mercoledì 25 febbraio 2004

MASSIMO FAGIOLI
sul Venerdì di Repubblica

segnalato da Roberto Giorgini, Tonino Scrimenti e da un altro compagno

Il Venerdì di Repubblica 20.2.04
CASI DIVERSI
I DESTINI INCROCIATI DI DUE RIVENDITE
A Napoli i libri gay sono nei guai, a Roma spopola Freud omosex
di a.co.


[l'articolo è corredato da una foto di Massimo Fagioli, una di Freud, una della copertina di "La Sindrome di Eloisa" (Nutrimenti, pp.160, euro 14), e da un paio d'altre. Ndr]

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Si sa, per le piccole librerie non è un periodo d'oro. Se poi la libreria, oltre a essere piccola è anche gay, anzi «l'unica libreria a tematica gay e lesbica del Meridione» i guai crescono. Così la Mercurio di Napoli ha rischiato di chiudere, il 15 gennaio scorso. Il libraio Michele Esposito, che l'ha aperta nel 2001, non riusciva più a tirare avanti. Pochi giorni prima del 15 perù, un cliente ha diffuso un appello su Internet da cui è nata una sottoscrizione: la libreria è salva, almeno per due mesi. A Roma intanto, una libreria che gay non è punta molto, in vetrina, su un testo, La sindrome di Eloisa di Gianna Serra, in cui ci si diffonde sugli scambi epistolari «passionali e conturbanti» di Freud con Wilhelm Fliess e Romain Rolland. Perché tanto interesse? Forse perché la libreria, Amore e Psiche, è nell'orbita dello psichiatra Massimo Fagioli, che non ha ancora deciso se prendersela di più con Freud, già definito «vecchio sadico imbecille» o con l'omosessualità, bollata come «annullamento» e considerata «legata alla pulsione di morte». Pensate che soddisfazione avere le prove che Freud era gay...

la Cina a Firenze
cinema e spettacolo

una segnalazione di Simona Maggiorelli

Institut Français de Florence

Giovedì 26 febbraio ore 17.30 e 20.45


Anno della Cina in Francia


SCHERMI D’ORIENTE
La Cina di ieri e di oggi attraverso il suo cinema



Nell’ambito de "La Cina è un aquilone", rassegna dedicata alla cultura cinese ed ospitata all’Istituto Francese di piazza Ognissanti - in occasione dell’Anno della Francia in Cina - giovedì 26 febbraio doppio appuntamento con Schermi d’oriente, la Cina di ieri e di oggi attraverso il suo cinema.

Il programma, a cura di Anna Maria Gallone - fondatrice tra l’altro del prestigioso festival del cinema africano di Milano - prevede giovedì 26 febbraio ore 17.30 Il nipotino americano (Taiwan 1991) per la regia di Ann Hui - la più amata regista e attrice cinese che con "Boat People" (1982), opera di impegno civile sul Vietnam, ha ottenuto un notevole successo di critica e di pubblico e nel 2002 ha diretto "July Rhapsody" - . Protagonista del film è Ku, un anziano musicista di Shanghai, la cui tranquilla esistenza viene rivoluzionata dall'arrivo del nipotino dagli Stati Uniti. (Versione cinese con sottotitoli in italiano)

Giovedì 26 febbraio ore 20.45 Una ragazza di nome Xiao Xiao (Cina,1986), regia di Ulan Xie Fei, tratto dal romanzo XIAO XIAO di Shen Congwen. Xiao Xiao, una adolescente di 12 anni, per ragioni di clan e antiche tradizioni, viene sposata con un bimbo di soli due anni. Con il passare del tempo la ragazza, ormai diventata donna, finisce per cedere all'amore di un giovane fattore, ma le leggi del clan prevedono per le adultere la pena di morte: Xiao Xiao, incinta, tenta la fuga. (Versione doppiata in italiano).

Fino al 28 febbraio è ancora possibile visitare la mostra sugli oggetti dell’infanzia in Cina, abbinata alla proiezione di una serie di cartoni animati cinesi (La leggenda del re scimmiotto, I girini cercano la mamma, ecc) per piccoli e grandi (orario: lunedì/venerdì 9.30/12.30 e 14.30/18 e sabato 9.30/12.30).

Il gran finale è previsto per sabato 28 ore 11.00
con lo Spettacolo tradizionale cinese
allestito dall’Istituto di Wushu della città di Firenze in Piazza Ognissanti


Un progetto realizzato dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Firenze
in collaborazione con Istituto Francese di Firenze, Kenzi e Cospe.

Ingresso libero – Fino ad esaurimento posti

Institut Français de Florence - Piazza Ognissanti 2 - 50123 Firenze

Info 055 2718801 – Info stampa 055 2718820 – 348 6106610

Institut Français de Florence
Piazza Ognissanti 2 / 50123 Firenze
tel 055 2718801 / fax 055 217296

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contestata la nomina del nuovo coordinatore
dell'area psichiatrica del Lazio

Corriere della Sera 25.2.04
La scelta della Regione criticata da associazioni di malati
Psichiatria, è bufera
Cantelmi nominato coordinatore. «Troppi soldi ai privati»


La Regione nomina Tonino Cantelmi dirigente responsabile dell’area psichiatrica, ma le associazioni dei parenti dei malati e Giulia Rodano, consigliere regionale Ds, criticano il provvedimento e accusano la politica della giunta regionale sulla salute mentale di avere «assegnato troppi finanziamenti alle cliniche private e danneggiato quelle pubbliche, dove mancano 250 letti per malati acuti». Marco Verzaschi, assessore regionale alla Sanità, replica: «È un attacco pretestuoso: se criticano Cantelmi vuole dire che abbiamo scelto bene. Bisogna spendere di più per dare ai pazienti quello che aspettano da 20 anni, soprattutto i soggetti con pluripatologie».

Corriere della Sera 25.2.04
Critiche le associazioni. L’assessore: attacco pretestuoso
Psichiatria, polemica sul neocoordinatore «Rivuole i manicomi»
La Regione nomina Tonino Cantelmi
di Francesco Di Frischia


Tonino Cantelmi sta per essere nominato responsabile dell’area psichiatrica della Regione. La conferma viene dall’assessorato regionale alla Sanità, ma le associazioni dei parenti dei malati e Giulia Rodano, consigliere regionale Ds, criticano la nomina e accusano la politica regionale sulla salute mentale di avere «favorito le strutture private e danneggiato quelle pubbliche». Marco Verzaschi, assessore regionale alla Sanità, replica: «È un attacco pretestuoso: se criticano Cantelmi vuole dire che abbiamo scelto bene. Bisogna spendere di più per dare ai pazienti quello che aspettano da 20 anni, soprattutto i soggetti con pluripatologie». E la Regione ha imposto ai manager delle Asl di creare, entro un anno, almeno 125 letti sui 250 che mancano nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) del Lazio. Il provvedimento su Cantelmi, arrivato al termine di un bando pubblico dopo che il posto era rimasto vacante per due anni, diventerà ufficiale nei prossimi giorni. Il medico, esperto di psichiatria del Nuovo Regina Margherita, è uno dei promotori del disegno di legge «Burani Procaccini» all’esame del Parlamento per modificare la «Basaglia», la normativa del 1978 che ha abolito i manicomi. Proposta che, secondo associazioni e esponenti del centrosinistra, «vuole di fatto riaprire i manicomi - taglia corto Giulia Rodano - Questa è la ciliegia sulla torta della politica della giunta Storace, dopo la decisione di fare ricoveri per acuti anche in 13 cliniche neuropsichiatriche private. In cambio, ovviamente, le case di cura hanno incassato l’aumento delle rette per 50 euro al giorno».
Vanni Pecchioli, segretario regionale dell’associazione «Psichiatria democratica», aggiunge: «Non abbiamo nulla contro il medico Cantelmi, ma da tempo siamo preoccupati per le scelte della Regione». Secondo Pecchioli «il processo di riconversione stabilito dalla giunta con le cliniche ha tempi lunghi. E poi non sono state colmate le gravi carenze di letti e organici delle Asl che devono anche controllare l’assistenza nelle case di cura. Da Roma i malati finiscono per essere ricoverati fuori provincia». Il grido d’allarme viene condiviso da Maria Luisa Zardini, presidente di un’altra associazione, l’Arap: «Viviamo una situazione disastrosa da 25 anni: non vogliamo riaprire i manicomi, ma servono al più presto spazi adeguati per non lasciare i pazienti a carico delle famiglie». Considerazioni condivise da Maria Teresa Milani, responsabile del settore psichiatrico di «Cittadinanza attiva»: «L’accordo della Regione con le cliniche private rischia di innescare un circolo vizioso, senza promuovere percorsi terapeutici alternativi, necessari per reinserire malati nella società».
L’assessore Verzaschi respinge le accuse e precisa: «Le Asl dovranno controllare le cure su ogni paziente nelle 13 cliniche da riconvertire. E per i finanziamenti non c’è stato alcun aumento folle alle strutture private: abbiamo adeguato le tariffe, ferme da 10 anni, incrementando solo i rimborsi per la fase delle acuta, che è limitata ad un massimo di 10 giorni di ricovero. In cambio le cliniche dovranno aumentare il personale e la qualità dell’assistenza». E sull’accordo Verzaschi aggiunge: «Chi lo critica, chieda ai malati che non trovano risposta ai loro bisogni cosa ne pensano».

la religione degli americani /5

Repubblica 25.2.04
DIO NON È UN PADRE
la religione degli americani/5. intervista a Toni Morrison

Il suo vero nome è Chloe Anthony Wofford. È stata la prima donna di colore ad essere insignita, nel 1993, del premio Nobel per la letteratura
I miei rapporti con il cattolicesimo si sono interrotti dopo il Concilio Vaticano II
Come me Cechov, Joyce, Tolstoj non hanno mai lasciato in pace il Padreterno
NEW YORK
di ANTONIO MONDA


