sabato 21 febbraio 2004

depressione

Repubblica "21.2.04
Gli esperti: adolescenti a rischio
"Un italiano su dieci soffre di depressione"


ROMA - Cresce l'allarme depressione: ne soffrono cinque milioni di italiani (l?8% degli uomini e il 15% delle donne). In aumento anche il numero di adolescenti colpiti (il 27,5 per cento del totale). Le cifre sono state fornite ieri a Roma dal presidente dell'associazione Strade, Antonio Picano. Il costo sociale della malattia è altissimo: 15 miliardi di euro all'anno. Gli esperti hanno sottolineato che dalla depressione si può guarire, anche se solo un paziente su tre decide di curarsi.

Repubblica - ed. di Napoli
MA NON CHIAMATELA DEPRESSIONE
di SERGIO PIRO


Una donna, ormai avanti negli anni, deve affrontare la prospettiva di finire i suoi giorni in un istituto per vecchi. Non vi è altra possibilità di assistenza per lei e per suo marito, ancor più vecchio: così dovranno "andarsi a chiudere" insieme. La donna passa alcuni giorni in solitudine. Poi dà corrette istruzioni al portiere, si apparta e si tira alla tempia un colpo di pistola.
La voce corrente sul fatto è: era una malata, una depressa, se avesse preso le pillole di zic-zac non si sarebbe uccisa. Con questo viene negato l'orrore di un'esistenza che vede aprirsi una via obbligata che conduce al gerontocomio e di qui alla tomba.
Ma in un caso come questo la depressione è il chiudersi della vita, non una oscura malattia neurologica; qui la depressione riprende il suo diritto a costituirsi, insieme all'allegria e alla gioia, come insostituibile dimensione dell'accadere umano. Quel colpo di pistola è, probabilmente, una scelta lucida e legittima, non il sintomo di una malattia mentale.
Il suicidio ha significati profondamente diversi nelle culture che si sono succedute nella storia dell'umanità e che sono oggi compresenti nelle diverse contrade della terra. Nella civiltà europea multimillenaria con le sue radici preindoeuropee, indoeuropee, pagane, la tematica del suicidio va più chiaramente delineando in età classica (greca, romana, celtica): in quel mondo il suicidio non compare come sintomo, ma come decisione: sovente la decisione di un saggio per salvare la sua libertà, la sua integrità morale, la sua coerenza; altre volte il consenso al destino o una superiore ironia (Petronio); molto più raramente il senso di colpa o l'incontro con la punizione.
La nostra epoca considera invece il suicidio come una malattia, seguendo in questo e però svilendo la tradizione cristiana che fa del suicidio in primo luogo un peccato contro Dio. Circolano infatti una serie di proposizione fuorvianti: non occorre un'analisi scientifica per comprenderne la falsità e la tendenziosità. Nella mentalità corrente, alimentata dai mass-media, propagata per luoghi comuni e fortemente potenziata dall?industria globalizzata degli psicofarmaci, il suicidio è un sintomo di malattia mentale; la malattia prevalente è la depressione e sono depressi quasi tutti quelli che si suicidano; chi si suicida è un depresso; tutti i depressi debbono prendere gli antidepressivi.
No: il suicidio solo minoritariamente (dal 10 al 20 per cento a seconda delle statistiche) è segno di patologia mentale; la depressione è una normale reazione alle vicende dell'accadere e solo in piccola percentuale fa parte delle patologie mentali. Il suicida ha diritto al rispetto delle sue scelte che non possono essere nè negate, nè svalutate e considerate come pazzia. E per i vecchi il diritto a porre fine alla proprie sofferenze può creare disaccordo (dei credenti per esempio), ma non deve esprimere aborrimento.
Per chi è molto vecchio, questa libertà di scegliere è una garanzia di umanità.

Yahoo Notizie 21.2.04
PSICHIATRIA: DEPRESSIONE, IN ARRIVO CURE PIU' SEMPLICI


(ANSA) - ROMA, 21 FEB - Cure piu' semplici ed egualmente efficaci per molti malati di depressione che tendono ad abbandonare le medicine. Le ha annunciate il professor Maurizio Fava, psichiatra alla Harvard Medical School di Boston, in questi giorni in Italia per il congresso di psicopatologia. Quasi il 50% dei malati di depressione lascia nei primi due mesi le cure - ha spiegato Fava - e non rispetta le indicazioni mediche''. Tra pochi giorni, ha spiegato l'esperto, sara' reso disponibile anche in Italia un farmaco antidepressivo che ha la particolarita' di dissolversi in bocca.
La nuova formulazione del farmaco (a base di mirtazapina) è già in uso negli Stati Uniti e nei principali paesi europei ed è stata sviluppata allo scopo di favorire una maggiore adesione alla terapia.
Il fenomeno dell'abbandono delle terapie antidepressive, sembra essere generalizzato e interessare diverse malattie: secondo una vasta ricerca condotta dalla Boston Consulting Group su 13.553 pazienti cronici la depressione risulta tra le patologie che registrano una minore adesione al trattamento, con una percentuale di mancato rispetto delle prescrizioni mediche, che puo' arrivare fino al 50%.
''Almeno 4 pazienti su 10 - ha aggiunto Fava - pensano al suicidio e la depressione è il fattore di rischio più significativo''.
La depressione si conferma sempre più come la malattia dei nostri tempi e sembra destinata soprattutto nei paesi industrializzati a crescere anche per effetto del progressivo invecchiamento della popolazione. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanita', sono infatti circa 121 milioni le persone nel mondo che soffrono di depressione. Quanto all Italia la depressione colpisce circa il 18% della popolazione (20% donne, 12% uomini), con un incremento significativo per coloro che hanno piu' di 65 anni. (ANSA).

Repubblica Salute
Psicopatologia della vita quotidiana


"Psicopatologia della vita quotidiana nel XXI secolo": un titolo impegnativo per il convegno che si è svolto a fine gennaio a Roma (ospedale Forlanini) e promosso dalla Società Italiana di Psichiatria (Lazio), l’Irep (Psicoterapia Psicanalitica), Isp (Studio Psicoterapie), Dipartimento Salute Mentale Asl D di Roma. Dal fanatismo kamikaze allo stress, depressione, sport, corpo, coppia, cinema e psiche.

La Gazzetta del Sud 21.2.04
E secondo un sondaggio è in costante aumento il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche
ALLARME DEPRESSIONE, NE SOFFRONO CINQUE MILIONI DI ITALIANI
di s.s..


ROMA – Per comprendere meglio il «pianeta depressione» in Italia occorre un'agenzia nazionale della salute mentale con priorità per la depressione, una patologia che colpisce il 15% delle donne e l'8% degli uomini. Complessivamente sono circa cinque milioni gli italiani depressi, una malattia biologica dovuta alla prolungata esposizione allo stress, con una forte componente genetica. Il costo sociale è elevatissimo pari a quindici miliardi di euro ogni anno (1% del Pil). È la seconda malattia più diffusa dopo le malattie cardiovascolari. La fotografia della depressione è stata scattata dal presidente di Strade (l'associazione onlus), lo psichiatra Antonio Picano dell'azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma durante un convegno dove è stato presentato il «progetto 3%» mirato a un quartiere di Roma (50 mila abitanti) per il trattamento delle patologie depressive, un network e un progetto in tre anni per arrivare a trattamenti mirati sui pazienti depressi. «I pazienti hanno spesso sintomi che non sono riconosciuti come depressione e vengono trattati impropriamente con ansiolitici, occorre quindi intercettarli e curarli come depressi e monitorare coloro che si rivolgono eccessivamente al medico di famiglia e al pronto soccorso», ha detto Picano, sottolineando che il 20% di tutti i ricoveri ospedalieri sono dovuti proprio alla depressione. Sulla depressione è stato presentato un progetto di legge Burani-Naro che prevede la differenziazione del trattamenti dei vari pazienti con malattie psichiche. Intanto, è in costante crescita il numero di donne vittime di omicidi tra le mura domestiche. Tra il 2000 e il 2002 i casi registrati, che vedono come autori coniugi, conviventi ed ex-partner, sono aumentati del 19,6%. Nel 2003, le vittime in Italia sono state 96, il 4,2% in più rispetto all'anno precedente. Sono questi i dati forniti dall'Eures, nel corso della presentazione del calendario delle donne 2004, dedicato a Marie Trintignant, l'attrice morta nell'estate scorsa dopo essere stata picchiata dal compagno. Mentre gli omicidi in famiglia diminuiscono (-10,9% nella totalità, -2,9% quelli che vedono vittime donne, ma avvenuti in relazioni familiari ma non di coppia), la crisi riguarda particolarmente i rapporti tra mogli e mariti. I moventi principali dei novantadue casi avvenuti nel 2002 sono risultati essere quelli passionali causati da separazioni sofferte (43,5%), assieme a liti e dissapori (25%). Autori dei delitti sono coniugi o conviventi (64,1%), partner o amanti (16,3%), ex non rassegnati alla rottura dell'unione (15,2%). Le regioni italiane più colpite dal fenomeno sono quelle settentrionali (54,3%), mentre nel Sud si è registrato il 28,3% di casi. Le vittime sono per lo più donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni (30,4%).

Marco Bellocchio

Libertà 21.2.04
Bobbio
Riparte il terzo anno dell'università dei genitori con Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro


Quest'anno l'apertura vedrà un avvenimento unico nel suo genere. Si tratta di un evento di apertura con due personalità particolarmente significative: Marco Bellocchio e Fulvio Scaparro interverranno sul difficile mestiere di fare i genitori. La serata si terrà il 9 marzo alle ore 21 nel cinema “Le Grazie” di Bobbio. Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, attualmente collaboratore del Corriere della Sera, ha scritto importanti libri di psicopedagogia, in particolare “Talis pater” sul ruolo del padre, edito da Rizzoli e ristampato più volte.
(c) 1998-2002 - LIBERTA'

Cina

Kataweb News
Pechino, 21 feb 2004 - 12:05
Cina, nel 2005 nuova missione spaziale


Nel 2005 la Cina ha annunciata che manderà due astronauti in una missione che durerà tra i cinque ed i sette giorni. Lo ha detto Wang Yongqing, uno dei dirigenti del programma spaziale cinese, alla televisione di stato CCTV.

Nell'ottobre del 2003 il colonnello dell' aeronautica Yang Liwei è stato messo in orbita nella "Shenzhou V" ed ha girato per 14 volte intorno alla Terra prima di atterare nel deserto della Mongolia. Il viaggio di Yang, che nel frattempo è diventato un eroe nazionale, è durato 21 ore.

venerdì 20 febbraio 2004


Lidia Ravera presenta il suo libro
su Erika ed Omar
oggi a Firenze, alle 18 e alle 21

http://regione.toscana.it/
Primapagina, quotidiano on-line della Regione Toscana
Cultura e spettacolo
Un libro sul caso di Erika ed Omar della scrittrice Lidia Ravera


Venerdì 20 febbraio presso la Galleria BZF Vallecchi in via Panicale a Firenze, un doppio appuntamento con la scrittrice Lidia Ravera. Alle ore 18.00 un incontro-dibattito dedicato all'ultimo libro "Il freddo dentro" (ed. Rizzoli) sul caso di Omar ed Erika, la sera alle 21.00 una lettura-teatrale di brani tratti dal volume con la partecipazione di Patrizia Zappa Mulas. "Il freddo dentro - ha spiegato la scrittrice - è una lettera, accorata, intima, disordinata come le lettere. Si rivolge a Erika, ma è rivolta a tutti. A tutti quelli che, come me, non credono nel potere taumaturgico dell'oblio".

aumentano i casi di suicidio fra i soldati americani in Iraq

Brescia Oggi Venerdì 20 Febbraio 2004
GUERRA IN IRAQ
Soldati Usa suicidi C'è un buco nero dietro i dati ufficiali


Washington. Dall'inizio della guerra in Iraq il Pentagono ha ammesso 22 casi di suicidio tra le truppe inviate a combattere nella regione. Ma il numero potrebbe essere molto più alto. Le statistiche del Pentagono non comprendono i casi ancora sotto indagine, non includono i suicidi negli ospedali militari negli Usa (o al ritorno in famiglia) e, soprattutto, non includono casi di morte in Iraq archiviati come dovuti a «ferite d?arma da fuoco non ostile». Una dizione generica, sostiene Stephen Robinson, dirigente di una associazione di veterani della Guerra del Golfo, usata dalle autorità militari «per nascondere il numero effettivo dei suicidi, molto più alto». La guerra in Iraq, secondo gli esperti, presenta molti paralleli con quella in Vietnam sotto l'aspetto delle conseguenze psicologiche per i soldati americani. A differenza della prima e seconda Guerra mondiale, i combattimenti in corso in Iraq sono stati provocati stavolta dagli Stati Uniti. A differenza del primo conflitto nel Golfo, durato solo quattro giorni di combattimenti attivi per i soldati, stavolta i militari Usa hanno avuto ampio tempo per essere immersi negli orrori del conflitto e riflettere sulle sue conseguenze.
«È una guerra senza un fronte. Il nemico può essere ovunque. Il pericolo è onnipresente. Anche un mucchio di rifiuti può nascondere una trappola mortale», afferma Robinson. Lo stress continuo può incidere duramente sul morale dei soldati. Portando alla depressione e ad uno stato di ansia. «Un militare può sentirsi intrappolato in questa situazione - afferma il colonnello Ricky Malone, capo del dipartimento mentale di un ospedale militare a Baghdad - e per chi vuole uscire a tutti i costi dalla trappola, la morte può essere a volte una soluzione».
I cappellani militari o altri consiglieri spirituali sono uno degli aiuti messi a disposizione dei soldati. Dall'inizio della guerra, l'esercito ha ricoverato almeno 600 soldati in ospedali militari per problemi mentali o psicologici. Il Pentagono sottolinea che la media dei suicidi dei soldati in Iraq (considerando però solo i 22 casi accertati) non è allarmante: è una percentuale del 13,5 per ogni 100.000 soldati, solo leggermente più alta della media generale delle forze armate dell'11 per 100.000 unità. Robinson sostiene però che le cifre reali e definitive dei suicidi tra i soldati in Iraq potrebbero alzare notevolmente questa media. Un aumento nel numero dei suicidi dei soldati nel luglio scorso in Iraq aveva già spinto le autorità militari americane a inviare d'urgenza nel paese una squadra medica specializzata in problemi mentali per indagare sul problema.
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Oriente e Occidente

