Italiasalute.it 9.4.05
UN PACE-MAKER NELLA TESTA BATTE LA DEPRESSIONE
Per l’Istituto Superiore di Sanità la depressione colpisce il 10% della popolazione italiana, mentre nel mondo l’OMS ci dice che sono 121 milioni le persone affette da questo disturbo. In termini di anni vissuti da ammalato (Years Lived with Disability o YLD) è la malattia numero uno al mondo e nella classifica delle malattie che più accorciano la vita viene al 4° posto. Il suo peso, però, è destinato ad aumentare: per il 2020 si stima che salirà al 2° posto considerando tutta la popolazione mondiale.
Presso l’Università di Toronto il prof. Andres Lozano, ha sperimentato con successo la stimolazione cerebrale profonda, un’operazione che ha dato buoni risultati nel trattare le patologie più gravi.
In Italia l’intervento non è ancora praticato. Ma cosa ne pensano gli specialisti italiani? Ottimista il dr. Pantaleo Romanelli, Consulting Professor presso la Stanford University.” La stimolazione cerebrale profonda è un approccio altamente innovativo nella cura della depressione farmaco-resistente. L' impianto di elettrodi in specifiche regioni cerebrali ha già dimostrato una notevole efficacia in malattie come il morbo di Parkinson. Peraltro esiste una solida evidenza sperimentale che la stimolazione cerebrale possa avere un ruolo importante nella cura di disturbi psichiatrici in pazienti attentamente selezionati.”
Per il prof. Galzio, dell’Università dell’Aquila, “La Deep Brain Stimulation è una metodica neurochirurgica che prevede l'inserimento di elettrodi, attraverso dei piccoli fori di trapano praticati sul cranio, in specifici nuclei situati nella profondità del cervello. Trattasi di una tecnica utilizzata da molti anni, basata essenzialmente su studi elettrofisiologici, effettuati prima e durante l'intervento chirurgico, di comprovata efficacia nel trattamento di alcuni sintomi neurologici, come i disturbi del movimento (morbo di Parkinson, epilessia non controllabile farmacologicamente, dolore e disturbi mentali ). In particolare la tecnica descritta da Lozano appare promettente, ma richiede una verifica approfondita in un numero più ampio di malati. Questa tecnica è pur sempre una tecnica cruenta, ma è positivo il fatto che si tratta di un intervento in cui, in caso di insuccesso o effetti collaterali, l'effetto del trattamento stesso è reso reversibile dalla possibilità di interrompere la stimolazione elettrica dei nuclei cerebrali (ottenuta tramite inserimento di una pila in regione sottocutanea, come il caso dei Pace-Maker cardiaci).È da rilevare che esistono altri procedimenti chirurgici, come la stimolazione del nervo Vago, anch'essi promettenti nella cura dei sintomi da depressione maggiore.”
Un altro ottimista è il responsabile del Centro per lo Studio del Dolore, il dr. Piero Cisotto: “La Deep Brain Stimulation o Stimolazione Cerebrale Profonda è una metodica consolidata fin dagli anni '90 per il trattamento dei disturbi del movimento. In alcuni Centri del Nord Europa è attualmente dotata con ottimi risultati per il trattamento di gravi forme di disordine psichiatrico come gli stati ossessivo-compulsivi e gli stati depressivi. Il concetto alla base di tale terapia è il fatto che si sostituisce il trattamento neurolesivo quindi irreversibile con la neurostimolazione metodica reversibile. Sono stato molto favorevolmente impressionato dai risultati visti presso il Centro di Lovanio e quello di Stoccolma: Mi risulta che due impianti siano stati effettuati presso l' Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano ma che questo ha scatenato vivaci polemiche da parte di vari psichiatri con impostazione "basagliana".E' un dato di fatto che ogni giorno sulla stampa quotidiana sentiamo episodi di estrema disperazione da parte questi malati di fatto molto spesso lasciati a se stessi."
Contrario invece il prof. Di Lorenzo dell’ Università di Firenze, che ritiene l’intervento incorretto e addirittura da vietare.
Italiasalute.it 9.4.05
UNA CARICA ELETTRICA CONTRO LA DEPRESSIONE
Ci sono forme di depressione così acute, che riguardano fino al 20% dei pazienti in cura, che neanche la farmacologia più avanzata, spesso associata alla psicoterapia sono in grado di risolvere. Per questi malati si deve necessariamente ricorrere alla terapia elettroconvulsiva (meglio nota come elettroshock) che comunque può non rivelarsi di successo su alcuni pazienti. E’ proprio per questi ultimi che è stata recentemente sperimentata in Canada una nuova tecnica, rivelatasi efficace in quattro casi su sei. “ Si tratta della deep brain stimulation – stimolazione cerebrale profonda – dichiara il professor Andres Lozano, docente di neurochirurgia dell’Università di Toronto che ha realizzato l’intervento sui sei pazienti – una tecnica assai affidabile per precisione, che viene eseguita in anestesia locale. Circoscriviamo le aree sulle quali agire attraverso una tomografia, a seguito della quale pratichiamo due fori su ambo i lati del cranio dove posizioniamo dei fili di ferro (del diametro di uno spaghetto) alle cui estremità si trovano degli elettrodi. I fili vengono poi fatti passare sottocute dietro l’orecchio e fatti scendere lungo il collo. A questo punto viene praticata un’ulteriore incisione nell’area della clavicola dove si posiziona la batteria che alimenta i due elettrodi. La stimolazione che ne deriva e che permane 24 ore su 24 varia di intensità a seconda dei casi. L’automomia della carica è di cinque anni. Abbiamo sperimentatato, continua Lozano, che se si interrompe la terapia, la depressione ricompare nel giro di due settimane. I pazienti sui quali l’esperimento è riuscito hanno beneficiato di grossi miglioramenti, riscoprendo la voglia di uscire, di praticare sport, insomma di vivere, ma stiamo veramente agli inizi. Nuovi studi sul metodo ci attendo nei prossimi anni”.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 9 aprile 2005
venerdì 8 aprile 2005
Pietro Ingrao e il Prc
Liberazione 8.4.05
Gli è stata consegnata la tessera del Prc
Ingrao:«Sono tornato a casa»
Ieri Pietro Ingrao è venuto nella sede di Rifondazione Comunista dove gli è stata consegnata la tessera del Prc e dove è stato festeggiato. Pubblichiamo ampi stralci del discorso che ha pronunciato:
«Mi fa piacere il calore che ho sentito da voi, le persone come me hanno proprio tanto bisogno di calore. Vuol dire che c'è un legame vero, radicato. Allora, posso dire: "Io torno a casa"...
Caro Fausto, non ti aspettare un militante tranquillo. Io sono stato educato in modo un pochino rude, brusco, qualche volta persino un po' pesante e un po' ingiusto. Una cosa sola voglio dire: ho voluto prendere questa tessera di Rifondazione, non solo per la vicinanza che sento con i pensieri vostri, che è profonda, ma anche per un'altra ragione che non so se riesco a spiegare bene. Io credo che nella fase che stiamo vivendo ci sia bisogno di un partito: di un partito militante, cioè di una organizzazione di masse che vogliono cambiare il mondo, e di una disciplina. Ma mi pare importante anche una cosa che nel partito dove sono cresciuto non sempre c'è stata: la discussione, il confronto. Non solo il diritto al dissenso, di cui ho parlato una volta, ma anche e soprattutto la ricerca nel confronto e l'elaborazione delle differenze. Penso a una vita, nel partito, sempre "tesa", in cui ci si dice la verità l'uno con l'altro...
«I tempi sono molto duri. Ora abbiamo avuto questo bel risultato nelle elezioni regionali. Però non si lasceranno cacciar via facilmente. Nel momento in cui abbiamo compiuto questo balzo (che ha riempito di gioia più me che voi perché io non ho più tanto tempo davanti), dobbiamo sapere che la lotta nei prossimi mesi sarà molto pesante e molto dura - proprio perché questa volta sono stati sconfitti e avvertono di stare sull'orlo del baratro. Sono molto colpito dal fatto che Berlusconi sia andato a Ballarò: finora lui andava solo a certe trasmissioni garantite e a certe condizioni, parlava lui e non parlavano gli altri. E invece stavolta è andato in un luogo per lui non del tutto "sicuro". Quando personaggi come lui si sentono l'acqua alla gola, allora bisogna misurare bene il punto a cui è giunta la lotta. Io ero un pischelletto, un ragazzino, quando avvennero altri scontri di cui sentivo parlare da mio padre. Non vorrei rievocare quei momenti tristi, oggi, in questo giorno di grande gioia per tutti noi e di festa per me. Volevo solo dire: siamo a questo punto della lotta. Quel tale l'abbiamo - l'avete - stanato, è dovuto uscire dalla sua prepotenza, misurarsi. Mi pare che se la sia cavata male. Ma guai a sottovalutare la sfida che ci aspetta.
«Prendendo la tessera di Rifondazione comunista ho voluto dire che proprio questo era il punto a cui si era arrivati. A questo punto, anche i vecchiacci, direbbero al mio paese, anche i novantenni come me non possono più starsene seduti sulla seggiola di casa: in un qualche modo, e per quello che possono, devono scendere per strada. Però scendere insieme, e combinando questa discesa con la discussione, il confronto e la ricerca. "Rifondazione comunista" è una espressione, da un certo punto di vista, molto bella: caro Fausto, ti ricordi che io e te abbiamo tentato fino all'ultimo di non arrivarci, a questo passo? Poi, abbiamo dovuto farlo. Rifondazione, sì, è una pagina dal titolo molto, molto ambizioso. E poi sulla nostra bocca sono venute, non per caso, delle altre parole comuni: pace e non violenza. Pensate che impresa, che cavolo di roba ci siamo messi in testa: rifondare nella pace! Guardate che stiamo davvero inventando. Nemmeno Carlo Marx diceva queste due parole insieme: rifondare nella pace. Chissà se è possibile. Però, quando vedo qui dentro tutta questa gente, ecco spero ancora che sia possibile. Caro Fausto, voi tutti amici di Rifondazione, questa è la prova: o ce la mettiamo tutta o verranno tempi bui, tristi. Bisognerà anche riflettere su un risultato bellissimo, in Puglia, e un altro risultato, anch'esso nostro, che però va in un'altra direzione: proprio come se stessimo su di un orlo da cui si possono fare cose bellissime e cose meno belle. Io proprio mi auguro che si facciano cose bellissime. E che da vecchiaccio io possa ancora imparare, apprendere, dalle masse come si diceva ai tempi nostri, e per cacciare questo potere. Masse e potere, come dicevamo e, aggiungerei: invenzione».
Gli è stata consegnata la tessera del Prc
Ingrao:«Sono tornato a casa»
Ieri Pietro Ingrao è venuto nella sede di Rifondazione Comunista dove gli è stata consegnata la tessera del Prc e dove è stato festeggiato. Pubblichiamo ampi stralci del discorso che ha pronunciato:
«Mi fa piacere il calore che ho sentito da voi, le persone come me hanno proprio tanto bisogno di calore. Vuol dire che c'è un legame vero, radicato. Allora, posso dire: "Io torno a casa"...
Caro Fausto, non ti aspettare un militante tranquillo. Io sono stato educato in modo un pochino rude, brusco, qualche volta persino un po' pesante e un po' ingiusto. Una cosa sola voglio dire: ho voluto prendere questa tessera di Rifondazione, non solo per la vicinanza che sento con i pensieri vostri, che è profonda, ma anche per un'altra ragione che non so se riesco a spiegare bene. Io credo che nella fase che stiamo vivendo ci sia bisogno di un partito: di un partito militante, cioè di una organizzazione di masse che vogliono cambiare il mondo, e di una disciplina. Ma mi pare importante anche una cosa che nel partito dove sono cresciuto non sempre c'è stata: la discussione, il confronto. Non solo il diritto al dissenso, di cui ho parlato una volta, ma anche e soprattutto la ricerca nel confronto e l'elaborazione delle differenze. Penso a una vita, nel partito, sempre "tesa", in cui ci si dice la verità l'uno con l'altro...
«I tempi sono molto duri. Ora abbiamo avuto questo bel risultato nelle elezioni regionali. Però non si lasceranno cacciar via facilmente. Nel momento in cui abbiamo compiuto questo balzo (che ha riempito di gioia più me che voi perché io non ho più tanto tempo davanti), dobbiamo sapere che la lotta nei prossimi mesi sarà molto pesante e molto dura - proprio perché questa volta sono stati sconfitti e avvertono di stare sull'orlo del baratro. Sono molto colpito dal fatto che Berlusconi sia andato a Ballarò: finora lui andava solo a certe trasmissioni garantite e a certe condizioni, parlava lui e non parlavano gli altri. E invece stavolta è andato in un luogo per lui non del tutto "sicuro". Quando personaggi come lui si sentono l'acqua alla gola, allora bisogna misurare bene il punto a cui è giunta la lotta. Io ero un pischelletto, un ragazzino, quando avvennero altri scontri di cui sentivo parlare da mio padre. Non vorrei rievocare quei momenti tristi, oggi, in questo giorno di grande gioia per tutti noi e di festa per me. Volevo solo dire: siamo a questo punto della lotta. Quel tale l'abbiamo - l'avete - stanato, è dovuto uscire dalla sua prepotenza, misurarsi. Mi pare che se la sia cavata male. Ma guai a sottovalutare la sfida che ci aspetta.
«Prendendo la tessera di Rifondazione comunista ho voluto dire che proprio questo era il punto a cui si era arrivati. A questo punto, anche i vecchiacci, direbbero al mio paese, anche i novantenni come me non possono più starsene seduti sulla seggiola di casa: in un qualche modo, e per quello che possono, devono scendere per strada. Però scendere insieme, e combinando questa discesa con la discussione, il confronto e la ricerca. "Rifondazione comunista" è una espressione, da un certo punto di vista, molto bella: caro Fausto, ti ricordi che io e te abbiamo tentato fino all'ultimo di non arrivarci, a questo passo? Poi, abbiamo dovuto farlo. Rifondazione, sì, è una pagina dal titolo molto, molto ambizioso. E poi sulla nostra bocca sono venute, non per caso, delle altre parole comuni: pace e non violenza. Pensate che impresa, che cavolo di roba ci siamo messi in testa: rifondare nella pace! Guardate che stiamo davvero inventando. Nemmeno Carlo Marx diceva queste due parole insieme: rifondare nella pace. Chissà se è possibile. Però, quando vedo qui dentro tutta questa gente, ecco spero ancora che sia possibile. Caro Fausto, voi tutti amici di Rifondazione, questa è la prova: o ce la mettiamo tutta o verranno tempi bui, tristi. Bisognerà anche riflettere su un risultato bellissimo, in Puglia, e un altro risultato, anch'esso nostro, che però va in un'altra direzione: proprio come se stessimo su di un orlo da cui si possono fare cose bellissime e cose meno belle. Io proprio mi auguro che si facciano cose bellissime. E che da vecchiaccio io possa ancora imparare, apprendere, dalle masse come si diceva ai tempi nostri, e per cacciare questo potere. Masse e potere, come dicevamo e, aggiungerei: invenzione».
autismo
Il Tempo Abruzzo 8.4.05
Nel Castello si parla di autismo
Convegno di pediatria all’Aquila con la partecipazione dei maggiori esperti
L’AQUILA — Tra le disabilità più gravi esistenti, quasi devavastanti, viene indicato l’autismo, una patologia che consiste nella impossibilità di avere normali relazioni sociali per l’inesistente o quasi sviluppo di un’adeguata comunicazione sia verbale che mimico-gestuale. E su questa patologia, meglio sul tema «Diagnosi ed intervento precoce nei disturbi dello spettro autistico», si svolegrà domani, presso il Castello Cinquecentesco dell’Aquila, il convegno che vedrà la partecipazione dei maggiori esperti italiani sulle modalità più opportune di intervento in questa complessa patologia. E ieri mattina, presso la Carispaq, è stato illustrato il convegno dalla dott.ssa Antonella Santilli (presidente dell’Associazione pediatri aquilani Apaq), dal dott. Danilo D’Antimo, responsabile scientifico del convegno e dal dott. Renato Cerbo, neuropsichiatra infantile presso l’Università dell’Aquila e che dirige il Centro Regionale per le psicosi infantili che ha già attivato un programma di prevenzione. In sintesi, nella presentazione dell’importante convegno, si è sottolineata l’importanza dell’integrazione e della formazione sul territorio in una sinergia che abbracci Asl, Università, medici pediatri e soprattutto le famiglie. Scoprire prima dei tre anni la patologia può regalare qualche speranza in più di reinserire, nell’età adulta, l’autistico nel tessuto sociale. Chiaramente i disturmbi legati a questa patologia sono di varia natura e per alcuni, proprio con la sinergia appena indicata, si può arrivare al minimo a regalre il linguaggio. Ma siamo sempre nel campo delle cosiddette terapie complementari. Gli studi e le ricerche portate avanti, grandi passi non li hanno effettuati. È emerso solo, e non è poca cosa, l’importanza si diagnosticare, secondo appositi test, la patologia prima dei 3 anni di età per un recupero almeno parziale del malato. In questa sede va sottolineato come l’Apaq nel capoluogo abbia fatto in appena tre anni passi da gigante e che con l’ambulatorio attivato dal Centro regionale rappresenta oggi un punto di riferimento per l’intera regione. Va detto ancora che i casi di autismo sono purtroppo ancora elevati: le statistiche parlano di un caso su mille nati, Non è poco ed è giusto confrontarsi scientificamente su questa patologia, un handicap che si protae, se non diagnosticata precocemente, per tutta la vita.
Nel Castello si parla di autismo
Convegno di pediatria all’Aquila con la partecipazione dei maggiori esperti
L’AQUILA — Tra le disabilità più gravi esistenti, quasi devavastanti, viene indicato l’autismo, una patologia che consiste nella impossibilità di avere normali relazioni sociali per l’inesistente o quasi sviluppo di un’adeguata comunicazione sia verbale che mimico-gestuale. E su questa patologia, meglio sul tema «Diagnosi ed intervento precoce nei disturbi dello spettro autistico», si svolegrà domani, presso il Castello Cinquecentesco dell’Aquila, il convegno che vedrà la partecipazione dei maggiori esperti italiani sulle modalità più opportune di intervento in questa complessa patologia. E ieri mattina, presso la Carispaq, è stato illustrato il convegno dalla dott.ssa Antonella Santilli (presidente dell’Associazione pediatri aquilani Apaq), dal dott. Danilo D’Antimo, responsabile scientifico del convegno e dal dott. Renato Cerbo, neuropsichiatra infantile presso l’Università dell’Aquila e che dirige il Centro Regionale per le psicosi infantili che ha già attivato un programma di prevenzione. In sintesi, nella presentazione dell’importante convegno, si è sottolineata l’importanza dell’integrazione e della formazione sul territorio in una sinergia che abbracci Asl, Università, medici pediatri e soprattutto le famiglie. Scoprire prima dei tre anni la patologia può regalare qualche speranza in più di reinserire, nell’età adulta, l’autistico nel tessuto sociale. Chiaramente i disturmbi legati a questa patologia sono di varia natura e per alcuni, proprio con la sinergia appena indicata, si può arrivare al minimo a regalre il linguaggio. Ma siamo sempre nel campo delle cosiddette terapie complementari. Gli studi e le ricerche portate avanti, grandi passi non li hanno effettuati. È emerso solo, e non è poca cosa, l’importanza si diagnosticare, secondo appositi test, la patologia prima dei 3 anni di età per un recupero almeno parziale del malato. In questa sede va sottolineato come l’Apaq nel capoluogo abbia fatto in appena tre anni passi da gigante e che con l’ambulatorio attivato dal Centro regionale rappresenta oggi un punto di riferimento per l’intera regione. Va detto ancora che i casi di autismo sono purtroppo ancora elevati: le statistiche parlano di un caso su mille nati, Non è poco ed è giusto confrontarsi scientificamente su questa patologia, un handicap che si protae, se non diagnosticata precocemente, per tutta la vita.
Umberto Veronesi
La Provincia 8.4.05
La scelta
L'ex ministro Veronesi non ha dubbi: «Sicuramente andrò a votare»
ROMA - «Assolutamente sì »: ha risposto così il professor Umberto Veronesi, a margine della conferenza sul futuro della nostra salute che ha tenuto a Milano, quando gli è stato chiesto se andrà a votare per il referendum sulla procreazione. L'ex ministro della Salute è favorevole a norme meno restrittive sulla ricerca nel campo delle cellule staminali come quelle introdotte dalla legge varata dal governo.
La scelta
L'ex ministro Veronesi non ha dubbi: «Sicuramente andrò a votare»
ROMA - «Assolutamente sì »: ha risposto così il professor Umberto Veronesi, a margine della conferenza sul futuro della nostra salute che ha tenuto a Milano, quando gli è stato chiesto se andrà a votare per il referendum sulla procreazione. L'ex ministro della Salute è favorevole a norme meno restrittive sulla ricerca nel campo delle cellule staminali come quelle introdotte dalla legge varata dal governo.
Rita Levi Montalcini
adnkronos salute 8.4.05
NEUROLOGIA: GIOVEDÌ A MODENA CONVEGNO CON RITA LEVI MONTALCINI
Modena, 8 apr. (Adnkronos Salute) - C'e' anche Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina nel 1986, tra i relatori del convegno ''Nuove frontiere nello studio del cervello umano e delle sue patologie'', in programma giovedi' 14 aprile all'università di Modena. L'evento è promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, con il patrocinio della Facoltà di Medicina e chirurgia dell'universita0 di Modena e Reggio Emilia.
