sabato 27 marzo 2004

donne nella storia: Christine de Pizan

Il Giornale di Vicenza 27.3.04
Christine de Pizan editrice medievale
di Attilio Fraccaro


Interessante "fuori programma" oggi a Campese dell'edizione 2003-2004 degli incontri "medievali" organizzati, al Monastero di Santa Croce, dal Centro Studi dedicato all'Abate Ponzio di Cluny.
A partire dalle 18 infatti è in calendario l'incontro dedicato alla lettura di brani tratti dalle opere di Christine de Pizan, scrittrice ed editrice tardomedievale italo-francese che molti, soprattutto nei paesi anglosassoni, considerano la prima femminista della storia.
Praticamente sconosciuta in Italia, pur essendo nata a Venezia e da genitori italiani, Christine sarà "presentata" da Lino Canepari mentre alcune delle sue più belle poesie e riflessioni tratte dalle sue opera in prosa saranno lette da Giusy Bizzotto.
Per tornare agli scritti di Christine de Pizan (Cristina di Pizzano) c'è da dire che questi furono composti in difesa della dignità della donna all'inizio del '400. la scrittrice ha senza dubbio il merito storico di avere sollevato per prima e con forza quella che poi è stata chiamata la "questione femminile".
Come detto questo appuntamento, non compreso inizialmente in? locandina, chiude il ciclo "Medioevo al femminile" iniziato nel novembre scorso.
Durante l'incontro il Centro Studi presenterà ufficialmente gli Atti dei due corsi precedenti, quelli dedicati alle Crociate e all'Inquisizione.
Volumi che poi saranno posti in vendita nelle librerie della zona o nella segreteria del sodalizio culturale.

Galimberti e Amore e Psiche...

Libertà 27.3.04
Settimana di spettacoli del “Lemming” a Castellarquato, venerdì incontro col filosofo Galimberti
E da lunedì viaggio tra Amore e Psiche, per due spettatori


Uno spettacolo per due spettatori. Certo, è curioso, ma il Teatro del Lemming di Rovigo, di cui è fondatore e “anima” il regista Massimo Munaro ci ha abituati a queste proposte. [...] Gli spettacoli da lunedì 29 marzo al 4 aprile sono sette al giorno e durano 45 minuti [...]. Ogni spettacolo è per uno spettatore e una spettatrice.
Venerdì 2 aprile alle 21, come approfondimento sul tema, al Museo Archeologico di Castellarquato il filosofo Umberto Galimberti parlerà su Amore e Psiche insieme con il regista Massimo Munaro.[...]

una nuova legge USA

Liberazione 27.3.04
USA: passa una legge "a difesa del feto"


Al termine di un serrato dibattito, il Senato statunitense ha approvato la legge che, in caso di violenza su una donna incinta, riconosce il feto come una vittima diversa dalla madre. Con 61 voti a 38, il Senato dominato dalla maggioranza repubblicana ha consegnato il provvedimento, approvato il mese scorso dalla Camera dei Rappresentanti, al presidente George W. Bush. Secondo la legislazione attuale, un individuo che compie una violenza su una donna incinta non riceve una punizione aggiuntiva per aver ferito o ucciso il bimbo non ancora nato. Adesso la situazione potrà cambiare. Secondo le organizzazioni dei diritti civili, con il riconoscimento del feto come persona, la legge è un primo passo per minare il diritto costituzionale all'aborto. Entusiasta il presidente Bush che ha già detto che non vede l'ora di firmare il provvedimento per farlo diventare legge.

Emma Bovary

Il Messaggero 27.4.03
Madame Bovary, l’amore estremo
di RENATO MINORE


Vale la pena ricordare alcune considerazioni di Alberto Moravia, raccolte in un'intervista da Nello Ajello, sull'autore di Madame Bovary : «Flaubert è troppo scrittore e poco narratore. Le due cose sono diverse. Io, per esempio, sono nato narratore: da bambino, quando ero solo, raccontavo dei romanzi a me stesso, ad alta voce, Ancor oggi qualcuno dice che scrivo male. Flaubert scriveva troppo bene, almeno in Madame Bovary ». E ancora: "Con la sua fissazione della parola, della perfezione formale, ha ammazzato il romanzo. Il romanzo non può essere basato sulla mera scrittura. Se si modifica una parola in una poesia la si distrugge. Il romanzo si fonda invece su delle strutture: se si cancella una parola non succede niente».
Il colpo di grazia inferto a Flaubert svela paradossalmente, sia pure in controluce, tutta la provocatoria, abbagliante grandezza di un personaggio come Emma: una figura, una forma in qualche modo sacra, oscenamente sacra nella sua sensualità. Proprio come la tensione che pervadeva il suo autore durante la stesura dell' opera: «Amo il mio lavoro con un amore frenetico e perverso, come un asceta il cilicio che gli raschia il ventre», scrive nel 1852 Gustave a Luise Colet, la donna con cui ha diviso sei anni di passione, ora preziosa confidente intellettuale. E' a Luise che lo scrittore rivela come gli ci vogliano «spesso molte ore per cercare una parola«, «cinque giorni per fare una pagina». Le parole somigliano a lettere di una preghiera, l'ossessione per esse è quasi vicina alla frenesia con cui i cabbalisti permutano in continuazione, nella Scrittura, l'impronunziabile parola di Dio. E d'altra parte la lucidità verso il presente non è da meno: «Nessun pensiero umano può prevedere a quali scintillanti soli psichici si schiuderanno le opere dell'avvenire, Nell'attesa, noi siamo in un corridoio pieno d'ombra, e brancoliamo nel buio. Tra la folla e noi, non c'è nessun legame. Tanto peggio per la folla; e soprattutto tanto peggio per noi».
Ma che fatidico anno il 1857: pubblicato a puntate sulla "Revue de Paris" tra l'ottobre e il dicembre del '56, Madame Bovary è accusato dal pubblico ministero Pinard di oltraggio alla morale pubblica, religiosa e ai buoni costumi. Flaubert viene assolto e l'opera esce in volume ad aprile. Il 25 giugno appare Le Fleurs du Mal e Pinard ci riprova, riuscendo a far condannare, ad agosto, Baudelaire e gli editori. L' intreccio tra Giustizia e Letteratura appare trionfalmente risolto dal poeta dello spleen, che recensendo il romanzo nell'ottobre di quell'anno scrive: «La magistratura si è dimostrata leale e imparziale come il libro che era spinto dinanzi a lei in olocausto(…) che fu data causa vinta alla Musa, e che tutti gli scrittori, almeno tutti quelli degni di questo nome, sono stati assolti nella persona di Gustave Flaubert». Ma qual' era l'oltraggio? E il "bovarismo" è davvero, come scrisse de Gaultier nel 1902, la «disposizione propria dell'uomo di concepirsi diverso da sé»? E se l'insoddisfazione della Bovary per la realtà, assieme a quella di Flaubert («Mi si crede innamorato del reale, mentre lo esecro») fossero la vera figura imbarazzante, scaturita da una dinamica di contrasto con la realtà assai vicina all'ascesi? I " Tre racconti " costituiscono l' ultimo libro pubblicato da Gustave, nel 1877: i rispettivi protagonisti Félicité, San Giuliano, Giovanni Battista sono figure della santità a tutto tondo, e insieme il prodotto quintessenziale di una strabiliante raffinatezza stilistica. «Senza l'amore della forma, sarei forse stato un grande mistico», aveva scritto nel 1852.
Fu in effetti il più grande mistico-scrittore d'occidente, capace di contrapporre la consistenza di una figura seducente, femminile (quasi potessimo abbracciarla, addirittura amarla) alla miseria del reale. Franco Cordelli ha scritto: «Il narratore viene da oriente, il romanziere dimora in occidente. Lo scrittore sta qui con noi, ma guarda da un'altra parte». E Moravia, narratore puro, ossia uno per il quale «la figura è sacra», intoccabile, percepiva forse questo incredibile "oltraggio" nell'inquietudine di Emma: un inammissibile corpo desiderante nato dalla parola.

Masako

LA CASA IMPERIALE GIAPPONESE
Masako depressa, lascia il palazzo
La principessa si è trasferita in una residenza segreta


Da ieri il palazzo Akasaka, residenza a Tokyo dei principi ereditari al trono giapponese Naruhito e Masako, è vuoto. Masako, 40 anni, assente dalla vita pubblica da quasi quattro mesi per problemi di salute causati da stress, ha lasciato Tokyo, in compagnia del marito e della primogenita, principessa Aiko, diretta in una villa tenuta segreta nella prefettura montagnosa di Nagano, circa 200 km a nord-ovest della capitale. Lo ha annunciato l’Ente della casa imperiale limitandosi a dire che Masako «ha bisogno di riposo e tranquillità» e diffidando espressamente tutti i mass-media, tv giornali e fotografi, dal tentare di individuare la villa.
«Speriamo in un completo ristabilimento della sua salute», ha affermato un portavoce dell’Ente della casa imperiale senza specificare per quanto si protrarrà l’assenza della principessa dal suo palazzo di Tokyo. Secondo fonti bene informate, il principe ereditario Naruhito si tratterrà qualche giorno con Masako nella villa misteriosa di Nagano prima di rientrare da solo nella capitale. È la prima volta, da quando all’inizio del dicembre scorso Masako non compare più in pubblico, dopo essere stata colpita dal fuoco di Sant’Antonio - nome popolare per una forma spesso grave di eritema cutaneo e nevrite provocata dal virus dell’herps zoster - che la principessa si allontana dalla capitale. «Un fatto che ha pochi precedenti nella storia della famiglia imperiale giapponese», hanno detto fonti bene informate.
Nulla è trapelato sulle reali condizioni di salute di Masako, che sembra attraversare un momento difficile della sua vita, come ammesso il mese scorso dal marito Naruhito in occasione del suo 44esimo compleanno. «Ci vorrà ancora del tempo prima che Masako possa tornare a svolgere attività pubblica - aveva detto il principe ereditario- Ha subito pressioni notevoli e inimmaginabili per chi vede le cose dall'esterno, soprattutto per quanto riguarda la successione al trono. Spero solo che dimentichi tutto e attendo senza fretta che si riprenda». In quell'occasione erano state diffuse le prime foto di Masako dopo la malattia. L’ex diplomatica è apparsa sorridente ma affaticata, a fianco del marito e della primogenita Aiko, data alla luce nel dicembre 2001.

aumentano i suicidi per depressione
dice la sua il prof. Giambattista Cassano...

Il Tempo 27.3.04
Depressione, aumentano i suicidi
di GIANCARLO CALZOLARI


LA DEPRESSIONE, la malinconia, la tristezza sono una componente fondamentale della nostra società. I molteplici stress della vita moderna acuiscono il disagio e le difficoltà. Favoriscono la depressione, oltre ad una certa predisposizione genetica, almeno così dice il professor Giambattista Cassano, uno dei «guru» della psichiatria, le esaltazioni giovanili delle notti in discoteca, i viaggi da un continente all'altro, l'eccessiva disponibilità  e il conseguente consumo di superalcoolici, di sostanze stimolanti ed eccitanti, la maniacale convinzione che tutto adesso è permesso e lecito, oltre alla erronea sicurezza che in farmacia, o addirittura dall'erborista o dallo spacciatore dietro l'angolo sia possibile trovare il preparato che ci permette di raggiungere la felicità. Questa «vita spericolata» sempre sul filo del rasoio può essere, in molti casi, l'anticamera della depressione o della cosiddetta malattia bipolare, in cui alla lucida ipertrofia dell'Io fa seguito la più profonda delle angosce.
Adesso In Italia quasi tre milioni di persone richiedono al medico cure contro il «male oscuro». Al congresso medico di Verona dedicato a questi temi è stato annunciato che tra dieci anni circa la depressione costituirà  la seconda causa di disabilità nel mondo. Al congresso veronese, dedicato ad una molecola «psichiatrica», la lamotrigina, è stato lanciato l'allarme suicidi, perché il 60-70% dei suicidi è commesso da depressi molto spesso giovani e in piena attività  lavorativa. Sono più depresse le donne, in un rapporto da 10 contro 6. Per fortuna le donne muoiono meno in rapporto ai più numerosi tentativi di togliersi la vita. Per curare la depressione un malato spende in farmaci 578 euro l'anno di cui solo il 19% è a carico del servizio sanitario. I nuovi farmaci stabilizzatori dell'umore sono efficaci anche contro la malattia bipolare, oltre che contro la depressione, ma è importante anche una terapia psicologica d'appoggio. Per quasi un quarto degli uomini, in cui la depressione è associata all'impotenza, al recente congresso di Vienna sull'urologia è stata dimostrata l'efficacia indiscutibile del vardanafil (vivanza), uno dei nuovi tipi di viagra e anche della dutasteride, che riduce i disturbi e le dimensione della prostata, causa di pessima e deprimente qualità di vita. I nuovi stabilizzatori dell'umore, come la lamotrigina, hanno dimostrato inoltre di essere molto ben tollerati e sorattutto [sic!] non provocano nessun aumento di peso.

