sabato 27 marzo 2004

Marco Bellocchio sabato a New York
per la proiezione di Buongiorno, Notte
ha risposto alle domande del pubblico

Sabato 27 Marzo 2004

Ansa 27.3.04
pubblicata su Panorama all'indirizzo:
http://www.panorama.it/spettacoli/ultimora/articolo/ix1-AA020001025491
Cinema: Bellocchio a New York, lotto contro la normalità


(ANSA)- NEW YORK, 27 MAR - "Nel mio cinema prevale il distacco dalla realtà. Sono in costante lotta con la normalità'', ha detto il regista Marco Bellocchio a New York. Il settimanale newyorcherse "Time out", in occasione di una rassegna dedicata a Bellocchio dal Brooklyn Museum of Music, ha dedicato al regista un'ampia intervista dove ha smentito chi considera il talento di Bellocchio offuscato da quello di Bertolucci.

nella speranza di poter al più presto inserire in "segnalazioni" anche questa intervista su "Time Out" ecco intanto cosa si trova sul sito della BAM - Brooklin Academy of Music di New York (http://www.bam.org/film/bellocchio.aspx) che sta ospitando in questi giorni la rassegna dei film dell'Artista:

Tribute to Marco Bellocchio
Mar 19/28


«Marco Bellocchio emerged as perhaps the most incisive and passionate cinematic witness to the social, political and spiritual upheavals that convulsed Italy in the 1960s and 70s.» The New York Times

«Marco Bellocchio is finally ensconced in the mandarin priesthood of great international filmmakers» Village Voice

One of Italy's most talented, socially conscious, and respected directors, Marco Bellocchio has been making films for almost 40 years. Ranging from historical epics to family dramas, his cutting examinations of humanity and stunning natural-light cinematography make his films some of the most important work to emerge from Italy in the last half century. This series focuses on some of his most recent films, and includes a Q&A with Bellocchio himself on March 27. All films in Italian with English subtitles. Special thanks to Cinecitta Holdings.

This series is generously supported by the Italian Cultural Institute of New York

il film di Marco Bellocchio di nuovo a Londra

Liberazione 27.3.04
Nella capitale britannica l'11° Festival dedicato alla cinematografia del belpaese
Pellicole "made in Italy" a Londra
di Guy Fawkes


Londranostro servizio. Serata di gala ieri sera a Londra dove nella prestigiosa sede del British Academy of Film and Television Arts di Piccadilly si è svolto il lancio del 11° Festival del Film Italiano nel Regno Unito. Ospite d'onore, l'attrice Sandra Ceccarelli, che interpretava Rita nel film di Cristina Comencini "Il giorno più bello della mia vita". Quest'ultimo - insieme agli ultimi lavori di Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Aurelio Grimaldi, Ferzan Ozpetek, Daniele Luchetti, Dario Argento, Gabriele Salvatores, Marco Tullio Giordana e Roberto Benigni - saranno in programmazione nelle sale londinesi e britanniche dal 16 aprile al 10 maggio. La manifestazione, che negli ultimi quattro anni ha acquistato un ruolo determinante per far conoscere il nuovo cinema italiano in Gran Bretagna, vanta tra i suoi principali promotori il direttore dell'Istituto di Cultura di Londra, Mario Fortunato e l'Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo. «Il cinema italiano ha bisogno di supporto perché il mercato cinematografico nel Regno Unito è schiacciato dal prodotto made in Usa e dà poco spazio alla produzione europea. Solo con il supporto adeguato è possibile farlo apprezzare all'estero» dice Fortunato. Il direttore dell'Istituto di Cultura sostiene che gli inglesi hanno una fruizione "strabica" del cinema made in Italy. Da una parte c'è un nobile passato - vedi Fellini, Visconti, Pasolini - dall'altro un recente fatto solo da pochi acuti. I film italiani sono più che altro visti da un'elite che li apprezza molto. «Quando sono arrivato a Londra nel 2000 il cinema italiano era sparito. In questi ultimi quattro anni - ha proseguito Fortunato - ho affiancato al festival delle retrospettive importanti che ripescassero un maestro conosciuto ma magari poco visto come Totò o Germi. Questo per consolidare l'immagine forte che gli inglesi hanno del passato e contemporaneamente per dare credibilità ai nuovi artisti meno conosciuti». Fortunato, tuttavia, ha parole di rammarico per il debole sostegno all'estero che l'Italia offre alla propria produzione. «Lo stato - ha concluso Fortunato - dovrebbe aiutare, ma ho l'impressione che lo faccia poco e male. Francia e Germania hanno delle agenzie nazionali per la difesa e la distribuzione dei loro film. Fino a poco tempo fa esisteva Italia Cinema, ma al momento sembra essere missing in action. Si può e si deve fare di più. Queste agenzie sono utilissime come punti di riferimento e di collegamento per i distributori all'estero. Se Italia Cinema fosse stata chiusa sarebbe uno sbaglio».

la "sparizione" dell'evoluzionismo

Repubblica 27.3.04
Sparito l'evoluzionismo alle elementari e alle medie, il Cdm approva il programma didattico della Cei
Scuola, a spiegare l'origine dell'uomo resta solo la nuova ora di religione
Vertecchi: "Così si rivolta il principio della razionalità da Copernico in poi"
di MARIO REGGIO


ROMA - La scuola italiana dice basta alla teoria dell´evoluzione dell´uomo e sposa quella della Chiesa cattolica. I bambini che approderanno il prossimo anno alla prima elementare e alle medie non sapranno più chi è Darwin e come si è sviluppata la scienza da Copernico ad oggi. L´unica teoria valida resterà quella della Chiesa cattolica. Il passaggio epocale è confermato dai due decreti approvati due giorni fa dal Consiglio dei ministri, che ha trasformato in legge l´accordo tra il ministro dell´Istruzione e la Conferenza Episcopale firmato il 23 ottobre del 2003. L´accordo fissa i programmi dell´insegnamento della religione cattolica nella scuola dell´infanzia e nel primo ciclo della primaria, vale a dire le elementari. Per i più piccoli il programma è "leggero": «Osservare il mondo che viene riconosciuto dai cristiani e da tanti uomini religiosi dono di Dio creatore, scoprire la persona di Gesù, individuare i luoghi d´incontro della comunità cristiana...». L´approfondimento avviene in prima elementare. I prof di religione dovranno spiegare ai bambini come «Dio è creatore e padre di tutti gli uomini», «l´origine del mondo e dell´uomo nel cristianesimo e nelle altre religioni....». Una volta passati alle medie inferiori, i giovani dovranno dedicarsi a ben altri argomenti che la teoria dell´evoluzione, cancellata dai nuovi programmi di Scienze. Spremeranno le loro meningi prima sulle caratteristiche dei suoli, animali vertebrati e invertebrati, l´equilibrio degli ecosistemi. Senza dimenticare «le esperienze di tessitura e ricamo per scopi funzionali ed estetici». In terza media, poi, concentreranno le loro energie mentali sul «sistema nervoso dell´organismo umano ed effetti di psicofarmaci, sostanze stupefacenti od eccitanti», nonché le «malattie che si trasmettono per via sessuale», e «la riproduzione nell´uomo: sua specificità, specie per quanto riguarda l´allevamento della prole».
La scuola italiana sta imboccando una china oscurantista? Ne è convinto il professor Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale all´università Roma Tre. «Il testo del programma di religione è abbastanza ambiguo, sembra riguardare gli aspetti della dottrina cattolica, dà spiegazioni non solo religiose ma anche scientifiche - commenta - l´idea di Dio come creatore ed essere supremo è tipica del "creazionismo" molto diffuso negli Stati Uniti, dove l´evoluzione scientifica è inserita nella fede. Questa scelta conferma la diffusione che l´irrazionalismo sta assumendo in Italia. La ragione sembra scomparsa da qualsiasi programma di apprendimento, l´intelligenza non è più un fattore positivo, si parla solo di sogni e quando si deve fornire una spiegazione dell´origine dell´uomo si usano solo termini e parametri religiosi. Ho paura che alla fine - conclude Vertecchi - tutto questo faccia sistema, condizioni bambini e ragazzi all´accettazione di principi non provati scientificamente. Si rivolta il principio della razionalità da Copernico in poi». Qualche dubbio serpeggia anche nel mondo cattolico: «Darwin cancellato? Una scelta che mi stupisce, forse dipende da un errore di percorso - afferma il professor Luciano Corradini, segretario nazionale dell´Associazione degli insegnanti cattolici - culturalmente non sta in piedi. Anche se condividiamo i principi ispiratori della riforma, sulla cancellazione della teoria dell´evoluzione non siamo assolutamente d´accordo».

matematica, inconscio, arte
Franco Voltaggio intervista Piergiorgio Odifreddi

il manifesto 27.3.04
INTERVISTA
Tra Euclide e Mozart il calcolo imprevisto dell'invisibile
Le tre invidie del matematico, un'intervista a Piergiorgio Odifreddi

L'arte della fuga in quattro note di Johann Sebastian Bach, la costruzione di puri oggetti poetici di Jorge Luis Borges, il riduzionismo cubista di Georges Braque. Ovvero le relazioni segrete, e spesso inconsce, tra matematica, musica, letteratura e pittura. Bacchetta, penna, pennello e grandezze aritmetiche e algebriche analizzati nei loro intrecci come linguaggi che indagano il «gran libro della natura» e la misteriosa «geometria delle passioni», tra libertà e ricerca della misura e della forma delle cose
di FRANCO VOLTAGGIO


Nel più autobiografico dei suoi romanzi brevi, Tonio Kröger, Thomas Mann definisce il difficile esercizio della letteratura come una pratica che, in qualche modo, estrania il letterato dal vissuto comune, talora anche banale, ma certamente intenso, di tanti uomini e donne e, in particolare, dall'amore. Di qui uno struggente senso di invidia dello scrittore di professione per chi «può abbandonarsi ai sentimenti», ma anche nel contempo la consapevolezza che queste stesse creature, una volta divenute eroine di un testo letterario, saranno pretesto per ricostruire il senso e la misura della realtà e della vita, impresa sicuramente ardua, ma non priva, per chi la tenti e ne faccia mestiere, di qualche gratificazione. Ecco perché Mann-Kröger può accomiatarsi dal lettore, confessando di essere preso da «un tantino di invidia e da una grande, casta felicità». Resta il fatto, comunque, che un romanzo può esser letto, così come un brano musicale ascoltato, un dipinto osservato a lungo e con piacere, talché anche il più candido fruitore dell'opera d'arte avverte, sia pure confusamente, di trovarsi di fronte all'armonia dell'esistenza, sua e addirittura cosmica, tributando, per ciò stesso, all'artista una sorta di riconoscente ammirazione. Diverso, indubbiamente, il caso del matematico, il cui tema è pur sempre la misura e la forma delle cose, misura e forma che, tuttavia, non possono essere comunicate altro che in un linguaggio, quello matematico che, nelle sue modalità più complesse, resta estraneo ai più. Il pubblico di media cultura riconosce la grandezza di un Euclide, ma chi mai si accosterebbe agli Elementi con la stessa certezza di trarne diletto come quando si appresta a leggere Guerra e pace o ad ascoltare un brano del Flauto magico di Mozart? Nasce da questa circostanza «l'invidia» del matematico che, tanto più profonda di quella dei professionisti dell'arte cui è esplicitamente rivolta, è tuttavia associata a «una grande, casta felicità» forse persino più viva, perché la consuetudine con le grandezze geometriche, aritmetiche, algebriche lo pone, quasi ogni momento, nella condizione di un privilegiato «percettore del mondo», sempre che continui ad esser vero per tutti quanto diceva Galilei, l'essere cioè «il gran libro della natura» scritto in linguaggio matematico.

