lunedì 19 aprile 2004

crisi del matrimonio, i dati

La Stampa 19.4.04
L’ISTITUZIONE MATRIMONIALE È IN CRISI NON SOLO IN OCCIDENTE, MA DIVORZIARE ALMENO NEL NOSTRO PAESE È UN’IMPRESA DAI COSTI PROIBITIVI
Ieri SPOSI
di Michele Ainis


DICEVA Oscar Wilde: «Il Libro della Vita inizia con l'immagine di un uomo e una donna in un giardino. Termina con l'Apocalisse». Sarà per questo che - secondo una ricerca Eurispes del 2003 - il matrimonio è il tipo di relazione sociale più esposta al delitto. Sarà per questo che in Francia 6 donne al mese vengono uccise dai mariti, che nel Regno Unito circa la metà delle donne assassinate cade per mano del suo partner, che in Giappone la violenza domestica costituisce la seconda causa di divorzio.
Ecco, il divorzio. Offre senza dubbio un'alternativa meno drammatica e cruenta rispetto alle pallottole, però purtroppo costa, e costa caro: tanto che ormai soltanto i ricchi se lo possono permettere. Quantomeno in Occidente, dato che in Cina si celebrano perfino divorzi per incompatibilità «metereologica» (è accaduto nel settembre 2003: la donna non sopportava il clima troppo caldo di Shanghai). Mentre in Kuwait o negli Emirati Arabi un uomo può rompere le nozze inviando alla moglie un Sms dove ripete per tre volte la formula prescritta nella Shari'a («io ti ripudio»), senza scomodare giudici e avvocati, e soprattutto senza pagarne la parcella. Non è un risparmio da poco: per fare un esempio, in Italia la tariffa per un divorzio giudiziale, quando i beni da dividere variano dai 105.000 ai 258.000 euro, viaggia da un minimo di 8.000 euro a un massimo di 17.000. Senza dire dei tribunali ecclesiastici, cui si rivolgono i fedeli per ottenere la dichiarazione di nullità del sacramento del matrimonio: qui le spese legali sono così alte che nel 2003, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario, il vicario ha solennemente rampognato gli avvocati. Sarà per questo che aumentano i separati in casa, tanto che nel 2000 persino la Corte di cassazione ha dovuto arrendersi al fenomeno, estendendo a tali coppie lo status di quelle separate legalmente. D'altra parte un divorzio significa il raddoppio dell'affitto da pagare, doppie bollette, doppie spese domestiche, doppio arredamento per la casa; per il 55% delle coppie in crisi è un costo troppo alto, e allora tanto vale chiudere gli occhi, tirando avanti in stanze separate. Inoltre per l'uomo rompere il matrimonio equivale quasi sempre a rinunciare ai figli, nonché a una buona parte di quattrini: sempre in Italia, secondo un'indagine Istat del 2000, nell'86% dei casi i figli minorenni sono affidati esclusivamente alla madre, e 95 donne su 100 ricevono l'assegno alimentare dal proprio ex marito. Ma anche negli Usa l'84,1% dei bambini che vivono con un solo genitore sta in casa della madre, e lo stesso accade un po' in tutto il mondo occidentale.
Dove peraltro l'istituto coniugale è logorato da una crisi che parrebbe irreversibile. A Parigi naufraga un matrimonio su 2. Alla data del 2001, in Germania il numero di single aveva quasi raggiunto quello dei maritati. Del pari, negli Stati Uniti i single erano il 17,1% della popolazione nel 1980, sono diventati il 21,1% nel 2000. E perfino tra i settantenni esplodono i divorzi: il 10% delle coppie si lascia infatti dopo 40 o 50 anni di matrimonio. Per agevolare questa pratica, da ultimo vanno sviluppandosi i divorzi online, che in California vengono gestiti dai tribunali dello Stato, e possono costare 50 dollari appena. Contemporaneamente i fiori d'arancio diventano una festa sempre più rara (e più cara: in media 9.400 euro solo per il ricevimento). In Inghilterra nel 2000 sono stati celebrati 267.961 matrimoni, a fronte dei 331.150 avvenuti nel 1990. Anche in Italia nel 2001 i matrimoni hanno toccato il loro minimo storico: 260.904, ossia 20 mila in meno rispetto all'anno precedente; e in media un matrimonio su 3 entra in crisi già nel primo anno. Colpa d'una società che brucia in un attimo gli eventi non meno degli affetti, ma anche colpa di politiche assai poco sensibili alle necessità di chi ha famiglia, benché i cattolici siano largamente rappresentati in ogni schieramento. Tanto che aumentano le separazioni fittizie, stipulate al solo scopo di guadagnare punti in graduatoria per l'assegnazione di una casa popolare, o il posto negli asili pubblici, dove viene preferito chi ha il reddito più basso, e dunque i single, quando marito e moglie lavorano ambedue.
E a proposito di separazioni. Fino al 2002 in Italia hanno divorziato 764.698 coppie, da quando nel 1971 è stato introdotto l'istituto; ma quasi altrettante (562.855) si sono fermate al primo stadio, non hanno mai tradotto la loro separazione in un divorzio. E oltretutto la tendenza è in crescita. Le ragioni? Tante: per esempio la fede, o magari qualcuno sarà rimasto vedovo. Tuttavia la componente economica è forse quella principale: non tutti possono permettersi un secondo giro d'avvocati, dopo quelli già pagati per la separazione; molti temono un ritocco in su degli alimenti; con il divorzio inoltre viene meno il diritto alla pensione di reversibilità, quella che l'Inps versa al coniuge sopravvissuto. E oltretutto le regole non sono affatto chiare, sicché ogni ufficio giudiziario fa a suo modo, come risulta da un'inchiesta diffusa nel 2003 dall'Associazione nazionale magistrati. E così per esempio non c'è un sistema certo per provare la capacità patrimoniale del coniuge tenuto al versamento dell'assegno alimentare: il 48% dei tribunali si limita ad acquisire la dichiarazione dei redditi, ma il 93% se ne discosta allegramente. Anche sulla casa la confusione impera: il 72% degli uffici giudiziari la assegna al coniuge cui restano affidati i figli, ma c'è una minoranza neppure troppo piccola (il 28%) che la pensa all'opposto. Infine c'è la lotteria dei tempi, dato che il procedimento oscilla da 40 giorni a 4 anni, a seconda della città nella quale ha sede il tribunale. Quanto basta per rifarsi una vita e una famiglia, senza attendere la benedizione dello Stato.
Ecco perché in questo contesto (meno matrimoni, più separazioni, più divorzi) anche in Italia sono aumentate le unioni libere: nel 1998 l'Istat le ha stimate in 342.000 unità, ma in tre lustri (dal 1985 al 1999) gli italiani che hanno convissuto almeno una volta sono stati 3 milioni. Tuttavia a loro volta i conviventi hanno più doveri che diritti. Il 20 febbraio 1998 Rosa Gini, insegnante di matematica, e Maurizio Parton, ricercatore universitario, hanno costituito la prima coppia italiana iscritta nel registro delle unioni civili: nella fattispecie a Pisa, che al pari di Bologna, Firenze, Ferrara, nel 1997 aveva varato questa forma di riconoscimento per le coppie di fatto. Ma hanno subito scoperto a proprie spese quanto evanescente fosse la loro condizione: i registri non garantiscono la pensione di reversibilità, non danno titolo per fruire degli aiuti di Stato alle famiglie, non valgono per la successione ereditaria, non danno neppure il diritto d'assistere il compagno se ricoverato in ospedale. Per tutto questo, ci vuole il matrimonio; e tanto peggio per chi canta fuori dal coro. A meno che non abbia la ventura di vivere in Francia, dove una legge del 1999 ha varato il Pacs, il «patto civile di solidarietà»; senza però trovare troppi emuli in giro per il mondo.
E c'è poi il capitolo delle adozioni, senza dubbio quello più dolente. Chi vi ha a che fare sperimenta infatti la stessa sensazione che ciascuno prova dinanzi alle bancarelle d'un mercato, con l'unica differenza che nella fattispecie si commercia in carne umana. E naturalmente ogni bancarella pratica i suoi prezzi, al punto che la Commissione per le adozioni internazionali è stata costretta a fissare dei tetti massimi. Così, se per adottare un bambino dal Marocco si spendono 3.493 euro, un albanese ne costa 5.276, e 9.200 un minore proveniente dall'Honduras. Il paese più caro è tuttavia la Russia, dove il livello di spesa massimo è stato fissato in 9.500 euro; il più a buon mercato la Bielorussia, solo 1.900 euro. Anche i tempi per l'adozione non sono affatto brevi, dato che le liste d'attesa possono raggiungere i 3-4 anni. E di contro la richiesta aumenta. Se nel 1994 le domande di adozione nazionale erano state 7.669 e 6.007 quelle di adozione internazionale, nel 1999 le richieste sono divenute rispettivamente 10.102 e 7.352. Ma solo una minima parte viene poi in concreto soddisfatta: sempre nel 1999, il 10,2% in sede nazionale, il 29,6% all'estero. Inoltre la legge italiana (n. 149 del 2001) non è affatto generosa con le aspirazioni delle coppie di fatto; in compenso essa ha innalzato la differenza di età tra adottante e adottato, con la conseguenza che aspiranti genitori già nonni hanno fatto richiesta d'adozione.
Quale soluzione resta allora alle coppie che vogliono adottare un bambino e però non ci riescono? Se non è quasi mai possibile adottare un minore, ci si può sempre «far adottare». È infatti questa la trasformazione che ha subito il progetto Adopted di una artista tedesca, che da iniziativa artistica è diventata una vera e propria agenzia per le adozioni, da quando a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, sono state esposte le immagini di europei tristi e pallidi, nei loro appartamenti o in città. Da allora, circa 100 europei che soffrono di mancanza di legami familiari si sono fatti registrare, e 30 sono partiti per l'Africa. Sarà forse questo l'estremo rimedio per chi ha nostalgia di una famiglia?
micheleainis@tin.it

farmacologia in casi di depressione

PsichiatriaOnline.net Domenica 18 Aprile 2004, 19:17
Depressione resistente al trattamento farmacologico


L’efficacia della Mirtazapina un antidepressivo NaSSA (Noradrenergic and Specific Serotoninergic Antidepressant) è stata valutata nei pazienti con depressione che non rispondeva ad altri trattamenti farmacologici.
I Ricercatori della Division of Mood Disorder della University of British Columbia in Canada hanno analizzato le cartelle cliniche di 24 pazienti con disturbi depressivi maggiori.
Dopo trattamento con Mirtazapina (in media 36,7 mg/die) per 14,1 mesi il 38% (9/24) dei pazienti ha presentato un miglioramento dei sintomi.
Il 21% (5/24) ha sospeso l’assunzione della Mirtazapina a causa del presentarsi di effetti indesiderati, quali senso di stanchezza, aumento di peso e nausea.
Il 21% (5/24) ha assunto un altro antidepressivo oltre alla Mirtazapina.
Questo studio indica che un sottogruppo di pazienti con depressione resistente alla terapia può trarre beneficio dal trattamento con l’antidepressivo Mirtazapina.

domenica 18 aprile 2004

sfide tra giganti:
Emanuele Severino vs. Massimo Cacciari...

Corriere della Sera 18.4.04
ELZEVIRO Una risposta a Cacciari
Interrogativi aperti sull’orizzonte ultimo
di EMANUELE SEVERINO