NEUROLOGIA: GIOVEDÌ A MODENA CONVEGNO CON RITA LEVI MONTALCINI
Modena, 8 apr. (Adnkronos Salute) - C'e' anche Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina nel 1986, tra i relatori del convegno ''Nuove frontiere nello studio del cervello umano e delle sue patologie'', in programma giovedi' 14 aprile all'università di Modena. L'evento è promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, con il patrocinio della Facoltà di Medicina e chirurgia dell'universita0 di Modena e Reggio Emilia.
depressione
un convegno di neuroscienze a Pisa
Adnkronos Salute 8.4.05
CERVELLO: I NEUROSCIENZIATI, LA DEPRESSIONE NE RIDUCE IL VOLUME
Pisa 8 apr. (Adnkronos Salute) - La depressione riduce il volume del cervello.Ma cure adeguate permettono il recupero del danno, oltre a migliorare le condizioni cliniche del paziente. Lo confermano studi condotti per oltre un decennio nei principali centri di ricerca di Stati Uniti, Canada, Inghilterra ed Italia, e i cui risultati saranno illustrati oggi a Pisa nel corso 'Simposio sulla neuroplasticità e i disturbi dell'umore' , in corso nella città toscana presso l'area di ricerca del Cnr. Un incontro che riunisce oltre 400 esperti internazionali- provenienti da Stati Uniti ed Europa - con l'obiettivo di "fare il punto sullo stato dell'arte di una delle più importanti scoperte delle neuroscienze dell'ultimo decennio: la plasticità del cervello". "Il cervello era ritenuto fino a pochi anni fa un organo stabile ed immutabile'', afferma Armando Piccinni, del Dipartimento di Psichiatria dell'università di Pisa, che insieme a Luciano Domenici, dell'Istituto neuroscienze Cnr, ha coordinato gli studi italiani sugli effetti della depressione. ''Si pensava - continua - che il patrimonio di cellule nervose ricevuto alla nascita potesse, con il passare degli anni, soltanto diminuire. Oggi sappiamo, grazie agli studi sulla plasticità nervosa, che il nostro cervello nel corso della vita va incontro ad un continuo rimaneggiamento delle sue strutture attraverso processi continui di rimodellamento''. Si è scoperto così, attraverso ''sofisticati studi di neuroradologia - continua l'esperto - che alcune aree cerebrali diminuiscono di volume in presenza di alcune patologie, come la depressione. Il trattamento di questi disturbi determina, oltre ad un miglioramento clinico, anche il recupero del danno morfologico”. “I fenomeni di plasticità nervosa - aggiunge Luciano Domenici- sono governati da proteine, denominate fattori neurotrofici, che in persone con alcuni disturbi neuropsichiatrici, tra cui quelli dell'umore, risultano ridotte rispetto agli individui sani''. I fattori neurotrofici, però, ''non si modificano solo in condizioni di patologia - conclude l'esperto - ma sono aumentati in particolari condizioni fisiologiche come la dieta ipocalorica e l'esercizio fisico. Quindi anche lo stile di vita appare importante per prevenire lo sviluppo di gravi malattie del cervello” . (Com-Ram/Adnkronos Salute)
CERVELLO: I NEUROSCIENZIATI, LA DEPRESSIONE NE RIDUCE IL VOLUME
Pisa 8 apr. (Adnkronos Salute) - La depressione riduce il volume del cervello.Ma cure adeguate permettono il recupero del danno, oltre a migliorare le condizioni cliniche del paziente. Lo confermano studi condotti per oltre un decennio nei principali centri di ricerca di Stati Uniti, Canada, Inghilterra ed Italia, e i cui risultati saranno illustrati oggi a Pisa nel corso 'Simposio sulla neuroplasticità e i disturbi dell'umore' , in corso nella città toscana presso l'area di ricerca del Cnr. Un incontro che riunisce oltre 400 esperti internazionali- provenienti da Stati Uniti ed Europa - con l'obiettivo di "fare il punto sullo stato dell'arte di una delle più importanti scoperte delle neuroscienze dell'ultimo decennio: la plasticità del cervello". "Il cervello era ritenuto fino a pochi anni fa un organo stabile ed immutabile'', afferma Armando Piccinni, del Dipartimento di Psichiatria dell'università di Pisa, che insieme a Luciano Domenici, dell'Istituto neuroscienze Cnr, ha coordinato gli studi italiani sugli effetti della depressione. ''Si pensava - continua - che il patrimonio di cellule nervose ricevuto alla nascita potesse, con il passare degli anni, soltanto diminuire. Oggi sappiamo, grazie agli studi sulla plasticità nervosa, che il nostro cervello nel corso della vita va incontro ad un continuo rimaneggiamento delle sue strutture attraverso processi continui di rimodellamento''. Si è scoperto così, attraverso ''sofisticati studi di neuroradologia - continua l'esperto - che alcune aree cerebrali diminuiscono di volume in presenza di alcune patologie, come la depressione. Il trattamento di questi disturbi determina, oltre ad un miglioramento clinico, anche il recupero del danno morfologico”. “I fenomeni di plasticità nervosa - aggiunge Luciano Domenici- sono governati da proteine, denominate fattori neurotrofici, che in persone con alcuni disturbi neuropsichiatrici, tra cui quelli dell'umore, risultano ridotte rispetto agli individui sani''. I fattori neurotrofici, però, ''non si modificano solo in condizioni di patologia - conclude l'esperto - ma sono aumentati in particolari condizioni fisiologiche come la dieta ipocalorica e l'esercizio fisico. Quindi anche lo stile di vita appare importante per prevenire lo sviluppo di gravi malattie del cervello” . (Com-Ram/Adnkronos Salute)
Margherita Hack
L'Unità 7 Aprile 2005
Hack: «Il prossimo Papa rispetti di più i laici»
L’astrofisica: il più grande limite di Giovanni Paolo II aver vietato l’uso dei preservativi per combattere l’Aids
Rossella Battisti
ROMA È un torrente di energia, Margherita Hack, impetuosa, spontanea, allegramente vitale. E soprattutto anima laica. Per questo non le va giù quell’altolà di domenica, in quel di Jesi, quando l’astrofisica si preparava ad andare in scena con lo spettacolo «Variazioni sul cielo» e all’improvviso le porte del teatro Pergolesi sono state chiuse dal sindaco Fabiano Belcecchi in segno di lutto per la morte di papa Giovanni Paolo II. «Eh no -ripete lei, arrivata a Roma per presenziare a una conferenza all’Eliseo su filosofia e scienza-, siamo in uno stato laico e non è giusto cancellare uno spettacolo per la morte del papa».
Beh, magari voleva solo essere un segno di rispetto?
«Diciamo che è stata un’iniziativa unilaterale: la sera prima eravamo andati in scena e il giorno dopo a mezzogiorno e mezzo ci è stata comunicata questa decisione presa dal sindaco senza consultare nessuno. Lui, intanto, aveva staccato il cellulare ed era irrintracciabile. Né la sera prima si era fatto vedere a teatro o alla conferenza di presentazione dello spettacolo. E poi, io capisco sospendere il campionato perché possono accadere episodi di violenza o persino di razzismo, decisamente fuori luogo in una circostanza come questa. Ma questo spettacolo non è un varietà osceno o dissacrante: si parla delle origini dell’universo, di come siamo tutti nati da quella polvere alchemica delle stelle. Manda un messaggio di pace e di fratellanza e non capisco in che modo poteva offendere la sensibilità di qualcuno».
Come avete reagito?
«All’ora dello spettacolo ci siamo fatti trovare in piazza e abbiamo spiegato l’accaduto e dopo ci siamo riuniti in un circolo privato di cittadini dove abbiamo parlato dello spettacolo e recitato alcuni passaggi. Ma si è trattato di un sopruso: ci vuole rispetto anche per chi non è cattolico, per laici, buddisti o musulmani per i quali questo papa può non rappresentare nulla».
Le televisioni sono state anche più talebane: non si parlava altro che del papa.
«Si sa che sono in mano del Berlusca. Mi hanno detto però che su Raitre, dove resta l’ultimo residuo di libertà di parola, hanno mandato in onda un programma dove non si faceva solo agiografia ma si parlava anche dei difetti di Giovanni Paolo II».
Quali erano i suoi limiti?
«L’aver contrastato l’uso del profilattico perché strumento di contraccezione, divieto che ha provocato il diffondersi dell’Aids soprattutto in Africa. Nei confronti delle donne, poi, mi è sembrato un atteggiamento ipocrita parlare del loro genio e nello stesso tempo continuare a precludere loro di svolgere il sacerdozio, mica siamo nel Medioevo. Così la Chiesa continua a essere dominata dagli uomini nelle posizioni di potere. Certo, è stato un papa che ha cercato il dialogo fra le religioni, ma non ha avuto la grandezza e l’incisività di un Giovanni XXIII che ha davvero fatto la differenza durante la guerra fredda».
Cosa si aspetterebbe dal prossimo pontefice?
«A dire la verità, io non lo vorrei un altro papa, ma se proprio deve esserci che almeno rispetti di più i laici».
Non crede che ci sia una responsabilità anche degli intellettuali nel costituire una coscienza laica? Sono pochi quelli che assumono posizioni chiare e pubbliche?
«È vero, mi dicono spesso che sono coraggiosa a dire quello che dico. Ma non ci vedo un particolare coraggio a esprimere i miei pensieri. Se fossimo durante l’Inquisizione, beh allora forse neanche io parlerei per paura di una stiracchiata sulla ruota. Chissà perché questo silenzio».
Hack: «Il prossimo Papa rispetti di più i laici»
L’astrofisica: il più grande limite di Giovanni Paolo II aver vietato l’uso dei preservativi per combattere l’Aids
Rossella Battisti
ROMA È un torrente di energia, Margherita Hack, impetuosa, spontanea, allegramente vitale. E soprattutto anima laica. Per questo non le va giù quell’altolà di domenica, in quel di Jesi, quando l’astrofisica si preparava ad andare in scena con lo spettacolo «Variazioni sul cielo» e all’improvviso le porte del teatro Pergolesi sono state chiuse dal sindaco Fabiano Belcecchi in segno di lutto per la morte di papa Giovanni Paolo II. «Eh no -ripete lei, arrivata a Roma per presenziare a una conferenza all’Eliseo su filosofia e scienza-, siamo in uno stato laico e non è giusto cancellare uno spettacolo per la morte del papa».
Beh, magari voleva solo essere un segno di rispetto?
«Diciamo che è stata un’iniziativa unilaterale: la sera prima eravamo andati in scena e il giorno dopo a mezzogiorno e mezzo ci è stata comunicata questa decisione presa dal sindaco senza consultare nessuno. Lui, intanto, aveva staccato il cellulare ed era irrintracciabile. Né la sera prima si era fatto vedere a teatro o alla conferenza di presentazione dello spettacolo. E poi, io capisco sospendere il campionato perché possono accadere episodi di violenza o persino di razzismo, decisamente fuori luogo in una circostanza come questa. Ma questo spettacolo non è un varietà osceno o dissacrante: si parla delle origini dell’universo, di come siamo tutti nati da quella polvere alchemica delle stelle. Manda un messaggio di pace e di fratellanza e non capisco in che modo poteva offendere la sensibilità di qualcuno».
Come avete reagito?
«All’ora dello spettacolo ci siamo fatti trovare in piazza e abbiamo spiegato l’accaduto e dopo ci siamo riuniti in un circolo privato di cittadini dove abbiamo parlato dello spettacolo e recitato alcuni passaggi. Ma si è trattato di un sopruso: ci vuole rispetto anche per chi non è cattolico, per laici, buddisti o musulmani per i quali questo papa può non rappresentare nulla».
Le televisioni sono state anche più talebane: non si parlava altro che del papa.
«Si sa che sono in mano del Berlusca. Mi hanno detto però che su Raitre, dove resta l’ultimo residuo di libertà di parola, hanno mandato in onda un programma dove non si faceva solo agiografia ma si parlava anche dei difetti di Giovanni Paolo II».
Quali erano i suoi limiti?
«L’aver contrastato l’uso del profilattico perché strumento di contraccezione, divieto che ha provocato il diffondersi dell’Aids soprattutto in Africa. Nei confronti delle donne, poi, mi è sembrato un atteggiamento ipocrita parlare del loro genio e nello stesso tempo continuare a precludere loro di svolgere il sacerdozio, mica siamo nel Medioevo. Così la Chiesa continua a essere dominata dagli uomini nelle posizioni di potere. Certo, è stato un papa che ha cercato il dialogo fra le religioni, ma non ha avuto la grandezza e l’incisività di un Giovanni XXIII che ha davvero fatto la differenza durante la guerra fredda».
Cosa si aspetterebbe dal prossimo pontefice?
«A dire la verità, io non lo vorrei un altro papa, ma se proprio deve esserci che almeno rispetti di più i laici».
Non crede che ci sia una responsabilità anche degli intellettuali nel costituire una coscienza laica? Sono pochi quelli che assumono posizioni chiare e pubbliche?
«È vero, mi dicono spesso che sono coraggiosa a dire quello che dico. Ma non ci vedo un particolare coraggio a esprimere i miei pensieri. Se fossimo durante l’Inquisizione, beh allora forse neanche io parlerei per paura di una stiracchiata sulla ruota. Chissà perché questo silenzio».
giovedì 7 aprile 2005
revisionismo storico giapponese
Corriere della Sera 7.4.05
Un libro di testo giapponese fa insorgere Pechino e Seul.
Il «Secolo» lo difende, l’«Unità» accusa
Massacro di Nanchino, polemica italiana
Legittima «riscrittura della storia» alla luce di «nuove ricerche e documentazioni» oppure «operazione pseudoculturale» fatta per edulcorare il ricordo di violenze «marchiate a fuoco nelle carni di coloro che ne furono vittime»? Un testo scolastico divide il Giappone - accusato di voler minimizzare le atrocità commesse nella prima metà del Novecento durante la stagione dell’imperialismo - da Cina e Corea del Sud, Paesi che di quell’imperialismo fecero le spese. Gli ingredienti della polemica ci sono tutti: scambi di accuse, richieste di scuse, ambasciatori e ministri che dicono la loro in un via vai di dichiarazioni. E due quotidiani di casa nostra, l’ Unità e il Secolo d’Italia , che raccontano la vicenda. Ciascuno a suo modo. Questi i fatti: due giorni fa il Ministero dell’istruzione giapponese approva un manuale di storia contemporanea destinato alle scuole medie inferiori. Il governo sudcoreano, seguito a ruota da quello cinese, protesta per bocca del suo ambasciatore: nel testo, dicono i sudcoreani, le vicende relative all’occupazione giapponese sulla penisola coreana (1910-1945) verrebbero presentate in maniera distorta. Così come quelle legate alla guerra di aggressione del Giappone contro la Cina. Un esempio per tutti: il massacro di Nanchino del 1937, in cui persero la vita 300 mila civili cinesi brutalmente trucidati dall’Armata imperiale nipponica, sarebbe definito semplicemente un «incidente». E via dicendo, lasciando da parte gli stupri, le violenze e le migliaia di donne ridotte in schiavitù e costrette a lavorare nei bordelli dell’esercito giapponese. Ferite del passato non ancora rimarginate a cui si intrecciano tensioni di un presente incandescente, in cui gli ultranazionalisti hanno sempre maggiore influenza sul premier Koizumi e ogni momento rischia di saltare la miccia di questioni irrisolte, come quella delle isole Dokdo (Takeshima in giapponese), rivendicate sia dai giapponesi che dai coreani.
Fin qui la cronaca. Ma se la Cina è vicina tanto più lo sono le delicate questioni legate ai libri di testo e all’interpretazione del passato recente: il sospetto è che, sui quotidiani italiani, si parli di Tokio e Seul pensando ai fatti di casa nostra. Ieri l’ Unità riprendeva la vicenda chiarendo come l’intento degli ultranazionalisti giapponesi (ci sarebbero loro dietro alla vicenda) fosse quello di riscrivere la storia «mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti» e sempre ieri il Secolo d’Italia dichiarava, da tutt’altra angolazione, che questo episodio dimostrerebbe il bisogno del Giappone di «rileggere la sua storia al di là delle vulgate a senso unico», mostrando una faccia del Paese che «ha tutto il diritto di essere conosciuta dalle nuove generazioni». «Perle di falsificazione storica» da una parte, «esigenza di riaprire senza condizionamenti le pagine del passato» dall’altra. Intanto le diplomazie dei Paesi coinvolti si battono a colpi di smentite e i gruppi di ex vittime del colonialismo giapponese già si riuniscono di fronte alle ambasciate. E l’Italia è vicina.
Un libro di testo giapponese fa insorgere Pechino e Seul.
Il «Secolo» lo difende, l’«Unità» accusa
Massacro di Nanchino, polemica italiana
Legittima «riscrittura della storia» alla luce di «nuove ricerche e documentazioni» oppure «operazione pseudoculturale» fatta per edulcorare il ricordo di violenze «marchiate a fuoco nelle carni di coloro che ne furono vittime»? Un testo scolastico divide il Giappone - accusato di voler minimizzare le atrocità commesse nella prima metà del Novecento durante la stagione dell’imperialismo - da Cina e Corea del Sud, Paesi che di quell’imperialismo fecero le spese. Gli ingredienti della polemica ci sono tutti: scambi di accuse, richieste di scuse, ambasciatori e ministri che dicono la loro in un via vai di dichiarazioni. E due quotidiani di casa nostra, l’ Unità e il Secolo d’Italia , che raccontano la vicenda. Ciascuno a suo modo. Questi i fatti: due giorni fa il Ministero dell’istruzione giapponese approva un manuale di storia contemporanea destinato alle scuole medie inferiori. Il governo sudcoreano, seguito a ruota da quello cinese, protesta per bocca del suo ambasciatore: nel testo, dicono i sudcoreani, le vicende relative all’occupazione giapponese sulla penisola coreana (1910-1945) verrebbero presentate in maniera distorta. Così come quelle legate alla guerra di aggressione del Giappone contro la Cina. Un esempio per tutti: il massacro di Nanchino del 1937, in cui persero la vita 300 mila civili cinesi brutalmente trucidati dall’Armata imperiale nipponica, sarebbe definito semplicemente un «incidente». E via dicendo, lasciando da parte gli stupri, le violenze e le migliaia di donne ridotte in schiavitù e costrette a lavorare nei bordelli dell’esercito giapponese. Ferite del passato non ancora rimarginate a cui si intrecciano tensioni di un presente incandescente, in cui gli ultranazionalisti hanno sempre maggiore influenza sul premier Koizumi e ogni momento rischia di saltare la miccia di questioni irrisolte, come quella delle isole Dokdo (Takeshima in giapponese), rivendicate sia dai giapponesi che dai coreani.
Fin qui la cronaca. Ma se la Cina è vicina tanto più lo sono le delicate questioni legate ai libri di testo e all’interpretazione del passato recente: il sospetto è che, sui quotidiani italiani, si parli di Tokio e Seul pensando ai fatti di casa nostra. Ieri l’ Unità riprendeva la vicenda chiarendo come l’intento degli ultranazionalisti giapponesi (ci sarebbero loro dietro alla vicenda) fosse quello di riscrivere la storia «mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti» e sempre ieri il Secolo d’Italia dichiarava, da tutt’altra angolazione, che questo episodio dimostrerebbe il bisogno del Giappone di «rileggere la sua storia al di là delle vulgate a senso unico», mostrando una faccia del Paese che «ha tutto il diritto di essere conosciuta dalle nuove generazioni». «Perle di falsificazione storica» da una parte, «esigenza di riaprire senza condizionamenti le pagine del passato» dall’altra. Intanto le diplomazie dei Paesi coinvolti si battono a colpi di smentite e i gruppi di ex vittime del colonialismo giapponese già si riuniscono di fronte alle ambasciate. E l’Italia è vicina.
il professor Boncinelli
La Provincia 7.4.05
Fu rigido in bioetica
Edoardo Boncinelli
Direttore del laboratorio di Biologia molecolare dello sviluppo all'ospedale San Raffaele di Milano
Nel corso di questo lungo pontificato, Giovanni Paolo II si è trovato spesso ad affrontare questioni vicine al dominio della scienza. E molti, da quello che leggo e sento, sono convinti che il Papa abbia aperto, per certi aspetti, alle innovazioni in questo campo. Dal mio punto di vista, Wojtyla ha riabilitato alcune idee soltanto: ad esempio, ha ammesso ufficialmente che la Chiesa crede nella teoria dell'evoluzione biologica. Però ha aggiunto che all'origine dell'uomo c'è stato un «salto ontologico». Questa «apertura» mi ha colpito, anche se non riesco a comprendere, da scienziato, che cosa sia un «salto ontologico». Nella sostanza, dunque, mi sembra di poter dire che non è cambiato nulla. Di certo non vi è stata nessuna apertura, in questi 26 anni di pontificato, nel dibattito sugli embrioni. Semmai abbiamo assistito a un irrigidimento di limiti già esistenti, perchè nelle Scritture e nella tradizione tomista non c'è un solo passaggio in cui si dica esplicitamente che l'anima esiste a partire dal concepimento. Molto chiuso anche l'atteggiamento sull'uso del preservativo contro l'Aids: da una parte ciò può sembrare comprensibile in una prospettiva fortemente cattolica, ma dall'altro lascia aperta la questione della vita altrui da tutelare... Un po' mi ha stupito, invece, quanto la Chiesa si sia mostrata aperta e riflessiva sugli Ogm.