E' questo il caso, ci pare, del matematico Piergiorgio Odifreddi, docente di logica matematica delle università di Torino e di Cornell (Usa) che dal 29 al 31 marzo, nell'Aula Magna dell'università di Bologna - con Umberto Eco quale discussant - terrà, per conto della Fondazione Sigma Tau di Roma, tre «Lezioni Italiane» destinate, per l'appunto, a dar voce alla «invidia del matematico», da lui espressa in tre «invidie»: «della bacchetta» (matematica e musica), «della penna» (matematica e letteratura), «del pennello» (matematica e pittura).

Dalla lettura di alcuni dei libri di Odifreddi, Il computer di Dio (Cortina, 2000), La repubblica dei numeri (Cortina, 2002), Il divertimento geometrico (Bollati Boringhieri, 2003), Il diavolo in cattedra: la logica da Aristotele a Godel (Einaudi, 2003), si evince che l'autore prova una gioia profonda nell'esercitare la sua professione, ha un'eccellente capacità di divulgare con eleganza la sua scienza, senza indulgere in faciloneria, convinto com'è che il suo lettore non ha soltanto il diritto, ma anche il dovere di familiarizzarsi con la matematica, dal momento che tutto, dal modo con il quale sono ordinati i suoi geni alle parti in cui si distribuisce il suo corpo, all'insieme dei corpi celesti, a quella che qualcuno definisce la misteriosa «geometria delle passioni», è struttura, cioè matematica. Da questo punto di vista, non è azzardato affermare che Odifreddi si comporta con la stessa affettuosa aggressività dei philosophes dell'illuminismo i quali vedevano in una ragione, eminentemente ispirata all'indole matematica delle scienze della natura, la chiave per dar vita alla loro rivoluzione. La rivoluzione francese, del resto, non fu in definitiva, il tentativo di prestare alla politica il senso matematico della misura, un ordine che non nascesse dal dispotismo del privilegio, ma dall'ordine della libertà e dell'eguaglianza? Quel che di Odifreddi abbiamo letto basta, da un lato, per apprezzare di questo studioso un'autentica passione civile (tanto forte da riscattare qualche momento di ingenuità), dall'altro, per cercare di saperne di più delle «tre invidie del matematico». Di qui un'intervista, di cui riproduciamo i momenti essenziali.

Professore, qual è, a suo parere, la relazione della matematica con la musica?
Le rispondo, con Leibniz, «che la musica è l'esercizio matematico nascosto di una mente che calcola inconsciamente». Sul filo di Leibniz, un allievo di Bach, Lorenz Christoph Mitzler, affermava che «la musica è il suono della matematica».

Mi incuriosisce in particolare il tema del «calcolo inconscio», argomento suscettibile di dar vita a un'esplorazione a tutto campo sul rapporto tra musica e inconscio, il cui linguaggio, secondo Lacan, è matematico, fondandosi sul «no» e il «si», dunque sullo 0 e sull'1 dell'aritmetica del basic, cioè l'aritmetica binaria. Ma ora le chiedo è possibile far musica in concreto a partire da un'ispirazione matematica?
Penso proprio di sì. Ecco un caso classico. La mattina del 28 luglio 1750 Johann Sebastian Bach si svegliò e vide la luce. Non la vedeva da tempo, perché due operazioni agli occhi effettuate qualche mese prima l'avevano lasciato completamente cieco. La sera morì, lasciando incompiuta una grande fuga su un tema di quattro note: «si bemolle, la, do, si» in notazione italiana, o «B, A, C, H» in notazione tedesca. Sostituendo le lettere dell'alfabeto con i numeri corrispondenti (1 per la A, 2 per la B, eccetera) «Bach» diventa «2138» e sommando le cifre si ottiene 14. La grande fuga lasciata incompiuta è appunto la quattordicesima dell'Arte della fuga, e il numero 14 ricorre spesso nell'opera di Bach. Per esempio, nella Fantasia corale sul tema «Sto di fronte al tuo trono», il tema è di 14 note, l'intera melodia di 41. L'ultimo numero è ovviamente l'inverso di 14, ma corrisponde anche a «J. S. Bach». Ma c'è qualcosa di più. Studiando gli ultimi lavori del grande musicista, ci troviamo di fronte a una musica smaterializzata, costruita in base ad astratti principi di simmetria aritmetica e geometrica. Come già dice la parola, che significa «regola» o «legge», la forma musicale che più si presta a questo tipo di simmetria è il canone: una serie di voci che si rincorrono, ripetendo la prima in forma traslata, riflessa o proporzionale. Le varie voci, benché tutte simili, possono cioè essere sincronizzate o sfalsate: più alte o più basse, parallele o speculari, più veloci o più lente. Un primo approccio a questo tipo di musica ci è offerto dalla prima grande serie di canoni bachiani, vale a dire le famose Variazioni Goldberg composte nel 1741.

Come dire che, se il calcolo guida alla musica e nasce altresì da motivazioni inconsce, che non si vedono e non hanno voce, allora avrebbe avuto ragione Mann nel sostenere, nel Doctor Faustus, che il fondamento della musica è il silenzio.
Non si sbaglia. Mi viene in mente, a questo proposito, una possibile analogia con la natura e le sue leggi che, se le paragoniamo al programma di un computer, paiono offrirci un software talmente sconfinato da essere di fatto - altro che per le informazioni («verità locali») raccolte, di volta in volta, dagli scienziati dei diversi campi- nel suo insieme invisibile e indicibile.

La relazione tra matematica e letteratura consisterebbe per lei, stando a quanto scrive, nel fatto che il vero scrittore non è tanto interessato alle cose, esseri umani, eventi, ecc. di cui racconta, quanto alla struttura della narrazione in sé. Sotto questo aspetto, lo scrittore, mettendo a punto le forme della sua narrazione, è come l'aritmetico che prima crea i numeri - potente struttura matematica - e solo dopo vi ingabbia gli oggetti reali che, numerati, acquistano un ordine che in precedenza non avevano. In modo inconsapevole certo, il lessico ordinario sarebbe nel giusto quando fa del verbo contare il sinonimo di narrare. Ma che cosa è in concreto la struttura nel lavoro letterario? Vorrebbe chiarirlo?
La servo subito. Devo però rifarmi soprattutto al passato. Un tempo, il romanzo produsse opere memorabili, che assumevano narratore e lettore come protagonisti, e forma e struttura come contenuto. Opere che erigevano la divagazione a discorso, l'interruzione ad azione, il superfluo a necessario, il caos a regola, la molteplicità a unità. Opere quali La vita e le opinioni di Tristram Shandy di Sterne, che non temevano di presentare pagine nere e pagine bianche, capitoli di due righe e capitoli sui capitoli, spazi vuoti da riempire e storie interrotte da continuare a piacere. Opere quali Jacques il fatalista di Diderot, che srotolavano il Grande Rotolo della scrittura fingendo di tessere trame con fili inesistenti. Dopo queste prove strepitose il romanzo ha smarrito la diritta via, impantanandosi in una selva dai colori rosa, giallo e nero.
I romanzi scritti, pubblicati, recensiti e letti non sono altro che variazioni sui temi dell'antica tradizione omerica (e pensare che il fascino dei poemi di Omero sta proprio nelle loro divagazioni!) del reportage di guerra, di viaggio o d'altro. Quasi tutti insistono nel raccontare storie: incuranti del fatto che, come fece notare Nabokov, quando si matura ci si interessa più a come sono fatti i libri, che non a ciò che essi dicono. Per fortuna il XX secolo presenta alcune eccezioni, la più nota e illustre delle quali è rappresentata da Borges che mirava soprattutto alla costruzione, come il suo letterato esemplare, il Jules Menard delle Ficciones, di «puri oggetti poetici» - un analogo di quegli oggetti ideali che sono le grandezze matematiche - associando a questa impresa il recupero della piena libertà del narratore e del lettore.
Facendo il bilancio complessivo di un corso di letteratura inglese tenuto nell'università di Buenos Aires, Borges identificava la libertà del lettore con quella di amare gli autori, praticando i quali avesse evitato di pascolare nella noia: «non ho insegnato agli studenti la letteratura inglese che ignoro, ma l'amore per certi autori. O meglio, per certe pagine. O meglio, per certe frasi. Ci si innamora di una frase, poi di una pagina, poi di un autore».

Questo circolo virtuoso, che congiunge matematica, libertà e arte narrativa, compare anche in pittura?
Senz'altro. Mi limito a un solo esempio incentrato sul riduzionismo cubista di Georges Braque e di Pablo Picasso esploso nel primo decennio del secolo scorso. La più significativa tela del Picasso cubista è il Ritratto di Ambroise Vollard del 1910. Nel quadro la figura appare come in uno specchio spezzato: ogni scheggia riflette una sezione del volto o del busto secondo un piano diverso, e la tridimensionalità è completamente delegata a una ricomposizione mentale delle varie vedute bidimensionali, in accordo col motto del grande pittore: «Io dipingo ciò che penso, non ciò che vedo». Un'operazione matematica dunque che in qualche modo riflette una delle grandi speculazioni dei matematici di quel tempo, la messa in questione delle dimensioni dello spazio, ma anche una rivendicazione della piena libertà nell'arte pittorica.