Solo un pensatore di primo piano nella filosofia contemporanea, qual è Massimo Cacciari, può scrivere Della cosa ultima (pp. 554, 45), appena pubblicato da Adelphi. Un potente itinerarium mentis : non «soltanto» in Deum, ma anche e soprattutto ultra Deum - al di là di Dio, secondo la grande tradizione neoplatonica. Cacciari la mobilita e la rinnova con una lettura dove anche Anassimandro, Aristotele, Tommaso, Dante, Leopardi, Gentile si trovano uniti a Platone, Plotino, Proclo, Agostino, Eckhart, Cusano, Bruno, Schelling, Barth, Heidegger. Quasi seicento pagine di scrittura tersa e intensa, anche per l’andamento dialogico-epistolare, dove Cacciari riprende e approfondisce i temi del suo precedente saggio Dell’inizio e dove alla filosofia vien dato ciò che le spetta. Per me questo libro è mirabile indipendentemente dall’accordo-disaccordo col mio discorso filosofico. Nell’ultima frase dell’ultima pagina Cacciari scrive, riferendosi a me: «Il confronto ultimo di questo libro è con lui». Lo ringrazio veramente, sapendo che cosa stia dietro questa affermazione; ma insieme al piacere, quasi mi spiace che l’abbia scritta, perché qualcuno potrebbe pensare che la mia ammirazione per questo libro sia interessata. Per spingere ancora più lontano il sospetto, qui di seguito accennerò soltanto - inevitabilmente semplificando - ad alcuni degli interrogativi che queste pagine lasciano aperti rispetto al mio discorso filosofico e dei quali lo stesso Cacciari è peraltro ben consapevole.
Il gran principio del neoplatonismo dice che al di là della totalità degli enti, dunque al di là di Dio e della sua potenza creatrice, c’è l’Uno, il Semplice, l’In-finito, l’Inizio, la «cosa ultima». In questa direzione Heidegger afferma la «differenza ontologica» tra l’«Essere» (il Semplice) e l’«Ente». Ma, con il neoplatonismo, Cacciari continua a ribadire che l’Inizio non è il nihil absolutum , non è l’assolutamente nullo. E anche Heidegger nega decisamente che l’«Essere» sia il puro nulla.
Anni fa, discutendo con Gadamer a tavola, davanti a quello splendore di ente che è il Duomo Vecchio di Brescia, gli obiettai quanto segue. Lei, con il suo maestro Heidegger, esclude che l’«Essere» sia il puro nulla. D’altra parte lei esclude anche (con Heidegger e tutti gli altri) che un ente sia un puro nulla. Ma, allora, sia l’«Essere» sia l’«Ente» hanno questo in comune: di non essere un nulla assoluto. Il che vuol dire che l’«Ente» al di là del quale c’è l’«Essere», è Ente in senso ridotto, limitato: giacché Ente in senso pieno e autentico è tutto ciò che non è un nulla assoluto e che pertanto è l’orizzonte che include sia l’«Essere», sia l’«Ente».
Questa stessa obiezione ora rivolgo a Cacciari, a proposito dell’Inizio di cui egli parla, e a sua volta pretende stare al di là della totalità dell’Ente, escludendo nel contempo di essere un niente assoluto. L’orizzonte ultimo, dico, non è l’Inizio, ma è la dimensione che include sia quei non-niente che sono gli enti visibili e invisibili, sia quel non-niente che è l’«Inizio» - qualora lo si debba affermare.
Si tratta di vedere che cosa spinge ad affermarlo. E qui il discorso è arduo, perché, mi sembra, per Cacciari la verità contiene in sé l’innegabile, ma anche ciò che non è l’innegabile e che peraltro mostra qualcosa di più profondo. Ciò che nella verità eccede l’innegabile ed è il più profondo, cioè l’Inizio, è dunque negabile. Cacciari scrive che «si rivela, si palesa» «con necessità» e tuttavia «non è ulteriormente fondabile», «rimane "oscuro"». Egli intende dire che è il «Possibile», «ciò che in Dio non è Dio stesso», secondo l’espressione eckhartiana di Cusano.
Mi sembra (può darsi che m’inganni) che in questo libro ci sia la «volontà » di tener fermo il centro del mio discorso, cioè l’eternità di ogni ente, tuttavia oltrepassandola proprio per salvarla. Se così fosse, l’approdo al «Possibile» sarebbe la fine di ogni eternità - e Cacciari finirebbe forse, contro le proprie intenzioni, col ricondurre il neoplatonismo al tema centrale della filosofia contemporanea, cioè alla precarietà e contingenza di ogni cosa.
Se infatti l’Inizio non è un nulla assoluto, tuttavia per Cacciari, al seguito di Schelling, l’Inizio è il puro Possibile, perché innanzitutto sarebbe potuto rimanere un assoluto nulla. In questo modo - rilevo - ogni «eternità» garantita dal Possibile sarebbe sospesa sul baratro del nulla, sulla possibilità di essere rimasta un nulla. Ma che gli essenti siano nulla o possano esser nulla o sarebbero potuti rimanere nulla, questo è ciò che chiamo «essenza del nichilismo», «follia essenziale», «fede nella morte». Quest’ombra minaccia le splendide pagine di Cacciari sulla libertà, sul male, e quelle, ancora più ruggenti, sul «Paradiso».
Mi sembra che egli sia d’accordo con me quando parla della «morte della morte». Ma la «morte» che fa morire la morte non può essere l’annientamento di qualcosa, nemmeno della fede nella morte - della fede soltanto al cui interno vive la morte. Nemmeno «i cieli nuovi e la terra nuova» dell’Apocalisse possono essere la morte di quelli vecchi, cioè dei nostri, in cui noi qui ora viviamo.

libri:
Goethe e il Cenacolo di Leonardo

Corriere dlla Sera 18.4.04
Tradotto per la prima volta in italiano lo studio del sommo letterato che rese famosa in Europa l’opera di Leonardo
Goethe a Milano, «turista» stregato dal Cenacolo


Correva il 1788. Dopo aver assistito al carnevale romano, alle funzioni della Settimana Santa e aver visto all’Accademia di San Luca il cranio di Raffaello, il 23 aprile Goethe lascia la città eterna. Riparte verso Weimar, sostando a Firenze, Modena, Parma e Milano. Se ci fermassimo con lui per ascoltare i giudizi dati alla città, ne resteremmo delusi. Milano, in altre parole, non gli piacque. Il Duomo, ad esempio, lo giudicò «un’autentica assurdità», o meglio «una meschinità tutt’altro che finita». Per carità di patria non continuiamo, ma ci fu un’opera che lo stregò: il Cenacolo di Leonardo alle Grazie. Il sommo letterato ne scrisse a Carlo Augusto di Sassonia, sovrano e amico: «È una vera chiave di volta nei miei concetti artistici. È unico nel suo genere, non vi è nulla con il quale possa essere paragonato». E tali parole vanno aggiunte all’ammirazione per il «Trattato della pittura» del maestro di Vinci, che Goethe lesse avidamente nei precedenti mesi romani.
Tornato in Germania, ricordava a memoria i dettagli del Cenacolo. Il destino gli andò incontro nell’estate del 1817, allorché proprio Carlo Augusto di Sassonia si recò nel Lombardo-Veneto per una visita di Stato. Tra un inchino e un auspicio, Sua Altezza pensò di fare acquisti d’arte: come consulente fu prescelto il direttore del gabinetto numismatico di Brera, Gaetano Cattaneo, nativo di Busto Arsizio e zio del celebre Carlo. Egli consigliò al sovrano l’acquisto di parte dell’eredità di Giuseppe Bossi, segretario dell’Accademia di Brera (anche lui di Busto Arsizio), spentosi due anni prima. Fu ascoltato.
E qui c’è il nocciolo della storia. Bossi aveva ricevuto nel 1807, dal viceré Eugenio di Beauharnais, l’incarico di eseguire una copia del Cenacolo, destinata a far da modello a un mosaico che avrebbe tramandato il già compromesso capolavoro. Affinò le ricerche per la bisogna, raccogliendo tutte le fonti documentarie e cercando di ricostruire l’immagine originale della «Cena». Dall’affresco e dalle copie trasse immenso materiale, tra cui un’opera dedicata al dipinto, che apparve nel 1810 con il titolo «Del Cenacolo di Leonardo da Vinci Libri Quattro».
Con tale indicazione inizia appunto lo studio di Goethe dedicato a «Il Cenacolo di Leonardo», che ora finalmente vede la luce nella prima traduzione italiana di Claudio Groff. Il volumetto è pubblicato da Abscondita con un puntuale scritto di Marco Carminati (costa 11 euro). Goethe potè avere il tesoro di Bossi per rimeditare sull’adorato affresco e farlo conoscere a tutta Europa.
Carminati oggi può scrivere che i quattro libri di Bossi sono «costosissimi». Ha ragione. Aggiungiamo che il vizio della bibliofilia è pernicioso per le proprie tasche più del gioco e di (talune) donne. Non a caso Goethe li fece acquistare - già allora - da un capo di Stato.

libri:
«il più perfetto romanzo russo dopo Dostoevskij»

Corriere della Sera 18.4.04
RILEGGERE I CLASSICI
«Il demone meschino» è stato definito il più perfetto romanzo russo dopo Dostoevskij. Ecco i motivi della sua originalità
Sologùb seppe rappresentare in modo geniale una società senza grandezza


Il personaggio più inquietante creato da Kafka è forse Odradek, strana e repellente figura che non si capisce bene se sia un essere vivente o un marchingegno meccanico e aggrovigliato, che nella sua ambiguità contagia la vita stessa e la fa assomigliare a qualcosa di sordido e artificiale. Odradek ha un grande predecessore letterario, Nedotykonka, l’Inafferrabile, il mostriciattolo che divora e sconvolge come un roditore insinuatosi nel cervello, la mente e la fantasia di Peredònov, il protagonista del Demone meschino il capolavoro di Fëdor Sologùb uscito nel 1905 e verosimilmente ignoto a Kafka. Nato a Pietroburgo nel 1863 e formatosi nell’atmosfera culturale simbolista di quella straordinaria città, vicino alla rivoluzione del 1905 ma sostanzialmente estraneo alla realtà sovietica sorta dopo il 1917, Sologùb ha scritto altri romanzi e racconti, ma appartiene alla letteratura universale per un solo libro, Il demone meschino , in cui il suo artiglio satirico, il suo doloroso e talora anche perverso senso del male e la sua eccezionale capacità di fondere indissolubilmente precisione realistica e delirio visionario generano un’opera magistrale, definita da Mirskij «il più perfetto romanzo russo dopo Dostoevskij».
A differenza dalla brevissima parabola kafkiana, il libro di Sologùb è un romanzo che raffigura numerosi personaggi e ritrae genialmente una torpida e cupa provincia russa, quel mondo della vecchia Russia sonnolento e arretrato (anche se meno di quanto si creda) da cui è nata una grandissima letteratura, che ha interpretato come forse nessun’altra le sconvolgenti trasformazioni della storia contemporanea e dell’uomo, quella crepa, fra il modo di essere dei secoli o millenni precedenti e il nostro, che si è aperta tra fine Ottocento e primo Novecento e sta ancora allargandosi, attraversando come una grande e slabbrata ferita la mente e il cuore dell’individuo, dividendolo da se stesso.
Se Odradek è la figura di una realtà indecifrabile e minacciosa, l’Inafferrabile - nel romanzo grottesco ma anche realista di Sologùb - può essere visto anzitutto come una allucinazione di Peredònov, la proiezione della sua dilagante follia, che lo porta a ossessioni paranoiche e infine al più insensato delitto. La grandezza del «Demone meschino» non consiste tuttavia soltanto nella mirabile narrazione del delirio, prima contenuto e poi prorompente, che stravolge a poco a poco tutta la realtà e perfino la natura e che viene raccontato attraverso questa deformazione delle cose, che il lettore vede alterarsi sotto i suoi occhi, come se anch’egli le guardasse e le vivesse nel delirio.
La letteratura universale conosce molte altre grandiose rappresentazioni della follia e della sua incontenibile distorsione del mondo. Ma Perodònov non è Aiace né re Lear o la Clarisse di Musil; non è una creatura la cui umanità sia travolta e disgregata dalla follia, continuando a palpitare dolorosamente pure nella propria disgregazione anche violenta o criminosa. L’anima che, nel romanzo di Sologùb, precipita nel vortice della paranoia, è un’anima radicalmente priva di umanità; una personalità che sembra costituita soltanto da meschinità, malignità, bassezza. Anche l’Inafferrabile che tormenta e incalza il protagonista non ha alcuna grandezza infera di dèmone né la dignità sia pur straziata e sfigurata della pazzia; assomiglia più a un lurido e guizzante animale del sottosuolo che a un principe del male o del dolore. Come Odradek ha qualcosa di ributtante.
Nel Demone meschino Sologùb affronta - e supera magistralmente - una delle più grandi difficoltà dell’arte, la rappresentazione dell’assoluta negatività, di un buio radicale e di una raggelante crudeltà della vita. Apparentemente, la letteratura pullula di raffigurazioni o celebrazioni del male; non si contano i libri che narrano e talora esaltano la trasgressione, la violenza, l’assassinio, l’orgia di sangue e di sesso, Jack lo Squartatore, le più svariate perversioni sadiche. Molto spesso si tratta, malgrado le intenzioni magari luciferine degli autori, di pagine sentimentali ed edificanti: nel gesto più malvagio lo scrittore fa balenare una nobile ancorché sviata ansia di redenzione, nella trasgressione più efferata una sete di libertà, nella violenza una paradossale ricerca d’amore o quanto meno un’espressione di dolore o una rivendicazione di giustizia. Molti che si credono o si atteggiano ad apologeti del male sono invece predicatori del bene; nel delinquente di cui magari magnificano il delitto c’è, iniquamente violentata e spinta al crimine, la trepida e indifesa innocenza degli orfanelli perseguitati in tanti romanzi strappalacrime ottocenteschi.
Sologùb si confronta con una miseria più radicale, con una cattiveria oggettiva della vita che sembra aver prosciugato dall’anima ogni linfa di umanità. Peredònov è un insegnante di ginnasio, che persegue minime e irreali promozioni sociali, perseguita i suoi allievi, si sente perseguitato da tutti e in parte lo è realmente, tra le insidie della gretta società cittadina, i raggiri della sua donna per farsi sposare, le beffe malvagie di cui è vittima; a sua volta egli si invischia in un delirio di persecuzioni che lo induce a pensieri e atti sempre più folli. Intorno a lui si muove, ritratto mirabilmente, un universo provinciale e rancoroso di indimenticabili personaggi - burocrati, ragazze vedove smaniose di sposarsi, direttori didattici, studenti, artigiani - che non patiscono l’angoscia degli incubi di Peredònov, ma ne condividono la meschinità.
Sologùb non si compiace di rappresentare spietatamente la crudeltà, una crudeltà che si annida nei gesti, nei dettagli e nei sentimenti quotidiani. Il mondo, per lui, è il regno del male, in cui gli uomini sono, come Peredònov, vittime e persecutori. Con intuizione di grande poeta e di grande moralista, Sologùb sa che il male non ha alcuna grandezza. Si possono ammirare alcune qualità torbidamente intrecciate al male, ma di per sé buone, come ad esempio il coraggio di lady Macbeth, ma non la malvagità di lady Macbeth. Il male, nel suo romanzo, è la meschinità, la volgarità che sfuma nella brutalità, un’indegna acredine. Impalpabile e irresistibile, il male s’infiltra nella personalità e ne diviene un elemento costitutivo, quasi fisico, come lo sporco sotto le unghie o un inquinamento respirato con l’aria.
Pur alterata da un crescente grottesco, la vicenda conserva una sua sinistra normalità, sicché il lettore si chiede, a un certo punto, se quella piccina abiezione non sia il volto della vita stessa; se anche ognuno di noi non stravolga, senza avvedersene, la realtà in un analogo, opaco delirio. Ci si accorge, con ripugnanza, che, in misure diverse, la miseria morale di Peredònov può abitare pure nel nostro cuore mediocre, ma la mente ricoperta da convenzioni decorose, come la veste di Varvàra - l’amante e poi, con l’inganno, moglie di Peredònov - copre il suo corpo sensuale e non irreprensibilmente pulito.
Sologùb non è un cinico indifferente. Appartiene a quella letteratura russa che Thomas Mann definiva «santa» perché protesa alle cose ultime, scandalizzata della sofferenza, pervasa da un’ansia di redenzione, volta a cogliere, nell’arte ma al di là dell’arte, il senso della vita. Pure Sologùb cerca la salvezza, anche se non la trova. La cerca nella bellezza, forse memore che il principe Myskin, l’idiota di Dostoevskij che è pure una figura del Cristo, aveva detto, nel romanzo, che la bellezza avrebbe salvato il mondo, anche se, quando gli avevano chiesto di specificare quale bellezza poteva essere redentrice, era rimasto in silenzio, come Gesù quando Pilato gli domanda cosa sia la verità. Pure Sologùb ama la bellezza dei gigli dei campi, che il Vangelo dice più splendida della gloria di Salomone; in pagine o passaggi di incantevole poesia egli evoca con struggente nostalgia la grazia e la giovinezza, la seduzione femminile, l’abbandono al fluire della vita. L'idillio fra la capricciosa e passionale Ljudmìla e il giovanissimo e immaturo Sàša è una storia affascinante, percorsa da una sensualità insieme fresca e torbida, acerba e già esperta di malizie, innocente e già segnata dalla crudeltà; una storia in cui anche la ricorrente ossessione erotica di Sologùb per il piede nudo femminile diventa un motivo di possente poesia. Questa bellezza e questa sensualità sono l’immagine di una armonia amorosa con la vita, come quella appassionatamente evocata, in una scena indimenticabile del romanzo, nel canto di Ljudmìla e delle sue sorelle, ma questa nostalgia si tramuta, nella stessa canzone, in una fitta di dolore per l’assenza e l’impossibilità della vita vera.
Siamo abituati ad amare i personaggi dei grandi romanzi. Nel Demone meschino si possono amare Sàša e Ljudmìla e qualche altra figura, ma è possibile amare Peredònov e altri come lui, che vilipendono ogni dignità e affetto, è possibile amare Odradek? Sologùb mette il lettore faccia a faccia con una negatività radicale, dinanzi alla quale ogni umanesimo, ogni fede nella dignitas hominis si ritraggono con disgusto. Certo, se dobbiamo avere compassione - e dunque un sentimento di partecipazione affettiva - per chi è mutilato da un grave handicap, dovremmo provarlo ancora di più per chi ha il cuore morto e abietto, perché non poter amare è ancora più doloroso che non poter vedere o camminare. Delle qualità umane, Peredònov ne ha una sola: la sofferenza. Lancinante e indecorosa, come è spesso la sofferenza quando travolge il controllo e le frontiere del povero Io. Forse solo le religioni - esperte di dolore anche scandaloso e indecente e povere di dignità umanistica - possono fare i conti con i demoni meschini, con queste tenebre tanto più dolorose quanto più squallide

