, sostiene Stephen Robinson, dirigente di una associazione di veterani della Guerra del Golfo, usata dalle autorità militari «per nascondere il numero effettivo dei suicidi, molto più alto». La guerra in Iraq, secondo gli esperti, presenta molti paralleli con quella in Vietnam sotto l'aspetto delle conseguenze psicologiche per i soldati americani. A differenza della prima e seconda Guerra mondiale, i combattimenti in corso in Iraq sono stati provocati stavolta dagli Stati Uniti. A differenza del primo conflitto nel Golfo, durato solo quattro giorni di combattimenti attivi per i soldati, stavolta i militari Usa hanno avuto ampio tempo per essere immersi negli orrori del conflitto e riflettere sulle sue conseguenze.
«È una guerra senza un fronte. Il nemico può essere ovunque. Il pericolo è onnipresente. Anche un mucchio di rifiuti può nascondere una trappola mortale», afferma Robinson. Lo stress continuo può incidere duramente sul morale dei soldati. Portando alla depressione e ad uno stato di ansia. «Un militare può sentirsi intrappolato in questa situazione - afferma il colonnello Ricky Malone, capo del dipartimento mentale di un ospedale militare a Baghdad - e per chi vuole uscire a tutti i costi dalla trappola, la morte può essere a volte una soluzione».
I cappellani militari o altri consiglieri spirituali sono uno degli aiuti messi a disposizione dei soldati. Dall'inizio della guerra, l'esercito ha ricoverato almeno 600 soldati in ospedali militari per problemi mentali o psicologici. Il Pentagono sottolinea che la media dei suicidi dei soldati in Iraq (considerando però solo i 22 casi accertati) non è allarmante: è una percentuale del 13,5 per ogni 100.000 soldati, solo leggermente più alta della media generale delle forze armate dell'11 per 100.000 unità. Robinson sostiene però che le cifre reali e definitive dei suicidi tra i soldati in Iraq potrebbero alzare notevolmente questa media. Un aumento nel numero dei suicidi dei soldati nel luglio scorso in Iraq aveva già spinto le autorità militari americane a inviare d'urgenza nel paese una squadra medica specializzata in problemi mentali per indagare sul problema.
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Oriente e Occidente
L'Eco di Bergamo 19.2.04
Guardi il romanico e scopri il lontano Oriente
di Giulio Brotti
I bassorilievi del Battistero di Parma sembrano portare fino a Buddha. E non è l'unico caso
I manuali di geografia astronomica ci informano che in generale l'«Oriente» e l'«Occidente», i punti dell'orizzonte in cui il sole sorge e tramonta, non hanno direzioni fisse, costanti nell'arco dell'anno. Lo studio delle culture umane nel tempo, poi, ci fa capire come per i crociati il «vero» Oriente coincidesse con il Santo Sepolcro, a Gerusalemme, e per Marco Polo con Cambaluc, la capitale dell'impero di Kublai Khan (presso l'attuale Pechino). Il termine rimanda così a significati differenti, ma al tempo stesso collegati nell'immaginario collettivo, per cui l'Oriente non è solo un punto cardinale, ma una dimensione interna ad ogni uomo, luogo psichico della nascita, del dono, della promessa.
Lo splendore delle culture orientali è il titolo del quinto volume della Storia Universale, in vendita da domani con «L'Eco di Bergamo»: un volume davvero da non perdere, perché ci parla di civiltà estese quanto l'Impero di Roma, fondamentali nel corso dell'intera storia umana, ma solitamente neglette dai nostri manuali scolastici ed enciclopedie. Una trascuratezza che ha delle radici profonde: risalgono all'inizio dell'Ottocento, quando la cultura europea fu tentata di assolutizzare il suo punto di vista, di concepirsi come la chiave di volta e il coronamento della storia complessiva dell'umanità. Hegel, rappresentante emblematico di questa concezione, guardava dall'alto in basso tutte le civiltà sorte, nel corso dei secoli, ad Est del Bosforo: «In una singola nazione – scriveva – può pur accadere che si arrestino la cultura, l'arte, la scienza, le facoltà intellettuali in genere; come sembra essere accaduto ad esempio presso i cinesi, i quali giunsero già duemila anni fa al livello di sviluppo in cui si trovano ora». Solo dalle nostre parti, dunque, il pensiero umano sarebbe uscito dalla sua condizione infantile, adottando una forma logica e scientifica, congedandosi dal mito.
Si potrebbe pensare che questi giudizi – con il senno di poi – suonino ancor più ingenui che irritanti, e che oggigiorno, in fondo, siamo tutti posti di fronte all'assioma dell'interdipendenza tra gli esseri umani e le culture, in ogni zona del pianeta. Qui, però, vorremmo piuttosto approfondire l'aspetto degli antecedenti storici di ciò che oggi va sotto il nome di globalizzazione, prendendo spunto da un libro bellissimo di uno storico di origini lituane, Jurgis Baltrusaitis (1903-1988), intitolato «Il medioevo fantastico»: in questo volume, egli rintracciava i «debiti» dell'arte gotica europea nei confronti dell'Asia, i motivi e gli stili che l'iconografia occidentale del medioevo ha ereditato dall'Oriente. Viaggiando nello spazio e nel tempo, questi elementi artistici possono anche ricoprirsi di nuovi significati, fino a rendere difficile la ricostruzione della loro matrice originaria. Talvolta, all'opposto, è ancora possibile comprendere loro genealogia: è questo il caso della celebre «Allegoria della Vita» scolpita nella lunetta del portale sud del Battistero di Parma.
Sappiamo poco dell'autore di questo capolavoro: architetto e scultore, Benedetto Antelami veniva forse dalla zona di Como (se vale l'ipotesi per cui il suo «cognome» significherebbe in realtà «della Val d'Intelvi»). Sicuramente, Antelami ebbe una conoscenza diretta dell'arte romanica francese, soprattutto provenzale, prima di giungere a Parma, alla fine del XII secolo. Qui lavorò nel duomo, in cui scolpì una celebre Deposizione, e poi, a partire dal 1196, diresse la fabbrica del Battistero. Qui, appunto, ci ha lasciato un'insolita allegoria: al centro del bassorilievo, un uomo si arrampica su un albero per raggiungere un favo – anzi, con la mano sinistra è già intento a estrarne il miele, e con la destra se lo porta alla bocca. Sotto di lui però, un drago, lanciando fiamme dalla bocca spalancata, si prepara a divorarlo, mentre due strani quadrupedi (forse maiali, o cani) sono intenti a rodere le radici della pianta.
Ai lati della scena principale, la doppia immagine «clipeata» del Sole e della Luna, rappresentati anche come Apollo e Diana alla guida dei rispettivi carri, costituisce un tributo di Antelami all'iconografia classica, e insieme accentua il pathos della scena: così come i due fanciulli nudi che annunciano l'arrivo della notte suonando delle trombe, e i due, vestiti, che cercano – invano – di fermarne il cammino, con delle specie di bastoni. Qui, è chiaro, l'immagine dell'ignaro freeclimber rappresenta tutti noi: riusciremo a vincere la nostra gara con la brevità della vita, arriveremo mai a conseguire l'oggetto del nostro desiderio, prima che le radici dell'albero su cui siamo appollaiati cedano?
Fra tante immagini analoghe, tipiche del genere artistico del memento mori, l'Allegoria di Parma ha una particolarità: la scena dell'uomo sull'albero ricorre, ad esempio, in alcune miniature di salteri greci e slavi dell'XI secolo, ma anche dipinta in un chiostro di Gmünd, in Germania. Passando alle fonti letterarie, poi, scopriamo che il racconto, inserito in una particolare cornice narrativa (la cosiddetta «leggenda dei Santi Barlaam e Josafat») è quasi un luogo comune dell'immaginario medievale: spostandosi verso Est i particolari cambiano, così come i nomi dei personaggi, ma la narrazione compare, sostanzialmente immutata, in Italia e lungo il Danubio, in Georgia, in Medio Oriente, tra cristiani di ogni confessione, manichei, musulmani. I dettagli si adattano al contesto in cui la narrazione è ripresa e rielaborata: secondo i casi, la leggenda prende le mosse da un personaggio di nome Barlaam, descritto come un devoto eremita che converte alla fede cristiana il principe pagano Josafat, o come un mistico musulmano, un sufi, intento a dimostrare la vanità degli idoli e l'assurdità del politeismo.
In ogni modo, la scena del «cacciatore di miele» da cui siamo partiti è un apologo, una storiella moraleggiante, che l'anziano e saggio Barlaam espone al giovane Josafat, divenuto suo discepolo. Secondo il testo di un papiro arabo, «un uomo, inseguito da un elefante, si nascose in un pozzo. Quivi rimase appeso tenendosi stretto a due rami che salivano lungo le pareti del pozzo. E come si mise a guardare i due rami vide che due sorci (uno bianco, l'altro nero) rosicchiavano senza interruzione le radici dei due rami, mentre giù, nella profondità del pozzo, vide un drago con la bocca spalancata che aspettava solo di divorarlo. Allora rialzò la testa verso i due rami e vide che vi si trovava un po' di miele. Nella furia del piacere, la dolcezza che provò nell'assaggiare quel miele lo distrasse dal pensare al drago con la bocca spalancata, quantunque ben sapesse che cosa sarebbe successo se fosse caduto nelle sue fauci».
