giovedì 25 settembre 2003

gli italiani e il sesso

La Stampa 25 Settembre 2003

UNA RICERCA CONDOTTA DALLA SOCIETÀ ITALIANA DI MEDICINA GENERALE
Gli italiani e il sesso? Un disastro
Un uomo e una donna su due sono insoddisfatti

di Daniela Daniele


ROMA
Dopo gli andrologi, gli psicologi e i sessuologi, tocca ai medici di famiglia curiosare tra le lenzuola degli italiani. Ecco, quindi, lo sgradito dossier a tinte fosche: il 53,7 per cento dei maschi e il 58,8 per cento delle femmine lasciano il letto insoddisfatti. E non per colpa del materasso.
Lo svela una ricerca condotta dalla Società italiana di medicina generale (Simg) sulla base di seicento questionari distribuiti negli ambulatori sul territorio e compilati dai pazienti in forma anonima. Uno studio già pubblicato sul British Medical Journal.
Illustrati nel corso di una conferenza stampa di presentazione del primo Congresso nazionale sulla sessualità in medicina generale, «Il desiderio e le parole», che si aprirà a Palermo venerdì prossimo, i risultati dell’indagine danno un brutto colpo al tanto decantato eros latino.
Per quanto riguarda gli uomini, il problema più serio è quello di sempre: l'erezione. Il 35,9% dei 270 maschi intervistati ha ammesso che, sia per l’ansia da prestazione o per altre insidie psicologiche, ha difficoltà a mantenere eretto l'organo sessuale. Il 35,4% ha lamentato problemi già nella fase iniziale del rapporto; il 32,3% fatica a raggiungere l'orgasmo e il 29,3% getta la spugna al momento della penetrazione.
Pochi motivi di spensieratezza anche nelle risposte al femminile: il 46,6% ha ammesso di non riuscire a portare a termine il rapporto, il 30,1% ammette di avere problemi di orgasmo e il 26,9% di lubrificazione inadeguata del proprio organo sessuale.
E dopo il “come”, passiamo al “quante volte”. Anche su questo aspetto della faccenda tira una brutta aria: il 7% degli uomini e il 15% delle donne hanno dichiarato di non avere avuto rapporti sessuali nell'ultimo mese.
Forse, ci si dice speranzosi, si tratta di ultrasettantenni (che pure hanno una loro, spesso soddisfacente, vita sessuale). Il dato più allarmante, invece, come spiega Raffaella Michieli, responsabile area Salute della Simg, «è rappresentato dal fatto che si parla di problemi lamentati da un campione di maschi e femmine in maggioranza giovane (il 32,1% ha dai 20 ai 39 anni e il 21,9% tra i 40 e i 49 anni), in buone condizioni di salute generale e che nell'ultimo mese ha avuto un desiderio o uno stimolo sessuale. Solo che poi, al momento dei fatti, le cose sono andate diversamente».
E se abbiamo l’impressione che il letargo del sesso negli italiani sia un po’ troppo prolungato, non consolano certo le parole della professoressa Chiara Simonelli, psicosessuologa della Sapienza di Roma, che ritiene le cifre di cui sopra addirittura sottostimate. «Un altro elemento su cui occorre soffermarsi con attenzione - aggiunge - è rappresentato dall'elevata percentuale di persone che dichiara di astenersi dal rapporto sessuale. L’interpretazione, in questo caso, può essere duplice. Da una parte, abbiamo le donne che fanno una rinuncia consapevole e sono in particolare quelle single tra i 30 e i 40 anni, alla ricerca di rapporti significativi e non solo dunque di sesso fine a se stesso; dall'altra, le coppie stabili nelle quali l'uomo sospende l'attività sessuale in casa perchè ha altre relazioni al di fuori della famiglia. E anche in questo caso è ancora la donna a essere tagliata fuori dalla sessualità».
Sonno dei sensi, ma a quale prezzo? Gli esperti della Simg dicono che una situazione sessuale mortificata può scatenare ipocondria, nervosismo, tensione e somatizzazioni di ogni genere. Consigliano, dunque, di parlarne dapprima con il medico di famiglia che può evitare al proprio assistito di ricorrere a figure non competenti per risolvere il suo problema.
Su questa base prende forma il convegno di Palermo «voluto - conclude Raffaella Michieli - per affrontare e discutere queste problematiche proprio partendo dall'ambulatorio del medico di famiglia e dalla sua conoscenza dell’assistito e dell’ambiente in cui vive».

Giancarlo Santalmassi e Adriano Ossicini, su «Buongiorno, notte»

(segnalato da Licia Pastore e da Lucia Ianniello, che segnala anche un articolo apparso su Il Giornale di oggi, dal titolo: "L'effetto Bellocchio sulle librerie: tornano Braghetti, Faranda & c." che non sono riuscito a trovare in rete)

Il Riformista 25 Settembre 2003

SVOLTE. L'ULTIMO ATTO DI RESISTENZA AL DOMINIO DELLE REAZIONI EMOTIVE
Buongiorno, notte: come eravamo al Tg2
Perché Bellocchio nel suo film ci ha preferito al Tg1: l’età del’innocenza tv finì allora, non a Vermicino

di Giancarlo Santalmassi


Del contenuto di Buongiorno, notte sì è discusso molto, ma sarebbe giusto parlare anche del linguaggio usato dal regista. Oltre a quello cinematografico c'è anche quello documentario, teatrale e televisivo. Del repertorio cinematografico e documentario ci sono I tre canti di Lenin di Dziga Vertov; Paisà di Roberto Rossellini; I 600 giorni di Salò di Nicola Caracciolo: servono per esprimere l'opinione dell'autore sulla formazione ideologica dei terroristi e sulla loro confusione culturale.
La finzione «teatrale» è così spuria rispetto al contesto da sembrare girata a parte: Paolo VI che butta per aria la lettera con i consigli che gli vengono dai palazzi della politica; e poi la seduta spiritica, in cui lo stesso regista si include tra gli spettatori. Sequenze in cui Bellocchio sembra esprime un suo giudizio tra il rabbioso e lo scettico sulla possibilità di ottenere la liberazione del prigioniero, o di scoprire il suo carcere.
Infine c'è il linguaggio della Tv. Per Bellocchio (Repubblica 15 settembre), «È un personaggio molto rilevante, una presenza costante nel covo, che ha la funzione di mescolare la realtà storica con la finzione cinematografica. Una Tv che restituisce forte la realtà». Ed è della Tv che vorrei parlare perché nel '78 c'ero e sono anche oggi nel film, visto che Bellocchio ha scelto proprio l'edizione straordinaria del Tg2 da me condotta per introdurre questo «personaggio» che i brigatisti guardano con la stessa ansia con cui scrutano gli elicotteri in volo su Roma alla ricerca di tracce dello statista democristiano. Sono immagini che ci restituiscono una televisione fortemente diversa, nella quale sono bene in evidenza le tracce della crisi della Rai di oggi.
Dunque, perché il Tg2 e non il Tg1? La risposta è nell'analisi dei Tg Rai di quel giorno (ma anche di Tv private, di Gr pubblici e privati e di quotidiani di opinione e di partito) condotta da un gruppo di ricerca dell'Università di Roma coordinato dal prof. Mario Morcellini e uscita col titolo «Il ruolo dell'informazione in una situazione di emergenza: 16 marzo 1978». Lo dice con chiarezza a pagina 176 e dintorni: «L'edizione straordinaria del Tg1 appare contraddistinta dalla costante preoccupazione di assicurare largo spazio alle valutazioni e commenti dei membri ufficiali del sistema politico. Il modo in cui viene assolto il compito di comunicare l'eccezionale gravità dell'accaduto è costituito dal privilegio costantemente accordato ai richiami emotivi, dall'uso di registri congestionati, di elevate ridondanze e insistenza su elementi di dettaglio che contribuiscono a conferire all'informazione teletrasmessa dal Tg1 una forte connotazione drammatica, determinata anche dalle continue interruzioni dalla regia, dall'intervento improvviso di altri redattori, cui si accompagna l'assenza di indicazioni sulle reazioni popolari, col pericolo di rinchiudere il telespettatore in una prospettiva meramente individuale. Nel Tg2 sembra prevalere l'esigenza di facilitare negli utenti – accanto ad una comprensione razionale dell'accaduto, delle possibili cause che l'hanno determinato e delle sue conseguenze politiche – il dominio delle loro reazioni emotive. Così può forse interpretarsi l'ordine e la compostezza dello studio centrale interamente gestito da un unico conduttore cui va aggiunta l'importanza accordata sin dai primi momenti alle reazioni popolari nel palese tentativo di convogliare le energie individuali e le tensioni emotive verso forme di impegno e di mobilitazione nella straordinaria anche un importante collegamento col processo alle Br in corso a Torino, sulla consapevolezza del sequestro di Moro tra i brigatisti in carcere e l'impatto su una città già colpita dagli assassinii di Casalegno, Berardi, Coco, Croce e un collegamento con Montecitorio con Emmanuele Rocco, autore di una nota che può forse essere interpretata come l'unico vero momento di esplicita riflessione sulle generali conseguenze del fatto».
Una diagnosi impietosa. Si discute ancora se oggi sia «servizio pubblico» la tv dell'emozione, dell'enfasi, della lacrima e del dolore. Dopo la riforma del '75 i giornalisti del vecchio telegiornale unico di area cattolico-democristiana optarono in maggioranza per il Tg1. Gli altri, quelli dei settimanali come Tv7 o di «AZ-un fatto come e perché» (qui si era formata la mia esperienza), di area laica, socialista e comunista, scelsero il Tg2. Andrea Barbato, Aldo Falivena, Ennio Mastrostefano, Italo Moretti, Piero Angela, Brando Giordani, Sergio Zavoli erano le armi per combattere la concorrenza fortissima nata mediaticamente nel 1975 tra la destra e la sinistra di allora. Convivenza tra riformisti e massimalisti che si incrinò inesorabilmente nel '78, proprio sulla linea della fermezza sul caso Moro.
C'è un altro brano della Tv di allora usata da Bellocchio in modo assai sofisticato, e che vale una annotazione: la voce di Tina Anselmi (fuori campo: nel film il televisore è nella stanza accanto) che parla dei malati di mente (pazzi, nel politically uncorrect dell'epoca) messi in libertà dalla legge Basaglia. Un problema che una sinistra riformista oggi dovrebbe meditare. Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio ucciso dalla stessa Chiara-Braghetti due anni dopo l'assassinio di Moro, è stato l'unico a coglierne il valore, anche politico, di quella citazione. «Bellocchio aveva conquistato la mia antipatia da quando a 21 anni avevo visto il suo film Matti da slegare. A me il suo matto che usciva dal manicomio convinto che preti e padroni (non la propria malattia mentale) fossero la vera causa di tutti i guai, suoi e del mondo, sembrava più matto e pericoloso di prima. Ma allora dirlo non era molto di moda. Se nonostante queste premesse il film è riuscito a conquistarmi vuol dire che identici ingredienti – musiche, locomotive, falci e martelli, facce dei carnefici e formidabile umanità di Moro – parlano in modi diversi a diversi spettatori.
PS. Non è vero che la Tv perse l'innocenza nel 1981 con l'insensata cronaca da Vermicino del fallito salvataggio di Alfredino Rampi. L'innocenza dell'intero sistema dei media italiano andò perduta tre anni prima, col caso Moro. Gli assassini, i loro complici materiali e morali, aiutati dalla debolezza della Prima Repubblica, tentarono di usarla, di influenzarla, di ricattarla. Allora – semmai qualcuno ancora ci credesse – cessò la presunzione di neutralità dell'informazione. Vermicino aprì un'altro interrogativo: se la società dell'informazione sia anche la società della conoscenza.

www.clorofilla.it 35.9.03

Rassegna Stampa. Europa. Il film di Bellocchio sulla prigionia di Moro: il giudizio artistico prevale su quelllo storico e politico
"Buongiorno, Notte", Ossicini: «E' solo poesia»
di Adriano Ossicini