Mirò a Como

Repubblica, ed. di Milano 27.3.04
Magico Mirò lieve e surreale a Villa Olmo
CHIARA GATTI


Dal filo di lana può nascere un volto, da una piuma appesa a un pendolo un ritratto di danzatrice. Magico Miró. Nelle sue mani l´oggetto più banale si trasformava in poesia, mentre i suoi segni, misteriose scritture liberate nello spazio, inventavano storie di straordinaria levità. Come quelle protagoniste della mostra allestita nelle sale, fresche di restauro, di Villa Olmo a Como e che in 125 opere, fra dipinti, arazzi, sculture e grafiche, racconta gli ultimi vent´anni di attività del maestro catalano. Gli anni che soprattutto nelle ceramiche e nei bronzi (pezzo forte della rassegna svilito tuttavia da un allestimento un po´ stipato), vedono riemergere tutta la spontaneità creativa e l´energia scherzosa del suo periodo surreale. Ecco allora le donne d´argilla, metafore della vita come germinazione, ed ecco gli assemblaggi totemici, dove in bilico fra mestiere e divertissement, prendono forma testine dagli occhi strabuzzati e con le bocche serrate da piccoli chiavistelli. «Io sono di natura tragica e taciturna» diceva, « se c´è qualche cosa di umoristico nella mia pittura non l´ho cercato coscientemente». Un Miró paradossalmente tenebroso che attinse dunque all´inconscio primitivo del selvaggio e del bambino per creare un mondo ludico e solare. Mai nostalgico, ma lirico come i suoi pochi, calibratissimi segni grafici, capaci di tracciare sulla tela racconti fiabeschi, misti di memoria e immaginazione. Giunti dalla Fondazione Joan Miró di Barcellona, bronzi come Costellation silencieuse del ´70 e oli come La speranza del navigatore del '68, svelano la magia di un prestigiatore delle forme, in grado di trasformare sacchi di tela e gomitoli di lana in curiose fiabe della buona notte.

«Joan Miró. Alchimista del segno» Como, Villa Olmo, fino al 6 giugno. Orari: martedì, mercoledì e giovedì 9-20; venerdì

monomania

Repubblica, ed. di Bari 27.3.04
L´ANALISI
Lo studente modello omicida ci sono i segni premonitori
È una forma di monomania le cui caratteristiche portano i soggetti agenti a essere talvolta insolitamente eccitati e altre volte misantropi e chiusi
di NUNZIO SMACCHIA, criminologo


Viene chiamata monomania omicida l´azione di chi compie gesti impulsivi sotto la spinta dell´irresistibilità, soggiogato, spinto da un´idea, da "una voce interiore", come quella "sentita" dallo studente universitario di Brindisi, quando ha ucciso la nonna di 87 anni. Nel nostro caso è probabile che si possa parlare di furore maniacale senza delirio, derivante da una degenerazione della sfera emotiva-affettiva, una forma di pazzia impulsiva che ha coperto "il fuoco che covava sotto la cenere". Allo stato è difficile avere un´idea precisa o imputare all´immaginazione malata la causa scatenante della volontà omicida. L´azione omicida sembra occupare quella terra di nessuno che mette in risalto una condotta impulsiva e violenta in un quadro auto-etero distruttivo, i cui contorni non sono ben definibili in senso psicopatologico. La criminologia clinica si trova spesso di fronte a crimini "inspiegabili", la cui indecifrabilità è connotata dall´irrazionalità del comportamento, dalla particolare atrocità o, ancora, dall´impossibilità di comprendere le vere motivazioni sottostanti od inconsapevoli. La psichiatria in questi casi va alla scoperta di nuovi "elementi interpretativi", senza soffermarsi nella ricerca di differenze o peculiarità, trova non tanto una patologia precisa e specifica, ma, nascondendosi dietro l´incomprensibilità dell´atto, afferma l´esistenza di una malattia mentale. Nel nostro soggetto si è in presenza di furore maniacale senza delirio, di una sorta di follia istintiva, come viene denominata in psichiatria forense. Questo stato si presenta sotto forma di perversione e sfocia spesso nell´omicidio. E´ una lesione degli affetti, dei sentimenti, che è estranea al mondo etico dell´individuo. Consiste nella deviazione morbosa dei sentimenti naturali, delle inclinazioni, delle abitudini, senza alcuna lesione dell´intelletto o della capacità di comprensione e di ragionamento. E´ una forma di monomania omicida le cui caratteristiche portano i soggetti agenti ad essere talvolta insolitamente eccitati ed altre volte misantropi e chiusi, denunciando sintomi di una follia istantanea, segnata da uno scompenso psicopatologico momentaneo, brusco, con successiva completa remissione. Il primo atto di follia può essere un omicidio e il disturbo mentale può continuare o essere intermittente. Se l´atto riprovevole è l´omicidio, si tratta di follia istantanea, passeggera, transitoria. Un atto orribile come l´omicidio commesso senza causa, senza un reale ed apparente motivo di interesse, da un individuo i cui costumi e comportamenti sono stati fino a quel momento normali, non può che valutarsi come follia istantanea, monomania istintiva, alterazione repentina delle funzioni psichiche. Una forma di impeto nervoso, di durata più o meno breve, che altera le funzioni psichiche o scatena impulsi violenti ed irresistibili. E´ possibile che tutto questo si sia presentato come "il mostro" nella mente e nell´animo del gerontocida brindisino, armando la sua mano assassina.

venerdì 26 marzo 2004

Alexandre Kojève

Repubblica 26.3.04
Il grande interprete di Hegel alle prese con la fine della storia

Nato a Mosca nel 1902 da una ricca famiglia di commercianti, approda dopo la Rivoluzione d'Ottobre a Parigi
Esce ora in Italia "Il silenzio della tirannide", un´inedita raccolta di saggi curata da Antonio Gnoli
Il saggio iniziale è incentrato sul confronto con Leo Strauss a proposito del rapporto tra filosofia e politica, sovranità e silenzio
Sulla "Fenomenologia dello Spirito" tenne un mitico corso negli anni Trenta frequentato da Aron, Lacan, Bataille, Merleau-Ponty, Caillois e Klossowski
di FRANCO MARCOALDI


Anche Alexandre Kojève, «l´occulto maestro del '900», ha conosciuto (post mortem) il suo quarto d´ora di popolarità. E´ avvenuto quando Francis Fukuyama si è avventurato in una frettolosa rilettura della sua teoria sulla «fine della storia», applicata al crollo del Muro di Berlino e al conseguente, irresistibile trionfo planetario delle democrazie liberali. Tutti abbiamo potuto verificare, negli anni successivi, l´inanità di quell´idillico quadro. E così, svanita la breve stagione di glamour del saggio di Fukuyama, Kojève è tornato a svolgere il ruolo che gli è più proprio: per l´appunto quello di maestro occulto.
Perché tale indubbiamente è stato, come dimostra la platea d´eccellenza che dal 1933 al 1939 seguì, ogni lunedì, presso l´École Pratique des Hautes Études, il suo seminario sulla «Fenomenologia dello Spirito» di Hegel: Jacques Lacan, Raymond Aron, Georges Bataille, Raymond Queneau, Maurice Merleau-Ponty, Roger Caillois, Henry Corbin, André Breton, Pierre Klossowski... Insomma, si farebbe prima a dire quale grande figura della cultura francese del tempo non ha partecipato a quel seminario, tenuto da un emigrato russo appena trentunenne che oltretutto era finito lì per caso, chiamato a sostituire l´amico Alexandre Koyré.
Una ragione di tale successo vi sarà pur stata. E la ragione era che tutti questi esimi signori si trovarono di fronte un insuperabile incantatore di serpenti, il quale, dopo aver letto la Fenomenologia per ben quattro volte senza averci capito un bel niente (ipse dixit), ora invece da quel prodigioso sistema di pensiero estraeva un unico, abbagliante cristallo, da cui si evinceva, per l´appunto, «la fine della storia».
Torneremo su quella che è rimasta la più celebre (ed enigmatica) formulazione di Kojève. Ma per il momento cerchiamo di tratteggiare un po´ meglio la vita di questo irripetibile personaggio: raccontando il suo prima e il suo dopo, così diversi e distanti da quella strepitosa parentesi accademica (peraltro condotta secondo uno stile assolutamente antiaccademico).
Nato nel 1902 a Mosca da una ricca famiglia di commercianti, nipote di Kandinsky, Kojève (il cui vero nome era Alexandr Kozevnikov), dimostra da subito una stupefacente capacità di apprendimento. Ancora bambino riceve lezioni private e impara il latino, il francese, l´inglese e il tedesco. La Rivoluzione d´Ottobre scoppia quando lui ha appena quindici anni; e mentre nel paese si aggrava la penuria alimentare, Kojève, assieme ai suoi amici, si dà al mercato nero e viene arrestato dalla nuova polizia politica. Liberato grazie ai suoi legami familiari, conclude il liceo e cerca di iscriversi all´università, ma stavolta l´origine sociale gli è d´impedimento: l´iscrizione gli viene negata e Kojève decide di lasciare la Russia in compagnia dell´amico Georges Witt.
Arrivati nella Polonia anticomunista, i due finiscono in galera sotto l´accusa di essere agenti bolscevichi infiltrati e dopo svariate peripezie raggiungono la Germania, dove ad Heidelberg Kojève segue i corsi di Karl Jaspers (con il quale rimarrà anche successivamente in contatto). I suoi interessi, nel frattempo, cominciano a dilagare; affascinato dal buddhismo, il Nostro studia tibetano, cinese, sanscrito. Ma un sapere enciclopedico è tale solo se è capace di includere anche la scienza (ecco così i nuovi studi di matematica e fisica dei quanti) e la teologia (su cui verte la tesi, dedicata a Solov´ev). Del resto Kojève, nel frattempo sposatosi con la cognata di Koyré e trasferitosi a Parigi, ha tutto il tempo che vuole per studiare: la coppia infatti, almeno in un primo tempo, «vive nel lusso e nell´ozio». Fino a quando cessa improvvisamente il flusso delle entrate, legate a uno zio venditore di formaggi, e dunque risulta quanto mai gradita l´occasione di sostituire l´amico Koyré nei seminari su Hegel.
E´ allora che nasce la teoria sulla «fine della storia»; teoria «impalpabile e suggestiva», indagata ora nelle sue mille nuances da Antonio Gnoli nella sua illuminante postfazione alla nuova raccolta di saggi di Kojève, curata dallo stesso Gnoli e uscita proprio in questi giorni da Adelphi (Il silenzio della tirannide, pagg. 267, euro 29, 50). Se presa alla lettera, quella teoria è facilmente smontabile: come definire conclusa una storia che sta conoscendo l´orrore dei totalitarismi e sta precipitando nel baratro della seconda guerra mondiale? Il primo a saperlo, naturalmente, è Kojève: ovvio che «succedono sempre nuovi avvenimenti, ma dopo Hegel e Napoleone non si è detto, non si può dire nulla di nuovo».
Questo è il punto: il ciclo della modernità si è concluso. Hegel ne è stato il massimo interprete, insegnandoci fondamentalmente come lo sviluppo della coscienza umana si leghi al desiderio di «riconoscimento» e come questo desiderio - nell´incessante confronto tra Signore e Servo - provochi lotta, sangue, violenza, rivoluzioni, lavoro. La cesura di questa plurisecolare vicenda avviene con lo «Stato universale e omogeneo» napoleonico, che inaugura un nuovo processo, ancora in atto, di progressiva integrazione tra gli uomini, tesa a un globale e reciproco riconoscimento. Da qui la fine della storia come ininterrotto esercizio di «negazione» e da qui anche (e soprattutto) la fine del processo speculativo che l´ha accompagnata.
Kojève sarà conseguente con questo assunto e nel dopoguerra, abbandonata qualunque idea di insegnamento, diventerà un «grand commis» dello Stato francese, influenzando fortemente la politica economica del governo. Il che non gli impedirà di continuare ad «esercitare una attività pubblicistica quasi clandestina»: per l´appunto quella di cui dà conto ora Il silenzio della tirannide.
Si tratta di un gruppo eterogeneo di scritti, «raccolti per la prima volta al mondo», che ancora una volta riflettono l´impressionante vastità di interessi di Kojève: al saggio iniziale, incentrato sul confronto con Leo Strauss a proposito del rapporto tra filosofia e politica, democrazia e tirannide, sovranità e silenzio, si accompagnano le velenose lettere inviate a Bataille giusto a proposito del silenzio («riuscire a esprimere il silenzio (verbalmente!) significa parlare senza dire nulla»). E ancora: all´apparente futilità delle recensioni dei libri di Françoise Sagan fa da contrappunto un futuribile progetto politico che vedrebbe la Francia quale volano di un nuovo impero latino, capace di bilanciare sulla scena mondiale gli imperi anglo-americano e slavo-sovietico.
Naturalmente nulla impedisce al lettore di godersi ogni singola lettura per ciò che essa offre: tantissimo, visto che Kojéve dà immancabile sfoggio di un´intelligenza superba (e a tratti urticante), di uno stile inimitabile e di un gusto mai pago per il paradosso (come quando, a seguito di un serrato ragionamento su Marx, la teoria del plusvalore e il fallimento della rivoluzione sociale nei paesi capitalisti, arriva a concludere che Henry Ford è stato «il solo grande marxista autentico e ortodosso del XX secolo»). Sì, nulla vieta di abbandonarsi a questo piacere. Ma poiché è l´autore a lasciare lungo il suo zigzagante percorso svariate tracce, tanto vale provare a seguirle.
Cominciamo allora dal primo saggio, quello che dà il titolo al libro e su cui Gnoli concentra buona parte del suo intervento: il vero oggetto della serrata disputa tra Kojève e Strauss concerne la natura della tirannide sul finire della storia. Mentre l´ebreo tedesco sostiene che per poterla riconoscere, anche nel suo «silenzio», bisogna tornare a interrogare la scienza politica classica, la saggezza degli antichi, Kojève vede questa strada sbarrata (anzi meglio, superata) dalla logica a specchio di una storia che «non parla più» e di un pensiero filosofico, ad essa connesso, giunto ormai al capolinea («dopo Hegel e dopo Napoleone non si è detto, non si può dire nulla di nuovo»). Il che spiega perfettamente la sua successiva scelta di diventare funzionario dello Stato, ruolo in cui si diverte infinitamente di più - «è una forma superiore di gioco» - di quanto non gli accada intrattenendosi con i filosofi. «I filosofi non mi interessano» - dice a Gilles Lapouge - cerco solo dei saggi, e me ne trovi anche uno solo».
Che dire? Il solito Kojève sarcastico, dissimulatore, paradossale? Certo che sì: il russo andava celebre per questi suoi tratti caratteriali. Però, guarda caso, essi si sposano perfettamente alle conseguenze teoriche sulla fine della storia.
Altri due scritti presenti nel libro ci confortano a proseguire lungo questo itinerario. Il primo è il formidabile "L´imperatore Giuliano e l´arte della scrittura", intesa come esercizio di dissimulazione e camuffamento dei pensieri. L´imperatore chiarisce da subito a Salustio che lui «non scriverà tutto ciò che pensa e non penserà tutto quello che avrà scritto». Non amando affatto le persone che si prendono troppo sul serio, in particolar modo in ambito politico e religioso, l´imperatore intende dimostrare che solo ironizzando e dissimulando si possono liberare - coloro che ne sono capaci - «dai pregiudizi "del teatro" e "del foro", conducendoli così verso la Saggezza (...), quindi a un pieno soddisfacimento di sé».
Fin qui Giuliano; ma a ben vedere sembra lo stesso, identico programma intellettuale fatto proprio da Kojève nel dopoguerra, fino all´anno della sua morte (1968). E si ha la medesima impressione leggendo tra le righe anche il secondo degli scritti in questione: ovvero "I romanzi della saggezza. Raymond Queneau"; dedicato a chi, fra tanti, fu forse l´interlocutore con cui l´esule russo entrò in maggiore sintonia.
Dove sta scritto, si domanda Kojève, che il saggio debba vivere in eremitaggio, abbarbicato alle colonne, subendo martìri? Queneau, che è un vero hegeliano, dimostra al contrario che si può essere saggi nella più assoluta ordinarietà; senza sottoporsi a «trattamenti eroici quanto fastidiosi» e anche «senza un retroterra guerriero e rivoluzionario, ovvero "storico"». I personaggi di Queneau, indifferenti a successi e sventure, vivono coscienti e soddisfatti di sé e al contempo sono alla portata di tutti: «La loro banalità potrebbe certamente deluderci. Ma non sarebbe tanto peggio per noi?». Anche questo è un prodotto della post-storia: il cammino verso «la domenica della vita».
La dissimulazione, il gioco, il paradosso, la ricerca della saggezza al di fuori dei luoghi deputati: ecco ciò che il Kojève del dopoguerra tenacemente persegue - una volta che «il centro non tiene più», per dirla con Yeats. Perciò non si può che condividere in toto le parole con cui Gnoli conclude il suo saggio dedicato all´«Occulto maestro del '900»: «La fine della Storia non era un modo di chiudere i conti col passato per aprire altrove una nuova bottega filosofica; significava alludere all´ultima cosa che l´Occidente cercava di difendere con inutile ostinazione: l´umana e imperturbabile superficialità a cui il Logos e la Storia erano giunti».