Nelle versioni occidentali della leggenda, il principe Josafat, istruito da questa metafora, si converte al cristianesimo e diviene poi un santo. Man mano che si procede verso Oriente, però, la fisionomia del giovane catecumeno cambia: Josafat assomiglia ora a un monarca malinconico e con una certa vocazione alla filosofia, impegnato nella ricerca di un modo per sfuggire ai dolori dell'esistenza umana. In Persia, il suo nome si modifica in Bûdâsaf e in India, in Bodisav. Alle origini di una lunga serie di metamorfosi redazionali, troviamo così, inaspettatamente, la figura del Bodhisattva (in sanscrito, «Natura Luminosa»), un tradizionale appellativo di Gautama Siddharta, il Buddha, nato a Lumbini (nell'odierno Nepal) intorno al 540 a.C.. Certamente ignorava, Benedetto Antelami, mentre scolpiva il bassorilievo del Battistero di Parma, di essere l'ennesimo testimone di una tradizione spirituale iniziata un millennio e mezzo prima, nel centro dell'Asia, da un giovane monarca deciso a indagare e a sopprimere le cause del samsâra: l'insieme dei miraggi e degli affanni che gravano sulla nostra esistenza, «la selva impenetrabile – recita un testo indiano – nel cui fondo, come un immane drago, è il Tempo (kâla), distruttore di tutti gli esseri esistenti, rapitore universale degli esseri dotati di corpo».
Così, nonostante il severo giudizio di Hegel su una presunta «minorità spirituale» dell'Oriente, gli storici hanno trovato, nel caso della lunetta di Parma e in molti altri, le prove di un'osmosi profonda tra le civiltà asiatiche e l'Europa: può essere, ad esempio, che l'arte macabra diffusasi in Occidente verso la fine del medioevo (pensate alla Danza dell'Oratorio dei Disciplini di Clusone) sia stata ispirata ai viaggiatori, o ai missionari cristiani, dai balli rituali del Tibet, in cui compaiono spessissimo tibie e teschi umani. Pensando a questo, viene in mente la definizione che Carl Gustav Jung dava del simbolo, come misteryum coniunctionis: prodigioso annullamento delle distanze, con il quale ciò che sembrava irrimediabilmente frammentato si salda, ogni cosa recupera il suo proprio nome, e il mondo risulta infine abitabile dagli esseri umani.
Guardi il romanico e scopri il lontano Oriente
di Giulio Brotti
I bassorilievi del Battistero di Parma sembrano portare fino a Buddha. E non è l'unico caso
I manuali di geografia astronomica ci informano che in generale l'«Oriente» e l'«Occidente», i punti dell'orizzonte in cui il sole sorge e tramonta, non hanno direzioni fisse, costanti nell'arco dell'anno. Lo studio delle culture umane nel tempo, poi, ci fa capire come per i crociati il «vero» Oriente coincidesse con il Santo Sepolcro, a Gerusalemme, e per Marco Polo con Cambaluc, la capitale dell'impero di Kublai Khan (presso l'attuale Pechino). Il termine rimanda così a significati differenti, ma al tempo stesso collegati nell'immaginario collettivo, per cui l'Oriente non è solo un punto cardinale, ma una dimensione interna ad ogni uomo, luogo psichico della nascita, del dono, della promessa.
Lo splendore delle culture orientali è il titolo del quinto volume della Storia Universale, in vendita da domani con «L'Eco di Bergamo»: un volume davvero da non perdere, perché ci parla di civiltà estese quanto l'Impero di Roma, fondamentali nel corso dell'intera storia umana, ma solitamente neglette dai nostri manuali scolastici ed enciclopedie. Una trascuratezza che ha delle radici profonde: risalgono all'inizio dell'Ottocento, quando la cultura europea fu tentata di assolutizzare il suo punto di vista, di concepirsi come la chiave di volta e il coronamento della storia complessiva dell'umanità. Hegel, rappresentante emblematico di questa concezione, guardava dall'alto in basso tutte le civiltà sorte, nel corso dei secoli, ad Est del Bosforo: «In una singola nazione – scriveva – può pur accadere che si arrestino la cultura, l'arte, la scienza, le facoltà intellettuali in genere; come sembra essere accaduto ad esempio presso i cinesi, i quali giunsero già duemila anni fa al livello di sviluppo in cui si trovano ora». Solo dalle nostre parti, dunque, il pensiero umano sarebbe uscito dalla sua condizione infantile, adottando una forma logica e scientifica, congedandosi dal mito.
Si potrebbe pensare che questi giudizi – con il senno di poi – suonino ancor più ingenui che irritanti, e che oggigiorno, in fondo, siamo tutti posti di fronte all'assioma dell'interdipendenza tra gli esseri umani e le culture, in ogni zona del pianeta. Qui, però, vorremmo piuttosto approfondire l'aspetto degli antecedenti storici di ciò che oggi va sotto il nome di globalizzazione, prendendo spunto da un libro bellissimo di uno storico di origini lituane, Jurgis Baltrusaitis (1903-1988), intitolato «Il medioevo fantastico»: in questo volume, egli rintracciava i «debiti» dell'arte gotica europea nei confronti dell'Asia, i motivi e gli stili che l'iconografia occidentale del medioevo ha ereditato dall'Oriente. Viaggiando nello spazio e nel tempo, questi elementi artistici possono anche ricoprirsi di nuovi significati, fino a rendere difficile la ricostruzione della loro matrice originaria. Talvolta, all'opposto, è ancora possibile comprendere loro genealogia: è questo il caso della celebre «Allegoria della Vita» scolpita nella lunetta del portale sud del Battistero di Parma.
Sappiamo poco dell'autore di questo capolavoro: architetto e scultore, Benedetto Antelami veniva forse dalla zona di Como (se vale l'ipotesi per cui il suo «cognome» significherebbe in realtà «della Val d'Intelvi»). Sicuramente, Antelami ebbe una conoscenza diretta dell'arte romanica francese, soprattutto provenzale, prima di giungere a Parma, alla fine del XII secolo. Qui lavorò nel duomo, in cui scolpì una celebre Deposizione, e poi, a partire dal 1196, diresse la fabbrica del Battistero. Qui, appunto, ci ha lasciato un'insolita allegoria: al centro del bassorilievo, un uomo si arrampica su un albero per raggiungere un favo – anzi, con la mano sinistra è già intento a estrarne il miele, e con la destra se lo porta alla bocca. Sotto di lui però, un drago, lanciando fiamme dalla bocca spalancata, si prepara a divorarlo, mentre due strani quadrupedi (forse maiali, o cani) sono intenti a rodere le radici della pianta.
Ai lati della scena principale, la doppia immagine «clipeata» del Sole e della Luna, rappresentati anche come Apollo e Diana alla guida dei rispettivi carri, costituisce un tributo di Antelami all'iconografia classica, e insieme accentua il pathos della scena: così come i due fanciulli nudi che annunciano l'arrivo della notte suonando delle trombe, e i due, vestiti, che cercano – invano – di fermarne il cammino, con delle specie di bastoni. Qui, è chiaro, l'immagine dell'ignaro freeclimber rappresenta tutti noi: riusciremo a vincere la nostra gara con la brevità della vita, arriveremo mai a conseguire l'oggetto del nostro desiderio, prima che le radici dell'albero su cui siamo appollaiati cedano?
Fra tante immagini analoghe, tipiche del genere artistico del memento mori, l'Allegoria di Parma ha una particolarità: la scena dell'uomo sull'albero ricorre, ad esempio, in alcune miniature di salteri greci e slavi dell'XI secolo, ma anche dipinta in un chiostro di Gmünd, in Germania. Passando alle fonti letterarie, poi, scopriamo che il racconto, inserito in una particolare cornice narrativa (la cosiddetta «leggenda dei Santi Barlaam e Josafat») è quasi un luogo comune dell'immaginario medievale: spostandosi verso Est i particolari cambiano, così come i nomi dei personaggi, ma la narrazione compare, sostanzialmente immutata, in Italia e lungo il Danubio, in Georgia, in Medio Oriente, tra cristiani di ogni confessione, manichei, musulmani. I dettagli si adattano al contesto in cui la narrazione è ripresa e rielaborata: secondo i casi, la leggenda prende le mosse da un personaggio di nome Barlaam, descritto come un devoto eremita che converte alla fede cristiana il principe pagano Josafat, o come un mistico musulmano, un sufi, intento a dimostrare la vanità degli idoli e l'assurdità del politeismo.
In ogni modo, la scena del «cacciatore di miele» da cui siamo partiti è un apologo, una storiella moraleggiante, che l'anziano e saggio Barlaam espone al giovane Josafat, divenuto suo discepolo. Secondo il testo di un papiro arabo, «un uomo, inseguito da un elefante, si nascose in un pozzo. Quivi rimase appeso tenendosi stretto a due rami che salivano lungo le pareti del pozzo. E come si mise a guardare i due rami vide che due sorci (uno bianco, l'altro nero) rosicchiavano senza interruzione le radici dei due rami, mentre giù, nella profondità del pozzo, vide un drago con la bocca spalancata che aspettava solo di divorarlo. Allora rialzò la testa verso i due rami e vide che vi si trovava un po' di miele. Nella furia del piacere, la dolcezza che provò nell'assaggiare quel miele lo distrasse dal pensare al drago con la bocca spalancata, quantunque ben sapesse che cosa sarebbe successo se fosse caduto nelle sue fauci».
Nelle versioni occidentali della leggenda, il principe Josafat, istruito da questa metafora, si converte al cristianesimo e diviene poi un santo. Man mano che si procede verso Oriente, però, la fisionomia del giovane catecumeno cambia: Josafat assomiglia ora a un monarca malinconico e con una certa vocazione alla filosofia, impegnato nella ricerca di un modo per sfuggire ai dolori dell'esistenza umana. In Persia, il suo nome si modifica in Bûdâsaf e in India, in Bodisav. Alle origini di una lunga serie di metamorfosi redazionali, troviamo così, inaspettatamente, la figura del Bodhisattva (in sanscrito, «Natura Luminosa»), un tradizionale appellativo di Gautama Siddharta, il Buddha, nato a Lumbini (nell'odierno Nepal) intorno al 540 a.C.. Certamente ignorava, Benedetto Antelami, mentre scolpiva il bassorilievo del Battistero di Parma, di essere l'ennesimo testimone di una tradizione spirituale iniziata un millennio e mezzo prima, nel centro dell'Asia, da un giovane monarca deciso a indagare e a sopprimere le cause del samsâra: l'insieme dei miraggi e degli affanni che gravano sulla nostra esistenza, «la selva impenetrabile – recita un testo indiano – nel cui fondo, come un immane drago, è il Tempo (kâla), distruttore di tutti gli esseri esistenti, rapitore universale degli esseri dotati di corpo».