L'Eco di Bergamo 19.2.04
Guardi il romanico e scopri il lontano Oriente
di Giulio Brotti


I bassorilievi del Battistero di Parma sembrano portare fino a Buddha. E non è l'unico caso
I manuali di geografia astronomica ci informano che in generale l'«Oriente» e l'«Occidente», i punti dell'orizzonte in cui il sole sorge e tramonta, non hanno direzioni fisse, costanti nell'arco dell'anno. Lo studio delle culture umane nel tempo, poi, ci fa capire come per i crociati il «vero» Oriente coincidesse con il Santo Sepolcro, a Gerusalemme, e per Marco Polo con Cambaluc, la capitale dell'impero di Kublai Khan (presso l'attuale Pechino). Il termine rimanda così a significati differenti, ma al tempo stesso collegati nell'immaginario collettivo, per cui l'Oriente non è solo un punto cardinale, ma una dimensione interna ad ogni uomo, luogo psichico della nascita, del dono, della promessa.
Lo splendore delle culture orientali è il titolo del quinto volume della Storia Universale, in vendita da domani con «L'Eco di Bergamo»: un volume davvero da non perdere, perché ci parla di civiltà estese quanto l'Impero di Roma, fondamentali nel corso dell'intera storia umana, ma solitamente neglette dai nostri manuali scolastici ed enciclopedie. Una trascuratezza che ha delle radici profonde: risalgono all'inizio dell'Ottocento, quando la cultura europea fu tentata di assolutizzare il suo punto di vista, di concepirsi come la chiave di volta e il coronamento della storia complessiva dell'umanità. Hegel, rappresentante emblematico di questa concezione, guardava dall'alto in basso tutte le civiltà sorte, nel corso dei secoli, ad Est del Bosforo: «In una singola nazione – scriveva – può pur accadere che si arrestino la cultura, l'arte, la scienza, le facoltà intellettuali in genere; come sembra essere accaduto ad esempio presso i cinesi, i quali giunsero già duemila anni fa al livello di sviluppo in cui si trovano ora». Solo dalle nostre parti, dunque, il pensiero umano sarebbe uscito dalla sua condizione infantile, adottando una forma logica e scientifica, congedandosi dal mito.
Si potrebbe pensare che questi giudizi – con il senno di poi – suonino ancor più ingenui che irritanti, e che oggigiorno, in fondo, siamo tutti posti di fronte all'assioma dell'interdipendenza tra gli esseri umani e le culture, in ogni zona del pianeta. Qui, però, vorremmo piuttosto approfondire l'aspetto degli antecedenti storici di ciò che oggi va sotto il nome di globalizzazione, prendendo spunto da un libro bellissimo di uno storico di origini lituane, Jurgis Baltrusaitis (1903-1988), intitolato «Il medioevo fantastico»: in questo volume, egli rintracciava i «debiti» dell'arte gotica europea nei confronti dell'Asia, i motivi e gli stili che l'iconografia occidentale del medioevo ha ereditato dall'Oriente. Viaggiando nello spazio e nel tempo, questi elementi artistici possono anche ricoprirsi di nuovi significati, fino a rendere difficile la ricostruzione della loro matrice originaria. Talvolta, all'opposto, è ancora possibile comprendere loro genealogia: è questo il caso della celebre «Allegoria della Vita» scolpita nella lunetta del portale sud del Battistero di Parma.
Sappiamo poco dell'autore di questo capolavoro: architetto e scultore, Benedetto Antelami veniva forse dalla zona di Como (se vale l'ipotesi per cui il suo «cognome» significherebbe in realtà «della Val d'Intelvi»). Sicuramente, Antelami ebbe una conoscenza diretta dell'arte romanica francese, soprattutto provenzale, prima di giungere a Parma, alla fine del XII secolo. Qui lavorò nel duomo, in cui scolpì una celebre Deposizione, e poi, a partire dal 1196, diresse la fabbrica del Battistero. Qui, appunto, ci ha lasciato un'insolita allegoria: al centro del bassorilievo, un uomo si arrampica su un albero per raggiungere un favo – anzi, con la mano sinistra è già intento a estrarne il miele, e con la destra se lo porta alla bocca. Sotto di lui però, un drago, lanciando fiamme dalla bocca spalancata, si prepara a divorarlo, mentre due strani quadrupedi (forse maiali, o cani) sono intenti a rodere le radici della pianta.
Ai lati della scena principale, la doppia immagine «clipeata» del Sole e della Luna, rappresentati anche come Apollo e Diana alla guida dei rispettivi carri, costituisce un tributo di Antelami all'iconografia classica, e insieme accentua il pathos della scena: così come i due fanciulli nudi che annunciano l'arrivo della notte suonando delle trombe, e i due, vestiti, che cercano – invano – di fermarne il cammino, con delle specie di bastoni. Qui, è chiaro, l'immagine dell'ignaro freeclimber rappresenta tutti noi: riusciremo a vincere la nostra gara con la brevità della vita, arriveremo mai a conseguire l'oggetto del nostro desiderio, prima che le radici dell'albero su cui siamo appollaiati cedano?
Fra tante immagini analoghe, tipiche del genere artistico del memento mori, l'Allegoria di Parma ha una particolarità: la scena dell'uomo sull'albero ricorre, ad esempio, in alcune miniature di salteri greci e slavi dell'XI secolo, ma anche dipinta in un chiostro di Gmünd, in Germania. Passando alle fonti letterarie, poi, scopriamo che il racconto, inserito in una particolare cornice narrativa (la cosiddetta «leggenda dei Santi Barlaam e Josafat») è quasi un luogo comune dell'immaginario medievale: spostandosi verso Est i particolari cambiano, così come i nomi dei personaggi, ma la narrazione compare, sostanzialmente immutata, in Italia e lungo il Danubio, in Georgia, in Medio Oriente, tra cristiani di ogni confessione, manichei, musulmani. I dettagli si adattano al contesto in cui la narrazione è ripresa e rielaborata: secondo i casi, la leggenda prende le mosse da un personaggio di nome Barlaam, descritto come un devoto eremita che converte alla fede cristiana il principe pagano Josafat, o come un mistico musulmano, un sufi, intento a dimostrare la vanità degli idoli e l'assurdità del politeismo.
In ogni modo, la scena del «cacciatore di miele» da cui siamo partiti è un apologo, una storiella moraleggiante, che l'anziano e saggio Barlaam espone al giovane Josafat, divenuto suo discepolo. Secondo il testo di un papiro arabo, «un uomo, inseguito da un elefante, si nascose in un pozzo. Quivi rimase appeso tenendosi stretto a due rami che salivano lungo le pareti del pozzo. E come si mise a guardare i due rami vide che due sorci (uno bianco, l'altro nero) rosicchiavano senza interruzione le radici dei due rami, mentre giù, nella profondità del pozzo, vide un drago con la bocca spalancata che aspettava solo di divorarlo. Allora rialzò la testa verso i due rami e vide che vi si trovava un po' di miele. Nella furia del piacere, la dolcezza che provò nell'assaggiare quel miele lo distrasse dal pensare al drago con la bocca spalancata, quantunque ben sapesse che cosa sarebbe successo se fosse caduto nelle sue fauci».
Nelle versioni occidentali della leggenda, il principe Josafat, istruito da questa metafora, si converte al cristianesimo e diviene poi un santo. Man mano che si procede verso Oriente, però, la fisionomia del giovane catecumeno cambia: Josafat assomiglia ora a un monarca malinconico e con una certa vocazione alla filosofia, impegnato nella ricerca di un modo per sfuggire ai dolori dell'esistenza umana. In Persia, il suo nome si modifica in Bûdâsaf e in India, in Bodisav. Alle origini di una lunga serie di metamorfosi redazionali, troviamo così, inaspettatamente, la figura del Bodhisattva (in sanscrito, «Natura Luminosa»), un tradizionale appellativo di Gautama Siddharta, il Buddha, nato a Lumbini (nell'odierno Nepal) intorno al 540 a.C.. Certamente ignorava, Benedetto Antelami, mentre scolpiva il bassorilievo del Battistero di Parma, di essere l'ennesimo testimone di una tradizione spirituale iniziata un millennio e mezzo prima, nel centro dell'Asia, da un giovane monarca deciso a indagare e a sopprimere le cause del samsâra: l'insieme dei miraggi e degli affanni che gravano sulla nostra esistenza, «la selva impenetrabile – recita un testo indiano – nel cui fondo, come un immane drago, è il Tempo (kâla), distruttore di tutti gli esseri esistenti, rapitore universale degli esseri dotati di corpo».
Così, nonostante il severo giudizio di Hegel su una presunta «minorità spirituale» dell'Oriente, gli storici hanno trovato, nel caso della lunetta di Parma e in molti altri, le prove di un'osmosi profonda tra le civiltà asiatiche e l'Europa: può essere, ad esempio, che l'arte macabra diffusasi in Occidente verso la fine del medioevo (pensate alla Danza dell'Oratorio dei Disciplini di Clusone) sia stata ispirata ai viaggiatori, o ai missionari cristiani, dai balli rituali del Tibet, in cui compaiono spessissimo tibie e teschi umani. Pensando a questo, viene in mente la definizione che Carl Gustav Jung dava del simbolo, come misteryum coniunctionis: prodigioso annullamento delle distanze, con il quale ciò che sembrava irrimediabilmente frammentato si salda, ogni cosa recupera il suo proprio nome, e il mondo risulta infine abitabile dagli esseri umani.

letteratura cinese
e giapponese

L'Eco di Bergamo 19.2.04
Giappone e Cina, due grandi letterature ancora tutte da esplorare
di Angelo Z. Gatti


Estremo Oriente: fascino, magia, mistero? Ha senso parlare ancora di esotismo? In epoca di telecomunicazione e di globalizzazione sono tutte espressioni ormai consunte. In più, essendo la terra rotonda, dove finisce l'Occidente e dove incomincia l'Oriente? Ponetevi davanti a una cartina geografica con al centro, per esempio, il Giappone o la Cina: vedrete l'effetto che fa. Paesi lontani in termini di spazio sono raggiungibili, sugli schermi, in tempo reale e, viaggiando, con ben poche ore di volo.
Dieci anni fa per arrivare in Giappone occorrevano diciotto/venti ore, oggi ne bastano dodici. Eppure se si apre anche un solo spiraglio sulle civiltà e sulle culture di Giappone e di Cina, si ha l'impressione di trovarsi dinnanzi a pianeti ancora da esplorare. In specie se si affrontano le opere dei periodi classici.
Uno dei primi documenti scritti della letteratura giapponese è una delicatissima fiaba risalente al X secolo d. C.: la «Storia di un tagliabambù».
Di autore anonimo e pervasa del senso buddhista dell'impermanenza, narra l'avventura terrena di una principessa lunare trovata da un boscaiolo dentro il tronco di bambù. In italiano si trova presso Marsilio, tradotta da Adriana Boscaro.
La grande stagione della narrativa nipponica è dovuta alle scrittrici attive intorno all'anno Mille, che scrivono nella lingua parlata, il volgare, a differenza dei nobili e dei funzionari che usano esclusivamente il cinese.
Sono le dame di corte Murasaki Shikibu, Sei Shonagon, Izumi Shikibu con i loro romanzi e i loro diari. Alla grandissima Murasaki Shikibu si deve il capolavoro della classicità nipponica e il primo romanzo psicologico della letteratura mondiale: la «Storia di Genji» (Einaudi). Sei Shonagon è invece celebre per le «Note del guanciale» (Guanda), arguti appunti quotidiani.
I secoli che vanno dal XIV al XVIII sono il periodo d'oro del teatro classico giapponese: il No, originato dalle danze che si tenevano nei templi shintoisti e buddhisti (recitazione, canto, musica, danza), ieratico e stilizzato; il kabuki, il teatro popolare per eccellenza, di grande effetto per gli allestimenti, per gli intrecci a volte complicati, per i colpi di scena, per i costumi; il bunraku, il suggestivo teatro dei burattini (i manovratori sono in vista sul palcoscenico vestiti di nero) che si ispira alle storie e alle leggende tradizionali.
Per la Cina sono universalmente note le «Trecento poesie T'ang», un'antologia compilata agli inizi del XVIII secolo attingendo alle circa cinquantamila composizioni del periodo dal 618 al 907. Vi figurano Li Po, Tu Fu, Wang Wei, Po Chu-i. È poesia lirica nell'esprimere felicità, tristezza, nostalgia, rimpianto, è poesia descrittiva (stagioni, natura, vita quotidiana), è poesia d'amore.
Durante le dinastie Ming e Ch'ing vengono composti i grandi e lunghi romanzi classici cinesi: «In riva al fiume», di difficile attribuzione, storia delle avventure di una banda di briganti (è conosciuto proprio col titolo «I briganti», da Einaudi), «Il viaggio in Occidente», di Wu Cheng'en (nei Classici Rizzoli), noto anche come «Lo Scimmiotto» perché il protagonista, un monaco che si reca in India per raccogliere i testi sacri buddhisti, è accompagnato da una grossa e simpatica scimmia, e i due capolavori di contenuto erotico il «Chin P'ing-Mei», attribuito a Wang Shih-Chen (Einaudi e Feltrinelli), e «Il Sogno della Camera Rossa», di Ts'ao Hsueh-Ch'in (Utet), le vicende galanti di gaudenti libertini e di donne bellissime, con fini moraleggianti. Da divertirsi.