sei donne su dieci

Ansa 25.3.04
La ricerca condotta da Eurisko su mille italiane tra i 18 e i 40 anni
Vita sessuale, insoddisfatte sei donne su dieci
Il disagio nasce da scarsa autostima. Il 66% delle intervistate «non si piace per niente». Al via una campagna d‘informazione


MILANO - Non conoscono il loro corpo, guardandosi allo specchio non si piacciono, si vergognano ‘sotto le lenzuola’ e addirittura sul lettino del ginecologo. Oltre sei italiane su dieci (64%) sono insoddisfatte della propria vita sessuale, solo il 40% si sente a suo agio durante il rapporto e appena il 38% è orgoglioso delle proprie ‘performance’. Un malessere che nasce da una scarsa autostima, rivela una ricerca condotta da Eurisko su mille 18-40enni della penisola. Il 66% delle intervistate, infatti, confessa di non piacersi «per nulla», il 62% si imbarazza nel mostrarsi senza veli al partner e il 60% arrossisce perfino nell‘ambulatorio dello specialista. Dichiara un‘ottima confidenza con se stessa soltanto il 26% delle interpellate. Mentre la maggior parte, inibita da pudori e insicurezze, finisce per mettere il sesso in secondo piano: lo giudica molto importante solo il 6%, mentre il 44% privilegia il piacere dell‘uomo al proprio. I dati, diffusi oggi a Milano durante la presentazione di una campagna di informazione rivolti ai giovani su sessualità e contraccezione, al via a fine mese e promossa dalla Fondazione Organon, sono stati commentati da Marco Rossi, presidente della Societá italiana di sessuologia ed educazione sessuale, e Chiara Benedetto, direttore della cattedra di Ginecologia e ostetricia all‘universitá di Torino.

LE GIOVANISSIME - Particolarmente impreparate le giovanissime, che «spesso - ha riferito Rossi - sanno poco anche sul ciclo mestruale». «Troppo spesso - ha spiegato Rossi - le donne hanno nei confronti della propria fisicitá un interesse solo superficiale e, non appena si tratta di entrare in confidenza con se stesse in modo più profondo, innalzano barriere psicologiche difficili da abbattere». Con la sessualità hanno «un rapporto conflittuale - ha confermato Benedetto - e si sentono a disagio anche con chi potrebbe aiutarle, innanzitutto il loro ginecologo». Per superare queste inibizioni e indirizzare i giovani verso scelte consapevoli «bisogna ripartire da zero - sono convinti gli esperti - con un‘informazione semplice, chiara e accessibile a tutti». È questo l‘obiettivo della campagna ‘Il piacere è conoscersi’: «l‘estensione sul territorio nazionale di un progetto che sta coinvolgendo in questi mesi Milano e Bologna», ha precisato Paola Fattore, consigliere della Fondazione Organon. Tre le iniziative: incontri aperti al pubblico nelle principali università italiane, al via il 31 marzo a Palermo per proseguire poi a Pavia, Bologna, Napoli, Padova e Torino; la distribuzione, dal 20 aprile, di un libretto sulla sessualità e la contraccezione, e la prossima attivazione di un sito Internet (www.ilpiacereconoscersi.com/.it).

l'evoluzionismo sparisce dai programmi scolastici

Galileo 26.3.04
SCUOLA
Darwin addio
di Nicola Nosengo


La notizia da qualche settimana agita le acque dell'ambiente scientifico italiano, e turba i sonni di chi si occupa di didattica: dai nuovi programmi per le scuole medie è scomparsa la teoria dell'evoluzione, e i nuovi paladini del creazionismo (qualcuno ricorderà la "settimana antievoluzionista" promossa nel gennaio del 2003 da un ex parlamentare di Alleanza Nazionale Pietro Cerullo) pare abbiano segnato un buon punto a proprio favore.
I fatti, segnalati per la prima volta dall'ufficio studi di Uil Scuola, sono i seguenti: nei precedenti programmi della scuola media si leggeva che doverosi argomenti di studio erano fra l'altro "L'evoluzione della Terra" (inclusa la "comparsa della vita sulla Terra"), la "struttura, funzione ed evoluzione dei viventi" e "l'origine ed evoluzione biologica e culturale della specie umana".
Di tutto questo non c'è più nessuna traccia nei nuovi programmi di studio che accompagnano il decreto attuativo della riforma Moratti, pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale (GU n. 51 del 2-3-2004- Suppl. Ordinario n.31). Nei programmi di scienze, una volta giunti alla biologia, si parla di "animali vertebrati e invertebrati"; di "ecosistema terra" ed "ecosistemi locali"; di "habitat, popolazione, catena e rete alimentare". Si riconosce la grande importanza di imparare a "riconoscere le pianti più comuni in base a semi, radici, foglie, fiori e frutti". Ma la parola evoluzione proprio non c'è. Svista o soppressione ben meditata?
"Io sono contento che in quei programmi non ci sia l'evoluzione" esordisce, un po' a sorpresa, Vincenzo Terreni, presidente dell'Associazione Nazionale degli Insegnanti di Scienze Naturali (Anisn). Il problema vero, spiega, è l'impostazione generale.
"Sono un po' sorpreso di tutta questa polemica attorno al problema dell'evoluzionismo", dice Terreni. "In realtà i programmi si conoscono da prima di Natale, e per quanto riguarda la parte scientifica sarebbero pessimi anche se si parlasse di evoluzione. È l'insegnamento del metodo scientifico ad essere completamente scomparso: se non c'è la scienza, come potrebbe esserci la teoria di Darwin?". In particolare, secondo Terreni, è l'insegnamento della biologia nel suo complesso a essere, almeno sulla carta, completamente "medicalizzato": si parla infatti di "sistema nervoso nell'organismo umano", ma solo in relazione agli "effetti di psicofarmaci, sostanze stupefacenti ed eccitanti". Di "malattie che si trasmettono per via sessuale". Di imparare a "valutare l'equilibrio della propria alimentazione e fare un esame del proprio stile di vita alimentare". "La biologia non è presentata come un ambito conoscitivo che abbia valore di per se stesso, ma come uno strumento di educazione alla salute" conclude Terreni. "E' una logica conseguenza che non si parli di evoluzione. In questo quadro, se anche ci fosse, rischierebbe solo di essere banalizzata e ridotta alla solita storia di Darwin, Lamarck e il collo delle giraffe. Per parlarne così, meglio davvero che non se ne parli".
Ma quale effetto concreto avranno queste norme sulla quotidianità dell'insegnamento? I programmi indicati sulla Gazzetta Ufficiale sono davvero una gabbia da cui è impossibile uscire? "L'effetto più diretto è sui libri di testo: queste disposizioni sono scritte essenzialmente per gli editori di libri scolastici, che impongono agli autori di attenersi ai programmi ministeriali", spiega Terreni. E visto che non tutti gli insegnanti di scienze sono realmente specializzati in biologia, molti di essi non hanno la competenza necessaria per andare molto più in là di quanto è scritto sul libro.
Stupisce che gli insegnanti, che così decisamente si lamentano, non abbiano davvero avuto alcuna voce in capitolo su questi programmi. "In teoria l'abbiamo avuta, ma in pratica ci è stato impossibile contribuire. Quello che avviene regolarmente in questi casi è che ci viene chiesto un parere a cose ormai fatte. Il Ministero presenta alle associazioni di insegnati una bozza di decine e decine di pagine, che spesso non è nemmeno l'ultima versione, e ci concede solo pochi giorni per esprimere un parere".

