Corriere della Sera 23.6.03
La scoperta fatta da ricercatori italiani e tedeschi pubblicata oggi sulla rivista «Nature Neuroscience»
La grammatica? È scolpita nel cervello
di Massimo Piattelli Palmarini
L’articolo pubblicato oggi sull’autorevole Nature Neuroscience da un’equipe italo-tedesca di neurologi e linguisti dell’Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano, dell’Università di Amburgo e dell’Università Schiller di Jena, inserisce il decisivo ultimo tassello in un rompicapo che ci riguarda tutti, in quanto esseri umani dotati di linguaggio. Ben sappiamo, ormai, che le lingue differiscono tra di loro per le parole e per la forma esterna, ma che condividono in profondità una struttura comune, la famosa «grammatica universale», messa in luce dal linguista americano Noam Chomsky quasi esattamente mezzo secolo fa. L’esistenza di questa grammatica universale fa sì che le lingue e i dialetti oggi ancora esistenti, quelli purtroppo scomparsi, e perfino quelli che potrebbero in astratto esistere, ma di fatto non esistono (le cosiddette lingue umane naturali «possibili») abbiano tutti in comune alcune strutture interne e alcune operazioni sintattiche basilari. Queste strutture e operazioni sono, prese tutte insieme, diverse da altre che la mente umana è anche capace di apprendere a riconoscere e manipolare, pezzo per pezzo, magari divertendosi, ma con fatica. Un’autentica regola grammaticale, quindi, per quanto complessa, è, per noi esseri umani, del tutto naturale, mentre una regola astratta, superficialmente simile, è per noi innaturale. La prima attiva risorse di calcolo mentale del tutto diverse dalla seconda.
Dati inoppugnabili su questa diversità, al livello mentale, erano stati raccolti in Inghilterra dal linguista Neil Smith una quindicina di anni or sono. Smith e collaboratori insegnarono a soggetti normali e a rarissimi pazienti con capacità linguistiche intatte, ma con intelligenza generale gravemente compromessa, sia lingue vere a loro ignote, sia lingue artificiali, rette da regole non naturali. La diversità dei risultati emerse netta: le regole autentiche delle lingue vere vennero apprese abbastanza rapidamente da tutti, mentre l’apprendimento delle regole innaturali venne vissuto come un gioco di enigmistica dai soggetti normali, e risultò del tutto impossibile per quei pazienti.
In questi ultimi anni, era insorto il sospetto che fossero distinte regioni del cervello ad elaborare queste distinte classi di operazioni mentali. Il passaggio dalla mente al cervello diventa oggi sempre più diretto, grazie a raffinate e non invadenti tecniche di imaging , come ad esempio la Risonanza Magnetica Funzionale. Si è potuto, quindi, verificare che questo sospetto corrisponde alla realtà. La scoperta è stata fatta sulla base di un progetto sperimentale ideato da Andrea Moro, professore di linguistica generale presso la facoltà di Psicologia dell’Università San Raffaele di Milano, ed è stato eseguito sulla risonanza magnetica dell’Ospedale Universitario di Amburgo dalla dottoressa Mariacristina Musso.
Il metodo di verifica, assai raffinato, ma riassumibile in termini semplici, è consistito nell’insegnare (letteralmente) a dei soggetti tedeschi, privi di qualsiasi familiarità con l’italiano e con il giapponese, delle regole della grammatica. Tra le regole autentiche venivano ad arte inserite anche delle regole linguisticamente impossibili, ma assai semplici. Le frasi si susseguivano sullo schermo di un computer, mentre i soggetti giacevano «incassati» entro l’apparecchiatura di risonanza magnetica e giudicavano, via via, se la regola veniva rispettata o meno. Ad esempio, i soggetti imparavano, tra le regole possibili, che, a differenza del tedesco, per fare una frase in italiano non è necessario esprimere il soggetto, come in «leggo molti bei libri»; invece, come regola impossibile imparavano che la negazione andava messa sempre esattamente dopo la terza parola. Per esempio, per negare la frase precedente dovevano dire: «leggo molti bei non libri». Tale regola è «impossibile» perché in nessuna lingua del mondo la negazione occupa un posto fisso nella sequenza delle parole. Procedure analoghe sono state applicate al giapponese, lingua ancora più dissimile dal tedesco di quanto non sia l’italiano. Il risultato è stato che solo quando i soggetti apprendevano le regole possibili si attivava un’area del cervello tipica del linguaggio (la cosiddetta area di Broca, che ha un equivalente anche nei primati ma non è così evoluta come nell’uomo). Quando il cervello deve apprendere regole impossibili, invece, questa area sembra addirittura disattivarsi!
Andrea Moro mi precisa: «Uno scopo centrale delle moderne ricerche in linguistica è quello di ben caratterizzare la classe delle lingue umane possibili, assai più di quello di descrivere le lingue esistenti. Dopo cinquant’anni di ricerche, questa scoperta conferma che non si tratta solo di un’utile classificazione di comodo. La classe delle lingue umanamente possibili corrisponde, infatti, ad un’elaborazione effettuata da aree specifiche del cervello. L’ipotesi che l’acquisizione del linguaggio nel bambino avviene sotto una guida biologicamente determinata viene così corroborata». L’austera rivista scientifica ha intitolato l’articolo di Moro e collaboratori (traduco in italiano usando regole del tutto naturali): «L’area di Broca e l’istinto del linguaggio». È facile prevedere che oggi spunterà un sorriso sul volto di Chomsky e su quello di Steven Pinker, autore del bestseller internazionale intitolato, appunto, L’istinto del linguaggio .
il Messaggero Lunedì 23 Giugno 2003
Scienza/ Clamorosi risultati delle sperimentazioni di un gruppo di ricercatori milanesi del San Raffaele
Il linguaggio è una dote innata, confermate le teorie di Chomsky
di RENATO MINORE
ESISTE un’area specializzata che è localizzata nel nostro cervello, l’area di Broca, dal nome dello scienziato che l’ha identificata. In essa nasce la grammatica e, con la grammatica, ogni altra forma riguardante il nostro linguaggio. Con una conseguenza assai importante che lo riguarda: esso si impara d’istinto obbedendo alle regole dettate dalla biologia.
E’ il risultato di una ricerca condotta in collaborazione tra Italia e Germania e pubblicata sulla rivista internazionale ”Nature Neuroscienze”. Secondo il suo responsabile, il linguista Andrea Moro dell’Università ”Vita e Salute” del San Raffaele di Milano che ha condotto la sperimentazione con Maria Cristina Musso, Cornelius Wielle e Christian Buchel dell’Università di Amburgo, la scoperta dimostra soprattutto una cosa: l’esistenza di una struttura che organizza la cosiddetta Grammatica Universale, quella che è stata ipotizzata da Noam Chomsky.
Il linguista americano, come si sa, è il fondatore e il caposcuola del ”generativismo”. Questa forma linguistica intende spiegare le leggi che governano il prodursi del linguaggio e si oppone alla linguistica strutturalista che si limita a descrivere il suo funzionamento. La “grammatica generativa” di Chomsky distingue una “struttura profonda” dei fatti linguistici da una “struttura superficiale” in cui la prima si trasforma nell’organizzazione sintattica del parlare concreto. Successivamente questa distinzione cede il posto a quella tra ”competenza” ed ”esecuzione” con cui Chomsky intende spiegare sia gli aspetti creativi del linguaggio sia il suo carattere innato e la sua presenza nei primi stadi dello sviluppo infantile.
Parliamo dell’esperimento condotto dall’équipe di Moro con Raffaele Simone, un linguista con cattedra a Roma che si è a lungo interrogato su questi problemi. Molte le questioni sul tappeto: il significato dell’esperimento, il rapporto con Chomsky, i possibili scenari futuri.
Professor Simone, come vanno valutati i risultati di questa ricerca?
«Conosco la ricerca del professor Moro e l’ho potuta seguire nel tempo. Sono stati utilizzati volontari tedeschi alle prese con l’apprendimento di frasi italiane e giapponesi, alcune corrette, altre costruite a tavolino da Moro con regole grammaticali inesistenti e impossibili. Attraverso tecniche di neuroimmagine, l’area di Broca si è attivata solo quando i volontari imparavano frasi basate su regole grammaticali vere. Quando invece le frasi erano costruite su regole impossibili, l’area di Broca restava spenta e entravano in gioco altre aree del cervello, senza un preciso ordine».
Che tipo di novità questa sperimentazione produce nella conoscenza del linguaggio e dei suoi meccanismi più nascosti?
«Si tratta di un’acquisizione assai interessante che dimostra una cosa fondamentale: la precisa localizzazione nel cervello delle strutture del linguaggio. Lo si sapeva in realtà dall’epoca di Pierre-Paul Broca, fin dall’800: ora lo si conosce in maniera più dettagliata. Sappiamo dove si collocano le categorie grammaticali, i nomi, i verbi. E’ la conferma di quanto aveva intuito Broca: c’è una parte del cervello che ospita il linguaggio. E’ un colpo a ogni idea spiritualista del linguaggio ancora circolante».
E’ insomma quella del linguaggio una funzione innata?
«Non impariamo il linguaggio, ma le lingue. Il linguaggio è come una dote naturale, un patrimonio preesistente. E’ un po’ come camminare o come respirare. Noi ci addestriamo ad usarlo. E’ una teoria questa che piace molto a chi considera la mente umana come un computer».
Da questa ricerca dell’équipe di Moro deriva una conferma alle idee di Chomsky?
«C’è come un doppio registro. Da un lato l’innatismo chomskiano viene confermato. Ma riceve anche un duro colpo la sua idea forte della creatività del linguaggio».
Cioè?
«Sapere che il linguaggio risiede nel cervello, significa che le sue capacità sono limitate, viene meno quella possibilità infinita di creare infinite frasi. E’una creatività di molto ridotta».
Si possono già indicare possibili risultati grazie a ricerche di questo tipo?
«Siamo solo all’inizio: i risultati sono ancora da definire meglio. Saranno necessarie prima o poi (più poi che prima) mappe più estese per capire esattamente quanta parte del cervello sia occupata dal linguaggio, per localizzare le regole che di volta in volta entrano in azione».
ibidem
Impariamo a parlare per istinto
di ALBERTO OLIVERIO
SI racconta che il re Giacomo II di Scozia, vissuto nel quindicesimo secolo, decise un giorno di chiarire se il linguaggio umano fosse un istinto o dovesse invece essere appreso: per rispondere a questo interrogativo, fece rinchiudere in una stanza un bambino piccolo e proibì a tutti di rivolgergli la parola per appurare così se, una volta cresciuto, avrebbe parlato spontaneamente o avrebbe invece dovuto apprendere di sana pianta il linguaggio. Non sappiamo quali siano stati i risultati di questo crudele esperimento che forse non è altro che una leggenda: ma indubbiamente gli interrogativi che si poneva oltre mezzo millennio fa il re di Scozia agitano ancora i dibattiti tra i linguisti. Mentre alcuni sostengono che il linguaggio umano dipende dall'apprendimento, buona parte degli studiosi, in linea con le posizioni del celebre linguista americano Noam Chomsky, sostiene invece che le regole linguistiche sono scritte nel nostro cervello: questa seconda ipotesi è avvalorata, oltre che da numerose ricerche, anche dai risultati di un recente esperimento condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano insieme a un gruppo di linguisti dell'Università di Amburgo che hanno individuato un'area cerebrale che reagisce a una costruzione sintattica "giusta".
Chomsky, come si è detto, sostiene che nel nostro cervello esistono un "apparato di acquisizione del linguaggio" e una grammatica universale comuni a tutte le lingue, per cui la struttura della frase e l'ordine e i legami tra soggetto, verbo, avverbio eccetera, rispettano una logica interna. Che il nostro cervello sia predisposto al linguaggio lo dimostrano diversi studi, alcuni dei quali risalgono ad oltre un secolo fa, quando il neurologo francese Paul Broca notò che le lesioni della corteccia frontale portavano a una perdita della capacità di articolare e scrivere le parole (afasia motoria). In seguito si vide che le lesioni della corteccia parietale si traducevano invece nella difficoltà di comprendere il significato della parole parlate e scritte (afasia sensoriale).
Negli ultimi anni, la mappa delle aree linguistiche è stata notevolmente perfezionata ed è ben chiaro che se parliamo e comprendiamo il linguaggio ciò dipende dal coinvolgimento di numerose strutture cerebrali. E' in queste strutture che sono scritte alcune "regole" del linguaggio? Per i sostenitori della teoria di Chomsky questa possibilità sembrava più che plausibile ma finora ciò non era stato ancora provato. I risultati della recente ricerca condotta al San Raffaele e ad Amburgo dimostrano per la prima volta che è proprio l'area di Broca, quella da cui dipende la nostra capacità di profferire e scrivere le parole, ad essere la struttura in cui sarebbe organizzata la "grammatica universale". I ricercatori, infatti, hanno studiato la funzione cerebrale in un gruppo di volontari tedeschi che imparavano frasi italiane e giapponesi, alcune costruite in base a regole grammaticali corrette, altre in base a regole impossibili: utilizzando tecniche come la Pet, che visualizzano le aree del cervello attive in un particolare momento, hanno notato che l'area di Broca si attivava solo quando le frasi erano costruite in modo giusto, mentre la stessa area restava spenta quando le regole erano sbagliate. Peccato che re Giacomo di Scozia non possa conoscere i risultati di questo esperimento che fa sempre più guardare al linguaggio come a un istinto.
Il Giornale di Vicenza Lunedì 23 Giugno 2003
Sembrano trovare conferma le teorie sulla «Grammatica Universale», che secondo Noam Chomsky sarebbe innata
Il linguaggio? E’ un istinto che viene dal cervello
Uno studio italo-tedesco ha individuato nell’«area di Broca» il punto preciso in cui si trova
Roma. È in una particolare struttura del cervello, l’«area di Broca», che risiede l’istinto del linguaggio. Si trovano infatti in quest’area le strutture biologiche grazie alle quali l’uomo utilizza le regole grammaticali, organizza il suo linguaggio e apprende nuove lingue. Lo ha dimostrato un gruppo di linguisti e neurologi italiani e tedeschi e la scoperta è pubblicata sulla rivista internazionale Nature Neuroscience . L’esperimento, condotto nell’università di Amburgo, ha permesso per la prima volta di vedere in azione l’area di Broca e di catturarne le immagini con la Risonanza magnetica nucleare. Ad idearlo è stato il linguista italiano Andrea Moro, dell’università Vita e Salute del San Raffaele di Milano, mentre la Risonanza magnetica è stata eseguita da Mariacristina Musso. Ad un gruppo di 12 volontari tedeschi sono state insegnate frasi in italiano, mentre ad altri 11 volontari, sempre tedeschi, sono state insegnate frasi in giapponese. Nessuno dei volontari era mai entrato in contatto in precedenza con la lingua che gli veniva insegnata. Il punto chiave dell’esperimento è stata l’idea di nascondere tra le frasi alcune regole impossibili, inesistenti sia nella grammatica della lingua di origine sia della lingua appresa. Mentre i volontari facevano questi esercizi, l’attività del loro cervello veniva seguita per mezzo della Risonanza magnetica nucleare. «Abbiamo osservato così che mentre i soggetti apprendevano le regole possibili si accendeva il centro del linguaggio, l’area di Broca, mentre quando imparavano le regole impossibili questo centro non si accendeva». Si mettevano invece al lavoro altre parti del cervello, senza un ordine preciso, come per affrontare un’emergenza. Per la prima volta, ha proseguito Moro, «l’esperimento ha dimostrato che è nell’area di Broca che nasce la grammatica e che vengono elaborate le regole del linguaggio». È una struttura molto poco sviluppata nelle scimmie e che «sembra esserci specializzata all’improvviso nell’uomo, senza alcuna gradualità».
Dopo decenni di dibattito tra linguisti, l’esperimento sembra ora confermare l’ipotesi formulata 40 anni fa dal linguista Usa Noam Chomsky, secondo cui le regole che organizzano il linguaggio sono innate in virtù di una Grammatica Universale. Che, stando all’esperimento, si troverebbe dunque nell’area di Broca.
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«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
lunedì 23 giugno 2003
depressione
Corriere della Sera 23.6.03
Cura la depressione: previeni altre malattie
di Giuliano Ferrieri
La depressione è sicuramente, specie per gli anziani e per soggetti con un sistema autoimmunitario indebolito, la condizione che può aprire la strada a molte gravi patologie: disturbi del cuore, problemi endocrini, Alzheimer e Parkinson, un ventaglio di tumori.
Ovvia, quindi, l’importanza di riconoscere tempestivamente i sintomi di uno stato di depressione (oggi è in terapia meno di un decimo dei depressi: fra chi non è curato, 15 depressi su cento finiscono col togliersi la vita).
I sintomi che preannunciano una depressione sono numerosi. I più frequenti riguardano l’insorgere di disturbi del sonno, fasi improvvise di dimagrimento o al contrario di ingrassamento, segni immotivati di irritazione o rabbia, perdita di autostima, abbandono dei vecchi amici, frequenti accenni alla morte (anche senza riferimenti diretti al suicidio). Quando alcuni di questi sintomi si presentino assieme, non si deve esitare: occorre che i parenti di un depresso (o chi comunque gli vive vicino) facciano intervenire un medico, che curerà personalmente il depresso o lo affiderà a speciali istituti terapeutici.
Cura la depressione: previeni altre malattie
di Giuliano Ferrieri
La depressione è sicuramente, specie per gli anziani e per soggetti con un sistema autoimmunitario indebolito, la condizione che può aprire la strada a molte gravi patologie: disturbi del cuore, problemi endocrini, Alzheimer e Parkinson, un ventaglio di tumori.
Ovvia, quindi, l’importanza di riconoscere tempestivamente i sintomi di uno stato di depressione (oggi è in terapia meno di un decimo dei depressi: fra chi non è curato, 15 depressi su cento finiscono col togliersi la vita).
I sintomi che preannunciano una depressione sono numerosi. I più frequenti riguardano l’insorgere di disturbi del sonno, fasi improvvise di dimagrimento o al contrario di ingrassamento, segni immotivati di irritazione o rabbia, perdita di autostima, abbandono dei vecchi amici, frequenti accenni alla morte (anche senza riferimenti diretti al suicidio). Quando alcuni di questi sintomi si presentino assieme, non si deve esitare: occorre che i parenti di un depresso (o chi comunque gli vive vicino) facciano intervenire un medico, che curerà personalmente il depresso o lo affiderà a speciali istituti terapeutici.
domenica 22 giugno 2003
il Venerdì, Panorama e un libro
Sergio Grom segnala che
•la prima pagina del Venerdì di Repubblica del 20.6.03 ha per titolo: Ma donne e uomini sono uguali?. All'interno della rivista ci sono vari articoli sul tema, tra i quali "La differenza inizia dal cervello" e un altro sulle donne e l'Islam intitolato: "Ma l'Islam non vuol dire oppressione".
•Panorama ha un sottotitolo in copertina "Amore e Psiche: Le avventure proibite di una cameriera di provincia..." ma poi nell'articolo di Amore e Psiche non si parla per niente...
•Il libro di cui ha accennato Massimo Fagioli al seminario del giovedì è di Giorgio Vercellin e si intitola Tra Veli e Turbanti, Rituali sociali e vita privata nei mondi dell'Islam uscito per Marsilio
•la prima pagina del Venerdì di Repubblica del 20.6.03 ha per titolo: Ma donne e uomini sono uguali?. All'interno della rivista ci sono vari articoli sul tema, tra i quali "La differenza inizia dal cervello" e un altro sulle donne e l'Islam intitolato: "Ma l'Islam non vuol dire oppressione".
•Panorama ha un sottotitolo in copertina "Amore e Psiche: Le avventure proibite di una cameriera di provincia..." ma poi nell'articolo di Amore e Psiche non si parla per niente...
•Il libro di cui ha accennato Massimo Fagioli al seminario del giovedì è di Giorgio Vercellin e si intitola Tra Veli e Turbanti, Rituali sociali e vita privata nei mondi dell'Islam uscito per Marsilio
narcisismo...
Il Mattino di Napoli 22.6.03
Narcisismo La nuova frontiera del sex appeal
di Barbara Caputo
Esistono narcisismi vecchi e nuovi, narcisismi negativi e narcisismi benefici, maschili e femminili. ma oggi il narcisismo per eccellenza è, prevalentemente, maschio. Ce lo dicono le statistiche, ce lo confermano le mode di stagione. È la nuova frontiera dell’appeal. Questo è il composito quadro che ci presentano le indagini sul neo-edonismo e che ci conferma la psicoterapeuta Ivana Castoldi, la quale, grazie alle esperienze maturate nella sua attività, dice che oggi gli uomini sono ad un guado, dovendo scegliere se continuare a essere i «bambini speciali» di sempre, che dopo l'adorazione della mamma cercano quella delle altre donne, o divenire finalmente persone equilibrate, autonome, ed emancipate da questa dipendenza. Castoldi, sul narcisismo, ha da poco pubblicato un libro, intitolato appunto Narcisi (Feltrinelli, pp. 174, 12 euro) in cui presenta, con quattro casi paradigmatici di uomini a cui il narcisismo ha cominciato a stare stretto, un quadro del momento che gli uomini - ma anche le donne - attraversano.
Ma procediamo con ordine, partendo dalla definizione classica del narcisismo. Che se ha sicuramente a che vedere con il mito di Narciso che si innamora della sua immagine riflessa, non per questo è necessariamente legata alla bellezza fisica. «Può sembrare un paradosso - commenta Castoldi - ma esistono Narcisi ben poco preoccupati della loro avvenenza. Talvolta, sono individui dall'aspetto insignificante. Tuttavia, si piacciono egualmente e si compiacciono del loro ingegno, dei loro successi professionali, della loro competenza relazionale, della loro abilità sportiva, del loro, troppo volte presunto, senso dell'umorismo, senza minimamente dubitare della legittimità di tale attribuzione». In realtà spesso questi uomini, presi a girare continuamente attorno al loro ombelico, possono rivelarsi noiosi, e anche venire mollati dalle loro donne. In compenso, sono bravi seduttori che riescono ad attirare l'attenzione su di sé, ma non a lungo. Una volta instaurato un rapporto sentimentale, infatti, o sono così fortunati da incontrare donne-tappetino, o stancano presto le loro partners per la loro incapacità di instaurare un rapporto intimo e reciproco.
«Nel narcisismo è contenuta una precisa contraddizione - nota Ivana Castoldi. Da un lato gli uomini hanno questi impulsi di auto-ammirazione, dall'altra sono persone insicure, che hanno bisogno di consensi esterni, di donne che siano specchio e sostegno. Dipendono dalle donne, e non ne lasciano una senza averne prima trovata un'altra». Buona parte di colpa ce l'hanno le mamme, così severe con le figlie femmine e indulgenti e adoranti con i maschi. «Se un percorso di cambiamento è iniziato, gli uomini sono ancora lontani dall'avere acquistato sicurezza ed equilibrio psicologico». A cambiare le regole del gioco è stato il mutamento rivoluzionario dei ruoli di genere, nel quale molte donne hanno imparato a cercare la propria evoluzione personale senza più vedere la propria vita al servizio del maschio. Ma se anche gli uomini sono perseveranti nel loro narcisismo, alla fine ci pensa l'età, o gli acciacchi e i rovesci della vita, a porli giocoforza davanti ad uno specchio che rimanda un'immagine molto meno narcisistica e più vulnerabile.
Ma anche le modalità del narcisismo nel frattempo sono cambiate. «Prendendo esempio dalle donne, che sono sempre state tenute ad essere belle, ora anche gli uomini cominciano a curare il fisico, fare fitness, depilarsi. Le donne ora esprimono maggiore senso critico nei confronti degli uomini, hanno gusti precisi. E gli uomini, che prima si trascuravano, si adeguano con la sensazione di aver perso terreno, anche in un campo che prima non era importante». Tuttavia non è detto che il narcisismo in genere, e anche la cura del corpo, debbano necessariamente avere valenze negative. Le donne sono state in questo, per Castoldi, maestre. «Le donne, che avevano maggiori preoccupazioni per la bellezza, hanno scoperto che la dimensione della cura di sé ha anche dei risvolti psicologici positivi di benessere personale, se non è finalizzata alla seduzione ma a stare bene con se stesse. La fitness può sicuramente portare in questa direzione. Gli uomini hanno fatto questa scoperta più recentemente. Il fatto di piacersi non è necessariamente negativo. Può essere invece sano e importante per la propria autostima e affermazione. Ci si guadagna con gli altri, se non si coltivano visioni sovradimensionate. Di questa mancanza hanno patito le donne. Ma ora vogliono, e devono piacersi».