Era abbastanza comprensibile che un film che affrontava sul piano narrativo il periodo della "prigionia" di Aldo Moro oltre tutto partendo, in qualche modo - come ha dichiarato Bellocchio - anche dalle riflessioni di una "brigatista" addetta fra l´altro alla "custodia" del prigioniero, avrebbe suscitato oltre che un notevole interesse ovviamente anche delle polemiche ed era facile prevedere che queste avrebbero travalicato quello che deve essere un giudizio su un´opera cinematografica, che è quello artistico. A mio avviso questo è avvenuto in modo non solo particolarmente ampio, ma con giudizi e affermazioni che credo richiedano una riflessione.
Questa riflessione la faccio tenendo conto che, proprio per il ruolo che io ho avuto in quel momento drammatico, sia come amico di infanzia di Aldo Moro, sia perché politicamente impegnato come parlamentare in quel dibattito e in quelle decisioni politiche, capisco che quei drammatici avvenimenti, comunque riproposti, spingano inevitabilmente a dare giudizi storici e politici.
Però, nonostante la mia partecipazione emotiva, anzi proprio per questa, credo che sia giusto ribadire l´importanza che il giudizio sul film sia quello sul livello poetico di un´opera narrativa.
Non c´è dubbio che Bellocchio abbia voluto dare, anche nella sua interpretazione del testo che aveva preso come spunto, dei suoi giudizi storici o politici. Era inevitabile; ma questi non vanno, secondo me, analizzati come elemento di valutazione dell´opera poetica dato che, come io credo, in questo film sul piano narrativo questo aspetto poetico ci sia.
In fondo, molti personaggi storici sono stati variamente interpretati molto al di là o al di fuori di una stretta analisi storico-politica, sulla base di aspetti che in qualche modo si ritenevano indispensabili per una narrazione quale quella che è rappresentata da un´opera che contiene nelle sue immagini possibilità di messaggi suggestivi come quelli di un film.
Bellocchio ha ritenuto molto più spesso sentimenti che fatti; ha centrato il suo discorso su rapporti psicologici in una dinamica di gruppo molto limitata, spesso addirittura chiusa in uno spazio brevissimo, come quello drammatico della prigione di Moro. A mio avviso questa narrazione ha mantenuto uno indubbio valore, ci ha partecipato emozioni non trascurabili ci ha posto di fronte a soluzioni immaginative suggestive.
Il giudizio estetico è complesso ed io non sono tra coloro che vogliono entrare nella polemica sul fatto che il film di Bellocchio meritasse o no il massimo premio a Venezia. Mi pare soltanto sbagliato sfuggire, almeno in parte, da una valutazione del percorso narrativo di questo film con richieste o polemiche sul piano storico e politico.
Oltretutto la vicenda del rapimento e dell´uccisione di Moro è così complessa che ancora non è possibile dare in modo serio e definitivo né un giudizio storico né un giudizio politico.
Certo si sente in qualche modo la polemica di Bellocchio contro il partito della non trattativa. Ma anche la divisione tra chi da principio dichiarò che comunque non si doveva trattare e chi dichiarò che si doveva trattare non è poi così schematica come spesso la si vuole rappresentare.
Io per esempio, firmai un documento assieme ad altre personalità che solo Lotta Continua pubblicò, nel quale si dichiarava non giusto negare ogni possibilità di trattativa, a priori.
Questo non toglie che nel convulso succedersi degli avvenimenti non mi sia poi reso conto della problematicità, della difficoltà e per molti aspetti della impossibilità, di una seria trattativa.
Una breve notazione infine.
Se anche non si è ritenuto, a Venezia, premiare un film, comunque, di notevole spessore con il massimo riconoscimento, penso che almeno si poteva emblematicamente premiare la straordinaria recitazione del protagonista Roberto Herlitzka, che a mio avviso rappresenta uno dei momenti più alti del film stesso.

metafisica

La Repubblica 25.9.03

LA METAFISICA
Fin dal primo quadro "La torre rossa" si intuisce l´alto profilo di questa mostra che ricostruisce il percorso dell´avanguardia
ROMA - I CAPOLAVORI CHE HANNO CAMBIATO LA STORIA IN MOSTRA

di FABRIZIO D´AMICO


Fin dal primo quadro della sala d'avvio, che s'intravede già di lontano, al termine della scalinata d'ingresso, s'intuisce l'alto profilo di questa mostra, Metafisica, aperta dal prossimo sabato alle Scuderie del Quirinale: è La torre rossa di Giorgio De Chirico, esposto al Salon d´Automne del 1913 in una delle primissime mostre cui il pittore, che s'era stabilito nell´estate dell´11 a Parigi, partecipava. Fu quello, anche, il primo quadro che De Chirico vendette («a un uomo anziano che si chiamava Olivier Senn», ricorderà più tardi, con intatta gratitudine): una tela non grandissima (un metro di base), misteriosamente capace però d´allargare sulla parete l'eco d'una propria strana spazialità, immensa e silenziosa, costruita attorno a quel luogo vuoto che, unicamente, la pittura narra. Lente, lunghe ombre traversano l'opera: nelle quali pare alitare l'aria ancora accaldata dal sole calante; quinte altissime la cingono, stringendola d´assedio, sino all'orizzonte basso e lontano: mentre in mezzo ad esse s'apre uno spazio deserto, non calpestabile - diresti - da alcuna umana presenza. Già allora, dirà De Chirico, «avevo cominciato a dipingere soggetti ove cercavo di esprimere quel forte e misterioso sentimento che avevo scoperto nei libri di Nietzsche: la malinconia delle belle giornate d´autunno, di pomeriggio, nelle città italiane».
Proprio accanto, proveniente dal Museum of Modern Art di New York, sta oggi un altro grande dipinto di quell´anno ancora aurorale e già magico: Il viaggio inquietante, ove frammezzo alla prospettiva ipertrofica, malata e ossessiva delle arcate svettanti e cieche (quasi la versione "italiana" delle cigolanti, gotiche arcate che avevano poco prima assillato lo spazio egualmente ansioso delle Saint-Séverin di Robert Delaunay, certamente conosciute da De Chirico) s'apre, a sinistra, un pertugio. In esso, dal fondo, oltre un muro, s'avanza sbuffando una locomotiva: segno, poi ritrovato in tanti dipinti, della sua natura d´Odisseo, d'una vita sua condotta vagando, senza radici («quel destino» - dirà - «che finora mi ha costretto di andare sempre di gente in gente...»).
Solo un Max Ernst e un René Magritte affiancano i due De Chirico nella prima sala. Di Ernst la Pietà ou la Révolution la Nuit, del 1923; di Magritte La vie secrète, del '28. Nel primo un uomo in bombetta, inginocchiato come per un´offerta, consustanziale diresti al muro che ha alle spalle, regge in braccio un bambino troppo cresciuto, in via di trasformarsi in statua (o di farsi, da statua che era, bambino?: ripetendo un´ambiguità sondata da De Chirico in molti autoritratti dei primi anni Venti); sullo sfondo, graffito sul muro, un ritratto d´Apollinaire, ferito all'occhio in guerra e bendato. Nel secondo, una sfera sta immobile, sospesa nella camera senz´aria, segnata solo, a terra, dalle assi prospettiche dell´impiantito. Provengono, rispettivamente, dalla Tate di Londra e dalla Kunsthaus di Zurigo: così che fin dall´inizio la mostra si svela per quel che è: una mostra di capolavori, provenienti dai più prestigiosi, e gelosi, musei mondiali; e per quel che vuole dimostrare: l'eco profondissima che la pittura degli anni Dieci di De Chirico seppe suscitare in tanta parte dell´arte europea nei successivi decenni (e, infine, sull´avvio della stessa vicenda contemporanea d´oltreoceano).
Ester Coen, che l´ha assai ben scelta e ordinata (curando anche il catalogo Electa), dedicandola alla memoria di Giuliano Briganti - assieme al quale aveva lavorato alla memorabile esposizione sulla metafisica allestita a Palazzo Grassi nel '79 - ha inteso qui, oltre che riproporre ad un'ulteriore generazione l'indagine su un tempo cruciale dell'arte italiana, sottolineare proprio quest'aspetto della vastissima eredità che la pittura dechirichiana lasciò agli amici surrealisti - ben presto trasformatisi, è ben noto, in acerrimi detrattori. Una falange di talenti che se, di fronte al De Chirico tutto mutato degli anni Venti, credettero di poterne denunciare l´involuzione (certo con ciò cogliendo anche occasione per rinnegare, almeno a parole, una lezione avvertita ormai come troppo ingombrante), non smisero però di guardarlo, od anche - come, ad esempio, il caso del dipinto più sopra citato di Ernst clamorosamente dimostra - di ripeterne testualmente modi, temi, forme.
L'assunto della mostra, limpido e peraltro tutt'altro che sconosciuto agli studi, è, nel progresso delle sale, dimostrato con evidenza, e con pregnanza ed esattezza di riferimenti. Non per caso, se non erro, solo una sala (ove s'adunano fra l´altro molti quadri, non grandi, del periodo ferrarese, dal '15 al '18, quando De Chirico, "esule" adesso da Parigi, con l'Italia in guerra e gli amici lontani, comincia a sentire il fascino suadente di una «memoria» di sé, del proprio passato, delle proprie ogni volta recise radici; una memoria alternativamente venata di malinconia o d´orgoglio, e d'ora in avanti in lui sovente ritornante e sempre feconda) si sottrae al gioco dei confronti, ed è dedicata esclusivamente a De Chirico. Ed una sola, l'ultima, è orfana di suoi dipinti: là dove Femme cuillère di Giacometti e soprattutto Light in August di de Kooning spostano il riferimento ad una possibile matrice dechirichiana su un altro terreno (giustamente, peraltro, la Coen sottolinea come la diaspora a New York dei surrealisti, e delle loro collezioni ricche di dipinti di De Chirico, nei secondi anni Trenta abbia contribuito a disseminare anche lì il seme di quella pittura, ingenerando nei suoi confronti un´attenzione diffusa, e in ultimo confermata dal saggio monografico di Soby del '41).
"Metafisica" fu anche la pittura di Carrà - quando uscì da futurismo e primitivismo, e a Ferrara appunto incontrò De Chirico. E alcune delle sue opere più famose sono qui presenti, a dimostrare come la prima complicità con la pittura dechirichiana si dette proprio in Italia: dalla Composizione TA, datata 1916 ma più volte ripresa più tardi, a L'ovale delle apparizioni, da La camera incantata - forse l´opera sua più prossima De Chirico - sino al Figlio del costruttore, in cui Carrà già si protende verso il tempo che verrà. Ancora, fu "metafisico", per brevi mesi ma straordinariamente, Morandi: che fece, fra '18 e '19, un piccolo numero di capolavori in quella chiave stilistica, gran parte dei quali è oggi in mostra: dalla Natura morta con la sfera, già collezione Jucker, a quella della Galleria Nazionale di Roma, a quella col manichino e la strana fiammella al centro, proveniente dall´Ermitage di Leningrado, che fece pensare Arcangeli ad un gioco, quasi, dadaista. Altre cose, di Morandi, son poi da dirsi in uscita da quel suo tempo breve, e già nel clima di "Valori Plastici" - dal quale d'altronde, sotto l'ala di Mario Broglio, sia De Chirico che Carrà traevano impulsi per un fascinoso "ritorno" ad una tradizione che si voleva immaginare "classica". Così il manichino si unisce al pane, e alla bottiglia ben tornita, nelle due nature morte milanesi, e scompare del tutto dall´ultima, con la frutta, il panno e i pani, del '19. Così che quando proprio De Chirico ne presenterà l´opera alla «Fiorentina Primaverile» del '22, scrivendo che «egli partecipa in tal modo del grande lirismo creato dall´ultima profonda arte europea: "la metafisica degli oggetti più comuni"», in realtà Morandi è già ben oltre quel linguaggio, avviato in solitudine alla sua più alta stagione.