Toni Morrison è nata settantatre anni fa a Lorain, una cittadina dell´Ohio, con il nome di Chloe Anthony Wofford. E´ stata lei stessa a scegliere il soprannome Toni, quando si è stancata del modo in cui veniva storpiato il nome con cui è stata battezzata. Prima di essere stata la prima donna di colore (e la ottava in assoluto) ad essere insignita nel 1993 del Nobel per la letteratura «per la vita che riesce a dare ad aspetti essenziali dell´esistenza americana in romanzi caratterizzati da una forza visionaria e da una imprescindibile valenza poetica», è stata per ventanni la più apprezzata e rigorosa editor della Random House, ha vinto il premio Pulitzer nel 1988 per Beloved, e la prima donna di colore a diventare Chair in una università del prestigio di Princeton. Mi chiede di incontrarla nel suo appartamento di New York, situato all´interno di un palazzo che fino a pochi mesi fa ospitava una centrale della polizia. E´ una donna dal portamento maestoso, uno sguardo che mette soggezione, i capelli annodati in lunghissime trecce grigie, ed una voce che rivela appena la cadenza del sud di cui erano originari i suoi genitori. Si rende subito conto del mio stupore per la strana architettura del palazzo nel quale campeggiano ancora simboli e bandiere, ma mi invita a vederne la grandiosità, e a riflettere su come siano stati mal utilizzati fino ad allora gli spazi. «Se dobbiamo parlare del rapporto con Dio, immagino che dobbiamo cercarlo in ogni cosa» mi dice scherzosamente prima di invitarmi a cercare un ristorante dove riflettere in maniera rilassata su un tema che non avrebbe mai immaginato di discutere pubblicamente.
Di questi tempi i politici e le istituzioni parlano costantemente di Dio...
«Io ritengo che quello che fanno è semplicemente una strumentalizzazione, se non una bestemmia. La situazione in cui ci ha portato questo presidente è disperata, e sono terrorizzata quando lo sento parlare del suo Dio. Gli sono state attribuite frasi come "non negozierò mai con me stesso", ma negoziare con se stesso è quello che normalmente è chiamato "pensare". Il suo assolutismo religioso è stupefacente. Non riesco a capire con quale autorità morale citi il Padreterno e si definisca poi "presidente di guerra". A me sembra che fondi il proprio potere sulla paura».
Mi parli del suo atteggiamento rispetto a Dio. Lei crede?
«Credo in una intelligenza interessata in quello che esiste e rispettosa di quanto ha creato».
In cosa differisce questa definizione dal Dio delle religioni?
«Il fatto che ogni religione finisce per definirlo e quindi rimpicciolirlo. La mia idea di Dio è quella di una crescita infinita che scoraggia le definizioni ma non la conoscenza. Credo in un´esperienza intellettuale che intensifica le nostre percezioni e ci allontana da una vita egocentrica e predatoria, dall´ignoranza e dai limiti delle soddisfazioni personali. Più è grande la conoscenza e più Dio diventa grande. Perfino la Bibbia, questo libro meraviglioso scritto da straordinari visionari, è piccola e riduttiva rispetto alla grandezza di Dio».
Lei parla di una definizione che crea un limite. Tuttavia la fede non pretende di definire...
«E´ vero, ma rifletto anche sul fatto che la ricerca è sempre più importante della conclusione, e a volte la conclusione è già nel viaggio».
Mi parli del suo intimo viaggio all´interno della religione.
«Ho ricevuto una educazione cattolica, nonostante mia madre, che era molto religiosa, fosse protestante. Da bambina ero affascinata dai riti del cattolicesimo, ed ho subito la forte influenza di una cugina, che era una fervente cattolica».
Quando si sono interrotti i suoi rapporti con il cattolicesimo?
«Non so identificarlo con certezza. Forse la stupirà sapere che un momento di crisi l´ho avuto in occasione del Concilio Vaticano II. All´epoca ebbi l´impressione che si trattasse di un cambiamento di superficie, e soffrii molto per l´abolizione del latino, che vedevo come il linguaggio unificante e universale della chiesa. Tuttavia trovo ancora folgorante la rivoluzione dell´amore che sostituì l´idea di giustizia. Si tratta di qualcosa di estremamente moderno, e forse di eterno, che qualcuno ha portato nell´umanità».
Per chi crede quel "qualcuno" è il figlio di Dio.
«Se non lo è, stiamo parlando certamente di un genio. E´ l´amore che ci distingue dagli animali. E in questa rivoluzione diventa centrale l´attenzione al più debole e al più piccolo».
Lei parla della rivoluzione cristiana con commozione, eppure oggi crede in un´entità intelligente...
«Non credo in un Dio padre: anche quella mi sembra una limitazione, oltre che una semplificazione. E contesto l´immagine di Dio come il genitore protettivo...: se mi sforzo di intuirne l´essenza, e penso ad esempio all´infinità del tempo mi perdo con un misto di sgomento ed eccitazione. Intuisco l´ordine e l´armonia che suggeriscono un´intelligenza, e scopro, con un po´ di tremore, che il mio stesso linguaggio diventa evangelico».
Su questo stesso problema Derek Walcott ha riflettuto pensando alla Nostalgia dell´infinito, il famoso quadro di De Chirico esposto al MoMA.
«E´ il dilemma perfetto: il più grande ed eterno. Ci sentiamo unici, e per molti versi lo siamo, ma sentiamo di appartenere a qualcosa di più grande, rispetto alla quale non possiamo che provare nostalgia». Coloro che credono sono a suo avviso degli illusi?
«No, anzi: provo nei loro confronti il massimo rispetto, e certamente non sono io la persona che può giudicarli. Tuttavia penso che la mente cerca sempre di proteggere se stessa, e che è molto umano l´atteggiamento di chi trova un sistema in cui credere. Mi ha sempre divertito la tendenza ad umanizzare la divinità: penso agli uomini che ne esaltano l´aspetto guerriero o alle monache cattoliche che si dichiarano spose di Cristo. O coloro che lo identificano con il loro medico... soldato, marito, dottore: sono esempi abbastanza evidenti di esigenze umane».
Il suo approccio intellettuale sembra nascere dall´"intellego ut credam".
«Mi voglio fermare al termine "Intellego", anche perchè so bene che esiste da sempre un anelito di Dio. Tutto ciò che la mente può fare è imparare, e il momento in cui la mente si ferma coincide con la morte».
Cosa significa per lei la morte?
«Nei momenti di depressione la vedo come una liberazione, ma normalmente rappresenta qualcosa di inconcepibile: viviamo nel paradosso di non accettare la più ovvia e inevitabile delle nostre condizioni».
La sua tesi universitaria tratta del tema della morte, ed in particolare del suicidio in Faulkner e Virginia Woolf.
«La morte è un fatto inaccettabile con il quale tuttavia dobbiamo confrontarci: scelsi quel tema per riflettere sul fatto che in Assalonne Assalonne, l´americano Faulkner descrive il suicidio come un atto di debolezza, mentre in Mrs.Dalloway l´inglese Woolf lo trasforma in un gesto eroico di libertà».
I suoi libri hanno dei riferimenti religiosi persino nei titoli.
«E´ vero, ma devo dirle che sia Song of Solomon che Paradise sono titoli suggeriti dall´editore. Pensi che il titolo di quest´ultimo libro, nel quale tutti i personaggi sono dei credenti, era War. Per quanto riguarda Beloved è tratto da una citazione di San Paolo ai Corinzi, ma è anche un modo per rapportarsi a qualcosa di profondamente intimo e imprescindibile».
Uno dei suoi temi ricorrenti è la schiavitù. Ritiene che si tratti solo di una condizione fisica?
«No, assolutamente. L´abominio di un essere umano messo in catene è una delle più grandi tragedie dell´umanità, ma so bene che esistono schiavitù psicologiche ed ideologiche».
Ritiene che la religione sia presente nell´arte moderna?
«Meno di quanto si possa pensare, e spesso è utilizzata con fini commerciali. Pensi ad esempio a questi filmacci pretenziosi dove compaiono gli angeli come deus ex machina o agli artisti figurativi che utilizzano l´iconografia religiosa con l´unico intento di creare uno scandalo: non c´è nulla di serio, si tratta di una religione da supermercato, una Disneyland spirituale di falso timore e piacere». Ma nell´arte la religione è un limite o una opportunità?
«Credo che sia un dato neutro: ci sono scrittori e poeti che non credevano ed hanno realizzato delle meravigliose opere con soggetti religiosi».
Quali sono gli scrittori che hanno trattato temi religiosi che ammira maggiormente?
«Joyce, in particolare le opere giovanili, e Flannery O´Connor, una grandissima artista che ancora non ha ricevuto l´attenzione dovuta». Mi ha citato due irlandesi...
«Sono gli scrittori che mi vengono immediatamente in mente, ma non si possono dimenticare i russi: Dostoevskj, Tolstoj e perfino Cechov non hanno mai lasciato in pace il Padreterno».

Boncinelli a Firenze
questo pomeriggio

Repubblica, edizione di Firenze 25.2.04
LEGGERE PER...
Boncinelli alla Biblioteca comunale una ricerca fra scienza e filosofia


FISICO di fama, dedicatosi nel tempo a studi di genetica e biologia molecolare degli animali superiori e dell´uomo, Edoardo Boncinelli è l´ospite di oggi del ciclo «leggere per non dimenticare» a cura di Anna Benedetti, che rinnova il suo appuntamento alla Biblioteca Comunale Centrale in via Sant´Egidio 21 (ore 17.30). Dove l´attuale direttore della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste nonché apprezzato divulgatore presenta il suo lavoro più recente Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell´anima, un importante saggio pubblicato da Laterza, nel quale Boncinelli affronta una delle questioni più rilevanti - forse la più rilevante - che l´uomo si pone e nella quale filosofia, scienza, religione e vita quotidiana si intrecciano in modo indissolubile, a volte misterioso, affascinante sempre. L´introduzione dell´incontro è a cura di Paolo Rossi.

"vertenza spettacolo":
Marco Bellocchio vi aderisce

Repubblica edizione di Roma 25.2.04
Domani al Capranica attori, registi, musicisti: "Siamo trascurati"
La protesta fa spettacolo
di Francesca Giuliani

 
Lo spettacolo sotto i riflettori: attori, registi, danzatori, cantanti, mucisti insieme per chiedere attenzione a un mondo che conta 200mila addetti e muove ogni anno miliardi di euro, ed è troppo trascurato dalle istituzioni. La "vertenza spettacolo" dell´Agis apre domani mattina alle 11 al cinema Capranica con un incontro-kermesse che sta mobilitando tutti gli addetti ai lavori. Una protesta concreta e su punti precisi che ricorda già le proteste degli Intermittants che hanno messo a ferro e fuoco l´estate dei festival francesi. Hanno dato la loro adesione Alessandro Gassman, Carlo Verdone, Raffaele Paganini, Giuliana De Sio, Giuseppe Fiorello, ma anche Oreste Lionello, Mariangela Melato, Marco Bellocchio, Massimo Ghini e Serena Autieri. Salvatore Accardo ha inviato un testo scritto, dice: «C´è bisogno di investire sui giovani, per svincolare l´effimero allo spettacolo e farlo diventare cultura». Il resto sarà un fuori copione: il mondo dello spettacolo dà al governo sessanta giorni di tempo per avere risposte concrete.

la depressione
secondo la Sopsi

La Stampa 25 Febbraio 2004
IL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ DI PSICOPATOLOGIA
«Un italiano su cinque è depresso
Primo sintomo, il dolore fisico»


Un italiano su cinque soffre di depressione, e molti malati sono giovani. Milano e Bergamo sono le città più colpite. Spesso i sintomi confondono i medici di famiglia che non riescono a spiegare certi tipi di mal di testa, mal di schiena, mal di stomaco. L’allerta viene dagli specialisti riuniti a Roma per il congresso della Sopsi (Società italiana di psicopatologia).
I depressi sono considerati dalla famiglia e dagli amici come malati immaginari ma gli psichiatri smentiscono questo luogo comune: la loro sofferenza, che è reale, può avere origine ed essere amplificata dallo stato depressivo. Il dolore fisico, affermano gli esperti, rappresenta molte volte un primo importante campanello d’allarme che non va sottovalutato.
«Non esiste il malato immaginario - spiega il presidente della Sopsi, Paolo Pancheri - nessuno s’inventa un dolore, tranne un simulatore». La depressione, osserva Riccardo Torta, docente di Psicosomatica all’università di Torino, «non è solo una malattia della psiche ma anche del corpo, lo dimostra il fatto che i depressi si ammalano e muoiono di più. Il dolore è la spia che segnala un forte disagio emotivo». Lo psichiatra Mauro Mauri, dell’università di Pisa, aggiunge: «È frequente che manifestazioni di dolore apparentemente senza causa mascherino forme di depressione, la prova è che spesso, curando il disturbo, anche il dolore fisico scompare. L’amplificazione dei sintomi dolorosi indica una richiesta di aiuto da parte del depresso».
Ma quali sono i dolori fisici più diffusi che possono nascondere uno stato depressivo? Nel quaranta per cento dei casi si tratta di dolori lombari, cefalee e crampi addominali. A ciò si accompagna un calo del desiderio sessuale, difficoltà di concentrazione, crisi di pianto e una perdita di interesse per le attività abituali.
La depressione, sottolinea Mauri, si comporta «come una malattia ricorrente: si può guarire da un episodio depressivo ma la vulnerabilità si mantiene». Ogni crisi successiva, però, aggrava le condizioni del soggetto e per questo, avvertono gli esperti, è importante prevenire le ricadute.
Se le cure sono adeguate il 70 per cento dei pazienti riesce a uscire dal tunnel. Il problema, però, è che metà dei depressi non rispetta le cure o le interrompe. Da evitare, avvertono gli psichiatri, atteggiamenti paternalistici (genere: «Fatti coraggio che passa»). Ciò che serve è «una maggiore consapevolezza e il ricorso a cure adeguate e tempestive».

LIBERTA' 25.2.04
La depressione provoca anche mal di stomaco
di Gian Ugo Berti


ROMA «Le analisi per il mio mal di stomaco sono tutte negative, dottore. Cosa può essere allora?». «Forse è depressione» risponde il medico. Strano ma vero, è il volto più nuovo della depressione (ne soffre in media un italiano su cinque). Il dolore fisico capace cioè di mascherare un disturbo psicologico, così come una emicrania o un mal di schiena. Da qui l'invito al medico di base di sospettare uno stato depressivo in quei soggetti che denunciano dolori fisici e non trovano una spiegazione nonostante le sofisticate indagini. Lo sostengono i professori Giovanni Biggio, Mauro Mauri, Enrico Smeraldi e Riccardo Torta dell'Università di Cagliari, Pisa, Milano e Torino. Hanno messo in evidenza infatti che in un depresso si verifica un calo di due neurotrasmettitori, noradrenalina e serotonina. Questi due neurotrasmettitori hanno un ruolo anche nel controllo del dolore. Quindi riducendosi l'azione in un depresso, si amplifica la sensibilità al dolore fisico. Preziosa è poi l'azione della venlafaxina che ha la proprietà di andare ad agire contemporaneamente proprio sui due neurotrasmettitori e dunque, curando la depressione, combatte ed elimina il dolore fisico ad essa associato. Sono diciassette su cento gli italiani che soffrono oggi in media di depressione. Ma c'è una realtà variegata: secondo il professor Marcello Nardini dell'Università di Bari le ricerche indicano il 13% nell'area di Bologna, fra il 13 e il 15% in quella di Udine, in Puglia e in Sardegna. Ogni anno si verificano 250 casi in più ogni diecimila abitanti. Preoccupante - si è detto infine - è il tempo che intercorre fra l'insorgenza della depressione e il ricorso alle cure: ben otto anni. Nel caso poi della psicosi si arriva fino anche a dodici anni. Ultimo dato emerso dalla Assise di Roma che si conclude domani: fra quanti soffrono di depressione, la metà non ha avuto la diagnosi relativa alla malattia. La metà di quelli che hanno avuto la diagnosi non riceve invece cure adeguate. La metà di chi ha ricevuto cure adeguate non ha un'aderenza al trattamento prescritto.