psicoanalisi? meglio la "cooking therapy"!

La Gazzetta del Mezzogiorno 18.4.04
COOKING THERAPY / Passione prediletta dal 61%
Psicanalista addio, il manager
ora cura lo stress con la cucina


MILANO  Chi ha detto che la cucina di casa è il regno incontrastato della donna? Forse un tempo, ma oggi sono sempre di più gli uomini che si scoprono amanti dei fornelli. Questa passione fa proseliti soprattutto tra imprenditori, manager e professionisti in carriera. Per molti è una passione, ma per tantissimi la cucina è anche una vera terapia: il 61% degli interpellati in un sondaggio dice che stare ai fornelli aiuta a combattere ansia e stress, quasi meglio del lettino dell'analista. In America la chiamano «cooking therapy».
E' quanto emerge dallo studio condotto per il mensile Gentleman da Eta Meta Research su 110 uomini tra imprenditori, top manager e dirigenti di grandi aziende. Alla domanda «le capita mai di cimentarsi tra pentole e fornelli?», solo l'11% sostiene di non occuparsi mai della preparazione dei cibi, mentre ben il 46% dichiara che in occasioni particolari non disdegna affatto indossare il grembiule e darsi da fare in cucina.
Ma tra gli intervistati c'è anche chi (23%) sostiene che la cucina rappresenta un appuntamento fisso. Per quale motivo questi vip del mondo imprenditoriale si sono ritrovati la prima volta davanti al fornello? Un intervistato su tre non ha dubbi: il motivo principale va ricercato nella vera passione per il cucinare (31%). Quasi un intervistato su due (47%) quando è ai fornelli preferisce essere solo, mentre l'altra metà si divide fra chi considera il cucinare un momento da condividere con gli amici (19%), la famiglia (13%) e la partner (9%). La cucina? Un vero mix tra passione e terapia. Cimentarsi in prodezze culinarie è per moltissimi un vero divertimento (68%), ma non solo. Si può infatti parlare di una vera e propria cooking therapy, una tendenza già in atto negli Stati Uniti, dove alcuni chef organizzano dei corsi esclusivamente per manager sotto stress.

psicoanalisi? molto meglio la "psicoaromaterapia"

Il Mattino 18.4.04
Questione di naso Un profumo ti cambia la vita
di SANTA DI SALVO


Due gocce dietro l’orecchio, sui polsi, sulle caviglie. Nella nostra società preventivamente deodorata, il profumo è un rito personalissimo. Anzi lo era. La rivoluzione degli odori è cominciata da tempo e sta invadendo tutti i luoghi della vita pubblica e privata, un eroico furore aromatico che rimette al centro della nostra esistenza il senso più antico e in apparenza meno frequentato. È la rivincita del naso e dei suoi poteri immaginifici, quasi un ritorno alle epoche in cui ci si riconosceva e ci si identificava socialmente soprattutto attraverso le narici. Le sperimentazioni in corso sono davvero affascinanti, perchè partono dall’assunto (ovvio sì ma neanche tanto) che gli odori sono un linguaggio potentemente evocativo, visto che le nostre prime sensazioni nel grembo materno sono legate appunto a questo senso. Perciò gli odori possono farci sentire meglio o peggio, felici o depressi. E hanno su di noi un potere che neanche sappiamo riconoscere.
Un semplice esperimento condotto in uno studio dentistico ha dimostrato che le sedie cosparse di androsterone, sostanza che caratterizza il feromone maschile, sono state preferite dalle donne e accuratamente evitate dagli uomini. All’università di Milano si studiano, sui tracciati elettro-encefalografici, le variazioni delle onde cerebrali generate da profumi diversi. È a partire da queste ricerche che oggi si stanno sperimentando siti web profumati, come il dispositivo chiamato ISmell, che trasformerà le informazioni digitali in odori e li immetterà in pagine profumate i cui file olfattivi verranno scaricati sui computer con una procedura detta «ScentStream». I tecnici californiani che vi stanno lavorando parlano di una nuova industria e di una nuova forma d’arte.E sono già in corso proiezioni di film «aromatici», spettacoli teatrali come quelli tenutisi a Parigi in occasione di «Odorama», la rassegna multimediale organizzata dalla Fondazione Cartier, in cui danzatori «vestiti» di diversi aromi interagivano con gli spettatori per regalare loro emozioni diverse. Del resto, è ormai prassi comune «aromatizzare» luoghi pubblici come alcuni ambienti museali, i cinema, le hall degli alberghi di tendenza. A Roma l’Hotel Barocco sperimenta agrumi e lavande naturali nei suoi vari locali, create appositamente dal maestro profumiere Dubranà. Agli ospiti viene presentato addirittura il menu delle fragranze che possono essere diffuse a scelta nelle stanze. E ancora a Padova, in occasione del recente Salone dell’ambiente, l’azienda Gentilinidue ha realizzato con gli architetti Sergio Los e Natasha Pulitzer l’ufficio multisensoriale, dove giocano un ruolo fondamentale la cromoterapia e gli odori. Un sistema chiamato «Solid Fragrance Release» modula nel tempo il rilascio di sostanze. L’olfatto, stimolato dal profumo, diventa una specie di interruttore per gli altri sensi. Risultato: prestazioni migliori in creatività e in impegno.
Insomma, l’olfatto è diventato oggetto di business. Infatti si moltiplicano corsi e master universitari per chimici e «annusatori», mentre la psicoaromaterapia diventa una componente più complessa della scienza degli odori. Naturalmente, marcia ancora a fianco di queste nuove professioni quella classica di profumiere, con corsi old style che si tengono a Grasse, capitale mondiale dei profumi. E si spera che riesca ancora a lungo a convivere con le nuove tecnologie del «naso elettronico» inventato dall’università di Pisa, la macchina che analizza gli odori con dei sensori e serve anche a smascherare le frodi alimentari. Oggi un «naso» umano che valuta i cibi o sa creare nuove fragranze (una rarità di natura, professionisti strapagati dalle multinazionali cosmetiche) può specializzarsi con master di analisi sensoriale e con brevetti internazionali (all’Ispica di Parigi o all’Istituto Hassan al Cairo).E l’odore del corpo? Che sia un afrodisiaco è ormai accertato, e viceversa: attrazione e repulsione sono stati d’animo fortemente condizionati dal naso. Ma oltre ai feromoni, gli ormoni esterni al corpo che guidano accoppiamenti di uomini e animali, è molto meno noto l’effetto che hanno alcuni odori su chi ci sta vicino. A Chicago il neurologo Alan Hirsch ha scoperto che in una stanza chiusa un individuo che odora di lavanda attrae di più che un’altro inodore. E che - incredibile a dirsi - «indossare» alcune miscele di aromi e di spezie non solo ci rende più seducenti ma ci fa apparire più magri.A riprova del rinnovato interesse per gli odori, è copiosa la recente bibliografia sulla materia. Imperdibile il saggio dell’antropologa Annick Le Guérer I poteri dell’odore (Bollati Boringhieri); densi di informazioni quelli dello psicologo sperimentale Pietr Vroon Il seduttore segreto. Psicologia dell’olfatto (Editori Riuniti) e di Alessandro Gusman Antropologia dell’olfatto (Laterza). È ormai un classico Le officine dei sensi di Piero Camporesi (Garzanti).

Cina

Reuters Domenica 18 Aprile 2004, 11:24
Cina lancerà in settimana due satelliti di ricerca



PECHINO (Reuters) - La Cina ha in programma di lanciare in orbita due satelliti di ricerca in settimana, ha annunciato oggi il giornale ufficiale Quotidiano del Popolo.
I satelliti, messi a punto dall'Istituto di tecnologia Harbin e dall'Università di Tsinghua, dovrebbero essere lanciati dalla base di Xichang, nella provincia sud-occidentale di Sichuan, oggi e martedì prossimo, scrive il quotidiano citando esperti universitari di cui non vengono indicati i nomi.
"Il lavoro di preparazione sta procedendo senza ostacoli", dice il giornale.
I satelliti, destinati all'osservazione terrestre e ad altri esperimenti scientifici, saranno portati nello spazio da razzi "Lunga Marcia 2 C", su un'orbita rispettivamente di 400 e 600 chilometri.
La Cina è la terza nazione, dopo Russia e Stati Uniti, a inviare nello spazio un uomo, nell'ottobre scorso. Il paese conta di mettere in orbita 10 satelliti all'anno tra il 2006 e il 2010.

mostre:
l'avanguardia europea nel Canton Ticino

Corriere della Sera 18.4.04
Da Arp a Picasso Un viaggio nell’avanguardia
Si apre a Lissone una mostra che riunisce una settantina di dipinti e sculture
di Severino Colombo


LISSONE - Si apre oggi alla Civica Galleria di Lissone la mostra «Le vie dell'avanguardia. Da Arp e Picasso a Mirò e Appel», una rassegna che documenta i principali percorsi artistici del Novecento proponendo le opere delle collezioni della Città di Locarno. La località ticinese in passato ha accolto alcuni protagonisti di quei movimenti - da Jean Arp a Hans Richter - ed è così diventata uno degli snodi dell'avventura artistica contemporanea. L'importanza e la ricchezza di quella esperienza culturale si è ora trasformata in un'eredità artistica, grazie alla Donazione Jean e Marguerite Arp e al Lascito dello stampatore e collezionista Nesto Jacometti, che consente di ripercorrere per intero la vicenda dell'avanguardia storica internazionale. La mostra, curata da Flaminio Gualdoni e Luigi Cavadini, riunisce una settantina di lavori tra dipinti, sculture, opere su carta e arazzi. Il percorso espositivo parte da Picasso, Braque e Leger e, passando per il dadaismo, il surrealismo e l'astrazione del Bauhaus, giunge fino all'informale della seconda metà del Novecento. Proprio in quest'ultima sezione è possibile rintracciare un ideale trait d'union tra l'eredità di Locarno e la collezione permanente lissonese di arte contemporanea, nata proprio nel dopoguerra dall'esperienza dell'informale.