Fu rigido in bioetica
Edoardo Boncinelli
Direttore del laboratorio di Biologia molecolare dello sviluppo all'ospedale San Raffaele di Milano
Nel corso di questo lungo pontificato, Giovanni Paolo II si è trovato spesso ad affrontare questioni vicine al dominio della scienza. E molti, da quello che leggo e sento, sono convinti che il Papa abbia aperto, per certi aspetti, alle innovazioni in questo campo. Dal mio punto di vista, Wojtyla ha riabilitato alcune idee soltanto: ad esempio, ha ammesso ufficialmente che la Chiesa crede nella teoria dell'evoluzione biologica. Però ha aggiunto che all'origine dell'uomo c'è stato un «salto ontologico». Questa «apertura» mi ha colpito, anche se non riesco a comprendere, da scienziato, che cosa sia un «salto ontologico». Nella sostanza, dunque, mi sembra di poter dire che non è cambiato nulla. Di certo non vi è stata nessuna apertura, in questi 26 anni di pontificato, nel dibattito sugli embrioni. Semmai abbiamo assistito a un irrigidimento di limiti già esistenti, perchè nelle Scritture e nella tradizione tomista non c'è un solo passaggio in cui si dica esplicitamente che l'anima esiste a partire dal concepimento. Molto chiuso anche l'atteggiamento sull'uso del preservativo contro l'Aids: da una parte ciò può sembrare comprensibile in una prospettiva fortemente cattolica, ma dall'altro lascia aperta la questione della vita altrui da tutelare... Un po' mi ha stupito, invece, quanto la Chiesa si sia mostrata aperta e riflessiva sugli Ogm.
per la data del referendum
La Provincia 7.4.05
L'annuncio Procreazione, referendum a giugno Insorgono Radicali e centrosinistra
ROMA - Centrosinistra e Radicali insorgono dopo l'annuncio (per la verità non troppo a sorpresa) da parte del governo che il referendum sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale si terrà giocoforza a giugno. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi durante il «question time» alla Camera, spiega che, visto che la legge prevede che tra la data del decreto del presidente della Repubblica che indice il referendum e quella della consultazione popolare devono passare almeno 50 giorni, le domeniche ancora disponibili sono quelle del 29 maggio, del 5 e del 12 giugno. La prima, però, è preclusa perchè avranno luogo i ballottaggi delle amministrative in Sicilia e «non esiste alcuna disposizione che disciplini l'abbinamento tra referendum ed elezioni». Una «scusa r-i-s-i-b-i-l-e», è la replica al vetriolo dei Radicali. «Mi pare - attacca il segretario del partito Daniele Capezzone - che, contro ogni ragionevolezza, i Giovanardi e i Buttiglione stiano trascinando il governo da una disfatta (quella elettorale) a un'altra disfatta (quella referendaria)». Con i Radicali si schierano tutte le forze politiche che hanno raccolto quest'estate le firme per i quattro quesiti parzialmente abrogativi della legge 40. Ds in primis. «Si tratta di una scelta scellerata» attacca Franco Grillini della Quercia. Difende la scelta del governo Riccardo Pedrizzi, presidente della consulta etico-religiosa di An.
Aprileonline.info 7.4.05
Fecondazione: i Comitati promotori del referendum oggi dal premier
Una delegazione dei Comitati promotori dei referendum sulla procreazione assistita sarà ricevuta questa mattina a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L'incontro era stato richiesto dai promotori della consultazione per discutere della data in cui verrà fissato il voto. A Palazzo Chigi i promotori dei referendum sulla legge 40 saranno rappresentati dai parlamentari Antonio Del Pennino (Pri), Lanfranco Turci (DS), Vittoria Franco (DS), Barbara Pollastrini (DS), Katia Zanotti (DS), Rita Bernardini (Radicali) e Monica Soldano. "Al presidente del Consiglio intendiamo ribadire -spiega il senatore Lanfranco Turci - che continuiamo a considerare il 29 maggio l'unica data "equa" e utile a consentire una piena ed effettiva partecipazione degli italiani al voto. Siamo convinti che sia ancora possibile scegliere quella data e intendiamo illustrare a Berlusconi il nostro punto di vista".
L'annuncio Procreazione, referendum a giugno Insorgono Radicali e centrosinistra
ROMA - Centrosinistra e Radicali insorgono dopo l'annuncio (per la verità non troppo a sorpresa) da parte del governo che il referendum sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale si terrà giocoforza a giugno. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi durante il «question time» alla Camera, spiega che, visto che la legge prevede che tra la data del decreto del presidente della Repubblica che indice il referendum e quella della consultazione popolare devono passare almeno 50 giorni, le domeniche ancora disponibili sono quelle del 29 maggio, del 5 e del 12 giugno. La prima, però, è preclusa perchè avranno luogo i ballottaggi delle amministrative in Sicilia e «non esiste alcuna disposizione che disciplini l'abbinamento tra referendum ed elezioni». Una «scusa r-i-s-i-b-i-l-e», è la replica al vetriolo dei Radicali. «Mi pare - attacca il segretario del partito Daniele Capezzone - che, contro ogni ragionevolezza, i Giovanardi e i Buttiglione stiano trascinando il governo da una disfatta (quella elettorale) a un'altra disfatta (quella referendaria)». Con i Radicali si schierano tutte le forze politiche che hanno raccolto quest'estate le firme per i quattro quesiti parzialmente abrogativi della legge 40. Ds in primis. «Si tratta di una scelta scellerata» attacca Franco Grillini della Quercia. Difende la scelta del governo Riccardo Pedrizzi, presidente della consulta etico-religiosa di An.
Aprileonline.info 7.4.05
Fecondazione: i Comitati promotori del referendum oggi dal premier
Una delegazione dei Comitati promotori dei referendum sulla procreazione assistita sarà ricevuta questa mattina a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L'incontro era stato richiesto dai promotori della consultazione per discutere della data in cui verrà fissato il voto. A Palazzo Chigi i promotori dei referendum sulla legge 40 saranno rappresentati dai parlamentari Antonio Del Pennino (Pri), Lanfranco Turci (DS), Vittoria Franco (DS), Barbara Pollastrini (DS), Katia Zanotti (DS), Rita Bernardini (Radicali) e Monica Soldano. "Al presidente del Consiglio intendiamo ribadire -spiega il senatore Lanfranco Turci - che continuiamo a considerare il 29 maggio l'unica data "equa" e utile a consentire una piena ed effettiva partecipazione degli italiani al voto. Siamo convinti che sia ancora possibile scegliere quella data e intendiamo illustrare a Berlusconi il nostro punto di vista".
la lingua italiana
Il Tempo 6.4.05
Alla ricerca dell’italiano perduto
Gli studiosi denunciano la fine della scrittura e del dialogo.
Si rischia l’analfabetismo di ritorno.
La lingua umiliata dalla crisi della scuola e dalle tecnologie
di GIUSEPPE AMOROSO
IN PRINCIPIO era la parola. Ora stenta, dopo tutto, ultima. C’era la scuola. Ormai finge di esistere, sommersa dal dilagante analfabetismo di ritorno. Il sistema telematico, dal canto suo, continua a sedurre gli smarriti esuli dell’istruzione: convinti di essere toccati dalla grazia, hanno fra le mani soltanto uno strumento. Sparita quasi la parola scritta, si aspira a dissiparne la memoria. La demolizione dell’intero ciclo scolastico, con conseguente scomparsa dell’esame di maturità (ogni estate, nella luce complice, si celebra una triste parodia) e con la nascita della laurea nana, innalzata al nebuloso biennio, ha condannato senza appello la conoscenza e il culto della parola nel suo infinito creare la realtà in sintonia con l’onda del pensiero. Molti giovani, liberi nel loro sterminato tempo libero, non avvertono più il bisogno di interpretare i segni del linguaggio e ne decretano così anche la fine delle strutture. Insieme, va via l’amore dello scrivere che è, secondo Raffaele Crovi, «un modo per esercitare la nostra curiosità verso la vita (e la curiosità verso è una riconquista della gioventù)». L’oggi non ha vertigini, disancorato dalle sue radici. Oscura e accende il mondo con lo zapping. Circola un lessico esiguo, omologato e modesto, appena sufficiente per la sopravvivenza. C’è chi nello schermo freddo di un computer crede di vedere il secondo orizzonte delle cose e chi trova nel meccanico tasto di un cellulare (relitto rumoroso dell’infanzia) l’occasione di rendere fisica l’anima. E siamo in un gotico incubo di emoticons. Certo, qualcuno sfugge all’occhiuta virtù di queste forme vane i cui molti guasti non finiscono qui: dall’e-mail alla chat e una cascata di linguaggi automatici, simbolici talora fino all’osso, talaltra eloquenti e macroscopici (dal computerese all’internettese). Abbreviati segnali crocifissi, trascrizioni fonetiche alla buona, ideofoni fumettistici, ellissi senza fantasmi e senza poesia sono scheletri inumati in una piccola bara luminosa, in un’enfatica teca del silenzio. Impastati di presente, ecco i messaggi dentro il loro covo, con la risposta già confezionata, esempio di scrittura «ridondante», «affrettata» (Luca Serianni), che protrae l’inganno di un dialogo muto, senza neppure l’alibi di un sogno, La tenuta del vocabolario è sempre uguale: stereotipa, incollata sulla cronaca spicciola, consapevole del suo effimero tragitto. Ed è la consapevolezza misera che «non c’è più niente da imparare, tutto da fare» (Vittorino Andreoli). Il teatro che accoglie il tessuto della comunicazione odierna - specialmente nella funzione banale di sostituire lo scambio epistolare di una volta - ha un che di metafisico, schiaccia il vasto universo in un segmento labile, in un limbo burocratico. Una deriva dei sentimenti dove vite di supplenza si riconoscono attraverso impulsi elettrici, in questo nostro tempo che non legge ma guarda senza fine uno spettacolo. «Stiamo uccidendo la nostra capacità di esprimerci — osserva Rosa Alberoni — e lo facciamo senza porre alcuna resistenza, come fossimo ipnotizzati». È un trionfo degli ideogrammi totalitari: si agitano nei lucidi quadranti delle attese prive di tremori, forse per meglio sperdersi e svanire, fossilizzati in parentesi, cancelletti, chiocciole, trattini, punti di sospensione e di domanda, frecce, siparietti di lettere obsolete, ghiribizzi geometrici del vuoto. Si tende ad avvicinare la parola scritta a quella orale e si azzera il veicolo della gestualità, dell’appoggio paralinguistico. Accade inoltre che i grafici del messaggio elettronico, e l’isterilita lingua quotidiana, consumino la residua cifra di calore della nostra società massificata. All’interno di un transitorio vivere correndo, senza ricordi, senza paesaggi, è una società afasica, indifferente a qualsiasi risorsa verbale che non sia di conforto immediato, di appagamento del corpo. Sotto questo magma curiosamente si cela una sorta di narcisismo, la retorica della sciatteria. Vale a dirci: l’insipienza esibita come trofeo. Naufragano l’intesa con il mistero, le tensioni del colloquio tra due presenze, la liturgia di un discorso compiuto, la scherma tra culture. Non esistono più slittamenti di senso e reticenze e il terrore della pagina bianca. Gli sms, con tutto un corredo di violazioni grammaticali, sintattiche e ortografiche, di cui non è prevista nemmeno la correzione, corrono interamente il loro minuscolo territorio e fanno la conta dei graffiti. E intanto arriva la malinconia per la perdita del piacere di un libro letto come segreto tenuto gelosamente dentro (Daniel Pennac). Assaporato lontano dall’invasione televisiva e consumistica. Il rifiuto della parola che sembrano «avere un corpo, una vita» (Roberto Vecchioni) manda al rogo i libri e bandisce il romanzesco mondo della storia. In nome della frenetica velocità si spegne la luce sulla fatica della ricerca. Nella scuola irrompono crediti e debiti, progetti e recuperi, percorsi e accoglienze e moduli. Esce il corpo estraneo dello studio, subentra un ventaglio di attività ludiche. E sparisce un altro elemento di disturbo, la prova scritta di italiano, in favore di «dieci pagine fotocopiate da leggere prima di scrivere solo un rigo». Amara, Paola Mastrocola la denuncia, in La scuola raccontata al mio cane, l’irreale situazione degli «studenti liquidi». E ricorda Paul Valéry il quale «affermava che, quando usiamo un linguaggio comunicativo, noi veniamo immediatamente capiti, e proprio in quella comprensione le nostre parole periscono». Il linguaggio dell’oggi dice spesso una sola cosa e quindi esige una risposta sola. Noi abbiamo però bisogno di uno spettro più largo di parole (ma non inquinato dagli anglicismi d’accatto che trasformano l’Italia nel Bel Paese ove l’ok suona) in grado di convocare altre parole vive, per andare più in là di quel confine in cui si ferma il grigio appiattimento dello spirito.
Alla ricerca dell’italiano perduto
Gli studiosi denunciano la fine della scrittura e del dialogo.
Si rischia l’analfabetismo di ritorno.
La lingua umiliata dalla crisi della scuola e dalle tecnologie
di GIUSEPPE AMOROSO
IN PRINCIPIO era la parola. Ora stenta, dopo tutto, ultima. C’era la scuola. Ormai finge di esistere, sommersa dal dilagante analfabetismo di ritorno. Il sistema telematico, dal canto suo, continua a sedurre gli smarriti esuli dell’istruzione: convinti di essere toccati dalla grazia, hanno fra le mani soltanto uno strumento. Sparita quasi la parola scritta, si aspira a dissiparne la memoria. La demolizione dell’intero ciclo scolastico, con conseguente scomparsa dell’esame di maturità (ogni estate, nella luce complice, si celebra una triste parodia) e con la nascita della laurea nana, innalzata al nebuloso biennio, ha condannato senza appello la conoscenza e il culto della parola nel suo infinito creare la realtà in sintonia con l’onda del pensiero. Molti giovani, liberi nel loro sterminato tempo libero, non avvertono più il bisogno di interpretare i segni del linguaggio e ne decretano così anche la fine delle strutture. Insieme, va via l’amore dello scrivere che è, secondo Raffaele Crovi, «un modo per esercitare la nostra curiosità verso la vita (e la curiosità verso è una riconquista della gioventù)». L’oggi non ha vertigini, disancorato dalle sue radici. Oscura e accende il mondo con lo zapping. Circola un lessico esiguo, omologato e modesto, appena sufficiente per la sopravvivenza. C’è chi nello schermo freddo di un computer crede di vedere il secondo orizzonte delle cose e chi trova nel meccanico tasto di un cellulare (relitto rumoroso dell’infanzia) l’occasione di rendere fisica l’anima. E siamo in un gotico incubo di emoticons. Certo, qualcuno sfugge all’occhiuta virtù di queste forme vane i cui molti guasti non finiscono qui: dall’e-mail alla chat e una cascata di linguaggi automatici, simbolici talora fino all’osso, talaltra eloquenti e macroscopici (dal computerese all’internettese). Abbreviati segnali crocifissi, trascrizioni fonetiche alla buona, ideofoni fumettistici, ellissi senza fantasmi e senza poesia sono scheletri inumati in una piccola bara luminosa, in un’enfatica teca del silenzio. Impastati di presente, ecco i messaggi dentro il loro covo, con la risposta già confezionata, esempio di scrittura «ridondante», «affrettata» (Luca Serianni), che protrae l’inganno di un dialogo muto, senza neppure l’alibi di un sogno, La tenuta del vocabolario è sempre uguale: stereotipa, incollata sulla cronaca spicciola, consapevole del suo effimero tragitto. Ed è la consapevolezza misera che «non c’è più niente da imparare, tutto da fare» (Vittorino Andreoli). Il teatro che accoglie il tessuto della comunicazione odierna - specialmente nella funzione banale di sostituire lo scambio epistolare di una volta - ha un che di metafisico, schiaccia il vasto universo in un segmento labile, in un limbo burocratico. Una deriva dei sentimenti dove vite di supplenza si riconoscono attraverso impulsi elettrici, in questo nostro tempo che non legge ma guarda senza fine uno spettacolo. «Stiamo uccidendo la nostra capacità di esprimerci — osserva Rosa Alberoni — e lo facciamo senza porre alcuna resistenza, come fossimo ipnotizzati». È un trionfo degli ideogrammi totalitari: si agitano nei lucidi quadranti delle attese prive di tremori, forse per meglio sperdersi e svanire, fossilizzati in parentesi, cancelletti, chiocciole, trattini, punti di sospensione e di domanda, frecce, siparietti di lettere obsolete, ghiribizzi geometrici del vuoto. Si tende ad avvicinare la parola scritta a quella orale e si azzera il veicolo della gestualità, dell’appoggio paralinguistico. Accade inoltre che i grafici del messaggio elettronico, e l’isterilita lingua quotidiana, consumino la residua cifra di calore della nostra società massificata. All’interno di un transitorio vivere correndo, senza ricordi, senza paesaggi, è una società afasica, indifferente a qualsiasi risorsa verbale che non sia di conforto immediato, di appagamento del corpo. Sotto questo magma curiosamente si cela una sorta di narcisismo, la retorica della sciatteria. Vale a dirci: l’insipienza esibita come trofeo. Naufragano l’intesa con il mistero, le tensioni del colloquio tra due presenze, la liturgia di un discorso compiuto, la scherma tra culture. Non esistono più slittamenti di senso e reticenze e il terrore della pagina bianca. Gli sms, con tutto un corredo di violazioni grammaticali, sintattiche e ortografiche, di cui non è prevista nemmeno la correzione, corrono interamente il loro minuscolo territorio e fanno la conta dei graffiti. E intanto arriva la malinconia per la perdita del piacere di un libro letto come segreto tenuto gelosamente dentro (Daniel Pennac). Assaporato lontano dall’invasione televisiva e consumistica. Il rifiuto della parola che sembrano «avere un corpo, una vita» (Roberto Vecchioni) manda al rogo i libri e bandisce il romanzesco mondo della storia. In nome della frenetica velocità si spegne la luce sulla fatica della ricerca. Nella scuola irrompono crediti e debiti, progetti e recuperi, percorsi e accoglienze e moduli. Esce il corpo estraneo dello studio, subentra un ventaglio di attività ludiche. E sparisce un altro elemento di disturbo, la prova scritta di italiano, in favore di «dieci pagine fotocopiate da leggere prima di scrivere solo un rigo». Amara, Paola Mastrocola la denuncia, in La scuola raccontata al mio cane, l’irreale situazione degli «studenti liquidi». E ricorda Paul Valéry il quale «affermava che, quando usiamo un linguaggio comunicativo, noi veniamo immediatamente capiti, e proprio in quella comprensione le nostre parole periscono». Il linguaggio dell’oggi dice spesso una sola cosa e quindi esige una risposta sola. Noi abbiamo però bisogno di uno spettro più largo di parole (ma non inquinato dagli anglicismi d’accatto che trasformano l’Italia nel Bel Paese ove l’ok suona) in grado di convocare altre parole vive, per andare più in là di quel confine in cui si ferma il grigio appiattimento dello spirito.
Lea Melandri: "senza padri"
Liberazione 6.4.05
Quei funerali e il senso del limite
Lea Melandri
Quello che stiamo vedendo nelle piazze, nei servizi televisivi e giornalistici, sarebbe il cattolicesimo che deve insegnare la moderazione all'Islam? O il paese laico che fino a poche settimane fa alzava allarmato la voce contro l'invadenza della Chiesa nella vita pubblica?
Non ho mai avuto dubbi che il confine tra credenti e non credenti fosse alquanto esile, visto che viviamo in una società dove sono ancora le parrocchie il luogo primo della formazione dell'infanzia e dell'adolescenza, e dove la morale religiosa è presa come una legge "naturale", regolatrice dei comportamenti e delle relazioni umane. Ma non potevo immaginare che la scomparsa di un Pontefice, sia pure di forte rilievo storico e con un riconosciuto carisma, si trasformasse in un precipitato di medioevo e di virtuosismi spettacolari, di sussulti intimistici e di esaltazione collettiva.
Il "vuoto", il "nulla", su cui si sono soffermati con un florilegio retorico da far invidia ai Secentisti quasi tutti i giornali nazionali, non è quello lasciato da Giovanni Paolo II, ma quello di gran lunga preesistente che la sua malattia e la sua morte, fatte oggetto di una venerazione quasi mistica, hanno riempito fino all'eccesso, al di là di ogni civile rispetto per la libertà di tutti i cittadini. Poter dire che si tratta di un artificio dei media, affamati di eventi eccezionali, o del ricorso strumentale alla fede da parte delle forze politiche che trovano nei credenti il loro maggior sostegno, sarebbe un sollievo, così come intravedere dietro le folle piangenti il cinismo di chi punta maliziosamente l'obiettivo sulla lacrima, sullo sguardo smarrito, sul gesto o sulla parola più adatta ad accendere la commozione. Viene il sospetto che non sia così, e che questa convergenza di milioni di sguardi, sentimenti e pensieri su un uomo solo, sfigurato idealmente fino a farne il Cristo crocefisso e risorto, il Padre e la guida spirituale del mondo intero, sia invece il frutto, peraltro prevedibile, della miseria di una civiltà che si vede passare davanti agli occhi ogni giorno morti, violenze, ingiustizie, atrocità di ogni genere, e che non sa più provare un sentimento adeguato né avere abbastanza fiducia in se stessa e nei propri simili da prospettarsi un cambiamento.
Quando una singola persona diventa depositaria di tutti i valori e di tutte le buone azioni che dovrebbero appartenere ad ognuno, vuol dire che si è perso il senso della realtà, la capacità critica e la conoscenza dei limiti, segnali preoccupanti e già noti alla storia del secolo che abbiamo alle spalle. La grandezza di un individuo non può mai estendersi fino ad occupare tutto l'umano pensabile, senza rischiare di rivestire, indifferentemente, tutto il male e tutto il bene possibile.
«Come sarà la nostra vita senza la sua testimonianza? Senza la sua parola? Senza il suo incoraggiamento? Senza la sua presenza?», si chiedeva qualcuno dei presenti in piazza San Pietro.
Se è vero, come ha scritto Wojtyla nel suo ultimo messaggio ai fedeli, che l'umanità sembra "smarrita" e "dominata dal potere del male, dell'egoismo e della paura", e se crediamo davvero che la parola di un capo religioso sia l'unico argine al decadimento totale, allora sappiamo di avere davanti a noi un mondo globalizzato, divenuto teatro di immensi poteri economici, militari e religiosi, di lotte apocalittiche tra Bene e Male, una prospettiva che ci permette di occultare le nostre responsabilità terrene con una delega incondizionata alla potenza redentrice di Dio.