Così, nonostante il severo giudizio di Hegel su una presunta «minorità spirituale» dell'Oriente, gli storici hanno trovato, nel caso della lunetta di Parma e in molti altri, le prove di un'osmosi profonda tra le civiltà asiatiche e l'Europa: può essere, ad esempio, che l'arte macabra diffusasi in Occidente verso la fine del medioevo (pensate alla Danza dell'Oratorio dei Disciplini di Clusone) sia stata ispirata ai viaggiatori, o ai missionari cristiani, dai balli rituali del Tibet, in cui compaiono spessissimo tibie e teschi umani. Pensando a questo, viene in mente la definizione che Carl Gustav Jung dava del simbolo, come misteryum coniunctionis: prodigioso annullamento delle distanze, con il quale ciò che sembrava irrimediabilmente frammentato si salda, ogni cosa recupera il suo proprio nome, e il mondo risulta infine abitabile dagli esseri umani.
letteratura cinese
e giapponese
L'Eco di Bergamo 19.2.04
Giappone e Cina, due grandi letterature ancora tutte da esplorare
di Angelo Z. Gatti
Estremo Oriente: fascino, magia, mistero? Ha senso parlare ancora di esotismo? In epoca di telecomunicazione e di globalizzazione sono tutte espressioni ormai consunte. In più, essendo la terra rotonda, dove finisce l'Occidente e dove incomincia l'Oriente? Ponetevi davanti a una cartina geografica con al centro, per esempio, il Giappone o la Cina: vedrete l'effetto che fa. Paesi lontani in termini di spazio sono raggiungibili, sugli schermi, in tempo reale e, viaggiando, con ben poche ore di volo.
Dieci anni fa per arrivare in Giappone occorrevano diciotto/venti ore, oggi ne bastano dodici. Eppure se si apre anche un solo spiraglio sulle civiltà e sulle culture di Giappone e di Cina, si ha l'impressione di trovarsi dinnanzi a pianeti ancora da esplorare. In specie se si affrontano le opere dei periodi classici.
Uno dei primi documenti scritti della letteratura giapponese è una delicatissima fiaba risalente al X secolo d. C.: la «Storia di un tagliabambù».
Di autore anonimo e pervasa del senso buddhista dell'impermanenza, narra l'avventura terrena di una principessa lunare trovata da un boscaiolo dentro il tronco di bambù. In italiano si trova presso Marsilio, tradotta da Adriana Boscaro.
La grande stagione della narrativa nipponica è dovuta alle scrittrici attive intorno all'anno Mille, che scrivono nella lingua parlata, il volgare, a differenza dei nobili e dei funzionari che usano esclusivamente il cinese.
Sono le dame di corte Murasaki Shikibu, Sei Shonagon, Izumi Shikibu con i loro romanzi e i loro diari. Alla grandissima Murasaki Shikibu si deve il capolavoro della classicità nipponica e il primo romanzo psicologico della letteratura mondiale: la «Storia di Genji» (Einaudi). Sei Shonagon è invece celebre per le «Note del guanciale» (Guanda), arguti appunti quotidiani.
I secoli che vanno dal XIV al XVIII sono il periodo d'oro del teatro classico giapponese: il No, originato dalle danze che si tenevano nei templi shintoisti e buddhisti (recitazione, canto, musica, danza), ieratico e stilizzato; il kabuki, il teatro popolare per eccellenza, di grande effetto per gli allestimenti, per gli intrecci a volte complicati, per i colpi di scena, per i costumi; il bunraku, il suggestivo teatro dei burattini (i manovratori sono in vista sul palcoscenico vestiti di nero) che si ispira alle storie e alle leggende tradizionali.
Per la Cina sono universalmente note le «Trecento poesie T'ang», un'antologia compilata agli inizi del XVIII secolo attingendo alle circa cinquantamila composizioni del periodo dal 618 al 907. Vi figurano Li Po, Tu Fu, Wang Wei, Po Chu-i. È poesia lirica nell'esprimere felicità, tristezza, nostalgia, rimpianto, è poesia descrittiva (stagioni, natura, vita quotidiana), è poesia d'amore.
Durante le dinastie Ming e Ch'ing vengono composti i grandi e lunghi romanzi classici cinesi: «In riva al fiume», di difficile attribuzione, storia delle avventure di una banda di briganti (è conosciuto proprio col titolo «I briganti», da Einaudi), «Il viaggio in Occidente», di Wu Cheng'en (nei Classici Rizzoli), noto anche come «Lo Scimmiotto» perché il protagonista, un monaco che si reca in India per raccogliere i testi sacri buddhisti, è accompagnato da una grossa e simpatica scimmia, e i due capolavori di contenuto erotico il «Chin P'ing-Mei», attribuito a Wang Shih-Chen (Einaudi e Feltrinelli), e «Il Sogno della Camera Rossa», di Ts'ao Hsueh-Ch'in (Utet), le vicende galanti di gaudenti libertini e di donne bellissime, con fini moraleggianti. Da divertirsi.
Giappone e Cina, due grandi letterature ancora tutte da esplorare
di Angelo Z. Gatti
Estremo Oriente: fascino, magia, mistero? Ha senso parlare ancora di esotismo? In epoca di telecomunicazione e di globalizzazione sono tutte espressioni ormai consunte. In più, essendo la terra rotonda, dove finisce l'Occidente e dove incomincia l'Oriente? Ponetevi davanti a una cartina geografica con al centro, per esempio, il Giappone o la Cina: vedrete l'effetto che fa. Paesi lontani in termini di spazio sono raggiungibili, sugli schermi, in tempo reale e, viaggiando, con ben poche ore di volo.
Dieci anni fa per arrivare in Giappone occorrevano diciotto/venti ore, oggi ne bastano dodici. Eppure se si apre anche un solo spiraglio sulle civiltà e sulle culture di Giappone e di Cina, si ha l'impressione di trovarsi dinnanzi a pianeti ancora da esplorare. In specie se si affrontano le opere dei periodi classici.
Uno dei primi documenti scritti della letteratura giapponese è una delicatissima fiaba risalente al X secolo d. C.: la «Storia di un tagliabambù».
Di autore anonimo e pervasa del senso buddhista dell'impermanenza, narra l'avventura terrena di una principessa lunare trovata da un boscaiolo dentro il tronco di bambù. In italiano si trova presso Marsilio, tradotta da Adriana Boscaro.
La grande stagione della narrativa nipponica è dovuta alle scrittrici attive intorno all'anno Mille, che scrivono nella lingua parlata, il volgare, a differenza dei nobili e dei funzionari che usano esclusivamente il cinese.
Sono le dame di corte Murasaki Shikibu, Sei Shonagon, Izumi Shikibu con i loro romanzi e i loro diari. Alla grandissima Murasaki Shikibu si deve il capolavoro della classicità nipponica e il primo romanzo psicologico della letteratura mondiale: la «Storia di Genji» (Einaudi). Sei Shonagon è invece celebre per le «Note del guanciale» (Guanda), arguti appunti quotidiani.
I secoli che vanno dal XIV al XVIII sono il periodo d'oro del teatro classico giapponese: il No, originato dalle danze che si tenevano nei templi shintoisti e buddhisti (recitazione, canto, musica, danza), ieratico e stilizzato; il kabuki, il teatro popolare per eccellenza, di grande effetto per gli allestimenti, per gli intrecci a volte complicati, per i colpi di scena, per i costumi; il bunraku, il suggestivo teatro dei burattini (i manovratori sono in vista sul palcoscenico vestiti di nero) che si ispira alle storie e alle leggende tradizionali.
Per la Cina sono universalmente note le «Trecento poesie T'ang», un'antologia compilata agli inizi del XVIII secolo attingendo alle circa cinquantamila composizioni del periodo dal 618 al 907. Vi figurano Li Po, Tu Fu, Wang Wei, Po Chu-i. È poesia lirica nell'esprimere felicità, tristezza, nostalgia, rimpianto, è poesia descrittiva (stagioni, natura, vita quotidiana), è poesia d'amore.