Sin qui Odifreddi. Alla fine l'intervistatore finisce con l'avvertire, nell'esaltazione della matematica, il vertiginoso elogio della libertà e forse ancora un'altra cosa. Dall'invidia per l'arte, lo studioso è pervenuto a un senso di amore e gratitudine per la sua condizione di matematico. In una parola, si è accettato. Ma non diceva forse Sartre, nell'Età della ragione, che la libertà è accettarsi?

Un film parlato

Repubblica 27.3.04
Una commedia sofisticata che è anche una lezione di storia
Manoel de Oliveira e il gusto di una mela
L´epilogo spiazzante pare quasi un'allegoria della fine del mondo
di ROBERTO NEPOTI


Nelle sue lezioni all´Actor´s Studio, Lee Strasberg diceva: «Il pubblico è abituato a un certo gusto. Provate a fargli assaggiare lo spicchio di una mela dal sapore diverso: forse gli piacerà, e finirà per mangiarla tutta». Un film parlato è la mela dal sapore diverso. Certo, non è con un´opera come questa che il novantacinquenne Manoel de Oliveira si conquisterà i gradi di cineasta popolare: ma che gliene può importare, dopo settantacinque anni di cinema e dotato di una lucidità che la maggior parte dei colleghi giovani dovrebbe invidiargli? Un film parlato comincia come una lezione di storia, prosegue sui toni della commedia sofisticata e finisce in dramma, verniciando il tutto con uno strato, sottile e prezioso, d´ironia.
Per raggiungere il marito a Bombay, una giovane professoressa universitaria traversa il Mediterraneo assieme alla sua deliziosa bambina di sette anni, facendo tappa a Marsiglia e Napoli, Atene e Istanbul, Aden. Nella culla della civiltà moderna, la donna ci conduce in una visita guidata ai miti fondatori della cultura occidentale. Sulla stessa nave, comandata dal capitano americano di origine polacca John Malkovich, viaggiano Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli, Irene Papas, che simboleggiano rispettivamente il mondo degli affari, della moda, del canto: sono tre Parche moderne e sofisticate; conversano ciascuna nella propria lingua ma si capiscono alla perfezione. Si parla molto, moltissimo nel film del patriarca portoghese, quasi si trattasse di una torre di Babele rappacificata e ormai capace di comprensione reciproca. Solo in apparenza, però. Come sappiamo troppo bene, i dissensi tra i vari popoli perdurano e si acuiscono, facendo naufragare nella violenza l´utopia di un mondo finalmente senza conflitti. Inattesa, alla fine del film incombe sui passeggeri l´ombra del terrorismo: Oliveira cambia registro e vira alla riflessione acre sul vero posto della nostra civiltà, che da troppo tempo presume di occupare quello centrale, nell´effimero mondo d´oggi. L´epilogo spiazzante, fisso sul fotogramma di un uomo senza più parole, pare quasi un´allegoria della fine del mondo. Però il geniale Manoel riesce a circondare le sue amare riflessioni politiche e filosofiche di un´aura leggera, di una disinvoltura straordinaria, componendo una sorta di film-saggio in anticipo di qualche decennio suo cinema odierno, da cui esala una strana seduzione che non sapremmo ritrovare in nessun altro.

Corriere della Sera 27.3.04
DRAMMATICO / «Un film parlato», l’apocalisse secondo de Oliveira
Quattro donne e la parodia del «Titanic»


Qualche volta il cinema riesce a diventare uno specchio nel quale leggere la contemporaneità meglio che nel telegiornale. Messo di fronte all’apocalisse finale di Un film parlato , l’atterrito John Malkovich siamo noi, uomini del XXI secolo folgorati dal crollo delle Torri Gemelle o dalla strage di Madrid. Sempre arditamente spiazzante, Manoel de Oliveira ci offre una parodia del Titanic imbastita fra divagazioni didascaliche e aneddoti frivoli, ma con un approdo da brividi. Lo sa solo lui che cosa vuol dire esattamente con questo apologo di quattro donne in crociera (Silveira, Sandrelli, Deneuve, Papas) e ci gira intorno con sorniona ironia. Tuttavia il film (puntualmente ignorato dalla giuria veneziana) trasmette un segnale allarmante sulla condizione disperata di un mondo che naviga in brutte acque. Rimane il dubbio: semplice constatazione o cupa profezia? (T.K.)

UN FILM PARLATO di Manoel de Oliveira
Con Irene Papas, Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli

il convegno su
"Biologia moderna e visioni dell'umanità"

Galileo 27.3.04
BIOLOGIA E SOCIETÀ
Dialogo imperfetto
di Adriana Albini


Un equipaggio di 50 uomini salpato dalle Colonne d'Ercole a seguito di una violenta tempesta e finito sulla Luna: quelli narrati nel II secolo dopo Cristo da Luciano di Samosata sono forse i primi astronauti dell'umanità. La fantascienza ha quindi radici lontane e con essa le paure e i sogni suscitati dalla ricerca scientifica. È stato questo uno dei molti spunti offerti da "Biologia moderna e visioni dell'umanità", la conferenza organizzata dalla Commissione Europea e dal Gruppo Europeo per le Scienze della vita che si è svolta gli scorsi 22 e 23 marzo a Genova. Padrone di casa il rappresentante italiano del gruppo, Leonardo Santi, medico e biotecnologo, che ha riunito in questa occasione scienziati, filosofi, eticisti, cineasti, poeti, umanisti e politici.

Il confronto fra biologia e cultura umanistica al centro delle due giornate è stato declinato in quattro temi per altrettanti incontri: la fiducia nel progresso, la sfida e i limiti del riduzionismo, ricerca e democrazia, la fantascienza. Proprio la "science-fiction" (prima letteraria e poi cinematografica) può essere presa come una sorta di cartina di tornasole per per capire quali siano le paure e le aspettative del grande pubblico nei confronti della scienza. Come per esempio, "L'isola del Dottor Moreau", pellicola di Don Taylor (1977) che narra la storia di un uomo che su un'isola sconosciuta si dedica a strani esperimenti che trasformano animali in mostruosi esseri umanoidi.

Ma non è solo questione di sequenziare il genoma, scoprire nuove molecole, scovare cellule staminali nei tessuti, inventare nuove terapie e curarsi meglio. Le scienze biologiche influenzano la nostra visione dell'umanità e sono parte integrante di cultura, società, politica e fantasia. A sottolineare la preoccupazione e l'angoscia della crescente difficoltà di tener vivo il dibattito tra scienza e politica, tecnologia e democrazia è stato il poeta Edoardo Sanguineti. "Chi sono i mandanti dei ricercatori?". Lo scienziato, secondo Sanguineti, non può più ignorare le implicazioni socio-politiche e la responsabilità che ha verso il mondo con le sue invenzioni.

Su questo punto, l'incontro ha evidenziato la difficoltà di conciliare le richieste che provengono dalla società con le forti resistenze che ancora esistono nella comunità scientifica. A chi, come il sociologo della scienza italiano Massimiano Bucchi, ha auspicato un "ritorno della politica" cui spetterebbe sperimentare nuove strade per incorporare i temi scientifici nel suo dibattito, si è contrapposto per esempio il dogmatismo di Lewis Wolpert, biologo dello University College di Londra: che ha detto a chiare lettere di non aver mai sentito un bioeticista fare un discorso sensato, di considerare la scienza rigidamente distinta dalla tecnologia, di non vedere alcun problema etico nella clonazione umana e di pensare che "l'arte non abbia mai contribuito in alcun modo alla scienza, mentre la scienza ha contribuito molto all'arte". Più pacate e promettenti, per fortuna, le posizioni di altri come Steven Rose, neuroscienziato britannico, che ha sottolineato la necessità per i media di assumere un ruolo più critico e meno riverente verso gli scienziati e gli "esperti" di ogni ramo.

caos

Galileo 26.3.04
LIBRI
Sulle orme del caos


Gian Italo Bischi, Rosa Carini, Laura Gardini, Paolo Tenti
Sulle orme del caos. Comportamenti complessi in modelli matematici semplici
Bruno Mondadori, 2004
p. 256, euro 19,00


È possibile governare il caos? Come comprendere i meccanismi che sono alla base dei fenomeni caotici che regolano l'andamento dei mercati finanziari o lo sviluppo di un determinato ecosistema?
La scoperta che esiste una sorta di ripetitività implicita in questo tipo di manifestazioni ha permesso l'affermarsi del concetto di caos deterministico e della teoria dei sistemi dinamici che ne consente l'analisi. Infatti, nonostante possa sembrare poco convincente associare alla parola "caos" l'aggettivo "deterministico", gli autori di questo volume ci conducono con semplici modelli matematici non lineari, composti da funzioni algebriche di secondo o terzo grado, nell'ambiente di sistemi reali che si evolvono nel tempo secondo una certa regolarità. Il mondo che abbiamo sotto i nostri occhi è un intreccio complesso di relazioni tra agenti e la matematica rappresenta il mezzo con cui è possibile spiegare i fenomeni naturali che ci circondano e che spesso sfuggono a osservazioni lineari. Se per esempio si può studiare con facilità il moto uniforme, ma molto poco reale, di un corpo, più complesso risulta analizzare il suo moto discontinuo su cui intervengono fattori diversi come l'attrito dell'aria.

Certo anche il modello matematico più preciso non può dare la spiegazione degli aspetti irrazionali che spesso regolano lo sviluppo e il comportamento di una società come il gusto, le mode o la paura. Ma è questa l'unica avvertenza con cui si deve affrontare la lettura di questo testo il cui scopo principale è di presentare al lettore le proprietà matematiche elementari che stanno alla base dei modelli dinamici deterministici che generano sequenze caotiche. Fu Galileo a introdurre il linguaggio matematico come l'unico in grado di decifrare il complicato codice con cui era scritto quello che egli definì il "libro della Natura". Dal Seicento in poi la matematica ha quindi iniziato a configurarsi come lo strumento attraverso cui osservare e spiegare i fenomeni naturali e le loro dinamiche. Secondo il principio meccanicistico venutosi a formare dall'osservazione empirica, avendo a disposizione i valori delle variabili di uno stato in un certo istante, il modello permetteva di calcolare in modo univoco lo stato del sistema all'istante successivo.