Narcisismo La nuova frontiera del sex appeal
di Barbara Caputo
Esistono narcisismi vecchi e nuovi, narcisismi negativi e narcisismi benefici, maschili e femminili. ma oggi il narcisismo per eccellenza è, prevalentemente, maschio. Ce lo dicono le statistiche, ce lo confermano le mode di stagione. È la nuova frontiera dell’appeal. Questo è il composito quadro che ci presentano le indagini sul neo-edonismo e che ci conferma la psicoterapeuta Ivana Castoldi, la quale, grazie alle esperienze maturate nella sua attività, dice che oggi gli uomini sono ad un guado, dovendo scegliere se continuare a essere i «bambini speciali» di sempre, che dopo l'adorazione della mamma cercano quella delle altre donne, o divenire finalmente persone equilibrate, autonome, ed emancipate da questa dipendenza. Castoldi, sul narcisismo, ha da poco pubblicato un libro, intitolato appunto Narcisi (Feltrinelli, pp. 174, 12 euro) in cui presenta, con quattro casi paradigmatici di uomini a cui il narcisismo ha cominciato a stare stretto, un quadro del momento che gli uomini - ma anche le donne - attraversano.
Ma procediamo con ordine, partendo dalla definizione classica del narcisismo. Che se ha sicuramente a che vedere con il mito di Narciso che si innamora della sua immagine riflessa, non per questo è necessariamente legata alla bellezza fisica. «Può sembrare un paradosso - commenta Castoldi - ma esistono Narcisi ben poco preoccupati della loro avvenenza. Talvolta, sono individui dall'aspetto insignificante. Tuttavia, si piacciono egualmente e si compiacciono del loro ingegno, dei loro successi professionali, della loro competenza relazionale, della loro abilità sportiva, del loro, troppo volte presunto, senso dell'umorismo, senza minimamente dubitare della legittimità di tale attribuzione». In realtà spesso questi uomini, presi a girare continuamente attorno al loro ombelico, possono rivelarsi noiosi, e anche venire mollati dalle loro donne. In compenso, sono bravi seduttori che riescono ad attirare l'attenzione su di sé, ma non a lungo. Una volta instaurato un rapporto sentimentale, infatti, o sono così fortunati da incontrare donne-tappetino, o stancano presto le loro partners per la loro incapacità di instaurare un rapporto intimo e reciproco.
«Nel narcisismo è contenuta una precisa contraddizione - nota Ivana Castoldi. Da un lato gli uomini hanno questi impulsi di auto-ammirazione, dall'altra sono persone insicure, che hanno bisogno di consensi esterni, di donne che siano specchio e sostegno. Dipendono dalle donne, e non ne lasciano una senza averne prima trovata un'altra». Buona parte di colpa ce l'hanno le mamme, così severe con le figlie femmine e indulgenti e adoranti con i maschi. «Se un percorso di cambiamento è iniziato, gli uomini sono ancora lontani dall'avere acquistato sicurezza ed equilibrio psicologico». A cambiare le regole del gioco è stato il mutamento rivoluzionario dei ruoli di genere, nel quale molte donne hanno imparato a cercare la propria evoluzione personale senza più vedere la propria vita al servizio del maschio. Ma se anche gli uomini sono perseveranti nel loro narcisismo, alla fine ci pensa l'età, o gli acciacchi e i rovesci della vita, a porli giocoforza davanti ad uno specchio che rimanda un'immagine molto meno narcisistica e più vulnerabile.
Ma anche le modalità del narcisismo nel frattempo sono cambiate. «Prendendo esempio dalle donne, che sono sempre state tenute ad essere belle, ora anche gli uomini cominciano a curare il fisico, fare fitness, depilarsi. Le donne ora esprimono maggiore senso critico nei confronti degli uomini, hanno gusti precisi. E gli uomini, che prima si trascuravano, si adeguano con la sensazione di aver perso terreno, anche in un campo che prima non era importante». Tuttavia non è detto che il narcisismo in genere, e anche la cura del corpo, debbano necessariamente avere valenze negative. Le donne sono state in questo, per Castoldi, maestre. «Le donne, che avevano maggiori preoccupazioni per la bellezza, hanno scoperto che la dimensione della cura di sé ha anche dei risvolti psicologici positivi di benessere personale, se non è finalizzata alla seduzione ma a stare bene con se stesse. La fitness può sicuramente portare in questa direzione. Gli uomini hanno fatto questa scoperta più recentemente. Il fatto di piacersi non è necessariamente negativo. Può essere invece sano e importante per la propria autostima e affermazione. Ci si guadagna con gli altri, se non si coltivano visioni sovradimensionate. Di questa mancanza hanno patito le donne. Ma ora vogliono, e devono piacersi».
religioni
Repubblica 22.6.03
Il dio relativo dei nuovi credenti
Nel Paese l´87 % si dicono cattolici e stimano il Papa
Crescono le persone che credono al sacro ma lo adattano ai propri problemi
La preghiera è pratica diffusa a cui spesso ci si affida per chiedere benefici materiali
Ha recriminato con forza, la Chiesa italiana, sull´amnesia, o meglio, la reticenza della Convenzione nel delineare la prima bozza di Costituzione, circa l´importanza delle tradizioni cristiane per l´identità europea. E i soggetti politici di governo, soprattutto (ma non solo), hanno dato risonanza a questa rivendicazione. D´altra parte, due italiani su tre sembrano essere d´accordo con l´idea di restituire evidenza alle "radici cristiane" nella futura costituzione. Il problema è che oltre metà di essi, il 38% della popolazione in complesso, pensa però che il riferimento alla tradizione cristiana, per quanto legittimo, vada espresso "nel rispetto delle altre religioni". Di fatto, affermando una concezione "relativa" del ruolo e del significato religioso, come fondamento della storia e dell´identità europea.
Si tratta di un orientamento ambivalente e un po´ paradossale, che risulta diffuso, nella percezione del fenomeno religioso espressa dagli italiani. Almeno secondo le indicazioni del sondaggio condotto da Eurisko per "La Repubblica". Gli italiani, cioè, attribuiscono alla religione uno spazio crescente, nella loro vita, nella definizione del mondo. Ma, al tempo stesso, la piegano alle loro domande, ai loro problemi. Interessi. Credono, gli italiani, in un Dio relativo.
La religione, negli anni Novanta, ha guadagnato centralità sociale. Oggi è ritenuta "fondamentale" dal 23% della popolazione (intervistata da Eurisko), mentre il 38% di essi la considera importante. Poco meno di dieci anni fa, nel 1994, una ricerca dell´Università Cattolica di Milano (curata da Cesareo, Cipriani, Garelli, Lanzetti e Rovati), presentava al proposito valori molto più bassi: la quota di italiani che definiva fondamentale la religione, nella vita, era del 15%, mentre il 31% la riteneva "importante". Nell´insieme, la percentuale di coloro che assegnano un grande valore alla religione, in Italia, fra il 1994 al 2003 sale dal 46% al 62%. Al tempo stesso, cresce dal 41 al 51% il peso di coloro che pregano almeno una volta al giorno. Inoltre, il 57% degli italiani seguono trasmissioni di carattere religioso in tivù, mentre il 26% si soffermano su reti radiofoniche confessionali. Dove la "preghiera" coinvolge un´ampia comunità mediatica. D´altronde, in Italia, quasi tutti continuano a dirsi cattolici e la frequenza alla messa, che dagli anni 50 era calata costantemente, nella seconda metà degli anni Novanta sembra essersi stabilizzata, attestandosi attorno al 30%. Peraltro, altre ricerche sottolineano il livello elevato di stima espresso in Italia nei confronti della Chiesa e, soprattutto, il consenso largo e trasversale che accompagna il Papa, Karol Woityla. Mentre le parrocchie, negli ultimi anni, appaiono i luoghi in cui si assiste alla maggior crescita dell´impegno associativo (lo segnala l´indagine dell´Iref per il Cnel, che verrà presentata nei prossimi giorni).
Tuttavia, l´impressione è che la "spinta propulsiva" che conosce la domanda di religione nella società italiana non abbia cambiato l´orientamento flessibile, adattivo, attraverso il quale i cattolici la traducono e interpretano, ormai da tempo. La religione conta, sempre più, nella vita delle persone, nel loro orizzonte di valore, ma ciò avviene seguendo diversi modelli, diversi percorsi. Così, larga parte degli italiani (8 su 10), quando pregano, mirano ad ottenere soluzione a problemi concreti, talora gravi, che riguardano loro stessi e i loro cari. Peraltro, la stessa percentuale di intervistati afferma di averne ricavato benefici concreti. La preghiera, quindi, è una pratica diffusa, che spesso assume un significato "propiziatorio". Inoltre, la credenza nelle verità di fede è discontinua, in alcuni limitata, in rapporto al peso dei cattolici. Ad esempio, credono nell´inferno la metà degli italiani, nel paradiso i due terzi, nell´infallibilità del Papa il 42%, nella resurrezione dei corpi solo il 31%. Vi sono quote ridotte, ma comunque significative, di persone, di cattolici, che credono, almeno un po´, nell´astrologia, nella comunicazione con i defunti, nel malocchio. Miscelando religione, esoterismo e magia, secondo differenti soluzioni sincretiche.
Non possiamo non dirci cattolici, quindi, ma ciascuno tende a interpretare l´appartenenza religiosa a modo proprio. Non sentendosi vincolato alle verità rivelate, né tanto meno alle indicazioni delle gerarchie, né agli insegnamenti della Chiesa. Tanto che quasi sette italiani su dieci, definiscono utile l´insegnamento etico della Chiesa, ma poi preferiscono agire "secondo coscienza". Mentre la politica è concepita in modo pressoché autonomo rispetto all´appartenenza cattolica.
È come se le relazioni, fra la Chiesa e la società, fra le persone e la religione, si fossero pluralizzate, articolate, a tal punto da rendere difficile tracciare dei confini precisi.
Da un lato, sempre più, le persone si accostano alla religione, alla Chiesa, oltre che per motivi di valore, per il "valore d´uso" che vi colgono. Perché la religione, la Chiesa, costituiscono dei riferimenti in un mondo privo di riferimenti. Offrono senso a persone alla ricerca di senso. Forniscono servizi, associazione e comunità a individui altrimenti sempre più soli. Ma, al tempo stesso, le persone si accostano e si distanziano dalla religione seguendo perlopiù traiettorie specifiche, zigzaganti.
Da ciò la forza e la debolezza della religione e soprattutto della Chiesa cattolica, nel nostro tempo. Perché è pressoché unica a parlare, a offrire significati, carisma; a scavare nel fondo "irrazionale" delle nostre paure e delle nostre coscienze. Unica a offrire identità, aggregazione ai più giovani; pietà ai sofferenti; sicurezza e cittadinanza agli anziani; sostegno ai marginali e ai migranti. Una Chiesa molteplice, flessibile, dai molti volti, con una storia lunga, un´organizzazione solida. E, per questo, a disposizione di tutti. Una Chiesa "personalizzata". Interpretata, coniugata, usata, secondo l´esigenza e l´interesse dei singoli. Una Chiesa sospesa, stirata: fra chi la accosta per motivi particolari e chi per soddisfare la domanda d´assoluto.
Non possiamo non dirci cattolici, quindi.
Figli di un Dio relativo.
Il dio relativo dei nuovi credenti
Nel Paese l´87 % si dicono cattolici e stimano il Papa
Crescono le persone che credono al sacro ma lo adattano ai propri problemi
La preghiera è pratica diffusa a cui spesso ci si affida per chiedere benefici materiali
Ha recriminato con forza, la Chiesa italiana, sull´amnesia, o meglio, la reticenza della Convenzione nel delineare la prima bozza di Costituzione, circa l´importanza delle tradizioni cristiane per l´identità europea. E i soggetti politici di governo, soprattutto (ma non solo), hanno dato risonanza a questa rivendicazione. D´altra parte, due italiani su tre sembrano essere d´accordo con l´idea di restituire evidenza alle "radici cristiane" nella futura costituzione. Il problema è che oltre metà di essi, il 38% della popolazione in complesso, pensa però che il riferimento alla tradizione cristiana, per quanto legittimo, vada espresso "nel rispetto delle altre religioni". Di fatto, affermando una concezione "relativa" del ruolo e del significato religioso, come fondamento della storia e dell´identità europea.
Si tratta di un orientamento ambivalente e un po´ paradossale, che risulta diffuso, nella percezione del fenomeno religioso espressa dagli italiani. Almeno secondo le indicazioni del sondaggio condotto da Eurisko per "La Repubblica". Gli italiani, cioè, attribuiscono alla religione uno spazio crescente, nella loro vita, nella definizione del mondo. Ma, al tempo stesso, la piegano alle loro domande, ai loro problemi. Interessi. Credono, gli italiani, in un Dio relativo.
La religione, negli anni Novanta, ha guadagnato centralità sociale. Oggi è ritenuta "fondamentale" dal 23% della popolazione (intervistata da Eurisko), mentre il 38% di essi la considera importante. Poco meno di dieci anni fa, nel 1994, una ricerca dell´Università Cattolica di Milano (curata da Cesareo, Cipriani, Garelli, Lanzetti e Rovati), presentava al proposito valori molto più bassi: la quota di italiani che definiva fondamentale la religione, nella vita, era del 15%, mentre il 31% la riteneva "importante". Nell´insieme, la percentuale di coloro che assegnano un grande valore alla religione, in Italia, fra il 1994 al 2003 sale dal 46% al 62%. Al tempo stesso, cresce dal 41 al 51% il peso di coloro che pregano almeno una volta al giorno. Inoltre, il 57% degli italiani seguono trasmissioni di carattere religioso in tivù, mentre il 26% si soffermano su reti radiofoniche confessionali. Dove la "preghiera" coinvolge un´ampia comunità mediatica. D´altronde, in Italia, quasi tutti continuano a dirsi cattolici e la frequenza alla messa, che dagli anni 50 era calata costantemente, nella seconda metà degli anni Novanta sembra essersi stabilizzata, attestandosi attorno al 30%. Peraltro, altre ricerche sottolineano il livello elevato di stima espresso in Italia nei confronti della Chiesa e, soprattutto, il consenso largo e trasversale che accompagna il Papa, Karol Woityla. Mentre le parrocchie, negli ultimi anni, appaiono i luoghi in cui si assiste alla maggior crescita dell´impegno associativo (lo segnala l´indagine dell´Iref per il Cnel, che verrà presentata nei prossimi giorni).
Tuttavia, l´impressione è che la "spinta propulsiva" che conosce la domanda di religione nella società italiana non abbia cambiato l´orientamento flessibile, adattivo, attraverso il quale i cattolici la traducono e interpretano, ormai da tempo. La religione conta, sempre più, nella vita delle persone, nel loro orizzonte di valore, ma ciò avviene seguendo diversi modelli, diversi percorsi. Così, larga parte degli italiani (8 su 10), quando pregano, mirano ad ottenere soluzione a problemi concreti, talora gravi, che riguardano loro stessi e i loro cari. Peraltro, la stessa percentuale di intervistati afferma di averne ricavato benefici concreti. La preghiera, quindi, è una pratica diffusa, che spesso assume un significato "propiziatorio". Inoltre, la credenza nelle verità di fede è discontinua, in alcuni limitata, in rapporto al peso dei cattolici. Ad esempio, credono nell´inferno la metà degli italiani, nel paradiso i due terzi, nell´infallibilità del Papa il 42%, nella resurrezione dei corpi solo il 31%. Vi sono quote ridotte, ma comunque significative, di persone, di cattolici, che credono, almeno un po´, nell´astrologia, nella comunicazione con i defunti, nel malocchio. Miscelando religione, esoterismo e magia, secondo differenti soluzioni sincretiche.
Non possiamo non dirci cattolici, quindi, ma ciascuno tende a interpretare l´appartenenza religiosa a modo proprio. Non sentendosi vincolato alle verità rivelate, né tanto meno alle indicazioni delle gerarchie, né agli insegnamenti della Chiesa. Tanto che quasi sette italiani su dieci, definiscono utile l´insegnamento etico della Chiesa, ma poi preferiscono agire "secondo coscienza". Mentre la politica è concepita in modo pressoché autonomo rispetto all´appartenenza cattolica.
È come se le relazioni, fra la Chiesa e la società, fra le persone e la religione, si fossero pluralizzate, articolate, a tal punto da rendere difficile tracciare dei confini precisi.
Da un lato, sempre più, le persone si accostano alla religione, alla Chiesa, oltre che per motivi di valore, per il "valore d´uso" che vi colgono. Perché la religione, la Chiesa, costituiscono dei riferimenti in un mondo privo di riferimenti. Offrono senso a persone alla ricerca di senso. Forniscono servizi, associazione e comunità a individui altrimenti sempre più soli. Ma, al tempo stesso, le persone si accostano e si distanziano dalla religione seguendo perlopiù traiettorie specifiche, zigzaganti.
Da ciò la forza e la debolezza della religione e soprattutto della Chiesa cattolica, nel nostro tempo. Perché è pressoché unica a parlare, a offrire significati, carisma; a scavare nel fondo "irrazionale" delle nostre paure e delle nostre coscienze. Unica a offrire identità, aggregazione ai più giovani; pietà ai sofferenti; sicurezza e cittadinanza agli anziani; sostegno ai marginali e ai migranti. Una Chiesa molteplice, flessibile, dai molti volti, con una storia lunga, un´organizzazione solida. E, per questo, a disposizione di tutti. Una Chiesa "personalizzata". Interpretata, coniugata, usata, secondo l´esigenza e l´interesse dei singoli. Una Chiesa sospesa, stirata: fra chi la accosta per motivi particolari e chi per soddisfare la domanda d´assoluto.
Non possiamo non dirci cattolici, quindi.
Figli di un Dio relativo.
religioni
Corriere della Sera 22.6.03
Religioni e laicità dello Stato, il grido d’allarme della Francia
Nei negozi di moda del quartiere parigino di Barbès si velano i manichini in vetrina e spuntano Barbie con l’hijab
La laicità è in pericolo! Questo il senso del rapporto consegnato qualche settimana fa al primo ministro Raffarin dal super-chirachiano Francis Baroin, vice capogruppo dell’Assemblea nazionale dell’Ump. Preoccupato del sempre più forte significato «comunitarista» del «velo islamico» (ognuno è libero di vivere secondo le regole della propria comunità etnica o religiosa), il parlamentare ha condensato in 16 punti un insieme di provvedimenti urgenti da adottare per salvare - codificandola alla vigilia del centenario della «separazione» (1905) - la laicità dell’ordinamento giuridico francese. Il tormentone del «velo a scuola», iniziato a Creil nel 1989, dopo la non limpida tregua imposta dal Consiglio di Stato (decisioni del 1989, 1996, 1999), ha ripreso a turbare i sonni dei francesi. Nonostante le perplessità del presidente Chirac, Raffarin sarebbe, ora, propenso a presentare un disegno di legge sulla «neutralità della scuola». Non è un caso, però, se quasi all’indomani del dialogo con i musulmani, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Sarkozy con le elezioni del Consiglio del culto islamico (aprile 2003), alcuni parlamentari della sua stessa parte insieme con esponenti dell’opposizione (tra i quali Jack Lang) hanno, sotto un certo profilo, cercato di appannare gli apprezzabili risultati di quel dialogo, auspicando una legge che, in omaggio alla separazione e alla laicità, vieti di indossare, nelle scuole e in altri locali «pubblici», il velo islamico e qualsiasi altro simbolo religioso. Settimanali ad alta tiratura ( Nouvel Observateur , Elle , Figaro Magazine ) hanno fatto a gara per pubblicare amplissimi servizi sul tema, talvolta con tentazioni da fotoromanzo. Le Monde del 18 giugno gli ha, comunque, dedicato la prima pagina.
Va ricordato che in Europa una legge del genere esiste solo nella Turchia kemalista (dove è però largamente disapplicata) e che la Corte europea di Strasburgo ha recentemente considerato legittimo, alla luce della Convenzione sui diritti dell’uomo (1950), un provvedimento della Svizzera che ha vietato a una insegnante di indossare il velo a scuola (per contro in Canada hanno cercato di imporre il velo alle insegnanti cristiane nelle scuole islamiche finanziate dallo Stato).
Non vi sarebbero ostacoli, quindi, per la auspicata legge sul piano dei diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea, anche se l’interpretazione della Corte nel caso della Svizzera appare sostanzialmente restrittiva. Nel dibattito in corso in Francia coprire il capo femminile è considerato non solo un impegno religioso, ma, secondo alcuni intellettuali musulmani, anche una manifestazione di femminismo (per tutti Tariq Ramadan, docente universitario in Svizzera la cui moglie, convertita, è ampiamente velata). Per altri studiosi, l’obbligo religioso del velo è, però, un chiaro segno di quella discriminazione tra uomini e donne rigorosamente vietata sia dalle Costituzioni europee, sia dalla ricordata Convenzione del 1950, sia dal diritto dell’Ue (art.13 Trattato TCE). Nella realtà nei negozi di moda del quartiere parigino di Barbès, non solo si velano i manichini in vetrina, ma di qua e di là spuntano «Barbies» islamiche con l’ hijab . Peraltro, grazie al lavoro di mediazione compiuto dalle scuole, il numero di «veli» scolastici non supererebbe i 100/150 annui contro i 300 del passato.
E se Elisabeth Badinter teme che cominciando con un innocente «foulard» si finisca con il burka (e perché non con il pugnale «kirpen» obbligatorio per i Sikh?), il ministro dell’Educazione nazionale, Luc Ferry, ha dichiarato: «Una legge sul velo islamico, auspicata da alcuni deputati, rischierebbe di essere incostituzionale se andasse al di là della giurisprudenza del Consiglio di Stato», ma non la ha esclusa.
Non c’è dubbio che la questione investe sia le foto sulle carte di identità (un decreto del ’99 impone a tutte le donne, comprese le suore di avere il capo scoperto), sia la presenza di simboli religiosi nelle scuole e nelle aule di giustizia (non solo i crocefissi, non consentiti in Francia, ma le stesse «catenine» con simboli religiosi abitualmente indossate dalle studentesse), sia le piscine multisesso, sia le classi miste di ginnastica nelle scuole. E la pressione islamista per rinforzare il carattere culturale e identitario di questi precetti non cesserà davvero in poco tempo. Molto potrà, quindi, il nuovo Consiglio islamico che dovrà trovare rapidamente una soluzione equilibrata. Certo non sarà facile: recentemente Le Monde ha pubblicato le lettere di due lettori che propongono non solo di eliminare tutte le festività religiose, ma di ripristinare anche il Calendario rivoluzionario con il «decadì» al posto della domenica!
E’ vero che i francesi sono, fra gli europei, il popolo che ha più forte il senso della nazione e della sua storia, ma, talvolta, un eccesso di senso del laicismo storico può far perdere l’altrettanto essenziale senso del ridicolo.
Religioni e laicità dello Stato, il grido d’allarme della Francia
Nei negozi di moda del quartiere parigino di Barbès si velano i manichini in vetrina e spuntano Barbie con l’hijab
La laicità è in pericolo! Questo il senso del rapporto consegnato qualche settimana fa al primo ministro Raffarin dal super-chirachiano Francis Baroin, vice capogruppo dell’Assemblea nazionale dell’Ump. Preoccupato del sempre più forte significato «comunitarista» del «velo islamico» (ognuno è libero di vivere secondo le regole della propria comunità etnica o religiosa), il parlamentare ha condensato in 16 punti un insieme di provvedimenti urgenti da adottare per salvare - codificandola alla vigilia del centenario della «separazione» (1905) - la laicità dell’ordinamento giuridico francese. Il tormentone del «velo a scuola», iniziato a Creil nel 1989, dopo la non limpida tregua imposta dal Consiglio di Stato (decisioni del 1989, 1996, 1999), ha ripreso a turbare i sonni dei francesi. Nonostante le perplessità del presidente Chirac, Raffarin sarebbe, ora, propenso a presentare un disegno di legge sulla «neutralità della scuola». Non è un caso, però, se quasi all’indomani del dialogo con i musulmani, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Sarkozy con le elezioni del Consiglio del culto islamico (aprile 2003), alcuni parlamentari della sua stessa parte insieme con esponenti dell’opposizione (tra i quali Jack Lang) hanno, sotto un certo profilo, cercato di appannare gli apprezzabili risultati di quel dialogo, auspicando una legge che, in omaggio alla separazione e alla laicità, vieti di indossare, nelle scuole e in altri locali «pubblici», il velo islamico e qualsiasi altro simbolo religioso. Settimanali ad alta tiratura ( Nouvel Observateur , Elle , Figaro Magazine ) hanno fatto a gara per pubblicare amplissimi servizi sul tema, talvolta con tentazioni da fotoromanzo. Le Monde del 18 giugno gli ha, comunque, dedicato la prima pagina.