il nuovo film di Michelangelo Antonioni andrà a Cannes

Corriere della Sera 20.2.04
Sarà presentato al Festival di Cannes il film-documento del maestro italiano sul restauro della statua
Antonioni attore e regista per Michelangelo
La moglie: in un anno e mezzo di lavoro tra lui e il Mosè è nato un legame di luci ed emozioni


E adesso, a 91 anni, Antonioni debutta come attore. Protagonista, in coppia con una statua, di un film-documento di 15 minuti di cui firma anche la regia. Il titolo, Lo sguardo di Michelangelo , gioca sulla coincidenza del nome, quello del regista e quello del Buonarroti, artefice del Mosè, una delle statue più celebri del mondo, custodita nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma. Statua che tra breve, fresca del lungo restauro sponsorizzato da Lottomatica, verrà riproposta in tutto il suo splendore, insieme con tre omaggi di tre grandi artisti dei nostri giorni: una serie di ritratti fotografici di Mosè firmati Helmut Newton, una Suite for Moses composta da Michael Nyman, e il documento di Antonioni. Che, prodotto dall’Istituto Luce, dopo l’evento romano, dovrebbe approdare a maggio sulla ribalta del Festival di Cannes, presentato insieme con Eros , il nuovo, attesissimo, film del maestro ferrarese. Racconta Enrica Fico, sua moglie, sua collaboratrice e sua voce: «Convincere Michelangelo a dire sì a questa nuova avventura non è stato facile - racconta -. No grazie, è stata la sua prima risposta. Ma io sono testarda e ho insistito: prima di decidere, andiamo a rivederlo».
E davanti a quel capolavoro, la cui perfezione aveva strappato al suo creatore il grido: perché non parli, il regista, anche lui senza più parola, ha deciso di dedicargli tutto il suo lucidissimo sguardo. «Queste immagini sono costate a Michelangelo un anno e mezzo di lavoro - prosegue la moglie -. Abbacinato dalla bellezza della statua, impressionato dai mille significati religiosi, politici, psicoanalitici del personaggio Mosè, Antonioni ha stabilito con quello straordinario monumento un legame speciale, fatto di attenzione ed emozione. Una partecipazione così intensa che, man mano che lui girava, a sua insaputa, abbiamo cominciato a rubargli qualche immagine. Le sue mani, che sfioravano con leggerezza pensosa i drappeggi della veste di Mosè, ci colpirono. Le sue mani antiche posate su quel marmo erano bellissime».
Un’immagine dopo l’altra e Antonioni è entrato in scena, anche come attore. «Naturalmente ha voluto rigirare quelle scene lui stesso, secondo le regole del suo cinema, come avrebbe fatto per un altro attore - precisa Enrica Fico -. Un ruolo muto in un film che parla solo con immagini e musica. Un brano di Nyman all’inizio, poi il Magnificat di Palestrina, e in chiusura, probabilmente, un brano dodecafonico».
Una presenza carismatica quella del regista che, unita allo splendore della statua e al gioco degli sguardi - quello della statua rivolto verso la luce, quello di Antonioni che la guarda, quello di Mosè diretto a Dio - crea una serie di corti circuiti, estetici ed emotivi. Un grande vecchio di oggi davanti a un grande vecchio simbolo delle tre grandi religioni monoteiste.
«Un intreccio coinvolgente: è come se il Buonarroti andasse a ritrovarsi attraverso un artista d’oggi», commenta la moglie. Ma anche qualcosa di più privato: davanti a quel monumento, che fa parte del complesso della tomba di Giulio II, il messaggio di Antonioni travalica la bellezza per assurgere a meditazione sulla vita e sulla morte, sull’umano e sul divino, così ineguagliabilmente racchiusi in quella pietra piena di luce.

effetto placebo

Yahoo Notizie Venerdì 20 Febbraio 2004, 10:52
(Reuters) Effetto placebo funziona davvero, anche se solo sul cervello


WASHINGTON (Reuters) - Uno studio effettuato sul cervello, i cui risultati sono stati pubblicati ieri, ha dimostrato che l'effetto placebo è davvero efficace sul dolore, anche se agisce esclusivamente sul cervello stesso.
Le persone alle quali vengono somministrati falsi farmaci che ritengono antidolorifici, secondo la ricerca hanno dimostrato una riduzione dell'attività cerebrale nella parte del cervello che regola proprio il dolore.
"Quel che abbiamo provato con lo studio è che quando si ricorre all'effetto placebo, questo ha davvero un qualche effetto sul cervello che riduce la sensibilità", ha detto il dottor Kenneth Casey, neurologo dell'Università del Michigan, che ha condotto la ricerca assieme e a studiosi dell'Università di Princeton.
Lo studio è in linea con altre ricerche che hanno dimostrato che l'effetto placebo provoca mutamenti nel cervello dei pazienti, ad esempio in casi di depressione.
L'effetto placebo è stato conosciuto per secoli e la parola stessa viene dal latino, coniugazione al tempo futuro del verbo piacere, "piacerò".
Per secoli i medici hanno prescritto pillole di zucchero a pazienti che non potevano aiutare altrimenti. L'effetto placebo è talmente forte che gli studi medici includono generalmente un "ramo placebo" per accertare che un farmaco abbia davvero effetto con un meccanismo unico.
Si stima che circa il 30% dei pazienti in diverse condizioni si senta meglio semplicemente con una pillola, un'iniezione o un trattamento medico.
Ma gli effetti, pur se psicologici, sono reali. L'equipe di Casey ha dimostrato che i placebo possono influire sulle zone del cervello che provocano la sensazione di dolore.
"L'attività cerebrale è significativa per determinare quel che sentiamo, come ci sentiamo ed in questo caso di dolore, quanto ne avvertiamo", ha detto Casey nel corso di un'intervista telefonica.
"Quando la gente si aspetta che il dolore diminuisca, i percorsi del dolore, quelle aree del cervello che sappiamo essere attivate dal dolore, dimostrano minore attività, anche se lo stimolo è lo stesso".

Jean Rouch:
la macchina da presa può vedere le qualità interne degli esseri

il manifesto 20.2.04
RICORDO
Uno stregone eccentrico del cuore
Sintetizzò le tendenze di Dziga Vertov e Robert Flaherty, i suoi «antenati totemici»
ENRICO FULCHIGNONI*


Anche se tutte le storie del cinema menzionano il nome di Jean Rouch, egli continua tuttavia a rimanere uno degli autori più «criptici nel gotha della settima arte». Può anche darsi che sia un'ingiustizia, ma è certo anche il modo che Rouch ha, in questo modo sfuggente, di riaffermare orgogliosamente i suoi poteri di stregone. Uno stregone le cui opere rivelano una straordinaria vitalità: un'ansia di muoversi, di correre, di invadere, di inerpicarsi che lo avvicina irresistibilmente a uno dei suoi «antenati totemici»: Vertov. Giovane, vivace, disposto a allearsi anche col diavolo, raffinato, divertente, mordace, generoso, l'esatto contrario del francese medio insomma, Rouch invece rappresenta per me il francese tipo. Con la sua noncuranza, la sua vivacità, la sua gentilezza di stampo antico e le sue ampiezze - mai una caduta di stile, mai una mancanza di tatto - Jean Rouch ama la vita, e ne viene ampiamente contraccambiato. Egli è moderato ma senza avarizie, elegante ma senza ostentazione, amichevole ma senza indiscrezioni, gaudente ma senza eccessi. Rouch ha la stessa levatura dei La Pérouse e dei Cartier, il suo buonumore è irresistibile, rebelaisiano. E finirà col passare la sua vita intera filmando, come fanno i pesci nuotando nell'acqua: e continuando a aver fiducia nell'autenticità degli uomini nella loro vera natura.
Ma c'è un'altra «chiave» per capire il suo lavoro creativo. Rouch, come Flaherty, l'altro suo «antenato totemico», crede nel potere che ha la macchina da presa di vedere, oltre le possibilità dell'occhio umano, le qualità interne degli esseri e le cose. Ed è in questo senso che impiega il termine «magia» per descrivere la sua operazione alchemica. A causa di questa sfasatura, i suoi personaggi ci offrono, quasi sempre, un carattere di singolare buffoneria, intinta di un'emozione misteriosa nel comico come nel dramma, perché la loro natura resta completamente differente da quella di coloro che ci capita di incontrare per strada. Il contrasto è strano e costante: le creature di Rouch, già in apertura, ci sono familiari, e tuttavia si collocano nella notte dei tempi; vivono nel presente ma si situano all'origine di tutto. Non smettono mai di affascinarci poiché, sotto le apparenze del visibile, restano in realtà inaccessibili. E questo incessante andirivieni dalla più estrema lontananza alla più intima familiarità restituisce davanti a noi la sua vera dimensione all'avventura umana. Tutto ciò potrebbe tuttavia sfociare in uno di quei prodotti intellettualistici che tanto appassionano ristrette conventicole di iniziati. Se non fosse che Rouch è l'esatto contrario di un artista intellettuale: la sua adesione carnale ai mondi che sa rivelarci, apre la strada per penetrare in quella relazione sofferta, esaltante, tesa, ma conforme a un'armonia cosmica tra l'uomo e il suo ambiente, che costituisce in fondo, il tema principale della sua opera. Ma c'è qualcos'altro che lo difende dall'intellettualismo: la sua grande bontà. Non credo infatti che Rouch abbia rivolto, neanche una volta in tutta la sua vita, uno sguardo sprezzante su qualcuno o su qualcosa.
Non lo si sente mai sparlare di nessuno, perché non c'è veleno nella sua anima che è ancora, in fondo, piena di entusiasmi infantili. I suoi paesaggi, le sue creature ci apportano sentimenti di pace e di amicizia che assolvono a una funzione rassicurante, pur senza mai passare attraverso scorciatoie come l'analogia, il principio d'identità, le facili emozioni. Tutto ciò non può non derivare da una costanza pratica, dalla solidarietà e dal rispetto umano. Rouch infatti è capace - nella vita - delle più ardue e umili prove di devozione, quanto delle più clamorose follie d'amicizia. È il più straordinario e seducente eccentrico del cuore. In lui c'è come qualcosa di commovente e burlesco al tempo stesso. L'aspetto farsesco deriva dal pudore: anche se pochi, come lui, hanno saputo - e le sue opere sono piene di attestati in tal senso - testimoniare con gravità e nobiltà i momenti più alti di uomini e civiltà. Una regione segreta, una certa solitudine altera in cui si rifugiano gli esseri e le cose: da ciò deriva la particolare bellezza dei territori più recentemente frequentati da Rouch. Solitudine che non è mai condizione miserabile, quanto piuttosto regalità segreta, territorio in cui l'artista, il veggente, riesce a rivelare per noi l'aldilà delle cose, risalire i millenni, raggiungere l'immemorabile notte popolata di morti, farci immergere, insomma, nell'acqua vivificante di miti che si credeva perduti per sempre.

* Il ricordo di Enrico Fulchignoni, docente di psicologia, alto funzionario dell'Unesco e regista di «I due foscari» (1942), «L'ebreo errante» (1947) e «Anni difficili» (1948), è inserito all'interno del catalogo «Jean Rouch - le Renard Pâle» del Museo nazionale del cinema di Torino

pigrizia?