Tuttavia nel corso dei quattro secoli che ci separano dalle scoperte dello scienziato pisano, la nostra stessa percezione della natura si è notevolmente trasformata. All'inizio del Novecento i fisici e i matematici furono infatti scossi dalle affermazioni del filosofo e matematico francese Jules-Henri Poincarè secondo cui anche una piccola variazione dei parametri del sistema nella condizione iniziale avrebbe comportato enormi cambiamenti su tutta l'evoluzione del sistema stesso. Studiando le traiettorie di tre corpi celesti - Sole, Terra, Luna - si accorse che esse generavano un'equazione non lineare; le curve che Poincarè poteva solo immaginare producevano una serie di infinite intersezioni dando una maglia di reti il cui stato nel momento successivo era impossibile da prevedere. Era il primo incontro con il caos; i sistemi caotici così individuati avevano mostrato una sensibilità alle condizioni iniziali tale da annullare il postulato meccanicistico che ne consentiva di studiare l'evoluzione temporale. Il modello causa-effetto, che poteva fornirci soluzioni esatte solo per quei pochi fenomeni semplici e uniformi, non era dunque più rappresentativo di una natura che offriva ora una realtà non lineare costituita da una rete indefinita di relazioni e intersezioni.

Le tecniche matematiche che negli ultimi tre decenni hanno permesso ai ricercatori di scoprire schemi ordinati in sistemi caotici si basano proprio sull'intuizione di Poincarè e sono direttamente legate allo sviluppo dei computer. Grazie allo sviluppo dei calcolatori elettronici è stato quindi possibile rappresentare i complessi modelli che gli autori di questo volume ci aiutano a comprendere meglio attraverso un percorso che partendo dai modelli lineari più semplici giunge a quelli più complessi che oggi trovano numerose applicazioni nelle più diverse discipline come la fisica, la biologia o l'economia ma anche la sociologia e la storia.

Nel libro, chiaramente di carattere divulgativo, vengono esposti principi matematici come iterazione, biforcazione e punto di svolta, fondamentali a uno studio sui fenomeni caotici. Infatti, semplici esempi di iterazione di funzioni algebriche di secondo grado, come quelle che si incontrano sui banchi di scuola, permettono di osservare eventi tipici del caos. In questo modo viene dunque fatta giustizia circa l'ipotesi che la teoria del caos non possa dare previsioni, anche se esse riguardano più gli aspetti qualitativi del comportamento di un sistema che i suoi valori precisi.
La matematica della complessità è rappresentata come un'importante intuizione nella scienza del XX secolo, consentendo di sostituire un'analisi qualitativa a una quantitativa più capace di descrivere le relazioni e le configurazioni (pattern) dei sistemi, spostando il paradigma scientifico dagli oggetti alle relazioni.

Per chi volesse infine cimentarsi con applicazioni pratiche di sistemi caotici il sito della casa editrice offre una serie di link a programmi di Excel e Visual Basic con cui il lettore potrà eseguire direttamente gli esperimenti suggeriti dal testo

donne nella storia: Christine de Pizan

Il Giornale di Vicenza 27.3.04
Christine de Pizan editrice medievale
di Attilio Fraccaro


Interessante "fuori programma" oggi a Campese dell'edizione 2003-2004 degli incontri "medievali" organizzati, al Monastero di Santa Croce, dal Centro Studi dedicato all'Abate Ponzio di Cluny.
A partire dalle 18 infatti è in calendario l'incontro dedicato alla lettura di brani tratti dalle opere di Christine de Pizan, scrittrice ed editrice tardomedievale italo-francese che molti, soprattutto nei paesi anglosassoni, considerano la prima femminista della storia.
Praticamente sconosciuta in Italia, pur essendo nata a Venezia e da genitori italiani, Christine sarà "presentata" da Lino Canepari mentre alcune delle sue più belle poesie e riflessioni tratte dalle sue opera in prosa saranno lette da Giusy Bizzotto.
Per tornare agli scritti di Christine de Pizan (Cristina di Pizzano) c'è da dire che questi furono composti in difesa della dignità della donna all'inizio del '400. la scrittrice ha senza dubbio il merito storico di avere sollevato per prima e con forza quella che poi è stata chiamata la "questione femminile".
Come detto questo appuntamento, non compreso inizialmente in? locandina, chiude il ciclo "Medioevo al femminile" iniziato nel novembre scorso.
Durante l'incontro il Centro Studi presenterà ufficialmente gli Atti dei due corsi precedenti, quelli dedicati alle Crociate e all'Inquisizione.
Volumi che poi saranno posti in vendita nelle librerie della zona o nella segreteria del sodalizio culturale.

Galimberti e Amore e Psiche...

Libertà 27.3.04
Settimana di spettacoli del “Lemming” a Castellarquato, venerdì incontro col filosofo Galimberti
E da lunedì viaggio tra Amore e Psiche, per due spettatori


Uno spettacolo per due spettatori. Certo, è curioso, ma il Teatro del Lemming di Rovigo, di cui è fondatore e “anima” il regista Massimo Munaro ci ha abituati a queste proposte. [...] Gli spettacoli da lunedì 29 marzo al 4 aprile sono sette al giorno e durano 45 minuti [...]. Ogni spettacolo è per uno spettatore e una spettatrice.
Venerdì 2 aprile alle 21, come approfondimento sul tema, al Museo Archeologico di Castellarquato il filosofo Umberto Galimberti parlerà su Amore e Psiche insieme con il regista Massimo Munaro.[...]

una nuova legge USA

Liberazione 27.3.04
USA: passa una legge "a difesa del feto"


Al termine di un serrato dibattito, il Senato statunitense ha approvato la legge che, in caso di violenza su una donna incinta, riconosce il feto come una vittima diversa dalla madre. Con 61 voti a 38, il Senato dominato dalla maggioranza repubblicana ha consegnato il provvedimento, approvato il mese scorso dalla Camera dei Rappresentanti, al presidente George W. Bush. Secondo la legislazione attuale, un individuo che compie una violenza su una donna incinta non riceve una punizione aggiuntiva per aver ferito o ucciso il bimbo non ancora nato. Adesso la situazione potrà cambiare. Secondo le organizzazioni dei diritti civili, con il riconoscimento del feto come persona, la legge è un primo passo per minare il diritto costituzionale all'aborto. Entusiasta il presidente Bush che ha già detto che non vede l'ora di firmare il provvedimento per farlo diventare legge.

Emma Bovary

Il Messaggero 27.4.03
Madame Bovary, l’amore estremo
di RENATO MINORE


Vale la pena ricordare alcune considerazioni di Alberto Moravia, raccolte in un'intervista da Nello Ajello, sull'autore di Madame Bovary : «Flaubert è troppo scrittore e poco narratore. Le due cose sono diverse. Io, per esempio, sono nato narratore: da bambino, quando ero solo, raccontavo dei romanzi a me stesso, ad alta voce, Ancor oggi qualcuno dice che scrivo male. Flaubert scriveva troppo bene, almeno in Madame Bovary ». E ancora: "Con la sua fissazione della parola, della perfezione formale, ha ammazzato il romanzo. Il romanzo non può essere basato sulla mera scrittura. Se si modifica una parola in una poesia la si distrugge. Il romanzo si fonda invece su delle strutture: se si cancella una parola non succede niente».
Il colpo di grazia inferto a Flaubert svela paradossalmente, sia pure in controluce, tutta la provocatoria, abbagliante grandezza di un personaggio come Emma: una figura, una forma in qualche modo sacra, oscenamente sacra nella sua sensualità. Proprio come la tensione che pervadeva il suo autore durante la stesura dell' opera: «Amo il mio lavoro con un amore frenetico e perverso, come un asceta il cilicio che gli raschia il ventre», scrive nel 1852 Gustave a Luise Colet, la donna con cui ha diviso sei anni di passione, ora preziosa confidente intellettuale. E' a Luise che lo scrittore rivela come gli ci vogliano «spesso molte ore per cercare una parola«, «cinque giorni per fare una pagina». Le parole somigliano a lettere di una preghiera, l'ossessione per esse è quasi vicina alla frenesia con cui i cabbalisti permutano in continuazione, nella Scrittura, l'impronunziabile parola di Dio. E d'altra parte la lucidità verso il presente non è da meno: «Nessun pensiero umano può prevedere a quali scintillanti soli psichici si schiuderanno le opere dell'avvenire, Nell'attesa, noi siamo in un corridoio pieno d'ombra, e brancoliamo nel buio. Tra la folla e noi, non c'è nessun legame. Tanto peggio per la folla; e soprattutto tanto peggio per noi».
Ma che fatidico anno il 1857: pubblicato a puntate sulla "Revue de Paris" tra l'ottobre e il dicembre del '56, Madame Bovary è accusato dal pubblico ministero Pinard di oltraggio alla morale pubblica, religiosa e ai buoni costumi. Flaubert viene assolto e l'opera esce in volume ad aprile. Il 25 giugno appare Le Fleurs du Mal e Pinard ci riprova, riuscendo a far condannare, ad agosto, Baudelaire e gli editori. L' intreccio tra Giustizia e Letteratura appare trionfalmente risolto dal poeta dello spleen, che recensendo il romanzo nell'ottobre di quell'anno scrive: «La magistratura si è dimostrata leale e imparziale come il libro che era spinto dinanzi a lei in olocausto(…) che fu data causa vinta alla Musa, e che tutti gli scrittori, almeno tutti quelli degni di questo nome, sono stati assolti nella persona di Gustave Flaubert». Ma qual' era l'oltraggio? E il "bovarismo" è davvero, come scrisse de Gaultier nel 1902, la «disposizione propria dell'uomo di concepirsi diverso da sé»? E se l'insoddisfazione della Bovary per la realtà, assieme a quella di Flaubert («Mi si crede innamorato del reale, mentre lo esecro») fossero la vera figura imbarazzante, scaturita da una dinamica di contrasto con la realtà assai vicina all'ascesi? I " Tre racconti " costituiscono l' ultimo libro pubblicato da Gustave, nel 1877: i rispettivi protagonisti Félicité, San Giuliano, Giovanni Battista sono figure della santità a tutto tondo, e insieme il prodotto quintessenziale di una strabiliante raffinatezza stilistica. «Senza l'amore della forma, sarei forse stato un grande mistico», aveva scritto nel 1852.
Fu in effetti il più grande mistico-scrittore d'occidente, capace di contrapporre la consistenza di una figura seducente, femminile (quasi potessimo abbracciarla, addirittura amarla) alla miseria del reale. Franco Cordelli ha scritto: «Il narratore viene da oriente, il romanziere dimora in occidente. Lo scrittore sta qui con noi, ma guarda da un'altra parte». E Moravia, narratore puro, ossia uno per il quale «la figura è sacra», intoccabile, percepiva forse questo incredibile "oltraggio" nell'inquietudine di Emma: un inammissibile corpo desiderante nato dalla parola.