La Stampa 25 Settembre 2003

A ROMA SI INAUGURA DOMANI LA GRANDE MOSTRA SU DE CHIRICO & C., MENTRE A MERANO SI METTONO IN VETRINA GLI «EREDI»
METAFISICA
La banda dei teppisti

di Marco Vallora


GIORGIO De Chirico, inesausto auto-biografo di sé, e non soltanto per via di pittura, annunziandosi come nuovo Vaticinatore salvifico e demonizzando il mondo d'avanguardia, annotava: «Viviamo in un'epoca che non riesce mai a darci quel brivido gelido, quella gioia solitaria e profonda della rivelazione; della composizione concepita come tale, strana, insensata, in cui vediamo tutto un mondo che nessuno conosce, di cui siamo forse i soli abitanti». Difficile riproporre oggi lo choc innocente e sbigottito dello sguardo, che quelle tele-sortilegio provocarono nei primi argonauti, che si imbatterono in quei paesaggi stupefatti e deserti, ove il silente fil di ferro d'un treno passa, cucendo l'orizzonte assopito. Incontri «fatali», che per esempio cambiarono anche la vita d'un Magritte, che di fronte al Chant d'amour 1914 di De Chirico ammise: «È la prima volta che ho visto il pensiero». Ecco: «vedere il pensiero» è comunque l'immediata e conturbante sensazione, che si prova entrando alla mostra «Metafisica», immaginata - come un sogno battagliero - da Ester Coen e benissimo impaginata da Daniela Ferretti, con grandi respiri ossigenati di opere pausate, sino all'impietrito torso della Femme qui marche di Giacometti, e poi, salendo all'empireo della parte più analitica, alla sua totemica Femme-cuillière. Due punti di fuga di questo enigma, che si chiama «Metafisica». Ma entrando, l'impatto con la dechirichiana Tour Rouge (di rara visione) e il già littorio Voyage émouvant, è illuminante: una lezione di storia del pensiero. Mura mattonate, superfici-ostacolo, silenzi allarmanti, arcate bislunghe che scalano e affollano il cielo, come portatili torri di Babele, il fischio afono del treno, che ci viene addosso, quasi il primo film terrorizzante dei Fratelli Meliès, e che poi si solidifica in una cotonina da presepe industriale. Mentre la dongiovannesca statua del Commendatore, che pare entrare in scena per un «attacco» sbagliato, annuncia una pièce pirandelliana, che non avrà mai luogo.
Sospensione caramellata del mondo e rivelazione straniata d'un universo, frequentato soltanto dal «gelido urlo degli dei che muoiono». Ma anche noi visitatori, se la folla «non preme ai nostri polpacci» (lo diceva il perfido Dioscuro) possiamo vivere la curiosa sensazione d'essere i primi, gli unici «abitatori» privilegiati, di quelle disertate pianure urbane. Se ci si guarda alle spalle (dov'è puntato il proiettile sospeso della magica Vie Secrète di Magritte, che come lo Zarathustra di Nietzsche, tanto amato da De Chirico, potrebbe tendere un filo da saltimbanco tra Odilon Redon e il giovane Marco Tirelli) ed ancor più, se ci si lascia distrarre dall'affiche parodica della Pietà di Max Ernst (che «prende in braccio» la spoglia della pittura picassiana di quegli anni, in una sorta di Delvaux alla Max Linder) non solo il senso della mostra si va chiarendo. Ma risulta molto evidente quello che De Chirico predicava. «Il quadro profondo mancherà di tutta quella gesticolazione, di quell'idealismo che attira gli sguardi della folla e fa spiccare il nome di un artista. Ogni faccia spasmodica, ogni movimento forzato sarà messo da parte».
Anti-futurista per costituzione viscerale, egli dipinge un mondo apparente disertato della figure, vuoto d'ogni «crosta troppo umana». In cui anche le sensazioni e la Stimmung romantica, si fanno cose: dure come i carciofi, che nella sua pittura hanno la pelle esplosiva, armata, d'uno shrapnell cascato dall'Olimpo. Al limite due incongrue figurette ventose, tipo Visitazione di Sant'Elisabetta, sovrastate dall'architettura dominante a sottolineare ancora di più l'insensatezza logica della scena. Immobile come una decalcomania filosofica. «In tal modo l'opera si avvicinerà al sogno ed anche alla mentalità infantile». Ma non certo nel senso surrealista del sogno, dell'inconscio. Il «greco» De Chirico, abituato a dialogare con Edipo e la Sfinge - quasi fossero dei commilitoni imboscati - disprezza il frullato edulcorato della psicanalisi freudiana, così «sorella al pettegolezzo». Ed entrerà presto in conflitto con il «poliziotto dei sogni» André Breton. Cocteau, che è molto più perspicace, capisce subito, col suo Mistero Laico, che De Chirico è l'unico, vero anti-Picasso (che infatti fa incetta dei disegni dell'italiano). Picasso, come i cubisti, o i futuristi, vogliono riprodurre (analizzare, capire meglio) la realtà: sono ancora dei vegliardi mimetici. Per la banda dei metafisici, teppisti schopenaueriani, invece, è necessario intraprendere un nuovo, radicale viaggio nell'al di là, scavalcando le simboliche mura di mattoni, che ci nascondono alla vista le verità abissali, plurali, terribili. «Qualcosa di terribilmente superficiale, come un sorriso di bambino che non sa perché sorride. E più che mai sentii allora che tutto ciò era lì fatalmente e senza ragione e non conteneva alcun senso». La rivelazione quasi estatica, che il convalescente, nicciano, De Chirico, vive in Santa Croce, è esattamente il contrario del déjà vu surrealista: non ritrova qualcosa di già esperito nell'inconscio, ma crea delle maschere nuove, che da un lato suggeriscono l'enigma, dall'altra s'impediscono di risolverlo. «Vivere nel mondo - scrive - come in un immenso museo di stranezze, pieno di giocattoli curiosi, che cambiano d'aspetto, che a volte come bambini piccoli rompiamo per vedere come sono fatti dentro -accorgendoci delusi che sono vuoti».
Sono i giocattoli mentali che anche Savinio incomincerà a baloccare miticamente, intasando le sue tele come di nuvole casalinghe: coloratissime maschere del vuoto. Non certo le maschere primitive, africane, che seducono Picasso e Apollinaire: perché il «primitivismo» dei due fratelli è quello del Museo letterario. Ulissi, Polifemi, eroi ariosteschi. E se quegli eroi si stanno murando in scolpiti manichini, facciamo attenzione a quelli coevi di Carrà. Questi sono manichini bonari, sartoriali, non certo biblico-omerici. E stanno scongelandosi, tramutandosi in educati rampolli di casa: come il Figlio dell'Ingegnere, che finalmente ripulito, poco a poco rivela prodigi di gialli fumiganti, esotici scarpini di seta e caldi segreti di casa. Rivelatore invece il confronto tra il purismo arcaico di Brancusi e l'essenzialità acrobatica di Morandi, che ha matrice tutta diversa, addirittura pescando in Chardin. Morandi scarnifica, liofilizza il reale, che però resiste e che lui agghinda in anticipo, come un teatrino, per poi tradurlo in pennellate. Canta l'immagine platonica, iperurania del mondo. Non ha cuore nemmemo di firmare i suoi oggetti anonimi, ammaestrati come cagnini. Solo una data sospesa, 1918, che diventa una fibbia dell'aria, un cediglia sussurrata, un ulteriore fregio metafisico. Che però non cancella la realtà preesistente. Guardiamo invece la Casa del Poeta di De Chirico. Le sue squadre, i suoi righelli, i suoi cavalletti di gruviera, salgono al cielo azzuffandosi con i vecchi affreschi tiepoleschi di casa Govoni. Morandi purifica, Max Ernst duplica il mondo col suo frottage, mentre i De Chirico raccontano favole mai udite. Non badano al Nuovo del Progresso d'Avanguardia. Allevano la melanconia come una sorella divina. E scoprono con Stendhal che «il silenzio è la melanconia di una felicità inedita».

Le Monde des Religion

IL QUOTIDIANO FRANCESE PUBBLICA UN BIMESTRALE
le religioni di "Le Monde"
di MARCO POLITI


Un fiore d´intelligenza e di cultura lanciato nell´area del laicismo puro e duro. Le Monde des Religion, la prima rivista religiosa che un grande quotidiano europeo abbia osato portare sul mercato, è da pochi giorni in edicola e marcia verso l´obiettivo dei quaranta-cinquantamila abbonamenti. Sotto la guida di Jean-Claude Petit, per lunghi anni direttore della celebre Vie Catholique, di Jean-Paul Guetny e del responsabile dell´informazione religiosa di Le Monde, Henri Tincq, autore di libri di successo come Dio in Francia, morte e resurrezione del cattolicesimo e La sfida del Papa del terzo millennio, la rivista bimestrale rompe con la tradizione che vuole che di preti e religioni si occupino solo pubblicazioni confessionali. «Proprio chi coltiva i valori umanisti - sottolinea Tincq - non può ignorare quanto il fatto religioso giochi nella società contemporanea».
Ottanta pagine, veste tipografica ariosa, scadenza bimestrale, Le Monde des Religions nasce dall´impulso che Regis Debray ha dato in Francia al dibattito su laicità e religione. L'ignoranza della religione come fenomeno sociale, culturale e storico - va predicando da qualche anno l'intellettuale che trent'anni fa si batteva per il gauchismo rivoluzionario - è un handicap per la formazione dei giovani d'oggi e, ancor di più, rappresenta un ostacolo per capire e muoversi nel mondo contemporaneo. Debray ha già fondato a Parigi a tempo di record un Istituto europeo di Studi della religione. L'iniziativa editoriale di Le Monde viene dunque incontro ad un nuovo bisogno dell´intellighenzia francese. Ma al tempo stesso è uno stimolo per tutto il circuito dei mass media europei. Ricco, stimolante, preciso - si va dalle piccole notizie gustose come lo scandalo del pastore protestante danese che ha confessato di non credere in Dio ad un dossier sui «rinnovatori dell´Islam», ad un´inchiesta sul travolgente successo dei neopentecostali in Brasile ad un articolo su tredici secoli di rapporti giudeo-musulmani - trasforma in giornalismo attuale ciò che in genere è patrimonio di specialisti o di rari inserti.
«Le religioni fanno parte della cultura. Hanno fecondato il patrimonio dei popoli, ispirato le arti, la politica, il diritto l´economia, i costumi... persino la gastronomia», è scritto nell´editoriale. Lapalissiano, si potrebbe dire, se non fosse che di fatto in Francia e altrove (anche nell´apparente cattolicissima Italia) la cultura religiosa sia diventata scolorita come una veste dai disegni logorati. Jean-Claude Petit sostiene che un cittadino francese o europeo non può ignorare il «fatto religioso» del proprio paese o degli altri. «E´ una questione di comprensione dell'umanità contemporanea, una garanzia di maggiore tolleranza e rispetto». Ha ragione.

visioni pittoriche di Marco Bellocchio

Libertà 25.9.03

Bellocchio, le visioni pittoriche
Dipinti, bozzetti e story boards del regista in mostra a Parma

di Alfredo Tenni


Prima di finire sulla pellicola, i pensieri e le idee di Marco Bellocchio spuntano sulla carta dei bozzetti, sui fogli delle story-boards o, ancora, s'intuiscono nella luce dei dipinti a olio. A tutte queste opere del regista di “Buongiorno, notte”, la Fondazione culturale Edison ha dedicato la mostra “Marco Bellocchio: visioni pittoriche e cinema”, in programma dal 9 ottobre al 7 novembre alla Galleria delle Colonne di Parma. Undici dipinti a olio, cinque illustrazioni grafiche a colori e un centinaio di disegni e bozzetti, per lo più a penna, con un tratto nitido, offrono un ritratto inedito del regista, che appare come il creatore di quelle immagini che poi diventeranno la struttura dei suoi film. Nella sezione dei dipinti, ci sono anche quelli ripresi dalla cinepresa nello studio del pittore protagonista de “L'ora di religione”. Fra i disegni invece le story-boards di alcuni film, fra i quali “I pugni in tasca”, opera d' esordio di Bellocchio, e “L'ora di religione”; per arrivare poi a 50 fogli di studio sull'ultimo lungometraggio, “Buongiorno, notte”. Si tratta di disegni, anche a colori, in cui ci sono studi di inquadrature, raffigurazioni di scene, o semplici raccolte di idee, che sono state poi sviluppate sulla pellicola. Ma si possono pure vedere altre immagini uscite dalla mente del regista durante l'ideazione del film, che pur apparendo inizialmente estranee, sono invece collegate al lungometraggio da un filo sottile. «Pensare e costruire questa mostra - ha spiegato Stefano Caselli, presidente della Fondazione Edison - ci ha permesso di avvicinare un aspetto significativo e poco esplorato dell'opera di Bellocchio, l'arte visiva pura, in forma pittorica e di disegno». Così dalla mostra emerge un'immagine di Bellocchio inedita, ma tutt'altro che distaccata dall' idea che il regista ha dato di sè con le sue opere cinematografiche. Semmai complementare: «Tutto si mescola - ha aggiunto ancora Caselli - s'incrocia e si sovrappone nella vita di ciascuno, così abbiamo cercato nell'integrazione delle possibilità espressive dell'uomo il profondo significato della sua arte». Sarà lo stesso Bellocchio a inaugurare la mostra giovedì 9 ottobre alle 21, incontrando il pubblico, insieme al critico Tullio Masoni. Poi, nella sala del cinema Edison, seguirà la proiezione di “Buongiorno, notte”. La rassegna sarà aperta dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 15.30 alle 18.30.