(c) 1998-2002 - LIBERTA'

Repubblica ed. di Firenze
MERCOLEDÌ, 25 FEBBRAIO 2004
LO STUDIO
Isolamento affettivo fra le cause
Più depressi in Toscana tra anziani e bambini
Placidi: "Sono migliorate le capacità di dignosi"


Aumentano i depressi in Toscana. Una crescita, comune a tutta Italia, sospinta dai casi di donne e giovani che si ammalano sempre di più. Recenti casi di cronaca, come il suicidio di sabato dell´infermiera quarantenne in lotta da anni con la depressione, hanno riportato di attualità la pericolosità di questo problema. «Da noi - spiega Gian Franco Placidi, ordinario di psichiatria all´Università di Firenze - vediamo più frequentemente casi di depressione anche perché sono migliorate le conoscenze e le capacità di diagnosi sia da parte degli specialisti che dei medici di famiglia. Purtroppo però l´aumento è dovuto anche alla diminuzione dell´età di esordio della malattia, che cresce negli adolescenti ma anche nei bambini. Preoccupa il disagio dei nostri giovani: più elevati sono infatti i fattori di rischio quali fra gli altri il consumo di sostanze stupefacenti. La depressione può anche essere in alcuni casi difficile da diagnosticare qualora si associno agitazione, irrequietezza motoria e disperazione: situazione ad alto rischio di suicidio. La rete di servizi psichiatrici che abbiamo in Toscana è buona ma va potenziata proprio per assistere di più gli adolescenti e i minorenni. Importante è anche una sensibilizzazione della famiglia e insegnanti su questa problematica, al fine di identificare precocemente i soggetti più vulnerabili e a rischio».
La nostra è una regione anziana, dove si fa sempre più ampio il disagio della terza età: «Sempre più spesso - aggiunge Placidi - i nostri anziani reagiscono con la depressione alla perdita di ruolo sociale e al loro isolamento affettivo». Per curare questa malattia ci sono farmaci di nuova generazione. «Si fa largo un nuovo approccio al problema - prosegue il professore - Ci stiamo rendendo conto che a volte sintomi fisici dolorosi persistenti e che non riconoscono una base organica, possono essere in realtà la spia di una depressione latente. Curando la depressione, il dolore lentamente scompare. Farmaci come la venlafaxina sono efficaci e hanno anche una buona azione ansiolitica. Il problema è curare l´episodio depressivo per tutta la durata, protraendo talora la terapia anche per un anno, un anno e mezzo dall´inizio dei primi sintomi».

Yahoo! Notizie
Martedì 24 Febbraio 2004, 18:30
Depressione infantile e adolescenziale: i primi segni già a 10 anni
Di Italiasalute.it


La depressione non è appannaggio esclusivo dell'età adulta bensì interessa anche bambini e adolescenti anche se i sintomi mentali, emotivi e comportamentali nei bambini spesso sono sottovalutati o addebbitati superficialmente a problemi "della crescita". Un bambino troppo spesso triste può essere ammalato, ma di frequente non si conosce abbastanza a fondo il mondo dei bambini, ed è comune pensare che essi non abbiano stress e problemi tale da indurre una modificazione dell'umore in senso patologico. Al contrario la depressione in un bambino è un fatto serio che, quando venga trascurato può provocare lunghe assenze da scuola se non addirittura il suo abbandono.Ma anche uso e abuso di alcol o droghe e, spesso il suicidio.
Il primo ambiente in cui vanno ricercate le cause di un malessere è la famiglia. Un ragazzo che ha problemi di socializzazione scolastica, di relazione o altro ha di certo alle spalle un rapporto in qualche modo non risolto con i genitori.
Ci sembra apparentemente assurdo che un ragazzo si tolga la vita, o tenti di farlo, a causa magari di un brutto voto a scuola, ma si spiega meglio se pensiamo che quel voto è la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di quelli che sono i più comuni sentimenti che affliggono il depresso: sentimenti di colpa, di mancanza di autostima, convinzione di non meritare di essere amato, visione negativa e catastrofica degli eventi, delirio di rovina, percezione di non poter essere né capiti né aiutati e un progressivo ripiegamento su se stessi che crea una barriera insormontabile.I bambini con depressione possono sviluppare delle strategie per superare gli impegni quotidiani e le loro piccole responsabilità, ma hanno difficoltà a stare con gli altri, tendono ad isolarsi e soffrono per la scarsa stima che hanno di loro stessi.
Questi casi hanno spesso alcuni fili conduttori comuni: ragazzini "perfetti", che non hanno mai dato problemi, studiosi e ben integrati nei vari contesti di relazione. Poi, un giorno, qualcosa si rompe. Non possiamo generalizzare, ma si tratta spesso di bambini eccessivamente responsabilizzati, trattati come adulti, iperstimolati e che sentono sulle spalle un forte carico di aspettative e pressioni da parte dei genitori e dell'ambiente. Si sono costruiti un "falso sé", una facciata "compiacente" perfetta che però nasconde grandi vuoti e carenze. Una facciata troppo debole, che si incrina e porta a un disagio insostenibile.
I segni della depressione spesso includono: tristezza che non li lascia mai, mancanza di speranza, perdita di interesse nelle attività abitualmente piacevoli, cambiamenti nelle abitudini legate al cibo o al sonno, scarso rendimento scolastico o perdita di giorni di scuola, pensieri legati alla morte e al suicidio, il giovane si veste preferibilmente di nero, scrive poesie o racconti malinconici e di stampo intimista, sceglie una musica che racconti temi realistici od esistenziali, guarda tutta la notte la televisione perché ha disturbi del sonno, non riesce ad alzarsi al mattino per andare a scuola, dorme durante il giorno, ha poca motivazione ed energia, perde interesse nello studio, colleziona una o più bocciature, esce poco, rimane spesso chiuso ore nella sua stanza, ha pochi amici, esce poco solo di notte, perde appetito, si alimenta poco e male nelle ragazze possono apparire sintomi di anoressia o bulimia, pensa e parla spesso della morte e rimane colpito dal decesso di persone che conosce.
Tra i segni distintivi più frequenti, e spesso non decifrati dai genitori, c'è il dolore, quello che non migliora nonostante i trattamenti. Un bambino depresso usa in modo massiccio il canale somatico per esprimere il proprio disagio. Il dolore fisico, apparentemente senza spiegazioni, dunque, e' spesso una spia importante che deve spingere i genitori ad intervenire.
I bambini cominciano a presentare i primi segni della patologia, il piu' delle volte attraverso il dolore fisico, gia' al di sotto dei 10 anni. Psichiatri ed esperti riuniti a Roma per il IX Congresso della Societa' Italiana di Psicopatologia avvertono: la soglia d'eta' dell'insorgenza di questa malattia si sta abbassando in maniera preoccupante. La depressione infantile è ormai riconosciuta come entità ben definita nell'ambito della psicopatologia del bambino.
''Non esistono stime numeriche - ha sottolineato lo psichiatra Mauro Mauri dell'universita' di Pisa - poiche' e' solo negli ultimi anni che si sta focalizzando l'attenzione sul disturbo depressivo tra i bambini, mentre si stima che tra gli adolescenti la depressione colpisca il 15-17% dei ragazzi''. Negli Stati Uniti pero', ha affermato Mauri, si sta conducendo uno studio epidemiologico sulla diffusione della malattia mentale tra i bambini, ed i risultati sono attesi per il prossimo anno, mentre secondo alcune stime la depressione infantile e giovanile é un fenomeno largamente sottostimato e, sempre negli Stati Uniti, ne sarebbe affetto 1 bambino su 33, circa il 3% della popolazione infantile. Tuttavia, cio' che e' certo, sulla base dell'esperienza degli psichiatri, ha sottolineato l'esperto, e' che ''i primi sintomi della patologia depressiva si osservano, in vari casi, gia' al di sotto dei 10 anni di eta'''. Quanto alle ragioni per le quali i bambini sono oggi sempre piu' depressi, molto e' imputabile allo stile di vita. Oggi, ha sottolineato Mauri, ''i piu' piccoli sono molto piu' stimolati di prima: giocano di meno e da loro ci si aspetta troppo, caricandoli di impegni ed aspettative eccessivi. Aumentano dunque - ha affermato l'esperto - le condizioni di stress che facilitano l'insorgere del disturbo depressivo''.
Il piu' delle volte pero', avvertono gli esperti, la depressione non viene riconosciuta, e anche quando lo e' si pone un problema etico tutt'ora aperto: e' giusto curare i bambini con dei farmaci? Ma c'e' anche un altro elemento da non trascurare: la diagnosi di depressione in un bambino, hanno concluso gli psichiatri, ''e' vissuta il piu' delle volte con un forte senso di colpa da parte dei genitori; ecco perche', spesso, si tende a non riconoscere tale patologia''.

Rita Levi Montalcini al Mart di Rovereto

L'Adige 25.2.04
La vera lezione di Rita Levi Montalcini al Mart:
«Giovani, fate funzionare il cervello»
Poi racconta la sua battaglia in favore delle donne africane
Di CORONA PERER