Nell'analisi di tutti i "rischi" che corre la nostra società -impoverimento, guerre, disastri ambientali, individualismo, mercificazione dei corpi e dei sentimenti -, non sembra essere stato preso in considerazione l'unico che ha il potere di cancellarli tutti: il colpo di spugna di una contagiosa incontenibile commozione, ingigantita oggi da potenti mezzi di comunicazione, ma sostenuta soprattutto dal venir meno di una progettualità collettiva capace di dar voce e agire politico a tutti i problemi che si stanno addensando nella vita del singolo e nella vita di relazione, da quando sono saltati i confini tra privato e pubblico, tra interrogativi esistenziali e questioni sociali.
Anche se la liturgia religiosa e mediatica sta occupando tutto l'orizzonte, come quei nebbioni padani che fanno perdere l'orientamento, non si può dimenticare che solo pochi giorni f il mondo si accaniva intorno alla sorte di Terri Schiavo, a quel suo stato indecidibile tra la vita e la morte che costringe a ripensare il senso dell'umano; allo stesso modo, non si può far finta che lo scontro tra laicità e religione non riguardi oggi cambiamenti profondi, come il rapporto tra i sessi, la padronanza del proprio corpo, la sessualità, la maternità, la famiglia, cioè vicende fondamentali dell'esistenza, su cui Wojtyla è stato particolarmente conservatore, ma su cui nessuno osa più esprimersi, per non turbare una beatificazione chiesta a furore di popolo.
Chi avrà più il coraggio di riprendere la discussione sulla Legge 40, sull'aborto, sui matrimoni gay, quando una folla immensa, estesa a tutto il globo, celebrerà la parola unica, indiscutibile, dell'uomo consacrato da Dio per la salvezza del mondo, la stessa parola che ha denunciato la rinascita dei totalitarismi e dell'ideologia del male nelle leggi dei parlamenti democratici ispirate ai valori della laicità e delle libertà individuali? L'intimidazione che viene da questa ondata di infervoramento religioso di massa, così estesa e carica emozionalmente da mettere in ombra le correnti più integraliste dell'Islam, può chiudere molte bocche, farne impazzire altre, e arrecare danni imprevedibili alla fiducia che uomini e donne di appartenenze e provenienze molteplici avevano trovato nel progettare nuove forme di convivenza tra diversi - per sesso, cultura, lingua -, ma anche tra credenti e non credenti, credenti di una religione o di un'altra.
Riprendersi parola e pensiero critico, anche mentre si stanno celebrando solenni cerimonie funebri, non è sicuramente più indiscreto del dubbio interesse, feticista e necrofilo, di quanti si sono messi a disquisire se le spoglie del Papa assomigliassero al Cristo del Mantegna o semplicemente a quelle di un "vecchio fragile", se le sue scarpe fossero da contadino, da montanaro o da missionario camminatore, se le tre suore polacche che l'hanno accudito nella sua ultima ora non si fossero poi immobilizzate accanto al suo feretro per il segreto desiderio di seguirne la sorte.
Per una società "senza padri", che stenta a riconoscersi nei rami divisi e oggi sempre più intersecati della famiglia umana, la tentazione di ergere al di sopra della babele delle lingue e delle convinzioni la figura solenne di uomo-dio, unità armoniosa di forza e dolcezza, gioia e sofferenza, umanità e trascendenza, è sicuramente una facile via d'uscita, ma per sentire la voce dell'unica Guida che conta si potrebbe finire tragicamente per voler zittire tutti.
Quei funerali e il senso del limite
Lea Melandri
Quello che stiamo vedendo nelle piazze, nei servizi televisivi e giornalistici, sarebbe il cattolicesimo che deve insegnare la moderazione all'Islam? O il paese laico che fino a poche settimane fa alzava allarmato la voce contro l'invadenza della Chiesa nella vita pubblica?
Non ho mai avuto dubbi che il confine tra credenti e non credenti fosse alquanto esile, visto che viviamo in una società dove sono ancora le parrocchie il luogo primo della formazione dell'infanzia e dell'adolescenza, e dove la morale religiosa è presa come una legge "naturale", regolatrice dei comportamenti e delle relazioni umane. Ma non potevo immaginare che la scomparsa di un Pontefice, sia pure di forte rilievo storico e con un riconosciuto carisma, si trasformasse in un precipitato di medioevo e di virtuosismi spettacolari, di sussulti intimistici e di esaltazione collettiva.
Il "vuoto", il "nulla", su cui si sono soffermati con un florilegio retorico da far invidia ai Secentisti quasi tutti i giornali nazionali, non è quello lasciato da Giovanni Paolo II, ma quello di gran lunga preesistente che la sua malattia e la sua morte, fatte oggetto di una venerazione quasi mistica, hanno riempito fino all'eccesso, al di là di ogni civile rispetto per la libertà di tutti i cittadini. Poter dire che si tratta di un artificio dei media, affamati di eventi eccezionali, o del ricorso strumentale alla fede da parte delle forze politiche che trovano nei credenti il loro maggior sostegno, sarebbe un sollievo, così come intravedere dietro le folle piangenti il cinismo di chi punta maliziosamente l'obiettivo sulla lacrima, sullo sguardo smarrito, sul gesto o sulla parola più adatta ad accendere la commozione. Viene il sospetto che non sia così, e che questa convergenza di milioni di sguardi, sentimenti e pensieri su un uomo solo, sfigurato idealmente fino a farne il Cristo crocefisso e risorto, il Padre e la guida spirituale del mondo intero, sia invece il frutto, peraltro prevedibile, della miseria di una civiltà che si vede passare davanti agli occhi ogni giorno morti, violenze, ingiustizie, atrocità di ogni genere, e che non sa più provare un sentimento adeguato né avere abbastanza fiducia in se stessa e nei propri simili da prospettarsi un cambiamento.
Quando una singola persona diventa depositaria di tutti i valori e di tutte le buone azioni che dovrebbero appartenere ad ognuno, vuol dire che si è perso il senso della realtà, la capacità critica e la conoscenza dei limiti, segnali preoccupanti e già noti alla storia del secolo che abbiamo alle spalle. La grandezza di un individuo non può mai estendersi fino ad occupare tutto l'umano pensabile, senza rischiare di rivestire, indifferentemente, tutto il male e tutto il bene possibile.
«Come sarà la nostra vita senza la sua testimonianza? Senza la sua parola? Senza il suo incoraggiamento? Senza la sua presenza?», si chiedeva qualcuno dei presenti in piazza San Pietro.
Se è vero, come ha scritto Wojtyla nel suo ultimo messaggio ai fedeli, che l'umanità sembra "smarrita" e "dominata dal potere del male, dell'egoismo e della paura", e se crediamo davvero che la parola di un capo religioso sia l'unico argine al decadimento totale, allora sappiamo di avere davanti a noi un mondo globalizzato, divenuto teatro di immensi poteri economici, militari e religiosi, di lotte apocalittiche tra Bene e Male, una prospettiva che ci permette di occultare le nostre responsabilità terrene con una delega incondizionata alla potenza redentrice di Dio.
Nell'analisi di tutti i "rischi" che corre la nostra società -impoverimento, guerre, disastri ambientali, individualismo, mercificazione dei corpi e dei sentimenti -, non sembra essere stato preso in considerazione l'unico che ha il potere di cancellarli tutti: il colpo di spugna di una contagiosa incontenibile commozione, ingigantita oggi da potenti mezzi di comunicazione, ma sostenuta soprattutto dal venir meno di una progettualità collettiva capace di dar voce e agire politico a tutti i problemi che si stanno addensando nella vita del singolo e nella vita di relazione, da quando sono saltati i confini tra privato e pubblico, tra interrogativi esistenziali e questioni sociali.
Anche se la liturgia religiosa e mediatica sta occupando tutto l'orizzonte, come quei nebbioni padani che fanno perdere l'orientamento, non si può dimenticare che solo pochi giorni f il mondo si accaniva intorno alla sorte di Terri Schiavo, a quel suo stato indecidibile tra la vita e la morte che costringe a ripensare il senso dell'umano; allo stesso modo, non si può far finta che lo scontro tra laicità e religione non riguardi oggi cambiamenti profondi, come il rapporto tra i sessi, la padronanza del proprio corpo, la sessualità, la maternità, la famiglia, cioè vicende fondamentali dell'esistenza, su cui Wojtyla è stato particolarmente conservatore, ma su cui nessuno osa più esprimersi, per non turbare una beatificazione chiesta a furore di popolo.
Chi avrà più il coraggio di riprendere la discussione sulla Legge 40, sull'aborto, sui matrimoni gay, quando una folla immensa, estesa a tutto il globo, celebrerà la parola unica, indiscutibile, dell'uomo consacrato da Dio per la salvezza del mondo, la stessa parola che ha denunciato la rinascita dei totalitarismi e dell'ideologia del male nelle leggi dei parlamenti democratici ispirate ai valori della laicità e delle libertà individuali? L'intimidazione che viene da questa ondata di infervoramento religioso di massa, così estesa e carica emozionalmente da mettere in ombra le correnti più integraliste dell'Islam, può chiudere molte bocche, farne impazzire altre, e arrecare danni imprevedibili alla fiducia che uomini e donne di appartenenze e provenienze molteplici avevano trovato nel progettare nuove forme di convivenza tra diversi - per sesso, cultura, lingua -, ma anche tra credenti e non credenti, credenti di una religione o di un'altra.
Riprendersi parola e pensiero critico, anche mentre si stanno celebrando solenni cerimonie funebri, non è sicuramente più indiscreto del dubbio interesse, feticista e necrofilo, di quanti si sono messi a disquisire se le spoglie del Papa assomigliassero al Cristo del Mantegna o semplicemente a quelle di un "vecchio fragile", se le sue scarpe fossero da contadino, da montanaro o da missionario camminatore, se le tre suore polacche che l'hanno accudito nella sua ultima ora non si fossero poi immobilizzate accanto al suo feretro per il segreto desiderio di seguirne la sorte.
Per una società "senza padri", che stenta a riconoscersi nei rami divisi e oggi sempre più intersecati della famiglia umana, la tentazione di ergere al di sopra della babele delle lingue e delle convinzioni la figura solenne di uomo-dio, unità armoniosa di forza e dolcezza, gioia e sofferenza, umanità e trascendenza, è sicuramente una facile via d'uscita, ma per sentire la voce dell'unica Guida che conta si potrebbe finire tragicamente per voler zittire tutti.
i risultati del prc
Liberazione 6.4.05
Un bilancio del voto di Rifondazione comunista
e il suo significato politico rispetto al risultato nazionale
Perché il Prc non aumenta i voti?
Rina Gagliardi
Riassumendo: alle regionali del 2005 Rifondazione comunista ha ottenuto 1.366.467 voti, pari alla media del 5,6%. In totale, fanno 42 consiglieri, un presidente di giunta, più un numero ancora da precisare di assessori: il Prc farà comunque parte di 10 giunte regionali (tutte le regioni nelle quali l'Unione ha vinto, tranne, per ora, la Toscana).
Fin qui, le nude cifre, e un bilancio, quantitativamente e politicamente, in sé e per sé tutt'altro che mediocre: nello schieramento antiberlusconiano, il Prc si conferma come la "terza forza", dopo Ds e Margherita. Da qui in poi, invece, cominciano i raffronti con il passato, l'analisi comparata dei risultati elettorali, il vero e proprio giudizio politico d'insieme sul voto.
Com'è andata, insomma, per il nostro partito? La risposta, onesta e spassionata, è che - fermo restando il carattere abbastanza articolato e diversificato del nostro voto - non è andata benissimo: siamo, insomma, ad una performance non brillante, anche e soprattutto rispetto alle (legittime) aspettative di molti compagni, nonché alle "previsioni" di molti analisti.
Ciò non significa affatto, va detto subito, che è andata male o, peggio, che è lecito parlare di una sconfitta: né le cifre né l'esito politico autorizzano giudizi così tranchant, in un quadro comunque illuminato dal successo di Nichi Vendola e dalla sua essenziale verità politica. E' lecito, invece, parlare di una crescita elettorale mancata. Una crescita che "era nell'aria" e che, questa volta, non si è realizzata, specie nel centro e nel Sud. Perché?
Ci sarà molto da analizzare, riflettere e discutere. E molto da indagare, zona per zona. Intanto, l'analisi deve partire da un dato tanto essenziale quanto trascurato: questo voto è stato sì, nel suo senso di fondo e nel suo andamento effettivo, un voto molto politico, mosso dalla volontà di liberarsi della destra - e di affermare con grande nettezza la necessità di un cambio. Ma è stato pur sempre un voto rgionale, dotato di proprie e significative specificità, sia politiche che territoriali: una consultazione nella quale la scelta di voto degli elettori è stata guidata - come sempre accade nei test amministrativi - anche da fattori diversi da quelli politici generali.
Qui, in un contesto d'insieme sostanzialmente bipolare, per un partito come Rifondazione comunista vengono al pettine i nodi di un radicamento insufficiente, comunque diseguale, e anche i limiti nobili di un partito che certo non abbonda in poteri istituzionali o gestionali.
In termini comparativi, il Prc va comunque avanti rispetto alle regionali del 2000 - mezzo punto percentuale e quasi duecentomila voti. Non ripete invece l'affermazione delle europee del 2004 (molto disomogenee rispetto alle regionali di domenica scorsa, sia per tipo di consultazione, sia per territorio coinvolto sia per partecipazione degli elettori, molto più alta), rispetto alle quali va indietro dello 0,7 per cento. Proprio quest'ultimo parallelo, però, conforta la nostra tesi di fondo: per l'Europa la scelta di voto è stata ed è rigorosamente politica, molto più libera dal punto di vista soggettivo, ovvero non condizionata da quel fenomeno - il "controllo di massa" del voto - ben percepibile in queste elezioni.
Se andiamo a vedere più da vicino il voto di Rifondazione nelle diverse aree d'Italia, scopriamo in effetti che i risultati meno soddisfacenti - al di sotto della media nazionale - sono quelli del Mezzogiorno: Campania (4,1), Abruzzo (4,9), Puglia (5,1), Calabria (5,1). Tutte regioni nelle quali, nel pur lieve avanzamento rispetto alle precedenti regionali, lo scarto rispetto al 2004 è più sensibile. Tutte regioni nelle quali il famoso «voto di scambio» si è confermato con l'inesorabilità di una legge - basti pensare agli exploit centristi o neocentristi della Margherita (primo partito in Campania), dell'Udeur, dello Sdi.
Già, ma perché non è scattato nessun "effetto Vendola" sulle nostre liste? Perché il leader dell'alleanza non è percepito oggi come l'esponente di un partito, ed è premiato per l'idea generale di politica che incarna: così è stato per Vendola, così per Bassolino, che si è confermato "imperatore" campano, ma non ha trascinato il trionfo del suo partito, i Ds. Viceversa, nel Nord le liste del Prc sono andate meglio: 6,6 in Liguria, 6,4 in Piemonte, 5,7 in Lombardia. Risultati che, in ogni caso, registrano avanzamenti significativi rispetto a tutte le precedenti elezioni e - in circostanze significative come quella lombarda - una crescita rilevante di rapporto con i movimenti e il mondo del lavoro, visibile nei candidati eletti.
Quanto alle regioni centrali, il discorso è più complesso. In Toscana, l'unica regione dove Rifondazione si presentava da sola, il Prc è approdato ad un 8,2 di lista (7 e mezzo al candidato Ciabatti) che parla di un partito forte, radicato, che è andato assai avanti rispetto al 2000 e ha retto bene, alla fin fine, al dilagare del governatore Martini. Molto buona anche la tenuta dell'Umbria che, con il suo 9,3, mantiene il suo primato regionale (nel Prc), mentre, nelle altre regioni rosse (Emilia e Marche), il 2005 è lievemente inferiore al 2000. Abbastanza buono anche il risultato del Lazio, che sfiora il 6 per cento.
Che cosa possiamo dire, alla fine, dal punto di vista politico? Primo: la polarizzazione dello scontro, tra destra e sinistra, ha concentrato il voto di opposizione, anche a sinistra, sulle forze maggiori, Ds e Margherita - che coincidono anche con quelle più potenti e radicate. Secondo: questo dato prevalente si è riflettuto anche nei consensi alle forze della sinistra alternativa, dove sono andati relativamente bene Verdi e Pdci, cioè due partiti interni al centrosinistra, percepiti dall'elettorato come variante di sinistra interna alla coalizione, quindi più rassicurante e più "unitaria". Terzo: in questo quadro, Rifondazione comunista mantiene intatte le sue potenzialità, ma, proprio in ragione delle sue accresciute responsabilità e ambizioni, sconta oggi la difficoltà a diventare, anche elettoralmente, quella «forza maggiore» che già riesce ad essere dal punto di vista politico - "competitiva" con i riformisti, prima che con le altre componenti della sinistra antagonista.
Uno scarto che può derivare anche dai noti limiti soggettivi del Prc, ma che non può essere identificato solo con essi. Sorge qui un problema che va molto al di là dei risultati di un pur decisivo test regionale: il problema europeo dello spazio elettorale della sinistra radicale, quella che considera i movimenti come il proprio interlocutore privilegiato e l'altro mondo possibile come il proprio orizzonte naturale. Fino a che punto si tratta o no di un limite fisiologico, in qualche modo difficilissimo da valicare? La riflessione, s'intende, comincia solo adesso.
Un bilancio del voto di Rifondazione comunista
e il suo significato politico rispetto al risultato nazionale
Perché il Prc non aumenta i voti?
Rina Gagliardi
Riassumendo: alle regionali del 2005 Rifondazione comunista ha ottenuto 1.366.467 voti, pari alla media del 5,6%. In totale, fanno 42 consiglieri, un presidente di giunta, più un numero ancora da precisare di assessori: il Prc farà comunque parte di 10 giunte regionali (tutte le regioni nelle quali l'Unione ha vinto, tranne, per ora, la Toscana).
Fin qui, le nude cifre, e un bilancio, quantitativamente e politicamente, in sé e per sé tutt'altro che mediocre: nello schieramento antiberlusconiano, il Prc si conferma come la "terza forza", dopo Ds e Margherita. Da qui in poi, invece, cominciano i raffronti con il passato, l'analisi comparata dei risultati elettorali, il vero e proprio giudizio politico d'insieme sul voto.
Com'è andata, insomma, per il nostro partito? La risposta, onesta e spassionata, è che - fermo restando il carattere abbastanza articolato e diversificato del nostro voto - non è andata benissimo: siamo, insomma, ad una performance non brillante, anche e soprattutto rispetto alle (legittime) aspettative di molti compagni, nonché alle "previsioni" di molti analisti.
Ciò non significa affatto, va detto subito, che è andata male o, peggio, che è lecito parlare di una sconfitta: né le cifre né l'esito politico autorizzano giudizi così tranchant, in un quadro comunque illuminato dal successo di Nichi Vendola e dalla sua essenziale verità politica. E' lecito, invece, parlare di una crescita elettorale mancata. Una crescita che "era nell'aria" e che, questa volta, non si è realizzata, specie nel centro e nel Sud. Perché?
Ci sarà molto da analizzare, riflettere e discutere. E molto da indagare, zona per zona. Intanto, l'analisi deve partire da un dato tanto essenziale quanto trascurato: questo voto è stato sì, nel suo senso di fondo e nel suo andamento effettivo, un voto molto politico, mosso dalla volontà di liberarsi della destra - e di affermare con grande nettezza la necessità di un cambio. Ma è stato pur sempre un voto rgionale, dotato di proprie e significative specificità, sia politiche che territoriali: una consultazione nella quale la scelta di voto degli elettori è stata guidata - come sempre accade nei test amministrativi - anche da fattori diversi da quelli politici generali.
Qui, in un contesto d'insieme sostanzialmente bipolare, per un partito come Rifondazione comunista vengono al pettine i nodi di un radicamento insufficiente, comunque diseguale, e anche i limiti nobili di un partito che certo non abbonda in poteri istituzionali o gestionali.
In termini comparativi, il Prc va comunque avanti rispetto alle regionali del 2000 - mezzo punto percentuale e quasi duecentomila voti. Non ripete invece l'affermazione delle europee del 2004 (molto disomogenee rispetto alle regionali di domenica scorsa, sia per tipo di consultazione, sia per territorio coinvolto sia per partecipazione degli elettori, molto più alta), rispetto alle quali va indietro dello 0,7 per cento. Proprio quest'ultimo parallelo, però, conforta la nostra tesi di fondo: per l'Europa la scelta di voto è stata ed è rigorosamente politica, molto più libera dal punto di vista soggettivo, ovvero non condizionata da quel fenomeno - il "controllo di massa" del voto - ben percepibile in queste elezioni.
Se andiamo a vedere più da vicino il voto di Rifondazione nelle diverse aree d'Italia, scopriamo in effetti che i risultati meno soddisfacenti - al di sotto della media nazionale - sono quelli del Mezzogiorno: Campania (4,1), Abruzzo (4,9), Puglia (5,1), Calabria (5,1). Tutte regioni nelle quali, nel pur lieve avanzamento rispetto alle precedenti regionali, lo scarto rispetto al 2004 è più sensibile. Tutte regioni nelle quali il famoso «voto di scambio» si è confermato con l'inesorabilità di una legge - basti pensare agli exploit centristi o neocentristi della Margherita (primo partito in Campania), dell'Udeur, dello Sdi.