Lissone, Civica Galleria d'Arte Contemporanea, viale Padania 6 Da oggi fino al 20 giugno.
Orari: da martedì a venerdì 15-20 sabato e domenica: 10-22 lunedì chiusa.
Ingresso: 6-3. Informazioni: tel. 039.2145174

prova finale per la teoria di Einstein

La Stampa 18.4.04
DOMANI PARTE LA MISSIONE DI «GRAVITY PROBE B»
Einstein all’esame
di una sonda spaziale

Un nuovo test americano per verificare la teoria della relatività
Sul satellite quattro «giroscopi» ruoteranno a diecimila giri al minuto
L’obiettivo: osservare da vicino la deformazione dello spazio-tempo
di Piero Bianucci


Per Einstein potrebbe essere l’ultimo esame. Il più difficile, non solo per lui e la sua teoria della relatività ma anche per gli scienziati che hanno preparato il test. Si tratta di misurare la variazione di un angolo di un centomillesimo di grado in un anno: lo spessore di un capello visto dalla distanza di mezzo chilometro. Il satellite progettato per l’esperimento si chiama «Gravity Probe B» e partirà domani dalla base militare di Vandenberg, in California.
L’idea risale al 1959, quando alcuni fisici dell’Università di Stanford immaginarono un sistema per osservare un effetto particolarmente esotico previsto dalla relatività generale, la teoria di Einstein secondo la quale le masse deformano intorno a sè lo spazio e il tempo. Finalmente, 45 anni e 700 milioni di dollari dopo, quell’idea diventa realtà. Se tutto andrà bene, la deformazione dello spazio-tempo in vicinanza di una massa in rotazione per la prima volta verrà osservata in modo diretto.
Il satellite «Gravity Probe» contiene quattro giroscopi mantenuti alla temperatura dell’elio liquido, cioè quasi allo zero assoluto (-273 °C). Ma sono giroscopi insoliti, costituiti da sfere di quarzo grandi come palle da golf che ruotano su se stesse nel vuoto pneumatico compiendo diecimila giri al minuto. L’asse di rotazione, nell’arco di un anno, dovrebbe deviare appunto di un centomillesimo di grado per l’«effetto Lense-Thirring», chiamato anche «frame-dragging», o effetto di trascinamento dovuto alla forza gravitomagnetica. Le quattro palline di quarzo dei giroscopi sono gli oggetti più perfetti che mai siano stati costruiti: si allontanano dalla forma sferica per non più di 40 strati di atomi, ingrandite fino ad assumere le dimensioni della Terra, mostrerebbero delle irregolarità inferiori a due metri.
Il maggior esperto italiano del fenomeno indagato dal satellite «Gravity Probe» è Ignazio Ciufolini, Università di Lecce, collaboratore di John Wheeler, che a sua volta fu collaboratore di Einstein. «Frame-dragging - spiega Ciufolini - letteralmente significa “trascinamen-to dei sistemi di riferimento”. In breve, è l'effetto sull'orientamento dei giroscopi dovuto al campo gravitomagnetico generato dalle correnti di massa: in questo caso la corrente di massa è la rotazione della Terra. E' importante notare che i giroscopi definiscono gli assi dei “sistemi di riferimento inerziali locali”: in parole semplici, sono gli assi del famoso ascensore in caduta libera immaginato di Einstein, dentro il quale, appunto durante la caduta libera, non si osserva la forza di gravità».
E' corretto dire che si ha questo effetto sullo spaziotempo ogni volta che una massa ruota su se stessa? «Sì, certamente, ma più in generale ogni corrente di massa genera questo effetto. Proprio come una corrente elettrica che passa, per esempio, in un filo metallico, genera il campo magnetico.»
Ignazio Ciufolini ha già osservato alcuni anni fa l'effetto previsto da Einstein tramite i satelliti «Lageos»: il nuovo esperimento è ugualmente utile? «La nostra misura aveva un errore di circa il 20 per cento, il «Gravity Probe B» dovrebbe avere un errore di circa 1 per cento. Quindi questo miglioramento nell'accuratezza di un fattore circa 20 sarebbe indubbiamente utile.»
Quali conseguenze ci sarebbero per la relatività generale se il satellite «Gravity Probe» non rilevasse l'effetto? «Sarebbe un autentico terremoto per la fisica teorica. La relatività generale, nonostante le innumerevoli prove sperimentali già superate, dalla precessione del perielio di Mercurio alla deflessione della luce, non risulterebbe corretta in questa predizione teorica. Sarebbe un terremoto scientifico paragonabile al famoso esperimento di Michelson e Morley del 1886 che avrebbe dovuto misurare il moto della Terra rispetto all’ipotetico etere. L’esito negativo di quell’esperimento scosse le basi della fisica tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX e gettò le basi sperimentali della relatività ristretta di Einstein del 1905.»

il prof. Stefano Pallanti, il "cassaniano di ferro" dell'Università di Firenze, risponde sul trauma psichico

Kataweb Salute 16.4.04
Stress da trauma, come intervenire
di Stefano Pallanti


"Egregio Professore, non so se sia il mio pessimismo oppure se davvero il mondo stia attraversando un brutto momento, ma ogni giorno mi sembra che notizie sempre più drammatiche ci vengano diffuse dai media. Immagini sempre più crude, e fatti sempre più drammatici. Io non temo per me, che oramai ho più di settanta anni, ma ho paura per il mio nipotino. E’ possibile che tutta questa cruda informazione lo possa traumatizzare? Ho sentito dire di una cura per evitare che i ricordi diventino traumatici: cosa c’è di vero? Funziona?"

DOPO IL TRAUMA COSA AIUTA E COSA NON AIUTA


Cogliamo l’occasione per parlare di trauma psichico; un argomento, oggi, di estrema attualità: purtroppo.
Il modello che oggi viene generalmente accettato è quello della vulnerabilità soggettiva.
In pratica gli eventi possono essere più o meno traumatici a seconda del soggetto che li subisce.
In psichiatria poi c’è una specifica condizione definita come Disturbo Post traumatico da Stress in cui l’elemento essenziale per fare la diagnosi è rappresentato proprio dall’aver subito passivamente o essere stato spettatore di un evento che abbia messo a rischio la propria vita o quella di uno stretto congiunto.
Mentre oggi si è molto sviluppata la cultura dell’emergenza medica per il trauma fisico, siamo assai meno attrezzati per il trauma psicologico, e particolarmente per la protezione dal disturbo post traumatico da stress.
Eppure le ricerche ci sono e qualcosa di utile si potrebbe certamente già approntare.
Cosa non sembra essere utile:
Alcuni studi suggeriscono che uno dei più popolari approcci, far sfogare, parlando dell’accaduto, le persone del trauma successivamente all’evento sia inefficace o addirittura influenzi negativamente la prognosi.
Tecnicamente si definisce Debriefing l’interrogazione di un militare di ritorno da una missione. Negli interrogatori successivi agli “stress incident” in genere si incoraggiavano le vittime del trauma a raccontare la storia della loro esperienza ed i loro sentimenti.
Questa tecnica originariamente sviluppata per i pompieri e impiegata come una procedura militare, è stata in molti casi adottata nei piani standard di emergenza.
Spesso come solo aiuto offerto dopo il trauma.
Il suo scopo è quello di ridurre lo stress immediato, prevenire i sintomi post-traumatici e identificare le persone che possono aver bisogno di ulteriori trattamenti.
Si ipotizzava che potesse ridurre i successivi sintomi dell’ansia, i “flashbacks”, ovvero quel ripetersi mentale delle immagini traumatiche, durante la veglia o nel sonno, i sintomi di annullamento che caratterizzano il disturbo post-traumatico da stress (PTSD).
Una meta-analisi di studi controllati ha messo in evidenza ciò che era stato lungamente sospettato, e cioè che non funziona.
Emerge che molte persone traggano maggiore vantaggio, anziché riesponendo, prendendo le distanze dall’accaduto.
Come aiutare i bambini, anche con le medicine, e quali hanno maggiormente bisogno di aiuto?
Per quanto riguarda i bambini, in particolare un questionario, molto semplice, sembra essere utile per aiutare a predire il rischio dei sintomi post-traumatici .

PTSD questionario:
Domande per i bambini:
- Ti sembra che sia morto o è stato colpito qualcuno?
- Hai temuto di non ritrovare i tuoi genitori?
- Avevi veramente paura? Hai pensato che avresti potuto morire?
Quando un bambino, in seguito ad un evento traumatico, sperimenta tutte queste paure, il rischio che possa sviluppare un PTSD è elevato.
Cosa fare una volta identificati i soggetti a maggiore rischio: molto di recente due farmaci, comunemente impiegati per la cura della ipertensione arteriosa sono state indicate come utile per prevenire che i ricordi del trauma possano divenire davvero patologici e ripetitivi.
Si tratta del propanolo (Inderal) un beta-bloccante, ovvero uno di quei farmaci che sopprimono i sintomi fisici dell’ansia occupando i recettori per l’adrenalina. I beta-bloccanti sono stati trovati a diminuire la formazione di disturbi della memoria emozionale. In due preliminari, studi pubblicati nel 2003, trattamento immediato con propanolo (entro ore o giorni dopo il trauma) riduce i sintomi post-traumatici e diminuisce il rischio di PTSD. Una singola sessione può mostrare risultati scarsi perché l’assunzione difettosa che ciascuno ha un uso per esso.
Un altro studio recente ha candidato la Clonidina, altro farmaco per l’ipertensione che agisce bloccando un'altra categoria di recettori adrenergici i cosiddetti alfa-2.
Certamente la questione non è risolta, e comunque in ogni caso rimane importante che la cornice dell’intervento medico psicologico sia adeguata.
Dobbiamo ancora fare molti passi perché si sviluppi una cultura dell’emergenza psicologica.
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Racconta a Kataweb Salute le tue paure
Il professor Stefano Pallanti, docente di Psichiatria all'Università di Firenze, direttore dell’Istituto di Neuroscienze di Firenze, e visiting associate professor alla Mount Sinai Hospital School of Medicine di New York, ti risponderà direttamente sul sito.
Scrivigli all'indirizzo s.pallanti@agora.stm.it
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sabato 17 aprile 2004

problemi psichiatrici
per il 40% dei dipendenti del Pentagono

Adnkronos Venerdì 16 Aprile 2004, 18:52
Psichiatria: Dopo l'11 Settembre al Pentagono
40% Impiegati Traumatizzati


Washington, 16 apr. (Adnkronos) - Disagio psichico, ma anche ansia, attacchi di panico e depressione per il 40% dei dipendenti del Pentagono, dopo l'attentato terroristico dell'11 settembre 2001. A rivelarlo una ricerca effettuata dall'Army Center for Health Promotion and Preventive Medicine Usa. I ricercatori statunitensi hanno tenuto sotto osservazione, da ottobre 2001 a gennaio 2002, 4.739 persone: circa un quarto del personale del Pentagono che venne colpito da un aereo dirottato dai terroristi. Di questi il 79% si trovava all'interno o nelle vicinanze al momento dell'attacco. ''Circa l'8% del campione - spiega Nikki Jordan, coordinatore della ricerca - rischia di rimanere vittima di disturbi post-traumatici da stress, il 3% di abuso da alcol. Il 21% delle persone osservate - continua - ammette che la paura di nuovi attacchi influenza le attivita' quotidiane''. ''Per questa ragione - conclude la Jordan - sono necessarie altre indagini. Anche perché i militari sono restii ad ammettere problemi di questo tipo per timore che possano intaccare la carriera''. (Red/Adnkronos)

Bergman depresso

ANSA 16/04/2004 - 19:48
Cinema: Bergman confessa, i miei film mi deprimono
Il maestro svedese non li vede quasi mai


(ANSA) - ROMA, 16 APR - Bergman, "depresso" dai suoi stessi film. Il regista svedese ha ammesso che non vede i suoi lavori perché lo renderebbero depresso. "Non vedo i miei film molto spesso. Perché divento così nervoso e pronto a piangere... e anche triste. Penso sia una cosa atroce" ha detto in una rara intervista a un tv svedese. Bergman, 85 anni, nei suoi sessanta anni di carriera ha prodotto film cult come "Il settimo sigillo" e "Il posto delle fragole". Ha vinto 3 Oscar.

copyright @ 2004 ANSA

"Quarto Potere":
la scheda di Lietta Tornabuoni

La Stampa Tuttolibri 17.4.04
VIDEOCLUB
Rosebud, segreto d’infanzia
di Lietta Tornabuoni


ORSON Welles aveva ventisei anni quando affrontò nel 1940 la regia del suo primo film Citizen Kane (Quarto Potere), opera cruciale nella storia del cinema per novità e inventiva, bellissimo ritratto sociale e personale di un grande industriale americano della stampa, capolavoro che è una fortuna poter conoscere o rivedere adesso in ottime edizioni Dvd e Vhs. Un attimo prima di morire, nella sua grande proprietà di Xanadu, Charles Foster Kane mormora la parola «Rosebud» (bocciolo di rosa, nell'edizione italiana Rosabella). Un cinegiornale racconta la vita e il funerale del potente industriale. Un reporter viene incaricato dal suo direttore di scoprire il significato della parola «Rosebud». Le indagini servono a ricostruire l'esistenza del personaggio, le sue ambizioni politiche e i matrimoni, il suo titanismo sprezzante e il talento creativo: ma non a rivelare l'enigma di «Rosebud». Alla fine, il film mostra le collezioni di opere d'arte e di oggetti che Kane aveva raccolto a Xanadu: tra questi, una piccola slitta da bambino che brucia sul fuoco reca incisa la scritta «Rosebud». Era quello della propria infanzia, dunque, il pensiero del magnate morente. Fotografato in magnifico bianco e nero da Gregg Toland il film è straordinario, certo uno dei più belli e intelligenti che Orson Welles abbia mai realizzato e interpretato, amatissimo non soltanto per sua storia struggente e grandiosa, per l'eclisse del personaggio positivo, anche per lo stile: il linguaggio frammentato dai flash back, la fusione musica-narrazione, l'uso del grandangolo, del deep focus e della condensazione. Discusso, riletto, analizzato per ben oltre mezzo secolo, interpretato pure da Joseph Cotten, studiato con profondo interesse da molti specialisti di psicoanalisi, il bellissimo film fu prodotto dalla Rko, società fondata da Joseph Kennedy, padre del futuro presidente americano, e da David Sarnoff, boss della Rca; venne portato in tribunale da William Randolph Hearst, il magnate della stampa che temeva di riconoscersi nel personaggio di Kane. Nella edizione attuale, Quarto Potere comprende sequenze a suo tempo tagliate, presentate in lingua originale con sottotitoli italiani.

storia:
un "mago" traduttore di Euclide che anticipò Newton

Gazzetta del Sud 17.4.04
John Dee, l'astrologo alla corte di Elisabetta I
di Ennio Falabella