Masako

LA CASA IMPERIALE GIAPPONESE
Masako depressa, lascia il palazzo
La principessa si è trasferita in una residenza segreta


Da ieri il palazzo Akasaka, residenza a Tokyo dei principi ereditari al trono giapponese Naruhito e Masako, è vuoto. Masako, 40 anni, assente dalla vita pubblica da quasi quattro mesi per problemi di salute causati da stress, ha lasciato Tokyo, in compagnia del marito e della primogenita, principessa Aiko, diretta in una villa tenuta segreta nella prefettura montagnosa di Nagano, circa 200 km a nord-ovest della capitale. Lo ha annunciato l’Ente della casa imperiale limitandosi a dire che Masako «ha bisogno di riposo e tranquillità» e diffidando espressamente tutti i mass-media, tv giornali e fotografi, dal tentare di individuare la villa.
«Speriamo in un completo ristabilimento della sua salute», ha affermato un portavoce dell’Ente della casa imperiale senza specificare per quanto si protrarrà l’assenza della principessa dal suo palazzo di Tokyo. Secondo fonti bene informate, il principe ereditario Naruhito si tratterrà qualche giorno con Masako nella villa misteriosa di Nagano prima di rientrare da solo nella capitale. È la prima volta, da quando all’inizio del dicembre scorso Masako non compare più in pubblico, dopo essere stata colpita dal fuoco di Sant’Antonio - nome popolare per una forma spesso grave di eritema cutaneo e nevrite provocata dal virus dell’herps zoster - che la principessa si allontana dalla capitale. «Un fatto che ha pochi precedenti nella storia della famiglia imperiale giapponese», hanno detto fonti bene informate.
Nulla è trapelato sulle reali condizioni di salute di Masako, che sembra attraversare un momento difficile della sua vita, come ammesso il mese scorso dal marito Naruhito in occasione del suo 44esimo compleanno. «Ci vorrà ancora del tempo prima che Masako possa tornare a svolgere attività pubblica - aveva detto il principe ereditario- Ha subito pressioni notevoli e inimmaginabili per chi vede le cose dall'esterno, soprattutto per quanto riguarda la successione al trono. Spero solo che dimentichi tutto e attendo senza fretta che si riprenda». In quell'occasione erano state diffuse le prime foto di Masako dopo la malattia. L’ex diplomatica è apparsa sorridente ma affaticata, a fianco del marito e della primogenita Aiko, data alla luce nel dicembre 2001.

aumentano i suicidi per depressione
dice la sua il prof. Giambattista Cassano...

Il Tempo 27.3.04
Depressione, aumentano i suicidi
di GIANCARLO CALZOLARI


LA DEPRESSIONE, la malinconia, la tristezza sono una componente fondamentale della nostra società. I molteplici stress della vita moderna acuiscono il disagio e le difficoltà. Favoriscono la depressione, oltre ad una certa predisposizione genetica, almeno così dice il professor Giambattista Cassano, uno dei «guru» della psichiatria, le esaltazioni giovanili delle notti in discoteca, i viaggi da un continente all'altro, l'eccessiva disponibilità  e il conseguente consumo di superalcoolici, di sostanze stimolanti ed eccitanti, la maniacale convinzione che tutto adesso è permesso e lecito, oltre alla erronea sicurezza che in farmacia, o addirittura dall'erborista o dallo spacciatore dietro l'angolo sia possibile trovare il preparato che ci permette di raggiungere la felicità. Questa «vita spericolata» sempre sul filo del rasoio può essere, in molti casi, l'anticamera della depressione o della cosiddetta malattia bipolare, in cui alla lucida ipertrofia dell'Io fa seguito la più profonda delle angosce.
Adesso In Italia quasi tre milioni di persone richiedono al medico cure contro il «male oscuro». Al congresso medico di Verona dedicato a questi temi è stato annunciato che tra dieci anni circa la depressione costituirà  la seconda causa di disabilità nel mondo. Al congresso veronese, dedicato ad una molecola «psichiatrica», la lamotrigina, è stato lanciato l'allarme suicidi, perché il 60-70% dei suicidi è commesso da depressi molto spesso giovani e in piena attività  lavorativa. Sono più depresse le donne, in un rapporto da 10 contro 6. Per fortuna le donne muoiono meno in rapporto ai più numerosi tentativi di togliersi la vita. Per curare la depressione un malato spende in farmaci 578 euro l'anno di cui solo il 19% è a carico del servizio sanitario. I nuovi farmaci stabilizzatori dell'umore sono efficaci anche contro la malattia bipolare, oltre che contro la depressione, ma è importante anche una terapia psicologica d'appoggio. Per quasi un quarto degli uomini, in cui la depressione è associata all'impotenza, al recente congresso di Vienna sull'urologia è stata dimostrata l'efficacia indiscutibile del vardanafil (vivanza), uno dei nuovi tipi di viagra e anche della dutasteride, che riduce i disturbi e le dimensione della prostata, causa di pessima e deprimente qualità di vita. I nuovi stabilizzatori dell'umore, come la lamotrigina, hanno dimostrato inoltre di essere molto ben tollerati e sorattutto [sic!] non provocano nessun aumento di peso.

Mirò a Como

Repubblica, ed. di Milano 27.3.04
Magico Mirò lieve e surreale a Villa Olmo
CHIARA GATTI


Dal filo di lana può nascere un volto, da una piuma appesa a un pendolo un ritratto di danzatrice. Magico Miró. Nelle sue mani l´oggetto più banale si trasformava in poesia, mentre i suoi segni, misteriose scritture liberate nello spazio, inventavano storie di straordinaria levità. Come quelle protagoniste della mostra allestita nelle sale, fresche di restauro, di Villa Olmo a Como e che in 125 opere, fra dipinti, arazzi, sculture e grafiche, racconta gli ultimi vent´anni di attività del maestro catalano. Gli anni che soprattutto nelle ceramiche e nei bronzi (pezzo forte della rassegna svilito tuttavia da un allestimento un po´ stipato), vedono riemergere tutta la spontaneità creativa e l´energia scherzosa del suo periodo surreale. Ecco allora le donne d´argilla, metafore della vita come germinazione, ed ecco gli assemblaggi totemici, dove in bilico fra mestiere e divertissement, prendono forma testine dagli occhi strabuzzati e con le bocche serrate da piccoli chiavistelli. «Io sono di natura tragica e taciturna» diceva, « se c´è qualche cosa di umoristico nella mia pittura non l´ho cercato coscientemente». Un Miró paradossalmente tenebroso che attinse dunque all´inconscio primitivo del selvaggio e del bambino per creare un mondo ludico e solare. Mai nostalgico, ma lirico come i suoi pochi, calibratissimi segni grafici, capaci di tracciare sulla tela racconti fiabeschi, misti di memoria e immaginazione. Giunti dalla Fondazione Joan Miró di Barcellona, bronzi come Costellation silencieuse del ´70 e oli come La speranza del navigatore del '68, svelano la magia di un prestigiatore delle forme, in grado di trasformare sacchi di tela e gomitoli di lana in curiose fiabe della buona notte.

«Joan Miró. Alchimista del segno» Como, Villa Olmo, fino al 6 giugno. Orari: martedì, mercoledì e giovedì 9-20; venerdì

monomania

Repubblica, ed. di Bari 27.3.04
L´ANALISI
Lo studente modello omicida ci sono i segni premonitori
È una forma di monomania le cui caratteristiche portano i soggetti agenti a essere talvolta insolitamente eccitati e altre volte misantropi e chiusi
di NUNZIO SMACCHIA, criminologo


Viene chiamata monomania omicida l´azione di chi compie gesti impulsivi sotto la spinta dell´irresistibilità, soggiogato, spinto da un´idea, da "una voce interiore", come quella "sentita" dallo studente universitario di Brindisi, quando ha ucciso la nonna di 87 anni. Nel nostro caso è probabile che si possa parlare di furore maniacale senza delirio, derivante da una degenerazione della sfera emotiva-affettiva, una forma di pazzia impulsiva che ha coperto "il fuoco che covava sotto la cenere". Allo stato è difficile avere un´idea precisa o imputare all´immaginazione malata la causa scatenante della volontà omicida. L´azione omicida sembra occupare quella terra di nessuno che mette in risalto una condotta impulsiva e violenta in un quadro auto-etero distruttivo, i cui contorni non sono ben definibili in senso psicopatologico. La criminologia clinica si trova spesso di fronte a crimini "inspiegabili", la cui indecifrabilità è connotata dall´irrazionalità del comportamento, dalla particolare atrocità o, ancora, dall´impossibilità di comprendere le vere motivazioni sottostanti od inconsapevoli. La psichiatria in questi casi va alla scoperta di nuovi "elementi interpretativi", senza soffermarsi nella ricerca di differenze o peculiarità, trova non tanto una patologia precisa e specifica, ma, nascondendosi dietro l´incomprensibilità dell´atto, afferma l´esistenza di una malattia mentale. Nel nostro soggetto si è in presenza di furore maniacale senza delirio, di una sorta di follia istintiva, come viene denominata in psichiatria forense. Questo stato si presenta sotto forma di perversione e sfocia spesso nell´omicidio. E´ una lesione degli affetti, dei sentimenti, che è estranea al mondo etico dell´individuo. Consiste nella deviazione morbosa dei sentimenti naturali, delle inclinazioni, delle abitudini, senza alcuna lesione dell´intelletto o della capacità di comprensione e di ragionamento. E´ una forma di monomania omicida le cui caratteristiche portano i soggetti agenti ad essere talvolta insolitamente eccitati ed altre volte misantropi e chiusi, denunciando sintomi di una follia istantanea, segnata da uno scompenso psicopatologico momentaneo, brusco, con successiva completa remissione. Il primo atto di follia può essere un omicidio e il disturbo mentale può continuare o essere intermittente. Se l´atto riprovevole è l´omicidio, si tratta di follia istantanea, passeggera, transitoria. Un atto orribile come l´omicidio commesso senza causa, senza un reale ed apparente motivo di interesse, da un individuo i cui costumi e comportamenti sono stati fino a quel momento normali, non può che valutarsi come follia istantanea, monomania istintiva, alterazione repentina delle funzioni psichiche. Una forma di impeto nervoso, di durata più o meno breve, che altera le funzioni psichiche o scatena impulsi violenti ed irresistibili. E´ possibile che tutto questo si sia presentato come "il mostro" nella mente e nell´animo del gerontocida brindisino, armando la sua mano assassina.