E´entrata sul palcoscenico dell´Auditorium Melotti da sola, quasi in punta di piedi come chi voglia passare inosservata. Minuta e ossuta com´è, è sembrato che l´applauso partito dalla platea potesse travolgerla. E allo stesso tempo sorprenderla. Si è così fermata salutando amabilmente il pubblico, quasi imbarazzata da tanto calore.
In realtà è stata lei a sorprendere il pubblico con il suo umorismo e la sua simpatia dall´alto di 95 anni portati splendidamente, con una classe e un´eleganza invidiabili.
Per la verità gli anni di Rita Levi Montalcini sono ancora 94 (è nata il 22 aprile del 1909) ma alle sue 95 primavere ha voluto lei stessa fare un esplicito riferimento a circa metà del suo intervento, un´ora abbondante nella quale ha parlato a braccio. Riferendosi ad un secolo di vita nel quale ha dovuto fare i conti anche con l´ostracismo delle leggi razziali, ha provocato uno scrosciante secondo applauso.
«Non è un merito - si è subito schernita - è solo un privilegio avere 95 anni. Ho molte difficoltà alla vista a causa di una maculopatia: fate conto che non vedo nemmeno le diapositive che vi sto proiettando, ma non ho l´Alzheimer! E questo perché faccio funzionare il cervello. Morirò d´altro, ma non di Alzheimer!» ha aggiunto il Premio Nobel che ha poi rivolto ai giovani un accorato invito. «Sapete cosa dico sempre? Fate lavorare il vostro cervello, utilizzatelo al meglio, fatelo lavorare al massimo, ma non per il potere! Quando piuttosto per la gioia immensa di fare funzionare questa macchina meravigliosa. Io ho lavorato con tale gioia e passione che non mi preoccupavo affatto di quello si stava dicendo in giro per l´Europa sulla inferiorità della mia razza».
Rita Levi Montalcini, nata a Torino, dove si laureò nel 1936 in Medicina e Chirurgia per poi proseguire gli studi come ricercatrice in neurobiologia e psichiatria, fu infatti costretta nel 1938 a lasciare l´Università a causa della promulgazione del manifesto della razza. Continuò le sue ricerche in un piccolo laboratorio casalingo e poi fu costretta a lasciare l´Italia. Fu la Svizzera ad offrirle per prima l´opportunità di pubblicare quegli studi che l´avrebbero portata anni dopo, negli Stati Uniti, a scoprire il fattore della crescita, per gli addetti ai lavori l´NGF. Grazie a questi studi le arrivò da Stoccolma il conferimento del Premio Nobel per la medicina. Era il 1986. Ci arrivò studiando un embrione di pollo nel quale era stato trapiantato il tumore di un ratto adulto.
«Fu in quegli anni che potei capire ed apprezzare l´ospitalità degli americani grazie ai quali ebbi la fortuna di studiare come funzionava il sistema nervoso. Vedete, noi parliamo oggi di fuga di cervelli. Ma il problema è che qui non si va avanti per merito, qui si va avanti solo appartenendo a gruppi di potere». E ha poi aggiunto altre interessanti valutazioni. La ricerca in Italia? «Eccellente. Quando sono ritornata dopo 30 anni di Stati Uniti sono rimasta stupita dall´impegno dei giovani, malgrado la differenza che esiste nei mezzi a disposizione. L´Italia ha eccellenti ricercatori, quello che mancano sono i finanziamenti. E´ importante credere nella ricerca. Anche le imprese devono crederci. Due anni fa grazie alla Ambrosetti sono riuscita ad aprire un centro a Roma nel quale tento solo di far tornare i cervelli italiani. In Italia quello che manca è premiare il merito. Le imprese farmaceutiche andavano bene qualche anno fa, ma anche loro hanno perso fiducia e c´è poca sinergia con il mondo universitario. Spero che le industrie si rendano conto di quanto importante sia investire nello human capital».
Rita Levi Montalcini ha poi raccontato in un appassionante affresco che abbracciava un secolo di lavoro e di ricerca, quanto sognasse allora di tornare in Italia. Ma solo in America si potevano fare studi sul cervello. «Il ´900 è stato il secolo dello studio sul cervello. Oggi sappiamo molto, eppure è ancora molto poco ciò che conosciamo dell´organo più importante del nostro corpo. Le neuroscienze hanno enormi possibilità se si dà la possibilità ai giovani di tornare in Italia» ha detto il premio Nobel ,che ha ribadito come i giovani siano oggi il suo capitolo di lavoro più importante.
«Sono parecchi i giovani ai quali io come studiosa devo dire grazie. Ora che non posso più continuare a fare ricerche e che la mia vita non mi consente più di stare tra i banchi mi dedico alle due uniche grandi missioni della mia vita: aiutare il rientro in Italia di chi ha capacità e aiutare le donne del continente africano ad avere un´istruzione. Oltre alla piaga dell´infibulazione e dell´Aids, a loro non è concesso studiare, ma ci sono molte donne che hanno qualità eccellenti e che con la formazione a distanza possono aiutare il mondo con il loro sapere».
Rita Levi Montalcini ha lasciato ammutolita la platea quando ha fatto capire che malgrado tante ricerche e anche tante soddisfazioni in realtà sono proprio queste le due cose più importanti tra quelle realizzate nella sua vita. Il suo è stato un autentico appello. «Dico sempre: bastano 5 euro per far studiare una donna africana. Il mio sogno è che queste donne umiliate, private del diritto allo studio e oppresse nel continente africano, possano studiare».
Una lectio magistralis di vera umanità giunta alla fine di un intervento durato oltre un´ora, tutto a braccio e in piedi, dall´ambone sul quale era steso il drappo del Rotary Distretto 2060 al quale si deve indubbiamente il merito di aver regalato ieri a Rovereto due ore di grande scienza. E una grande lezione di umanità.

Luigi Cancrini sulla cocaina

Il Messaggero Martedì 24 Febbraio 2004
No, nessuna illusione: la cocaina rovina cuore e cervello
di LUIGI CANCRINI


LA ASL della città di Milano ha effettuato negli ultimi mesi del 2003 una ricerca sul consumo di droga da parte dei giovani. Gli intervistati, di età compresa fra i 18 e i 25 anni, erano scelti a caso fra i frequentatori delle scuole di guida della città. Il risultato, sconcertante, è quello per cui una percentuale di poco superiore al 14% di questi soggetti aveva già consumato cocaina almeno una volta nella vita. Un fatto che non risultava, ovviamente, dai referti medici che accompagnavano la loro richiesta di esame per la patente. Un fatto che dà l'idea della diffusione impressionante di questa droga tra i giovani del nostro paese. Come confermato dai dati relativi ai sequestri (320 kg nel 1987, 2.143 kg nel 1998) e da quelli forniti dal telefono Linea verde droga per cui il 50% dei contatti avvengono ormai per problematiche connesse al consumo di cocaina.
Droga a tutti gli effetti pesante , la cocaina sta cominciando ad incidere fortemente anche sulle casistiche dei servizi. Nelle carceri, che sono sempre le prime ad intercettare i nuovi casi, la cocaina è droga di riferimento per il 50% delle persone con problemi di dipendenza. Nei Sert e nelle comunità terapeutiche, cui si accede un po' più tardi, lo è per una cifra oscillante fra il 20 e il 25%. Molti sono però i casi che vengono trattati fuori della rete dei servizi, perché il livello sociale delle persone che sviluppano una dipendenza da cocaina è abbastanza alto, spesso tale da consentire la ricerca di cure in ambiente privato o all'estero.
Le conseguenze più gravi della dipendenza da cocaina sono abbastanza diverse da quelle tradizionalmente descritte per l'eroina. La cocaina non dà dipendenza fisica e non viene iniettata, se non eccezionalmente, con siringhe. Rari sono, ugualmente, i casi in cui l'utente va incontro ad una overdose. Gran parte dei guai si manifesta invece a livello della vita psichica. A piccole dosi, la conseguenza più rilevante è il senso di grandiosità direttamente collegato all'euforia prodotta dalla sostanza che produce errori, a volte drammatici, di valutazione delle proprie reali possibilità: quando si è per esempio alla guida di una moto o di un'auto. A dosi medie, il problema diventa spesso quello legato alla quantità di soldi necessari per mantenere l'abitudine, all'indifferenza manifestata nei confronti delle regole, delle leggi e degli affetti da parte di chi comincia a considerare indispensabile la possibilità di "farsi". A dosi alte, il problema è quello della rovina economica, che coinvolge spesso interi nuclei familiari, della violenza e della perdita del controllo quando quelli che insorgono sono quadri di vera e propria psicosi acuta.
Dal punto di vista terapeutico, il problema più grave da affrontare oggi riguarda l'insieme delle risposte che i servizi pubblici e del privato sociale debbono dare a questi loro nuovi utenti. La gran parte delle risposte utili agli eroinomani non servono a nulla con le persone che hanno come droga di riferimento la cocaina. Non ha alcun senso, per loro, l'uso di farmaci sostitutivi, mentre da ripensare appaiono anche molti programmi residenziali di comunità terapeutica. Centrale si presenta qui il lavoro basato su strumenti di livello psicoterapeutico, utilizzati da professionisti capaci di raggiungere fin dall'inizio le persone che hanno rapporti affettivi con la persona in difficoltà. Lavorando con la famiglia di origine e/o con la coppia, cioè, ma prendendo contatto con tutte le persone che colludono, sul piano economico e comportamentale, con chi usa cocaina. Illusorio e debole si presenta infatti, abitualmente, il tentativo di basare il proprio intervento sul rapporto a due fra terapeuta o servizio e utente.
Anche di queste cose si dovrebbe discutere oggi se il nostro fosse davvero un paese serio. Le persone che hanno problemi di dipendenza vanno curate, non solo processate. Difficile pensare che di questo ci si renda conto mentre le elezioni incombono, ma il modo migliore di affrontare l'emergenza cocaina nel nostro paese è quello di chiedere ai politici di non parlare di cose che non conoscono. I governi, nazionale e regionali, hanno il dovere di creare condizioni in cui i servizi possano lavorare bene, smettendo di fare tagli alle spese e attacchi alla dignità degli operatori. Sta nel potenziamento dei servizi, non nel rinnovamento delle leggi, la possibilità di far fronte in modo ragionevole ai problemi proposti dalla diffusione della cocaina.

martedì 24 febbraio 2004

il congresso della Società di Psicopatologia

una segnalazione di Peppe Cancellieri

La Stampa 24 Febbraio 2004
A ROMA IL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ DI PSICOPATOLOGIA
«I segreti di killer e kamikaze»
Studiosi da tutto il mondo per «capire» la violenza
di Daniela Daniele


ROMA. Psichiatri italiani e stranieri si confronteranno, a partire da oggi e per cinque giorni, nel IX congresso della Società italiana di psicopatologia che si tiene nella capitale. «Tra le discipline mediche - osserva Paolo Pancheri, presidente del convegno -, la psichiatria è quella che, più di ogni altra, rappresenta l’area di confine tra il somatico e il sociale, tra il biologico e lo psichico, tra il molecolare e l’interpersonale». Il congresso darà uno spazio rilevante al tema dei rapporti mente-cervello. «I tempi sono maturi - spiegano gli organizzatori - per una “clinica del cervello” dove i confini tra “organico” e “psichico” sono andati sfumando sempre di più, fino a perdere il loro significato». E proprio il rapporto tra struttura cerebrale e correlati intrapsichici è uno degli argomenti di maggior interesse del congresso, soprattutto alla luce dei più recenti dati della ricerca.
Altro tema, purtroppo di sempre maggiore attualità: la violenza. Lo psichiatra è sempre più spesso chiamato a valutare quando comportamenti aggressivi e antisociali debbano essere oggetto di attenzione clinica e si debbano, quindi, ricondurre a psicopatologie. Diverse le relazioni al riguardo. Tra le altre: «Il crimine violento è un disturbo psicopatologico?»; «Il Kamikaze: la follia della normalità»; «Aggressività e ricoveri psichiatrici».
Argomento di grande importanza per comprendere lo sviluppo di certe patologie della psiche è il rapporto tra il disagio psicologico infantile e quello dell’adulto. Fino a poco tempo fa, la psichiatria dell’adulto e quella del bambino hanno operato in compartimenti nettamente separati. Quadri clinici ed esordio in età evolutiva, però, sono di comune riscontro in psichiatria generale e si è visto che la matrice di molti disturbi dell’adulto si ritrova in problemi che hanno avuto il loro inizio nell’età infantile. Verranno anche trattati temi che muovono a emozioni forti, come la morte. Per esempio, il rapporto tra medico e paziente nelle situazioni di fine della vita. O l’eutanasia. Esperti dalla Svizzera e dall’Olanda parleranno dell’esperienza nei loro Paesi.
Cinema e psichiatria, un binomio che è ormai parte della tradizione dei congressi Sopsi. Anche quest’anno, verrà dato ampio spazio all’argomento, mostrando come il cinema sia diventato lo strumento più efficace e potente nella discussione interattiva di casi clinici, nella conoscenza della realtà della psichiatria e nello studio di particolari caratteristiche del funzionamento mentale. «La richiesta di aiuto psicoterapeutico - continua il professor Pancheri - è andata aumentando in ampi strati della popolazione e i farmaci di interesse psichiatrico hanno sempre più un’ampia diffusione, favorita dalla loro sempre maggiore tollerabilità ed efficacia».
In pieno sviluppo anche la ricerca in questo campo che, attualmente, «occupa una posizione di leadership» tra le discipline mediche. «L’importanza della psichiatria nel modo di sentire collettivo - conclude il presidente del congresso - è riflessa dallo spazio crescente dato dai mass media ai problemi psichiatrici che interessano ampie aree della popolazione; anche le leggi che interessano l’assistenza psichiatrica hanno risonanza nazionale».