Durante le dinastie Ming e Ch'ing vengono composti i grandi e lunghi romanzi classici cinesi: «In riva al fiume», di difficile attribuzione, storia delle avventure di una banda di briganti (è conosciuto proprio col titolo «I briganti», da Einaudi), «Il viaggio in Occidente», di Wu Cheng'en (nei Classici Rizzoli), noto anche come «Lo Scimmiotto» perché il protagonista, un monaco che si reca in India per raccogliere i testi sacri buddhisti, è accompagnato da una grossa e simpatica scimmia, e i due capolavori di contenuto erotico il «Chin P'ing-Mei», attribuito a Wang Shih-Chen (Einaudi e Feltrinelli), e «Il Sogno della Camera Rossa», di Ts'ao Hsueh-Ch'in (Utet), le vicende galanti di gaudenti libertini e di donne bellissime, con fini moraleggianti. Da divertirsi.
il nuovo film di Michelangelo Antonioni andrà a Cannes
Corriere della Sera 20.2.04
Sarà presentato al Festival di Cannes il film-documento del maestro italiano sul restauro della statua
Antonioni attore e regista per Michelangelo
La moglie: in un anno e mezzo di lavoro tra lui e il Mosè è nato un legame di luci ed emozioni
E adesso, a 91 anni, Antonioni debutta come attore. Protagonista, in coppia con una statua, di un film-documento di 15 minuti di cui firma anche la regia. Il titolo, Lo sguardo di Michelangelo , gioca sulla coincidenza del nome, quello del regista e quello del Buonarroti, artefice del Mosè, una delle statue più celebri del mondo, custodita nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma. Statua che tra breve, fresca del lungo restauro sponsorizzato da Lottomatica, verrà riproposta in tutto il suo splendore, insieme con tre omaggi di tre grandi artisti dei nostri giorni: una serie di ritratti fotografici di Mosè firmati Helmut Newton, una Suite for Moses composta da Michael Nyman, e il documento di Antonioni. Che, prodotto dall’Istituto Luce, dopo l’evento romano, dovrebbe approdare a maggio sulla ribalta del Festival di Cannes, presentato insieme con Eros , il nuovo, attesissimo, film del maestro ferrarese. Racconta Enrica Fico, sua moglie, sua collaboratrice e sua voce: «Convincere Michelangelo a dire sì a questa nuova avventura non è stato facile - racconta -. No grazie, è stata la sua prima risposta. Ma io sono testarda e ho insistito: prima di decidere, andiamo a rivederlo».
E davanti a quel capolavoro, la cui perfezione aveva strappato al suo creatore il grido: perché non parli, il regista, anche lui senza più parola, ha deciso di dedicargli tutto il suo lucidissimo sguardo. «Queste immagini sono costate a Michelangelo un anno e mezzo di lavoro - prosegue la moglie -. Abbacinato dalla bellezza della statua, impressionato dai mille significati religiosi, politici, psicoanalitici del personaggio Mosè, Antonioni ha stabilito con quello straordinario monumento un legame speciale, fatto di attenzione ed emozione. Una partecipazione così intensa che, man mano che lui girava, a sua insaputa, abbiamo cominciato a rubargli qualche immagine. Le sue mani, che sfioravano con leggerezza pensosa i drappeggi della veste di Mosè, ci colpirono. Le sue mani antiche posate su quel marmo erano bellissime».
Un’immagine dopo l’altra e Antonioni è entrato in scena, anche come attore. «Naturalmente ha voluto rigirare quelle scene lui stesso, secondo le regole del suo cinema, come avrebbe fatto per un altro attore - precisa Enrica Fico -. Un ruolo muto in un film che parla solo con immagini e musica. Un brano di Nyman all’inizio, poi il Magnificat di Palestrina, e in chiusura, probabilmente, un brano dodecafonico».
Una presenza carismatica quella del regista che, unita allo splendore della statua e al gioco degli sguardi - quello della statua rivolto verso la luce, quello di Antonioni che la guarda, quello di Mosè diretto a Dio - crea una serie di corti circuiti, estetici ed emotivi. Un grande vecchio di oggi davanti a un grande vecchio simbolo delle tre grandi religioni monoteiste.
«Un intreccio coinvolgente: è come se il Buonarroti andasse a ritrovarsi attraverso un artista d’oggi», commenta la moglie. Ma anche qualcosa di più privato: davanti a quel monumento, che fa parte del complesso della tomba di Giulio II, il messaggio di Antonioni travalica la bellezza per assurgere a meditazione sulla vita e sulla morte, sull’umano e sul divino, così ineguagliabilmente racchiusi in quella pietra piena di luce.
Sarà presentato al Festival di Cannes il film-documento del maestro italiano sul restauro della statua
Antonioni attore e regista per Michelangelo
La moglie: in un anno e mezzo di lavoro tra lui e il Mosè è nato un legame di luci ed emozioni
E adesso, a 91 anni, Antonioni debutta come attore. Protagonista, in coppia con una statua, di un film-documento di 15 minuti di cui firma anche la regia. Il titolo, Lo sguardo di Michelangelo , gioca sulla coincidenza del nome, quello del regista e quello del Buonarroti, artefice del Mosè, una delle statue più celebri del mondo, custodita nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma. Statua che tra breve, fresca del lungo restauro sponsorizzato da Lottomatica, verrà riproposta in tutto il suo splendore, insieme con tre omaggi di tre grandi artisti dei nostri giorni: una serie di ritratti fotografici di Mosè firmati Helmut Newton, una Suite for Moses composta da Michael Nyman, e il documento di Antonioni. Che, prodotto dall’Istituto Luce, dopo l’evento romano, dovrebbe approdare a maggio sulla ribalta del Festival di Cannes, presentato insieme con Eros , il nuovo, attesissimo, film del maestro ferrarese. Racconta Enrica Fico, sua moglie, sua collaboratrice e sua voce: «Convincere Michelangelo a dire sì a questa nuova avventura non è stato facile - racconta -. No grazie, è stata la sua prima risposta. Ma io sono testarda e ho insistito: prima di decidere, andiamo a rivederlo».
E davanti a quel capolavoro, la cui perfezione aveva strappato al suo creatore il grido: perché non parli, il regista, anche lui senza più parola, ha deciso di dedicargli tutto il suo lucidissimo sguardo. «Queste immagini sono costate a Michelangelo un anno e mezzo di lavoro - prosegue la moglie -. Abbacinato dalla bellezza della statua, impressionato dai mille significati religiosi, politici, psicoanalitici del personaggio Mosè, Antonioni ha stabilito con quello straordinario monumento un legame speciale, fatto di attenzione ed emozione. Una partecipazione così intensa che, man mano che lui girava, a sua insaputa, abbiamo cominciato a rubargli qualche immagine. Le sue mani, che sfioravano con leggerezza pensosa i drappeggi della veste di Mosè, ci colpirono. Le sue mani antiche posate su quel marmo erano bellissime».
Un’immagine dopo l’altra e Antonioni è entrato in scena, anche come attore. «Naturalmente ha voluto rigirare quelle scene lui stesso, secondo le regole del suo cinema, come avrebbe fatto per un altro attore - precisa Enrica Fico -. Un ruolo muto in un film che parla solo con immagini e musica. Un brano di Nyman all’inizio, poi il Magnificat di Palestrina, e in chiusura, probabilmente, un brano dodecafonico».
Una presenza carismatica quella del regista che, unita allo splendore della statua e al gioco degli sguardi - quello della statua rivolto verso la luce, quello di Antonioni che la guarda, quello di Mosè diretto a Dio - crea una serie di corti circuiti, estetici ed emotivi. Un grande vecchio di oggi davanti a un grande vecchio simbolo delle tre grandi religioni monoteiste.
«Un intreccio coinvolgente: è come se il Buonarroti andasse a ritrovarsi attraverso un artista d’oggi», commenta la moglie. Ma anche qualcosa di più privato: davanti a quel monumento, che fa parte del complesso della tomba di Giulio II, il messaggio di Antonioni travalica la bellezza per assurgere a meditazione sulla vita e sulla morte, sull’umano e sul divino, così ineguagliabilmente racchiusi in quella pietra piena di luce.
effetto placebo
Yahoo Notizie Venerdì 20 Febbraio 2004, 10:52
(Reuters) Effetto placebo funziona davvero, anche se solo sul cervello
WASHINGTON (Reuters) - Uno studio effettuato sul cervello, i cui risultati sono stati pubblicati ieri, ha dimostrato che l'effetto placebo è davvero efficace sul dolore, anche se agisce esclusivamente sul cervello stesso.
Le persone alle quali vengono somministrati falsi farmaci che ritengono antidolorifici, secondo la ricerca hanno dimostrato una riduzione dell'attività cerebrale nella parte del cervello che regola proprio il dolore.
"Quel che abbiamo provato con lo studio è che quando si ricorre all'effetto placebo, questo ha davvero un qualche effetto sul cervello che riduce la sensibilità", ha detto il dottor Kenneth Casey, neurologo dell'Università del Michigan, che ha condotto la ricerca assieme e a studiosi dell'Università di Princeton.
Lo studio è in linea con altre ricerche che hanno dimostrato che l'effetto placebo provoca mutamenti nel cervello dei pazienti, ad esempio in casi di depressione.
L'effetto placebo è stato conosciuto per secoli e la parola stessa viene dal latino, coniugazione al tempo futuro del verbo piacere, "piacerò".
Per secoli i medici hanno prescritto pillole di zucchero a pazienti che non potevano aiutare altrimenti. L'effetto placebo è talmente forte che gli studi medici includono generalmente un "ramo placebo" per accertare che un farmaco abbia davvero effetto con un meccanismo unico.
Si stima che circa il 30% dei pazienti in diverse condizioni si senta meglio semplicemente con una pillola, un'iniezione o un trattamento medico.
Ma gli effetti, pur se psicologici, sono reali. L'equipe di Casey ha dimostrato che i placebo possono influire sulle zone del cervello che provocano la sensazione di dolore.
"L'attività cerebrale è significativa per determinare quel che sentiamo, come ci sentiamo ed in questo caso di dolore, quanto ne avvertiamo", ha detto Casey nel corso di un'intervista telefonica.
"Quando la gente si aspetta che il dolore diminuisca, i percorsi del dolore, quelle aree del cervello che sappiamo essere attivate dal dolore, dimostrano minore attività, anche se lo stimolo è lo stesso".
(Reuters) Effetto placebo funziona davvero, anche se solo sul cervello
WASHINGTON (Reuters) - Uno studio effettuato sul cervello, i cui risultati sono stati pubblicati ieri, ha dimostrato che l'effetto placebo è davvero efficace sul dolore, anche se agisce esclusivamente sul cervello stesso.