La Gazzetta di Parma 25.9.03

Bellocchio pittore
Il regista a Parma la sera del 9 ottobre


Grande attesa per l'arrivo a Parma del regista piacentino Marco Bellocchio, previsto per giovedì 9 ottobre 2003 dalle ore 21 al Cinema Edison d'Essai presso Fondazione Culturale Edison di Parma.
Il regista sarà a Parma per presentare alla Galleria delle Colonne del Centro Culturale Edison la mostra «Marco Bellocchio: visioni pittoriche e cinema», che raccoglie dipinti, disegni e story-boards tratti dai suoi film.
Per l'occasione Marco Bellocchio interverrà personalmente in un incontro con il pubblico, condotto dal critico e saggista Tullio Masoni, per presenziare all'inaugurazione della mostra e presentarne il catalogo (Edizione Falsopiano). A seguire verrà proiettato nella sala del Cinema Edison il film Buongiorno, notte, in concorso all'ultima Mostra d'arte cinematografica di Venezia.
L'evento è realizzato da Fondazione Culturale Edison, Comune di Parma, Provincia di Parma, Regione Emilia Romagna, Cineclub Zavattini in collaborazione con la Fondazione Monte di Parma, e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Marco Bellocchio è considerato il regista tra i più importanti ed impegnati sulla scena del cinema italiano, e dal 1965, anno in cui esordì clamorosamente con I pugni in tasca, si è mosso nel panorama del cinema italiano mantenendo una straordinaria coerenza di linguaggio e di ricerca, mettendo più volte a nudo la sua vena «eversiva» ed anticonformista.
Particolarmente interessante è la mostra che verrà presentata e in particolare la sezione riguardante una raccolta di dipinti ad olio, che probabilmente il pubblico più attento ricorderà di aver visto in alcune scene del film L'ora di religione, nello studio del protagonista, il pittore Ernesto Picciafuoco (Sergio Castellitto), che testimoniano di un inedito Bellocchio pittore.
I dipinti saranno affiancati da un ampio numero di disegni e story-boards dei passati film, da I pugni in tasca, il suo lavoro d'esordio, a L'ora di religione appunto, premiato a Venezia l'anno scorso.
In mostra saranno esposti, inoltre, più di 50 fogli di studio riguardanti l'ultimo lungometraggio diretto dal regista piacentino, dal titolo Buongiorno, notte.
Per la prima volta i dipinti e la grafica prodotti da Bellocchio saranno esposti insieme, ad offrire un lato inedito della visione del regista, quello del suo fare più spontaneo e creativo, in cui appare come un creatore che immagina la struttura interna dei suoi film, che non è costruito sulla pellicola ma sulla carta.
Ingresso al dibattito e al film euro 5,50. Prevendita dei biglietti presso il cinema Edison d'essai dalle ore 10 del giorno 9 ottobre 2003. Infoline 0521 964803, info@edisonline.org.
La mostra, a ingresso libero proseguirà fino al 7 novembre 2003, dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 15.30 alle 18.30 (sabato e festivi chiuso) e al termine delle proiezioni del Cinema Edison d'Essai presso Galleria delle Colonne - Largo 8 marzo, 9 - 43100 Parma.
«Pensare e costruire questa mostra - ha spiegato Stefano Caselli, presidente della Fondazione Edison ieri mattina a Bologna nella sede della Fice mentre era in corso un incontro con la stampa a proposito di Buongiorno, notte - ci ha permesso di avvicinare un aspetto significativo e poco esplorato dell'opera di Bellocchio, l'arte visiva pura, in forma pittorica e di disegno».
Così dalla mostra emerge un'immagine di Bellocchio inedita, ma tutt' altro che distaccata dall'idea che il regista ha dato di sè con le sue opere cinematografiche ma semmai complementare: «Tutto si mescola - ha aggiunto ancora Caselli - s'incrocia e si sovrappone nella vita di ciascuno, così abbiamo cercato nell'integrazione delle possibilità espressive dell'uomo il profondo significato della sua arte».

La Repubblica ed. di Bologna 25.9.03

Tele, disegni, story board realizzate dal regista sul set esposte dal Centro Edison dal 9 ottobre a Parma
Così Marco Bellocchio ha dipinto i suoi film
"Non sono un pittore, perché la pittura mi fa paura per la solitudine che comporta"

di FRANCESCA PARISINI


"Per me il cinema è una straordinaria terapia, che ti obbliga giorno per giorno, settimana per settimana, a confrontarti con gli altri. Una terapia fondamentale per la vita che è fatta prevalentemente di relazioni. Non sarebbe stato così con la pittura, che ad un certo punto mi ha fatto paura per la solitudine che la sua pratica comporta". Marco Bellocchio che parla, questa volta non nei panni del regista che esordì nel 1965 con "I pugni in tasca", bensì il Bellocchio nelle vesti inedite e sicuramente poco conosciute di pittore. Dal 9 ottobre il centro culturale Edison di Parma raccoglierà i suoi dipinti, disegni e story-board di molti dei suoi film in una mostra che rimarrà aperta sino al 7 novembre alla Galleria delle Colonne.
"Non sono un pittore", si è comunque schernito il regista piacentino, ieri a Bologna per parlare, oltre che della mostra, del suo film "Buongiorno, notte" che in due sole settimane ha già incassato 2 milioni e 300mila euro. "Mi sono dedicato alla pittura a fine anni '50, prima di trasferirmi a Roma al centro sperimentale di cinema". Di quegli anni, spiega, rimane una quindicina di tele, tutte esposte alla manifestazione parmense. "Poi dipingere non mi è più bastato, dal momento in cui ho scoperto il cinema come arte in movimento". Rimane, comunque, l´esercizio del disegno. "Mentre fai un film ci sono tanti tempi vuoti in cui mi diverto a schizzare le scene che andremo a girare, anche se poi le riprese alla fine risultano sempre molto diverse". Così, per esempio, saranno esposti una cinquantina di fogli riguardanti proprio il suo ultimo lungometraggio, dedicato al rapimento Moro. Particolarmente interessante la sezione con i dipinti ad olio che gli amanti più attenti del cinema di Bellocchio ricorderanno di avere visto in alcune scene del film "L´ora di religione", appesi nello studio del protagonista, il pittore Ernesto Picciafuoco interpretato da Sergio Castellitto.
Ed è proprio per immagini poi, che Bellocchio racconta di cominciare a pensare i suoi lavori cinematografici. "Non si fa un film per raccontare una tesi; si fa partendo da delle immagini che nel caso della mia ultima pellicola sono state quella dell´appartamento dei brigatisti, per cominciare, poi quella dei carcerieri, fino a che ho sentito il bisogno di vedere anche il prigioniero". E a chi gli fa notare che nei suoi ultimi due film c´è una forte componente visionaria, risponde: "è vero, ma è una visionarietà discreta, che non divide mai la realtà dal mondo onirico, rimanendo sempre sul limite. Non è nemmeno una visionarietà barocca come quella che fu di un mio vecchio lavoro, ´Nel nome del padre´. Il principio è sempre quello: un film deve andare oltre la cronaca della vita, mentre il vizio del cinema italiano è quello di basarsi sulle immagini superficiali, sulla storia".
Bellocchio sarà a Parma alla presentazione della mostra il 9 ottobre. Alle 21 incontrerà il pubblico che poi potrà assistere a "Buongiorno, notte" al cinema Edison d´Essai. Info e biglietti 0521964803.

Marco Bellocchio a Bologna (e a Parma)

il Resto del Carlino 25.9.03

«Ho voluto fare
un film 'infedele'»

di Benedetta Cucci


«A me interessava fare un film infedele rispetto alla realtà. E' un'opera d'arte, non un saggio storico. E per questo ho incontrato molta ottusità da parte di chi ha una fede politica e mi ha detto che le cose non erano andate così… Ma è specifico dell'arte non limitarsi alla superficialità delle immagini». Marco Bellocchio è arrivato a Bologna, ieri, ospite della Fice - Agis, per presentare il suo ultimo film Buongiorno, notte, lavoro commissionato al maestro dalla Rai per l'anniversario dei 25 anni del caso Moro. Una pellicola che è uscita nelle sale cinematografiche subito dopo la presentazione in concorso alla 60a Mostra del cinema di Venezia e che è partita con la distribuzione di 163 copie arrivando alle attuali 200, registrando un incasso di 2 milioni e 300 mila euro. Nella nostra città Bellocchio, accompagnato dall'attrice protagonista Maya Sansa, ha colto l'occasione per parlare della mostra dedicata alle sue visioni pittoriche e cinematografiche che si aprirà a Parma, Galleria delle Colonne in Largo 8 Marzo n.9, il prossimo 9 ottobre, presentata dalla Fondazione culturale Edison. «Non sono un pittore — sottolinea il regista — l'ho fatto prima di andare a Roma, negli anni Cinquanta. Questa mostra raccoglie quadri ma anche disegni che ho realizzato durante la lavorazione di Buongiorno, notte, perché quando si fa un film ci sono tempi lunghissimi di attesa e disegnare mi diverte». Ma che legame c'è tra il cinema di Bellocchio e la sua vena pittorica? «Nel momento in cui ho scoperto il cinema ho lasciato la pittura. Per me il cinema è una straordinaria terapia… di rapporto, perché ti devi misurare con tanta gente…la pittura invece è solitudine».

mercoledì 24 settembre 2003

test psicologici per i magistrati

Il Tempo 24.9.03

Manina misteriosa protegge la psiche dei pm


STA ASSUMENDO i contorni di un giallo la vicenda dell’emendamento sul test di attitudine psicologica per uditori e magistrati, presentato nei giorni scorsi dal senatore diessino Elvio Fassone (nella foto) al ddl governativo sull’ordinamento giudiziario, attualmente all’esame della commissione giustizia. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Fassone, infatti, nei giorni scorsi era stata recepita una sua proposta che mutuava dalla Francia il sistema di test attitudinali psicologici periodici obbligatori previsti per i neo magistrati o per i togati di lungo corso. Interpellato dal Velino per avere maggiori particolari, Fassone si è però accorto, scorrendo il testo del suo emendamento, che il riferimento all’equilibrio psicologico del magistrato è scomparso. “Immagino”, ha dichiarato, “che qualcuno abbia considerato implicito nel concetto di ‘equilibrio’ del magistrato anche l’aspetto psicologico. Avevo pensato, sulla base delle mie esperienze di diritto comparato, che quanto previsto oltralpe, potesse funzionare anche da noi. Dopo i 31 mesi di tirocinio, infatti, gli uditori vengono sottoposti a una serie di valutazioni tecniche e psicologiche. Nel maxiemendamento mi era sembrato opportuno proporre lo stesso schema per la futura scuola della magistratura. Inoltre, si prevedevano verifiche costanti anche per i magistrati in carriera”. Nemmeno il relatore Luigi Bobbio riesce a risalire alla “manina” che ha estromesso la psicologia dal provvedimento: “Presumo anch’io, come Fassone, che in sede di redazione si sia considerato implicito il riferimento all’equilibrio psicologico ma non saprei dire chi ha corretto il testo”. Il giallo continua...
Da Il Velino

«che cos'è la logica?»