venerdì 26 marzo 2004

Alexandre Kojève

Repubblica 26.3.04
Il grande interprete di Hegel alle prese con la fine della storia

Nato a Mosca nel 1902 da una ricca famiglia di commercianti, approda dopo la Rivoluzione d'Ottobre a Parigi
Esce ora in Italia "Il silenzio della tirannide", un´inedita raccolta di saggi curata da Antonio Gnoli
Il saggio iniziale è incentrato sul confronto con Leo Strauss a proposito del rapporto tra filosofia e politica, sovranità e silenzio
Sulla "Fenomenologia dello Spirito" tenne un mitico corso negli anni Trenta frequentato da Aron, Lacan, Bataille, Merleau-Ponty, Caillois e Klossowski
di FRANCO MARCOALDI


Anche Alexandre Kojève, «l´occulto maestro del '900», ha conosciuto (post mortem) il suo quarto d´ora di popolarità. E´ avvenuto quando Francis Fukuyama si è avventurato in una frettolosa rilettura della sua teoria sulla «fine della storia», applicata al crollo del Muro di Berlino e al conseguente, irresistibile trionfo planetario delle democrazie liberali. Tutti abbiamo potuto verificare, negli anni successivi, l´inanità di quell´idillico quadro. E così, svanita la breve stagione di glamour del saggio di Fukuyama, Kojève è tornato a svolgere il ruolo che gli è più proprio: per l´appunto quello di maestro occulto.
Perché tale indubbiamente è stato, come dimostra la platea d´eccellenza che dal 1933 al 1939 seguì, ogni lunedì, presso l´École Pratique des Hautes Études, il suo seminario sulla «Fenomenologia dello Spirito» di Hegel: Jacques Lacan, Raymond Aron, Georges Bataille, Raymond Queneau, Maurice Merleau-Ponty, Roger Caillois, Henry Corbin, André Breton, Pierre Klossowski... Insomma, si farebbe prima a dire quale grande figura della cultura francese del tempo non ha partecipato a quel seminario, tenuto da un emigrato russo appena trentunenne che oltretutto era finito lì per caso, chiamato a sostituire l´amico Alexandre Koyré.
Una ragione di tale successo vi sarà pur stata. E la ragione era che tutti questi esimi signori si trovarono di fronte un insuperabile incantatore di serpenti, il quale, dopo aver letto la Fenomenologia per ben quattro volte senza averci capito un bel niente (ipse dixit), ora invece da quel prodigioso sistema di pensiero estraeva un unico, abbagliante cristallo, da cui si evinceva, per l´appunto, «la fine della storia».
Torneremo su quella che è rimasta la più celebre (ed enigmatica) formulazione di Kojève. Ma per il momento cerchiamo di tratteggiare un po´ meglio la vita di questo irripetibile personaggio: raccontando il suo prima e il suo dopo, così diversi e distanti da quella strepitosa parentesi accademica (peraltro condotta secondo uno stile assolutamente antiaccademico).
Nato nel 1902 a Mosca da una ricca famiglia di commercianti, nipote di Kandinsky, Kojève (il cui vero nome era Alexandr Kozevnikov), dimostra da subito una stupefacente capacità di apprendimento. Ancora bambino riceve lezioni private e impara il latino, il francese, l´inglese e il tedesco. La Rivoluzione d´Ottobre scoppia quando lui ha appena quindici anni; e mentre nel paese si aggrava la penuria alimentare, Kojève, assieme ai suoi amici, si dà al mercato nero e viene arrestato dalla nuova polizia politica. Liberato grazie ai suoi legami familiari, conclude il liceo e cerca di iscriversi all´università, ma stavolta l´origine sociale gli è d´impedimento: l´iscrizione gli viene negata e Kojève decide di lasciare la Russia in compagnia dell´amico Georges Witt.
Arrivati nella Polonia anticomunista, i due finiscono in galera sotto l´accusa di essere agenti bolscevichi infiltrati e dopo svariate peripezie raggiungono la Germania, dove ad Heidelberg Kojève segue i corsi di Karl Jaspers (con il quale rimarrà anche successivamente in contatto). I suoi interessi, nel frattempo, cominciano a dilagare; affascinato dal buddhismo, il Nostro studia tibetano, cinese, sanscrito. Ma un sapere enciclopedico è tale solo se è capace di includere anche la scienza (ecco così i nuovi studi di matematica e fisica dei quanti) e la teologia (su cui verte la tesi, dedicata a Solov´ev). Del resto Kojève, nel frattempo sposatosi con la cognata di Koyré e trasferitosi a Parigi, ha tutto il tempo che vuole per studiare: la coppia infatti, almeno in un primo tempo, «vive nel lusso e nell´ozio». Fino a quando cessa improvvisamente il flusso delle entrate, legate a uno zio venditore di formaggi, e dunque risulta quanto mai gradita l´occasione di sostituire l´amico Koyré nei seminari su Hegel.
E´ allora che nasce la teoria sulla «fine della storia»; teoria «impalpabile e suggestiva», indagata ora nelle sue mille nuances da Antonio Gnoli nella sua illuminante postfazione alla nuova raccolta di saggi di Kojève, curata dallo stesso Gnoli e uscita proprio in questi giorni da Adelphi (Il silenzio della tirannide, pagg. 267, euro 29, 50). Se presa alla lettera, quella teoria è facilmente smontabile: come definire conclusa una storia che sta conoscendo l´orrore dei totalitarismi e sta precipitando nel baratro della seconda guerra mondiale? Il primo a saperlo, naturalmente, è Kojève: ovvio che «succedono sempre nuovi avvenimenti, ma dopo Hegel e Napoleone non si è detto, non si può dire nulla di nuovo».
Questo è il punto: il ciclo della modernità si è concluso. Hegel ne è stato il massimo interprete, insegnandoci fondamentalmente come lo sviluppo della coscienza umana si leghi al desiderio di «riconoscimento» e come questo desiderio - nell´incessante confronto tra Signore e Servo - provochi lotta, sangue, violenza, rivoluzioni, lavoro. La cesura di questa plurisecolare vicenda avviene con lo «Stato universale e omogeneo» napoleonico, che inaugura un nuovo processo, ancora in atto, di progressiva integrazione tra gli uomini, tesa a un globale e reciproco riconoscimento. Da qui la fine della storia come ininterrotto esercizio di «negazione» e da qui anche (e soprattutto) la fine del processo speculativo che l´ha accompagnata.
Kojève sarà conseguente con questo assunto e nel dopoguerra, abbandonata qualunque idea di insegnamento, diventerà un «grand commis» dello Stato francese, influenzando fortemente la politica economica del governo. Il che non gli impedirà di continuare ad «esercitare una attività pubblicistica quasi clandestina»: per l´appunto quella di cui dà conto ora Il silenzio della tirannide.
Si tratta di un gruppo eterogeneo di scritti, «raccolti per la prima volta al mondo», che ancora una volta riflettono l´impressionante vastità di interessi di Kojève: al saggio iniziale, incentrato sul confronto con Leo Strauss a proposito del rapporto tra filosofia e politica, democrazia e tirannide, sovranità e silenzio, si accompagnano le velenose lettere inviate a Bataille giusto a proposito del silenzio («riuscire a esprimere il silenzio (verbalmente!) significa parlare senza dire nulla»). E ancora: all´apparente futilità delle recensioni dei libri di Françoise Sagan fa da contrappunto un futuribile progetto politico che vedrebbe la Francia quale volano di un nuovo impero latino, capace di bilanciare sulla scena mondiale gli imperi anglo-americano e slavo-sovietico.
Naturalmente nulla impedisce al lettore di godersi ogni singola lettura per ciò che essa offre: tantissimo, visto che Kojéve dà immancabile sfoggio di un´intelligenza superba (e a tratti urticante), di uno stile inimitabile e di un gusto mai pago per il paradosso (come quando, a seguito di un serrato ragionamento su Marx, la teoria del plusvalore e il fallimento della rivoluzione sociale nei paesi capitalisti, arriva a concludere che Henry Ford è stato «il solo grande marxista autentico e ortodosso del XX secolo»). Sì, nulla vieta di abbandonarsi a questo piacere. Ma poiché è l´autore a lasciare lungo il suo zigzagante percorso svariate tracce, tanto vale provare a seguirle.
Cominciamo allora dal primo saggio, quello che dà il titolo al libro e su cui Gnoli concentra buona parte del suo intervento: il vero oggetto della serrata disputa tra Kojève e Strauss concerne la natura della tirannide sul finire della storia. Mentre l´ebreo tedesco sostiene che per poterla riconoscere, anche nel suo «silenzio», bisogna tornare a interrogare la scienza politica classica, la saggezza degli antichi, Kojève vede questa strada sbarrata (anzi meglio, superata) dalla logica a specchio di una storia che «non parla più» e di un pensiero filosofico, ad essa connesso, giunto ormai al capolinea («dopo Hegel e dopo Napoleone non si è detto, non si può dire nulla di nuovo»). Il che spiega perfettamente la sua successiva scelta di diventare funzionario dello Stato, ruolo in cui si diverte infinitamente di più - «è una forma superiore di gioco» - di quanto non gli accada intrattenendosi con i filosofi. «I filosofi non mi interessano» - dice a Gilles Lapouge - cerco solo dei saggi, e me ne trovi anche uno solo».
Che dire? Il solito Kojève sarcastico, dissimulatore, paradossale? Certo che sì: il russo andava celebre per questi suoi tratti caratteriali. Però, guarda caso, essi si sposano perfettamente alle conseguenze teoriche sulla fine della storia.
Altri due scritti presenti nel libro ci confortano a proseguire lungo questo itinerario. Il primo è il formidabile "L´imperatore Giuliano e l´arte della scrittura", intesa come esercizio di dissimulazione e camuffamento dei pensieri. L´imperatore chiarisce da subito a Salustio che lui «non scriverà tutto ciò che pensa e non penserà tutto quello che avrà scritto». Non amando affatto le persone che si prendono troppo sul serio, in particolar modo in ambito politico e religioso, l´imperatore intende dimostrare che solo ironizzando e dissimulando si possono liberare - coloro che ne sono capaci - «dai pregiudizi "del teatro" e "del foro", conducendoli così verso la Saggezza (...), quindi a un pieno soddisfacimento di sé».
Fin qui Giuliano; ma a ben vedere sembra lo stesso, identico programma intellettuale fatto proprio da Kojève nel dopoguerra, fino all´anno della sua morte (1968). E si ha la medesima impressione leggendo tra le righe anche il secondo degli scritti in questione: ovvero "I romanzi della saggezza. Raymond Queneau"; dedicato a chi, fra tanti, fu forse l´interlocutore con cui l´esule russo entrò in maggiore sintonia.
Dove sta scritto, si domanda Kojève, che il saggio debba vivere in eremitaggio, abbarbicato alle colonne, subendo martìri? Queneau, che è un vero hegeliano, dimostra al contrario che si può essere saggi nella più assoluta ordinarietà; senza sottoporsi a «trattamenti eroici quanto fastidiosi» e anche «senza un retroterra guerriero e rivoluzionario, ovvero "storico"». I personaggi di Queneau, indifferenti a successi e sventure, vivono coscienti e soddisfatti di sé e al contempo sono alla portata di tutti: «La loro banalità potrebbe certamente deluderci. Ma non sarebbe tanto peggio per noi?». Anche questo è un prodotto della post-storia: il cammino verso «la domenica della vita».
La dissimulazione, il gioco, il paradosso, la ricerca della saggezza al di fuori dei luoghi deputati: ecco ciò che il Kojève del dopoguerra tenacemente persegue - una volta che «il centro non tiene più», per dirla con Yeats. Perciò non si può che condividere in toto le parole con cui Gnoli conclude il suo saggio dedicato all´«Occulto maestro del '900»: «La fine della Storia non era un modo di chiudere i conti col passato per aprire altrove una nuova bottega filosofica; significava alludere all´ultima cosa che l´Occidente cercava di difendere con inutile ostinazione: l´umana e imperturbabile superficialità a cui il Logos e la Storia erano giunti».