Le persone alle quali vengono somministrati falsi farmaci che ritengono antidolorifici, secondo la ricerca hanno dimostrato una riduzione dell'attività cerebrale nella parte del cervello che regola proprio il dolore.
"Quel che abbiamo provato con lo studio è che quando si ricorre all'effetto placebo, questo ha davvero un qualche effetto sul cervello che riduce la sensibilità", ha detto il dottor Kenneth Casey, neurologo dell'Università del Michigan, che ha condotto la ricerca assieme e a studiosi dell'Università di Princeton.
Lo studio è in linea con altre ricerche che hanno dimostrato che l'effetto placebo provoca mutamenti nel cervello dei pazienti, ad esempio in casi di depressione.
L'effetto placebo è stato conosciuto per secoli e la parola stessa viene dal latino, coniugazione al tempo futuro del verbo piacere, "piacerò".
Per secoli i medici hanno prescritto pillole di zucchero a pazienti che non potevano aiutare altrimenti. L'effetto placebo è talmente forte che gli studi medici includono generalmente un "ramo placebo" per accertare che un farmaco abbia davvero effetto con un meccanismo unico.
Si stima che circa il 30% dei pazienti in diverse condizioni si senta meglio semplicemente con una pillola, un'iniezione o un trattamento medico.
Ma gli effetti, pur se psicologici, sono reali. L'equipe di Casey ha dimostrato che i placebo possono influire sulle zone del cervello che provocano la sensazione di dolore.
"L'attività cerebrale è significativa per determinare quel che sentiamo, come ci sentiamo ed in questo caso di dolore, quanto ne avvertiamo", ha detto Casey nel corso di un'intervista telefonica.
"Quando la gente si aspetta che il dolore diminuisca, i percorsi del dolore, quelle aree del cervello che sappiamo essere attivate dal dolore, dimostrano minore attività, anche se lo stimolo è lo stesso".
Jean Rouch:
la macchina da presa può vedere le qualità interne degli esseri
il manifesto 20.2.04
RICORDO
Uno stregone eccentrico del cuore
Sintetizzò le tendenze di Dziga Vertov e Robert Flaherty, i suoi «antenati totemici»
ENRICO FULCHIGNONI*
Anche se tutte le storie del cinema menzionano il nome di Jean Rouch, egli continua tuttavia a rimanere uno degli autori più «criptici nel gotha della settima arte». Può anche darsi che sia un'ingiustizia, ma è certo anche il modo che Rouch ha, in questo modo sfuggente, di riaffermare orgogliosamente i suoi poteri di stregone. Uno stregone le cui opere rivelano una straordinaria vitalità: un'ansia di muoversi, di correre, di invadere, di inerpicarsi che lo avvicina irresistibilmente a uno dei suoi «antenati totemici»: Vertov. Giovane, vivace, disposto a allearsi anche col diavolo, raffinato, divertente, mordace, generoso, l'esatto contrario del francese medio insomma, Rouch invece rappresenta per me il francese tipo. Con la sua noncuranza, la sua vivacità, la sua gentilezza di stampo antico e le sue ampiezze - mai una caduta di stile, mai una mancanza di tatto - Jean Rouch ama la vita, e ne viene ampiamente contraccambiato. Egli è moderato ma senza avarizie, elegante ma senza ostentazione, amichevole ma senza indiscrezioni, gaudente ma senza eccessi. Rouch ha la stessa levatura dei La Pérouse e dei Cartier, il suo buonumore è irresistibile, rebelaisiano. E finirà col passare la sua vita intera filmando, come fanno i pesci nuotando nell'acqua: e continuando a aver fiducia nell'autenticità degli uomini nella loro vera natura.
Ma c'è un'altra «chiave» per capire il suo lavoro creativo. Rouch, come Flaherty, l'altro suo «antenato totemico», crede nel potere che ha la macchina da presa di vedere, oltre le possibilità dell'occhio umano, le qualità interne degli esseri e le cose. Ed è in questo senso che impiega il termine «magia» per descrivere la sua operazione alchemica. A causa di questa sfasatura, i suoi personaggi ci offrono, quasi sempre, un carattere di singolare buffoneria, intinta di un'emozione misteriosa nel comico come nel dramma, perché la loro natura resta completamente differente da quella di coloro che ci capita di incontrare per strada. Il contrasto è strano e costante: le creature di Rouch, già in apertura, ci sono familiari, e tuttavia si collocano nella notte dei tempi; vivono nel presente ma si situano all'origine di tutto. Non smettono mai di affascinarci poiché, sotto le apparenze del visibile, restano in realtà inaccessibili. E questo incessante andirivieni dalla più estrema lontananza alla più intima familiarità restituisce davanti a noi la sua vera dimensione all'avventura umana. Tutto ciò potrebbe tuttavia sfociare in uno di quei prodotti intellettualistici che tanto appassionano ristrette conventicole di iniziati. Se non fosse che Rouch è l'esatto contrario di un artista intellettuale: la sua adesione carnale ai mondi che sa rivelarci, apre la strada per penetrare in quella relazione sofferta, esaltante, tesa, ma conforme a un'armonia cosmica tra l'uomo e il suo ambiente, che costituisce in fondo, il tema principale della sua opera. Ma c'è qualcos'altro che lo difende dall'intellettualismo: la sua grande bontà. Non credo infatti che Rouch abbia rivolto, neanche una volta in tutta la sua vita, uno sguardo sprezzante su qualcuno o su qualcosa.
Non lo si sente mai sparlare di nessuno, perché non c'è veleno nella sua anima che è ancora, in fondo, piena di entusiasmi infantili. I suoi paesaggi, le sue creature ci apportano sentimenti di pace e di amicizia che assolvono a una funzione rassicurante, pur senza mai passare attraverso scorciatoie come l'analogia, il principio d'identità, le facili emozioni. Tutto ciò non può non derivare da una costanza pratica, dalla solidarietà e dal rispetto umano. Rouch infatti è capace - nella vita - delle più ardue e umili prove di devozione, quanto delle più clamorose follie d'amicizia. È il più straordinario e seducente eccentrico del cuore. In lui c'è come qualcosa di commovente e burlesco al tempo stesso. L'aspetto farsesco deriva dal pudore: anche se pochi, come lui, hanno saputo - e le sue opere sono piene di attestati in tal senso - testimoniare con gravità e nobiltà i momenti più alti di uomini e civiltà. Una regione segreta, una certa solitudine altera in cui si rifugiano gli esseri e le cose: da ciò deriva la particolare bellezza dei territori più recentemente frequentati da Rouch. Solitudine che non è mai condizione miserabile, quanto piuttosto regalità segreta, territorio in cui l'artista, il veggente, riesce a rivelare per noi l'aldilà delle cose, risalire i millenni, raggiungere l'immemorabile notte popolata di morti, farci immergere, insomma, nell'acqua vivificante di miti che si credeva perduti per sempre.
* Il ricordo di Enrico Fulchignoni, docente di psicologia, alto funzionario dell'Unesco e regista di «I due foscari» (1942), «L'ebreo errante» (1947) e «Anni difficili» (1948), è inserito all'interno del catalogo «Jean Rouch - le Renard Pâle» del Museo nazionale del cinema di Torino
RICORDO
Uno stregone eccentrico del cuore
Sintetizzò le tendenze di Dziga Vertov e Robert Flaherty, i suoi «antenati totemici»
ENRICO FULCHIGNONI*
Anche se tutte le storie del cinema menzionano il nome di Jean Rouch, egli continua tuttavia a rimanere uno degli autori più «criptici nel gotha della settima arte». Può anche darsi che sia un'ingiustizia, ma è certo anche il modo che Rouch ha, in questo modo sfuggente, di riaffermare orgogliosamente i suoi poteri di stregone. Uno stregone le cui opere rivelano una straordinaria vitalità: un'ansia di muoversi, di correre, di invadere, di inerpicarsi che lo avvicina irresistibilmente a uno dei suoi «antenati totemici»: Vertov. Giovane, vivace, disposto a allearsi anche col diavolo, raffinato, divertente, mordace, generoso, l'esatto contrario del francese medio insomma, Rouch invece rappresenta per me il francese tipo. Con la sua noncuranza, la sua vivacità, la sua gentilezza di stampo antico e le sue ampiezze - mai una caduta di stile, mai una mancanza di tatto - Jean Rouch ama la vita, e ne viene ampiamente contraccambiato. Egli è moderato ma senza avarizie, elegante ma senza ostentazione, amichevole ma senza indiscrezioni, gaudente ma senza eccessi. Rouch ha la stessa levatura dei La Pérouse e dei Cartier, il suo buonumore è irresistibile, rebelaisiano. E finirà col passare la sua vita intera filmando, come fanno i pesci nuotando nell'acqua: e continuando a aver fiducia nell'autenticità degli uomini nella loro vera natura.
Ma c'è un'altra «chiave» per capire il suo lavoro creativo. Rouch, come Flaherty, l'altro suo «antenato totemico», crede nel potere che ha la macchina da presa di vedere, oltre le possibilità dell'occhio umano, le qualità interne degli esseri e le cose. Ed è in questo senso che impiega il termine «magia» per descrivere la sua operazione alchemica. A causa di questa sfasatura, i suoi personaggi ci offrono, quasi sempre, un carattere di singolare buffoneria, intinta di un'emozione misteriosa nel comico come nel dramma, perché la loro natura resta completamente differente da quella di coloro che ci capita di incontrare per strada. Il contrasto è strano e costante: le creature di Rouch, già in apertura, ci sono familiari, e tuttavia si collocano nella notte dei tempi; vivono nel presente ma si situano all'origine di tutto. Non smettono mai di affascinarci poiché, sotto le apparenze del visibile, restano in realtà inaccessibili. E questo incessante andirivieni dalla più estrema lontananza alla più intima familiarità restituisce davanti a noi la sua vera dimensione all'avventura umana. Tutto ciò potrebbe tuttavia sfociare in uno di quei prodotti intellettualistici che tanto appassionano ristrette conventicole di iniziati. Se non fosse che Rouch è l'esatto contrario di un artista intellettuale: la sua adesione carnale ai mondi che sa rivelarci, apre la strada per penetrare in quella relazione sofferta, esaltante, tesa, ma conforme a un'armonia cosmica tra l'uomo e il suo ambiente, che costituisce in fondo, il tema principale della sua opera. Ma c'è qualcos'altro che lo difende dall'intellettualismo: la sua grande bontà. Non credo infatti che Rouch abbia rivolto, neanche una volta in tutta la sua vita, uno sguardo sprezzante su qualcuno o su qualcosa.