Giornale di Brescia 24.9.03

Incontro con Piergiorgio Odifreddi, docente all’Università di Torino e autore di un saggio sulla storia d’una disciplina nemica dei falsi idoli
La logica, un diavolo che aiuta l’igiene mentale

intervista di Emiliano Ippoliti


Cos’è la logica? «Viceversa, se fosse così, lo sarebbe; e se era così, lo sarebbe; ma dato che non è così, allora non lo è. Questa è logica». La spiegazione datane dallo scrittore inglese Lewis Carroll in Attraverso lo specchio (continuazione di Alice nel paese delle meraviglie) può renderci chiaro, con una dose di ironia, uno degli aspetti più interessanti della logica: il suo carattere pervasivo, la sua connessione con tutti i campi dell’attività umana, a partire da quello linguistico. Ma Piergiorgio Odifreddi, docente di Logica matematica all’Università di Torino e apprezzato divulgatore scientifico, nella sua ultima opera intitolata Il diavolo in cattedra (Einaudi) ci offre un punto di vista ancor più stimolante: la logica, a suo dire, sarebbe opera del diavolo. Per dimostrarcelo il professor Odifreddi ripercorre i momenti cruciali del pensiero razionale: da Platone e Aristotele fino al teorema di Kurt Gödel, passando per l’opera del filosofo e scienziato tedesco Gottfried Wilhelm von Leibniz e il dibattito di fine Ottocento sulla nozione d’infinito potenziale e attuale, di cui furono grandi attori il tedesco Richard Dedekind e il russo Georg Cantor; si sofferma sul pensiero del logico tedesco Gottlob Frege, promotore di una matematica fondata su basi puramente logiche, e su Bertrand Russell che ne inficiò il progetto comunicandogli un paradosso che minava dalle fondamenta l’edificio teorico del logicismo; quindi passa a parlare del ruolo e delle prospettive dell’Intelligenza Artificiale, a partire dal teorema di Alan Turing, e delle motivazioni che spinsero il matematico ungherese John von Neumann, presso la prestigiosa Università di Princeton, a ideare e costruire una macchina che rappresentò il primo prototipo di computer. I logici, insomma, hanno la diabolica, ma fruttuosa, abitudine di non accontentarsi di ciò che vedono e sentono, di spaccare il capello in quattro.
- Prof. Odifreddi, «Il diavolo in cattedra» è un titolo insolito e curioso per un testo dedicato alla logica. Che cosa gliel’ha suggerito?
«Un paio di riferimenti letterari, che si trovano nella Divina Commedia e nel Faust di Goethe, dove il diavolo impersona lo spirito della logica. "Forse tu non pensavi ch’io loico fossi!", fa dire Dante al demonio. Egli, infatti, è il simbolo della divisione o della separazione, come dice il suo stesso nome, derivato dal greco diabolé, " calunnia", mentre Dio è il simbolo dell’unione. La logica è il pensiero dualistico per eccellenza: separa il vero dal falso, così come il diavolo rappresenta la separazione del male dal bene».
- Cos’è la logica?
«Etimologicamente, è lo studio del logos, ossia, a seconda delle accezioni del vocabolo greco, del linguaggio, del pensiero e del rapporto. Per questo la logica è così pervasiva, e la si studia in tanti dipartimenti universitari: matematica, filosofia, informatica, linguistica, psicologia...».
- Qual è il suo legame con la filosofia e la matematica?
«In matematica il bisogno della logica è sorto con la scoperta degli irrazionali, cioè di grandezze non "commensurabili". Ma anche con la constatazione che alcune delle intuizioni matematiche, sia aritmetiche che geometriche, erano corrette, mentre altre erano sbagliate. C’era dunque bisogno di confermare o refutare le intuizioni mediante ragionamenti corretti, e la verifica della correttezza dei ragionamenti è appunto il pane quotidiano della logica. Quanto alla filosofia, si è avvertita una necessità simile con la scoperta dei paradossi, primo fra tutti quello del mentitore: il fatto, cioè, che la semplice frase "sto mentendo" non possa essere né vera né falsa. Anche qui c’era il bisogno di capire come fosse possibile che il linguaggio generasse contraddizioni tanto facilmente, sfuggendo di mano all’uomo senza che nemmeno se ne accorgesse. In Occidente, che è l’unico ambito di cui tratto nel mio libro, la logica nacque con la filosofia greca classica. Platone introdusse i primi rudimenti di quella che oggi chiameremmo l’analisi logica del linguaggio. Aristotele e gli stoici, invece, isolarono e classificarono i modi fondamentali del ragionamento, ossia il modo in cui si mettono insieme le proposizioni».
- Cosa può insegnarci un viaggio fino alle radici storiche della logica, dall’antica Grecia a noi?
«Ci può far vedere come molti degli sviluppi moderni fossero in realtà già stati raggiunti dai Greci e siano poi stati dimenticati per secoli, ritrovati dagli scolastici medievali, e di nuovo dimenticati. Da un lato, questo ci conferma la loro validità: se una cosa succede una volta, può essere un caso; se si ripete due volte, può essere una coincidenza; ma se accade tre volte, è preme dita zione! Dall’altro lato, il fatto che per due volte si siano dimenticate le scoperte dei Greci e degli scolastici ci spinge a far tesoro di ciò di cui ci siamo riappropriati, per evitare che finisca di nuovo dimenticato in eventuali nuovi "secoli bui"».
- Qual è il principale contributo dato dalla logica al pensiero scientifico del Novecento?
«L’influsso più diretto è venuto tramite il neopositivismo del Circolo di Vienna, che a sua volta s’ispirava a una delle opere logiche più importanti di inizio secolo: il Trattato logico-filosofico di Ludwig Wittgenstein. Ma anche la tecnologia ha beneficiato della logica: il computer, ad esempio, che è l’innovazione più radicale dei nostri giorni, fu inventato da Alan Turing nel 1936 per risolvere un problema di logica. Da lì ha origine il legame con l’informatica».
- La logica potrà contribuire anche alla scienza del futuro, e come?
«Le applicazioni della logica a volta sono inaspettate. Per fare un esempio, Kenneth Arrow e Amartya Sen, premi Nobel per l’economia, hanno elaborato la teoria delle scelte sociali usando semplici strumenti logici. O per farne un altro, John Bell ha dimostrato con un argomento di logica elementare che nel famoso dibattito fra Einstein e Bohr sulla meccanica quantistica, era il secondo ad avere ragione. Ma, più in generale, la logica è utile soprattutto come igiene mentale: l’analisi delle nozioni e dei ragionamenti permette di decostruire le tante illusioni che purtroppo infestano il pensiero in ogni tempo, compreso il nostro. Come le malattie fisiche, anche quelle intellettuali vanno diagnosticate e curate, e la logica è la cura più sperimentata e sofisticata. Vale la pena di conoscerla e usarla».

il tempo degli antichi: il Medio Evo

Corriere della Sera 24.9.03

Un convegno a Parma analizza il «tempo degli antichi» attraverso oltre mille anni di arte, architettura e urbanistica
Medioevo, tre culture in riva al Mediterraneo

di Arturo Carlo Quintavalle


Nel Medioevo, nei mille e passa anni fra l’arte paleocristiana e Giotto, che cosa vuol dire antico, che cosa vuol dire passato, che cosa tempo? E esiste un solo tempo degli antichi o ve ne sono diversi, e magari contrapposti, visto che presto, dal VII e VIII secolo, le culture sulle rive del Mediterraneo sono tre: la occidentale, la bizantina, l’islamica? È questo il tema del Convegno internazionale di studi Medioevo: il tempo degli antichi che si apre a Parma oggi a Palazzo Sanvitale e che fino al 28 concentrerà le 54 relazioni dei maggiori studiosi di Medioevo delle Università di mezzo mondo.
Nella Alexiade, Anna Comnena (agli inizi del dodicesimo secolo) è la principessa che alla corte di Bisanzio vede arrivare i comandanti della Prima Crociata, osservando che i principi d’Occidente sono rozzi, evidentemente sporchi, non sanno usar le posate, dunque sono estranei alla civiltà altissima della grande capitale, la metropoli d’Oriente.
Ecco, in che tempi vivevano i Crociati e in che tempi invece i civilissimi imperatori d'Oriente? Certo, mondo occidentale e Bisanzio hanno le stesse radici nell’Impero romano e Agostino ne La città di Dio sostiene che l’espansione dell’Impero è stata voluta dal Signore perché meglio si diffondesse la religione cristiana. Dunque, il tempo è prefigurato dal volere divino? Certo, ma i due Imperi, quello d’Occidente rinato con Carlo Magno e l’altro d’Oriente mai interrottosi dal tempo di Costantino, propongono un rapporto diverso con il passato. Per questo, un’importante serie di relazioni analizzerà la lunga durata del tempo di Bisanzio (Andaloro, Popova, Muratova, Ricci) testimoniando di un’organizzazione del territorio, delle architetture, delle immagini e, dunque, di una continuità con l’antico estranea comunque al Medioevo d’Occidente.
Qui, infatti, puoi prendere i frammenti romani e riutilizzarli, persino riusare le tessere dei mosaici, o copiare gli archi di trionfo nei portali scolpiti delle chiese, o i capitelli o i manoscritti (Kilerich, Castineiras, Valenzano, Peroni, Calzona, Caillet, Casartelli, Zanichelli, Gandolfo), ma alla fine la continuità, l’idea del tempo misurato secondo gli anni degli imperatori appare lontana. Semmai sono i pontefici di Roma a segnare un tempo nuovo e diverso in Occidente.
E l’Islam? L’Islam in apparenza riprende esso pure i frammenti del mondo romano o bizantino; così, per esempio, alla moschea Al Azar del Cairo, a fine dell’XI secolo, i capitelli di reimpiego bizantino sono moltissimi, e nella moschea di Cordoba i capitelli (quelli non fatti ex novo) sono riutilizzi di pezzi romani, tardo-antichi, visigotici; eppure qui, e in ogni altro luogo simbolico dell’Islam, l’idea non è quella delle chiese d’Occidente che intendono mostrare la continuità col mondo paleocristiano.
Nel mondo islamico è vero l’opposto, si cita, si riutilizza per dimostrare che tutto il passato rende omaggio, diventa nuova immagine negli edifici religiosi dell’Islam.
I tempi dell’antico nel Medioevo sono diversi e, a volte, si fanno scoperte singolari. Come Alain Erlande-Brandenburg che, scavando, trova che le navate delle chiese gotiche di Francia sono fondate su quelle delle antiche basiliche paleocristiane, dunque quello spazio nuovissimo nasce dall’antico.
Oppure come Xavier Barrai, che ritrova la geografia imperiale del rosso porfido e quella dei marmi per le sepolture dei santi e dei sovrani, e Tullio Gregory, che analizza la consapevolezza medievale del rapporto con un antico che, da Platone a Aristotele, appare irraggiungibile modello, «nani sulle spalle dei giganti» come scrive Giovanni di Salisbury. II dialogo con l’antico trasforma l’intera civiltà del Medioevo, lo dimostrano Enrico Castelnuovo e Salvatore Settis, che analizza l’età di Federico II, e decine di altri studiosi con loro.
Nei racconti de Le mille e una notte (composte nel IX secolo ma trascritte nel XV in Egitto) il palazzo, quello del sultano, quello del califfo, è il luogo delle meraviglie; ma qui non si raccolgono frammenti antichi, non si mostrano frammenti del passato, ma automi, fontane meravigliose, insomma creazioni dell'oggi.
Il mondo islamico nel Medioevo vive nella contemporaneità, esalta nuove tecnologie, per dimostrare la sua forza, la sua espansione enorme. Diverso il rapporto con il tempo in Occidente, la Chiesa ha scandito il recupero del mondo del passato costruendo il parallelismo fra Vecchio e Nuovo Testamento, prefigurato appunto dal Vecchio, per cui la storia esiste, certo, ma è come un cerchio che torna su sé stesso, direbbe Le Goff, e il tempo è l’anno cristiano che ritorna.
Così, nelle culture attorno alle sponde del Mediterraneo, si confrontano tempi differenti e modi diversi di citare il passato: i modelli appaiono costanti e stabili a Bisanzio; si utilizzano invece frammenti del passato romano o delle culture così dette barbariche nelle varie aree dell’Occidente. Comunque, il rapporto con il passato serve per dignificare attraverso di esso la città, l’edificio, il manufatto. Nel mondo dell’Islam il rapporto con il passato è funzione del presente. Per questo, gli storici arabi delle crociate descrivono gli invasori dell’Occidente come sanguinari, ma soprattutto come incivili, come selvaggi. Per questo, i tempi degli antichi nel Medio Evo sono anche confronto di racconti storici diversi sulle rive del Mediterraneo.

quale film rappresenterà l'Italia agli Oscar?