Già, ma perché non è scattato nessun "effetto Vendola" sulle nostre liste? Perché il leader dell'alleanza non è percepito oggi come l'esponente di un partito, ed è premiato per l'idea generale di politica che incarna: così è stato per Vendola, così per Bassolino, che si è confermato "imperatore" campano, ma non ha trascinato il trionfo del suo partito, i Ds. Viceversa, nel Nord le liste del Prc sono andate meglio: 6,6 in Liguria, 6,4 in Piemonte, 5,7 in Lombardia. Risultati che, in ogni caso, registrano avanzamenti significativi rispetto a tutte le precedenti elezioni e - in circostanze significative come quella lombarda - una crescita rilevante di rapporto con i movimenti e il mondo del lavoro, visibile nei candidati eletti.
Quanto alle regioni centrali, il discorso è più complesso. In Toscana, l'unica regione dove Rifondazione si presentava da sola, il Prc è approdato ad un 8,2 di lista (7 e mezzo al candidato Ciabatti) che parla di un partito forte, radicato, che è andato assai avanti rispetto al 2000 e ha retto bene, alla fin fine, al dilagare del governatore Martini. Molto buona anche la tenuta dell'Umbria che, con il suo 9,3, mantiene il suo primato regionale (nel Prc), mentre, nelle altre regioni rosse (Emilia e Marche), il 2005 è lievemente inferiore al 2000. Abbastanza buono anche il risultato del Lazio, che sfiora il 6 per cento.
Che cosa possiamo dire, alla fine, dal punto di vista politico? Primo: la polarizzazione dello scontro, tra destra e sinistra, ha concentrato il voto di opposizione, anche a sinistra, sulle forze maggiori, Ds e Margherita - che coincidono anche con quelle più potenti e radicate. Secondo: questo dato prevalente si è riflettuto anche nei consensi alle forze della sinistra alternativa, dove sono andati relativamente bene Verdi e Pdci, cioè due partiti interni al centrosinistra, percepiti dall'elettorato come variante di sinistra interna alla coalizione, quindi più rassicurante e più "unitaria". Terzo: in questo quadro, Rifondazione comunista mantiene intatte le sue potenzialità, ma, proprio in ragione delle sue accresciute responsabilità e ambizioni, sconta oggi la difficoltà a diventare, anche elettoralmente, quella «forza maggiore» che già riesce ad essere dal punto di vista politico - "competitiva" con i riformisti, prima che con le altre componenti della sinistra antagonista.
Uno scarto che può derivare anche dai noti limiti soggettivi del Prc, ma che non può essere identificato solo con essi. Sorge qui un problema che va molto al di là dei risultati di un pur decisivo test regionale: il problema europeo dello spazio elettorale della sinistra radicale, quella che considera i movimenti come il proprio interlocutore privilegiato e l'altro mondo possibile come il proprio orizzonte naturale. Fino a che punto si tratta o no di un limite fisiologico, in qualche modo difficilissimo da valicare? La riflessione, s'intende, comincia solo adesso.
mercoledì 6 aprile 2005
un'immagine invisibile
una segnalazione di Paola Franz
Le Scienze 1.4.05
La consapevolezza della percezione visiva
I segnali di un'immagine "invisibile" viaggiano almeno fino al lobo occipitale
Le Scienze 1.4.05
La consapevolezza della percezione visiva
I segnali di un'immagine "invisibile" viaggiano almeno fino al lobo occipitale
La nostra consapevolezza è puntellata dall'attività cerebrale, ma nel cervello accade molto di più di quello di cui possiamo essere coscienti. Di quali aspetti dell'attività cerebrale siamo davvero ed effettivamente consapevoli? In un articolo pubblicato sulla rivista "Current Biology", i ricercatori Colin Clifford e Justin Harris dell'Università di Sydney hanno determinato quanto i segnali visivi provenienti dai nostri occhi riescano a penetrare nella rete di elaborazione del cervello senza essere registrati consciamente. Gli scienziati hanno scoperto che i segnali visivi possono in effetti sfuggire al radar della consapevolezza molto più a lungo di quanto altri studiosi avevano ipotizzato in passato. La visione comincia con la formazione di un'imagine sul retro dell'occhio, un evento che a sua volta stimola una cascata di impulsi nervosi che invia segnali fino al cervello. È nella corteccia visiva cerebrale che questi segnali vengono interpretati. Nel loro studio, Clifford e Harris hanno esaminato l'influenza di un'immagine "invisibile" sulla visione consapevole - in questo caso, un'immagine che era stata mascherata sperimentalmente e che poteva essere percepita dal cervello ma non rivelata consciamente. I ricercatori hanno scoperto che questa immagine invisibile ricevuta in un occhio può influenzare l'apparenza di un'immagine nell'altro occhio, dimostrando così che i segnali provenienti dall'immagine invisibile devono viaggiare nel cervello almeno fino al punto dove i segnali dei due occhi si combinano. Per raggiungere questo punto, i segnali di ciascun occhio devono essere ritrasmessi tramite il mesencefalo al lobo occipitale sul retro della testa. Anche se è noto da tempo che il lobo occipitale è specializzato nell'elaborazione visiva, molti scienziati ritengono che si tratti anche della sede della consapevolezza visiva. I risultati dello studio sembrano respingere questa ipotesi, suggerendo invece che l'attività nel lobo occipitale possa verificarsi anche in assenza di percezione visiva conscia.
Colin W.G. Clifford, Justin A. Harris, "Contextual Modulation outside of Awareness". Current Biology, Volume 15, No. 6, pp. 574-578 (29 marzo 2005).
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.
ripicche e discriminazioni
AGI.IT 6.4.05
FECONDAZIONE: GIOVANARDI, REFERENDUM IL 5 O IL 12 GIUGNO
(AGI) - Roma, 6 apr. - Il referendum contro la legge sulla fecondazione assistita potrà tenersi il 5 o il 12 giugno.
Queste le date tra cui dovrà scegliere il governo, indicate al "question time" a Montecitorio dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi.
FECONDAZIONE: GIOVANARDI, REFERENDUM IL 5 O IL 12 GIUGNO
(AGI) - Roma, 6 apr. - Il referendum contro la legge sulla fecondazione assistita potrà tenersi il 5 o il 12 giugno.
Queste le date tra cui dovrà scegliere il governo, indicate al "question time" a Montecitorio dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi.
COPYRIGHTS 2002-2003 AGI S.p.A.
RANIERI GRIMALDI
È morto anche Ranieri Grimaldi, principe di Monaco dal 1949. I funerali si svolgeranno il 15 aprile. Anche lui Capo di uno Stato estero amico dell'Italia, anche lui in carica... ma non sembra che per lui il Governo italiano proclamerà neanche un'ora di lutto nazionale, né un minuto di silenzio, né le attività pubbliche saranno sospese, né mai i tricolori della Repubblica saranno abbrunati...
RANIERI GRIMALDI
È morto anche Ranieri Grimaldi, principe di Monaco dal 1949. I funerali si svolgeranno il 15 aprile. Anche lui Capo di uno Stato estero amico dell'Italia, anche lui in carica... ma non sembra che per lui il Governo italiano proclamerà neanche un'ora di lutto nazionale, né un minuto di silenzio, né le attività pubbliche saranno sospese, né mai i tricolori della Repubblica saranno abbrunati...
il suicidio degli adolescenti
Yahoo! Salute 6.4.05
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Teenager: i test sul suicidio non sono pericolosi
David Frati - Il Pensiero Scientifico Editore
Condurre ricerche sul tema del suicidio tra i giovani non fa aumentare il rischio di pulsioni suicide tra i soggetti più fragili. Ecco la rassicurante conclusione di uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association.
Lo studio delle cause del suicidio tra i teenager spesso si avvale di interviste, indagini e analisi comportamentali che hanno causato preoccupazioni nell’ambiente medico-scientifico in quanto alcuni hanno avanzato l’ipotesi che anche solo introdurre il tema del suicidio tra teenager vulnerabili potesse fare più male che bene, scatenando possibili pensieri e comportamenti suicidi.
“I risultati del nostro studio possono tranquillizzare chi si preoccupava per il potenziale danno causato dagli screening anti-suicidio nelle scuole superiori”, spiega Madelyn S. Gould, leader del team di ricercatori del New York State Psychiatric Institute. “Al contrario, questo studio suggerisce che rispondere a domande sui pensieri e sui comportamenti suicidi può essere molto benefico per teenager con sintomi depressivi, problemi di abuso di sostanze stupefacenti o una storia di tentativi di suicidio”.
Lo studio ha riguardato 2342 studenti di 6 scuole superiori dello Stato di New York tra il 2002 e il 2004. I ragazzi (dai 13 ai 19 anni di età) sono stati divisi in 2 gruppi: uno (1172 persone) ha ricevuto un questionario sui sintomi depressivi (Profile of Mood States) e uno sul suicidio (Suicidal Ideation Questionnaire), l’altro – un gruppo di controllo - (1170 persone) solo il questionario sulla depressione. All’inizio e alla fine dello studio, i ricercatori hanno valutato il livello di stress dei giovani, che sono stati ricontattati 2 giorni dopo aver compilato i questionari per capire se avessero avuto pensieri suicidi a seguito del test. Tra i due gruppi non si sono registrati livelli di stress divergenti dopo il test né 2 giorni dopo. Il livello di sintomi depressivi è risultato anch’esso pressoché identico. Gli studenti ai quali era stato sottoposto il questionario sul suicidio non hanno avuto pensieri suicidi in numero maggiore rispetto agli studenti che non avevano fatto il test. Da notare che i teenager depressi con storia di tentativi suicidi alle spalle hanno dichiarato livelli di stress inferiori nel gruppo sottoposto al test sul suicidio e non viceversa.
Fonte: Gould MS, Marrocco FA, Kleinman M et al. Evaluating Iatrogenic Risk of Youth Suicide Screening Programs: A Randomized Controlled Trial. JAMA. 2005;293:1635-43.
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Teenager: i test sul suicidio non sono pericolosi
David Frati - Il Pensiero Scientifico Editore
Condurre ricerche sul tema del suicidio tra i giovani non fa aumentare il rischio di pulsioni suicide tra i soggetti più fragili. Ecco la rassicurante conclusione di uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association.
Lo studio delle cause del suicidio tra i teenager spesso si avvale di interviste, indagini e analisi comportamentali che hanno causato preoccupazioni nell’ambiente medico-scientifico in quanto alcuni hanno avanzato l’ipotesi che anche solo introdurre il tema del suicidio tra teenager vulnerabili potesse fare più male che bene, scatenando possibili pensieri e comportamenti suicidi.
“I risultati del nostro studio possono tranquillizzare chi si preoccupava per il potenziale danno causato dagli screening anti-suicidio nelle scuole superiori”, spiega Madelyn S. Gould, leader del team di ricercatori del New York State Psychiatric Institute. “Al contrario, questo studio suggerisce che rispondere a domande sui pensieri e sui comportamenti suicidi può essere molto benefico per teenager con sintomi depressivi, problemi di abuso di sostanze stupefacenti o una storia di tentativi di suicidio”.
Lo studio ha riguardato 2342 studenti di 6 scuole superiori dello Stato di New York tra il 2002 e il 2004. I ragazzi (dai 13 ai 19 anni di età) sono stati divisi in 2 gruppi: uno (1172 persone) ha ricevuto un questionario sui sintomi depressivi (Profile of Mood States) e uno sul suicidio (Suicidal Ideation Questionnaire), l’altro – un gruppo di controllo - (1170 persone) solo il questionario sulla depressione. All’inizio e alla fine dello studio, i ricercatori hanno valutato il livello di stress dei giovani, che sono stati ricontattati 2 giorni dopo aver compilato i questionari per capire se avessero avuto pensieri suicidi a seguito del test. Tra i due gruppi non si sono registrati livelli di stress divergenti dopo il test né 2 giorni dopo. Il livello di sintomi depressivi è risultato anch’esso pressoché identico. Gli studenti ai quali era stato sottoposto il questionario sul suicidio non hanno avuto pensieri suicidi in numero maggiore rispetto agli studenti che non avevano fatto il test. Da notare che i teenager depressi con storia di tentativi suicidi alle spalle hanno dichiarato livelli di stress inferiori nel gruppo sottoposto al test sul suicidio e non viceversa.
Fonte: Gould MS, Marrocco FA, Kleinman M et al. Evaluating Iatrogenic Risk of Youth Suicide Screening Programs: A Randomized Controlled Trial. JAMA. 2005;293:1635-43.
Maradona!
TG.COM 6.4.05
Maradona attacca la Chiesa
"Con l'oro diano da mangiare ai poveri"
Grazia Neri
La morte del Papa ha fatto il giro del mondo scatenando una miriade di reazioni. Anche Diego Armando Maradona ha voluto dire la sua, e come sempre si tratta di un pensiero sopra le righe: "Sono addolorato per la morte di Giovanni Paolo II perché ora c'è un essere umano di meno, ma la Chiesa resta un'azienda, un business: ce l'ho a morte con loro. Chiedo che il prossimo Papa prenda l'oro che ha e dia da mangiare all'Africa".
Come sempre fuori dal coro, Diego Armando Maradona si dice addolorato per la morte del Pontefice che tutot il mondo sta salutando, ma allo stesso tempo non risparmia frecciate anche pesanti per la Chiesa. "La morte mi reca sempre dolore, ma la Chiesa resta un'azienda, un business. Ce l'ho a morte con la Chiesa. Da piccoli non avevamo da mangiare e mia madre veniva scippata all'uscita... L'ho vissuto a Fiorito... Chiedo a Dio che il prossimo Papa prenda l'oro dai soffitti e dai sotterranei e dia da mangiare ai bambini dell'Africa".
(...)
Maradona attacca la Chiesa
"Con l'oro diano da mangiare ai poveri"
Grazia Neri
La morte del Papa ha fatto il giro del mondo scatenando una miriade di reazioni. Anche Diego Armando Maradona ha voluto dire la sua, e come sempre si tratta di un pensiero sopra le righe: "Sono addolorato per la morte di Giovanni Paolo II perché ora c'è un essere umano di meno, ma la Chiesa resta un'azienda, un business: ce l'ho a morte con loro. Chiedo che il prossimo Papa prenda l'oro che ha e dia da mangiare all'Africa".
Come sempre fuori dal coro, Diego Armando Maradona si dice addolorato per la morte del Pontefice che tutot il mondo sta salutando, ma allo stesso tempo non risparmia frecciate anche pesanti per la Chiesa. "La morte mi reca sempre dolore, ma la Chiesa resta un'azienda, un business. Ce l'ho a morte con la Chiesa. Da piccoli non avevamo da mangiare e mia madre veniva scippata all'uscita... L'ho vissuto a Fiorito... Chiedo a Dio che il prossimo Papa prenda l'oro dai soffitti e dai sotterranei e dia da mangiare ai bambini dell'Africa".
(...)
Libération: Papolâtrie
una segnalazione di Dicta Cavanna
Libération mardi 05 avril 2005
Vatican Editorial
Papolâtrie
Par Patrick SABATIER
Il faut avoir la foi en la raison chevillée au corps pour ne pas être noyé dans le déferlement d'eaux bénites et la papolâtrie qui accompagne la disparition de Jean Paul II. Dans les médias, mais aussi de la part des Etats. A commencer par la République française prétendument laïque, qui, en bonne fille aînée de l'Eglise, entonne comme une chorale, Président en tête, l'alléluia catholique accompagné aux grandes orgues cathodiques.
La compassion envers le défunt, la tolérance des religions, le fait que ce pape ait eu un rôle politique, n'empêchent pas de frémir devant l'unanimisme quasi universel de l'hommage, et l'étouffement de toute critique d'un bilan pourtant très contestable.
Ultraconservateur, Jean Paul II incarnait un retour de bâton religieux, à l'oeuvre dans tous les intégrismes plus ou moins virulents hindouiste, islamique ou chrétien qui gangrènent l'humanité, rêvant de soumettre les sociétés à des lois prétendument divines. Ce fait religieux se nourrit d'une triple angoisse, exacerbée par le monde moderne. D'abord celle des êtres humains confrontés à leur condition, toujours solitaire et mortelle, qui craignent l'avenir et aspirent à se fondre dans le «troupeau» suivant un «berger». Celle des dirigeants ensuite, soucieux de préserver des rouages de légitimation sociale et morale éprouvés, après l'échec des idéologies politiques. Celle des religions enfin. Elles aussi sont (presque) partout en repli. Elles mènent avec vigueur une guerre sainte contre la culture moderne. Car celle-ci, fondée sur l'individu, le libre arbitre, la nécessité du doute, et du savoir, menace l'ordre moral et spirituel dont les religions prétendent avoir le monopole.
Libération mardi 05 avril 2005
La mort du pape Jean Paul II
Service public, France 2 ou Télé Vatican ?
Charles Bottarelli, Toulon
L'overdose médiatique avant, pendant, et après la mort du pape m'amène à poser deux questions. La première : France 2 est-elle encore une chaîne de service public ? La deuxième, qui en découle : la loi de séparation de l'Eglise et de l'Etat est-elle encore en vigueur dans notre pays ? Le zèle avec lequel les journaux télévisés ont été rallongés pour traiter de la mort du pape (y compris avant que celle-ci soit effective, quelle élégance !) m'amène à me demander si en payant dévotement ma redevance je ne paie pas en même temps le denier du culte.
Que cela plaise ou non aux responsables de France 2, il y a une foule de gens qui ne se reconnaissent en rien dans les faits, les gestes et les déclarations du pape, quel que soit son nom, et qui par conséquent accordent à la mort de celui-ci comme à l'élection du prochain une importance tout à fait relative.
Au moins deux accidents de parcours sont venus gâter le bel enthousiasme des journalistes de la Deux. Samedi soir, le journal a commencé par 25 minutes sur le sujet, avant qu'on daigne évoquer, en les saucissonnant en fines tranches (évidemment, il fallait rattraper le temps), d'autres informations tout à fait secondaires comme les ravages du sida au Malawi. On a omis de nous rappeler que les fermes recommandations contre le préservatif émises par le pape n'avaient pas contribué à améliorer la situation. Mais, surtout ; nous avons eu pendant 3 secondes une image terrible : celle du visage d'un malheureux enfant détruit par la maladie. Ces trois secondes ont rendu brutalement et tragiquement dérisoires les bigoteries des 25 minutes précédentes. Et, le lendemain soir, France 2 a carrément innové : son journal de près d'une heure n'a traité que d'une seule information : la mort du pape. Pour le reste, circulez, il n'y a rien à voir. Il ne s'est rien passé d'autre en France ni dans le monde. Service public ? France 2 ou Télé Vatican ?
Libération mardi 05 avril 2005
Vatican Editorial
Papolâtrie
Par Patrick SABATIER
Il faut avoir la foi en la raison chevillée au corps pour ne pas être noyé dans le déferlement d'eaux bénites et la papolâtrie qui accompagne la disparition de Jean Paul II. Dans les médias, mais aussi de la part des Etats. A commencer par la République française prétendument laïque, qui, en bonne fille aînée de l'Eglise, entonne comme une chorale, Président en tête, l'alléluia catholique accompagné aux grandes orgues cathodiques.
La compassion envers le défunt, la tolérance des religions, le fait que ce pape ait eu un rôle politique, n'empêchent pas de frémir devant l'unanimisme quasi universel de l'hommage, et l'étouffement de toute critique d'un bilan pourtant très contestable.
Ultraconservateur, Jean Paul II incarnait un retour de bâton religieux, à l'oeuvre dans tous les intégrismes plus ou moins virulents hindouiste, islamique ou chrétien qui gangrènent l'humanité, rêvant de soumettre les sociétés à des lois prétendument divines. Ce fait religieux se nourrit d'une triple angoisse, exacerbée par le monde moderne. D'abord celle des êtres humains confrontés à leur condition, toujours solitaire et mortelle, qui craignent l'avenir et aspirent à se fondre dans le «troupeau» suivant un «berger». Celle des dirigeants ensuite, soucieux de préserver des rouages de légitimation sociale et morale éprouvés, après l'échec des idéologies politiques. Celle des religions enfin. Elles aussi sont (presque) partout en repli. Elles mènent avec vigueur une guerre sainte contre la culture moderne. Car celle-ci, fondée sur l'individu, le libre arbitre, la nécessité du doute, et du savoir, menace l'ordre moral et spirituel dont les religions prétendent avoir le monopole.
Libération mardi 05 avril 2005
La mort du pape Jean Paul II
Service public, France 2 ou Télé Vatican ?
Charles Bottarelli, Toulon
L'overdose médiatique avant, pendant, et après la mort du pape m'amène à poser deux questions. La première : France 2 est-elle encore une chaîne de service public ? La deuxième, qui en découle : la loi de séparation de l'Eglise et de l'Etat est-elle encore en vigueur dans notre pays ? Le zèle avec lequel les journaux télévisés ont été rallongés pour traiter de la mort du pape (y compris avant que celle-ci soit effective, quelle élégance !) m'amène à me demander si en payant dévotement ma redevance je ne paie pas en même temps le denier du culte.
Que cela plaise ou non aux responsables de France 2, il y a une foule de gens qui ne se reconnaissent en rien dans les faits, les gestes et les déclarations du pape, quel que soit son nom, et qui par conséquent accordent à la mort de celui-ci comme à l'élection du prochain une importance tout à fait relative.