Non lo si sente mai sparlare di nessuno, perché non c'è veleno nella sua anima che è ancora, in fondo, piena di entusiasmi infantili. I suoi paesaggi, le sue creature ci apportano sentimenti di pace e di amicizia che assolvono a una funzione rassicurante, pur senza mai passare attraverso scorciatoie come l'analogia, il principio d'identità, le facili emozioni. Tutto ciò non può non derivare da una costanza pratica, dalla solidarietà e dal rispetto umano. Rouch infatti è capace - nella vita - delle più ardue e umili prove di devozione, quanto delle più clamorose follie d'amicizia. È il più straordinario e seducente eccentrico del cuore. In lui c'è come qualcosa di commovente e burlesco al tempo stesso. L'aspetto farsesco deriva dal pudore: anche se pochi, come lui, hanno saputo - e le sue opere sono piene di attestati in tal senso - testimoniare con gravità e nobiltà i momenti più alti di uomini e civiltà. Una regione segreta, una certa solitudine altera in cui si rifugiano gli esseri e le cose: da ciò deriva la particolare bellezza dei territori più recentemente frequentati da Rouch. Solitudine che non è mai condizione miserabile, quanto piuttosto regalità segreta, territorio in cui l'artista, il veggente, riesce a rivelare per noi l'aldilà delle cose, risalire i millenni, raggiungere l'immemorabile notte popolata di morti, farci immergere, insomma, nell'acqua vivificante di miti che si credeva perduti per sempre.
* Il ricordo di Enrico Fulchignoni, docente di psicologia, alto funzionario dell'Unesco e regista di «I due foscari» (1942), «L'ebreo errante» (1947) e «Anni difficili» (1948), è inserito all'interno del catalogo «Jean Rouch - le Renard Pâle» del Museo nazionale del cinema di Torino
pigrizia?
La Stampa 20.2.04
DA SOCRATE A OBLOMOV, DA EINSTEIN ALLA ARENDT: ESCE IN GERMANIA L'«ENCICLOPEDIA DELLA PIGRIZIA». SENZA CONTRIBUTI ITALIANI
Chi dorme piglia pesci
e scrive capolavori
di Alessandro Melazzini
COS'HANNO in comune Albert Einstein, Richard Wagner, Thomas Mann e Hermann Hesse? La convinzione che il loro illustre compatriota Immanuel Kant si sia sbagliato. Il filosofo tedesco, noto per il suo rigorismo etico, considerava infatti la pigrizia come uno dei vizi peggiori. D'altronde Kant non è certo l'unico intento a confermare l'immagine del tedesco solerte lavoratore, magari in contrasto a quella dell'italiano un poco scansafatiche. L'attuale cancelliere Gerard Schröder, qualche tempo fa, ha ribadito ad esempio che in Germania «nessuno ha diritto alla pigrizia». Chissà se così dicendo si sarebbe ingraziato il voto di Einstein, noto per aver bisogno ogni giorno di almeno 12 ore di sonno.
A conferma che il dolce far niente ha sempre avuto molti ammiratori, proprio in Germania, presso i tipi della Eichborn di Francoforte, è uscita un'Enciclopedia della pigrizia. Curata dal giornalista e storico Wolfgang Schneider, l'opera è anche una gustosa antologia di inni all'ozio, cantati da illustri «pigroni» nel corso degli ultimi tremila anni. Come ben sapevano i Romani, era proprio nel momento dell'otium che l'uomo, finalmente libero dagli affari e dalle occupazioni quotidiane (i negotia), si poteva interamente dedicare a se stesso e alla nobile attività della contemplazione. Del resto, con quale diritto si devono condannare il riposo e l'inazione come vizi capitali? Se San Paolo mette severamente in guardia i Tessalonicesi, ammonendoli con il proverbiale detto «chi non lavora, non mangia», già nella Grecia pagana il grande Socrate considerava il tempo libero da impegni come il bene maggiore. Su questo punto anche Aristotele, solitamente critico verso le idee del saggio portavoce di Platone, si dimostra in accordo con il suo maestro. «Virtù e lavoro», afferma solennemente lo Stagirita, si escludono a vicenda; il lavoro, liquida sdegnoso, è cosa per gli schiavi.
Il lettore che volga lo sguardo al secolo da poco trascorso non fatica a trovare triste conferma di questo sferzante giudizio. Senza pensare alla lugubre insegna che accoglieva i deportati nei campi di concentramento nazisti, cos'è stata la propaganda comunista sovietica, così tenacemente volta alla spasmodica esaltazione del lavoro (si pensi al mito di Stakanov), se non il preciso progetto di ridurre l'uomo libero a ingranaggio della fabbrica totalitaria, per asservirlo e schiavizzarlo?
Immuni al fascino della pigrizia non sono stati neppure i filosofi del Novecento: Hannah Arendt, ad esempio, che trovava spesso ispirazione nei momenti di relax sull'amaca, o Miguel de Unamuno che, tra una riflessione e l'altra sul Sentimento tragico della vita, innalzava lodi all'indolenza, notando come lo sfaccendato sia «uno degli uomini più attivi».
E nonostante l'esortazione dell'apostolo Paolo, non si pensi che gli elogi all'inattività siano esclusi dal messaggio cristiano. Anzi, proprio nel famoso Discorso della Montagna, non è forse Gesù stesso a osservare che, pur senza filare e faticare, i gigli della campagna vantano abiti più eleganti di quelli del glorioso Salomone?
Alla figura dello scioperato sono poi state dedicate affascinanti pagine letterarie. In ambito tedesco, si pensi ad esempio alla Vita di un perdigiorno di Eichendorff o allo Knulp di Hermann Hesse. Ma è forse nell'Oblomov del russo Goncharov che l'apatia viene elevata a stile di vita e «Weltanschauung». Oblomov, un proprietario provinciale di Pietroburgo, trascorre tutto il suo tempo a rivoltarsi nel letto, inconcludente e insensibile, aspettando sonnolento che sia la vita a bussargli alla porta.
Molti intellettuali, infine, seppur più produttivi di Oblomov, in gioventù sono stati ben lontanti dal dedicare impegno ed energia all'attività scolastica. Sia Thomas Mann sia Richard Wagner, così come Hermann Hesse, addirittura non portarono a compimento i loro studi. Se quest'ultimo era solito affermare che la scuola gli aveva causato «molti danni», nondimeno Thomas Mann ricorda di essere stato un alunno «pigro, impenitente e pieno di sarcasmo».
Ma chi, abbandonata la cultura, volesse cercare nella natura il riscatto del lavoro, andrebbe incontro a notevoli sorprese. Dopotutto, si potrebbe opinare, non è forse nel regno animale, in cui domina la lotta per la vita, che vi sono i più edificanti esempi di impegno e operosità? Senza contare che in natura abbondano lumache, tartarughe e cicale, i controesempi sono numerosi. Si pensi agli astuti orsi dell'Alaska, che per cacciare i pesci si piazzano sotto le cascate, aspettando placidamente che la preda cada loro in bocca. Oppure al furbo cucù, talmente lavativo da posare le uova nei nidi degli altri uccelli, risparmiandosi così la fatica di allevare i pargoli affamati. Le uniche a salvarsi paiono essere le api operaie, simbolo per eccellenza di alacre laboriosità. E invece gli scienziati hanno scoperto che un'ape trascorre addirittura il 70 per cento della sua giornata a oziare. Senza contare l'inverno, quando gli unici impegni sono consumare le dispense di miele e conservare calda l'arnia. Forse uno stile di vita da imitare, se si guarda al numero sempre crescente di infarti e malattie da stress dovuti ai troppo frenetici ritmi di lavoro della società contemporanea.
Nella sfilata antologica di intellettuali arruolati da Schneider per difendere la fannulloneria si nota con sorpresa l'assenza di contributi italiani. Ma, come sapeva bene Cesare Pavese, Lavorare stanca, e ulteriori ricerche sarebbero probabilmente costate a Schneider troppa fatica.
DA SOCRATE A OBLOMOV, DA EINSTEIN ALLA ARENDT: ESCE IN GERMANIA L'«ENCICLOPEDIA DELLA PIGRIZIA». SENZA CONTRIBUTI ITALIANI
Chi dorme piglia pesci
e scrive capolavori
di Alessandro Melazzini
COS'HANNO in comune Albert Einstein, Richard Wagner, Thomas Mann e Hermann Hesse? La convinzione che il loro illustre compatriota Immanuel Kant si sia sbagliato. Il filosofo tedesco, noto per il suo rigorismo etico, considerava infatti la pigrizia come uno dei vizi peggiori. D'altronde Kant non è certo l'unico intento a confermare l'immagine del tedesco solerte lavoratore, magari in contrasto a quella dell'italiano un poco scansafatiche. L'attuale cancelliere Gerard Schröder, qualche tempo fa, ha ribadito ad esempio che in Germania «nessuno ha diritto alla pigrizia». Chissà se così dicendo si sarebbe ingraziato il voto di Einstein, noto per aver bisogno ogni giorno di almeno 12 ore di sonno.