Corriere della Sera 24.9.03

Film italiano per l’Oscar, giuria contestata
Da Monicelli a Moretti, appello contro i 112 nuovi votanti. Rondi: nomine legittime


Acque agitate nel mondo del cinema italiano. Oggetto della contesa la composizione della giuria del David di Donatello, che non solo assegna ogni anno i ben noti premi ma designa anche il film da candidare alla corsa per l’Oscar (l’1 ottobre l’annuncio), sperando venga poi inserito da Hollywood nella cinquina. Ieri, una cinquantina di illustri cineasti, da Moretti a Monicelli, da Procacci a Marco Risi, da Giordana a Barbareschi, da Occhipinti a Barbagallo, da Soldini alla Buy a Piccioni, hanno sottoscritto un appello al presidente dell’Ente Gian Luigi Rondi: nel documento si contesta la decisione di allargare la giuria di 112 nuovi votanti proprio alla vigilia della designazione del titolo italiano per la statuetta americana.
I favoriti sembrano i film di Avati e Salvatores, a sorpresa potrebbero spuntarla Giordana o Ozpetek, in lizza anche Faenza e Bellocchio.
Ma perché 112 nuovi giurati fanno tanto discutere? Ufficialmente i firmatari della protesta sostengono che sia mancato un confronto tra le categorie interessate, anche se tra i votanti ci sono comunque nomi famosi come Salvatores, Abatantuono, Argento, Costanzo, Lavia, Scaparro. Nella lista ci sarebbero però anche tanti personaggi poco significativi per il cinema.
«Impossibile tornare indietro - dice il presidente dell’Ente David, Gian Luigi Rondi - l’allargamento è legale e legittimo. Gli spagnoli del Goya, per esempio, hanno 700 votanti, i Cèsar francesi addirittura 3500. Noi finora ne abbiamo avuti 380, tra ex vincitori e personalità varie della cultura».
«Perciò, visto che siamo diventati un’Accademia, abbiamo deciso in consiglio direttivo l’allargamento e il 7 luglio abbiamo inserito i nomi, comunicati da autori, produttori ed esercenti. Per ora non possiamo tornare indietro, rischieremmo cause civili con gli interessati. In ogni caso c’è la massima trasparenza: tutti i prescelti sono su Internet, chiunque può giudicare».
Non sono tutti d’accordo e molti si esercitano in cine-dietrologia. Sarà una mossa per contrastare Pupi Avati, presidente di Cinecittà o Gabriele Salvatores distribuito dalla Medusa?
I nuovi nomi a chi saranno più graditi: al ministero dei Beni culturali, all’Agis, alla Rai che cerca rivincite dopo il mancato Leone d’oro di Venezia per Marco Bellocchio, all’Anica? A chi giovano?
Giordana che con La meglio gioventù trionfa in Italia e in Francia, dice che, come suo costume, accetterà i verdetti.
«Ma non è bello cambiare le giurie in corsa, mentre sarebbe giusto sapere chi sono i nuovi iscritti, anche se poi al momento del voto vince sempre il cuore e non il calcolo». Ottimista.
Monicelli aggiunge: «Chiaro che bisogna sapere chi sono i nuovi votanti e quale titolo hanno per questo ruolo». Pessimista il produttore Domenico Procacci della Fandango, che quest’anno non ha titoli in lizza per l’Oscar: «Eravamo d’accordo che dovevamo decidere tutti insieme sui nomi - afferma Andrea Occhipinti - e non che fossero decisi in blocco dalle associazioni e inseriti automaticamente durante l’estate. Vogliamo sapere chi sono e perché sono qui, a parte i soliti noti».
Lionello Cerri, il produttore di Soldini e Piccioni, fa parte del consiglio di presidenza del David: «I nuovi venuti devono sapere di cinema, andarci, giudicarlo, essere insomma moralmente responsabili del compito. Quindi va bene allargare la giuria, perché il numero ma che nomi sono passati? Io molti non li conosco».
E Gabriele Salvatores? Spiega che è rientrato nella giuria (da anni era un suo diritto poiché ha vinto l’Oscar) dopo un periodo di incomprensioni con l’Ente. Ammette che il ruolo è scomodo: «Sono in lizza per la designazione, altro non posso dire».

alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, per chi è a Milano o dintorni

Corriere dela Sera, cronaca di Milano 24.9.03

L’INCONTRO
Dietro le quinte di «Buongiorno, notte»


Lui è il regista piacentino dei «Pugni in tasca», «L’ora di religione» e del recentissimo «Buongiorno, notte» sul sequestro di Aldo Moro. Lei è una giovane attrice romana (29 anni domani) che ha studiato teatro a Londra e ha fatto fortuna nel nostro cinema. Marco Bellocchio e Maya Sansa, che incontrano il pubblico questa sera alla Feltrinelli di piazza Piemonte (ore 21, ingresso libero, coordina Roberto Escobar), hanno lavorato insieme per la prima volta nel 1998 sul set di «La balia», in cui la Sansa interpretava una volitiva ragazza siciliana. E ancora siciliana e volitiva l’abbiamo ritrovata nella «Meglio gioventù» di Marco Tullio Giordana, penultimo ruolo cinematografico prima di «Buongiorno, notte». Nel film, presentato all’ultima mostra di Venezia, la Sansa è Chiara, terrorista e unica donna tra i carcerieri di Moro. La mancata premiazione al Lido ha fatto scandalo, ma non ha impedito al pubblico di riempire le sale e di lodare regista e interpreti. Chi li ama, li segua alla Feltrinelli.

Il medioevo, di Jacques Le Goff

(ricevuto da Paola D'Ettole)

Il sole 24ore, dal Domenicale del 21.03.09

Secoli allegri tra vino, donne e libri


L'età di mezzo rivisitata dallo storico francese ci appare diversa dagli stereotipi ai quali siamo abituati: furono tempi di grandi progressi, dal credito all'architettura, dalla musica alle buone maniere