Yahoo Notizie Martedì 24 Febbraio 2004, 12:09
PSICHIATRIA: DEPRESSO 1 ITALIANO SU 5, SINTOMO E' DOLORE FISICO


(ANSA) - ROMA, 24 FEB - Un dolore fisico che le analisi non riescono a spiegare, dal mal di testa al mal di stomaco. E' il volto nuovo con il quale si rivela la depressione: una patologia in crescita che colpisce un italiano su cinque, in particolare sempre piu' donne e giovani, mentre aumenta in modo preoccupante, sfiorando di otto anni, il lasso di tempo tra l'insorgere del disturbo e il ricorso alle cure.
A lanciare l'allarme sono stati oggi vari psichiatri ed esperti riuniti a Roma per il nono congresso della Società italiana di psicopatologia.
La depressione dunque, hanno affermato gli psichiatri, parla anche con il corpo e il dolore fisico. Da qui l'invito al medico di base a sospettare uno stato depressivo in quei soggetti che denunciano dolori fisici che non trovano una spiegazione nonostante svariate indagini. Ma qual e' la causa del dolore fisico nel soggetto depresso? Gli psichiatri Giovanni Biggio dell'Universita' di Cagliari, Mauro Mauri dell'Universita' di Pisa, Enrico Smeraldi dell'Universita' Vita e Salute di Milano e Riccardo Torta dell'Universita' di Torino hanno spiegato oggi che in questo tipo di soggetti si verifica un calo di due neurotrasmettitori, la noradrenalina e la serotonina, che rivestono un ruolo anche nel controllo del dolore. Riducendosi dunque la loro azione, nel soggetto depresso si amplifica la sensibilita' al dolore fisico. Per questo, hanno sottolineato gli esperti, preziosa e' l'azione della molecola Venlafaxina che ha la proprieta' di andare ad agire contemporaneamente proprio sui due neurotrasmettitori e curando la depressione combatte ed elimina anche il dolore fisico ad essa associato.
In Italia, avvertono gli psichiatri, la depressione e' dunque in aumento e i numeri lo dimostrano: ne soffrono in media 17 italiani su 100 ed ogni anno si verificano 250 casi in piu' ogni 10 mila abitanti. Un italiano su cinque, pero', ha gia' pagato o paga sulla propria pelle il peso della malattia. Ed ancora: due donne ogni uomo soffrono di depressione. Ma c'e' un altro dato che preoccupa gli esperti: il tempo che intercorre fra l'insorgenza della depressione e il ricorso alle cure, che puo' raggiungere anche gli otto anni e nel caso della psicosi i dodici anni. Un ultimo dato: tra quanti soffrono di depressione, la meta' non ha avuto diagnosi, mentre la meta' dei pazienti che pur hanno ricevuto una diagnosi non riceve cure adeguate. (ANSA).

psichiatria americana
e storia della cultura della droga
(sulle orme della cocaina di Freud)

Corriere della Sera 24.2.04
Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto
di Cesare Medail


Lo psichiatra americano Humphry Osmond è morto a 86 anni nella sua casa di Appleton (Wisconsin). Oggi lo ricorderanno in pochi, soprattutto in Europa; eppure, 50 anni fa Osmond coniò un termine, «psichedelico», che ha segnato più di una generazione e attraversato le culture alternative occidentali. Derivata dal greco «psyché» (anima) e «delôun» (mostrare), la parola indica gli effetti visionari della coscienza dilatata da droghe naturali quali la mescalina o sintetiche quali l’Lsd.
L’importanza culturale, però, di Osmond non sta tanto nei suoi studi prima sulla schizofrenia (notò che dava effetti analoghi a quelli della mescalina) e poi sull’alcolismo (cercò di curarlo con dosi di Lsd), quanto nel fatto che la sua «cavia» fu per qualche tempo Aldous Huxley (1894-1963), con il quale ebbe anche un carteggio rivelatore della cultura che generò le stagioni psichedeliche degli hippy, dei beat , degli stati alterati di coscienza, che ebbero proprio un viatico nei romanzi di Huxley (da Le porte della percezione a Paradiso e inferno).
«Per scandagliare l’inferno o librarsi nei mondi angelici, basta un pizzico di mescalina», scrisse Osmond; e Huxley accettò di fare la cavia, assumendo il fungo e scrivendo: «La maggioranza degli uomini conduce una vita così penosa o così limitata che la smania di trascendere se stessi è un bisogno ineluttabile, forse innato», soprattutto se non si trova più la trascendenza tramite «esercizi spirituali».
Nacque così il rifiuto «psichedelico» della società opulenta, consumista, ipertecnologia e priva di valori, inteso non come fuga del disertore ma come evasione da una prigione: una stagione che si sarebbe esaurita quando, dopo molte catastrofi personali legate all’Lsd, si cominciarono a percorrere altre vie quali la meditazione, lo yoga, i sogni, per cercare le proprie «uscite dal mondo».

Cina

Liberazione 24.2.04
Europa e Stati Uniti alle prese con l'esuberante economia cinese. Volano le esportazioni in tutti i settori: dall'acciaio alle Nike copiate, dalle bevande al hig tech
"Made in China", sfida al mercato globale
di Maria R. Calderoni


Tanti tanti tanti tanti tanti piccoli cinesi. Alt. Non dire mai più che la Cina è vicina. Infatti la Cina non è vicina. La Cina è qui. Siamo belli che circondati. Basta guardare. Dati 2001, fonte Ocse: in Italia la Cina esporta bevande e tabacchi, cibo e bestiame, carburanti e lubrificanti, oli animali e vegetali, grassi e cere, prodotti chimici e affini, beni manifatturieri (a volontà), pelli, pelli lavorate e conciate, pellicce, prodotti in gomma sughero e legno, carta e simili, tessili, abbigliamento (a bizzeffe), prodotti minerali e metallici, ed eccetera.
Se non vi dispiace non solo bambole (il 75% della produzione mondiale di giocattoli è cinese, comunque), pantofole, Nike copiate, accendini-sorpresa, pigiami e magliette di ogni marca e seize. Dalla stessa fonte Ocse, si evince appunto che da noi arrivano "made in China" ferro e acciaio, macchinari e attrezzature da trasporto, macchinari specialistici, industriali, da ufficio, per processione dati automatica, per telecomunicazioni, per audioregistrazione, veicoli stradali, attrezzature da trasporto ed eccetera.
Non solo noi. In buona compagnia in Europa (un complessivo 17 per cento di business commerciale) siamo con Francia e Germania (quest'ultima totalizza un 4 per cento di import "giallo"); l'Asia assorbe un 54 per cento, l'America latina il 2,4.
Gli Usa, poi, guarda quelli. Loro toccano il 20,4 per cento (sono dati del 2001, sicuramente oggi sottostimati), un export-import Cina-Usa valutato in 150 miliardi di dollari l'anno. Dati strabilianti (e anche "destabilizzanti", dal punto di vista di certi "falchi"). «Nel 2002, su base annua quindi, le importazioni americane di reggiseni, vestaglie e magliette dalla Cina sono aumentate rispettivamente del 232%, del 540% e del 219%. Cifre che hanno letteralmente provocato grida di dolore da parte di gruppi di interesse nazionali, spingendo i politici a intervenire».
Tutt'altro che semplice, terribili scatole cinesi. Perché «se è vero che il Pentagono tende a vedere la Cina come una minaccia, è anche vero che con la Cina sono in ballo interessi commerciali molto forti: giganti come Boeing, Motorola, Citibank e Wal-Mart detengono infatti sempre più quote del mercato cinese».
Virgolette d'obbligo. Sono righe tratte infatti da Aspenia, il trimestrale edito dall'Aspen Institute, il cui ultimo numero si intitola "Il tempo della Cina" ed è interamente dedicato a decrittare il Macro Fenomeno che di nome fa Repubblica popolare cinese. Un numero anch'esso strabiliante per i dati, le ricerche, le analisi, le tesi che contiene. In sostanza, uno sguardo lungo e spregiudicato sull'ex Pianeta misterioso dell'altra sponda del Pacifico, 4 mila anni di storia, 1 miliardo e 350 milioni di persone - un quinto dell'umanità - il 50 per cento delle quali al di sotto dei 30 anni, Repubblica popolare a partito unico, quello che si chiama ancora (ancora, ancora!) Pcc (Partito comunista cinese).
Un immenso, dinamico ibrido i cui connotati Aspenia tratteggia così: «Una potenza economica globale, il Sistema del capitalismo comunista», una gigantesca nazione dove «pragmatismo politico, "cultura della convenienza", logica dei consumi occidentale incuneata in una struttura socialista fortemente ideologica», fanno della Grande Cina «un Paese politicamente definito "socialismo di mercato alla cinese", e culturalmente "socialismo postmoderno"». Il tutto sotto la guida della "quarta generazione" marxista-leninista con alla testa Hu Jintao.
Sostiene Aspenia.
L'occhio lungo dentro questa Cina ne vede, di cose: belle, brutte, bellissime, bruttissime, abbaglianti, oscure, contraddittorie, fantastiche, potenziali e no, tutte comunque ardue e colossali... Va bene. Gli esperti di prim'ordine che hanno collaborato al numero "cinese" della rivista concordano però, tutti, su un punto, piuttosto essenziale: «L'economia cinese è cresciuta a un tasso annuo dell'8-9% quasi per due decenni, conseguendo, come hanno riconosciuto le Nazioni Unite, il più grande e più rapido successo nella guerra alla povertà della storia dell'umanità».
Un enorme balzo della tigre in meno di quarant'anni, ma ancora insufficiente. Nonostante il record e l'immane sforzo, i poveri-poveri in Cina sono ancora il 10 per cento della popolazione (non meno di 150 milioni). Grandi dislivelli, anche drammatici, caratterizzano ancora le condizioni tra città e aree metropolitane e i territori interni, soprattutto le campagne; e tra regioni e regioni, con non pochi conflitti e tensioni sociali (cui non sarebbe estraneo, secondo gli analisti di Aspenia, un diffuso fenomeno di corruzione, soprattutto nei ranghi della burocrazia di Stato).
Una condizione non difficile da comprendere (e tutt'altro che da sottovalutare, proprio per le implicazioni sociali, umani e culturali che può significare). E possiamo aggiungere - per capire l'ordine di grandezza dei problemi della Cina di oggi, anno 2004 - che sono ancora almeno 700 milioni i contadini in condizione di pura sopravvivenza sull' immensa terra dell'ex Impero celeste.
Ciò semplicemente vuol dire che, nonostante l'enorme balzo della tigre, quasi il 70 per cento della popolazione cinese vive ancora in quelle sterminate aree rurali (o semi-urbanizzate) che sono rimaste indietro (praticamente escluse) dal nuovo standard industriale.
Un enorme problema, con 700 milioni sulla scena...
La Cina - questa la conclusione - resta un paese povero. Una nazione ancora debole (e tutt'altro che militarizzata).
Però una nazione in marcia: a differenza dell'India che «pur avendo un miliardo di abitanti non è riuscita vincere la battaglia contro la povertà», la Cina sta lì a dimostrare che «il fattore cruciale, nel destino dei Paesi, è la politica, non la popolazione».
E' anche errato, erratissimo parlare di "miracolo" cinese. Per il semplice fatto che il miracolo non c'è. Infatti la sbalorditiva transizione cinese è iniziata da oltre vent'anni - Aspenia la data dal 1979 - quando ha preso corso quello che la rivista definisce la "demaoizzazione", con la conseguente apertura al mercato (sia orientale che occidentale).
Il "caso" cinese; come si sa, è sotto esame, grandi dispute sono in corso, soprattutto nel mondo comunista. Ma è un argomento che qui non vogliamo trattare. Ci basta qui raccontare un po' quello che c'è, dentro il "miracolo" lungo vent'anni della Repubblica popolare cinese. Almeno 170 nuove città da 1 milione di abitanti create nell'ultimo ventennio; almeno 400 milioni di cittadini che si possono definire di ceto medio di tipo occidentale (Europa e Usa messi insieme), dei quali oltre 200 milioni decisamente affluenti (ricchi); almeno un milione e mezzo di studenti in ingegneria e materie scientifiche nelle università (sfornati 50 mila ingegneri all'anno, contro i 30 mila in Usa). C'è dentro un insonne e, per forza di cose, mastodontico, fervore di R&S, di Ricerca e Sviluppo; e ci sono dentro numeri da capogiro in fatto di potenzialità.
«Da molti punti di vista, la Cina è destinata a sostituire gli Stati Uniti come nuovo motore della crescita mondiale». E giù una selva di "numeri". Cina odierna come primo consumatore mondiale di materie prime, per esempio il 25 per cento del cotone, soia e acciaio, il 16 dell'alluminio, il 35 del carbone (e da qui al 2030 il consumo di petrolio è destinato ad aumentare del 100%, vale a dire la Cina sarà il primo consumatore mondiale di oro nero, con quel che segue).
Non basta. Secondo i dati industriali (2003), la Cina è stato il più forte produttore «di otto su dodici dei prodotti più diffusi dell'elettronica di consumo, con la produzione di circa la metà della produzione mondiale di lettore Dvd e macchine fotografiche digitali, più di un terzo di drive Dvd-Rom e personal computer; e circa un quarto di cellulari, tv a colori e palmari».
Ancora ancora. «In un suo studio recente, l'Ifc - l'ente della Banca mondiale che finanzia il settore privato - prevede che il valore dell'elettronica della Cina aumenti, di qui al 2005, da 34 a 80 miliardi di dollari. Verrà superata l'Europa (che arriverà a 73 miliardi) e cominceranno a essere insidiate le posizioni di Stati Uniti e Giappone».
E hi-tech e auto alla "cinese". Cellulari passati «in poco più di due trimestri da 190 milioni a 250 milioni, ed erano appena 85 milioni nel 2002; utenti di telefonia fissa da 300 milioni a 350, e due anni e mezzo fa erano poco più di 150 milioni; abbonati a Internet da 35 milioni a 42, erano 10 milioni nel 2000». Inoltre, «da parte sua il settore auto ha sfiorato un incremento dell'85%, dopo un progresso del 20% nel 2001 e del 56 nel 2002».
Telefonini iradiddio, nel solo 2002 ne sono stati venduti 65 milioni (China Mobile è ormai il primo operatore assoluto nel mondo di telefonia mobile per numero di abbonati). E quanto a Internet «si prevede che nel 2005 su 100 navigatori, 30 saranno cinesi (a fronte di 25 europei e 20 americani)».
La Cina è qui. I suoi salari restano bassissimi (anche in pieno boom tecnologico; purtroppo), giusto 1 centesimo di quelli Usa, ad esempio. E per far fronte al dramma della disoccupazione - quella vecchia e quella nuova, quella secolare e quella "moderna" - quella ad esempio arrivata dalle migliaia di fabbriche pubbliche fallite, o tragicamente in perdita, che hanno lasciato sul campo da 3 a 3 milioni e mezzo di senza lavoro - la leadership cinese della "quarta generazione" deve perciò poter camminare in fretta - molto in fretta - se vuole vincere la colossale, ineluttabile sfida.
La sfida di riuscire a creare almeno 20 milioni di posti di lavoro nel giro di pochi anni, praticamente da subito. La sfida di riuscire a creare, per poter proseguire sul cammino di macro sviluppo intrapreso, 300-350 milioni di nuovi posti di lavoro nel giro di 10-15 anni (per la serie la terra trema).
Sostiene Aspenia.
C'è poi da mettere in conto "l'istinto americano". Come unica "Potenza strategica" in grado di tenere testa agli Usa, il gigante Cina è da tempo nel mirino della Casa Bianca. Gli analisti di Aspenia la mettono così: «Gli Stati Uniti, come polo dominante dell'attuale sistema internazionale, hanno un interesse di fondo a che la crescita economica della Cina rallenti (il corsivo è nostro) nei prossimi anni». Magari a prezzo «di una nuova "guerra fredda" che potrebbe, fra l'altro, scaricarsi sul controllo di risorse energetiche di cui la Cina è fortemente carente».
E la leadership cinese della "quarta generazione"?
Lo sa.