sei donne su dieci

Ansa 25.3.04
La ricerca condotta da Eurisko su mille italiane tra i 18 e i 40 anni
Vita sessuale, insoddisfatte sei donne su dieci
Il disagio nasce da scarsa autostima. Il 66% delle intervistate «non si piace per niente». Al via una campagna d‘informazione


MILANO - Non conoscono il loro corpo, guardandosi allo specchio non si piacciono, si vergognano ‘sotto le lenzuola’ e addirittura sul lettino del ginecologo. Oltre sei italiane su dieci (64%) sono insoddisfatte della propria vita sessuale, solo il 40% si sente a suo agio durante il rapporto e appena il 38% è orgoglioso delle proprie ‘performance’. Un malessere che nasce da una scarsa autostima, rivela una ricerca condotta da Eurisko su mille 18-40enni della penisola. Il 66% delle intervistate, infatti, confessa di non piacersi «per nulla», il 62% si imbarazza nel mostrarsi senza veli al partner e il 60% arrossisce perfino nell‘ambulatorio dello specialista. Dichiara un‘ottima confidenza con se stessa soltanto il 26% delle interpellate. Mentre la maggior parte, inibita da pudori e insicurezze, finisce per mettere il sesso in secondo piano: lo giudica molto importante solo il 6%, mentre il 44% privilegia il piacere dell‘uomo al proprio. I dati, diffusi oggi a Milano durante la presentazione di una campagna di informazione rivolti ai giovani su sessualità e contraccezione, al via a fine mese e promossa dalla Fondazione Organon, sono stati commentati da Marco Rossi, presidente della Societá italiana di sessuologia ed educazione sessuale, e Chiara Benedetto, direttore della cattedra di Ginecologia e ostetricia all‘universitá di Torino.

LE GIOVANISSIME - Particolarmente impreparate le giovanissime, che «spesso - ha riferito Rossi - sanno poco anche sul ciclo mestruale». «Troppo spesso - ha spiegato Rossi - le donne hanno nei confronti della propria fisicitá un interesse solo superficiale e, non appena si tratta di entrare in confidenza con se stesse in modo più profondo, innalzano barriere psicologiche difficili da abbattere». Con la sessualità hanno «un rapporto conflittuale - ha confermato Benedetto - e si sentono a disagio anche con chi potrebbe aiutarle, innanzitutto il loro ginecologo». Per superare queste inibizioni e indirizzare i giovani verso scelte consapevoli «bisogna ripartire da zero - sono convinti gli esperti - con un‘informazione semplice, chiara e accessibile a tutti». È questo l‘obiettivo della campagna ‘Il piacere è conoscersi’: «l‘estensione sul territorio nazionale di un progetto che sta coinvolgendo in questi mesi Milano e Bologna», ha precisato Paola Fattore, consigliere della Fondazione Organon. Tre le iniziative: incontri aperti al pubblico nelle principali università italiane, al via il 31 marzo a Palermo per proseguire poi a Pavia, Bologna, Napoli, Padova e Torino; la distribuzione, dal 20 aprile, di un libretto sulla sessualità e la contraccezione, e la prossima attivazione di un sito Internet (www.ilpiacereconoscersi.com/.it).

l'evoluzionismo sparisce dai programmi scolastici

Galileo 26.3.04
SCUOLA
Darwin addio
di Nicola Nosengo


La notizia da qualche settimana agita le acque dell'ambiente scientifico italiano, e turba i sonni di chi si occupa di didattica: dai nuovi programmi per le scuole medie è scomparsa la teoria dell'evoluzione, e i nuovi paladini del creazionismo (qualcuno ricorderà la "settimana antievoluzionista" promossa nel gennaio del 2003 da un ex parlamentare di Alleanza Nazionale Pietro Cerullo) pare abbiano segnato un buon punto a proprio favore.
I fatti, segnalati per la prima volta dall'ufficio studi di Uil Scuola, sono i seguenti: nei precedenti programmi della scuola media si leggeva che doverosi argomenti di studio erano fra l'altro "L'evoluzione della Terra" (inclusa la "comparsa della vita sulla Terra"), la "struttura, funzione ed evoluzione dei viventi" e "l'origine ed evoluzione biologica e culturale della specie umana".
Di tutto questo non c'è più nessuna traccia nei nuovi programmi di studio che accompagnano il decreto attuativo della riforma Moratti, pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale (GU n. 51 del 2-3-2004- Suppl. Ordinario n.31). Nei programmi di scienze, una volta giunti alla biologia, si parla di "animali vertebrati e invertebrati"; di "ecosistema terra" ed "ecosistemi locali"; di "habitat, popolazione, catena e rete alimentare". Si riconosce la grande importanza di imparare a "riconoscere le pianti più comuni in base a semi, radici, foglie, fiori e frutti". Ma la parola evoluzione proprio non c'è. Svista o soppressione ben meditata?
"Io sono contento che in quei programmi non ci sia l'evoluzione" esordisce, un po' a sorpresa, Vincenzo Terreni, presidente dell'Associazione Nazionale degli Insegnanti di Scienze Naturali (Anisn). Il problema vero, spiega, è l'impostazione generale.
"Sono un po' sorpreso di tutta questa polemica attorno al problema dell'evoluzionismo", dice Terreni. "In realtà i programmi si conoscono da prima di Natale, e per quanto riguarda la parte scientifica sarebbero pessimi anche se si parlasse di evoluzione. È l'insegnamento del metodo scientifico ad essere completamente scomparso: se non c'è la scienza, come potrebbe esserci la teoria di Darwin?". In particolare, secondo Terreni, è l'insegnamento della biologia nel suo complesso a essere, almeno sulla carta, completamente "medicalizzato": si parla infatti di "sistema nervoso nell'organismo umano", ma solo in relazione agli "effetti di psicofarmaci, sostanze stupefacenti ed eccitanti". Di "malattie che si trasmettono per via sessuale". Di imparare a "valutare l'equilibrio della propria alimentazione e fare un esame del proprio stile di vita alimentare". "La biologia non è presentata come un ambito conoscitivo che abbia valore di per se stesso, ma come uno strumento di educazione alla salute" conclude Terreni. "E' una logica conseguenza che non si parli di evoluzione. In questo quadro, se anche ci fosse, rischierebbe solo di essere banalizzata e ridotta alla solita storia di Darwin, Lamarck e il collo delle giraffe. Per parlarne così, meglio davvero che non se ne parli".
Ma quale effetto concreto avranno queste norme sulla quotidianità dell'insegnamento? I programmi indicati sulla Gazzetta Ufficiale sono davvero una gabbia da cui è impossibile uscire? "L'effetto più diretto è sui libri di testo: queste disposizioni sono scritte essenzialmente per gli editori di libri scolastici, che impongono agli autori di attenersi ai programmi ministeriali", spiega Terreni. E visto che non tutti gli insegnanti di scienze sono realmente specializzati in biologia, molti di essi non hanno la competenza necessaria per andare molto più in là di quanto è scritto sul libro.
Stupisce che gli insegnanti, che così decisamente si lamentano, non abbiano davvero avuto alcuna voce in capitolo su questi programmi. "In teoria l'abbiamo avuta, ma in pratica ci è stato impossibile contribuire. Quello che avviene regolarmente in questi casi è che ci viene chiesto un parere a cose ormai fatte. Il Ministero presenta alle associazioni di insegnati una bozza di decine e decine di pagine, che spesso non è nemmeno l'ultima versione, e ci concede solo pochi giorni per esprimere un parere".