Nel 250° anniversario della sua fondazione il British Museum ha celebrato una delle personalità più controverse dell'età elisabettiana, John Dee (1527-1608), la cui vasta biblioteca ha costituito l'asse portante dell'attuale King's Library. Il seminario ha seguito il Dee-day dello scorso anno organizzato dal Maritime Museum di Greenwich in suo onore: da esperto astronomo aveva afferrato la portata dei metodi cartografici dell'olandese Mercator, che aveva introdotto in Inghilterra aprendo la ricerca del passaggio a Nord Ovest sulle rotte atlantiche. Ma John Dee, dottore del Trinity College di Cambridge, già si era fatto conoscere dai circoli sapienti con la traduzione dal greco e il primo commento in inglese de «Gli Elementi» di Euclide. E come astrologo John Dee era stato consultato dal Consiglio della Corona per individuare il giorno più propizio per l'incoronazione della regina Elisabetta I. Il 17 novembre 1558 era morta la regina Mary, la Bloody Mary ricordata dai protestanti; Elisabetta, di dichiarate inclinazioni protestanti, aveva il compito di pacificare un Paese diviso. John Dee scelse come data il 15 gennaio 1559: Giove in Acquario (il calendario giuliano, ancora in vigore, era un anticipo sul nostro di 10 giorni) dava l'influenza astrale dell'imparzialità, dell'indipendenza di giudizio e della tolleranza, mentre la congiunzione di Marte nello Scorpione garantiva la passione e l'impegno necessari per chi vuole ben governare. Dopo questo esordio John Dee sarebbe diventato il consigliere ascoltato della regina Elisabetta anche nei campi della politica. La sua argomentazione, con dovizia di mitici particolari, sulle origini ancestrali e divine dei diritti della corona inglese sul Nuovo Mondo, in barba al Trattato delle Tordesillas (1494) che l'aveva suddiviso fra Spagna e Portogallo, avrebbe dato una sorta di legittimità agli insediamenti di coloni nel Nord America, primo albore del futuro impero britannico. Dee, in bilico tra protestantesimo e cattolicesimo, interrogato sulla validità della riforma gregoriana del calendario aveva trovato sì giustificata la correzione papista introducendo però, anche a sua salvaguardia, una variante anglicana. La sua scienza e il suo equilibrio non erano stati apprezzati, così l'Inghilterra avrebbe atteso più di 150 anni per allineare il calendario al movimento solare. Il versatile Dee era stato pure alla corte dell'imperatore Rodolfo II d'Asburgo, fervente cultore della magia, ma parrebbe molto probabile che il suo lungo soggiorno nell'Impero fosse la copertura d'una non definita missione di spionaggio. Perché ai tempi degli intrighi dinastici, dell'inchiostro simpatico e dei messaggi cifrati, alchimisti e matematici godevano di molteplici impieghi. John Dee ha anticipato la concezione matematica dei moti celesti di Isaac Newton, l'ultimo dei maghi, che non avrebbe avuto la reputazione macchiata dai suoi primari interessi alchimistici, non disdegnati nemmeno da Francis Bacon, padre fondatore del metodo induttivo moderno, ucciso da un mal riuscito esperimento di refrigerazione per allungare la vita. Quando ancora alchimia, cabala e astrologia erano considerate lo stimolo necessario della matematica e dell'astronomia, già bollate da Sant'Agostino per le loro ascendenze pagane, la conoscenza vera, quella universale, era soggetta a slittare dal proibito all'occulto. John Dee è invece soprattutto ricordato per i suoi studi astrologici e per i patti, sigillati con lo scambio delle mogli, con il medium Edward Kelley, tramandatici con dettagliato spirito scientifico da lui stesso, ignaro certo che di siffatti argomenti un bel tacer non fu mai scritto.

donne nella storia:
la zarina Caterina la Grande (1720-1796)

La Stampa 17.4.04
Una biografia della vedova di Pietro III: seppe tenere in pugno e modernizzare l’immenso e composito Paese che si trovò a governare, senza esitare a usare la repressione, anche se diceva di non voler versare «sangue inutile». «Disperdere le canaglie» fu la sua risposta alla Rivoluzione francese
VOLEVA A OGNI COSTO EDUCARE L’UOMO NUOVO, COSTRUIRE UNA NUOVA CLASSE MEDIA, EDIFICARE GRANDI OPERE
di Alessandro Barbero


NEL sistema dinastico dell'Ancien régime capitava spesso che un principe fosse sbalzato sul trono d'un paese straniero, di cui non parlava neanche la lingua. I risultati erano talvolta surreali, come nel caso del principe di Holstein-Gottorp, che nel 1761 divenne zar di Russia col nome di Pietro III: prima che sua zia, la zarina Elisabetta, lo designasse come erede, Pietro era stato allevato per succedere al trono di Svezia, e poiché questo paese era storicamente il maggior nemico della Russia, i suoi insegnanti gli avevano inculcato un odio implacabile verso tutto ciò che era russo. Non stupisce che lo zar Pietro III sia durato pochissimo: dopo appena sei mesi, l'esercito lo spodestò e un provvidenziale incidente lo tolse di mezzo, mentre i soldati e il popolo acclamavano imperatrice sua moglie Caterina. Nata principessa di Anhalt-Zerbst, la zarina era tedesca quanto il marito; diversamente da lui, però, aveva preso molto sul serio il suo nuovo ruolo. Entrambi avevano dovuto convertirsi al cristianesimo ortodosso, perché nessun eretico può salire sul trono di Russia; ma mentre Pietro III godeva a ostentare un disprezzo luterano per le cerimonie ortodosse, Caterina ebbe sempre eccellenti rapporti con il clero russo, cosa che contribuì non poco alla sua popolarità. Ma era un'europea del suo tempo e la religione non era certo la sua preoccupazione principale: quello che le premeva era tenere in pugno, e se possibile modernizzare, lo strano paese che s'era trovata a governare. L'immenso impero che si stendeva su due continenti era allora meno popolato della Francia, con appena ventitré milioni di abitanti, compresa una moltitudine turbolenta di tribù seminomadi, di lingua turca e di religione islamica; i governi occidentali stentavano a riconoscerlo come una grande potenza, e in ogni caso non lo consideravano affatto un paese europeo.
I guai maggiori per Caterina vennero dall'arretratezza delle campagne, ferme da sempre a un livello di vita primitivo, e schiacciate sotto lo sfruttamento dei proprietari terrieri. Fra i contadini la nostalgia della libertà perduta animava confuse speranze millenaristiche e sogni di comunismo, l'attesa di una "grande spartizione" per cui un giorno lo zar avrebbe ordinato di consegnare la terra a chi la lavorava. Nelle province più sperdute, l'utopia contadina si fondeva con l'insofferenza degli allogeni, con la rabbia delle minoranze religiose perseguitate, con lo smarrimento d'un popolo avvezzo a venerare lo zar come un Dio in terra e che da troppo tempo riceveva dalla capitale notizie confuse di zar deposti, detronizzati, fatti sparire. Nel 1772, il cosacco Pugaciov si mise alla testa d'una banda di ribelli sostenendo d'essere lo zar Pietro III, ritornato fra il suo popolo per vendicarsi dell'usurpatrice Caterina; per quasi due anni l'incendio da lui suscitato divampò in gran parte dell'impero, prima che una sanguinosa repressione militare mettesse fine all'avventura. Per governare un paese del genere occorrevano metodi che nell'Occidente illuminato non sarebbero stati apprezzati, e Caterina non esitò a usarli. Al rullo del tamburo, nelle piazze delle città, i banditori leggevano il "proclama del silenzio", che proibiva ai sudditi di criticare il governo e in genere di perdere tempo a parlare di politica. Non versò mai sangue inutilmente, ma quando giudicava che ce ne fosse bisogno non si tirava indietro; da Parigi i suoi amici filosofi, con cui intratteneva una fitta corrispondenza, ammettevano che non si poteva fare diversamente ("Tuttavia, è un po' spiacevole essere costretti a disfarsi di tante persone", commentò d'Alembert). Alle speranze dei contadini oppose un drastico rifiuto: per quanto illuminista, aborriva il radicalismo, e dichiarò seccamente che la ricchezza non deve essere distribuita in parti uguali "come il pane nel refettorio dei frati". Alla notizia della Rivoluzione francese, coerentemente, affermò che l'unica cosa da fare era "disperdere le canaglie", e si stupì che Luigi XVI non avesse il fegato per farlo. Questo non significa che Caterina non abbia tentato di modernizzare l'impero, con decisione e spregiudicatezza. Hélène Carrère d'Encausse è stata una grande storica e sociologa dell'Unione Sovietica, e analizzando i metodi di governo di Caterina è inevitabile che si interessi ai paralleli con lo stalinismo: uno dei capitoli si intitola "Educare l'uomo nuovo?". Il paragone può sembrare forzato, ma certe analogie si impongono da sé; come per il progetto di costruire una nuova classe media utilizzando gli innumerevoli trovatelli allevati negli orfanotrofi, gente senza famiglia e senza legami che avrebbe dovuto unicamente allo Stato la sua prosperità. L'analogia è ancora più vistosa per i colossali lavori avviati dal favorito di Caterina, Potemkin: città, strade, fabbriche sorte dal nulla in poco tempo in regioni spopolate. Un luogo comune ("i villaggi alla Potemkin") le considera come operazioni puramente di facciata, ma il giudizio più pertinente, e che fa più rabbrividire, è quello d'un contemporaneo: "Sembra tutto facile quando si sprecano vite umane". Non stupisce che Carrère d'Encausse, dopo una vita passata insieme al fantasma del compagno Stalin, abbia avuto voglia di misurarsi con quello di Sofia di Anhalt-Zerbst, in arte Caterina la Grande.

libri:
una passione d'amore

La Stampa Tuttolibri 17.4.04
Zweig, l’amore non lascia scampo
di Bruno Ventavoli


FACILE dire amore. Ma il legame tra un uomo e una donna può essere assai più lancinante del semplice erotismo. Lo sapeva bene Stefan Zweig, raffinato analista del sovvertimento dei sensi, nato mentre la Vienna imperiale volgeva al tramonto. Nella bellissima "Novella degli scacchi" racconta la follia d'un gioco razionale e violento. Con "Amok", che torna ora da Adelphi, trascina il lettore nel gorgo d'una passione anomala sbocciata e sbandata nell'umidità soffocante dei tropici. Il protagonista è un medico, con una brillante carriera fallita alle spalle e nessuna speranza di futuro. Era dottore all'ospedale di Lipsia ma, soggiogato da una donna, ha buttato all'aria la rispettabilità e ha accolto l'ingaggio del governo olandese per trasferirsi nelle colonie. Il medico non ha nome. Così come non ha nome la località dove vive. Perché Zweig, amato divulgatore della psicoanalisi in letteratura, non è interessato alle coordinate della realtà bensì ai penetrali dell'animo. Laggiù, dove il clima divora l’anima e condanna a vischiose solitudini, il protagonista si trova al cospetto di una donna occidentale, con gli occhi limpidi e la fronte altezzosa. Lei è incinta d'un uomo che non è suo marito. Lui potrebbe risolverle il problema. Lei sfodera la richiesta d'aiuto come un coltello. Lui si sente umiliato e affascinato, scivola in un delirio che travolge i confini del bene e del male, e l’identità stessa delle sensazioni. Ma sarebbe indelicato rivelare i dettagli di questa novella che si legge d'un fiato come un incubo. Amok uscì nel 1922, sulla Neue Freie Presse, ed è stato portato parecchie volte sullo schermo. Stefan Zweig, figlio d'una ricca famiglia ebrea, era un quarantenne scrittore brillante, prediletto dalle masse. Ma si sentiva sempre più orfano della duplice monarchia dissolta dalla guerra. E vedeva esplodere la virulenza di follie collettive finora sedate nel fondo dell'inconscio. Pochi lo difesero quando l'antisemitismo divenne legalità. Uno dei rari, fu Richard Strass che rifiutò di depennare il suo nome, librettista dell'opera La donna silenziosa, nel 1934 alla prima di Dresda, giocandosi la presenza in sala di Adolf Hitler. Zweig, sempre più reduce del «mondo di ieri», fu spinto dalla follia istituzionalizzata ad emigrare, a perdere sicurezze, a dubitare della propria identità. Visse in Inghilterra e America, pubblicò sotto lo pseudonimo Branch (traduzione inglese di Zweig), quando ogni nome tedesco suscitava sospetti e rancori. E si suicidò con la moglie nel 1941 in Brasile, pensando fosse meglio concludere con un'orgogliosa resa una vita fondata sulla libertà. L'«amok» è un raptus che costringe uomini normali a correre come forsennati uccidendo a casaccio, eccitati dal sangue, schiumanti di rabbia, finché non vengono abbattuti o non si suicidano. Il termine è malese. E malese è quel delirio studiato nell’800, traghettato nelle lingue europee come metafora comune per indicare comportamenti da invasati. Chissà se quella patologia inquietante è davvero esistita, o se è solo frutto di pregiudizi medici razzisti? Esiste, invece, sicuramente, l'amok che coglie ognuno di noi quando il destino ci fa tamponare dall'amore, dalla passione. Non ricordi più com'è accaduto. Capita solo che ti lasci la vita alle spalle e, come il medico della novella o i malesi impazziti, ti getti alla cieca nel furore. E’ difficile trovare scampo. Zweig lo sapeva, e non offre scappatoie al suo personaggio. Lo sappiamo anche noi, disarmati di fronte alla tirannia del cuore. L'amok travolge la vita. Ma una vita senza amok, forse, è troppo banale per essere vissuta.

libri:
un romanzo sulla resistenza dell'identità

La Stampa Tuttolibri 17.4.04
Manea, l’io resiste
«Il ritorno dell’huligano»: grandissima prova narrativa e di scrittura dell’intellettuale romeno, gli orrori dei totalitarismi, dal ghetto all’esilio un percorso che si confronta con il ‘900 di Kafka, Joyce, Proust
di Dario Voltolini