Au moins deux accidents de parcours sont venus gâter le bel enthousiasme des journalistes de la Deux. Samedi soir, le journal a commencé par 25 minutes sur le sujet, avant qu'on daigne évoquer, en les saucissonnant en fines tranches (évidemment, il fallait rattraper le temps), d'autres informations tout à fait secondaires comme les ravages du sida au Malawi. On a omis de nous rappeler que les fermes recommandations contre le préservatif émises par le pape n'avaient pas contribué à améliorer la situation. Mais, surtout ; nous avons eu pendant 3 secondes une image terrible : celle du visage d'un malheureux enfant détruit par la maladie. Ces trois secondes ont rendu brutalement et tragiquement dérisoires les bigoteries des 25 minutes précédentes. Et, le lendemain soir, France 2 a carrément innové : son journal de près d'une heure n'a traité que d'une seule information : la mort du pape. Pour le reste, circulez, il n'y a rien à voir. Il ne s'est rien passé d'autre en France ni dans le monde. Service public ? France 2 ou Télé Vatican ?
cinema e depressione
Adnkronos 6.4.05
CINEMA: RASSEGNA IN ABRUZZO, I DUE VOLTI DELLE DEPRESSIONI
L'Aquila,6 apr. - (Adnkronos) - Il cinema e la sua dimensione terapeutica sono al centro della rassegna "Cinema e pschiatria", promossa, per il quarto anno consecutivo, dall'Istituto cinematografico "La Lanterna magica" e dal dipartimento di salute mentale della Asl dell'Aquila, con la collaborazione dell'Accademia dell'Immagine. Le tematiche affrontate saranno quelle legate ai vari aspetti della depressione e quindi alle possibili cause scatenanti, in particolare l'argomento trattato sarà quello relativo al benessere sociale e al malessere interiore. La rassegna presenta diversi elementi di originalità, dalla scelta del cinema come momento di "avvicinamento" alla sofferenza psichica, al sodalizio fra istituzione culturale e servizio sanitario pubblico per accettare un percorso di comprensione e di accettazione della "diversità".
CINEMA: RASSEGNA IN ABRUZZO, I DUE VOLTI DELLE DEPRESSIONI
L'Aquila,6 apr. - (Adnkronos) - Il cinema e la sua dimensione terapeutica sono al centro della rassegna "Cinema e pschiatria", promossa, per il quarto anno consecutivo, dall'Istituto cinematografico "La Lanterna magica" e dal dipartimento di salute mentale della Asl dell'Aquila, con la collaborazione dell'Accademia dell'Immagine. Le tematiche affrontate saranno quelle legate ai vari aspetti della depressione e quindi alle possibili cause scatenanti, in particolare l'argomento trattato sarà quello relativo al benessere sociale e al malessere interiore. La rassegna presenta diversi elementi di originalità, dalla scelta del cinema come momento di "avvicinamento" alla sofferenza psichica, al sodalizio fra istituzione culturale e servizio sanitario pubblico per accettare un percorso di comprensione e di accettazione della "diversità".
grandi scoperte americane
...basta rimbecillirli!
AdnKronos Salute 05/APR/05 - 16:41
PSICHIATRIA:
MORFINA MIGLIORA SINDROME OSSESSIVA COMPULSIVA
Roma, 5 apr. (Adnkronos Salute) - Una dose settimanale di morfina orale può migliorare i sintomi provocati dal disturbo ossessivo compulsivo nei pazienti che non rispondono ai trattamenti farmacologici tradizionali, ben il 40% dei malati che utilizzano gli antidepressivi inibitori della ricattura della serotonina approvati per il trattamento di questa sindrome. A sostenerlo è uno studio pilota pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry. Non sono ancora ben chiari i motivi per cui la morfina, usata insieme ai farmaci, sarebbe efficace contro la sintomatologia di questi malati, ma i ricercatori ipotizzano, basandosi su studi precedentemente condotti, che i farmaci interagiscano con i ricettori degli oppiacei poichè c'è un'alta concentrazione di questi nella parte del cervello interessata dalla patologia. Nei pazienti su cui è stata sperimentata, la morfina ha placato i sintomi già dal giorno successivo all'assunzione, limitando il disturbo ossessivo e l'ansia generalmente presenti in questi malati. (Ile/Adnkronos Salute)
PSICHIATRIA:
MORFINA MIGLIORA SINDROME OSSESSIVA COMPULSIVA
Roma, 5 apr. (Adnkronos Salute) - Una dose settimanale di morfina orale può migliorare i sintomi provocati dal disturbo ossessivo compulsivo nei pazienti che non rispondono ai trattamenti farmacologici tradizionali, ben il 40% dei malati che utilizzano gli antidepressivi inibitori della ricattura della serotonina approvati per il trattamento di questa sindrome. A sostenerlo è uno studio pilota pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry. Non sono ancora ben chiari i motivi per cui la morfina, usata insieme ai farmaci, sarebbe efficace contro la sintomatologia di questi malati, ma i ricercatori ipotizzano, basandosi su studi precedentemente condotti, che i farmaci interagiscano con i ricettori degli oppiacei poichè c'è un'alta concentrazione di questi nella parte del cervello interessata dalla patologia. Nei pazienti su cui è stata sperimentata, la morfina ha placato i sintomi già dal giorno successivo all'assunzione, limitando il disturbo ossessivo e l'ansia generalmente presenti in questi malati. (Ile/Adnkronos Salute)
voci, e capacità giuridica
Corriere della Sera 6.4.05
Infermiera killer, conclusa la perizia psichiatrica. Tra due settimane il responso
«I delitti in corsia? Sentivo delle voci»
Sonia Caleffi davanti ai periti: ricordo la fine di Maria Cristina, fu orribile
Angelo Panzeri
LECCO - La perizia psichiatrica su Sonia Caleffi passa anche dai gadget, da quella bara in miniatura appesa al portachiavi, un regalo del padre, dipendente di una ditta di pompe funebri. E il lavoro di medici e psichiatri, chiamati a definire il puzzle della vita e a scavare nella personalità della trentaquattrenne, rea confessa di 4 omicidi all’ospedale di Lecco e accusata di altri 8 tentati omicidi all’ospedale di Lecco e 3 tentati omicidi in strutture ospedaliere e case per anziani del Comasco, passa anche da quel portachiavi. «E’ stato un regalo di mio padre», ha detto ai periti la donna. Medici e psichiatri di fama internazionale, Ugo Fornari per il gip del Tribunale di Lecco, Giancarlo Nivoli per la Procura, Massimo Picozzi per la difesa, e i consulenti per le parti lese (Giuseppe Giunta, Mario Vannini, Mario Lafranconi, Alberto Mascetti), hanno concluso ieri la perizia psichiatrica, a Castiglione delle Stiviere, dove l’ex infermiera è ospite dai primi di febbraio.
Il professor Ugo Fornari dovrà rispondere al quesito più importante: «Sonia è in grado di intendere e volere?». Poi: «Quali sono le sue attuali condizioni di salute?».
Ieri, in oltre 5 ore di colloquio con gli psichiatri (erano presenti anche gli avvocati difensori Renato Papa e Claudio Rea e i legali delle parti offese Francesco Giordano e Raffaella Bianco), Sonia ha confermato di aver ucciso quattro persone. «Ricordo in modo particolare - ha precisato - il caso della signora Maria Cristina, fu orribile». Ai momenti di lucidità hanno fatto seguito lunghe pause. L’infermiera si è addentrata nei particolari: allontanava i colleghi, entrava nella stanza e poi iniettava dell’aria attraverso una cannula. Perché lo faceva? «Per mettermi in evidenza - ha riferito -, perché sentivo qualcosa dentro, delle voci».
Nel frattempo le condizioni di salute migliorano e l’infermiera rischia di tornare in carcere. «Stiamo lavorando - commenta il suo legale, l’avvocato Claudio Rea - per farla rimanere nella struttura di Castiglione delle Stiviere, confacente alle sue condizioni». Entro una settimana arriverà la decisione del giudice delle indagini preliminari di Lecco.
Infermiera killer, conclusa la perizia psichiatrica. Tra due settimane il responso
«I delitti in corsia? Sentivo delle voci»
Sonia Caleffi davanti ai periti: ricordo la fine di Maria Cristina, fu orribile
Angelo Panzeri
LECCO - La perizia psichiatrica su Sonia Caleffi passa anche dai gadget, da quella bara in miniatura appesa al portachiavi, un regalo del padre, dipendente di una ditta di pompe funebri. E il lavoro di medici e psichiatri, chiamati a definire il puzzle della vita e a scavare nella personalità della trentaquattrenne, rea confessa di 4 omicidi all’ospedale di Lecco e accusata di altri 8 tentati omicidi all’ospedale di Lecco e 3 tentati omicidi in strutture ospedaliere e case per anziani del Comasco, passa anche da quel portachiavi. «E’ stato un regalo di mio padre», ha detto ai periti la donna. Medici e psichiatri di fama internazionale, Ugo Fornari per il gip del Tribunale di Lecco, Giancarlo Nivoli per la Procura, Massimo Picozzi per la difesa, e i consulenti per le parti lese (Giuseppe Giunta, Mario Vannini, Mario Lafranconi, Alberto Mascetti), hanno concluso ieri la perizia psichiatrica, a Castiglione delle Stiviere, dove l’ex infermiera è ospite dai primi di febbraio.
Il professor Ugo Fornari dovrà rispondere al quesito più importante: «Sonia è in grado di intendere e volere?». Poi: «Quali sono le sue attuali condizioni di salute?».
Ieri, in oltre 5 ore di colloquio con gli psichiatri (erano presenti anche gli avvocati difensori Renato Papa e Claudio Rea e i legali delle parti offese Francesco Giordano e Raffaella Bianco), Sonia ha confermato di aver ucciso quattro persone. «Ricordo in modo particolare - ha precisato - il caso della signora Maria Cristina, fu orribile». Ai momenti di lucidità hanno fatto seguito lunghe pause. L’infermiera si è addentrata nei particolari: allontanava i colleghi, entrava nella stanza e poi iniettava dell’aria attraverso una cannula. Perché lo faceva? «Per mettermi in evidenza - ha riferito -, perché sentivo qualcosa dentro, delle voci».
Nel frattempo le condizioni di salute migliorano e l’infermiera rischia di tornare in carcere. «Stiamo lavorando - commenta il suo legale, l’avvocato Claudio Rea - per farla rimanere nella struttura di Castiglione delle Stiviere, confacente alle sue condizioni». Entro una settimana arriverà la decisione del giudice delle indagini preliminari di Lecco.
nel nome di Giordano Bruno
Repubblica, ed. di Napoli
Studenti anche dalla Francia e dalla Tunisia per il Certame di Nola
In gara per Giordano Bruno
Mariacristina Coppeto
Nola celebra il suo più illustre cittadino ospitando la quinta edizione del Certame Internazionale Bruniano. Da venerdì a domenica prossimi centonovanta studenti degli ultimi due anni di corso delle scuole secondarie pubbliche e private che studiano filosofia, dovranno dare prova della loro conoscenza dell´opera "De gli eroici furori" di Giordano Bruno. È una delle maggiori manifestazioni culturali dedicata al filosofo nolano e alla filosofia, che coinvolge giovani provenienti da tutte le regioni italiane e non solo.
Infatti, è prevista la partecipazione straordinaria anche di quarantacinque ospiti francesi provenienti da Guingamp in Bretagna e di uno studente del Liceo Scientifico di Tunisi. Gli studenti avranno la possibilità di gareggiare sull´opera di Bruno, ma anche di scoprire il patrimonio culturale del territorio, tra cui il famoso villaggio preistorico venuto alla luce di recente. Il Certame è organizzato dal Comune di Nola, dalla Provincia di Napoli, dal Liceo Classico "Giosuè Carducci" di Nola e dall´associazione Meridies, con la preziosa consulenza scientifica di docenti universitari e studiosi di filosofia, coordinati dal professor Aniello Montano e patrocinato dal ministero dell´Educazione e dal ministero per gli Italiani nel mondo.
Per stimolare i giovani allo studio della filosofia, sono stati programmati numerosi appuntamenti tra i quali quello previsto in un primo momento al Museo Diocesano di Nola e poi spostato nella sala del consiglio comunale, venerdì alle 11.30: "A l´infinito m´ergo - Giordano Bruno e il volo del moderno Ulisse", a cura di Pasquale Sabbatino e Aniello Montano. La premiazione dei vincitori del Certame si svolgerà domenica alle 10,30 nell´aula magna dell´Università Parthenope di Nola, in piazza Giordano Bruno.
Alla cerimonia interverranno il sindaco Napolitano, l´assessore provinciale Basilico, i sindaci di Casamarciano e Cimitile, l´assessore comunale Romano, de Serpis del Meridies-Organizzazione Certame, Montano presidente commissione Certame, Allocca preside del Carducci, Versace dell´Agenzia locale per lo sviluppo dei Comuni dell´area Nolana e Ferrara dell´Università Parthenope. Ospite d´onore Liliana de Curtis. Allo studente primo classificato andrà un premio di 2000 euro, 1000 al secondo, 700 al terzo, 500 al quarto e 300 al quinto.
Studenti anche dalla Francia e dalla Tunisia per il Certame di Nola
In gara per Giordano Bruno
Mariacristina Coppeto
Nola celebra il suo più illustre cittadino ospitando la quinta edizione del Certame Internazionale Bruniano. Da venerdì a domenica prossimi centonovanta studenti degli ultimi due anni di corso delle scuole secondarie pubbliche e private che studiano filosofia, dovranno dare prova della loro conoscenza dell´opera "De gli eroici furori" di Giordano Bruno. È una delle maggiori manifestazioni culturali dedicata al filosofo nolano e alla filosofia, che coinvolge giovani provenienti da tutte le regioni italiane e non solo.
Infatti, è prevista la partecipazione straordinaria anche di quarantacinque ospiti francesi provenienti da Guingamp in Bretagna e di uno studente del Liceo Scientifico di Tunisi. Gli studenti avranno la possibilità di gareggiare sull´opera di Bruno, ma anche di scoprire il patrimonio culturale del territorio, tra cui il famoso villaggio preistorico venuto alla luce di recente. Il Certame è organizzato dal Comune di Nola, dalla Provincia di Napoli, dal Liceo Classico "Giosuè Carducci" di Nola e dall´associazione Meridies, con la preziosa consulenza scientifica di docenti universitari e studiosi di filosofia, coordinati dal professor Aniello Montano e patrocinato dal ministero dell´Educazione e dal ministero per gli Italiani nel mondo.
Per stimolare i giovani allo studio della filosofia, sono stati programmati numerosi appuntamenti tra i quali quello previsto in un primo momento al Museo Diocesano di Nola e poi spostato nella sala del consiglio comunale, venerdì alle 11.30: "A l´infinito m´ergo - Giordano Bruno e il volo del moderno Ulisse", a cura di Pasquale Sabbatino e Aniello Montano. La premiazione dei vincitori del Certame si svolgerà domenica alle 10,30 nell´aula magna dell´Università Parthenope di Nola, in piazza Giordano Bruno.
Alla cerimonia interverranno il sindaco Napolitano, l´assessore provinciale Basilico, i sindaci di Casamarciano e Cimitile, l´assessore comunale Romano, de Serpis del Meridies-Organizzazione Certame, Montano presidente commissione Certame, Allocca preside del Carducci, Versace dell´Agenzia locale per lo sviluppo dei Comuni dell´area Nolana e Ferrara dell´Università Parthenope. Ospite d´onore Liliana de Curtis. Allo studente primo classificato andrà un premio di 2000 euro, 1000 al secondo, 700 al terzo, 500 al quarto e 300 al quinto.
sinistra
Bertinotti e il fronte antigovernativo
L'Unità 6 Aprile 2005
Bertinotti: «Va bene anche così»
«La partecipazione va favorita, ma sulle primarie la decisione spettava a Prodi»
Simone Collini
ROMA Parla della «primavera pugliese» quasi come fosse la primavera di Praga, lega il nome di Vendola a quello di Lula e Chavez. Però non è d’accordo con chi giudica una vittoria di Rifondazione comunista quanto accaduto con il voto di domenica e lunedì. «È la vittoria di un’idea di riforma della politica», spiega Fausto Bertinotti, che ribadisce di non voler fare il ministro in un governo dell’Unione e tanto meno, dice smentendo una voce circolata in queste ore, il presidente della Camera perché, ci tiene a sottolineare, «appartengo alla stagione della militanza fatta con spirito partigiano».
Onorevole Bertinotti, Prodi ha detto che non è più necessario fare le primarie.
«Appunto, è stato Prodi a proporle e Prodi a rinunciare. Io non ho altro da aggiungere».
Lei però si era candidato.
«Noi non le abbiamo chieste. Le abbiamo incoraggiate, questo sì. E continuo a pensare che l’esperienza pugliese ci dice che un sovrappiù di partecipazione democratica rispetto a quella che ordinariamente siamo in grado di produrre è un bene».
Quindi un po’ dispiaciuto che non si facciano le primarie dovrebbe esserlo, o no?
«Ci sono molte forme per far prevalere la partecipazione. Sulla leadership come sul programma, l’importante è che si metta a frutto la lezione della Puglia, che venga introdotta, in modo organico, la democrazia partecipata. Noi siamo del tutto disponibili a discutere le forme, i mezzi, gli ambiti in cui svilupparla».
Come giudica la vittoria di Vendola in Puglia?
«Un grande fatto politico, in sé, ma che costituisce anche l’annuncio di una possibilità. Quanto accaduto in Puglia, da un lato si inserisce nel complesso della crisi di consenso della destra e dell’affermazione dell’alternativa. Per un altro verso, però, è un fenomeno originale, siamo di fronte al dispiegarsi di una primavera pugliese. E dico primavera in senso forte, come è stato usato questo termine in altre occasioni e in altre parti del mondo ogniqualvolta è emerso un fenomeno che modifica profondamente i connotati stessi della politica».
In cosa vede queste modifiche?
«Intanto, nell’emergere della partecipazione democratica e di una nuova alleanza tra una leadership e un popolo. È un fenomeno che in qualche modo è simile alla rinascita della sinistra latinoamericana».
Il Prc chiederà elezioni anticipate?
«No, perché dobbiamo avere particolare cura per una certa deontologia istituzionale. Si è votato per dei governi regionali. Dopodiché, è del tutto evidente, come riconoscono gli stessi esponenti della destra, che vista l’estensione del crollo non si è trattato di un fenomeno circoscrivibile soltanto ai singoli governi locali. Ma questa è una considerazione politica. I cittadini sono stati chiamati al voto per eleggere il governo locale, e a questo bisogna attenersi».
La considerazione politica è fine a se stessa?
«No, perché il governo non ha più il consenso degli elettori. Le forze delle opposizioni oggi sono maggioranza assoluta nel paese. Cosa che non è accaduta neanche con la vittoria del ‘96, dove prevarremmo per la divisione tra Polo e Lega. Dunque lo scacco è particolarmente rilevante. Ma questo costituisce un problema per il governo, non per noi. L’opposizione non deve chiedere alcunché, deve fare il suo mestiere di opposizione, e su questa via proporsi di accentuare la crisi di governo, lavorando a rafforzare ulteriormente questa corrente di opinione che si è rilevata così netta nel paese, e parallelamente accelerando la costruzione di un programma di alternativa».
La vittoria di Vendola sposta l’asse della coalizione a sinistra?
«La vittoria di Vendola mostra che a guidare questa coalizione può essere l’espressione di una qualunque delle sue componenti, che non c’è il monopolio della rappresentanza e che quello che decide non è la collocazione nella geografia politica, ma il grado di rappresentanza autentica che si è in grado di esprimere».
Questo voto arriva dopo quella che alcuni definiscono la svolta governista del Prc, e il risultato è inferiore rispetto alle europee.
«Siamo un po’ indietro rispetto alle europee, ma avanziamo rispetto alle regionali del 2000. In questo, confermando una tendenza che è sempre stata la nostra, e cioè che andiamo meno bene nelle elezioni locali, nelle quali bisogna far valere il rapporto tra una linea politica e un consenso nel territorio. Il combinato disposto europee, regionali, vittoria di Vendola ci incoraggia comunque ad andare avanti su questa strada».
La Stampa 6.4.05
NON SONO INCOMPATIBILI COME QUATTRO ANNI FA: IL GOVERNO DEL CAVALIERE E LA POLITICA ESTERA DI BUSH HANNO RIDOTTO LE DIFFERENZE
La voglia di battere Berlusconi avvicina sempre più le due sinistre
di Riccardo Barenghi
LA notte elettorale del 1996, quando Prodi sconfisse Berlusconi e si aprì la stagione dell’Ulivo, quella notte fu contrassegnata dal tormentone di Bruno Vespa. Man mano che arrivavano i dati, l’assillo del conduttore era dimostrare che, senza Rifondazione, Prodi non avrebbe avuto i numeri per governare. Finché da Botteghe Oscure non intervenne D’Alema chiudendo la discussione con queste parole (più o meno): «Bertinotti o non Bertinotti, il dato politico è un altro: Berlusconi ha perso e Prodi ha vinto. L’Italia avrà un governo di centrosinistra». In quel momento aveva ragione il segretario dei Ds, due anni dopo avrebbe avuto ragione Vespa. Quando cioè Rifondazione uscì dalla maggioranza, Prodi cadde, gli subentrò D’Alema, cadde pure D’Alema e gli subentrò Amato che alla fine venne sostituito da Berlusconi che nel frattempo aveva vinto le elezioni. Quei voti di Bertinotti furono dunque decisivi, prima per Prodi e poi contro Prodi e tutti gli altri ex alleati.
La domanda che alcuni si pongono oggi, e che molti esponenti del centrodestra usano per provocare i vincitori delle regionali, è appunto come farà l’Unione a restare unita. Come cioè, ammesso che vinca anche le elezioni politiche, riuscirà a tenere insieme le idee di Bertinotti e quelle di D’Alema, le proposte di Pecoraro e quelle di Rutelli, l’antiamericanismo di Diliberto e l’atlantismo di Fassino. In parole povere, se esistano ancora le famose (o famigerate) due sinistre e se siano tra loro compatibili.
La teoria delle due sinistre (cara sia a D’Alema sia a Bertinotti, un’intesa per spartirsi il campo) nasce in realtà come teoria de «Le due destre», saggio di Marco Revelli per Bollati Boringhieri, datato appunto 1996. In cui la prima destra è quella di nome e di fatto, Berlusconi e i suoi alleati, «populista e plebiscitaria»; mentre la seconda destra, «tecnocratica ed elitaria», ha finito per sussumere anche la ex sinistra. Oppure, per essere più buoni di Revelli, non una destra ma una sinistra, magari moderata o di governo o riformista e via aggettivando ma pur sempre sinistra. L’incontro e soprattutto lo scontro tra questa sinistra e quella che adesso si chiama radicale ha contrassegnato la seconda metà degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio.