Magazine, 26 marzo 2004 © Galileo

Lietta Tornabuoni
sull'ultimo film di De Oliveira

La Stampa 26 Marzo 2004
Il naufragio dell’Occidente
Sandrelli, Papas e Deneuve sulla nave di De Oliveira
di Lietta Tornabuoni


LO strano titolo di una delle opere più profonde, eleganti, significative e belle di Manoel de Oliveira, «Un film parlato», vuol dire che si tratta d'un film eloquente, che le lingue che all'origine vi venivano parlate erano varie e diverse, che ciascuna di esse ha dato il suo contributo all'evoluzione della civiltà mediterranea e occidentale, che questa civiltà si trova in una condizione di fragilità, di vulnerabilità. Come Fellini in «E la nave va», il maestro del cinema portoghese sceglie una imbarcazione e un viaggio sul mare per rappresentare una potente metafora del presente.
Alla crociera che tocca la Grecia, la Francia, le rovine di Pompei, le sfingi d'Egitto e Istanbul prima di arrivare a Bombay, partecipano una giovane donna portoghese docente di Storia e la sua bambina: gli insegnamenti impartiti dalla madre alla figlioletta permettono di ripercorrere, in modo sintetico ma non sommario, la storia del Mediterraneo. Sulla nave, invitate alla tavola del comandante John Malkovich, un americano d'origine polacca che parla l'inglese come un esperanto contemporaneo, viaggiano anche tre donne famose e non più giovani, appartenenti a tre Paesi cruciali: la donna d'affari Catherine Deneuve esprime il talento della Francia per i commerci; Stefania Sandrelli, ex modella, simboleggia l'estetismo e il gusto per la vita dell'Italia; Irene Papas, cantante e insegnante di canto che interpreta pure una stupenda canzone, è un emblema della vocazione per le arti della Grecia. Conversando con spirito, grazia e saggezza, parlando di sè ciascuno parla anche del proprio Paese, ma un funesto annuncio di colpo interrompe la civilissima serata: terroristi hanno piazzato due bombe, bisogna abbandonare la nave, subito...
L'intelligenza della visione critica della civiltà mediterranea, la tragica previsione di fine, la finezza dello sguardo posato sui protagonisti, la raffinata bellezza della metafora e del film sono quasi impossibili da descrivere: a novantasei anni Manoel de Oliveira è sempre più intenso e lieve, sempre più bravo.

scheda
«Un film parlato»

A bordo di una nave, durante una crociera che tocca la Grecia, la Francia, le rovine di Pompei, le sfingi d'Egitto e Istanbul prima di arrivare a Bombay, ci sono pure una giovane donna portoghese e la sua bambina: gli insegnamenti impartiti dalla madre alla figlia ripercorrono la storia del Mediterraneo in modo sintetico ma non sommario. Sulla nave, invitate alla tavola del comandante, viaggiano anche tre donne famose e non più giovani, appartenenti a tre nazioni cruciali: Catherine Deneuve esprime il talento della Francia per gli affari; Stefania Sandrelli, ex modella, simboleggia il gusto per la vita dell'Italia; Irene Papas, cantante e insegnante di canto, è un emblema della vocazione per le arti della Grecia. Il comandante John Malkovich, americano di origini polacche, parla l'inglese, lingua universale contemporanea. Un annuncio interrompe la civilissima serata: terroristi hanno piazzato due bombe, bisogna abbandonare subito la nave. La bambina torna indietro, seguita dalla madre, per recuperare la bambola dimenticata... A novantasei anni Manoel De Oliveira, maestro del cinema portoghese, è sempre più elegante e profondo, sempre più bravo.

UN FILM PARLATO
di Manoel De Oliveira
con John Malkovich, Leonor Silveira, Catherine Deneuve, Irene Papas, Stefania Sandrelli; Portogallo, 2003
TORINO, cinema Nazionale
MILANO, Eliseo
ROMA, Greenwich

storie:
Pietro il Grande

Corriere della Sera 26.3.04
Due saggi ripropongono la figura del fondatore di San Pietroburgo. Che secondo alcuni fu un precursore di Stalin
Messia o Anticristo, il doppio volto del Grande zar
COLPEVOLISTI
di Vittorio Strada


Tra quelli che Hegel chiamava gli «individui cosmico-storici», cioè tra le personalità che nella storia hanno realizzato trasformazioni epocali, il più enigmatico e controverso è Pietro I detto il Grande. Enigmatico non solo per la sua personalità labirintica, che sfugge a una decifrazione chiara, ma per il suo stesso operato che ancor oggi, a distanza di quasi tre secoli, si sottrae a un bilancio univoco. Controverso perché la sua figura e la sua azione fin dall’inizio sono state al centro di una discussione, all’interno della cultura russa, che per intensità e radicalità non ha uguali, coincidendo con la determinazione dell’identità della Russia e della specificità della sua storia. Per avere un’immediata impressione visiva degli estremi in cui la stessa persona fisica del sovrano è stata percepita e raffigurata basta percorrere la distanza che a San Pietroburgo, la città da lui fondata, divide la piazza del Senato dalla Fortezza dei Santi Pietro e Paolo: la prima è sovrastata dal celebre Cavaliere di bronzo, il monumento equestre di Étienne Falconet che rappresenta Pietro in un sembiante eroico, coronato con un serto di alloro, maestoso e minaccioso sul dorso di un destriero che s’impenna sopra un immane basamento di roccia; in uno slargo della seconda troneggia una scultura di Mikhail Shemiakin: Pietro è seduto rigidamente su una poltrona, di poco sollevata dal suolo, la testa sproporzionatamente piccola, calva, il tronco massiccio, le gambe lunghe e sottili, le mani dalle dita proteste e affusolate come tentacoli, il tutto simile a un inquietante extraterrestre o a un grottesco robot. Due ipostasi di Pietro che, sdoppiato anche sessualmente (etero e omo), era polarmente visto già dai suoi contemporanei: da alcuni come un nuovo Messia, da altri come un apocalittico Anticristo.
Due storici angloamericani offrono ora l’opportunità di «rileggere» il sovrano russo e la sua azione: contemporaneamente sono usciti due libri con lo stesso titolo Pietro il Grande , l’uno di Paul Bushkovitch (Salerno editrice), l’altro di Lindsey Hughes (Giulio Einaudi editore), entrambi di buon livello, il primo più attento al sistema politico russo e alla sua riforma operata da Pietro, il secondo più aperto alla figura del sovrano e all’evolversi della sua percezione tra i posteri. Precisi sono i bilanci che entrambi gli storici, autori di altri studi su Pietro I e la sua epoca, tracciano alla fine delle loro ricerche, anche se il bilancio vero dovrebbe estendersi dai risultati immediati al «tempo lungo» poiché le trasformazioni di Pietro, riformatrici o rivoluzionarie che siano, hanno segnato l’intero sviluppo storico successivo e come tali anche oggi sono discusse in opere letterarie recenti come quelle di Michail Kuraev e Daniil Granin, oltre che nelle pubblicistica di Aleksandr Solzenicyn.
Sulla comprensione della figura e dell’opera di Pietro il Grande pesa ancora una inevitabile, ma spesso banale analogia con la rivoluzione bolscevica e i suoi capi, Lenin e Stalin. Per alcuni la proiezione reciproca di immagine (di Lenin e Stalin su Pietro e viceversa) suona come un’esaltazione di tutti loro in quanto individui «cosmico-storici» che, con metodi efferati, operarono un grandioso sovvertimento, nazionale (Pietro) e metanazionale (Lenin e Stalin). Per altri, fautori di una Russia autoctona e antioccidentale, Pietro è invece il responsabile di una europeizzazione traumatica che ha sradicato la Russia, spingendola, alla fine, nel baratro di una rivoluzione, quella bolscevica, rea di aver denazionalizzato ulteriormente il Paese, privandolo della sua più intima natura religiosa e spirituale.
Pietro è stato il primo a tentare quella «modernizzazione» che poi altri Paesi «tradizionali» o «arretrati», dal Giappone alla Turchia, in altri modi hanno realizzato e che Pietro affrontò decisamente a partire dal taglio delle barbe patriarcali, dall’imposizione di vestiti di tipo occidentale, dalla liberazione della donna dal gineceo, dall’introduzione del calendario europeo, dal rifiuto della xenofobia, eccetera fino alla fondazione dell’Accademia delle scienze e a tutta una serie di riforme amministrative, sociali, militari.
Se questi sono, in breve, i problemi generali che uno studio di Pietro il Grande pone, non meno rilevante è la figura del sovrano, figura enigmatica, s’è detto, quasi in lui convivessero diverse personalità che via via contradditoriamente si manifestavano. Centrale è, nella sua biografia, il rapporto col figlio, Alessio (Aleksej), neghittoso e fiacco d’animo e di corpo, agli antipodi del padre, che lo fece processare e torturare a morte, quando si convinse di non poter affidare a lui, legato alle forze conservatrici e forse strumento di una loro congiura, l’eredità delle sue riforme. Pietro, che si fregiava del titolo di «Pater patriae», sentiva questa paternità civile come superiore a quella carnale, e voleva che la sua amata creatura, la nuova Russia negatrice della vecchia Moscovia, non finisse assieme alla sua esistenza fisica.
Spietato fu Pietro con i suoi sudditi e i suoi nemici in nome di quel «bene comune» che costituiva il suo criterio direttivo. Ma fu anche barbaricamente crudele, smodato, tirannico nelle sue manifestazioni personali, nello spirito dell’epoca, del resto. La crapula burlesca e buffonesca, di cui erano centro il «Collegio della sbornia» da lui fondato, le feste in maschera da lui organizzate, le parodie delle cerimonie religiose e civili da lui praticate, la sua volontà di nascondere a volte il suo rango e indossare i panni di carpentiere, ad esempio, o di riverire una sorta di sua controfigura regale da lui stesso creata per celia, tutto ciò costituisce l’aspetto bizzarro e carnevalesco del regno di Pietro, che però ne ebbe un altro sanguinario e grandguignolesco, quasi questa dissacrazione ludica facesse parte della sua sovversione e ricostruzione culturale secolarizzata dalla società russa che, se aprì una ferita a lungo sanguinante, agì anche come un potente stimolo creativo. Forse la chiave per interpretare la figura di Pietro il Grande sta in una teatralità barocca che gli permetteva di giocare a suo piacere vari ruoli, al di là di quello di sovrano, in un mondo che egli aveva messo sottosopra, strappandolo a un passato sempre più lontano dai tempi nuovi.

«Pietro il Grande», di Paul Bushkovitch, storico a Yale, è edito da Salerno (p. 524, 29): illustra i 50 anni del regno e la fondazione di San Pietroburgo. Il saggio di Lindsey Hughes, che insegna storia russa a Londra, è edito con lo stesso titolo da Einaudi (p. 342, 30), ed è dedicato sia alla figura dello zar che alla persistenza del suo mito fino a oggi

paradisi

La Stampa 26.3.04
L’ALDILA’ NELLA TRADIZIONE MUSULMANA
Quattro fiumi: di vino, acqua, latte e miele
e per ogni uomo 72 donne dagli occhi neri


GERUSALEMME. [...] Descrizioni dettagliate delle tradizioni islamiche relative alla vita eterna nel Paradiso sono riportate in alcuni siti internet islamici, alcuni dei quali piuttosto in voga. Il Paradiso ha molti appellativi - il Giardino, il Posto Perfetto, il Posto dell'Onore, e altri ancora - e undici porte di accesso, a seconda se il fedele si sia distinto per filantropia, per pietà, per santità, o per fervore religioso. La porta numero otto è quella destinata ai bambini [...].
Una volta entrato - secondo la descrizione fornita dai siti internet - avrebbe constatato che i fiumi sono quattro, anche se solo due di loro visibili e gli altri sotterranei. Certo c'è un fiume di miele e anche [...] un fiume di vino: ma il vino del Paradiso è diverso da quello terrestre (e quindi lecito ai musulmani) perché non stordisce, né abbrutisce. Gli altri due fiumi sono di acqua, e di latte.
Il posto risulta essere ricco di vegetazione e di animali, fra cui spiccano gli uccelli. Al suo centro si trova Allah, al di sopra di una elevazione da cui sgorgano i fiumi paradisiaci.
Sulle vergini Hussam, invece, è stato forse impreciso. Perché nel Corano queste avvenenti accompagnatrici sono chiamate piuttosto «le donne dagli occhi neri». Per contrasto, la loro carnagione risulta essere bianchissima: levigata come una conchiglia, delicata come il guscio di un uovo. La loro purezza è totale, perché non sono state mai toccate né da un uomo né da un «jinn» (una entità malefica), né conoscono mestruazioni. Su di loro, la polvere e la sporcizia scivolano via delicatamente. Per proteggerle dalla luce costante del Paradiso, vengono sistemate sotto tende.
Vuoi per il cibo salutare (carne di toro), vuoi per un intervento soprannaturale, chi viene trovato degno di ricevere le attenzioni delle 72 «donne dagli occhi neri» non deve preoccuparsi delle proprie prestazioni perché - una volta entrato in Paradiso - scopre di avere la potenza sessuale di cento uomini.
Non tutti gli studiosi di Islam confermano però questa dettagliata descrizione delle vita eterna, divulgata al popolo dai predicatori di Hamas nelle certezza di fare presa sulle masse dei diseredati. Nel Corano, obiettano, non si parla affatto di sesso in Paradiso. Ogni buon musulmano dovrebbe saperlo. E' solo folklore, avvertono. «Solo Allah sa se ci sia sesso in Paradiso», ha osservato l'anno scorso lo sceicco Muhammad Tantawi, teologo dell’Università di Al Azhar del Cairo. «Noi crediamo che sia lo spirito sia la vista vengano là appagati per la eternità. Ma in quale modo, non è possibile sapere».
Ma anche il folklore ha una sua importanza. Sulla stampa palestinese, i congiunti dei kamikaze pubblicano a volte annunci a pagamento in cui invitano i conoscenti al «matrimonio» del martire «con le donne dagli occhi neri, che lo attendono in Paradiso».
Lo stesso Mufti palestinese, sceicco Akrama Sabri, ha accreditato questa credenza popolare in interviste alla stampa. [...]