MESCOLANZA di generi, stili e materiali diversi, in particolare di autobiografia e romanzo dell'io, questo importante scavo nella memoria dell'Europa è una grandissima prova narrativa e di scrittura. Norman Manea, lo scrittore romeno da tempo residente a New York, con Il ritorno dell'huligano si conferma autore di primaria importanza nel panorama contemporaneo. Il centro di questo romanzo è una meditazione sull'identità individuale e collettiva nel secolo europeo degli orrori totalitari e bellici. Manea nasce in Bucovina nel 1936, regione esemplare del caos geopolitico del nostro Est: all'inizio della grande guerra era austro-ungarica, nel 1916 fu conquistata dallo zar, poi ripresa dall'esercito austrotedesco, romena dal 1919, sovietica nel 1940, di nuovo romena un anno dopo, sovietica dal 1944, ucraina dopo l'implosione dell'URSS nel 1991. La famiglia di Manea, ebrea, fu deportata in un lager nazista quando il futuro scrittore aveva cinque anni. La storia degli ebrei dell'Est si mescola al delirio dei nazionalismi che caratterizzano quell'area dell'Europa, facendone un modello di follia con caratteristiche parzialmente diverse da quelle che abbiamo conosciuto noi, al Sud e all'Ovest del continente. Il passaggio dal totalitarismo nazista a quello comunista e infine al salto nel buio postcomunista, chiamato capitalista solo in onore dell'ideologia rimanente, ma che meglio sarebbe dire di transizione mafiosa, è stato per il narratore un continuo sfaldarsi e ricomporsi dell'identità. Dal ghetto, dal paesello, alla capitale e infine alla decisione, più volte rimandata, rimossa, non presa, inibita, dell'espatrio, dell'esilio, il percorso di Manea si fa ricerca interiore e culturale, confrontandosi a un livello letterario pienamente consapevole di sé con il ‘900 di Kafka, di Joyce, di Proust. La ricomposizione del racconto qui mette in primo piano l'andamento della memoria rispetto alla cronologia. L'attacco è una magnifica apertura su New York al tempo presente, rifugio dal quale l'autore decide di muovere verso un doloroso e temuto breve viaggio in Romania, la sua patria negata. Il corpo centrale del libro è invece dedicato al tempo vissuto in Romania dall'infanzia alla partenza, e la parte finale al diario dei pochi giorni della visita (con uno strano effetto di sfasamento della precisione: più il tempo è il presente, meno vivide e più ansiose sono le descrizioni). I punti di forza del testo sono molti. Lasciando da parte le considerazioni di ordine compositivo, un semplice campionario di ritratti e di momenti può bastare a indicare quanta ricchezza Il ritorno dell'huligano contenga. La figura della madre è stupenda. Si aggiunge alla galleria di madri ebraiche che innerva la migliore letteratura mondiale. Impulsiva, vitale, carica di un'energia dalle misteriose mutevolezze di segno, è colei che non cede alle prime bordate della storia. Resiste, spera, induce robustezza. È la madre originaria, la placenta metafisica, il gancio che tiene il figlio legato all'universo del ghetto, è la madre-dio, si presenta oniricamente come in uno Chagall disegnata nel cielo, col suo volto invecchiato, col suo sguardo accecato, restando contemporaneamente la ragazza bella che era. Il figlio avrà con lei un momento di pace quasi estratto al corso del tempo, un pomeriggio in treno, una vera e propria oasi narrativa e esistenziale. Una delle pagine più belle dell'intero libro. Ma stupenda è anche la figura del padre, dell'uomo che moltiplica la propria consapevole umiltà fino a farla diventare dignità assoluta, composta, interiorizzata, riflessa in ogni gesto, in ogni atteggiamento, in ogni scelta, così pervasiva e autocosciente da fargli cadere addosso i vestiti in un certo modo. Quest'uomo, umiliato nel campo di lavoro comunista, è un ritratto che non può non turbare profondamente il lettore, toccando zone più profonde della semplice pietà umana, o della solidarietà politica, o dell'assurdità della nostra natura. Si resta senza parole. Anche il passaggio in cui l'autore ridipinge l'attimo in cui la vocazione allo scrivere gli si fece evidente e limpida è una grande, magnifica pagina: «Nella società della Menzogna Istituzionalizzata l'io resisteva solo nelle enclaves che proteggevano, sia pure imperfettamente, l'intimità». In conclusione, come omaggio all'umorismo ebraico che non teme di esplicitarsi in nessuna situazione, preleverei dal testo questa storiella: «Ai tempi di Hitler, un ebreo che corre, tutto agitato, per strada, viene fermato da un altro ebreo, il quale gli chiede che cosa sia accaduto. Non hai sentito? Hitler ha appena ordinato di tagliare un testicolo a tutti gli ebrei che ne hanno tre, risponde quel tale. Ma tu ne hai tre? insiste il primo. Prima tagliano e poi contano, esclama l'uomo allontanandosi di corsa»

venerdì 16 aprile 2004

Michele Serra sull'attacco a Darwin

Repubblica 16.4.04
L'AMACA
di MICHELE SERRA


L´ATTACCO a Darwin e all´evoluzionismo, negli Stati più conservatori d´America, è in corso da diversi anni. Da noi arriva, al solito, come deriva un po´ ammuffita: però arriva, e dunque si pensa di reintrodurre il creazionismo (che non è scienza, è teologia) nell´insegnamento scolastico. In un paese vigile e sano, il dibattito sull´argomento sarebbe vivacissimo e occuperebbe le prime pagine dei giornali. Non siamo un paese vigile e sano: solo qualche insegnante non rassegnato, nonostante il magro stipendio gli suggerisca di tirare a campare e farsi gli affari suoi, manifesta la sua preoccupazione (o la sua indignazione) scrivendo ai giornali.
Poiché conciliare fede e scienza è uno degli impegni più ardui, e lodevoli, dei credenti, sarebbe bello che alle poche voci "materialiste" che si levano in difesa del vecchio Darwin, si unisse quella di qualche cattolico coscienzioso. A meno di mettere fuori legge lo studio dei fossili, è difatti parecchio difficile, si creda oppure no in un dio creatore, contestare i fondamenti scientifici dell´evoluzionismo. Di questo passo, rischia forte anche la biologia: qualcuno, al ministero, potrebbe decidere che, come veicolo della riproduzione, la cicogna è più "morale" della coppia di fatto ovulo-spermatozoo.

la vita di Beethoven

Corriere della Sera 16.4.04
ANTEPRIMA Vent’anni dopo «Bach», Piero Buscaroli rilegge ora la vita e le opere del grande musicista tedesco. Con l’intenzione di correggere «due secoli di falsi»
Povero Beethoven, genio tradito dai critici
di PIERO BUSCAROLI


Anticipiamo un brano tratto dal libro «Beethoven» di Piero Buscaroli (Rizzoli, pagine 1.359, € 45) che sarà in libreria da mercoledì 21 aprile.

Tutt’altro che la festa del 1927, il doppio centenario della nascita correva melenso nel 1970 tra le sfilate dei concerti interrotte dalle scariche d’insulti sparate dalla nuova cultura germanica. Solo contributo di qualche peso rimase De Last Decade, 1817-1827 , di Martin Cooper. Nella recensione del «New York Times» un tale Donald Henahan paragonò l’opera di Beethoven nel suo insieme a un logoro repertorio di devozioni: «neppure gli ultimi lavori trascendentali, le Sonate per pianoforte, i Quartetti, la Missa Solemnis, appaiono più quel supremo fortilizio ch’erano stati per pochi adepti della metafisica musicale. Grazie all’implacabile girare del fonografo e alla radio sua vorace alleata, Beethoven è sbattuto nelle nostre orecchie notte e giorno, la musica che avevamo creduto inesauribile ci appare logora come un vecchio talismano. Grattati via i significati emotivi, le esecuzioni degli specialisti ci piovono addosso condite da salse d’analisi e sentenze, registrate o al vivo, dei chiosatori dei programmi e dei filosofi d’incisione. Un giro dopo l’altro, Beethoven si avvita nella sua tomba a 33 rivoluzioni e 1/3 al minuto. Sempre più difficile è udire le ultime opere, solo un esperto viaggiatore negli stili musicali può immaginarle quali suonarono ai contemporanei. Il Beethoven extramusicale sta morendo. Prima che passi molto tempo, resterà di lui solo la musica. Accade a lui quel che già è accaduto a Monteverdi e Orlando di Lasso. Tutto ciò, naturalmente, può non essere un male...».
Il libro che presento nacque quale malinconico dovere d’una battaglia di retroguardia: del gigante dovevano restare album, cassette, odiosi cumuli di compact. E invece, nei vent’anni che seguirono quel misero centenario, si scatenò imprevisto un paradosso a tal punto immane, che la sua enormità non è ancor ben misurata da quanto avanza della cultura europea. Bastò che un Solgenitsin abbassasse il piccone, e si produsse il crollo, per esaurimento e putrefazione, dell’intera cultura entro cui l’immagine di Beethoven era cresciuta deviata, falsificata. Tutta l’Europa delle idee e delle arti diventava un solo cantiere del revisionismo.
Nella storia delle biografie («Vi è solo biografia!» ammonì Nietzsche) cominciai con Sebastian Bach. E intanto Beethoven figlio della Révolution mutava i connotati, via via che la Révolution finiva nelle pattumiere. Per cominciare la galleria dei falsi: Beethoven non fu mai illuminista; non fu mai giacobino; non fu mai amico dei francesi, cui portò, da quando li vide invasori della Germania, forsennato odio.
Il rifiuto che preparavo contro la sentenzina americana e globalista sulla fine del Beethoven extramusicale divenne la non sperata occasione di restituire il gigante alla sua verità, all’autentica immagine, da due secoli lordata e confusa. Quando mi parve d’aver consolidato d’una muraglia di ristampe la nuova immagine di Bach, intrapresi la revisione di Beethoven quasi dovere naturale. Come aggredissi falsificazioni e sciatterie, il lettore trova fin dai primi passi di questo libro . Maturato e cresciuto lungo un trentennio nel tanfo agonico, epigonale dell’ultima squallida critica, americana e europea, unisce il primitivo proposito, salvare Beethoven dalla nuvola letale dello spirito dell’epoca, con la radiosa opportunità di rivedere, ossia correggere, ossia cancellare due secoli di falsi.
Dopo il Bach del 1985 e La morte di Mozart del 1996, schiero questo libro come terzo e maggiore sforzo nella revisione storica della musica condotta attraverso le biografie. Quanto tempo ancora la scombinata musicologia ufficiale potrà fingere che non esistano, non so e non m’interessa. Sanno i lettori.
***

Che l’invocata, e poi proclamata, scomparsa delle biografie totali produca l’avvento del primo Beethoven veritiero, è uno degli arciparadossi fabbricati dal destino burlone per premiare i solitari che, nell’urto vertiginoso di passati irrisolti e futuri impenetrabili, spiegano indomite vele contro venti e tempeste. Senz’averlo voluto, mi son trovato a scrivere un’altra «nuova immagine», cui auguro ugual favore del Bach che continua a ristamparsi dopo diciannove anni. Se alla «nuova immagine» di Bach toccano ancora distinzioni come quella che mi regalò il «Treffpunkt Kultur» della televisione austriaca che, or sono tre anni, intimò alla bravissima Pia de Simony di ridurre, in un documentario registrato a Bologna nel mio studio, il ruolo concesso a quel Buscaroli inviso ai bonzi luterani della Gesellschaft lipsiense , il lettore può immaginare qual furore prenderà retori e chiacchieroni nell’apprendere che l’autore aveva battezzato Sinfonie allemande quella che per noi è la Nona Sinfonia , ed era una risposta di tedesco al Congresso che lasciava intatta la Francia, rovina della civiltà d’Europa, e divisa la Germania che aveva vinto il distruttore.
Il giorno che nei Quaderni di conversazione, la cui edizione è completa dal 2001, lessi che il 25 Gennaio 1824, a Caroline Unger che gli chiedeva quando si sarebbe eseguita la Nona Sinfonia, di cui doveva cantare la parte del contralto, Beethoven parlò di Anfechtungen , opposizioni, e la ragazza insorse sdegnata gridando «Opposizioni? Ma chi si permette?» (v. pagg. 1.169 segg), collegai il contrasto, ai biografi ignoto, alla Sinfonie allemande . Compresi che solo la lettura critica, nell’ingrato originale tedesco, dell’ignota fonte diventata primaria, una lettura diplomatica e perfin paleografica, avrebbe permesso di riscrivere questa vita in un definitivo gesto revisionista. Le preziose novità rimaste occulte nei Quaderni diventavano secondarie rispetto all’imponente evidenza che il contrasto nasceva da quell’ allemande , sopravvissuto solo per la tenacia di Gustav Nottebohm. Il lettore riporterà facilmente a galla la rete sommersa e potrà misurare perché la «nuova immagine» sia riuscita con Beethoven tanto più faticosa che con Bach. E per la sua posizione, nonostante ogni apparenza, centrale nella società di corte; e per il ruolo, enormemente cresciuto, della storia universale nelle storie personali. E per il trono dominante che nel frattempo la musica aveva occupato sull’assemblea delle «arti sorelle».
***