La Stampa 20.2.04
DA SOCRATE A OBLOMOV, DA EINSTEIN ALLA ARENDT: ESCE IN GERMANIA L'«ENCICLOPEDIA DELLA PIGRIZIA». SENZA CONTRIBUTI ITALIANI
Chi dorme piglia pesci
e scrive capolavori
di Alessandro Melazzini


COS'HANNO in comune Albert Einstein, Richard Wagner, Thomas Mann e Hermann Hesse? La convinzione che il loro illustre compatriota Immanuel Kant si sia sbagliato. Il filosofo tedesco, noto per il suo rigorismo etico, considerava infatti la pigrizia come uno dei vizi peggiori. D'altronde Kant non è certo l'unico intento a confermare l'immagine del tedesco solerte lavoratore, magari in contrasto a quella dell'italiano un poco scansafatiche. L'attuale cancelliere Gerard Schröder, qualche tempo fa, ha ribadito ad esempio che in Germania «nessuno ha diritto alla pigrizia». Chissà se così dicendo si sarebbe ingraziato il voto di Einstein, noto per aver bisogno ogni giorno di almeno 12 ore di sonno.
A conferma che il dolce far niente ha sempre avuto molti ammiratori, proprio in Germania, presso i tipi della Eichborn di Francoforte, è uscita un'Enciclopedia della pigrizia. Curata dal giornalista e storico Wolfgang Schneider, l'opera è anche una gustosa antologia di inni all'ozio, cantati da illustri «pigroni» nel corso degli ultimi tremila anni. Come ben sapevano i Romani, era proprio nel momento dell'otium che l'uomo, finalmente libero dagli affari e dalle occupazioni quotidiane (i negotia), si poteva interamente dedicare a se stesso e alla nobile attività della contemplazione. Del resto, con quale diritto si devono condannare il riposo e l'inazione come vizi capitali? Se San Paolo mette severamente in guardia i Tessalonicesi, ammonendoli con il proverbiale detto «chi non lavora, non mangia», già nella Grecia pagana il grande Socrate considerava il tempo libero da impegni come il bene maggiore. Su questo punto anche Aristotele, solitamente critico verso le idee del saggio portavoce di Platone, si dimostra in accordo con il suo maestro. «Virtù e lavoro», afferma solennemente lo Stagirita, si escludono a vicenda; il lavoro, liquida sdegnoso, è cosa per gli schiavi.
Il lettore che volga lo sguardo al secolo da poco trascorso non fatica a trovare triste conferma di questo sferzante giudizio. Senza pensare alla lugubre insegna che accoglieva i deportati nei campi di concentramento nazisti, cos'è stata la propaganda comunista sovietica, così tenacemente volta alla spasmodica esaltazione del lavoro (si pensi al mito di Stakanov), se non il preciso progetto di ridurre l'uomo libero a ingranaggio della fabbrica totalitaria, per asservirlo e schiavizzarlo?
Immuni al fascino della pigrizia non sono stati neppure i filosofi del Novecento: Hannah Arendt, ad esempio, che trovava spesso ispirazione nei momenti di relax sull'amaca, o Miguel de Unamuno che, tra una riflessione e l'altra sul Sentimento tragico della vita, innalzava lodi all'indolenza, notando come lo sfaccendato sia «uno degli uomini più attivi».
E nonostante l'esortazione dell'apostolo Paolo, non si pensi che gli elogi all'inattività siano esclusi dal messaggio cristiano. Anzi, proprio nel famoso Discorso della Montagna, non è forse Gesù stesso a osservare che, pur senza filare e faticare, i gigli della campagna vantano abiti più eleganti di quelli del glorioso Salomone?
Alla figura dello scioperato sono poi state dedicate affascinanti pagine letterarie. In ambito tedesco, si pensi ad esempio alla Vita di un perdigiorno di Eichendorff o allo Knulp di Hermann Hesse. Ma è forse nell'Oblomov del russo Goncharov che l'apatia viene elevata a stile di vita e «Weltanschauung». Oblomov, un proprietario provinciale di Pietroburgo, trascorre tutto il suo tempo a rivoltarsi nel letto, inconcludente e insensibile, aspettando sonnolento che sia la vita a bussargli alla porta.
Molti intellettuali, infine, seppur più produttivi di Oblomov, in gioventù sono stati ben lontanti dal dedicare impegno ed energia all'attività scolastica. Sia Thomas Mann sia Richard Wagner, così come Hermann Hesse, addirittura non portarono a compimento i loro studi. Se quest'ultimo era solito affermare che la scuola gli aveva causato «molti danni», nondimeno Thomas Mann ricorda di essere stato un alunno «pigro, impenitente e pieno di sarcasmo».
Ma chi, abbandonata la cultura, volesse cercare nella natura il riscatto del lavoro, andrebbe incontro a notevoli sorprese. Dopotutto, si potrebbe opinare, non è forse nel regno animale, in cui domina la lotta per la vita, che vi sono i più edificanti esempi di impegno e operosità? Senza contare che in natura abbondano lumache, tartarughe e cicale, i controesempi sono numerosi. Si pensi agli astuti orsi dell'Alaska, che per cacciare i pesci si piazzano sotto le cascate, aspettando placidamente che la preda cada loro in bocca. Oppure al furbo cucù, talmente lavativo da posare le uova nei nidi degli altri uccelli, risparmiandosi così la fatica di allevare i pargoli affamati. Le uniche a salvarsi paiono essere le api operaie, simbolo per eccellenza di alacre laboriosità. E invece gli scienziati hanno scoperto che un'ape trascorre addirittura il 70 per cento della sua giornata a oziare. Senza contare l'inverno, quando gli unici impegni sono consumare le dispense di miele e conservare calda l'arnia. Forse uno stile di vita da imitare, se si guarda al numero sempre crescente di infarti e malattie da stress dovuti ai troppo frenetici ritmi di lavoro della società contemporanea.
Nella sfilata antologica di intellettuali arruolati da Schneider per difendere la fannulloneria si nota con sorpresa l'assenza di contributi italiani. Ma, come sapeva bene Cesare Pavese, Lavorare stanca, e ulteriori ricerche sarebbero probabilmente costate a Schneider troppa fatica.

in «tempi difficili»

Corriere della Sera 20.2.04
«Quando il vivere si fa incivile, rinasce la poesia»
di GIUSEPPINA MANIN


«A Milano la gente fa la coda per ascoltare la poesia? A Roma, qualche sera fa al Teatro Argentina, per ascoltare la Bibbia letta e chiosata da Gioele Dix, c'era una fila che prendeva tutta la piazza...» assicura Giorgio Albertazzi. Notizie belle, piccoli miracoli.
«Più che sorprendersi, bisognerebbe aprire gli occhi. Rendersi conto anzitutto che non si vive, neanche in Italia, di sola tv. E poi capire che la poesia, l'arte, sono importanti spie sociali. Quando da qualche parte ne riscoppia la passione, vuol dire che lì si sta vivendo un momento particolare. I formalisti russi, così cari ad Arbasino e anche a me, sono nati nella Russia di Sdanov, nei tempi bui dello stalinismo. Nell'ultima guerra, mentre Londra e Berlino venivano massacrate dalle bombe, i teatri erano pieni, la gente voleva sentire Shakespeare e Goethe. I grandi movimenti culturali arrivano sempre durante i regimi, i governi liberticidi. Quando il vivere si fa incivile, la poesia ricompare: a esorcizzare morte e dolore, a indicare che non tutto è perduto».
In molti però sostengono che la poesia è esperienza solo letteraria, che non bisognerebbe mai recitarla.
«Che follia... È vero l'esatto contrario: la poesia non è fatta per essere letta ma per essere detta. È suono, ritmo, musica. La puoi capire solo leggendola ad alta voce. Me lo insegnò mio padre, tanti anni fa. Ero un ragazzino, stavo ancora alle medie, quando un giorno, invece del solito libro d'avventure, lui mi regalò la Divina Commedia. Lo sfogliai, incuriosito di trovarmi davanti, anziché le righe piene della prosa, quelle più corte dei versi. Lui mi guardava, spiava le mie reazioni. A un certo punto mi chiese di leggere quel che avevo sotto gli occhi, di farlo partecipe. Attaccai: "Nel mezzo del cammin di nostra vita...", di colpo quelle parole che mi parevano oscure presero corpo, si animarono. Scoprii che la poesia è parola. Qualche anno dopo, al liceo, scoprii che è anche azione, in greco poiesis è fare, ma anche dire poesia».
Un amore a prima vista.
«Diciamo a seconda. La cotta vera arrivò qualche classe dopo. Con i capelli rossi e gli occhi azzurri di una "prof" di lettere fascinosa come una sirena. Ero innamorato pazzo di lei. Quando mi chiamava a leggere Dante non capivo niente ma non volevo più smettere per stare un po' di più lì, accanto a lei».
Altri incontri per rinsaldare la passione?
«Neruda. Negli anni Settanta abbiamo inciso insieme un disco: "Venti poesie d'amore e una canzone disperata". Lui le diceva in spagnolo, io in italiano. Diventammo amici e andai a trovarlo a Isla Negra, in Cile, dove abitava con una donna bellissima, una sorta di deità latino americana. Sentire i versi di Pablo dalla bocca di Pablo era ipnotizzante: lui li cantava. Poi mi spiegò che quei versi li scriveva pensando di volta in volta a singoli strumenti musicali andini, a fiato o a corda. Ciascuno era modulato su un suono speciale, e quello andava ricreato dal lettore».
Lei conobbe anche Eliot.
«Quando venne a sapere che avevo registrato in italiano i suoi Four Quartets, si entusiasmò. È la lingua che amo di più, mi disse. E dopo aver ascoltato l'incisione: "Mi piacerebbe che qualcosa del genere venisse fatta anche in Gran Bretagna, ma dubito che qui esista un attore come Albertazzi". Naturalmente non è così, l'Inghilterra è la patria dei più grandi interpreti... Ma mi fece ugualmente un gran piacere».
A proposito d'attori, chi a suo parere aveva più affinità con la poesia?
«Ci sapeva fare Gérard Philippe. Insieme tentammo la scommessa dei poeti francesi, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire... Sempre in disco, una facciata lui in francese, l'altra io in italiano. Lui aveva un naturale talento per cogliere i ritmi, a differenza dei suoi colleghi francesi, così spesso afflitti da quell'insopportabile "ron ron", quella cadenza che rende tutto noiosamente uguale. La voce di Gérard, delicata e gentile, scavava dentro il verso, andava dritta alla sua musicalità».
E gli italiani? Come ce la caviamo noi, popolo di poeti, con i «reading»?
«Forse la colpa è di alcune scuole di recitazione, ma i nostri attori non sembrano avere un grande orecchio. Al contrario dei tedeschi o dei russi, trascurano il fatto che il ritmo ha a che fare con la metrica, anche quando è libero. Pochi l'hanno capito: Gassman, che è stato maestro nelle letture degli americani, Ferlinghetti, Corso... Anna Proclemer: il 33° canto del Paradiso lei lo legge in modo ineguagliabile. E naturalmente Carmelo Bene, il più grande di tutti, un vero musicista».
I versi più difficili?
«Quelli leopardiani. Ho studiato le sue poesie per 30 anni, per cercare l'atmosfera giusta ho inciso il disco di notte, a Venezia. Il trabocchetto di Leopardi è che spesso lo si crede un romantico. Non lo è. Lo si crede pessimista. Non lo è. Solo dopo aver ascoltato mille volte "L'infinito" ho capito come dirlo, come un grande inno alla natura».
I versi più moderni?
«Quelli di Dante e di Shakespeare. Perché sanno comunicare con tutti. Shakespeare si faceva intendere dagli analfabeti che affollavano il suo Globe, Dante, se lo sai dire, trascina le folle. L'estate scorsa, una notte di luglio, dalla Torre degli Asinelli di Bologna, ho letto canti dall'Inferno, Purgatorio, Paradiso. Sotto, ad ascoltare, erano in ventimila. Un'esperienza straordinaria. La poesia cantata nelle piazze può diventare davvero qualcosa di collettivo, di massa. Altro che Grandi Fratelli... Raidue pare intenzionata a mandare in onda prossimamente un pezzetto di quell'evento. Ma la tv di oggi è totalmente allergica alla poesia».
Pensa che potrebbe funzionare in video?
«Molti anni fa ci avevo provato. Conducevo un programma, "Pomeridiana", dove arrivavano i maggiori poeti viventi, da Luzi a Zanzotto, da Petrocchi a Gatto. Lo studio era il prato della mia villa di Roma. Lì, sdraiati sull'erba insieme a gruppetti di studenti, li invitavo a leggere ciascuno le proprie poesie, in modo che quei giovani si abituassero, come diceva Saffo, a riconoscere la sonorità del verso. Che poi è la stessa del coro greco, del melodramma. Perché i grandi sentimenti li devi cantare. Ma lo puoi fare solo se sai leggere la partitura».

complicità tra stregoni vecchi e vecchissimi

Repubblica 20.2.04
Vaticano: con l'aiuto degli esperti
"Prevenire i crimini dei preti pedofili"


CITTÀ DEL VATICANO - Prevenire i crimini dei preti pedofili con una maggiore collaborazione tra Chiesa e esperti in sessuologia, psicologi, andrologi e psichiatri. Lo chiede un documento della Pontificia accademia per la vita, la cui sintesi ieri è stata anticipata dal «Catholic news service» dei vescovi americani. Si tratta di un rapporto di 220 pagine che raccoglie gli atti del convegno di esperti tenuto lo scorso aprile in Vaticano per affrontare il problema dei preti pedofili che aveva travolto la Chiesa degli Stati Uniti

giovedì 19 febbraio 2004

i Francesi e Marco Bellocchio

La Stampa 19 Febbraio 2004
MARCO BELLOCCHIO E CESARE BATTISTI: I FRANCESI CI GIUDICANO
BUONGIORNO ITALIA
di Cesare Martinetti