Va ricordato che in Europa una legge del genere esiste solo nella Turchia kemalista (dove è però largamente disapplicata) e che la Corte europea di Strasburgo ha recentemente considerato legittimo, alla luce della Convenzione sui diritti dell’uomo (1950), un provvedimento della Svizzera che ha vietato a una insegnante di indossare il velo a scuola (per contro in Canada hanno cercato di imporre il velo alle insegnanti cristiane nelle scuole islamiche finanziate dallo Stato).
Non vi sarebbero ostacoli, quindi, per la auspicata legge sul piano dei diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea, anche se l’interpretazione della Corte nel caso della Svizzera appare sostanzialmente restrittiva. Nel dibattito in corso in Francia coprire il capo femminile è considerato non solo un impegno religioso, ma, secondo alcuni intellettuali musulmani, anche una manifestazione di femminismo (per tutti Tariq Ramadan, docente universitario in Svizzera la cui moglie, convertita, è ampiamente velata). Per altri studiosi, l’obbligo religioso del velo è, però, un chiaro segno di quella discriminazione tra uomini e donne rigorosamente vietata sia dalle Costituzioni europee, sia dalla ricordata Convenzione del 1950, sia dal diritto dell’Ue (art.13 Trattato TCE). Nella realtà nei negozi di moda del quartiere parigino di Barbès, non solo si velano i manichini in vetrina, ma di qua e di là spuntano «Barbies» islamiche con l’ hijab . Peraltro, grazie al lavoro di mediazione compiuto dalle scuole, il numero di «veli» scolastici non supererebbe i 100/150 annui contro i 300 del passato.
E se Elisabeth Badinter teme che cominciando con un innocente «foulard» si finisca con il burka (e perché non con il pugnale «kirpen» obbligatorio per i Sikh?), il ministro dell’Educazione nazionale, Luc Ferry, ha dichiarato: «Una legge sul velo islamico, auspicata da alcuni deputati, rischierebbe di essere incostituzionale se andasse al di là della giurisprudenza del Consiglio di Stato», ma non la ha esclusa.
Non c’è dubbio che la questione investe sia le foto sulle carte di identità (un decreto del ’99 impone a tutte le donne, comprese le suore di avere il capo scoperto), sia la presenza di simboli religiosi nelle scuole e nelle aule di giustizia (non solo i crocefissi, non consentiti in Francia, ma le stesse «catenine» con simboli religiosi abitualmente indossate dalle studentesse), sia le piscine multisesso, sia le classi miste di ginnastica nelle scuole. E la pressione islamista per rinforzare il carattere culturale e identitario di questi precetti non cesserà davvero in poco tempo. Molto potrà, quindi, il nuovo Consiglio islamico che dovrà trovare rapidamente una soluzione equilibrata. Certo non sarà facile: recentemente Le Monde ha pubblicato le lettere di due lettori che propongono non solo di eliminare tutte le festività religiose, ma di ripristinare anche il Calendario rivoluzionario con il «decadì» al posto della domenica!
E’ vero che i francesi sono, fra gli europei, il popolo che ha più forte il senso della nazione e della sua storia, ma, talvolta, un eccesso di senso del laicismo storico può far perdere l’altrettanto essenziale senso del ridicolo.
Maya Sansa, la protagonista di Buongiorno notte di Marco Bellocchio
La Gazzetta del Sud 22.6.03
Alla ventottenne attrice non basta il successo di «La meglio gioventù» di Marco Tullio Giordana
Maya Sansa, la nascita di una star
Ora è sul set del nuovo film di Marco Bellocchio sul caso Moro
Giovanni Bogani
FIRENZE – Ha gli occhi attenti, scuri di un cerbiatto in fuga. Ha le sopracciglia nere che sanno di Mediterraneo, di Italia. Ha Londra negli occhi, nel passato prossimo. Anni passati a studiare teatro, a imparare l'inglese, che parla come l'italiano. Ha un esordio fulminante, in tasca: con «La balia» di Marco Bellocchio, dove la sua bellezza bruciante e generosa appariva, per la prima volta, davanti agli occhi del pubblico italiano. Ha una manciata di film, adesso, che scandiscono il suo ritorno, la sua conferma. Maya Sansa, ventotto anni a settembre, è fra le protagoniste di «La meglio gioventù», il film-fiume – sei ore – di Marco Tullio Giordana, uscito nelle sale italiane, dopo aver vinto a Cannes la sezione «Un certain regard» e dopo aver inaugurato il Taormina Bnl FilmFest. È un film che potrebbe essere la grande sorpresa dell'anno. Uno di quei film che innescano fenomeni di passione. La storia italiana recente raccontata in 360 minuti di cinema ad alta densità di emozione. Qualcosa che potrebbe assomigliare a «Novecento» di Bertolucci o a «Heimat», la bellissima avventura cinematografica sulla storia tedesca. Ma Maya ha negli occhi altri tre film: uno dei quali con Marco Bellocchio, il regista che l'ha scoperta nel 1999. E ha anche, nel passato recente, l'avventura di un film praticamente mai uscito, anche se all'estero sta avendo successo: «Benzina» di Monica Stambrini. Perché in Italia una storia omosessuale al femminile ancora viene guardata male e non trova spazio, solidarietà, rispetto. Ma andiamo con ordine. E il presente è la felicità di questo piccolo lungo film, «La meglio gioventù». Nato per la televisione, poi felicemente trasmigrato al cinema, e addirittura vincitore a Cannes.
– Maya, prima di tutto, che cosa ti aveva affascinato del progetto di Marco Tullio Giordana? «Io sono affascinata dai film-fiume: "Heimat", il film sulla storia tedesca, lo considero un capolavoro. C'è un momento, al cinema, passato il quale potresti rimanere sulla poltrona un giorno intero, e quando esci fuori dici: peccato, è già finito. Perché sei riuscito a entrare dentro un mondo, vivi il mondo dei film».
– Della storia che cosa ti piaceva? «Il rispetto enorme per tutti i personaggi: ognuno viene compreso nelle sue difficoltà. E mi sembra un risultato di grande maturità, guardare è la nostra storia senza scrivere i buoni e i cattivi alla lavagna. Anche il mio personaggio, Mirella, è uno che osserva, che cerca di posare lo sguardo sugli altri, ma senza giudicarli».
– «La meglio gioventù» è un esempio di tv di qualità. Perché il resto della tv non è così buono? «Per pigrizia. Per desiderio di sedurre le folle, di ipnotizzarle. Per l'uso di scorciatoie per far ridere e per far piangere. E poi, per i ritmi pazzeschi di lavoro. A volte si girano quaranta scene in un solo giorno: ma come si fa a lavorare così?».
– Per un film fortunato, uno che non ha avuto fortuna. «Benzina» di Monica Stambrini, dal romanzo di Elena Stancanelli, interpretato da te e da Regina Orioli, quasi non ha avuto distribuzione. Perché? «È una brutta storia: perché il film è stato venduto all'estero, lo hanno visto i miei amici a Londra, per esempio, e lo hanno amato. Ma in Italia, niente. Anzi: al festival di Torino lo hanno attaccato per i baci che ci scambiamo io e Regina nel film. Baci che, premetto, sono castissimi. Ma evidentemente, mentre al cinema l'omosessualità maschile è quasi di moda, una storia di omosessualità femminile sconvolge ancora tutti, provoca reazioni violente. Ci sono molte più barriere da superare per l'omosessualità femminile che per quella maschile».
– Altri due film ti vedono protagonista. Uno è quello di Fiorella Infascelli, «Il vestito da sposa», dove reciti insieme a Piera Degli Esposti... «È un film drammatico, in cui io sono una donna che vive una vita tranquilla, in campagna, fino a quando un evento improvviso stravolge l'esistenza di tutti i personaggi. Un altro film drammatico, me ne rendo conto. Ma che cosa ci devo fare? A me piacerebbe moltissimo fare una commedia, anzi: se qualcuno sta leggendo e ha scritto una commedia, mi piacerebbe leggerla... Il fatto è che in Italia, questa Italia che adoro, e dove sono ritornata dopo anni a Londra, vedono ancora la donna nel cinema o come figura tragica o come caricatura sexy. La commedia brillante, sottile, fatta di humour, dov'è?».
– L'altro film che hai appena finito di girare ti vede di nuovo con il regista che ti ha scoperta: Marco Bellocchio. «Sì. E non è che ci siamo sentiti in continuazione, in questi tre anni: così, sono rimasta stupita, e felice, quando Marco mi ha chiamata di nuovo. Il film si chiama "Buongiorno notte", e racconta – come sai – del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro. Di più, Bellocchio mi ha ordinato di non dire». Bellocchio, infatti, ha finito di girare il suo film su Moro nella più inaccessibile segretezza. Non un'intervista, non una visita sul set, non una fotografia. Chissà se è Maya Sansa a interpretare Anna, cioè Anna Laura Braghetti, la cosiddetta «vivandiera» del covo di via Montalcini dove fu tenuto Aldo Moro. E chissà come sarà, questo secondo film su Moro, dopo «Piazza delle cinque lune» di Renzo Martinelli, thriller controverso, fantapolitica e azione pura. Questo film, che potrebbe andare a Venezia, sarà diverso per sensibilità, stile, respiro. Un viaggio quasi intimista nelle psicologie, nei gesti quotidiani, nei pensieri, nelle paure dei carcerieri di Moro. E qui, la sensibilità, l'intuito, la ricchezza espressiva di Maya Sansa giocheranno un ruolo importantissimo. Disse Bellocchio mentre rinifiva il copione: «Voglio scavare nel groviglio di sentimenti che si cela in un gruppo di giovani che ha compiuto azioni gravi come un sequestro di persona in nome di un'ideologia, di una fede». Lei dovrà raccontare, con gli occhi bellissimi, questo sgomento, questo disorientamento, questo esser presa in un gioco più grande di lei. Il titolo del film di Bellocchio è preso in prestito a una poesia di Emily Dickinson: «Buongiorno notte / sto tornando a casa / Il giorno si è stancato di me / Come potrei io di lui?». Ed è ovviamente una riflessione personale del regista, che da giovane, cioè negli anni di piombo, militò nell'Unione dei comunisti marxisti-leninisti, sposandone l'infatuazione maoista. Un'autocritica tardiva, forse, per chi come lui sognava di vivere l'alba di una rivoluzione che non è mai arrivata. Se Maya è Anna, è il cuore di questo film, efficiente carceriera di Moro, fidanzata di Prospero Gallinari, leader Br, e dall'altro insospettabile ragazza chiamata a recitare la normalità del quotidiano: un ufficio al ministero, un lavoro, dei colleghi. Una doppia vita da mettere in scena: e Maya, che già di vite ne ha vissute due, una a Londra e una a Roma, vivrà in questi fotogrammi l'esame più duro. A ventotto anni, giocherà la partita più difficile, ed entusiasmante, della sua carriera. Roberto Herlitka, viso dolente tagliato dalle rughe, sarà Moro; Mario Moretti, il capo dei brigatisti rossi, sullo schermo avrà il viso intenso e vitale di Luigi Lo Cascio.
Alla ventottenne attrice non basta il successo di «La meglio gioventù» di Marco Tullio Giordana
Maya Sansa, la nascita di una star
Ora è sul set del nuovo film di Marco Bellocchio sul caso Moro
Giovanni Bogani
FIRENZE – Ha gli occhi attenti, scuri di un cerbiatto in fuga. Ha le sopracciglia nere che sanno di Mediterraneo, di Italia. Ha Londra negli occhi, nel passato prossimo. Anni passati a studiare teatro, a imparare l'inglese, che parla come l'italiano. Ha un esordio fulminante, in tasca: con «La balia» di Marco Bellocchio, dove la sua bellezza bruciante e generosa appariva, per la prima volta, davanti agli occhi del pubblico italiano. Ha una manciata di film, adesso, che scandiscono il suo ritorno, la sua conferma. Maya Sansa, ventotto anni a settembre, è fra le protagoniste di «La meglio gioventù», il film-fiume – sei ore – di Marco Tullio Giordana, uscito nelle sale italiane, dopo aver vinto a Cannes la sezione «Un certain regard» e dopo aver inaugurato il Taormina Bnl FilmFest. È un film che potrebbe essere la grande sorpresa dell'anno. Uno di quei film che innescano fenomeni di passione. La storia italiana recente raccontata in 360 minuti di cinema ad alta densità di emozione. Qualcosa che potrebbe assomigliare a «Novecento» di Bertolucci o a «Heimat», la bellissima avventura cinematografica sulla storia tedesca. Ma Maya ha negli occhi altri tre film: uno dei quali con Marco Bellocchio, il regista che l'ha scoperta nel 1999. E ha anche, nel passato recente, l'avventura di un film praticamente mai uscito, anche se all'estero sta avendo successo: «Benzina» di Monica Stambrini. Perché in Italia una storia omosessuale al femminile ancora viene guardata male e non trova spazio, solidarietà, rispetto. Ma andiamo con ordine. E il presente è la felicità di questo piccolo lungo film, «La meglio gioventù». Nato per la televisione, poi felicemente trasmigrato al cinema, e addirittura vincitore a Cannes.
– Maya, prima di tutto, che cosa ti aveva affascinato del progetto di Marco Tullio Giordana? «Io sono affascinata dai film-fiume: "Heimat", il film sulla storia tedesca, lo considero un capolavoro. C'è un momento, al cinema, passato il quale potresti rimanere sulla poltrona un giorno intero, e quando esci fuori dici: peccato, è già finito. Perché sei riuscito a entrare dentro un mondo, vivi il mondo dei film».
– Della storia che cosa ti piaceva? «Il rispetto enorme per tutti i personaggi: ognuno viene compreso nelle sue difficoltà. E mi sembra un risultato di grande maturità, guardare è la nostra storia senza scrivere i buoni e i cattivi alla lavagna. Anche il mio personaggio, Mirella, è uno che osserva, che cerca di posare lo sguardo sugli altri, ma senza giudicarli».
– «La meglio gioventù» è un esempio di tv di qualità. Perché il resto della tv non è così buono? «Per pigrizia. Per desiderio di sedurre le folle, di ipnotizzarle. Per l'uso di scorciatoie per far ridere e per far piangere. E poi, per i ritmi pazzeschi di lavoro. A volte si girano quaranta scene in un solo giorno: ma come si fa a lavorare così?».
– Per un film fortunato, uno che non ha avuto fortuna. «Benzina» di Monica Stambrini, dal romanzo di Elena Stancanelli, interpretato da te e da Regina Orioli, quasi non ha avuto distribuzione. Perché? «È una brutta storia: perché il film è stato venduto all'estero, lo hanno visto i miei amici a Londra, per esempio, e lo hanno amato. Ma in Italia, niente. Anzi: al festival di Torino lo hanno attaccato per i baci che ci scambiamo io e Regina nel film. Baci che, premetto, sono castissimi. Ma evidentemente, mentre al cinema l'omosessualità maschile è quasi di moda, una storia di omosessualità femminile sconvolge ancora tutti, provoca reazioni violente. Ci sono molte più barriere da superare per l'omosessualità femminile che per quella maschile».
– Altri due film ti vedono protagonista. Uno è quello di Fiorella Infascelli, «Il vestito da sposa», dove reciti insieme a Piera Degli Esposti... «È un film drammatico, in cui io sono una donna che vive una vita tranquilla, in campagna, fino a quando un evento improvviso stravolge l'esistenza di tutti i personaggi. Un altro film drammatico, me ne rendo conto. Ma che cosa ci devo fare? A me piacerebbe moltissimo fare una commedia, anzi: se qualcuno sta leggendo e ha scritto una commedia, mi piacerebbe leggerla... Il fatto è che in Italia, questa Italia che adoro, e dove sono ritornata dopo anni a Londra, vedono ancora la donna nel cinema o come figura tragica o come caricatura sexy. La commedia brillante, sottile, fatta di humour, dov'è?».
– L'altro film che hai appena finito di girare ti vede di nuovo con il regista che ti ha scoperta: Marco Bellocchio. «Sì. E non è che ci siamo sentiti in continuazione, in questi tre anni: così, sono rimasta stupita, e felice, quando Marco mi ha chiamata di nuovo. Il film si chiama "Buongiorno notte", e racconta – come sai – del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro. Di più, Bellocchio mi ha ordinato di non dire». Bellocchio, infatti, ha finito di girare il suo film su Moro nella più inaccessibile segretezza. Non un'intervista, non una visita sul set, non una fotografia. Chissà se è Maya Sansa a interpretare Anna, cioè Anna Laura Braghetti, la cosiddetta «vivandiera» del covo di via Montalcini dove fu tenuto Aldo Moro. E chissà come sarà, questo secondo film su Moro, dopo «Piazza delle cinque lune» di Renzo Martinelli, thriller controverso, fantapolitica e azione pura. Questo film, che potrebbe andare a Venezia, sarà diverso per sensibilità, stile, respiro. Un viaggio quasi intimista nelle psicologie, nei gesti quotidiani, nei pensieri, nelle paure dei carcerieri di Moro. E qui, la sensibilità, l'intuito, la ricchezza espressiva di Maya Sansa giocheranno un ruolo importantissimo. Disse Bellocchio mentre rinifiva il copione: «Voglio scavare nel groviglio di sentimenti che si cela in un gruppo di giovani che ha compiuto azioni gravi come un sequestro di persona in nome di un'ideologia, di una fede». Lei dovrà raccontare, con gli occhi bellissimi, questo sgomento, questo disorientamento, questo esser presa in un gioco più grande di lei. Il titolo del film di Bellocchio è preso in prestito a una poesia di Emily Dickinson: «Buongiorno notte / sto tornando a casa / Il giorno si è stancato di me / Come potrei io di lui?». Ed è ovviamente una riflessione personale del regista, che da giovane, cioè negli anni di piombo, militò nell'Unione dei comunisti marxisti-leninisti, sposandone l'infatuazione maoista. Un'autocritica tardiva, forse, per chi come lui sognava di vivere l'alba di una rivoluzione che non è mai arrivata. Se Maya è Anna, è il cuore di questo film, efficiente carceriera di Moro, fidanzata di Prospero Gallinari, leader Br, e dall'altro insospettabile ragazza chiamata a recitare la normalità del quotidiano: un ufficio al ministero, un lavoro, dei colleghi. Una doppia vita da mettere in scena: e Maya, che già di vite ne ha vissute due, una a Londra e una a Roma, vivrà in questi fotogrammi l'esame più duro. A ventotto anni, giocherà la partita più difficile, ed entusiasmante, della sua carriera. Roberto Herlitka, viso dolente tagliato dalle rughe, sarà Moro; Mario Moretti, il capo dei brigatisti rossi, sullo schermo avrà il viso intenso e vitale di Luigi Lo Cascio.
Repubblica di Napoli: ancora sull'elettroshock (4)
La Repubblica, ed. di Napoli 22.6.03
I centri
(citato al seminario)
Delle 52 università italiane l'elettroshock si effettua all'ospedale San Raffaele di Milano (professor Enrico Smeraldi), all'università di Pisa (professor Giovanni Cassano) e nell'Ateneo romano della Sapienza (professor Paolo Pancheri)
Le polemiche sull´elettroshock rilanciano il dramma delle famiglie: "Li chiamano matti, ma nessuno ci aiuta davvero"
L´inferno dei malati invisibili
Un medico rompe il fronte del no: "Io ne ho fatti a migliaia"
Mastronardi: "Niente attacchi ipocriti, conosco molte cliniche private dove si pratica"
di Giantomaso De Matteis
«La fanno qui, la fanno altrove, dappertutto. A mio fratello gli hanno applicato più di una volta gli ellettrodi alla testa. Soffriva di crisi depressive. Da allora nemmeno mio padre è quello di prima». Più di un´applicazione per M., che adesso ha 30 anni e vive nel quartiere Arenella. Gliene fecero tre di elettroshock. La famiglia era stretta nella morsa della paura, per la storia di Carlo Rellini che ci morì, a soli 19 anni, dopo una scarica elettrica da 100 volts. A quella famiglia, dopo anni, un tribunale gli ha ridato giustizia, non più Carlo. Quello che invece non dà la sanità (anche privata) e le istituzioni alle famiglie che i «malati di mente» se li tiene tra le mura domestiche (perché a volte la vergogna è troppa), o nei pochi metri quadrati di una casa di cura (perché le «crisi» diventano insopportabili) è un lunga lista di attesa e un muro di indifferenza: schiaffi sonori per chi nell´inferno ci vive già. Li chiamano matti, diciamo che sono «disagiati». E se la legge Basaglia sbarrò le porte delle vecchie strutture e ne mise in libertà in Campania 566 (ai quali se ne sono aggiunti altri 211 di nuova utenza) la somma dei 777 nei «manicomi» ci vive ancora (oggi, denunciano familiari e associazioni si chiamano Sir, Strutture Intermedie residenziali). Per non parlare delle «case» private (e abusive), una quarantina in tutto, sparse tra il giuglianese e la zona flegrea, destinate agli anziani dove però ci ricoverano i «disagiati» (ricordate la San Vincenzo di Lettere? Su 330 degenti 300 erano malati di mente) e delle case di cura convenzionate, una quindicina per mille malati. Per finire agli ospedali psichiatrici giudiziari, quello napoletano di Sant´Eframo e quello di Aversa. Dove, racconta Franco Maranta componente Prc della commissione Sanità alla Regione, i degenti sono addirittura legati ai letti: «In 20 anni non è cambiato nulla». Altro che elettroshock. Già, dietro il trattamento elettroconvulsivante e il suo contestato ritorno dopo 30 anni non c´è solo chi come il professor Pasquale Mastronardi rompe il fronte del no e rivela a Repubblica: «In questi ho fatto migliaia di applicazioni, ma non chiedetemi i nomi delle cliniche private. Non c´è nulla di illegale, né di scandaloso: il Tec fa parte della terapia ufficiale, è una pratica corrente, di tutta tranquillità e avvalorata dalle più prestigiose riviste internazionali. Mi infastidisce che ci sia gente, anche colleghi, che sparano sentenze senza sapere». Ma dietro l´elettroshock c´è anche l´inferno di chi, come mamma Marisa, di figli disagiati ne ha tre: Aurelio, 33 anni, schizofrenico di tipo paranoico, Francesco di 20 e Barbara di 35. «La cosa che più mi ferisce? L´indifferenza delle istituzioni e l´insensibilità. Di fronte ad alcune mie richieste mi hanno addirittura denunciato». Non ce li porterà i figli, in quei centri («parcheggi dimenticati, luoghi di sopravvivenza dove ti senti impotente»). Figurarsi quando ci sei costretto a fare le odissee negli ospedali che «non scegli», come racconta Ivana. «Se non accetti la terapia ti sottopongono al Trattamento Sanitario Obbligatorio nella più vicina struttura dove c´è posto: ci trovi il girone delle vite spezzate». Quello che manca? «Un piano concreto e scelte prioritarie a fronte dei ritardi e della confusione», denuncia Franco Daniele, presidente onorario dell´Afasp (Associazione familiari e amici sofferenti psichici). «Servizi, strutture, personale specializzato e risorse». E invece? «Invece in violazione alla Finanziaria 2001 che prevedeva dei benefici a favore dei disagiati dopo la vendita del «Bianchi», la Regione ha dato la concessione gratuita dei beni al secondo Ateneo. Nonostante una sentenza del Tar». Dietro il calvario di questi «uomini» invisibili batte cassa il mercato degli psicofarmaci («Basta imbottirli di cocktail e molecole che calmano, correggono», osserva Maranta), terapie Vsn per depressi e Tec. E al clamore delle dispute tra le diverse scuole di psichiatria loro, gli «abbandonati», preferiscono il silenzio dei «nuovi» manicomi.
L'appello
Maranta alla Tufano: "Intervieni"
Francesco Maranta, componente della commissione regionale Sanità per Rifondazione comunista, ha scritto all´assessore Rosalba Tufano affinché il professor Muscettola, che ha utilizzato l´elettroshock per un giovane paziente. «Una delle terapie più nefaste che la psichiatria abbia mai potuto elaborare. È necessario – afferma Maranta – un incontro istituzionale in cui possano confrontarsi le voci più autorevoli del pensiero psichiatrico».
Il libro bianco
La situazione in Campania sull'assistenza pubblica e privata: destinato il 5% dell´intero bilancio della spesa sanitaria
La mappa della sofferenza "Fondi distribuiti male..."
I dati del 2002: in tutta la regione almeno tre i casi gravi ogni 10mila abitanti. Il caso del Progetto Obiettivo fermo da anni
di Patrizia Capua
Prima di questa indagine, si pensava che la cura della malattia mentale fosse il punto più debole della sanità in Campania. Sullo sfondo i drammi dei sofferenti psichici che devono fare i conti con le carenze delle strutture sul territorio, il senso di abbandono, le richieste inevase dei familiari. La pazzia in Campania si può quantificare in tre casi gravi ogni 10 mila abitanti.
Il Libro bianco datato gennaio 2002, fotografia dell´assistenza scattata dalla commissione regionale presieduta dallo psichiatra Franco Rotelli, per anni braccio destro di Franco Basaglia, costringe quanto meno ad una correzione di rotta. Anche se il Progetto Obiettivo dorme da almeno tre anni.