giovedì 25 marzo 2004

la scrittura delle donne
un progetto delle Biblioteche di Roma

La Stampa 25 Marzo 2004
EMILY DICKINSON E ALTRE SETTE SCRITTRICI E FILOSOFE AL CENTRO DI UN PROGETTO CHE PARTE OGGI A ROMA
Tutte le strade portano all’infinito
di Liliana Madeo


ROMA. L’IDEA, in origine, era quella di rendere omaggio a Emily Dickinson, la poetessa del silenzio e della solitudine, la pensatrice sottile e inquietante divenuta «maestra di “concezioni” d’infinito», lei che – completamente vestita di bianco, il colore del lutto – a un certo punto della vita si era reclusa in una stanza e non aveva più messo piede fra le persone e le cose del mondo materiale. Prendendo ispirazione da una celebre immagine, la «finita infinità» con cui si chiude una delle sue poesie, le Biblioteche di Roma hanno quindi costruito un ben più ampio e ambizioso progetto, che coinvolge centri culturali stranieri, istituzioni, scuole, biblioteche, teatri, associazioni, editori, e che da oggi fino all’estate, per riprendere poi in autunno, prevede seminari, mostre fotografiche, letture e laboratori teatrali, sul tema «Concepire l’infinito».
Non si «studia» soltanto la Dickinson. Altre sette figure femminili vengono presentate. Poetesse, filosofe, narratrici, saggiste. Dai diversi percorsi espressivi e di vita. Tutte hanno attraversato la storia e la cultura del ventesimo secolo: l’austriaca Ingeborg Bachmann, le italiane Cristina Campo e Anna Maria Ortese, la spagnola María Zambrano, le inglesi Iris Murdoch e Virginia Woolf, l’americana Flannery O’Connor.
«Non si chiede a queste donne di spiegarci cos’è l’infinito, che cosa ne pensano. Ci rivolgiamo a loro per parlare di noi, esseri finiti e limitati, ma messi miracolosamente in condizione di accogliere, ospitare, dare inizio addirittura all’incommensurabile, all’illimitato, all’imprevisto e imprevedibile – spiega Annalisa Buttarelli, docente di filosofia ermeneutica alla Statale di Milano, consulente scientifica del progetto –. Loro hanno mostrato come può accadere che l’esperienza dell’infinito sia vissuta nell’esistenza finita. Cristina Campo diceva di essere “una donna di casa che quando ha tempo scrive” e non aveva dubbi sul fatto che ci sia “l’immenso nel piccolo, l’infinito nel finito”. Simone Weil, la sua maestra, era certa che “una cosa qualunque racchiude l’infinito”. Hanno fatto tutte la stessa ricerca. Ricorrendo a differenti “pratiche” - linguistiche, di scrittura, di pensiero, di vita - hanno dischiuso le porte a una dimensione dell’immensità che può prendere il nome di Dio, di amore, di tempo... Il loro linguaggio ricco di immagini, di figure, di energia creativa ci testimonia - secondo Luisa Muraro – “la nostra comune capacità di infinito”».
Hanno avuto – le otto letterate - un modo ardito, quasi inedito, di guardare il mondo. Tutte sono vissute lontano dai luoghi del potere e dell’ufficialità, protagoniste – prevalentemente - di percorsi solitari. La Dickinson che ammucchiava in un baule – proteggendoli - i fogli su cui aveva vergato i suoi versi meravigliosi. La Campo che cambiava continuamente nome e in terza persona si era così citata: «Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto meno», per finire quindi in assoluto ritiro nella casa all’Aventino. La Ortese, dilaniata da povertà e dolori, lavori precari e affannosi, divenuta infine un’icona quasi muta e irraggiungibile. La O’Connor segregata in una fattoria della Georgia, circondata dai pavoni che allevava e dai dannati della terra che abitavano le sue pagine: quando nel 1964 morì, Paolo Milano, il critico letterario dell’Espresso, parlò di lei come di una grande scrittrice di cui in Italia ci si era poco occupati: solo Angela Bianchini, ammise, ne aveva scritto. La Zambrano, la filosofa andalusa costretta dalla dittatura franchista all’esilio per quarant’anni, che dell’esilio – «il confine tra la vita e la morte che parimenti si escludono»- aveva fatto un «luogo privilegiato» perché «stare nell’immensità dell’esilio è stare nell’infinito».
Vite difficili, morti drammatiche. Come il suicidio di Virginia Woolf. Come l’«incidente» per cui – ustionata orribilmente nel suo letto – perde la vita la Bachmann. E fantasmi, angosce, presenze celestiali e ombre grevi ammantate di funebre dolcezza a visitarle. Percorsi di fede disparati. Convinta credente nei misteri del cattolicesimo la O’Connor, impietosa verso i buoni sentimenti, avara di consolazioni, protesa a cogliere il soffio della «grazia». Credenti la Campo e la Ortese. Conflittuale il rapporto con Dio della Zambrano, che critica la severità del Padre del Vecchio Testamento mentre ama il Figlio incarnato, sempre predilige nel corso della storia le figure della mediazione tra l’umano e il divino, e sempre critica il discostarsi della Chiesa dal messaggio d’amore di Cristo. Vorticosa, dal percorso ellittico, la presenza di Dio nella Dickinson e nella Woolf. «Il nome di Dio è sempre nel sottofondo. Anche quelle che non lo pronunciano, cercano di guadagnarsi questa parola aprendo attraverso la scrittura lo spazio perché il divino appaia», invita a riflettere la Buttarelli.
La notorietà per quasi tutte è venuta postuma. Quando la Bachmann e la Campo morirono, quasi nessuno a Roma se ne accorse. E i veleni che le investirono in vita non sono scomparsi con la loro uscita di scena. Esemplare è il caso di Iris Murdoch, filosofa e narratrice, irregolare e trasgressiva, nota per i suoi ventisei romanzi e per gli amori tumultuosi più che per le opere di filosofia cui si è dedicata sino alla fine. Adesso la Rizzoli ha incominciato a tradurla interamente. Giusto in questi giorni è uscito La campana. Contemporaneamente, come nei giorni scorsi ci ha informati Mario Baudino, in Germania sono stati pubblicati i diari di Elias Canetti che della Murdoch è stato l’amante dal 1953 al ’56. Egli ne scrive agli inizi degli anni Novanta. Sono entrambi prossimi alla morte (lui morirà nel ’94, lei nel ’99). La loro relazione risale a circa mezzo secolo prima. Eppure la voce del Premio Nobel è ancora gonfia di rancore e disprezzo. Come narratrice la definisce «un ragù oxfordiano», come filosofa – dice - «non sarebbe così male se solo avesse qualcosa da dire». Risentimenti tenaci, i suoi. «Aveva i piedi piatti e le gambe storte. A letto era un disastro», gli sembra indispensabile aggiungere.

su Dylan Thomas
un articolo di Pietro Citati su Repubblica

Repubblica 25.3.04
VITA DI UN GRANDE POETA TRA MISERIA E AMORE

Torna in libreria una scelta dell'epistolario
Amava dire: "Contengo in me una bestia, un angelo e un pazzo"
Recitava inesauribilmente ora sarcastico ora feroce faceva il buffone
Una sola cosa gli importava veramente, la sua poesia, era gravido di immagini
di PIETRO CITATI


Dylan Thomas era un ragazzo piccolo e magro. Aveva capelli ricciuti, color castano topo: grandi occhi di coniglio marroni e verdi, timidi, presuntuosi e meravigliati: il naso camuso, labbra grosse e sporgenti, dalle quali pendeva l´eterna sigaretta, un dente anteriore spezzato al pub delle Sirene, durante un gioco chiamato Cani e gatti. Assomigliava ad Harpo Marx: ma la sua scrittura, minuta, nitida, inclinata all´indietro, ricordava quella di Emily Brontë. Portava una cravatta d´artista col nodo grosso, fatta con una sciarpa femminile; e una maglietta da cricket color verde bottiglia, o sontuose camicie scarlatte. Gli altri vedevano in lui soltanto un ragazzo chiacchierone, che voleva fare il duro e si dava molte arie. Lui preferiva dire: «Contengo in me una bestia, un angelo e un pazzo».
Non sapeva fare quasi nulla. Aveva frequentato malvolentieri gli ultimi anni della Grammar School di Swansea, nel Galles, dove componeva quasi da solo la rivista della scuola. Poi lavorò per due anni come cronista in un giornale del luogo, facendo visite giornaliere agli obitori e alle case dei suicidi, e scrivendo articoli umoristici, letterari, versi buffi, racconti. Conservò sempre una specie di nostalgia per quel mestiere dickensiano, che gli consentiva un rapporto diretto con la realtà delle cose. Da solo o in compagnia, si ubriacava volentieri: troppo volentieri. Non sappiamo se lo facesse per inclinazione o per programma: l´alcool generava in lui un senso di euforia, di dilatazione ed insieme di distruzione, che doveva giudicare propizio all´irrompere del torrente oscuro della poesia.
Leggendo il bellissimo epistolario, si ha una curiosa impressione. Dylan Thomas non faceva che parlare di sé, come il più egocentrico degli adolescenti. Eppure, non sembra mai di incontrare, nemmeno nelle più sterminate lettere d´amore, un cuore, un´anima, una persona, come se lui non esistesse. La psicologia, e tutto ciò che si lega ad essa, non lo riguardava. Voleva dimostrare di essere un infimo frammento, risonante ed echeggiante, dell´universo: «La carne che mi copre è la carne da cui è coperto il sole, il sangue che scorre nei miei polmoni è lo stesso sangue che scorre su e giù per un albero...». Così, siccome il suo io non esisteva, Dylan Thomas recitava inesauribilmente, trasformando la sua vita in uno spettacoloso teatro. Si esibiva, ostentava, faceva il buffone - ora sarcastico, ora feroce, ora diabolico, ora profetico, ora angelico, ora osceno. Aveva un fortissimo senso parodistico, che esercitava su sé stesso e il mondo. Ma noi, leggendo le sue lettere, non riusciamo mai a ridere. La sua recitazione era cupa, grave, aggrovigliata: la più tragica delle sue maschere.
* * *
Dylan Thomas non si occupava di politica: non scriveva programmi o messaggi: non tentava di guidare le sorti del mondo, né proponeva agli uomini la ricetta per diventare, in poche settimane, buoni, belli, ricchi e felici. «Giudico l´inciampare di uno scoiattolo della stessa importanza, per lo meno, delle invasioni di Hitler, degli assassinii di Spagna, del romanzo d´amore tra Greta Garbo e Stokowski, dei Personaggi Reali, dei disastri minerari, di Joe Louis, dei perfidi capitalisti, dei comunisti santarellini, della democrazia, della Chiesa d´Inghilterra, del controllo delle nascite...». Visse gli anni della guerra chiuso attorno a sé stesso e alla piccola famiglia che andava crescendo; e temeva la guerra solo perché potevano compromettere la sua felicità. Una sola cosa gli importava: la sua poesia. Cos´erano le speranze di redenzione universale, o i disastri universali, o la fine del mondo, davanti alla possibilità di estrarre un verso perfetto dalla gioia e dalla disperazione?
Il suo tempo era occupato nel più inesauribile dei lavori. Mentre beveva, passeggiava, parlava, pensava, dormiva, sognava, Dylan Thomas ascoltava la voce delle parole. Dopo tanti anni, questa voce continuava ad affascinarlo: come accade a un sordo dalla nascita, che ascolta per la prima volta «le note della campane, i rumori del vento, del mare e della pioggia, il sonaglio dei furgoncini del latte, lo scalpitio degli zoccoli, il tocco dei rami sul vetro di una finestra». Le parole lo attraevano con il suono, ora acuto ora trionfante, ora tenebroso ora celestiale, che producevano nelle sue orecchie. Come ronzassero, strimpellassero, cinguettassero, galoppassero sulla pelle boscosa del mondo. Lo attiravano con i colori che proiettavano nelle sue pupille: colori più gelidi dell´azzurro, più fastosi e solenni della porpora. Lo terrorizzavano con enormi risate, degne di un dio pazzo o di un fool promosso per sbaglio a creatore dell´universo.
Tutte queste parole penetravano nel suo corpo, fruttificando in sempre nuove metafore. Egli sapeva che ciò che è essenziale, per un poeta, è il corpo. Portava le immagini nel ventre: attraversava il mondo pieno di loro, come l´otre di Ulisse pieno di venti; nutrito, fasciato, avvolto da metafore come da un caldo cappotto invernale. Erano immagini di ogni specie, che egli aveva raccolto dalla Bibbia, e da tutti i linguaggi antichi e moderni: soprattutto dalla tradizione inglese - corpose, gravi, folli immagini di Shakespeare, immagini di Donne e di Blake, di Hopkins e di Yeats, deliri romantici, spettri e stregonerie dickensiane, assurde fumisterie.
* * *
Il 12 luglio 1937, a ventitré anni, Dylan Thomas sposò Caitlin MacNamara: «Senza denaro, senza alcuna prospettiva di denaro, né la compagnia di amici e parenti, e completamente felice». Andò a stare in uno studio situato sopra il mercato del pesce, dove giungevano in volo i gabbiani per far colazione - e poi in un piccolo, umido cottage, senza bagno né gabinetto. In quegli anni, visse in miseria: una miseria più profonda e assoluta di quella di Poe e di Baudelaire. Non aveva un soldo: aveva comprato a rate - sette scellini al mese - perfino il letto matrimoniale; e, pochi mesi dopo, siccome non pagava le rate, gli avvocati cominciarono a «meditare qualcosa di crudele» contro di lui. Non aveva soldi per mangiare, pagare l´affitto, prendere l´autobus e il treno, vestire il figlio, andare al pub.
Chiedeva l´elemosina agli amici, querulo come un guitto di Dickens, dignitoso come uno di quei regali mendicanti del Medioevo, che un nemico astuto, il capriccio degli astri o la follia avevano cacciato dal trono degli avi. «Se hai un tantino da economizzare, che suoni o tintinni, o anche solo faccia fruscio, mandali», scriveva a Vernon Watkins. «Qualsiasi cosa, da un penny a una sterlina. La testa mi sta girando al pensiero di come procurarmi due pence, onestamente o no, per imbucare questa quasi-lettera. Se non riesco, dovrà partire nuda».
I soldi per la birra, o il whisky, c´erano quasi sempre. Continuò a bere; e in pochi anni, il piccolo, esile cherubino diventò un grasso poeta di settantanove chili, mentre Caitlin cercava molluschi sulla spiaggia o pescava con una rete bucata. L´alcool, almeno nella vita, non abbandonò più la sua preda. A trentadue anni, il corpo di Dylan Thomas era già in decadenza: era diventato così grasso, che non poteva camminare in fretta; e il volto era cremisi. Sentiva su di sé gli spiriti della distruzione, e nella distruzione si precipitava con una violenza sempre più furibonda. In Italia, nel 1947, conobbe qualche mese di remissione; e portò sempre con sé il ricordo delle ville rosse, bianche, turrite di Rapallo, simili a torte di Natale barocche; dei vicoli chiassosi e malfamati di Genova; e di una casa sulla collina di Scandicci, dove i Thomas vivevano di asparagi, gorgonzola e «molto vino rosso».
Ormai guadagnava bene. Ma i debiti lo perseguitavano ancora più di una volta: fatture, richieste di pagamento, assegni firmati e respinti lo assalivano come venditori ambulanti: ed egli non poteva far altro che pagarli con nuovi debiti, che richiedevano altri debiti, come se il denaro domandasse sempre nuovo denaro. Partì per gli Stati Uniti a leggere poesie, assieme a un gruppo ululante di conferenzieri europei: polemisti, esibizionisti, pubblicisti isterici, retori teologici, arredatori d´esterni, palloni gonfiati, ciarlatani, uomini a caccia di vedove miliardarie, autorità in materia di ciance, vescovi, cardinali, bestsellers, redattori in cerca di scrittori, scrittori in cerca di editori, editori in cerca di dollari, e donne dalla pelle di ippopotamo. Senza un attimo di respiro passava da un discorso a un ricevimento, da una lettura a un dibattito, da un treno a un aereo, dal forno di una camera d´albergo alla cabina del Queen Elisabeth: declamando poesie a pubblici entusiasti che, la settimana o il giorno prima, si erano altrettanto «entusiasmati per conferenze sull´espansione delle ferrovie e sulla moderna saggistica turca».
Non gli piaceva viaggiare. «Non sono un giramondo», scriveva alla moglie «... voglio sedere nella mia capanna a scrivere, voglio mangiare il tuo stufato e toccare i tuoi seni e voglio ogni notte star coricato in amore e pace vicino vicino vicino vicino a te, più vicino del midollo della tua anima». L´America gli pareva «una barbarie cancerosa». Gli piaceva soltanto San Francisco: così incredibilmente bella, tutta colline e ponti e un cielo blu abbagliante e tutte le razze del mondo e le piccole cabine della funicolare e le aragoste e i granchi e la città che danzava nel sole nove mesi all´anno. Cenò a casa di Chaplin, che ballò e fece il clown per tutta la sera: progettò un´opera con Strawinsky; e un inverno a Maiorca. Ma non ci fu né opera con Strawinsky né inverno a Maiorca. Dovette accontentarsi delle aeree buffonerie di Chaplin. Il 4 novembre 1953, a New York - aveva appena compiuto trentanove anni - cadde in coma. Morì cinque giorni dopo, senza riprendere conoscenza.