Due sinistre che si sono dimostrate incompatibili alla prova dei fatti, una sposava il libero mercato l’altra sosteneva l’intervento pubblico nell’economia; una metteva al primo posto il risanamento, l’altra pretendeva più spesa sociale; una faceva la guerra «umanitaria» in Kosovo, l’altra le si opponeva frontalmente; una apriva la strada al lavoro flessibile (e precario), l’altra chiedeva garanzie, diritti e posti fissi; una induriva la mano contro gli immigrati, l’altra voleva aprire le frontiere. Una infine che ha voluto il sistema maggioritario e puntava sul premierato, l’altra che amava (e ama) il proporzionale tanto quanto osteggia l’idea del premier forte.
Oggi queste due sinistre ci sono ancora e si vedono a occhio nudo. Ma forse – forse perché solo i fatti lo diranno, e i fatti si chiamano governo – non sono più tanto incompatibili. Intanto perché negli ultimi quattro anni qualcosa in Italia e nel mondo è accaduto. Per esempio ha governato Berlusconi, facendo cose che hanno convinto anche gli occhi più estremisti della sinistra che non si potesse più stare in finestra a guardare ma si dovesse fare qualsiasi cosa, anche appunto stringere un patto di sangue con l’altra sinistra, pur di sconfiggerlo. Oppure che sulla scena è arrivato Bush, poi il terrorismo islamico, dunque la filosofia della guerra preventiva e infine la guerra concreta, convincendo anche i più moderati della sinistra che da quella parte non si poteva stare. Oppure, ancora, che il capitalismo moderno non crea solo opportunità ma anche molti danni, tanto che lo stesso D’Alema un paio di anni fa ha aperto una riflessione autocritica sul neoliberismo. E anche che, tornando alla sinistra radicale, la questione del governo non sia più una sorta di tabù (vedi il caso Nichi Vendola). E qualsiasi dirigente politico, Bertinotti per primo, sa perfettamente che governare un paese non è una manifestazione né un pranzo di gala.
Passi avanti dunque, che convergono sull’ipotesi di rendere queste due sinistre compatibili ne sono stati fatti da una sinistra e dall’altra. Che tuttavia restano diverse, a volte anche divergenti, non solo nell’azione della politica ma soprattutto nell’ispirazione culturale che questa azione dovrebbe guidare. Resta da vedere se e come queste differenze anche profonde troveranno una loro composizione. La troveranno certamente nel mitico programma che prima o poi l’Unione riuscirà a partorire, ma i programmi si fanno e si disfano come nulla fosse. Non è affatto detto invece che riusciranno a trovarla quando saranno al governo, se mai ci saranno. Perché prima le due sinistre devono vincere le elezioni politiche, quasi come se fossero una sola.
Bertinotti: «Va bene anche così»
«La partecipazione va favorita, ma sulle primarie la decisione spettava a Prodi»
Simone Collini
ROMA Parla della «primavera pugliese» quasi come fosse la primavera di Praga, lega il nome di Vendola a quello di Lula e Chavez. Però non è d’accordo con chi giudica una vittoria di Rifondazione comunista quanto accaduto con il voto di domenica e lunedì. «È la vittoria di un’idea di riforma della politica», spiega Fausto Bertinotti, che ribadisce di non voler fare il ministro in un governo dell’Unione e tanto meno, dice smentendo una voce circolata in queste ore, il presidente della Camera perché, ci tiene a sottolineare, «appartengo alla stagione della militanza fatta con spirito partigiano».
Onorevole Bertinotti, Prodi ha detto che non è più necessario fare le primarie.
«Appunto, è stato Prodi a proporle e Prodi a rinunciare. Io non ho altro da aggiungere».
Lei però si era candidato.
«Noi non le abbiamo chieste. Le abbiamo incoraggiate, questo sì. E continuo a pensare che l’esperienza pugliese ci dice che un sovrappiù di partecipazione democratica rispetto a quella che ordinariamente siamo in grado di produrre è un bene».
Quindi un po’ dispiaciuto che non si facciano le primarie dovrebbe esserlo, o no?
«Ci sono molte forme per far prevalere la partecipazione. Sulla leadership come sul programma, l’importante è che si metta a frutto la lezione della Puglia, che venga introdotta, in modo organico, la democrazia partecipata. Noi siamo del tutto disponibili a discutere le forme, i mezzi, gli ambiti in cui svilupparla».
Come giudica la vittoria di Vendola in Puglia?
«Un grande fatto politico, in sé, ma che costituisce anche l’annuncio di una possibilità. Quanto accaduto in Puglia, da un lato si inserisce nel complesso della crisi di consenso della destra e dell’affermazione dell’alternativa. Per un altro verso, però, è un fenomeno originale, siamo di fronte al dispiegarsi di una primavera pugliese. E dico primavera in senso forte, come è stato usato questo termine in altre occasioni e in altre parti del mondo ogniqualvolta è emerso un fenomeno che modifica profondamente i connotati stessi della politica».
In cosa vede queste modifiche?
«Intanto, nell’emergere della partecipazione democratica e di una nuova alleanza tra una leadership e un popolo. È un fenomeno che in qualche modo è simile alla rinascita della sinistra latinoamericana».
Il Prc chiederà elezioni anticipate?
«No, perché dobbiamo avere particolare cura per una certa deontologia istituzionale. Si è votato per dei governi regionali. Dopodiché, è del tutto evidente, come riconoscono gli stessi esponenti della destra, che vista l’estensione del crollo non si è trattato di un fenomeno circoscrivibile soltanto ai singoli governi locali. Ma questa è una considerazione politica. I cittadini sono stati chiamati al voto per eleggere il governo locale, e a questo bisogna attenersi».
La considerazione politica è fine a se stessa?
«No, perché il governo non ha più il consenso degli elettori. Le forze delle opposizioni oggi sono maggioranza assoluta nel paese. Cosa che non è accaduta neanche con la vittoria del ‘96, dove prevarremmo per la divisione tra Polo e Lega. Dunque lo scacco è particolarmente rilevante. Ma questo costituisce un problema per il governo, non per noi. L’opposizione non deve chiedere alcunché, deve fare il suo mestiere di opposizione, e su questa via proporsi di accentuare la crisi di governo, lavorando a rafforzare ulteriormente questa corrente di opinione che si è rilevata così netta nel paese, e parallelamente accelerando la costruzione di un programma di alternativa».
La vittoria di Vendola sposta l’asse della coalizione a sinistra?
«La vittoria di Vendola mostra che a guidare questa coalizione può essere l’espressione di una qualunque delle sue componenti, che non c’è il monopolio della rappresentanza e che quello che decide non è la collocazione nella geografia politica, ma il grado di rappresentanza autentica che si è in grado di esprimere».
Questo voto arriva dopo quella che alcuni definiscono la svolta governista del Prc, e il risultato è inferiore rispetto alle europee.
«Siamo un po’ indietro rispetto alle europee, ma avanziamo rispetto alle regionali del 2000. In questo, confermando una tendenza che è sempre stata la nostra, e cioè che andiamo meno bene nelle elezioni locali, nelle quali bisogna far valere il rapporto tra una linea politica e un consenso nel territorio. Il combinato disposto europee, regionali, vittoria di Vendola ci incoraggia comunque ad andare avanti su questa strada».
La Stampa 6.4.05
NON SONO INCOMPATIBILI COME QUATTRO ANNI FA: IL GOVERNO DEL CAVALIERE E LA POLITICA ESTERA DI BUSH HANNO RIDOTTO LE DIFFERENZE
La voglia di battere Berlusconi avvicina sempre più le due sinistre
di Riccardo Barenghi
LA notte elettorale del 1996, quando Prodi sconfisse Berlusconi e si aprì la stagione dell’Ulivo, quella notte fu contrassegnata dal tormentone di Bruno Vespa. Man mano che arrivavano i dati, l’assillo del conduttore era dimostrare che, senza Rifondazione, Prodi non avrebbe avuto i numeri per governare. Finché da Botteghe Oscure non intervenne D’Alema chiudendo la discussione con queste parole (più o meno): «Bertinotti o non Bertinotti, il dato politico è un altro: Berlusconi ha perso e Prodi ha vinto. L’Italia avrà un governo di centrosinistra». In quel momento aveva ragione il segretario dei Ds, due anni dopo avrebbe avuto ragione Vespa. Quando cioè Rifondazione uscì dalla maggioranza, Prodi cadde, gli subentrò D’Alema, cadde pure D’Alema e gli subentrò Amato che alla fine venne sostituito da Berlusconi che nel frattempo aveva vinto le elezioni. Quei voti di Bertinotti furono dunque decisivi, prima per Prodi e poi contro Prodi e tutti gli altri ex alleati.
La domanda che alcuni si pongono oggi, e che molti esponenti del centrodestra usano per provocare i vincitori delle regionali, è appunto come farà l’Unione a restare unita. Come cioè, ammesso che vinca anche le elezioni politiche, riuscirà a tenere insieme le idee di Bertinotti e quelle di D’Alema, le proposte di Pecoraro e quelle di Rutelli, l’antiamericanismo di Diliberto e l’atlantismo di Fassino. In parole povere, se esistano ancora le famose (o famigerate) due sinistre e se siano tra loro compatibili.
La teoria delle due sinistre (cara sia a D’Alema sia a Bertinotti, un’intesa per spartirsi il campo) nasce in realtà come teoria de «Le due destre», saggio di Marco Revelli per Bollati Boringhieri, datato appunto 1996. In cui la prima destra è quella di nome e di fatto, Berlusconi e i suoi alleati, «populista e plebiscitaria»; mentre la seconda destra, «tecnocratica ed elitaria», ha finito per sussumere anche la ex sinistra. Oppure, per essere più buoni di Revelli, non una destra ma una sinistra, magari moderata o di governo o riformista e via aggettivando ma pur sempre sinistra. L’incontro e soprattutto lo scontro tra questa sinistra e quella che adesso si chiama radicale ha contrassegnato la seconda metà degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio.
Due sinistre che si sono dimostrate incompatibili alla prova dei fatti, una sposava il libero mercato l’altra sosteneva l’intervento pubblico nell’economia; una metteva al primo posto il risanamento, l’altra pretendeva più spesa sociale; una faceva la guerra «umanitaria» in Kosovo, l’altra le si opponeva frontalmente; una apriva la strada al lavoro flessibile (e precario), l’altra chiedeva garanzie, diritti e posti fissi; una induriva la mano contro gli immigrati, l’altra voleva aprire le frontiere. Una infine che ha voluto il sistema maggioritario e puntava sul premierato, l’altra che amava (e ama) il proporzionale tanto quanto osteggia l’idea del premier forte.
Oggi queste due sinistre ci sono ancora e si vedono a occhio nudo. Ma forse – forse perché solo i fatti lo diranno, e i fatti si chiamano governo – non sono più tanto incompatibili. Intanto perché negli ultimi quattro anni qualcosa in Italia e nel mondo è accaduto. Per esempio ha governato Berlusconi, facendo cose che hanno convinto anche gli occhi più estremisti della sinistra che non si potesse più stare in finestra a guardare ma si dovesse fare qualsiasi cosa, anche appunto stringere un patto di sangue con l’altra sinistra, pur di sconfiggerlo. Oppure che sulla scena è arrivato Bush, poi il terrorismo islamico, dunque la filosofia della guerra preventiva e infine la guerra concreta, convincendo anche i più moderati della sinistra che da quella parte non si poteva stare. Oppure, ancora, che il capitalismo moderno non crea solo opportunità ma anche molti danni, tanto che lo stesso D’Alema un paio di anni fa ha aperto una riflessione autocritica sul neoliberismo. E anche che, tornando alla sinistra radicale, la questione del governo non sia più una sorta di tabù (vedi il caso Nichi Vendola). E qualsiasi dirigente politico, Bertinotti per primo, sa perfettamente che governare un paese non è una manifestazione né un pranzo di gala.
Passi avanti dunque, che convergono sull’ipotesi di rendere queste due sinistre compatibili ne sono stati fatti da una sinistra e dall’altra. Che tuttavia restano diverse, a volte anche divergenti, non solo nell’azione della politica ma soprattutto nell’ispirazione culturale che questa azione dovrebbe guidare. Resta da vedere se e come queste differenze anche profonde troveranno una loro composizione. La troveranno certamente nel mitico programma che prima o poi l’Unione riuscirà a partorire, ma i programmi si fanno e si disfano come nulla fosse. Non è affatto detto invece che riusciranno a trovarla quando saranno al governo, se mai ci saranno. Perché prima le due sinistre devono vincere le elezioni politiche, quasi come se fossero una sola.
"transfert erotico"
Repubblica, ed. di Napoli 6.4.05
IL CONTROTRANSFERT EROTICO DELLA PSICOLOGA
MICHELE ROSSENA
Una giovane psicologa campana risolve per magia, e con l'avallo della legge, l'enigma storico della cultura psicoanalitica. Lo hanno riportato i giornali: il controtransfert erotico della psicologa salva un ex tossicodipendente dal carcere. Non era bastato un secolo di studi e ricerche, di confronti e diatribe e soprattutto riflessioni sofferte e dolorose dei protagonisti della trasformazione di un transfert fra terapeuta e paziente in relazione amorosa, a sciogliere il nodo centrale della prassi analitica. Non era bastata una corposa bibliografia specialistica sul tema, compreso un libro-rivelazione, quel "Diario di una segreta simmetria" frutto di anni e anni di ricerche del grande, compianto Aldo Carotenuto sulla vita, l'identità e le relazioni di Sabina Spirlein, spina nel fianco debole di Freud e Jung, a far luce su di un fenomeno delicatissimo da trattare che merita rispetto e massima attenzione. Non è bastato nemmeno il film che qualche anno fa, campione d'incassi e di dibattiti sul tema, divulgò quanto sofferto e descritto da grandi e sconosciuti artisti dell´anima, da Freud a Jung, da Rogers a Carotenuto, a sanare dubbi etico professionali e interrogativi morali che entrano in gioco fra le mura del difficile e talora inquietante setting psicoanalitico. "Prendimi l'anima", prendendo spunto dalla storia analitica, racconta (seppur manipolato dal regista Faenza) quanto accadde fra Carl Gustav Jung e Sabina Spirlein entro e fuori il tradizionale setting.
Ed ecco una giovane psicologa che, forte del coinvolgimento di tutt'altra natura che non terapeutico, tira fuori l'asso dalla furba manica del mestiere. Nasce così la teoria del "transfert erotico", quale rivoluzionario strumento di riabilitazione del paziente. In barba a grandi e no, caduti sullo scivoloso campo della seduzione analitica e alle loro dilanianti autocritiche. E così, per effetto della nuova teoria, un ex tossicodipendente viene "perdonato" dal Riesame, anzi in qualche modo premiato per aver lasciato gli arresti domiciliari. Perché nelle sue provvidenziali fughe sul litorale domizio incontrava la sua psicologa a stretti fini terapeutici.
Il problema della riabilitazione dalla dipendenze si risolve con un mirato rinfoltimento di personale specializzato. Mi perdoni il lettore se non ho potuto che ironizzare su questo incredibile filmetto americano dai contenuti drammatici e finalone rosa di marca nostrana, che in realtà evidenzia elementi di notevole gravità. No comment per l´invenzione strategica della giovane, scaltra collega che stravolge pubblicamente in senso del transfert, massima istituzione del Verbo Analitico. Si commenta da sola la decisione buonista di un giudice che, per non entrare nel merito di tematiche già delicate per gli stessi addetti ai lavori, quindi pressoché ignorate dal resto dell´umanità, confonde una trovata manipolatoria con effetto psicologico e risultanze legali con il sacrosanto diritto all'affettività del detenuto.
La sottolineatura più triste debbo riservarla alla brutta mazzata accusata dal mondo della psicologia clinica, già pubblicamente offeso e bistrattato nella tv spazzatura che la usa a cadenza quotidiana, volgarizzandola. Per vendere emozioni e sentimenti alla gente che soffre, a costi bassissimi. Ancora una volta chi dovrebbe salvaguardarla come strumento di crescita individuale e collettiva, divulgandola in maniera sana e corretta, se ne serve, sfruttandone il potere (suggestivo) di depositario del sapere umano universale e a scopi ovviamente personali. Dalla giovane psicologa di provincia, ai fedelissimi guru televisivi degli anchorman che contano.
IL CONTROTRANSFERT EROTICO DELLA PSICOLOGA
MICHELE ROSSENA
Una giovane psicologa campana risolve per magia, e con l'avallo della legge, l'enigma storico della cultura psicoanalitica. Lo hanno riportato i giornali: il controtransfert erotico della psicologa salva un ex tossicodipendente dal carcere. Non era bastato un secolo di studi e ricerche, di confronti e diatribe e soprattutto riflessioni sofferte e dolorose dei protagonisti della trasformazione di un transfert fra terapeuta e paziente in relazione amorosa, a sciogliere il nodo centrale della prassi analitica. Non era bastata una corposa bibliografia specialistica sul tema, compreso un libro-rivelazione, quel "Diario di una segreta simmetria" frutto di anni e anni di ricerche del grande, compianto Aldo Carotenuto sulla vita, l'identità e le relazioni di Sabina Spirlein, spina nel fianco debole di Freud e Jung, a far luce su di un fenomeno delicatissimo da trattare che merita rispetto e massima attenzione. Non è bastato nemmeno il film che qualche anno fa, campione d'incassi e di dibattiti sul tema, divulgò quanto sofferto e descritto da grandi e sconosciuti artisti dell´anima, da Freud a Jung, da Rogers a Carotenuto, a sanare dubbi etico professionali e interrogativi morali che entrano in gioco fra le mura del difficile e talora inquietante setting psicoanalitico. "Prendimi l'anima", prendendo spunto dalla storia analitica, racconta (seppur manipolato dal regista Faenza) quanto accadde fra Carl Gustav Jung e Sabina Spirlein entro e fuori il tradizionale setting.
Ed ecco una giovane psicologa che, forte del coinvolgimento di tutt'altra natura che non terapeutico, tira fuori l'asso dalla furba manica del mestiere. Nasce così la teoria del "transfert erotico", quale rivoluzionario strumento di riabilitazione del paziente. In barba a grandi e no, caduti sullo scivoloso campo della seduzione analitica e alle loro dilanianti autocritiche. E così, per effetto della nuova teoria, un ex tossicodipendente viene "perdonato" dal Riesame, anzi in qualche modo premiato per aver lasciato gli arresti domiciliari. Perché nelle sue provvidenziali fughe sul litorale domizio incontrava la sua psicologa a stretti fini terapeutici.
Il problema della riabilitazione dalla dipendenze si risolve con un mirato rinfoltimento di personale specializzato. Mi perdoni il lettore se non ho potuto che ironizzare su questo incredibile filmetto americano dai contenuti drammatici e finalone rosa di marca nostrana, che in realtà evidenzia elementi di notevole gravità. No comment per l´invenzione strategica della giovane, scaltra collega che stravolge pubblicamente in senso del transfert, massima istituzione del Verbo Analitico. Si commenta da sola la decisione buonista di un giudice che, per non entrare nel merito di tematiche già delicate per gli stessi addetti ai lavori, quindi pressoché ignorate dal resto dell´umanità, confonde una trovata manipolatoria con effetto psicologico e risultanze legali con il sacrosanto diritto all'affettività del detenuto.
La sottolineatura più triste debbo riservarla alla brutta mazzata accusata dal mondo della psicologia clinica, già pubblicamente offeso e bistrattato nella tv spazzatura che la usa a cadenza quotidiana, volgarizzandola. Per vendere emozioni e sentimenti alla gente che soffre, a costi bassissimi. Ancora una volta chi dovrebbe salvaguardarla come strumento di crescita individuale e collettiva, divulgandola in maniera sana e corretta, se ne serve, sfruttandone il potere (suggestivo) di depositario del sapere umano universale e a scopi ovviamente personali. Dalla giovane psicologa di provincia, ai fedelissimi guru televisivi degli anchorman che contano.
comunicato stampa dell'associazione francese ed europea
La Libre Pensée
La Libre Pensée
La Libre Pensée
Communiqué de presse 4 avril 2005
Pour la liberté absolue de conscience,
Ni dieu, ni maître !
Le chef d’une Eglise est mort ! Ce monarque, investi d’un pouvoir discrétionnaire, proclamé infaillible et considéré comme tel, suscite l’adoration idolâtre de ses ouailles, provoque des démonstrations irrationnelles de masse qui, loin de nous déstabiliser, nous incitent au contraire à développer notre action de démystification des dogmes religieux, notre combat pour la promotion de l’instruction publique, du libre examen, du rationalisme expérimental contre toutes les formes d’obscurantismes, contre les charlatanismes et leurs gourous.
Ni plus ni moins réactionnaire et conservateur que ses prédécesseurs ou que son successeur, adaptant la forme, selon que les circonstances le commandent, mais sans rien changer sur le fond de l’intransigeance dogmatique qui caractérise sa religion (et les autres), rappelant en permanence la doctrine sociale de l’Eglise (et la faisant appliquer), garante de la pérennité des systèmes d’exploitation de l’homme par l’homme, ce chef d’une des puissances les plus totalitaires que l’humanité connaît, a dirigé la politique internationale du catholicisme, en faveur de la mondialisation, de la gouvernance mondiale, contribuant ainsi directement à l’instauration de programmes économiques et sociaux aggravant considérablement la situation des classes ouvrières, des paysans, des peuples. Dans un prochain numéro de «La Raison», nous reviendrons sur cette démarche du Vatican, sur sa signification réelle et ses conséquences.