Magazine, 26 marzo 2004 © Galileo

Lietta Tornabuoni
sull'ultimo film di De Oliveira

La Stampa 26 Marzo 2004
Il naufragio dell’Occidente
Sandrelli, Papas e Deneuve sulla nave di De Oliveira
di Lietta Tornabuoni


LO strano titolo di una delle opere più profonde, eleganti, significative e belle di Manoel de Oliveira, «Un film parlato», vuol dire che si tratta d'un film eloquente, che le lingue che all'origine vi venivano parlate erano varie e diverse, che ciascuna di esse ha dato il suo contributo all'evoluzione della civiltà mediterranea e occidentale, che questa civiltà si trova in una condizione di fragilità, di vulnerabilità. Come Fellini in «E la nave va», il maestro del cinema portoghese sceglie una imbarcazione e un viaggio sul mare per rappresentare una potente metafora del presente.
Alla crociera che tocca la Grecia, la Francia, le rovine di Pompei, le sfingi d'Egitto e Istanbul prima di arrivare a Bombay, partecipano una giovane donna portoghese docente di Storia e la sua bambina: gli insegnamenti impartiti dalla madre alla figlioletta permettono di ripercorrere, in modo sintetico ma non sommario, la storia del Mediterraneo. Sulla nave, invitate alla tavola del comandante John Malkovich, un americano d'origine polacca che parla l'inglese come un esperanto contemporaneo, viaggiano anche tre donne famose e non più giovani, appartenenti a tre Paesi cruciali: la donna d'affari Catherine Deneuve esprime il talento della Francia per i commerci; Stefania Sandrelli, ex modella, simboleggia l'estetismo e il gusto per la vita dell'Italia; Irene Papas, cantante e insegnante di canto che interpreta pure una stupenda canzone, è un emblema della vocazione per le arti della Grecia. Conversando con spirito, grazia e saggezza, parlando di sè ciascuno parla anche del proprio Paese, ma un funesto annuncio di colpo interrompe la civilissima serata: terroristi hanno piazzato due bombe, bisogna abbandonare la nave, subito...
L'intelligenza della visione critica della civiltà mediterranea, la tragica previsione di fine, la finezza dello sguardo posato sui protagonisti, la raffinata bellezza della metafora e del film sono quasi impossibili da descrivere: a novantasei anni Manoel de Oliveira è sempre più intenso e lieve, sempre più bravo.

scheda
«Un film parlato»

A bordo di una nave, durante una crociera che tocca la Grecia, la Francia, le rovine di Pompei, le sfingi d'Egitto e Istanbul prima di arrivare a Bombay, ci sono pure una giovane donna portoghese e la sua bambina: gli insegnamenti impartiti dalla madre alla figlia ripercorrono la storia del Mediterraneo in modo sintetico ma non sommario. Sulla nave, invitate alla tavola del comandante, viaggiano anche tre donne famose e non più giovani, appartenenti a tre nazioni cruciali: Catherine Deneuve esprime il talento della Francia per gli affari; Stefania Sandrelli, ex modella, simboleggia il gusto per la vita dell'Italia; Irene Papas, cantante e insegnante di canto, è un emblema della vocazione per le arti della Grecia. Il comandante John Malkovich, americano di origini polacche, parla l'inglese, lingua universale contemporanea. Un annuncio interrompe la civilissima serata: terroristi hanno piazzato due bombe, bisogna abbandonare subito la nave. La bambina torna indietro, seguita dalla madre, per recuperare la bambola dimenticata... A novantasei anni Manoel De Oliveira, maestro del cinema portoghese, è sempre più elegante e profondo, sempre più bravo.

UN FILM PARLATO
di Manoel De Oliveira
con John Malkovich, Leonor Silveira, Catherine Deneuve, Irene Papas, Stefania Sandrelli; Portogallo, 2003
TORINO, cinema Nazionale
MILANO, Eliseo
ROMA, Greenwich

storie:
Pietro il Grande

Corriere della Sera 26.3.04
Due saggi ripropongono la figura del fondatore di San Pietroburgo. Che secondo alcuni fu un precursore di Stalin
Messia o Anticristo, il doppio volto del Grande zar
COLPEVOLISTI
di Vittorio Strada


Tra quelli che Hegel chiamava gli «individui cosmico-storici», cioè tra le personalità che nella storia hanno realizzato trasformazioni epocali, il più enigmatico e controverso è Pietro I detto il Grande. Enigmatico non solo per la sua personalità labirintica, che sfugge a una decifrazione chiara, ma per il suo stesso operato che ancor oggi, a distanza di quasi tre secoli, si sottrae a un bilancio univoco. Controverso perché la sua figura e la sua azione fin dall’inizio sono state al centro di una discussione, all’interno della cultura russa, che per intensità e radicalità non ha uguali, coincidendo con la determinazione dell’identità della Russia e della specificità della sua storia. Per avere un’immediata impressione visiva degli estremi in cui la stessa persona fisica del sovrano è stata percepita e raffigurata basta percorrere la distanza che a San Pietroburgo, la città da lui fondata, divide la piazza del Senato dalla Fortezza dei Santi Pietro e Paolo: la prima è sovrastata dal celebre Cavaliere di bronzo, il monumento equestre di Étienne Falconet che rappresenta Pietro in un sembiante eroico, coronato con un serto di alloro, maestoso e minaccioso sul dorso di un destriero che s’impenna sopra un immane basamento di roccia; in uno slargo della seconda troneggia una scultura di Mikhail Shemiakin: Pietro è seduto rigidamente su una poltrona, di poco sollevata dal suolo, la testa sproporzionatamente piccola, calva, il tronco massiccio, le gambe lunghe e sottili, le mani dalle dita proteste e affusolate come tentacoli, il tutto simile a un inquietante extraterrestre o a un grottesco robot. Due ipostasi di Pietro che, sdoppiato anche sessualmente (etero e omo), era polarmente visto già dai suoi contemporanei: da alcuni come un nuovo Messia, da altri come un apocalittico Anticristo.
Due storici angloamericani offrono ora l’opportunità di «rileggere» il sovrano russo e la sua azione: contemporaneamente sono usciti due libri con lo stesso titolo Pietro il Grande , l’uno di Paul Bushkovitch (Salerno editrice), l’altro di Lindsey Hughes (Giulio Einaudi editore), entrambi di buon livello, il primo più attento al sistema politico russo e alla sua riforma operata da Pietro, il secondo più aperto alla figura del sovrano e all’evolversi della sua percezione tra i posteri. Precisi sono i bilanci che entrambi gli storici, autori di altri studi su Pietro I e la sua epoca, tracciano alla fine delle loro ricerche, anche se il bilancio vero dovrebbe estendersi dai risultati immediati al «tempo lungo» poiché le trasformazioni di Pietro, riformatrici o rivoluzionarie che siano, hanno segnato l’intero sviluppo storico successivo e come tali anche oggi sono discusse in opere letterarie recenti come quelle di Michail Kuraev e Daniil Granin, oltre che nelle pubblicistica di Aleksandr Solzenicyn.
Sulla comprensione della figura e dell’opera di Pietro il Grande pesa ancora una inevitabile, ma spesso banale analogia con la rivoluzione bolscevica e i suoi capi, Lenin e Stalin. Per alcuni la proiezione reciproca di immagine (di Lenin e Stalin su Pietro e viceversa) suona come un’esaltazione di tutti loro in quanto individui «cosmico-storici» che, con metodi efferati, operarono un grandioso sovvertimento, nazionale (Pietro) e metanazionale (Lenin e Stalin). Per altri, fautori di una Russia autoctona e antioccidentale, Pietro è invece il responsabile di una europeizzazione traumatica che ha sradicato la Russia, spingendola, alla fine, nel baratro di una rivoluzione, quella bolscevica, rea di aver denazionalizzato ulteriormente il Paese, privandolo della sua più intima natura religiosa e spirituale.
Pietro è stato il primo a tentare quella «modernizzazione» che poi altri Paesi «tradizionali» o «arretrati», dal Giappone alla Turchia, in altri modi hanno realizzato e che Pietro affrontò decisamente a partire dal taglio delle barbe patriarcali, dall’imposizione di vestiti di tipo occidentale, dalla liberazione della donna dal gineceo, dall’introduzione del calendario europeo, dal rifiuto della xenofobia, eccetera fino alla fondazione dell’Accademia delle scienze e a tutta una serie di riforme amministrative, sociali, militari.
Se questi sono, in breve, i problemi generali che uno studio di Pietro il Grande pone, non meno rilevante è la figura del sovrano, figura enigmatica, s’è detto, quasi in lui convivessero diverse personalità che via via contradditoriamente si manifestavano. Centrale è, nella sua biografia, il rapporto col figlio, Alessio (Aleksej), neghittoso e fiacco d’animo e di corpo, agli antipodi del padre, che lo fece processare e torturare a morte, quando si convinse di non poter affidare a lui, legato alle forze conservatrici e forse strumento di una loro congiura, l’eredità delle sue riforme. Pietro, che si fregiava del titolo di «Pater patriae», sentiva questa paternità civile come superiore a quella carnale, e voleva che la sua amata creatura, la nuova Russia negatrice della vecchia Moscovia, non finisse assieme alla sua esistenza fisica.
Spietato fu Pietro con i suoi sudditi e i suoi nemici in nome di quel «bene comune» che costituiva il suo criterio direttivo. Ma fu anche barbaricamente crudele, smodato, tirannico nelle sue manifestazioni personali, nello spirito dell’epoca, del resto. La crapula burlesca e buffonesca, di cui erano centro il «Collegio della sbornia» da lui fondato, le feste in maschera da lui organizzate, le parodie delle cerimonie religiose e civili da lui praticate, la sua volontà di nascondere a volte il suo rango e indossare i panni di carpentiere, ad esempio, o di riverire una sorta di sua controfigura regale da lui stesso creata per celia, tutto ciò costituisce l’aspetto bizzarro e carnevalesco del regno di Pietro, che però ne ebbe un altro sanguinario e grandguignolesco, quasi questa dissacrazione ludica facesse parte della sua sovversione e ricostruzione culturale secolarizzata dalla società russa che, se aprì una ferita a lungo sanguinante, agì anche come un potente stimolo creativo. Forse la chiave per interpretare la figura di Pietro il Grande sta in una teatralità barocca che gli permetteva di giocare a suo piacere vari ruoli, al di là di quello di sovrano, in un mondo che egli aveva messo sottosopra, strappandolo a un passato sempre più lontano dai tempi nuovi.

«Pietro il Grande», di Paul Bushkovitch, storico a Yale, è edito da Salerno (p. 524, 29): illustra i 50 anni del regno e la fondazione di San Pietroburgo. Il saggio di Lindsey Hughes, che insegna storia russa a Londra, è edito con lo stesso titolo da Einaudi (p. 342, 30), ed è dedicato sia alla figura dello zar che alla persistenza del suo mito fino a oggi