MARCO Bellocchio e Cesare Battisti sono i due italiani di cui più si parla in questi giorni a Parigi. Bellocchio è il regista di "Buongiorno notte", il film che ricostruisce e rielabora i 55 giorni di reclusione di Aldo Moro nella «prigione del popolo» delle Brigate rosse osservati dal punto di vista dei quattro carcerieri. Ricostruzione libera, ma realista e spietata («Ha capito di noi cose che noi stessi non avevamo compreso», ha detto Adriana Faranda, una delle brigatiste del caso Moro, citata da Libération) nel mostrare - ha spiegato lo stesso Bellocchio a Le Monde - «la perversa normalità di persone capaci di uccidere a sangue freddo nel nome di un'idea, la loro disumanità totale».
Battisti è l'ex fondatore e leader dei «Pac» (proletari armati per il comunismo), una delle formazioni degli anni di piombo a Milano, responsabile di quattro omicidi e tre ferimenti, condannato a due ergastoli, da ventitré anni latitante di cui tredici a Parigi dove s'è ricostruito una vita e un'identità di scrittore. Giallista, molto apprezzato, pubblicato anche da Gallimard (e in Italia da Einaudi), rielaboratore di storie nere nelle quali fa da sfondo il passato di terrorista e il tumulto sanguinario di quegli anni lontani. Battisti è stato arrestato qualche giorno fa e nel carcere della Santé attende di sapere se ci sarà un nuovo processo (dopo quello che nel '91 respinse la domanda italiana di estradizione) e se dovrà tornare in patria a scontare le sue condanne.
L'Italia e il terrorismo sono due temi che appassionano molto i francesi, fanno colare fiumi di inchiostro, lacerano e dividono, ma soprattutto rivelano quanto siano contradditori, fantastici, addirittura mitologici immagine e giudizi sul nostro paese. Da una parte il bel film di Marco Bellocchio che fa scrivere a Marc Semo su Libération: «Questi terroristi che si arrogavano il diritto di vita e di morte ci sembrano orribili... sul piano politico la loro sconfitta fu totale». Dall'altra la vicenda Battisti, «vittima della vendetta delle camice nere», scrive la stessa Libération che nell'editoriale di ieri attacca il governo francese per l'arresto del terrorista-scrittore: «...è la berlusconizzazione dello spirito giudiziario... si confonde la sanzione con la vendetta». Ora chiunque sappia minimamente come vanno le cose in Italia, sa che parlare di «berlusconizzazione» della giustizia più che sbagliato è ridicolo.
Ora come si puo' allo stesso tempo esaltare il film di Bellocchio che racconta soprattutto - e finalmente - il delirio isolato e sanguinario di «giovani fanatici» (ancora Libération) e al tempo stesso scandalizzarsi se un paese (da sempre e non da quando Berlusconi è al governo) reclama l'estradizione di un condannato per eseguire una legittima sentenza? La spiegazione la leggiamo su l'Humanité che dedica tre pagine al caso: «Battisti è stato condannato nell'87 da un giudice speciale - un tribunale militare - riservato ai processi contro i militanti dell'estrema sinistra». Per far tornare i complicati conti italiani, ai francesi piace pensare che l'Italia degli anni 70-80 fosse come il Cile di Pinochet. Alla faccia di Bellocchio che non se n'era accorto

la religione americana:
le nuove liturgie

Virgilio Notizie (APCOM) 19.2.04
USA, NUOVE TENDENZE: SI PREGA AL BAR INVECE CHE IN CHIESA
18/02/2004 - 20:20
Preti musicisti e pubblico di credenti, nuovi modi di preghiera


New York, 18 feb. (Apcom) - Al Bluer di Minneapolis da quattro anni, una volta a settimana, il palcoscenico sul quale si esbiscono gruppi di musica rock e country si trasforma in un pulpito "sui generis". Grazie ad un prete innovatore, John Musick - un cognome del tutto casuale ma perfetto per la situazione - i giovani della città del Minnesota si avvicinano alla religione a ritmo di musica.
T-shirt e blue jeans, seduto alla batteria, il prete intrattiene il pubblico a suon di chitarra. Ma secondo la ricostruzione fornita dal New York Times, il fenomeno sta dilagando in tutto il paese. Le cosidette chiese "emergenti" o "post-moderne" potrebbero rappresentare un nuovo modo di vivere la religione negli Stati Uniti.
Le congregazioni di questo tipo, secondo l'indagine del quotidiano statunitense, seguono l'evangelismo della chiesa protestante e possono utilizzare anche altri metodi per avvicinare nuovi proseliti. Il giornale, citando gli esempi di due congregazioni sttaunitensi, una a Houston in Texas, Ecclesia e l'altra a Santa Cruz in California, scopre il successo dell'operazione. La prima raccoglie grazie alle arti decorative, oltre 400 persone ogni domenica. Chris Seay, 32 anni, e' il prelato che segue le attivita', le persone dipingono ispirate dalla religione.
A Denver si riuniscono allo "Scum of the Earth", letteralmente la feccia del mondo, mangiano pizza e ascoltano musica mixata da un deejay. In alcuni casi vengono rispolverati i rituali religiosi della Chiesa romana prima dell'Illuminismo. Il tutto per avvicinare in un modo singolare nuovi fedeli.
Una crisi di rigetto per le mega cattedrali costruite negli anni ottanta e novanta, luoghi in cui le persone non riescono a trovare la giusta concentrazione e non riesce a pregare in maniera profonda. Secondo il Times e' arrivato il momento in cui i giovani rampanti, rimasti delusi dal mondo del lavoro e dalla crisi finanziaria, cercano di ritrovarsi in un gruppo ristretto di persone di fiducia.

copyright @ 2004 APCOM

il professor Oliveiro e signora
ci spiegano la mente e la sua evoluzione

Repubblica 19.2.04
Guidare piccoli e grandi nella strada della vita non è facile: ecco un manuale per un aiuto in più seguendo lo sviluppo cerebrale
Studiate la mente dei vostri figli
Dal neonato al bambino all'adolescente: ecco le tappe

"Il cervello è come un coltellino svizzero: ha strati che si sviluppano secondo l'età"
Sapere cosa vedono, come pensano, perché urlano, piangono o ridono è indispensabile
di AMBRA SOMASCHINI


ROMA - Essere genitori significa imparare a seguire lo sviluppo cerebrale dei figli. Vuol dire coltivare, selezionare le attitudini, aiutarli ad allenare e mettere in fila i pensieri. Perché il lungo viaggio del cervello, durante l´infanzia e l´adolescenza segna cambiamenti rapidi, fondamentali. Riconoscere i bisogni di bambini e ragazzi secondo le loro tappe progressive è il primo passo per diventare bravi educatori. «Le età della mente» di Alberto Oliverio & Anna Oliverio Ferraris (Rizzoli) aiuta a comprendere l´evoluzione umana, connette il passare del tempo ai mutamenti di piccoli, teen-ager e adulti. Offre a padri e madri la possibilità di osservare i cambiamenti progressivi dei figli, di capire come maturano, cosa sostenere o respingere alla luce delle nuove ricerche delle neuroscienze e della psicologia.
Il cervello, sostengono gli autori, è fatto come un coltellino svizzero. Nello stesso contenitore ci sono strati diversi, le attività che si sviluppano a tappe secondo l´età e l´ambiente esterno. Un´ipotesi che sta destando un forte interesse editoriale. Mel Levine, professore di pediatria all´Università del North Carolina, in «Lasciate che crescano a modo loro» (Mondadori) distingue i diversi stili di apprendimento del bambino, identifica quale sia il più adatto al suo carattere, dalla memoria, al linguaggio, al sistema motorio. Otto sistemi mentali costruiti sulla base della teoria dello psicologo Howard Gardner (Haward University di Boston) che assegna ad ognuno di noi un certo tipo di intelligenza (linguistico-verbale, logico-musicale, corporale-cinestetica, spaziale, intrapersonale?). Per educare figli sereni, sicuri di sé bisogna imparare a capire le loro preferenze e le loro debolezze.
«Sapere come siamo fatti, in che modo ci comportiamo nelle diverse fasi della crescita serve perché aiuta non soltanto a conoscerci meglio ma soprattutto ad evitare una serie di errori nei confronti della prima infanzia e dell´adolescenza - spiegano Alberto Oliverio (docente di psicobiologia alla Sapienza) e Anna Oliverio Ferraris (professore di psicologia dello sviluppo nella stessa Università) - sono queste le fasi in cui bambini e teenager mostrano le loro specificità. Piccoli e ragazzi hanno delle molle interne, delle particolarità, menti che non possono essere confuse con le altre. Un lattante sarà in grado di vedere soltanto 12 punti luminosi in movimento che corrispondono a un essere umano. Mentre i cambiamenti dell´adolescente saranno legati al processo di maturazione del cervello da cui dipende l´incremento delle abilità cognitive».

il MoMA di New York a Berlino
oltre duecento capolavori senza dover attraversare l'Atlantico

Corriere della Sera 19.2.04
Il MoMA a Berlino
di Paolo Valentino


info: www.das-moma-in-berlin.de

BERLINO - Da oggi e per i prossimi sette mesi, se volete visitare il leggendario MoMA, il Museum of Modern Art di New York, non prendete l’aereo per gli USA. Venite a Berlino.
Oltre duecento capolavori della più celebre collezione d’arte moderna del mondo, saranno infatti in mostra fino al 19 settembre nella semplice geometria bauhaus della Neue Nationalgalerie, unico edificio berlinese di Mies van der Rohe. Complici i lavori di ristrutturazione in corso al museo newyorkese, la mostra «Das MoMA in Berlin» è un avvenimento straordinario e irripetibile: non è mai successo infatti, e probabilmente non succederà per almeno un altro secolo, che un pezzo così importante della sua collezione sia stato prestato in blocco, per essere esposto altrove.
«Una fortuna per la nostra capitale», ha detto il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, che insieme al collega americano, Colin Powell, ha patrocinato l’iniziativa.
L’allestimento è una straordinaria cavalcata attraverso il Ventesimo secolo, senza escludere le opere che ne annunciarono l’alba, dal Bagnante di Paul Cézanne, padre dei moderni, alla Notte Stellata , forse il quadro più celebre di Vincent Van Gogh, realizzato nel 1889. Il posto d’onore spetta a Pablo Picasso e Henri Matisse, presenti con decine di capolavori: per tutti, i Tre Musici , dipinti dal maestro spagnolo nel 1921 e la prima versione de La danza , realizzato da Matisse nel 1909. Ci sono i grandi cubisti, George Braque e soprattutto Ferdinand Léger, con le Tre donne ( Le grand déjeuner) del 1936; i futuristi italiani, da Giacomo Balla, a Carlo Carrà, a Umberto Boccioni; i metafisici come Kasimir Malevitch e Piet Mondrian e i surrealisti, da Joan Mirò al Salvador Dalì di Persistenza della memoria .
Fu dall’incontro tra il mondo degli artisti europei in fuga dal nazismo e i loro giovani emuli americani, che prese le ali la cosiddetta Scuola di New York, premessa della transumanza del centro mondiale dell’arte da Parigi a Manhattan. Così, la seconda parte della mostra punta soprattutto sugli artisti d’Oltre Atlantico.
Edward Hopper, in primo luogo, che fissò la Grande Depressione in tele ormai iconografiche e la cui Casa sulla ferrovia fu il primo dipinto acquistato per la collezione del MoMa. E poi l’espressionismo astratto di Jackson Pollock, Mark Rothko e Willem de Koonig, veri capiscuola di uno stile squisitamente americano; la Pop Art di Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Andy Warhol; il minimalismo di Donald Judd e Dan Flavin.
In un certo senso, quello del MoMA a Berlino è quasi un ritorno a casa.
Fu proprio nella capitale tedesca, infatti, che Alfred H. Barr, primo direttore del Museum of Modern Art, scoprì negli Anni Venti l’arte moderna europea e trasse l’ispirazione per la sua impresa senza precedenti, quella di creare dal nulla a New York la più importante collezione artistica contemporanea. Anche per questo, presentando l’evento, Peter Klaus Schuster, sovrintendente dei musei berlinesi, ha potuto dire che «Das MoMA in Berlin» non è solo una mostra ma anche «un prodotto dell’amicizia tedesco-americana». A un anno dal Grande Freddo della guerra in Iraq, un altro segnale del cambiamento di clima.