Les chefs d’Etat décrètent des journées de deuil national, participent es qualités aux cérémonies catholiques, le gouvernement ordonne la mise en berne du drapeau de la République sur les édifices publics. Quelques responsables politiques élèvent des protestations, justifiées mais mesurées, pour rappeler que la laÏcité implique d’observer une stricte neutralité de l’Etat en matière religieuse. Certains d’entre eux, ayant voté des lois antilaïques sur les signes et faits religieux à l’Ecole, se dédouanent ainsi facilement. Le président de la République rappelle les efforts du Vatican pour «construire l’unité de l’Europe». Perdues dans une déferlante d’hommages, quelques rares et timides voix regrettent le sectarisme papal en matière de morale sexuelle et familiale, laissent entendre que tout le reste est bel et bon. Face à ce constat, à cette overdose rarement égalée, nous n’en sommes que plus fondés à maintenir haut et largement déployé le drapeau de la Libre Pensée, insurgée permanente contre toutes les oppressions matérielles et morales.
C’est pourquoi, d’ici au 29 mai 2005 (et même après !), nous savons ce que nous avons à faire, pour participer, aux côtés de beaucoup d’autres, au coup d’arrêt, à la défaite de l’Europe vaticane de Karol Wojtila et de ses prédécesseurs.
uomini e topi
informazioni genetiche e "ritardo mentale"
Le Scienze 5.4.05
Un'analisi comparativa del cromosoma X
Le informazioni genetiche sono state confrontate con quelle di scimpanzé e topi
Confrontando intensivamente e sistematicamente il cromosoma X umano con le informazioni genetiche di scimpanzé, topi e ratti, un gruppo di scienziati negli Stati Uniti e in India ha scoperto dozzine di nuovi geni, molti dei quali situati in regioni del cromosoma già associate a malattie.
Alcuni regioni del cromosoma X, uno dei due cromosomi sessuali dell'uomo, sono state infatti collegate al ritardo mentale e a numerosi altri disturbi, ma individuare le particolari anormalità genetiche coinvolte è sempre stato difficile. Lo studio descritto ora sul numero di aprile della rivista "Nature Genetics" dovrebbe accelerare la ricerca sulle malattie associate a questo cromosoma, e incoraggiare analisi simili di altri cromosomi.
"Da quanto ne sappiamo, si tratta della prima analisi critica di un intero cromosoma effettuata da un gruppo che non era stato coinvolto nel determinare la sua sequenza genetica", ha commentato il leader dello studio Akhilesh Pandey del Johns Hopkins Medical Institute di Baltimora e dell’Istituto di Bioinformatica (IOB) di Bangalore, in India, dove è stata condotta l'analisi.
Per 18 mesi, 26 scienziati indiani hanno esaminato con pazienza la sequenza disponibile pubblicamente del cromosoma X (informazioni fornite dal Wellcome Trust Sanger Institute e da altre istituzioni), per identificare geni e altre parti importanti del DNA. Ma anziché limitarsi ad analizzare i dati con il computer alla ricerca di schemi di sequenze genetiche già note, Pandey e colleghi hanno anche cercato similarità fra le regioni del cromosoma umano che codificano proteine e le regioni corrispondenti nel topo e in altri animali.
Nelle regioni identiche fra le varie specie, gli scienziati hanno trovato 43 nuove "strutture genetiche" che codificano proteine. Alcuni di questi geni si trovano in regioni da tempo associate alla sindrome del ritardo mentale o ad altri disturbi.
Un'analisi comparativa del cromosoma X
Le informazioni genetiche sono state confrontate con quelle di scimpanzé e topi
Confrontando intensivamente e sistematicamente il cromosoma X umano con le informazioni genetiche di scimpanzé, topi e ratti, un gruppo di scienziati negli Stati Uniti e in India ha scoperto dozzine di nuovi geni, molti dei quali situati in regioni del cromosoma già associate a malattie.
Alcuni regioni del cromosoma X, uno dei due cromosomi sessuali dell'uomo, sono state infatti collegate al ritardo mentale e a numerosi altri disturbi, ma individuare le particolari anormalità genetiche coinvolte è sempre stato difficile. Lo studio descritto ora sul numero di aprile della rivista "Nature Genetics" dovrebbe accelerare la ricerca sulle malattie associate a questo cromosoma, e incoraggiare analisi simili di altri cromosomi.
"Da quanto ne sappiamo, si tratta della prima analisi critica di un intero cromosoma effettuata da un gruppo che non era stato coinvolto nel determinare la sua sequenza genetica", ha commentato il leader dello studio Akhilesh Pandey del Johns Hopkins Medical Institute di Baltimora e dell’Istituto di Bioinformatica (IOB) di Bangalore, in India, dove è stata condotta l'analisi.
Per 18 mesi, 26 scienziati indiani hanno esaminato con pazienza la sequenza disponibile pubblicamente del cromosoma X (informazioni fornite dal Wellcome Trust Sanger Institute e da altre istituzioni), per identificare geni e altre parti importanti del DNA. Ma anziché limitarsi ad analizzare i dati con il computer alla ricerca di schemi di sequenze genetiche già note, Pandey e colleghi hanno anche cercato similarità fra le regioni del cromosoma umano che codificano proteine e le regioni corrispondenti nel topo e in altri animali.
Nelle regioni identiche fra le varie specie, gli scienziati hanno trovato 43 nuove "strutture genetiche" che codificano proteine. Alcuni di questi geni si trovano in regioni da tempo associate alla sindrome del ritardo mentale o ad altri disturbi.
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.
storia
«la Liberazione partì da Napoli»
Il Mattino 5.4.05
La Liberazione partì da Napoli
Pubblichiamo le pagine di «La Resistenza spiegata a mia figlia» relative alla guerra a Napoli.
Alberto Cavaglion
Il primo ottobre 1943 anche Napoli con il suo porto prezioso era stata liberata dai suoi stessi abitanti. Quando attraversano le strade, gli Alleati trovano una città insorta. Più correttamente, dato che non vi era stato un piano predefinito, si può dire che contemplino il risultato di un moto spontaneo di rivolta o, come si deve sempre dire quando si parla di Napoli, di un «fenomeno della natura», dovuto principalmente al malessere prodotto dalla guerra, alla diffusa miseria, alla rabbia contro le angherie. Una rivolta che coglie alla sprovvista innanzitutto i tedeschi nel momento in cui esplode: la notte fra il 27 e il 28 settembre. Il 30 settembre alle 5 del mattino, l’intero comando tedesco inizia a retrocedere spostandosi a nord di una città che si era liberata da sola. Quel che accade a Napoli non è molto diverso da quanto av- viene nel resto della penisola: nel quartier generale del Parker ’s Hotel il colonnello Sholl, esasperato dai continui scontri in cui sono coinvolti i suoi soldati, pianifica di fare «terra bruciata» (saccheggio del materiale bellico, smantellamento delle infrastrutture, rastrellamento dei giovani in età di leva). Nel lungo mese di settembre, nel periodo che precede sia la liberazione della città, sia la costituzione di una qualche amministrazione italiana «alleata» ai tedeschi, Napoli si trasforma in un teatro di crudeli efferatezze. Presso l’alto comando di Kesselring, i tedeschi in Italia non mancheranno di istituire un reparto, chiamato Kunstschutz, con il compito di tutelare il patrimonio culturale nella zona occupata; questo reparto sarà operativo solo a partire da novembre 1943. Come s’è detto, a Firenze i tedeschi fanno saltare tutti i ponti, ma si fermano davanti al Ponte Vecchio. Durante le prime settimane manca invece ogni direttiva, l’occupazione si caratterizza per la totale assenza di apparati burocratici; a Napoli prevale soprattutto la frustrazione dei comandi delle truppe tedesche. I tedeschi sembrano accanirsi soprattutto contro i tesori archivistici e le opere d’arte; viene deliberatamente incendiata la sede della Società reale, dove erano custoditi archivio e biblioteca delle accademie napoletane, saccheggiato e incendiato l’edificio dell’Università degli studi e il 12 settembre violato anche l’ex monastero di San Severino, sede dell’Archivio in piazzetta Nilo. C’è però un evento che nelle storie della Resistenza non si legge mai e deve invece essere posto a fianco delle stragi di civili, per le irreparabili conseguenze che determina: la distruzione dei fondi più antichi dell’Archivio di Stato di Napoli a opera di guastatori tedeschi. La storia di questo scempio ha risvolti drammatici che meritano di essere riportati in primo piano. Pochi anni prima della Seconda guerra mondiale, i lavori di restauro e di adattamento dell’enorme fabbrica del monastero dei Santi Severino e Sossio, dove l’Archivio di Stato ha sede dal 1845, sono terminati con piena soddisfazione di chi lo dirige, Riccardo Filangieri. A fronte di una temuta e ormai vicina guerra aerea, sono predisposti piani di sgombro, l’Ufficio centrale degli archivi del Regno chiede a Filangieri di attuare un invio precauzionale della documentazione più antica in un sito isolato, fuori città. A questo Filangieri si oppone, sottolineando le oggettive difficoltà di un trasporto con tutti i pericoli cui vanno soggette le scritture antiche. A tal proposito si fa un contro-progetto, individuando nei locali sotterranei del monastero e del contiguo Teatro di San Severino la sede adatta dove nascondere le carte. Questo progetto viene prima osteggiato, poi parzialmente accolto. Alcune parti dell’archivio vengono così spostate, ma il precipitare degli eventi bellici induce a scelte affrettate. Il 5 agosto brucia la chiesa di Santa Chiara, con il tesoro della dinastia angioina e i suoi monumenti; si diffonde la notizia che su Genova siano cadute bombe da due tonnellate ciascuna. Filangieri teme la precarietà del suo ricovero. Prende accordi per affittare Villa Montesano,in aperta campagna,presso San Paolo Belsito,a una trentina di chilometri da Napoli. Scortati dai Regi Carabinieri, gli automezzi necessari si mettono finalmente in movimento. Il trasferimento più prezioso – quello contenente i registri della cancelleria angioina – giunge nel nuovo ricovero. Tutto viene provvisoriamente inventariato, collocato in casse di legno, segnate con un numero progressivo. In tutto 200.000 unità archivistiche, 54.732 pergamene: i fondi più importanti, la cancelleria aragonese, le carte farnesiane, i manoscritti miniati, gli atti dei processi celebri, le carte di Garibaldi, gli atti del Plebiscito, i cimeli più illustri, le pergamene angioine. Il 30 settembre 1943 alle ore 9.30 del mattino, le truppe tedesche si avvicinano. È una pattuglia di predatori in cerca di generi alimentari da requisire. Sono le ultime ore che precedono la ritirata tedesca da Napoli. Il deposito viene ispezionato da un ufficiale che conosce l’italiano, al quale sono mostrati alcuni cimeli. Con paglia e polvere tre guastatori appiccano il fuoco impedendo con le armi ai custodi dell’archivio di domare le fiamme. In pochi istanti va perduta la documentazione più antica dell’archivio napoletano e di tutto il mezzogiorno d’Italia: «Sono caduto in una tristezza mortale», annota Croce nel suo diario, «per l ’orrenda notizia che i tedeschi hanno incendiato, inondandolo di benzina,il castello di San Paolo Belsito (...) tutte carte sulle quali ho lavorato in passato anch’io e dalle quali ho tratto alcuni miei libri: tutti i documenti della storia del Regno di Napoli». Una tragedia «senza rimedio», scrive: «Non c’è vendetta che possa soddisfare». Non sono andate perdute mere cose materiali, ma «strumenti di vita spirituale», davanti alla cui distruzione si provano «dolori e ansie non diverse da quelle dell’avaro per le accumulate ricchezze». Dei custodi che cercano di salvare alcune di quelle carte non sappiamo nulla, nemmeno il nome. Si può dire invece che la Resistenza nasca con loro. Alla domanda «quando nasce la Resistenza in Italia?» è relativamente facile rispondere. Una buona risposta può essere la seguente: con il gesto anonimo dei custodi del deposito di San Paolo Belsito.
La Liberazione partì da Napoli
Pubblichiamo le pagine di «La Resistenza spiegata a mia figlia» relative alla guerra a Napoli.
Alberto Cavaglion
Il primo ottobre 1943 anche Napoli con il suo porto prezioso era stata liberata dai suoi stessi abitanti. Quando attraversano le strade, gli Alleati trovano una città insorta. Più correttamente, dato che non vi era stato un piano predefinito, si può dire che contemplino il risultato di un moto spontaneo di rivolta o, come si deve sempre dire quando si parla di Napoli, di un «fenomeno della natura», dovuto principalmente al malessere prodotto dalla guerra, alla diffusa miseria, alla rabbia contro le angherie. Una rivolta che coglie alla sprovvista innanzitutto i tedeschi nel momento in cui esplode: la notte fra il 27 e il 28 settembre. Il 30 settembre alle 5 del mattino, l’intero comando tedesco inizia a retrocedere spostandosi a nord di una città che si era liberata da sola. Quel che accade a Napoli non è molto diverso da quanto av- viene nel resto della penisola: nel quartier generale del Parker ’s Hotel il colonnello Sholl, esasperato dai continui scontri in cui sono coinvolti i suoi soldati, pianifica di fare «terra bruciata» (saccheggio del materiale bellico, smantellamento delle infrastrutture, rastrellamento dei giovani in età di leva). Nel lungo mese di settembre, nel periodo che precede sia la liberazione della città, sia la costituzione di una qualche amministrazione italiana «alleata» ai tedeschi, Napoli si trasforma in un teatro di crudeli efferatezze. Presso l’alto comando di Kesselring, i tedeschi in Italia non mancheranno di istituire un reparto, chiamato Kunstschutz, con il compito di tutelare il patrimonio culturale nella zona occupata; questo reparto sarà operativo solo a partire da novembre 1943. Come s’è detto, a Firenze i tedeschi fanno saltare tutti i ponti, ma si fermano davanti al Ponte Vecchio. Durante le prime settimane manca invece ogni direttiva, l’occupazione si caratterizza per la totale assenza di apparati burocratici; a Napoli prevale soprattutto la frustrazione dei comandi delle truppe tedesche. I tedeschi sembrano accanirsi soprattutto contro i tesori archivistici e le opere d’arte; viene deliberatamente incendiata la sede della Società reale, dove erano custoditi archivio e biblioteca delle accademie napoletane, saccheggiato e incendiato l’edificio dell’Università degli studi e il 12 settembre violato anche l’ex monastero di San Severino, sede dell’Archivio in piazzetta Nilo. C’è però un evento che nelle storie della Resistenza non si legge mai e deve invece essere posto a fianco delle stragi di civili, per le irreparabili conseguenze che determina: la distruzione dei fondi più antichi dell’Archivio di Stato di Napoli a opera di guastatori tedeschi. La storia di questo scempio ha risvolti drammatici che meritano di essere riportati in primo piano. Pochi anni prima della Seconda guerra mondiale, i lavori di restauro e di adattamento dell’enorme fabbrica del monastero dei Santi Severino e Sossio, dove l’Archivio di Stato ha sede dal 1845, sono terminati con piena soddisfazione di chi lo dirige, Riccardo Filangieri. A fronte di una temuta e ormai vicina guerra aerea, sono predisposti piani di sgombro, l’Ufficio centrale degli archivi del Regno chiede a Filangieri di attuare un invio precauzionale della documentazione più antica in un sito isolato, fuori città. A questo Filangieri si oppone, sottolineando le oggettive difficoltà di un trasporto con tutti i pericoli cui vanno soggette le scritture antiche. A tal proposito si fa un contro-progetto, individuando nei locali sotterranei del monastero e del contiguo Teatro di San Severino la sede adatta dove nascondere le carte. Questo progetto viene prima osteggiato, poi parzialmente accolto. Alcune parti dell’archivio vengono così spostate, ma il precipitare degli eventi bellici induce a scelte affrettate. Il 5 agosto brucia la chiesa di Santa Chiara, con il tesoro della dinastia angioina e i suoi monumenti; si diffonde la notizia che su Genova siano cadute bombe da due tonnellate ciascuna. Filangieri teme la precarietà del suo ricovero. Prende accordi per affittare Villa Montesano,in aperta campagna,presso San Paolo Belsito,a una trentina di chilometri da Napoli. Scortati dai Regi Carabinieri, gli automezzi necessari si mettono finalmente in movimento. Il trasferimento più prezioso – quello contenente i registri della cancelleria angioina – giunge nel nuovo ricovero. Tutto viene provvisoriamente inventariato, collocato in casse di legno, segnate con un numero progressivo. In tutto 200.000 unità archivistiche, 54.732 pergamene: i fondi più importanti, la cancelleria aragonese, le carte farnesiane, i manoscritti miniati, gli atti dei processi celebri, le carte di Garibaldi, gli atti del Plebiscito, i cimeli più illustri, le pergamene angioine. Il 30 settembre 1943 alle ore 9.30 del mattino, le truppe tedesche si avvicinano. È una pattuglia di predatori in cerca di generi alimentari da requisire. Sono le ultime ore che precedono la ritirata tedesca da Napoli. Il deposito viene ispezionato da un ufficiale che conosce l’italiano, al quale sono mostrati alcuni cimeli. Con paglia e polvere tre guastatori appiccano il fuoco impedendo con le armi ai custodi dell’archivio di domare le fiamme. In pochi istanti va perduta la documentazione più antica dell’archivio napoletano e di tutto il mezzogiorno d’Italia: «Sono caduto in una tristezza mortale», annota Croce nel suo diario, «per l ’orrenda notizia che i tedeschi hanno incendiato, inondandolo di benzina,il castello di San Paolo Belsito (...) tutte carte sulle quali ho lavorato in passato anch’io e dalle quali ho tratto alcuni miei libri: tutti i documenti della storia del Regno di Napoli». Una tragedia «senza rimedio», scrive: «Non c’è vendetta che possa soddisfare». Non sono andate perdute mere cose materiali, ma «strumenti di vita spirituale», davanti alla cui distruzione si provano «dolori e ansie non diverse da quelle dell’avaro per le accumulate ricchezze». Dei custodi che cercano di salvare alcune di quelle carte non sappiamo nulla, nemmeno il nome. Si può dire invece che la Resistenza nasca con loro. Alla domanda «quando nasce la Resistenza in Italia?» è relativamente facile rispondere. Una buona risposta può essere la seguente: con il gesto anonimo dei custodi del deposito di San Paolo Belsito.
parlamento europeo e staminali embrionali
Tempo Medico on line 6.4.05
Ricerca in pericolo al parlamento europeo
di Donatella Poretti - Tempo Medico n. 791
All'interno di una risoluzione recentemente adottata si chiede di non utilizzare i fondi per la ricerca sulle staminali embrionali
L'ultimo atto di una lunga vicenda che vede il Parlamento europeo alle prese con la ricerca scientifica e con le staminali risale al 10 marzo.
Arriva al voto una risoluzione comune sul commercio di ovociti umani. Nel testo iniziale si rammenta che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione "sancisce il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro", e si ricorda alla Commissione la direttiva 2004/23/CE che prescrive che gli stati membri si adoperino per garantire donazioni volontarie e gratuite di tessuti e cellule. Lo spunto era offerto da alcune notizie di cronaca sul commercio di ovociti dalla clinica rumena Global Arts verso la Gran Bretagna.
La risoluzione viene adottata, ma la notizia è un'altra: l'aggiunta di un emendamento in cui si chiede alla Commissione di non finanziare con fondi comunitari la ricerca sulle cellule staminali embrionali e di concentrare il denaro su quelle somatiche e del cordone ombelicale.
"Questo voto minaccia la ricerca europea sulle cellule staminali" è il durissimo commento dell'europarlamentare liberale belga Frédérique Ries. "Sotto il pretesto di lottare contro lo sfruttamento delle donne e per l'inalienabilità del corpo umano, il testo mira a tutt'altro obiettivo: proibire direttamente o indirettamente la ricerca sulle cellule staminali embrionali e la clonazione terapeutica. E' un segnale disastroso inviato alle coppie in attesa di una donazione, ma anche alle centinaia di migliaia di pazienti in Europa che puntano sulla ricerca le loro speranze di guarigione dal diabete, dal morbo di Parkinson o di Alzheimer".
Ricerca in pericolo al parlamento europeo
di Donatella Poretti - Tempo Medico n. 791
All'interno di una risoluzione recentemente adottata si chiede di non utilizzare i fondi per la ricerca sulle staminali embrionali
L'ultimo atto di una lunga vicenda che vede il Parlamento europeo alle prese con la ricerca scientifica e con le staminali risale al 10 marzo.
Arriva al voto una risoluzione comune sul commercio di ovociti umani. Nel testo iniziale si rammenta che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione "sancisce il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro", e si ricorda alla Commissione la direttiva 2004/23/CE che prescrive che gli stati membri si adoperino per garantire donazioni volontarie e gratuite di tessuti e cellule. Lo spunto era offerto da alcune notizie di cronaca sul commercio di ovociti dalla clinica rumena Global Arts verso la Gran Bretagna.
La risoluzione viene adottata, ma la notizia è un'altra: l'aggiunta di un emendamento in cui si chiede alla Commissione di non finanziare con fondi comunitari la ricerca sulle cellule staminali embrionali e di concentrare il denaro su quelle somatiche e del cordone ombelicale.
"Questo voto minaccia la ricerca europea sulle cellule staminali" è il durissimo commento dell'europarlamentare liberale belga Frédérique Ries. "Sotto il pretesto di lottare contro lo sfruttamento delle donne e per l'inalienabilità del corpo umano, il testo mira a tutt'altro obiettivo: proibire direttamente o indirettamente la ricerca sulle cellule staminali embrionali e la clonazione terapeutica. E' un segnale disastroso inviato alle coppie in attesa di una donazione, ma anche alle centinaia di migliaia di pazienti in Europa che puntano sulla ricerca le loro speranze di guarigione dal diabete, dal morbo di Parkinson o di Alzheimer".
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