Nel 1970, Einaudi ha pubblicato la raccolta principale delle lettere di Dylan Thomas: Ritratto del poeta attraverso le lettere. Ora questo libro è esaurito. In questi giorni, Guanda pubblica le Lettere d´amore di Thomas, a cura di Massimo Bacigalupo (pagg. 156, euro 12,50)

Cina

Giovedì 25 Marzo 2004
Cina: Banca Centrale mette nuovo freno alla crescita del credito

(Mdm-Gct/Rs/Adnkronos)


Pechino, 25 mar. - (Adnkronos/Marketwatch) - Prosegue la battaglia della Cina per frenare la crescita del credito e della liquidita' del paese: la banca centrale ha annunciato nuove misure per diminuire i finanziamenti nel sistema bancario e premiare gli istituti di credito che vantano solidi e sani bilanci. Con un comunicato stampa pubblicato sul suo sito web, People's Bank of China, ha annunciato dunque che i requisiti sulle riserve, ovvero la quantita' di depositi che devono essere trattenuti dalla banca centrale, saranno aumentati dal 7% al 7,5%. Si tratta del secondo incremento negli ultimi sei mesi, ma questa volta la misura e' specificatamente indirizzata alla banche commerciali con deboli bilanci finanziari.

«il Profeta adorava le donne»

Gazzetta del Sud 25.3.04
Misteriosa scrittrice marocchina pubblica un libro erotico con lo pseudonimo di Nedjma
Una musulmana infrange il tabù del sesso
«Il mio inno alla sensualità, il Profeta adorava le donne»
di Antonella Tarquini


In un romanzo che inneggia senza veli all'erotismo del corpo e dell'anima, una misteriosa scrittrice marocchina ha osato infrangere il tabù del sesso che, grazie agli integralisti, domina oggi quella stessa società arabo-musulmana da cui scaturirono i licenziosi racconti di «Le mille e una notte». Pubblicato in Francia da Plon, «L'amande» (la mandorla), che gli editori di tutto il mondo si stanno già contendendo, celebra il piacere femminile che, sostiene l'autrice, deriva proprio dagli Hadith, la raccolta di atti e parole del Profeta che completano il Corano.
«Contengono un inno alla sensualità, il Profeta adorava le donne – dice in un'intervista a «Elle» – e nei libri di teologia musulmana ci sono capitoli interi che parlano solo di sensualità, ma la tradizione è stata pervertita dagli integralisti. Una frazione di estremisti ha confiscato la mia religione, trovo ridicolo che la stessa civilizzazione che rideva, e faceva l'amore così bene qualche secolo fa, sia diventata oggi incapace di amare, di godere. È come se il falso discorso spirituale degli integralisti avesse ucciso l'umano, avesse bruciato le nostre anime e i nostri corpi». Lo ha intitolato «La mandorla» forse in riferimento alla tremenda deflorazione che la protagonista subisce a 17 anni dal marito 40enne «che mi ha spezzata in due con un colpo secco» e l'ha scritto sulla scia della collera che l'ha invasa dopo l'11 settembre, «per parlare di corpi vivi e desiderabili, piuttosto che di quelli mutilati e carbonizzati delle Torri gemelle».
«Quando sei davanti alla televisione e ti scaricano in faccia quintali di spazzatura perché sei musulmano, e arabo, ti vien voglia di dire basta. Di dire che non siamo solo dei pazzi furiosi che si scagliano contro delle torri». Ma la coraggiosa scrittrice, che ha una quarantina d'anni, teme l'ira degli integralisti, magari una «fatwa» come quella che ancora pesa su Salman Rushdie, perciò ha preferito nascondersi sotto uno pseudonimo per raccontare la storia della giovane e avvenente Badra, che dopo essere fuggita dal matrimonio forzato viene trascinata in avventure libertine da un successivo e tenebroso amante al quale la lega una passione travolgente. Si firma «Nedjma», la leggendaria donna fatale protagonista dell'omonimo romanzo di Kateb Yacine sulle cause profonde della guerra d'Algeria, e spera che nessuno possa individuarla. Perché la sua scrittura è cruda, chiara, esplicita, lubrica, quando Badra, ormai sulla soglia della menopausa, evoca il desiderio di un bacio «non più rubato tra due porte nell'urgenza ma dato e ricevuto nella lentezza e la pace».
Per Badra-Nedjma, che sa «di essere un'amante senza pari», la «chiave del piacere femminile è ovunque: nei capezzoli che si drizzano per il brivido del desiderio, febbrile ed imperioso, che chiedono saliva e carezze, che racchiudono il sesso maschile, ma anche nella piega di un'ascella pelosa, o all'interno delle cosce... perché tutto nel corpo è capace di delirio, di piacere». Ma Badra, alla fine del romanzo, perde la capacità di amare, e afferma di «aver ceduto la piazza alle galline che sculettano e si fanno caricare in infornate starnazzanti sulle Mercedes rubate in Europa, o alle idiote che portano il velo perché rifiutano di portare il loro secolo». La scelta di uno pseudonimo no può che suscitare il sospetto che dietro il libro ci sia una ben congegnata operazione di “marketing”.