Le risorse per la salute mentale, personale e fondi, dunque sono più di quanto si creda. Per i finanziamenti c´è il 5 per cento dell´intero bilancio destinato alla spesa sanitaria. È ancora in corso, però, l´indagine sulle cliniche private, circa 12 in regione, una sorta di «mondo a parte», fuori controllo. Quelle dove è facile che capiti il medico pronto all´elettroshock. Contro questa «barbara» pratica Francesco Maranta, consigliere di Rifondazione, ha chiesto un incontro con l´assessore alla Sanità, Tufano. Emilio Lupo, portavoce di Psichiatria democratica campana lancia un appello per la «centralità dei diritti e la dignità della persona».
Risorse sì, ma male organizzate e anche distribuite in modo «asimmetrico». Nei 13 dipartimenti di salute mentale (uno per Asl) della Campania lavorano 3153 persone, pari a 1 per 1860 cittadini, altri 72 sono negli Spdc (servizi ospedalieri regionali e policlinici). «Male utilizzati» spiega Walter Di Munzio, primario psichiatra della Asl Salerno 1, Unità operativa di Nocera, che ha lavorato alla redazione del Libro bianco, «il rapporto operatore-abitante è stabilito dalla legge 34 in numero di uno per 1500. Dall´indagine risulta che nell´Asl Napoli 3 c´è un operatore ogni 5017 abitanti mentre a Salerno 3 o a Caserta 2 le distanze rispettano la media. Sul fronte dei servizi, quelli della Napoli 3 sono scadenti mentre la qualità migliora a Salerno, che ha ereditato il personale specializzato dei manicomi chiusi di Materdomini e Vittorio Emanuele III. La gestione della malattia mentale in una città come Napoli, presenta, secondo gli esperti, notevoli difficoltà.
I posti letto pubblici, invece sono pochi. Il Libro bianco ha censito tutte le strutture: centri di assistenza, ambulatori ospedalieri di diagnosi e cura, residenze, day hospital e centri diurni. In Campania i posti letto nelle 64 residenze (sir, create sulla scia della chiusura dei manicomi) sono 816, cioé 1,5 per ogni 10 mila abitanti, la metà della media nazionale. I posti letto nelle Asl sono appena 216 più 33 nei tre policlinici e hanno un tasso di saturazione del 90 per cento. Un ricovero non dura mai meno di un mese e mezzo.
Perciò sono importanti i 61 posti nei «centri di crisi» previsti nei Dipartimenti di salute mentale: grazie a queste strutture spesso si riesce ad evitare al paziente l´approdo in ospedale. «Pensavamo non ci fossero – osserva Di Munzio – invece il 36 per cento dei centri ne ha uno». Per l´attività di riabilitazione giocano un ruolo di rilievo anche i centri diurni: la Campania ne ha ben 819, e 107 day hospital. Bene anche le attività non obbligatorie: dalla cura dell´anoressia alla difesa dal mobbing.
I centri
(citato al seminario)
Delle 52 università italiane l'elettroshock si effettua all'ospedale San Raffaele di Milano (professor Enrico Smeraldi), all'università di Pisa (professor Giovanni Cassano) e nell'Ateneo romano della Sapienza (professor Paolo Pancheri)
Le polemiche sull´elettroshock rilanciano il dramma delle famiglie: "Li chiamano matti, ma nessuno ci aiuta davvero"
L´inferno dei malati invisibili
Un medico rompe il fronte del no: "Io ne ho fatti a migliaia"
Mastronardi: "Niente attacchi ipocriti, conosco molte cliniche private dove si pratica"
di Giantomaso De Matteis
«La fanno qui, la fanno altrove, dappertutto. A mio fratello gli hanno applicato più di una volta gli ellettrodi alla testa. Soffriva di crisi depressive. Da allora nemmeno mio padre è quello di prima». Più di un´applicazione per M., che adesso ha 30 anni e vive nel quartiere Arenella. Gliene fecero tre di elettroshock. La famiglia era stretta nella morsa della paura, per la storia di Carlo Rellini che ci morì, a soli 19 anni, dopo una scarica elettrica da 100 volts. A quella famiglia, dopo anni, un tribunale gli ha ridato giustizia, non più Carlo. Quello che invece non dà la sanità (anche privata) e le istituzioni alle famiglie che i «malati di mente» se li tiene tra le mura domestiche (perché a volte la vergogna è troppa), o nei pochi metri quadrati di una casa di cura (perché le «crisi» diventano insopportabili) è un lunga lista di attesa e un muro di indifferenza: schiaffi sonori per chi nell´inferno ci vive già. Li chiamano matti, diciamo che sono «disagiati». E se la legge Basaglia sbarrò le porte delle vecchie strutture e ne mise in libertà in Campania 566 (ai quali se ne sono aggiunti altri 211 di nuova utenza) la somma dei 777 nei «manicomi» ci vive ancora (oggi, denunciano familiari e associazioni si chiamano Sir, Strutture Intermedie residenziali). Per non parlare delle «case» private (e abusive), una quarantina in tutto, sparse tra il giuglianese e la zona flegrea, destinate agli anziani dove però ci ricoverano i «disagiati» (ricordate la San Vincenzo di Lettere? Su 330 degenti 300 erano malati di mente) e delle case di cura convenzionate, una quindicina per mille malati. Per finire agli ospedali psichiatrici giudiziari, quello napoletano di Sant´Eframo e quello di Aversa. Dove, racconta Franco Maranta componente Prc della commissione Sanità alla Regione, i degenti sono addirittura legati ai letti: «In 20 anni non è cambiato nulla». Altro che elettroshock. Già, dietro il trattamento elettroconvulsivante e il suo contestato ritorno dopo 30 anni non c´è solo chi come il professor Pasquale Mastronardi rompe il fronte del no e rivela a Repubblica: «In questi ho fatto migliaia di applicazioni, ma non chiedetemi i nomi delle cliniche private. Non c´è nulla di illegale, né di scandaloso: il Tec fa parte della terapia ufficiale, è una pratica corrente, di tutta tranquillità e avvalorata dalle più prestigiose riviste internazionali. Mi infastidisce che ci sia gente, anche colleghi, che sparano sentenze senza sapere». Ma dietro l´elettroshock c´è anche l´inferno di chi, come mamma Marisa, di figli disagiati ne ha tre: Aurelio, 33 anni, schizofrenico di tipo paranoico, Francesco di 20 e Barbara di 35. «La cosa che più mi ferisce? L´indifferenza delle istituzioni e l´insensibilità. Di fronte ad alcune mie richieste mi hanno addirittura denunciato». Non ce li porterà i figli, in quei centri («parcheggi dimenticati, luoghi di sopravvivenza dove ti senti impotente»). Figurarsi quando ci sei costretto a fare le odissee negli ospedali che «non scegli», come racconta Ivana. «Se non accetti la terapia ti sottopongono al Trattamento Sanitario Obbligatorio nella più vicina struttura dove c´è posto: ci trovi il girone delle vite spezzate». Quello che manca? «Un piano concreto e scelte prioritarie a fronte dei ritardi e della confusione», denuncia Franco Daniele, presidente onorario dell´Afasp (Associazione familiari e amici sofferenti psichici). «Servizi, strutture, personale specializzato e risorse». E invece? «Invece in violazione alla Finanziaria 2001 che prevedeva dei benefici a favore dei disagiati dopo la vendita del «Bianchi», la Regione ha dato la concessione gratuita dei beni al secondo Ateneo. Nonostante una sentenza del Tar». Dietro il calvario di questi «uomini» invisibili batte cassa il mercato degli psicofarmaci («Basta imbottirli di cocktail e molecole che calmano, correggono», osserva Maranta), terapie Vsn per depressi e Tec. E al clamore delle dispute tra le diverse scuole di psichiatria loro, gli «abbandonati», preferiscono il silenzio dei «nuovi» manicomi.
L'appello
Maranta alla Tufano: "Intervieni"
Francesco Maranta, componente della commissione regionale Sanità per Rifondazione comunista, ha scritto all´assessore Rosalba Tufano affinché il professor Muscettola, che ha utilizzato l´elettroshock per un giovane paziente. «Una delle terapie più nefaste che la psichiatria abbia mai potuto elaborare. È necessario – afferma Maranta – un incontro istituzionale in cui possano confrontarsi le voci più autorevoli del pensiero psichiatrico».
Il libro bianco
La situazione in Campania sull'assistenza pubblica e privata: destinato il 5% dell´intero bilancio della spesa sanitaria
La mappa della sofferenza "Fondi distribuiti male..."
I dati del 2002: in tutta la regione almeno tre i casi gravi ogni 10mila abitanti. Il caso del Progetto Obiettivo fermo da anni
di Patrizia Capua
Prima di questa indagine, si pensava che la cura della malattia mentale fosse il punto più debole della sanità in Campania. Sullo sfondo i drammi dei sofferenti psichici che devono fare i conti con le carenze delle strutture sul territorio, il senso di abbandono, le richieste inevase dei familiari. La pazzia in Campania si può quantificare in tre casi gravi ogni 10 mila abitanti.
Il Libro bianco datato gennaio 2002, fotografia dell´assistenza scattata dalla commissione regionale presieduta dallo psichiatra Franco Rotelli, per anni braccio destro di Franco Basaglia, costringe quanto meno ad una correzione di rotta. Anche se il Progetto Obiettivo dorme da almeno tre anni.
Le risorse per la salute mentale, personale e fondi, dunque sono più di quanto si creda. Per i finanziamenti c´è il 5 per cento dell´intero bilancio destinato alla spesa sanitaria. È ancora in corso, però, l´indagine sulle cliniche private, circa 12 in regione, una sorta di «mondo a parte», fuori controllo. Quelle dove è facile che capiti il medico pronto all´elettroshock. Contro questa «barbara» pratica Francesco Maranta, consigliere di Rifondazione, ha chiesto un incontro con l´assessore alla Sanità, Tufano. Emilio Lupo, portavoce di Psichiatria democratica campana lancia un appello per la «centralità dei diritti e la dignità della persona».
Risorse sì, ma male organizzate e anche distribuite in modo «asimmetrico». Nei 13 dipartimenti di salute mentale (uno per Asl) della Campania lavorano 3153 persone, pari a 1 per 1860 cittadini, altri 72 sono negli Spdc (servizi ospedalieri regionali e policlinici). «Male utilizzati» spiega Walter Di Munzio, primario psichiatra della Asl Salerno 1, Unità operativa di Nocera, che ha lavorato alla redazione del Libro bianco, «il rapporto operatore-abitante è stabilito dalla legge 34 in numero di uno per 1500. Dall´indagine risulta che nell´Asl Napoli 3 c´è un operatore ogni 5017 abitanti mentre a Salerno 3 o a Caserta 2 le distanze rispettano la media. Sul fronte dei servizi, quelli della Napoli 3 sono scadenti mentre la qualità migliora a Salerno, che ha ereditato il personale specializzato dei manicomi chiusi di Materdomini e Vittorio Emanuele III. La gestione della malattia mentale in una città come Napoli, presenta, secondo gli esperti, notevoli difficoltà.
I posti letto pubblici, invece sono pochi. Il Libro bianco ha censito tutte le strutture: centri di assistenza, ambulatori ospedalieri di diagnosi e cura, residenze, day hospital e centri diurni. In Campania i posti letto nelle 64 residenze (sir, create sulla scia della chiusura dei manicomi) sono 816, cioé 1,5 per ogni 10 mila abitanti, la metà della media nazionale. I posti letto nelle Asl sono appena 216 più 33 nei tre policlinici e hanno un tasso di saturazione del 90 per cento. Un ricovero non dura mai meno di un mese e mezzo.
Perciò sono importanti i 61 posti nei «centri di crisi» previsti nei Dipartimenti di salute mentale: grazie a queste strutture spesso si riesce ad evitare al paziente l´approdo in ospedale. «Pensavamo non ci fossero – osserva Di Munzio – invece il 36 per cento dei centri ne ha uno». Per l´attività di riabilitazione giocano un ruolo di rilievo anche i centri diurni: la Campania ne ha ben 819, e 107 day hospital. Bene anche le attività non obbligatorie: dalla cura dell´anoressia alla difesa dal mobbing.
sabato 21 giugno 2003
psicoteatro..?
La Stampa 21.6.03
Psicoteatro
Seminario il 6 luglio
ASTI. Quest’anno Asti Teatro ospita anche un laboratorio di Psicoteatro organizzato dall’Associazione culturale Agar, che sarà condotto da Pellegrino Delfino, psicoterapeuta, drammaturgo e regista, ideatore di un metodo originale. Inizialmente programmato per domani, il seminario è stato spostato per motivi organizzativi a domenica 6 luglio. Si terrà in sala Pastrone dalle 10 fino a sera, con il coordinamento didattico della psicologa Silvana Nosenzo. Il laboratorio, a numero chiuso, prevede un massimo di 20 partecipanti. È necessario prenotare allo 0141/399.040 (orario 15-17); la partecipazione è gratuita. È riconosciuto dall'Università di Torino (Cirda) come aggiornamento per insegnanti.
Il laboratorio si colloca tra psicologia e teatro, dove diventa importante la scoperta dei propri strumenti affettivi, cognitivi e sociali, per stare nel mondo con la consapevolezza di avere finalità, ruoli ed efficacia. Lo Psicoteatro non è, e non vuole essere, un corso di «specializzazione in finzione», semmai un laboratorio che consente, attraverso tecniche teatrali e psicologiche, il ripristino di una maggiore autenticità
Psicoteatro
Seminario il 6 luglio
ASTI. Quest’anno Asti Teatro ospita anche un laboratorio di Psicoteatro organizzato dall’Associazione culturale Agar, che sarà condotto da Pellegrino Delfino, psicoterapeuta, drammaturgo e regista, ideatore di un metodo originale. Inizialmente programmato per domani, il seminario è stato spostato per motivi organizzativi a domenica 6 luglio. Si terrà in sala Pastrone dalle 10 fino a sera, con il coordinamento didattico della psicologa Silvana Nosenzo. Il laboratorio, a numero chiuso, prevede un massimo di 20 partecipanti. È necessario prenotare allo 0141/399.040 (orario 15-17); la partecipazione è gratuita. È riconosciuto dall'Università di Torino (Cirda) come aggiornamento per insegnanti.
Il laboratorio si colloca tra psicologia e teatro, dove diventa importante la scoperta dei propri strumenti affettivi, cognitivi e sociali, per stare nel mondo con la consapevolezza di avere finalità, ruoli ed efficacia. Lo Psicoteatro non è, e non vuole essere, un corso di «specializzazione in finzione», semmai un laboratorio che consente, attraverso tecniche teatrali e psicologiche, il ripristino di una maggiore autenticità
ancora sull'elettroshock a Napoli (3)
La Repubblica 21.6.03
Il ritorno dopo 27 anni dell´arcaico elettroshock
di Sergio Piro
Negli Anni Cinquanta le terapie di shock dominavano il campo della psichiatria: lo shock cardiazolico, lo shock acelticolinico, lo shock febbrile (inoculazione di malaria o vaccino endovena), linsulino-terapia e l´elettroshock di Cerletti e Bini, e altri. Queste cure erano caratterizzate dall´insorgere di convulsioni violentissime (cardiazol, elettroshock), coma con risveglio all´ultimo momento (insulina), febbri spaventosamente alte (vaccino endovena). Erano dunque di una violenza estrema. Si diceva che esse fossero come una forte botta a una radio che non funzionava. Il ricorso a metodi così violenti di cura era in parte una necessità legata alla mancanza di terapie importanti delle psicosi e, in parte, un mezzo sbrigativo e redditizio per affrontare ogni tipo di sofferenza, anche quelli (la maggior parte) che avrebbero avuto bisogno di interventi di tipo psicologico, esistentivo, familiare, comunitario, sociale. Non fu solo l´arrivo degli psicofarmaci a spazzare via queste pratiche violente, ma anche il primo diffondersi di una coscienza antropo-psicologica e sociale della sofferenza umana.
Poco dopo la contestazione della psichiatria manicomiale e della violenza di certi metodi terapeutici spazzò via definitivamente i reliquati medievali delle terapie di shock e pose sotto critica pesante le mutilazioni cerebrali della cosiddetta psicochirurgia (ricordate Qualcuno volò dal nido del cuculo?).
La terapia è ammessa in casi particolari ma docenti e studenti del "Federico II" si sono ribellati
Napoli, elettroshock a un malato trent´anni dopo torna la polemica
Il medico: "Era l´unica chance disponibile"
di Giuseppe Di Bello
NAPOLI - Dopo quasi trent´anni a Napoli ricompare l´elettroshok e per curare un giovane di 36 anni affetto da forte depressione. Il protocollo "terapeutico", che sembrava cancellato del tutto ma che è ancora prassi soltanto all´ospedale San Raffaele di Milano e alle università di Pisa e di Roma (La Sapienza), è stato reintrodotto nella clinica psichiatrica dell´università Federico II di Napoli diretta dal professor Giovanni Muscettola. Ma il caso del giovane, ricoverato (e seguito da anni) nella struttura del Nuovo Policlinico, ha scatenato violente polemiche nonostante il docente abbia rassicurato studenti e colleghi: «C´era un´indicazione primaria non sulla diagnosi, ma sulla gravità del quadro clinico. Non si tratta di un ritorno al passato. L´elettroshock era l´unica chance disponibile. A lui e ai familiari abbiamo spiegato i motivi della proposta: hanno capito e, insieme, hanno aderito al protocollo. D´altronde avevamo tentato, a vuoto, tutte le terapie farmacologiche».
Tecnicamente si chiama Tec (Trattamento elettroconvulsivo) ed è una scossa elettrica di circa 100 volts somministrata (in genere in anestesia generale) attraverso uno o due elettrodi applicati ai lati della testa. Un sussulto che dura frazioni di secondo provoca una vera e propria crisi epilettica che dovrebbe risultare benefica per il paziente. A nulla sono servite le proteste degli studenti, del Forum per il diritto alla salute e di alcuni specialisti. Il professore è andato avanti, rifiutando categoricamente di rivedere il caso e, soprattutto, di interrompere il trattamento.
Il primo a essere investito della vicenda è stato il preside della facoltà, Armido Rubino, a cui era stata inviata la richiesta di un dibattito pubblico. Incontro prima concesso e poi disertato. Dice Raffaele Aspide, medico e rappresentante del Forum: «Per rispettare il paziente e la famiglia avremmo preferito non sollevare un polverone ma, visto che hanno risposto picche alle nostre richieste, abbiamo deciso di intervenire pubblicamente. La terapia è iniziata senza alcuna delle quattro indicazioni ammesse dal decreto del '99 (depressione maggiore, sindrome catatonica, sindrome maligna da neurolettici e mania). E ci ha fatto rabbrividire quanto ci ha confessato un docente: l´elettroshock viene praticato da decenni in moltissime strutture private e nessuno denuncia». Da parte sua il preside preferisce allentare la tensione: «Non posso esprimermi perché non sono psichiatra e non ho responsabilità gestionali o organizzative o anche di solo controllo e vigilanza sulle attività dell´azienda policlinico. Ho comunque chiesto al professor Muscettola di promuovere un dibattito pubblico».
Enrico de Notaris è specialista e lavora nella stessa struttura. Non condivide la scelta del suo direttore e osserva: «Il trattamento elettroconvulsivo ingenera una sospensione della coscienza, uno stato di leggero coma e questo vuol dire simbolicamente interruzione del rapporto col mondo e quindi anche col terapeuta. Insomma viene meno uno dei principi fondamentali della terapia integrata, cioè tra psicoterapia e trattamento farmacologico». Severo anche il giudizio di Sergio Piro, direttore della scuola "Sperimentale antropologico-trasformazionale": «Il fatto è preoccupante perché si allinea con altri elementi di regressione nella riforma psichiatrica. Qui si rischia di nuovo la legatura nei servizi psichiatrici, la trasformazione delle Case famiglia in reparti chiusi e la riapertura di manicomi come il Frullone di Napoli».
Il ritorno dopo 27 anni dell´arcaico elettroshock
di Sergio Piro
Negli Anni Cinquanta le terapie di shock dominavano il campo della psichiatria: lo shock cardiazolico, lo shock acelticolinico, lo shock febbrile (inoculazione di malaria o vaccino endovena), linsulino-terapia e l´elettroshock di Cerletti e Bini, e altri. Queste cure erano caratterizzate dall´insorgere di convulsioni violentissime (cardiazol, elettroshock), coma con risveglio all´ultimo momento (insulina), febbri spaventosamente alte (vaccino endovena). Erano dunque di una violenza estrema. Si diceva che esse fossero come una forte botta a una radio che non funzionava. Il ricorso a metodi così violenti di cura era in parte una necessità legata alla mancanza di terapie importanti delle psicosi e, in parte, un mezzo sbrigativo e redditizio per affrontare ogni tipo di sofferenza, anche quelli (la maggior parte) che avrebbero avuto bisogno di interventi di tipo psicologico, esistentivo, familiare, comunitario, sociale. Non fu solo l´arrivo degli psicofarmaci a spazzare via queste pratiche violente, ma anche il primo diffondersi di una coscienza antropo-psicologica e sociale della sofferenza umana.
Poco dopo la contestazione della psichiatria manicomiale e della violenza di certi metodi terapeutici spazzò via definitivamente i reliquati medievali delle terapie di shock e pose sotto critica pesante le mutilazioni cerebrali della cosiddetta psicochirurgia (ricordate Qualcuno volò dal nido del cuculo?).
La terapia è ammessa in casi particolari ma docenti e studenti del "Federico II" si sono ribellati
Napoli, elettroshock a un malato trent´anni dopo torna la polemica
Il medico: "Era l´unica chance disponibile"
di Giuseppe Di Bello
NAPOLI - Dopo quasi trent´anni a Napoli ricompare l´elettroshok e per curare un giovane di 36 anni affetto da forte depressione. Il protocollo "terapeutico", che sembrava cancellato del tutto ma che è ancora prassi soltanto all´ospedale San Raffaele di Milano e alle università di Pisa e di Roma (La Sapienza), è stato reintrodotto nella clinica psichiatrica dell´università Federico II di Napoli diretta dal professor Giovanni Muscettola. Ma il caso del giovane, ricoverato (e seguito da anni) nella struttura del Nuovo Policlinico, ha scatenato violente polemiche nonostante il docente abbia rassicurato studenti e colleghi: «C´era un´indicazione primaria non sulla diagnosi, ma sulla gravità del quadro clinico. Non si tratta di un ritorno al passato. L´elettroshock era l´unica chance disponibile. A lui e ai familiari abbiamo spiegato i motivi della proposta: hanno capito e, insieme, hanno aderito al protocollo. D´altronde avevamo tentato, a vuoto, tutte le terapie farmacologiche».
Tecnicamente si chiama Tec (Trattamento elettroconvulsivo) ed è una scossa elettrica di circa 100 volts somministrata (in genere in anestesia generale) attraverso uno o due elettrodi applicati ai lati della testa. Un sussulto che dura frazioni di secondo provoca una vera e propria crisi epilettica che dovrebbe risultare benefica per il paziente. A nulla sono servite le proteste degli studenti, del Forum per il diritto alla salute e di alcuni specialisti. Il professore è andato avanti, rifiutando categoricamente di rivedere il caso e, soprattutto, di interrompere il trattamento.
Il primo a essere investito della vicenda è stato il preside della facoltà, Armido Rubino, a cui era stata inviata la richiesta di un dibattito pubblico. Incontro prima concesso e poi disertato. Dice Raffaele Aspide, medico e rappresentante del Forum: «Per rispettare il paziente e la famiglia avremmo preferito non sollevare un polverone ma, visto che hanno risposto picche alle nostre richieste, abbiamo deciso di intervenire pubblicamente. La terapia è iniziata senza alcuna delle quattro indicazioni ammesse dal decreto del '99 (depressione maggiore, sindrome catatonica, sindrome maligna da neurolettici e mania). E ci ha fatto rabbrividire quanto ci ha confessato un docente: l´elettroshock viene praticato da decenni in moltissime strutture private e nessuno denuncia». Da parte sua il preside preferisce allentare la tensione: «Non posso esprimermi perché non sono psichiatra e non ho responsabilità gestionali o organizzative o anche di solo controllo e vigilanza sulle attività dell´azienda policlinico. Ho comunque chiesto al professor Muscettola di promuovere un dibattito pubblico».