TONY CARNEVALE
Live Rock Simphonic Concert

(non conosco, al momento il nome della testata che ha pubblicato questa recensione né la data in cui essa è stata pubblicata. Ndr)

ARTCD 2/03
Rock Simphonic Concert - album rigorosamente in stile rock sinfonico, sulla scia delle superband del prog inglese degli anni Settanta e Ottanta - è il titolo di questo cd registrato al Frontiera di Roma nel 1996 e poi finito in chissà quale angolo del baule dei ricordi. Tastierista di elevato spessore tecnico ed esperto conoscitore di musica classica, Tony Carnevale riunì per l'occasione un cast di prim'ordine: Francesco Di Giacomo, Rodolfo Maltese, Maurizio Boco, Rudy Costa e Piero Fortezza tra gli altri; una line-up in grado di eseguire partiture melodico-armoniche di grande intelligenza compositiva e complessità tecnica. Pubblicato solo nel 2003, questo cd meriterebbe un posto al sole nel mercato internazionale; eppure, un primato internazionale Tony Carnevale lo stabilisce a pieni meriti: nell'arrangiamento dell'introduttiva "Quadri" - un'elaborazione di Pictures at an Exibhition" da III Movimento - il musicista ottiene il riconoscimento della firma congiunta con Mussorgsky, privilegio che non venne accreditato neanche agli Emerson Lake & Palmer per la loro celeberrima e omonima rock opera del lontano 1971. Per merito del solidissimo background dei musicisti impegnti in fatto di virtuosismo e sensibilità nel rock d'avanguardia, le nove composizioni del cd ci regalano momenti di pura improvvisazione: all'imperiosa e robusta ossatura ritmica dell'ottimo Maurizio Boco alla batteria - affiancato dalle percussioni di Piero Fortezza - si sommano il solismo vorticoso e stridente di Rudy Costa alla chitarra elettrica e più rari ma incisivi momenti di pacata riflessione negli interventi acustici di Rodolfo Maltese. Un disco tutto da scoprire e da tenere sempre a portata di mano insieme a quelli delle superband che, per motivi storici ed orgoglio proprio, amiamo troppo facilmente definire mostri sacri

Davide Iannuzzi

Speciale
Concordato preventivo

documento ricevuto da Tonino Scrimenti e Pino Di Maula

Di cosa si tratta
E’ la rivoluzione del Fisco. Consente a imprese, commercianti, artigiani, professionisti e artisti, di accordarsi con lo Stato per fissare in anticipo le tasse da pagare, in modo da poter pianificare con tranquillità la propria attività e sfuggire all’incubo dell’accertamento fiscale inatteso.
Il concordato riguarda l’anno 2003 (cioè le tasse che paghiamo a giugno con la dichiarazione Unico 2004) e il 2004. Per qQuesti primi due anni il concordato viene applicato con una procedura che è eguale per tutti. Per gli anni successivi sarà invece ritagliato su misura per ciascun contribuente (cioè ciascuno potrà accordarsi con il fisco in relazione alla situazione specifica della propria attività).

Come funziona
Si tratta di un particolare patto con il Fisco:
è le imprese e i professionisti si impegnano a dichiarare per il 2003 e per il 2004 almeno un certo livello di introiti e di reddito: questo livello minimo da dichiarare è determinato aumentando di una percentuale i valori del 2001
In cambio si ottiene:
di essere tassati con un’aliquota minore;
di non essere obbligati a pagare i contributi previdenziali sul reddito al di sopra del minimo;
di essere sicuri che gli uffici fiscali non potranno accertare un maggior reddito, salvo che in casi molto particolari;
di non essere più obbligati ad emettere scontrini e ricevute fiscali.

A chi si rivolge
Al mondo dei professionisti e delle piccole imprese. In particolar modo a coloro che emettono scontrino o ricevuta fiscale. A loro si offre l’opportunità di operare con trasparenza e in piena legalità. Per questo, il concordato preventivo richiede l’impegno ad aumentare gli introiti dichiarati al Fisco di una certa percentuale rispetto al 2001.

Chi può aderire
Imprese, società, artisti e professionisti che nel 2001 avevano dichiarato ricavi o compensi al di sotto dei limiti di applicazione degli studi di settore (10 miliardi di vecchie lire). L’adesione può provenire anche da chi nel 2001 non ha applicato gli studi di settore o i parametri. Non ha importanza, inoltre, la forma giuridica con cui viene esercitata la propria attività: può essere una ditta individuale, un’impresa familiare, una società di capitali, una società di persone o uno studio associato.

Chi è escluso
Non possono aderire al concordato preventivo:
coloro che hanno iniziato l’attività dopo il 31 dicembre 2000;
coloro che nel 2001 oppure nel 2003 sono stati tassati con particolari regimi forfetari (a esempio, i cosiddetti contribuenti “minimi”, oppure le associazioni sportive dilettantistiche tassate con il particolare regime introdotto dal 1991);
coloro che hanno cambiato settore di attività rispetto al 2001 (a meno che la nuova attività sia assimilabile a quella del 2001 in quanto classificabile all’interno di uno stesso studio di settore).

Le scadenze
Le imprese e i professionisti che decidono di aderire al concordato preventivo devono comunicarlo agli uffici finanziari entro il 16 marzo 2004. Dal momento dell’adesione non si è più obbligati ad emettere scontrini o ricevute.

A chi rivolgersi
Basta presentare, in via telematica, una comunicazione di adesione all'Agenzia delle Entrate secondo le modalità e su modello conforme a quello approvato con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate.

Quali impegni comporta
Bisogna raggiungere una soglia minima, sia per quanto riguarda i ricavi delle imprese (ovvero i compensi dei professionisti), sia per quanto riguarda il reddito derivante dallo svolgimento dell’attività. L’adeguamento alla soglia minima per il 2003 si può effettuare anche direttamente nella dichiarazione dei redditi (Unico 2004); per il 2004 l’adeguamento deve avvenire durante l’anno, ma un aggiustamento (fino al 10% dei ricavi registrati) si può effettuare in dichiarazione, pagando una piccola penale.
Una volta raggiunto il minimo, tuttavia, resta l’obbligo di portare in contabilità (e conseguentemente dichiarare) gli ulteriori ricavi o compensi.
Chi aderisce al concordato preventivo fiscale deve impegnarsi a rispettare le condizioni poste per entrambi gli anni coperti dal concordato, cioè sia per il 2003 sia per il 2004.
Tuttavia, se per eventi particolari il contribuente che ha aderito al concordato si trovasse nel 2004 nell’impossibilità di mantenere l’impegno, lo può comunicare agli uffici finanziari. Questi daranno all’interessato la possibilità di giustificare lo scostamento rispetto alle previsioni: se le giustificazioni saranno valide il contribuente potrà uscire dal concordato.

Un rapporto più civile con il Fisco
Ecco i vantaggi

Il concordato consente uno svolgimento dell’attività economica all’insegna della certezza dei rapporti con l’amministrazione finanziaria. Chi aderisce fruisce di una tassazione agevolata sulla cosiddetta quota di extrareddito. E’ al riparo, entro una certa soglia, da qualunque tipo di accertamento e, inoltre, è sicuro di non poter essere accertato con metodi presuntivi, anche al di sopra di questa soglia. Per i contribuenti che emettono scontrino o ricevuta fiscale vi è poi un vantaggio in più: l’esonero dall’obbligo di rilasciare lo scontrino o la ricevuta, salvo che non vi sia richiesta del cliente.

Extrareddito
E’ la parte del reddito del 2003 e del 2004 che viene assoggettata a tassazione agevolata. Comprende sia l’incremento richiesto per raggiungere il minimo, rispetto al reddito 2001, sia la porzione di reddito eventualmente dichiarato al di sopra del minimo.

Le aliquote agevolate
L’Extrareddito è tassato separatamente e in modo agevolato, applicando anticipatamente le cosiddette “aliquote obiettivo”, cioè le aliquote più basse previste per la fase a regime della riforma fiscale. Per le persone fisiche e i soci di società di persone, quindi, in luogo delle aliquote progressive si applica, sia al 2003 sia al 2004, la percentuale fissa del 23 o del 33 per cento, a seconda che nel corso del 2001 il reddito d'impresa o di lavoro autonomo sia stato rispettivamente al di sotto o al di sopra dei 100mila euro. L’aliquota del 23 per cento si applica anche agli incrementi di reddito che eccedono la soglia di € 100mila, sempreché il contribuente abbia all’epoca dichiarato per il 2001 un reddito inferiore a tale soglia. Per i soggetti Irpeg (dal 2004 soggetti all’Ires) si applica in entrambi gli anni l’aliquota del 33 per cento.

E sul piano contributivo? ?E’ previsto l’esonero dal pagamento dei contributi previdenziali. Questo, tuttavia, non riguarda l’intera quota di extrareddito, ma quella parte di reddito che eccede il minimo concordato. Chi vuole ha comunque facoltà di versare per intero i contributi dovuti.

Legalità fa rima con pari dignità
Cosa non è più consentito al Fisco

Per gli anni del concordato sono preclusi al Fisco gli accertamenti fondati su presunzioni, piuttosto che su prove certe e dirette. Sono quindi vietati gli accertamenti basati:
-         sugli studi di settore o sui parametri
-         sulla ricostruzione dei ricavi mediante percentuali di ricarico
-         su prove indirette desunte dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio dell’attività (ubicazione e dimensione dei locali, numero dei dipendenti, eccetera)
-         sul metodo di calcolo induttivo quando vengono riscontrate gravi irregolarità formali che rendono inattendibile la contabilità.
Il Fisco potrà emettere accertamenti solo se viene in possesso di prove sicure del mancato adempimento, come quando il contribuente evita di registrare delle fatture regolarmente emesse. Ma anche in questo caso, se l’ammontare del reddito occultato è inferiore al 50 per cento rispetto al reddito d’impresa dichiarato, il Fisco non potrà emettere l’accertamento.
Senza obbligo di scontrino
Dalla data di adesione al concordato scatta l'esonero dall'obbligo di emettere lo scontrino o la ricevuta fiscale. Scontrino o ricevuta dovranno essere emessi soltanto se il cliente lo richiede esplicitamente. L’esonero permane fino alla fine del periodo d’imposta in corso al 1° gennaio 2004, ma sarà presumibilmente rinnovato per coloro che, negli anni successivi, aderiranno al nuovo concordato preventivo individuale.

E se non si aderisce?
La legge conferma tutti gli obblighi relativi a scontrino e ricevuta fiscale e introduce sanzioni più gravi, in caso di violazione. Dopo tre infrazioni scatta la chiusura dell’esercizio per un periodo che può andare da 15 giorni a due mesi. A tal fine fa fede la semplice constatazione della violazione, senza che sia necessaria la definitività dell’addebito.
Si contano tutte le infrazioni avvenute nel giro di cinque anni a partire dal 3 ottobre 2003. La sanzione non scatta se gli ammontari sottratti al Fisco sono complessivamente al di sotto di 50 euro. E’ lo stesso meccanismo della patente a punti che ha avuto riscontri molto favorevoli tra gli automobilisti.

(il documento si conclude poi con un esempio, disposto su una tabella in formato word che non posso inserire in questo blog che accetta, al momento, solo testo. Ndr)

mercoledì 18 febbraio 2004


a proposito delle scelte culturali di Repubblica:

(una segnalazione di Sergio Grom)
oggi mercoledì 18.2.04, si può leggere sul giornale un articolo di Umberto Galimberti dal titolo "IL DESERTO DEI DEPRESSI DOVE SI È PERSO PANTANI" (pagg 1 e 15)
chi volesse vederlo può richiederlo a questo indirizzo; lo riceverà per e-mail

Sandra Mallone ha segnalato anche una risposta del filosofo di Repubblica su "D" di sabato 14 u.s.

storia dell'uomo:
«almeno tremila anni fa»

Le Scienze 16.02.2004
Una nuova datazione di antiche pitture rupestri
Studi precedenti attribuivano alle immagini soltanto mille anni


Alcune delle più celebri pitture rupestri del mondo sono almeno tre volte più antiche di quanto si ritenesse in precedenza. Lo sostengono ricercatori di università britanniche e australiane dopo aver utilizzato le più recenti tecnologie di datazione al radiocarbonio.
Studi precedenti sui dipinti rupestri di uKhahlamba-Drakensberg, in Sud Africa, un sito della World Heritage, avevano attribuito loro meno di 1000 anni di età. Ma il nuovo studio, effettuato da archeologi dell'Università di Newcastle upon Tyne e dell'Australian National University di Canberra, stima che le immagini furono create almeno 3000 anni fa.
La scoperta, pubblicata sulla rivista "South African Humanities", presenta forti implicazioni per la studio della vita degli artisti e dei cambiamenti sociali avvenuti nel corso degli ultimi tre millenni. Quando gli europei si trovarono di fronte per la prima volta ai dipinti rupestri nella regione montuosa di uKhahlamba-Drakensberg, circa 150 anni or sono, li considerarono primitivi e rozzi. Oggi gli esperti ritengono l'area una delle più importanti nel mondo per quanto riguarda l'arte rupestre, con la maggior concentrazione di pitture a sud del Sahara. I dipinti, opera di cacciatori-raccoglitori San che si stabilirono nella regione quasi 8000 anni fa, sono stati realizzati usando principalmente pigmenti neri, bianchi, rossi e arancioni. Raffigurano scene con animali e uomini che rappresenterebbero le credenze religiose dei San.

A.D Mazel & A.L. Watchman, Dating rock paintings in the uKhahlamba-Drakensberg and the Biggarsberg, KwaZulu-Natal, South Africa. South African Humanities, Vol. 15, pagg. 59-73.


© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.