di Jacques Le Goff

La società medioevale non aveva la nozione di progresso, sicché ai nostri occhi è un paradosso il contrasto che oppone la sua ideologia del declino e dell'instabilità (ruota della fortuna) ai progressi reali che vennero realizzati, in particolare nell'ambito della tecnologia. Cominciamo col dire che il medioevo conobbe, produsse l'espansione monetaria, simboleggiata in questa mostra dalle prestigiose monete d'oro, fiorino (fiorentino) e ducato (veneziano), testimoni sia della fioritura economica che permette, nel XIII secolo, di tornare a coniare moneta aurea, sia del dominio in questo campo delle grandi città commerciali italiane: Genova, Firenze, Venezia. Vi si potrebbe aggiungere lo scudo d'oro del re di Francia san Luigi IX, moneta effimera, non sostenuta da un'economia abbastanza forte, ma caricata di un'altra funzione: quella di essere espressione dello Stato quale si viene affermando nelle grandi monarchie cristiane, l'inglese e la francese.
Fra le novità tecnologiche di particolare impatto troviamo quelle legate alla moltiplicazione di monumenti spettacolari: le chiese e in special modo le cattedrali. Se non vi troviamo affreschi, troviamo però testimoniato l'affermarsi della fabbricazione del vetro, soprattutto del vetro colorato: le vetrate. É bene avere a mente e raffigurarsi davanti agli occhi il fatto che l'aspetto grigiastro assunto ai nostri giorni da monumenti e oggetti medioevali nasconde la realtà storica di un mondo invece coloratissimo.
Un'altra tecnica artistica ereditata dall'Antichità e praticata con brio dal medioevo è il mosaico. Come pensare al medioevo senza ricordare Venezia e i suoi mosaici?
L'economia medioevale è sostanzialmente un'economia rurale; il mondo predominante è quello della terra, dei contadini, presente nella mostra in due modi. Innanzitutto con l'evocazione della vigna e del vino, che i Romani avevano portato a nord delle Alpi. Il cristianesimo, che attribuisce profonda importanza simbolica e liturgica al vino, assimilandolo al sangue di Cristo, sviluppò la coltura della vigna financo in Britannia. Il tema del calendario, dei lavori dei mesi, che esaltò il lavoro agricolo nelle chiese medioevali, metteva decisamente in rilievo il vignaiolo. Del resto siamo a Parma, dove possiamo ammirare il superbo ciclo dei mesi scolpito dall'Antelami per il battistero, di cui proprio il settembre - la vendemmia - è stato generosamente prestato. Né possiamo dimenticare che il medioevo è l'epoca in cui, al di là del significato religioso, il vino diviene la bevanda prediletta dell'aristocrazia e della borghesia europee e, secondo le diverse zone climatiche, disputa il primo posto nel gusto delle masse alla cervogia, antenata della birra.
Ci sono poi gli attrezzi da lavoro, testimonianze fondamentali di una civiltà. La mietitura, nel medioevo ma poi fin quasi ai giorni nostri, si faceva con la falce e il falcetto; la vigna veniva mondata con la roncola. I progressi della tecnologia medioevale sono altrettanto clamorosi nel campo tessile: basti pensare all'introduzione del telaio verticale. La lavorazione dei tessuti conobbe una grande fioritura; i suoi prodotti si sono conservati fino a oggi grazie alla produzione di stoffe di lusso (il medioevo è l'epoca della diffusione della seta). In particolare, il lusso clericale, considerato dalla Chiesa come indispensabile al prestigio dell'alto clero, ha richiesto la creazione di magnifici paramenti, che appunto ancor oggi ci permettono di misurare l'importanza dell'attività liturgica durante tutti i secoli che chiamiamo medioevali.
Il medioevo è anche l'epoca della grande diffusione dello scritto. Esso rivoluziona le pratiche del dominio, del governo, del potere a livello sia cittadino sia ecclesiastico o di Stato. A questo si associa il trionfo del libro, reso possibile dall'adozione sempre più generalizzata, tra il IV e l'VIII secolo, del codice - il libro appunto - di contro al rotolo antico, scomodo e poco pratico. Il libro è uno dei grandi prodotti della civiltà medioevale.
Valorizzazione dello scritto che crea inoltre strumenti atti a sostenerne l'efficacia. Tra i più importanti ricordiamo, in assenza della firma, che compare tardivamente, gli oggetti capaci di garantire l'autenticità di un atto pubblico o privato e del suo autore, potentato o no: i sigilli. Il sigillo si diffonde ampiamente e a tutti i livelli della società medioevale, tanto che riescono a impossessarsene, usarlo, imporlo, persino dei contadini.
I luoghi dove più si utilizzano gli strumenti costituiti dalla scrittura e dal libro sono le scuole. Nell'alto medioevo la scuola è di fatto riservata ai futuri ecclesiastici. Si trovano per lo più solo nei monasteri o nelle sedi episcopali (scuole cattedrali) e accolgono un numero assai limitato di rampolli dell'aristocrazia laica. Con la rinascita del XII secolo e l'espansione urbana si assiste a una vera e propria esplosione di scuole. Al vertice si insediano quelle particolari corporazioni di docenti e di studenti che sono le università: Bologna, Parigi, Oxford - poi le università dell'Europa centrale e settentrionale, fondate nel corso dei secoli XIV e XV. Istituzioni potenti, che ricevono i loro statuti da papi, sovrani, potentati. Si vedono in questa mostra le carte di fondazione concesse dal papa Clemente VI e da Carlo IV, re di Boemia, re di Germania e imperatore, alla prima grande università dell'Europa centrale, Praga.
Una delle grandi creazioni intellettuali e politiche del medioevo consiste nell'elaborazione del diritto. La rinascita del diritto romano, nei secoli XII e XIII ne è un aspetto, ma forse ancor più importante è il fatto che fossero messe per iscritto le consuetudini orali su cui si reggeva la vita quotidiana delle masse e che venisse elaborato un nuovo diritto, che si occupava di aree importantissime come l'usura (dunque, l'economia), il matrimonio, il diritto canonico.
Un pullulare di professionisti e di mestieranti del diritto permea la vita delle città e degli Stati. Oltre alla figura del notaio, che ha lontane origini nel mondo romano, umili praticanti operano nella quotidianità delle norme giuridiche. Le radici dello Stato di diritto vanno cercate nel medioevo, in superficie e in profondità.
Infine, mentre il libro si democratizza e predomina, soprattutto nelle università, la scrittura corsiva, con l'uso di numerose abbreviature (per le necessità degli studi bisogna produrre testi e dispense in serie), negli strati superiori della società aumentano, sia fra i laici sia fra i chierici, i possessori di libri di lusso, che sono sempre libri illustrati. In un'epoca di quasi monopolio maschile della cultura (per secoli non ci saranno donne nelle università), compare inoltre e si estende un pubblico femminile, sia nobile sia borghese, cui sono destinati i libri di pietà chiamati , anch'essi illustrati.
Ma il mondo medioevale è un mondo di gente che sogna, ma a differenza di uomini e donne dell'antichità, che potevano farsi aiutare da interpreti professionali, numerosi e operanti persino nei mercati, non avevano a chi rivolgersi perché la Chiesa medioevale proscriveva l'interpretazione dei sogni, attribuiti per la maggior parte a Satana, o all'indecenza di corpi travagliati dall'indigestione, dall'ubriachezza o dal desiderio erotico. La Chiesa riconobbe dunque agli inizi solo alcune categorie di sognatori privilegiati: santi, re, monaci; poi si moltiplicarono nell'arte le raffigurazioni di sognatori illustri, mentre l'interpretazione dei sogni si faceva sempre più democratica. Gli artisti medioevali giunsero a definire una postura quasi liturgica per la persona che sogna: per lo più non supina, ma coricata su un fianco e appoggiata su un braccio. Il sogno diventa un genere letterario. Dai sogni di Carlo Magno nella Chanson de Roland fino al Roman de la Rose il sogno è stato un grande tema, che ha sublimato questo aspetto della quotidianità di uomini e donne. Il sogno infine s'inserisce nel crescente affinamento dei costumi che Elias ha chiamato . Buone maniere a tavola, scene d'amore, bagni, si diffondono in un'atmosfera signorile in cui gli oggetti lussuosi delle arti minori - specchi, avori, gioielli - occupavano un posto centrale. Sogni e scene cortesi sono presenti e frequenti nella società del XV secolo, che il grande storico olandese Johan Huzinga ha chiamato L'Autunno del medioevo.
Il medioevo non è il mondo triste, pieno di gemiti, di cui troppo spesso si parla e si scrive. Al contrario, ha conosciuto il riso, si è divertito, è vissuto in mezzo a sonorità e melodie. Ha inventato o perfezionato non pochi strumenti musicali. Ha fatto progredire l'arte corale con il canto fermo, chiamato anche gregoriano. Ha aperto la strada alla polifonia e, sul finire, grazie anche a nuove forme di devozione - la Devotio moderna ha creato una forma musicale moderna, l'Ars Nova. Abbiamo poche testimonianze sulla musica profana e sulla danza aristocratica, ma sappiamo dai testi che furono praticate abbastanza da suscitare l'ostilità, fortunatamente inefficace, del clero. E tuttavia la presenza eminente della musica nella società e nella cultura medioevali ha avuto sovente come teatro il luogo cruciale di quella società e di quella civiltà: la chiesa. Il medioevo infatti ha sviluppato anche uno strumento destinato a enorme fortuna: l'organo. E in più, anche se in ritardo rispetto all'India e all'Estremo Oriente, ha diffuso suoni legati alla liturgia, questo autentico calendario sonoro dell'Occidente. Parliamo delle campane, che dai campanili, a partire dal VII secolo e più tardi dalle torri civiche, hanno risuonato con sempre maggior forza in tutto l'Occidente medioevale.
Dalla Bibbia gli artisti hanno fatto uscire un grande, regale musicista: Davide, e attraverso di lui hanno innalzato al trono uno strumento - liuto o arpa - e una pratica sacra dall'origine: la danza.
Nell'ambito del gioco, le pratiche e i divertimenti sono stati numerosi. Anche qui, per lo più con una frontiera netta a separare i giochi degli strati superiori della società da quelli dei ceti popolari. Certo nel medioevo non si è praticato lo sport come si faceva nell'Antichità e come si tornerà a fare nell'Europa del XIX secolo, ma i giochi di palla sono stati presenti, tanto che l'origine del nostro calcio è da ricercarsi proprio nel medioevo. In questa mostra compare uno dei giochi più tipici dei divertimenti aristocratici, segno ancora una volta delle influenze orientali, giacché arriva dall'Asia per tramite degli arabi tra XI e XII secolo: gli scacchi. Acquisteranno tale prestigio che un bell'esemplare del XII secolo verrà attribuito a un possessore illustre, Carlo Magno. Circa l'anno 1300 il domenicano italiano Iacopo da Cessole, seguendo il gusto letterario dell'epoca per le opere di "moralità", redige il Liber super ludo scaccorum, nel quale l'interpretazione dei pezzi e del gioco degli scacchi dà luogo a una delle più interessanti descrizioni della società e delle mentalità medioevali.
Il mondo delle donne e degli uomini è ampiamente presente nell'arte medioevale. Certo nell'insieme predominano gli uomini: è il "medioevo maschio" descritto da Georges Duby; ma le donne sono ben presenti nelle rappresentazioni figurative, nelle quali si rende manifesto il loro potere di seduzione, nel bene e nel male. Ecco quindi che il tema evangelico delle vergini sagge e folli offre all'arte gotica lo spunto per belle statue dai forti contrasti. Il carattere che si vuole fondamentale della donna è la sua ambiguità, il suo essere volta a volta Eva o Maria. Ambiguità condivisa anche dai personaggi, che a volte il medioevo ricupera dai vecchi depositi mitici e popolari. Così anche le fate trovano posto nel mondo cristiano medioevale. Una di loro, Melusina, seduttrice di cavalieri, sedusse anche romanzieri e miniatori. Donna-serpente divenuta umana, feconda e benefica, dissoda terre, costruisce castelli, allatta i suoi figli. Ma la natura semi-diabolica di Melusina viene scoperta dal marito, che con ciò la condanna, sia pure involontariamente, ad abbandonare sposo, figli, dimora; potrà solo tornare di notte, lanciando descritte da Gérard de Nerval.
In questo mondo che spesso ignora la frontiera tra realtà e immaginazione si crede all'esistenza di un prestigioso animale simbolico, l'unicorno, interpretato come una vergine che fugge i cacciatori e va a rifugiarsi in grembo alla Madonna, la vergine per eccellenza. Dopo innumerevoli raffigurazioni, l'unicorno ispirò un capolavoro del XV secolo: il ciclo di sei grandi arazzi della , tra le opere più suggestive conservate al Musée du Moyen Age di Parigi.
Vedremo Maria tra i personaggi divini; tra quelli umani e femminili bisogna cominciare da Eva, che del resto nell'arte medioevale finisce col perdere la natura malefica. Nel suo ruolo di tentatrice, principale colpevole del peccato originale, Eva può incarnare la bellezza femminile, in particolare il nudo, forma in cui Maria non può certo essere raffigurata. Così esposta Eva rappresenta tra l'altro l'ossessione del corpo vissuta dalla società medioevale. I corpi delle donne aristocratiche incarnano sempre più, nella statuaria, nel ritratto, la bellezza femminile, conservando però nell'espressione del viso se non l'ambiguità certo almeno un'aura di segreto. É il caso della marchesa Uta, nella cattedrale di Naumburg.
La mostra si chiude con un'apertura: quella sull'Aldilà e sull'eternità. É il tipo di fine su cui ruminavano donne e uomini del medioevo, spintivi dalla Chiesa o anche all'interno della loro devozione personale. I rapporti tra i vivi e i morti costituiscono un aspetto fondamentale di ogni società. La società medioevale ha conosciuto un'evoluzione essenziale di questi rapporti. I vivi erano tenuti a pregare per i morti, ma a partire dalla fine del XII secolo seppero che avevano speciali doveri di preghiera verso una particolare categoria di morti: le anime del Purgatorio. É questo il momento in cui si inventa il terzo luogo del mondo ultraterreno. Da allora la geografia dell'Aldilà comprenderà cinque luoghi deputati, di cui due limbi (uno dei bambini e uno dei Patriarchi), e tre luoghi principali: Inferno, Purgatorio, Paradiso. L'Inferno e il Paradiso, a differenza del Purgatorio, dovranno durare in eterno: l'umanità medioevale cristiana aspira alla salvezza, spera di essere accolta in Paradiso. L'attesa della fine dei tempi, della fine della storia, che dovrebbe sfociare nell'eternità, ha ispirato la massima opera del medioevo, che non poteva mancare qui: la Commedia di Dante.
La presenza qui dell'Aldilà e dell'Eternità coinvolge due aspetti essenziali. Da un lato, il coronamento della storia umana è la risurrezione dei corpi, perché il cristianesimo, unico tra le religioni, ne ha fatto un dogma di fede. Dall'altro, questa è un'altra occasione per rendere manifesta l'importanza del corpo nella civiltà medioevale.
Infine, come eco alla creazione, evento fondatore della storia, quella società prevedeva per la propria fine un altro grande avvenimento. Poiché, durante il medioevo, ci si preoccupò sempre più attentamente della elaborazione del diritto e della giustizia, l'atto finale sarà un giudizio: il Giudizio Universale

martedì 23 settembre 2003

BOXOFFICE

il Messaggero Martedì 23 Settembre 2003

“Terminator 3” distrugge il box office, resiste Bellocchio


Arriva "Terminator 3" e distrugge subito anche il box office italiano: il terzo film della serie con Schwarzenegger, uscito in oltre 500 sale secondo il monitoraggio Cinetel, è subito primo con oltre due milioni di incasso e la più alta media per sala (4.125 euro). Il podio è ancora tutto made in Usa: dopo "Terminator" ci sono "La maledizione della prima luna" (che ha superato complessivamente i 13 milioni di euro) e "Confidence - La truffa perfetta". Resiste comunque al quarto posto "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio, che ha superato complessivamente i 2 milioni 300 mila euro. Al quinto scivola, dal terzo posto, "Hulk". Il cartoon italiano "L'apetta Giulia e la signora vita" si piazza settimo ma la media per sala è piuttosto bassa (824 euro). Tra gli italiani, "Il miracolo" è decimo e due nuove entrate, "Liberi" e "Ballo a tre passi" si sono piazzati undicesimo e tredicesimo. Il secondo ha una buona media per sala (3.028).

su Sky Tg24, alle 22,05, Formigli parla di Bellocchio

Liberazione 23.9.03

A pochi giorni dalla discussa mancata premiazione alla Mostra del Cinema di Venezia, l'ultimo film di Marco Bellocchio è per "Controcorrente", il programma condotto da Corrado Formigli su Sky Tg24 (ore 22.05), l'occasione per ritornare sui drammatici giorni del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, attraverso il particolare punto di vista del film stesso: ne discuteranno in studio alcuni dei protagonisti di quel momento storico, tra cui l'ex Br Adriana Faranda e gli onorevoli Rosi Bindi e Emanuele Macaluso.

Corriere della Sera 23.9.03

ZAPPING
Il caso Moro


"Buongiorno, notte", l’ultimo film di Marco Bellocchio riapre il dibattito sul rapimento di Aldo Moro. Corrado Formigli ne parla con Rosy Bindi , Emanuele Macaluso e l’ex br Adriana Faranda.

a Controcorrente
Sky Tg24, ore 22.05

La lettera di Roberta Pugno su Liberazione

Liberazione 23.9.03
"Buongiono, notte"


La Storia e l'incontro fra due persone diverse
Caro direttore, il film di Bellocchio, a vederlo e a rivederlo, dà emozioni fortissime. Il fatto che sia piaciuto ai giovani e che abbia successo all'estero prova che non è un film di cronaca, né un racconto di un tragico momento della vita politica italiana. L'arte, e Bellocchio è sicuramente un artista, non solo stravolge la storia, ma la può capovolgere. Allora questo film che cos'è? Forse è la storia di un incontro tra due persone diverse, anzi opposte: una giovane donna, razionale, falsamente ribelle, plagiata nel comportamento e nel pensiero da un'ideologia criminale e patologica, ed un uomo saggio, di straordinaria umanità, un uomo incomprensibile. E' la storia di una trasformazione, e andando ancora più a fondo, si potrebbe dire che il film nasce da un'idea geniale: dare immagini (utilizzando una vicenda nota e complessa come quella del rapimento di Moro) ad una dinamica interumana invisibile, ma molto frequente. E' la dinamica che la psichiatria definisce "annullamento" e la filosofia "nientificazione". Ma il racconto va avanti e il finale è davvero una sorpresa… Può succedere che il padre che volevamo uccidere, l'amante che volevamo cancellare, lo psichiatra che volevamo eliminare, non muore; e tu gioisci (ed è per questo che il film di Marco è stato "liberatorio"), perché alla tua violenza l'altro, a volte, reagisce con la vita.