le donne e gli artisti

Gazzetta di Parma 24.2.04
In «Prestami il volto» di Valeria Palumbo gli amori di Modigliani, Mahler e altri grandi
Donne artisti destino
di Isabella Bonati


Certe fiamme incontrandosi non possono che ardere. Due anime affini divorano un fuoco che svela infinito. E se sono due anime grandi si ha un'alchimia inestinguibile. «Prestami il volto» di Valeria Palumbo (Selene Edizioni) ritrae i burrascosi rapporti tra gli artisti e le loro ispiratrici. Dieci storie di donne, nove storie di uomini (Rosa Bonheur ebbe una donna per compagna), dieci volte Assoluto, dove l'arte si confonde con l'amore e l'amore si fa arte. E l'arte e l'amore sono vita e diventano destino.
Elizabeth Siddal e Dante Gabriel Rossetti, Eva Gonzalès ed Edouard Manet, Gabriele Munter e Vasilij Kandinsky, ma anche la bellissima Alma Mahler, moglie del compositore Gustav Mahler, e Oskar Kokoschka, e Beatrice Hastings, eccessiva, anticonformista, e il livornese Amedeo Modigliani, sono alcune di queste coppie celebri, sodalizi d'anima. E loro, donne dannate, estreme, oltre la norma, inquiete, inarrestabili, artiste muse amanti degli artisti, appartennero a qualcuno, spesso a tanti, a nessuno per davvero, loro, padrone di se stesse. «Le dieci donne che appaiono nei dieci ritratti presentati - afferma l'autrice - non sono state soltanto muse o modelle. E non si sono limitate a prestare le loro fattezze ai loro celebri amanti per poi, al massimo, scaldarne il cuore e il letto. Sono state tutte ottime compagne (ottimo non ha nulla a che vedere con la qualità dei rapporti, quasi sempre tempestosi), prima di tutto perché sono state donne di grande personalità». Spiriti in grado di volare, loro e i loro amanti. Loro, evocatrici dell'arte ed arte creata. L'arte in potenza nelle menti degli artefici, resa atto sulla tela, sublimata in una immagine di donna. Eppure i loro volti hanno fluttuato nell'immortalità e non le loro anime, il loro essere la donna di qualcuno e non semplicemente donna. E non essenzialmente essere. Salvate da un ritratto, da uno sguardo, per il resto nell'oblio. Mai comprese, spesso emarginate, confinate perché donne nel silenzio: «Si può senz'altro pensare che averle scelte come compagne, rivela una notevole sensibilità da parte dei partners. La verità è che quasi tutti si sono dimostrati incapaci di accettare il loro talento e la loro autonomia».
Valeria Palumbo, giornalista e appassionata d'arte, musica e teatro, dopo aver lavorato nella redazione di Capital, è attuale caporedattore attualità del mensile Amica.
Il suo libro restituisce spessore artistico e dignità umana a donne che, vittime del giudizio di ogni tempo, a questo tempo han consegnato l'anima e un ritratto e sono state lacerate dalla pena di non essere comuni. Pena inespiabile. Donne che han pagato il prezzo di se stesse con l'infelicità e talvolta con la vita.
«Sono state, anche a prescindere dalla loro influenza sui loro celebri compagni, personalità da scoprire. Tutte, indistintamente, hanno pagato un prezzo altissimo per essere uscite dagli schemi, per non essere state solo muse». Per essere state delle donne, delle donne eccezionali. «Che noia essere limitati nei gesti quando si è donna!» ha scritto l'indipendente ed esplosiva Rosa Bonheur esaltando «la grande e fiera ambizione per il sesso di cui mi faccio gloria di appartenere e di cui sosterrò l'indipendenza fino all'ultimo giorno. Del resto sono convinta che a noi appartenga l'avvenire». Parole audaci e sovversive? Forse precoci per i tempi. Eppure cosa è cambiato troppo se allora e ancora adesso il genio femminile è una condanna e l'arte di una donna è una follia?

Iran: le grotte del sufismo

Repubblica, edizione di Palermo 24.2.04
LE GROTTE DEL SUFISMO
di MARCELLA CROCE


«Qui vicino mio cugino Saadegh si è fatto una grotta». Sulle prime attribuisco a un´improprietà linguistica questa frase sibillina del nostro amico Hassan. La sua bella barba bianca si allarga in un sorriso, noi non lo sappiamo ancora ma queste sue parole preannunciano il nostro primo incontro ravvicinato con un mistico sufi. Che vorrà mai dire «si è fatto una grotta»? Semplicissimo: vuol dire scegliere un posto di proprio gusto su una montagna accessibile a piedi da casa. E cominciare a martellare la roccia per crearsi una grotta personale. Sadeegh ha impiegato circa otto anni per completare la sua, lavorando da solo una decina di ore la settimana in un anfratto del monte Soffeh, la montagna che sovrasta la città iraniana di Isfahan. Non è un eremita, nella sua grotta non ha mai abitato, semplicemente la usa come pied-a-terre, quando vuole sentirsi più vicino al cielo. Trascorre lì buona parte della giornata, da solo o offrendo tè e pasticcini ad amici che come lui cercano di cogliere nella natura l´amore e l´unità del mondo.
L´acqua del monte è stata convogliata in un pratico «rubinetto» esterno e anche in una vasca interna, molto ben rifinita e completa di canalizzazione per un eventuale esubero. La grotta porta tutti i segni del suo piccone, in un angolo Saadegh ha realizzato per i giorni invernali una stufa a legna con relativa canna fumaria, all´esterno ha sistemato una veranda per godersi la frescura dei tramonti estivi. Non è la sua prima grotta. Saadegh (nome di origine araba che vuol dire «sincero») ha 76 anni e di grotte ne ha già «fatte» ben cinque, ma le prime quattro le ha dovute abbandonare. Da tempo immemorabile, l´Islam mistico, che è quello dell´uomo non conformista, non è mai stato visto di buon occhio dai dogmatici. Non a caso il monte si chiama Soffeh: un tempo era sacro ai sufi, in Iran e Turchia detti anche dervisci, che per secoli vi si sono rifugiati ogni qual volta le persecuzioni nei loro riguardi raggiungevano livelli insopportabili.
Suf era la ruvida lana della loro umile veste, che si dice bruciassero una volta raggiunto il massimo e ultimo livello di erfand, il sentiero verso Dio. Straordinaria sintesi di spiritualità e sensualità, il sufismo predicava un percorso interiore che coniugasse amore umano e amore divino, erotismo e unione con il divino. Questi pellegrini della valle d´amore, con le loro parole sconvolgenti, con il loro fervore e la loro eccezionale carica emozionale, hanno saputo produrre alcuni fra i vertici della letteratura mondiale. L´amore umano e mistico fu cantato per secoli dai sufi nei loro famosi e sublimi componimenti poetici.
«L´amore è il loro credo e la loro fede», avrebbe detto Ibn Arabi, grande poeta andaluso; anche i nostri stilnovisti, che amavano autodefinirsi «sudditi d´Amore», non avrebbero faticato molto a trovare con loro delle affinità. Uno dei più famosi poeti sufi fu Mawlana Jalalal-Din, vissuto nel XIII secolo; giacché passò buona parte della sua vita e morì in Turchia, che all´epoca faceva parte dell´impero bizantino, è conosciuto con il nome di Rumi (il romano). A lui è attribuita la famosa frase «quello che per voi è un rumore, per me è musica», e con queste parole si era messo a ballare al ritmo del battito del fabbro sull´incudine. Molti sufi erano veri spiriti enciclopedici, artisti, scienziati e alchimisti: il mistico Razi nell´XI secolo scoprì la formula dell´acido solforico. I sufi, che in Nord Africa sono chiamati anche fakir (poveri), non sono mai stati dei veri asceti. Al contrario dei mistici del Medioevo cristiano, non si sono mai separati completamente dal mondo. Spesso uniti in confraternite (tariqat), per le meditazioni e per le preghiere collettive si riuniscono tuttora in residenze (khanaqa), che in origine erano destinate ad accogliere gli adepti itineranti. Stanno con la gente e lavorano, anzi guadagnare è considerato un dovere, per poter dare il sovrappiù a chi ne ha bisogno: innumerevoli sono le botteghe di artigiani che espongono in bella mostra su una parete l´ascia, simbolo dei dervisci, un tempo famosi anche in Iran per le danze sfrenate con le quali raggiungevano lo stato di trance. Il loro ordine è stato da taluni paragonato a quello dei Templari.
Come ogni buon musulmano, il mistico sufi, cui recentemente ha dato un volto Omar Sharif nel delizioso film "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", si rifà di norma agli insegnamenti di un maestro, e tale strettissimo rapporto si può fare risalire in linea diretta al profeta Maometto e ad Alì, suo cugino e genero, che gli sciiti ritengono suo unico e legittimo erede spirituale.

le statistiche dei suicidi in Toscana

Repubblica 24.2.04
L'ESPERTO
Parla lo statistico Roberto Volpi: "In Toscana invece è superiore, ma diminuisce"
"A Firenze il tasso di suicidi è più basso della media italiana"
Invece a Siena e Grosseto i numeri sono fino a tre volte superiori
La primavera il periodo più a rischio, mentre a dicembre si registrano meno casi
di MARIA CRISTINA CARRATÙ