Marco Muller sarà il direttore del Festival di Venezia?
invitò "Il cielo della luna" a Locarno

La Stampa 18 Febbraio 2004
LA DECISIONE SARÀ PRESA LA PROSSIMA SETTIMANA
La mostra di Venezia fa la corte a Muller
di Fulvia Caprara


ROMA. Dovrebbe fermarsi entro la prossima settimana il girotondo di pettegolezzi sul nome del nuovo direttore della Mostra del cinema di Venezia. Dell’argomento si parlerà durante la riunione del consiglio d’amministrazione della Biennale presieduta da Davide Croff che ha preso il posto di Franco Bernabè.
L’incontro dovrebbe svolgersi, appunto, negli ultimi giorni di questo mese. D’altra parte il tempo stringe, l’elenco dei film che potrebbero essere selezionati per la rassegna del Lido si assottiglia, mentre gli altri Festival, Cannes in testa, si danno da fare per accaparrarsi i titoli migliori. Alla Berlinale appena conclusa, il nome più ricorrente per la direzione della kermesse era quello di Marco Muller, ex-direttore dei Festival di Pesaro, Rotterdam, Locarno, produttore di film premiati a Cannes, Venezia e Berlino. Con l’affermarsi dell’ipotesi Muller iniziava a diventare meno probabile quella del duetto formato da Giancarlo Giannini e da Moritz De Hadeln che ha diretto la Mostra nelle ultime due edizioni.
Fino a ieri Giannini non aveva ricevuto comunicazioni di nessun tipo e il suo agente faceva notare che, in ogni caso, prima di pronunciarsi, l’attore dovrebbe valutare due fattori fondamentali: la possibilità di coniugare il nuovo impegno con il mestiere di sempre e gli spazi reali d’azione alla guida della Biennale. Insomma, Giannini non sembra proprio essere il tipo di persona che si accontenta di una nomina di facciata. E’ anche vero che l’interprete di tanti, applauditissimi film risponde a quella che sembra essere la caratteristica più ricercata nella figura del nuovo direttore: un italiano, sì, ma di fama internazionale.
Dagli uffici veneziani della Biennale, intanto, dove le persone che si occupano della Mostra attendono di poter finalmente ricominciare a lavorare, si fa notare che il neo-eletto presidente Croff farà comunque sentire la sua voce nella decisione finale, senza accontentarsi di soluzioni pre-stabilite: «Di sicuro darà segnali di autonomia».
A questo fine sembra che Croff abbia fatto, proprio in queste ultime ore, degli incontri che potrebbero perfino preludere a possibili colpi di scena. Quanto a Moritz De Hadeln, il quale a Berlino, durante il FilmFest, ha passato la maggior parte del tempo a respingere attacchi di giornalisti italiani che gli chiedevano quali erano le sue intenzioni, se avrebbe accettato il famoso duetto e via così, finora non ha dichiarato formalmente la sua indisponibilità. Certo, dopo le violente polemiche legate al verdetto dell’ultima Mostra (per il mancato Leone d’oro a «Buongiorno notte» di Marco Bellocchio), una parte, molto istituzionale, del cinema italiano gli ha giurato odio eterno. E, a distanza di mesi, le parole del Ministro Urbani non hanno fatto che confermare la volontà di cambiamento: «Il nuovo progetto ha bisogno di forze fresche».
Eppure non sono tante le persone in grado di prendere in mano, in tempi così stretti, le redini di una manifestazione che quest’anno rischia già di partire con il piede sbagliato. Troppo in ritardo. Con troppi film importanti già opzionati da altri Festival. Sempre da Venezia si fa notare che, durante la riunione della prossima settimana, dovranno essere affrontati anche altri punti importanti, dalle linee direttive di Davide Croff al nuovo statuto della Biennale, alle date della Mostra 2004 che ancora non sono state ufficialmente annunciate.

Cina

Corriere della Sera 17.2.04
Il dibattito promosso da Fondazione Italia-Cina e Aspen.
Romiti: il Paese nel G7? Via percorribile
«Pechino? Più un’occasione che un rischio»
Urso: inutile presentarsi regione per regione


MILANO - Molto «realista» il dibattito che si è tenuto ieri all’Assolombarda di Milano sul «Tempo della Cina». Lasciate da parte paure e richieste di dazi, nella sede degli industriali milanesi si è discusso di come giocare al meglio la sfida economica che viene dall’Impero di Mezzo. Con concretezza: il viceministro per il Commercio Estero Adolfo Urso, per dire, ha sottolineato la necessità di muoversi non in ordine sparso ma come Italia. «E’ inutile presentarsi a Pechino regione per regione, i cinesi ragionano per grandi numeri - ha detto -. Che senso ha andare come Lombardia, come Molise o come singoli ministeri se già l’Italia rischia di essere troppo piccola?». Il dibattito era promosso dalla Fondazione Italia-Cina e dall’Aspen Institute Italia, che nell’occasione ha presentato l’apprezzatissimo ultimo numero della rivista Aspenia (distribuita dalle edizioni Sole-24 Ore) interamente dedicato alla Cina. Unanimità, sin dai saluti del presidente di Assolombarda Michele Perini, sul fatto che la Cina sia più un’occasione che un rischio, anche per l’Italia, il Paese europeo che sembra più preoccupato dall’aggressività della sua industria. La radice di questa nostra paura - ha sostenuto Cesare Romiti, presidente della Rcs Quotidiani (che pubblica il Corriere della Sera ) e della giovane Fondazione Italia-Cina - «sta nel fatto che nel mondo industrializzato l’Italia è oggi più debole degli altri, più debole verso la Cina ma anche più debole nei confronti dei Paesi di vecchia industrializzazione». Su questa analisi di Romiti e sulla necessità di vedere la Cina come un’occasione hanno concordato tutti.
L’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis ha addirittura parlato di una Cina in fondo benigna anche in politica. A suo parere, Pechino è avviata sulla strada di una reale democratizzazione: non è lontano il giorno «in cui il parlamento voterà contro una proposta del governo», si va verso uno stato di diritto, la «borghesia imprenditoriale» è sempre più rappresentata e tra il 2012 e il 2017 arriverà una nuova generazione di leader «che sarà la vera svolta».
La sinologa Maria Weber ha raccontato di come quello cinese non sia più uno sviluppo a bassa qualità: il 25% dell’export del Paese è ormai in prodotti hi-tech, Pechino investe molto in ricerca e i cervelli che hanno studiato all’estero stanno rientrando. (A proposito di cervelli e di approccio intelligente alla Cina, il moderatore del convegno, l’ex ambasciatore Sergio Romano, ha sottolineato come in Irlanda ci siano oltre 40 mila studenti cinesi; e il viceministro Urso ha segnalato che in Italia ce ne sono solo 600). E il presidente dell’Ice Beniamino Quintieri ha detto che le richieste di protezionismo verso i prodotti cinesi che si sono sentite in Italia negli ultimi tempi «non giovano a nessuno», anzi.
Ovviamente, non mancano i problemi, a cominciare dalle regole che non sempre in Cina sono rispettate. Una ragione in più «perché l’Europa punti a integrarla al più presto» nel sistema di governo del mondo, ha detto Marta Dassù, la curatrice della rivista Aspenia : «L’Europa dovrebbe lavorare affinché Pechino entri nel G8». Una «strada percorribile», ha detto Romiti, da seguire in tempi brevi.

Cina: il palazzo dei piaceri celesti

La Gazzetta di Parma 17.2.04
«Il palazzo dei piaceri celesti» di Adam Williams
Dalla Cina con amore
di Carlo Bocchialini


Qualche attempato lettore ormai prossimo alla pensione, potrà trovare similitudini e richiami della memoria in questo corposo libro di Adam Williams («Il palazzo dei piaceri celesti» Longanesi, pagine 752, Euro 19,00). Discendente da una famiglia inglese vissuta in Cina fino agli inizi del Novecento, educato a Oxford, l'autore vive e lavora a Pechino per una società commerciale e questo suo esordio letterario è già stato tradotto in sette lingue.
In realtà, l'ambiente attorno al quale si dipana la contorta e affascinante vicenda ha solo una vaga somiglianza con le nostrane case di tolleranza. Ambientato nella Cina di fine Ottocento, «dove un debole imperatore teneva ancora nelle sue fragili mani il mandato celeste» e le potenze occidentali conquistavano concessioni commerciali e porzioni di territorio sempre maggiori, il racconto ruota intorno al sontuoso bordello di Shishan, a nord di Pechino, il Tian Le Yuan, il Palazzo dei piaceri celesti. Paradiso dei sensi, riservato solo a ricchi e stranieri, brulicava di ragazze bellissime, accuratamente educate all'arte amatoria, al massaggio, al ballo, alla poesia ed alla conversazione. Il raffinato rifugio, annebbiato dall'oppio che circolava generoso tra i clienti, disponeva di terme, bagni turchi, ottima cucina e perfino una biblioteca per i più esigenti.
Mentre fuori cresceva il malcontento e la rivolta serpeggiava nelle campagne, all'interno, protetti dalla discrezione del piacere, fremevano intrighi politici, congiure e affari tra spregiudicati mercanti e mafie locali.
Su questo sfondo, lui, cupo e affascinante ufficiale dal passato tenebroso, schiuderà a lei, giovane formosa appena giunta dall'Inghilterra carica di sogni esotici, i misteri del sesso, del vizio e della trasgressione senza limiti, sconvolgendo le loro esistenze.
La rivolta dei Boxer, inasprita da conflitti ideologici e culturali tra l'idealismo europeo ed il pragmatismo orientale, metterà la comunità inglese in grave pericolo e il bordello di Shishan diventerà per alcuni l'unico rifugio per non essere uccisi, la prima tappa di una lunga ed avventurosa fuga verso la salvezza. La figura del medico missionario dottor Airton, attorno al quale si raccoglie la legazione britannica, è ispirata a vicende familiari dell'autore il cui nonno David Muir svolse la sua attività in Manciuria proprio in quel periodo.
Pennellata su un mondo misterioso ed intrigante, l'autore confessa che la realtà storica ha superato la sua immaginazione: dietro al fascino esotico questi santuari del piacere erano veri e propri luoghi di tortura e crudeltà verso le donne, vendute giovanissime dai genitori (consuetudine divenuta illegale solo nel 1929), la loro vita valeva poco più di niente e le brutalità nei loro confronti superavano quelle descritte nel romanzo.
Chiuse nel '47, quando la Cina entrò a far parte dell'Onu, queste «case» vantavano tradizioni secolari: già Marco Polo parlava estasiato delle donne cinesi («gli stranieri che le hanno sperimentate una volta rimangono come stregati e non riescono più a togliersele dalla testa»), mentre durante la colonizzazione inglese furoreggiavano i «battelli fioriti», bordelli galleggianti situati nei porti marittimi e fluviali.
Un libro interessante, giocato sul dinamismo dell'azione, tra tempeste di polvere, alcove e atmosfere pittoriche, che mantengono vivo l'interesse fino all'ultima pagina

il cattolico Tolkien

Corriere della Sera 18.2.04
DIBATTITI
Tolkien: cattolico o pagano? Si riapre la disputa
di Cesare Medail


Che Tolkien si dichiarasse cattolico è cosa nota; ma i lettori comuni del "Signore degli anelli" (e ora il pubblico del cinema) non ravvisano segni biblici nella saga, evocatrice semmai di quei miti e poemi nordici (Edda , Kalevala) così amati dal professore oxoniano. Cristiano o pagano, dunque? Dalla disputa, per la verità tutta italiana, è uscito un libro ("Paganesimo e cristianesimo in Tolkien", edizioni il Minotauro, pag. 210, 14,50) dove due studiosi, Errico Passaro (tesi pagana) e Marco Respinti (tesi cri stiana) si affrontano, anche se sovente gli argomenti tendono più a integrarsi che a respingersi. Per la loro ambivalenza. Una volta, per esempio, Tolkien dichiarò: «L’Evangelium non ha abrogato le leggende; ma le ha santificate nel lieto fine». Ciò può deporre a favore della tesi cristiana, del senso religioso celato nelle pieghe del racconto; ma suona anche di critica agli anatemi ecclesiali che, a partire dalla Chiesa costantiniana, hanno rigettato i miti, le credenze e le cosmogonie dell’umanità cosiddetta pagana; che Tolkien, invece, accoglie come grandioso preambolo dell’era cristiana.
Una via per dirimere la questione è cercare nella saga valori affini o estranei al cristianesimo: impresa ardua perché la solidarietà, il perdono, la lealtà, il sacrificio, la stessa provvidenza non si trovano solo nella Bibbia. Altra, e più utile via è consi derare l’insieme, l’impianto della creazione tolkeniana a partire dal Silmarillon, dal creatore Iluvatar agli Ainun fino agli Elfi, agli Uomini e agli Hobbit. "Il signore degli anelli" si ferma alla fine della Terza Era, quando gli Elfi si ritirano su altri piani dell’essere e comincia l’era degli Uomini. L’incarnazione di Cristo, dunque, si manifesta in un’era a venire rispetto alla saga e quindi non vi figura, anche se tutto scorre entro un’aura di sacralità non sapremmo dire quanto «profetica».
Per capire il nesso fra paganesimo e cristianesimo in Tolkien è utile, piuttosto, la vicenda del suo amico Clive S. Lewis, grande scrittore fantastico e studioso di mitologie nordiche: perché, si chiedeva da buon ateo, non considerare la storia di Gesù alla stregua di altre remote letterature?
Nel 1931, però, ebbe luogo una storica riunione in casa Tolkien: e prima dell’alba, pressato dall’amico, Lewis si convertì e si convinse che «in quei racconti pagani era sempre Dio ad esprimersi attraverso voci ispirate. Erano l’intuizione poetica di un mito a venire: quello narrato in forma meravigliosa da Isaia e dai profeti biblici, non diverso dagli altri, ma che divenne fatto nella nascita di Cristo». Il cattolico Tolkien non abrogò, quindi, ma fece amare i miti precristiani; e volle scrivere il Pater Noster in Sindarin , la lingua elfica.