Enrico de Notaris è specialista e lavora nella stessa struttura. Non condivide la scelta del suo direttore e osserva: «Il trattamento elettroconvulsivo ingenera una sospensione della coscienza, uno stato di leggero coma e questo vuol dire simbolicamente interruzione del rapporto col mondo e quindi anche col terapeuta. Insomma viene meno uno dei principi fondamentali della terapia integrata, cioè tra psicoterapia e trattamento farmacologico». Severo anche il giudizio di Sergio Piro, direttore della scuola "Sperimentale antropologico-trasformazionale": «Il fatto è preoccupante perché si allinea con altri elementi di regressione nella riforma psichiatrica. Qui si rischia di nuovo la legatura nei servizi psichiatrici, la trasformazione delle Case famiglia in reparti chiusi e la riapertura di manicomi come il Frullone di Napoli».
il Consiglio dell'Unione Europea: lo stato dell'arte sulla psichiatria
(ricevuto da Michael L. Stiefel)
CONCLUSIONI DEL CONSIGLIO del 2 giugno 2003
sulla lotta alla stigmatizzazione e alla discriminazione in relazione alle malattie mentali
(2003/C 141/01)
IL CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA
1. RAMMENTANDO la risoluzione del Consiglio, del 18 novembre 1999, sulla promozione della salute mentale (1) in cui, tra l'altro, invitava la Commissione a esaminare la possibilità di inserire nei futuri programmi d'azione per la sanità pubblica attività relative alla salute mentale, la risoluzione del Consiglio, del 29 giugno 2000, sull'azione relativa ai fattori determinanti per la salute (2), le conclusioni del Consiglio del 5 giugno 2001 relative ad una strategia comunitaria intesa a ridurre i pericoli connessi con l'alcol (3) che, tra l'altro, sottolinea lo stretto legame tra abuso di alcol, emarginazione sociale e malattie mentali e le conclusioni del Consiglio del 15 novembre 2001 «combattere i problemi legati allo stress e alla depressione» (4) in cui, tra l'altro, invitava gli Stati membri ad agire perché nei servizi sanitari di base, come pure in altri servizi sanitari e nei servizi sociali, per migliorare la conoscenza della promozione della salute mentale;
2. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario per combattere le discriminazioni (2001-2006) (5) sottolinea, tra l'altro, le particolari necessità dei disabili e la necessità di una combinazione di misure, e in particolare di strumenti legislativi e azioni concrete destinati a rafforzarsi reciprocamente;
3. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario inteso ad incoraggiare la cooperazione tra gli Stati membri al fine di combattere l'emarginazione sociale (6) sottolinea che le misure di lotta contro l'emarginazione sociale dovrebbero essere volte a rendere ogni individuo in grado di sovvenire alle proprie necessità (mediante un'occupazione retribuita o in altro modo) e di integrarsi nella società;
4. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario nel campo della sanità pubblica (2003-2008) (7) è inteso a contribuire, tra l'altro, a garantire un alto livello di protezione della salute umana nella definizione e attuazione di tutte le politiche e attività comunitarie, promuovendo una strategia sanitaria integrata e intersettoriale e a lottare contro la disparità nel settore della salute;
5. PLAUDE alla Conferenza europea «Mental illness and Stigma in Europe: facing up to the challenges of Social Inclusion and Equity» (Malattie mentali e stigmatizzazione in Europa: affrontare le sfide dell'inserimento sociale e della parità), tenutasi ad Atene dal 27 al 29 marzo 2003, in cui si è sottolineata l'importanza di lottare contro la stigmatizzazione per migliorare la salute mentale;
6. SI COMPIACE per la risoluzione della cinquantacinquesima Assemblea mondiale della sanità WHA55.10 approvata da tutti gli Stati membri, in cui si riconosce che i problemi della salute mentale rappresentano un onere molto gravoso che aumenta in tutto il mondo, che tali problemi costituiscono causa di grave disabilità, aumentano il rischio di emarginazione sociale e aumentano la mortalità, che la stigmatizzazione e la discriminazione sono gravi problemi che ostacolano l'accesso alle cure e che i costi umani ed economici sono impressionanti;
7. RICONOSCE che la stigmatizzazione delle malattie contribuisce negativamente alla parità e all'inclusione sociale e ha pertanto ripercussioni sulla protezione della salute;
8. SOTTOLINEA l'esistenza di prove dell'effetto deleterio che la stigmatizzazione e la discriminazione esercitano sull'evoluzione e sulle conseguenze della malattia mentale, nonché sulla qualità della vita delle persone affette da tale malattia e delle loro famiglie;
9. RICONOSCE l'importanza di promuovere azioni efficaci nel quadro di tutte le politiche in materia per aumentare l'inserimento sociale e la parità e per lottare contro la discriminazione e la stigmatizzazione;
10. RITIENE che sia necessario aumentare la visibilità dell'importanza della salute mentale per tutti nonché dei problemi connessi alla stigmatizzazione e alla discriminazione in relazione alle malattie mentali e la sensibilizzazione del pubblico al riguardo;
11. RICONOSCE l'importanza dell'accesso a cure adeguate ed efficaci, dell'accesso al mercato del lavoro, all'istruzione e agli altri servizi pubblici per agevolare l'inserimento e il reinserimento nella società delle persone affette da malattie mentali;
12. INVITA gli Stati membri a:
— prestare particolare attenzione all'impatto dei problemi legati alla stigmatizzazione e alla discriminazione causati dalle malattie mentali in tutte le fasce di età e assicurarsi che tali problemi siano riconosciuti; in tale contesto, a prestare particolare attenzione alla riduzione del rischio di emarginazione sociale,
— rilevare dati qualitativamente validi sulle conseguenze sociali, economiche e sanitarie della stigmatizzazione causata dalle malattie mentali,
— intraprendere azioni intese a combattere la stigmatizzazione e a promuovere l'inserimento sociale nel quadro di un partenariato e di un dialogo attivi con tutti i partecipanti al fine di incoraggiare un approccio integrato e coordinato;
13. INVITA la Commissione a:
— prestare particolare attenzione ad una collaborazione attiva nel quadro di tutte le pertinenti politiche e azioni comunitarie, in particolare azioni relative all'occupazione, alla non discriminazione, alla protezione sociale, all'istruzione e alla sanità, per ridurre la stigmatizzazione e la discriminazione in relazione alle malattie mentali,
— ad intraprendere attività volte a facilitare lo scambio di informazioni e di conoscenze nel contesto di politiche nazionali per assicurare la tutela della salute delle persone che soffrono di problemi di salute mentale, prestando particolare attenzione alla lotta contro la stigmatizzazione e la discriminazione e alla promozione dell'inserimento sociale delle persone che soffrono di malattie mentali.
(T 17.6.2003 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 141/1)
(1) GU C 86 del 24.3.2000, pag. 1.
(2) GU C 218 del 31.7.2000, pag. 8.
(3) GU C 175 del 20.6.2001, pag. 1.
(4) GU C 6 del 9.1.2002, pag. 1.
(5) GU L 303 del 2.12.2000, pag. 23.
(6) GU L 10 del 12.1.2002, pag. 1. (7) GU L 271 del 9.10.2002, pag. 1.
CONCLUSIONI DEL CONSIGLIO del 2 giugno 2003
sulla lotta alla stigmatizzazione e alla discriminazione in relazione alle malattie mentali
(2003/C 141/01)
IL CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA
1. RAMMENTANDO la risoluzione del Consiglio, del 18 novembre 1999, sulla promozione della salute mentale (1) in cui, tra l'altro, invitava la Commissione a esaminare la possibilità di inserire nei futuri programmi d'azione per la sanità pubblica attività relative alla salute mentale, la risoluzione del Consiglio, del 29 giugno 2000, sull'azione relativa ai fattori determinanti per la salute (2), le conclusioni del Consiglio del 5 giugno 2001 relative ad una strategia comunitaria intesa a ridurre i pericoli connessi con l'alcol (3) che, tra l'altro, sottolinea lo stretto legame tra abuso di alcol, emarginazione sociale e malattie mentali e le conclusioni del Consiglio del 15 novembre 2001 «combattere i problemi legati allo stress e alla depressione» (4) in cui, tra l'altro, invitava gli Stati membri ad agire perché nei servizi sanitari di base, come pure in altri servizi sanitari e nei servizi sociali, per migliorare la conoscenza della promozione della salute mentale;
2. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario per combattere le discriminazioni (2001-2006) (5) sottolinea, tra l'altro, le particolari necessità dei disabili e la necessità di una combinazione di misure, e in particolare di strumenti legislativi e azioni concrete destinati a rafforzarsi reciprocamente;
3. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario inteso ad incoraggiare la cooperazione tra gli Stati membri al fine di combattere l'emarginazione sociale (6) sottolinea che le misure di lotta contro l'emarginazione sociale dovrebbero essere volte a rendere ogni individuo in grado di sovvenire alle proprie necessità (mediante un'occupazione retribuita o in altro modo) e di integrarsi nella società;
4. RAMMENTANDO che il programma d'azione comunitario nel campo della sanità pubblica (2003-2008) (7) è inteso a contribuire, tra l'altro, a garantire un alto livello di protezione della salute umana nella definizione e attuazione di tutte le politiche e attività comunitarie, promuovendo una strategia sanitaria integrata e intersettoriale e a lottare contro la disparità nel settore della salute;
5. PLAUDE alla Conferenza europea «Mental illness and Stigma in Europe: facing up to the challenges of Social Inclusion and Equity» (Malattie mentali e stigmatizzazione in Europa: affrontare le sfide dell'inserimento sociale e della parità), tenutasi ad Atene dal 27 al 29 marzo 2003, in cui si è sottolineata l'importanza di lottare contro la stigmatizzazione per migliorare la salute mentale;
6. SI COMPIACE per la risoluzione della cinquantacinquesima Assemblea mondiale della sanità WHA55.10 approvata da tutti gli Stati membri, in cui si riconosce che i problemi della salute mentale rappresentano un onere molto gravoso che aumenta in tutto il mondo, che tali problemi costituiscono causa di grave disabilità, aumentano il rischio di emarginazione sociale e aumentano la mortalità, che la stigmatizzazione e la discriminazione sono gravi problemi che ostacolano l'accesso alle cure e che i costi umani ed economici sono impressionanti;
7. RICONOSCE che la stigmatizzazione delle malattie contribuisce negativamente alla parità e all'inclusione sociale e ha pertanto ripercussioni sulla protezione della salute;
8. SOTTOLINEA l'esistenza di prove dell'effetto deleterio che la stigmatizzazione e la discriminazione esercitano sull'evoluzione e sulle conseguenze della malattia mentale, nonché sulla qualità della vita delle persone affette da tale malattia e delle loro famiglie;
9. RICONOSCE l'importanza di promuovere azioni efficaci nel quadro di tutte le politiche in materia per aumentare l'inserimento sociale e la parità e per lottare contro la discriminazione e la stigmatizzazione;
10. RITIENE che sia necessario aumentare la visibilità dell'importanza della salute mentale per tutti nonché dei problemi connessi alla stigmatizzazione e alla discriminazione in relazione alle malattie mentali e la sensibilizzazione del pubblico al riguardo;
11. RICONOSCE l'importanza dell'accesso a cure adeguate ed efficaci, dell'accesso al mercato del lavoro, all'istruzione e agli altri servizi pubblici per agevolare l'inserimento e il reinserimento nella società delle persone affette da malattie mentali;
12. INVITA gli Stati membri a:
— prestare particolare attenzione all'impatto dei problemi legati alla stigmatizzazione e alla discriminazione causati dalle malattie mentali in tutte le fasce di età e assicurarsi che tali problemi siano riconosciuti; in tale contesto, a prestare particolare attenzione alla riduzione del rischio di emarginazione sociale,
— rilevare dati qualitativamente validi sulle conseguenze sociali, economiche e sanitarie della stigmatizzazione causata dalle malattie mentali,
— intraprendere azioni intese a combattere la stigmatizzazione e a promuovere l'inserimento sociale nel quadro di un partenariato e di un dialogo attivi con tutti i partecipanti al fine di incoraggiare un approccio integrato e coordinato;
13. INVITA la Commissione a:
— prestare particolare attenzione ad una collaborazione attiva nel quadro di tutte le pertinenti politiche e azioni comunitarie, in particolare azioni relative all'occupazione, alla non discriminazione, alla protezione sociale, all'istruzione e alla sanità, per ridurre la stigmatizzazione e la discriminazione in relazione alle malattie mentali,
— ad intraprendere attività volte a facilitare lo scambio di informazioni e di conoscenze nel contesto di politiche nazionali per assicurare la tutela della salute delle persone che soffrono di problemi di salute mentale, prestando particolare attenzione alla lotta contro la stigmatizzazione e la discriminazione e alla promozione dell'inserimento sociale delle persone che soffrono di malattie mentali.
(T 17.6.2003 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 141/1)
(1) GU C 86 del 24.3.2000, pag. 1.
(2) GU C 218 del 31.7.2000, pag. 8.
(3) GU C 175 del 20.6.2001, pag. 1.
(4) GU C 6 del 9.1.2002, pag. 1.
(5) GU L 303 del 2.12.2000, pag. 23.
(6) GU L 10 del 12.1.2002, pag. 1. (7) GU L 271 del 9.10.2002, pag. 1.
venerdì 20 giugno 2003
Sirchia, dopo il convegno dell'Arap di ieri, 19.6, a Palazzo Marini...
Psichiatria: Sirchia, investire su strutture di prossimità
(ANSA) - ROMA, 19.6.03
''Sui temi legati alla riforma della legge 180 si scatena una battaglia ideologica che fa perdere di vista l'oggettivita'. Bisogna investire sulle strutture di prossimita'''. E' quanto dichiarato dal ministro Sirchia in occasione del convegno su leggi e regolamenti psichiatrici tenutosi oggi a Roma. Sirchia ha detto che c'e' bisogno di altro personale e altri medici. ''Ci sono delle difficolta', ma ragionare insieme e' il primo passo da fare''. Il ministro ha inoltre parlato di quanto prevede per la psichiatria il nuovo Piano sanitario nazionale 2003-2005, spiegando che ''sono stati puntualizzati alcuni elementi che erano fortemente richiesti da parte degli specialisti, senza cambiare l'impianto che gia' abbiamo, ma cercando di migliorarlo. Inoltre c'e' una campagna d'informazione per la lotta allo stigma che e' stata lanciata dall'Unione Europea dalla presidenza greca che abbiamo ripreso e che abbiamo messo tra il programma da fare. Ci sono poi i servizi di prossimita' che sono la parte forse piu' importante che con le regioni abbiamo definito di attivare per quanto possibile''. L'incontro organizzato dall'Arap (Associazione riforma assistenza psichiatrica), aveva come obiettivo quello di promuovere un confronto tra la legislazione italiana vigente e quelle di alcuni Stati dell'Unione Europea. Al convegno e' intervenuta anche Maria Burani Procaccini, membro della Commissione Affari Sociali della Camera e firmataria della proposta di legge riforma della 180. ''La proposta di legge ha passato numerosi vagli'', ha dichiarato Burani Procaccini e molte sono state le modifiche apportate in base alle critiche che sono state mosse. Il deputato sottolinea il bisogno dei finanziamenti per attuare la riforma e di tempo perche' ''questa legge e' molto delicata, su cui dobbiamo lavorare con molta attenzione, non possiamo sbagliare''. Giorgio Conti, di Alleanza Nazionale, ammette che la nuova stesura contiene molte modifiche, alcune delle quali proposte da lui stesso, ''qualcosa ancora da cambiare ancora c'e', ma niente di grave''. ''La legge 180 - ha dichiarato Luisa Zardini, presidente dell'Arap - ha chiuso i manicomi, ma non ha dato istruzioni su cosa fare dopo. Noi vogliamo piu' dettagli, strutture per accogliere i malati dopo l'ospedale. Molto dipende anche dal personale che deve essere aggiornato. C'e' poi bisogno di un'assistenza sociale e dell'assistenza alle famiglie, che devono essere anch'esse seguite dai medici''. ''Quando si dice - afferma Tonino Cantelmi, presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici - che la 180 non e' stata applicata in Italia si dice una falsita'. Tutti gli indici strutturali sono stati raggiunti. Se qualcosa non funziona non e' dovuto al fatto che non e' stata applicata la legge, ma a tutti i cambiamenti avvenuti in 25 anni. Abbiamo farmaci, tecniche e sistemi di riferimento nuovi che devono guidare l'adeguamento dell'organizzazione dei servizi. Se questo non succede, avvengono i fatti che allarmano l'opinione pubblica. Per questo e' necessario un nuovo passaggio legislativo che sottolinei il cambiamento che c'e' nella psichiatria''.
(ANSA).
il Messaggero 20.6.03
Il Piano sanitario 2003-2005 presentato a Ciampi
Sirchia: «Nuovi fondi o si tagliano i servizi»
(...)
C’è bisogno di altro personale e di altri medici per assistere i malati psichiatrici, ha assicurato il ministro durante un incontro organizzato dall’Arap (Associazione riforma assistenza psichiatrica). Nel Piano 2003-2005 è prevista una campagna d’informazione per la lotta allo stigma che è stata lanciata dall’Unione Europea dalla presidenza greca. «Ci sono poi i servizi di prossimità - annuncia il ministro - che sono la parte forse più importante che con le le regioni abbiamo definito di attivare per quanto possibile». Pronta la risposta delle famiglie dei malati: «La legge 180 - ha detto Luisa Zardini, presidente dell’Arap - ha chiuso i manicomi, ma non ha dato istruzioni su cosa fare dopo. Noi vogliamo più dettagli, strutture per accogliere i pazienti dopo l’ospedale».
(ANSA) - ROMA, 19.6.03
''Sui temi legati alla riforma della legge 180 si scatena una battaglia ideologica che fa perdere di vista l'oggettivita'. Bisogna investire sulle strutture di prossimita'''. E' quanto dichiarato dal ministro Sirchia in occasione del convegno su leggi e regolamenti psichiatrici tenutosi oggi a Roma. Sirchia ha detto che c'e' bisogno di altro personale e altri medici. ''Ci sono delle difficolta', ma ragionare insieme e' il primo passo da fare''. Il ministro ha inoltre parlato di quanto prevede per la psichiatria il nuovo Piano sanitario nazionale 2003-2005, spiegando che ''sono stati puntualizzati alcuni elementi che erano fortemente richiesti da parte degli specialisti, senza cambiare l'impianto che gia' abbiamo, ma cercando di migliorarlo. Inoltre c'e' una campagna d'informazione per la lotta allo stigma che e' stata lanciata dall'Unione Europea dalla presidenza greca che abbiamo ripreso e che abbiamo messo tra il programma da fare. Ci sono poi i servizi di prossimita' che sono la parte forse piu' importante che con le regioni abbiamo definito di attivare per quanto possibile''. L'incontro organizzato dall'Arap (Associazione riforma assistenza psichiatrica), aveva come obiettivo quello di promuovere un confronto tra la legislazione italiana vigente e quelle di alcuni Stati dell'Unione Europea. Al convegno e' intervenuta anche Maria Burani Procaccini, membro della Commissione Affari Sociali della Camera e firmataria della proposta di legge riforma della 180. ''La proposta di legge ha passato numerosi vagli'', ha dichiarato Burani Procaccini e molte sono state le modifiche apportate in base alle critiche che sono state mosse. Il deputato sottolinea il bisogno dei finanziamenti per attuare la riforma e di tempo perche' ''questa legge e' molto delicata, su cui dobbiamo lavorare con molta attenzione, non possiamo sbagliare''. Giorgio Conti, di Alleanza Nazionale, ammette che la nuova stesura contiene molte modifiche, alcune delle quali proposte da lui stesso, ''qualcosa ancora da cambiare ancora c'e', ma niente di grave''. ''La legge 180 - ha dichiarato Luisa Zardini, presidente dell'Arap - ha chiuso i manicomi, ma non ha dato istruzioni su cosa fare dopo. Noi vogliamo piu' dettagli, strutture per accogliere i malati dopo l'ospedale. Molto dipende anche dal personale che deve essere aggiornato. C'e' poi bisogno di un'assistenza sociale e dell'assistenza alle famiglie, che devono essere anch'esse seguite dai medici''. ''Quando si dice - afferma Tonino Cantelmi, presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici - che la 180 non e' stata applicata in Italia si dice una falsita'. Tutti gli indici strutturali sono stati raggiunti. Se qualcosa non funziona non e' dovuto al fatto che non e' stata applicata la legge, ma a tutti i cambiamenti avvenuti in 25 anni. Abbiamo farmaci, tecniche e sistemi di riferimento nuovi che devono guidare l'adeguamento dell'organizzazione dei servizi. Se questo non succede, avvengono i fatti che allarmano l'opinione pubblica. Per questo e' necessario un nuovo passaggio legislativo che sottolinei il cambiamento che c'e' nella psichiatria''.
(ANSA).
il Messaggero 20.6.03
Il Piano sanitario 2003-2005 presentato a Ciampi
Sirchia: «Nuovi fondi o si tagliano i servizi»
(...)
C’è bisogno di altro personale e di altri medici per assistere i malati psichiatrici, ha assicurato il ministro durante un incontro organizzato dall’Arap (Associazione riforma assistenza psichiatrica). Nel Piano 2003-2005 è prevista una campagna d’informazione per la lotta allo stigma che è stata lanciata dall’Unione Europea dalla presidenza greca. «Ci sono poi i servizi di prossimità - annuncia il ministro - che sono la parte forse più importante che con le le regioni abbiamo definito di attivare per quanto possibile». Pronta la risposta delle famiglie dei malati: «La legge 180 - ha detto Luisa Zardini, presidente dell’Arap - ha chiuso i manicomi, ma non ha dato istruzioni su cosa fare dopo. Noi vogliamo più dettagli, strutture per accogliere i pazienti dopo l’ospedale».
Marco Bellocchio
Roma, venerdì 20.6.03 (dal Messaggero e da Repubblica)
Arcipelago. Prende il via il festival dedicato ai corti con le opere di Marco Bellocchio, Peter Mullan, Pappi Corsicato. Cinema Intrastevere, vicolo Moroni 3a, tel 0639387246.
Arcipelago. Prende il via il festival dedicato ai corti con le opere di Marco Bellocchio, Peter Mullan, Pappi Corsicato. Cinema Intrastevere, vicolo Moroni 3a, tel 0639387246.
una lettera
La Repubblica 20.6.03
Panico e psicoterapia
storia di sanità pubblica
Roberto Marani, Bologna
mel16423@iperbole.bologna.it
Sono da molti anni sofferente di depressione e attacchi di panico. Da alcuni mesi sono visto periodicamente da una dottoressa di un centro di igiene mentale di Bologna, la mia città. Dopo aver dovuto interrompere per una serie di motivi una psicoterapia già avviata, l'altro giorno mi sono sentito dire che è opportuno che trovi un lavoro più remunerativo per potermi pagare una psicoterapia privata. Bel consiglio, da parte di un servizio pubblico. Non so se sia opportuno fare paralleli tra la politica e questo caso di "deontologia privatistica". Per quanto mi riguarda, non ho, fuor di metafora, più parole.
Panico e psicoterapia
storia di sanità pubblica
Roberto Marani, Bologna
mel16423@iperbole.bologna.it
Sono da molti anni sofferente di depressione e attacchi di panico. Da alcuni mesi sono visto periodicamente da una dottoressa di un centro di igiene mentale di Bologna, la mia città. Dopo aver dovuto interrompere per una serie di motivi una psicoterapia già avviata, l'altro giorno mi sono sentito dire che è opportuno che trovi un lavoro più remunerativo per potermi pagare una psicoterapia privata. Bel consiglio, da parte di un servizio pubblico. Non so se sia opportuno fare paralleli tra la politica e questo caso di "deontologia privatistica". Per quanto mi riguarda, non ho, fuor di metafora, più parole.
sogni in workshop contro il burn-out, a Roma
Galileo 20.6.03
Il Sudbury Neutrinos Observatory
Formazione sanitaria
Sognando s'impara
di Giuliana Brunetti
Medici, psicologi e infermieri si trovano spesso di fronte a momenti importanti di vita e morte dei pazienti: situazioni che mettono a dura prova l'equilibrio psicologico degli operatori sanitari. E che nei casi più drammatici possono portare al burn out, la sindrome di esaurimento emozionale per cui ci si sente sopraffatti dalle richieste emozionali imposte dagli altri e incapaci di farvi fronte. Una formazione professionale in questo senso è dunque un'esigenza sempre più avvertita tra chi lavora nei reparti ospedalieri, e di recente anche da noi si sta facendo qualcosa. Si tratta di iniziative pionieristiche per il nostro paese, come per esempio l'utilizzo del "social dreaming" per imparare a gestire le emozioni nella relazione medico-paziente. Il metodo, elaborato una ventina di anni fa da Gordon Lawrence, è stato presentato nei giorni scorsi a Roma in un workshop organizzato dall'International Institute for Psychoanalytic Research and Training of Healt Professionals (Iiprthp) in collaborazione con il Centro ricerche oncologiche Giovanni XXIII dell'Università Cattolica.