Roberta Pugno, Roma

PROMEMORIA

IN EDICOLA (fino a Giovedì p.v.):

AVVENIMENTI con l'articolo di Simona Maggiorelli e la recensione a «Buongiorno, notte» di Callisto Cosulich (segnalato da Giulietta D'Ettole),
e Diario con la recensione di Buongiorno, notte di Marco Lodoli.

dibattito con Marco Bellocchio oggi a Firenze

La Repubblica ed di FIRENZE 23.9.03

cinema FIORELLA
Bellocchio e il suo film proiezione con dibattito

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IL regista della polemica, ancora con i «pugni in tasca», è stasera a Firenze. Marco Bellocchio, insieme agli attori Maya Sansa e Piergiorgio Bellocchio, sarà al cinema Fiorella in via D´Annunzio (ore 22.30) per presentare al pubblico e discutere il suo recente «Buongiorno notte», presentato all´ultimo Festival del cinema di Venezia. La pellicola ha suscitato polemiche ancora non sopite per la scottante tematica trattata: la prigionia di Moro e le scelte dei suoi carcerieri nella tragica primavera del ´78. Discussioni ci sono state anche per il massimo premio mancato della giuria veneziana, da molti auspicato e previsto. Bellocchio fra l´altro veniva da un film da molti considerato un autentico capolavoro: «L'ora di religione», anch´esso ignorato dai premi che contano. I posti a disposizione sono 250: la prevendita dei biglietti per la proiezione delle 22.30 avrà inizio alla cassa del cinema Fiorella alle ore 16 di oggi.

Rosalba Zubcich e Clara Pistolesi comunicano che la prevendita per la proiezione delle 20.30, riservata ai possessori di tessera dell'Atelier è iniziata già venerdì scorso.
Oggi, martedì 23, dalle ore 16 vengono venduti i biglietti anche a quelli che non hanno la tessera, quindi per lo spettacolo delle 20,30, se ci saranno rimasti posti per quello spettacolo, altrimenti per quello successivo.
È molto probabile anche che gli spettatori presenti in sala alla fine dello spettacolo delle 20.30, quando, alle 22.30 è previsto l'arrivo di Marco Bellocchio e l'inizio del dibattito (prima dell'inizio della proiezione successiva) non saranno obbligati a lasciare libera la sala che ha solo 260 posti per poter permettere l'accesso a coloro che si saranno prenotati per l'ultimo spettacolo...
Mah, si vedrà...
.

Libertà su Fare Cinema, la "scuola" di Marco Bellocchio

lunedì 22.9.03

Fare cinema - Intervista al regista bobbiese che smorza la polemica su Venezia: «Sempre amico di Monicelli»
Da Moro a “Il regista di matrimoni”
Marco Bellocchio anticipa il nuovo film con Castellitto
Oliviero Marchesi


«Gli allievi di “Fare Cinema” sono entusiasti. Dicono di non aver mai partecipato, in Italia, a un laboratorio così “professionale”, così calato nella realtà del mestiere del cinema». La risposta di Marco Bellocchio, è preceduta da un sorriso educato e un po' scettico: «Perché, negli altri laboratori non si fa nulla?». «A sentire i ragazzi, non si fa: si parla. Molte lezioni teoriche, anche avvincenti, ma poca pratica». «Beh, se i ragazzi pensano che i nostri corsi si sottraggano a questo schema, mi fa piacere. Questa, d'altra parte, era l'intenzione mia e del Comune di Bobbio quando abbiamo deciso, nel 1997, di iniziare questo esperimento: il nostro approccio all'insegnamento, del resto, è già sintetizzato in un nome come “Fare Cinema”».
“Fare Cinema” è il laboratorio sulla settima arte (organizzato da Comune di Bobbio, Provincia, Regione, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Filmalbatros, Centro Itard e Lanterna Magica) che il grande regista piacentino dirige ogni anno per venti allievi selezionati nella “sua” Bobbio: il paese amato e ritrovato delle vacanze estive e delle avventure dell'adolescenza, del debutto-capolavoro “I pugni in tasca” e del toccante “Vacanze in Val Trebbia” del 1980. A laboratorio concluso, Bellocchio ha parlato con noi dei suoi progetti futuri.
Sta lavorando a qualche nuovo film?
«Ho appena cominciato: sto scrivendo un abbozzo di sceneggiatura per un film intitolato “Il regista di matrimoni”».
La trama? Gli interpreti?
«Per il momento non ho molto da dire. Il protagonista è un regista che decide di allontanarsi dall'ambiente cinematografico, da Roma, da tutto, e viene avvicinato da un personaggio che gli propone, appunto, di filmare matrimoni per mestiere. Nel ruolo principale vorrei Sergio Castellitto, che è stato grande interprete nel mio “L'ora di religione”».
Lei firmerà anche la regia del “Rigoletto” di Verdi che andrà in scena a marzo al Municipale. Cosa dobbiamo attenderci?
«Una regia sostanzialmente classica, con qualche elemento antitradizionale senza essere per questo “trasgressivo”. Qualche anno fa ho fantasticato di trarre un film da quest'opera, ma non so se potrò riprenderne spunti sulla scena».
Fra dibattiti, forum e programmi tv, lei non ne potrà più di domande su “Buongiorno, notte”, il suo film sul caso Moro. Ma le devo ancora chiedere due cose.
«Ancora? Basta!».
Risata.
Primo: questo film è il suo maggior successo commerciale fino a oggi?
«Per ora è al secondo posto, perché “La Cina è vicina”, nel 1967, fu molto visto: a quanto pare, gli incassi di allora equivarrebbero oggi a quasi sei milioni di euro. In meno di due settimane, comunque, “Buongiorno, notte” ha incassato finora più di due milioni nelle sale».
Secondo: lei ha affermato che “Buongiorno, notte” non ha vinto il Leone d'Oro a Venezia per l'ostilità di Mario Monicelli, presidente di giuria. Questo ha guastato i rapporti fra voi?
«No. Anche se non riesco a spiegarmi il suo giudizio, siamo sempre amici e io auguro ogni bene a Mario».

Parlano i ragazzi che hanno partecipato al laboratorio
Gli allievi: «Una grande esperienza»
Il “corto” di quest'anno ispirato alla “Cavallina storna”
di Oliviero Marchesi


«Una grande esperienza: spero di poterla ripetere». E' la frase standard con cui i 20 allievi di “Fare Cinema 2003” (venti-trentenni provenienti dall'Italia intera “scremati” da una dura selezione) commentano un'edizione del laboratorio che pareva nascere sotto una cattiva stella per alcune inevitabili assenze del direttore-docente Marco Bellocchio e invece ha dato vita a 13 giorni di elettrica tensione creativa. Come sempre, il corso era basato sulla realizzazione di un cortometraggio diretto da Bellocchio con la collaborazione - anche creativa - degli allievi in ogni fase della lavorazione. E questa è, forse, una delle chiavi del successo di “Fare Cinema”: «Abbiamo potuto lavorare su un vero set e non è poco», dicono il cagliaritano Efisio Marcias, la romana Daria Petrillo e il bergamasco Paolo Jamoletti.
«La più grande soddisfazione? Quando ho proposto un'inquadratura a Bellocchio e lui l'ha accettata», dice Giovanni Truppa di Firenze. I grandi registi, in genere, sono - o appaiono - inavvicinabili. Ma il grande affetto con cui “i ragazzi” salutano Marco alla fine di questa avventura (dopo averlo alluvionato di copie dei loro lavori precedenti) testimonia della ricchezza umana di questo contatto, forse importante per il maestro quanto per gli allievi.
Il “corto” di quest'anno (protagonista Simona Nobili, attrice teatrale romana con una parte in “Buongiorno, notte”) era ispirato alla pascoliana “La cavallina storna”. Le riprese sono terminate, ma il film non è pronto: il montaggio, effettuato col sistema digitale Avid da Francesca Calvelli, deve ancora fare la sua parte. Resterà un'esercitazione di scuola oppure sarà proiettato in pubblico? In attesa di saperlo, comunque, gli allievi di “Fare Cinema” affermano di portarsi a casa, oltre a ricordi toccanti di Bobbio e dei suoi cittadini (come la signora Ortensia, che ha cucito in una notte i costumi femminili), un bagaglio di “cose imparate” importantissimo per il loro futuro.
Si parla di trucchi del mestiere appresi sul campo da eccellenti professionisti (tecnici del suono “veterani“ come Corrado Volpicelli e Remo Ugolinelli, la sceneggiatrice Daniela Ceselli, operatori e fotografi come William Santero, Matteo Fago, il piacentino Marco Sgorbati). Si parla di incontri che hanno lasciato il segno con tutti i personaggi che in questi giorni hanno trasformato Bobbio per due settimane in un ritrovo del meglio del nostro cinema (registi come Ciprì & Maresco ed Edoardo Winspeare, lo sceneggiatore Vincenzo Cerami, il produttore Marco Müller e Roberto Perpignani, montatore che ebbe il suo battesimo del fuoco al fianco di Orson Welles: «Un incontro molto importante per me, che voglio occuparmi di post-produzione» dice Federico Azzola Guicciardi).
Si parla della possibilità di adoperare finalmente attrezzature professionali: macchine da presa digitali DXC35 e PD150 e il mitico registratore analogico Nagra. Ma soprattutto si parla di quel qualcosa in più che il contatto diretto, dialogante, con un grande maestro fa fiorire nella mente di chi impara. E i racconti dei quattro allievi piacentini (Francesco Barbieri, Renato Bettinardi, Andrea Canepari e Donato Dallavalle) vanno in questa direzione: «Lavorare con un grande autore lascia il segno». Guido Silei, fiorentino, è stato borsista per un anno alla mitica Ucla di Los Angeles. Ecco il risultato del suo confronto: «Preferisco l'approccio europeo: arte contro industria».

lunedì 22 settembre 2003

***IN REPLICA, A ROMA ALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE, LA TRASMISSIONE DE LA7 CON MARCO BELLOCCHIO


LA LIBRERIA AMORE E PSICHE COMUNICA CHE CHI NON AVESSE VISTO LA TRASMISSIONE DI GAD LERNER, "L'INFEDELE", ANDATA IN ONDA SABATO 20 SETTEMBRE, CON MARCO BELLOCCHIO, POTRA' FARLO IN LIBRERIA, DA LUNEDI' 22 SETTEMBRE, POMERIGGIO, ALLE 15:00.

***la lettera alla Stampa di Roberta Pugno

(segnalata da Stefania Casule)

La Stampa VIVEREROMA 20.9.03

LETTERE
Quando un film ti emoziona

di Roberta Pugno


Il processo di annullamento
Sono una pittrice di Roma e vorrei intervenire, nel dibattito che si è aperto sul film Buongiorno, notte di Marco Bellocchio. Vorrei affrontare il discorso sul difficile rapporto (che riguarda da vicino anche la mia professione e la mia vita) tra arte, storia e politica, tra soggettività dell’artista e oggettività del mondo esterno. Il film di Bellocchio, a vederlo e a rivederlo, dà emozioni fortissime. Il fatto che sia piaciuto ai giovani e che abbia successo all’estero prova che non è un film di cronaca, né un racconto di un tragico momento della vita politica italiana. L’arte, e Bellocchio è sicuramente un artista, non solo stravolge la storia, ma la può capovolgere. Allora questo film che cos’è? Forse è la storia di un incontro tra due persone diverse, anzi opposte: una giovane donna, razionale, falsamente ribelle, plagiata nel comportamento e nel pensiero da un’ideologia criminale e patologica, ed un uomo saggio, di straordinaria umanità, un uomo incomprensibile. E’ la storia di una trasformazione, e andando ancora più a fondo, si potrebbe dire che il film nasce da un’idea geniale: dare immagini (utilizzando una vicenda nota e complessa come quella del rapimento di Moro) ad una dinamica interumana invisibile, ma molto frequente. È la dinamica che la psichiatria definisce «annullamento» e la filosofia «nientificazione». Ma il racconto va avanti e il finale è davvero una sorpresa... Può succedere che il padre che volevamo uccidere, l’amante che volevamo cancellare, lo psichiatra che volevamo eliminare, non muore; e tu gioisci (ed è per questo che il film di Marco è stato «liberatorio»), perché alla tua violenza l’altro, a volte, reagisce con la vita.