mercoledì 24 marzo 2004

fondamentalismo all'italiana

Unità 24.3.04
La scuola licenzia Darwin
di Pietro Greco


Addio, Charles Darwin. Nelle scuole medie italiane - come, per una breve stagione, in quelle del Kansas - non si insegnerà più la teoria dell’evoluzione biologica. Nei libri di testo dei nostri ragazzi non è più previsto alcun accenno alla cespugliosa storia evolutiva della vita sulla Terra, alla modificazione incessante delle specie per quel gioco di «caso e necessità» di cui parlava Jacques Monod, a quell’ipotesi di discendenza dell’uomo dalla scimmia che tanto faceva soffrire l’iracondo vescovo Wilberforce. Via, tutto. Cancellato. I ragazzi non devono sapere.
Non conosciamo se a decretare il veto contro l’insegnamento di quella teoria darwiniana, che la comunità scientifica in tutto il mondo considera la base fondamentale del nostro sapere intorno ai fatti della vita, sia stata una qualche commissione distratta o una qualche autorità retrograda.
Non sappiamo se a provocare la virtuale cancellazione di Darwin dai libri di scienze dei nostri ragazzi sia stato l’atto malaccorto di un burocrate sciatto o la decisione cosciente di un’autorità reazionaria. Fatto è che con la riforma Moratti la teoria dell’evoluzione delle specie per selezione naturale del più adatto esce dalla scuola italiana. I ragazzi non devono sapere. E neppure gli adulti.
La notizia è, di certo, fragorosa: l’Italia opera una censura culturale che non ha riscontro in alcuna parte del mondo, Kansas incluso. Una mordacchia che neppure ai tempi di Galileo.
La teoria dell’evoluzione biologica di Charles Darwin non è solo una delle più grandi conquiste del pensiero scientifico, è anche una delle più grandi acquisizioni della cultura di ogni tempo. La sua teoria dell’evoluzione biologica ha contribuito a ridisegnare la visione che noi tutti abbiamo del mondo che ci circonda e di noi stessi. Darwin, per intenderci, siede al tavolo dei grandi del pensiero insieme ad Aristotele e a Kant, a Euclide e Gödel, a Galileo e Newton, a Platone ed Einstein. Cancellarlo dai libri di testo significa, né più né meno, cancellare un pezzo decisivo della cultura occidentale e della cultura tout court.
Per questo più assordante ancora dell’operazione di cassazione a opera del ministero dell’Istruzione è il silenzio che si è creato intorno alla vicenda. Nessuno ne parla. Né per condannare e neppure per applaudire. Come se cancellare un pezzo fondante della nostra cultura dai libri di testo fosse un’operazione normale. Come se cacciare Charles Darwin dalla scuola a un secolo e mezzo dalla pubblicazione di “Sull'origine delle specie”, fosse un'operazione non degna di alcun interesse. Come se cancellare il pensiero su cui si fonda la scienza emergente del XXI secolo, la biologia, potesse essere culturalmente sostenibile per un paese che si autodefinisce libero e avanzato.
Ora noi capiamo (ma non giustifichiamo, sia chiaro) il governo e gli ambienti culturali che lo sostengono. Da qualche tempo - intorno a quel governo, in quegli ambienti - spira un vago vento antievoluzionista. Che è come dire un vago eppure concreto vento antistorico e antiscientifico. Da qualche tempo a questo improbabile zefiro viene dato un certo spazio. Ricordate il convegno contro Charles Darwin organizzato nei mesi scorsi a Milano da frange di Alleanza Nazionale e ospitato dalla Provincia? E ricordate, che nei mesi scorsi, tra i massimi dirigenti del nostro massimo Ente pubblico di ricerca il governo Berlusconi ha nominato, per l’appunto, un antievoluzionista? Nessuna di queste (e altre) operazioni ha riscontro nei paesi occidentali. E neppure nei paesi islamici. O buddisti. O induisti. O animisti. Neppure nelle roccaforti dei creazionisti (il Kansas, il Texas e gli altri stati del Sud degli Usa) le istituzioni promuovono convegni contro l’evoluzionismo e pongono ai vertici della ricerca pubblica degli antidarwinisti. Non succede perché il pensiero di Darwin è, ormai, scienza consolidata e il creazionismo è un atto di fede. Un atto legittimo, sul piano religioso. Ma in nessun posto al mondo, ormai, neppure nelle teocrazie più fondamentaliste un centro di ricerca scientifica si regge su un puro atto fede.
Per intenderci, anche la Chiesa cattolica considera quella darwiniana un’ipotesi solida (anche se non completa). E, comunque, l’unica ipotesi scientifica in campo capace di spiegare i fatti noti della biologia. Per essere ancora più chiari: il cattolico Ludovico Galleni nel Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede pubblicato di recente dalla Urbania University Press e da Città Nuova a cura di Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia sostiene «l’accettazione ormai definitiva della prospettiva scientifica evolutiva» da parte del pensiero teologico. Cosicché il pensiero antievolutivo è l’epigone di un pensiero cristiano (cattolico e protestante) reazionario del tutto minoritario in ogni parte del mondo, Kansas compreso.
Cosicché anche il governo Berlusconi non ostenta le sue ormai sistematiche gesta antidarwiniane. Non ha il coraggio delle proprie azioni. Le minimizza. Le fa passare in sordina. Quasi a farci intendere che dietro non c'è una precisa scelta culturale. Che si tratta solo di piccoli e innocui pegni da pagare ad ambienti di destra con idee più o meno bizzarre. Ed è così, in sordina, che il governo fa passare le nuove gesta didattico-pedagogiche che buttano fuori Darwin dalle scuole medie italiane.
Ma può la società italiana accettare che un atto politico - non si sa se (più) sciatto o (più) reazionario - metta la scolorina al grande quadro della teoria fondamentale della scienza emergente, la biologia, proprio come in Unione Sovietica i burocrati zelanti cancellavano con la scolorina dalle foto ufficiali i politici caduti in disgrazia agli occhi di Stalin? Può accettare che i suoi ragazzi si formino senza aver mai sentito parlare di Charles Darwin e della sua teoria evoluzionista in un’epoca in cui la scienza biologica disegna gran parte della frontiera sociale ove si incontrano cultura, etica e persino economia?
La domande sono certamente retoriche: no che l’Italia non può accettarlo. Non senza combattere, almeno. Le risposte, invece, sono avvilenti. La cancellazione con la scolorina della figura di Charles Darwin dalla grande foto della storia surrettiziamente proposta ai ragazzi della scuola media non ha suscitato una grande reazione di ripulsa nell’opinione pubblica e nei media. È come se un po' tutti fossero rassegnati a questo improbabile revisionismo. A questo revisionismo vigliacco che preferisce non parlare di Darwin piuttosto che sfidarlo in campo aperto. E così molti - troppi - tacciono, facendo finta, proprio come accadeva in Urss, di non vedere. Di non vedere che qualcuno - non si sa se più per sciatteria o più per spirito reazionario - sta manipolando la scienza e la storia. Che qualcuno sta minando alla base la cultura - e il futuro - dei nostri figli. È davvero assordante questo silenzio.

la religione americana e la Corte Suprema

L'ORIGINE: Il motto "In God we trust" (Confidiamo in Dio) fu coniato e messo per la prima volta su monete da 2 cent nel 1864, come testimonianza di un rafforzato sentimento religioso durante la Guerra civile

I DOLLARI: Sul retro di ogni taglio di banconota statunitense si legge, stampato sopra una sorta di festone, l'immancabile motto "In God we trust"

LE POSTE: In molti stati esiste l'obbligo di mostrare poster con la scritta "In God we trust" negli uffici postali e nelle agenzie federali

LE CORTI: Nelle aule di tribunale federali i processi si aprono con un commesso che recita la frase rituale: "Dio salvi gli Stati Uniti e questa onorevole corte"

I DISCORSI DI BUSH: I discorsi del presidente George W. Bush alla Nazione si concludono la formula: "Grazie, e possa Dio continuare a benedire l'America"

LE MODIFICHE DEL TESTO
COM´ERA IERI,
"Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati uniti d'America e alla repubblica che essa rappresenta, una nazione unita dalla fede in Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti"
COM´È OGGI: "Giuro fedeltà alla mia bandiera e alla repubblica che essa rappresenta: una nazione, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti"

IL CASO
I giudici discutono il ricorso di un genitore contro le invocazioni religiose a scuola
Dio alla Corte Suprema Usa
L´EQUIVOCO DELLO STATO LAICO CHE PREGA PER SALVARSI
VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON. C´è un posto anche per il nome di Dio nelle aule delle scuole di Stato americane? Lo sapremo oggi. Poche volte, nella storia degli Stati Uniti, una sentenza della Corte Suprema sarà chiamata a tagliare più a fondo nell´anima e nel corpo della nazione che incarna la suprema conquista civile della separazione tra religione e Stato.
Una separazione che, secondo la petizione alla massimo corte, è sempre più minacciata dall´insidia dell´integralismo cristiano.
Non c´è ormai discorso pubblico che risparmi Dio. Che Dio benedica l´America, anzi, come dice George Bush che Dio «continui» a benedire l´America. Non c´è Presidente che non chieda l´aiuto di Dio, «... and so help me God.... » per governare gli Stati Uniti, al momento di giurare sulla Bibbia dei cristiani. Non c´è banconota che non riponga la fiducia del portatore in Dio, «in God we trust», più che nella banca centrale. Siamo una nazione unica «sotto Dio» recitano a memoria gli scolari all´inizio delle lezioni nel giuramento di fedeltà, il «Pledge of Allegiance». Non c´è nazione dell´Occidente che nomini tanto spesso e con tanta insistenza il nome di Dio, dopo avere essa per prima, solennemente e scandalosamente agli occhi delle teocrazie e delle monarchia europee, sancito nel proprio atto di nascita l´assoluta, rigorosa, inflessibile, civilissima separazione tra Stato e Chiese.
Sarà dunque doloroso per la Corte Suprema tagliare il nodo che il genitore di uno scolaro ha scaricato sulla scrivania dei nove magistrati per stabilire se quella invocazione a Dio nelle scuole pubbliche violi il sacramento laico della separazione. Lo taglierà, perché la massima corte non ha mai nessun obbligo di prendere in esami ricorsi e se accetta di discutere un caso è evidentemente perché intende decidere. Ma il clima morale, gli umori politici e culturali che la circondano oggi garantiscono che qualunque decisione i nove prendano, offenderà ferocemente milioni di cittadini e contribuirà ad approfondire il rancore che taglia quest´America già lacerata da un presidente che sulla polarizzazione dei campi opposti sta giocando le proprie speranze di rielezione.
Se la Corte dovesse stabilire che il giuramento di fedeltà alla nazione «sotto Dio» nelle scuole pubbliche è anticostituzionale, l´America dei cristianissimi l´America dell´integralismo biblico che ha pagato già 400 milioni di dollari per celebrare l´evangelismo pulp di Mel Gibson insorgerà nel segno del sacrilegio e della corruzione morale della nazione. E sarà poi assai difficile per un presidente giurare sopra la Bibbia dei cristiani, chiedendo l´aiuto di Dio per difendere quella stessa Costituzione che proibisce ai bambini di recitare la loro innocente formuletta alla mattina.
Se invece la Corte giudicherà legittima l´invocazione, sarà l´America laica, l´America non cristiana, l´America della separazione storica fra stato e chiese, a indignarsi per un nuovo segno della «talebanizzazione» strisciante di una democrazia che ha trovato in Bush un leader che indica nel Gesù di Nazareth il proprio «filosofo politico preferito». E che dipende più di ogni altro predecessore, dall´elettorato integralista per vincere le elezioni.
Come sempre nella storia americana, qualsiasi decisione sarà, sia pure molto a malincuore, accettata dagli sconfitti, come fu accettata la sentenza che impose l´integrazione razziale delle scuole, considerata abominevole nel Sud, o fu il riconoscimento del diritto all´aborto volontario, anatema per tutte le gerarchie e i fedeli maschi, assai meno per le fedeli femmine.
Accettata non significherà tuttavia approvata o dimenticata, perchè sempre la vittoria di una parte mobilita la resistenza della parte sconfitta soprattutto in una materia come questa, del rapporto fra Dio e Cesare che nessuna bilancia della giustizia può soppesare. E che oscilla da oltre due secoli sopra un equivoco, quello di una nazione che si proclama fondata sui diritto naturali invocati dall´Illuminismo settecentesco, ma poi chiede l´aiuto di Dio per restare laica.

Un padre ateo contesta le parole che sua figlia deve pronunciare ogni mattina a scuola: violato il primo emendamento?
Usa, la Corte decide su Dio
A giudizio il riferimento religioso nel giuramento alla nazione
di VANNA VANNUCCINI


NEW YORK - Ogni mattina che Dio manda in terra in America gli scolari delle elementari, non appena entrano in classe, ascoltano la voce del preside trasmessa attraverso gli altoparlanti. Insieme, bambini preside e insegnanti pronunciano il giuramento alla bandiera con la mano sul cuore: «Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d´America e ai valori che rappresenta, una nazione sotto Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti». Segue un minuto di silenzio in cui tutti restano immobili.
Il rito si ripete ogni giorno per ogni anno di scuola nella vita di tutti gli americani. Esattamente da 112 anni, da quando un pastore di idee socialiste, Francis Bellamy, pubblicò nel 1892 il "Pledge of Allegiance", il giuramento di fedeltà, nel suo giornaletto per bambini. Pochi mesi dopo il giuramento fece il suo debutto nelle scuole sotto il presidente Benjamin Harrison. Da allora è stato leggermente modificato un paio di volte. Ma la modifica principale fu fatta nel 1954: un´associazione cattolica, i cavalieri di Colombo (Knights of Columbus), chiese di aggiungere accanto alla nazione le parole «under God», sotto Dio. Si trattava di distinguere, argomentò, il giuramento di fedeltà americano da altri pronunciati da «comunisti senza Dio». L´America attraversava anche allora una crisi, una guerra atomica sembrava imminente e il presidente Eisenhower chiese al Congresso di aggiungere le due parole.
Cinquant´anni dopo, queste vengono contestate di fronte alla Corte Suprema. La Corte si riunirà stamani e come sempre i giudici apriranno l´udienza in piedi, con il capo chino, e ascolteranno le parole di prammatica: «Dio salvi gli Stati Uniti e questa onorevole Corte». Subito dopo dovranno decidere se la menzione di Dio che le scuole richiedono agli insegnanti di pronunciare ogni mattina non violi il venerato First Amendment della Costituzione. Se così fosse, quale sarebbe il destino dei tanti riferimenti religiosi contenuti nelle cerimonie civili americane, come appunto le parole con cui la Corte Suprema inizia le sue sessioni?
Il caso è stato provocato dal ricorso in appello di una scuola californiana contro la sentenza esplosiva pronunciata nel giugno 2002 da una corte d´appello di San Francisco, che viene considerata la più liberal degli Stati Uniti. La Corte di San Francisco sentenziò che le parole «under God» equivalgono a un´esplicita professione di religione e sono pertanto incostituzionali. Dette così ragione a un medico e avvocato californiano, Michael Newdow, che si definisce ateo il quale non vuole che la figlia di nove anni sia costretta ogni mattina a reiterare devozione a Dio.
Prima di tutto la Corte dovrà stabilire che cosa significhi veramente giurare fedeltà a «una nazione sotto Dio». Significa implicare che Dio esiste, «un dogma religioso che il governo non dovrebbe sponsorizzare nella scuola pubblica», come afferma Michael Newdow? Secondo l´amministrazione, che difende le due parole, pronunciarle non equivale a una professione di fede religiosa bensì di patriottismo. I garbugli della vicenda sono infiniti e intensamente controversi. La faccenda è ulteriormente complicata dal fatto che è in corso un´aspra battaglia legale tra il padre e la madre della bambina. La madre, che si definisce «una cristiana rinata» che ha ritrovato la fede dopo un breve sbandamento (causa non secondaria, afferma, del suo incontro con il medico californiano), sostiene che il padre non aveva diritto di presentare la causa perché non aveva a quel momento l´affidamento della figlia. Se la Corte vuole uscire d´impaccio senza deliberare una sentenza così ardua, basterà che stabilisca che in effetti il medico californiano non aveva titolo per parlare a nome della figlia.