«La politica è il destino dei moderni», scrisse Napoleone. Se ne è accorto questo autore quando ha intrapreso la riscrittura politica del giovane Beethoven scoprendo che era tutto cancellato e calpestato in una infame devastazione: il patriota tedesco ridotto a balbettante insignificanza, i canti guerrieri scritti per i volontari, cancellati oppure omessi dagli elenchi, nascosti dalle biblioteche che li possedevano. Ha dovuto contendere a unghiate la figura del giovane alla turba giacobina che l’aveva imprigionato; restituire peso e coerenza al costante fierissimo sentimento anti-francese, ridotto a bizzarria d’incostante ingrato. Nessuno aveva voluto misurare quanto fosse concreto e sensato, seppur ristretto ormai a un’esile striscia, il margine di indipendenza che restava tra la bestiale violenza rivoluzionaria diventata invasione, e la nauseante grettezza delle monarchie che, costrette ad allearsi nonostante si odiassero tra loro, le si opposero con meritati disastri.
Lasciando a parte i soliti Goethe e Schiller, che a nulla servono su questo terreno, ho radunato i Seume e Louis Ferdinand, il giovanissimo Körner e Varnhagen von Ense, trattati con badiale fastidio dai biografi mestieranti, per far compagnia a Beethoven in quell’itinerario di speranze assassinate, sentimenti traditi e catastrofi spirituali che prelude allo sdegnato isolamento dell’ultimo decennio. Nessuno degli storici di Beethoven aveva tentato di interpretare con amore e onestà quel tumulto di fresca ingenuissima gioia, che nel lurido nido di vermi dell’infame Congresso, modello mai superato della pace con frode, pochi mesi bastarono a trasformare in delusione, tradimento e pianto. La Germania, le cui forze, quando si unirono, vinsero finalmente il tiranno, si trovò restituita alla confusione e divisione che l’avevano lacerata, dai «trattati» di Münster e Osnabrück in poi. I suoi principi si univano sol per tenerla divisa e, con la complicità d’inglesi e perfino americani, più impotente e sola che la sconfitta Francia. Se un giorno del 1824, a Baden dov’era entrato in un caffè in compagnia di Carl Czerny, gli bastò leggere in un giornale che Walter Scott scriveva una Vita di Napoleone per gridare: «Napoleone! Non lo potevo soffrire, ma ora la penso tutto diverso!», non era lo scatto di bizza incoerente che ripetono certi biografi senza onore e senza sapere, ma il tratto finale di un’ira e di uno sdegno: l’ultimo distacco da quella monarchia infame che tre anni dopo lo ricompenserà disertando i suoi funerali. Senza che nessuno, tra imperatori arciduchi e ministri, immaginasse di lasciarlo a capo di una folla, quale mai s’era vista per la dipartita d’uno di loro: venti o trentamila, quanti in quella Vienna torpida e avvilita si sentivano ancora «i rappresentanti del popolo tedesco», come li chiamò Franz Grillparzer nel suo discorso.
Devi aggiungere, infine, il mutato ruolo reciproco, la rifondata gerarchia delle diverse arti e l’assunzione della musica, proprio per l’opera e la figura di Beethoven, a quel vertice dominante cui, secondo Walter Pater, le altre arti furono costrette da allora a guardare con invidia. Su questo cammino, l’ascesa del mio nuovo restaurato Beethoven sarà ancora più aspra. Dovrà vedersela con una musicografia senile e suicida. Ai divieti innalzati dai Dahlhaus si mescolano ora le lodi e invocazioni al grottesco tentativo abortito di Adorno, di salvare dalla morte, che per tutte e due era fatale, musica e filosofia, con una unione e fusione: puerile, più che innaturale. Da compiersi, infine, nel nome di Beethoven, per cui nulla significava la filosofia, la meno artistica, la meno attraente tra le occupazioni possibili.
Ma non voglio trasformare questa Notizia nell’indispensabile antefatto personale, che il lettore troverà nei primi due capitoli. Sua funzione è introdurre argomenti pratici, cominciando con le avversità cui la mia restituzione di Beethoven dovrà confrontarsi. Delle quali la più minacciosa, come al solito, è quell’abitudine, contesta di paura e pigrizia, che si trova comodo chiamare tradizione. È il rifiuto di abbandonare i cementi calcinati e le tavole marcite della Maginot del falso, in cui continuano a rotolarsi gl’intendenti e i cosiddetti interpreti. Quei tali di cui dicevo dianzi, che ancora non avendo misurato e assimilato la potenza dell’anticiclone che si scatenò una ventina d’anni fa, ancora non hanno capito ch’è tempo di spedire in soffitta il mascherone per richiamare Beethoven all’autenticità che mai poté rivelare: nella sua «unica Opera», per cominciare proprio col suo manifesto ideale, politico, sentimentale.

dove sono le Nuove Edizioni Romane alla Fiera di Bologna

Komix.it

ZOOlibri, la casa editrice emiliana che si occupa principalmente di produzioni editoriali per bambini e ragazzi, partecipa, insieme ad altri otto coraggiosi, al primo "stand collettivo" tra piccoli editori, esperimento senza precedenti in Italia.

Sotto lo slogan "la prova dei 9", all'interno del padiglione 26 stand B10 della Fiera internazionale del libro per ragazzi di Bologna, e all'interno di Docet in uno spazio ancora da definire, troverete la ZOOlibri in buona compagnia: Città Aperta, Edizioni Corsare, Edizioni E/O, MC Editrice, Nuove Edizioni Romane, Orecchio Acerbo Editore, Sinnos Editrice, Editions du Dromadaire.
(...)

sull'iter della riforma della 180

Vita.it 16.4.04
Psichiatria: la riforma alla 180 procede, nonostante i no del governo
La pdl Burani-Naro (forse accorpata anche al testo dell'on.Lucchese) è uscita dal comitato ristretto della Affari Sociali. Anche se Sirchia e Guidi difendono l'integrità della 180
di Benedetta Verrini


Nonostante le fortissime recenti opposizioni del ministro Sirchia e del sottosegretario Guidi alla modifica della legge 180 sulla salute mentale, la proposta di riforma dell'on. Burani Procaccini va avanti per la sua strada. Secondo indiscrezioni non confermate, riportate dalla cooperativa Itaca di Pordenone, la nuova versione del testo in discussione alla Camera, accorperebbe le proposte di legge "Burani-Naro" e "Lucchese".
La proposta di legge è intanto uscita dal Comitato Ristretto ed è approdata alla sede referente della Commissione XII Affari sociali. Sarà di nuovo in discussione martedì 20 aprile.
"L'on. Burani Procaccini pare proprio non prendere nella pur minima considerazione non solo il no netto del sottosegretario alla salute Antonio Guidi, che ha ribadito giorni fa da Cernobbio che la "Burani-Naro" non è una proposta di legge appoggiata dal Governo" si legge in un comunicato di Itaca. "L'onorevole azzurra, di più, non sembra neppure tenere in debito conto l'opinione autorevole di un ministro della Repubblica Italiana, nella fattispecie il ministro alla Salute Girolamo Sirchia, il quale ha ribadito nelle scorse settimane il suo sostegno incondizionato alla legge 180".

Cina

Corriere della Sera 16.4.04
L’eccesso d’investimenti fa aumentare i rischi di surriscaldamento economico
Cina a passo di record La crescita sfiora il 10%
Prodi: serve maggiore rispetto delle regole commerciali
di G.R.


Le misure annunciate dal governo di Pechino per raffreddare la crescita non si fanno ancora sentire. Nel primo trimestre 2004 l’economia cinese ha continuato a correre a un ritmo molto superiore a quel più 7% che viene ritenuto «sostenibile»: fra gennaio e marzo il prodotto interno lordo è infatti aumentato addirittura del 9,7% rispetto allo stesso periodo del 2003. Gli investimento fissi sono cresciuti del 43% e di altrettanto le esportazioni. Le vendite al dettaglio sono salite dell’11,1%, la produzione industriale del 19,4%, la liquidità del sistema del 19,2%. Una serie di dati, quelli resi noti ieri da Pechino, che equivalgono a un segnale d’allarme. Il boom infinito rischia di provocare un surriscaldamento dell’economia che potrebbe sfociare in un crollo, con conseguenze destabilizzanti anche negli altri Paesi asiatici. Per ora gli effetti sui prezzi al dettaglio (più 2,8% nel primo trimestre, rispetto agli stessi tre mesi del 2003) appaiono limitati, ma quelli alla produzione hanno già toccato il 3,9% e promettono di accelerare. A preoccupare è soprattutto l’impressionante crescita degli investimenti. «Un ritmo troppo elevato», ha ammesso anche il portavoce dell’ufficio cinese di statistica, Zheng Jingping. Secondo Ben Simpfendorfer, analista di Jp Morgan, «la spesa per investimenti continuerà a crescere così rapidamente per i prossimi sei mesi, e più sale più si rischia una caduta dolorosa». Alcuni economisti vedono in prospettiva problemi di scarsità d’offerta, soprattutto di materie prime, energia, materiali per costruzioni. Dal canto suo, il governo ha ribadito che intende prendere «misure decise» per frenare la corsa economica, scoraggiare l’eccesso di liquidità ed elevare gli standard di sicurezza del credito bancario. «Di certo non basta usare la leva della politica monetaria - ha spiegato alla Bbc Joan Zheng, economista della Jp Morgan di Hong Kong -. Ad un certo punto sarà necessario usare la leva fiscale per riportare gli investimenti a un livello tollerabile».
E dall’esterno crescono anche le pressioni perché la Cina, proprio per frenare la sua crescita economica record, rivaluti lo yuan rispetto al dollaro. In questo senso si è espresso ieri anche il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, in visita a Shanghai. Prodi ha anche criticato il «mancato rispetto» da parte di Pechino di alcuni degli obblighi assunti con l’ingresso nella Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. «Le nuove regole introdotte sul mercato delle costruzioni, per esempio - ha spiegato - rendono quasi impossibile l’accesso alle nostre aziende».

Kataweb News
Pontedera, 15 apr 2004 - 14:46
Piaggio, accordo per 300.000 veicoli l'anno prodotti in Cina


I veicoli Piaggio verranno prodotti in Cina. Questo il risultato dell'accordo siglato oggi da Roberto Colaninno con il gruppo Zongshen. L'intesa prevede la produzione e la commercializzazione, a regime, di oltre 300 mila veicoli l'anno a tecnologia italiana pari a un valore di circa 280-200 milioni di fatturato. Piaggio e Zongshen parteciperanno con quote paritetiche del 45% la Piaggio Forshan Motorcycle, società costituita a suo tempo dal gruppo di Pontedera, con sede a Forshan nella provincia del Guandong. Il restante 10% sarà detenuto dal comune di Foshan.

Virgilio Notizie APCOM 15/04/2004 - 20:15
DIRITTI UMANI/ CINA EVITA PUBBLICA CENSURA DELLA COMMISSIONE ONU
Grazie al sostegno dei Paesi in via di sviluppo


Ginevra, 15 apr. (Ap) - La Cina ha schivato una pubblica censura per la repressione dei dissidenti e degli attivisti democratici da parte della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani.
Il governo di Pechino è riuscito a ottenere il sostegno dei Paesi in via di sviluppo e a utilizzare una mozione procedurale di "non azione" per bloccare una risoluzione della delegazione dell'Onu, formata da 53 nazioni. Per l'undicesima volta la Cina è ricorsa a questa tattica ed è riuscita a evitare un dibattito al meeting annuale della Commissione.
L'ambasciatore cinese Sha Zukang ha dichiarato che non ci sono motivi validi per isolare il suo Paese, che ha un'economia molto più in crescita rispetto ai suoi accusatori. "Per reagire alle loro delusioni e alla loro gelosia, gli Stati Uniti hanno proposto questa risoluzione anti-cinese", ha affermato Sha, "la Cina non è né l'inferno né il Paradiso, ma vive solo un processo teso alla costruzione di una società con standard accettabili di vita".
Secondo l'ambasciatore, gli Usa hanno attaccato Pechino nonostante abbiano loro per primi problemi in materia di diritti umani. Sha ha citato "la famosa brutalità della polizia, la pratica delle discriminazioni razziali e la strage dei civili iracheni".

copyright @ 2004 APCOM

le scelte culturali di Repubblica
Oliver Sacks e il valore terapeutico della botanica...

Repubblica 16.4.04
IN MESSICO PER AMORE DELLE FELCI

Anticipiamo alcune pagine da "Diario di Oaxaca" del celebre neurologo
Un aspetto poco noto dello scienziato che ha il talento di un vero scrittore
La civiltà precolombiana distrutta dai conquistadores
Lo straordinario sistema di comunicazione degli Aztechi
Una riunione di appassionati che somigliava a quelle del secolo scorso
Esce oggi "Diario di Oaxaca" di (Feltrinelli/Traveller pagg. 141, euro 12,00) di cui anticipiamo alcuni brani
di OLIVER SACKS