«Davvero non capisco tutto questo allarme. La verità è che in Toscana, come del resto in Italia, i suicidi sono in costante diminuzione». Roberto Volpi, statistico, consulente del Comune di Firenze e dell´Istituto degli Innocenti, autore di numerosi saggi che, a colpi di dati, sdrammatizzano radicalmente certi ricorrenti allarmi sociali (come la violenza sui minori), va ancora una volta controcorrente. E nonostante l´inanellarsi di suicidi delle ultime settimane, smentisce che ci siano gli elementi per lanciare un allarme «toscano». I suicidi, fa notare l´esperto, secondo le statistiche giudiziarie pubblicate dall´Istat, sono in calo a livello nazionale (dal '97 al 2001 sono passati da 3459 a 2819), con un tasso annuo di 6,6 su 100 mila abitanti (nel 2001), rispetto a cui quello della Toscana (7,4) «è di meno di un punto superiore, e però leggermente inferiore a quello complessivo del nord e del centro Italia, del 7,6». E, quel che più conta, «anch´esso in calo».
A ridimensionare l´allarme, fa notare Volpi, è anche uno sguardo «onesto» alle situazioni locali. A Firenze, per esempio, il tasso è del 5,4, «cioè ancora più basso di quello medio italiano e anche dello stesso toscano», mentre le percentuali più alte, quelle che incidono in negativo sul quadro complessivo regionale, chiamano in causa due aree di cui tutto si direbbe fuorché che fossero a rischio: la provincia di Siena e quella di Grosseto, con tassi di 16-17 suicidi per 100 mila abitanti, circa due volte e mezzo superiori al nazionale, e mentre sono di appena il 4,1 quelli di Prato e di Massa Carrara, le provincie meno a rischio della regione seguite da Pistoia e Firenze. Ancora: dal punto di vista del rapporto fra suicidi ed età, ecco che si scopre che ben il 42% del totale dei suicidi è di ultra sessantacinquenni (il 33% in Italia) fascia di età che pure copre meno del 20% della popolazione totale della regione - e in entrambi i casi, locale e nazionale, il peso degli anziani nei suicidi è doppio rispetto a quello sul totale della popolazione. In compenso, e a sostegno di una interpretazione sdrammatizzante del fenomeno, è molto ridotto in Toscana il tasso di suicidi dei giovani nella fascia di età a più rischio, quella 18-24 anni. «Sarebbe ben più grave» dice Volpi, «che, in un certo ambiente sociale, a suicidarsi fossero più i giovani dei vecchi». Altro dato in contrasto con le analisi più ricorrenti sull´effetto negativo dei periodi di festività, è dicembre il mese in cui ci si suicida di meno, e la primavera il periodo in cui ci si suicida di più.
Conclusione: altro che accusare le città di essere «disumane». Al di là di tanti luoghi comuni, secondo Volpi, «gli ambienti sociali in cui le relazioni umane sono più intense, le occasioni di scambio, gli stimoli e la possibilità di coltivare interessi ed impegni sono maggiori, contribuiscono ad una percezione più positiva della propria esistenza». Là dove, invece, come i casi di Grosseto e Siena confermano, «la vita attiva non è il fattore dominante, il rischio di una percezione negativa è più alto». Bellezze naturali e storiche, insomma, con connessa «vita contemplativa», non sarebbero dunque, secondo l´esperto, un´assicurazione sulla vita: «Dal punto di vista dei fattori di rischio comunemente considerati, a Firenze se ne può certo individuare un´infinità di più che nel resto della Toscana. Eppure, qui c´è anche un´offerta culturale e ricreativa senza eguali, e guarda caso ci si suicida tre volte meno che nelle pacifiche Siena e Grosseto».

un'altra rivoluzione fallita:
Giulio Giorello su Pancho Villa e Emiliano Zapata

Gazzetta di Parma 24.2.04
Giulio Giorello parla del saggio «Villa e Zapata» di cui è prefatore
«Due eroi per liberare gli oppressi»


«La rivoluzione fu una decennale Iliade messicana, in cui Villa, Zapata e gli altri giocarono i ruoli ricoperti nel mito da Agamennone, Achille, Ettore ed Enea.» Così scrive lo storico inglese Frank McLynn in «Villa e Zapata, una biografia della rivoluzione messicana» (Il Saggiatore, 508 pagine, 22,00 euro): la prima rivoluzione del XX secolo fu unica per la durata e i fatti di sangue, tanto da avergli suggerito un paragone col poema omerico. Sangue che al momento non fruttò al Messico il benessere e la stabilità politica auspicati, ma pure diede a questo Paese una Costituzione rispettosa dei principi di giustizia sociale. E se il Messico in tutto il Novecento è stato immune da feroci dittature militari, è merito anche di Villa e Zapata, l'Attila del Sud e il Centauro del Nord, sulla cui vita e personalità McLynn ci rivela ogni particolare, compresi molti aneddoti divertenti.

Entrambi combatterono per dare ai «dannati della terra» un migliore tenore di vita, ma la loro rivoluzione, come rileva il filosofo Giulio Giorello nell'introduzione al volume di McLynn, sfociò in uno Stato a partito unico, quel focolaio di corruzione che fu il Partito Rivoluzionario Istituzionale. La grande epopea popolare si spense nel sangue dei suoi eroi inconsapevoli, che avevano preso le armi sotto la spinta delle masse operaie e contadine, ma che da «rivoluzionari di passaggio» si tramutarono in «rivoluzionari permanenti - scrive Giorello, - cioè capaci di collocare nello spazio e nel tempo il loro partito preso per i diritti». Con Giulio Giorello, docente di Filosofia della scienza all'Università di Milano, riepiloghiamo quegli eventi lontani, ma sempre attuali nel Messico che ne è figlio.

«Questa ''biografia della rivoluzione messicana'' - dice Giorello - è stata scritta da uno studioso che si occupa in genere di storia europea. Tra le fonti a cui ha attinto per ricostruire la vita di Francisco Villa detto Pancho e di Emiliano Zapata, Frank McLynn c'è anche una pellicola di Sergio Leone, quel film visionario e barocco che è "Giù la testa", dove un irlandese dell'Ira si trova, con qualche disinvoltura storica, a combattere con Pancho Villa».

Perché le insurrezioni di Villa e Zapata finirono male?

«I due eroi della rivoluzione messicana operavano in due zone diverse del Messico, uno nel Nord e l'altro nel Sud, ed erano portavoce di problemi differenti, che questa biografia, costruita con la tecnica del montaggio cinematografico, rende molto bene. Le loro vicende a un certo punto si intrecciano, i due si incontrano a Città del Messico, ma non riescono a coordinare le loro azioni, e questa fu la debolezza che decretò la fine della loro rivoluzione. Così i vincitori non furono né Villa né Zapata, ma quella borghesia progressista che poi si cacciò nel vicolo cieco della persecuzione dei cattolici, quando i due capi rivoluzionari erano già stati assassinati».

Che cosa ha significato per il Messico la rivolta che infiammò il Paese dal 1910 al 1920?

«E' stata una grandissima esperienza di libertà e di giustizia, pur con tutti i difetti del regime che poi fu realizzato dal Partito Rivoluzionario e nonostante la mummificazione operata dal partito della restaurazione. Bisogna tenere presente che, in modi diversi, Villa e Zapata interpretavano rivendicazioni sociali molto sentite e che il popolo insorse in nome dei diritti e della libertà degli Indios e delle donne, del loro riconoscimento come individui. Non si trattò solo di una presa di coscienza delle masse popolari, per dirla nel linguaggio pre-sessantottino. Fu una vicenda epica».

Se Villa e Zapata fossero stati meno individualisti, avrebbero potuto raggiungere risultati maggiori?

«L'individualismo, certo, fu un ostacolo, così come la concezione troppo localistica della libertà. Una volta stabilite delle isole di libertà nelle zone controllate dagli zapatisti e dai villisti, forse mancò un piano più generale che potesse estendersi all'intero Messico e servire da modello ad altri Paesi dell'America Latina. Questo fu un limite di quella rivoluzione, ma è molto facile criticare Villa e Zapata col senno di poi».

Quanto contribuì al fallimento della loro rivoluzione il sistema corrotto che l'attorniava?

«Alcuni racconti dello scrittore messicano Ignazio Paco Taibo II descrivono magistralmente il clima di corruzione e ristagno che frenò la spinta in avanti verso i traguardi indicati dai due condottieri. Non parlerei, però, di fallimento. Alcune grandi rivoluzioni non sono fallite, ma si sono chiuse: con la restaurazione, come capitò alla rivoluzione inglese con Oliver Cromwell e a quella francese col ritorno dell'Ancien Régime, o con un compromesso che non ha accontentato nessuno, come è stato nel Novecento per la rivoluzione irlandese, i cui strascichi si avvertono ancora oggi nell'Irlanda del Nord. Ma certe esperienze rivoluzionare diventano patrimonio di tutta l'umanità. Villa e Zapata sono rimasti due punti di riferimento non solo per il Messico, ma per tutti coloro che sognano la libertà in ogni angolo del globo. Per certi versi lo direi anche per Che Guevara. C'è una lezione morale nella rivoluzione».

McLynn accosta Villa e Zapata al bandito Giuliano. Che cosa ne pensa?

«Quest'accostamento può suscitare curiosità, ma forse è l'aspetto meno interessante del libro. E' un errore di certa storiografia anglosassone riunire nella categoria del bandito sociale le persone più disparate. Siamo più sul terreno delle leggende romantiche che sulla concreta realtà storica. Villa e Zapata furono due grandi ribelli, ma furono anche dotati di una profonda dimensione umana e intellettuale, non paragonabili col fenomeno del banditismo siciliano».

Ieri Villa e Zapata, oggi il subcomandante Marcos nel Chiapas: perché il Messico è così predisposto alle rivoluzioni?

«Spesso le rivoluzioni non avvengono in Paesi dove la popolazione è ridotta alla pura sopravvivenza, ma in nazioni ricche di contrasti e di tradizioni. Il Messico ha una storia drammatica fin dalla conquista spagnola, per il complicato processo di liberazione e per la vicinanza degli Stati Uniti, tutti fattori che Frank McLynn ha bene analizzato. La rivoluzione è stata figlia di questa storia complessa e non semplicemente di una situazione di abbandono, della grandezza del Messico e non di un'endemica miseria».

La rivolta in corso da tanti anni nel Chiapas si riallaccia a quella di Zapata?

«Marcos ha nei riguardi degli Indios la stessa sollecitudine verso le loro difficoltà che aveva Zapata. Dicendo così, non intendo sminuire la figura dell'altro eroe della rivoluzione messicana, Villa, di cui sono rimasti famosi il coraggio, la spregiudicatezza, l'attenzione per i diritti dei più umili, il rispetto per la donna, e ciò malgrado la forma apparentemente rude di democrazia agraria armata, realizzata dai suoi uomini nelle zone da loro controllate».

lunedì 23 febbraio 2004

lunedì 23.2 su RaiTre:
una lezione di Dario Fo su Caravaggio

Repubblica 23.2.04
LA LEZIONE
Franca Rame e Dario Fo stasera su RaiTre
"Caravaggio dipinse la vita del suo tempo"
"Sulle sue tele restava impresso quel che tutti all'epoca, cercavano di coprire"
di ANNA BANDETTINI


MILANO - Passare da Berlusconi a Caravaggio deve essere stata una boccata d´ossigeno, un rifarsi la mente. «In verità lo scopo resta lo stesso: raccontare qualcosa senza fermarsi alla superficie, cercare di scovarne gli aspetti tenuti nascosti, fare controinformazione», spiegano Dario Fo e Franca Rame che, infaticabili, tra una trionfale tappa e l´altra del loro "Anomalo bicefalo", lo spettacolo sulla carriera politica-economica-giudiziaria di Berlusconi (chiuderà grandiosamente la tournée il 7 marzo a Milano in una seratona al Filaforum organizzata con i girotondi), lo scorso dicembre misero in scena all´Auditorium di Roma per sole due serate, davanti a quattromila persone, una lezione-spettacolo, Caravaggio ai tempi del Caravaggio, che sullo stimolo della mostra virtuale sul pittore ospite a Roma a Castel Sant´Angelo, raccontava l´artista nei suoi quadri e nel Seicento. Quella lezione viene ora presentata da RaiTre, stasera con la regia di Felice Cappa, in una di quelle belle occasioni che fanno dimenticare l´impoverimento culturale della tv purtroppo solo alle 23.20. In scena il Nobel e Franca Rame teatralizzano la vita del Caravaggio come già avevano fatto anni fa con Leonardo: davanti agli spettatori 87 gigantografie di quadri, molto materiale storico e documentario e l´inserto di alcuni pezzi di teatro, a cominciare dal bellissimo monologo Maria alla Croce recitato da Franca per sottolineare quanto legame ci fosse tra Caravaggio e le sacre rappresentazioni in volgare della tradizione popolare lombarda.
Il "grande pittore realista ricco però di invenzioni fanstatiche" che ci raccontano è l´uomo pieno di contraddizioni, è l´artista che ha imparato la lezione della grande tradizione pittorica lombarda dal Correggio in poi, è il pittore in cattivi rapporti con il conformismo della Roma della Controriforma e con il partito spagnolo della curia romana «che ogni giorno faceva esecuzioni in piazza e il fine settimana tanto per gradire mandava al rogo qualche sedicente eretico». In questo clima, ci dicono Fo e Rame, Caravaggio era uno che non le mandava a dire. «Nei soggetti religiosi dei suoi quadri metteva figure e temi del suo tempo e non era un pittore piegato alla semplice devozione come mostriamo con vari esempi. La sua grandezza sta anche in questo: che dipingeva la vita che ai suoi tempi tutti cercavano di coprire».
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da leggere:

Anna Maria Panzera, Caravaggio e Giordano Bruno fra nuova arte e nuova scienza. La bellezza dell'artefice. 1994 - Fratelli Palombi editori