martedì 17 febbraio 2004

"Filmcritica":
una conversazione con Marco Bellocchio

La Stampa 17 Febbraio 2004
LA RIVISTA DI CINEMA
«Filmcritica» su Gitai e Bellocchio


ROMA. Ci sono gli ultimi film di Amos Gitai («Alila») e Marco Bellocchio («Buongiorno, notte») sulla copertina del primo numero del 2004 di «Filmcritica», che si apre con un intervento di Fausto Bertinotti alla tavola rotonda della rivista sulla Biennale intitolata «Con il cinema non ce la fanno». «Ci è sembrata profetica - scrive il direttore Edoardo Bruno - con tutto quello che sta avvenendo in questi giorni alla Biennale, scioglimento e modifica del consiglio direttivo, nomina del consulente o del direttore provvisorio in armonia con le linee programmatiche del governo». Ma, sostiene «Filmcritica», appunto «con il cinema non ce la fanno»: «Il cinema, o meglio i film - continua Bruno - sono atti consapevoli, materialistici, di amore, di passione, di ideologia, quindi testimonianza di una storia in atto». Non si può dire altrettanto con il cinema inteso come struttura burocratica, centro di produzione, contro cui, secondo Bruno, bisogna combattere «anche con la fantasia. Oggi non ci manca la comunicazione, ci manca la creatività e la resistenza al presente».
Seguono due conversazioni davvero interessanti con Gitai e Bellocchio. La lettura del conflitto israelo-palestinese di Gitai è molto profonda e articolata e proietta una luce diversa sulle nostre convinzioni. «Si vive come autointossicati dall’accesso ai mass media - dice - e si ha la sensazione che se alla sera, nei tg, non si parla di Medio Oriente, ci sia quasi un senso di tristezza palpabile, perchè si è ormai abituati a ritrovarsi ogni giorno sulle news... una sorta di perenne feuilleton senza fine... ecco perchè nel film ho deciso di mostrare invece la gente che di solito è invisibile».
Bellocchio ritorna sul recente passato italiano e la sua controversa lettura della tragedia di Aldo Moro: «Ho compiuto delle scelte precise in “Buongiorno, notte” - dice - ad esempio di mostrare le pistole senza mostrare alcuno sparo... è come se le inverosimiglianze diventassero l’inverosimiglianza della vita».

una dichiarazione di Marco Bellocchio all'Humanité

Humanité 16.2.04
Libertés Marco Bellocchio
Le réalisateur de Buongiorno, notte (consacré à l'affaire Aldo Moro) a réagi à l'emprisonnement de Cesare Battisti:


" Je ne connais pas Cesare Battisti, je ne l'ai jamais rencontré, je ne l'ai pas lu et je n'ai pas suivi cette affaire. Sur le fond, je pense que quand quelqu'un a commis des homicides, même il y a longtemps, il doit être puni, mais le fait est que Battisti dit ne pas en avoir commis. Par ailleurs, la tradition veut que, quand il y a eu une guerre, au bout d'un certain temps, il y ait amnistie. À la fin de la Deuxième Guerre mondiale, les vainqueurs ont offert une amnistie. Le problème est qu'il renaît en Italie une forme de terrorisme, donc on pourrait dire que la guerre n'est pas finie. Mais cette forme de terrorisme est très différente de celle des années soixante-dix. Les protagonistes sont en dehors de l'histoire, donc je ne pense pas qu'ils devraient être punis pour l'éternité. Il faut regarder de l'avant, pas adopter le principe de la vendetta. "

(Recueilli par Jean Roy)

il caso Cesare Battisti
BellaCiao.org martedi 17 febbraio 2004 :
Parigi: la manifestazione per Cesare Battisti
  

Dalle 17 - ma si sono in seguito aggiunte molti altri - una folla di circa quattrocento persone si è radunata davanti al carcere della Santé, per manifestare il proprio rifiuto all'estradizione di qualunque rifugiato politico italiano arrivato in Francia dopo gli anni Ottanta. Cesare Battisti si trova per l'appunto improgionato alla Santé, sotto richiesta di estradizione dall'Italia.
Annunciato dapprima come semplice conferenza stampa, il concentramento ha avuto luogo su boulevard Arago all'incrocio con rue de la Santé, ed è stato aperto dagli interventi di Alain Krivine (deputato europeo LCR-trotskista), Noël Mamère (Verdi) e dall'avvocatessa de Felice, appartenente alla Lega dei Diritti dell'Uomo, che difende Cesare. Philippe Sollers (autore Gallimard) ha in seguito preso la parola. Componevano l'assembramento scrittori e intellettuali di diversa estrazione (tra cui Tahar Ben Jalloun, il regista Yves Boisset, l'architetto PC Castro) insieme a una folta rappresentanza di editori, giornalisti, semplici militanti, rifugiati politici italiani (tra cui Oreste Scalzone) che indossavano gli adesivi "Libérez Cesare". Erano presenti anche gruppi più o meno radicali che contestano la carcerazione e il sistema repressivo.
I manifestanti sono rimasti più di due ore a scandire slogan di solidarietà con lo scrittore italiano, in modo che, se anche Cesare non avesse sentito, i cori raggiungessero comunque gli altri detenuti.
Cinque deputati, Krivine e tre parlamentari Verdi e un senatore del PC, sono riusciti, secondo i poteri di cui dispongono per legge, a fare ingresso nel carcere, ma il ministro della Giustizia ha loro illegalmente interdetto l'incontro con Cesare. Tra la folla, striscioni di sostegno alla causa di Cesare, un'enorme bandiera contro il sistema carcerario e la prima pagina del quotidiano l'Humanité (giornale del Partito comunista) che titolava a caratteri cubitali "Libérez Battisti !".
[...] Al termine della manifestazione, la sensazione generale è stata che il governo francese abbia compiuto una mossa azzardata e non priva di rischi.
Giovedì, alle 14.30, la Lega dei Diritti dell'Uomo terrà nella sua sede una conferenza stampa. Alle 20.00, presso il CICP (locale di incontro tra militanti) verrà proiettato il film CESARE BATTISTI, RESISTANCES.
Il comitato di solidarietà a Cesare continuerà a organizzare azioni di sostegno, in vista del 3 marzo, data dell'udienza sulla richiesta di scarcerazione.
Cesare libero! Nessuna estradizione degli esuli italiani!

Parola di presidente

Nel caso Cesare Battisti è in gioco il valore della parola data da un presidente della repubblica a nome di tutta la Francia. Nella migliore tradizione umanista francese, François Mitterrand si impegnò a dare asilo politico ai militanti politici italiani che avessero esplicitamente preso le distanze dai metodi violenti. Ma se è troppo chiedere all'attuale inquilino dell'Eliseo di mantenere quella promessa, che almeno si attenga alla sentenza della corte d'appello di Parigi, che ha dichiarato Cesare Battisti non estradabile.

Libération, Francia
http://www.liberation.fr/page.php?Article=179305


http://www.carmillaonline.com/archives/2004/02/000624.html#000624

in morte di Marco Pantani

una segnalazione di Sergio Grom

Repubblica 17.2.04
La caccia al colpevole nel dramma di Pantani

In morte di Marco Pantani si è spesa un'emozione profonda, perché era giovane, perché era bravo, perché lo conoscevamo tutti e tutti avevamo ammirato il suo prodigioso estro motorio. Ma sulla superficie del dolore popolare, in certi epitaffi televisivi in cerca di applauso, in certi titoli teatralmente affranti galleggia anche qualcosa di sbagliato, di infelice e, ahimé, di incurabilmente italiano.
di MICHELE SERRA


Pantani «ucciso dai giudici» (anche lui?!), Pantani affossato dal Potere Sportivo, Pantani impallinato da «certa stampa», Pantani tradito dall´ambiente, dalla famiglia, dagli amici distratti, dalle donne incuranti, dalla Riviera cinica e gaudente, dalla farmacopea speculatrice, dall´oblio delle folle volubili... Piccole schegge di verità (forse), nessuna bastante a spiegare il precipizio umano del Pirata, che però vengono ingigantite fino al rango di arma letale. L´innocenza restituita (a tutti) dalla morte non basta a placare questa mentalità puerilmente assolutoria, che imputa sempre e comunque «agli altri» il peso della croce che ciascuno si porta appresso, con minore o maggiore disinvoltura. No, si vuole un Pantani vittima anche in vita, incompreso e bistrattato, quasi condotto al suicidio dall´indifferenza e dalla crudeltà del mondo malvagio.
Non è così, non funziona così per nessuno, nemmeno per Pantani. Intanto la depressione (in genere nominata, con eufemismo letterario, «male oscuro», così come il cancro è «brutto male»: terapia dello struzzo) è una malattia, diagnosticabile e spesso curabile, non un malefizio. Non è il lusso romantico e maudit degli eroi caduti, è un tragico tilt che coglie anche operai, massaie, docenti universitari, adolescenti. E nemmeno il più scalcinato terapeuta si sognerebbe di dire al depresso che la causa di quello sprofondo psichico è la malvagità degli altri: sarebbe un tremendo, imperdonabile errore. Piuttosto, cercherebbe di indirizzarlo verso uno scavo interiore, perché è l´io che diventa nemico, l´io il carceriere che impedisce di aprire le finestre. E dunque tutto questo imputare alla società, alla sfortuna, all´invidia, alla persecuzione di imprecisati poteri ostili la triste fine di Marco Pantani, è un pessimo, diseducativo segnale indirizzato ai tanti (tanti!) che soffrono della sua stessa malattia.
Non per caso, mentre nelle prime ore della scomparsa del campione si è detto e ridetto che era stato abbandonato da tutti, ora emergono, come era logico che fosse, progetti di recupero ideati da qualche amico meno disattento, per esempio quello di don Gelmini. Le amicizie balorde (che pure non mancano mai, specie per i ricchi e famosi) paiono meno devastanti e soprattutto meno esclusive di come piaceva pensare ai teorici del Pantani traviato dai Lucignoli: qualcuno che si preoccupava c´era, qualcuno che ci provava pure, e la traviatura (vedi il viaggio a Cuba) era autoinflitta.
E mentre Maradona (altro genio amatissimo, ma bisognoso di aiuto) dichiara che «la colpa è di tutti», forse specchiandosi nella sua propria giustificazione permanente, pare ovvio e necessario dire che ciascuno porta la sua lanterna, nel buio della vita, e che il passaggio più significativo, per entrare nell´età adulta, è per tutti sempre il medesimo, famosi o non famosi, bravi e meno bravi: accettare i propri errori, la propria incompletezza, l´insopportabile eppure evidente scoperta che possiamo deludere gli altri, dispiacere e non solo piacere, sbagliare e non solo avere ragione, perdere e non solo trionfare. Che questo ostico rendiconto della propria limitatezza sia particolarmente duro per un giovane uomo abituato a svettare tra due ali di folla osannante, è probabilmente vero. Ma additare la fine di Pantani come eclatante esempio di martirio dell´incompreso è davvero scellerato, perché non solo i depressi, ma milioni di ragazzi alle prese con la propria complicata formazione saranno rafforzati nel loro comodo alibi di eterne vittime del mondo.
Il lutto per Pantani è, nello sgomento e nella tristezza, un lutto bello e consolante: esprime ammirazione, gratitudine e amore per la spettacolosa grazia atletica dell´uomo che sale, supera se stesso, trasforma una bestiale sofferenza in una gloriosa arrampicata sull´Olimpo. Perfino il virilismo romagnolo (struttura psicologico-culturale che non mi è particolarmente cara) assumeva, in Pantani, cadenze quasi spirituali, leggere, femminili quando inanellava i tornanti di asfalto come un morbido gomitolo. Non si addice, a questo lutto concorde, il molle piagnisteo italiota sulle «colpe degli altri». Gli altri, se hanno colpa, e rimorso, dovranno sbrigarsela comunque da soli, pure loro, faticando a prendere sonno come a tutti capita, prima o poi.
Lui merita un compianto profondo, e la memoria intatta di chi aspetterà per sempre, seduto sui prati, di vedere passare il Pirata. Non merita che lo si agiti come uno straccio inerte, come una bandiera bianca, per potere continuare a lamentarci ciascuno della sua debolezza, ad aggrapparsi ciascuno alle sue eterne giustificazioni da bimbo. Siamo spesso soli, tutti, specie nei momenti decisivi: non possiamo chiedere proprio a un uomo che cercava sempre la fuga, l´arrivo solitario, di aiutarci a rimanere intruppati nella desolante mediocrità dei nostri alibi.