Sono cresciuto negli anni Trenta a Londra, in una casa con un giardino pieno di felci. Mia madre le preferiva alle piante da fiore, e anche se avevamo rose rampicanti, gran parte delle aiuole era stata adibita alla coltivazione delle felci. Avevamo anche una veranda, sempre calda e umida, dove pendeva un´enorme felce barbuta (Polystichum plyblepharum) e dove prosperavano felci sottili e delicate o anche felci tropicali. La domenica, talvolta, mia madre, o una delle sue sorelle, anch´esse appassionate di botanica, mi portavano a Kew Gardens, e fu lì che vidi per la prima volta felci torreggianti, alte dai cinque ai dieci metri, avvolte da fronde, e riproduzioni delle forre hawaiiane o australiane. All´epoca quei posti mi sembravano i più belli che avessi mai visto.
Mia madre e le sue sorelle avevano ereditato l´amore per le felci dal padre, mio nonno, che era arrivato a Londra dalla Russia verso la metà dell´Ottocento, quando in Inghilterra impazzava ancora la pteridomania, la grande mania per le felci dell´epoca vittoriana. Moltissime case, compresa la loro, disponevano di terrari (Wardian cases) pieni delle più svariate specie di felci, talvolta rarissime. Questa moda era già passata intorno al 1870 (anche perché aveva portato all´estinzione di diverse specie), ma mio nonno aveva tenuto i suoi Wardian cases fino alla morte, avvenuta nel 1912.
Le felci mi affascinavano per la loro forma a spirale e per le loro caratteristiche vittoriane (che le facevano somigliare ai coprispalliera di trine e alle tende di merletti della nostra casa). Ma, ancora di più, mi intrigavano per la loro origine antica. Mia madre mi raccontava che il carbone che usavamo per riscaldare la casa era composto prevalentemente di felci compresse o altre piante primitive, e talvolta, rompendone un pezzo, si intravedevano le forme del fossile. Le felci erano sopravvissute, senza subire grandi cambiamenti, per oltre trecento milioni di anni. Altre creature, come i dinosauri, erano scomparse, ma le felci, all´apparenza così fragili e vulnerabili, erano scampate a tutte le vicissitudini, a tutte le estinzioni che la terra aveva conosciuto. Il mio senso di un mondo preistorico, di immensi archi temporali, era stato stimolato per la prima volta dalle felci e dai loro fossili. (...)
Dall´aereo si gode una vista incredibile del Popocatépetl, con il cratere ben visibile, circondato da una catena di picchi innevati. Mi chiedo perché le vette più basse siano ricoperte di neve, mentre il cono vulcanico, più elevato, non lo è; forse, mi dico, il calore che emana dal cono vulcanico, anche quando non è in eruzione, è sufficiente a sciogliere la neve. Circondato com´è da queste magiche, straordinarie vette, si capisce perché gli atzechi avessero stabilito lì, a duemilatrecento metri d´altitudine, la loro capitale, Tenochtitlan.
Il mio vicino (al suo secondo rum e coca, nel quale gli faccio compagnia) mi chiede il motivo del mio viaggio in Messico. Affari? Turismo? «Né l´uno né l´altro», gli rispondo, «una spedizione botanica alla ricerca delle felci». Sembra interessato, e mi parla del suo amore per le felci. «A quanto pare», aggiungo, «Oaxaca ha la più grande varietà di felci del Messico».
Il mio amico è lusingato. «Non vi limiterete alle sole felci, spero?». E incomincia a parlare con eloquenza e passione dell´epoca precolombiana: la straordinaria raffinatezza dei maya in matematica, architettura, astronomia; la scoperta dello zero, che compirono molto tempo prima dei greci; la ricchezza e il simbolismo della loro arte; e gli splendori della capitale, Tenochtitlan, che contava più di duecentomila abitanti. «Più di Londra e di Parigi, più di qualsiasi città dell´epoca, fatta eccezione, forse, per la capitale dell´impero cinese». Parla della forza e della prestanza dei suoi abitanti, racconta di come gli atleti corressero in staffetta per 400 chilometri, senza sosta, da Tenochtitlan al mare e ritorno, per assicurare ogni giorno il pesce fresco alla famiglia reale. Racconta dello straordinario sistema di comunicazione degli aztechi, secondo soltanto a quello degli inca, in Perù. Alcune delle loro conoscenze, alcune delle loro conquiste, continua, hanno un che di sovrumano, come fossero veramente stati figli del sole o esseri venuti da un altro pianeta.
«E poi», conclude in una visione dolorosa del passato che è forse comune a tutti i messicani, «e poi giunse Cortés, con il suo esercito di conquistadores, a portare non solo nuove armi, ma nuove malattie, sconosciute alle popolazioni indigene: vaiolo, tubercolosi, malattie veneree, persino l´innocuo raffreddore. C´erano quindici milioni di aztechi in Messico prima della Conquista, ma nel giro di cinquant´anni ne rimasero solo tre milioni, ridotti in stato di povertà, degrado e schiavitù. Molti trovarono la morte negli scontri armati, ma un numero ancora maggiore dovette soccombere, indifeso, alle malattie importate dal Vecchio Continente. Anche la religione e la cultura locale ne risultarono impoverite e indebolite, sostituite dalle tradizioni e dalla chiesa dei conquistadores. Ma da ciò derivò anche una miscela ricca e fertile, una combinazione genetica fisica e culturale al tempo stesso». Il mio vicino continua a parlare della «doppia natura» e della «doppia cultura» del Messico e dei messicani, la complessità, positiva e negativa, che deriva da questo duplice corso storico. E infine, mentre stiamo atterrando, mi parla delle strutture e delle istituzioni politiche, della loro corruzione e inefficienza, dell´estrema iniquità del sistema sociale di un paese che ha più multimiliardari di qualsiasi altra nazione, tranne gli Usa, ma anche il maggior numero di poveri che vivono in condizioni disperate.
Quando sbarchiamo dall´aereo nella città di Oaxaca, scorgo in attesa nella hall dell´aeroporto John e Carol Mickel, i miei amici del Giardino botanico di New York. John è esperto di felci del Nuovo Mondo, del Messico in particolare. Ha scoperto più di sessanta specie di felci nella sola provincia di Oaxaca, e ha descritto (insieme al suo giovane collega Joseph Beitel) le settecento e più specie della regione nel libro Ptedirophyte Flora of Oaxaca, Mexico. Sa trovare meglio di chiunque altro l´ubicazione talvolta segreta o variabile di ognuna di quelle specie. John è stato a Oaxaca moltissime altre volte dopo il suo primo viaggio, nel 1960, ed è lui che ha organizzato per noi questa spedizione.
Mentre la sua competenza specifica è la tassonomia, la capacità cioè di identificare e classificare le felci risalendo alla loro evoluzione e affinità evolutiva, egli è allo stesso tempo, come tutti i pteridologi, un esperto botanico ed ecologista, poiché non si possono studiare le felci in natura senza tener conto di come e dove crescono, del loro rapporto con le altre piante e gli animali, del loro habitat in generale. Carol, sua moglie, non è una botanica di professione, ma il suo entusiasmo, e i molti anni trascorsi con John, ne hanno fatto un´esperta al pari del marito.
Il mio primo incontro con John e Carol avvenne un sabato mattina del 1993. All´epoca vivevo nel Bronx, nei pressi del Giardino botanico di New York. Quel giorno stavo facendo quattro passi nei paraggi insieme al mio amico Andrew. Entrammo per caso nel vecchio edificio dove ha sede il museo e Andrew, che mi aveva sentito parlare più di una volta in toni entusiastici delle felci, notò un cartello che annunciava una riunione dell´American Fern Society per quel giorno stesso. Il fatto mi incuriosì (non ne avevo mai sentito parlare), così ci incamminammo per il labirinto di corridoi all´interno dell´edificio, finché al piano superiore trovammo la sala in cui si svolgeva l´incontro, cui partecipavano una quarantina di persone. Vi si respirava un´atmosfera vagamente retrò, quasi vittoriana. Si sarebbe potuto trattare benissimo di una riunione di appassionati di botanica degli anni Cinquanta o Settanta dell´Ottocento. John Mickel, appresi in seguito, era uno dei pochi professionisti del gruppo.
Andrew mi sussurrò all´orecchio: «Questo è il genere di persone che fa per te», e come al solito aveva ragione. Non c´era dubbio che fossero le persone giuste, e anche loro sembravano riconoscermi come un appassionato di felci.
Era un gruppo originale, eterogeneo. Si trattava in genere di anziani, pensionati, ma c´erano anche molti giovani sui vent´anni, alcuni dei quali lavoravano nelle serre o nelle sezioni di orticoltura del Giardino botanico. C´era anche qualche professionista, naturalisti o insegnanti; diverse casalinghe e addirittura un conducente di autobus. Alcuni abitavano in città, in appartamenti con vasi alle finestre; altri abitavano in campagna, in case con giardini o perfino serre. Era chiaro che la passione per le felci non teneva conto delle differenze sociali, ma poteva prendere chiunque, a qualsiasi età, e diventare parte essenziale della sua vita. Alcuni, avrei scoperto in seguito, facevano più di cento chilometri in auto per partecipare alle riunioni.
Mi capita spesso di partecipare a congressi di neurologia, ma la sensazione che provavo a quella riunione era totalmente diversa; si respirava un´aria di serena libertà e una mancanza di rivalità che non avevo mai riscontrato in un incontro professionale. Forse grazie a quest´atmosfera tranquilla e accogliente, al comune entusiasmo e alla passione per la botanica, forse perché non sentivo nessun obbligo professionale gravarmi sulle spalle, incominciai a frequentare quelle riunioni in modo regolare, ogni mese. Prima di quell´esperienza non avevo mai fatto parte in modo convinto di nessun gruppo o associazione; ora aspettavo con ansia il primo sabato del mese. Dovevo essere all´estero o veramente malato, per mancare all´appuntamento mensile con l´American Fern Society.

Copyright: Feltrinelli editore Aprile 2004

farmaci antidepressivi in età pediatrica

Yahoo Notizie Giovedì 15 Aprile 2004, 20:52
Pediatria - Depressione in età pediatrica, gli errori degli studi clinici
Di PediatriaOnline.net


Ricercatori australiani hanno valutato la sicurezza e la tollerabilità dei farmaci antidepressivi nel trattamento della depressione nei pazienti in età pediatrica.
Sono stati esaminati 6 studi clinici, controllati e randomizzati. Il limite di questi studi era rappresentato dalla brevità del periodo di osservazione (follow-up) e dal relativamente basso numero di pazienti trattati.
Dei 93 pazienti in trattamento con Paroxetina, 11 (11,8%) hanno presentato gravi effetti indesiderati contro solo il 2,3% (2/87) del gruppo placebo. Tuttavia, nonostante questi risultati, gli Autori dello studio, Keller et al, hanno concluso:
“La Paroxetina è risultata generalmente ben tollerata in questa popolazione di adolescenti, e la maggior parte delle reazioni avverse non sono risultate gravi.”
Sette giovani sono stati ricoverati in ospedale mentre stavano assumendo Paroxetina.
Dei 189 pazienti con Sertralina, il 9% (17) ha interrotto lo studio a causa del presentarsi di reazioni avverse contro solo il 3% (5/184) del gruppo placebo.
Non sono stati pubblicati i dettagli di queste reazioni avverse. Nonostante questi dati, gli Autori dello studio Wagner et al, hanno concluso:
“La Sertralina rappresenta un efficace, sicuro e ben tollerato trattamento di breve termine per bambini ed adolescenti.”
(BMJ 2004 Xagena)

lo stress

Libertà 16.4.04
Lo stress, uno stimolo necessario ad affrontare la vita, ma se resta a piccole dosi
Il delicato equilibrio della sfera psichica
di Rosanna Cesena


Lo stress, di per sé, non è una malattia; anzi preso a piccole dosi è uno stimolo necessario alla vita; esiste però un limite di resistenza, strettamente individuale, oltrepassato il quale esso diventa nocivo. Spesso si associa lo stress all'esaurimento delle energie, all'affaticamento mentale e fisico, all'ansia, a volte, addirittura come causa primaria di molte malattie e disfunzioni, considerandolo un elemento esclusivamente negativo, dimenticando che esso può assumere un ruolo fondamentale per la creazione e lo sviluppo di idee e progetti nuovi. Lo stress rappresenta anche una componente normale e necessaria della nostra esistenza che può trasformarsi in energia creativa e produrre effetti positivi. Invece, come stato di tensione, lo stress può facilmente sfuggire al nostro controllo, disturbare il nostro equilibrio, trasformandosi in un fattore negativo e pericoloso. L'equilibrio della sfera psichica degli esseri umani è stato paragonato a quello dinamico della fisica; gli stati d'ansia si susseguono agli stati di calma interiore, all'agitazione può seguire l'apatia, all'eccitazione momenti di depressione, in una continua oscillazione rispetto alla condizione ideale ed impossibile di equilibrio statico. Oggi, viviamo in una società che ci impone spesso di mantenere comportamenti controllati e che crea uno stato di conflitto interiore a volte incontrollabile. In queste situazioni diventa difficile gestire e mantenere il proprio equilibrio psicofisico, tanto da provocare ferite emotive e conseguenze dannose per il nostro organismo. L'equilibrio, in sintesi, è una vera e propria arte vitale, difficile da mantenere: equilibrio psichico e fisico sono strettamente interconnessi e qualunque deterioramento di uno si ripercuote, marcatamente sull'altro (mens sana in corpore sano). Si devono al ricercatore canadese Hans Selye le prime sistematiche descrizioni degli eventi stressanti. Occorre, quindi, distinguere lo stress fisiologico (eustress), funzionale all'incremento della capacità di adattamento del soggetto di fronte a mutamenti ambientali, da uno stress patologico (distress) che provoca l'annientamento dell'individuo, il quale, soccombe al mutamento. Lo stress fisiologico attiva una risposta facilmente reversibile e non quantitativamente eccessiva, mentre quello patologico, viceversa, induce una risposta irreversibile, in quanto sproporzionata e troppo prolungata nel tempo rispetto alle effettive risorse dell'organismo atte a sostenerlo. Selye dimostrò che qualunque stressor, cioè il fattore che induce stress, attiva una risposta fisiologica ben determinata, stereotipata e costante, di tipo neuroendocrino e si traduce nella pronta attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che comporta rilascio di ormoni che collaborano con il sistema nervoso simpatico allo scopo di stimolare l'organismo. Quando la stimolazione simpatica non è sufficiente, intervengono le surrenali. Il doppio meccanismo costituisce un fattore di sicurezza e sostituzione reciproca. Le surrenali, quindi, hanno il compito di riequilibrare lo sforzo continuo che il corpo esercita per adattarsi alle situazioni più svariate (stanchezza, superlavoro, stress emozionali o sentimentali, infezioni o malattie in genere). Di conseguenza, si inducono importanti modificazioni nei processi metabolici che portano all'aumento della glicemia, della gittata e frequenza cardiaca e del flusso venoso e tali effetti sono mediati da alfa o beta recettori. A seguito di uno stressor (fame, sete, freddo, scossa elettrica, paura, rumore, rabbia, dolore, intenso lavoro fisico e psichico ecc.), l'organismo reagisce per poter avere a disposizione una ingente quantità di energia a breve termine. Selye definì questa prima risposta come "fase di allarme". Se il fattore persiste, l'organismo entra nella "fase di adattamento", nella quale si produce il massimo sforzo in termini di attivazione neuroendocrina per far fronte alla rottura dell'equilibrio che l'evento stressante ha comportato. Se lo stato di equilibrio non si ricompone e quindi l'adattamento non si verifica, l'organismo soccombe; questa fase è detta "di esaurimento". Nelle situazioni di emergenza (emorragie, ipotermia, ipoglicemia, ipossia, ustioni o sforzo fisico intenso e protratto) si verifica un aumento della liberazione di catecolamine; la midollare surrenale è attivata particolarmente nelle condizioni di stress emozionali e la secrezione aumenta anche oltre 10 volte il lavoro a riposo.