psicologia dell'insolito

La Stampa Tuttoscienze 24.3.04
Psicologia dell’insolito


E’ PARTITO presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Milano, un corso di "Psicologia dell'insolito". E' la prima volta che l'argomento viene trattato nelle università italiane e come docente è stato chiamato lo psicologo Massimo Polidoro, segretario nazionale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale - www.cicap.org), un'organizzazione scientifica e educativa fondata da Piero Angela e da scienziati come Margherita Hack, Silvio Garattini, Tullio Regge, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia. La parapsicologia non ha mai dimostrato in maniera conclusiva l'esistenza di "canali anomali" per la trasmissione delle informazioni o la capacità della mente di influire sulla materia. Eppure una porzione significativa della popolazione vive o ha vissuto esperienze insolite per le quali ritiene, a torto o a ragione, che non esista una spiegazione "normale". Sono esperienze piuttosto comuni, per esempio, quelle di avere dei "flash" telepatici (penso a un amico che non vedo da tanto tempo e lo incontro pochi minuti dopo...), di fare sogni "premonitori" o di vivere sensazioni di «déjà vu». Esse possono avere una miriade di spiegazioni "normali" ma che, dato il loro forte impatto emotivo, possono apparire "paranormali" ad un pubblico che non dispone degli strumenti interpretativi necessari. Un gran numero di sondaggi ha dimostrato come esperienze personali di questo tipo rappresentino la principale motivazione offerta dai rispondenti per la loro credenza nei fenomeni paranormali. Chi vive questo tipo di esperienze, non trovando spiegazioni facilmente accessibili presso chi dovrebbe fornirgliele - gli psicologi, per esempio - si rivolge alla parapsicologia. Qui ottiene molte "spiegazioni" a base di ESP o PK che, tuttavia, non spiegano nulla veramente e lasciano intatto il mistero che circonda l'esperienza in questione. D'altra parte, gli stessi psicologi, che costituiscono il gruppo di studiosi accademici più scettici sull'argomento, rispetto a colleghi nell'ambito delle scienze naturali o in quello umanistico, non sono immuni da confusione e disinformazione. Una serie di sondaggi condotti annualmente dal professor Guido Petter sugli studenti del primo anno di psicologia a Padova rivela, per esempio, che ogni anno la percentuale di coloro che ritengono la telepatia un fenomeno fondato si aggira intorno al 55%, mentre solo il 10% si dichiara scettico. Anche per questo stato attivato all’Università di Milano il primo Corso di "Metodo scientifico, pseudoscienza e psicologia dell'insolito": 20 ore di lezioni in cui, oltre agli aspetti metodologici, verranno approfonditi argomenti quali l'apparente percezione extrasensoriale nella vita quotidiana, i problemi della memoria e i falsi ricordi, l'inattendibilità della testimonianza oculare, la fisiologia delle esperienze trascendentali, la medianità e i presunti contatti con l'aldilà, la psicologia dell'inganno, le tecniche di persuasione usate da maghi e veggenti, i rischi dell'autoinganno, le guarigioni misteriose e l'effetto placebo, le esperienze insolite legate al sonno e ai sogni e così via. Anche se non si dovesse mai scoprire che le facoltà paranormali sono reali, lo studio della psicologia dell'insolito consentirà per lo meno di capire meglio come funziona le mente umana e, in particolare, come mai siamo tanto affascinati dalla magia e dai misteri.

i classici dell'arte del '900

Corriere della Sera 24.3.04
I colori di un secolo
PICASSO
dietro foto e design
di Carlo Arturo Quintavalle


Come capire l’arte contemporanea, quella del secolo appena trascorso, quella dell’astrazione, quella delle forme sconvolte, dei colori violenti, quella delle immagini sospese, estraniate, quasi dei sogni rappresi davanti a noi? In ogni tempo l’arte ha raccontato le ideologie, le immagini hanno trasmesso agli altri quello che era il progetto, la volontà del potere, ma adesso da oltre un secolo, l’arte esprime tensioni diverse, quelle contrapposte delle diverse classi. Gli artisti, che non sono più una élite, che vivono insieme a tutti, che non dipingono per il «principe», dialogano con un pubblico molto ampio, scoprono le idee degli intellettuali più avanzati, dunque vogliono gettare un ponte verso tutti coloro che l’arte non l’hanno ancora conosciuta, oppure verso coloro che vivono esistenze parallele, filosofi, musicisti, psicoanalisti, e che sentono l’arte come un grande problema umano, ma anche civile. Si chiamava «Il ponte» quel movimento sorto nel 1905 a Dresda che con Heckel, Kirchner, Nolde, voleva collegare artisti e grande pubblico, ed erano stati battezzati «Fauves», fiere, in senso dispregiativo, quegli artisti a Parigi che, da Matisse a Braque a Dérain, rivoluzionavano col colore violento l’immagine. Oggi c’è chi continua a giudicare l’arte di un intero secolo pensando alla tradizione accademica, quella dall’arte greca al Neoclassico, ma loro, i pittori del ’900, hanno creato un’arte che parla a tutti, aprendo un dialogo nuovo con le ideologie, naturalmente quelle rivoluzionarie.
Pensate, i futuristi sognano, da Boccioni a Balla, la trasformazione delle macchine nell’Italia contadina e savoiarda prima del 1915; i cubisti, con Picasso e Braque, scompongono le forme, inventano il tempo dentro la pittura attraverso la filosofia di Henry Bergson e, forse, alludono anche alla teoria della relatività di Einstein. Un russo e un tedesco, Wasilij Kandinsky e Franz Marc, pubblicano a Monaco nel 1912 un almanacco, «Il cavaliere azzurro» che vuole il ritorno al primitivo, all’originario, un sogno che hanno in comune con i musicisti, come Schriabin e Mussorskij, e dove primitivo coincide anche con popolare.
Mentre i cubisti e i pittori della Brùcke puntano sull’arte negra, Chagall reinventa la sua pittura pensando al perduto villaggio ebreo Vitebsk e alle fiabe di un popolo di esclusi, e uno svizzero, Paul Klee, ritrova nel segno grafico ridotto, nella immagine infantile, un senso nuovo, concludendo anche se in lui, molte volte, questo mondo si fa disordine, cosmica angoscia. Certo, le avanguardie sono anche tensione politica, violento contrasto, sempre contro l’accademia, ed è questo il senso della rivolta proposta in Russia da Malevitch, Tatlin, la Gonciàrova, la Exter fra il 1917 e il 1925 circa, tutti poi messi a tacere da Stalin. Essi volevano dunque creare un’arte per il mondo contadino e operaio usando le antiche lingue popolari, la fiaba, le immagini dei popoli più lontani dall’arte del civile Occidente, per loro l’arte doveva cambiare il mondo.
L’arte del ’900 è dunque rivoluzione, spesso più efficace di quelle armate. Si pensi a Giorgio De Chirico che trasferisce il vuoto senza tempo della riflessione di Nietzsche nell’arte fra il primo e secondo decennio, creando un modello di immagine - estraniata - che sarà ripreso nel film, nelle pubblicità, fino ad oggi. Lo capisce anche Marcel Duchamp per il quale arte è inventare qualsiasi oggetto come arte, nel nome, ancora una volta, del rifiuto della figura, delle forme banali che si copiano dal vero. Per capire l’arte di oggi dobbiamo pensare alla musica, infatti Kandinsky dialoga con Schönberg, l’uno inventa la pittura astratta, l’altro la musica atonale, che innervano il mondo di oggi.
Ma l’arte del ’900 è stata molto di più di questo, è stata avanguardia della libertà, Picasso con Guernica, certo, ma, prima di lui, tutti coloro che hanno vissuto l’arte come mezzo per scoprire l’inconscio, da Max Ernst a Magritte, oppure l’arte come mediatrice fra le lingue e le culture. Dobbiamo conoscere l’arte del ’900 perché è la chiave del mondo contemporaneo, sono qui infatti le matrici delle immagini che ci circondano, dai manifesti alle fotografie, dalle architetture al design.
L’arte del ’900 evidenzia la crisi di un mondo, quello tradizionale, ma scopre nuovi mondi, dove l’arte dei popoli un tempo subalterni trionfa: il mito del primitivo ha trasformato l’Occidente.

Sanguineti e Vattimo a Genova

Repubblica, ed. di Genova 24.3.04
Al convegno "Biologia moderna & visioni dell´umanità" un forte richiamo del poeta ai "camici bianchi al di fuori della Storia"
Sanguineti, la scienza e la sferza
"Ricercatori, chiedetevi per chi e con quale fine state lavorando"
Il filosofo Vattimo ha scelto Genova per ufficializzare la propria candidatura con i Comunisti italiani al Parlamento europeo
di MICHELA BOMPANI


«Scelgo Genova, capitale europea della cultura, per lanciare la mia prossima candidatura al Parlamento europeo»: lo ha annunciato ieri il filosofo ed europarlamentare Gianni Vattimo, a margine del convegno internazionale "Biologia moderna & visioni dell´umanità", a Palazzo Ducale. Mentre sferza i «camici bianchi al di fuori della Storia», il poeta Edoardo Sanguineti. Ne rispetta profondamente il lavoro, ma sente il bisogno di richiamare, nella sessione pomeridiana, gli scienziati: «Quanto costano le ricerche biologiche? E sono al servizio di chi? Questo si devono chiedere i ricercatori nei laboratori».
Vattimo s´impegna: tra qualche settimana, tornerà a Genova per trascorre alcuni giorni, godersi la capitale europea e presentarsi ufficialmente ai nastri di partenza della corsa al parlamento Ue, per i Comunisti italiani (dopo essersi allontanato dall´area Ds).
E il filosofo ha contrappuntato di stoccate politiche, la sua dissertazione su scienza, etica e democrazia, ieri mattina. «Una legge indecente - ha detto Vattimo - quella italiana sulla fecondazione assistita, le donne non devono essere costrette a portare avanti una gravidanza, se il feto ha malformazioni». Si schiera fortemente sulla libertà di utilizzo, per l´estrazione di cellule staminali, dagli embrioni congelati. Non ci si può richiamare al "rispetto della natura" per intralciare la ricerca scientifica, spinge Vattimo: «Perché è per natura che nei tessuti si formano i tumori: allora, per rispetto della natura, dovremmo forse non curarli?». La natura, definisce il filosofo, nella tenzone tra scienza ed etica, «è soltanto un pretesto, con cui giustifichiamo il rifiuto delle nostre responsabilità». Traccia l´arco della vita dell´uomo, Vattimo, davanti ai cinquecento partecipanti al convegno, scienziati, sociologi, filosofi venuti dalle università ai quattro angoli del mondo: punta il dito su importanti snodi etici contemporanei, all´inizio e alla fine di essa. Aborto terapeutico ed eutanasia. «Credo che per quanto riguarda l´embrione, debba essere la madre a dover decidere, liberamente, ma supportata da psicologi dei servizi sociali - conclude Vattimo - e poi sono convinto che l´uomo debba avere, altrettanto liberamente, la possibilità di morire degnamente. Qualche passo avanti si è fatto, però, in questa direzione almeno con il testamento genetico».
Fa riflettere, segno dei tempi, che anche Vattimo abbia sentito la necessità di tornare più volte sul tema dell´aborto, a ribadire l´intoccabilità della legge 104, così come hanno fatto, nei due giorni di convegno, quasi tutti i relatori, mettendolo vicino alle più frementi problematiche contempornaee, clonazione, bioingegneria, ogm.
Edoardo Sanguineti ha ribadito le perplessità, sulle discussioni del convegno, che aveva confessato in platea, mercoledì. Ieri, infatti, le ha appesantite e rovesciate dal tavolo dei relatori, ieri: «Ho sentito scienziati che parlavano da scienziati - dice - con uno spirito corporativo, senza curarsi di ciò che accade al di fuori dei laboratori: il vero problema oggi è la responsabilità politica della scienza. C´è la guerra, il terrorismo, gli scienziati hanno responsabilità politica. Perché, scienza e lettere, da sempre, sono naturalmente impegnati ideologicamente». Lo chiama "l´isolamento del biologo", il martello che riduce in cocci quello che dovrebbe essere un cerchio armonico tra etica e scienza: il poeta mette in guardia gli scienziati, la loro responsabilità morale, che è politica, li deve portare non soltanto a condurre diligentemente il loro lavoro, ma anche a chiedersi per chi, e con quale fine, lo stanno facendo.