Imparare a gestire le proprie emozioni attraverso l'elaborazione collettiva dei propri sogni: è questo il senso del "social dreaming", tecnica di derivazione psicoanalitica ispirata alla libera associazione di immagini di freudiana memoria e alla "amplificazione" formulata da Carl Gustav Jung. Semplificando, la cosa funziona così: un gruppo omogeneo di persone si riunisce e, a turno, ciascuno racconta il proprio sogno, lasciando poi spazio alle osservazioni degli altri che, con la guida di esperti, individuano collegamenti tra le varie narrazioni. Rispetto alla formulazione originaria, a Roma si è introdotta una variante: "Abbiamo aggiunto il cinema al social dreaming", spiega Domenico Nesci, psichiatra dell'Università Cattolica di Roma e membro dell'Iiprthp.
L'iniziativa romana si è svolta in due momenti: la prima sera i partecipanti hanno assistito alla proiezione di un film sul tema , il giorno dopo è avvenuto un nuovo incontro durante il quale sono stati raccontati ed elaborati i sogni suscitati dal film. Per il workshop romano, dedicato alla vita prenatale nell'immaginario e rivolto agli operatori di reparti di ostetricia e ginecologia, è stato scelto il film "Pinocchio" di Luigi Comencini, nel quale, secondo gli esperti, è possibile seguire le metamorfosi delle origini della vita simbolizzate dai passaggi del protagonista da pezzo di legno (vita vegetativa) a somarello (vita animale) fino all'ultima trasformazione in un bambino vero dopo il parto-nascita, rappresentato dall'uscita dal ventre della balena-mostro. "Il momento di condivisione dei sogni", spiega lo psichiatra romano, "avviene alla presenza di un gruppo di analisti molto esperti, che permettono la creazione di una catena associativa tra le situazioni vissute in ospedale, che vengono in mente ai partecipanti in relazione al film, e le scene sognate. Noi lavoriamo in tre: i professori Tommaso Poliseno e Dominique Scarfone, psicoanalista dell'Università di Montreal, e il sottoscritto".
Il metodo sviluppato all'Iiprthp è da qualche giorno protagonista di un programma televisivo a puntate dal titolo "Doppio sogno" e trasmesso su Rai-Sat canale cinema. "La realizzazione della versione televisiva", conclude Nesci, "è più complessa rispetto agli incontri appena descritti, infatti, complessivamente, si assiste a due film. Il primo è, come negli incontri avvenuti a Roma, quello scelto dagli esperti a seconda del tema che si desidera trattare. Il secondo viene montato, invece, mettendo insieme delle immagini che richiamano le scene dei sogni raccontate dai partecipanti".
Magazine, 27 giugno 2003 © Galileo
Il Sudbury Neutrinos Observatory
Formazione sanitaria
Sognando s'impara
di Giuliana Brunetti
Medici, psicologi e infermieri si trovano spesso di fronte a momenti importanti di vita e morte dei pazienti: situazioni che mettono a dura prova l'equilibrio psicologico degli operatori sanitari. E che nei casi più drammatici possono portare al burn out, la sindrome di esaurimento emozionale per cui ci si sente sopraffatti dalle richieste emozionali imposte dagli altri e incapaci di farvi fronte. Una formazione professionale in questo senso è dunque un'esigenza sempre più avvertita tra chi lavora nei reparti ospedalieri, e di recente anche da noi si sta facendo qualcosa. Si tratta di iniziative pionieristiche per il nostro paese, come per esempio l'utilizzo del "social dreaming" per imparare a gestire le emozioni nella relazione medico-paziente. Il metodo, elaborato una ventina di anni fa da Gordon Lawrence, è stato presentato nei giorni scorsi a Roma in un workshop organizzato dall'International Institute for Psychoanalytic Research and Training of Healt Professionals (Iiprthp) in collaborazione con il Centro ricerche oncologiche Giovanni XXIII dell'Università Cattolica.
Imparare a gestire le proprie emozioni attraverso l'elaborazione collettiva dei propri sogni: è questo il senso del "social dreaming", tecnica di derivazione psicoanalitica ispirata alla libera associazione di immagini di freudiana memoria e alla "amplificazione" formulata da Carl Gustav Jung. Semplificando, la cosa funziona così: un gruppo omogeneo di persone si riunisce e, a turno, ciascuno racconta il proprio sogno, lasciando poi spazio alle osservazioni degli altri che, con la guida di esperti, individuano collegamenti tra le varie narrazioni. Rispetto alla formulazione originaria, a Roma si è introdotta una variante: "Abbiamo aggiunto il cinema al social dreaming", spiega Domenico Nesci, psichiatra dell'Università Cattolica di Roma e membro dell'Iiprthp.
L'iniziativa romana si è svolta in due momenti: la prima sera i partecipanti hanno assistito alla proiezione di un film sul tema , il giorno dopo è avvenuto un nuovo incontro durante il quale sono stati raccontati ed elaborati i sogni suscitati dal film. Per il workshop romano, dedicato alla vita prenatale nell'immaginario e rivolto agli operatori di reparti di ostetricia e ginecologia, è stato scelto il film "Pinocchio" di Luigi Comencini, nel quale, secondo gli esperti, è possibile seguire le metamorfosi delle origini della vita simbolizzate dai passaggi del protagonista da pezzo di legno (vita vegetativa) a somarello (vita animale) fino all'ultima trasformazione in un bambino vero dopo il parto-nascita, rappresentato dall'uscita dal ventre della balena-mostro. "Il momento di condivisione dei sogni", spiega lo psichiatra romano, "avviene alla presenza di un gruppo di analisti molto esperti, che permettono la creazione di una catena associativa tra le situazioni vissute in ospedale, che vengono in mente ai partecipanti in relazione al film, e le scene sognate. Noi lavoriamo in tre: i professori Tommaso Poliseno e Dominique Scarfone, psicoanalista dell'Università di Montreal, e il sottoscritto".
Il metodo sviluppato all'Iiprthp è da qualche giorno protagonista di un programma televisivo a puntate dal titolo "Doppio sogno" e trasmesso su Rai-Sat canale cinema. "La realizzazione della versione televisiva", conclude Nesci, "è più complessa rispetto agli incontri appena descritti, infatti, complessivamente, si assiste a due film. Il primo è, come negli incontri avvenuti a Roma, quello scelto dagli esperti a seconda del tema che si desidera trattare. Il secondo viene montato, invece, mettendo insieme delle immagini che richiamano le scene dei sogni raccontate dai partecipanti".
Magazine, 27 giugno 2003 © Galileo
ancora sull'elettroshock a Napoli (2)
Il Mattino di Napoli 20.6.03
Scariche elettriche per guarire un paziente, esplode la polemica
di Bruno Buonanno
La sorpresa di molti psichiatri è stata subito accompagnata da polemiche di numerosi addetti ai lavori e studenti contro il Policlinico federiciano che, proprio in questi giorni, ha cominciato a curare un paziente ricoverato presso il Dipartimento di psichiatria con l’elettroshock. Scariche elettriche usate da medici della struttura universitaria per curare un giovane affetto da crisi di angoscia e manifestazioni «simil catartiche» che bloccherebbero il ricoverato, gli impediscono di parlare, di muoversi, di reagire agli stimoli esterni.
Sembrava una pratica superata e dimenticata da tempo. Un tecnica messa al bando anche per i malati di mente dai tempi della legge Basaglia, quando si decise di chiudere i manicomi e di curare i malati di mente in maniera meno traumatica di quanto avveniva con l’elettroshock. Medicina Democratica e Psichiatria Democratica sono scese immediatamente in campo contro il Policlinico federiciano e la riattivazione in città dell’elettroshock in una struttura sanitaria pubblica: «In relazione alla notizia di voler ripristinare presso la clinica psichiatrica del Policlinico federiciano l’uso dell’elettroshock, ribadiamo con forza la nostra opposizione alla reintroduzione di questa violenta, pericolosa e ingiustificata pratica. Tale grave proposta terapeutica sottende - spiegano le due organizzazioni psichiatrice - quel mito dell’incurabilità e dell’abbandono senza speranza, sconfitto e sconfessato dai significativi risultati ottenuti dalle mille e mille pratiche di salute mentale prodotte, dal 1978 in poi, nel nostro Paese».
All’indignazione dei cittadini si unisce quella degli specialisti alla sola idea che, cominciando da un solo paziente, l’uso dell’elettroshock possa ridiventare una prassi sanitaria. «Recependo l’indignazione di tanti operatori - chiarisce il documento - Medicina Democratica e Psichiatria Democratica lanciano un appello alla vigilanza per bloccare e far arretrare i tanti tentativi di restaurazione e di attacco alla sanità pubblica, cui assistiamo negli ultimi anni e per mettere in campo iniziative unitarie che rilancino la centralità dei diritti e la dignità della persona».
Acquistata nel ’99 dall’allora direttore generale del Policlinico, l’apparecchiatura per l’elettroshock non è mai stata utilizzata in questi anni. E stavolta prima di autorizzare il professore Muscettola a dare il via libero alla terapia elettrica, sia il direttore generale, Giovanni Persico, che quello sanitario, Luigi Quagliata, hanno avuto scambi di lettere con il direttore del Dipartimento di psichiatria. E hanno allertato sul problema gli uffici tecnici per un controllo costante dell’efficienza dell’apparecchiatura, che, fra l’altro, è molto costosa.
Un fiume di nuove polemiche s’abbatte sul Policlinico Federiciano mentre il paziente e i suoi familiari hanno sottoscritto il consenso informato non solo per la delicatissima terapia ma anche per la sedazione cui viene sottoposto il ricoverato prima di essere sottoposto a elettroshock.
Il movimento che contesta il metodo
«È la fine della terapia del dialogo»
Enrico De Notaris, lei fa parte con Sergio Piro del movimento «Oes» che contesta l’uso dell’elettroshock. Perché?
«È un passo indietro. Così si vanificano le leggi di riforma della psichiatria e anni di studi sulla casistica. È una pratica desueta che, provocando una crisi epilettica e una sospensione di coscienza nel paziente, mina definitivamente la possibilità di una relazione di comunicazione con il medico, divenuta basilare nello svolgimento di una moderna terapia integrata, farmacologica e psicanalitica o psicoterapica insieme».
Quindi dialogo alla ricerca delle cause del disturbo?
«È preferibile ma faticoso condurre il paziente verso la consapevolezza di sè, scavando soprattutto nelle ragioni della malattia. Chi manifesta una forte crisi di agitazione psicomotoria, può essere calmato subito con una siringa o in otto ore di terapia basata su modalità di rapporto umano e sulla ricerca di un canale di comunicazione. Indurre l'oblio dell’ammalato tramite terapia con l’elettroshock è decisamente improduttivo».
Allora i fenomeni di alterazione della memoria sono effetti collaterali provati?
«Sono gli unici danni accertati nella letteratura medica e scientifica come conseguenza di un elettroshock, soprattutto perché i test di valutazione dei parametri cognitivi del paziente sono centrati solo sulla memoria verbale e non rendono conto degli effetti emotivi e affettivi o di alterazione della personalità». (ra. sc.)
Il Prof che ha reintrodotto la cura
«Critiche emotive, non è una tortura»
Professore Muscettola, perché ha reintrodotto l’elettroshock al Policlinico?
«È un’apparecchiatura acquistata nel ’99 dalla direzione generale ed è la prima volta che ci è sembrato necessario utilizzarla. Garantisce un monitoraggio continuo elettroencefalografico e cardiologico del paziente. La utilizziamo per la prima volta: questo macchinario permette di essere sicuri che ci sia la cosiddetta convulsione, controllando eventuali disturbi del ritmo cardiaco».
Molti suoi colleghi sono contrari.
«È un tipo di pratica che viene vista come terapia aggressiva. Ma è autorizzata dal ministero della Salute: l’ex ministro Bindi chiarì che non c’erano motivi per sospendere l’uso dell’elettroshock che ha particolari indicazioni».
Quali, professore Muscettola?
«Ha un ruolo salvavita per rischio di suicidio e per il cosiddetto stupore catatonico: quando cioé il paziente, all’interno di un quadro schizofrenico, è bloccato, immobile e non reagisce. Si può usare quando non c’è risposta alla terapia farmacologica o il paziente ha dato in precedenza risposte favorevoli all’eletroshock o quando l’ammalato è favorevole alla terapia».
Però siete sotto accusa
«Considero le critiche giustificabili sul piano emotivo da parte di chi non conosce tale terapia. Dal punto di vista psichiatrico poi non è un ritorno all’indietro: viene eseguita, infatti, anche al San Raffaele di Milano e in altre strutture sanitarie. Il nostro paziente è in grado di capire l’importanza del consenso informato. Siamo docenti universitari, non scarichiamo la corrente come i poliziotti di Pinochet». (b.b.)
Corrente a 120 volt
ecco come funziona
La terapia con elettroshock su pazienti psichiatrici viene effettuata con corrente alternata di sessanta cicli al secondo, utilizzando corrente a 120 volt. L’intervento elettrico deve determinare quella che in gergo viene chiamata la «convulsione» del paziente che si ottiene dosando l’amperaggio del macchinario: l’elettroshock arriva fino a 220 ampere, dosati da 0,5 a uno al secondo. L’apparecchiatura del Policlinico effettua un monitoraggio costante elettroencefalografico e cardiografico del paziente.
Scariche elettriche per guarire un paziente, esplode la polemica
di Bruno Buonanno
La sorpresa di molti psichiatri è stata subito accompagnata da polemiche di numerosi addetti ai lavori e studenti contro il Policlinico federiciano che, proprio in questi giorni, ha cominciato a curare un paziente ricoverato presso il Dipartimento di psichiatria con l’elettroshock. Scariche elettriche usate da medici della struttura universitaria per curare un giovane affetto da crisi di angoscia e manifestazioni «simil catartiche» che bloccherebbero il ricoverato, gli impediscono di parlare, di muoversi, di reagire agli stimoli esterni.
Sembrava una pratica superata e dimenticata da tempo. Un tecnica messa al bando anche per i malati di mente dai tempi della legge Basaglia, quando si decise di chiudere i manicomi e di curare i malati di mente in maniera meno traumatica di quanto avveniva con l’elettroshock. Medicina Democratica e Psichiatria Democratica sono scese immediatamente in campo contro il Policlinico federiciano e la riattivazione in città dell’elettroshock in una struttura sanitaria pubblica: «In relazione alla notizia di voler ripristinare presso la clinica psichiatrica del Policlinico federiciano l’uso dell’elettroshock, ribadiamo con forza la nostra opposizione alla reintroduzione di questa violenta, pericolosa e ingiustificata pratica. Tale grave proposta terapeutica sottende - spiegano le due organizzazioni psichiatrice - quel mito dell’incurabilità e dell’abbandono senza speranza, sconfitto e sconfessato dai significativi risultati ottenuti dalle mille e mille pratiche di salute mentale prodotte, dal 1978 in poi, nel nostro Paese».
All’indignazione dei cittadini si unisce quella degli specialisti alla sola idea che, cominciando da un solo paziente, l’uso dell’elettroshock possa ridiventare una prassi sanitaria. «Recependo l’indignazione di tanti operatori - chiarisce il documento - Medicina Democratica e Psichiatria Democratica lanciano un appello alla vigilanza per bloccare e far arretrare i tanti tentativi di restaurazione e di attacco alla sanità pubblica, cui assistiamo negli ultimi anni e per mettere in campo iniziative unitarie che rilancino la centralità dei diritti e la dignità della persona».
Acquistata nel ’99 dall’allora direttore generale del Policlinico, l’apparecchiatura per l’elettroshock non è mai stata utilizzata in questi anni. E stavolta prima di autorizzare il professore Muscettola a dare il via libero alla terapia elettrica, sia il direttore generale, Giovanni Persico, che quello sanitario, Luigi Quagliata, hanno avuto scambi di lettere con il direttore del Dipartimento di psichiatria. E hanno allertato sul problema gli uffici tecnici per un controllo costante dell’efficienza dell’apparecchiatura, che, fra l’altro, è molto costosa.
Un fiume di nuove polemiche s’abbatte sul Policlinico Federiciano mentre il paziente e i suoi familiari hanno sottoscritto il consenso informato non solo per la delicatissima terapia ma anche per la sedazione cui viene sottoposto il ricoverato prima di essere sottoposto a elettroshock.
Il movimento che contesta il metodo
«È la fine della terapia del dialogo»
Enrico De Notaris, lei fa parte con Sergio Piro del movimento «Oes» che contesta l’uso dell’elettroshock. Perché?
«È un passo indietro. Così si vanificano le leggi di riforma della psichiatria e anni di studi sulla casistica. È una pratica desueta che, provocando una crisi epilettica e una sospensione di coscienza nel paziente, mina definitivamente la possibilità di una relazione di comunicazione con il medico, divenuta basilare nello svolgimento di una moderna terapia integrata, farmacologica e psicanalitica o psicoterapica insieme».
Quindi dialogo alla ricerca delle cause del disturbo?
«È preferibile ma faticoso condurre il paziente verso la consapevolezza di sè, scavando soprattutto nelle ragioni della malattia. Chi manifesta una forte crisi di agitazione psicomotoria, può essere calmato subito con una siringa o in otto ore di terapia basata su modalità di rapporto umano e sulla ricerca di un canale di comunicazione. Indurre l'oblio dell’ammalato tramite terapia con l’elettroshock è decisamente improduttivo».
Allora i fenomeni di alterazione della memoria sono effetti collaterali provati?
«Sono gli unici danni accertati nella letteratura medica e scientifica come conseguenza di un elettroshock, soprattutto perché i test di valutazione dei parametri cognitivi del paziente sono centrati solo sulla memoria verbale e non rendono conto degli effetti emotivi e affettivi o di alterazione della personalità». (ra. sc.)
Il Prof che ha reintrodotto la cura
«Critiche emotive, non è una tortura»
Professore Muscettola, perché ha reintrodotto l’elettroshock al Policlinico?
«È un’apparecchiatura acquistata nel ’99 dalla direzione generale ed è la prima volta che ci è sembrato necessario utilizzarla. Garantisce un monitoraggio continuo elettroencefalografico e cardiologico del paziente. La utilizziamo per la prima volta: questo macchinario permette di essere sicuri che ci sia la cosiddetta convulsione, controllando eventuali disturbi del ritmo cardiaco».
Molti suoi colleghi sono contrari.
«È un tipo di pratica che viene vista come terapia aggressiva. Ma è autorizzata dal ministero della Salute: l’ex ministro Bindi chiarì che non c’erano motivi per sospendere l’uso dell’elettroshock che ha particolari indicazioni».
Quali, professore Muscettola?
«Ha un ruolo salvavita per rischio di suicidio e per il cosiddetto stupore catatonico: quando cioé il paziente, all’interno di un quadro schizofrenico, è bloccato, immobile e non reagisce. Si può usare quando non c’è risposta alla terapia farmacologica o il paziente ha dato in precedenza risposte favorevoli all’eletroshock o quando l’ammalato è favorevole alla terapia».
Però siete sotto accusa
«Considero le critiche giustificabili sul piano emotivo da parte di chi non conosce tale terapia. Dal punto di vista psichiatrico poi non è un ritorno all’indietro: viene eseguita, infatti, anche al San Raffaele di Milano e in altre strutture sanitarie. Il nostro paziente è in grado di capire l’importanza del consenso informato. Siamo docenti universitari, non scarichiamo la corrente come i poliziotti di Pinochet». (b.b.)
Corrente a 120 volt
ecco come funziona
La terapia con elettroshock su pazienti psichiatrici viene effettuata con corrente alternata di sessanta cicli al secondo, utilizzando corrente a 120 volt. L’intervento elettrico deve determinare quella che in gergo viene chiamata la «convulsione» del paziente che si ottiene dosando l’amperaggio del macchinario: l’elettroshock arriva fino a 220 ampere, dosati da 0,5 a uno al secondo. L’apparecchiatura del Policlinico effettua un monitoraggio costante elettroencefalografico e cardiografico del paziente.
giovedì 19 giugno 2003
psicologi a Firenze
La Repubblica Firenze 19.6.03
Scuola Redi-Granacci, Bagno a Ripoli
La bugia può aiutare a diventar grandi?
LA BUGIA: è soltanto qualcosa di negativo, o può aiutare a diventare grandi? E´ intorno a questa domanda che è ruotata l´iniziativa appena conclusa alla scuola media Redi-Granacci di Bagno a Ripoli, e condotta da Effetto Cucciolo, onlus di psicologi, psicoterapeuti e pedagogisti che lavora alla «intercettazione» delle difficoltà dei bambini e dei ragazzi nelle fasi critiche della crescita (ma anche in situazioni di disagio oggettivo, per esempio in ospedale, con un progetto già avviato al Meyer). Attraverso strumenti come l´immedesimazione e l´uso dei simboli, per un anno scolastico ai ragazzi è stato proposto di «giocare» con l´idea della «bugia» attraverso libere associazioni della fantasia, e però «all'interno di un limite senza il quale», spiega il presidente di Effetto Cucciolo Riccardo Fantechi, «si rischia lo smarrimento espressivo»: per esempio dandone una definizione in 32 parole, o dentro un «recinto» di caselle, oppure costruendo un racconto fantastico, - la storia di Xantilio, mangiatore di carne umana - in cui la bugia diventa di fatto strumento di scandaglio delle potenzialità del reale. Non solo: grazie allo studio di doppiaggio messo a disposizione da Vox Video, i ragazzi sono usciti da uno stato di passiva ricezione del messaggio tv attraverso la sostituzione della loro voce a quella dei personaggi. «Le esperienze in quest´epoca della vita, in cui mancano del tutto giudizio critico e competenza sociale, hanno di per sé molto a che fare con la bugia» spiega Fantechi. «La scommessa è di aiutare i ragazzi a costruire la propria identità senza schiacciarsi su modelli di gruppo o stereotipi». Il prossimo anno, Effetto Cucciolo aiuterà i ragazzi a scoprire i loro «poteri» attraverso Harry Potter e la visita a Cinecittà, la «macchina dei sogni».
(m.c.c.)
Scuola Redi-Granacci, Bagno a Ripoli
La bugia può aiutare a diventar grandi?
LA BUGIA: è soltanto qualcosa di negativo, o può aiutare a diventare grandi? E´ intorno a questa domanda che è ruotata l´iniziativa appena conclusa alla scuola media Redi-Granacci di Bagno a Ripoli, e condotta da Effetto Cucciolo, onlus di psicologi, psicoterapeuti e pedagogisti che lavora alla «intercettazione» delle difficoltà dei bambini e dei ragazzi nelle fasi critiche della crescita (ma anche in situazioni di disagio oggettivo, per esempio in ospedale, con un progetto già avviato al Meyer). Attraverso strumenti come l´immedesimazione e l´uso dei simboli, per un anno scolastico ai ragazzi è stato proposto di «giocare» con l´idea della «bugia» attraverso libere associazioni della fantasia, e però «all'interno di un limite senza il quale», spiega il presidente di Effetto Cucciolo Riccardo Fantechi, «si rischia lo smarrimento espressivo»: per esempio dandone una definizione in 32 parole, o dentro un «recinto» di caselle, oppure costruendo un racconto fantastico, - la storia di Xantilio, mangiatore di carne umana - in cui la bugia diventa di fatto strumento di scandaglio delle potenzialità del reale. Non solo: grazie allo studio di doppiaggio messo a disposizione da Vox Video, i ragazzi sono usciti da uno stato di passiva ricezione del messaggio tv attraverso la sostituzione della loro voce a quella dei personaggi. «Le esperienze in quest´epoca della vita, in cui mancano del tutto giudizio critico e competenza sociale, hanno di per sé molto a che fare con la bugia» spiega Fantechi. «La scommessa è di aiutare i ragazzi a costruire la propria identità senza schiacciarsi su modelli di gruppo o stereotipi». Il prossimo anno, Effetto Cucciolo aiuterà i ragazzi a scoprire i loro «poteri» attraverso Harry Potter e la visita a Cinecittà, la «macchina dei sogni».