A conferma che il dolce far niente ha sempre avuto molti ammiratori, proprio in Germania, presso i tipi della Eichborn di Francoforte, è uscita un'Enciclopedia della pigrizia. Curata dal giornalista e storico Wolfgang Schneider, l'opera è anche una gustosa antologia di inni all'ozio, cantati da illustri «pigroni» nel corso degli ultimi tremila anni. Come ben sapevano i Romani, era proprio nel momento dell'otium che l'uomo, finalmente libero dagli affari e dalle occupazioni quotidiane (i negotia), si poteva interamente dedicare a se stesso e alla nobile attività della contemplazione. Del resto, con quale diritto si devono condannare il riposo e l'inazione come vizi capitali? Se San Paolo mette severamente in guardia i Tessalonicesi, ammonendoli con il proverbiale detto «chi non lavora, non mangia», già nella Grecia pagana il grande Socrate considerava il tempo libero da impegni come il bene maggiore. Su questo punto anche Aristotele, solitamente critico verso le idee del saggio portavoce di Platone, si dimostra in accordo con il suo maestro. «Virtù e lavoro», afferma solennemente lo Stagirita, si escludono a vicenda; il lavoro, liquida sdegnoso, è cosa per gli schiavi.
Il lettore che volga lo sguardo al secolo da poco trascorso non fatica a trovare triste conferma di questo sferzante giudizio. Senza pensare alla lugubre insegna che accoglieva i deportati nei campi di concentramento nazisti, cos'è stata la propaganda comunista sovietica, così tenacemente volta alla spasmodica esaltazione del lavoro (si pensi al mito di Stakanov), se non il preciso progetto di ridurre l'uomo libero a ingranaggio della fabbrica totalitaria, per asservirlo e schiavizzarlo?
Immuni al fascino della pigrizia non sono stati neppure i filosofi del Novecento: Hannah Arendt, ad esempio, che trovava spesso ispirazione nei momenti di relax sull'amaca, o Miguel de Unamuno che, tra una riflessione e l'altra sul Sentimento tragico della vita, innalzava lodi all'indolenza, notando come lo sfaccendato sia «uno degli uomini più attivi».
E nonostante l'esortazione dell'apostolo Paolo, non si pensi che gli elogi all'inattività siano esclusi dal messaggio cristiano. Anzi, proprio nel famoso Discorso della Montagna, non è forse Gesù stesso a osservare che, pur senza filare e faticare, i gigli della campagna vantano abiti più eleganti di quelli del glorioso Salomone?
Alla figura dello scioperato sono poi state dedicate affascinanti pagine letterarie. In ambito tedesco, si pensi ad esempio alla Vita di un perdigiorno di Eichendorff o allo Knulp di Hermann Hesse. Ma è forse nell'Oblomov del russo Goncharov che l'apatia viene elevata a stile di vita e «Weltanschauung». Oblomov, un proprietario provinciale di Pietroburgo, trascorre tutto il suo tempo a rivoltarsi nel letto, inconcludente e insensibile, aspettando sonnolento che sia la vita a bussargli alla porta.
Molti intellettuali, infine, seppur più produttivi di Oblomov, in gioventù sono stati ben lontanti dal dedicare impegno ed energia all'attività scolastica. Sia Thomas Mann sia Richard Wagner, così come Hermann Hesse, addirittura non portarono a compimento i loro studi. Se quest'ultimo era solito affermare che la scuola gli aveva causato «molti danni», nondimeno Thomas Mann ricorda di essere stato un alunno «pigro, impenitente e pieno di sarcasmo».
Ma chi, abbandonata la cultura, volesse cercare nella natura il riscatto del lavoro, andrebbe incontro a notevoli sorprese. Dopotutto, si potrebbe opinare, non è forse nel regno animale, in cui domina la lotta per la vita, che vi sono i più edificanti esempi di impegno e operosità? Senza contare che in natura abbondano lumache, tartarughe e cicale, i controesempi sono numerosi. Si pensi agli astuti orsi dell'Alaska, che per cacciare i pesci si piazzano sotto le cascate, aspettando placidamente che la preda cada loro in bocca. Oppure al furbo cucù, talmente lavativo da posare le uova nei nidi degli altri uccelli, risparmiandosi così la fatica di allevare i pargoli affamati. Le uniche a salvarsi paiono essere le api operaie, simbolo per eccellenza di alacre laboriosità. E invece gli scienziati hanno scoperto che un'ape trascorre addirittura il 70 per cento della sua giornata a oziare. Senza contare l'inverno, quando gli unici impegni sono consumare le dispense di miele e conservare calda l'arnia. Forse uno stile di vita da imitare, se si guarda al numero sempre crescente di infarti e malattie da stress dovuti ai troppo frenetici ritmi di lavoro della società contemporanea.
Nella sfilata antologica di intellettuali arruolati da Schneider per difendere la fannulloneria si nota con sorpresa l'assenza di contributi italiani. Ma, come sapeva bene Cesare Pavese, Lavorare stanca, e ulteriori ricerche sarebbero probabilmente costate a Schneider troppa fatica.
in «tempi difficili»
Corriere della Sera 20.2.04
«Quando il vivere si fa incivile, rinasce la poesia»
di GIUSEPPINA MANIN
«A Milano la gente fa la coda per ascoltare la poesia? A Roma, qualche sera fa al Teatro Argentina, per ascoltare la Bibbia letta e chiosata da Gioele Dix, c'era una fila che prendeva tutta la piazza...» assicura Giorgio Albertazzi. Notizie belle, piccoli miracoli.
«Più che sorprendersi, bisognerebbe aprire gli occhi. Rendersi conto anzitutto che non si vive, neanche in Italia, di sola tv. E poi capire che la poesia, l'arte, sono importanti spie sociali. Quando da qualche parte ne riscoppia la passione, vuol dire che lì si sta vivendo un momento particolare. I formalisti russi, così cari ad Arbasino e anche a me, sono nati nella Russia di Sdanov, nei tempi bui dello stalinismo. Nell'ultima guerra, mentre Londra e Berlino venivano massacrate dalle bombe, i teatri erano pieni, la gente voleva sentire Shakespeare e Goethe. I grandi movimenti culturali arrivano sempre durante i regimi, i governi liberticidi. Quando il vivere si fa incivile, la poesia ricompare: a esorcizzare morte e dolore, a indicare che non tutto è perduto».
In molti però sostengono che la poesia è esperienza solo letteraria, che non bisognerebbe mai recitarla.
«Che follia... È vero l'esatto contrario: la poesia non è fatta per essere letta ma per essere detta. È suono, ritmo, musica. La puoi capire solo leggendola ad alta voce. Me lo insegnò mio padre, tanti anni fa. Ero un ragazzino, stavo ancora alle medie, quando un giorno, invece del solito libro d'avventure, lui mi regalò la Divina Commedia. Lo sfogliai, incuriosito di trovarmi davanti, anziché le righe piene della prosa, quelle più corte dei versi. Lui mi guardava, spiava le mie reazioni. A un certo punto mi chiese di leggere quel che avevo sotto gli occhi, di farlo partecipe. Attaccai: "Nel mezzo del cammin di nostra vita...", di colpo quelle parole che mi parevano oscure presero corpo, si animarono. Scoprii che la poesia è parola. Qualche anno dopo, al liceo, scoprii che è anche azione, in greco poiesis è fare, ma anche dire poesia».
Un amore a prima vista.
«Diciamo a seconda. La cotta vera arrivò qualche classe dopo. Con i capelli rossi e gli occhi azzurri di una "prof" di lettere fascinosa come una sirena. Ero innamorato pazzo di lei. Quando mi chiamava a leggere Dante non capivo niente ma non volevo più smettere per stare un po' di più lì, accanto a lei».
Altri incontri per rinsaldare la passione?
«Neruda. Negli anni Settanta abbiamo inciso insieme un disco: "Venti poesie d'amore e una canzone disperata". Lui le diceva in spagnolo, io in italiano. Diventammo amici e andai a trovarlo a Isla Negra, in Cile, dove abitava con una donna bellissima, una sorta di deità latino americana. Sentire i versi di Pablo dalla bocca di Pablo era ipnotizzante: lui li cantava. Poi mi spiegò che quei versi li scriveva pensando di volta in volta a singoli strumenti musicali andini, a fiato o a corda. Ciascuno era modulato su un suono speciale, e quello andava ricreato dal lettore».
Lei conobbe anche Eliot.
«Quando venne a sapere che avevo registrato in italiano i suoi Four Quartets, si entusiasmò. È la lingua che amo di più, mi disse. E dopo aver ascoltato l'incisione: "Mi piacerebbe che qualcosa del genere venisse fatta anche in Gran Bretagna, ma dubito che qui esista un attore come Albertazzi". Naturalmente non è così, l'Inghilterra è la patria dei più grandi interpreti... Ma mi fece ugualmente un gran piacere».
A proposito d'attori, chi a suo parere aveva più affinità con la poesia?
«Ci sapeva fare Gérard Philippe. Insieme tentammo la scommessa dei poeti francesi, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire... Sempre in disco, una facciata lui in francese, l'altra io in italiano. Lui aveva un naturale talento per cogliere i ritmi, a differenza dei suoi colleghi francesi, così spesso afflitti da quell'insopportabile "ron ron", quella cadenza che rende tutto noiosamente uguale. La voce di Gérard, delicata e gentile, scavava dentro il verso, andava dritta alla sua musicalità».
E gli italiani? Come ce la caviamo noi, popolo di poeti, con i «reading»?