Fiora Bellini e Riccardo Bassani, Caravaggio assassino, La carriera di un «valenthuomo» fazioso nella Roma della Controriforma. 1994 - Donzelli Editore

storie dell'uomo:
la paleopatologia

Corriere della Sera 23.2.04
IL PALEOPATOLOGO
di Paolo Conti


PISA - Prima notizia: Cangrande I della Scala, signore di Verona riesumato venti giorni fa e sottoposto a mille esami Tac inclusa, non morì improvvisamente a 38 anni dopo aver bevuto da una fonte di Treviso appena conquistata, come si disse nel 1329 sospettando veleni. Probabilmente se ne andò all’altro mondo per una epatite acuta forse dovuta (per ora è solo un’ipotesi) al buon vino veneto, che notoriamente va giù come l’acqua: ce lo sveleranno a ottobre in una mostra al museo di Castelvecchio di Verona. Seconda notizia: alla fine dell’estate avremo un’idea abbastanza chiara delle abitudini igienico-alimentari e delle cause della morte di cinquanta membri della famiglia dei Medici di Firenze, da Giovanni delle Bande Nere all’Elettrice Palatina Maria Ludovica che lasciò in eredità al popolo fiorentino la collezione degli Uffizi ed evitò la dispersione di un inestimabile tesoro della cultura europea.
Il tutto transiterà sulla disordinata scrivania di Gino Fornaciari, 58 anni, paleopatologo dell’Università di Pisa, da un quarto di secolo specializzato in una scienza tutta particolare: l’esame dei corpi di personaggi del passato, importanti o anonimi che siano. Fornaciari è un tipo pelato, basso e autoironico («1.60, ho la stessa statura di Gregorio VII...»), doverosamente positivista e materialista visto l’oggetto di studio: «Emozione nel maneggiare un re, un santo? Direi estremo interesse scientifico. Se questa è un’emozione, allora sì, mi emoziono. Timore di disturbare il sonno di un morto? No, perché è senza vita e si tratta di un reperto: da trattare col dovuto riguardo, ma è un reperto...».
Il laboratorio di Fornaciari e dei suoi soli cinque collaboratori è ospitato, come spesso accade in Italia ai nostri centri di ricerca molto stimati all’estero ma sconosciuti in patria, in un angusto ambiente stipato di casse etichettate, tipo «Crani / Torino, piazza San Giovanni» (spiegazione: «Era una fossa comune di soldati del primo ’400 scoperta due anni fa, qui la calotta è scoperchiata da un colpo di spadone...»). Sui tavoli, due vassoi colmi di femori, tibie, pezzi di falangi. Il professore insegna Paleopatologia e Storia della medicina ma ha alle spalle 15 anni di responsabilità dell’obitorio pisano e ha una regola: «C’è uno scopo scientifico e uno culturale. Capire come quegli individui vivevano e morivano per ricostruire l’ambiente umano, intellettuale di un’epoca». Niente curiosità morbose ma esami di tossicologia, endoscopia, istologia, radiologia e Tac possibili perché l’incarico di Fornaciari fa parte del dipartimento di Oncologia.
La sua memoria gronda incontri straordinari. Al 1981 risale la «recognizione» (il termine scientifico dell’impresa) sul corpo di Sant’Antonio da Padova voluta dai frati: «Individuo giovane, sui 35 anni, longilineo e più alto della media della sua epoca, tipicamente atlanto-mediterraneo, abbastanza muscoloso, però si capiva che era uno da scrivania». Nel 1984 toccò a papa Gregorio VII: «Mi aspettavo un tipo alto, ascetico, magro visto che si trattava di un monaco. Invece era basso come me, tarchiato, corpulento, dotato di una vigorosa muscolatura anche nel braccio destro. Più che di aspersorio, da giovane lavorò di spada...». Un po’ come Giulio II della Rovere, il papa condottiero? «Ecco, uno così». Poi ci fu Zita da Lucca, santa del 13° secolo, esaminata nel 1988, fonte di grande ammirazione estetica da addetti ai lavori: «Bellissima mummia naturale, perfettamente conservata. Camminava scalza e i suoi piedi avevano gli stessi calli che fino a poco temo fa erano caratteristici delle nostre contadine. Viveva in cucina e in un ambiente chiuso, così ho trovato i polmoni affetti da antracosi, ovvero erano pieni di carbone».
Tra il 1983 e il 1987 (quando Fornaciari aveva ancora i suoi capelli) ci fu l’avventura delle tombe aragonesi di Napoli nella cappella palatina di San Domenico Maggiore: «La soprintendenza scoprì che nel soppalco della Sacrestia le quaranta casse di sovrani, principi del sangue e membri della corte contenevano mummie ben conservate. Non sapevano bene come muoversi e ci convocarono. Anche nella sepoltura il protocollo era rispettato: nel piano alto e al centro i re, poi i principi e più sotto gli altri a seconda dell’importanza». Fornaciari e i suoi misero insieme una immensa banca dati sulle malattie dell’epoca: «Ferrante I morì di adenocarcinoma del colon. Altri principi erano affetti da malattie infettive: tubercolosi, per esempio. Una nobildonna era sifilitica». Risatina del professore: «Misi in allarme l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché in una mummia riscontrai il vaiolo. Lo annunciai. Mi mandarono degli anticorpi che legarono col virus. Temettero che potesse essere ancora vitale, si impaurirono perché le vaccinazioni erano sospese dal 1986. Invece il Dna del virus era frammentato, incapace di agire. Ho spedito alcuni campioni a Mosca e negli Stati Uniti, ad Atlanta». Nel 1994 diagnosticò una scoliosi da violoncello al sommo musicista Luigi Boccherini. Ha svelato anche un giallo storico, quello legato a Enrico VII re di Germania, morto forse suicida a Martirano, in Calabria, nel 1242: «Era difficile spiegarsi perché suo padre Federico II lo avesse tenuto prigioniero fino alla morte. E’ vero, Enrico VII aveva tentato di spodestarlo ed era stato sconfitto. Ma Federico era generoso, capace di perdonare. Perché non il primogenito? Esaminando lo scheletro abbiamo capito. Enrico era malato di lebbra, contratta probabilmente nella Crociata in Terra Santa, e la sua più che una prigionia era un isolamento protetto».
E adesso la grande scommessa medicea, 49 salme da esaminare, per 36 sarà una novità assoluta perché 13 erano già state studiate nel 1948: «Ho convinto il sovrintendente Antonio Paolucci, uomo di grande intelligenza e intuizione. Primi sondaggi in primavera, poi da luglio a tappe forzate. Per ora non toccheremo i sarcofagi più antichi perché c’è di mezzo Michelangelo». C’è da capire perché molti Medici fossero afflitti dalla gotta, secondo le voci del passato. O da riesaminare la tubercolosi di Eleonora da Toledo, che da secoli ci scruta altera dalla tela del Bronzino, e l’obesità dell’ultimo maschio, il debole Giangastone. Ci vorranno molti soldi, almeno 400 mila euro. Per ora Fornaciari può contare sulla sovrintendenza fiorentina, le università di Pisa, Firenze, Long Island di New York, del Minnesota, sulla Mgm specializzata in biotecnologia, l’ospedale di Pisa, il comune di Firenze. Ma il cammino economico è lungo. Qualcuno, speriamo, si farà vivo. Fornaciari ride ancora: «Lo so, ci vuole un amatore del genere». Giusto. Non tutti palpitano per una mummia nuda.

Edipo e la sanità mentale

una segnalazione di Paolo Izzo

Repubblica 23.2.04
Sofocle riletto dall´attore con la collaborazione e regia di Sergio Fantoni
L'Edipo di Gioele Dix ritrova la sanità mentale
Alla fine si sbarazza dei complessi attribuitigli da Freud Cento minuti di risate
FRANCO QUADRI


Non credo che sarà il monologo a salvare il teatro riportandolo alle sue origini, ma certo il dilagare dell´affabulazione non è solo una moda che, sostituendo il racconto dei testi all´azione, soddisfa esigenze politiche ed economiche. Del resto sono partite così intere generazioni di comici, basti ricordare il Dario Fo radiofonico che rifaceva la Storia; e qualche grande s´è divertito a smontare e rimontare a vista i classici, come Brook in un suo "Amleto". Ora Gioele Dix, dopo essersi trovato a suo agio frugando tra le pieghe della Bibbia, si butta su "Edipo re", con la collaborazione di Sergio Fantoni, coautore e regista: ma non contento di raccontarne la vicenda, la rivive, travasandola nell´attualità. Interpreta infatti un intellettuale in crisi rinchiuso in una clinica avveniristica dove, tra esercizi di step sui pedali e "bagni etruschi" in piscina, rimedita maniacalmente la storia di quel prototipo umano ossessionato dai complessi di colpa e ne ricostruisce la figura e le avventure all´infermiera inglese incarnata da Luisa Massidda con stupori da finta ingenua, coinvolgendola fino ad affibbiarle la parte di Giocasta.
Partendo dalle parole di Sofocle, tra pareti di specchio, sullo sfondo di un cielo magrittiano e di uno scultoreo busto grecizzante, Dix si appropria del suo personaggio calandolo nella quotidianità, come un globetrotter rincorso dai ragazzini che gridano «Edipo sei un mito!»; ne segue le peripezie e si sdoppia, facendolo dialogare con Creonte e col romanzesco Tiresia, ognuno con un suo dialetto caricaturale, cita Lord Jim, fa un giallo del confronto tra i due pastori toscanizzati che svelano la doppia identità del protagonista e, dopo che la madre-moglie, vista come una autentica passione, s´è impiccata, cambia radicalmente il finale: l´Edipo di oggi non si acceca né se ne va ramingo ma, dopo tanto macerarsi, rifiuta la responsabilità di atti compiuti in piena innocenza, manda a farsi fottere i complessi attribuitigli dal professor Freud e rientra risanato nel proprio io. Così la rilettura, oltre a informare un pubblico abbastanza sorpreso, riesce anche a dare un lieto fine alla tragedia, dopo aver fatto ridere con Sofocle per cento minuti, non disdegnando la facilità ma senza umiliare l´intelligenza.

«l'intelligenza delle emozioni»

Il Messaggero Domenica 22 Febbraio 2004
Ma la ragione non basta
di ROBERTO BERTINETTI


MA DAVVERO è solo grazie alla ragione che l'uomo può comprendere se stesso e la realtà, come teorizzato dal pensiero illuminista? No, replica Martha Nussbaum che ha scritto un imponente saggio ("L'intelligenza delle emozioni", il Mulino, 868 pagine, 45 euro), in libreria da martedì in Italia, per provare che l'amore, la paura, la vergogna, la compassione e l'ansia non soltanto condizionano in maniera assai profonda l'esperienza quotidiana di ciascun individuo ma addirittura rappresentano una strategia di conoscenza. Sbaglia, dunque, chi rinnega l'importanza delle emozioni o ritiene la loro presenza un elemento di disturbo in analisi che andrebbero, invece, condotte "a freddo". Al contrario, sottolinea la studiosa americana, le emozioni contribuiscono a disegnare il paesaggio della nostra vita spirituale e sociale allo stesso modo della ragione. E, dunque, non si può prescindere da esse se si vuole interpretare in maniera corretta l'agire umano e proporre un contributo davvero innovativo nell'ambito della filosofia morale.
Per dimostrare la validità della sua ipotesi Martha Nussbaum compie un lungo viaggio che prende avvio dalla Grecia classica e si conclude nella Dublino di inizio Novecento ritratta da Joyce, chiama in causa l'antropologia e l'estetica, la letteratura e la scienza, cita gli autori dei grandi capolavori narrativi europei e il dibattito sull'etica di cui sono stati protagonisti nel corso dei secoli Platone, Aristotele, Rousseau, Kant e Nietzsche.
Diviso in tre parti, il libro discute in primo luogo le emozioni suscitate dal dolore e dal lutto, poi affronta il tema delle emozioni che segnano la vita pubblica e la politica e, infine, mette a fuoco il ruolo assegnato all'amore dal pensiero greco, cristiano e romantico, di cui la studiosa segue la traccia nei dialoghi socratici, nelle pagine di Dante, Proust, Whitman, Joyce e nelle partiture di Mahler.
Nussbaum conclude la sua complessa e affascinante analisi affermando che una teoria complessiva dell'agire umano non può prescindere dall'importanza delle emozioni. Che, precisa, giocano un ruolo fondamentale nell'indagine compiuta da ciascun individuo per tentare di stabilire ciò che è bene o giusto e possono offrire un contributo decisivo.