(m.c.c.)
guadagnarsi il paradiso guadagnandoci
il manifesto 19.6.03
Scuola
Assunti dalla chiesa
di Antonio Peduzzi
Il senato discute in questi giorni il disegno di legge governativo (n. 1877) riguardante il reclutamento degli insegnanti di religione. La proposta del governo consiste nell'istituzione di un concorso che abbia l'obiettivo dell'accertamento di una preparazione culturale, generale e didattica, con esclusione dei contenuti specifici dell'insegnamento della religione cristiano-cattolica (la cui valutazione è rimessa all'autorità diocesana). Il governo, dunque, intende configurare un reclutamento diverso da quello ordinario, che costituirebbe un vero e proprio canale parallelo di assunzione in ruolo, governato da criteri confessionali. Non può essere diversamente, peraltro, dal momento che dal punto di vista governativo si tratta di far coesistere due sovranità, di cui una debole (quella statale) e una forte (quella ecclesiastica). E' come se si stabilisse con legge che per il reclutamento e l'immissione in ruolo di un insegnante della scuola statale italiana dovessero essere operanti due distinte commissioni giudicatrici: una effettiva (quella diocesana) e una virtuale (quella statale). Benché a prima vista sembri configurarsi per gli insegnanti di religione un ruolo autonomo destinato a coesistere con il ruolo ordinario degli insegnanti statali, a un esame appena più attento ciò si rivela falso. La scuola italiana non tollera più di un ruolo: il docente di religione transitato nei ruoli statali, qualora perda l'idoneità riconosciutagli dall'autorità ecclesiastica, può transitare su cattedra d'insegnamento diversa purché in possesso di laurea confacente. In questo modo è stato aperto un canale alternativo per l'accesso al ruolo d'insegnamento della scuola. Per far capire il problema ci serviremo di un esempio.
Prendiamo una insegnante di religione di 48 anni. Ha iniziato a insegnare nelle elementari a 24 anni: la diocesi conferisce la nomina senza alcun riguardo ai titoli, ma unicamente sulla scorta del riconoscimento dell'idoneità. Dopo anni nelle elementari è passata alle medie, quindi alle superiori. Nel frattempo si è sposata ed ha avuto figli. A 48 anni consegue la laurea in Pedagogia (che ora si chiama Scienze dell'educazione). Trattandosi di una laurea tuttofare (il suo curriculum a spizzico consente di insegnare tutto, meno Scienze, Matematica e fisica, Greco e poco altro), può chiedere il passaggio sulle seguenti cattedre: Italiano e storia (istituti tecnici); Italiano e latino (licei); Filosofia e storia (licei); Filosofia, psicologia e pedagogia (istituti magistrali); Psicologia sociale e pubbliche relazioni (istituti tecnici femminili), Storia dell'arte. Il passaggio di cattedra presuppone che la cattedra richiesta sia formalmente vacante. Ma se questo si realizza implica necessariamente che, trascorso il primo anno sulla nuova cattedra, in caso di contrazione di organico venga redatta una graduatoria d'istituto. Tenendo conto del fatto che la docente di cui sopra ha 25 anni di servizio, molto probabilmente il suo punteggio produrrà l'effetto del suo mantenimento in ruolo e della messa in esubero di un collega che ha meno anni di servizio perché prima di insegnare ha dovuto laurearsi. Chi insegna religione non ha questo obbligo, per cui inizia a lavorare e ad accumulare punteggio prima. Spesso fa anche famiglia prima (i figli fanno punteggio).
Ma lasciamo da parte le quisquilie e badiamo alla sostanza: in questo modo abbiamo scoperto un canale alternativo per il conseguimento del posto statale ma - meglio ancora - abbiamo trovato un eccellente sistema per la confessionalizzazione di oltre il 50 per cento degli insegnamenti della scuola italiana.
Scuola
Assunti dalla chiesa
di Antonio Peduzzi
Il senato discute in questi giorni il disegno di legge governativo (n. 1877) riguardante il reclutamento degli insegnanti di religione. La proposta del governo consiste nell'istituzione di un concorso che abbia l'obiettivo dell'accertamento di una preparazione culturale, generale e didattica, con esclusione dei contenuti specifici dell'insegnamento della religione cristiano-cattolica (la cui valutazione è rimessa all'autorità diocesana). Il governo, dunque, intende configurare un reclutamento diverso da quello ordinario, che costituirebbe un vero e proprio canale parallelo di assunzione in ruolo, governato da criteri confessionali. Non può essere diversamente, peraltro, dal momento che dal punto di vista governativo si tratta di far coesistere due sovranità, di cui una debole (quella statale) e una forte (quella ecclesiastica). E' come se si stabilisse con legge che per il reclutamento e l'immissione in ruolo di un insegnante della scuola statale italiana dovessero essere operanti due distinte commissioni giudicatrici: una effettiva (quella diocesana) e una virtuale (quella statale). Benché a prima vista sembri configurarsi per gli insegnanti di religione un ruolo autonomo destinato a coesistere con il ruolo ordinario degli insegnanti statali, a un esame appena più attento ciò si rivela falso. La scuola italiana non tollera più di un ruolo: il docente di religione transitato nei ruoli statali, qualora perda l'idoneità riconosciutagli dall'autorità ecclesiastica, può transitare su cattedra d'insegnamento diversa purché in possesso di laurea confacente. In questo modo è stato aperto un canale alternativo per l'accesso al ruolo d'insegnamento della scuola. Per far capire il problema ci serviremo di un esempio.
Prendiamo una insegnante di religione di 48 anni. Ha iniziato a insegnare nelle elementari a 24 anni: la diocesi conferisce la nomina senza alcun riguardo ai titoli, ma unicamente sulla scorta del riconoscimento dell'idoneità. Dopo anni nelle elementari è passata alle medie, quindi alle superiori. Nel frattempo si è sposata ed ha avuto figli. A 48 anni consegue la laurea in Pedagogia (che ora si chiama Scienze dell'educazione). Trattandosi di una laurea tuttofare (il suo curriculum a spizzico consente di insegnare tutto, meno Scienze, Matematica e fisica, Greco e poco altro), può chiedere il passaggio sulle seguenti cattedre: Italiano e storia (istituti tecnici); Italiano e latino (licei); Filosofia e storia (licei); Filosofia, psicologia e pedagogia (istituti magistrali); Psicologia sociale e pubbliche relazioni (istituti tecnici femminili), Storia dell'arte. Il passaggio di cattedra presuppone che la cattedra richiesta sia formalmente vacante. Ma se questo si realizza implica necessariamente che, trascorso il primo anno sulla nuova cattedra, in caso di contrazione di organico venga redatta una graduatoria d'istituto. Tenendo conto del fatto che la docente di cui sopra ha 25 anni di servizio, molto probabilmente il suo punteggio produrrà l'effetto del suo mantenimento in ruolo e della messa in esubero di un collega che ha meno anni di servizio perché prima di insegnare ha dovuto laurearsi. Chi insegna religione non ha questo obbligo, per cui inizia a lavorare e ad accumulare punteggio prima. Spesso fa anche famiglia prima (i figli fanno punteggio).
Ma lasciamo da parte le quisquilie e badiamo alla sostanza: in questo modo abbiamo scoperto un canale alternativo per il conseguimento del posto statale ma - meglio ancora - abbiamo trovato un eccellente sistema per la confessionalizzazione di oltre il 50 per cento degli insegnamenti della scuola italiana.
gli studenti del secondo Policlinico di Napoli contro l'elettroshock (1)
il manifesto 19.6.03
Elettroshock a Napoli
Insorgono medici e studenti del Policlinico
Fr.Pil.
NAPOLI «Cosa ne pensa dell'elettroshock come terapia per le malattie mentali?». Con questa domanda gli studenti del secondo Policlinico di Napoli hanno condotto un'inchiesta tra i professori della facoltà di medicina della Federico II scoprendo che con una media del 70%, la comunità scientifica ritiene l'elettroshock bandito per legge. Un fatto che dovrebbe far riflettere il primario del reparto di psichiatria che invece proprio nel secondo policlinico ha inaugurato la macchina Tec, comprata recentemente in USA, autorizzando un ciclo di trattmento su un giovane paziente affetto da sindrome ossessivo- compulsiva. Si tratta quindi del primo malato ad essere curato a Napoli con scariche elettriche dopo anni in cui era prevalsa la teoria della psichiatria democratica della sperimentazione farmacologica. L'elettrocompulsione che agisce bruciando le cellule celebrali è ormai considerata dagli specialisti una pratica sorpassata anche se ancora applicabile in alcuni casi specifici previsti dal protocollo legislativo. Così la notizia ha suscitato sconcerto tra gli studenti che hanno dato vita ad una mobilitazione di protesta, sostenuta anche dai medici del reparto sia per le implicazioni ontologiche sia per la specificità della cartella clinica del paziente che non sembra rientrare nel protocollo di applicazione. In campo è sceso anche il Forum per la salute denunciando la decisione: una regressione culturale che aumenta le paure sul tentativo del centro-destra, con la proposta Procaccini-Burani, di attuare una svolta reazionaria riformando la legge Basaglia. Per Enrico De Notaris, ricercatore, è un errore tentare di dimostrare che la tecnica, diventata più sofisticata rispetto al passato, non provochi effetti collaterali peggiori della farmacologia. Sulla stessa linea Franco Maranta membro della commissione regionale sanità che si è detto pronto a chiedere spiegazioni in sede istituzionale. E oggi nell'aula magna del XII edificio del policlinico si renderà pubblico quello che per tutti è un vero scandalo.
Elettroshock a Napoli
Insorgono medici e studenti del Policlinico
Fr.Pil.
NAPOLI «Cosa ne pensa dell'elettroshock come terapia per le malattie mentali?». Con questa domanda gli studenti del secondo Policlinico di Napoli hanno condotto un'inchiesta tra i professori della facoltà di medicina della Federico II scoprendo che con una media del 70%, la comunità scientifica ritiene l'elettroshock bandito per legge. Un fatto che dovrebbe far riflettere il primario del reparto di psichiatria che invece proprio nel secondo policlinico ha inaugurato la macchina Tec, comprata recentemente in USA, autorizzando un ciclo di trattmento su un giovane paziente affetto da sindrome ossessivo- compulsiva. Si tratta quindi del primo malato ad essere curato a Napoli con scariche elettriche dopo anni in cui era prevalsa la teoria della psichiatria democratica della sperimentazione farmacologica. L'elettrocompulsione che agisce bruciando le cellule celebrali è ormai considerata dagli specialisti una pratica sorpassata anche se ancora applicabile in alcuni casi specifici previsti dal protocollo legislativo. Così la notizia ha suscitato sconcerto tra gli studenti che hanno dato vita ad una mobilitazione di protesta, sostenuta anche dai medici del reparto sia per le implicazioni ontologiche sia per la specificità della cartella clinica del paziente che non sembra rientrare nel protocollo di applicazione. In campo è sceso anche il Forum per la salute denunciando la decisione: una regressione culturale che aumenta le paure sul tentativo del centro-destra, con la proposta Procaccini-Burani, di attuare una svolta reazionaria riformando la legge Basaglia. Per Enrico De Notaris, ricercatore, è un errore tentare di dimostrare che la tecnica, diventata più sofisticata rispetto al passato, non provochi effetti collaterali peggiori della farmacologia. Sulla stessa linea Franco Maranta membro della commissione regionale sanità che si è detto pronto a chiedere spiegazioni in sede istituzionale. E oggi nell'aula magna del XII edificio del policlinico si renderà pubblico quello che per tutti è un vero scandalo.
libri segnalati da ilNuovo.it
Frank Tallis, Breve storia dell'inconscio, Il Saggiatore, 17 euro.
Un saggio per raccontare l'inconscio attraverso i protagonisti della scienza, dell'arte, della letteratura e della filosofia. Da Leibniz a Janet, da Charcot a Freud, da Jung a Darwin...tra controversie e sfide, tra scoperte e competizioni professionali. Fino ad arrivare ai nostri giorni e alle moderne neuroscienze
Giuliano Capecelatro, Tutti i miei peccati sono mortali, Il Saggiatore, 17 euro.
La vita turbolenta e drammatica di uno dei geni artistici di tutti i tempi raccontata da un giornalista. Fatti e misfatti di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il suo arrivo nella Roma dei mecenati, il suo lavoro appassionato, il suo ritrarre popolani come angeli e madonne...fino alla fine dei suoi giorni, da fuggiasco.
Un saggio per raccontare l'inconscio attraverso i protagonisti della scienza, dell'arte, della letteratura e della filosofia. Da Leibniz a Janet, da Charcot a Freud, da Jung a Darwin...tra controversie e sfide, tra scoperte e competizioni professionali. Fino ad arrivare ai nostri giorni e alle moderne neuroscienze
Giuliano Capecelatro, Tutti i miei peccati sono mortali, Il Saggiatore, 17 euro.
La vita turbolenta e drammatica di uno dei geni artistici di tutti i tempi raccontata da un giornalista. Fatti e misfatti di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il suo arrivo nella Roma dei mecenati, il suo lavoro appassionato, il suo ritrarre popolani come angeli e madonne...fino alla fine dei suoi giorni, da fuggiasco.
cognitivismo e meditazione (e costa meno della psicoterapia!)
La Repubblica 19 Giugno 2003
Sani e felici meditando
fi Francesco Bottaccioli*
La tradizione vuole che il principe Siddhartha Gautama, nato fra il 558 e il 536 a.C. a Kapilavastu, ai confini con il Nepal, rimase a godersi la vita nel palazzo di famiglia fino a ventinove anni, quando incontrò un vecchio, poi un appestato e quindi un corteo funebre. Conobbe così la vecchiaia, la malattia, la morte.
Incontrò anche un asceta, lacero mendicante, ma con una grande e serena calma impressa nello sguardo.
Il principe Siddharta capì che quella era la sua strada e lasciò il palazzo reale.
Praticò l’ascetismo e visse per sei anni, nudo, nei boschi nutrendosi di bacche. E’ da questa esperienza che gli derivò l’appellativo Bhudda Shakyamuni (il Shakya, asceta).
Bhudda, però, notò che le pratiche ascetiche troppo rigorose, generano, in chi le fa, aspettative elevate che, ingigantendo l’io, creano vanità e, talvolta, sete di potere. Cominciò così ad elaborare la "via del giusto mezzo", rifiutando ogni esagerazione, giudicandola inutile e, anzi, degna di rimprovero.
Buddha non si è mai proclamato dio, né figlio di dio, né ha chiesto che venisse venerato come tale.
L’atteggiamento di Buddha verso la religione è stato magistralmente definito da Carl Gustav Jung "la trasformazione degli dei in idee".
In effetti il buddismo, al di là della enorme varietà delle scuole e delle tradizioni in cui si è articolato nel corso dei millenni (vedi box), nella sua essenza, costituisce un raffinatissimo sistema di pensiero intessuto dall’intreccio tra filosofia e psicologia. Non a caso Jung, ma anche William James, un altro grande padre fondatore della psicologia, furono affascinati e culturalmente stimolati dal buddismo.
Più recentemente, la medicina ha iniziato a indagare gli effetti delle tecniche meditative sul cervello e la loro efficacia riguardo alla salute.
La rivista di divulgazione scientifica britannica New Scientist, nel numero del 24 maggio, ha dato risalto alle dichiarazioni di Owen Flanagan della Duke University, North Caroline, riprese con grande evidenza da alcuni giornali italiani, sulla felicità dei meditanti. In realtà, lo studio ancora non è stato pubblicato, ma, alcuni mesi fa, un gruppo di neurobiologi danesi, ha pubblicato su Cognitive Brain Research, uno studio realizzato su otto maestri di meditazione, indagati, durante l’esecuzione di esercizi della scuola Yoga Nidra (yoga del sonno), tramite la PET (tomografia a emissione di positroni). Visualizzando l’attività del cervello dei meditanti, con un tracciante contenente un competitore per il neurotrasmettitore dopamina, i ricercatori hanno potuto vedere un notevole aumento del neurotrasmettitore nello striato ventrale, un’area del cervello che fa parte dei circuiti del premio, della gioia per una ricompensa.
Questi circuiti collegano aree prefrontali della corteccia ai nuclei della base (di cui fa parte lo striato ventrale) al talamo e al sistema limbico. I circuiti della gioia, il cui trasmettitore principe è per l’appunto la dopamina, vengono fortemente attivati ogniqualvolta ci sentiamo gratificati da un’esperienza piacevole e, anche da sostanze come anfetamine, cocaina e altre.
Il circuito del piacere, su cui ciascuno può provare a costruire una esperienza di felicità, ha il suo terminale nelle cortecce prefrontali, che possiamo dividere in due grandi aree: la ventromediale e la dorsolaterale. La prima è il terminale delle emozioni, spesso anche negative. Nella depressione e nell’ansia la ventromediale è iperattiva a scapito della dorsolaterale che, invece, è il centro dell’attenzione, della memoria di lavoro, della percezione del tempo.
Sull’ultimo numero di Consciousness and Cognition, Arne Dietrich del Laboratorio di neuroscienze dell’Università statale della Georgia, documenta che durante gli esercizi di concentrazione meditativa si ha una attivazione della dorsolaterale che ha effetti ansiolitici e antidepressivi. Al tempo stesso, altri studi documentano che, in fase di meditazione profonda, si ha una riduzione complessiva dell’attività delle cortecce prefrontali con effetti tali da rendere il cervello quieto e vigile al tempo stesso.
A sostegno di ciò, troviamo sia studi di elettrofisiologia che dimostrano un netto aumento delle onde lente (onde teta) sia studi di neuroendocrinologia che dimostrano una potente regolazione del sistema dello stress con riduzione del cortisolo e della noradrenalina.
Gli effetti sul cervello possono darci una chiave interpretativa degli effetti positivi della meditazione regolare sulla salute, ripetutamente documentati, in particolare riguardo alle malattie cardiovascolari, all’ipertensione, ai disturbi dell’umore, come ansia e depressione, a disturbi gastrointestinali, come la sindrome del colon irritabile.
Nell’ultimo meeting annuale della Società americana di medicina psicosomatica, psichiatri dell’Università di Toronto hanno presentato i risultati di un programma di meditazione di 10 settimane che ha coinvolto circa 400 pazienti.
Le motivazioni delle iscrizioni al corso sono state: ansia e stress cronico, malattie o dolori cronici, depressione ricorrente. I medici hanno così riassunto i risultati ottenuti: "Alla fine dei corsi di meditazione abbiamo registrato robusti miglioramenti in termini di riduzione dello stress emotivo, dei disturbi fisici, un netto miglioramento della qualità della vita e un maggior senso di generale benessere, ottimismo e autocontrollo. Questi risultati sono stati ottenuti con meno di 300 dollari a partecipante che è meno del costo di tre sedute individuali di psicoterapia".
Risultati analoghi sono stati documentati a livello scolastico con adolescenti "difficili" e tra i carcerati delle prigioni americane, tra cui anche la famigerata Sing Sing.
* Scuola di medicina integrata www.simaiss.it
Sani e felici meditando
fi Francesco Bottaccioli*
La tradizione vuole che il principe Siddhartha Gautama, nato fra il 558 e il 536 a.C. a Kapilavastu, ai confini con il Nepal, rimase a godersi la vita nel palazzo di famiglia fino a ventinove anni, quando incontrò un vecchio, poi un appestato e quindi un corteo funebre. Conobbe così la vecchiaia, la malattia, la morte.
Incontrò anche un asceta, lacero mendicante, ma con una grande e serena calma impressa nello sguardo.
Il principe Siddharta capì che quella era la sua strada e lasciò il palazzo reale.
Praticò l’ascetismo e visse per sei anni, nudo, nei boschi nutrendosi di bacche. E’ da questa esperienza che gli derivò l’appellativo Bhudda Shakyamuni (il Shakya, asceta).
Bhudda, però, notò che le pratiche ascetiche troppo rigorose, generano, in chi le fa, aspettative elevate che, ingigantendo l’io, creano vanità e, talvolta, sete di potere. Cominciò così ad elaborare la "via del giusto mezzo", rifiutando ogni esagerazione, giudicandola inutile e, anzi, degna di rimprovero.
Buddha non si è mai proclamato dio, né figlio di dio, né ha chiesto che venisse venerato come tale.
L’atteggiamento di Buddha verso la religione è stato magistralmente definito da Carl Gustav Jung "la trasformazione degli dei in idee".
In effetti il buddismo, al di là della enorme varietà delle scuole e delle tradizioni in cui si è articolato nel corso dei millenni (vedi box), nella sua essenza, costituisce un raffinatissimo sistema di pensiero intessuto dall’intreccio tra filosofia e psicologia. Non a caso Jung, ma anche William James, un altro grande padre fondatore della psicologia, furono affascinati e culturalmente stimolati dal buddismo.
Più recentemente, la medicina ha iniziato a indagare gli effetti delle tecniche meditative sul cervello e la loro efficacia riguardo alla salute.
La rivista di divulgazione scientifica britannica New Scientist, nel numero del 24 maggio, ha dato risalto alle dichiarazioni di Owen Flanagan della Duke University, North Caroline, riprese con grande evidenza da alcuni giornali italiani, sulla felicità dei meditanti. In realtà, lo studio ancora non è stato pubblicato, ma, alcuni mesi fa, un gruppo di neurobiologi danesi, ha pubblicato su Cognitive Brain Research, uno studio realizzato su otto maestri di meditazione, indagati, durante l’esecuzione di esercizi della scuola Yoga Nidra (yoga del sonno), tramite la PET (tomografia a emissione di positroni). Visualizzando l’attività del cervello dei meditanti, con un tracciante contenente un competitore per il neurotrasmettitore dopamina, i ricercatori hanno potuto vedere un notevole aumento del neurotrasmettitore nello striato ventrale, un’area del cervello che fa parte dei circuiti del premio, della gioia per una ricompensa.
Questi circuiti collegano aree prefrontali della corteccia ai nuclei della base (di cui fa parte lo striato ventrale) al talamo e al sistema limbico. I circuiti della gioia, il cui trasmettitore principe è per l’appunto la dopamina, vengono fortemente attivati ogniqualvolta ci sentiamo gratificati da un’esperienza piacevole e, anche da sostanze come anfetamine, cocaina e altre.
Il circuito del piacere, su cui ciascuno può provare a costruire una esperienza di felicità, ha il suo terminale nelle cortecce prefrontali, che possiamo dividere in due grandi aree: la ventromediale e la dorsolaterale. La prima è il terminale delle emozioni, spesso anche negative. Nella depressione e nell’ansia la ventromediale è iperattiva a scapito della dorsolaterale che, invece, è il centro dell’attenzione, della memoria di lavoro, della percezione del tempo.
Sull’ultimo numero di Consciousness and Cognition, Arne Dietrich del Laboratorio di neuroscienze dell’Università statale della Georgia, documenta che durante gli esercizi di concentrazione meditativa si ha una attivazione della dorsolaterale che ha effetti ansiolitici e antidepressivi. Al tempo stesso, altri studi documentano che, in fase di meditazione profonda, si ha una riduzione complessiva dell’attività delle cortecce prefrontali con effetti tali da rendere il cervello quieto e vigile al tempo stesso.
A sostegno di ciò, troviamo sia studi di elettrofisiologia che dimostrano un netto aumento delle onde lente (onde teta) sia studi di neuroendocrinologia che dimostrano una potente regolazione del sistema dello stress con riduzione del cortisolo e della noradrenalina.
Gli effetti sul cervello possono darci una chiave interpretativa degli effetti positivi della meditazione regolare sulla salute, ripetutamente documentati, in particolare riguardo alle malattie cardiovascolari, all’ipertensione, ai disturbi dell’umore, come ansia e depressione, a disturbi gastrointestinali, come la sindrome del colon irritabile.
Nell’ultimo meeting annuale della Società americana di medicina psicosomatica, psichiatri dell’Università di Toronto hanno presentato i risultati di un programma di meditazione di 10 settimane che ha coinvolto circa 400 pazienti.
Le motivazioni delle iscrizioni al corso sono state: ansia e stress cronico, malattie o dolori cronici, depressione ricorrente. I medici hanno così riassunto i risultati ottenuti: "Alla fine dei corsi di meditazione abbiamo registrato robusti miglioramenti in termini di riduzione dello stress emotivo, dei disturbi fisici, un netto miglioramento della qualità della vita e un maggior senso di generale benessere, ottimismo e autocontrollo. Questi risultati sono stati ottenuti con meno di 300 dollari a partecipante che è meno del costo di tre sedute individuali di psicoterapia".
Risultati analoghi sono stati documentati a livello scolastico con adolescenti "difficili" e tra i carcerati delle prigioni americane, tra cui anche la famigerata Sing Sing.
* Scuola di medicina integrata www.simaiss.it
martedì 17 giugno 2003
"certezze" anglo-americane...
Il Gazzettino di Venezia Martedì, 17 Giugno 2003
MEDICINA
E' genetica la pazzia dei... geni
Londra. È stato individuato il gene che causa le forme maniaco-depressive, facendo sperare che si possa in futuro individuare la cura per una delle più devastanti forme di malattia mentale. Quella che ha colpito anche Vincent van Gogh, Charles Dickens ed Ernest Hamingway, alimentandone allo stesso tempo la geniale creatività. Un singolo gene anomalo è responsabile direttamente del 10\% dei casi di questa malattia conosciuta anche più propriamente come disordine bipolare, che porta ad estremi cambi di umore e colpisce in media una persona su 200.La ricerca, fatta da studiosi dell'University of California di San Diego, è stata pubblicata in parte sulla rivista specializzata Journal Molecular Psychiatry e ripresa poi dal quotidiano britannico Times.La mutazione del gene in questione rende le cellule cerebrali particolarmente sensibili ai segnali dei neutrasmettitori che controllano l'umore, scatenando eccitazione e depressione.Il gene chiamato "G proteina receptochinase 3" (Grk3) è stato individuato nel corso dell'analisi del Dna di 400 persone appartenenti a famiglie con casi di disordine bipolare.