«Forse la colpa è di alcune scuole di recitazione, ma i nostri attori non sembrano avere un grande orecchio. Al contrario dei tedeschi o dei russi, trascurano il fatto che il ritmo ha a che fare con la metrica, anche quando è libero. Pochi l'hanno capito: Gassman, che è stato maestro nelle letture degli americani, Ferlinghetti, Corso... Anna Proclemer: il 33° canto del Paradiso lei lo legge in modo ineguagliabile. E naturalmente Carmelo Bene, il più grande di tutti, un vero musicista».
I versi più difficili?
«Quelli leopardiani. Ho studiato le sue poesie per 30 anni, per cercare l'atmosfera giusta ho inciso il disco di notte, a Venezia. Il trabocchetto di Leopardi è che spesso lo si crede un romantico. Non lo è. Lo si crede pessimista. Non lo è. Solo dopo aver ascoltato mille volte "L'infinito" ho capito come dirlo, come un grande inno alla natura».
I versi più moderni?
«Quelli di Dante e di Shakespeare. Perché sanno comunicare con tutti. Shakespeare si faceva intendere dagli analfabeti che affollavano il suo Globe, Dante, se lo sai dire, trascina le folle. L'estate scorsa, una notte di luglio, dalla Torre degli Asinelli di Bologna, ho letto canti dall'Inferno, Purgatorio, Paradiso. Sotto, ad ascoltare, erano in ventimila. Un'esperienza straordinaria. La poesia cantata nelle piazze può diventare davvero qualcosa di collettivo, di massa. Altro che Grandi Fratelli... Raidue pare intenzionata a mandare in onda prossimamente un pezzetto di quell'evento. Ma la tv di oggi è totalmente allergica alla poesia».
Pensa che potrebbe funzionare in video?
«Molti anni fa ci avevo provato. Conducevo un programma, "Pomeridiana", dove arrivavano i maggiori poeti viventi, da Luzi a Zanzotto, da Petrocchi a Gatto. Lo studio era il prato della mia villa di Roma. Lì, sdraiati sull'erba insieme a gruppetti di studenti, li invitavo a leggere ciascuno le proprie poesie, in modo che quei giovani si abituassero, come diceva Saffo, a riconoscere la sonorità del verso. Che poi è la stessa del coro greco, del melodramma. Perché i grandi sentimenti li devi cantare. Ma lo puoi fare solo se sai leggere la partitura».
«Quando il vivere si fa incivile, rinasce la poesia»
di GIUSEPPINA MANIN
«A Milano la gente fa la coda per ascoltare la poesia? A Roma, qualche sera fa al Teatro Argentina, per ascoltare la Bibbia letta e chiosata da Gioele Dix, c'era una fila che prendeva tutta la piazza...» assicura Giorgio Albertazzi. Notizie belle, piccoli miracoli.
«Più che sorprendersi, bisognerebbe aprire gli occhi. Rendersi conto anzitutto che non si vive, neanche in Italia, di sola tv. E poi capire che la poesia, l'arte, sono importanti spie sociali. Quando da qualche parte ne riscoppia la passione, vuol dire che lì si sta vivendo un momento particolare. I formalisti russi, così cari ad Arbasino e anche a me, sono nati nella Russia di Sdanov, nei tempi bui dello stalinismo. Nell'ultima guerra, mentre Londra e Berlino venivano massacrate dalle bombe, i teatri erano pieni, la gente voleva sentire Shakespeare e Goethe. I grandi movimenti culturali arrivano sempre durante i regimi, i governi liberticidi. Quando il vivere si fa incivile, la poesia ricompare: a esorcizzare morte e dolore, a indicare che non tutto è perduto».
In molti però sostengono che la poesia è esperienza solo letteraria, che non bisognerebbe mai recitarla.
«Che follia... È vero l'esatto contrario: la poesia non è fatta per essere letta ma per essere detta. È suono, ritmo, musica. La puoi capire solo leggendola ad alta voce. Me lo insegnò mio padre, tanti anni fa. Ero un ragazzino, stavo ancora alle medie, quando un giorno, invece del solito libro d'avventure, lui mi regalò la Divina Commedia. Lo sfogliai, incuriosito di trovarmi davanti, anziché le righe piene della prosa, quelle più corte dei versi. Lui mi guardava, spiava le mie reazioni. A un certo punto mi chiese di leggere quel che avevo sotto gli occhi, di farlo partecipe. Attaccai: "Nel mezzo del cammin di nostra vita...", di colpo quelle parole che mi parevano oscure presero corpo, si animarono. Scoprii che la poesia è parola. Qualche anno dopo, al liceo, scoprii che è anche azione, in greco poiesis è fare, ma anche dire poesia».
Un amore a prima vista.
«Diciamo a seconda. La cotta vera arrivò qualche classe dopo. Con i capelli rossi e gli occhi azzurri di una "prof" di lettere fascinosa come una sirena. Ero innamorato pazzo di lei. Quando mi chiamava a leggere Dante non capivo niente ma non volevo più smettere per stare un po' di più lì, accanto a lei».
Altri incontri per rinsaldare la passione?
«Neruda. Negli anni Settanta abbiamo inciso insieme un disco: "Venti poesie d'amore e una canzone disperata". Lui le diceva in spagnolo, io in italiano. Diventammo amici e andai a trovarlo a Isla Negra, in Cile, dove abitava con una donna bellissima, una sorta di deità latino americana. Sentire i versi di Pablo dalla bocca di Pablo era ipnotizzante: lui li cantava. Poi mi spiegò che quei versi li scriveva pensando di volta in volta a singoli strumenti musicali andini, a fiato o a corda. Ciascuno era modulato su un suono speciale, e quello andava ricreato dal lettore».
Lei conobbe anche Eliot.
«Quando venne a sapere che avevo registrato in italiano i suoi Four Quartets, si entusiasmò. È la lingua che amo di più, mi disse. E dopo aver ascoltato l'incisione: "Mi piacerebbe che qualcosa del genere venisse fatta anche in Gran Bretagna, ma dubito che qui esista un attore come Albertazzi". Naturalmente non è così, l'Inghilterra è la patria dei più grandi interpreti... Ma mi fece ugualmente un gran piacere».
A proposito d'attori, chi a suo parere aveva più affinità con la poesia?
«Ci sapeva fare Gérard Philippe. Insieme tentammo la scommessa dei poeti francesi, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire... Sempre in disco, una facciata lui in francese, l'altra io in italiano. Lui aveva un naturale talento per cogliere i ritmi, a differenza dei suoi colleghi francesi, così spesso afflitti da quell'insopportabile "ron ron", quella cadenza che rende tutto noiosamente uguale. La voce di Gérard, delicata e gentile, scavava dentro il verso, andava dritta alla sua musicalità».
E gli italiani? Come ce la caviamo noi, popolo di poeti, con i «reading»?
«Forse la colpa è di alcune scuole di recitazione, ma i nostri attori non sembrano avere un grande orecchio. Al contrario dei tedeschi o dei russi, trascurano il fatto che il ritmo ha a che fare con la metrica, anche quando è libero. Pochi l'hanno capito: Gassman, che è stato maestro nelle letture degli americani, Ferlinghetti, Corso... Anna Proclemer: il 33° canto del Paradiso lei lo legge in modo ineguagliabile. E naturalmente Carmelo Bene, il più grande di tutti, un vero musicista».
I versi più difficili?
«Quelli leopardiani. Ho studiato le sue poesie per 30 anni, per cercare l'atmosfera giusta ho inciso il disco di notte, a Venezia. Il trabocchetto di Leopardi è che spesso lo si crede un romantico. Non lo è. Lo si crede pessimista. Non lo è. Solo dopo aver ascoltato mille volte "L'infinito" ho capito come dirlo, come un grande inno alla natura».
I versi più moderni?
«Quelli di Dante e di Shakespeare. Perché sanno comunicare con tutti. Shakespeare si faceva intendere dagli analfabeti che affollavano il suo Globe, Dante, se lo sai dire, trascina le folle. L'estate scorsa, una notte di luglio, dalla Torre degli Asinelli di Bologna, ho letto canti dall'Inferno, Purgatorio, Paradiso. Sotto, ad ascoltare, erano in ventimila. Un'esperienza straordinaria. La poesia cantata nelle piazze può diventare davvero qualcosa di collettivo, di massa. Altro che Grandi Fratelli... Raidue pare intenzionata a mandare in onda prossimamente un pezzetto di quell'evento. Ma la tv di oggi è totalmente allergica alla poesia».
Pensa che potrebbe funzionare in video?
«Molti anni fa ci avevo provato. Conducevo un programma, "Pomeridiana", dove arrivavano i maggiori poeti viventi, da Luzi a Zanzotto, da Petrocchi a Gatto. Lo studio era il prato della mia villa di Roma. Lì, sdraiati sull'erba insieme a gruppetti di studenti, li invitavo a leggere ciascuno le proprie poesie, in modo che quei giovani si abituassero, come diceva Saffo, a riconoscere la sonorità del verso. Che poi è la stessa del coro greco, del melodramma. Perché i grandi sentimenti li devi cantare. Ma lo puoi fare solo se sai leggere la partitura».
complicità tra stregoni vecchi e vecchissimi
Repubblica 20.2.04
Vaticano: con l'aiuto degli esperti
"Prevenire i crimini dei preti pedofili"
CITTÀ DEL VATICANO - Prevenire i crimini dei preti pedofili con una maggiore collaborazione tra Chiesa e esperti in sessuologia, psicologi, andrologi e psichiatri. Lo chiede un documento della Pontificia accademia per la vita, la cui sintesi ieri è stata anticipata dal «Catholic news service» dei vescovi americani. Si tratta di un rapporto di 220 pagine che raccoglie gli atti del convegno di esperti tenuto lo scorso aprile in Vaticano per affrontare il problema dei preti pedofili che aveva travolto la Chiesa degli Stati Uniti
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