MEDICINA
E' genetica la pazzia dei... geni
Londra. È stato individuato il gene che causa le forme maniaco-depressive, facendo sperare che si possa in futuro individuare la cura per una delle più devastanti forme di malattia mentale. Quella che ha colpito anche Vincent van Gogh, Charles Dickens ed Ernest Hamingway, alimentandone allo stesso tempo la geniale creatività. Un singolo gene anomalo è responsabile direttamente del 10\% dei casi di questa malattia conosciuta anche più propriamente come disordine bipolare, che porta ad estremi cambi di umore e colpisce in media una persona su 200.La ricerca, fatta da studiosi dell'University of California di San Diego, è stata pubblicata in parte sulla rivista specializzata Journal Molecular Psychiatry e ripresa poi dal quotidiano britannico Times.La mutazione del gene in questione rende le cellule cerebrali particolarmente sensibili ai segnali dei neutrasmettitori che controllano l'umore, scatenando eccitazione e depressione.Il gene chiamato "G proteina receptochinase 3" (Grk3) è stato individuato nel corso dell'analisi del Dna di 400 persone appartenenti a famiglie con casi di disordine bipolare.
contro la depressione? Facile, basta imparare a respirare...
Il Messaggero Lunedì 16 Giugno 2003
LA VIA ALTERNATIVA
Contro la depressione l’arma del respiro
Summit di psichiatri a Bari: il male oscuro si combatte anche con tecniche di rilassamento e meditazione
di CARLA MASSI
LA MEDITAZIONE e la concentrazione sul respiro come “arma” per convivere (e vincere) le ricadute della depressione. Ma anche il dolore cronico e gli effetti di una chemioterapia. Niente santoni, né maghi, né cialtroni che si approfittano dei mali altrui. Ora sono psichiatri e psicologi a scendere in campo, utilizzando le millenarie tecniche di rilassamento e meditazione trascendentale. Le hanno adattate come si adatta una terapia, modulate secondo il bisogno del paziente, affiancate alle normali cure e poi hanno valutato gli effetti che producono. I risultati, oggi, sono evidenti. Secondo i rigorosi parametri della scienza. Sono riscontrabili dagli studi compiuti sui malati seguiti negli ospedali e negli ambulatori.
Di queste esperienze, come se gli addetti ai lavori si fossero messi d’accordo, sono venuti a parlare in Italia i massimi esperti: due i convegni che si stanno svolgendo in questi giorni, uno a Bari e uno ad Assisi.
Nella città pugliese si sono dati appuntamento oltre ottocento psichiatri da tutto il mondo. L’incontro è stato organizzato dalla Società internazionale per lo sviluppo del costruttivismo nelle scienze umane. I seminari dimostreranno come sia possibile, mixando la terapia farmacologica con la meditazione zen, fermare le ricadute depressive. Evitare ad una persona cioè, di ripiombare nel buio più assoluto dopo essere riuscita ad uscirne. Gli studi che saranno presentati, mutuati dal lavoro dello statunitense Jon Kabat-Zin (sarà a Bari) che per primo si è applicato sulla meditazione con i malati cronici, hanno il valore di una vittoria insperata. Tutti gli psichiatri, almeno per due anni, hanno sperimentato la tecnica su loro stessi. «Solo così - spiega Guido Bondolfi, libero docente in Psichiatria a Ginevra che a Bari illustrerà i risultati della terapia - possiamo lavorare con i pazienti. Insegnare loro come concentrarsi sul dolore, come “tirarsi fuori” e respirare nel modo corretto per sgombrare la mente e fissarsi solo sul dolore. Puntiamo sul respiro perché ci resta fedele qualsiasi cosa accada al nostro organismo. Su questo si può lavorare per entrare in contatto in un modo diverso con il male. Sia fisico che psichico». Una volta imparato a meditare, laicamente senza nessun riferimento religioso, si deve ripetere la pratica almeno tre quarti d’ora ogni giorno. Ma, assicurano gli psichiatri, bastano anche solo tre minuti per concentrarsi “tirarsi fuori” dalla situazione che stringe. Per liberare la mente e tenere lontani i presupposti di un possibile nuovo attacco depressivo.
Ad Assisi, (...) Conclusione: basta un respiro “giusto” come una matita nelle mani il giorno “giusto” per aiutare chi soffre ad andare avanti. E, magari, sorridere.
LA VIA ALTERNATIVA
Contro la depressione l’arma del respiro
Summit di psichiatri a Bari: il male oscuro si combatte anche con tecniche di rilassamento e meditazione
di CARLA MASSI
LA MEDITAZIONE e la concentrazione sul respiro come “arma” per convivere (e vincere) le ricadute della depressione. Ma anche il dolore cronico e gli effetti di una chemioterapia. Niente santoni, né maghi, né cialtroni che si approfittano dei mali altrui. Ora sono psichiatri e psicologi a scendere in campo, utilizzando le millenarie tecniche di rilassamento e meditazione trascendentale. Le hanno adattate come si adatta una terapia, modulate secondo il bisogno del paziente, affiancate alle normali cure e poi hanno valutato gli effetti che producono. I risultati, oggi, sono evidenti. Secondo i rigorosi parametri della scienza. Sono riscontrabili dagli studi compiuti sui malati seguiti negli ospedali e negli ambulatori.
Di queste esperienze, come se gli addetti ai lavori si fossero messi d’accordo, sono venuti a parlare in Italia i massimi esperti: due i convegni che si stanno svolgendo in questi giorni, uno a Bari e uno ad Assisi.
Nella città pugliese si sono dati appuntamento oltre ottocento psichiatri da tutto il mondo. L’incontro è stato organizzato dalla Società internazionale per lo sviluppo del costruttivismo nelle scienze umane. I seminari dimostreranno come sia possibile, mixando la terapia farmacologica con la meditazione zen, fermare le ricadute depressive. Evitare ad una persona cioè, di ripiombare nel buio più assoluto dopo essere riuscita ad uscirne. Gli studi che saranno presentati, mutuati dal lavoro dello statunitense Jon Kabat-Zin (sarà a Bari) che per primo si è applicato sulla meditazione con i malati cronici, hanno il valore di una vittoria insperata. Tutti gli psichiatri, almeno per due anni, hanno sperimentato la tecnica su loro stessi. «Solo così - spiega Guido Bondolfi, libero docente in Psichiatria a Ginevra che a Bari illustrerà i risultati della terapia - possiamo lavorare con i pazienti. Insegnare loro come concentrarsi sul dolore, come “tirarsi fuori” e respirare nel modo corretto per sgombrare la mente e fissarsi solo sul dolore. Puntiamo sul respiro perché ci resta fedele qualsiasi cosa accada al nostro organismo. Su questo si può lavorare per entrare in contatto in un modo diverso con il male. Sia fisico che psichico». Una volta imparato a meditare, laicamente senza nessun riferimento religioso, si deve ripetere la pratica almeno tre quarti d’ora ogni giorno. Ma, assicurano gli psichiatri, bastano anche solo tre minuti per concentrarsi “tirarsi fuori” dalla situazione che stringe. Per liberare la mente e tenere lontani i presupposti di un possibile nuovo attacco depressivo.
Ad Assisi, (...) Conclusione: basta un respiro “giusto” come una matita nelle mani il giorno “giusto” per aiutare chi soffre ad andare avanti. E, magari, sorridere.
cinema
Il Giornale del popolo di Lugano 17.6.03
Le novità italiane al cinema
Antonioni, Bellocchio, Bertolucci e gli altri...
Il cinema italiano si prepara compatto all'assalto della nuova stagione cinematografica. Il più atteso è “I sognatori” di Bernardo Bertolucci che racconta la storia dell'iniziazione politica, sessuale e sociale di tre giovani nella Parigi del '68. Protagonisti, Eva Green, Louis Garrel (figlio del regista francese Philippe) e Michael Pitt. “I sognatori” è tra i papabili per la prossima Mostra del Cinema di Venezia, insieme al film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro, “Buongiorno notte”. Sarà di sicuro in sala a ottobre, “Cantando dietro i paraventi” di Ermanno Olmi, una storia cinese ambientata a fine '800. E poi ritorna Michelangelo Antonioni, a otto anni di distanza da “Al di la' delle nuvole”. Il regista è autore del primo capitolo di “Eros”, il film collettivo in tre episodi, diretto anche da Steven Soderbergh e Wong Kar-Way. L'episodio firmato da Antonioni, “Il filo pericoloso delle cose”, si ispira a un racconto scritto dalla stesso Antonioni e contenuto nella raccolta “Quel Bowling sul Tevere”.
Le novità italiane al cinema
Antonioni, Bellocchio, Bertolucci e gli altri...
Il cinema italiano si prepara compatto all'assalto della nuova stagione cinematografica. Il più atteso è “I sognatori” di Bernardo Bertolucci che racconta la storia dell'iniziazione politica, sessuale e sociale di tre giovani nella Parigi del '68. Protagonisti, Eva Green, Louis Garrel (figlio del regista francese Philippe) e Michael Pitt. “I sognatori” è tra i papabili per la prossima Mostra del Cinema di Venezia, insieme al film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro, “Buongiorno notte”. Sarà di sicuro in sala a ottobre, “Cantando dietro i paraventi” di Ermanno Olmi, una storia cinese ambientata a fine '800. E poi ritorna Michelangelo Antonioni, a otto anni di distanza da “Al di la' delle nuvole”. Il regista è autore del primo capitolo di “Eros”, il film collettivo in tre episodi, diretto anche da Steven Soderbergh e Wong Kar-Way. L'episodio firmato da Antonioni, “Il filo pericoloso delle cose”, si ispira a un racconto scritto dalla stesso Antonioni e contenuto nella raccolta “Quel Bowling sul Tevere”.
giovedì 19.6, a Roma: il convegno della destra di governo sulla psichiatria
comunicato stampa ARAP
Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica-
" LEGGI PSICHIATRICHE E REGOLAMENTI IN EUROPA OGGI: realtà, prospettive e speranze"
Roma, giovedì 19 giugno 2003 Palazzo Marini - Via del Pozzetto ,158 ore 9.00- 18.00 con il patrocinio di PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI MINISTERO DELLA SALUTE
A venticinque anni dall'entrata in vigore della legge n.180 del 13 maggio 1978, nota come "legge Basaglia", che ha rappresentato una radicale innovazione nella storia delle istituzioni psichiatriche del nostro Paese, l'ARAP (Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica) promuove un confronto tra la legislazione italiana vigente e quelle di alcuni Stati dell'Unione Europea: Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Repubblica Federale Tedesca.
Giovedì 19 giugno la sala conferenze di Palazzo Marini in via del Pozzetto n.158, ROMA, dalle ore 9.00 alle ore 18.00 ospiterà il convegno.
L'apertura dei lavori è affidata al Ministro della Salute Girolamo Sirchia e al presidente dell'ARAP, dott.ssa M. Luisa Zardini. Nel dibattito mai terminato sulla interpretazione e applicazione della Riforma Psichiatrica del 1978, che negli ultimi mesi ha ripreso vigore per una serie di proposte di riforma della legge 180, il convegno organizzato dall'ARAP vuole essere una "finestra aperta" sulla realtà della legislazione psichiatrica in campo europeo, sulle tendenze comuni, sulle prospettive future e sulla possibilità di una normativa unica per tutti gli Stati membri dell'Unione. I lavori del convegno, coordinati da G.Anversa, sono presieduti nella sessione antimeridiana dal segretario generale della GAMIAN- Europe (Global Alliance of Mental Illness Advocacy Networks), prof. P. Morselli ; nella sessione pomeridiana dal presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le G. Palumbo, e dal presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, sen. A. Tomassini. Nel corso dell'incontro il direttore della clinica Psichiatrica dell'Università di Bordeaux, prof. M.L. Bourgeois; il vice direttore del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Dresda, prof. T. Kallert; il direttore del Dipartimento di Salute Mentale presso il Ministero della Sanità del Regno Unito, prof. A. Sheenan; il direttore del Progetto di Salute Mentale del Ministero della Sanità Finlandese, dott. H. Stoor, illustrano la situazione dell'assistenza psichiatrica nei loro rispettivi Paesi, confrontandosi con il direttore del Dipartimento di Salute Mentale AUSL di Bologna e vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria, dott. M. Bassi ; con il presidente dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, prof. T. Cantelmi; con il direttore del programma Salute Mentale e dipendenze patologiche dell'AUSL di Rimini, dott. A. Fioritti. Sono previsti interventi di rappresentanti di altre Associazioni di Familiari, del presidente della Commissione Parlamentare Infanzia e membro della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le sig.ra M. Burani Procaccini; del segretario della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le sig.ra C. Moroni; del responsabile nazionale Sanità di A.N., on.le G. Conti.
*****
L'ARAP - Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica- con sedi a Roma, Bologna, Catania, Nuoro e Trieste, presieduta da M. Luisa Zardini, è stata fondata nel 1981 da familiari di malati di mente allo scopo di sollecitare la modifica di alcuni punti della legge n. 180/833 del 1978. Tra gli obiettivi dell'ARAP il diritto alla cura del paziente psichiatrico, inconsapevole della propria patologia, con il conseguente abbattimento dello stigma nei confronti della malattia mentale; la prevenzione, per evitare la cronicizzazione della malattia; il supporto ai familiari sui quali non deve gravare l'isolamento.
ufficio stampa A.R.A.P. GIOVANNA MAZZARELLA 06 5818246 - 348 3805201 ANGELICA BIANCO 328 3185105
SI PREGA ACCREDITARSI PRESSO L'UFFICIO STAMPA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI AL FAX 06 6783082
Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica-
" LEGGI PSICHIATRICHE E REGOLAMENTI IN EUROPA OGGI: realtà, prospettive e speranze"
Roma, giovedì 19 giugno 2003 Palazzo Marini - Via del Pozzetto ,158 ore 9.00- 18.00 con il patrocinio di PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI MINISTERO DELLA SALUTE
A venticinque anni dall'entrata in vigore della legge n.180 del 13 maggio 1978, nota come "legge Basaglia", che ha rappresentato una radicale innovazione nella storia delle istituzioni psichiatriche del nostro Paese, l'ARAP (Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica) promuove un confronto tra la legislazione italiana vigente e quelle di alcuni Stati dell'Unione Europea: Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Repubblica Federale Tedesca.
Giovedì 19 giugno la sala conferenze di Palazzo Marini in via del Pozzetto n.158, ROMA, dalle ore 9.00 alle ore 18.00 ospiterà il convegno.
L'apertura dei lavori è affidata al Ministro della Salute Girolamo Sirchia e al presidente dell'ARAP, dott.ssa M. Luisa Zardini. Nel dibattito mai terminato sulla interpretazione e applicazione della Riforma Psichiatrica del 1978, che negli ultimi mesi ha ripreso vigore per una serie di proposte di riforma della legge 180, il convegno organizzato dall'ARAP vuole essere una "finestra aperta" sulla realtà della legislazione psichiatrica in campo europeo, sulle tendenze comuni, sulle prospettive future e sulla possibilità di una normativa unica per tutti gli Stati membri dell'Unione. I lavori del convegno, coordinati da G.Anversa, sono presieduti nella sessione antimeridiana dal segretario generale della GAMIAN- Europe (Global Alliance of Mental Illness Advocacy Networks), prof. P. Morselli ; nella sessione pomeridiana dal presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le G. Palumbo, e dal presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, sen. A. Tomassini. Nel corso dell'incontro il direttore della clinica Psichiatrica dell'Università di Bordeaux, prof. M.L. Bourgeois; il vice direttore del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Dresda, prof. T. Kallert; il direttore del Dipartimento di Salute Mentale presso il Ministero della Sanità del Regno Unito, prof. A. Sheenan; il direttore del Progetto di Salute Mentale del Ministero della Sanità Finlandese, dott. H. Stoor, illustrano la situazione dell'assistenza psichiatrica nei loro rispettivi Paesi, confrontandosi con il direttore del Dipartimento di Salute Mentale AUSL di Bologna e vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria, dott. M. Bassi ; con il presidente dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, prof. T. Cantelmi; con il direttore del programma Salute Mentale e dipendenze patologiche dell'AUSL di Rimini, dott. A. Fioritti. Sono previsti interventi di rappresentanti di altre Associazioni di Familiari, del presidente della Commissione Parlamentare Infanzia e membro della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le sig.ra M. Burani Procaccini; del segretario della Commissione Affari Sociali della Camera, on.le sig.ra C. Moroni; del responsabile nazionale Sanità di A.N., on.le G. Conti.
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L'ARAP - Associazione Riforma Assistenza Psichiatrica- con sedi a Roma, Bologna, Catania, Nuoro e Trieste, presieduta da M. Luisa Zardini, è stata fondata nel 1981 da familiari di malati di mente allo scopo di sollecitare la modifica di alcuni punti della legge n. 180/833 del 1978. Tra gli obiettivi dell'ARAP il diritto alla cura del paziente psichiatrico, inconsapevole della propria patologia, con il conseguente abbattimento dello stigma nei confronti della malattia mentale; la prevenzione, per evitare la cronicizzazione della malattia; il supporto ai familiari sui quali non deve gravare l'isolamento.
ufficio stampa A.R.A.P. GIOVANNA MAZZARELLA 06 5818246 - 348 3805201 ANGELICA BIANCO 328 3185105
SI PREGA ACCREDITARSI PRESSO L'UFFICIO STAMPA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI AL FAX 06 6783082
origini dell'uomo
Le Scienze 13.06.2003
Scoperto il più antico fossile di Homo sapiens
I reperti confermano l’ipotesi dell’evoluzione dell’uomo moderno in Africa e della successiva migrazione
Scienziati dell’Università della California di Berkeley, in collaborazione con ricercatori etiopi e di altri paesi, hanno scoperto fossili dei primi uomini moderni, Homo sapiens, la cui età è stimata fra 154.000 e 160.000 anni. Secondo gli studiosi, la scoperta fornisce forti prove a favore della coesistenza di Homo sapiens e Neanderthal, contraddicendo la teoria secondo cui i primi discendevano dai secondi.
In due articoli, pubblicati sul numero del 12 giugno della rivista “Nature”, gli autori descrivono i crani fossilizzati di due adulti e un bambino, scoperti presso il villaggio di Herto in Etiopia, circa 200 chilometri a nord-est di Addis Abeba. I reperti colmerebbero un grande buco nelle documentazioni di fossili umani.
“C’è una carenza di fossili intermedi fra i pre-umani e gli esseri umani moderni, ovvero fra 300.000 e 100.000 anni or sono, - spiega il paleoantropologo Tim D. White - Adesso finalmente anche i ritrovamenti sono compatibili con le prove molecolari”.
Secondo il biologo F. Clark Howell, co-autore dello studio, “i fossili di Herto sono senza ombra di dubbio non-Neanderthaliani, e mostrano che in Africa erano apparsi esseri umani moderni ben prima che i Neanderthal sparissero in Europa. Questo dimostra che i Neanderthal non sono mai stati una tappa della nostra evoluzione”.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Scoperto il più antico fossile di Homo sapiens
I reperti confermano l’ipotesi dell’evoluzione dell’uomo moderno in Africa e della successiva migrazione
Scienziati dell’Università della California di Berkeley, in collaborazione con ricercatori etiopi e di altri paesi, hanno scoperto fossili dei primi uomini moderni, Homo sapiens, la cui età è stimata fra 154.000 e 160.000 anni. Secondo gli studiosi, la scoperta fornisce forti prove a favore della coesistenza di Homo sapiens e Neanderthal, contraddicendo la teoria secondo cui i primi discendevano dai secondi.
In due articoli, pubblicati sul numero del 12 giugno della rivista “Nature”, gli autori descrivono i crani fossilizzati di due adulti e un bambino, scoperti presso il villaggio di Herto in Etiopia, circa 200 chilometri a nord-est di Addis Abeba. I reperti colmerebbero un grande buco nelle documentazioni di fossili umani.
“C’è una carenza di fossili intermedi fra i pre-umani e gli esseri umani moderni, ovvero fra 300.000 e 100.000 anni or sono, - spiega il paleoantropologo Tim D. White - Adesso finalmente anche i ritrovamenti sono compatibili con le prove molecolari”.
Secondo il biologo F. Clark Howell, co-autore dello studio, “i fossili di Herto sono senza ombra di dubbio non-Neanderthaliani, e mostrano che in Africa erano apparsi esseri umani moderni ben prima che i Neanderthal sparissero in Europa. Questo dimostra che i Neanderthal non sono mai stati una tappa della nostra evoluzione”.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
evoluzione: glabro è bello
Le Scienze 15.06.2003
Le origini della scimmia nuda
L’uomo avrebbe perso la pelliccia per sbarazzarsi di insetti e parassiti
Due scienziati britannici hanno formulato una nuova teoria per spiegare perché l’uomo è in gran parte privo di pelo, a differenza dai suoi parenti più prossimi, le scimmie.
L’ipotesi finora generalmente accettata afferma che la perdita della pelliccia sia stata una scelta evolutiva per permettere di controllare la temperatura del corpo nei climi caldi. Ma Mark Pagel dell’Università di Reading e Walter Bodmer dell’Università di Oxford sostengono che l’uomo abbia perso il pelo per sbarazzarsi di insetti e parassiti e per incrementare la propria capacità attrattiva sessuale.
La teoria sul controllo del calore, in effetti, presenta alcuni problemi quando gli scienziati prendono in considerazione situazioni dove fa molto caldo o molto freddo. Secondo Pagel e Bodmer, gli uomini del passato erano in grado di rispondere con flessibilità ed efficienza al loro ambiente producendo fuochi, ripari e vestiario. La perdita della pelliccia a quel punto divenne possibile e anzi desiderabile, visto che i vestiti, se infestati da parassiti, potevano essere puliti o cambiati.
In un articolo pubblicato sulla rivista “Biology Letters”, i due ricercatori affermano che la loro ipotesi spiega anche meglio il motivo delle differenze fra uomini e donne. “La perdita di pelo - sostengono - permetteva agli esseri umani di pubblicizzare in modo convincente la loro ridotta suscettibilità alle infezioni da parassiti. Questa caratteristica divenne pertanto un tratto desiderabile in un compagno: la maggiore perdita di peli nelle donne è dovuta a una selezione sessuale più forte esercitata da parte degli uomini”.
Pagel e Bodmer sono convinti che la loro teoria possa essere messa alla prova. “È ragionevole attendersi - affermano - che gli esseri umani la cui storia evolutiva si è svolta in regioni con maggiori concentrazioni di parassiti portatori di malattie, come i tropici, abbiamo meno peli corporei di altri”.
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Le origini della scimmia nuda
L’uomo avrebbe perso la pelliccia per sbarazzarsi di insetti e parassiti
Due scienziati britannici hanno formulato una nuova teoria per spiegare perché l’uomo è in gran parte privo di pelo, a differenza dai suoi parenti più prossimi, le scimmie.
L’ipotesi finora generalmente accettata afferma che la perdita della pelliccia sia stata una scelta evolutiva per permettere di controllare la temperatura del corpo nei climi caldi. Ma Mark Pagel dell’Università di Reading e Walter Bodmer dell’Università di Oxford sostengono che l’uomo abbia perso il pelo per sbarazzarsi di insetti e parassiti e per incrementare la propria capacità attrattiva sessuale.
La teoria sul controllo del calore, in effetti, presenta alcuni problemi quando gli scienziati prendono in considerazione situazioni dove fa molto caldo o molto freddo. Secondo Pagel e Bodmer, gli uomini del passato erano in grado di rispondere con flessibilità ed efficienza al loro ambiente producendo fuochi, ripari e vestiario. La perdita della pelliccia a quel punto divenne possibile e anzi desiderabile, visto che i vestiti, se infestati da parassiti, potevano essere puliti o cambiati.
In un articolo pubblicato sulla rivista “Biology Letters”, i due ricercatori affermano che la loro ipotesi spiega anche meglio il motivo delle differenze fra uomini e donne. “La perdita di pelo - sostengono - permetteva agli esseri umani di pubblicizzare in modo convincente la loro ridotta suscettibilità alle infezioni da parassiti. Questa caratteristica divenne pertanto un tratto desiderabile in un compagno: la maggiore perdita di peli nelle donne è dovuta a una selezione sessuale più forte esercitata da parte degli uomini”.
Pagel e Bodmer sono convinti che la loro teoria possa essere messa alla prova. “È ragionevole attendersi - affermano - che gli esseri umani la cui storia evolutiva si è svolta in regioni con maggiori concentrazioni di parassiti portatori di malattie, come i tropici, abbiamo meno peli corporei di altri”.
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